QUEL GRAN BRAV’UOMO, BENEFATTORE DELL’UMANITÀ

George Soros, lo speculatore (non) pentito: “Giusto l’attacco all’Italia del 1992. Noi solo messaggeri di cattive notizie”

Ventuno anni fa, con il suo fondo Quantum, contribuì a portare la lira, e la nostra economia, a un passo dal baratro. Ora, George Soros, finanziare americano di origini ungheresi con un patrimonio da 14 miliardi di dollari e una seconda vita da filantropo, è fresco vincitore del premio Terzani, ricevuto ieri a Udine per il suo saggio “La crisi globale e l’instabilità finanziaria europea”. Da lì, parlando con Repubblica e La Stampa, ripercorre la massiccia operazione speculativa che mise in ginocchio nel 1992 il Paese. E difende, non senza un certo cinismo, tutte le sue mosse.
“L’attacco speculativo contro la lira – esordisce Soros – fu una legittima operazione finanziaria”. “Mi ero basato sulle dichiarazioni della Bundesbank, che dicevano che la banca tedesca non avrebbe sostenuto la valuta italiana. Bastava saperle leggere”. Nessun segreto, insomma. Nessuna informazione riservata o soffiata nei salotti dell’alta finanza. Solo una lucida, ma spietata, comprensione della realtà, che Soros sintetizza con una formula particolarmente efficace: “Gli speculatori fanno il loro lavoro, non hanno colpe. Queste semmai competono ai legislatori che permettono che le speculazioni avvengano. Gli speculatori sono solo i messaggeri di cattive notizie”.
“In Italia la tregua non durerà”. Quindi una riflessione sul nostro Paese. La tregua dei mercati verso l’Italia, secondo Soros, “non durerà a lungo. Siamo in una situazione lontana dall’equilibrio”. “L’Italia – dice – “è in grave difficoltà anche se “non è senza speranza. Con dei cambiamenti alla struttura dell’euro potrà risolvere i suoi problemi”. E ancora. “La grave recessione deriva dalle regole di austerità imposte dall’Europa”. Ma ” l’Italia “non rischia di fare la fine di Cipro” afferma ancora Soros per il quale pesa la crisi politica interna. “C’è una tragedia dell’Europa e anche una tragedia dell’Italia: la crisi dell’euro sta lavorando per far tornare Berlusconi…” conclude il magnate.
L’operazione. L’azione di Soros nel 1992 – la vendita di lire allo scoperto comprando dollari – costrinse la Banca d’Italia a vendere 48 miliardi di dollari di riserve per sostenere il cambio, portando a una svalutazione della nostra moneta del 30% e l’estromissione della lira dal sistema monetario europeo.
Le conseguenze. Per rientrare nello Sme, il governo italiano fu obbligato a una delle più pesanti manovre finanziarie della sua storia – circa 93 mila miliardi di lire – al cui interno, tra le tante misure, fece per la prima volta la sua comparsa l’imposta sulla casa (Ici), oggi divenuta Imu. Soltanto cinque mesi prima il presidente del consiglio di allora Giuliano Amato, proprio a causa della difficile situazione economica in cui versava il nostro Paese anche prima dell’attacco speculativo di Soros, era stato obbligato a dare il via libera al prelievo forzoso del 6/1000 sui conti correnti nella notte tra il 9 e 10 luglio.

L’Huffington Post, 12/07/2013

E ora guardatelo, col suo smagliante, affascinante e soprattutto candido e disarmante sorriso, e ascoltatelo

Del signor Soros in questo blog si è parlato qui e qui. Per ricordare la sua “funny” esperienza durante l’occupazione tedesca e lo sterminio degli ebrei guardiamoci questo (per i sottotitoli, per qualcuno più facili da seguire del parlato, cliccare il rettangolino in basso)

E chi chiama antisemita chiunque critichi o detesti o disprezzi il signor Soros, dimostra di essere razzista fino alle budella, dato che per giudicare e valutare una persona, non guarda il carattere, il comportamento, le azioni, ma unicamente la razza. Io invece, non essendo razzista, per giudicare una persona guardo la persona, e la persona Soros è un farabutto, un criminale, un traditore del proprio popolo e tante altre cose ancora.

NOTA: un paio delle cose che formano questo post le ho rubate a Enrico Richetti.

barbara

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UN’EBREA ITALIANA CITA PER DANNI MORALI MONI OVADIA E IL MANIFESTO

Alla cortese attenzione del direttore de Il Manifesto

Le scrivo riguardo al Commento di Moni Ovadia pubblicato ieri, 26 aprile, sul suo giornale.
Non le scrivo il merito al contenuto dell’articolo. Il libero arbitrio è alla base della fede ebraica, ognuno è libero di vivere e pensare come preferisce, ognuno può andare incontro al proprio destino come meglio crede.
Ma è sulla forma di uno scritto pubblicato sulla sua testata che dovrebbe, in quanto direttore, riflettere.
L’articolo di Moni Ovadia non spiega al lettore cosa sia successo, cosa gli abbia causato di svegliarsi al mattino del 26 aprile in preda a un tale cattivo umore.
E così senza una introduzione né spiegazione che contestualizzino gli eventi, si viene annegati fin dalle prime righe da aggettivi violenti, da descrizioni nervose, da frasi grondanti di rabbia e paragrafi sovrabbondanti di furore.
La scena si apre con la parola ‘pantomima’ accostata alle azioni e decisioni delle comunità ebraiche. Pantomima è definita come ‘esibizioni false, con le quali convincere, impietosire o commuovere’. E’ questo il giudizio che il giornale dei comunisti, quale viene definito Il Manifesto, esprime su chi la pensa in maniera diversa?
A questa pantomima Ovadia fa seguire ‘deliranti motivazioni’ degli ebrei che non desiderano sfilare accanto a chi inneggia alla loro morte. Delirante è uno stato di alterazione mentale di chi immagina realtà inesistenti. Il Manifesto ritiene deliranti le motivazioni dei parenti di Mireille Knoll, dei genitori dei quattro ragazzi uccisi nell’Hypercasher, delle famiglie distrutte dall’attentato alla scuola ebraica di Tolosa, della madre di Ilan Halimi torturato e assassinato nelle periferie di Parigi? Pensa che sia delirante chi teme per la propria vita quando accompagna i figli alla scuola ebraica ogni giorno?
Moni Ovadia prosegue raccontando che Netanyahu fa una ‘propaganda pagliaccesca’, facendo dimenticare al lettore che questo premier è stato eletto democraticamente da milioni di persone o forse pagliacci.
Le comunità ebraiche non vogliono sfilare accanto ai palestinesi. ‘E perché no?’ si domanda l’attore. ‘Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu’. E’ possibile definire scellerato un progetto che prevede un milione di arabi integrati all’interno dello stato? E’ segregazionista un progetto secondo il quale nel parlamento siedono arabi accanto ad ebrei? Oppure scellerato e segregazionista è il progetto che ha reso quasi tutti gli stati arabi judenfrei?
Il Manifesto desidera che il lettore si faccia l’idea che in Israele ci sia ‘un’alleanza con i peggiori fanatici religiosi’ come dice Ovadia, che si immagini un regime teocratico mentre Israele è una democrazia come l’Italia?
Il Manifesto è d’accordo con il definire gli ebrei che si rifiutano di sfilare accanto a persone che urlano ‘a morte gli ebrei’, ‘ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica in Israele’?
No, Moni Ovadia, non pensiamo che ‘questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, ebreo antisemita solo perché condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi’ come lei conclude nell’articolo.
Pensiamo che se Il Manifesto si considera ancora una testata giornalistica e crede nel confronto civile tra parti che la pensano in maniera diversa, i suoi direttori dovrebbero delle scuse agli ebrei italiani.
Non siamo ‘degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo’. Siamo persone che crediamo nella libertà di pensiero, nel libero arbitrio di pensarla diversamente da lei, da voi, persone che hanno verso il proprio vissuto, verso la storia e gli eventi recenti, una opinione e dei sentimenti diversi. Non siamo imbecilli. E sappiamo ancora distinguere tra un pezzo degno di venire pubblicato su un giornale che si definisca tale e un insieme di righe dettate dall’odio, dalla rabbia e dalla mancanza di rispetto assoluta.

Gheula Canarutto Nemni

qui di seguito l’articolo di Moni Ovadia

Il Manifesto 26 aprile 2018

Moni Ovadia

La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.
E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?
No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.
Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista dle premier israeliano Netanyahu.
Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.
Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.
Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.
Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.
Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affronto di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).
E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale cui dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.
Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo. (qui)

Aggiungo il commento che ho lasciato al post di Gheula.

Veterocomunista ideologizzato? No, niente del genere. Che cos’è M.O. l’ho capito la volta che, parlando dei miei eterni drammatici problemi finanziari, mi ha suggerito di trovarmi un amante ricco. Non credo di avere attitudine alla prostituzione, ho detto. No, ha risposto, quale prostituzione, intendevo un amante fisso. Avevo capito che intendeva un amante fisso, ovviamente, solo che per me darmi a un uomo in cambio di qualcosa che non sia amore o piacere, è prostituzione: che sia su un marciapiede a dieci uomini per sera, o in un appartamento a uno solo, sempre lo stesso, una volta la settimana, non vedo differenze. E’ stato allora che ho capito: se non è prostituzione andare a letto con un settantenne decrepito repellente ricco per farmi mantenere, allora non è prostituzione neanche svendere il proprio popolo, svendere la verità, svendere la dignità in cambio di un ricco ingaggio e di un applauso in più. Questo è moni ovadia: un prostituto in vendita al miglior offerente. E se gli offerenti sono quelli che sgozzano i neonati nella culla, pazienza: Parigi val bene qualche messa nera.
Ah, dimenticavo: vorrei che fosse chiaro che non ho assolutamente niente contro le oneste prostitute che si guadagnano onestamente il pane su un onesto marciapiede, senza atteggiarsi a maestre di virtù, senza spacciarsi per combattenti per la giustizia, senza vomitare veleno su chi, avendo già avuto il piacere, a lasciarsi un’altra volta giustiziare non ci pensa proprio.

Aggiungo ancora un’annotazione, a proposito della cosa che porta in testa. È stato un po’ più di vent’anni fa che, vedendola, ho notato la stranezza di quella kippà: no no, ha risposto, non è una kippà, è una berretta da integralista islamico. Se lo cercate in google immagini, potrete vederne almeno una quindicina di esemplari.
E concludo riportando una mail inviata a Deborah Fait diciassette anni fa

Intanto ti racconto questa. In luglio tutti gli anni c’è il festival di musica klezmer di Ancona, presidente onorario Moni Ovadia, e io ci vado sempre. Quest’anno il festival era dedicato alla pace, e lui, che si esibiva l’ultima sera, ha dedicato tutta la sua serata alla pace: gruppo musicale arabo e cantante palestinese. E io mi sono preparata all’incontro: mi sono comprata una sciarpa bianca, un barattolino di colore per stoffa azzurro, un pennello …
Lo spettacolo poi è stato il perfetto emblema di quello che lui intende per pace: una decina di canzoni arabe, in una delle quali lui ha rivendicato l’onore di cantare in arabo, tre canzoni sefardite e due ebraiche, nelle quali il cantante palestinese NON ha rivendicato l’onore di cantare in ebraico o in giudeo-sefardita. L’ultima era una canzone di Simchat Torah: lui ha cantato in ebraico e il palestinese ha cantato – suppongo le stesse cose – in arabo. Solo che il palestinese aveva la voce otto volte più potente della sua e così l’ebraico è stato totalmente sommerso dall’arabo. Fine della serata e applausi scroscianti per il politically correct Moni Ovadia e per i suoi amici. E io sono andata a salutarlo, con al collo la mia doppia bandiera israeliana (l’ho dipinta ad entrambe le estremità) raccogliendo un’infinità di sguardi tra lo schifato e il furibondo da parte del pubblico che andava in senso contrario per uscire – manifestare così spudoratamente simpatia per Israele è decisamente politically incorrect! Poi avevo una stella di David di strass appuntata alla scollatura del vestito e da mettermi al collo ho scelto quella che mi ha portato la mia amica Paola da Parigi perché ha i colori giusti: in argento smaltato, fondo azzurro e stella bianca. Per un attimo gli si è vetrificato lo sguardo, poi ha diplomaticamente ignorato il tutto, ma almeno un crampo allo stomaco sono sicuramente riuscita a farglielo venire.

barbara

LA BADOGLIEIDE

(e il re)

Composta nell’aprile del 1944 a Narbona, una borgata della Valle Grana incastrata tra la cima Crosetta (2194 m) e la rocca Cernauda (2284 m), da un gruppo di partigiani tra cui Nuto Revelli e Dante Livio Bianco, anime della Resistenza cuneese (qui).

barbara

CARA NOA

Lettera aperta di Deborah Fait

Cara Noa,
Ero fresca di aliyah quando, nel lontano 1996, a Tel Aviv, sono andata al teatro Habima per un tuo concerto. La tua voce ti aveva già resa famosa in Italia, paese da cui venivo, e l’idea di vedere dal vivo un’artista che, per la sua bravura, portava lustro a Israele, mi emozionava. Quando sei apparsa sul palcoscenico, tutta vestita di bianco, mi sono resa conto che c’era qualcosa che non andava, il teatro era stracolmo ma gli applausi non arrivavano, sei stata accolta da un gelo che si poteva tagliare col coltello. Hai cantato una prima canzone, benissimo come sempre, e sei tornata dietro le quinte seguita da qualche fischio. Io mi sentivo imbarazzatissima perché non capivo bene il motivo di tale freddezza nei confronti di un’artista così brava e per giunta israeliana.
Il mio vicino di poltrona mi ha spiegato l’arcano: avevi fatto alcune dichiarazioni molto forti incolpando praticamente tutto Israele per l’assassinio di Izhak Rabin, avvenuto un paio di mesi prima, e avevi in un certo senso giustificato il terrorismo palestinese. Israele che per quella tragedia aveva pianto tutte le sue lacrime, non te lo aveva perdonato e da quel momento ebbe inizio il difficile e sofferto rapporto con il tuo popolo. Poi sei tornata sul palcoscenico con un foglio in mano, nel silenzio generale e con voce un po’ tremante, hai letto una lettera di scuse a Israele. All’improvviso, come una cannonata, è scoppiato un applauso così forte da far tremare il teatro. Eravamo tutti in piedi a gridare il tuo nome colla gola chiusa e le lacrime agli occhi.
Quanto poco ci vuole per commuovere gli israeliani, basta un po’ d’amore in mezzo all’odio che ci circonda. Era tutto finto? Erano scuse interessate? La tua storia di questi ultimi 20 anni dice di sì. Dopo quel concerto hai continuato imperterrita a fare la pacifinta e a esprimere giudizi velenosi contro Israele. Da alcuni giorni i media italiani e soprattutto i social network, parlano di come tu sia stata contestata al tuo ritorno in Israele, sei stata apostrofata a male parole e, sempre a parole, minacciata. Non doveva accadere ma, come si dice, chi la fa l’aspetti!
Nessuno ti ha sfiorata eppure in Italia parlano di “Noa aggredita, Noa assalita all’aeroporto di Tel Aviv”. Sono incapaci di usare le parole giuste, ai nostri nemici fa gioco imbrogliare la gente. Gad Lerner, dal suo blog, fa anche di più e di meglio, se no non sarebbe Gad Lerner cioè uno che non sopporta Israele, che come altri ex comunisti odia la nostra democrazia, che al pari di altri ritiene Israele responsabile di ogni male del mondo. Lerner, oltre a strepitare istericamente che eri stata aggredita in Israele, non incolpa solo i due che ti hanno insultata, ma tutti gli israeliani, ci accusa di razzismo e arriva a demonizzare, senza nominarlo, l’unico premier democraticamente eletto, con voti liberi e democratici, di tutto il Medio Oriente e anche di qualche nazione europea… e chi ha orecchie da intendere intenda!
Nessuno ti ha aggredita, Noa, nessuno ti ha assalita, tu lo sai e dovresti dirlo, dovresti gridarlo forte per farti sentir bene fino in Italia dove vanno a nozze ogniqualvolta possono accusare Israele. Sei stata presa a male parole, “nemica di Israele” ti hanno gridato, “ la pagherai”. Io al posto tuo incomincerei a farmi un sano e doveroso esame di coscienza. Cara Noa, perché ti consideriamo, e mi ci metto anch’io, “nemica di Israele”? Per quale motivo un’artista del tuo calibro, che dovrebbe renderci gonfi di orgoglio, ci fa vergognare?
Vediamo un po’:
Anni fa hai cantato davanti al Papa la più bella canzone israeliana, quella che tocca nel profondo il cuore di tutti noi, “Jerushalayim shel Zahav – Gerusalemme d’oro”, eravamo felici, ecco la Noa che amiamo, avevamo pensato, e poi? Poi hai usato la censura, con un colpo di forbici, hai profanato il capolavoro di Naomi Shemer, hai offeso la sua memoria e tutto il popolo di Israele, togliendo l’ultima strofa, quella che fa:

”Siamo ritornati alle cisterne d’acqua, al mercato e alla piazza,
uno shofar risuona sul Monte del Tempio, nella Città Vecchia.
E nelle grotte che ci sono nella roccia splendono mille soli:
torneremo a scendere verso il Mar Morto, sulla strada di Gerico”.

Hai avuto paura Noa? Hai temuto che ti considerassero troppo sionista? Andiamo avanti con le perle uscite dalla tua bocca. Durante la commemorazione dei caduti nel giorno del ricordo, Yom haZikaron, hai detto di voler ricordare anche i “caduti” palestinesi! Quali caduti, Noa? Quelli che venivano in mezzo a noi per farci esplodere? Hai offeso le famiglie “orfane” di figli, padri, sorelle, madri, tutti i morti in guerra e per terrorismo, hai di nuovo offeso tutto Israele. Perché? Sei diventata la paladina del pacifismo israeliano, cieco come tutti i pacifismi del mondo. Quel pacifismo ipocrita, che urla al razzismo se Netanyahu invita legittimamente ad andare a votare per contrastare il voto arabo che avrebbe potuto far vincere la sinistra, e poi, senza vergogna, insulta i religiosi ebrei, li demonizza, li accusa di essere un pericolo per Israele, invita la gente a non fare offerte, come si usa, per le famiglie indigenti, se ebree ortodosse. E’ questo il tuo pacifismo, Noa? Come puoi essere complice di un simile orrore?
La tua indiscussa bravura, la tua voce, la tua musica avrebbero potuto far amare Israele nel mondo invece hai scelto l’altra strada, quella del “mi vergogno di quella che sono… perdonatemi se sono israeliana… cercherò di farvelo dimenticare…”
Ma non ti è servito a niente, Noa, chi odia Israele odia anche te e lo dimostrano tutte le contestazioni di cui sei stata oggetto in Italia:
-Ti hanno contestata a Lecce durante la notte della Taranta, il comunicato dice: “Ci chiediamo perché la direzione artistica della Notte della Taranta avalli la complicità di Noa con i crimini dell’esercito di Israele. Ci chiediamo perché le amministrazioni pubbliche (Regione Puglia e Provincia di Lecce), finanzino questo evento senza prendere in considerazione il fatto che la presenza di Noa legittimi il regime di apartheid israeliano.” Questo perché avevi scritto ai tuoi “amici palestinesi” mettendoli in guardia dal fanatismo di Hamas. Che ingenua, Noa, come potevi pensare che i palestinesi considerassero fanatico un gruppo di terroristi che tanto amano! http://www.forumpalestina.org/news/2009/Agosto09/24-08-09NoaContestata.htm
– Ti hanno contestata al San Carlo di Napoli per lo stesso motivo. http://osservatorioiraq.it/campagne-e-iniziative/la-cantante-israeliana-noa-contestata-al-san
– Ti hanno contestata a Firenze. C’erano tutti, estrema sinistra, sinistra moderata, fascisti storici, filopalestinesi, neonazisti del BDS, associazioni pacifiste toscane, tutti a strillare del “genocidio di Gaza”. http://www.controradio.it/cantante-noa-contestata-firenze-durante-concerto/
Perché non hai mai avuto il fegato, Noa, di metterti a gridare che non esisteva nessun genocidio, che era guerra, che sono loro, gli arabi, a voler eliminare noi! Perché non lo hai mai avuto questo coraggio? Perché chi può far sentite la voce giusta di Israele, non solo agli addetti ai lavori, politici e media, ma anche al popolo, a tanti tutti insieme durante un concerto, non lo fa? Perché? Ci vuole coraggio è vero, ma, cara Noa, alla fine il coraggio paga, non ha cachè, non aumenta il conto in banca ma ti fa sentir bene, felice, soddisfatta, orgogliosa di te. Purtroppo a te questo coraggio manca e hai scelto la strada più facile, quella del “io non sono come loro, i sionisti guerrafondai… io amo i nemici di Israele…”
Ma nemmeno questo ti serve a niente perché hai il marchio, Noa, il marchio della “vergogna”, per loro: sei israeliana, sei ebrea. Dovunque tu vada a cantare in Italia, là sei, sei stata e sarai contestata solo perché israeliana, Noa, fattene una ragione. Loro, i tuoi contestatori, se ne fregano se tu predichi la pace, se ne strafregano se tu vuoi commemorare i terroristi palestinesi nel Giorno del Ricordo dei caduti per Israele. A loro, a quelli che tu consideri compagni, interessa solo una cosa: sei israeliana, sei ebrea e questo è sufficiente per odiarti e impedirti di cantare. Il boicottaggio dell’odio, Noa, il boicottaggio dei pacifascisti, Noa. Non ti fa schifo tutto questo? Non ti faceva schifo quell’Arafat che tu difendevi mentre ci ammazzava? Non ti fanno schifo quei palestinesi che ballano di gioia ad ogni morto israeliano, all’attentato alle Torri Gemelle e ad ogni disgrazia che accade nel mondo occidentale che tanto odiano? Non ti fa schifo sentire Abu Mazen parlare di pulizia etnica se Giudea e Samaria diventassero arabe? Non ti fa schifo sentir minacciare di distruzione il tuo Paese? Non ti fa schifo renderti conto di quanto il mondo ci odi solo perché esistiamo? Non ti fa schifo pensare che tutti, da Obama alla Merkel, stanno tentando di rendere nullo il voto popolare e democratico di Israele? Non ti fa schifo sentirti nemica del tuo Paese, dove sei nata, dove hai fatto il soldato, dove hai studiato canto per diventare l’artista che sei? Non ti fa schifo sapere che quelli cui ti assimili hanno, per la quarta volta, imbrattato la bandiera di Israele, la tua, la mia bandiera, esposta, tra le tante, a Milano per l’Expo? Non ti fa schifo sentirti vicina a quelle centinaia di fanatici andati ad applaudire Omar Barghouti, il capo di quel movimento fascista che vuole l’eutanasia di Israele?
Per quale pace ti batti, per quale pace offendi Israele, per quale pace tenti inutilmente di scrollarti di dosso quel marchio indelebile, Noa? Per me, e come me tanti, quello è un marchio di orgoglio. Quando qualcuno mi guarda male, quando qualcuno mi offende, lo guardo negli occhi, a testa alta: “Sì, sono israeliana, sono ebrea… problemi?”
Mi dispiace per te, Noa, sei disprezzata dai nostri comuni nemici perché israeliana e, a causa di un’ideologia malata e vigliacca, sei disprezzata anche dagli israeliani. Su una pagina facebook in ebraico, una giovane, Gila Avidan, pur condannando quelli che ti hanno offesa all’aeroporto Ben Gurion, suggerisce di considerarti “inesistente, invisibile”. Sì, diventerai invisibile per noi, Noa, e lo trovo molto triste. Non è un peccato?
Se tu usassi la tua arte e il tuo talento per far amare Israele, per renderci orgogliosi di te come avremmo voluto, se tu capissi che i nostri nemici sono anche i tuoi nemici, dei tuoi figli, di ogni ebreo e di Israele! Difendere Casa, Noa, è un dovere dell’anima, soprattutto se la casa è costantemente minacciata. Ognuno dovrebbe farlo come può, come sa, chi scrivendo, come me e altri meglio di me, chi rischiando la vita come i nostri soldati, fratelli e sorelle, figli e figlie di tutti noi. Per difendere anche te e i tuoi figli, la tua casa e la tua famiglia come quelle di tutti gli israeliani, anche arabi. Se tu capissi, Noa!

La vicenda di Noa, così come di tutti i vigliacchi suoi simili, dimostra nel modo più lampante che nutrire il coccodrillo, spesso, non serve neppure a farsi mangiare per ultimi: il coccodrillo non distingue tra cibo amico e cibo nemico. E va a finire più o meno come in quella faccenda della guerra e del disonore. E adesso guardatevi questo interessante scambio (clic per ingrandire)
scambio
POST SCRIPTUM: in una cosa dissento da Deborah: a me la sua voce non è mai piaciuta.

barbara

QUESTO È IL MOTIVO

Ne trovo comunque un’altra, più personale forse: il mio impegno è un’affermazione della mia fedeltà alla pratica religiosa dei miei genitori e dei loro. Per dirla ancora più semplicemente: se osservo le leggi della Torah mettendo i tefillin, è perché i miei genitori e i miei nonni, come i loro, lo hanno fatto. È semplice, rifiuto di essere l’ultimo di una catena che risale molto lontano nella mia memoria e in quella del mio popolo. (Elie Wiesel, A cuore aperto)

Tempo fa, in un blog che all’epoca frequentavo, ho letto un commento di un tale che raccontava che il trisnonno era rabbino, ma poi “il mio bisnonno, per fortuna, ha rotto con la tradizione” e quindi adesso, da quattro generazioni, non sono più ebrei. Migliaia di anni di persecuzioni, di oppressione, di massacri coraggiosamente affrontati, migliaia di anni di eroica resistenza contro ogni tentativo di annientamento, per non tradire tutti coloro che prima avevano affrontato ciò senza mai cedere, migliaia di anni di tutto questo e milioni di vite sacrificate, buttati nel cesso. E qualcuno ha il coraggio di considerare una simile infamia una fortuna. Non credo che la parola “orrore” sia sufficiente a descrivere ciò che ho provato leggendo quelle parole. Orrore e disgusto.

barbara

ECCO PERCHÉ ISRAELE NON PUÒ FERMARSI

prima di avere completato il lavoro (e perché i disertori sono criminali che meriterebbero la Corte Marziale e la fucilazione alla schiena).

Questo video è stato realizzato da Hamas. Mostra i terroristi nei tunnel che partono dalle case di Gaza e sbucano in territorio ebraico. Cinque soldati israeliani vengono uccisi a un posto di guardia vicino al kibbutz Nahal Oz (Giulio Meotti)

E alla fine mostrano orgogliosamente il bottino di guerra: le armi sottratte alle vittime.

L’altro ieri sera per qualche minuto alla seconda rete tv israeliana era stata data notizia di 5 soldati morti per l’infiltrazione attraverso un tunnel a Nahal Oz. Poi la striscia è sparita e per tutta la sera fino a tarda notte abbiamo sperato con tutto il cuore che ci fosse stato un errore, che in quell’azione fossero rimasti uccisi solo i terroristi di Hamas che si erano infiltrati per una azione criminale e nessuno dei nostri giovani fosse caduto. Non sono riuscita a chiudere occhio per tutta la notte. Alle 4.30 ho acceso la radio e alle 5 è stata data conferma della morte di 5 soldati che portano a 10 il numero dei caduti della giornata di ieri. Ho molta compassione per i morti civili e dei bambini di Gaza che, loro malgrado , sono coinvolti in una guerra senza neanche sapere che proprio loro rappresentano quella immagine di vittoria che Hamas vuole per avere consenso, in un mondo che non distingue più le vittime dai carnefici. Ma mi sale rabbia nel vedere alla tv, in mezzo alla miseria della striscia, alla povertà, proprio questi civili invece di ribellarsi a questa situazione disumana gioiscono e cantano mangiando caramelle per la morte dei nostri ragazzi. Israele dovrebbe invitare la commissione dei diritti umani e mostrare come le case e gli edifici che sono stati distrutti da Israele, prevedano da una parte una botola di accesso a tunnel e nascondigli di arsenali bellici e dall’altra, assolutamente irreale, camere per la famiglia che ci vive. Queste immagini non le vedrete mai come non saprete mai che la tregua umanitaria sempre accettata da Israele è stata violata ben cinque volte da Hamas. Avrei voluto non svegliarmi ieri mattina. La sensazione di tristezza e di inquietudine si è trasformata in vero dolore. Tra i nomi resi pubblici prima alla radio e poi alla tv, compare quello di un giovane, Barkai Shor di 21 anni. Barkai era compagno di asilo di Yael e compagno di scuola fino alla fine del liceo di Imanuel. Giriamo per casa come automi, abbiamo perfino paura di parlarci. Ogni parola suonerebbe superflua e inutile. Stiamo aspettando di sapere quando ci saranno i funerali e questa volta parteciperemo tutti, Beniamino, Imanuel ed io, conosciamo personalmente i genitori che seppelliranno oggi il loro figlio. La famiglia Shor abita accanto a noi. Ho paura di uscire, non voglio vedere i cartelli che si affiggono, come si usa, per annunciare la morte, dettagli del funerale e delle visite da fare alla famiglia che rimarrà a casa per una settimana. Intanto alla tv italiana la solita informazione parziale, sensazionistica che cita un articolo di Grossman, dando l’impressione che basta dire che vogliamo la pace perché Hamas sia d’accordo a farla. Niente commenti su chi ha armato e continua a pensare che Israele debba essere distrutto come dichiara l’ayatollah Khamenei in Iran, lo stesso Iran che la Mogherini pensa di coinvolgere per la soluzione di questa crisi. Io manderei a casa tutti i politici di questa generazione. Di danni ne hanno fatti tanti e noi non vogliamo certo essere le loro cavie, l’esperimento è fallito in partenza e non bisogna essere degli scienziati per capirlo.
Angela Polacco Lazar, Gerusalemme (Informazione Corretta)

E vere più che mai appaiono quelle parole di Herbert Pagani del lontano 1975:

Ma per oggi la famosa frase di Cartesio penso, dunque sono non ha nessun valore.
Noi ebrei sono cinquemila anni che pensiamo e ci negano ancora il diritto di esistere.
Oggi, anche se mi fa orrore, sono costretto a dire mi difendo, dunque sono.

Perché, come diventa sempre più evidente, se a difendersi non ci pensano loro, sicuramente non ci pensa nessun altro.

barbara

75 ANNI FA L’INFAME TRADIMENTO DEL LIBRO BIANCO

“Sappiamo che stiamo per essere ingannati”, confidò a un amico un avvilito Stephen Wise, il principale leader ebreo americano dell’epoca, prima di imbarcarsi per l’Inghilterra all’inizio del 1939. I britannici avevano invitato Wise e altri leader sionisti dagli Stati Uniti e dalla Palestina per prendere parte a una “conferenza di pace” con i leader arabi.
Wise si aspettava il peggio, e aveva ragione. La conferenza nel maestoso St. James Palace di Londra avrebbe posto le premesse per l’imposizione – 75 anni fa in questo mese – del famigerato Libro Bianco, bloccando l’immigrazione ebraica in Palestina alla vigilia della seconda guerra mondiale e dell’Olocausto.
Nella terza settimana della conferenza, a causa di un errore di un segretario inglese, il Presidente dell’Organizzazione sionista mondiale Chaim Weizmann ricevette dal segretario delle colonie Malcolm MacDonald una lettera che era destinata a essere vista solo dai delegati arabi. Nella lettera, MacDonald prometteva severi limiti all’immigrazione e all’acquisto di terra da parte degli ebrei in Palestina e nessun focolare nazionale ebraico senza il consenso arabo.*
Confermati i suoi peggiori timori, il Dr. Wise e gli altri membri della delegazione americana tornarono negli Stati Uniti con un’ultima speranza nel cuore – che gli ebrei più vicini alla Casa Bianca riuscissero a convincere il Presidente Franklin D. Roosevelt a impedire ai britannici di imporre la nuova politica. Infatti Wise non molto tempo prima aveva fatto notare al Presidente che con la guerra incombente in Europa, “gli inglesi hanno bisogno di voi – il nostro governo – in ogni senso.” E FDR aveva risposto, “Ci puoi scommettere.” I britannici non potevano permettersi di ignorare eventuali pressioni della Casa Bianca sulla Palestina.
Il giudice della Corte suprema Felix Frankfurter, amico del Presidente e sostenitore del sionismo, aveva già telefonato al Presidente sollecitando l’intervento degli Stati Uniti contro il piano britannico. FDR al telefono aveva mostrato comprensione e gli aveva detto di redigere una nota da parte sua (Roosevelt) diretta al primo ministro inglese Chamberlain, chiedendogli di non chiudere le porte della Palestina. Frankfurter la scrisse. FDR non la inviò mai.
Poi fu la volta del giudice della Corte suprema Louis Brandeis, che FDR chiamava affettuosamente “il vecchio Isaia.” Ma il Presidente non mostrò molto affetto quando si trattò del sionismo. In una nota manoscritta, Brandeis supplicò Roosevelt di “indurre i britannici a rinviare l’annuncio minacciato”. Passarono due settimane: nessuna risposta. Un esasperato Brandeis chiese se il Presidente potesse almeno trovare “qualche minuto” per vedere un rappresentante sionista. L’aiutante della Casa Bianca Stephen Early affrontò la richiesta con il Presidente, quindi annotò la brusca risposta di FDR: “Non posso vederlo – il Segr. di Stato è il massimo possibile.”
Il 17 maggio 1939, fu pubblicato il Libro Bianco. Il leader sionista palestinese David Ben-Gurion disse che era “il più grande tradimento perpetrato dal governo di un popolo civilizzato nella nostra generazione.” Il dott. Weizmann lo chiamò “una condanna a morte per il popolo ebraico”. Egli fu particolarmente costernato per il fatto che “il Libro Bianco non ha provocato alcuna reazione da parte delle autorità americane”.
Gli storici tradizionali hanno sempre considerato la politica inglese del Libro Bianco come gravemente sfavorevole agli ebrei. Il professor Henry L. Feingold arrivò a sostenere che una politica che limita l’immigrazione e l’acquisto di terra solo per gli ebrei deve essere stata “almeno in parte motivata da antisemitismo.”
Negli ultimi anni, tuttavia, diversi autori pro-Roosevelt hanno presentato la politica palestinese degli alleati in una luce nuova. Robert Rosen, autore di “Salvare gli ebrei”, sostiene che il Libro Bianco ha “salvato [gli  ebrei del Medio Oriente] dall’Olocausto,” perché altrimenti il mondo arabo si sarebbe presumibilmente  rivoltato contro gli alleati, e i nazisti avrebbero conquistato la regione e ucciso tutti gli ebrei che vi abitavano. Richard Breitman e Alan Lichtman, autori di “FDR e gli ebrei,” sostengono che durante la conferenza di St. James, Roosevelt avrebbe fatto segretamente pressione sui britannici “a favore degli ebrei.” È tuttavia emerso che la loro fonte per tale affermazione era un delegato arabo paranoico che partecipava alla conferenza.
Ma questi resoconti revisionisti sono totalmente sbagliati, e aveva ragione il Prof. Feingold. Ora sappiamo da documenti britannici declassificati che alcuni funzionari governativi britannici nutrivano effettivamente sentimenti anti-semiti. E sappiamo anche che il presidente Roosevelt non ha mai preso seriamente in considerazione l’idea di fare pressioni sui britannici in merito alla Palestina.
FDR ha seguito la corrente. Ha incaricato il Dipartimento di Stato di informare Londra che gli Stati Uniti speravano che “nessun cambiamento drastico” fosse messo in atto. In un appunto privato al Segretario di Stato Cordell Hull il giorno in cui fu pubblicato il Libro Bianco, FDR chiamò la nuova politica “qualcosa che non possiamo approvare.”
Ma diede istruzione all’ambasciatore statunitense a Londra, Joseph Kennedy, di limitare la sua critica del Libro Bianco a conversazioni non ufficiali. Non ci fu nessuna protesta ufficiale degli Stati Uniti, nessuna dichiarazione della Casa Bianca di critica al Libro Bianco, non un singolo passo concreto che potesse influenzare Londra sulla questione. I britannici presero atto della risposta minimalista di Roosevelt e procedettero senza timore di eventuali conseguenze reali.
La storia della risposta di FDR alla persecuzione degli ebrei europei è disseminata di promesse vuote e opportunità perse. Settantacinque anni fa questo mese, una delle più importanti di quelle opportunità è stata sprecata – e di conseguenza, una delle ultime vie di fuga dai nazisti dell’ebraismo europeo fu quasi completamente bloccata.

Il dottor Rafael Medoff è direttore del David S. Wyman Institute for Holocaust Studies, www.WymanInstitute.org (qui, traduzione mia)

* La proposta di stato di Palestina contenuta nel Libro Bianco, con totale cancellazione di ogni precedente ipotesi di stato ebraico (il 78% della Palestina mandataria era già stato scorporato dalla Gran Bretagna per regalarlo all’Emiro Abdallah, col nome di Emirato di Transgiordania), è questa
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La proposta fu rifiutata dal Gran Muftì e dal «Consiglio Palestinese» – Carlo Panella, Il libro nero dei regimi islamici, pag. 109 (questo per chi continua a blaterare che l’unica cosa che vogliono quei poveri poveri poveri palestinesi è di avere finalmente il loro stato)

barbara