MAMME SOTTO TIRO

barbara

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LA MARATONA DI GERUSALEMME

Che si terrà oggi, 15 marzo, con migliaia di partecipanti. Questo è il percorso
maratona Gerusalemme 1
che copre l’intera città. Fra il 1948 e il 1967 non sarebbe stato possibile, per via di questo
maratona Gerusalemme 2
il muro che separava la Gerusalemme libera da quella illegalmente occupata dalla Giordania (occupazione illegale ripetutamente trattata in questo blog) nel corso della guerra scatenata dagli arabi nel tentativo di annientare Israele. Quel muro che gli amanti dei popoli oppressi e della pace e della giustizia e dell’amore universale e soprattutto del meraviglioso slogan “non muri ma ponti” vorrebbero al più presto vedere ricostruito. E neppure vi si sarebbero potuti avvicinare, per via dei cecchini giordani sempre pronti a fare il tiro al piccione.
maratona Gerusalemme 3
In compenso è arrivato anche a Tel Aviv qualcosa a cui noi siamo disabituati da settantaquattro anni, e che in Israele è invece più o meno pane quotidiano.

barbara

EBREI, DISSOCIATEVI!

Sì, lo so, quest’uomo non mi ama. Non ama me e non ama il mio blog, magari adesso scriverà un altro articolo per dire che brutta persona che sono e quanto gli dà fastidio essere associato a questo blog. Ma ogni tanto scrive degli articoli veramente spettacolari e io non ci posso fare niente. E questo È un articolo spettacolare.

…vergogna

Ebrei, ascoltate me, dissociatevi. E fate in fretta.
La settimana scorsa, la trasmissione Prima Pagina, di Rai Radio3, è stata condotta da una giornalista, Sara Menafra, che ha lavorato al Messaggero, al Manifesto, al Secolo XIX e al Sole 24 Ore e, per colmo di ironia, si è occupata di Fosse Ardeatine. E meno male che l’ha fatto. Chissà se non l’avesse fatto.
Le telefona un’ascoltatrice, Vera Pegna, una scrittrice che parla finalmente in buon italiano, per dire la sua sugli insulti parigini al filosofo Finkielkraut: “sporco ebreo, sporco sionista, viva la Palestina”. Per lei Alain Finkielkraut è, innanzitutto, ‘un signore anziano’. Il suo nome non è evidentemente politically correct, per cui decide di non pronunciarlo. Né lo pronuncerà mai la conduttrice. ‘Un anziano signore’. Sorvoliamo.
La signora Pegna non è d’accordo sulle parole ‘sporco ebreo’, però… però se si tiene conto che l’offensore ha chiaramente fatto intendere che il suo era un attacco al sionismo (‘sporco sionista, viva la Palestina’), allora l’offesa la si capisce. Perché si può dire, ‘sporco sionismo’, date tutte le ‘atrocità’ commesse da Israele. E poiché ‘Israele si vuole stato ebraico, cioè si vuole lo stato di tutti gli ebrei del mondo’, ‘sporco sionismo’ lo si può dire, perché in fin dei conti sarebbe come dire sporco Israele. (I virgolettati sono tutti fedelmente ripresi dal podcast della trasmissione.)
Da questa illuminata introduzione, la signora Pegna procede poi a fare la sua richiesta.
‘E’ questo quello che vorremmo noi europei… Vorremmo sentire chi si considera ebreo, sempre legittimamente, protestare, condannare Israele per le sue atrocità… vorremmo sentire gli ebrei fuori da Israele dire ‘Israele è Israele, è il paese dei suoi cittadini, ma non è il nostro paese’ invece questo purtroppo non viene detto’. La signora Pegna, innanzitutto, distingue fra ‘noi europei’ e ‘chi si considera ebreo’ (non ‘chi è ebreo’). Lei è europea pura, io no, sono ebreo. Inoltre, non accetta un’identità ontologica ebraica stabile, quella dell’essere, e preferisce quella del ‘considerarsi’. Oggi mi considero, domani non mi considero più. Così le risolvo il problema del mio essere’, che a lei non piace molto. Lei invece ‘è’ europea.
Ma non basta. La Pegna non si aspetta da noi una condanna di Israele (che sarebbe già pretendere troppo, a dire il vero), si aspetta una dissociazione identitaria, pretende che dichiariamo ‘io sono italiano’. Insomma ci sospetta di dual loyalty. E fin qui niente di grave, da una cui fa comodo non distinguere fra antisionismo e antisemitismo. A questo tipo particolarmente sottile di antisemitismo colto (?) e di sinistra siamo abituati. Ma non basta ancora. Ora ci vuole convincere di un’altra cosa: ‘la parola antisemitismo… oggi si è evoluta perché gli ebrei fuori da Israele non condannano Israele’. Quindi, dice la signora Pegna ricorrendo ad anacoluti logici e a paralogismi tutti suoi, oggi essere antisemiti significa essere anti-sionisti, come a dire: oggi un anti-israeliano non può che essere anti-sionista e quindi non può fare a meno di essere antisemita. Che bello ragionare semplice e alla rovescia!
Tu ascolti terrificato le semplificazioni ignoranti di questa ascoltatrice colta, che potrebbe benissimo iscriversi al partito grillino per quanta banale e preconcetta superficialità sta vomitando alla pubblica radio, e ti aspetti che la giornalista/conduttrice commenti riequilibrando minimamente i giudizi che ha sin qui ascoltato in silenzio. Non ci si aspetta che le dica di studiarsi un po’ più a fondo la storia della ‘controversia’ israelo-palestinese, ma ci si aspetta una visione un po’ più equilibrata del reale.
E invece, la conduttrice/giornalista Sara Menafra, dopo aver precisato che dire ‘sporco ebreo’ a un signore ‘anziano’ non è bello (a un ragazzo, a una signora, a un uomo maturo e non ancora anziano, evidentemente lo si può dire!), ma sul resto si dice d’accordo con la signora Pegna, scrittrice comunista. E soggiunge a conferma: “Una parte di noi ci aspetteremmo che chi è fuori da Israele ma appartiene a questa religione, visto che questo è uno stato che rappresenta… in qualche modo che si ritiene interprete della religione ebraica, prendessero più nettamente le distanze, e questo invece non avviene”.
Anche la Menafra distingue fra ‘noi’, i cittadini regolari – europei, italiani, cristiani – e loro, gli irregolari, i tollerati, – gli ebrei.
‘Ora abbiamo capito bene, anzi meglio, che cosa intendano entrambe le interlocutrici e su che cosa siano così perfettamente d’accordo. Lo riassumiamo per i disattenti, per le menti pazienti, e per chi fosse abituato ad ascoltare o a leggere di fretta. Le due signore dicono: l’antisemitismo è brutto in sé, purché non colpisca ebrei che non si dissociano dallo stato d’Israele, nel qual caso l’antisemitismo è accettabile, anzi, encomiabile, e noi lo approviamo.
Ma le ricadute di questi pensieri malati, spacciati per opinioni culturali al pubblico della radio pubblica, sono ben altre.
Siccome Israele si presenta come ‘interprete della religione ebraica’ (chissà che cosa significa), allora io, ebreo italiano, devo dissociarmi dalla politica e dalle decisioni del suo governo. Forse sono stato troppo generoso nel riassumere, perché le due intellettuali non fanno alcuna differenza fra stato e governo. Ma, dato il pregiudizio e la pochezza del pensiero fra cui ci si muove, oggi va bene la generosità.
Quindi, la mia identità, secondo il Pegna-Manafra pensiero è determinata dalle affermazioni di Israele e dalla sua politica, e io non posso farci nulla. Devo subirla passivo e in silenzio. È Israele a decidere chi io sia. E se non mi ci riconosco in quell’immagine che lo stato di Israele dà di me al mondo, allora devo dissociarmi, come facevano un tempo i brigatisti rossi. Non quelli di Casa Pound, che vanno di moda e la cui sede non si tocca.
Quella ebraica è un’identità che dà fastidio. Ha sempre disturbato la quieta superficie della civiltà europea, e non solo. Un giorno, molto tempo fa, un’amica comunista militante e molto impegnata mi disse: ‘Il mio rispetto per te dipende dal tuo essere uomo, non dal tuo essere ebreo’. Anche a lei non piaceva la mia identità particolare, non la voleva riconoscere, e quindi la negava facendola assorbire dalla mia appartenenza al genere umano. La sua religione comunista non le permetteva di accettare la mia troppo complessa, e specifica, identità di ebreo.
Ritorno al caso Pegna-Manafra. A questa gente di cultura che magari piange lacrime calde davanti a un monumento alla Shoah, a questi intellettuali che passano come verità i cliché di partito a un pubblico che se li beve senza possibilità di critica attiva, verrebbe da chiedere se la storia l’abbiano studiata davvero. E se l’abbiano anche capita. Se la realtà israeliana la apprendano da Youtube, dai filmati di Pallywood coi volti dei bambini imbrattati di vernice rosso carminio. Se quando parlano delle ‘atrocità’ di Israele stiano pensando alla Siria, o alla Cina, o alla Turchia, o alla Russia, o a qualche paese dell’America latina. O magari agli stessi attentati palestinesi e alle loro decapitazioni dopo uno stupro.
Ai cattolici o ai comunisti, o a qualsiasi normale cittadino, qualcuno ha mai chiesto, pretendendolo, di cospargersi il capo di cenere e dissociarsi pubblicamente dalla politica di un Papa, dagli atti odiosi di un prete pedofilo, dai soprusi di una dittatura comunista – o fascista, se del caso? E non è mai passato per la mente di nessuno, invece, di dissociarsi dai suoi stessi pregiudizi razzisti e dalla frettolosità delle sue trancianti sentenze?
Chissà se le due interlocutrici di Prima Pagina si siano mai chieste che cosa sia un ebreo che vive in Europa da cinquecento anni o da duemila anni. Se l’ebreo debba continuamente, e fino alla fine dei secoli, giustificare sé stesso di fronte a una civiltà intellettuale che ancora persegue schemi di pensiero razzista e per la quale l’altro continua a essere ancora e sempre l’estraneo, da allontanare, da respingere, da giudicare. Da distinguere.
Ebbene sì, sono fortemente irritato. Perché mi rendo conto ogni giorno di più che il pregiudizio che cova nell’animo di chi ci vive accanto richiede un’inezia, un pretesto qualsiasi, per trasformarsi in odio conclamato, mascherato sempre, naturalmente, sotto i fronzoli di una ‘nobile causa’, in cui a pagare però sono sempre gli altri.
E sono irritato perché vedo con quanta facilità anche gente che ha ‘studiato’ possa sposare le modalità di pensiero del popolino più becero, quello che si è formato alla fonte dei pregiudizi e degli stereotipi popolari. E allora continuo a dire: evviva chi pensa, chi si interroga, chi concede sempre agli altri beneficio del dubbio, chi sospende il giudizio, in attesa di valide conferme, chi non giudica mai le conseguenze senza aver tenuto debito conto delle cause.
Comunque, ‘l’anziano’ insultato a Parigi, signore Pegna e Manafra, si chiama Alain Finkielkraut, ed è un ebreo francese. Non vergognatevi a pronunciarne il nome.
Vergognatevi invece dei vostri pensieri.

Dario Calimani, Università di Venezia

(26 febbraio 2019)

Piccolo (vabbè, piccolo) dettaglio, da italianista: “Una parte di noi ci aspetteremmo”. Da far venire l’ulcera a un baobab.
Quanto all’articolo di Calimani, posso dirlo? A leggerlo mi sono commossa.

barbara

AVREMO LA PACE QUANDO

gli arabi ameranno i propri figli più di quanto odiano noi (Golda Meir)

Sono la madre dell’eroico martire Muhammad Said Muhammad Ali. Un macellaio. Un leone.  Potete vedere nel video dell’attacco come era esperto nel maneggiare un coltello. Perché era un macellaio. Era un macellaio e sapeva come macellare (qui).

barbara

ORI ANSBACHER

Ori è la diciannovenne israeliana stuprata e assassinata a coltellate, fatta praticamente a pezzi, qualche giorno fa.
Ori
In questi giorni non ne ho scritto, perché ci sono cose che dici no, è troppo, non ce la faccio. Poi ti fai forza e ti imponi di farlo, perché glielo devi. Almeno questo glielo devi, e dunque eccomi. Riporto alcuni pezzi di persone che hanno saputo dire molto meglio di me quello che va detto.

Sull’assassinio di Ori Ansbacher da parte di un terrorista palestinese a Gerusalemme risultano ancora non pervenuti:

– l’Unione Europea, sempre rapida nel condannare la costruzione di nuove case israeliane
– l’Onu, sempre riunita in sessione d’emergenza quando Israele uccide un terrorista
– i giornali, sempre pronti a far spazio ai terroristi morti sul confine di Gaza e alla pin-up Ahed Tamimi
– Papa Francesco, sempre distratto quando Israele subisce un terribile lutto
– Abu Mazen e i “palestinesi moderati”, sempre generosi nel fare bonifici ai terroristi con i soldi europei
– il mondo islamico, sempre pronto a nascondere terroristi in una loro moschea
– le femministe, sempre in cerca di un femminicidio tranne quando c’è di mezzo una ragazza israeliana

Buona visione del più agghiacciante film di successo della storia: l’antisemitismo che uccide.
Giulio Meotti

corpo

I MANDANTI

Chi sono i mandati del brutale assassinio di Ori Ansbacher? Prima di tutto Hamas e l’Autorità Palestinese che per decenni hanno fomentato il clima di odio virulento nei confronti degli ebrei israeliani, poi subito dopo l’Europa, l’Europa pro palestinese dalla fine della Guerra dei Sei Giorni del 1967, che progressivamente si è inchinata ai desiderata arabi e islamici, l’Europa che ogni volta che Israele si difende le da addosso accusandola di crimini contro l’umanità, l’Europa che mette i bollo su i prodotti che escono dalla Cisgiordania, l’Europa delle ONG per i diritti umani, come Amnesty International che accusa Israele di occupare abusivamente territori che le vennero conferiti dal Mandato Britannico per la Palestina, l’Europa che all’ONU vota sempre con i paesi islamici, satrapie, dittature, teocrazie, contro l’unica democrazia Mediorientale, e con l’UNESCO quando sottrae agli ebrei la loro storia millenaria da Gerusalemme e da Hebron, imponendo a luoghi storicamente ebraici, nomi islamici, l’Europa che non rende illegale il movimento antisemita BDS, l’Europa che fa affari con l’Iran e cerca di aggirare le sanzioni americane.
Insieme a loro tutti quegli “intellettuali”, politici, giornalisti, che non hanno fatto e non fanno altro che criminalizzare Israele, mentre al contempo sono teneri con regimi assassini e nemici della libertà, e tra di loro non pochi ebrei con il cervello distrutto dalla metastasi ideologica che gli ha fatto scambiare i terroristi per vittime e chi si difende dalla loro cieca violenza per carnefici.
Questi sono i mandanti. Teniamolo bene a mente.
Niram Ferretti

funerale

Ora un po’ di conti, che non fanno mai male.

DUEMILAQUATTROCENTO EURO AL MESE.

Questo è lo stipendio che Hamas pagherà ad Arafat Aryah, il palestinese che ha sgozzato la ragazza diciannovenne ebrea Ori Ansbacher dopo averla violentata e deturpatone il corpo con dodici coltellate.
Israele farà (forse) saltare in aria la casa del terrorista ma Hamas ne costruirà una nuova e più moderna.
Anche i genitori prenderanno una pensione a vita.
Uccidere gli ebrei conviene tutto sommato.
Nelle carceri Israeliane molti palestinesi si sono laureati studiando nelle università israeliane.
Una volta scontata la pena usciranno con tanti soldi in tasca, una casa nuova ed una bella laurea.
Si uccidere ebrei conviene.
Da dove vengono tutti questi soldi?
Dalle vostre buste paga.
La Guerra Santa costa.
L’Italia e la UE mandano e hanno mandato miliardi di euro alla Palestina.
Miliardi con i quali non è stata mai costruita una strada, una scuola, una fabbrica o un ospedale.
Miliardi usati per costruire migliaia di tunnel in cemento per invadere Israele.
Miliardi usati per armare terroristi e per pagare loro una pensione d’oro.
Si, la Guerra Santa costa.
Costa tanto.
12.000 shekels è la pensione minima per un terrorista palestinese; pari a circa 2.400 euro.
Se considerate che in Palestina un buon stipendio è 300 euro…..
Si, decisamente si.
È stato un ottimo affare uccidere la obiettrice di coscienza e volontaria del servizio civile Ori Ansbacher. 19 anni.
Riposi in pace.
Noi non riusciamo a trovar pace oggi.
Buona giornata Italia da un paese in lutto. (qui)

LA BELVA DELLO ZOO DI GERUSALEMME

Il corpo nudo, spezzato, dell’israeliana Ori Ansbacher lo hanno ritrovato vicino allo zoo di Gerusalemme. Già arrestato l’animale scappato dal parco e che l’ha uccisa, un palestinese di Hebron.
Se l’Onu, pronto a scomodarsi per difendere il burqa in quanto rientra fra i “diritti delle donne”, non condanna entro le prossime ore questo delitto che non ha nome, da quanto è indicibile, suggerisco di andare a prendere un paio di funzionari di alto grado delle Nazioni Unite e metterci loro dentro allo zoo. Scommetto che neanche i lama si degnerebbero di sputargli in faccia.
Giulio Meotti

La belva.

Ho guardato e riguardato il volto del terrorista palestinese che ha violentato e ucciso Ori Ansbacher, questo sorriso inerte, inebetito. E non ho visto niente. Poi mi sono ricordato quanto aveva raccontato Francesco De Rosa, il comandante dell’Achille Lauro che nel 1985 fu dirottata da un commando di terroristi palestinesi. Di Abu Abbas e dei suoi uomini, che gettarono in mare un passeggero ebreo in carrozzella, Leon Klinghoffer, De Rosa ricordava il sorriso. “Un sorriso maligno, che mi ha accompagnato sempre”. Eccolo qui.
Giulio Meotti
Arafat Irfaiya
Ma anche Cesare Battisti. O Angelo Izzo.

Sicuramente molti di voi avranno visto qualche immagine di funerali palestinesi, in cui i dolenti si divertono a sparacchiare in giro, così, tanto per gradire. I funerali israeliani, in mezzo al dolore più atroce per il crimine più efferato, si svolgono così.

E infine un pensiero riconoscente all’eroe che ha permesso la cattura dell’assassino. Grazie Rambo!
Rambo
barbara

ERRATA CORRIGE: il nome “Rambo” che avevo trovato in un articolo era evidentemente un attributo, non il suo vero nome, che è in realtà Zili.

AMOS OZ 3

Per cominciare bene l’anno e perché non si creda che si siano perse le buone abitudini

Amos Oz, il talento e l’utopia

Non andavo d’accordo con Amos Oz, gli scrissi varie volte e lui mi rispose sempre, da quell’ uomo educato che era. Era convinto di poter fare la pace con gli arabi palestinesi e si illudeva talmente tanto da mentire a se stesso. Una delle sue risposte alle mie contestazioni fu “La penso come te ma dobbiamo cercare in tutti i modi di arrivare alla pace”. A quale pace pensasse è un mistero, dopo tutte le esperienze tragiche vissute con i palestinesi. Era un uomo leggero e sorridente, credeva nell’umorismo, come disse durante un’intervista con Fabio Fazio in occasione della presentazione del suo romanzo “Giuda”, credeva che dare una pillola quotidiana di Sense of Humor ai fanatici avrebbe sconfitto il terrorismo. Un illuso, un sognatore che, forse senza rendersene conto, diede ai filoarabi di tutto il mondo la scusa per odiare quell’Israele che non seguiva i suoi consigli di pace a tutti i costi, anche di fronte all’annientamento. Lui era l’ebreo buono, tutti gli altri, quelli che volevano difendere Israele tutto intero, erano gli ebrei cattivi. Fu molto criticato, anche da me, quando mandò al terrorista ergastolano Marwan Barghouti, il suo libro “Una storia di amore e di tenebra”, fu accusato di tradimento e questa macchia gli rimase incollata addosso anche se, pare, lui se ne fregasse altamente. Mandare a un pluriassassino del proprio popolo un libro con dedica è stato un atto incomprensibile, mi auguro se ne sia pentito anche se non lo ha mai ammesso. Mi ha sempre fatto infuriare la consapevolezza che rifiutasse di capire quanto il terrorismo degli arabi fosse dovuto NON a frustrazione ma all’odio senza confini che hanno sempre provato per gli ebrei e per Israele. Il suo limite fu di non credere alle ragioni di Israele e di voler considerare come vittima il nemico che, a parer suo, ammazzava ebrei perché povero e sottomesso. Questo è purtroppo un pensiero comune in molte ONG sinistroidi israeliane e non, tipo l’orrida B’Tselem che Oz difendeva a spada tratta. Come la maggior parte delle persone di sinistra colpevolizzava il proprio paese per sentirsi solidale con coloro che interpretavano come grandi attori il ruolo dei poveretti maltrattati dalla potenza sionista. Amava Israele ma non era un patriota, avrebbe rinunciato volentieri a parte del paese nell’illusione di trasformare il nemico in amico, l’odio in amore, il terrorista in alleato. Utopie malate e soprattutto pericolose. La fortuna è che Amos Oz non abbia mai intrapreso la carriera politica, se lo avesse fatto e, data la sua popolarità, fosse diventato premier, probabilmente Israele non esisterebbe più come stato degli ebrei ma come ennesimo stato arabo. Mi è sempre risultato inspiegabile come persone intelligenti, intelligentissime e colte, possano considerare un nemico che non fa altro che ammazzare e distruggere, come possibile alleato nella pace. Amos Oz ha vissuto in Israele tutta la sua vita, ha visto i morti, ha partecipato alle guerre, ha visto bambini linciati come accadde a Tekoa dove Kobi Mandell e Yosef Ishran, tredicenni, che furono fatti a pezzi mentre giocavano. Ha visto neonati come Shalhevet presi di mira dai cecchini palestinesi, ha visto mamme pugnalate al ventre, ha visto famiglie intere con bambini piccoli massacrati mentre transitavano in macchina. Come chiunque in Israele, Amoz Oz ha vissuto queste e tante altre tragedie compiute da quelli che lui chiamava “vittime della frustrazione”. Avrà seguito gli orribili attentati organizzati da Arafat e altri boss del terrorismo arabo-palestinese in Europa, la strage di Monaco, l’assassinio di Stefano Tachè a Roma, gli aerei esplosi a Fiumicino, i dirottamenti. In Israele saltavano in aria autobus e ristoranti con migliaia di vittime di ogni età. Come poteva pensare che quelle belve sarebbero diventate amichevoli? Sono convinta che, nel suo intimo, non lo credesse possibile, sapeva e riconosceva la crudeltà delle guerre e del terrorismo arabo eppure lui continuava a credere, cocciutamente, nell’empatia e nella tolleranza, infatuato irresponsabilmente da una pace impossibile o, forse, dal desiderio di essere popolare nel resto del mondo. E’ un peccato davvero grande che avesse buttato alle ortiche quei suoi nobili sentimenti, rivolgendoli a chi non avrebbe meritato che il suo disprezzo. Pensando invece allo scrittore, al suo enorme talento, alle sue opere, mi stupisce e mi indigna che non sia mai stato candidato al premio Nobel per la letteratura. Il suo capolavoro assoluto “Una storia di amore e di tenebra”, che ricorda i grandi autori russi, con uno stile lineare, conciso, accurato nei minimi particolari, avrebbe meritato il massimo riconoscimento. Pensando ai suoi libri, uno mi viene alla mente per il titolo e la storia che potrebbe sembrare una premonizione “Finché morte non sopraggiunga”, la storia di un uomo che, di fronte al proprio declino, constata di aver perduto molte occasioni. Per Amos Oz l’occasione di non aver usato il proprio talento per seppellire intellettualmente i nemici di Israele, cosa che, con la sua preparazione, avrebbe potuto fare senza sforzo e molto onore. E’ stato comunque un grande uomo che ha fatto amare il popolo ebraico da chi aveva il cuore pulito e del quale Israele va orgoglioso. Che la terra gli sia lieve.

Deborah Fait

Naturalmente, come già detto altrove, non concordo sull’altissimo valore letterario del soggetto, addirittura da premio Nobel. E quando ad amare il popolo ebraico (e Israele), chi aveva il cuore pulito lo amava anche senza di lui. Per tutto il resto, condivido anche le virgole.

barbara

AMOS OZ 2

Per integrare l’opera e per concludere bene l’anno. È molto lunga, ma le cose da dire sono oggettivamente molte.

Il 2 Luglio del 2008, ben 10 anni fa, scrissi una lettera aperta ad Amos Oz, pubblicata dal quotidiano Opinione delle Libertà Edizione 135 del 02-07-2008. in risposta a un articolo che Oz aveva scritto per il Corriere della Sera.
Come di prassi copia della lettera aperta fu da me recapitata alla redazione di Via Solferino 24 ore prima della pubblicazione. Non ho mai ricevuto risposta… oggi so che non la riceverò mai più.

Lo scenario ritrae Israele in periodo di guerra
I sondaggi rivelano pronti israeliani e palestinesi
LETTERA APERTA AD AMOS OZ
di Michael Sfaradi

Caro Amos, ho letto, con molto interesse, l’articolo che hai scritto e che è stato pubblicato sul “Corriere della Sera” del 27 giugno 2008. Articolo che hai letto al Teatro “Dal Verme” di Milano in occasione della “Milanesiana”. Sono consapevole che toccare una “sacra icona” come te ha i suoi rischi, ed è per questo che desidero mettere in chiaro che non sto criticando lo scrittore Amos Oz o qualcuna delle sue meravigliose opere, ma non condivido le tue idee politiche e sociali di cittadino del Medio Oriente e dello stato di Israele. Nella prima parte dell’articolo fai una poetica similitudine che descrive la vita nel mondo, triste e decadente, paragonandola a quella che si vivrebbe in un villaggio posto vicino ad un vulcano che minaccia un’eruzione. Una vita vissuta con una spada di Damocle che potrebbe cadere sulle nostre teste in ogni momento. La rappresentazione di una vita fatta di stenti e pessimismo, un continuo andare avanti senza speranza di felicità. Una descrizione che lascia senza fiato il lettore e che porta con se un retrogusto di incertezza per il futuro e restituisce un quadro di squallore in un presente incerto. Poi, parlando di Israele ci dici: “lo scenario ritrae Israele in periodo di guerra, in un periodo di territori palestinesi occupati, di minacce che Israele venga distrutto, di kamikaze, di colonie, di paura esistenziale”. Stai davvero descrivendo la vita in Israele?
A me non sembra che i nostri concittadini vivano così male, al contrario, ogni volta che ho voglia di andare a mangiare in qualche ristorante, di andare al cinema o al teatro, devo sempre prenotare con largo anticipo perché sperare di trovare un posto libero all’ultimo momento è una vera utopia. Scrivi di territori occupati, di kamikaze e di minacce; ma ti sei accorto che con il ritiro dalla striscia di Gaza e da parte della Cisgiordania i territori occupati sono diminuiti di oltre l’80% rispetto a quelli che Israele occupava venti anni fá mentre il terrorismo e le minacce sono aumentati? Hai fatto caso che i kamikaze sono drasticamente diminuiti e questo solo per merito di quel muro di protezione tanto odiato ma che a noi ha permesso di ritornare a vivere una vita normale? Racconti che la tua famiglia fu cacciata dall’Europa, ma non spieghi bene, chiaramente e fino in fondo, che tutto questo non sarebbe accaduto se allora fosse esistito lo stato di Israele. Anche se un mio maestro diceva che la storia “non si fa con i se e con i ma”, ho sempre avuto la sensazione che se Israele fosse stata presente nella storia come stato indipendente, le cose, nel corso dei secoli, sarebbero andate in maniera diversa. Non spieghi che se oggi il popolo ebraico può permettersi di vivere una vita allo stesso livello di dignità degli altri popoli occidentali senza più temere pogrom e persecuzioni, lo deve solo ed esclusivamente alla presenza del suo stato forte, libero e democratico. Mi chiedo quando i “pacifisti a tutti i costi” capiranno che la maggioranza del mondo arabo auspica e lavora, da sempre, per la distruzione dello stato ebraico e che noi siamo in guerra proprio per non permetterglielo. È vero, oggi siamo pesantemente minacciati, ma è anche vero che possiamo difenderci contando solo sulle nostre forze senza dover ricorrere alla benevolenza di nessuno.
Immerso come sei nelle battaglie cultural-pacifiste hai probabilmente perso il contatto con la gente, coloro che difendono la terra e la nazione giorno dopo giorno. Israele, lo stato che da sessanta anni ci permette di decidere il nostro futuro. Sono sessanta anni che, come scriveva il rimpianto Herbert Pagani su “Arringa per la mia terra”, non vogliamo più vivere in mezzo agli altri popoli come gli orfani affidati al brefotrofio e che non vogliamo più essere adottati. Sono sessanta anni che la nostra vita non dipende più dall’umore dei nostri padroni di casa e sono sessanta anni che non abbiamo più bisogno di affittare una cittadinanza. E, per finire, sono sessanta anni che non abbiamo più il bisogno di bussare alle porte della storia e di aspettare che ci dicano: “Avanti”. Dici giustamente che noi scrittori abbiamo la grande responsabilità di pesare la materia con la quale lavoriamo, cioè le parole. Sono d’accordo con te, la storia ci insegna che dalle parole dei cattivi maestri sono usciti pessimi allievi, che da parole brandite come un’accetta si materializza un’accetta vera e propria…io vado oltre, non solo le parole che usiamo possono essere pericolose come l’esplosivo al plastico, ma anche i nostri comportamenti. Mi chiedo come mai non sei venuto alla Fiera del Libro di Torino, eppure Israele era ospite d’onore e tu sei uno dei massimi esponenti della sua letteratura. Visto che l’anno scorso c’eri, e sono pronto a scommettere che ci sarai anche il prossimo anno, come mai proprio nel 2008 sei mancato? Come mai non sei riuscito a trovare neanche mezz’ora per fare visita ad una delle kermesse più importanti al mondo sia dal punto di vista editoriale sia letterario?
La tua presenza avrebbe avuto un rilievo enorme ed avrebbe dato importanza alla tua nazione in un particolare momento di cultura, musica e incontro con la gente che, curiosa ed amichevole, affollava lo stand dove era raccolto tutto quanto di buono Israele realizza per il suo popolo e per il mondo intero. Un momento per certi versi irripetibile, e tu lo hai perso. Non sarà forse che non volevi inimicarti la cara “Sinistra” che aveva deciso lo stolto boicottaggio? Non sarà che se avessi partecipato avresti perso la “carica” di israeliano “buono”? Ricordo la fotografia che ti ritraeva intento a raccogliere le olive dagli alberi di una proprietà palestinese, foto che fece il giro del mondo. Era una protesta, una delle tante che si susseguono giorno dopo giorno, una protesta con la quale non ero d’accordo ma che rispettavo. Non ho mai visto però una tua foto a spasso per le vie di Sderot, se sei andato a far visita e a portare un pizzico di solidarietà alla popolazione di una cittadina israeliana che non dista neanche tanti chilometri da Arad, dove abiti, non si è saputo. Nessuna fotografia è stata pubblicata. Se sei stato a Sderot lo hai fatto mantenendo un basso profilo in modo che non se ne parlasse, perché l’israeliano “buono” non mette in evidenza le ragioni d’Israele, al contrario, le nasconde e si dissocia.
L’israeliano “buono” è critico con il suo governo, giustifica il nemico e quando non lo può giustificare ignora e minimizza quello che fa. Concludi il tuo pezzo improvvisandoti profeta e dando una bella notizia in anteprima: “Dato che tutti voi sentite brutte notizie dalla mattina alla sera, sono venuto qui oggi per portarvene una bella: la grande maggioranza di ebrei israeliani e di arabi palestinesi è già pronta per un compromesso pragmatico e per una soluzione a due Stati. Pronta – non felice. Sia in Israele che in Palestina, una settimana dopo l’altra, i sondaggi rivelano che il paziente – israeliano e palestinese – è pronto, senza particolare entusiasmo, all’operazione volta a creare due Stati confinanti. Il paziente si è già più o meno rassegnato alla necessità dell’intervento – invece sono i dottori a essere fifoni. Con «dottori» intendo i capi di entrambe le parti”. Ma sei sicuro? Dove li ha fatti questi sondaggi? Secondo me sei talmente innamorato della pace che hai dimenticato troppe cose. Per esempio che da anni, non solo sotto la dittatura di Hamas, ma anche sotto il regime della “buonanima” di Arafat, la televisione palestinese ha indottrinato e continua ad indottrinare i bambini con cartoni animati dove i soldati israeliani uccidono e torturano i loro personaggi preferiti, instaurando un odio che non si cancellerà mai, creando generazioni pronte alla guerra e al martirio.
Hai dimenticato che Ahmedinejad ci sta preparando un nuovo olocausto che, a differenza del primo dove ci gasavano e poi ci bruciavano, questa volta ci vogliono servire la bruciatura nucleare… tutto in uno. Hai dimenticato che Hetzbollah, la mano militare dell’Iran, non ci darà mai pace, non ci farà mai vivere un giorno tranquillo ai nostri confini del Nord, esattamente come farà Hamas sempre più forte e più armata con i nostri confini a Sud. Nella tua euforia pacifista dimentichi che il fine di tutta questa gente è la distruzione del nostro stato prima di cominciare a costruire il loro, altro che la pace che profetizzi e che vedi solo tu e pochi altri sognatori. Dici che la gente è pronta… a che cosa? A dividere Gerusalemme? Ne sei così sicuro? A scendere dalle alture del Golan e rimettere tutto il Nord est di Israele sotto il tiro delle artiglierie siriane? Hai dimenticato quello che succedeva prima della guerra del 1967 quando giorno dopo giorno i villaggi e i kibbutz di frontiera erano sotto tiro esattamente come lo sono attualmente Sderot, Askelon e i kibbutz del Neghev? A chi vuoi far credere che da parte palestinese la maggioranza della popolazione si sia rassegnata alla pace? Ed anche se fosse, è giusta una pace che nasce da una rassegnazione e senza entusiasmo?
Cosa accadrà quando al posto della rassegnazione si insinuerà nei cuori della gente la rivendicazione? Una nuova guerra? Con questa prospettiva che senso ha una pace con le sembianze di una cattedrale nel deserto dalle fondamenta di fango? No, caro Amos, non deve essere la rassegnazione la base di una pace, ma l’accettazione dell’altro, della sua storia, della sua religione e delle sue tradizioni come vicino di casa. Un vicino con il quale si riesca a vivere in armonia, in collaborazione e nel rispetto nonostante le diversità. Perché mai i “dottori”, cioè i capi, dovrebbero essere “fifoni”? Fino a prova contraria non sono loro che vanno a combattere, ma il popolo. Forse, la mia è solo un’ipotesi, non se la sentono non perché hanno paura, ma semplicemente perché capiscono che i presupposti per una pace non ci sono. Da dove si vede tutto questo? Semplice… non esiste un Amos Oz Palestinese, Iraniano o Siriano, ed anche se nascesse tutto mi fa credere che non vivrebbe a lungo a meno di non rifugiarsi in occidente. Shalom con amicizia.

Oggettivamente, parlandone come da vivo, o era un coglione in buonafede, o era un bastardo in malafede. In nessuno dei due casi ci fa una gran figura, e in entrambi è stato un pericolo pubblico per Israele.

barbara

CIAO MAMMA, ADDIO PAPÀ

Lettera di un bambino ucciso dal silenzio del mondo

Ciao mamma,
addio papà,
sposi
vi ho visto per pochi istanti e vi devo già salutare.
Vi voglio bene mamma e papà,
purtroppo però me ne devo già andare.
Mi ero illuso di potere arrivare al mondo tra due mesi, di potermi nutrire del latte materno  tra un pianto e l’altro, di aprire gli occhi lentamente e scoprire il mistero di ciò che mi sta intorno.
Ma questo momento non è mai arrivato.
Da dentro al grembo  ho sentito sparare, urla di spavento e terrore mi sono giunte attraverso il liquido amniotico in cui ero immerso, luci, sirene, rumori di soccorsi.
E il battito del mio cuore, che fino a pochi secondi prima possedeva un ritmo cadenzato perfetto, si è rallentato.
Non so spiegarmi il motivo per il quale tutto ciò è accaduto. Perché un uomo che non mi ha mai visto, abbia voluto sparare a mia madre e a me, nel suo grembo. Dicono che stavamo aspettando l’autobus in un pezzo di terra contesa, raccontano che è questa terra il motivo alla base di questo furore omicida.
Ottant’anni fa altri esseri come me venivano portati al macello. Neonati, infanti, bambini che non avevano ancora imparato a camminare, venivano marchiati a fuoco con dei numeri che indicavano Jude, ebreo. E poi assassinati in massa, perché appartenenti a quel popolo così inviso, invidiato, a cui non è permesso vivere in pace da nessuna parte.
Addio miei cari nonni con cui non ho mai potuto giocare. Ho provato a sopravvivere alla cattiveria dell’uomo, ma non ce l’ho fatta.
Nonostante sia nato al settimo mese di gravidanza e abbia potuto vivere per poche ore, posso dirvi con certezza che non è affatto vero che ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona come enuncia l’articolo 3 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Non è vero che ogni bambino ha diritto ad avere una casa, una mamma e un papà.
E’ una menzogna,  il mondo non  si adopera affinché ogni fanciullo possa essere protetto da atti di crudeltà come enuncia la dichiarazione dei diritti del fanciullo dell’Onu.
Per colpa di persone allevate nell’odio, nell’intolleranza, me ne vado con un nome Amiad Yisrael, dato solo per essere inciso sulla mia tomba.
Il libro della mia vita si chiude per via di società civili e mass media che considerano ancora oggi la morte di un ebreo nella propria terra meno grave della morte di individui di altre religioni.
Me ne vado in silenzio a causa di un mondo che ancora oggi utilizza la fede di appartenenza come criterio per assegnare valore alla vita umana.

Amore mio,
un ultimo bacio sul tuo sudario così piccolo che nessuno potrebbe immaginare contenere una vita vera ormai spenta.
Amiad Yisrael
Ancora un ultimo saluto alla tua piccolissima mano, ai tuoi piedini, al tuo cuore che sentivo battere dentro di me a ogni ora del giorno e della notte.
Domanda in Cielo il perché di tutto questo. Fai sicuro che ti diano una risposta.
Sei stato bambino per qualche istante, l’odio dell’uomo ti ha trasformato in un angelo eterno.
Mandami un bacio amore mio, grande come quello che ti avrei chiesto se l’educazione alla violenza non ti avesse strappato l’anima prima ancora di venire al mondo.

Gheula Canarutto Nemni (qui)

Loro, nel frattempo, festeggiano con la consueta distribuzione di dolci la felice riuscita della mattanza.

barbara

QUESTA È SHIRA

Shira
di 21 anni, colpita l’altra sera, con altre 8 persone tra cui suo marito, da un commando di terroristi palestinesi che da una macchina hanno sparato contro un gruppo di civili israeliani fermi alla stazione dell’autobus. Shira, al settimo mese di gravidanza, colpita da una raffica di colpi è arrivata all’ospedale Shaarei zedek a Gerusalemme in condizioni gravissime. I medici hanno effettuato un parto cesareo d’urgenza per tentare di salvare il bambino. Entrambi sono ancora in pericolo di vita.
Tutto regolare, comunque,
hamas
con la solenne benedizione dell’Assemblea Generale dell’Onu che ha rifiutato di condannare Hamas per gli attentati terroristici condotti dalla striscia di Gaza.

barbara

PERCHÉ È STATO BENE ACCETTARE LA TREGUA

Anche se il cuore piange e le budella si contorcono. Lo spiega magistralmente Ugo Volli.

Che cosa è successo davvero a Gaza

Perché Israele non ha reagito ai bombardamenti di Hamas con un’operazione militare

Tutti sappiamo che nei giorni scorsi ci sono stati una serie di gravi incidenti a Gaza e dintorni. Una missione segreta, forse di raccolta di informazioni ma di cui non conosciamo l’obbiettivo e lo svolgimento, è stata scoperta e ha subito un’imboscata. Un tenente colonnello israeliano particolarmente stimato è stato ucciso e un altro ufficiale ferito. Nell’operazione di salvataggio la squadra dei terroristi che li aveva assaliti è stata distrutta, con sette morti dalla loro parte, fra cui un alto dirigente militare di Hamas; un’altra dozzina è stata ferita. In rappresaglia a queste perdite i terroristi hanno spedito quasi cinquecento fra razzi e colpi di mortaio su obiettivi civili Israele, uccidendo una persona (il caso ha voluto che fosse un lavoratore arabo di Hebron, che dormiva in una casa di Ashkelon e ferendone in diversa misura parecchie altre. Iron Dome ha abbattuto quasi tutti (ma non tutti) i razzi che apparivano diretti su luoghi abitati. L’aviazione israeliana ha risposto distruggendo una settantina di obiettivi militari e uccidendo una dozzina di terroristi. Dopo un giorno l’incidente è finito: Hamas ha chiesto il cessate il fuoco e il gabinetto di guerra israeliano ha deciso di non procedere con l’operazione di terra che era pronta.
Gli abitanti delle comunità intorno a Gaza hanno protestato, e giustamente perché la loro vita è spesso  resa difficilissima dagli attacchi missilistici e dai palloni molotov dei terroristi. Meno giustamente l’opposizione di sinistra (che rivendica l’eredità dei governi di Peres che ha consegnato quasi tutta Gaza all’Autorità Palestinese e di Sharon che ha sgomberato gli ebrei da quel che restava) ha attaccato il governo come incapace di difendere il paese. Ma questo sta nella dialettica democratica e saranno gli elettori a decidere chi ha ragione. All’estero e anche in Italia ci sono stati alcuni generali da salotto che senza alcun diritto politico o morale e soprattutto senza alcuna competenza hanno predicato l’occupazione di Gaza o la sua “distruzione”, dando dell’imbelle a Netanyahu.
In realtà il problema di Gaza non è risolvibile, può solo essere delimitato. Cerchiamo di guardare le cose dal punto di vista freddo di chi deve prendere le decisioni per Israele.  A Gaza vi è un milione e mezzo di persone che non c’è modo di fare magicamente scomparire. Buona parte fra loro appoggiano i terroristi, che sono forti di parecchie decine di migliaia di uomini armati e hanno usato tutte le loro risorse per preparare tunnel e bunker di difesa, fortemente minati. Questi e i loro centri comando, le loro fabbriche e  i loro depositi di armi, sono accuratamente sistemati vicino o sotto case d’abitazione, ospedali, scuole. Naturalmente non è possibile, per ragioni etiche e anche politiche, pensare di “spianare la striscia” con bombardamenti, come scrivono alcuni stupidi o provocatori. Né Hiroshima né Dresda possono essere esempi per l’esercito israeliano. Chi fosse così pazzo da tentarlo, provocherebbe la distruzione morale e probabilmente anche politica di Israele.
L’esercito israeliano può però conquistare sul terreno quest’incubo militare, ma a prezzo di molte decine o centinaia di morti suoi, e di migliaia o decine di migliaia di morti arabi, in buona parte civili. Ci sarebbe un prezzo politico altissimo da pagare, non solo sulle piazze occidentali ma anche nelle relazioni fondamentali che Israele sta costruendo con gli stati arabi contro l’Iran, che è il vero nemico pericoloso. Questa è la ragione per cui l’Iran sta finanziando Hamas esattamente per risucchiare Israele in un’operazione del genere.
Una volta conquistata Gaza, bisognerebbe decidere che farne. Tenerla occupata, senza avere eliminato tutti i terroristi fino all’ultimo (il che è impossibile), ci sarebbe un’emorragia continua di morti e feriti nell’esercito, a causa di attentati. Inoltre dovrebbero stare qui truppe che servono a difendere il Nord, richiedendo richiami massicci di riservisti, con i problemi conseguenti. Lasciarla vorrebbe dire restituirla a Hamas, che ha radici profonde nella striscia e quadri anche all’estero; o darla alla Jihad islamica, che è espressione diretta dell’Iran, o consegnarla a Fatah, cioè ad Abbas, ammesso che volesse e sapesse tenerla; ma non bisogna farsi illusioni, il movimento non ha meno propensione al terrorismo di Hamas. Più probabilmente ne uscirebbe una specie di anarchia, in cui le bande terroriste competerebbero fra loro sulla capacità di infliggere danni a Israele.
Si potrebbe infine fare un’operazione limitata come le precedenti, l’ingresso di qualche chilometro nel territorio di Gaza, con distruzione di risorse e organizzazione terroriste. Ma il risultato sarebbe solo provvisorio come nei casi precedenti. Al prezzo di qualche decina di morti fra i soldati israeliani e di qualche centinaia o migliaia di terroristi (ma anche di civili), e di costi politici notevoli, si restaurerebbe per un po’ di tempo la calma. Purtroppo se c’è una cosa che a Hamas non manca sono i ricambi militari, dato il lavaggio del cervello che ha inflitto alla popolazione. Le perdite, come è accaduto in passato, sarebbero presto ripianate.
Guardiamo ora l’altro lato della bilancia, sempre con la lucidità al limite del cinismo che occorre in questi casi. Hamas ha usato 500 missili in un paio di giorni, ottenendo un morto e qualche ferito. Di fatto non ha danneggiato Israele se non nel morale degli abitanti vicino alla Striscia, costretti a subire un logorante bombardamento nei rifugi. Ma sul piano militare non è accaduto nulla di significativo. Anzi, si è dimostrata con chiarezza l’impotenza del terrorismo dei missili. Hamas avrebbe potuto continuare una settimana o un mese, senza fare davvero male allo stato ebraico. Anche il tentativo di concentrare nel tempo e nello spazio il bombardamento non ha avuto esiti: ci sono stati 80 missili lanciati in un’ora su un territorio limitato, e Iron Dome ha retto. Si può dire che questa occasione abbia dimostrato che l’arma dei razzi, almeno di quelli a corto raggio di Hamas, è spuntata. (Per quelli molto più sofisticati di Hezbollah e dell’Iran il discorso potrebbe essere diverso.) Come del resto non sono decisivi i loro tunnel e gli assalti in massa alla frontiera. Hamas è nell’angolo, può gridare vittoria quanto vuole, sul piano militare, come su quello politico è perdente.
In nome della “deterrenza” bisognava fare un’operazione di rappresaglia e entrare a Gaza, come Hamas ha in sostanza invitato a fare? No, era una trappola. Così ha valutato l’esercito israeliano e così ha deciso il gabinetto di guerra e Netanyahu. Israele è interessato alla calma, non vuole avere perdite inutili, non vuole offrire il fianco alla propaganda antisemita, sa che la guerra vera è quella del Nord, con Iran, Hezbollah, Siria (e dietro, almeno in parte la Russia). Ha scelto una linea razionale, non emotiva. Non si è fatto tentare dalla logica di “punire” Hamas per le sue provocazioni, ma ha badato al calcolo dei propri interessi. Non ha consentito che si lacerasse la trama del dialogo con i paesi sunniti. Non ha dato armi propagandistiche ai boicottatori. Non ha mostrato debolezza, ma lucidità.
Ugo Volli, 14 novembre 2018, qui

Ogni tanto qualcuno chiede, più o meno provocatoriamente: “E allora? Che cosa si fa? Che cosa proponete? Come pensate di risolvere la situazione?” La risposta è che esistono situazioni in cui la soluzione, semplicemente, non c’è. E quando queste situazioni si presentano, sarebbe utile avere l’umiltà di riconoscere che la soluzione non l’abbiamo, perché non c’è, e noi non abbiamo i superpoteri, né la kryptonite in cassaforte. E quelli che sanno esattamente che cosa bisogna fare per risolvere ogni problema in 24 ore, lo mandiamo a fare compagnia a quelli che il pallone, se c’erano loro, a quest’ora sarebbe già entrato in porta cinquanta volte.

barbara