L’ACCOGLIENZA È UN DOVERE?

O criminale complicità?

«Io scafista, come Mosè». Storie di trafficanti di uomini

È approdata il 25 gennaio ad Augusta, Sicilia, la nave Ocean Viking dell’ong Sos Mediterranée. Trasporta 373 emigranti illegali che avevano iniziato il viaggio via mare su quattro gommoni. Erano stati trasferiti a bordo della nave mentre si trovavano al largo delle coste libiche. Non si sa che ne sia stato dei gommoni e di chi li pilotava. Verosimilmente sono tornati in Libia dove organizzeranno nuove partenze. 

Quando si parla di immigrati illegali si trascura quasi sempre, almeno in Italia, di considerare il ruolo determinante delle organizzazioni criminali a cui almeno il 90 per cento degli emigranti ricorrono per compiere il viaggio e giungere a destinazione.

Molti sanno solo dell’esistenza degli scafisti che li imbarcano sulle coste africane e turche e li portano in Europa, senza rendersi conto che gli scafisti fanno parte di reti transnazionali complesse con decine di basi lungo rotte di terra che si estendono per migliaia di chilometri in quattro continenti e decine di migliaia di dipendenti con diverse mansioni: intercettare i potenziali clienti, negoziare con loro prezzo e modalità di pagamento, organizzare le varie tappe del viaggio, di paese in paese, di città in città, fino all’imbarco per effettuare la traversata del Mediterraneo o dell’Oceano Atlantico e, se necessario, al trasferimento nel paese europeo scelto come meta finale.

L’Ufficio Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc) spiega che il contrabbando di uomini segue le stesse dinamiche di altri traffici criminali transnazionali e quindi prevede attività di promozione, di vero e proprio marketing per attirare clienti, convincerli a emigrare, dando rassicurazioni sul viaggio e sul suo esito, fornendo descrizioni seducenti dei vantaggi di vivere nel paese che propongono come meta. Di solito inoltre i trafficanti incaricati del primo contatto contano per guadagnare fiducia sul fatto di appartenere alla stessa etnia, alla stessa comunità degli emigranti.

Sono loro, i trafficanti, che incoraggiano a emigrare tanti giovani africani e asiatici descrivendo l’Eldorado che li attende oltremare, persuadendo le famiglie che il costo del viaggio vale la pena, che i dollari spesi saranno presto ricuperati e tanti ne frutteranno non appena il familiare arrivato in Europa incomincerà a spedire denaro.

L’Unodc stima che il traffico frutti fino a 10 miliardi di dollari all’anno e anche di più. Rende milionari i capi delle organizzazioni e assicura allettanti introiti a tutti. I viaggi infatti costano migliaia di dollari: cifre che variano in funzione della lunghezza del viaggio, delle difficoltà da superare, dal numero di frontiere che occorre attraversare, dai mezzi di trasporto impiegati, dalla quantità di documenti – di viaggio, matrimonio, lavoro, identità… – falsi, contraffatti o ottenuti in maniera fraudolenta e dal rischio più o meno elevato di intercettazione da parte delle forze dell’ordine degli stati attraversati. Inoltre gli importi variano in funzione delle caratteristiche degli emigranti, soprattutto della loro situazione economica. Chi dispone di più denaro può infatti assicurarsi viaggi più sicuri e comodi.

Data la natura clandestina dell’attività, i dati disponibili sono incompleti, molto resta da sapere. Dei trafficanti – chi sono, perché hanno scelto di diventarlo, dove e come vivono… – si sa ancor meno. I pochi che accettano di farsi intervistare, ovviamente sotto falso nome, si giustificano, pretendono quasi tutti di “aiutare il prossimo”. Kabir, un pakistano che da anni porta i suoi connazionali in Italia per circa 7.000 euro e ne tiene per sé da 3.000 a 4.500 dopo aver pagato i suoi vari collaboratori, si vanta: “Tutti vogliono andare in Italia. Io aiuto le persone, realizzo sogni”. Un trafficante siberiano, Alexsandr, dice di sé: “Mosè è stato il primo scafista della storia e io sono proprio come lui, come Mosè”.

Omar, un siriano, addirittura dice a DPA Reporter di fare due cose buone: aiuta la gente a vivere al sicuro in attesa che finisca la guerra in Siria e provvede come è suo dovere ai bisogni della sua famiglia. Ha 31 anni, è sposato e ha quattro figli. Prima faceva il muratore, ma ha perso il lavoro quando è scoppiata la guerra. Viveva in un villaggio vicino al confine con la Turchia e così ha deciso di entrare nel business dell’emigrazione illegale: “Ho una famiglia, nella mia situazione si è disposti a fare qualsiasi cosa per guadagnare”. Sa di svolgere una attività illegale, ma dice che, al confronto con altri trafficanti, lui e i suoi colleghi sono altruisti, brave persone perché chiedono meno – anche solo 150 dollari a persona mentre certi gruppi prendono da 500 a 800 dollari – i figli piccoli dei loro clienti non pagano e se qualcuno viene arrestato restituiscono il denaro.    

La sua è una piccola “azienda”. Sono in tutto sette, ciascuno con il proprio incarico e non c’è un capo. Spiega che in Siria i trafficanti hanno regole non scritte: ad esempio, “ogni gruppo ha le sue rotte. Non possiamo usare quelle degli altri”. Il loro compito finisce quando i clienti oltrepassano la frontiera e entrano in Turchia, mentre altri gruppi hanno dei corrispondenti in Turchia che si incaricano di portare gli emigranti in Germania, Svezia o in altri stati europei.

L’afghano Elham Noor, che porta in Italia, Francia e Gran Bretagna i propri connazionali, invece è stato a sua volta un emigrante illegale. Alla BBC racconta di aver pagato 5.000 dollari per farsi portare in Gran Bretagna. Mentre era a Calais, uno dei trafficanti gli ha proposto un affare: 100 euro per ogni emigrante che avesse messo in contatto con l’organizzazione. Lui ha accettato e così è iniziata la sua carriera di contrabbandiere di uomini. Adesso ogni cliente gli rende fino a 3.500 dollari, al netto delle spese. È tornato in Afghanistan dove il suo compito è procacciare i clienti. Ha molte richieste perché vanta un alto tasso di successi dato che lavora in una vasta organizzazione. Ammette i costi umani, le vittime in caso di naufragio, ma, dice, i clienti sanno che ci sono dei rischi a emigrare clandestinamente e poi il traffico rende davvero molto: 1.000 dollari per il viaggio dall’Afghanistan alla Turchia, poi 4.000 dalla Turchia alla Serbia e da lì altri 3.500 dollari per arrivare in Italia. In tutto 8.500 dollari.

Il suo lavoro consiste nel fare telefonate, organizzare i trasferimenti di denaro e pagare le mazzette alle autorità afghane. Al momento dell’intervista, realizzata a fine dicembre 2020, si stava occupando di un centinaio di clienti. “Mi scuso molto con i famigliari – dice – se un loro parente muore durante il viaggio. Ma lo dico fin dall’inizio che può succedere di tutto e loro accettano i rischi. Dio deciderà se perdonarmi o no”.

Anna Bono *, qui.

* Anna Bono è stata ricercatore in Storia e istituzioni dell’Africa presso il Dipartimento di culture, politica e società dell’Università di Torino fino al 2015. Dal 1984 al 1993 ha soggiornato a lungo in Africa svolgendo ricerche sul campo sulla costa swahili del Kenya. Dal 2004 al 2010 ha diretto il dipartimento Sviluppo Umano del Cespas, Centro europeo di studi su popolazione, ambiente e sviluppo. Fino al 2010 ha collaborato con il Ministero degli Affari Esteri nell’ambito del Forum Strategico diretto dal Consigliere del Ministro, Pia Luisa Bianco. (Avevamo già incontrato Anna Bono qui e qui)

E mi raccomando, impediteci con tutte le vostre forze di andare a votare, non sia mai che stupidi come siamo votiamo nel modo sbagliato e torni al governo quello cattivo sovranista populista fascista razzista sessista ambarabacicìcocòista che cerca di fermare questo scempio, compreso quello delle morti in mare.

barbara

SEA-WATCH E DINTORNI

Un paio di domandine facili facili.

1. Dice che dopo quattordici giorni in mare – dopo quattordici giorni che la signora capitana li trascina in giro per il mare – sono stremati: quanti giorni sarebbero occorsi per arrivare in Olanda, Paese di cui l’imbarcazione batte bandiera?

2. La signora capitana afferma che “deve salvarli”; rubo le parole a Toscano irriverente: salvarli da cosa, esattamente?

3. La Libia, si narra, è un autentico lager, sevizie, stupri, ruberie: come mai a nessuno degli efferati aguzzini in quei lager che fanno impallidire le SS e i loro campi di sterminio viene mai in mente di rubargli gli smartphone?

Abbiate pazienza, ma sono una bimba un po’ tarda e forse anche torda: se le cose non me le spiegano bene faccio un po’ fatica a capirle. Una che invece non mi sembra né tarda né torda è Giorgia Meloni:

PS: forse però il motivo per cui non li ha portati in Olanda c’è:
mappa nautica
barbara

I NOSTRI POVERI MIGRANTI

Migranti 1: dobbiamo accoglierli perché sono in cerca di una vita migliore.

Migranti 2: dobbiamo accoglierli perché fuggono da guerre e miseria, hanno fame, stanno morendo di fame

Davanti al centro d’accoglienza nel Municipio IX di Roma il cibo destinato agli immigrati gettato nell’immondizia.

barbara

MIGRANTI LA PAROLA ALL’ESPERTA

Anna Bono è stata docente di Storia e Istituzioni dell’Africa all’università di Torino.

“Bisogna scoraggiare gli africani a emigrare, ecco perché…“ – Anna Bono, africanista, svela verità scomode sulle migrazioni di massa, danno per tutti i popoli

Che i fenomeni migratori di questi anni dall’Africa rappresentano un dramma è ormai comprovato. Masse di persone si avventurano in viaggi disperati, affrontano lunghi e impervi percorsi a piedi, si riversano su barconi alquanto precari e, quando non finiscono negli ostili centri libici o inghiottiti dalle acque del Mediterraneo, giungono a destinazione senza trovare quell’Eldorado che avevano sognato. Ma se queste ondate migratorie svantaggiano i Paesi di emigrazione, quelli di immigrazione e soprattutto i migranti, bisognerebbe forse intervenire per porre un argine. Ma come? In Terris ne ha parlato con la prof.ssa Anna Bono, africanista ed ex ricercatore in Storia delle Istituzioni dell’Africa all’Università di Torino, autrice del saggio Migranti!? Migranti!? Migranti!? (ed. Segno, 2017). Secondo lei, per affrontare la questione, è fondamentale anzitutto sgombrare il campo dell’analisi da alcuni falsi miti che aleggiano ancora intorno a questo fenomeno.

Prof.ssa Bono, anzitutto chi sono gli immigrati che arrivano in Europa dall’Africa?
“Per lo più, oltre l’80 per cento, sono giovani maschi, di età compresa tra i 18 e i 34 anni, che viaggiano da soli. Le coppie e le famiglie sono una minoranza. Provengono da una serie di Paesi dell’Africa subsahariana, anche se quest’anno c’è stato un picco di emigranti tunisini, con una prevalenza dall’Africa centrale e occidentale, da Paesi come Nigeria, Senegal, Camerun, Costa d’Avorio, Ghana…”.

Mediamente qual è la condizione sociale di queste persone?
“Non è facile dirlo perché ci sono situazioni anche molto diverse tra loro. Va detto, comunque, che esiste sul tema dell’immigrazione un falso mito: la maggioranza non fugge da situazioni di estrema povertà. In genere sono persone provenienti da centri urbani, ed è lì che maturano l’idea di lasciare il Paese. Dunque mi sembra corretto sostenere che il grosso dei migranti appartenga al ceto medio: persone non ricche, ma nemmeno povere, in grado di pagare profumatamente chi organizza i viaggi”.

E allora come matura l’idea di emigrare, se non si è in condizioni di povertà e non si vive in zone di conflitto?
“Per rispondere ritengo importante citare il ministro dei Senegalesi all’Estero, che un paio d’anni fa ha detto in un’intervista: ‘Qui non parte gente che non ha nulla, parte gente che vuole di più’. L’idea diffusa in Africa è che basta arrivare in Europa per godere del benessere, senza considerare però che dietro la ricchezza prodotta ci sono dei sacrifici”.

Come si alimenta questa illusione?
“Ad alimentarla sono vari fattori. Uno su tutti: i trafficanti, che come è noto gestiscono la gran parte dei viaggi verso l’Europa. Sono loro che rafforzano questa idea, lo fanno ovviamente per procurarsi clienti. È utile sottolineare che il 13 giugno è stato pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc) un rapporto dal quale emerge che nel 2016 queste organizzazioni criminali hanno trasportato almeno 2,5milioni di persone, delle quali quasi 400mila verso l’Italia, ricavandone in tutto da 5,5 a 7 miliardi di dollari. Il rapporto spiega dettagliatamente come funziona l’avvicinamento ai clienti, l’opera di convincimento, nonché quali sono le varie tariffe”.

Esiste però un’opera di dissuasione da parte di chi è già arrivato in Europa e si è reso conto che il “Bengodi” era un’illusione?
“Al contrario, chi arriva in Europa per lo più non fa altro che alimentare verso i propri parenti e amici in Africa l’idea che sia giunto ad un traguardo per cui vale la pena spendere e rischiare. La tendenza è quella di descrivere situazioni positive, anche quando non lo sono, per giustificare la propria scelta. Ma va detto che spesso, in effetti, chi arriva non ha nulla di cui lamentarsi: siccome quasi tutti chiedono e ottengono asilo, almeno nei primi anni godono di un sistema di protezione e di assistenza da far invidia a chi non è ancora partito”.

D’accordo, ma le notizie delle traversate nel deserto, dei campi di detenzione libici, delle tragedie nel Mediterraneo non dovrebbero rappresentare un deterrente nei confronti di chi vuole partire?
“Il punto è che queste situazioni le conosciamo più noi che loro. L’accesso ai mezzi d’informazione degli africani, anche di coloro che vivono nelle città, è molto limitato. Detto ciò, molti conoscono i rischi e sono disposti ad accettarli, così come non si può escludere che molti altri, magari in un primo momento intenzionati a partire, desistano proprio alla luce di queste tragedie. A tal proposito vorrei sottolineare l’importanza del lavoro di controinformazione che stanno svolgendo alcuni soggetti in Africa”.

Prego…
“Alcuni governi, così come molte conferenze episcopali africane, si stanno spendendo per spiegare ai giovani quanto costa, quanto si rischia e quanto poco si ottiene nel lungo periodo ad emigrare in Paesi dove non c’è occupazione né possibilità concreta di integrazione economica e sociale”.

Quali governi stanno svolgendo questo lavoro?
“Quello del Senegal, del Niger, dal 2014 anche quello del Mali, il quale sta facendo una forte propaganda per dimostrare che un Paese dal quale emigrano i suoi cittadini più giovani e forti non crescerà mai. E ancora: quello della Sierra Leone a partire dall’anno scorso e in collaborazione con le autorità religiose, sia quelle cristiane che islamiche. Sono piccoli passi in avanti che incoraggiano i giovani non a fuggire ma a restare per migliorare il proprio Paese”.

E i rifugiati? Qual è il loro numero esatto?
“L’ultimo rapporto dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) parla di oltre 60milioni di profughi in generale. Se poi parliamo di rifugiati, ovvero di persone che fuggono all’estero da guerre e persecuzioni, la cifra è di circa 20milioni. Di questi soltanto una minoranza esigua arriva in Italia, chiede asilo e lo ottiene: per quantificare, nel 2015 sono stati 3.555, nel 2016 4.940 e nel 2017 6.578”.

Perché sono così pochi? L’idea diffusa è che i conflitti siano la principale causa delle emigrazioni…
“Perché la maggior parte di chi fugge da una guerra trova asilo appena varca il confine, del resto la Convenzione di Ginevra prevede che il profugo chieda tempestivamente asilo nel primo Paese che ha firmato la Convenzione in cui mette piede. C’è poi un secondo motivo: chi fugge sotto la minaccia di persecuzione e di guerra cerca di rimanere il più vicino a casa perché l’idea è quella di tornarci il prima possibile”.

Quanto incide sull’emigrazione anche lo sfruttamento delle risorse? Penso ad esempio al land grabbing, ossia l’accaparramento delle terre da parte di Paesi stranieri o industrie…
“Sicuramente sono fattori che hanno una loro incidenza. Le responsabilità vanno trovate anzitutto nei governi africani, i quali – per restare al tema del land grabbing – preferiscono vendere le terre ad industrie o a Paesi che hanno fame di terre coltivabili (Cina, India, Arabia Saudita) incassando subito del denaro piuttosto che incentivare l’agricoltura locale anche tramite investimenti. L’Africa è ricca di risorse minerarie, penso al cobalto ma soprattutto al petrolio, il quale viene acquistato e pagato dalle compagnie, ma il problema è capire dove vanno a finire i soldi”.

Dove?
“Le do un dato: nel 2014 su 77miliardi di dollari che avrebbe dovuto incassare l’ente nazionale del petrolio nigeriano, 14 non sono mai stati depositati. Sono finiti in qualche conto corrente, mentre sarebbero dovuti servire per lo sviluppo sociale del Paese. La Nigeria, pur essendo il primo produttore di petrolio del Continente, importa il greggio già raffinato dall’estero. Tenga conto che l’Africa da oltre 20 anni registra una crescita economica notevole, e in prima fila ci sono i Paesi da cui proviene la maggior parte dei migranti, solo che queste risorse vengono dilapidate o se ne giovano poche elite”.

Al recente Consiglio europeo gli Stati si sono impegnati a contribuire ulteriormente al Fondo Ue per l’Africa inviando altri 500milioni. È un modo per “aiutarli a casa loro” o per alimentare la corruzione di cui ha parlato?
“Questi 500milioni sono un ulteriore quantitativo, che si aggiunge ai miliardi che ogni anno vengono destinati all’Africa dalla cooperazione allo sviluppo di Stati Uniti ed Europa. Infatti quando sento invocare un ‘piano Marshall’ per l’Africa resto basita, perché di risorse ne vengono già inviate in modo ingente, ma i destinatari, cioè i governi, sono poco affidabili. Le faccio un esempio: in Somalia, che è uno dei Paesi maggiormente assistiti, la Banca mondiale qualche anno fa ha dimostrato che ogni 10dollari che vengono elargiti al governo, 7 spariscono nel nulla”.

Lei ha citato la Somalia, dove forte è la presenza del radicalismo islamico: è possibile che questi soldi che spariscono nel nulla finiscano ad arricchire i gruppi jihadisti?
“Eh, chi lo sa… Certo è che questi gruppi hanno fonti di reddito molto robuste e sponsor molto potenti. Inoltre sono spesso invischiati in traffici illegali: spaccio di droga, di armi, bracconaggio. Anni fa si è scoperto che gli Al Shabaad della Somalia ottengono circa il 40 per cento dei proventi dalla vendita di zanne di elefante. Consideri che in Kenya c’è un detto: ‘Oggi è stato ucciso un elefante, domani sarà ucciso un uomo’, proprio per sottolineare la correlazione tra bracconaggio e terrorismo”.

Una ricerca delle Nazioni Unite rivela che nel 2050 ci sarà un’ulteriore crescita demografica dell’Africa e un declino dell’Occidente. L’immigrazione di massa non sarà sempre più un fenomeno ineluttabile?
“Anzitutto si tratta di proiezioni, non di dati certi. Non è affatto detto che tra trent’anni la situazione rimarrà la stessa di oggi in termini demografici. Delle buone politiche familiari e un cambio culturale potrebbero invertire la tendenza demografica in Occidente, così come è possibile in primo luogo che la popolazione africana non aumenterà come l’Onu prevede (già si registra una piccola variazione verso il basso rispetto ai pronostici di pochi anni fa) e poi che l’Africa diventi finalmente un continente in grado di svilupparsi e di convincere i propri giovani a non fuggire alimentando i traffici clandestini di migranti”.

Parlando di Italia, come valuta le recenti polemiche tra il governo italiano e le ong?
“A mio avviso il modus operandi di molte ong è molto discutibile, perché entrano in contatto diretto con i trafficanti e prevedono il trasbordo quasi in acque territoriali libiche per poi dirigersi verso l’Italia, anche se battono bandiera di un altro Stato e se il porto più vicino sarebbe altrove. Già il precedente governo, con il ministro Minniti, aveva sollevato il problema e aveva pensato di prendere provvedimenti. Il nuovo governo si sta dimostrando solo più determinato, ma l’intento è rimasto quello di far rispettare la sovranità nazionale e le leggi internazionali”.

Non c’è il rischio, per mutuare il motto di una recente iniziativa, che chiudendo i porti “non si resti umani”?
“L’Europa in generale, ma nello specifico l’Italia sono molto lontane dalla fase più prospera della loro storia: gli ultimi dati ci parlano di 5milioni di italiani in povertà assoluta e centinaia di migliaia di italiani emigrano all’estero, l’Italia è 20esima tra i Paesi di emigrazione. In questa situazione, è solo giusto impedire a delle persone di raggiungere un Paese che può assisterli nel breve periodo, ma che non è in grado di garantire loro un futuro dignitoso. Chi arriva dall’Africa in Italia ha remotissime possibilità di costruirsi una vita: il più delle volte è destinato a vivere di espedienti, a lavorare in nero e in condizioni disumane magari in qualche campo di pomodori oppure ad ingrossare le fila della criminalità organizzata”.

Chiudere i porti dunque può essere un modo per scoraggiare i viaggi clandestini?
“Esattamente. È importante che si alimenti il passaparola tra migranti stessi. Esistono tantissime testimonianze di giovani che hanno iniziato il viaggio verso l’Europa ma che non sono riusciti ad arrivare a destinazione, i quali affermano che se lo avessero saputo non avrebbero speso soldi e sprecato anni della propria vita per un’impresa così aleatoria. L’unico modo per scoraggiare questi progetti senza futuro è proprio quello di dimostrare che il viaggio della speranza è un’illusione, che a destinazione non si arriva: e chiudere i porti è il messaggio più netto che possa giungere”.

Federico Cenci, 11 luglio 2018, qui.

Chiudo con alcune considerazioni mie.

  1. I fautori della cosiddetta accoglienza sono come i novax: “salvi” un bambino dal vaccino, lui ne infetta dieci e uno di quei dieci muore; “salvi” cento migranti, dietro a loro, sapendo che si viene “salvati”, ne partono altri diecimila e mille di loro muoiono (gli altri invece arrivano qui e vanno a raccogliere pomodori – per fare contenta la signora Bonino – a mezza lira al giorno per orari massacranti, o trovano accoglienza fra i boss della droga e criminalità varie miste. Poi magari la droga te la viene a chiedere una ragazzina di diciotto anni sbandata problematica forse un po’ fuori di testa e tu la torturi, la stupri, l’ammazzi e poi la fai in venti pezzettini, che a te la carne piace alla tartara, lo sappiamo).
  2. I fautori dell’accoglienza sono DI FATTO, come ha spiegato Kawtar Barghout, complici dei trafficanti di carne umana: qualunque favola bella vi raccontiate per sentirvi moralmente superiori, cari signori, LE VOSTRE MANI SONO SPORCHE DI SANGUE.
  3. Accoglienza delenda est. Andrebbe ripetuto come quella di Cartagine, alla fine di ogni discorso, sistematicamente, a proposito e a sproposito: accoglienza delenda est. Se non siete d’accordo siete complici dei trafficanti di carne umana e le vostre mani sono sporche di sangue.

barbara