I BAMBINI DI THAILANDIA

L’ho trovato in rete, e mi sembra giusto proporlo a mia volta.

Prendo spunto da una riflessione analoga letta nel un post di un’amica per condividere lo stesso pensiero, con esempi e parole mie.
Non tutti i bimbi della Thailandia sono stati salvati come i piccoli calciatori finiti nella grotta.
Molti dei loro coetanei, maschi e femmine, non supereranno la maggiore età.
Sopravvivono nei bordelli dove devono “soddisfare” le esigenze di almeno una ventina di clienti al giorno. Uomini (e donne) che da ogni parte del mondo da anni scelgono (anche) la Thailandia come meta preferita per i propri scopi criminali.
Paese dove il tasso di hiv è ancora oggi tra i più alti al mondo, nonché causa del decesso di molti di questi esseri umani.
Insieme alla dipendenza da droghe, usate per reggere i “ritmi di lavoro”.
Un paio d’anni fa , se vi ricordate, denunciai nel periodo natalizio che là si teneva l’asta della vergine: lo scenario infernale il seguente. Un grande tavolo per formare una passerella. Sopra delle “donne” che dovevano sfilare e sotto i partecipanti all’asta che per poche manciate di dollari, cercavano di accaparrarsi la merce. “Donna” e “merce” la cui età, per poter essere ancora vergine, non superava i 6/7 anni….
Ecco cara Thailandia, emozionante (quanto impegnativo) il lavoro che hai fatto per recuperare i calciatori, bellissima la solidarietà che ha smosso i cuori e le coscienze. Ora però se vuoi davvero che il mondo tutto ti sia riconoscente, libera i tuoi schiavi. E punisci realmente i predatori.
Massimiliano Frassi

L’avevo lì da alcuni giorni, durante i quali altre urgenze hanno continuato a incalzare. Ora, in tema con il post di ieri, mi sembra il momento giusto per postarlo. Magari, se il cannocchiale esce dal coma, si potrebbe rileggere questo.

barbara

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QUEI RAGAZZI THAILANDESI INTRAPPOLATI E SALVATI

“Tutti i ragazzi della squadra dei Cinghiali per più di due settimane prigioniera nella grotta di Mae Sai e il loro allenatore sono liberi: lo hanno annunciato i Navy Seals thailandesi. Il gruppo ha passato più di due settimane nelle viscere della montagna ed è stato liberato grazie a un’operazione internazionale senza precedenti. “Non sappiamo se è stata scienza o un miracolo: ma sono tutti fuori!” hanno scritto i Navy Seals sulle loro pagine Facebook e Twitter” (Repubblica)

No? Davvero davvero non lo sapete grazie a che cosa li avete salvati? Vabbè, ve lo dico io, anzi, ve lo faccio dire da Fabiana Magrì, con questo articolo del 6 luglio.

Le operazioni di salvataggio dei dodici ragazzi thailandesi prigionieri con il loro allenatore nella grotta di Tham Luang tengono il mondo con il fiato sospeso. Le immagini del ritrovamento del gruppo, dieci giorni dopo la scomparsa nei meandri della grotta, e la trasmissione della conversazione tra i primi due soccorritori e l’allenatore, rimbalzate poi in tutto il mondo, sono state il primo di una serie di miracoli che – si spera – porterà ad archiviare la vicenda come un’orribile disavventura finita per il meglio grazie alla forza di volontà e alla tecnologia. Perché senza tecnologie all’avanguardia, le comunicazioni tra esterno e interno di quella grotta non sarebbero possibili.
Un’azienda israeliana, MaxTech Networks, ha sviluppato un sistema di apparecchi smart in grado di comunicare tra loro anche in situazioni estreme e in assenza di segnale. Dopo poche ore dalla notizia della scomparsa dei ragazzi, Moshe Askenazi, agente di base in Thailandia per conto dell’azienda, ha avvisato la casa madre in Israele che ha subito mandato una squadra di tecnici equipaggiati con le radio mobili Max mesh. «Si tratta di un dispositivo resiliente», ha spiegato ai media Uzi Hanuni, fondatore di MaxTech Networks «che all’apparenza sembra un normale walkie talkie. In realtà al suo interno c’è un sofisticato algoritmo, risultato di dieci anni di ricerca e sviluppo, frutto del lavoro di venti ingegneri».
Se la tecnologia è “smart”, ancora di più lo è, nella sua semplicità, l’idea alla base. Gli apparecchi funzionano tra loro come anelli di una catena. Ogni dispositivo crea un ponte con il successivo, fino a consentire una trasmissione continua di dati, immagini e voce tra il primo e l’ultimo elemento della staffetta. «In situazioni come quella in cui stiamo intervenendo in Thailandia e in generale in circostanze di catastrofi naturali», continua Hanuni, «le comunicazioni, per come le conosciamo oggi, collassano. Qualsiasi squadra di soccorso al mondo può beneficiare di uno strumento come Max mesh», il cui sistema si adatta automaticamente alle diverse condizioni di rete, ai gradi di mobilità e alle condizioni ambientali, creando un’infrastruttura virtuale. Intanto, nelle ultime ore, è arrivata la notizia che Saman Kunan, 38 anni, ex Navy Seal in congedo che si era unito volontariamente alla squadra dei soccorritori, è morto per la mancanza di ossigeno lungo il percorso. Le condizioni per il salvataggio sono davvero estreme.
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Possiamo anche chiamarlo miracolo, se vogliamo, ma è un miracolo della tecnica, dell’inventiva e della generosità israeliana.

barbara