ANCORA SUL CONFINE CON GAZA

Molte sarebbero le cose da mostrare, i documenti, le testimonianze, le dichiarazioni, le falsità piene di odio anti ebraico e anti israeliano che urlano da tutti i nostri mass media. Ma non mi piace intasare il blog con decine di post che poi nessuno leggerebbe, e quindi devo scegliere. Per oggi ho scelto due brevi pezzi di Giulio Meotti.

Sono incredibili i resoconti su cosa pianificava Hamas nel caso in cui avesse rotto il confine di Israele. I capi del terrore volevano conquistare i kibbutz al confine. Lo ha riferito la tv Hadashot. “Ismail Haniyeh parlerà a Nahal Oz, Khalil al-Hayya a Kfar Aza e (il leader palestinese della Jihad islamica) Nafed Azzam a Be’eri,” Hadashot ha citato le istruzioni palestinesi. “Poi inizieranno le celebrazioni in tutta la Palestina”. Ai manifestanti era stato detto che i trattori avrebbero cercato di abbattere il recinto, che dovevano armarsi con “un coltello o una pistola” e avevano mappe dettagliate delle comunità israeliane verso cui i palestinesi sarebbero stati incoraggiati a precipitarsi. Il colonnello Kobi Heller, comandante della brigata meridionale, ha detto che il rapporto corrisponde alle loro informazioni militari. “Alla fine, tutte le persone che si avvicinano alla recinzione lo fanno sotto la direzione di Hamas”, ha detto. Ha aggiunto che la leadership di Hamas era assente durante le violenze di lunedì. “Avevano paura”. Akhsan Daksa, comandante della settima brigata corazzata, ha detto a Hadashot: “Ho combattuto nella Seconda Guerra del Libano, nella Operazione Protective Edge (la guerra del 2014 a Gaza). C’era violenza qui come in un campo di battaglia”. Daksa, che parla arabo, ha comunicato con alcuni dei manifestanti oltre il confine, “a cinque metri di distanza”. Gli hanno detto: “Stiamo andando a Nahal Oz. Le preghiere di oggi si terranno lì “. Heller ha aggiunto: “Se non avessimo protetto il confine questa settimana, Hamas, la Jihad islamica e altri si sarebbero infiltrate nelle comunità”. Ecco, ora io penso una cosa: perché la comunità internazionale, i media, hanno applaudito e difeso un tentativo di invasione del territorio di Israele e il massacro che ci sarebbe stato se l’eroico esercito israeliano non avesse tenuto? Non ho parole. Però ho una foto. Sono Matan e Noam. Avevano cinque e quattro anni. Vivevano in un kibbutz, Metzer, come quelli che stanno di fronte a Gaza. I terroristi palestinesi li hanno uccisi nei loro letti. Nessun giornale pubblicò le loro fotografie. Altri bambini israeliani avrebbero fatto la stessa fine lunedì se i terroristi non fossero stati fermati.
Matan e Noam
Questo video lo dedico ai media che hanno detto il falso, ai paesi europei che al Consiglio dei diritti umani di Ginevra hanno appena votato contro Israele e a quei trogloditi che in questi giorni hanno sbavato antisemitismo. Guardate cosa è successo lunedì dal punto di vista palestinese. Era territorio di guerra. Come vi sareste sentiti se oltre quella rete ci fossero stati i vostri figli? Perché sì, lì dietro c’è un villaggio israeliano. L’incapacità che abbiamo visto di ammettere che Hamas è responsabile di ogni goccia di sangue versata sul confine di Gaza incoraggia la loro violenza e l’uso di scudi umani. E li rende complici in ulteriori spargimenti di sangue.

Questi video, a noi, non li passa clandestinamente qualche misterioso servizio segreto: sono pubblici, li può vedere chiunque. E dunque la domanda è: quanta malafede, quanta falsità, quanto odio, quanto marciume, quanto putridume ci vuole, da parte di politici e giornalisti, per gridare alla strage da parte dell’esercito israeliano, alla carneficina, al bagno di sangue, per invocare inchieste e sanzioni, per chiamare nazisti gli israeliani e non chi, oggi come ieri, dei nazisti persegue lo stesso identico programma contro lo stesso identico obiettivo?

barbara

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UN ALTRO MORTO RESUSCITATO

Dopo questo

Per non parlare di questo
miracolo Qana
O di quest’altra gustosissima storia, che i più attenti di noi sicuramente ricordano

MIRACOLO!!
Risorto dopo sole 4 ore il prete ucciso questa mattina all’alba nel convento delle suore svedesi di Santa Brigida durante un attacco di soldati israeliani che inseguivano un gruppo di palestinesi. Durante la giornata, la vittima ha cambiato identità due volte: prima sembrava si trattasse di un salesiano italiano, padre Jacques Amateis, poi di un prete francese, padre Jacques Assad. Ma, poche ore dopo, monsignor Pietro Sambi delegato apostolico della Nunziatura a Gerusalemme ha fatto sapere che padre Amateis
stava bene e che lui stesso l’aveva sentito al telefono. Più tardi, dalla stessa Nunziatura, notizie ancora più confortanti: non ci sarebbe nessun sacerdote morto e anche le suorine (si era parlato di una decina di ferite fra loro) stavano benone. Insomma, un vero record da Guinnes, il precedente primato era di 72 ore… (qui)

Non per niente siamo nella Terra dei Miracoli, no?

barbara

TERRORISTI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!

Francesco Giordano
Il signore che con la faccia coperta dalla kefiyah sventola orgogliosamente la bandiera degli alleati di Hitler nel gruppetto che urla assassini a coloro che hanno contribuito a liberare l’Italia dal nazifascismo, è Francesco Giordano, uno degli assassini del giornalista Walter Tobagi: rimasto disoccupato dal terrorismo in cui militava, per morte più o meno naturale dello stesso, se ne è cercato subito un altro, ed ecco dunque l’accoppiata vincente: il terrorista rosso con l’emblema del terrorismo nero (nazista)-verde (islamico).

PS: io non ci sono, quindi a eventuali commenti risponderò solo al mio ritorno, ed eventuali commenti in moderazione non potranno essere approvati prima di quel momento.

barbara

UN’EBREA ITALIANA CITA PER DANNI MORALI MONI OVADIA E IL MANIFESTO

Alla cortese attenzione del direttore de Il Manifesto

Le scrivo riguardo al Commento di Moni Ovadia pubblicato ieri, 26 aprile, sul suo giornale.
Non le scrivo il merito al contenuto dell’articolo. Il libero arbitrio è alla base della fede ebraica, ognuno è libero di vivere e pensare come preferisce, ognuno può andare incontro al proprio destino come meglio crede.
Ma è sulla forma di uno scritto pubblicato sulla sua testata che dovrebbe, in quanto direttore, riflettere.
L’articolo di Moni Ovadia non spiega al lettore cosa sia successo, cosa gli abbia causato di svegliarsi al mattino del 26 aprile in preda a un tale cattivo umore.
E così senza una introduzione né spiegazione che contestualizzino gli eventi, si viene annegati fin dalle prime righe da aggettivi violenti, da descrizioni nervose, da frasi grondanti di rabbia e paragrafi sovrabbondanti di furore.
La scena si apre con la parola ‘pantomima’ accostata alle azioni e decisioni delle comunità ebraiche. Pantomima è definita come ‘esibizioni false, con le quali convincere, impietosire o commuovere’. E’ questo il giudizio che il giornale dei comunisti, quale viene definito Il Manifesto, esprime su chi la pensa in maniera diversa?
A questa pantomima Ovadia fa seguire ‘deliranti motivazioni’ degli ebrei che non desiderano sfilare accanto a chi inneggia alla loro morte. Delirante è uno stato di alterazione mentale di chi immagina realtà inesistenti. Il Manifesto ritiene deliranti le motivazioni dei parenti di Mireille Knoll, dei genitori dei quattro ragazzi uccisi nell’Hypercasher, delle famiglie distrutte dall’attentato alla scuola ebraica di Tolosa, della madre di Ilan Halimi torturato e assassinato nelle periferie di Parigi? Pensa che sia delirante chi teme per la propria vita quando accompagna i figli alla scuola ebraica ogni giorno?
Moni Ovadia prosegue raccontando che Netanyahu fa una ‘propaganda pagliaccesca’, facendo dimenticare al lettore che questo premier è stato eletto democraticamente da milioni di persone o forse pagliacci.
Le comunità ebraiche non vogliono sfilare accanto ai palestinesi. ‘E perché no?’ si domanda l’attore. ‘Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu’. E’ possibile definire scellerato un progetto che prevede un milione di arabi integrati all’interno dello stato? E’ segregazionista un progetto secondo il quale nel parlamento siedono arabi accanto ad ebrei? Oppure scellerato e segregazionista è il progetto che ha reso quasi tutti gli stati arabi judenfrei?
Il Manifesto desidera che il lettore si faccia l’idea che in Israele ci sia ‘un’alleanza con i peggiori fanatici religiosi’ come dice Ovadia, che si immagini un regime teocratico mentre Israele è una democrazia come l’Italia?
Il Manifesto è d’accordo con il definire gli ebrei che si rifiutano di sfilare accanto a persone che urlano ‘a morte gli ebrei’, ‘ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica in Israele’?
No, Moni Ovadia, non pensiamo che ‘questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, ebreo antisemita solo perché condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi’ come lei conclude nell’articolo.
Pensiamo che se Il Manifesto si considera ancora una testata giornalistica e crede nel confronto civile tra parti che la pensano in maniera diversa, i suoi direttori dovrebbero delle scuse agli ebrei italiani.
Non siamo ‘degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo’. Siamo persone che crediamo nella libertà di pensiero, nel libero arbitrio di pensarla diversamente da lei, da voi, persone che hanno verso il proprio vissuto, verso la storia e gli eventi recenti, una opinione e dei sentimenti diversi. Non siamo imbecilli. E sappiamo ancora distinguere tra un pezzo degno di venire pubblicato su un giornale che si definisca tale e un insieme di righe dettate dall’odio, dalla rabbia e dalla mancanza di rispetto assoluta.

Gheula Canarutto Nemni

qui di seguito l’articolo di Moni Ovadia

Il Manifesto 26 aprile 2018

Moni Ovadia

La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.
E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?
No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.
Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista dle premier israeliano Netanyahu.
Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.
Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.
Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.
Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.
Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affronto di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).
E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale cui dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.
Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo. (qui)

Aggiungo il commento che ho lasciato al post di Gheula.

Veterocomunista ideologizzato? No, niente del genere. Che cos’è M.O. l’ho capito la volta che, parlando dei miei eterni drammatici problemi finanziari, mi ha suggerito di trovarmi un amante ricco. Non credo di avere attitudine alla prostituzione, ho detto. No, ha risposto, quale prostituzione, intendevo un amante fisso. Avevo capito che intendeva un amante fisso, ovviamente, solo che per me darmi a un uomo in cambio di qualcosa che non sia amore o piacere, è prostituzione: che sia su un marciapiede a dieci uomini per sera, o in un appartamento a uno solo, sempre lo stesso, una volta la settimana, non vedo differenze. E’ stato allora che ho capito: se non è prostituzione andare a letto con un settantenne decrepito repellente ricco per farmi mantenere, allora non è prostituzione neanche svendere il proprio popolo, svendere la verità, svendere la dignità in cambio di un ricco ingaggio e di un applauso in più. Questo è moni ovadia: un prostituto in vendita al miglior offerente. E se gli offerenti sono quelli che sgozzano i neonati nella culla, pazienza: Parigi val bene qualche messa nera.
Ah, dimenticavo: vorrei che fosse chiaro che non ho assolutamente niente contro le oneste prostitute che si guadagnano onestamente il pane su un onesto marciapiede, senza atteggiarsi a maestre di virtù, senza spacciarsi per combattenti per la giustizia, senza vomitare veleno su chi, avendo già avuto il piacere, a lasciarsi un’altra volta giustiziare non ci pensa proprio.

Aggiungo ancora un’annotazione, a proposito della cosa che porta in testa. È stato un po’ più di vent’anni fa che, vedendola, ho notato la stranezza di quella kippà: no no, ha risposto, non è una kippà, è una berretta da integralista islamico. Se lo cercate in google immagini, potrete vederne almeno una quindicina di esemplari.
E concludo riportando una mail inviata a Deborah Fait diciassette anni fa

Intanto ti racconto questa. In luglio tutti gli anni c’è il festival di musica klezmer di Ancona, presidente onorario Moni Ovadia, e io ci vado sempre. Quest’anno il festival era dedicato alla pace, e lui, che si esibiva l’ultima sera, ha dedicato tutta la sua serata alla pace: gruppo musicale arabo e cantante palestinese. E io mi sono preparata all’incontro: mi sono comprata una sciarpa bianca, un barattolino di colore per stoffa azzurro, un pennello …
Lo spettacolo poi è stato il perfetto emblema di quello che lui intende per pace: una decina di canzoni arabe, in una delle quali lui ha rivendicato l’onore di cantare in arabo, tre canzoni sefardite e due ebraiche, nelle quali il cantante palestinese NON ha rivendicato l’onore di cantare in ebraico o in giudeo-sefardita. L’ultima era una canzone di Simchat Torah: lui ha cantato in ebraico e il palestinese ha cantato – suppongo le stesse cose – in arabo. Solo che il palestinese aveva la voce otto volte più potente della sua e così l’ebraico è stato totalmente sommerso dall’arabo. Fine della serata e applausi scroscianti per il politically correct Moni Ovadia e per i suoi amici. E io sono andata a salutarlo, con al collo la mia doppia bandiera israeliana (l’ho dipinta ad entrambe le estremità) raccogliendo un’infinità di sguardi tra lo schifato e il furibondo da parte del pubblico che andava in senso contrario per uscire – manifestare così spudoratamente simpatia per Israele è decisamente politically incorrect! Poi avevo una stella di David di strass appuntata alla scollatura del vestito e da mettermi al collo ho scelto quella che mi ha portato la mia amica Paola da Parigi perché ha i colori giusti: in argento smaltato, fondo azzurro e stella bianca. Per un attimo gli si è vetrificato lo sguardo, poi ha diplomaticamente ignorato il tutto, ma almeno un crampo allo stomaco sono sicuramente riuscita a farglielo venire.

barbara

CHI HA DIRITTO AL 25 APRILE

Cari amici,
ieri sono stato a una piccola manifestazione che si è svolta in piazza Sana Babila a Milano, luogo un tempo considerato casa loro dai neofascisti neri e da qualche anno punto di ritrovo dei neofascisti neri rossi bianchi e verdi (per chi non capisce l’allusione, sono i colori della bandiera palestinista) per contestare la presenza ebraica alla manifestazione del 25 aprile. Il presidio è stato proposto dal deputato europeo di Forza Italia Stefano Maullu ma vi hanno partecipato soprattutto esponenti della comunità ebraica milanese e delle associazioni di amicizia con Israele. L’iniziativa è stata resa necessaria da un appello di organizzazioni palestiniste contro “la presenza sionista al corteo” (https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/25-aprile-palestina-1.3842371). E’ una pagliacciata che si ripete da qualche anno a tutte le feste della Liberazione, non solo a Milano, che questa volta sembra più organizzata e pericolosa. Tanto che a Milano, a differenza da quel che è accaduto a Roma negli anni scorsi, l’Anpi si è affrettata a condannare la provocazione.
Io non credo che ci saranno incidenti, per la vigilanza delle forze democratiche e soprattutto della polizia e anche perché l’assalto al corteo del 25 aprile da parte di sostenitori del terrorismo palestinese, magari guidati da avanzi di galera del terrorismo italiano degli anni Settanta, com’è successo l’anno scorso, sarebbe uno scandalo troppo grosso. Ma comunque vale la pena di riassumere qui un paio di argomenti cruciali su questo problema:

  1. GLI EBREI hanno tutto il diritto di stare in un corteo che festeggia la caduta del fascismo. Perseguitati dal fascismo ben prima dell’invasione nazista (le leggi razziste che fecero perdere agli ebrei italiani lavoro, scuola, proprietà ecc. sono del ‘38), internati, consegnati ai tedeschi per inviarli ai campi della morte, gli ebrei parteciparono alla Resistenza in proporzione molto maggiore del resto della popolazione e con rischio assai più grande. Per i clandestini, gli internati, i carcerati ebrei il 25 aprile 1945 fu letteralmente il momento che li riportò alla vita dall’anticamera della morte – almeno per quelli che non erano già stati trovati e sterminati. Chi più di noi ha diritto di festeggiare questa data? Chi più di noi ha l’antifascismo come matrice esistenziale?
  2. IL SIONISMO, movimento proibito e perseguitato dal fascismo e dal nazismo ha sempre avuto una organizzazione democratica e pluralista al suo interno, ha organizzato la lotta contro il nazismo del popolo ebraico, sospendendo anche in Israele la resistenza al colonialismo inglese per non ostacolare la guerra. L’antinazismo è radicato nel DNA del sionismo, dalla rivolta del ghetto di Varsavia ai partigiani come Primo Levi e tanti altri fino alla Brigata Ebraica.
  3. LA BRIGATA EBRAICA. Una delle prove di questa scelta è il reclutamento di un’intera brigata di volontari per l’esercito britannico, che fu curata dall’Agenzia Ebraica, l’organo esecutivo del sionismo. E’ un progetto formulato nel ‘39, all’inizio della guerra, che dovette superare fortissime resistenze nel governo e nello stato maggiore britannico e che quindi divenne operativo solo nel ‘44-’45. Ma la Brigata Ebraica combatté effettivamente contro i nazisti proprio sul fronte italiano, risalendo il versante adriatico fino alla pianura padana. Gli ebrei e i sionisti furono parte, con questa brigata della grande alleanza dei popoli contro il nazifascismo.
  4. I PALESTINESI. Anche se è improprio chiamare per gli anni ‘40 con questo nome gli arabi che oggi vogliono chiamarsi così, [fino al 1948 erano chiamati palestinesi gli ebrei che vivevano in quell’area, ndb] vale la pena di chiedersi: loro e i loro alleati nazionalisti arabi, da che parte stavano allora? La risposta è semplice: erano compattamente dalla parte dei nazifascisti. Il caso tipico e tante volte commentato è quello del Muftì di Gerusalemme Amin al-Ḥusaynī, il quale non contento di aver guidato stragi antiebraiche in terra di Israele e in Mesopotamia, nel 1941 si rifugiò in Italia (accolto con grandi onori da Mussolini) e poi in Germania dove fu ospite onorato di Hitler, amico personale di Himmler e consulente di Eichmann per la soluzione finale della questione ebraica e capo di una divisione di SS musulmane (trovate qui un riassunto delle sue imprese: https://it.wikipedia.org/wiki/Amin_al-Husseini).

Dunque: i fondatori del palestinismo si arruolarono con le SS, gli esponenti del sionismo con l’esercito britannico e nella Resistenza. Chi ha diritto di stare in una manifestazione che ricorda la vittoria degli alleati e del movimento partigiano contro i nazifascisti? Purtroppo l’antisemitismo che fu dei nazisti è riaffiorato abbondantemente anche a sinistra e l’odio per Israele dei centri sociali è identico a quello dei neofascisti. Esso si esprime nella orribile retorica negazionista per cui Israele farebbe ai palestinesi quello che i nazisti hanno fatto agli ebrei. E’ un’immensa menzogna, i cittadini arabi hanno in Israele gli stessi diritti degli ebrei e nei territori contesi Israele si limita a impedire il terrorismo.

Ma il punto non è questo. In una manifestazione che ricorda la sconfitta del nazismo ha posto chi fece la resistenza e la guerra contro Hitler e Mussolini, non chi li appoggiava allora. E soprattutto non chi ancora oggi usa i loro simboli. Avete visto le fotografie e i video con la svastica fatta sventolare a Gaza insieme alle bandiere palestinesi?
fumo
Gli aquiloni che cercano di incendiare e bombardare le terre israeliane, con scarso successo, ma decorati ancora con la svastica?
aquisvastica 1
aquisvastica 2
I palestinisti erano filonazisti E LO SONO ANCORA esplicitamente, spudoratamente. Non c’è posto per loro in qualunque situazione, organizzazione o manifestazione che voglia essere antifascista.

Ugo Volli, su Informazione corretta, 23/04/2018

Di mio aggiungo solo il ricordo di quando, a una manifestazione del 25 aprile a Roma, Piero Terracina
25aprile2008b
25aprile2008 Terracina
– arrestato all’età di quindici anni su segnalazione di un delatore, deportato ad Auschwitz insieme ai genitori, la sorella, i fratelli, uno zio e un nonno, nessuno dei quali sopravvisse – si sentì urlare ripetutamente “assassino” (mentre quest’anno, invece…).

barbara

AGGIORNAMENTO: mi è venuto in mente che in archivio ho questo:
anac
Poi magari potresti anche leggere qui.

UNA BAMBINA DI NOVE ANNI

Una come tante. Una come troppe. Ha scritto una letterina per il suo papà, e ora gliela legge.

Mio caro papà Elad, io ti ammiro, e sono orgogliosa di te, che hai combattuto il terrorista fino a quando non ce l’hai più fatta, in modo che noi potessimo nasconderci.
Papà, se tu non lo avessi trattenuto lì, lui sarebbe venuto da noi e dalla mamma al piano di sopra, e chissà che cosa sarebbe accaduto allora…
Papà mio Elad, so che eri fiero di noi e della nostra eroica mamma, che è stata attenta a che non fiatassimo – tutti e cinque
anche se sentivamo tutto quello che stava succedendo al piano di sotto … papà mio Elad
Tu sarai sempre con me. In classe, a casa, nel mio cuore … Per tutta la vita mi mancherai tanto.
Per tutta la vita aspetterò che la maniglia della porta si apra, e io ti aspetterò, papà. Io sogno che tu sei lì, e io corro da te e tu mi abbracci stretto … papà, tu sei stato e sarai sempre il migliore papà del mondo.
Io ringrazio D.o per avermi dato un tale padre, e mi chiedo perché mio padre, Elad, mi sia stato preso così in fretta … Ti amo e mi mancherai sempre – Reut… (qui, traduzione mia)

barbara

GUARDATE CHE TENERI GIOCHERELLONI

che sono i palestinesi! Adesso si sono messi a giocare con gli aquiloni da lanciare gioiosamente verso Israele.
aquilone bomba
Sì, ok, dietro c’è attaccata una bomba incendiaria, ma non staremo mica a guardare questi stupidi dettagli, no? Questo invece è Muhammad Hajila,
Hamas-terrorist-Muhammad-Hajila
l’ultimo innocente pacifico inerme innocuo manifestante civile palestinese assassinato a sangue freddo dagli spietati cecchini israeliani (o devo dire sionisti?). Era membro delle brigate Izz al-Din al-Qassam di Hamas e aveva partecipato all’attacco di Hamas a Nahal Oz che aveva ucciso cinque persone. Chi non avesse chiara la geografia locale può vedere la posizione di Nahal Oz in questa mappa.
mappa 1
Di quelle località ho visitato Netiv haAsara e Sderot. Ho visitato anche, non indicato in questa mappa, il kibbutz Nir Oz, pochi giorni dopo la fine della guerra del 2014. In quest’altra mappa
mappa 2
(clic per la mappa originale, da cliccare poi per ingrandire ulteriormente), oltre alle rispettive posizioni, possiamo ammirare anche le due parti di uno stesso identico terreno, una in mano agli israeliani, l’altra in mano ai palestinesi. Che siccome anche come terroristi sono pericolosi sì, dannosi sì, ma anche scalcinati e imbecilli, non di rado sbagliano il tiro e ammazzano in casa propria, come qui,
esplosione
dove hanno fatto fuori quattro dei loro, e poi alle donne tocca fare il lutto.
lutto esplosione
È anche da questa foto, oltre che dalle dichiarazioni della stessa dirigenza della Jihad islamica palestinese, che capiamo che sono stati vittime di fuoco amico, perché quando vengono uccisi da Israele si scatenano sparando in aria ai funerali – e ogni tanto finendo per impallinare anche qualcun altro – o dando comunque vita a funerali decisamente rumorosi

mentre quando, uscendone vivi o morti (non ha importanza) sono riusciti a far fuori un po’ di ebrei, magari neonati nella culla, festeggiano alla grande distribuendo dolci, oppure con caroselli d’auto tipo da noi quando si vincono i mondiali – all’interno di questo post foto delle vittime e video dei selvaggi festeggiamenti. Poi comunque ad un certo punto le manifestazioni finiscono e tutti quei bravi giovani tornano a casa e si occupano dell’educazione dei pargoli.

Mentre noi si fa accuratamente attenzione a guardare solo dalla parte giusta.
Gaza Siria
barbara

IL “CECCHINO” ISRAELIANO E LA STORIA CHE I GIORNALI NON VI RACCONTANO

“Immaginate di essere quel soldato israeliano”

Storia di come un video del Dicembre scorso sia diventato strumento della propaganda contro Israele

Immaginate di essere un soldato israeliano a Kissufim. E’ un kibbutz al confine con la Striscia di Gaza. Sta lì dagli anni Cinquanta, costruito da pionieri provenienti dall’America Latina dentro ai confini riconosciuti di Israele, quelli del 1948. Dopo il ritiro dei cosiddetti “coloni” [da Gaza, ndb] nel 2005, Kissufim è la linea del fronte per Israele. Oltre, non c’è altro. Il kibbutz negli anni ha subito infiltrazioni dei feddayen palestinesi, lanci di missili di Hamas, tentativi di costruire tunnel che sbucano fra le sue case e, nell’ottobre del 2017, anche uno strike israeliano che ha ucciso 7 terroristi palestinesi sotto uno di quei cunicoli mortali. Immaginate di essere quel soldato israeliano due mesi dopo lo strike. Avete di fronte una sommossa palestinese di là dal reticolato che separa Israele da quella énclave governata da Hamas, una organizzazione dedita alla distruzione dello stato ebraico, sorta di Afghanistan di islamismo, terrorismo, sottomissione e torture affacciata sul Mar Mediterraneo. La sommossa va avanti da due ore, con lanci di pietre e tentativi di rompere il reticolato. L’ordine militare per tutti è di non avvicinarsi a meno di cento metri da quel fence. I soldati tentano di disperdere la sommossa con lacrimogeni, colpi in aria, megafoni e altri strumenti. Uno dei capi palestinesi di questa sommossa si avvicina al confine. Il soldato ha l’ordine di colpirlo in maniera non letale. Non esiste altro modo per fermare una invasione se l’assalitore è determinato a passare il fence. Il soldato interrompe l’ordine perché vicino all’obiettivo appare un bambino. Libero il campo, il soldato fa fuoco e ferisce il palestinese. Un video illegale viene girato da parte di soldati che non c’entrano nulla con l’azione e nel sottofondo si sentono dei commilitoni che esultano per il successo dell’operazione. “Woh, che video!”.
Una organizzazione non governativa israeliana finanziata da molti paesi europei al fine di delegittimare Israele, Breaking the Silence, diffonde il video. Siamo nei giorni dopo gli scontri letali a Gaza dopo la “Marcia del Ritorno”. Serve materiale importante e quel video di quattro mesi prima ne offre l’opportunità. E fa subito il giro del mondo. I media del pianeta lo lanciano con titoli sensazionalistici, trasformando il legittimo tentativo israeliano di fermare l’invasione di un confine e finito con il ferimento di un palestinese – invasione che mesi dopo avrebbe visto la partecipazione di 50.000 palestinesi sotto la guida di Hamas – in un sadistico e gratuito videogame degli “occupanti sionisti” che fanno il tiro al piccione. E’ un classico caso della delegittimazione antisraeliana: si eliminano il contesto, le conseguenze e le cause, resta soltanto la brutale performance, cesellata a dovere per trasformare i difensori in aggressori, gli assediati in carnefici. Si parla ebraico, tanto basta. Nessuno li vuole vedere i palestinesi in festa dopo gli attentati contro i civili israeliani o i sermoni in arabo nella moschea di al Aqsa contro i “figli di maiali e scimmie”.
E’ questa la storia dei recenti tentativi di abbattimento della linea di confine fra Israele e Gaza da parte di Hamas. Scompare tutto: i fucili, le granate, gli scudi umani, i bambini e le famiglie indottrinate, i soldi che Hamas ha dato ai feriti e alle famiglie delle vittime (3.000 dollari ai morti, 500 ai feriti), i proclami cannibalistici dei capi del terrore (“mangeremo i fegati degli israeliani”, “tireremo fuori i cuori dai loro corpi”), la doppia identità dei fotografi uccisi (era un membro delle forze di sicurezza di Hamas), la vera natura delle vittime (almeno 15 delle 19 vittime del primo weekend di sommosse erano membri delle organizzazioni jihadiste palestinesi) e la ragione di Israele, che così ha impedito lo scoppio di una guerra (quella del 2014 prese il via dopo il rapimento e uccisione di tre ragazzi israeliani). Tutto deve evaporare, farsi da parte, uscire dallo schermo e dagli articolo di giornale, per lasciare spazio soltanto allo scontro impari e iniquo fra una grande forza militare e un popolo armato di sassi e di allegria.
In questi trent’anni di guerre e attriti fra israeliani e palestinesi, nessuno ricorda le missioni militari israeliane abortite per la presenza di civili palestinesi, i checkpoint rimossi e sfruttati per compiere attentati, i camion di aiuti umanitari israeliani entrati a Gaza, gli ospedali israeliani sempre pieni di feriti e malati palestinesi, le ambulanze palestinesi usate per trasportare armi e assassini, le scuole dell’Onu da cui si lanciano i missili, i tunnel scavati sotto le moschee, i processi e le condanne impartite a soldati israeliani che hanno infranto le regole di ingaggio. La Grande Menzogna si è mangiata la verità del conflitto, ovvero che Israele, l’assediato a ogni confine, la democrazia costretta a regole di ingaggio garantiste e civili da nemici che non conoscono umanità e civiltà, è la vera parte debole del conflitto.
La conquista dei cuori e delle menti occidentali è il più grande bottino palestinese. E’ così che la “questione palestinese” è diventata strategica negli ultimi cinquant’anni e che ha dominato il palcoscenico dell’Onu. Senza i giornali, le ong, le cancellerie, i tg della sera, i social e le piazze, i palestinesi oggi sarebbero più irrilevanti dei tibetani o dei papuani, loro vittime sì di una autentica “occupazione”, ma ultimi nelle gerarchia della compassione internazionale.
Il terrore e la menzogna pagano. E, soprattutto, sono virali. Il disprezzo per Israele tira.
Giulio Meotti, 11 aprile 2018, qui.

Aggiungo una piccola considerazione mia: è davvero fuori dal mondo immaginare che l’esultanza possa essere dovuta all’ammirazione per l’eccezionale precisione di mira del tiratore scelto, capace di centrare una gamba di un bersaglio in movimento in modo da fermarlo senza ucciderlo?

Nel frattempo tutto è pronto per la messa in scena della terza settimana di “proteste”: il fuoco alle bandiere israeliane.
fuoco bandiere
Che per i loro standard mi sembra, a parte la simbologia, un po’ modesta, per cui – chissà, forse sono troppo pessimista io, almeno lo spero – io mi aspetto anche qualcos’altro.

barbara

ABBIAMO GIÀ DATO

Cercate di capirci, abbiamo già dato

Cari Amici,
è chiaro che di nuovo – come in tante altre situazioni di pericolo per Israele – c’è una larga differenza fra quel che pensano e che sentono gli amici di Israele e in particolare gli ebrei (salvo pochissimi traditori, personaggi cioè che il popolo ebraico detesta e disprezza) e il modo in cui i media stanno orientando l’opinione pubblica. Ignorando i traditori e gli antisemiti più o meno consapevoli e dichiarati che sono venuti allo scoperto in questa circostanza, vorrei cercare di spiegare a chi onestamente non capisce le azioni di Israele che cosa sta succedendo a Gaza.
Lo faccio in maniera estremamente sommaria, accennando solo a due punti. Il primo è questo. Hamas, un’organizzazione considerata terrorista da moltissimi paesi (non solo gli Usa da ben prima di Trump e quasi tutti i paesi occidentali, ma anche molti stati arabi), ha lanciato un mese e mezzo di mobilitazione, chiamata “marcia del ritorno”, con lo scopo esplicito di abbattere i confini di Israele e di impadronirsi del suo territorio.
Spesso ha dichiarato di voler sterminare tutti i “sionisti” o i “coloni”- parole in codice per dire ebrei. Che il senso delle manifestazioni fosse questo, lo hanno dichiarato in maniera chiarissima il suo capo politico Yihya Sinwar: http://www.jpost.com/Breaking-News/Hamas-chief-We-will-remove-the-borders-and-implement-the-right-of-return-549053  ed altri dirigenti (https://twitter.com/twitter/statuses/982520058411978752) .
Ora, non c’è Stato senza controllo del territorio. Non si tratta solo dei confini, che vengono difesi da tutti (pensate allo sdegno recente per l’”irruzione” della Gendarmeria francese a Bardonecchia), ma anche di porzioni di territorio che vengono chiuse. Negli ultimi anni, ogni volta che ci sono state iniziative politiche internazionali sono state difese da “zone rosse”, difese militarmente dagli stati organizzatori. Nessuno del resto lascia la propria casa aperta a chi pensa di prendersela per sé. Le città nascono stabilendo i propri inviolabili confini, come Plutarco e Livio raccontano di Roma. Perché proprio Israele non dovrebbe difendere i suoi confini?
Anche se la “marcia del ritorno” fosse stata una manifestazione pacifica (ma non lo era, ve ne sono infinite prove fotografiche e testuali, a partire dal nome), Israele aveva diritto di impedire lo sconfinamento, con gli ostacoli e le barriere che ci sono sempre e che sempre Hamas cerca di violare con tunnel, missili e incursioni varie; e se queste erano minacciate, per esempio tagliando la rete di protezione come hanno ripetutamente cercato di fare i terroristi durante gli scontri, anche con le armi.
E’ un fatto comunissimo: avvicinatevi a una qualunque zona militare, anche a una caserma dei carabinieri nella pacifica Italia, e trovate dei cartelli che vi avvertono della possibilità di una difesa armata. Cercate di superare un confine vero (ormai l’Italia non ne ha più, ma cercate di entrare in Russia dall’Ucraina o in Turchia dalla Grecia o dall’Armenia) e vi spareranno a vista.
Israele si è difeso in maniera molto selettiva, individuando i caporioni (guarda caso, tutti giovani maschi appartenenti a organizzazioni terroristiche).
Perché non avrebbe dovuto farlo? Quali erano le alternative? Mezzi di controllo delle sommosse come gas lacrimogeni sono stati largamente usati, ma sono inutili contro organizzazioni militari attrezzate come quelle che hanno attaccato il confine, preparando anche una copertura fumogena, come nelle guerre vere e proprie: un vero e proprio stupro ecologico, contro cui aspetto ancora di sentire una protesta ambientalista.
Ecco, questo è il primo punto: negando a Israele il diritto di difendersi, lo si discrimina rispetto a tutti gli altri stati e lo si mette in pericolo, incoraggiando i suoi nemici, che continuano a pianificare la sua distruzione (https://www.aljazeera.com/news/2018/04/khamenei-big-mistake-negotiate-israel-180405125637407.html )
L’Europa ancora una volta si allinea o fa finta di non sentire, vedendo solo le indubbie durezze di una guerra di difesa. Il che fa sì che gli ebrei si indignino dell’indignazione europea. Ma c’è una seconda ragione, più specifica. Se ogni stato ha il diritto e il dovere di difendere i propri confini per tutelare i propri cittadini, uno stato ebraico non può non sentire questo dovere con intensità molto maggiore. La memoria storica degli ebrei ha impressa a lettere di fuoco l’esperienza di quel che accade quando una folla ostile sfonda le difese ed entra nelle loro case. Dai visigoti cristiani agli almoravidi musulmani in Spagna, dalle stragi compiute da Maometto in persona contro gli ebrei dell’Arabia a quelle dei crociati, dai processi dell’Inquisizione ai pogrom in Polonia e in Russia, dalla Shoah alla caccia agli ebrei nei paesi arabi nel secolo scorso, il popolo ebraico si è trovato sempre vittima di lutti e distruzioni infinite, disarmato, senza avere modo di difendersi mai perché privo di uno stato, dovendo solo confidare nella pietà o nell’interesse di chi poteva fermare gli assassini e quasi sempre non lo faceva.
La fondazione dello stato di Israele ha prima di tutto il senso di prendere il destino nelle proprie mani, di potersi difendere. Esattamente questo significa per noi “mai più Auschwitz”. Non possiamo credere, oggi come nel Medioevo, a una protezione internazionale. L’esperienza ha mostrato che in ogni momento di debolezza di Israele le potenze del mondo (e in primo luogo l’Europa) non l’hanno voluto difendere. E hanno mostrato anche che i “poveri palestinesi” sono ben decisi ad ammazzare più ebrei che possono, appena ne hanno la possibilità.
Rinunciare a difendere i confini vorrebbe dire tornare ad Auschwitz.
Auschwitz è ciò che l’Europa, che a suo tempo collaborò volonterosamente coi nazisti, la Chiesa, che non fece quasi nulla per impedire la strage, la sinistra (che cercò per decenni di occultarne il senso antisemita) vorrebbero oggi di nuovo dagli ebrei.
L’odio anti-israeliano gratuito dell’Europa, della Chiesa, della sinistra in generale, esibisce una coazione a ripetere che non può che far dubitare della natura umana – o della cultura occidentale. Non faccio fatica a immaginare con quanta commozione ci commisererebbero fra cinquant’anni, se seguissimo i loro buoni consigli umanisti: con giornate della memoria, musei e commoventi rievocazioni della nostra cultura. E’ un vero peccato dover deludere queste così nobili aspettative. Noi ebrei non abbiamo la minima intenzione di farci commemorare un’altra volta, non siamo disposti a farci sterminare di nuovo dai palestinisti, dagli iraniani o da chiunque altro. Ci difendiamo. Anche a costo di non mostrare la moralità delle vittime che così volentieri ci viene riconosciuta, magari dagli eredi dei carnefici o dei loro aiutanti.
Se qualcuno, armato di mitra o di coltello, magari sbandierando una svastica, cerca di entrare a casa nostra per tagliarci la gola, ci difendiamo.
E continueremo a farlo, alla faccia degli appelli del Papa, del Segretario delle Nazioni unite o degli editorialisti dei quotidiani di provincia che continuano a farci la lezione. Se disgraziatamente dovesse servire, lo faremo fino all’ultimo uomo (a parte i traditori infettati dall’ideologia di sinistra, che per fortuna sono pochissimi). Ci spiace di non darvi soddisfazione, di non poter fare i bravi ragazzi, come piacerebbe a voi. Cercate di capirci, abbiamo già dato.
Ugo Volli, su Informazione Corretta

Naturalmente sappiamo benissimo che “cercate di capirci” è un modo di dire, per dare una chiusa elegante e “rotonda” al pezzo. Sappiamo benissimo che “quelli” non ci pensano neanche di striscio a cercare di capire, non ci pensano neanche di striscio a cercare informazioni diverse dalle veline della propaganda filo terrorista. Ce ne faremo una ragione. E continueremo a difenderci, perché dopotutto, come diceva Golda Meir, “preferisco le vostre critiche alle vostre condoglianze”.
lining up
E ciò che non hanno potuto fare loro ieri, oggi, fortunatamente, lo possono fare, e lo fanno, i loro nipoti.

barbara