IL MESSAGGIO DI GAL GADOT

«Il mio amore e le mie preghiere vanno ai ragazzi e alle ragazze che stanno rischiando la vita per proteggere la nazione dagli attacchi orrendi di Hamas, i cui miliziani si nascondono come vigliacchi dietro a donne e bambini».

Ora possiamo dirlo forte: Wonder Woman, sei tutti noi!
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barbara

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GIURAMENTO (Diario di un soldato)

In Israele funziona così.

Yair Lapid, brillante giornalista e discreto uomo di politica, solleva questo mese un tema delicato, visibile a tutti sul suo profilo facebook.
Pubblica dunque una semplice immagine, una fotografia scattata di spalle e ritraente lui abbracciato a sua figlia Yael, una ragazza autistica affetta da mutismo sin dalla nascita.
“Mia figlia, durante la sua cerimonia di giuramento all’esercito israeliano, indossa la divisa mentre suo papà piange e spera che nessuno se ne accorga”, scrive commosso.
Yael, tuttavia, non è la sola eroina a colmarci di orgoglio: sono migliaia i ragazzi che, ogni anno, decidono di arruolarsi come volontari, sfidando con coraggio quelli che tutti noi reputiamo erroneamente dei limiti insuperabili, fisici o mentali, dimostrando per l’ennesima volta che l’unico limite mentale è il nostro. Jonathan Cohen, il primo ufficiale cerebroleso nella storia dell’esercito israeliano, diventa un simbolo nazionale, un esempio perfetto per ragazzini (e non) in cerca di solidi punti di riferimento da seguire all’interno di una società sempre più allo sbaraglio.
“La prossima volta che qualcuno vi dirà che l’unico ruolo dell’esercito israeliano è quello di combattere, mostrategli pure questa fotografia”, continua e conclude il fondatore del partito Yesh Atid. “Forse ciò può considerarsi vero per gli altri eserciti del mondo, ma l’esercito israeliano vale molto più di questo.”
David Zebuloni (Moked, 30/06/16)
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Piccolo appunto per quelli che “Israele è come la Germania nazista”: nella Germania nazista gli handicappati finivano in gas con l’aiuto anche dell’esercito, in Israele gli handicappati vengono accolti nell’esercito con l’aiuto di tutta la nazione.

barbara

RISERVISTI CONTRO BREAKING THE SILENCE

Decine di riservisti dell’esercito israeliano hanno costituito un’organizzazione chiamata “Riservisti sul fronte” per denunciare l’ONG Shovrim Shetika (Breaking the Silence) nei tribunali per diffamazione. Amit Dray, comandante della riserva e leader di questa lotta dice: “Per molto tempo abbiamo raccolto documenti che dimostrano che Shovrim Shetika mente e falsifica i fatti al fine di infangare i soldati e gli ufficiali di Tsahal, in Israele e all’estero”. Egli accusa questa ONG per prendere casi isolati, spesso inventati o approssimativi, per presentarli come se fossero la norma in vigore nell’esercito. Questo gruppo si rivolgerà la settimana prossima al consigliere legale del governo al fine di ottenere l’autorizzazione a presentare denuncia per diffamazione perché si tratta di soldati dell’IDF. Il gruppo ha anche scritto al primo ministro, accusando Shovrim Shetika di alimentare la campagna BDS. Tra il primo ministro e una delegazione del gruppo di riservisti è stato fissato un incontro. (qui, traduzione mia)

Ed ecco i risultati del lavoro dei riservisti, persino al di là delle più pessimistiche previsioni. Chi chiama fascista la cosiddetta destra israeliana e progressista nonché incommensurabilmente buona la sinistra, sarà il caso che si decida a farsi un esame di coscienza. Poi, nel caso a qualcuno fosse sfuggito, ci sono anche i veri e propri boia, complici diretti di torture e assassini. Sempre a sinistra, ovviamente, fra i belli buoni progressisti antifascisti.

barbara

PERCHÉ ISRAELE NON POTRÀ MAI VINCERE LA GUERRA

LE TREGUE “UMANITARIE” CHE PROLUNGANO LE GUERRE

di Gianandrea Gaiani, 1 agosto 2014

Dopo 24 giorni di guerra tra Israele ed Hamas si ripete l’ipocrisia della “tregua umanitaria”, rito buonista suggerito dalle pressioni della comunità internazionale e protagonista indiscusso degli scontri tra israeliani Hamas ed Hezbollah degli ultimi anni. I due contendenti hanno deciso ieri di sospendere le ostilità (o quasi perché questa mattina a un mortaio palestinese ha risposto l’artiglieria di Tsahal) per almeno 72 ore. L’annuncio è arrivato nella serata di ieri in un comunicato congiunto Usa-Onu, in cui si specifica che sono state ricevute assicurazioni da tutte le parti per un cessate il fuoco incondizionato durante il quale ci saranno trattative per una tregua più duratura. Il segretario di Stato Usa John Kerry ha specificato che le ostilità cesseranno alle 8.00 locali (le 6.00 italiane) di oggi ed inizierà un confronto tra israeliani e palestinesi al Cairo. “Questo cessate il fuoco a Gaza è fondamentale per dare a civili innocenti una tregua necessaria dalla violenza”, ha detto il portavoce delle Nazioni Unite, Stephane Dujarric, spiegando che durante questo periodo “i civili nella Striscia riceveranno assistenza umanitaria urgente e avranno la possibilità di svolgere funzioni vitali, tra cui seppellire i morti, curare i feriti, e fare approvvigionamento di cibo”.
Inoltre, le delegazioni israeliana e palestinese andranno immediatamente al Cairo per intraprendere negoziati con il governo egiziano, su invito dell’Egitto, per tentare di raggiungere l’accordo su un cessate il fuoco durevole” a Gaza, ha aggiunto Dujarric. Si tratta di uno spiraglio di speranza, arrivato nel giorno in cui Israele ha detto che non fermerà la sua operazione a Gaza, almeno finché non avrà terminato la distruzione dei tunnel annunciando poi il richiamo di altri 16.000 riservisti. Ai 61 caduti israeliani (le perdite più alte sofferte da Tsahal dal ritiro dal libano meridionale nel 2000) si aggiungono secondo fonti di Hamas circa 1.500 morti palestinesi che sarebbero per tre quarti civili mentre secondo Gerusalemme le proporzioni vanno invertite in 3 miliziani per ogni civile anche se è indubbio che la popolazione in molti casi è vittima della follia dei miliziani che utilizzano scuole, moschee e case come postazioni militari.
Come è noto la tregua è stata di breve durata, anche a causa del rapimento di un militare israeliano, ma ha evidenziato due aspetti: che il cessate il fuoco temporaneo ha favorito solo Hamas e che la pressione di Washington su Israele per lo stop alle ostilità vanifica gli sforzi compiuti finora da Tsahal e rende inutili i morti di questa guerra. Inutili quanto lo sono state le vittime dei conflitti che si sono sviluppati dopo il ritiro israeliano alla Striscia nel 2005.
Di certo la proposta di pace formulata dal Segretario di Stato John Kerry (e subito sposata dal nostro Ministro degli esteri, Federica Mogherini) fa morire dal ridere: Israele dovrebbe fermare l’offensiva e in cambio Hamas dovrebbe disarmare. Una barzelletta, come quella raccontata al mondo intero circa il disarmo di Hezbollah previsto dopo la guerra del 2006 dal rinnovo della missione dei caschi blu in Libano ma che nessuno ha mai neppure tentato. E poi chi andrebbe a Gaza a disarmare i miliziani palestinesi? I marines di Obama ritirati dall’Iraq, in ripiegamento dall’Afghanistan e in fuga in questi giorni da Tripoli?
Le “tregue umanitarie” che una Casa Bianca divenuta il miglior alleato di islamisti e jihadisti vuole imporre a Israele sono le stesse che Washington ha sempre respinto quando le sue truppe erano all’offensiva in Serbia, Afghanistan e Iraq con la giustificazione di non dare respiro all’avversario. Il paradosso della guerra che “risparmia” il nemico invece di annientarlo è da tempo una delle cause del crollo di credibilità militare dell’Occidente (incluso Israele) e della percezione della nostra debolezza sempre più avvertita tra i nostri nemici, certo meno tecnologici ma più spregiudicati e pronti alla guerra vera (e al martirio) di noi.
Per ridurre la pressione internazionale lo Stato ebraico effettua addirittura “bombardamenti umanitari” avvisando con volantini, altoparlanti e persino sms la popolazione palestinese che determinate aree verranno attaccate. Svelando dove colpiranno gli israeliani rinunciano alla sorpresa e le milizie palestinesi hanno tutto il tempo di ritirarsi (ovviamente mischiandosi ai civili per sfruttarli come scudi umani) lasciandosi dietro mine e trappole esplosive che sono la principale causa delle perdite israeliane.
Questi accorgimenti oltre a danneggiare le operazioni non ottengono neppure vantaggi politico-strategici dal momento che la comunità internazionale non risparmia dure critiche a Israele mentre i media sembrano abbeverarsi senza nessuno spirito critico alla propaganda di Hamas circa le vittime civili. Quando le guerre si combattevano per davvero colpire la popolazione contribuiva a minare il morale del nemico e a demolire il consenso nei confronti dei regimi e delle leadership. Questo era lo scopo nel 1940-45 dei bombardamenti aerei su Coventry, Londra, Amburgo, Dresda, Tokyo. Prima di portarci democrazia, cioccolata, collant e swing gli anglo-americani bombardarono le città italiane mietendo decine di migliaia di vittime ma ciò nonostante li abbiamo accolti come “liberatori”. Oggi che in Afghanistan usiamo i guanti di velluto continuiamo a venire percepiti come “invasori” per giunta inconcludenti dal momento che a fronte dei limitati danni collaterali non siamo riusciti a sconfiggere i talebani e dopo dodici anni ci ritiriamo con la coda tra le gambe.
Le guerre di un tempo erano più sanguinose ma alla loro conclusione vincitori e vinti erano ben chiari. Aveva ragione Edward Luttwak quando nel saggio “Give war a chanche” accusava le cosiddette “missioni di pace” di impedire ai conflitti di concludersi prolungando all’infinito l’instabilità e del resto la cultura buonista applicata alla guerra ha fatto molti danni, al punto che agli attacchi nemici un tempo si replicava con la massima concentrazione di fuoco, oggi con la “risposta proporzionata”. Se Israele non andrà fino in fondo, riconquistando la Striscia di Gaza e annientando le milizie palestinesi, le vittime registrate finora su entrambi i lati della barricata saranno state inutili e Hamas potrà ricostruire in breve tempo tunnel e arsenali di razzi prolungando all’infinito una guerra che potrebbe venire risolta in meno di una settimana con un uso più determinato della forza, più sanguinoso ma risolutivo.
Del resto le guerre combattute in punta di piedi non portano a vittorie durature. La rivolta contro gli americani nell’Iraq “liberato” da Saddam Hussein non sarebbe stata possibile nella Germania del 1945 per la semplice ragione che quasi tutti i tedeschi in età per combattere erano morti, feriti, prigionieri o invalidi. Invece in Iraq i tanti fans del raìs risparmiati dalla guerra leggera e “politically correct” del 2003 hanno dato una mano ai qaedisti a trasformare il nord dell’Iraq nel Califfato dello Stato Islamico. Già la guerra è una vicenda orribile ma il vero crimine è renderla inutile impedendone la conclusione con vincitori e vinti. (qui)

Cinismo? No: semplice realismo. Semplice constatazione di un dato di fatto che dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. Lo aveva perfettamente capito re Hussein di Giordania, che quando si è trovato a dover fare i conti col terrorismo palestinese non ha esitato a mettere in atto un vero e proprio massacro, da tremila a cinquemila morti in dieci giorni, e i sopravvissuti messi in fuga. E di problemi col terrorismo palestinese non ne ha avuti mai più. E, nel nostro piccolo, lo abbiamo sempre avuto chiaro anche noi. Vogliamo dunque suggerire di mettere in atto un massacro? No, certo che no. Solo, finché si continuerà a condurre la guerra coi guanti, dobbiamo rassegnarci all’idea che non ne vedremo mai la fine, e che questo stillicidio di morti, da una parte come dall’altra, continuerà all’infinito, e alla fine il conto sarà molto molto più alto. E metterci in testa che, in questo modo, dai nostri avversari otterremo solo il più grande disprezzo.

barbara

LUI È TORNATO

Lui è il capitano Ziv Shilon, comandante di plotone nella brigata Givati. Nel corso di un pattugliamento lungo il confine con Gaza è stato gravemente ferito perdendo, tra l’altro, una mano e l’uso dell’altra. Appena rimesso in piedi, da buon soldato, è tornato dai suoi ragazzi.

E adesso


(qui)

AGGIORNAMENTO: e nel frattempo

barbara

PRECISIONE CHIRURGICA

Sì, esiste, e c’è chi ne è maestro. Quella che vedete nella foto
precisione chirurgica
è la moto che trasportava un pericoloso terrorista, centrata da un impeccabile tiro israeliano: niente danni collaterali, niente distruzioni, niente civili coinvolti; un colpo secco e oplà, il terrorista non c’è più. Kol ha kavod, tsahal! (qui i dettagli)
E poi prenditi il tempo per dare un’occhiata anche qui, che male non ti farà di sicuro.

barbara

UNA FOTO CHE GIORNALI E TV NON VI MOSTRERANNO MAI

Soldato
Questo è ciò che accade continuamente ai soldati israeliani. Notare come si senta sicuro il provocatore, perché sa che Tsahal (IDF) non lo toccherà. Intorno alla scena, giornalisti e attivisti di sinistra aspettano impazientemente la reazione del soldato, pronti a cogliere il minimo passo falso per usarlo per demonizzare l’esercito. Impotente ma risoluto, il soldato affronta la provocazione con grande dignità e autocontrollo.

barbara

BEATE KLARSFELD

Oggi rubo le parole a Giulio Meotti per rendere omaggio a una grande donna, che ha sempre suscitato la mia più grande ammirazione.

Quando le chiesero che lavoro faceva, Beate Klarsfeld rispose: “La casalinga”. Disse che si prendeva cura di “tre cani, due gatti, un marito e due figli”. La signora fino a domani, quando la Germania sceglierà il suo nuovo presidente, sarà per tutti “Fräulein Klarsfeld”. La celebre sicaria garantista è stata scelta infatti dal partito della sinistra radicale Die Linke come candidato a presidente della Repubblica federale. La Klarsfeld ha poche chance di vittoria contro l’ex pastore protestante Joachim Gauck, il dissidente della Ddr che può contare sull’appoggio tanto della maggioranza quanto dell’opposizione socialdemocratica e Verde. Franco-tedesca che ha trascorso tutta la vita a cercare di portare in giudizio gli ex criminali di guerra, di recente la Klarsfeld ha ricevuto la Legione d’onore da parte di Nicolas Sarkozy, mentre in Germania una richiesta, su istanza della Linke, del riconoscimento corrispondente, la croce d’onore, le è stata rifiutata senza spiegazioni dal ministero degli Esteri e dall’ufficio del presidente della Repubblica. In Germania la amano o la odiano. Molti le danno della “fanatica” e in Francia il quotidiano Le Monde l’ha appena accusata di essere parte della “estrema sinistra sarkozista”. La sua candidatura ha l’altissimo valore simbolico di un’iniziativa che rende onore a una autentica protagonista del Novecento. E’ l’epopea di una famiglia, Beate e Serge Klarsfeld, giuristi agguerriti, cacciatori di criminali di guerra e custodi ortodossi e oltranzisti della memoria. La storia pubblica di Beate inizia nel 1968, quando da ragazza scrive un pezzo sul giornale francese Combat per denunciare il passato nazista dell’allora cancelliere tedesco della Cdu, Kurt Georg Kiesinger. Per questo articolo Beate viene subito licenziata dall’ufficio franco-tedesco per la gioventù presso cui lavorava. Allora la ragazza, ventinovenne, prese posto sulla tribuna del Bundestag e urlò all’indirizzo di Kiesinger: “Nazista, nazista, nazista, dimettiti!”. Niente. Il 7 novembre del 1968 si reca al congresso della Cdu a Berlino e rifila uno schiaffone al cancelliere. Una fotografia immortala i suoi occhi di brace e lo sgomento di Kiesinger.

“Fu un gesto simbolico: i figli dei nazisti picchiano i loro padri”, dirà Beate nel 2006 a una radio tedesca. Lo schiaffo le costò un anno di carcere. A ulteriore giustificazione del suo gesto, Beate disse di non poter tollerare che uno dello stesso partito del criminale che aveva deportato il suocero ad Auschwitz fosse diventato cancelliere. Kiesinger alla fine non verrà rieletto e Beate ottenne il plauso di numerose personalità pubbliche. Heinrich Böll, premio Nobel per la Letteratura nel 1972, le spedì un mazzo di rose rosse. “Frau Klarsfeld, avrei voluto parlarle volentieri… quello che sta facendo è meraviglioso”, le lasciò detto sulla segreteria telefonica Marlene Dietrich. Per far adottare dalla Germania una legge più severa con gli ex ufficiali nazisti, Beate si farà persino arrestare dentro al campo di concentramento di Dachau. Rimase in cella tre settimane. Tre anni dopo tentò di rapire a Colonia l’ex capo della Gestapo di Parigi, Kurt Lischka, che lì viveva indisturbato. L’ex gerarca verrà processato per la deportazione di quarantamila ebrei dalla Francia. Beate aveva già trovato una macchina sportiva per portarselo in Francia, ma uno dei compagni, che doveva colpirlo alla testa, non ebbe il coraggio. Un fallimento. Ma tutti conobbero il passato di Lischka. E Beate fu arrestata. Per assicurare alla giustizia il nazista Alois Brunner, Beate è volata fino in Siria. Ma il più stretto collaboratore di Adolf Eichmann, noto anche come “la mano destra del diavolo”, le è sempre sfuggito. E’ accusato dello sterminio di 128.500 ebrei austriaci, greci, francesi e slovacchi. Brunner “l’ingegnere della soluzione finale”, ossessionato dallo sterminio degli ebrei al punto che nel 1985, intervistato dal magazine tedesco Bunte, affermò di “rimpiangere di aver lasciato il lavoro a metà”. La mattina del 5 dicembre 1991, il telefono squilla nella casa di Brunner in via George Haddad a Damasco. I servizi segreti siriani gli annunciano: “La Klarsfeld è arrivata a Damasco”. Brunner balbetta intimorito: “Non mi consegnerete a quella donna?”. Grazie sempre alla nota casalinga, Joseph Schwammberger, ufficiale delle SS responsabile dello sterminio di tremila ebrei polacchi, è finito in tribunale a Stoccarda. Beate Klarsfeld ha spartito con Simon Wiesenthal gli onori della caccia agli ex nazisti. Ma le loro biografie non potrebbero essere più diverse. Due cicatrici appena visibili sui polsi di Wiesenthal ricordavano che tentò il suicidio in uno dei dodici campi di sterminio da cui uscì vivo per miracolo. Lei, Beate, non è passata per l’Olocausto. E’ la figlia di un soldato della Wehrmacht. Non un’ebrea, ma una cristiana protestante. Fu nel 1960, quando venne a vivere in Francia e incontrò Serge, che sentì che la gioventù tedesca doveva assumere la responsabilità morale e storica dei campi di sterminio. Fu il marito, figlio di un deportato di Auschwitz, ad aprirle gli occhi. Si conobbero nella metro di Parigi. Aveva ventun anni. Da allora Beate ha fatto della caccia la ragione della sua vita. Una donna sempre pronta a generare scandalo per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica. Come quando si recò in piazza San Pietro tra gli ebrei che manifestavano contro la decisione di Giovanni Paolo II di ricevere il presidente austriaco Kurt Waldheim, bandito dagli Stati Uniti per il suo passato nell’esercito nazista. Beate voleva portare numerose bombolette di fumogeni in piazza. Ma causarono un piccolo incendio all’Hotel Columbus in via della Conciliazione, a due passi dal Vaticano. Beate ha pagato un caro prezzo per questa caccia al passato. Una volta le hanno messo una bomba in casa. Un’altra volta hanno fatto saltare la sua automobile. La rete televisiva Abc negli Stati Uniti ha realizzato un film su di lei, interpretato dall’ex “Charlie’s Angel” Farrah Fawcett. Nel 1998 ci fu l’apice delle imprese di Beate e Serge. Non portarono alla sbarra un ex gerarca tedesco come Klaus Barbie, ma un francese, un esponente di quella borghesia di provincia che spedì al massacro migliaia di ebrei e seppe riciclarsi con perfida maestria. E’ il caso Maurice Papon, segretario generale della prefettura della Gironda, fedele a Vichy, di cui anche il presidente Charles de Gaulle nel 1968 disse: “E’ uno serio, una brava persona”. I Klarsfeld riuscirono a trasformare il caso nel processo alla Francia collaborazionista. Papon fu infatti l’unico responsabile del regime di Vichy a essere stato condannato per lo sterminio degli ebrei. Storica la sentenza della Corte di assise di Bordeaux, il 2 aprile 1998: “Complicità in crimini contro l’umanità”. Gli varrà l’etichetta di “boia di Vichy”, perché tra il 1942 e il 1944 Papon mandò a morire oltre 1.500 ebrei, anziani e bambini, prelevati minuziosamente da sanatori, case di riposo, ospedali. Poi i Klarsfeld costruiscono l’accusa contro Paul Touvier, il capo della milizia di Lione. I coniugi passano anni a mettere su una azione legale credibile. E alla fine i capi d’accusa parlano da soli: l’attentato contro la sinagoga di Lione nel 1943; l’assassinio di Victor Basch, il presidente della Lega francese dei diritti dell’uomo, sempre nel 1943; la complicità nell’uccisione di sette ostaggi ebrei a Rillieux, nel 1944.Touvier gode della protezione di monsignor Duquaire, il segretario particolare dell’arcivescovo di Lione. Sarà Georges Pompidou, nel 1971, a firmare la sua grazia in contumacia. Scoppia lo scandalo. La notizia suscita la reazione delle comunità ebraiche. I Klarsfeld lo scovano, nel 1989, a Nizza, in un convento di sacerdoti cattolici integralisti, sotto falso nome: Paul Lacroix. Se Beate è una donna d’azione, il marito Serge è un intellettuale che ha trascorso molti anni a scrivere i sei volumi della storia dei bambini ebrei di Francia uccisi nell’Olocausto. Un libro sconvolgente, che ricostruisce minuziosamente la storia di ognuna delle giovanissime vittime con corredo di fotografia e di dati anagrafici, ma soprattutto è un libro con cui Klarsfeld ha riaperto la polemica con il presidente François Mitterrand a proposito delle responsabilità del regime di Vichy e della figura di René Bousquet, che della polizia di Vichy fu il capo, e con il quale Mitterrand ha intrattenuto per molti anni rapporti di amicizia. “Mai, nella storia di Francia, si erano martirizzati dei bambini per non scontentare i vincitori”. Klarsfeld se la prese con Elie Wiesel a causa di “Mémoire à deux voix”, il libro in cui Mitterrand dialoga con il premio Nobel ex deportato e si sofferma sull’amicizia con Bousquet. “Wiesel si comporta come se il soldato Mitterrand fosse passato dalla prigionia in Germania alla Resistenza”, disse Klarsfeld. “Un Wiesel nei panni del cortigiano. Rimprovera a Mitterrand quell’amicizia con Bousquet ma non gli ricorda: signor Mitterrand, nel 1942 e anche nel 1943, lei era petainista e, in seguito, ha avuto Bousquet come amico”. Contro l’oblio della memoria i Klarsfeld hanno rinvenuto lo schedario di tutti gli ebrei residenti in Francia all’epoca dell’occupazione nazista. Due anni fa arriva un altro successo. Dalla ex stazione dei treni di Bobigny, nella periferia di Parigi, più di 20.000 ebrei furono deportati verso i campi della morte tra il 1943 e il 1944, senza mai fare ritorno. I Klarsfeld hanno costretto i capi della Sncf, la società ferroviaria francese, a riconoscere le loro responsabilità nelle deportazioni naziste. Grazie a loro il mea culpa del presidente della Sncf, Guillaume Pepy, è diventato inevitabile. Un anno fa i Klarsfeld hanno protestato contro la decisione di includere Louis-Ferdinand Céline, l’autore del celebre “Viaggio al termine della notte” ma anche noto per i suoi pamphlet antisemiti, nella raccolta delle Celebrazioni nazionali del 2011 edita dal ministero della Cultura. Klarsfeld ha chiesto “il ritiro immediato di questa raccolta e la soppressione delle pagine dedicate a Céline nella prossima riedizione”. “Il ministro Frédéric Mitterrand deve rinunciare a portare i fiori in memoria di Céline, così come suo zio, l’ex presidente François Mitterrand, fu obbligato a non deporre più corone di fiori sulla tomba di Petain” (il maresciallo capo del regime francese collaborazionista). E ancora: “Il talento di scrittore non deve fare dimenticare l’uomo che lanciava appelli alla morte degli ebrei sotto l’Occupazione. Che la Repubblica lo celebri è indegno. Bisogna attendere secoli, e non solo cinquant’anni, perché si possano commemorare allo stesso tempo le vittime e i loro carnefici”. Alla fine, Klarsfeld ha la meglio e Céline viene cassato dalle celebrazioni, nonostante il presidente Sarkozy avesse detto a favore dello scrittore collaborazionista: “Si può amare Céline senza essere antisemiti, come si può leggere Proust senza essere omosessuali”. Storica è la militanza pro Israele della famiglia. Nel 1967, allo scoppio della guerra dei Sei giorni, Serge parte volontario per Israele, dove serve come corrispondente militare sulle alture del Golan. Nel 1970 Beate vola a Varsavia, per protestare contro il processo intentato agli “ebrei sionisti”. Si incatena a un albero della capitale polacca e distribuisce volantini contro il regime comunista antisemita. Viene arrestata ed espulsa. Un anno dopo parte per Praga, dove è in corso un altro processo a militanti ebrei. Golda Meir, da primo ministro d’Israele, le ha conferito la medaglia della “Donna di valore”. I coniugi Klarsfeld hanno attaccato l’Europa che “fa concessioni al mondo arabo ed è pronta a sacrificare diplomaticamente Israele”. Serge è stato uno dei pochissimi intellettuali pubblici di Francia a sostenere la guerra in Iraq. Nel 1974 Beate fu l’unica occidentale a prendere un aereo per Damasco e protestare contro il trattamento riservato dai siriani ai prigionieri di guerra israeliani. “Non lasciamo che i crimini della Germania di Hitler vengano usati come modello dal mondo arabo”, recitava un appello di Beate pubblicato dai giornali dell’epoca. Nel 1975 vola al Cairo, per denunciare Hans Schirmer, allora a capo del programma euro-arabo ma che prima aveva servito nell’ufficio di propaganda nazista. Tre anni dopo, il primo ministro israeliano Menachem Begin e il ministro degli Esteri Abba Eban la nominano invano per il premio Nobel della Pace. Nel 1979 Beate è a Teheran, per protestare contro l’esecuzione di Habib Elghanian, leader della comunità ebraica iraniana. La troviamo poco dopo a Beirut, dove si offre prigioniera in cambio di cinque ebrei libanesi tenuti in ostaggio dai terroristi sciiti. Nel 1988 Beate venne espulsa dall’Algeria, dove era andata per manifestare contro il vertice arabo. Voleva presentarsi con uno striscione: “Il pieno e completo riconoscimento dello stato di Israele è il primo passo verso la pace”. Nel 2004 Serge generò un altro scandalo in Francia suggerendo agli ebrei di emigrare in Israele. C’era fin troppo antisemitismo a Parigi. Anche il figlio, Arno Klarsfeld, ha speso parte della sua carriera di avvocato alla ricerca dei criminali di guerra. Quasi tutti se lo ricordano puntare il dito come difensore delle parti civili contro Papon. Poi alla soglia dei quarant’anni, Arno Klarsfeld ha indossato la divisa color oliva dell’esercito israeliano. Disse di essersi “sentito aggredito dalla politica estera della Francia, che compra la sua sicurezza a breve termine dalle organizzazioni terroristiche che oggi non hanno alcun interesse a colpire un paese che si oppone a Israele e agli Stati Uniti”. La scintilla scattò a qualche metro dal Mike’s Place di Tel Aviv, dove un kamikaze palestinese si è fatto saltare in aria provocando una strage. Quei corpi carbonizzati, resti umani abbandonati sull’asfalto, gli hanno dato l’ultima spinta verso l’arruolamento: è diventato soldato di Tsahal per combattere le organizzazioni terroristiche che seminano morte in Israele.

A La Paz, in Bolivia, Beate si è incatenata a un albero per protestare contro la mancata estradizione di Klaus Barbie. Nel 1985 la rivista americana Life rivelò il piano dei coniugi Klarsfeld, di fronte alla mancata estradizione, per assassinare il “boia di Lione”. Alla fine riescono a farlo estradare e Barbie viene condannato all’ergastolo per lo sterminio di migliaia di persone nelle camere a gas (come i cinquanta bambini ebrei razziati nella colonia di Izieu). Klarsfeld sa che i criminali di guerra non pagano mai abbastanza. Franz Nowak, responsabile dei treni della morte che trasportarono un milione di ebrei nelle camere a gas, ha scontato sei anni di galera. Tre minuti per ogni vittima. Ma catturarli ne è valsa comunque la pena. A giustificazione del suo lavoro di cacciatrice, Beate ha detto: “Non hanno il diritto di morire in pace nei loro letti”.

Non ho parole da aggiungere a questo splendido ritratto, tranne un immenso GRAZIE a questa grande donna per la sua infaticabile opera, per la sua determinazione, per il suo coraggio.  


barbara