DOBBIAMO ACCETTARE SERENAMENTE DI SOFFRIRE

perché abbiamo il dovere morale di difendere la democrazia. L’articolo è lunghissimo, ma d’altra parte quando le cose da denunciare sono molte, non si può cavarsela con due paginette. Magari leggetelo a rate, ma leggetelo per favore.

Sparizioni, imprigionamenti ed esecuzioni extragiudiziali in Ucraina da parte dei servizi di sicurezza di Kiev

Rilancio dallo scrittore Enrico Vigna un report da lui approntato intitolato “Retate e rappresaglie in Ucraina. Una macchina di terrore di stato contro qualsiasi dissenso o di sostegno a soluzioni di pace”.
Il resoconto sfrutta fonti Open – anche occidentali come ABC, BBC, e NBC – per porre l’accento sulla campagna repressiva messa in atto dal governo Zeensky. Le vicende descritte in realtà sono ampiamente note ‘agli addetti ai lavori’, sia perché sono state pubblicizzate dalle fonti indicate a margine, sia perché esiste una buona quantità di documentazione a riguardo:

Retate e rappresaglie in Ucraina. Una macchina di terrore di stato contro qualsiasi dissenso o di sostegno a soluzioni di pace.

Enrico Vigna, luglio 2022

“Caccia all’uomo” dispiegata in Ucraina, con metodi terroristici e persecutori, contro antifascisti, giornalisti, democratici, donne e attivisti per la pace, padri ortodossi, comunisti, socialisti o chiunque non sia assoggettato alla giunta golpista.

Il 24 febbraio la SBU ha ufficialmente dato ordine, in tutte le città dell’Ucraina di arrestare e colpire qualsiasi tipo di oppositori che esprimano critiche alle politiche di Kiev, o che chiedono il rilancio dei principi degli accordi di Minsk, come unica possibilità di trovare e sostenere una soluzione negoziale del conflitto militare nel Donbass e proposte di cooperazione paritaria con la Russia, contro le politiche russofobe della giunta di Kiev e delle forze neonaziste. Nell’Ucraina golpista, sotto la direzione dei servizi di intelligence statunitensi, sono state stilate “liste” di cittadini e cittadine ucraini inaffidabili o sospettati di dissentire dalle scelte di Kiev. Elenchi con indirizzi e numeri di telefono, sono stati compilati in tutte le città e il dipartimento di controspionaggio della SBU e la direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa, sono i responsabili di questo lavoro. Sono state date istruzioni per sequestrare o colpire chiunque, sia anche solo sospettato di simpatia per la Russia, di propagandare idee comuniste, socialiste o antifasciste, di sostenere relazioni costruttive o proponga forme di cooperazione o amicizia con la Russia.
Si colpisce in modo indiscriminato e si stanno riempiendo centri di detenzione e tortura non conosciuti. L’indicazione, come è già avvenuto e viene documentato in questo dossier, è quella che, se ci sono resistenze, di sparare e uccidere senza indugi, come è già accaduto.
Il numero degli accusati di “violazione dell’integrità territoriale” è aumentato: da 5351 a 5962, cioè di 611 casi (l’articolo 110 perseguita principalmente blogger, giornalisti non ufficiali e chiunque abbia espresso un’opinione diversa dalla propaganda di stato). Cioè, ogni giorno 87 ucraini vengono accusati ai sensi di questo articolo. Il numero delle repressioni aumenta quotidianamente in modo rilevante.
Anche il numero delle persone accusate di “alto tradimento” (articolo 111 del codice penale) è aumentato da 1075 a 1117. Cioè, nelle ultime settimane, una media di 6 cittadini al giorno sono stati accusati di “alto tradimento”. Il “tradimento” (art. 111 cp) è l’accusa politica più grave. Un cittadino accusato può finire in carcere per 15 anni o per tutta la vita.
Tutto questo sanguinoso lavoro è coordinato dal generale A. Poklad, capo del controspionaggio della SBUin stretta collaborazione con le agenzie di intelligence statunitensi e britanniche. E per liberarsi da accuse di rappresaglie extragiudiziali, nei documenti riservati, ai vari rami locali della SBU si raccomandava di incaricare la Difesa Territoriale locale, composta dalle forze neonaziste e criminali comuni, di fare il lavoro più sporco. Ad esempio, sono loro, i “vendicatori del popolo” o “tribunali del popolo” che sequestrano e torturano, organizzano rappresaglie contro “traditori e rinnegati” dell’Ucraina, e che poi rivendicano e pubblicizzano sui social orgogliosamente. Veri e propri “squadroni della morte” di memoria sudamericana, già in funzione dal dopo Maidan.
La sua attuazione ha significato in questi mesi, un’ondata di migliaia di arresti, sequestri e rapimenti di politici di opposizione, giornalisti, attivisti per la pace, antifascisti, comunisti, socialisti, persino Padri ortodossi e personaggi pubblici dei Media ucraini, che ha investito il Paese.
Inoltre, nei confronti di persone non troppo note, i “guardiani dell’ordine” neonazisti non si preoccupano nemmeno di avviare procedimenti penali. Nell’Ucraina golpista, una persona può essere uccisa e dichiarata “scomparsa”, oppure legata a un palo col nastro isolante, oppure torturata e picchiata a morte come “bandito” o perché non ha gridato “Slava Ucraina”, motto degli ucronazisti dei tempi del Terzo Reich e oggi rappresentazione identitaria dei Battaglioni come Azov e similari, oppure per non aver pronunciato correttamente la parola “polyanytsya”.
Denunciando questa situazione, prima di scappare dal paese e poi essere arrestato in Spagna negli scorsi mesi, il deputato e leader del suo partito democratico, Anatoly Shariy aveva messo in guardia : “Non solo attivisti e fautori cadranno sotto questa daga di terrore, ma in generale, verranno colpiti anche tutti coloro che saranno denunciati dai vicini per i motivi più diversi, tutti quelli che una volta hanno espresso qualche opinione, tutti quelli che non hanno sostenuto
abbastanza le autorità, ecc. .”.
L’ufficio del procuratore generale dell’Ucraina ha recentemente riferito sui risultati del suo lavoro. Dal 24 febbraio di quest’anno dall’inizio delle operazioni militari russe per smilitarizzare e denazificare l’Ucraina, le autorità di Kiev hanno aperto 7.283 procedimenti penali ufficiali (ci sono alcune migliaia di “scomparsi” non riconosciuti dalla SBU…) contro civili. Di questi, 1.653 casi si riferiscono a “violazione dell’integrità territoriale”, 453 per “alto tradimento”, 43 per “guerra aggressiva”, 56 per “sabotaggio”. Sotto tutte queste accuse di alto profilo, si celano atti di repressione politica da parte delle autorità contro qualsiasi forma di dissenso politico, informativo, civile o religioso.
Inoltre è stato anche legalizzata con la legge 7194, la confisca dei beni per chiunque sia sospettato di essere fautore della Russia.
Così la Rada ha legalizzato la rapina alla popolazione a livello istituzionale. Come si sa, in questi 8 anni, i militanti della Difesa territoriale ucraina e i battaglioni neonazisti erano già usi a saccheggiare e portare via con la forza, beni e proprietà di chiunque fosse indicato come “separatista”.
Nel regime golpista di Kiev si può essere considerati “traditori” e “sabotatori”, anche soltanto per la richiesta di trovare soluzioni negoziali o di dialogo con la Russia. Come nel caso che tratterò dopo, del noto blogger ucraino di Leopoli, Gleb Lyashenko, imputato di “alto tradimento”, la cui spaventosa colpa, è racchiusa nel fatto che, dopo l’inizio dell’operazione speciale russa, ha invitato le parti in conflitto alla pace e aveva scritto, sulla sua pagina social: “…Il presidente Zelensky può continuare a prendere il gatto per la coda, ma tutta la responsabilità della distruzione delle città ucraine è sulla sua coscienza personale. Ogni civile ucciso accidentalmente, ogni soldato ucraino ucciso è responsabilità personale di Zelensky”Dopo l’accusa non è stata fornita alcuna prova di suoi eventuali legami con la Russia, quindi esprimere un’opinione diversa in Ucraina, significa, dal punto di vista dell’attuale legge, essere accusati di “alto tradimento”. D’altronde nell’Ucraina golpista le leggi stabiliscono che, per finire in prigione per 15 anni, basta mancare di rispetto alle autorità vigenti.
Gli attivisti per i diritti umani denunciano quotidianamente gravi maltrattamenti, discriminazioni e intimidazioni violente nei confronti dei cittadini in Ucraina. Amnesty International (AI) riferisce nel suo ultimo rapporto del 29 marzo che l’ufficio del procuratore generale ucraino ha ricevuto un totale di 79 nuovi casi di presunta tortura e 1.918 casi di presunti abusi da parte delle forze dell’ordine per il 2021. Nella maggior parte dei casi, “l’impunità continua a prevalere”. Inoltre, AI ha criticato i poteri di vasta portata del servizio di intelligence interno ucraino SBU nell’arresto e nell’interrogatorio di persone e nell’uso della forza letale, nonché nella sorveglianza della popolazione.
Già a marzo 2021, la Corte europea dei diritti dell’uomo si era pronunciata a favore dei querelanti contro l’Ucraina in 115 casi, stabilendo che le loro condizioni di detenzione costituivano tortura o altri maltrattamenti. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti ha segnalato numerose violazioni della Convenzione europea contro la tortura nelle carceri ucraine nel 2020.
Nel 2018, anche il “think tank” ATLANTIC Council, che è vicino all’esercito americano, aveva espresso grande preoccupazione per il fatto che il governo ucraino stesse sostenendo finanziariamente gruppi militanti neonazisti come C14, usandoli come polizia ausiliaria armata, e che l’SBU stesse anche cooperando operativamente con le organizzazioni nazifasciste.
Le notizie di atrocità contro i prigionieri di guerra russi si stanno accumulando. Sempre più spesso, tuttavia, anche i civili ucraini stanno diventando vittime di atti di violenza. Ad esempio, con l’accusa di collaborare con gli invasori russi o di mantenere “collegamenti con Mosca”, come dice il gergo del governo di Zelensky. I nazifascisti, per lo più membri delle forze armate, apparentemente vedono la legge marziale come una carta bianca per torturare e uccidere le persone.
Quotidianamente vengono perseguiti, arrestati e fatti sparire migliaia di persone, con la motivazione di attività antinazionali o di opposizione al regime golpista.
In questo modo sono stati arrestati o sequestrati, centinaia di giornalisti o blogger indipendenti che cercavano di portare informazioni obiettive su ciò che sta accadendo, pur essendo cittadini ucraini, o deputati che hanno proposto tavoli di negoziazione o di dialogo per fermare la conflittualità militare, o esponenti dei diritti umani, esponenti antifascisti, militanti comunisti e socialisti, Padri ortodossi che difendono i templi da saccheggi o distruzioni, da parte delle bande neonaziste legalizzate nella Guardia Nazionale ucraina.
La cosa gravissima è che in tantissimi casi, dopo l’arresto vengono fatti sparire e nessun familiare o avvocato ha loro notizie o può comunicare e verificare se sono stati torturati o picchiati, come dichiarato da un membro dell’Human Right Council, in riferimento alla scomparsa dello scrittore e giornalista Yan Taksyur e di Elena Berezhnaya la più nota attivista ucraina per i diritti umani e antifascista, ambedue sequestrati dai Servizi speciali dell’USB nelle loro case e scomparsi da mesi.
Un paese, l’Ucraina di questi 8 anni, che ha partorito un comico come presidente, ovviamente uno stolto strumento di ben altri poteri che tirano i fili per alte strategie geopolitiche, il quale viene osannato e omaggiato in tutte le capitali occidentali, con ruoli coreografati e sceneggiati con cura mediatica di altissimo livello comunicativo. In una di queste comparsate mediatiche al Congresso degli Stati Uniti il 16 marzo scorso, Zelensky aveva dichiarato: “..In questo momento si decide il destino del nostro Paese. Il destino del nostro popolo, se gli ucraini saranno liberi, se saranno in grado di preservare la loro democrazia…”. Dopo parole così profonde e toccanti, tutti i media corporativi statunitensi e occidentali hanno posto il presidente ucraino golpista, su un piedistallo della democrazia e della “superiore civiltà occidentale”, arrivando a proporre una campagna per la sua candidatura al Premio Nobel per la pace.
Come solitamente accade nelle “democrature” occidentali, i media assoggettati al sistema, hanno dimenticato o silenziato, quanto stanno compiendo Zelensky e gli alti funzionari della sua amministrazione, con una campagna di rapimenti, torture e assassinii quotidiani di parlamentari ucraini , di sindaci e altri funzionari ucraini uccisi dallo scoppio della guerra, molti, secondo quanto riferito dagli stessi funzionari statali ucraini, solo per aver cercato e gettato le basi di dialoghi per fermare la conflittualità militare, oppure colloqui per la riduzione dell’escalation bellica con la Russia.
Mentre il candidato premio Nobel occidentale per la pace, si esibisce nei teatrini occidentali, il consigliere del ministero degli Interni Anton Geraschenko, suo stretto collaboratore e fondatore della famigerata e criminale “lista nera” pubblica, di Myrotvorets dei “nemici dello stato”, dove si legalizza la persecuzione o l’assassinio di ucraini accusati di simpatie russe o “antinazionali”, commentava con queste parole: “C’è un traditore in meno in Ucraina”, l’omicidio di Volodymyr Struk, sindaco ucraino eletto di Kremennaya ed ex deputato, accusato di “collaborare” con la Russia, in realtà cercava vie negoziali per ritrovare la pace per il popolo ucraino. Rapito da uomini in uniforme militare, giustiziato con un colpo al cuore dopo essere stato torturato. Il 3 marzo sono apparse le immagini del corpo orrendamente torturato di Struk. Ad oggi risultano scomparsi o sequestrati undici sindaci di diverse città ucraine.
Il 12 aprile, Zelensky ha annunciato l’arresto del suo principale rivale politico, Viktor Medvedchuk,
 da parte dei servizi di sicurezza della SBU ucraina. Il fondatore del secondo partito più grande in Ucraina, l’ormai illegale Patriots for Life, Medvedchuk era il rappresentante de facto della popolazione russofona e antifascista del paese a livello istituzionale.
Vengono sistematicamente arrestati oppositori politici, rappresentanti della Chiesa ortodossa che in tutti questi otto anni hanno lottato per la pace e chiunque abbia opinioni critiche.
I servizi di sicurezza della SBU ucraina sono utilizzati come braccio esecutivo della campagna di repressione ufficialmente autorizzata. Con l’addestramento della CIA e lo stretto coordinamento con i paramilitari neonazisti ucraini incorporati nella Guardia Nazionale dell’esercito, la SBU ha passato le ultime settimane a riempire la sua rete di luoghi di tortura, riempiendola di dissenzienti politici.
Sul campo di battaglia, nel frattempo, sono stati compiuti atti di atrocità contro i soldati russi catturati, mostrando con orgoglio gli atti sadici sui social media pubblici.
Come denunciato dalla giornalista tedesca dello Junge Welt, Von Susann Witt-Stahl, il 2 aprile 2022: “Ore di pestaggi e umiliazioni. I servizi segreti ucraini e i neonazisti maltrattano e rapiscono attivisti di sinistra a Dnipro. La guerra viene usata per rapire, imprigionare e persino uccidere membri dell’opposizione che esprimono critiche nei confronti del governo…”.
Il servizio di sicurezza ucraino SBU, rifondato dopo il golpe di EuroMaidan del 2014, e imbottito di militanti neonazisti, è stato il principale responsabile delle continue campagne di repressione politica interna del governo golpista. Osservatori filo-occidentali, tra cui l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite (ONU OHCR) e Human Rights Watch, hanno accusato la SBU di torturare sistematicamente oppositori politici e dissidenti ucraini nella quasi totale impunità.
L’ OHCR delle Nazioni Unite ha rilevato che “la detenzione arbitraria, le sparizioni forzate, la tortura e il maltrattamento di detenuti legati al conflitto sono pratiche comuni della SBU… Un ex ufficiale della SBU di Kharkiv ha spiegato: Per la SBU, la legge praticamente non esiste in quanto tutto ciò che è illegale può essere classificato o giustificato facendo riferimento alle necessità dello Stato”. Yevhen Karas, il fondatore della famigerata unità neonazista C14, ha descritto in dettaglio lo stretto rapporto che la sua banda e altre fazioni di estrema destra hanno intrattenuto con la SBU: ”… i guerrieri della nazione sono stati direttamente coinvolti in rapimenti e liquidazioni, la SBU informa non solo noi, ma anche Azov, il Settore Destro, e così via”, si vantava Karas in un’intervista del 2017.
Il giornalista statunitense Dan Cohen ha intervistato un uomo d’affari ucraino di nome Igor, che era stato arrestato dalla SBU per i suoi legami finanziari con società russe e detenuto lo scorso marzo nel famigerato quartier generale del servizio di sicurezza nel centro di Kiev. Igor ha detto di aver sentito per caso i prigionieri di guerra russi picchiati con tubi, da volontari della Difesa Territoriale allenati da ufficiali della SBU. Presi a pugni al suono dell’inno nazionale ucraino, i prigionieri russi furono brutalizzati fino al loro svenimento. Poi venne il turno di Igor. “Hanno usato un accendino per scaldare un ago, poi me lo hanno messo sotto le unghie. Il peggio è stato quando mi hanno messo un sacchetto di plastica in testa e mi hanno soffocato, e quando mi hanno puntato alla testa la bocca di un fucile Kalashnikov e mi hanno costretto a rispondere alle loro domande”, ha detto a Cohen.
In queste situazioni vi è il ruolo di addestramento e gestione da parte della CIA, come testimoniato da Vassily Prozorov, un ex ufficiale della SBU che ha disertato ed è fuggito dopo il colpo di stato di Euromaidan, che ha descritto in dettaglio la sistematica dipendenza dei servizi di sicurezza ucraini dalla CIA dal 2014. “I funzionari della CIA sono presenti a Kiev dal 2014. Risiedono in appartamenti clandestini e case di periferia. Tuttavia, si recano spesso all’ufficio centrale della SBU per tenere riunioni specifiche o pianificare operazioni segrete”.
Valentyn Nalyvaichenko, il primo capo della SBU dopo il golpe del 2014, ha stretto forti legami con Washington, quando ha servito come console generale presso l’ambasciata ucraina negli Stati Uniti, durante l’amministrazione di G. W. Bush. Secondo il suo predecessore, Alexander Yakimenko, fu durante quel periodo, che Nalyvaichenko fu reclutato dalla CIA.
Nel 2021, Zelensky ha nominato una delle figure più famose dell’intelligence ucraina, Oleksander Poklad, a capo della divisione di controspionaggio della SBU. Poklad è soprannominato “Lo strangolatore”, in riferimento alla sua reputazione di usare torture e sordidi espedienti per incastrare i rivali politici dei suoi capi, con l’accusa di tradimento. Lo scorso aprile, è emersa una chiara illustrazione della brutalità della SBU sotto forma di un video, che mostra i suoi agenti mentre picchiano un gruppo di uomini accusati di essere oppositori di Kiev nella città di Dnipropetrovsk.
Mentre i media occidentali sono concentrati esclusivamente sulla ricerca di violazioni dei diritti umani in Russia, gli account dei social media filo ucraini e neonazisti espongono con orgoglio, crimini di guerra sadici, dalle esecuzioni sul campo alla tortura dei soldati prigionieri.
A marzo, un canale Telegram filo-ucraino chiamato White Lives Matter ha pubblicato un video di un soldato ucraino che chiamava la fidanzata di un prigioniero di guerra russo, con lui accanto e la atterriva con la promessa di castrare il prigioniero suo fidanzato.
L’uso da parte dei soldati ucraini dei cellulari dei soldati russi morti per terrorizzare e ingiuriare i loro parenti, è ormai una pratica comune. In effetti, il governo ucraino, come riferito dal Washington Post e dal New York Times, ha iniziato a utilizzare la tecnologia notoriamente invasiva di riconoscimento facciale di Clearview AI, la società tecnologica statunitense, per identificare le vittime russe e terrorizzare i loro parenti sui social media.
Ad aprile, un canale Telegram filo-ucraino chiamato fuckrussia2022 ha pubblicato un video che ritrae un soldato russo con uno degli occhi bendati, dicendo che gli era stato asportato durante la tortura e lo deride, definendolo un maiale “con un occhio solo”.
Forse è lo stesso soldato apparso nei giorni successivi in un’immagine raccapricciante, dove vi è la foto di un soldato russo torturato a cui è stato cavato un occhio prima di essere ucciso.
Ad aprile è emerso anche un video che mostra soldati ucraini che sparano alle gambe di prigionieri di guerra russi indifesi fuori dalla città di Kharkov. Un video separato, pubblicato dai soldati della Legione georgiana ucraina, fondata dagli Stati Uniti, mostrava i combattenti che eseguivano esecuzioni sul campo di prigionieri russi feriti vicino a un villaggio fuori Kiev.
Mamula Mamulashvili, il comandante di questa Legione georgiana, si è vantato ad aprile che la sua unità commette apertamente crimini di guerra: “… Sì, a volte leghiamo loro mani e piedi e li giustiziamo. Parlo a nome della Legione georgiana, non faremo mai prigionieri i soldati russi.
Nessuno di loro sarà fatto prigioniero”, come riportato da sito The grayzone. Allo stesso modo, Gennadiy Druzenko, il capo del servizio medico militare ucraino, ha dichiarato in un’intervista con Ucraina 24, di aver “emesso un ordine di castrare tutti gli uomini russi perché erano subumani e peggiori degli scarafaggi”.
Il 16 giugno, l’ufficio della Procura Generale di Kiev ha rilasciato nuove informazioni sui casi penali politici “ufficiali” su cui stanno indagando le forze dell’ordine ucraine, a partire dal 24 febbraio 2022.
È aumentato da 24.346 a 26.388, aumentato di 1864 casi rispetto al report precedente. Questo significa che l’ufficio del pubblico ministero ha aperto una media di 306 procedimenti penali al giorno. Nel periodo precedente le forze di sicurezza avevano aperto una media di 266 procedimenti penali per motivi politici al giorno.
Nelle condizioni create dal regime di Kiev per gli abitanti dell’Ucraina nelle sue varie componenti, è giusto ricordare l’eterna verità espressa all’epoca, dal pastore Martin Niemoller, uno dei più famosi oppositori del nazismo in Germania, presidente del Consiglio Mondiale delle Chiese, vincitore del Premio Internazionale Lenin “Per il rafforzamento della pace tra le nazioni”. Niemoller disse: “Quando i nazisti hanno sequestrato i comunisti, sono rimasto in silenzio: non ero comunista. Quando hanno imprigionato i socialdemocratici, sono rimasto in silenzio: non ero socialdemocratico. Quando hanno preso i membri del sindacato, sono rimasto in silenzio: non ero un membro del sindacato. Quando sono venuti per me, non c’era nessuno che intervenne per me“. E questo sta accadendo agli abitanti dell’Ucraina se non si rivoltano.
La NOSTRA Ucraina: Donne e uomini, indipendenti, affrancati e antifascisti. Da difendere, liberare, restare al loro fianco o onorarne la memoria. Assassinati dai banderisti di Kiev L’elenco di coloro che sono stati imprigionati o rapiti dai servizi di sicurezza ucraini dallo scoppio del conflitto militare, cresce di giorno in giorno ed è impossibile tenerlo aggiornato, da un lato è troppo ampio per essere riprodotto qui, dall’altro è tragicamente in aggiornamento continuo. Questo dossier… è già purtroppo vecchio.
Vorrei ricordare che dall’inizio dell’operazione militare speciale in Ucraina, 13 sindaci sono stati rapiti e scomparsi. Due di loro sono stati ritrovati morti e per gli altri ci sono poche speranze.
Il sindaco della città di Kremennaya, l’ex deputato Vladimir Struk, pochi giorni prima della sua morte, aveva esortato i suoi colleghi a negoziare con i funzionari filo-russi per trovare accordi e impedire derive militari pericolose per la popolazione. È stato rapito da sconosciuti in mimetica, dopo di che il suo corpo è stato trovato assassinato con una ferita da arma da fuoco nella zona del cuore, dopo essere stato brutalmente torturato. I neoazisti hanno rivendicarono pubblicamente la responsabilità dell’omicidio, e il consigliere del capo del ministero degli Affari interni, Anton Gerashchenko, a sua volta, sulla sua pagina Telegram, ha definito l’assassinato Struk un “traditore” e ha spiegato che è stato condannato da una cosiddetta “Corte del tribunale del popolo ucraino”.
Molto strano, perché Struk era stato regolarmente votato ed eletto più volte dal suo popolo… ucraino.
Il 7 marzo il sindaco di Gostomel, Yuri Prylipko, è stato trovato assassinato. Secondo quanto riferito , Prylipko aveva avviato negoziati con l’esercito russo per organizzare un corridoio umanitario per l’evacuazione dei residenti della sua città, una linea rossa per gli ultranazionalisti ucraini che erano stati a lungo in conflitto con il sindaco. Sulla stampa e sui social network dell’Ucraina, avevano scritto che il capo della comunità di Gostomel, era stato ucciso insieme ad altre due persone, dai soldati russi mentre distribuiva cibo ai suoi cittadini.
“Il presidente della comunità di Gostomel, Yuri Ilyich Prilipko, è morto distribuendo pane agli affamati e medicine ai malati, confortando coloro che si scaldavano e aiutando i disperati. Per questo, lui, insieme a Ruslan Karpenko e Ivan Zore, sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco dagli occupanti”, affermava in un post il sito Telegram Vesti.
Nonostante i tentativi di falsificare gli avvenimenti e disinformare la popolazione, la verità è emersa grazie ai parenti di Prilipko, che si sono affrettati a confutare la notizia diffusa da Kiev, secondo cui il loro parente sarebbe stato ucciso dagli “occupanti” russi. Il genero e in seguito il suo vice Rostislav Skuratovsky, si sono affrettati a denunciare l’inaffidabilità di queste dichiarazioni.
Intervistati da 5-T, hanno ricordato che era noto a tutti che Prilipko e il suo consiglio di paese, erano stati continuamente in conflitto con i nazionalisti e che questi avevano ripetutamente minacciato il sindaco ed i suoi collaboratori.
A Kiev il 5 marzo, è stato ucciso Denis Kireev. Quel giorno, i media ucraini, citando il vice presidente della Rada, Oleksandr Dubinsky, hanno scritto che il Kireev era sospettato di tradimento, ucciso da membri del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina, vicino all’edificio del tribunale distrettuale Pechersky di Kiev. Kireev, che era stato un membro della delegazione ucraina nei negoziati di pace con la Russia, aveva espresso una posizione di ricerca negoziale realistica e di cercare un compromesso con la Russia e non trascinare l’Ucraina in un ruolo di strumento di politiche e interessi statunitensi, letali per il popolo ucraino. L’ONU ha chiesto, senza alcun esito, un’indagine sull’omicidio di Kireev.
In questi ultimi otto anni, diversi giornalisti e dissidenti ucraini, erano già stati assassinati dagli squadroni della morte approntati dalla giunta ucraina, dopo che i loro nomi erano comparsi nell’elenco dei traditori. Il caso più conosciuto è quello del noto giornalista ucraino Oles Buzina ucciso il 16 aprile 2015 davanti alla sua abitazione a Kiev, ucciso da due uomini in pieno giorno.
I Desaparecidos dell’Ucraina popolare antifascista, democratica e indipendente

ARRESTATI e SCOMPARSI

Il 24 marzo, Gennady Matsegora, sindaco di Kupyansk, nell’Ucraina nord-orientale, ha rilasciato un video (sotto) in cui si appellava al presidente Zelensky e alla sua amministrazione per il rilascio di sua figlia, che era tenuta in ostaggio per ricattarlo, dagli agenti dell’intelligence ucraina SBU, che lo accusano di tradimento per aver negoziato con le forze russe la salvaguardia della cittadina.
Ora è stato arrestato ed è scomparso.

La più nota attivista ucraina per i diritti umani e sociali, Elena Berezhnaya, è stata arrestata e sequestrata a Kiev il 16 marzo scorso.
Elena Berezhnaya, fondatrice e direttrice dell’Istituto di politica giuridica e protezione sociale ucraino, la più nota attivista ucraina per i diritti umani, dal 16 marzo è stata sequestrata, dopo essere stata arrestata dalla polizia nel suo appartamento e portata al dipartimento di polizia del distretto di Goloseevsky, dopo un giorno l’hanno poi portata alla SBU, i Servizi di Sicurezza ucraini, e da allora nessuno sa più niente di lei.
Sei ufficiali della SBU, oppure sei loro armati neonazisti della Difesa Terrritoriale hanno rapito il noto politologo ed esperto militare, Yuri Dudkin a Kiev. L’unica “colpa” di Dudkin è che si è spesso presentato come un membro della squadra di Viktor Medvedchuk (anch’esso arrestato e picchiato),
che era fino a due mesi fa, l’unico partito di opposizione alla Rada, ora anch’esso fuorilegge. È stato duramente picchiato e costretto a fare una dichiarazione anti-russa davanti a una videocamera. Da quel momento il destino del politologo sequestrato è sconosciuto.

Anche il politologo e presentatore televisivo ucraino Dmitry Dzhangirov membro del movimento “Novyi Sotcialism/Nuovo socialismo”, è caduto nelle grinfie dei neonazisti ucraini. Volutamente non voleva lasciare Kiev, invitando la leadership del Paese al buon senso e a trovare soluzioni negoziali. Ora è tenuto in ostaggio (presumibilmente nel centro di detenzione preventiva della SBU), esprimendo “pentimento” in un video e condannando le azioni della Russia. Anch’egli è stato sottoposto a violenze e ricatti, e la famiglia non ha mai potuto incontrarlo o conoscere dove è detenuto. Sulla pagina Facebook di Dzhanguirov è comparso un video, in cui probabilmente sotto tortura dice cose che non affermerebbe mai.

Sequestrato anche il tenente colonnello della SBU in pensione Vladimir (Vlad) Mulyk, ufficiali della SBU lo hanno arrestato a Boryspil (nella regione di Kiev). Negli ultimi 7 anni, Mulyk era invitato come esperto militare sui canali televisivi ucraini e russi. Di cosa sia accusato e i reati a lui  imputati, così come dove è sequestrato Mulyk, sono sconosciuti.

I neonazisti hanno rapito anche il famoso scrittore, giornalista e presentatore televisivo 70enne Jan Taksyur. Persone armate hanno fatto irruzione nel suo appartamento di Kiev, presentandosi come ufficiali della SBU e lo hanno portato via in un luogo sconosciuto. “… Il 10 marzo, agenti della SBU con le mitragliatrici sono venuti nell’appartamento dei miei genitori, hanno rubato quasi tutti i soldi e portato via mio padre senza mostrare mandati o notificazioni. Ora non sappiamo dove sia detenuto, mia madre è andata all’ufficio della SBU, dicono che non ne sanno nulla. Non sappiamo dove sia mio padre, non sappiamo di cosa sia accusato. I suoi amici ora stanno cercando un avvocato per sapere dov’è, e conoscere sue condizioni fisiche”, ha detto ai media suo figlio Ilya Taksyur. Tuttora il destino di Tksyur è sconosciuto.

Nello stesso giorno, sconosciuti sono entrati nell’appartamento dello storico e pubblicista di Kiev Alexander Karevin. È uno studioso di scienze teologiche, che ha più volte criticato le azioni delle autorità ucraine. Nel programma di Jan Taksyur “Il diritto alla fede”, Karevin ha difeso i canoni dell’Ortodossia e ha dichiarato l’inammissibilità di uno scisma. Il suo destino è sconosciuto.

Il famoso sportivo di Kharkov, noto atleta ucraino che è stato campione nazionale di apnea, ed ex prigioniero politico nel 2014, Spartak Golovachev, risulta scomparso. Ricercato dalla SBU, negli ultimi anni era attivo in missioni umanitarie verso Slavyansk.

Il 4 marzo è scomparso Vladimir Ivanov, un attivista di sinistra della città di Zaporozhie. Non si sa dove si trovi e il suo account Telegram contiene post che chiaramente non sono suoi.
Il deputato del Partito Socialdemocratico Ucraino, Nestor Shufrich è stato arrestato dal battaglione Teroborona con l’accusa di aver cercato di fotografare un checkpoint. Preso dalla SBU non si hanno più notizie, è scomparso.
Il 10 marzo a Kiev, Dmitry Skvortsov, un attivista pacifista della Chiesa ortodossa ucraina, è stato arrestato, è riuscito solo a scrivere su Internet: “La SBU sta entrando in casa”. Di lui non ci sono più notizie. Scomparso.
A marzo, un canale Telegram filo-ucraino chiamato White Lives Matter ha pubblicato un video di un soldato ucraino che chiamava i familiari di un prigioniero di guerra russo e li irrideva con la promessa di castrare il prigioniero.

ARRESTATI e TORTURATI

Il 3 marzo nella città di Dnipro, ufficiali della SBU accompagnati da neonazisti di Azov, cinque in tutto, hanno fatto irruzione nella casa dei coniugi Matjuschenko, attivisti dell’organizzazione Livizja (Sinistra). La moglie Maria ha dichiarato che un membro dell’Azov “mi ha sputato in faccia e poi mi ha tagliato i capelli con un coltello”, mentre gli agenti della sicurezza dello stato torturavano per oltre due ore suo marito Alexander Matjuschenko, poi con la canna di una pistola alla testa lo costringevano a gridare ripetutamente il saluto nazionalista: “Slava Ucraina!” “Poi ci hanno messo dei sacchetti in testa, ci hanno legato le mani con del nastro adesivo e ci hanno portato all’edificio della SBU in macchina. Lì hanno continuato a interrogarci e hanno minacciato di tagliarci le orecchie”, ha detto la moglie di Matjuschenko al giornale tedesco Junge Welt.

I membri dell’Azov e gli agenti della SBU hanno registrato con i telefonini gli atti di tortura e pubblicato poi online le immagini del volto insanguinato di Matjuschenko.
Matjuschenko è stato incarcerato con la motivazione che stava “conducendo una guerra aggressiva o un’operazione militare”. Nonostante abbia diverse costole rotte dal pestaggio, gli è stata negata la possibilità di curasi con medici di fiducia. Nel frattempo, dozzine di altri esponenti di sinistra sono stati incarcerati con accuse simili a Dnipro e molti denunciano che: “La guerra viene usata per rapire, imprigionare, persino uccidere membri dell’opposizione, che sono anche solo critici nei confronti del governo”, ha detto a JW un attivista. “Dobbiamo tutti temere per la nostra libertà e per le nostre vite”.
Qui sotto una immagine dei filmati delle torture ad Alexander Matjuschenko, registrata dai membri di Azov e pubblicati sul canale Telegram della città di Dnipro.

Matyushenko è un noto antifascista e membro di Livitsya (Sinistra), un’associazione fondata da attivisti di vari movimenti sociali del Dnipro. Il movimento si è sempre impegnato con proteste contro i tagli sociali, i bassi salari, la restrizione della democrazia e l’ uniformazione dei media. Già in passato, Alexander era stato ripetutamente sottoposto a tentativi intimidatori da parte dei fascisti, ma anche della polizia, ha dichiarato la moglie. Matyushenko, è stato poi portato in un centro di detenzione, dove un medico alla fine ha curato le sue ferite: numerose fratture costali, lividi, lacerazioni agli occhi e al viso.

Ancora prigionieri i fratelli Mikhail e Aleksander Kononovich. I due giovani ucraini, nativi di Volyn, erano stati arrestati il 6 marzo dalla SBU. Sono accusati di diffondere opinioni filo-russe e filo-bielorusse e per la loro appartenenza all’Unione della Gioventù Comunista Leninista dell’Ucraina, un’organizzazione messa fuorilegge e dichiarata illegale e terroristica, dopo EuroMaidan. Mikhail ne è il primo segretario. Sono detenuti in un carcere di massima sicurezza, ma della loro condizione si sa poco, se non che sono stati torturati pesantemente per fargli dire i nomi dei loro compagni. I due ragazzi incriminati, infatti, sin dal 2014 sono stati alla testa delle mobilitazioni giovanili e studentesche che tentarono di aprire gli occhi al popolo ucraino sulla vera natura di EuroMaidan. Battaglie che in questi 8 anni sono state attaccate e poi represse nel sangue da Pravi Sektor, Azov e dalle altre organizzazioni di estrema destra, mentre l’Occidente si tappava occhi e orecchie. Noti oppositori del regime di Kiev, sono stati spesso aggrediti e picchiati, e arrestati più volte e anche i loro familiari e amici hanno subito minacce e intimidazioni.

L’SBU ha rapito e picchiato il campione dell’Ucraina di “Sambo” Maxim Ryndovsky .
Il tre volte campione mondiale ed europeo, e tre volte campione dell’Ucraina nel “Sambo da combattimento“ (un arte marziale di difesa personale senz’armi), Maxim Ryndovsky è stato sequestrato dai nazisti di Kiev il 6 marzo. In rete è apparso un video del pestaggio del tre volte campione dell’Ucraina, dal video si sente i torturatori che lo stanno picchiando, accusarlo di aver “bevuto e abbracciato coloro che stanno combattendo contro l’Ucraina“. Secondo le informazioni in rete, sarebbero appartenenti del 5° dipartimento di controspionaggio della SBU, ad aver rapito il campione, picchiato e filmato le torture, per terrorizzare l’intera popolazione e coloro che non sono allineati con la giunta di Kiev. La SBU poi ha smentito dichiarando che era stata una operazione delle Unità di Difesa Territoriali. Per levarsi le responsabilità, hanno detto che ci sono gruppi di “vendicatori del popolo”, che compiono rappresaglie extragiudiziali.
Osservando il filmato, si può vedere che Ryndovsky è stato brutalizzato e picchiato e c’è una pozza di sangue sul pavimento accanto a lui. (https://vk.com/video-89049368_456260628)

Il 12 marzo, si è saputo dell’arresto del noto politico antifascista ucraino Vasily Volga, dirigente dell’Unione delle Forze di sinistra che aveva da sempre sostenuto lo status neutrale dell’Ucraina, la cacciata dai posti di comando e di governo delle forze neonaziste e fasciste, la loro messa fuorilegge, e la conservazione dello status di la seconda lingua di stato per la lingua russa. Su chi esattamente lo ha arrestato o semplicemente sequestrato, non c’è alcuna informazione. Neanche i familiari hanno avuto alcuna comunicazione con lui. La famiglia ha denunciato che durante il sequestro è stato gravemente picchiato e ferito. Si è poi venuto a sapere che è stato torturato in modo terribile ed è in gravi condizioni. E’per questo che non si è permesso a nessuno di incontrarlo.
La sua famiglia è stata minacciata se divulga notizie. Solo pochi giorni addietro, dopo che la Russia ha posto il caso all’ONU, Volga ha ricevuto la visita di un medico, che ha solo dichiarato di averlo curato, senza altre informazioni.

Anche i comuni cittadini ucraini sono stati sottoposti a torture e brutalizzazioni dal febbraio scorso.
Innumerevoli video sono apparsi sui social che mostrano civili legati ai lampioni, spesso con i genitali scoperti o con la faccia dipinta di verde, donne denudate. Atti perpetrati da volontari neonazisti della Difesa Territoriale incaricati di far rispettare la legge e l’ordine, questi atti di umiliazione e tortura hanno preso di mira tutti, dagli accusati di simpatizzare per la Russia, agli antifascisti, ai rom o parenti di arrestati. Qui sotto alcuni esempi tratti da twitter: #BREAKING:Street View di Kiev: un’altra donna è legata a un post come questo. La sua faccia non era dipinta di verde, ma i suoi pantaloni erano stati tolti.
#RussiaUcrainaGuerra #Ucraina #Ucraini #Zelensky pic.twitter.com/525fCVrxgx
— Voce della giustizia delle Nazioni Unite (@TheUN_voice) 3 aprile 2022

Il 4 marzo nella città di Lutsk, l’SBU ha arrestato Oleg Smetanin, violinista della filarmonica regionale di Volyn, accusato di aver dato alla Russia informazioni sull’aeroporto di Lutsk.
Proveniente da una famiglia di musicisti, è cresciuto a Lutsk in un micro distretto un tempo abitato dall’esercito sovietico. Si vantava che suo nonno fosse uno scienziato missilistico sovietico e sua madre voleva diventare una pilota. Egli scelse la professione musicale. Smetanin si era diplomato alla Lutsk Music School n. 2, in seguito alla Volyn State School of Culture and Arts intitolata a Igor Stravinsky e all’Accademia nazionale di musica di Leopoli intitolata a Mykola Lysenko. Dopodichè ha iniziato a fare numerosi concerti in Russia e in Europa. In un video girato dalla SBU, dove si può rilevare che è stato picchiato, dichiara di essere stato una spia russa e di chiedere scusa al popolo ucraino. Di lui non si hanno notizie di dove è detenuto.

L’11 marzo a Odessa, l’SBU ha arrestato Elena Viacheslavova, la figlia di Mikhail Viacheslavov, bruciato vivo dai nazisti ucraini il 2 maggio 2014, nella Casa dei sindacati di Odessa.
Sul sito dei giornalisti dell’opposizione ucraina “La Voce della Verità”, si denuncia che:” L’unica colpa di questa donna è che è la figlia di Mikhail Vyacheslavov, ucciso il 2 maggio alla Casa dei Sindacati nel 2014 e ha sempre partecipato a manifestazioni in memoria del 2 maggio sul campo Kulikovo a Odessa, e che, nei suoi social network, da credente, esprimeva fiducia che gli assassini prima o poi sarebbero andati all’inferno. Per questo sono venuti da lei… ”.
Dopo maltrattamenti e pressioni la SBU ha costretto la Vyacheslavova di registrare in video un appello con … scuse all’Ucraina: “Io, Vyacheslavova Elena, condanno l’aggressione russa, Odessa è una città ucraina, mi scuso per le mie dichiarazioni sui social network e gloria all’Ucraina!”, la si vede con uno sguardo intimorito e afflitto mentre parla sottovoce alla telecamera, con le mani legate dietro la schiena. Credere alla enunciazione di questo slogan nazionalista è impossibile, ricordando che ella è la figlia di Mikhail Vyacheslavov, è stato bruciato vivo dai nazisti il 2 maggio 2014  alla Casa dei sindacati.

Il 15 marzo l’SBU ha arrestato e picchiato Artem Khazan, un rappresentante del partito Shariy nella città di Alessandria della regione di Kirovograd. Il giorno dopo sui social network è apparso un video in cui Khazan, chiaramente sottoposto a maltrattamenti, calunniava il presidente del partito Anatoli Shariy e invitava alla collaborazione con la polizia. “Ero il capo del partito politico “Shariy” nella regione di Kirovograd. Il partito aveva il compito di fare propaganda anti-ucraina su Internet. Dopo l’attacco della Russia alla mia Patria, ho capito appieno il mio errore. Ora considero lo Shariy un ramo della propaganda russa. Da ora rifiuto completamente qualsiasi cooperazione con esso e il suo programma politico”, ha affermato Khazan nel video.
Non si sa dove si trovi attualmente Artem Khazan.

FONTI:
Washington Post
Fondazione per la lotta alla repressione, Ucraina
Al Jazeera Ukraine
Mintpressnews
New York Times
5 – TV
ABC
SOZH Info
Ukraina.ru
Junge Welt
NBC
BBC
Telegram ucraino White Lives Matter
Voce della Verità, Ucraina

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Enrico Vigna: scrittore, è presidente dell’Associazione SOS Yugoslavia – SOS Kosovo Metohija, di cui è responsabile dei Progetti di solidarietà del Kosovo; è portavoce del Forum Belgrado per un mondo di eguali e delegato del Consiglio Mondiale della Pace; è stato portavoce per l’Italia settentrionale del Tribunale R. Clark, per i Crimini di guerra nella ex Jugoslavia. Tra i suoi libri: Dalla guerra all’assedio e Kosovo liberato (La Città del Sole); Pagine di storia rimosse (Ed. Arterigere). Tra i suoi documentari: Viaggio nell’Apartheid in Europa; I Dannati del Kosovo; I Guardiani del silenzio; Ci vinceranno, ma non ci convinceranno.

Patrizio Ricci, qui.

Su, forza, venite a raccontarci di doveri morali, di miliardi di dollari di armi necessarie per difendere la democrazia e tutto il resto del ciarpame della vostra immonda propaganda del cazzo.

barbara

CATTIVA CATTIVA CATTIVA LA RUSSIA

Anzi, adesso glielo dico ancora una volta: cattiva! Ecco. L’ultima – anzi ormai la penultima – l’avete sicuramente già sentita: per colpa della Russia che blocca le navi col grano, mezzo mondo sta morendo di fame, giusto? Embè sì, se tutti i giornali dicono la stessa cosa dovrà essere vero per forza (qualcuno, per rafforzare il concetto, ricorda anche che già una volta la Russia – in realtà l’Unione Sovietica, col forte contributo del segretario del partito comunista ucraino Nikita Krusciov, ma chi sta a badare a questi insignificanti dettagli – ha fatto morire di fame gli ucraini a milioni portandogli via il grano: e tanto gli si sono fuse le sinapsi da non accorgersi neppure del fatto che questo grano di cui si parla in questo momento non è destinato all’Ucraina bensì all’esportazione). E dunque vediamole queste orrendissime azioni, questi crimini di guerra, questi crimini contro l’umanità perpetrati dall’infamissima Russia.

Fake news della propaganda: le navi con il grano non escono dall’Ucraina per colpa della Russia

Fioccano le accuse verso la Russia perché avrebbe messo in atto un ‘blocco navale’ e non consentirebbe alle navi con il grano ucraino di uscire dal porto di Odessa (il porto più importante del paese), condannando così il mondo alla fame. Questo è ripetuto dal Dipartimento di Stato USA, da Ansa, dal Corriere della Sera. Ma non è la tesi sostenuta dagli stessi stati che hanno le navi effettivamente bloccate, che puntano il dito sull’Ucraina.

In particolare, la Turchia ha più volte protestato con l’Ucraina perché 21 navi turche nel porto di Odessa sono impossibilitate ad uscire dal porto a causa del divieto delle autorità ucraine.

Ecco ciò che dice il Il quotidiano turco Aidinlyk:

“… si è scoperto che l’Ucraina non ha permesso alle navi straniere di lasciare i porti per prevenire attacchi a Odessa. Secondo le informazioni ottenute da Aydınlık, 21 delle navi a cui non è stato permesso di lasciare il porto di Odessa appartengono alla Turchia. Precisamente 4 di loro sono battono bandiera turca e le altre 17 sono di proprietà turca …. L’Ucraina non vuole che queste navi partano, adducendo che “c’è un pericolo”, citando le mine marine in mare.

La Russia ha aperto un corridoio di sicurezza, ma l’Ucraina ancora non consente di utilizzarlo. Lo scopo principale di questo diniego è che se le navi straniere partiranno, gli ucraini diventeranno un chiaro bersaglio [dei russi] e Odessa presto cadrà. Per questo motivo, i turchi non consentono navi straniere, comprese le 21 navi [turche]. Uno dei motivi per cui le navi turche continuano ad aspettare è questo: se i russi avviano un’operazione a Odessa e colpiscono le navi turche, si calcola che ci saranno tensioni nelle relazioni turco-russe” [Questo passaggio, frutto evidentemente di un traduttore automatico, non è del tutto chiaro, ndb]

La versione russa dei fatti è del tutto simile ed è questa fornita dall’ambasciatore russo alle Nazioni Unite:

Commento dell’ambasciata sulle accuse contro la Russia di aver innescato la crisi alimentare, 20 maggio 2022.

Le accuse da parte russa secondo cui la Federazione Russa non permette alle navi che trasportano grano di partire da Odessa e da altri porti ucraini e che questo rappresenta una minaccia di una crisi alimentare globale, non hanno nulla a che fare con la realtà.
Secondo le informazioni del Segretariato dell’Organizzazione marittima internazionale (IMO), al momento del lancio dell’operazione militare speciale, nei porti dell’Ucraina c’erano 94 navi e circa 2.000 membri dell’equipaggio. Ora 84 navi sono bloccate lì e circa 200 membri dell’equipaggio rimangono a servizio delle navi.
Alla fine di marzo, la Russia ha creato un corridoio umanitario nel Mar Nero per le navi in ​​partenza dai porti ucraini. Questo corridoio è lungo 80 miglia e largo 3 miglia. Questo corridoio è aperto tutti i giorni. Tuttavia, nessuna nave ha potuto utilizzare il corridoio, sebbene sia le autorità competenti della Russia che dell’Ucraina (ad esempio la nave di Hong Kong Joseph Schulte) abbiano ricevuto la notifica delle loro intenzioni.
La parte ucraina ha costantemente chiarito che non prevede di adottare misure significative per mettere in sicurezza la sua sezione di corridoio. Tutti i porti dell’Ucraina sono al più alto livello di sicurezza , il 3. Questo corrisponde al divieto totale di ingresso e uscita delle navi mercantili.
Questo passaggio è “integrato” dal fatto che le truppe ucraine hanno minato porti e acque adiacenti. Il minamento è stato effettuato in modo così caotico che non ci sono mappe delle mine marine.
Per qualche tempo, la delegazione ucraina presso l’IMO ha affermato che tutte le mine nel Mar Nero erano russe. È stato solo durante il briefing del segretario generale dell’IMO del 12 aprile che il delegato ucraino ha confermato il minamento deliberato dei propri porti.
In sostanza, le navi civili bloccate e i loro equipaggi sono tenuti in ostaggio dal regime di Kiev e fungono da “scudo umano”.
Ad ogni contatto, gli ucraini mettono come condizione alla partenza di navi straniere dai loro porti, la cessazione delle ostilità e il completo ritiro delle truppe russe dal territorio dell’Ucraina.
L’esercito russo è in grado di avviare lo sminamento dei porti. Tuttavia, Kiev evita qualsiasi interazione, anche con gli armatori, ed ogni modo possibile per risolvere la questione dell’uscita sicura delle navi.
Naturalmente, in assenza di una soluzione a questo problema principale, non è necessario parlare dell’esportazione di grano ucraino via mare.

Ci vuole poco a verificare una notizia, la maggior parte delle volte, ma redazioni con decine di giornalisti non ci riescono.
E’ di oggi l’articolo del Corriere della Sera il cui titolo è eloquente: “Porto di Odessa, il blocco navale russo che affama il mondo – Corriere della Sera“.
Ed dell’11 maggio Ansa: “Ucraina: Usa, Russia blocca 300 cargo con grano nel Mar Nero”.
Ogni giorno – dopo l’esperimento del covid – la maggior parte dei media italiani, come del resto la politica si adoperano a piegare la realtà a ciò che vogliono dimostrare. Questo è ormai il metodo usato comunemente. Nello stesso tempo si preoccupano della ‘propaganda russa, delle fake news ed addirittura si auto eleggono come Factchecking per proteggere le nostre menti.
Informazione come fabbrica di consenso a vantaggio del potere, anche tramite la falsificazione dei fatti.
Negli ultimi decenni, nuovi “valori pubblici” sono stati impiantati nella coscienza degli italiani, prima attraverso manipolazioni psicologiche, pubblicità e ora attraverso pressioni amministrative, psicologiche.
Ciò che da tempo – precisamente dalla guerra di Libia e poi di Siria – ho cercato di mettere in evidenza anche tramite questo blog, è che la distorsione della realtà produce parecchi effetti deleteri: tra questi, la conseguenza più grave è la riduzione della nostra libertà. Perché ove il giudizio è minato dalla manipolazione, le mie azioni, il mio pensiero, di fatto vengono indeboliti e disarmonizzati.
Quindi non solo si tratta semplicemente del fatto, di per sé grave, delle menzogne propagate da parte di una informazione che è stata investita del compito di continuare a istruire – a secondo delle esigenze – per orientare un pubblico già ampiamente addomesticato. Si tratta di una guerra dichiarata contro il popolo attraverso la modellazione di un nuovo tipo umano che si basa sulla degenerazione della cultura, della politica, della storia e della tradizione.
Patrizio Ricci, VPNews, qui.

Ulteriore conferma, con qualche altro significativo dettaglio, qui.
Poi c’è la questione dei prigionieri, che hanno il diritto di essere visitati dalla Croce Rossa Internazionale, e anche qui la Russia si dimostra così cattiva che più cattiva non si può, nemmeno col cattiveggio. Vero? Per fortuna che ci sono almeno i nazisti che leggono Kant, che sono così buoni che più buoni non si può, nemmeno col buoneggio.

Russia: l’Ucraina non consente la visita dei prigionieri russi alla Croce Rossa Internazionale

Il Deputato della Duma di Stato dell’Assemblea federale della Federazione Russa e difensore dei diritti umani  Tatyana Moskalkova si è rivolta al Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) con la richiesta di fornire informazioni sui prigionieri di guerra russi in Ucraina e di aiutare a organizzare la loro visita in base a quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra del 1949 sul trattamento dei prigionieri di guerra che è forse l’unico accordo internazionale nella storia firmato da tutti i paesi del mondo senza eccezioni.

“Mi sono rivolta ancora una volta al Presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa, Peter Maurer, con la richiesta di fornire informazioni sui prigionieri di guerra russi e di aiutare me o i miei rappresentanti a visitarli”, ha affermato la Moskalkova che, nonostante le ripetute richieste, la parte russa non ha ricevuto alcuna informazione sui propri militari fatti prigionieri”.

“Né noi né i loro parenti sappiamo quale dei militari russi di stanza in Ucraina è stato visitato dai rappresentanti del CICR, in quale condizione psicologica e fisica si trova la nostra gente, se le disposizioni della Convenzione di Ginevra sono osservate nei loro confronti, se sono provvisti di le cure mediche necessarie”, ha osservato.

La Convenzione di Ginevra conferisce al CICR il diritto di visitare i prigionieri di guerra e gli internati civili durante i conflitti.
E’ da ricordare che nella recente resa dei militari trincerati nell’Azovstal a Mariupol, la Croce Rossa Internazionale ha regolarmente visitato i prigionieri ucraini per sincerarsi che fossero trattati e curati secondo la Convenzione di Ginevra.
Sia la Russia che la Repubblica autonoma di Donetsk hanno consentito l’accesso alla Croce Rossa Internazionale che ha valutato positivamente le condizioni di detenzione dei militari ucraini.

Torture e esecuzioni sommarie di militari russi

Ha fatto molto scalpore il video che a marzo ritraeva militari ucraini che torturavano prigionieri di guerra russi e poi li uccidevano (vedi qui). I presunti partecipanti alla tortura dei prigionieri in Ucraina si sono rivelati i leader del “Corpo nazionale”.

Presumibilmente, l’incidente è avvenuto in una delle basi dei nazionalisti ucraini nella regione di Kharkiv. Il filmato pubblicato mostra come i militari, dopo aver sparato ai prigionieri alle gambe, continuano a deridere i feriti sdraiati a terra e a torturarli. Nel video, si può vedere come uno dei soldati russi catturati e picchiati, a cui è stato messo un sacco in testa, muore davanti a membri dell’esercito ucraino.
I nomi dei presunti colpevoli sono stati resi noti dal canale Telegram Tribunal che ha riferito che la tortura dei prigionieri di guerra è avvenuta presso lo stabilimento lattiero-caseario Malorohachinsky alla periferia occidentale del villaggio di Malaya Rogan vicino a Kharkov, e il leader nella tortura era il leader del ramo di Kharkov del partito ucraino “Corpo nazionale” Sergei Velichko, soprannominato ‘Cile’.
All’atto vile e criminale ha partecipato anche un altro leader della forza politica, Konstantin Nemichev. Molto prima dell’attualità, Velichko si è rivelato noto come partecipante all’Euromaidan nel 2014, militante del reggimento Azov di nazionalisti ucraini e imputato in un procedimento penale sulla creazione di un gruppo criminale e racket, in cui furono coinvolti diversi altri membri del Corpo Nazionale.
Si sa di Nemichev che guida un battaglione di difesa territoriale locale e nel 2021 è stato nominato sindaco di Kharkov.

La reazione dei funzionari russi

Il presidente del comitato investigativo russo Alexander Bastrykin ha reagito all’incidente. Ha incaricato di indagare su tutti i fatti di maltrattamento dell’esercito ucraino nei riguardi del personale militare russo catturato, di scoprire tutte le circostanze dell’incidente e di identificare tutte le persone coinvolte al fine di assicurarle successivamente alla giustizia.
Ha anche incaricato di indagare sull’omicidio di un prigioniero di guerra russo da parte di un nazionalista ucraino. Come stabilito dalle indagini, il prigioniero di guerra russo è stato duramente picchiato e poi ucciso all’ingresso di uno degli edifici residenziali sul territorio dell’Ucraina. “Il video, che è stato diffuso su Internet, ritrae il processo di pestaggio e uccisione di un prigioniero di guerra russo da parte di un rappresentante dei distaccamenti nazionalisti dell’Ucraina, le cui mani sono legate dietro la schiena”, ha affermato il dipartimento.
Si segnala che, nell’ambito dell’indagine penale, tutti i complici del reato saranno identificati e ritenuti responsabili. La situazione è stata commentata anche dal Commissario per i diritti umani nella Repubblica popolare di Donetsk (DPR) Daria Morozova. La stessa ha ammesso di essere rimasta profondamente scioccata dai filmati delle torture e li ha definiti “una palese violazione del diritto umanitario internazionale”.
Patrizio Ricci, VPNews, qui.

Ovvio che con tutte quelle torture e mutilazioni ed evirazioni non possono permettersi il lusso di far visitare i prigionieri dalla Croce Rossa, ma è chiaro che il rifiuto – esattamente come il rifiuto di un uomo indiziato come padre di un bambino di sottoporsi all’esame del DNA – è di per sé una patente prova di colpevolezza, ma la domanda che mi pongo, e della quale temo di conoscere la risposta è: sarà davvero evidente per tutti? E ora guardate un po’ questa cosa qui:

Alain Eman

Infowar  

Su questa lapide è scritto:
“Qui riposa un soldato ucraino sconosciuto sepolto dai soldati [numero di brigata].
Affronta il tuo nemico come vorresti che lui facesse con te.
Possa riposare in pace.
11 maggio 2022”
Purtroppo dall’inizio delle operazioni militari speciali sempre più spesso gli ucraini si rifiutano di recuperare i corpi dei loro soldati uccisi in combattimento.
Quando questo succede se ne occupano i soldati russi che li seppelliscono secondo il rito ortodosso.
Nella barbarie della guerra un grande segno di civiltà.

Concludo con due parole sul soldato ragazzino condannato all’ergastolo. Stabilito il dato di fatto che non sta né in cielo né in terra un processo di questo genere a guerra in corso, stabilito il dato di fatto che si è trattato di un processo farsa – questo sì in perfetto stile staliniano – senza alcun tipo di garanzia nei confronti dell’imputato, senza alcuna trasparenza nella conduzione del processo, senza alcuna indagine sulle circostanze del reato imputatogli, stabilito che una confessione resa in queste condizioni vale, dal punto di vista giuridico, meno di zero; stabilito tutto questo, Albert Speer, riconosciuto colpevole, in ben altro genere di processo, di crimini (crimini, non UN crimine) di guerra e crimini contro l’umanità, perpetrati più o meno per tutta la durata della guerra, è stato condannato a vent’anni. Vedete un po’ voi.
E ora regaliamoci un momento di puro genio

e, come al solito, un po’ di bellezza con la meravigliosa Alexandra Trusova, qui appena quindicenne.

barbara

È TORNATO AHMAD BATEBI

Ho ripescato questo post di undici anni e mezzo fa.

A molti di noi probabilmente questo nome non dirà molto ma tutti, sicuramente, ricordiamo molto bene questa foto.
AhmadBatebi
È stato in prigione, per questa foto, e noi non ne abbiamo saputo niente, come di tante cose che accadono in Iran non veniamo a sapere. Ora Ahmed è uscito, e ha raccontato la sua storia a Magazine del Corriere della Sera, che ora vi propongo.

NEL ’99 FU ARRESTATO PER UNA FOTO CHE DIVENNE IL SIMBOLO DELLA RIVOLTA STUDENTESCA AGLI AYATOLLAH. DOPO 8 ANNI DI TORTURE, USCITO DI PRIGIONE

È DIVENTATO FOTOGRAFO «PER RACCONTARE LA MIA TEHERAN». ORA È SCAPPATO IN SEGRETO IN OCCIDENTE. E AL MAGAZINE DICE: «CHIEDO ASILO»

Aveva 21 anni quando è stato arrestato, torturato, processato senza avvocato e condannato. Ha passato otto anni in prigione per una fotografia, un singolo scatto capace di marcare un evento, ma pur sempre una foto. Lo si vede che mostra a braccia tese la maglietta macchiata dal sangue di uno studente ribelle come lui, una specie di sindone pagana. L’Economist gli dedicò la prima pagina, ma il protagonista fu condannato a morte due volte sempre con lo stesso rituale alla Dostoevsky: prima gli mettevano la corda al collo e impiccavano davanti ai suoi occhi altri prigionieri, poi lo bendavano e stringevano il nodo del cappio. All’ultimo momento, però, quella foto lo salvava. Ahmad Batebi è l’icona della rivolta studentesca del ’99 a Teheran. Troppo famoso per sparire nel silenzio del carcere di Evin. L’unico dissidente iraniano assieme al giornalista Akbar Ganji a essere stato citato dai Grande Satana in persona George W. Bush, Batebi ha il physique du rôle della star mediatica: alto, massiccio, con un pizzetto che sa più di moda che di precetto islamico. Quel giorno aveva i lunghi capelli neri fermati sulla fronte da indiano metropolitano. Sembrava un figlio dei fiori, non un germoglio della Rivoluzione khomeinista. In Occidente scattò il riflesso di identificazione.

GIOVENTÙ RUBATA
«Scrivi quel che ti dico, non aver paura di quel che può succedere a me: la cosa meno grave che può farmi questo governo islamico è uccidermi. Hanno rubato la mia giovinezza, ma all’Iran hanno fatto di peggio. Scrivi, per favore, che questa mullahcrazia ha tolto agli iraniani il rispetto e la considerazione del mondo. Sembriamo una nazione di retrogradi, violenti, fondamentalisti». Uscito di prigione da appena otto mesi, l’ex studente è seduto al Caffè del Parco degli Artisti di Teheran. Subito dopo questa intervista non si è presentato alla firma in Questura. È scomparso, probabilmente all’estero. Vuol chiedere asilo politico. Da un giorno all’altro comparirà in qualche capitale occidentale e ricomincerà a denunciare il regime che l’ha incarcerato. Intanto nella sua ultima intervista in Iran, si racconta così al Corriere Magazine.

«Vedi quei due ragazzi? Lei è col chador, lui senza. Eppure sono persone normali. È il regime, manipolando la religione, che li costringe a travestirsi. Voi, dall’estero, non percepite l’Iran che c’è sotto il velo della dittatura: lo scambio di affetti, il rispetto, l’intelligenza delle persone che sfugge al controllo del regime. Le moschee, i chador, le barbe e i turbanti, ciò che vedete voi stranieri, non è quello che vivono gli iraniani. Come ho resistito alle torture? Sapevo che chi mi colpiva non rappresentava il mio popolo. Mi aggrappavo all’idea che un giorno accadesse quel che sta succedendo in questo momento. Che un giornalista chiedesse delle torture e io gli raccontassi dell’amore del popolo. Noi iraniani non siamo nemici, non odiamo Israele, l’America, il resto del mondo non sciita. È solo un regime, come tanti nella storia, che difende se stesso». Batebi è un rivoluzionario istintivo, nazionalista, ribelle oltre il limite della ragionevolezza, perseverante in tutto, fino nel look. Otto anni di carcere duro non sono bastati a convincerlo neppure a tagliarsi i capelli. A osservarlo pare che della cella gli siano rimaste addosso solo le spesse cicatrici delle torture, «a causa del sale messo sulle ferite per tenermi sveglio con il dolore». Invece ha avuto un ictus cerebrale, due ulcere, tre ernie del disco, sviluppato un’insufficienza renale, un tic alla spalla sinistra, insonnia e incubi da curare con dosi massicce di tranquillanti. «Era l’epoca del presidente Khatami. C’era più libertà, più speranza rispetto a oggi con Ahmadinejad. Noi studenti ci stavamo organizzando e le manifestazioni riuscivano sempre meglio. Ma a un certo punto la Sicurezza Nazionale ha scavalcato Khatami e ha cominciato ad arrestarci uno per uno, smantellando il Movimento. Fecero dai 4 ai 7mila arresti in un solo anno».
Si ferma, guarda tra i viottoli del parco, oltre la balaustra del Caffè degli Artisti. «Per me, la scusa fu una foto che in nessun altro Paese al mondo sarebbe stata un reato. Stavamo discutendo dentro l’università su come evitare la trappola di chi voleva far credere che gli studenti fossero solo dei fracassoni. A un tratto la polizia spara al cancello. Io ero nel servizio di pronto soccorso del Movimento e corro fuori. Mi metto dietro il muro di cinta aspettando di raccogliere i feriti. Un colpo di rimbalzo colpisce il ragazzo che è con me. Siccome il proiettile era già schiacciato e rallentato, non entra in profondità. Ricordo di averglielo tolto dal braccio con le unghie. Per pulire il sangue uso la maglietta che avevo sotto la camicia. Poi vedo altri studenti andare verso il cancello. Grido di fermarsi perché la polizia sta sparando. Quelli non mi sentono e per farmi capire alzo la maglietta insanguinata».

L’AUTOGOL DI “300”
II messaggio di pericolo arriva in tutto il mondo. Non ci fosse stato il fotografo Jamshid Bayrami, non sarebbe successo. «Nei miei otto anni di carcere Jamshid ha smesso di fotografare per il senso di colpa. Da quando sono uscito, però, siamo diventati amici. Lui non ha responsabilità. Jamshid cercava di mostrare quanto noi studenti fossimo sotto pressione. Lavoravamo nella stessa direzione. Anch’io, uscito di prigione, ho cominciato a fotografare. Voglio mostrare i millenni di civiltà, la cultura che sopravvive in questo Paese a dispetto del fondamentalismo sciita che vorrebbe cancellare tutto. Voi in Occidente non potete sapere. Persino il film americano 300 ha fatto il loro gioco: mostra i Persiani come barbari violenti, mentre la verità è che Ciro il Grande ha scritto la prima Dichiarazione dei diritti dell’Uomo 539 anni prima di Cristo. Noi iraniani siamo ostaggi di questo regime religioso. Dentro o fuori della mia patria continuerò a combatterlo».
Andrea Nicastro

Stupisce e commuove la forza di questo ragazzo di neanche trent’anni che carcere, tortura e condanna a morte non sono riusciti a piegare (e lo conosco, il macabro gioco dei macellai iraniani di fingere di giustiziare coloro che non possono giustiziare, lo conosco bene). Stupisce e commuove la bellezza, esteriore e interiore, di questa splendida persona, la sua pulizia morale, il suo rigore etico, il suo straordinario coraggio.
Voglio, con l’occasione, ricordare l’amica “lilit”, tornata in Iran dopo anni di esilio per “tentare di fare qualcosa di più utile” e della quale da troppo tempo mancano notizie. E voglio ricordare il martirio di Zahra Kazemi, anch’esso nella prigione di Evin, di cui fra pochi giorni ricorre il quinto anniversario.

Successivamente ho contattato Andrea Nicastro, autore dell’articolo, per chiedergli se avesse notizie certe, ossia se la sparizione di Ahmad Batebi significasse che era fuggito e si era messo in salvo, e lui mi ha assicurato di avere notizie certe che era effettivamente così.
Ne riparliamo adesso perché l’abbiamo visto ricomparire in occasione dei recenti avvenimenti con questo twit e apprendiamo che, da giornalista e fotografo, non ha mai smesso di lottare per la liberazione dell’Iran dalle grinfie diaboliche delle forze del male. E a lui e a tutti i coraggiosi giovani iraniani che rischiano quotidianamente la vita per combattere per ciò che da noi tanto viene disprezzato, il più caldo augurio di poter vedere finalmente la luce.

barbara

DOPO 50 FRUSTATE

Raif Badawi è il blogger saudita condannato a dieci anni di carcere e 1000 frustate. Quello che segue è un estratto del suo libro.
Raif Badawi
Il compito che mi ero proposto era di cercare una nuova lettura del liberalismo in Arabia Saudita e di fare la mia parte nel diffondere l’«illuminismo» nella società araba, abbattendo i muri dell’ignoranza, incrinando la visione sacrale delle autorità religiose e promuovendo un minimo di pluralismo e di rispetto per la libertà di espressione, i diritti delle donne, delle minoranze e dei poveri. Era questa la mia vita quando, nel 2012, sono stato gettato in una cella in compagnia di gente accusata d’ogni sorta di delitto: ladri, assassini, trafficanti di droga, persino stupratori di bambini. Frequentare queste persone ha cambiato molte cose, a cominciare dai miei preconcetti. Immaginate di trascorrere le vostre giornate in uno spazio non più grande di 20 metri quadrati. E immaginate di dover condividere quello spazio con altre 30 persone, su cui pende l’accusa di ogni genere di reato! (…) Quando sono in bagno, ultimamente, mi capita di guardarmi attorno. Mucchi di carta igienica sporca, rifiuti ovunque, pareti imbrattate, porte sprangate e arrugginite. Un giorno mentre scorrevo le centinaia di scritte incise sulle pareti sudice della toilette della cella comune, una frase mi è balzata agli occhi: «La soluzione è il laicismo!». Sopraffatto dallo stupore, mi sono strofinato gli occhi come per convincermi che fosse davvero lì! Sorridendo tra me mi sono messo a rimuginare su chi potesse aver scritto quelle parole. Quella breve frase, bella e così insolita, mi ha sorpreso e rallegrato immensamente. Il fatto che tra le centinaia di volgarità scarabocchiate in tutti i dialetti arabi sulle pareti dei bagni abbia potuto leggere un pensiero del genere significa che da qualche parte, in questa prigione, c’è almeno una persona in grado di capirmi. Di comprendere ciò per cui ho lottato, il motivo per cui mi trovo rinchiuso. (…) Quando la mia adorata moglie Ensaf mi ha detto che una grande casa editrice in Germania voleva raccogliere i miei articoli, tradurli e farne un libro, inizialmente ho accolto la notizia con scetticismo. Voglio essere sincero: all’epoca in cui scrissi il primo post non avrei mai immaginato che un giorno i miei interventi su un blog potessero diventare un libro. Mi considero un uomo esile sia pure tenace, sopravvissuto per miracolo a 50 colpi di frusta davanti a una folla osannante che gridava senza sosta Allahu Akbar. Sì, il tribunale mi ha condannato alla pena di morte, commisurata alla «gravità dell’apostasia dell’islam». La pena è stata poi ridotta a 10 anni di carcere, a 1000 colpi di frusta e a una multa di un milione di rial. Mentre scrivo queste righe ho già scontato tre anni e mia moglie è all’estero coi nostri tre figli perché le pressioni erano ormai insostenibili. E tutta questa sofferenza solo perché avevo espresso la mia opinione. Ecco, è questo il prezzo delle parole che state per leggere! (Corriere della Sera)
Badawi frustato
Perché non è vero che “se nasci lì non hai scampo”, che “la mentalità è quella”, che “è la loro cultura”. Cultura un accidente: occhi e orecchie li hanno anche loro, e qualcuno capace di aprirli, a cercare bene, lo trovi.

barbara

PRIGIONE IN IRAN

Per restare in tema, e perché si sappia di che cosa stiamo parlando, quando si parla di prigione in Iran.

Testimonianza di Zaynab Bayazidi
30 settembre 2013 – Nella sua prima testimonianza completa dalla sua fuga dall’Iran, l’ex prigioniera politica Zaynab Bayazidi – attivista curda per i diritti delle donne e dei bambini – descrive i suoi molteplici arresti, interrogatori e detenzione in esilio nella prigione di Maragheh in Iran. Nella sua dichiarazione, Bayazidi illustra accuratamente e dettagliatamente le scadenti condizioni igienico-sanitarie in prigione, le pratiche sessualmente coercitive negli interrogatori, i tentativi di suicidio dei detenuti, il trattamento dei bambini in carcere, gli abusi sessuali sulle prigioniere, violenza in carcere e altre situazioni e pratiche carcerarie che lei stessa ha sperimentato o di cui è stata testimone diretta.
  

Testimonianza di Omidreza Pourmohammadali Farashah
30 settembre 2013 – In questa testimonianza, Omidreza Pourmohammadali Farashah – blogger e attivista del movimento verde – parla del suo coinvolgimento nelle proteste post-elettorali del giugno 2009 in Iran. Egli descrive dettagliatamente il suo arresto a Yazd a causa della sua attività e il suo successivo trasferimento all’ala 2-Alef della prigione di Evin a Teheran. Ha trascorso 72 giorni nell’ala 2-Alef e 74 giorni nel reparto 350 della prigione di Evin, prima di fuggire infine dall’Iran nel dicembre 2011 dopo aver ricevuto una citazione dall’ufficio investigativo della Guardia rivoluzionaria di Yazd. (Qui, traduzione mia)



E non dimentichiamo il martirio di Zahra Kazemi
Zahra_Kazemi
e di Taraneh Mousavi.

taraneh-mousavi
barbara