E GLI ANNI PASSANO E PASSANO E PASSANO…

Questa canzone, per esempio, ne ha quasi sei.

barbara

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200 RAZZI IN 24 ORE

In Israele si vive così

A Gaza invece si vive così.

Magari se sei bravo trovi la differenza. E magari magari riesci anche a vedere la disperata miseria in cui questa gente è costretta a vivere.
14 luglio 2018
barbara

ISRAELE, LE ARMI, GLI APPELLI

Dario Calimani, come già ho avuto occasione di dire, è un signore di sinistra, molto di sinistra. E critico nei confronti di Israele, molto critico. Ma ci sono momenti in cui anche uno molto di sinistra, anche uno molto critico, se non è del tutto obnubilato dall’ideologia, è indotto a dire alt, qui il limite è stato superato.

A deporre – per chi lo richiedesse – a favore della mia non spiccata passione per la politica dell’attuale governo israeliano stanno i sette anni di note frammentarie che ho pubblicato su queste pagine. Come pedigree a me basta e avanza. Alla sinistra non devo rispondere di nulla. Alla destra non ho mai ‘strizzato l’occhio’, anche se a qualche buontempone piace affermarlo sui social network. In breve, il mio amore per Israele non ha conti aperti da pagare o da far pagare, né debiti né crediti.
Per questo, in un momento assai delicato e imbarazzante per lo Stato d’Israele e per la sua immagine agli occhi del mondo, non sono riuscito a firmare un appello di critica che chiedesse a Israele di far tacere le armi. E non perché la pace non sia necessaria, e non perché non pensi che si sarebbero potuti esperire altri mezzi per contrastare la strategia di Hamas, ma perché gli appelli, oltre a non servire a nulla se non a illudere chi li firma di essere a posto con se stessi, lasciano nel più profondo silenzio molto più di quanto essi non possano – ma dovrebbero – esprimere.
Ho preferito tenermi il disagio del silenzio piuttosto che firmare tacendo la crisi, perché nel chiedere a Israele di rinunciare all’uso sproporzionato della forza di fronte alla protesta/provocazione palestinese a Gaza non sarei riuscito a dar voce agli interrogativi che dovrebbero scuotere ogni coscienza onesta.
Perché l’onestà non può non chiedersi che cosa Hamas volesse ottenere ammassando venti-trentamila persone lungo il confine con Israele. Perché l’onestà non può disconoscere che fra la moltitudine spinta ‘pacificamente’ contro il filo spinato giravano armi e bottiglie molotov, oltre che fionde e sassi, mentre i pneumatici in fiamme avvelenavano l’aria. E perché l’onestà non può disconoscere che uno sfondamento della barriera di sicurezza non sarebbe sfociato in un festival dei fiori, come amano presumere politici e giornalisti faziosi. L’onestà non può firmare un appello come se non sapesse che Hamas manda il popolo palestinese allo sbaraglio promettendo un centinaio di dollari a ogni partecipante alla manifestazione, bambini inclusi; e che Hamas offre migliaia di dollari di compensazione alle famiglie delle eventuali vittime, ossia di coloro che vengono spinti avanti con la speranza che un cecchino li uccida; e che fra queste vittime c’è stata anche una bambina palestinese già gravemente malata di cui la madre è andata a esibire la morte sul confine per addossarne la colpa a un soldato israeliano e farsi così liquidare l’assicurazione sulla sua povera vita. L’onestà non può fingere di non sapere che dei sessanta morti di questa ‘strage’ almeno cinquanta, per ammissione stessa di Hamas, facevano parte dell’organizzazione terroristica. Pecorelle smarrite che pascolavano innocenti lungo il confine.
Tutto questo, che l’onestà vorrebbe come premessa in un appello che voglia denunciare l’uso spropositato della forza da parte di Israele, l’appello non lo può precisare, nella sua concisa e strategica retorica. Eppure, alla censura della politica di un governo israeliano a dir poco non lungimirante, la cui immagine internazionalmente screditata viene ulteriormente mostruosizzata dall’animosità concentrica dei media, non corrisponde una censura altrettanto dura, altrettanto oggettiva su quanto accade dall’altra parte del confine, su tutti i suoi come e tutti i suoi perché.
Ma ci sono altre considerazioni che trattengono dal firmare appelli contro Israele in un frangente come questo, perché anche da opinionisti moderati si sente parlare di ‘settecentomila palestinesi cacciati’ dagli ebrei nel 1948 per quella che chiamano la ‘Nakba’, il loro ‘disastro’, e non si dice che una parte consistente di arabi palestinesi fu invece convinta a scappare con la promessa che sarebbero tornati con l’aiuto dei paesi arabi per mandare a mare gli ebrei di Palestina. E perché la storia di Israele, questi opinionisti obiettivi, la presentano come fosse iniziata dopo la Shoah, perché Israele, a loro modo di vedere, non ha diritti e legami storici con la terra di Palestina. A popolare la terra di Canaan, a edificare il primo e il secondo Tempio, a scrivere i Rotoli del Mar Morto, a subire due esili, a coltivare per secoli il sogno del ritorno a Sion sono stati, evidentemente, non gli ebrei bensì gli arabi palestinesi. E quindi gli ebrei devono ringraziare i nazisti se ora hanno una terra in Israele.
Gli opinionisti moderati, che con un buon grado di prevenzione e parzialità criticano Israele, tirano troppo spesso in ballo la Shoah con collegamenti e analogie da far rivoltare lo stomaco. E ti spingono a chiederti quanto fiele antisemita aliti da certa critica, e perché, di fronte a sessanta morti palestinesi ci sia un’attenzione (giustissima) che i cinquecentomila morti in Siria non hanno meritato e non stanno meritando. E ti chiedi perché la stampa, sensibile e attenta e obiettiva, non dedichi allora pagine intere al massacro che Erdogan, dittatore e assassino seriale, sta commettendo ai danni dei curdi. E impari così che zoomare sul volto di un solo bambino fa più effetto che puntare la telecamera sui volti di diecimila bambini.
Se sessanta morti sono una ‘strage’, come si va ripetendo, delibando con soddisfazione il termine, centinaia di migliaia di morti che cosa sono? E con quale coraggio posso firmare un appello mettendo sotto accusa lo Stato di Israele se non ho mai firmato (e nessuno me l’ha mai chiesto) almeno uno analogo a favore dei curdi? e dei siriani?
Di fronte a tanti silenzi, di fronte a tanta demagogia e a tanta strumentalizzazione si finisce per diventare egoisti. E, alla pari degli altri, ti ritrovi a chiederti: se non sono io per me, chi è per me? Ossia: da che parte sto, alla fine? Perché, se sto al centro, dalla parte del giusto, non c’è nulla che io possa tacere, è vero; ma allora mi aspetto che anche gli altri stiano al centro, dalla parte del giusto, e mi aspetto che ciò che io riconosco ai palestinesi il resto del mondo lo riconosca a Israele. Io vedo la sofferenza dei palestinesi e invoco per loro uno stato e chiedo che possano vivere sicuri e in pace. Ma chi firmerà un appello analogo per invocare una pace giusta e sicura anche per Israele, che non implichi la sua distruzione?
“Oggi mi vergogno di essere un israeliano”, ha scritto Kobi Meidan, conduttore della Radio militare di Israele. Qualcuno dalla parte palestinese ha mai scritto lo stesso di fronte al massacro abominevole, strumentale e strategico cui Hamas ha mandato vecchi, donne e bambini? Come si misura allora la qualità delle coscienze?
C’è, infine, un altro aspetto che lascia perplessi di fronte ad appelli ebraici di critica a Israele. Non ho nulla da contestare a Grossman quando dice che Israele ormai ‘è una fortezza e non una casa’. Grossman è israeliano, ha consapevolezza piena e diretta della vita e della morte degli israeliani. Io non mi impedisco di pensare Israele e, se del caso, di criticarlo, ma ogni volta che lo faccio mi chiedo non tanto se io, in quanto non israeliano, abbia il diritto di parola, bensì se io sia inserito propriamente nel popolo ebraico e nella sua vita, nella sua esperienza storica ed esistenziale; se io sia parte integrante del corpo del popolo di Israele e della sua comunità, benché nella Diaspora. Insomma, se io ne sia dentro o ne sia fuori, se io veda Israele e il popolo di Israele dall’interno della sua coscienza o semplicemente dall’esterno, come uno spettatore distaccato, che si risveglia dal suo letargo ebraico e lo giudica come potrebbe fare un qualsiasi altro essere umano, dalla asettica posizione di una coscienza universale. Parteggiare mette a rischio la coscienza non meno della pretesa di equidistanza.
Se non firmo appelli è perché mi sento ancora, sempre, criticamente dentro. Come un figlio all’interno di una famiglia di cui riconosce colpe e difetti, ma da cui non gli va di dissociarsi. ‘Non separarti dalla comunità’, ci insegnano i Maestri. E ciò mentre continuo caparbiamente a ripetermi le parole del Libro ‘non opprimerai lo straniero, perché voi sapete cosa prova lo straniero, essendo stati stranieri in terra di Egitto’.
Unico conforto è leggere i post di un gruppo di ebrei italiani in Israele che si pongono ogni giorno laceranti interrogativi sulla situazione. Una minoranza, certamente, ma è la minoranza in crisi che salva la coscienza di tutto un popolo.

Dario Calimani, Università di Venezia (Moked, 22 maggio 2018)

L’articolo è di più di un mese fa, come si può vedere, ma dato che violenze e devastazioni stanno freneticamente continuando, credo che questo momento di riflessione ci stia più che bene.

barbara

E FINALMENTE SCOPRIRONO I PRESERVATIVI

I palestinesi, dico. Dopo avere tentato di sfondare in decine di migliaia il confine di Israele al fine dichiarato di fare strage degli abitanti dei villaggi e kibbutz nei pressi del confine e averci un tantino rimesso le penne; dopo avere bruciato decine di migliaia di pneumatici, coi quali si sono asfissiati in primo luogo loro, oltre all’immane disastro ambientale che hanno provocato; dopo avere bruciato ettari ed ettari di terreni coltivati israeliani inviando aquiloni con appesi ordigni incendiari, adesso hanno, come dicevo, finalmente scoperto i preservativi,
preservativi 1
che una volta gonfiati diventano palloncini, sono molto più facili e veloci da approntare, e volano anche meglio;
preservativi 2
preservativi 3
in un solo giorno, alla fine del Ramadan, sono arrivati a lanciarne fino a cinquemila. E ora guardate questa foto: lo riconoscete?
cormorano Iraq
È il cormorano iracheno imbrattato di petrolio la cui immagine ha fatto il giro del mondo, mostrata su tutti i giornali, in tutte le televisioni, diventato l’icona di quella guerra, l’emblema delle devastazioni provocate. E questa la riconoscete?
garzetta Israele
No, vero? Probabilmente non l’avrete neppure mai vista. Questa è una garzetta israeliana, in cerca di un cibo che non troverà, perché tutto il suo habitat è stato devastato dagli incendi appiccati grazie ai suddetti preservativi. Come scrive Giulio Meotti, “Le bombe incendiarie si accendono quando atterrano sul lato israeliano del confine con Gaza. 412 roghi hanno colpito i campi agricoli israeliani e le aree protette. Almeno un terzo della terra di Israele lungo il confine ha subito ingenti danni. Colture alimentari che avrebbero potuto nutrire migliaia di persone, le attrezzature per l’irrigazione e il sostentamento degli agricoltori, tutto è andato in fumo. Centinaia di tacchini nel Kibbutz Ein Hashlosha sono stati soffocati a morte, riempiendo l’aria del fetore della carne bruciata. Eucalipti, pini e foreste, ogni albero piantato a mano cinquant’anni fa nella periferia di Gaza sono ora moncherini anneriti. Oltre 40 alveari sono andati in fiamme vicino a Tel Gama.” Guardiamola, dunque, questa immane devastazione
bruciato 1
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bruciato 6
bruciato 7
e diamo un’occhiata anche a queste altre immagini, che ci mostrano gli stessi scorci ora e nel recente passato.
prima dopo 1
prima dopo 2
prima dopo 3
prima dopo 4
Chiudo con un augurio: che a chi ha provocato questa catastrofe, non per impossessarsi di qualcosa, ma solo per l’esaltante piacere di distruggere, ritorni tutto con ampi interessi.

barbara

ANCORA SUL CONFINE CON GAZA

Molte sarebbero le cose da mostrare, i documenti, le testimonianze, le dichiarazioni, le falsità piene di odio anti ebraico e anti israeliano che urlano da tutti i nostri mass media. Ma non mi piace intasare il blog con decine di post che poi nessuno leggerebbe, e quindi devo scegliere. Per oggi ho scelto due brevi pezzi di Giulio Meotti.

Sono incredibili i resoconti su cosa pianificava Hamas nel caso in cui avesse rotto il confine di Israele. I capi del terrore volevano conquistare i kibbutz al confine. Lo ha riferito la tv Hadashot. “Ismail Haniyeh parlerà a Nahal Oz, Khalil al-Hayya a Kfar Aza e (il leader palestinese della Jihad islamica) Nafed Azzam a Be’eri,” Hadashot ha citato le istruzioni palestinesi. “Poi inizieranno le celebrazioni in tutta la Palestina”. Ai manifestanti era stato detto che i trattori avrebbero cercato di abbattere il recinto, che dovevano armarsi con “un coltello o una pistola” e avevano mappe dettagliate delle comunità israeliane verso cui i palestinesi sarebbero stati incoraggiati a precipitarsi. Il colonnello Kobi Heller, comandante della brigata meridionale, ha detto che il rapporto corrisponde alle loro informazioni militari. “Alla fine, tutte le persone che si avvicinano alla recinzione lo fanno sotto la direzione di Hamas”, ha detto. Ha aggiunto che la leadership di Hamas era assente durante le violenze di lunedì. “Avevano paura”. Akhsan Daksa, comandante della settima brigata corazzata, ha detto a Hadashot: “Ho combattuto nella Seconda Guerra del Libano, nella Operazione Protective Edge (la guerra del 2014 a Gaza). C’era violenza qui come in un campo di battaglia”. Daksa, che parla arabo, ha comunicato con alcuni dei manifestanti oltre il confine, “a cinque metri di distanza”. Gli hanno detto: “Stiamo andando a Nahal Oz. Le preghiere di oggi si terranno lì “. Heller ha aggiunto: “Se non avessimo protetto il confine questa settimana, Hamas, la Jihad islamica e altri si sarebbero infiltrate nelle comunità”. Ecco, ora io penso una cosa: perché la comunità internazionale, i media, hanno applaudito e difeso un tentativo di invasione del territorio di Israele e il massacro che ci sarebbe stato se l’eroico esercito israeliano non avesse tenuto? Non ho parole. Però ho una foto. Sono Matan e Noam. Avevano cinque e quattro anni. Vivevano in un kibbutz, Metzer, come quelli che stanno di fronte a Gaza. I terroristi palestinesi li hanno uccisi nei loro letti. Nessun giornale pubblicò le loro fotografie. Altri bambini israeliani avrebbero fatto la stessa fine lunedì se i terroristi non fossero stati fermati.
Matan e Noam
Questo video lo dedico ai media che hanno detto il falso, ai paesi europei che al Consiglio dei diritti umani di Ginevra hanno appena votato contro Israele e a quei trogloditi che in questi giorni hanno sbavato antisemitismo. Guardate cosa è successo lunedì dal punto di vista palestinese. Era territorio di guerra. Come vi sareste sentiti se oltre quella rete ci fossero stati i vostri figli? Perché sì, lì dietro c’è un villaggio israeliano. L’incapacità che abbiamo visto di ammettere che Hamas è responsabile di ogni goccia di sangue versata sul confine di Gaza incoraggia la loro violenza e l’uso di scudi umani. E li rende complici in ulteriori spargimenti di sangue.

Questi video, a noi, non li passa clandestinamente qualche misterioso servizio segreto: sono pubblici, li può vedere chiunque. E dunque la domanda è: quanta malafede, quanta falsità, quanto odio, quanto marciume, quanto putridume ci vuole, da parte di politici e giornalisti, per gridare alla strage da parte dell’esercito israeliano, alla carneficina, al bagno di sangue, per invocare inchieste e sanzioni, per chiamare nazisti gli israeliani e non chi, oggi come ieri, dei nazisti persegue lo stesso identico programma contro lo stesso identico obiettivo?

barbara

UN ALTRO MORTO RESUSCITATO

Dopo questo

Per non parlare di questo
miracolo Qana
O di quest’altra gustosissima storia, che i più attenti di noi sicuramente ricordano

MIRACOLO!!
Risorto dopo sole 4 ore il prete ucciso questa mattina all’alba nel convento delle suore svedesi di Santa Brigida durante un attacco di soldati israeliani che inseguivano un gruppo di palestinesi. Durante la giornata, la vittima ha cambiato identità due volte: prima sembrava si trattasse di un salesiano italiano, padre Jacques Amateis, poi di un prete francese, padre Jacques Assad. Ma, poche ore dopo, monsignor Pietro Sambi delegato apostolico della Nunziatura a Gerusalemme ha fatto sapere che padre Amateis
stava bene e che lui stesso l’aveva sentito al telefono. Più tardi, dalla stessa Nunziatura, notizie ancora più confortanti: non ci sarebbe nessun sacerdote morto e anche le suorine (si era parlato di una decina di ferite fra loro) stavano benone. Insomma, un vero record da Guinnes, il precedente primato era di 72 ore… (qui)

Non per niente siamo nella Terra dei Miracoli, no?

barbara

TERRORISTI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!

Francesco Giordano
Il signore che con la faccia coperta dalla kefiyah sventola orgogliosamente la bandiera degli alleati di Hitler nel gruppetto che urla assassini a coloro che hanno contribuito a liberare l’Italia dal nazifascismo, è Francesco Giordano, uno degli assassini del giornalista Walter Tobagi: rimasto disoccupato dal terrorismo in cui militava, per morte più o meno naturale dello stesso, se ne è cercato subito un altro, ed ecco dunque l’accoppiata vincente: il terrorista rosso con l’emblema del terrorismo nero (nazista)-verde (islamico).

PS: io non ci sono, quindi a eventuali commenti risponderò solo al mio ritorno, ed eventuali commenti in moderazione non potranno essere approvati prima di quel momento.

barbara

UN’EBREA ITALIANA CITA PER DANNI MORALI MONI OVADIA E IL MANIFESTO

Alla cortese attenzione del direttore de Il Manifesto

Le scrivo riguardo al Commento di Moni Ovadia pubblicato ieri, 26 aprile, sul suo giornale.
Non le scrivo il merito al contenuto dell’articolo. Il libero arbitrio è alla base della fede ebraica, ognuno è libero di vivere e pensare come preferisce, ognuno può andare incontro al proprio destino come meglio crede.
Ma è sulla forma di uno scritto pubblicato sulla sua testata che dovrebbe, in quanto direttore, riflettere.
L’articolo di Moni Ovadia non spiega al lettore cosa sia successo, cosa gli abbia causato di svegliarsi al mattino del 26 aprile in preda a un tale cattivo umore.
E così senza una introduzione né spiegazione che contestualizzino gli eventi, si viene annegati fin dalle prime righe da aggettivi violenti, da descrizioni nervose, da frasi grondanti di rabbia e paragrafi sovrabbondanti di furore.
La scena si apre con la parola ‘pantomima’ accostata alle azioni e decisioni delle comunità ebraiche. Pantomima è definita come ‘esibizioni false, con le quali convincere, impietosire o commuovere’. E’ questo il giudizio che il giornale dei comunisti, quale viene definito Il Manifesto, esprime su chi la pensa in maniera diversa?
A questa pantomima Ovadia fa seguire ‘deliranti motivazioni’ degli ebrei che non desiderano sfilare accanto a chi inneggia alla loro morte. Delirante è uno stato di alterazione mentale di chi immagina realtà inesistenti. Il Manifesto ritiene deliranti le motivazioni dei parenti di Mireille Knoll, dei genitori dei quattro ragazzi uccisi nell’Hypercasher, delle famiglie distrutte dall’attentato alla scuola ebraica di Tolosa, della madre di Ilan Halimi torturato e assassinato nelle periferie di Parigi? Pensa che sia delirante chi teme per la propria vita quando accompagna i figli alla scuola ebraica ogni giorno?
Moni Ovadia prosegue raccontando che Netanyahu fa una ‘propaganda pagliaccesca’, facendo dimenticare al lettore che questo premier è stato eletto democraticamente da milioni di persone o forse pagliacci.
Le comunità ebraiche non vogliono sfilare accanto ai palestinesi. ‘E perché no?’ si domanda l’attore. ‘Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu’. E’ possibile definire scellerato un progetto che prevede un milione di arabi integrati all’interno dello stato? E’ segregazionista un progetto secondo il quale nel parlamento siedono arabi accanto ad ebrei? Oppure scellerato e segregazionista è il progetto che ha reso quasi tutti gli stati arabi judenfrei?
Il Manifesto desidera che il lettore si faccia l’idea che in Israele ci sia ‘un’alleanza con i peggiori fanatici religiosi’ come dice Ovadia, che si immagini un regime teocratico mentre Israele è una democrazia come l’Italia?
Il Manifesto è d’accordo con il definire gli ebrei che si rifiutano di sfilare accanto a persone che urlano ‘a morte gli ebrei’, ‘ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica in Israele’?
No, Moni Ovadia, non pensiamo che ‘questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, ebreo antisemita solo perché condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi’ come lei conclude nell’articolo.
Pensiamo che se Il Manifesto si considera ancora una testata giornalistica e crede nel confronto civile tra parti che la pensano in maniera diversa, i suoi direttori dovrebbero delle scuse agli ebrei italiani.
Non siamo ‘degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo’. Siamo persone che crediamo nella libertà di pensiero, nel libero arbitrio di pensarla diversamente da lei, da voi, persone che hanno verso il proprio vissuto, verso la storia e gli eventi recenti, una opinione e dei sentimenti diversi. Non siamo imbecilli. E sappiamo ancora distinguere tra un pezzo degno di venire pubblicato su un giornale che si definisca tale e un insieme di righe dettate dall’odio, dalla rabbia e dalla mancanza di rispetto assoluta.

Gheula Canarutto Nemni

qui di seguito l’articolo di Moni Ovadia

Il Manifesto 26 aprile 2018

Moni Ovadia

La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.
E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?
No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.
Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista dle premier israeliano Netanyahu.
Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.
Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.
Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.
Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.
Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affronto di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).
E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale cui dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.
Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo. (qui)

Aggiungo il commento che ho lasciato al post di Gheula.

Veterocomunista ideologizzato? No, niente del genere. Che cos’è M.O. l’ho capito la volta che, parlando dei miei eterni drammatici problemi finanziari, mi ha suggerito di trovarmi un amante ricco. Non credo di avere attitudine alla prostituzione, ho detto. No, ha risposto, quale prostituzione, intendevo un amante fisso. Avevo capito che intendeva un amante fisso, ovviamente, solo che per me darmi a un uomo in cambio di qualcosa che non sia amore o piacere, è prostituzione: che sia su un marciapiede a dieci uomini per sera, o in un appartamento a uno solo, sempre lo stesso, una volta la settimana, non vedo differenze. E’ stato allora che ho capito: se non è prostituzione andare a letto con un settantenne decrepito repellente ricco per farmi mantenere, allora non è prostituzione neanche svendere il proprio popolo, svendere la verità, svendere la dignità in cambio di un ricco ingaggio e di un applauso in più. Questo è moni ovadia: un prostituto in vendita al miglior offerente. E se gli offerenti sono quelli che sgozzano i neonati nella culla, pazienza: Parigi val bene qualche messa nera.
Ah, dimenticavo: vorrei che fosse chiaro che non ho assolutamente niente contro le oneste prostitute che si guadagnano onestamente il pane su un onesto marciapiede, senza atteggiarsi a maestre di virtù, senza spacciarsi per combattenti per la giustizia, senza vomitare veleno su chi, avendo già avuto il piacere, a lasciarsi un’altra volta giustiziare non ci pensa proprio.

Aggiungo ancora un’annotazione, a proposito della cosa che porta in testa. È stato un po’ più di vent’anni fa che, vedendola, ho notato la stranezza di quella kippà: no no, ha risposto, non è una kippà, è una berretta da integralista islamico. Se lo cercate in google immagini, potrete vederne almeno una quindicina di esemplari.
E concludo riportando una mail inviata a Deborah Fait diciassette anni fa

Intanto ti racconto questa. In luglio tutti gli anni c’è il festival di musica klezmer di Ancona, presidente onorario Moni Ovadia, e io ci vado sempre. Quest’anno il festival era dedicato alla pace, e lui, che si esibiva l’ultima sera, ha dedicato tutta la sua serata alla pace: gruppo musicale arabo e cantante palestinese. E io mi sono preparata all’incontro: mi sono comprata una sciarpa bianca, un barattolino di colore per stoffa azzurro, un pennello …
Lo spettacolo poi è stato il perfetto emblema di quello che lui intende per pace: una decina di canzoni arabe, in una delle quali lui ha rivendicato l’onore di cantare in arabo, tre canzoni sefardite e due ebraiche, nelle quali il cantante palestinese NON ha rivendicato l’onore di cantare in ebraico o in giudeo-sefardita. L’ultima era una canzone di Simchat Torah: lui ha cantato in ebraico e il palestinese ha cantato – suppongo le stesse cose – in arabo. Solo che il palestinese aveva la voce otto volte più potente della sua e così l’ebraico è stato totalmente sommerso dall’arabo. Fine della serata e applausi scroscianti per il politically correct Moni Ovadia e per i suoi amici. E io sono andata a salutarlo, con al collo la mia doppia bandiera israeliana (l’ho dipinta ad entrambe le estremità) raccogliendo un’infinità di sguardi tra lo schifato e il furibondo da parte del pubblico che andava in senso contrario per uscire – manifestare così spudoratamente simpatia per Israele è decisamente politically incorrect! Poi avevo una stella di David di strass appuntata alla scollatura del vestito e da mettermi al collo ho scelto quella che mi ha portato la mia amica Paola da Parigi perché ha i colori giusti: in argento smaltato, fondo azzurro e stella bianca. Per un attimo gli si è vetrificato lo sguardo, poi ha diplomaticamente ignorato il tutto, ma almeno un crampo allo stomaco sono sicuramente riuscita a farglielo venire.

barbara