LE OLIMPIADI DI MONACO VISTE DAL DI DENTRO

È un libro autobiografico, narrato in terza persona, di un giornalista e scrittore svedese trovatosi ad assistere alle Olimpiadi del ’72, che sto leggendo in questo momento; proprio ieri ho letto il capitolo relativo alla vicenda, e ritengo interessante proporlo.

È come dovrebbe essere, fino alla mattina in cui tutto diventa come non avrebbe mai dovuto essere.
Ricorda il momento preciso.
È mattina presto in sala stampa, l’incomparabile Mark Spitz mostrerà al mondo le sue sette medaglie d’oro, ma è in ritardo e il capo ufficio stampa, Klein, annuncia invece nel suo solito modo estremamente corretto e distinto che quella mattina presto, dieser frühe Morgen, è successo qualcosa che ha sconvolto il mondo; anche se utilizza parole diverse: che un gruppo di terroristi, verosimilmente arabi, si è introdotto negli alloggi israeliani, uccidendo un partecipante e prendendo gli altri in ostaggio. Il gruppo in seguito avrà un nome, Settembre Nero, e pretenderà la liberazione di alcuni prigionieri palestinesi.
Poi, dopo una mezz’ora di attesa, viene fatto entrare Mark Spitz, pallido come un morto e con lo sguardo assente. Gli fanno domande a cui risponde a malapena. Poi iniziano le trenta ore di caccia.
Ha sempre sognato di trovarsi al centro quando la storia cambia direzione. Ma al centro, se per caso ci si ritrova davvero, è difficile vedere. In ogni caso vedere nel futuro: che le Olimpiadi di Monaco avrebbero segnato l’inizio di una nuova forma di guerra, basata non su eserciti che si affrontano in campo aperto per annientarsi a vicenda, ma sulla lotta tra eserciti invincibili ma impotenti e terroristi nei loro covi inaccessibili. Questo nessuno era in grado di vederlo.
Ma è quello che è successo. Il centro è un punto sopravvalutato.
Diciassette anni dopo si troverà a Praga nel novembre del 1989, nella notte in cui cade il muro e centinaia di migliaia di persone affollano piazza Venceslao, ma non capisce niente, si trova così vicino al centro che la folla oscura la storia, e vorrebbe più che altro dormire. Anche adesso non capisce niente, può solo provare dolore. Era tutto così divertente. Scriveva così bene. Si muoveva così facilmente, senza la minima stanchezza; aveva sognato di assistere a quei giochi sportivi per tutta la vita, di guardare e scrivere. Adesso solo dolore.
Si rende conto che quello che era il tema principale de Il secondo, il ruolo della politica nello sport, sarà spietatamente confermato.

Se c’era qualcuno che avrebbe dovuto saperlo, era lui.
A Monaco si costruisce un palcoscenico fantastico. Il mondo intero ammira quello spettacolo, sono tutti lì. La scena è illuminata, le telecamere puntate, la stampa mondiale si dispone sugli spalti. Si annunciano dei giochi che parleranno solo di sport. Per due settimane la realtà se ne starà fuori.
Ci si sbagliava. Quel teatro e quel palcoscenico sono troppo ben illuminati, quell’attenzione troppo intensa e allettante. Dato che tutto il mondo guarda quel palcoscenico, sono in molti a volerci salire, attori freddi come il ghiaccio con scopi ben diversi dallo sport. E infatti arrivano. Saltano sul palco e mettono in scena un gioco che parla del mondo fuori. Uomini mascherati di nero saltano su, inscenano un dramma chiamato il Conflitto palestinese.
A posteriori, era così facile da capire. La politica avrebbe fatto un solo boccone di quello spettacolo sportivo, e il gioco sarebbe finito. Cosa aveva detto la signora Meckel? Non aveva forse pregato il Salvatore Gesù Cristo di risparmiarlo dal veleno della politica?
Si domanda cosa starà pensando adesso.

La sala stampa dei giochi di Monaco, che veniva chiamata la Fossa, diventa il centro del mondo.
Per chi scriveva, la Fossa era il cuore stesso dei giochi: un’enorme buca imbottita al centro dell’edificio, piena di poltrone in pelle e tavolini bassi, con centinaia di monitor che in ogni istante trasmettevano lo spettacolo molteplice delle varie arene. Ci si poteva nascondere lì dentro, senza mai mettere piede negli stadi, ma quella frühe Morgen all’improvviso la Fossa sembrava logora, quasi sudicia. Normalmente non era popolata solo da quelli che scrivevano, ma anche dalle hostess incredibilmente belle e vestite di azzurro, il cui compito era assistere, guidare, sorridere e rispondere alle domande; si diceva che fossero cinquemila. Aveva notato che all’inizio dei giochi apparivano non solo belle e gentili ma anche quasi asetticamente irraggiungibili, plastificate, quasi divine.
Poi in un certo senso persero la loro freschezza.
Quelle con cui parla il giorno dell’inaugurazione, due settimane dopo non sono più le stesse: hanno qualcosa di rassegnato. Le Campanule, come venivano chiamate, verso la fine sono molto stanche, quasi implorano un po’ di contatto. Non sono più distanti, ma esauste; all’inizio consapevoli della loro incredibile bellezza, a mano a mano che passano i giorni e le settimane sembrano stancarsi dei giochi olimpici e della troppa birra, ne hanno abbastanza della Fossa e dei monitor, ingrassano quasi impercettibilmente, vogliono attaccare discorso su qualunque argomento tranne lo sport, qualsiasi cosa, e alla fine, fumando disperate in cerca di contatto per rompere la noia, non vedono l’ora che i giochi finiscano, per liberarsi dalla prigione dei media e riprendere i loro ruoli naturali in tutta libertà.
Qualunque questi siano. Supplente a Enköping, o regina di Svezia.
C’è qualcosa nell’appassire delle Campanule che lo tormenta in modo confuso. È forse al romanzo di Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, che pensa, il romanzo sul ritratto che invecchia, mentre il modello umano resta per sempre giovane?
Sta osservando il suo stesso ritratto?
E poi le Olimpiadi di Monaco del 1972 esplodono.

Le settimane prima dell’esplosione sono meravigliose. Scriverà un reportage sulle Olimpiadi, ma si rende conto di avere le sue debolezze.
È un osservatore timido. Alto e silenzioso, passeggia e osserva. È quello il suo metodo.
Un pino ambulante.
Nelle ore successive all’annuncio del rapimento, va a cercare alcuni amici della delegazione svedese al villaggio olimpico. È ancora possibile muoversi quasi liberamente. Per il momento niente sbarramenti attorno al villaggio e agli ostaggi, sempre che si riesca a sbarrare un posto del genere. Il villaggio è un formicaio, con innumerevoli corridoi e passaggi sotterranei, non sorvegliati. Quei giochi dovevano essere caratterizzati dalla gioia, die Heiterkeit, non dalla disciplina tedesca e dai controlli militari. Le Olimpiadi di Monaco avrebbero dovuto lavare via la germanicità dalla storia.
I dodici anni sotto Hitler sarebbero stati cancellati.
Se ne è reso conto e gli ha fatto piacere, fino al momento in cui, come tutti gli altri amanti dell’homo ludens, sarà colpito dalle conseguenze sotto forma di morte violenta. Tutte le regole di sicurezza erano state adattate a quell’ideologia della gioia, era possibile muoversi liberamente, quasi senza ostacoli, cosa di cui si erano accorti anche i terroristi, che perciò erano riusciti a entrare senza difficoltà negli alloggi israeliani.
Era quello dunque il centro della storia?
Gli danno una dritta su come arrivare agli alloggi israeliani, attraverso un corridoio sotterraneo. Scende dunque sottoterra come un Dante accreditato, per raggiungere il seminterrato degli alloggi israeliani, che funge anche da parcheggio per gli atleti canadesi.
Ha in mente di liberarli? No, vuole solo arrivare fino a lì e avere conferma della correttezza del suo metodo di lavoro, l’innocenza osservatrice.

Quando scrive di sport, non sa bene qual è il suo ruolo. È quello dell’Investigatore, come quando lavorava ai Legionari, o quello del bambino che al riparo della siepe di rosa canina sentiva i rumori delle partite dei Komet?
Quattordici anni dopo, nel 1986, si troverà in Messico per i Mondiali di calcio; ricopre ancora il ruolo di pino ambulante, molto alto ma silenzioso, a parte il fatto che durante le sue goffe passeggiate vede cose che nessun altro nota.
Ai mondiali del Messico ’86, tutto è accuratamente sorvegliato da migliaia di soldati. Nessuna traccia di Heiterkeit. Ci si aspetta che assista alla partita tra Uruguay e Germania dalla tribuna stampa. Arrivato davanti allo stadio, tra file e file di militari pesantemente armati che devono impedire qualsiasi dimostrazione, vede una troupe televisiva tedesca che, trascinando cavi e telecamere, viene fatta passare tra le truppe in tenuta antisommossa. Un lungo cavo penzola a terra: armato di buona volontà, lo solleva e in quel modo segue la zdf nei meandri della cittadella ben sorvegliata, reggendo passivamente l’estremità di un cavo.
La troupe si piazza dietro una delle porte, a pochi metri dalla linea di fondo. Si siede sull’erba e osserva pensosamente il primo tempo e il lavoro del portiere uruguayano. Una volta dopo l’altra, i bufali tedeschi si lanciano su di lui a folle velocità, facendo rintronare il terreno; dato che ricorda i suoi contributi da portiere nel Bureå if, e la sua codardia quando arrivavano i bufali, prova una profonda empatia. Da quella prospettiva, che non è quella della tribuna alta, la stessa dello spettatore televisivo, la logica del gioco si trasforma. La profondità di visione si riduce, le superfici libere si nascondono e spariscono. Ammira i giocatori che nonostante la prospettiva orizzontale riescono a vedere le superfici, ad agire secondo la prospettiva rialzata della tribuna. Ma lì, da quel punto a poche decine di centimetri dall’erba, ogni idea della “scacchiera del campo” scompare. Proverà poi, per verificare le sue osservazioni, a giocare una partita a scacchi con la scacchiera all’altezza degli occhi: perde rapidamente, e reputa confermate le osservazioni.
Durante l’intervallo si alza con calma e passeggia a bordo campo. È bello potersi sgranchire le gambe. Una volta all’interno di quel muro di Berlino messicano, la sorveglianza è praticamente nulla. A metà della linea laterale, sente un bisognino improvviso e si infila nella discesa da cui sono spariti i giocatori, in cerca di un bagno.
I corridoi sono quasi deserti.
Prosegue verso sinistra per una trentina di metri, niente guardie in giro, c’è una porta aperta, si dirige in quella direzione ed entra. È lo spogliatoio della squadra tedesca, tutti i giocatori sono seduti sulle panche in un silenzio assoluto. Al centro c’è Franz Beckenbauer, l’allenatore, elegante e rilassato; volta la testa verso di lui, non commenta, ma la sua espressione è interrogativa, o forse cortesemente critica nei confronti dell’intruso. Lui dice brevemente, e senza scomporsi, Entschuldigung!, scusate!, poi ripercorre il corridoio deserto e chiede come arrivare alla tribuna stampa, da dove assiste al secondo tempo.
Che conclusioni trae l’Investigatore da tutto ciò? Quasi nessuna, se non la riconquista del ricordo del suo lavoro di portiere, rischioso e poco fruttuoso, nel Bureå if.

Attraverso innumerevoli telecamere, il mondo guarda col fiato sospeso un balcone del villaggio olimpico da cui di tanto in tanto si affaccia un terrorista mascherato; ma lui percorre i corridoi sotterranei nella direzione che gli è stata suggerita, verso il garage dei canadesi, sotto gli alloggi israeliani.
A un certo punto chiede a un poliziotto Potrebbe indicarmi i bagni degli alloggi canadesi, ma per tutta risposta ottiene solo un perplesso e preoccupato cenno negativo della testa. Che apparentemente si lascia dietro un vago senso di colpa per non aver mostrato la gentilezza e la disponibilità prescritte dal principio di Heiterkeit di quei giochi olimpici.
Si rende conto che le colombe non hanno ancora avuto il tempo di riflettere, anche se i falchi sono già arrivati con possenti colpi d’ala e ora stringono gli ostaggi tra gli artigli.
Il sotterraneo è scarsamente illuminato, il garage semivuoto. Più avanza, più si rende conto che è lì che si sta preparando la liberazione; poliziotti che corrono, ombre indistinte, civili armati, soldati che arrivano di corsa. Dato che tanti poliziotti sono in borghese per non attirare l’attenzione, non attira l’attenzione nemmeno lui.
Alla fine si ritrova nel seminterrato situato esattamente sotto gli alloggi israeliani. Non ha bisogno di chiedere. È lì. Si sta preparando la liberazione. Un gruppo di poliziotti e artificieri indica verso l’alto, parlottando a bassa voce. Al soffitto è fissata una massa simile a stucco metallico, probabilmente esplosivo al plastico, sostenuta da alcuni puntelli. Capisce subito cosa stanno progettando. Hanno intenzione di far saltare il pavimento degli alloggi israeliani.
Stanno discutendo sullo spessore della soletta. Qualcuno ha i progetti dell’edificio.
Si ferma vicino a loro, dopo un attimo chiede se hanno intenzione di coordinare l’esplosione con un attacco dall’esterno. Ritiene che dopo tutto sia una domanda importante. Lo guardano e gli chiedono chi è.
Mostra educatamente il cartellino di accredito che ha nascosto sotto la camicia. Lo buttano immediatamente fuori, con gentilezza.
Che conclusioni ne trae?
Parecchie.
Tra le altre cose, che il bel sogno tedesco dell’Heiterkeit viene annientato. Si era sognato di cancellare in modo aperto e giocoso tredici anni di Storia.
E in effetti la storia cambiò direzione, ma non nel modo sognato.

Dodici ore più tardi era sullo spiazzo davanti agli alloggi israeliani, a faccia in su, come tutti gli altri, a guardare l’elicottero che prendeva il volo.
Era carico di morte, ma non lo sapeva ancora nessuno.
Da quel giorno non può vedere un elicottero di quel tipo senza pensare a Monaco ’72. I terroristi e gli ostaggi, come richiesto, sarebbero stati portati in elicottero fino a un aeroporto, per poi partire in aereo per il Cairo, dove sarebbero proseguite le trattative.
Nel frattempo, lo sanno tutti, non si poteva svolgere nessuna gara.
Una certezza improvvisa: o si liberano subito gli ostaggi, o i giochi di Monaco dovranno essere interrotti.
La logica del gioco pretende una liberazione immediata. A ogni costo.
Quella notte avrebbero scritto. Lången Olsson e Janne Mosander e Stig Bodin e Lennart Ericsson e lui, lavorarono in silenzio, con una strana calma, in modo molto tranquillo ed efficace. Quella notte consegnarono diciassette pagine, e a Stoccolma qualcun altro avrebbe proseguito il lavoro impaginando e formattando. Non aveva mai lavorato in quel modo per il giornale, aveva solo scritto degli articoli per la pagina della cultura.
Avrebbe ricordato quella notte per la calma, e per il piacere di lavorare insieme.
Erano come una squadra. Poteva essere anche così.

Quella notte la Fossa non si svuotò mai.
Verso il mattino – quando normalmente c’erano solo una ventina dei più resistenti e ubriachi, accasciati al bar o addormentati sulle poltrone – l’affollamento non fece che aumentare. L’elicottero era atterrato da qualche parte, non a Riem, forse a Fürstenfeldbruck, sì, era lì, un aeroporto militare. Venivano montate continuamente nuove telecamere, e man mano che passavano le ore invece della solita atmosfera alcolica si percepiva un clima più teso e aggressivo.
Fu annunciata una conferenza stampa per le quattro del mattino, ma lui seppe la verità già mezz’ora prima, da un giornalista israeliano che aveva conosciuto da studente all’università di Gerusalemme. Erano in mezzo alla sala stampa, e il giornalista israeliano gli disse con una calma e una precisione innaturali, Sì, li hanno uccisi tutti, lui chiese senza capire Tutti chi? e la risposta arrivò con la stessa gelida calma glaciale Hanno ucciso tutti gli israeliani, è vero, tutti, e poi lui confuso Chi, chi ha sparato? e la risposta, con un’ironia trattenuta appena percettibile, Tutti gli ostaggi sono morti, hanno sparato a tutti, nessuno sa chi è stato, probabilmente i tedeschi o gli arabi, e poi È vero? e con la stessa voce estremamente controllata Hell yes they are all dead it’s true.
A un’estremità della Fossa si accesero i riflettori. Era il momento di spiegare che il tentativo di liberazione era fallito. Che tutti gli atleti israeliani erano stati uccisi, oltre a cinque arabi e un poliziotto. Che in tutto quindici cadaveri restavano sul terreno dopo il massacro a Fürstenfeldbruck, l’aeroporto che fino a quel momento nessuno aveva mai sentito nominare. Tutti morti. Hell yes they are all dead it’s true. Quella notte cinque tiratori scelti tedeschi mal equipaggiati avevano cercato, al buio e da grande distanza, di abbattere i sequestratori che tenevano in ostaggio gli israeliani, e avevano fallito. Erano esplose delle granate, l’elicottero aveva preso fuoco. Nessuno in seguito sarebbe stato in grado di dire chi aveva ucciso chi.
Ma la caccia era finita.
Fu una notte senza stanchezza, ma dopo la conferenza stampa – Alle sind tot! – era sopravvenuto lo sbandamento. La Fossa non si era svuotata e quelli che erano rimasti si erano messi a bere. Si erano sparpagliati sui divani e sulle sedie e sul pavimento in quella sala gigantesca ormai puzzolente e invasa dal fumo delle sigarette, in quella mattinata grigia e chiara in cui regnava una confusione sorda e un senso di sporcizia indescrivibile. Sembrava quasi che un rigurgito di vino acido, di posacenere rovesciati e di vetri rotti si fosse riversato sulla Fossa, avvolgendo tutto in un’indescrivibile atmosfera di sconfitta e di rovina catastrofica. Molti dormivano sdraiati su tavoli e poltrone, con la bocca spalancata e il colletto sbottonato, con i tesserini di accredito, un tempo preziosi, amati e ben custoditi che gli pendevano dal collo, smaltendo col sonno l’abbattimento e la sbornia.
Si sedette in mezzo a loro.
I testi erano stati consegnati. La notte era finita e comunque fossero andate le cose, anche quei giochi olimpici di Monaco ’72 erano finiti. Poi probabilmente sarebbero iniziate le esequie, le Trauerfeier, che avrebbero scritto la parola fine sulle ventesime Olimpiadi dell’epoca moderna, e lui avrebbe assistito anche a quelle.

Trauerfeier, che strana parola. Festeggiare il lutto.
A cosa aveva assistito? Forse a una svolta della storia, non solo la vittoria del terrorismo sullo spirito ludico come sogno, ma anche un esempio concreto del passaggio della guerra moderna da lotta tra eserciti a terrore contro i civili, dalle analisi del grande stratega militare Clausewitz sull’efficacia dei grandi movimenti di truppe all’intifada, all’undici settembre, all’Iraq e alle perquisizioni delle cucine di periferia per identificare il nemico. Se doveva andare così, e in seguito ne sarebbe stato ancora più convinto, le Trauerfeier erano sicuramente giustificate, per rimarcare che la storia aveva ruotato attorno al suo perno.

Mi sembra che di spunti interessanti ce ne siano diversi; in particolare quello che nessuno, credo, ha mai osato dire ad alta voce e che l’autore apprende dall’amico israeliano: nessuno sa per quale mano siano morti gli ostaggi israeliani.

Per Olov Enquist, Un’altra vita, Iperborea (pp.207-217)

barbara

HANNO OCCHI E NON VEDONO, HANNO ORECCHI E NON ODONO

E qualunque cosa gli si metta davanti, continueranno e non vedere e non sentire. Mi viene in mente un’amica che a ogni attentato particolarmente feroce in Israele diceva: stavolta non possono non capire, stavolta devono vedere di chi è la colpa. E invece no, non capivano, non vedevano, non si accorgevano. Zero. E ricordo Lamberto Dini che dopo l’attentato del Dolphinarium, il primo giugno 2001, mentre gli israeliani erano ancora intenti a raccattare brandelli di carne e pezzi di cervello dei ragazzini fatti a pezzi spiaccicati su per muri, marciapiedi, finestrini di automobili, invitava entrambe le parti alla moderazione. Questi qui di oggi sono se possibile ancora peggio: questi armano chi da otto anni massacra e bombarda civili innocenti (oltre il 10% dei morti sono bambini) e intimano lo stop alla controparte. Ma veniamo agli ultimi fatti. Per cominciare vi affido al nostro Vittorio Rangeloni che vi porta a vedere l’ospedale pediatrico bombardato

Poi a Patrick Lancaster che vi ci porta dentro, nel rifugio in cui sono ammassate 200 donne tra puerpere coi bambini e prossime partorienti.

E infine ancora  a Lancaster per il  bombardamento successivo.

Anche chi non dovesse cavarsela troppo bene con l’inglese, potrà notare che quando i suoi interlocutori dicono che a bombardarli sono gli ucraini, regolarmente lui spiega che in America e in Europa dicono che a fare questo sono i russi, e la reazione degli interpellati è sempre la stessa, identica per tutti.

A proposito di Lamberto Dini, ho ripescato questo mio post di sedici anni e mezzo fa, che contiene diversi spunti interessanti.

Sul Corriere della Sera di oggi Gianna Fregonara un po’ intervista e un po’ racconta Lamberto Dini, l’uomo che possiede la risposta a tutte le domande. Innanzitutto Dini non crede che siano risolutivi «atti unilaterali da parte degli Stati Uniti o di Israele dopo le odiose dichiarazioni del presidente iraniano». Anzi, è convinto che chiedere sanzioni all’Iran da parte del Consiglio di Sicurezza «rischierebbe di spaccare la comunità internazionale di fronte a un problema così complicato come è l’Iran di Ahmadinejad». Lamberto Dini è un pragmatico, ci spiega la signora Fregonara, e ha sempre perseguito la via del dialogo con i Paesi islamici del Medio Oriente, ed è convinto che anche oggi il dialogo rimanga la migliore via d’uscita: e fin qui siamo nel campo delle opinioni, balorde finché si vuole, pericolose, quando a nutrirle è persona con responsabilità di governo, finché si vuole, ma pur sempre opinioni. Poi però il signor Dini pretende di passare ai dati di fatto: «Quando cominciammo la collaborazione economica c’era Khatami che pubblicamente riconosceva l’esistenza dello Stato di Israele e si dichiarava disposto ad accettare una pace purché andasse bene ai palestinesi» e qui non ci siamo proprio, perché il nostro, a quanto pare, ignora che Khatami, esattamente come Ahmadinejad, non ha mai pronunciato la parola Israele, ha continuato a costruire il nucleare, ha sempre scritto sui missili delle parate militari che erano destinati a Israele, ha sempre finanziato i gruppi terroristici attivi in Israele. E che dire di quando a Roma, durante una conferenza stampa, si rifiutò di rispondere a una domanda di un giornalista perché israeliano? A questo poi va aggiunto che il vero padrone dell’Iran, oggi con Ahmadinejad come ieri con Khatami, è Khamenei, la Suprema guida, e Khamenei si è sempre detto favorevole all’eliminazione di Israele e ha detto più volte che quando avranno i missili nucleari li utilizzeranno, perché se anche Israele dovesse rispondere, varrebbe comunque la pena di perdere milioni di vite islamiche in cambio della fine dello Stato di Israele. Ma di tutto questo il nostro lungimirante ex ministro degli Esteri non ha mai avuto sentore, e dunque «Abbiamo fatto un grande sforzo anche a livello di Unione Europea di convincere il governo iraniano che va bene il nucleare civile ma non hanno alcuna necessità di sviluppare ordigni nucleari. Abbiamo avuto alterni successi» anche se, bontà sua, «il dubbio sulle reali intenzioni dell’Iran non è mai cessato». Ciononostante «Durante i governi del centrosinistra i rapporti con l’amministrazione del presidente Khatami incrementarono i rapporti economici […] Finanziammo molti progetti per le infrastrutture […]». Ma adesso che Ahmadinejad ha detto quello che ha detto e nessuno si può più permettere di chiudere gli occhi, qual è la soluzione? Niente paura, all’immarcescibile la risposta non manca: «Se le parole di Ahmadinejad sono sconcertanti e tali da generare forti tensioni in Medio Oriente e nei rapporti con l’Europa e gli Usa, porre sanzioni potrebbe essere più pericoloso delle parole del presidente iraniano». Chiaro, no? E vediamo come si sia costruito quell’abito di “pragmatico” che la signora Fregonara gli attribuisce. Vi ricordate Camp David, luglio 2000? Già allora oltre il 90% della popolazione palestinese di Gaza e Cisgiordania viveva sotto amministrazione palestinese e non più sotto occupazione israeliana, e in quell’occasione Israele aveva proposto la consegna del 97% del territorio palestinese, la compensazione del 3% mancante con territori israeliani più densamente popolati da arabi e Gerusalemme est come capitale. La risposta di Arafat, come sappiamo, era stata la guerra. E che cosa suggerisce il nostro per uscire da questa situazione? Israele sta sbagliando tutto, dice: dovrebbe smettere di combattere e fare qualche proposta concreta. Vi ricordate l’attentato alla discoteca “Delfinario” di Tel Aviv, brandelli di ragazzini di tredici quattordici anni spiaccicati su per i muri? L’attentato è stato «un’atroce manifestazione di odio» scrive Dini nel suo messaggio di condoglianze al suo omologo israeliano Shimon Peres. E ora «È necessario un coraggioso e lungimirante sforzo da entrambe le parti in causa, per porre fine alla spirale di lutto e violenza, frutto di fanatismo ed esasperazione». E un anno più tardi, in un’intervista al Corriere: «Il governo Sharon sbaglia se pensa di mettere fine agli attacchi suicidi con la forza e l’occupazione militare. Finché i carri armati israeliani continuano a distruggere uomini, cose e infrastrutture, finché continuano a bruciare il futuro dei palestinesi, gli attacchi continueranno e potrebbero intensificarsi anche al di fuori della regione»Peccato che quando l’ondata di attentati era cominciata non ci fossero né carri armati, né occupazione. Anche in quel caso l’ineffabile aveva la soluzione pronta: «Una conferenza internazionale guidata da Usa, Europa e Russia, come a Oslo [che ha portato a un’impennata del terrorismo]. Alla presenza degli Stati arabi dovrà fissare confini sicuri per Israele e creare uno Stato palestinese, con regole che ne garantiscano il rispetto». Assolutamente perfetto: peccato che questo sia esattamente ciò che le risoluzioni Onu 242 e 338 chiedevano già dal tempo delle guerre dei Sei giorni e del Kippur, e che gli arabi le abbiano categoricamente respinte. E bisogna inoltre «ripartire dall’ultima risoluzione dell’Onu e dal piano di pace del principe saudita Abdallah, approvato all’unanimità da tutti i Paesi arabi». Assolutamente perfetto anche questo: peccato solo che fosse esattamente ciò che era stato proposto a Camp David, e che Arafat aveva rifiutato. Risparmio il resto dell’intervista, perché qualcuno potrebbe non avere una sufficiente scorta di Maalox sottomano, e aggiungo solo un’ultima perla: «Israele non ha mai fatto una proposta di pace». Ecco: questo è l’uomo che oggi ci offre la propria sapienza per risolvere la crisi iraniana.

E, a proposito di sanzioni: come mai a nessuno sono venute in mente negli otto ani in cui L’Ucraina massacrava e bombardava gli abitanti del Donbass?

E poi, quando gli anni saranno passati, e i capelli imbiancati, e le forze disperse…

barbara

TORNIAMO UN MOMENTO IN VIETNAM

Protestò contro la richiesta giunta da Washington di ridurre le vittime civili: nel 1968 il ritmo mensile delle sortite dei B-52 contro gli obiettivi in Vietnam del Sud e nel Laos quasi raddoppiarono, salendo a millecinquecento, e nel marzo del 1969 i giganteschi aeroplani scaricarono centotrentamila tonnellate di bombe. […] Ciò nonostante, nell’aprile del 1969 Abrams disse a un giornalista: «Quando abbiamo tenuto l’iniziativa… il nostro tasso di uccisioni è stato spettacolare». Il più aggressivo dei suoi subordinati, e il più notoriamente indifferente agli interessi vietnamiti, era il maggior generale Julian Ewell, un ferino veterano della divisione aviotrasportata nella seconda guerra mondiale. Nel 1968-1969 Ewell comandò la 9ª divisione nel delta del Mekong, quindi assunse il comando della II Field Force. Scrisse: «Sarebbe ora di finirla con l’approccio “cuori e menti”. Nel delta l’unico modo per avere la meglio sul controllo e il terrorismo VC è la forza bruta». Ewell non accettò i dati raccolti dall’ispettore generale del MACV, ovvero che durante i sei mesi dell’operazione Speedy Express, compiuta dalla sua formazione, fossero morti settemila civili. Nell’aprile del 1969, il drenaggio illegale di carburante dall’oleodotto dell’esercito a nord di Phu Cat raggiunse i ventitremila ettolitri al mese, e a livello nazionale le perdite toccarono i centosettantamila ettolitri. Durante la riunione settimanale del MACV si discusse di punire qualche ladro a mo’ di esempio. Un ufficiale obbiettò: «Non si può sparare alla gente per qualche furtarello». Ewell rispose: «Stron-za-te». Abrams espresse il proprio disagio per le uccisioni indiscriminate. Ewell disse: «Non sono d’accordo, generale. Trovi un’unità di guastatori che sta minando la strada e ne uccidi due o tre, e quelli la piantano. Questa gente sa contare. E diamine, quando li metti in fila [i corpi] il loro entusiasmo cala parecchio. È così che abbiamo sgomberato la Route 4: facendoli fuori». Abrams fece ridere tutti i presenti al tavolo dicendo: «Va bene, esamineremo la proposta». A ogni modo esortò a prestare attenzione ai civili: «Non vogliamo un tasso di terrorismo statunitense superiore a quello VC». Ma Ewell continuò a fare a modo suo. Il pilota di un elicottero d’assalto Huey si trovò a lavorare per un generale di brigata della 9ª divisione, John “Mal Hombre” Geraci: «I suoi ordini erano: uccidi tutto quello che si muove». Geraci portava con sé un bastone da ufficiale che era solito puntare al petto degli altri ufficiali per sottolineare: «Voglio dei morti». La 9ª divisione perfezionò una tecnica che prevedeva di isolare una zona con la fanteria per poi tempestare con l’aviazione e l’artiglieria tutto ciò che conteneva. Il numero dei morti era certamente notevole, ma esageratamente maggiore rispetto a quello delle armi sequestrate, l’indicatore più plausibile del fatto che stessero morendo le persone giuste. Il 12 novembre 1969, i cablogrammi dell’Associated Press riportarono il primo resoconto del giornalista d’inchiesta freelance Seymour Hersh, secondo cui alcuni uomini della 23ª divisione di fanteria “Americal” avevano perpetrato un massacro di civili a My Lai, a pochi chilometri dal mare nella provincia di Quang Ngai, per il quale massacro sarebbero finiti davanti alla corte marziale. Nei mesi e negli anni che seguirono, emerse che il 16 marzo 1968 almeno 504 contadini di tutte le età e di entrambi i sessi erano stati assassinati senza motivo dalla compagnia C, 1° battaglione del 20° reggimento di fanteria – per la maggior parte a “My Lai 4”, una borgata che in realtà si chiamava Tu Cung. Si ritiene che My Lai – nota come Pinkville fra alcuni grunts – abbia visto il maggior numero di uccisioni ingiustificate fra le molte avvenute durante la guerra, anche se c’è chi sostiene che le truppe stanziate in Corea del Sud abbiano combinato cose ancora peggiori. Il capitano Ernest Medina, che comandava la compagnia C, aveva in precedenza ordinato di sparare a sangue freddo a due marinai al largo, e gli uomini dell’unità massacrarono altri civili senza incorrere in provvedimenti. Chi stuprava non era soggetto ad azioni disciplinari. […] Nei mesi successivi a My Lai, ancora più scioccante del massacro fu il suo insabbiamento istituzionalizzato. I comandanti ignorarono il vivido rapporto a caldo del pilota di elicottero warrant officer Hugh Thompson, che il giorno stesso sollevò coraggiosamente un putiferio su quello che aveva visto, e continuò a sollevarlo anche in seguito. Il comandante dell’unità operativa, il tenente colonnello Frank Barker, liquidò le manifestazioni di disagio dovute alle affermazioni del 1° battaglione del 20° reggimento, che sosteneva di aver ucciso 128 nemici senza aver catturato una sola arma, dicendo: «È una tragedia aver ucciso queste donne e bambini, ma è successo in una situazione di combattimento». Nel marzo del 1969 Ronald Ridenhour, mitragliere di elicottero, scrisse a trenta membri del Congresso, descrivendo le atrocità che i suoi compagni gli avevano raccontato in modo credibile, suscitando in patria una piccola ondata di sconcerto che in seguito diventò un’alluvione. Tuttavia, l’ufficiale di stato maggiore della 23ª divisione, il maggiore Colin Powell, poi segretario di Stato degli Stati Uniti, produsse un memorandum per l’aiutante generale che costituiva la più totale copertura della vicenda. […] Dalle indagini su My Lai emersero le prove di altri crimini di guerra perpetrati nello stesso periodo dalla compagnia Bravo del 4° battaglione del 3° reggimento di fanteria, per i quali non fu mai condannato nessuno. Quando il tenente generale William Peers condusse un’indagine completa e tardiva nel novembre del 1969, le sue conclusioni citavano ventotto ufficiali, compresi due generali e quattro colonnelli, che egli accusava di 224 reati militari gravi, dalla falsa testimonianza all’omissione di denuncia di crimini di guerra alla cospirazione per insabbiare le informazioni possedute, e per aver partecipato a crimini di guerra o per non averli impediti. Si scoprì che più di quaranta dei centotré uomini della compagnia C avevano preso parte al massacro, e non uno dei soldati di fanteria aveva provato a impedirlo, né a fermare gli stupri collettivi. Anche se il comandante della 23ª divisione, il maggior generale Samuel Koster, fu, seppur tardivamente, degradato a generale di brigata, la corte marziale non inflisse condanne per nessun crimine grave, eccezion fatta per il comandante del 1° plotone, il tenente William Calley, il 29 marzo 1971. Benché Calley fosse stato condannato alla reclusione, il presidente intervenne immediatamente per ordinare che fosse semplicemente «confinato nei suoi alloggi». Quando il capitano Medina fu assolto, il giudice gli augurò buon compleanno. Dei cinquemila telegrammi inviati alla Casa bianca sulla condanna a Calley, quelli a favore del tozzo tenente erano circa cento contro uno, e il dirigente nazionale dei Veterans of Foreign Wars disse: «Per la prima volta nella nostra storia abbiamo processato un soldato per aver eseguito il suo dovere». Nel novembre del 1969, quando la stampa dedicava le prime pagine alla vicenda di My Lai, Nixon esclamò più volte a un addetto militare della Casa bianca: «Ci sono dietro quegli stramaledetti ebrei di New York». Le reclute che marciavano a Fort Benning intonavano: «Calley… Calley… È uno dei nostri». AFN Saigon trasmise più volte una ballata registrata da un gruppo vocale dell’Alabama che si faceva chiamare C Company: «Mi chiamo William Calley, sono un soldato di questa terra / avevo giurato di fare il mio dovere e di avere la meglio, / ma hanno fatto di me un cattivo / mi hanno appiccicato un’etichetta». Alla fine il MACV ordinò alla stazione radio di cessare la messa in onda del disco, che pur vendette duecentomila copie, ma non poté eliminare le scritte come «Uccidi un gook per Calley» tracciate dai grunts a Saigon.

Hastings, Max. Vietnam: una tragedia epica 1945 -1975, Neri Pozza, pagg. 656-660.

Questa la dedico a quelli che “e l’Holodomor”, “e Katyn”, “e Stalin” per dimostrare che a tutti i massacri e stupri e crimini di guerra e crimini contro l’umanità di cui il cicciobello in mimetica accusa la Russia dobbiamo credere ciecamente, per via dei “precedenti”. Ecco, qui abbiamo l’America del Vietnam, e della Corea, e di tutto il resto che sappiamo: quindi è fuori discussione che quanto viene detto sul fatto che l’America sta combattendo la sua guerra da “Russia delenda est” per interposta Ucraina è meritevole di essere creduto ciecamente, giusto? Soprattutto ora che il pupazzo sembrerebbe disposto a concedere la Crimea e concludere la pace ma la NATO – ossia ovviamente chi regge i fili di tutto il teatrino – ha detto che non se ne parla neanche (com’era quella storiella dello stato sovrano?), e così come Ifigenia deve morire affinché le navi possano salpare, così devono morire gli ucraini affinché l’America possa continuare a combattere la Russia. E poi magari teniamo anche presente che loro le nefandezze della Russia stanno continuando a raccontarle, noi quelle dell’Ucraina le documentiamo.

A proposito, visto che molti sostenitori dell’Ucraina sono anche sostenitori di Israele e naturalmente oppositori del terrorismo palestinese, che cosa mi dite di questo?

E questo?

Poi vediamo questo, di due giorni fa

E beccatevi anche questo

(Campanello d’allarme ancora niente? Due domandine ancora niente?)

Aggiungo un suggerimento che, anche se le api per me significano pericolo di morte, condivido:

Claudia Premi

Per aiutare le api servono aiuole così… il costo è basso… semi di fiori misti di campo!
Aiutate le api, non aiutate Zelensky.
Comunque, anche se le provocazioni nei confronti della Russia dovessero arrivare a un punto tale da indurla a usare un’arma atomica, noi possiamo dormire i nostri sonni tranquilli perché

anche se qualcuno fa notare che

Vabbè, adesso è il momento di fermarci con la cronaca e regalarci una bella polka.

barbara

CHE COSA È SUCCESSO VERAMENTE A ODESSA

Vediamolo nel dettaglio


Cosa è successo ieri ad Odessa?

Missili russi ad Odessa sui rifornimenti giunti all’aeroporto di Shkolny

by Patrizio Ricci, 25 Aprile 2022, qui, con foto e video.

I media dicono che la Russia vuole prendersi tutta la fascia costiera, Odessa compresa. Questa deduzione è stata avanzata dopo che ieri 23 aprile, i missili russi hanno raggiunto la città. Oltre che depositi militari all’aeroporto, sono stati colpiti anche alcuni edifici residenziali. Le vittime civili sarebbero almeno 6.
Anche La Verità (la testata italiana più onesta), nella sua versione online dice: “Il Cremlino parrebbe intenzionato a mettere nel proprio «bottino di guerra» l’intero accesso al Mar Nero. Gli scontri proseguono in modo intenso in tutto il Donbass: 42 piccoli centri sarebbero già stati conquistati.”

Ma è davvero così? Cosa è successo davvero?

Nel pomeriggio, su Internet è circolata la notizia dell’arrivo di missili russi a Odessa. Zelensky, Gerashchenko, Arestovich hanno immediatamente affermato che la Russia ha attaccato edifici residenziali ucraini con i missili lanciati dai bombardieri strategici (probabilmente TU 22).
Immediatamente sono state diffuse nella rete fotografie di edifici residenziali, si vedono grattacieli, tra cui colonne di fumo. A proposito, sembra che agli ucraini sia stato vietato pubblicare i risultati degli attacchi missilistici delle forze aeree russe, ma la cosa non ha avuto successo: ugualmente con i telefonini a disposizione di tutti, ci sono un sacco di foto caricate sui social.
I missili ad alta precisione X-101 delle forze aerospaziali russe ieri pomeriggio hanno reso inservibile il terminal logistico dell’aeroporto militare di Shkolny vicino a Odessa, dove era immagazzinato un grande lotto di armi straniere ricevute dagli Stati Uniti e dai paesi europei, riferisce il ministero della Difesa russo.
Cinque missili hanno colpito il bersaglio e due sono stati abbattuti dalla difesa aerea ucraina. Gli ucraini hanno immediatamente pubblicato le foto sui social network.
Come vedete, qui un missile è prima stato colpito ed i frammenti sono caduti sugli edifici residenziali.
È assai poco probabile che gli obiettivi fossero gli edifici residenziali e non si tratta solo di carità, di cattiveria o rispetto del diritto internazionale: può sembrare cinico, ma in gergo militare si dice che questi obiettivi ‘non sono remunerativi’.
Ma non solo: se guardiano la mappa delle strutture militari che si trovano nei pressi del complesso residenziale di Tiras, nei pressi del quale è avvenuto l’attacco missilistico, possiamo vedere che l’aeroporto militare più vicino dista solo 6,5 chilometri. Perciò tali oggetti sono solitamente coperti da sistemi di difesa aerea: questo particolare rende la ricostruzione ancora più coerente.
Apparentemente, i missili antiaerei delle forze armate ucraine hanno intercettato uno dei missili, ma lo hanno mancato o colpito ed i frammenti sono caduti nelle vicinanze in un edificio residenziale, danneggiando una grande conduttura di gas (da cui il denso fumo nero verticale).
Come potete vedere in queste terribili immagini, a causa dell’onda d’urto, tutte le finestre dell’edificio sono andate in frantumi e parecchi piani sono crollati. Ma non c’è stata alcuna detonazione di munizioni e nessuna esplosione. C’è stato un arrivo di parti enormi di missile con i resti di carburante.
Era altamente prevedibile che il ministero della Difesa russo avrebbe cercato di distruggere carri armati, obici, lanciagranate, MANPADS, ecc. e le montagne di munizioni consegnate ad Odessa in attesa di essere distribuite alle unità d’assalto ucraine.
Quindi non si tratta di estensione del conflitto ma di contrasto ai rifornimenti nelle zone di operazioni. Di conseguenza, gli attacchi in profondità o gli ‘errori’ continueranno inevitabilmente.

Riassumendo:

La difesa antiaerea delle forze armate ucraine ha sparato su uno dei missili, ma lo hanno mancato o colpito, ma i frammenti sono caduti sugli edifici residenziali.
La dinamica assomiglia a quanto visto a Kiev dove oltre il 95% dei danni agli edifici residenziali di sono stati causati da missili colpiti (il sistema di controllo è difettoso, i timoni stessi, ecc.), o da un colpo di un sistema di difesa missilistica abbattuto (l’esplosione di un elemento del sistema di difesa missilistica ha costretto il lanciamissili a cambiare la traiettoria di volo).
Per evitare che si verifichi una situazione del genere, i sistemi di difesa aerea dovrebbero intercettare i missili prima del loro avvicinamento agli insediamenti.
Spero che al più presto tutte le parti si possano mettere seduti ad un tavolo e ragionino senza preclusioni, soprattutto nell’interesse della gente. Naturalmente, non depone a favore di un allentamento della tensione l’immagine di uno dei negoziatori ucciso dalla propria stessa parte perché ‘troppo morbido’. Allo stesso modo non  reputo intelligente una politica priva di una visione del mondo che si affida solo al linguaggio delle armi
VPNews

E state a sentire questa, che è carina da matti, soprattutto per i dettagli.

Australia: le basi non amiche ai propri confini sembra proprio diano fastidio a tutti…

È possibile fare una analogia con la richiesta di sicurezza russa alla Nato?

by Patrizio Ricci, 25 Aprile 2022

Qualche tempo fa è stata ufficialmente annunciata l’informazione che la Cina e le Isole Salomone intendono concludere un accordo di difesa che consentirà alla Marina cinese di avere base in questo Paese.
Ma oggi all’improvviso gli australiani e i loro media si sono adirati: “Nella nostra regione, alle nostre porte, non ci saranno basi navali cinesi”: la base cinese sull’isola è ‘una linea rossa‘ e mai Australia tollererà la presenza dei cinesi.
“Lavorando insieme ai nostri partner in Nuova Zelanda e, naturalmente, negli Stati Uniti, condivido la stessa linea rossa che hanno gli Stati Uniti quando si tratta di questi problemi”, ha affermato Morrison. “Non avremo basi navali militari cinesi nella nostra regione alle nostre porte”. (Abc News)
Dal lato loro, “gli Stati Uniti agiranno “di conseguenza” se la Cina installerà una base militare nelle Isole Salomone, nel Pacifico. Lo rende noto la Casa Bianca, dopo che una delegazione statunitense si è recata nel Paese del Pacifico per incontrare il primo ministro” (Afp)
Gli USA hanno minacciato “ripercussioni se la Cina dovesse stabilire una presenza militare permanente nella nazione del Pacifico in base al nuovo accordo”. (Bol News)
Ora sta il fatto che le Isole Salomone non si può dire che siano proprio vicinissime al continente Australiano: distano circa 2.000 km dall’Australia.
Tuttavia, il ministro della Difesa australiano Peter Dutton ha affermato che “la Cina non dovrebbe essere autorizzata a stabilire basi militari nelle Isole Salomone”.
Questo naturalmente confonde un po’: ci è stato recentemente detto con aria istruttiva che le richieste della Russia di non schierare basi NATO vicino ai confini russi sono infondate. Non si diceva che i paesi d’Europa hanno il diritto sovrano di decidere a quali alleanze militari aderire e quali basi militari ospitare?

In precedenza il governo ha anche affermato che l’accordo tra la Cina e le Isole Salomone è un’altra manifestazione del modello di comportamento della Cina con altri paesi, inclusa l’Africa. Al riguardo, il ministro ha menzionato “pagamenti a scopo di corruzione, ma non ha fornito prove delle sue accuse.
Nello stesso tempo, come già indicato, le strutture militari cinesi potrebbero apparire a 2000 km dall’Australia. Mentre la Nato dovrebbe apparire a poco più di 40 km dal confine ucraino a Belgorod.
Inoltre, c’è da considerare che Usa-Gb-Australia hanno da qualche mese siglato un Patto anti-Cina denominato Aukus, che vedrà Stati Uniti e Gran Bretagna fornire a Canberra la delicata tecnologia per i sottomarini nucleari, nonché opporsi in modo aggressivo nel Pacifico e mar Cinese.
Quindi alla luce di tutto questo, è così sconcertante che la Cina si muova consequenzialmente? E se sì, allora cosa c’è di così difficile da capire nella richiesta russa -fatta l’anno scorso- quando chiedeva garanzie di sicurezza e di non far entrare l’Ucraina nella Nato?
A meno che, dopotutto, anche nel caso della Russia sia la Cina nel mirino. Quindi è possibile organizzare una fustigazione esemplare della Russia attraverso la guerra con l’Ucraina. Sta di fatto che nel Pacifico la Cina è molto presente e non militarmente, ma soprattutto economicamente. In molte isole del Pacifico sono continui i colpi di stato a favore degli USA, ma nelle isole Salomone alla rivolta anticinese ne è seguita una filocinese.
Con questo non si giustifica certo la guerra, ho voluto solo stigmatizzare il bias cognitivo: la temperatura di ebollizione non bisogna crearla, perché la pace si costruisce ascoltando anche le ragioni dell’altra parte.
patrizioricci by @VPNews, qui.

Mattetuppenza! Esisterebbero dunque situazioni geopolitiche per cui uno non sarebbe libero di scegliersi le alleanze che vuole perché questo altererebbe gli equilibri strategici?! Ma guarda cosa si viene a scoprire. Mah. E a proposito di equilibri internazionali, da ascoltare questo

E vale la pena di ascoltare anche il giornalista e scrittore tedesco Thomas Richter che, dopo aver visitato Melitopol, racconta come MSM distorce i fatti e distorce la verità su Mariupol, Azov e la guerra in Ucraina.

E, a piena conferma di quanto affermato da Richter:

https://www.facebook.com/100078480849164/videos/1039440149993448

Ancora un prezioso video sull’addestramento militare dei bambini

http://momovedim.blogspot.com/2022/04/indottrinamento-allodio-e-addestramento.html

Ma è davvero tantissimo diverso da quanto avviene a Gaza? E oltre all’addestramento militare, dal terrorismo palestinese hanno mutuato anche l’odio come materia scolastica, insegnato nei libri di scuola.
E dopo tanta bruttura, godiamoci qualche minuto di bellezza.

barbara

OGGI VI SCODELLO UN PAIO DI ARABI

Uno

Mus’ab Hasan Yusuf, figlio di un capo di Hamas

e due

Questo invece è un ebreo che si finge arabo

E qui ci sta bene questo incredibile scambio (il signore è noto per questo genere di disgustose provocazioni, e davvero non so dove Deborah trovi la pazienza di continuare a rispondergli invece di mandarlo colà dove merita di essere mandato).

Resto anch’io oltremodo stupito quando in alcune delle lettere pubblicate lamentele ed accuse (generiche a dire il vero) nei confronti dell’Europa colpevole, a giudizio degli scriventi, di “essere contro Israele”. E’ un’accusa che non sta nè in cielo nè in terra, a voler essere obiettivi! Non c’è politico europeo che non abbia manifestato piena solidarietà a Israele , da Macron alla Merkel, da Johnson ai nostri rappresentanti di governo, a cominciare dal patetico Giggino, sedicente ministro degli esteri, pronto, pur di conservare il prestigioso incarico, a qualsiasi voltafaccia rispetto alle posizioni del passato del suo gruppo politico. Senza parlare dei Paesi del nordest europeo, Austria, Ungheria, Romania, Bulgaria, Grecia, tutti a gara nel manifestare la propria solidarietà al povero Israele. Non vedo quindi nessuna ostilità da parte dell’Europa nei confronti dello stato ebraico, tutt’altro. Non capisco come si vogliano travisare i fatti a meno che non si voglia fare del vittimismo sempre e comunque. Dispiace infine notare nelle diverse lettere la mancanza totale di un minimo di umana compassione dei confronti delle centinaia di vittime della parte avversa, quantomeno i bambini palestinesi. E’ qui, mi dispiace dirlo, che noto il discrimine fra la morale cristiana e quella ebraica, perlomeno in quella parte del mondo ebraico che, senza se e senza ma, difende le ragioni di Israele senza riconoscere alla controparte neppure la dignità di esseri umani.  

Alessandro Bortolami

Gentile Alessandro,

Le risponderò con una battuta di Boris Johnson detta proprio in questi giorni durante un collegamento con i media: “Metà di voi sono antisemiti” Lo speaker che lo intervistava ribatte “Lei deve ritrattare questa affermazione” e Johnson ” Ha ragione, metà di voi non sono antisemiti”.  Lei asserisce che l’Europa non sia antisemita e che, travisando, facciamo solo del vittimismo. Bene, mi dica però una cosa che mi riesce difficile da capire. Come mai agli europei piace tanto il vittimismo degli arabi palestinesi che prima ci aggrediscono con 4300 missili e quando noi rispondiamo per difenderci vanno a piagnucolare all’ONU che vogliono il cessate il fuoco? E come mai l’Europa continua a mandare miliardi ai palestinesi sapendo che li usano solamente per armarsi e scavare tunnel attraverso i quali penetrare in Israele ad ammazzare civili? E come mai l’Europa parla sempre di occupazione israeliana dal momento che Gaza è occupata da Hamas, organizzazione terrorista legata all’Isis? E come mai dopo lo sfratto di quattro famiglie dal quartiere di Sheikh Jarrah, tutti a urlare “pulizia etnica”, a pappagallo, e senza sapere di cosa stavano parlando? Erano famiglie morose che non pagavano l’affitto da decenni, di generazione in generazione. Dopo l’ultimo invito rifiutato (ultimo in 54 anni, pensi che pazienza), sono state finalmente e giustamente sfrattate. Mi risulta succeda in ogni paese del mondo magari anche prima di lasciar passare mezzo secolo.  In 70 anni i palestinesi sono stati sommersi di denaro, a miliardi, ma lo sviluppo dove sta? Nelle ville con piscina dei capi, nei missili, nei tunnel. La figlia di Arafat ha ereditato dal padre defunto 8 miliardi di dollari! E lei mi parla di dignità del popolo palestinese che noi non sentiremmo nei loro confronti. Loro non hanno dignità perché i loro dittatori gliel’hanno rubata, insieme ai soldi dei donatori internazionali,  incolpando Israele per far crescere l’odio a dismisura. Sono tenuti nell’ignoranza e cresciuti nell’odio e voi europei, anziché riconoscerlo e aiutarli a liberarsi dal giogo delle loro feroci dittature accusate noi israeliani di ogni malefatta. Lei scrive che tutti i paesi d’Europa hanno espresso solidarietà a Israele e non è vero, alcuni lo hanno fatto, altri hanno messo sullo stesso piano Israele che si difendeva (avvisando sempre quando doveva bombardare le basi terroristiche per non colpire civili, (quale paese in guerra lo fa?) a Hamas , terrorista, che lo aggrediva. L’Europa crede ad ogni menzogna di Hamas e di Abu Mazen, persino all’uccisione di un’intera famiglia a Gaza da parte di Israele mentre quella povera gente è stata uccisa da un missile palestinese. Su 4300 missili almeno 800 se li sono tirati in testa ma i morti e i feriti sono stati poi attribuiti a Israele. L’Europa ha sempre preso sotto la sua ala protettrice gli arabi palestinesi fregandosene altamente dei curdi, degli uiguri, dei tibetani, degli yemeniti e di decine di altri popoli sottomessi e massacrati. Nelle capitali d’Europa hanno fatto manifestazioni oceaniche urlando alla morte e distruzione di Israele, 3000 a Londra, migliaia a Berlino, 3000 a Milano, a Napoli, a Palermo, a Trieste. Si è gridato alla distruzione d’Israele ed alla morte degli ebrei, si respirava la stessa aria degli anni 70/80. Concludo con una frase di Golda Meir, laburista, non certo donna di destra: “Ci dicono: tornate ai confini del 67 e ci sarà la pace. Ma noi eravamo sui confini del 67 e ci hanno fatto la guerra. Come mai? Gli arabi non vogliono un territorio, semplicemente si rifiutano di pensare che abbiamo diritto di esistere”. E questo è anche il pensiero di buona parte dell’Europa, media compresi. (qui)

Un cordiale shalom 
Deborah Fait

Ed eccola qui infatti, la grande Golda Meir, che risponde al più ridicolo dei mantra degli antisemiti travestiti da amanti della pace

Infatti, come disse un altro ebreo piuttosto noto:

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci.
Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?
Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi;
un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni.
Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco.
Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere».
(Matteo 7, 15-20)

E anche per oggi abbiamo concluso, a voi la linea.

barbara

METTIAMOCELO BENE IN TESTA: SONO ANTISIONISTI, NON ANTISEMITI!

Bombardiamo, bombardiamo Tel Aviv”

Rabbini aggrediti, monumenti alla Shoah profanati, parole di morte contro gli ebrei in Europa

di Giulio Meotti

ROMA – Domenica, mentre dal Canada arrivava il video di un ebreo picchiato da manifestanti filopalestinesi, un rabbino veniva aggredito a Londra. La sinagoga ortodossa di Chigwell, fuori dalla capitale, ha fatto sapere che il rabbino Rafi Goodwin è stato colpito alla testa e agli occhi mentre gli urlavano slogan antisemiti. Intanto un convoglio di auto con bandiere palestinesi e megafoni appariva nelle aree ebraiche del nord di Londra, la strada che attraversa Hampstead e Golders Green. Nel video gli abitanti si sentono ansimare di paura mentre per strada gridano “F**k gli ebrei, violentate le loro figlie”. In risposta al convoglio, il premier Boris Johnson ha detto: “Non c’è posto per l’antisemitismo nella nostra società”. E mentre la sinagoga Adat Yeshua a Norwich veniva profanata e un ufficiale della sicurezza ebraica di Londra suggeriva che gli ebrei non dovessero andare da soli alla sinagoga, la polizia doveva impedire ai manifestanti di raggiungere l’ambasciata israeliana, punto di arrivo di una marcia iniziata a Hyde Park e che gli organizzatori dicono abbia visto la partecipazione di 100 mila persone. C’era anche un enorme manichino raffigurante Israele come un ebreo degno di Der Stürmer, completo di naso adunco, lineamenti sinistri e corna. Si è marciato al grido di “Khaybar, khaybar ya yahud, jaish Muhammad saya’ud”.
La traduzione è “Khaybar, Khaybar, o ebrei, l’armata di Maometto ritornerà”. Khaybar è il nome dell’oasi abitata da ebrei che Maometto conquistò nel 628. Il luogo ha assunto un significato leggendario nella prospettiva islamista di una sottomissione finale e violenta degli ebrei.
Lo stesso grido usato da Hamas nella sua guerra contro Israele oggi risuona da Bruxelles a Vienna. Ad Amsterdam il motto della manifestazione, condannata dal premier Mark Rutte, è stato “dal mare al fiume, la Palestina sarà liberata”, evoluzione del vecchio “gettare gli ebrei in mare” che equivale alla distruzione di Israele.
A Stoccolma cori per “schiacciare il sionismo”. A Parigi, dove le autorità hanno vietato le manifestazioni per non veder ripetere le scene del 2014 con gli assalti alle sinagoghe (la peggior ondata di antisemitismo dalla Seconda guerra mondiale), manifestanti hanno marciato sopra le bandiere israeliane, come si fa in Iran.
Un reporter del quotidiano berlinese B.Z. ha seguìto la manifestazione nella capitale tedesca. “Ho sentito una canzone terribile ma purtroppo molto popolare nel mondo arabo: ‘Udrub Udrub Tal Abib’ (bombardiamo, bombardiamo Tel Aviv)”. Uno striscione chiedeva una “Palestina libera dal fiume Giordano al Mediterraneo”, senza Israele.
“Molti immigrati musulmani e un milieu di sinistra condividono la convinzione che gli israeliani in qualche modo meritino gli attacchi missilistici”, ha scritto sulla Welt Jacques Schuster, capo degli editorialisti del celebre quotidiano tedesco. “A una folla urlante è permesso di salire sulle barricate di fronte alle sinagoghe, esplodere di odio per gli ebrei, bruciare le stelle di David e tutto questo senza conseguenze”. Bandiere algerine, palestinesi e turche e duecento manifestanti davanti alla sinagoga di Gelsenkirchen al grido di “ebrei di merda”. Una bandiera israeliana issata sul municipio della città di Solingen è stata data alle fiamme, riferisce la Bild, con Tim Kurzbach, socialdemocratico e sindaco di Solingen, che parla di “atto vergognoso”. La città di Hagen alla fine ha rimosso la bandiera israeliana per non offendere parte della popolazione. A Berlino, una bandiera israeliana rubata dall’ufficio della Cdu della cancelliera Angela Merkel. Manifestanti hanno dato alle fiamme il memoriale della Grande sinagoga di Düsseldorf, distrutta dai nazisti nel 1938 durante la “Notte dei cristalli”. Un’altra bandiera israeliana bruciata a Münster fuori da una sinagoga.
L’ex premier francese e socialista Manuel Valls domenica ha detto che c’è una parte della sinistra filo Hamas, mentre a Milano abbiamo sentito in piazza Duomo “Allahu Akbar”. “Questo incontro tra islamismo radicale ed estrema sinistra è potenzialmente esplosivo”, ha detto ieri in televisione Bernard-Henri Lévy. Nessun cittadino di colore è inseguito per le strade di Londra e picchiato. Gli ebrei sì. Ma sono invisibili alla doppia morale dell’antirazzismo che, in nome della Palestina, flirta con l’antisemitismo. Surreale, si rifiutano di condividere una piattaforma con le femministe che pensano che il sesso biologico sia reale, ma marciano assieme a chi invoca l’uccisione degli ebrei.
Il Foglio, 18 maggio 2021)

Capito? Antisionisti, solo antisionisti, nient’altro che antisionisti, e non azzardatevi a insinuare che siano antisemiti.
Ora un’analisi della situazione e un interessante suggerimento.

Issacharoff: “Sul fuoco da Gaza ci vuole tolleranza zero o scoppierà un nuovo conflitto”

di Sharon Nizza

TEL AVIV — Israele è nel pieno di una “Fauda” su tutti i fronti. Ne parliamo con Avi Issacharoff, coautore della serie israeliana di successo, giornalista di punta sulle questioni palestinesi prima per Haaretz e oggi per Walla!

– Issacharoff, come siamo arrivati a questa situazione?
«Hamas ha iniziato questo conflitto lanciando sei razzi su Gerusalemme per stabilire una nuova equazione che va inquadrata nell’ambito degli interessi interni palestinesi. Nel momento in cui Abu Mazen ha annullato le elezioni, precludendo ad Hamas la possibilità di rilegittimarsi in Cisgiordania, Hamas ha intrapreso un’operazione ambiziosa per presentarsi come il vero padrone di casa in Cisgiordania, a Gerusalemme e persino tra gli arabi israeliani. Gli è riuscito solo in parte, ma ha dimostrando che ha il potenziale per farlo e questa è la sua vittoria strategica».

– Che cosa si aspetta succeda?
«Credo che si andrà verso una tregua a stretto giro. A Israele non rimangono molte opzioni: la maggior parte degli obiettivi operativi sono stati raggiunti, ha inferto alcuni duri colpi a Hamas, ma la vittoria rimane sul livello tattico e nel frattempo pagano il prezzo i civili».

– Netanyahu dice che durerà a lungo.
«Senza farne cospirazioni, in un certo senso c’è una coalizione informale tra Netanyahu e Hamas: si salvano a vicenda. I missili di Hamas hanno congelato i negoziati politici israeliani, mentre Netanyahu negli ultimi 12 anni ha lasciato che Hamas si rafforzasse militarmente, permettendo che producesse missili non stop, facendo entrare i milioni dal Qatar, concedendo agevolazioni umanitarie ed economiche che sperava avrebbero comprato la quiete. Allo stesso tempo indebolendo Abu Mazen, che non è detto potrà o avrà l’interesse di mantenere l’ordine ancora per molto in Cisgiordania. Se l’operazione a Gaza si dovesse prolungare, c’è il rischio di una nuova intifada».

– Le immagini di interi palazzi distrutti, compresi sedi di media, e il coinvolgimento di vittime civili, giustificano il colpo che Israele vuole infliggere a Hamas?
«Nella mia valutazione, tutto è dettato dal modus operandi di Hamas: se lanci razzi da una zona abitata, vuoi che Israele reagisca colpendo innocenti e fare sì che tutti condannino gli israeliani. Ma Israele ha il dovere di agire contro le rampe di lancio, i tunnel e i terroristi. Immaginiamo che un’organizzazione da un territorio limitrofo lanci razzi su Roma, qualcuno si porrebbe domande su come reagire? Stiamo parlando di un’organizzazione terroristica che sfrutta la propria popolazione nella maniera più cinica possibile: perché Hamas se ne sta sottoterra mentre i civili non sanno dove andare? Pochi giorni fa il ministero degli Interni di Hamas a Gaza ha mandato un sms a tutti i cittadini avvertendo di non pubblicare video di lanci di razzi. Gli interessa che non venga svelato dove sono i lanciarazzi, perché sanno bene che sparano da quartieri densamente popolati».

– Che cosa deve succedere perché le cose cambino?
«Israele deve cambiare la sua politica: significa contemplare anche mosse offensive nei momenti di apparente tranquillità, appena parte un solo razzo. Zero tolleranza verso l’arricchimento dell’arsenale di Hamas. O ci ritroveremo in un nuovo scontro a breve».
(la Repubblica, 17 maggio 2021)

Ripesco un vecchissimo articolo, inviatomi all’epoca dall’amico Toni (dove sei, grande Toni?)

Ma cosa dovrebbe fare Israele per difendersi?                     

Da un articolo di Evelyn Gordon su Jerusalem Post, 20 febbraio 2001                                                              

Esiste una qualunque misura che Israele potrebbe adottare per difendere la propria popolazione dagli attacchi palestinesi e che sia considerata legittima da governi e osservatori occidentali?   
Nel corso degli ultimi mesi, di fonte alla vera e propria guerra di attrito che i palestinesi hanno scatenato in risposta a offerte negoziali senza precedenti, Israele ha tentato tutta una serie di tattiche diverse che sono state invariabilmente condannate, anche in Europa e negli Stati Uniti.         
All’inizio il governo israeliano adottò la tattica più semplice di tutte: disse semplicemente ai suoi soldati di rispondere al fuoco quando erano presi di mira. Ma, dal momento che i miliziani palestinesi adottarono sistematicamente la pratica di sparare dal bel mezzo di folle di civili più o meno aggressive, questa       tattica si tradusse in un alto numero di vittime tra la popolazione, e non solo tra i miliziani armati. Ne seguì una condanna universale della “ferocia” d’Israele, con una sorta di invito implicito ai soldati israeliani a lasciarsi bersagliare senza reagire.        
Israele decise poi di colpire le proprietà anziché le persone. In risposta ai più gravi attacchi palestinesi, venne dato l’ordine di distruggere edifici appartenenti alle organizzazioni responsabili, dopo averne avvertito gli occupanti e aver dato loro il tempo per mettersi al sicuro. Per garantire la minore quantità possibile di danni collaterali si fece ricorso a sistemi d’arma sofisticati, come gli elicotteri da combattimento. Risultato: condanna universale di Israele, questa volta per aver fatto uso di armi tecnologiche, benché fosse evidente che il loro utilizzo mirava proprio a evitare vittime civili.                         
Israele ha anche tentato la leva della pressione economica, una tattica cui spesso le nazioni fanno ricorso in caso di conflitti a bassa intensità come strumento alternativo allo scontro violento. Sembrava ovvio che Israele avesse il diritto di sospendere il trasferimento all’Autorità Palestinese dei fondi coi quali essa  si procura le armi da guerra che poi vengono usate contro militari e civili israeliani, o finanzia le campagne di istigazione all’odio che poi scatenano attentati e violenze contro Israele. Impedire alla popolazione del campo avverso d’attraversare il confine e congelare i beni patrimoniali del nemico sono  comportamenti assolutamente normali in caso di conflitto. Ma evidentemente non è così nel caso di Israele, criticato da tutti anche per queste misure di semplice prevenzione.                  
Infine, il governo israeliano ha optato per la tattica più difficile, quella di cercare di arrestare e, quando non è possibile, uccidere con precisione soltanto gli individui che si rendono responsabili di attacchi e violenze. Una tattica che non comporta danni né vittime tra la popolazione inerme perché le Forze di Difesa israeliane possono scegliere il momento e il luogo per colpire, quando non ci sono civili innocenti nei paraggi. Questo in genere significa sorprendere i terroristi mentre non sono concretamente impegnati in attività violente. In teoria, non ci sarebbe nulla di sbagliato: cogliere il nemico di sorpresa è una delle regole più ovvie della tattica militare. Nessuno si aspetta da un esercito in guerra che, in ogni singola occasione, prima di sparare aspetti che sia il nemico ad aprire il fuoco. Ma anche qui, sembra che le regole normali non valgano per Israele. E così una tattica che punta, a costo di maggiori rischi per i soldati israeliani, a colpire in modo mirato i responsabili evitando il più possibile vittime civili è stata condannata come una forma di brutale assassinio.
A questo punto sarebbe legittimo domandare a politici e osservatori occidentali secondo loro quale tattica sarebbe mai concessa a Israele, a parte quella di lasciare che i suoi cittadini, militari e non, vengano bersagliati senza muovere un dito per difenderli. Non c’è governo israeliano che non userebbe molto volentieri tattiche di difesa gradite all’occidente, se solo queste tattiche esistessero. Ma se, come pare, non esiste strumento di difesa che Israele possa adottare senza incorrere nella condanna universale, allora il governo israeliano – qualunque governo israeliano – non potrà fare altro che ignorare l’opinione pubblica internazionale e comportarsi come ritiene necessario. Giacché nessun governo israeliano, come nessun altro governo del mondo, può stare con le mani in mano mentre ogni giorno i suoi cittadini vengono aggrediti e minacciati di linciaggio.

E chiudo tornando a casa nostra.  

Gerardo Verolino

Per la rubrica “Scene da un manicomio”

l’altro giorno, ad Aosta, un centinaio di attivisti Lgbt ha organizzato un flash mob a sostegno del ddl Zan contro l’omofobia ma anche a difesa dl Hamas che, a Gaza, perseguita i gay considerando l’omosessualità un crimine. In pratica, hanno manifestato per gli omosessuali e, nello stesso momento, per i loro carnefici.

Infermieri!

Hanno il cervello liquefatto, e non se ne accorgono.
Vi lascio con due immagini: chi, in casa nostra, fa il tifo per il terrorismo

e da dove parte tutto questo

Pienamente prevedibile, del resto, e previsto, già dal momento in cui una certa signora ha pubblicamente dichiarato: “Biden sarà presidente, qualunque sia il conteggio finale” e il citato signore, in uno dei suoi molti momenti di scarsa lucidità e conseguente scarso autocontrollo si è lasciato andare ad annunciare che “abbiamo messo in piedi la più straordinaria macchina di brogli elettorali della storia”.

barbara

GEOPOLITICA E DISTORSIONE DELLA REALTÀ

maggio 17, 2021

In seguito alla pubblicazione dell’articolo di Piero Fassino pubblicato il 15 maggio su Atlante, pubblichiamo, l’attenta analisi di Emanuel Segre Amar e Barbara Mella. 

https://www.pierofassino.it/150521SAE.html

di Emanuel Segre Amar e Barbara Mella –

Piero Fassino è considerato, nelle file del PD, uno tra i politici più vicini a Israele, ed esperto di questioni mediorientali avendo spesso avuto incarichi legati alla politica estera (anche attualmente è il presidente della Commissione Esteri). Quando parla del conflitto tra arabo-palestinesi ed israeliani non perde l’occasione di affermare che “sono d’accordo su tutto, manca solo la fiducia reciproca”.

– “la diplomazia internazionale a lungo colpevolmente distratta”: Sì, questo è vero: infinite condanne per ogni singolo gesto di Israele e zero prese di posizione contro il terrorismo palestinese: molto distratta e molto colpevole

– “in quella terra… ci sono due diritti ugualmente legittimi”: Il diritto che rivendicano sia Hamas che l’OLP (rappresentato dall’Autorità Palestinese, guidata da Abu Mazen), è la distruzione di Israele e l’espulsione (per Hamas l’eliminazione fisica) di tutti gli ebrei: il signor Fassino riconosce tale pretesa come un diritto legittimo? A parte questo, nel pieno della guerra attualmente in corso, alla luce anche di quanto segue, andrei cauto prima di mettere sullo stesso piano i due diritti, uno dei quali, rivendicato dalle cancellerie europee ma non – se non come pretesto per le azioni terroristiche – dai palestinesi, è quello “del popolo palestinese ad avere una propria patria”: se si guarda al Diritto Internazionale, i palestinesi dovrebbero accontentarsi della patria ottenuta in Transgiordania, oggi regno di Giordania. Ottenuta, non dimentichiamolo, tramite la sottrazione, perpetrata dalla Gran Bretagna, del 78% della terra assegnata agli ebrei come “Focolare nazionale” dalla Dichiarazione Balfour.

– “accordi di Oslo… fondati sul principio: Due popoli. Due Stati”: negli accordi di Oslo non si parla specificatamente di Due Stati.

– “lo Stato Palestinese avrebbe dovuto nascere sui territori della Cisgiordania”: ripeto, questo non sta scritto da nessuna parte, e qui Fassino dimentica anche la suddivisione dei “territori” in 3 zone, A, B e C, con l’accordo che nella zona C Israele avrebbe mantenuto il controllo militare e amministrativo.

-“soprattutto il percorso di pace è stato minato dai settori radicali ebraici e palestinesi che non hanno mai accettato la legittimità di due diritti”: Ancora e sempre la vergognosa equiparazione fra chi vuole distruggere e chi vuole costruire, fra chi vuole sterminare e chi tenta di difendersi, per non parlare di questi “settori radicali ebraici” che tanto ricordano quei famigerati “circoli ebraici internazionali che controllano la finanza per dominare il mondo” di protocollare memoria

– “le sette religiose ebraiche, i coloni e la destra israeliana non hanno mai riconosciuto gli accordi di Oslo”: In Israele la politica estera la decide il parlamento, non le “sette religiose”, e sfido il signor Fassino a ricordare un solo accordo internazionale preso da Israele e non rispettato, al contrario della controparte, che, forte del suo regime dittatoriale che non rende conto ad alcuna legge e ad alcun parlamento, non ne ha mai rispettato uno. E vale la pena di ricordare che lo stesso Arafat da un lato ha sempre evitato che l’OLP riconoscesse il Diritto di esistere di Israele, disattendendo quanto si era ufficialmente impegnato a fare, e dall’altro lo stesso giorno in cui firmò la “Declaration of Principles” nel giardino della Casa Bianca nel 1993, spiegò la sua azione alla TV giordana con queste parole: “Visto che non possiamo sconfiggere Israele con la guerra, dobbiamo farlo in diverse tappe. Prenderemo tutti i territori della Palestina che riusciremo a prendere, vi stabiliremo la sovranità, e li useremo come punto di partenza per prendere di più. Quando verrà il tempo, potremo unirci alle altre nazioni arabe per l’attacco finale contro Israele”.

– “Netanyahu… autorizza continui illegittimi insediamenti ebraici sui Territori palestinesi”: secondo il Diritto Internazionale (Conferenza di Sanremo del 1920, conferma alla Società delle Nazioni nel 1922 e ripreso dall’ONU con l’art. 80 nel 1945), gli insediamenti sono legittimi, e si trovano tutti nella zona C che si trova sotto il controllo amministrativo di Israele.

– “Netanyahu…persegue la giudaizzazione di Gerusalemme”: Giudaizzazione di Gerusalemme?! Di grazia, chi è che l’ha fondata oltre tremila anni fa? Chi è che per oltre tremila anni non ha mai smesso di risiedervi? Chi è che da tremila anni la ricorda costantemente nelle proprie preghiere? Di chi sono le tombe antiche di millenni che vi si trovano? Ma si rende conto il signor Fassino delle oscenità che va dicendo?

– si sono “messi in condizione di minorità i partiti israeliani che vogliono la pace e Abu Mazen e la dirigenza palestinese moderata”: è davvero sicuro che sia soltanto l’opposizione di sinistra israeliana a volere la pace, e non la stragrande maggioranza degli israeliani e dei rappresentanti da loro eletti alla Knesset? Quanto alla moderazione di Abu Mazen e della sua dirigenza palestinese, rinvio il lettore paziente al termine di questo commento.

– “Abu Mazen, temendo la vittoria (di Hamas e della Jihad) ha più volte rinviato le elezioni presidenziali e parlamentari”: Cioè Abu Mazen non convoca elezioni da quindici anni per evitare la guerra? E tutte le guerre e tutto il terrorismo perpetrati in questi quindici anni da dove vengono? Potrebbe bastare questo cumulo di assurdità? A noi sì, ma a Fassino a quanto pare no: per lui, infatti, gli eventi di queste settimane sono stati “innescati dalla difficile fase post elettorale israeliana”: difficile trovare una qualche logica in questa affermazione.

– “i radicali nei due campi”: sembra proprio una patologica coazione a ripetere.

– “i religiosi e i coloni si sono mobilitati invadendo le strade di Gerusalemme est con manifestazioni di violenta ostilità verso la popolazione araba”: qui Fassino dimentica di dire che queste manifestazioni sono state innescate da attacchi arabi contro ebrei che si recavano tranquillamente al Kotel per la preghiera.

– per Fassino quanto sta succedendo sarebbe dovuto a questi “scontri” che poi “Hamas e Jihad hanno deciso di radicalizzare”: analisi, se così possiamo chiamarla, che ignora totalmente  la realtà dei fatti e la situazione sul terreno, e sicuramente insufficiente a spiegare quanto sta avvenendo.

– “non può essere concesso nessun spazio o alibi a chi come Hamas e Jihad…né a chi in campo ebraico”: caro Fassino, anche se qualcuno le ha raccontato il contrario, una menzogna non diventa verità continuando a ripeterla.

– “la dirigenza palestinese ricusi nettamente ogni strategia di negazione di Israele”: La “dirigenza palestinese”, esattamente come Hamas, è nata all’unico scopo di cancellare Israele (non dimentichiamo che l’OLP, organizzazione per la liberazione della Palestina, è stata fondata nel 1964: in quel tempo non c’erano “territori occupati”, l’unico territorio occupato da Israele era lo stato di Israele; e nello statuto di AlFatah, che Fassino potrà comodamente consultare in rete dove è reperibile in inglese, sono tuttora presenti ben otto articoli che prevedono la distruzione di Israele come obiettivo primario e irrinunciabile). Il suo appello è pertanto del tutto privo di senso.

“il governo israeliano fermi ulteriori insediamenti illegali in Cisgiordania (abbiamo già visto che non sono illegali per il Diritto Internazionale) e le forzate espulsioni di popolazione araba dalle proprie abitazioni”: Fassino si riferisce evidentemente al procrastinato sfratto di famiglie abusivamente insediatesi in abitazioni di proprietà ebraica (quando nel 1948 la Giordania invase e occupò illegalmente la parte più antica e più profondamente ebraica di Gerusalemme e ne espulse tutti gli ebrei che vi risiedevano), e per giunta morose da anni: un normale, legalissimo sfratto

– “è necessaria una forte azione persuasiva… delle Nazioni Unite,… Stati Uniti, Unione Europea e dei suoi Paesi – a partire dall’Italia”: non sarebbe più utile e proficua una forte azione sui palestinesi, a cominciare dallo smettere di inviare miliardi di dollari che vanno tutti in terrorismo e mega ville per i capi?

– è necessario “un negoziato che richiede reciproco riconoscimento e fiducia”: vecchio mantra di Fassino: per lui manca solo la fiducia per firmare la pace; non sarebbe più realistico perseguire la cessazione del terrorismo, usando ogni mezzo per renderlo meno appetibile, anziché affidarsi a vecchi mantra vuoti e irrealistici?

Ma a questo punto è necessaria una precisazione su colui che Fassino definisce sempre “il mio amico Abu Mazen: codesto signore, che io (Segre Amar) non ho potuto incontrare in una delegazione ufficiale organizzata proprio da Fassino perché rappresentavo, all’epoca, la Comunità Ebraica di Torino – e per questa ragione mi venne impedito di partecipare agli incontri oltre la linea verde (ed è opportuno ricordare che Abu Mazen rifiuta qualsiasi presenza ebraica nel futuro, eventuale stato palestinese) – non è affatto moderato come viene definito in questo articolo sul quale abbiamo qui voluto riflettere. Egli infatti, (Niram Ferretti, Il Sabba intorno a Israele, pag. 19 e segg.) in un discorso pronunciato il 16 settembre 2015, trasmesso anche dalla televisione palestinese, affermava, tra l’altro, “la mancanza di diritto da parte degli ebrei (degli “ebrei”, già, ma non stupiamocene più di tanto visto che è anche un negazionista della Shoah) di contaminare con i loro “piedi sporchi” il suolo della moschea di al-Aqsa; due giorni dopo, il 18 settembre 2015, l’Unione Internazionale degli Studiosi Musulmani invitava a raccolta i palestinesi a difesa della moschea, e si scatenava quell’intifada (ottobre 2015-aprile 2016) che tante vittime causò al popolo israeliano; la stessa tecnica usata fin dal 1929 dal gran Mufti Amin al-Husseini, amico di Hitler e ispiratore delle SS islamiche. Senza dimenticare i lauti stipendi che prodiga a tutti coloro che uccidono civili israeliani, le scuole e sedi sportive intitolate a terroristi e la continua istigazione al terrorismo. In definitiva considerarsi amico di Abu Mazen ed essere obiettivi sulla questione israeliana è un inconciliabile ossimoro. Come questo articolo dimostra oltre ogni dubbio.

Non possiamo chiudere questo nostro intervento senza riprendere un passaggio dell’ultima newsletter di Piero Fassino, in cui, dopo un sommario elenco di vari conflitti in atto nel mondo, da quello in Israele a quelli in Siria, Yemen, Birmania, Tigray, mescolati in un unico calderone come se si trattasse di realtà identiche o comunque paragonabili, conclude: “La tentazione di risolvere i conflitti con la forza è antica quanto la storia del mondo.
Ma è una tentazione illusoria: con le armi si può conquistare un territorio altrui, occupare una nazione vicina, reprimere una minoranza, rovesciare una democrazia. Ma le armi producono distruzioni, vittime innocenti e sofferenze, scavando un solco di odio, rancori, ansie di vendetta che germineranno più atroci conflitti.
Ci sarà pace giusta, stabilità durevole, sicurezza soltanto se sul crepitio delle armi prevarrà il suono della parola, se alla protervia dell’imposizione si sostituirà il dialogo, se l’uso della forza cederà il passo al negoziato.”

Sembra ignorare, il signor Fassino, l’esistenza di un’altra situazione in cui si fa ricorso alle armi: la legittima difesa. La necessità di sopravvivere. La difesa della vita umana. O forse non dovrebbe farvi ricorso neppure la polizia per fermare un aspirante omicida? Quanto al negoziato da preferire alla forza, le dice niente, signor Fassino, la conferenza di Monaco? Quella in cui c’era da scegliere fra la guerra e il disonore e, scegliendo il disonore, si è avuta anche la guerra? Quella in cui a un fulmineo attacco a un Hitler ancora impreparato che sarebbe costato forse qualche migliaio di morti si è preferito un dialogo che ha portato a cinque anni e mezzo di guerra, decine di milioni di morti e un intero continente in macerie?
Concludiamo citando una frase che capita spesso di sentire, ma che forse al signor Fassino, distratto da troppo impegni, può essere sfuggita:

“Khaybar, khaybar ya yahud, jaish Muhammad saya’ud”: “Khaybar, Khaybar, o ebrei, l’armata di Maometto ritornerà”. È un grido di battaglia, che si lancia quando ci si prepara ad attaccare gli ebrei. Si sente spesso, da parte dei musulmani. Si è sentito gridare anche a bordo della prima Flottilla “umanitaria” diretta a Gaza piena di armi di ogni sorta. E si è sentita risuonare anche sulle strade delle nostre città, in occasione di manifestazioni di solidarietà al popolo palestinese. Non farebbe male ricordarlo. (qui)

E non c’è niente da fare: meno sanno e più si mettono in cattedra.

A commento di questo articolo aggiungo alcune immagini estremamente realistiche: sulle responsabilità

sui metodi di lavoro palestinesi

su Pallywood sempre in azione

e infine sul senso morale di casa nostra

barbara

LE CASE DELLA DISCORDIA

Quelle da cui, secondo la narrativa filo terrorista, gli ebrei vorrebbero sfrattare gli abitanti arabi. Quello che vediamo in questo breve filmato è un episodio del film “Collina 24 non risponde” girato nel 1955 da Thorold Dickinson, e mostra ciò di cui raramente si sente parlare. Guardate questo video. Guardate queste scene. Guardate questi vicoli. Guardate queste case. Guardate queste pietre.

Ecco, queste sono le case da cui gli ebrei sono stati cacciati, con gli stracci che avevano addosso, nel 1948. Queste sono le case in cui, grazie all’occupazione illegale giordana, si sono insediati gli arabi. Queste sono le case che adesso gli arabi continuano a rivendicare come proprie. E che usano come pretesto per la guerra di missili da Gaza e i pogrom casa per casa nelle città, che hanno scatenato in questi ultimi giorni. Della tragedia dei poveri palestinesi tutti si riempiono la bocca, ma di questo tragico esodo (oltre a quello del milione di ebrei cacciati dai Paesi arabi) quanti sentono parlare?

Poi, oltre ai criminali terroristi, ritengo doveroso ricordare anche i complici – per non dire mandanti.

Cristina Buonomo

Poco prima di cadere Trump twittò: voglio solo impedire al mondo di suicidarsi. In quel momento stava tessendo una rete diplomatica tra Israele e mondo arabo dopo aver disinnescato le tensioni con la Corea del Nord e aver abbandonato de facto i nazisti ucraini al loro destino tentando il dialogo con Putin.
Arriva Biden e in cento giorni riesplodono tutte le tensioni del mondo.
Molti fra noi hanno ampiamente capito che la mostrificazione di Trump è stato il più grande fake del XXI secolo assieme alla beatificazione di Obama.
Ma la Storia darà ragione a Trump.
(cit.)Alfonso m.

Cui vanno aggiungi gli utili idioti.

Inevitabile che Israele risponda alla violenza dei terroristi di Gaza, sottolinea Della Pergola. Evitabile invece secondo il demografo fomentare un clima di tensione come accaduto nei giorni precedenti l’esplosione di violenza. “Ci troviamo di fronte a una situazione molto complicata. Da giorni c’erano risse alla Porta di Damasco. Personaggi estremisti come Itamar Ben Gvir, esponente kahanista entrato in parlamento con l’appoggio di Benjamin Netanyahu, hanno cercato di creare disordini e scontri. E francamente anche la sfilata organizzata per il Giorno di Gerusalemme, fatta in quel modo, per me è stata una provocazione inutile.

Capito? Adesso che si sono scatenati bisogna per forza difendersi, però a scatenare gli arabi sono stati gli ebrei. Siccome “c’erano risse” (Risse a che livello di violenza? Risse iniziate da chi? Risse con quali conseguenze? Non si sa. Non è importante, evidentemente, saperlo). Mai una volta che si smentisca, quell’uomo, neanche per sbaglio.

Concludo il post odierno con la documentazione del fatto che perfino la faziosissima televisione palestinese riesce a essere più onesta delle televisioni europee

Qui spiegazioni e traduzione in italiano.

barbara

ISRAELE ANCORA

Inizio riproponendo un vecchio post di otto anni fa, che aiuta a dare un’idea degli atteggiamenti e delle posizioni dell’Intelligencija sinistroide nei confronti di tutto ciò che riguarda Israele, attitudini purtroppo drammaticamente attuali.

In ricordo di Margherita Hack

Per ricordare degnamente la Grande Scienziata recentemente scomparsa, ripropongo questa lettera aperta scritta nel dicembre del 2007.

Lettera aperta a Margherita Hack

Gentile Signora Hack conoscendo la sua formazione scientifica, constatiamo con stupore come, assieme a noti antisemiti, lei abbia firmato l’appello “Gaza vivrà”, si veda il sito “www.gazavive.com”, pubblicato su un dominio registrato a nome di un noto militante dell’estrema destra nazifascista. In quell’appello si afferma testualmente che lo Stato di Israele sta compiendo un supposto “genocidio” ai danni dei palestinesi della striscia di Gaza “come nei campi di concentramento nazisti” e si domanda al governo Prodi di rifiutare la definizione, riconosciuta universalmente, di organizzazione terrorista, per Hamas. Da anni ormai la propaganda antisemita dipinge il governo di Gerusalemme ed il suo popolo come genocida, tralasciando di specificare come questo Stato viva, dal momento della sua fondazione, sotto minaccia di costante distruzione mediante guerre, azioni terroristiche, lancio di missili Qassam, rapimenti ed uccisioni di militari e di civili, e senza considerare la fine che Israele avrebbe da lungo fatto, se non avesse saputo o potuto difendersi.
La compassione per il popolo ebraico che ha visto cessare la minaccia dello sterminio per mano nazista nel momento stesso in cui è cominciata quella dell’annientamento per mano araba non può che associarsi al biasimo per quei dittatori arabi che, dopo aver mandato al macello i palestinesi contro Israele, si sono rifiutati di accoglierli come esuli e li hanno costretti a vivere nell’ignoranza, nel sottosviluppo e nella miseria dei campi profughi. Per fare in modo che sia gli israeliani che gli arabi abbiano un’opportunità di vivere nella sicurezza e nella pace, il contributo della comunità internazionale è senz’altro auspicabile. Ma la pace non può essere in alcun modo raggiunta sostenendo un’organizzazione terrorista come Hamas, un gruppo che compie stragi di civili e che nel suo Statuto dichiara espressamente la sua volontà di distruggere uno Stato internazionalmente riconosciuto, che impone al suo stesso popolo una sottomissione forzata ai dettami del più bieco fondamentalismo religioso e che usa i fondi degli aiuti internazionali per acquistare armi e ricompensare le famiglie dei terroristi suicidi.  Il sostegno fattivo alla pace richiede perseveranza, mediazione, comprensione e rispetto per chi ha duramente lottato e lavorato per inverare il sogno sionista e realizzare il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico, per un popolo che dopo millenni di persecuzioni è riuscito a costruire l’unico Stato democratico del Medio Oriente, pagando con ingenti sacrifici la sua volontà di resistere all’annientamento, alla colonizzazione araba e al terrorismo. Le abbiamo scritto questa lettera aperta per domandarle come si possa firmare un documento di così dubbia provenienza e che contiene così orribili menzogne, arrivando a paragonare Israele – il paese edificato dai sopravvissuti all’Olocausto – alla bestialità infame del nazismo. Un regime d’ispirazione nazista che di certo non avrebbe aspettato più di mezzo secolo per risolvere i problemi coi paesi ostili che minacciano i suoi confini, né restituito gran parte dei territori occupati vincendo delle guerre di aggressione, né tanto meno sobbarcandosi per anni il rifornimento energetico di un nemico che invece di sedersi al tavolo delle trattative continua ad aggredire le località di confine con quotidiani lanci di missili Qassam. Restiamo in attesa di conoscere come abbia trovato il coraggio di sottoscrivere un appello tanto ingiusto e menzognero.

Distinti saluti
Abu Ibrahim Kalim
Seguono 3400 firme
(qui un’altra presa di posizione)

Ecco,  a noi hanno sempre venduto la storia che la signora Hack sarebbe una scienziata, e noi sappiamo che  se c’è una cosa tipica dello scienziato, non dico di un grande scienziato, non dico di uno scienziato di medio calibro, dico anche dell’ultimo borsista neolaureato, è la VERIFICA. Lo scienziato, se mentre sta per uscire la mamma gli dice prendi l’ombrello che piove, guarda dalla finestra, verifica che sta effettivamente piovendo, e ALLORA prende l’ombrello. Non perché non si fidi della mamma, ma perché la verifica è nel suo DNA.  Ora, qui abbiamo una signora che secondo la vulgata dovrebbe essere una scienziata, addirittura una Grande Scienziata; qualcuno le racconta l’amena storiella del genocidio del popolo di Gaza,  le racconta che gli israeliani stanno facendo morire di fame i poveri innocenti palestinesi e lei che cosa fa? SE LA BEVE. Sarebbe bastato un semplice giro in internet per trovare documentazione dei mercati di Gaza pieni di ogni bendidio, centri commerciali con ogni sorta di merci, compresi beni di lusso, e strade piene di auto (= abbondanza di carburante) anche di grossa cilindrata, e giardini e ville e alberghi di lusso con giardini e terrazze e piscine, i parchi giochi per bambini che non hanno niente da invidiare ai nostri, le decine di camion che ogni giorno da Israele portano a Gaza cibo, medicinali e ogni genere di beni di prima e seconda necessità, le centinaia di persone che lasciano Gaza per andarsi a curare negli ospedali israeliani.  Sarebbe  bastato un quarto d’ora in internet per verificare (mentre è sufficiente un’occhiata ogni tanto ai quotidiani per sapere dei massacri perpetrati dai suoi amati palestinesi in ristoranti, pizzerie, autobus, discoteche, scuole, fino ai neonati sgozzati nella culla), ma la Grande Scienziata non lo ha fatto, non ha ritenuto opportuno farlo, non ha sentito la necessità di VERIFICARE. Quanto al “genocidio”, non posso fare altro che auto citarmi, riportando un mio pezzo di quattro anni e mezzo fa.

Gli armeni della Turchia hanno subito un genocidio: prima erano tre milioni, dopo breve tempo erano uno e mezzo. Gli ebrei d’Europa hanno subito un genocidio: prima erano 12 milioni, pochi anni dopo erano diventati 6. I cambogiani hanno subito un genocidio: prima erano quattro milioni e mezzo, dopo erano tre. I tutsi hanno subito un genocidio: erano un milione e mezzo e in brevissimo tempo si sono ridotti a mezzo milione. I palestinesi da sessant’anni stanno subendo un genocidio: nel 1947 erano un milione e duecentomila, oggi, dopo sessant’anni di ininterrotto genocidio, sono, a quanto pare, un po’ più di dieci milioni: due e mezzo in Cisgiordania, uno e mezzo a Gaza, uno e tre in Israele, e circa cinque milioni di cosiddetti profughi. Qualcuno, un giorno, ce la dovrà spiegare questa cosa.

Gli scienziati, in teoria, dovrebbero andare abbastanza d’accordo coi numeri, ma la signora Hack questi calcoletti semplici semplici da quinta elementare non li ha saputi fare. Non sarà che è stata così pronta a sposare la causa che le veniva proposta – quella di un feroce terrorismo genocida – perché così bene si sposava con quei sentimenti che l’avevano spinta, a suo tempo, a iscriversi al Partito Nazionale Fascista e a interrompere ogni rapporto con la sua insegnante ebrea cacciata dalla scuola con le leggi razziali?

(Poi, più o meno in tema, vai a dare un’occhiata anche qui e qui).

Per la cronaca attuale vi mando a leggere questo articolo di Sharon Nizza, questo di Marco Loriga, questo ancora di Sharon Nizza e questo di autore palestinese, che non ci sta mai male di sentire anche la controparte. Poi facciamo due conti, che un ripassino di matematica fa sempre bene,

Secondo me, per la verità, dovrebbe fare l’80%…

e la prossima volta che andate al supermercato,

o prendete un autobus

provate a immaginare…

La situazione è nera, nerissima, ma Israele sta reagendo bene, e siamo sicuri che ne uscirà a testa alta ancora una volta. Nel frattempo, per non rischiare di demoralizzarci troppo, godiamoci questa chicca,

e poi anche questa e questa.

barbara

ISRAELE SOTTO ATTACCO

Ancora una volta è guerra aperta contro Israele – contro gli ebrei israeliani, per la precisione. Ramadan, come è noto, è il mese sacro, il mese della purificazione, e quale migliore purificazione di una bella strage di ebrei? Trecento razzi in 24 ore: in media uno ogni cinque minuti. E, come possiamo vedere in queste immagini, partono regolarmente da edifici civili, in modo che su quelli cada poi la risposta israeliana.

C’è poi sempre chi si diletta a parlare di “razzi artigianali”. Ecco, questi proprio razzetti fatti in casa non sembrerebbero,

e comunque ci sono morti e feriti, provocati da questi gingilli. E questi sono alcuni degli effetti provocati.

Questo video ci può dare un’idea migliore di che cosa può provare chi si trova sotto i bombardamenti

E meglio ancora quest’altro di Sharon Nizza.
E poi c’è la guerriglia urbana

e i tentativi di linciaggio

e guardiamo anche questo video

E infine sono tornati i palloncini incendiari a seminare fuoco e distruzione

E non possono mancare le solite menzogne, come quella dei tre bambini palestinesi “uccisi da Israele”, mentre invece

E infine la nota amena della famosa cultura che a sinistra prospera e domina

Concludo con un argomento di cui molto si parla in questi giorni, ma molto poco si sa e, spesso, soprattutto da parte di chi dovrebbe informare, ancora meno si capisce: Sheikh Jarrah, di cui ho parlato in questo mio vecchio post.

barbara