MEDICI SENZA FRONTIERE

Questo post, pubblicato nell’altro blog, è di undici anni fa.

MEDICI SENZA FRONTIERE DALLA PARTE DEI TERRORISTI?

Un terrorista mascherato da lavoratore dipendente di MSF?

Di Ambra Grayman per Guysen Israele News, 3 giugno 2007 09:16 (fonte non più disponibile, trad. di Inghev)

Secondo il centro d’informazione sulle Informazioni ed il Terrorismo al centro di studi speciali (CES)*, un residente di Deir al-Balah (striscia di Gaza) fermato il 19 aprile 2007 dalle forze israeliane di sicurezza, ha ammesso di essere recentemente entrato in Israele per raccogliere informazioni su personalità israeliane allo scopo di assassinarle.
Mous’ab Bashir, ha spiegato che era penetrato in Israele grazie ad un permesso di Medici senza frontiere, associazione per la quale lavorava da cinque anni.
Nel corso del suo interrogatorio, Bashir ha ammesso di avere progettato un attacco contro una personalità israeliana, per vendicarsi della morte di civili palestinesi.
In stretto rapporto  con i terroristi del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP) della striscia di Gaza, Bashir ha beneficiato di una serie di addestramenti specifici in previsione di quest’operazione, inizialmente diretta contro deputati israeliani, quindi contro il primo ministro dello Stato di Israele.
Dopo avere capito che le drastiche misure di sicurezza  rendevano l’assassinio di Ehoud Olmert impossibile, l’uomo è ripartito nella striscia di Gaza per cercare un nuovo “obiettivo”: Un archeologo israeliano che lavora in un sito della regione di Gerusalemme.
A questo scopo, Bashir ha iniziato ad allenarsi al combattimento-ravvicinato per uccidere  l’archeologo senza dovere ricorrere ad un’arma.
In gennaio, febbraio e marzo 2007, Bashir è nuovamente entrato in Israele con il suo permesso di Medici Senza Frontiere ed ha raccolto informazioni sulle abitudini della sua vittima.
È nuovamente entrato a Gerusalemme il 18 aprile ed è stato finalmente intercettato il giorno dopo.

In seguito all’accusa di Mus’ab Bashir, MSF ha pubblicato il comunicato stampa seguente:

“IL 17 maggio, il sig. Mossaab Bashir è stato accusato da un tribunale israeliano di “complotto” e di “contatto con un agente straniero”. “Il Sig. Bashir è stato fermato il 19 aprile a Gerusalemme, dove si era recato per una riunione di lavoro di Medici Senza Frontiere (MSF).
In base alle accuse rivolte al sig. Bashir, si evince chiaramente che né MSF né le sue attività sono implicate in questa vicenda.
Questo episodio è accaduto in un contesto di tensione estrema, che chiama alla più grande prudenza quanto all’interpretazione dei fatti. Essendo la procedura in corso, il sig. Bashir beneficia sempre della presunta innocenza. MSF seguirà attentamente il seguito dell’indagine, fino al verdetto finale.
Il contesto di Sicurezza nei territori palestinesi ha creato ostacoli amministrativi e pratici estremamente costrittivi per tutte le azioni d’aiuto.
Teniamo a ricordare che MSF rispetta scrupolosamente le norme e procedure delle autorità militari israeliane riguardanti gli spostamenti dei membri dei suoi gruppi.
A questo titolo, il sig. Bashir aveva ottenuto tutte le autorizzazioni richieste dalle autorità militari per recarsi a Gerusalemme ed ha subìto tutti i controlli imposti dall’esercito.
MSF lavora nei territori palestinesi Cisgiordania e Gaza dal 1989. In un contesto estremamente politicizzato e di radicalizzato dalla violenza, MSF veglia a mantenere la neutralità e l’imparzialità del suo intervento.
I territori palestinesi sono una zona di conflitto particolarmente violenta.
Le necessità sono crescenti.
La sospensione degli aiuti internazionali ed il blocco di Gaza rendono l’aiuto umanitario ancora più capitale.
In seguito all’ accusa del sig. Bashir, MSF si preoccupa dei rischi di legami con l’azione umanitaria, che ridurrebbero ancora l’accesso alle popolazioni ed aumenterebbero l’insicurezza dei nostri gruppi nei territori palestinesi come su tutto il territorio israeliano.”

* Il centro di studi del terrorismo è stato creato nel 2001. Fa parte dell’istituto delle informazioni, ONG fondata alla memoria delle vittime della Comunità delle informazioni israeliane, ed è situato vicino a Gelilot, al Nord di Tel-Aviv. È diretto dal dott. Reuven Erlich (Colonnello riservista)

Intervista a Giuseppe Scollo, responsabile del progetto di MSF nei Territori Palestinesi (fonte non più disponibile)

Domanda: Cosa sta facendo MSF nei Territori occupati? Perché non è operativa anche in Israele?
Nel 1989, in una fase acuta del conflitto, MSF ha iniziato a lavorare nei Territori Palestinesi, dando supporto al sistema sanitario. Inizialmente Le nostre attività prevedevano progetti di medicina d’urgenza. Da allora I nostri progetti sono stati modificati più volte, adattandosi in base alle necessità e alla disponibilità di cure nei servizi sanitari locali.
Oggi, a Gaza e in Cisgiordania, i nostri team forniscono cure mediche e psicologiche e assistenza medica e sociale alle famiglie sottoposte ad anni di continue violenze e alle conseguenze dell’occupazione (tra cui l’isolamento, le restrizioni, il divieto di viaggiare e i problemi di accesso alle cure). La maggior parte dei nostri pazienti è confinata in enclave e gli spostamenti dipendono dai capricci dei checkpoint militari (nelle aree vicine agli insediamenti, al muro, ai confini a rischio come quello egiziano e nelle aree con frequenti incursioni israeliane). Inoltre, in caso di necessità, siamo sempre pronti ad affrontare situazioni d’emergenza.
MSF non mette in discussione il fatto che anche in Israele vi siano dei problemi e un clima di violenza dovuto agli attacchi. Deploriamo la situazione e le sofferenze della popolazione civile di entrambe le parti. Tuttavia le strutture e il sistema sanitario israeliano sono operativi e funzionano perfettamente. Non è così nei Territori Palestinesi, dove la popolazione è vittima delle violenze e in più ha lo svantaggio di non avere accesso alle  cure mediche e psicologiche.

C’è stato un tempo in cui offrivo un modesto contributo, nei limiti delle mie possibilità, a Medici senza frontiere, che ritenevo una meravigliosa istituzione. Ho smesso di farlo nel dicembre del 2002, quando ho avuto modo di scoprire la loro intollerabile faziosità antiisraeliana. Un’intera sezione del loro sito era dedicata alle inenarrabili sofferenze dei palestinesi e non una sola parola veniva spesa per le sofferenze degli israeliani, non una sola parola sul terrorismo, non una sola parola di umana pietà per donne vecchi bambini fatti a brandelli. Zero. Faceva, nel loro sito, bella mostra di sé anche questa struggente immagine:
palpast
L’avete riconosciuto? Sì, è Lui: il dolce e mite Cristo, portatore di pace e di amore. La didascalia spiegava che i soldati avevano abbattuto il recinto della sua proprietà e sparato sugli animali. Può anche essere vero, intendiamoci, ma un frammento di informazione senza il dove, quando, come e perché non è un’informazione: e questo è il modo di operare che ha scelto Medici senza frontiere. Che a quattro anni e mezzo di distanza sta continuando sulla stessa linea: da una parte ci sono “problemi”, c’è un “clima”, dall’altra ci sono famiglie “sottoposte a continue violenze”, ci sono pazienti “confinati” a causa di “capricci” dei militari, ci sono “frequenti incursioni” … avete per caso letto da qualche parte la parola terrorismo? A questo ci sono poi da aggiungere una serie di patenti falsità: sappiamo perfettamente che durante la cosiddetta sospensione degli aiuti ai palestinesi, gli aiuti sono in realtà fortemente aumentati, così come sappiamo che Medici senza frontiere in Medio Oriente non è mai stato neutrale, e anche se certamente non arrivano agli sgangherati comizi del signor Strada, la loro totale mancanza di imparzialità rende comunque questa istituzione (anche questa istituzione, ahimé) ben poco commendevole.

Undici anni dopo, cioè oggi:

Il terrorista ucciso a Gaza era di Medici senza frontiere

Il terrorista palestinese Hani Majdalawiche ha aperto il fuoco contro i soldati dell’IDF  e ucciso quando hanno risposto al fuoco era un infermiere che lavorava per Medici Senza Frontiere.
Hani Majdalawi
“Abbiamo contattato -ha detto un portavoce dell’IDF-  Medici senza frontiere per ottenere chiarimenti in merito”. L’organizzazione non ha risposto  alle nostre domande realizzate via telefono e via e-mail. Il sito web di Medici senza frontiere rende noto che il gruppo gestisce tre centri di ustioni e traumi a Gaza che pare abbiano legami molto stretti con i leader islamici di Hamas.
Le autorità di Gaza non hanno ancora confermato la morte di Majdalawi.  Il fratello Osama lo ha descritto come un “martire” che aveva “comprato l’arma con i propri soldi e agito in completa indipendenza”. Sempre nello stesso post è scritto che Hani Majdalawi lavorava per Medici senza Frontiere e che era “il più economicamente stabile tra i suoi fratelli”.

Yair Shalom, 23 agosto 2018, qui.

I soliti lupi che si tengono ben stretti tutti i propri vizi.

barbara

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I DUE PARGOLI E IL CARO PAPÀ

Del pargolo si è occupato Giulio Meotti.

Oggi ho avuto un interessante scambio pubblico con Bobo Craxi, il figlio di Bettino. Vale la pena riportarlo per intero. Penso che faccia capire bene il delirio antisraeliano, il grottesco e terribile ribaltamento della realtà e della verità e la temibile perdita della causa e dell’effetto, in cui sono finiti pezzi interi dell’opinione pubblica e politica italiana.

***

Bobo Craxi
Sono stati uccisi in questi ultimi anni a Gaza 1400 civili. Quindi Corbyn dovrebbe parlare solo con le autorità israeliane?

Giulio Meotti
No, Corbyn parla solo con gli assassini di israeliani, gli israeliani li evita proprio. È andato ad omaggiare i terroristi palestinesi di Monaco 72. Imbarazzante

Bobo Craxi
È errato. Ha deposto una corona sulle tombe di martiri palestinesi Fra i quali c’erano pure questi.
sarà anche pro-Palestina ma non è un deficiente.

Giulio Meotti
Si come no, opere di bene e non fiori. Poi è andato a tavola con Meshaal, capo di Hamas, e altri due ergastolani che hanno ucciso 100 israeliani. Raccontano tutto i giornali inglesi

Bobo Craxi
Meshaal è un dirigente politico. Essendo due parti in guerra potrei dire senza tema di smentita che il più pulito c’ha la rogna. Quindi è una polemica del tutto strumentale.

Giulio Meotti
Eccolo, Craxi che elogia Meshaal, sulla lista nera dei paesi europei. Good luck

Bobo Craxi
Io non elogio nessuno. Registro che è noto che Egli sia un dirigente politico del Movimento Hamas.
Incontra abitualmente Ambasciatori di fior di paesi democratici dell’Occidente. E anche emissari israeliani. Lei è mal informato.

Giulio Meotti
No scusi, quali ambasciatori occidentali incontra Meshaal, che è un capo terrorista tanto che nel 1997 il Mossad tentò di farlo fuori?

Bobo Craxi
Capiterà anche ad altri di incontrare i mandanti dell’uccisione di 1600 palestinesi.  [si noti la classica tattica dei filopallestinari di spostare il discorso quando non si è in grado di rispondere a una domanda stingente, ndb] Purtroppo se si vuole la pace bisogna parlare con quelli che stanno facendo la guerra. Sennò c’è sempre la dottrina Hiroshima. Che non mi sembra la soluzione più adatta in questo secolo.

Giulio Meotti
Bello, edificante, questo paragone che fa fra terroristi che uccidono donne e bambini e una democrazia che si difende

Bobo Craxi
Si, si difende uccidendo vedo

Giulio Meotti
Suggerisce fiori e gessetti?

Bobo Craxi
Non mi occupo di strategie difensive. [vedi sopra]
Evidentemente la soppressione degli esseri umani inermi pare quella più efficace. Finché dura.

Giulio Meotti
Israele sopprime esseri umani inermi? Ma lei li vede i missili, i coltelli, le bombe umane, i mitra? O fa finta?

Bobo Craxi
Per la sua e la mia pace eviterei una baruffa sul Conflitto più intricato del secondo dopoguerra. [vedi sopra]
Eviterei soltanto fare di una distinzione fra i morti che prevalgono tuttavia in campo palestinese con o senza coltelli. [al solito: la colpa degli ebrei è che ne muoiono troppo pochi, ndb] Tornando a Corbyn, egli ha peccato di ingenuità.

Giulio Meotti
Invece va fatta la distinzione. Un terrorista è un obiettivo legittimo. E usa i civili come scudi umani. È il conflitto più asimmetrico della storia. O a Barcellona due giorni fa gli spagnoli che hanno ucciso un attentatore armato di coltello era “uso sproporzionato della forza”?

Bobo Craxi
Le rammento che dei 1600 e passa palestinesi uccisi a Gaza, 1400 erano civili. Sul piano militare non c’è partita. A me non farebbe piacere vivere in un Bandustan circondati da un muro. Penso nemmeno a loro. Credo che Corbyn come molti democratici europei solidarizzino per questo

Giulio Meotti
Falso, basati su “fonti palestinesi”. Pallywood. Ultimo assalto a Gaza lo dimostra. 80 per cento terroristi. E nessun Bantustan, ma apartheid al contrario, con Gaza senza ebrei, mezza Cisgiordania senza ebrei, e tutto Israele con grandi minoranze di arabi. Questa la storia, Bobo

***

Ne traggo che per un politico italiano, figlio di un primo ministro, è normale deporre fiori sulle tombe dei terroristi che a Monaco uccisero gli israeliani e che Hamas e Israele pari sono. D’altronde tale padre tale figlio. Bettino Craxi in Parlamento nel 1985 disse che “i palestinesi hanno diritto alla lotta armata”. Oggi capisco quel deputato del Partito repubblicano, Guido Martino, che inveí in aula contro Craxi udendo quelle parole oscene.


Della pargola invece mi sono occupata io, otto anni fa.

UNA DOMANDA ALLA SIGNORA STEFANIA GABRIELLA ANASTASIA CRAXI
Stefania_Craxi
Non è vero, strilla indignata la signora Stefania Gabriella Anastasia, non è vero niente che stiamo boicottando Israele! Sì, è vero che Israele, unico Paese del Mediterraneo, non è stato invitato al Forum Mediterraneo, ma non perché lo si voglia boicottare, neanche per sogno! È semplicemente che i ministri arabi non vogliono sedersi con loro, tutto qui. E gli israeliani ne devono prendere atto, eccheccbip! E magari, aggiunge saggiamente la signora Stefania Gabriella Anastasia, dovrebbero anche meditarci sopra, e questa è una cosa sacrosanta, perché da sempre lo sappiamo che non dobbiamo chiedere agli antisemiti perché ce l’abbiano con gli ebrei bensì, molto più ragionevolmente, sono gli ebrei che ci devono spiegare perché mai tutti ce l’abbiano con loro, eccheccbip! Così come, da che mondo è mondo, si chiede ai derubati perché i ladri ce l’abbiano con loro, si chiede ai morti ammazzati perché gli assassini ce l’abbiano con loro, si chiede ai bambini perché i pedofili ce l’abbiano con loro: è così che si fa, eccheccbip! Anzi, dirò di più, cioè no, anzi la signora Stefania Gabriella Anastasia dice di più: gli israeliani devono solo ringraziare. Di che cosa non lo dice, ma forse è solo perché il motivo è talmente chiaro da rendere superflua qualunque spiegazione, e se non ci arrivo la colpa deve essere evidentemente mia. E vabbè. E poi arriva il clou, che è ciò che mi ha indotta a prendere schermo e tastiera e scrivere. Dice infatti la signora Stefania Gabriella Anastasia: “È Pierino che grida sempre al lupo. Attenti, perché poi quando il lupo arriva davvero…”. No, la domanda non è se quello del lupo che “arriva davvero” sia un wishful thinking, non sono così maliziosa, ci mancherebbe. La domanda è un’altra, e cioè: se il terrorismo non è il lupo, se bombe e razzi non sono il lupo, se migliaia di morti e decine di migliaia di feriti e mutilati e invalidi permanenti non sono il lupo, se donne, neonati, vecchi sopravvissuti alla Shoah assassinati a sangue freddo non sono il lupo, se boicottaggi a livello planetario in campo accademico, scientifico, sportivo, artistico, giornalistico, politico, economico eccetera eccetera non sono il lupo, se ebrei rapiti e assassinati e magari ritrovati poi in dieci pezzi* in giro per il mondo non sono il lupo, se una mezza dozzina (almeno) di stati tuttora formalmente in guerra con Israele non sono il lupo, se due organizzazioni internazionalmente riconosciute che hanno per statuto la distruzione di Israele e una delle due anche lo sterminio totale degli ebrei, e uno stato che dichiara apertamente di volere la bomba atomica per distruggere Israele non sono il lupo, la mia domanda è: che cosa potrebbe essere, per la signora Stefania Gabriella Anastasia, il “lupo davvero”? Forse qualcuna di quelle confortevoli stanze a tenuta stagna con un’apertura in alto per farvi scivolare dentro quei graziosi cristalli azzurrini che si dissolvono impalpabilmente nell’aria? Immagino che qualcuno potrebbe accusarmi di processo alle intenzioni, ma dopo aver visto la signora Stefania Gabriella Anastasia piangere disperatamente sulla tomba del nipotino di quel tale Haji Amin Al Husseini, in arte gran mufti, fraterno amico di tale Adolf Hitler, in arte Führer, che le stanze suddette è andato a studiarle da vicino per poterle poi adoperare con gli ebrei suoi vicini di casa, l’idea non sembra poi così peregrina.

*Le reazioni
Non ha suscitato reazioni che Aryeh Leib Misinzov, ebreo venticinquenne del movimento Chabad, sia stato rapito a Kiev il 20 aprile, giorno del compleanno di Hitler. Da giorni, non suscita reazioni la notizia del ritrovamento in dieci pezzi del suo corpo, e in una sempre più lunga catena di silenzio non sta suscitando reazioni che non vi siano reazioni. Un silenzio antico circonda la morte ebraica.
Il Tizio della Sera

D’altra parte, come si suol dire, il frutto non cade mai lontano dall’albero (il pezzo che segue è di dodici anni fa)

SIGONELLA: DALLA PARTE DEI TERRORISTI

Ho avuto qualche difficoltà a preparare questo post. Innanzitutto per la datazione: ho consultato, a questo riguardo, decine di siti, e ho trovato che circa la metà collocano l’episodio nella notte fra il 9 e il 10 e l’altra metà tra l’11 e il 12. Alla fine ho dunque deciso di postarlo in questa data, ma potrebbe anche essere corretta l’altra. Poi ho avuto difficoltà a trovare un resoconto onesto: la maggior parte erano vere e proprie apologie dell’eroico Craxi che “ha difeso la sovranità nazionale contro lo strapotere americano”, tralasciando completamente il fatto che stava mettendo le forze armate italiane al servizio di un terrorista; alcune (poche) altre erano di segno opposto, ma con toni di una faziosità inaccettabile. Alla fine ho scelto questi due pezzi, che posterò insieme, perché mi pare che si integrino piuttosto bene.

[…] Due giorni dopo si scoprì tuttavia che a bordo era stato ucciso un cittadino americano, Leon Klinghoffer, ebreo e paralitico: l’episodio provocò la reazione degli Stati Uniti. L’11 ottobre dei caccia statunitensi intercettarono l’aereo egiziano, che, secondo gli accordi, conduceva in Tunisia i membri del commando di dirottatori e lo stesso Abu Abbas, costringendolo a dirigersi verso la base di Sigonella, base della NATO in Italia.
L’allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi si oppose tuttavia all’intervento americano, chiedendo il rispetto del diritto internazionale e i VAM (Vigilanza aeronautica militare) furono schierati a difesa dell’aereo contro la Delta Force statunitense. Si trattò della più grave crisi diplomatica del dopo guerra tra l’Italia e gli Stati Uniti, che si risolse con la rinuncia degli USA ad un attacco all’aereo sul suolo italiano. Il ministro della difesa Giovanni Spadolini ed altri due ministri repubblicani presentarono le dimissioni in segno di protesta contro Craxi, provocando la caduta del governo.
Un diverso velivolo, di nazionalità jugoslava, prese in consegna Abu Abbas, mentre i quattro membri del commando terrorista vennero rinchiusi nel carcere di Siracusa e furono in seguito condannati, scontando la pena in Italia. Dopo pochi giorni, grazie alle informazioni raccolte dai servizi segreti israeliani, si ottenne la prova del coinvolgimento di Abu Abbas, il quale venne condannato all’ergastolo in contumacia.
Secondo le dichiarazioni rese da Omar Ahmad, uno dei membri del commando terroristico, il piano originario dei dirottatori era quello di condurre la nave in un porto militare israeliano, di sparare ai soldati presenti, uccidendone il più possibile, e quindi di fuggire in Libia. La vicenda si svolse invece diversamente, secondo Omar Ahmad, per colpa di Abu Abbas.

La notte dei lunghi coltelli a Sigonella, Abbas «diplomatico» iracheno.
Lo scontro tra Craxi e Reagan e tra i carabinieri e la Delta Force
Tony Zermo

[…] La notte di Sigonella la vivemmo dietro il reticolato della base. Si sapeva dell’atterraggio di un Boeing egiziano con a bordo i dirottatori dell’«Achille Lauro», si vedevano blindati dei carabinieri che arrivavano da Catania, un gran movimento dentro la base, ma soltanto dopo si seppe veramente cos’era accaduto. All’alba del 12 ottobre un cellulare dell’Arma aveva portato al carcere di Siracusa i quattro feddayn che avevano dirottato la nave da crociera e ucciso l’ebreo americano Leon Klinghoffer.
Quella notte era accaduto di tutto. Il presidente del Consiglio Craxi si era rivolto al presidente egiziano Mubarak e ad Arafat per convincere i dirottatori ad arrendersi. L’accordo era che Abu Abbas, il negoziatore della resa, sarebbe stato portato in sicurezza e che i quattro dirottatori avrebbero avuto un processo «umano». Il governo italiano non sapeva che Abbas era stato il regista del megasequestro dei cento crocieristi. Lo seppe cinque giorni dopo dalla Cia, ma ormai Abbas, che aveva un passaporto diplomatico iracheno, era uccel di bosco, portato a Ciampino su un aereo militare italiano che si era levato da una pista secondaria di Sigonella a luci spente, poi a Fiumicino e infine imbarcato su un aereo jugoslavo per Belgrado. L’ammiraglio Fulvio Martini, che era capo del Sismi, racconta: «L’Achille Lauro dopo quattro giorni di odissea era stata rilasciata nel porto di Alessandria, per me la faccenda si era chiusa bene. Ma alle 23,57 squilla il telefono, era “Ulisse”, nome in codice del presidente Craxi. Mi disse che gli Stati Uniti gli avevano chiesto di autorizzare l’atterraggio a Sigonella di un aereo egiziano dirottato all’altezza del Canale di Sicilia da F14 americani. L’aereo trasportava due negoziatori palestinesi, cioè Abu Abbas e Hani el Hassan, i quattro dirottatori della motonave, un ambasciatore cairota e teste di cuoio egiziane».
Martini quella notte non riuscì a contattare il ministro della Difesa Spadolini. E così ordinò di far atterrare l’aereo egiziano a Sigonella. «L’atterraggio avvenne alle 0,15 e il velivolo fu immediatamente circondato dal Vam, vigilanza aeronautica militare, e dai carabinieri. Pochi minuti dopo atterrarono due C-141 americani della Delta Force al comando del generale Steiner. Si diressero verso il Boeing egiziano e fu subito chiaro che volevano prendere i dirottatori e Abu Abbas su ordine di Reagan. La tensione fu alle stelle perché i militari della Delta Force, armi in pugno, circondarono gli avieri italiani e i carabinieri, ma a loro volta furono circondati da altri carabinieri che erano affluiti nella base. Esistevano tre cerchi concentrici attorno all’aereo. Per fortuna i comandanti mantennero un grande sangue freddo. Steiner era un privilegiato perché aveva notizie dagli Stati Uniti in tempo reale grazie ad apparecchiature satellitari, noi ci appoggiavamo alla rete telefonica della Sip».
La lunga notte si concluse alle 5,30 perché il generale dei carabinieri Bisogniero aveva fatto intervenire a Sigonella i blindati dell’Arma e così quelli della Delta Force capirono che gli italiani non avrebbero mollato. Poco dopo il reparto d’attacco americano ricevette l’ordine di rientrare. «Ma non era ancora finita – aggiunge Martini – perché quando partimmo in formazione da Sigonella alla volta di Ciampino, mettendo in mezzo il Boeing egiziano, mi venne l’idea, non so perché, di chiedere la scorta di nostri aerei da caccia. E fu un’idea felice perché si levò un F-14 della Sesta Flotta che cercò di dirottare l’aereo egiziano. Atterrati a Ciampino ci fu un’altra interferenza. Un secondo aereo americano, dichiarando uno stato di emergenza, ottenne di atterrare e si fermò sulla pista. Ma era solo un pretesto. Persi la pazienza e feci sapere al pilota americano che se non si fosse tolto di mezzo, avrei fatto buttare il suo aereo fuori pista con i bulldozer. Gli diedi cinque minuti: ne passarono solo tre e andò via».
Da La Sicilia (purtroppo non posso riportare le fonti perché la prima, su Wikipedia, è stata fortemente modificata, mentre la seconda non è più in rete)

Nonostante una certa arroganza e una puntina di sbruffoneria nell’impennata di orgoglio nazionale sul finale del secondo pezzo, mi sembra una ricostruzione fedele dei fatti. Personalmente ritengo molto poco credibile che si ignorasse il ruolo di Abu Abbas quale regista del dirottamento e, come già detto nel post precedente relativo al sequestro, la scelta di Craxi di fare da zerbino ai terroristi è cosa ignobile alla quale non trovo alcuna giustificazione. Sicuramente la storica scelta della politica estera italiana di assecondare il terrorismo non si giustifica con delle presunte garanzie di immunità per l’Italia, visto che attentati e assassini in casa nostra non sono certo mancati. E dunque si spiegano solo, mi sembra, con una totale sintonia e simpateticità con gli obiettivi e con i mezzi dei terroristi.

Aggiungo oggi, per completare il quadro, un“piccolo” episodio a margine. All’inizio degli anni Ottanta il giudice di Trento Carlo Palermo era impegnato in un’indagine sul traffico di armi; riprendo gli episodi relativi da due diverse pagine di Wikipedia, che li riportano esattamente come li ricordo.

Nominato sostituto procuratore di Trento nel 1975, diventò noto al grande pubblico quando aprì un’indagine su un ampio traffico di armi e droga, che venne avviata nel 1980 in seguito al sequestro di 110 kg di morfina base a Trento che erano destinati all’albergatore Karl Kofler (morto poco tempo dopo in carcere) e ad Herbert Oberhofer, i quali costituivano un anello di congiunzione tra i trafficanti turchi e i mafiosi siciliani; gli accertamenti evidenziarono il ruolo principale avuto dal trafficante siriano Henry Arsan (residente a Milano), il quale riusciva a barattare carichi di armi in Medio Oriente con partite di droga, e coinvolsero anche ufficiali dei servizi segreti affiliati alla loggia P2 (il generale Giuseppe Santovito e il colonnello Massimo Pugliese), il boss turco Bekir Celenk (implicato anche nell’inchiesta romana sull’attentato a Giovanni Paolo II) e l’attore Rossano Brazzi, i quali erano accusati di aver partecipato a trattative per la vendita di armi da guerra all’estero.
Tuttavia l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi presentò un esposto al Consiglio Superiore della Magistratura contro il giudice Palermo perché si era sentito indebitamente chiamato in causa dopo che il magistrato aveva scritto il suo nome su alcuni decreti di perquisizione intestati al finanziere socialista Ferdinando Mach di Palmstein: per queste ragioni il Csm avviò un’inchiesta disciplinare nei confronti di Palermo e gli fu tolta l’indagine [cioè Craxi lo ha fatto fermare prima che potesse compiere quelle perquisizioni in cui Carlo Palermo riteneva – indebitamente, sia ben chiaro – fosse implicato il signor Craxi]. Il magistrato decise allora nel 1985 di farsi trasferire alla procura di Trapani, dove le sue indagini si erano incrociate con il collega Giangiacomo Ciaccio Montalto ucciso nel 1983: infatti il giudice Palermo si era incontrato a Trento con Ciaccio Montalto tre settimane prima che fosse ucciso per scambiarsi informazioni riservate sul filone dell’inchiesta che riguardava il traffico di stupefacenti.
Nella città siciliana, dopo solo 50 giorni dal suo arrivo, la mafia reagì e tentò di ucciderlo con un’autobomba a Pizzolungo, una frazione del trapanese [ossia stava sostanzialmente continuando lo stesso lavoro, e vista l’ostinazione del soggetto si è ritenuto necessario fermarlo in modo più risolutivo].

***

La mattina del 2 aprile del 1985, poco dopo le 8:35, sulla strada provinciale che attraversa Pizzolungo, posizionata sul ciglio della strada, un’autobomba è pronta per l’attentato al sostituto procuratore Carlo Palermo che dalla casa dove alloggia a Bonagia si sta recando al palazzo di Giustizia di Trapani a bordo di una Fiat 132 blindata, seguito da una Fiat Ritmo di scorta non blindata. In prossimità dell’auto carica di tritolo l’auto di Carlo Palermo supera una Volkswagen Scirocco guidata da Barbara Rizzo, 30 anni, che accompagna a scuola i figli Giuseppe e Salvatore Asta, gemelli di 6 anni.
Barbara_Rizzo
L’utilitaria si viene a trovare tra l’autobomba e la 132. L’autobomba viene fatta esplodere comunque, nella convinzione che sarebbe saltata in aria anche l’auto di Carlo Palermo. L’esplosione si udì a chilometri di distanza.
L’utilitaria invece fa da scudo all’auto del sostituto procuratore che rimane solo ferito. Nella Scirocco esplosa muoiono dilaniati la donna e i due bambini.
strage-di-pizzolungo
Il corpo squarciato della donna viene catapultato fuori dall’auto mentre i corpi a brandelli dei bambini finiscono dispersi molto più lontano. Sul muro di una palazzina a duecento metri di distanza una grossa macchia mostra dove è finito un corpicino irriconoscibile. […]
Dei quattro agenti della scorta quelli sulla 132, l’autista Rosario Maggio e Raffaele Di Mercurio, rimangono leggermente feriti mentre gli altri due vengono gravemente colpiti dalle schegge, Antonio Ruggirello a un occhio, Salvatore La Porta alla testa e in diverse parti del corpo.

Giusto per completare il quadro.

barbara

NIRAM FERRETTI SOSPESO DA FB PER 30 GIORNI

Per la terza volta in brevissimo tempo. Questo l’orrendissimo articolo che gli ha meritato la severa punizione.

“Gaza, mamma palestinese incinta e la figlia di un anno e mezzo uccise nei bombardamenti”. Questo è il titolo di un articolo sull’edizione online di La Repubblica. L’intento è esplicito. Fomentare l’odio verso Israele e dare la stura all’antisemismo. Cosa c’è di meglio se non evidenziare che Israele uccide le donne e i bambini? Fa sempre un certo effetto e rincuora gli animi di chi afferma che i soldati dell’IDF sarebbero come i nazisti. La notizia della morte, vera o presunta, della donna è fornita da Hamas. Ovviamente nel titolo si omette qualsiasi riferimento al fatto che da Gaza sono partiti 150 razzi contro Israele e che, Israele ha risposto di conseguenza. Si titola così, ad effetto. Funziona sempre. Goebbels lo ha insegnato bene, poche idee, semplici, costantemente ripetute. Israele che ammazza donne e bambini è irresistibile, è uno dei capisaldi del romanzo criminale sullo Stato ebraico, null’altro se non la continuazione del romanzo criminale sugli ebrei che dura da millenni. Bisogna dire che La Repubblica è ormai diventata poco più di una latrina. Il tanfo è irrespirabile, soprattutto in estate, quando gli odori si percepiscono più netti a causa della calura. Da quando la direzione è sotto la tutela di Mario Calabresi, il precipitare verso il basso è una picchiata senza sosta. Meno male che l’esimio titolare del giornale e del gruppo L’Espresso, l’ingegnere Carlo DeBenedetti, ha saputo individuare in Matteo Salvini il vero antisemita.

Invito tutti gli amici a condividerlo nel proprio blog e, se qualcuno se la sente, anche su FB, come ha fatto l’amico Enrico Richetti, dal quale l’ho ripreso.

Restando in tema di spudorata disinformazione su Israele, aggiungo l’infame episodio della foto della “bambina di due anni uccisa dagli israeliani insieme alla mamma incinta”, naturalmente con l’immancabile corredo di pupazzo orsacchiotto e la tenerissima Hello Kitty in mezzo alle macerie della casa, ovviamente pulitissimi, come sempre.
bambina 1
Si tratta in realtà della foto di una bambina americana presa a caso da Instagram,
bambina 2
per toccare cuore e pancia con quegli occhioni innocenti spalancati sul mondo, che i perfidi giud sionisti hanno chiuso per sempre. Perché è così che funziona: prima inventi l’etichetta (israeliani=nazisti), poi inventi la notizia (israeliani uccidono donne e bambini), poi peschi fuori da un sito qualsiasi un’immagine qualsiasi che si sposi con la notizia inventata, ed ecco dimostrato che l’etichetta era corretta. E funziona sempre.

barbara

ISRAELE, LA COSTITUZIONE E DANIEL BARENBOIM

Ma prima di parlare della Costituzione israeliana, due parole su quella italiana. La seconda parte dell’articolo 1 recita: “La sovranità appartiene al popolo”. Domanda: a quale popolo? Quello mozambicano? Delle isole Salomone? Azzardo troppo se penso che chiunque risponderebbe “al popolo italiano”? Azzardo troppo se suppongo che non sia stato specificato per il semplice fatto che è scontato che lo stato italiano è la patria del popolo italiano? Ci sono minoranze etnico-linguistiche in Italia? Sì: albanesi, catalani, croati, francesi, francoprovenzali, friulani, germanici, greci, ladini, occitani, sardi, sloveni per un totale di circa due milioni e mezzo di persone, riconosciuti e tutelati; ma la lingua ufficiale è una: l’italiano. Qualcuno lo trova scandaloso? Discriminatorio? Razzista? Fascista?
L’Italia ha deciso di stabilire la sua capitale a Torino, poi l’ha spostata a Firenze e infine a Roma, dopo averla sottratta con le armi al Vaticano che vi risiedeva da oltre un millennio e che l’aveva dotata del più grande patrimonio artistico esistente al mondo: ha chiesto il permesso a qualcuno? Qualcuno ha messo in discussione il suo diritto di farlo?
E passiamo ora a quella israeliana.

Legge Fondamentale: Israele, Stato Nazione del Popolo Ebraico

1) Principi fondamentali

A. La Terra di Israele è la patria storica del popolo ebraico, in cui lo Stato di Israele si è insediato.
B. Lo Stato di Israele  è la patria nazionale del popolo ebraico, in cui esercita il suo naturale, culturale, religioso e storico diritto all’autodeterminazione.
C. Il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unico per il popolo ebraico.

2) Simboli dello Stato

A. Il nome dello Stato è “Israele.
B. La bandiera dello Stato è bianca con due strisce azzurre verso le estremità e una stella blu di David al centro.
C. Il simbolo dello Stato è una menorah a sette bracci con foglie d’ulivo ad entrambi i lati e la scritta  “Israele” sotto esso.
D. L’inno nazionale è l'”Hatikvah”.
E. Ulteriori dettagli sui simboli di stati saranno determinati da legge ordinaria.

3) La capitale dello Stato

Gerusalemme, integra e unita, è la capitale di Israele.

4) Lingua

A. La lingua ufficiale è l’ebraico.
B. La lingua araba gode di riconoscimento speciale nello stato. La legge regolamenterà l’impiego dell’arabo nelle istituzioni di stato.
C. Questa previsione non pregiudica lo status riconosciuto alla lingua araba dalle normative preesistenti.

5) Ritorno degli esuli

Lo Stato è aperto all’immigrazione ebraica e al ritorno degli esuli

6) Collegamento con il popolo ebraico

A. Lo Stato si impegnerà affinché sia garantita la sicurezza dei membri del popolo ebraico in pericolo o in cattività a causa della loro ebraicità o cittadinanza.
B. Lo Stato agirà nell’ambito della Diaspora per rafforzare l’affinità fra esso e i membri del popolo ebraico.
C. Lo Stato agirà per preservare il patrimonio culturale, storico e religioso del popolo ebraico fra gli ebrei della Diaspora.

7) Insediamenti ebraici

A. Lo Stato considera lo sviluppo di insediamenti ebraici come valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuoverne l’insediamento e il consolidamento

8) Calendario ufficiale

Il calendario ebraico è il calendario ufficiale dello Stato, e sarà affiancato dal calendario gregoriano come calendario ufficiale. L’utilizzo del calendario ebraico e di quello gregoriano sarà disciplinato dalla legge.

9) Giornata dell’Indipendenza e commemorazioni

A. La Giornata dell’Indipendenza è la festività nazionale ufficiale dello Stato.
B. La Giornata della Memoria per i Caduti in tutte le Guerre di Israele, per le vittime dell’Olocausto, nonché la Giornata del Ricordo dell’Eroismo, sono giorni di commemorazione dello Stato.

10) Giorni del riposo e Shabbath

Lo Shabbath e le festività di Israele sono i giorni di riposo fissati per lo Stato. I non ebrei hanno diritto a rispettare i loro giorni di riposo e le loro festività. I dettagli di questo tema saranno fissati dalla legge.

11) Immutabilità

Questa legge fondamentale non può essere emendata che da un’altra legge fondamentale, approvata dalla maggioranza dei membri della Knesset. (Traduzione a cura di Il borghesino)

Forse può essere interessante dare un’occhiata ad alcuni articoli della costituzione palestinese, tenendo presente che per “Palestina” o “terre palestinesi” non si intende Giudea-Samaria (“Cisgiordania”) e Gaza, bensì tutto il territorio di Israele.

Articolo (2) Il popolo palestinese ha un’identità indipendente. Essi sono l’unica autorità che decide il proprio destino e hanno completa sovranità su tutte le loro terre.
Articolo (3) La rivoluzione palestinese ha un ruolo guida nella liberazione della Palestina.
Articolo (4) La lotta palestinese è parte integrante della lotta mondiale contro il sionismo, colonialismo e imperialismo internazionale.
Articolo (5) La liberazione della Palestina è un obbligo nazionale che ha bisogno del supporto materiale e umano della Nazione Araba.
Articolo (6) Progetti, accordi e risoluzioni dell’Onu o di singoli soggetti che minino il diritto del popolo palestinese nella propria terra sono illegali e rifiutati.
Articolo (9) La liberazione della Palestina e la protezione dei suoi luoghi santi è un obbligo arabo religioso e umano.
Articolo (17) La rivoluzione armata pubblica è il metodo inevitabile per liberare la Palestina.
Articolo (19) La lotta armata è una strategia e non una tattica, e la rivoluzione armata del popolo arabo palestinese è un fattore decisivo nella lotta di liberazione e nello sradicamento dell’esistenza sionista, e la sua lotta non cesserà fino a quando lo stato sionista non sarà demolito e la Palestina completamente liberata.  (Enfasi mia, qui, traduzione mia)

Tornando invece alle democrazie – democrazie autentiche, indiscusse, riconosciute come tali da tutti (la precisazione è d’obbligo, dato che per il signor Ovadia Salomone, in arte Moni – e non sghignazzino i veneti – “Arafat non è un terrorista e chi dice questo è un pazzo. Arafat è il democratico e legittimo rappresentante del suo popolo”), può essere il caso di dare un’occhiata qui.

E veniamo ora al nostro Cicciobello.

Barenboim: «Mi vergogno di essere israeliano»

La legge sullo Stato nazionale del popolo ebraico

«Oggi mi vergogno di essere israeliano»: lo afferma il direttore d’orchestra Daniel Barenboim con un polemico intervento su Haaretz in seguito alla approvazione alla Knesset della legge che qualifica Israele come «lo Stato nazionale del popolo ebraico». Il significato di quella legge, sostiene, è che «gli arabi in Israele diventano cittadini di seconda classe. Questa è una forma molto chiara di apartheid». Barenboim sostiene che il parlamento ha tradito gli ideali dei Padri fondatori. Loro puntavano «alla giustizia, alla pace … promettevano libertà di culto, di coscienza, di lingua, di cultura». Ma 70 anni dopo, accusa, «il governo israeliano ha approvato una legge che sostituisce il principio di giustizia ed i valori universali con nazionalismo e razzismo». Barenboim conclude: «Non mi capacito che il popolo ebraico sia sopravvissuto duemila anni, malgrado le persecuzioni ed infiniti atti di crudeltà, per trasformarsi in un oppressore che tratta crudelmente un altro popolo».
(Il Messaggero, 24 luglio 2018)

Barenboim non si capacita e si vergogna. Non si capacita che Israele sia potuto sopravvivere duemila anni (in realtà sono molti di più), e quando un artista geniale non si capacita, non cerca di capacitarsi studiando e riflettendo un po’ di più, ma dà di piglio alla sua arte ed esprime ad alta voce il suo non aver capito niente. Poi aspetta gli applausi, che spesso, soprattutto quando si parla male di Israele, non tardano a venire. Ma oltre a non capacitarsi, lui si vergogna. Non del fatto di non aver capito niente, ma di essere israeliano. Nessuno gli dica che probabilmente in Israele sono molti di più quelli che si vergognano di lui.
Marcello Cicchese

E mi viene bene di riproporre questa cosetta a quattro mani fatta un po’ di anni fa.

LETTERA APERTA A DANIEL BARENBOIM

Stimatissimo e veneratissimo Maestro,
abbiamo appreso con dolore, con mestizia e anche, dobbiamo dirlo, con un po’ di vergogna, che un deplorevolissimo attacco mediatico è stato scatenato contro di Lei da parte di vari personaggi israeliani e anche da parte di altri ebrei del mondo libero. Questo è ciò che ci ha spinti a scriverLe questa lettera aperta, che cercheremo di pubblicizzare il più possibile: esprimerLe la nostra totale, incondizionata solidarietà. E la nostra sconfinata ammirazione per tutto ciò che Lei sta facendo, per la Sua coraggiosa opera a favore del meraviglioso popolo di Gaza, non ultimo mettendo a disposizione di questo popolo generoso la Sua sublime musica – tutte qualità, queste del popolo di Gaza, che i Suoi nemici non vogliono riconoscere. Che dire, per esempio, del fatto che da cinque anni stanno ospitando quel sionista, Gilad: cinque anni, cinque anni che gli provvedono vitto e alloggio e mai, mai una volta in cinque anni hanno chiesto un centesimo di rimborso spese? E sì che ne avrebbero bisogno, di contributi: basti pensare a quel missile teleguidato che hanno tirato sullo scuolabus: duecentoottantamila dollari per eliminare un unico, giovanissimo nemico! Quanti miliardi ci vorranno prima di liberare la Palestina dal fiume al mare? Eppure quelle anime generose continuano a ospitare il sionista completamente gratis! E i compatrioti di quel loro ospite cosa fanno invece di ringraziarli? Li criticano. E criticano Lei che generosamente si esibisce, immaginiamo gratis, di fronte a loro e di fronte agli eroici combattenti di Hamas che si dedicano senza risparmio alla loro lotta di liberazione – e sembra che la Sua presenza sia stata foriera di benefici effetti, visto che subito dopo Hamas e Fatah hanno trovato la forza di mettere una pietra sopra alle loro quotidiane carneficine reciproche occasionali piccoli dissidi e decidere uno storico accordo per combattere uniti contro l’unico vero, eterno nemico comune. Abbiamo saputo che questa volta, in questa Sua magnanima spedizione di pace, non ha potuto dirigere la Sua orchestra storica, la Divan – pare che ci fosse qualche difficoltà a far entrare nella Striscia i musicisti israeliani – ma ciò che conta è il risultato, no? E il risultato indiscutibile è stato l’entusiasmo di Hamas. Lei è talmente bravo, Maestro, da occultare persino i Suoi difetti congeniti: “Non sapevo che fosse ebreo”, pare abbia infatti detto un ragazzo palestinese per giustificare la propria presenza al concerto. Ed è vero: Lei è talmente bravo, talmente buono, talmente generoso, che non sembra neppure ebreo. E tanta è la nostra ammirazione per Lei che ci permettiamo di darLe due consigli: stracci il suo passaporto israeliano, Maestro: quegli ingrati sionisti non La meritano, non meritano di avere un concittadino come Lei. E si converta il più presto possibile alla religione di pace: non vorremmo davvero che ci dovesse capitare, dopo avere pianto il povero Juliano Mer-Khamis e il povero Vittorio Arrigoni, che ai loro e Suoi comuni amici avevano dedicato tutta intera la propria vita, di ritrovarci a piangere anche Lei.

Barbara Mella
Emanuel Segre Amar

07/05/2011

Sì, direi che ci sta proprio bene.

barbara

USO SPROPORZIONATO DELLA FORZA

Condanne

Tra cento milioni di anni, quando l’umanità si sarà ormai estinta da tempo immemorabile – niente è eterno, per fortuna -, una civiltà di extraterrestri scenderà sulla Terra, scoprirà il nostro mondo scomparso e, mossa da curiosità, inizierà a studiarlo. E si produrranno così ricerche, libri, documentari, tesi di laurea sulla vita dei terrestri.
Un giorno un professore di logica e linguaggio terrestre chiamerà a colloquio un suo laureando, incaricato di svolgere un elaborato sul tema: “Condanne dell’uso sproporzionato della forza”. Il professore chiederà informazioni sullo stato di avanzamento dei lavori:
“Allora, come procediamo?”
“Spero bene, Prof., sono un po’ indietro, ma spero di laurearmi in tempo. Seguendo il Suo consiglio, ho fatto una ricerca su tutte queste strane condanne, che i terrestri facevano a cadenza ritmica, denunciando questo presunto uso sproporzionato della forza, chiedendo il rispetto della proporzionalità. Nessuno, pare, ha mai capito che senso avessero, a cosa servissero, spero di trovare qualche risposta.”
“Quante condanne hai trovato?”
“Molte, Prof., anche se, certamente, ancora di più sono andate distrutte.”
“Allora, forse, l’argomento è troppo impegnativo, non ce la farai a laurearti in tempo, se devi leggere tutte queste condanne…”
“Questo non dovrebbe essere un problema, Prof., perché le condanne, in realtà, sembrano tutte uguali. Dicevano sempre la stessa cosa: condanniamo l’uso sproporzionato della forza, condanniamo l’uso sproporzionato della forza ecc. ecc.”
“Ma hai capito che cosa sarebbe, secondo loro, un uso proporzionato? Da noi non esiste un concetto analogo, pare.”
“Non è proprio chiaro, sembrerebbe voler dire questo: se due litigano, e uno dà una botta all’altro, quello che è colpito deve rispondere in modo proporzionale. Chi riceve la botta, ne deve restituire solo una, non due.”
“Strano, da noi questo non c’è mai stato, i terrestri facevano così?”
“No, Prof., assolutamente mai, facevano sempre l’esatto contrario, per questo questa storia delle condanne suona strana. Un’ipotesi che sto contemplando è che, per un certo periodo, ci sia stato sulla terra un popolo grandissimo, potentissimo, fortissimo, che avrebbe angariato e vessato tutti gli altri, disarmati, piccoli e deboli, colpendoli di continuo. Per questo ci sarebbero state tutte queste condanne, come a dire: popolo grandissimo, potentissimo e fortissimo, fai un uso proporzionato della tua immensa grandezza, potenza e forza, per favore, non approfittarne per vessare di continuo tutti gli altri, che sono innocui, inermi e indifesi.”
“Interessante. Potrebbe trattarsi di uno di quei grandi imperi, forti e potenti, che hanno dominato per tanto tempo: quelli che si chiamavano, mi pare, babilonesi, persiani, romani… Hai controllato se c’è qualche riscontro?”
“Ho cercato, Prof., ma non ho trovato nessuna traccia di condanne nei confronti di questi qua, e neanche di tutte le altre grandi potenze venute dopo.”
“Ma allora, queste condanne all’uso sproporzionato della forza a chi si riferivano?”
“Non è chiaro, Prof., perché i documenti sono lacunosi, molte parole sono saltate… Ho trovato molte volte la frase ‘condanniamo l’uso sproporzionato della forza…’, ma non si capisce da parte di chi, nei confronti di chi.”
“Ma allora siamo in un vicolo cieco…”
“In verità, Prof., avrei trovato un piccolo frammento, da cui sembrerebbe potersi risalire al destinatario delle condanne… Solo un piccolo ritaglio, e danneggiato, ma potrebbe essere una traccia.”
“Ah, e cosa dice?”
“In realtà, è strano, ma, in questo frammento sembrerebbe che il destinatario delle condanne sarebbe stato un Paese piccolissimo, circondato da molti vicini, infinitamente più grandi e numerosi, che lo aggredivano continuamente…”
“Ma forse vuoi dire il contrario, ossia che i terrestri condannavano i molti vicini, grandi e potenti, per la loro aggressività verso il piccolo Paese…”
“No, Prof., il frammento sembrerebbe affermare proprio quello che ho detto: la condanna sembra essere rivolta solo contro il piccolo aggredito, non contro i numerosi grandi aggressori.”
“Ma sei sicuro?”
“Beh, così sembrerebbe dal documento.”
“Ma allora è impossibile, deve esserci uno sbaglio, una corruzione del testo. Senti, lascia stare, secondo me abbiamo sbagliato a scegliere questo argomento. È vero che i terrestri erano una civiltà primitiva, ma, a modo loro, una forma di logica, sia pure allo stato embrionale, ce l’avevano (come ho scritto in quel mio libro, avevano probabilmente conosciuto quello che noi chiamiamo il “pre-proto-pensiero”). Questa tua ipotesi, perciò, non regge, le condanne resteranno un quesito insoluto, forse erano dei messaggi cifrati in codice, che non ci è dato decrittare. Scegliamo un altro tema, ne ho uno per le mani molto interessante, sul valore del silenzio nel linguaggio dei terrestri. Ti piace?”
“Che vuol dire, Prof.?”
“Vuol dire che i terrestri, in genere, hanno dato il meglio di sé quando sono stati zitti. Si tratta di spiegare come mai, quando parlavano, dicevano, quasi sempre, fesserie, mentre, quando tacevano, sembravano più intelligenti. Ti va, come argomento?”
“Ottimo, Prof., grazie, Prof.”.

Francesco Lucrezi, storico, Moked, ‍‍23/05/2018

Meglio di così non si potrebbe dire. Poi, per completare il discorso, penso valga sempre la pena di rileggere questo pezzo di nove anni e mezzo fa parole in libertà.

barbara

ISRAELE, LE ARMI, GLI APPELLI

Dario Calimani, come già ho avuto occasione di dire, è un signore di sinistra, molto di sinistra. E critico nei confronti di Israele, molto critico. Ma ci sono momenti in cui anche uno molto di sinistra, anche uno molto critico, se non è del tutto obnubilato dall’ideologia, è indotto a dire alt, qui il limite è stato superato.

A deporre – per chi lo richiedesse – a favore della mia non spiccata passione per la politica dell’attuale governo israeliano stanno i sette anni di note frammentarie che ho pubblicato su queste pagine. Come pedigree a me basta e avanza. Alla sinistra non devo rispondere di nulla. Alla destra non ho mai ‘strizzato l’occhio’, anche se a qualche buontempone piace affermarlo sui social network. In breve, il mio amore per Israele non ha conti aperti da pagare o da far pagare, né debiti né crediti.
Per questo, in un momento assai delicato e imbarazzante per lo Stato d’Israele e per la sua immagine agli occhi del mondo, non sono riuscito a firmare un appello di critica che chiedesse a Israele di far tacere le armi. E non perché la pace non sia necessaria, e non perché non pensi che si sarebbero potuti esperire altri mezzi per contrastare la strategia di Hamas, ma perché gli appelli, oltre a non servire a nulla se non a illudere chi li firma di essere a posto con se stessi, lasciano nel più profondo silenzio molto più di quanto essi non possano – ma dovrebbero – esprimere.
Ho preferito tenermi il disagio del silenzio piuttosto che firmare tacendo la crisi, perché nel chiedere a Israele di rinunciare all’uso sproporzionato della forza di fronte alla protesta/provocazione palestinese a Gaza non sarei riuscito a dar voce agli interrogativi che dovrebbero scuotere ogni coscienza onesta.
Perché l’onestà non può non chiedersi che cosa Hamas volesse ottenere ammassando venti-trentamila persone lungo il confine con Israele. Perché l’onestà non può disconoscere che fra la moltitudine spinta ‘pacificamente’ contro il filo spinato giravano armi e bottiglie molotov, oltre che fionde e sassi, mentre i pneumatici in fiamme avvelenavano l’aria. E perché l’onestà non può disconoscere che uno sfondamento della barriera di sicurezza non sarebbe sfociato in un festival dei fiori, come amano presumere politici e giornalisti faziosi. L’onestà non può firmare un appello come se non sapesse che Hamas manda il popolo palestinese allo sbaraglio promettendo un centinaio di dollari a ogni partecipante alla manifestazione, bambini inclusi; e che Hamas offre migliaia di dollari di compensazione alle famiglie delle eventuali vittime, ossia di coloro che vengono spinti avanti con la speranza che un cecchino li uccida; e che fra queste vittime c’è stata anche una bambina palestinese già gravemente malata di cui la madre è andata a esibire la morte sul confine per addossarne la colpa a un soldato israeliano e farsi così liquidare l’assicurazione sulla sua povera vita. L’onestà non può fingere di non sapere che dei sessanta morti di questa ‘strage’ almeno cinquanta, per ammissione stessa di Hamas, facevano parte dell’organizzazione terroristica. Pecorelle smarrite che pascolavano innocenti lungo il confine.
Tutto questo, che l’onestà vorrebbe come premessa in un appello che voglia denunciare l’uso spropositato della forza da parte di Israele, l’appello non lo può precisare, nella sua concisa e strategica retorica. Eppure, alla censura della politica di un governo israeliano a dir poco non lungimirante, la cui immagine internazionalmente screditata viene ulteriormente mostruosizzata dall’animosità concentrica dei media, non corrisponde una censura altrettanto dura, altrettanto oggettiva su quanto accade dall’altra parte del confine, su tutti i suoi come e tutti i suoi perché.
Ma ci sono altre considerazioni che trattengono dal firmare appelli contro Israele in un frangente come questo, perché anche da opinionisti moderati si sente parlare di ‘settecentomila palestinesi cacciati’ dagli ebrei nel 1948 per quella che chiamano la ‘Nakba’, il loro ‘disastro’, e non si dice che una parte consistente di arabi palestinesi fu invece convinta a scappare con la promessa che sarebbero tornati con l’aiuto dei paesi arabi per mandare a mare gli ebrei di Palestina. E perché la storia di Israele, questi opinionisti obiettivi, la presentano come fosse iniziata dopo la Shoah, perché Israele, a loro modo di vedere, non ha diritti e legami storici con la terra di Palestina. A popolare la terra di Canaan, a edificare il primo e il secondo Tempio, a scrivere i Rotoli del Mar Morto, a subire due esili, a coltivare per secoli il sogno del ritorno a Sion sono stati, evidentemente, non gli ebrei bensì gli arabi palestinesi. E quindi gli ebrei devono ringraziare i nazisti se ora hanno una terra in Israele.
Gli opinionisti moderati, che con un buon grado di prevenzione e parzialità criticano Israele, tirano troppo spesso in ballo la Shoah con collegamenti e analogie da far rivoltare lo stomaco. E ti spingono a chiederti quanto fiele antisemita aliti da certa critica, e perché, di fronte a sessanta morti palestinesi ci sia un’attenzione (giustissima) che i cinquecentomila morti in Siria non hanno meritato e non stanno meritando. E ti chiedi perché la stampa, sensibile e attenta e obiettiva, non dedichi allora pagine intere al massacro che Erdogan, dittatore e assassino seriale, sta commettendo ai danni dei curdi. E impari così che zoomare sul volto di un solo bambino fa più effetto che puntare la telecamera sui volti di diecimila bambini.
Se sessanta morti sono una ‘strage’, come si va ripetendo, delibando con soddisfazione il termine, centinaia di migliaia di morti che cosa sono? E con quale coraggio posso firmare un appello mettendo sotto accusa lo Stato di Israele se non ho mai firmato (e nessuno me l’ha mai chiesto) almeno uno analogo a favore dei curdi? e dei siriani?
Di fronte a tanti silenzi, di fronte a tanta demagogia e a tanta strumentalizzazione si finisce per diventare egoisti. E, alla pari degli altri, ti ritrovi a chiederti: se non sono io per me, chi è per me? Ossia: da che parte sto, alla fine? Perché, se sto al centro, dalla parte del giusto, non c’è nulla che io possa tacere, è vero; ma allora mi aspetto che anche gli altri stiano al centro, dalla parte del giusto, e mi aspetto che ciò che io riconosco ai palestinesi il resto del mondo lo riconosca a Israele. Io vedo la sofferenza dei palestinesi e invoco per loro uno stato e chiedo che possano vivere sicuri e in pace. Ma chi firmerà un appello analogo per invocare una pace giusta e sicura anche per Israele, che non implichi la sua distruzione?
“Oggi mi vergogno di essere un israeliano”, ha scritto Kobi Meidan, conduttore della Radio militare di Israele. Qualcuno dalla parte palestinese ha mai scritto lo stesso di fronte al massacro abominevole, strumentale e strategico cui Hamas ha mandato vecchi, donne e bambini? Come si misura allora la qualità delle coscienze?
C’è, infine, un altro aspetto che lascia perplessi di fronte ad appelli ebraici di critica a Israele. Non ho nulla da contestare a Grossman quando dice che Israele ormai ‘è una fortezza e non una casa’. Grossman è israeliano, ha consapevolezza piena e diretta della vita e della morte degli israeliani. Io non mi impedisco di pensare Israele e, se del caso, di criticarlo, ma ogni volta che lo faccio mi chiedo non tanto se io, in quanto non israeliano, abbia il diritto di parola, bensì se io sia inserito propriamente nel popolo ebraico e nella sua vita, nella sua esperienza storica ed esistenziale; se io sia parte integrante del corpo del popolo di Israele e della sua comunità, benché nella Diaspora. Insomma, se io ne sia dentro o ne sia fuori, se io veda Israele e il popolo di Israele dall’interno della sua coscienza o semplicemente dall’esterno, come uno spettatore distaccato, che si risveglia dal suo letargo ebraico e lo giudica come potrebbe fare un qualsiasi altro essere umano, dalla asettica posizione di una coscienza universale. Parteggiare mette a rischio la coscienza non meno della pretesa di equidistanza.
Se non firmo appelli è perché mi sento ancora, sempre, criticamente dentro. Come un figlio all’interno di una famiglia di cui riconosce colpe e difetti, ma da cui non gli va di dissociarsi. ‘Non separarti dalla comunità’, ci insegnano i Maestri. E ciò mentre continuo caparbiamente a ripetermi le parole del Libro ‘non opprimerai lo straniero, perché voi sapete cosa prova lo straniero, essendo stati stranieri in terra di Egitto’.
Unico conforto è leggere i post di un gruppo di ebrei italiani in Israele che si pongono ogni giorno laceranti interrogativi sulla situazione. Una minoranza, certamente, ma è la minoranza in crisi che salva la coscienza di tutto un popolo.

Dario Calimani, Università di Venezia (Moked, 22 maggio 2018)

L’articolo è di più di un mese fa, come si può vedere, ma dato che violenze e devastazioni stanno freneticamente continuando, credo che questo momento di riflessione ci stia più che bene.

barbara

E FINALMENTE SCOPRIRONO I PRESERVATIVI

I palestinesi, dico. Dopo avere tentato di sfondare in decine di migliaia il confine di Israele al fine dichiarato di fare strage degli abitanti dei villaggi e kibbutz nei pressi del confine e averci un tantino rimesso le penne; dopo avere bruciato decine di migliaia di pneumatici, coi quali si sono asfissiati in primo luogo loro, oltre all’immane disastro ambientale che hanno provocato; dopo avere bruciato ettari ed ettari di terreni coltivati israeliani inviando aquiloni con appesi ordigni incendiari, adesso hanno, come dicevo, finalmente scoperto i preservativi,
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che una volta gonfiati diventano palloncini, sono molto più facili e veloci da approntare, e volano anche meglio;
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in un solo giorno, alla fine del Ramadan, sono arrivati a lanciarne fino a cinquemila. E ora guardate questa foto: lo riconoscete?
cormorano Iraq
È il cormorano iracheno imbrattato di petrolio la cui immagine ha fatto il giro del mondo, mostrata su tutti i giornali, in tutte le televisioni, diventato l’icona di quella guerra, l’emblema delle devastazioni provocate. E questa la riconoscete?
garzetta Israele
No, vero? Probabilmente non l’avrete neppure mai vista. Questa è una garzetta israeliana, in cerca di un cibo che non troverà, perché tutto il suo habitat è stato devastato dagli incendi appiccati grazie ai suddetti preservativi. Come scrive Giulio Meotti, “Le bombe incendiarie si accendono quando atterrano sul lato israeliano del confine con Gaza. 412 roghi hanno colpito i campi agricoli israeliani e le aree protette. Almeno un terzo della terra di Israele lungo il confine ha subito ingenti danni. Colture alimentari che avrebbero potuto nutrire migliaia di persone, le attrezzature per l’irrigazione e il sostentamento degli agricoltori, tutto è andato in fumo. Centinaia di tacchini nel Kibbutz Ein Hashlosha sono stati soffocati a morte, riempiendo l’aria del fetore della carne bruciata. Eucalipti, pini e foreste, ogni albero piantato a mano cinquant’anni fa nella periferia di Gaza sono ora moncherini anneriti. Oltre 40 alveari sono andati in fiamme vicino a Tel Gama.” Guardiamola, dunque, questa immane devastazione
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e diamo un’occhiata anche a queste altre immagini, che ci mostrano gli stessi scorci ora e nel recente passato.
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Chiudo con un augurio: che a chi ha provocato questa catastrofe, non per impossessarsi di qualcosa, ma solo per l’esaltante piacere di distruggere, ritorni tutto con ampi interessi.

barbara