CARO SOLDATO

caro soldato
Caro soldato/cara soldatessa, se sei un po’ a corto di soldi non tenerti la fame: parla a Liron o a Shalom e tutto ciò che ti manca lo troverai da noi. Buon appetito!

Ditemi pure che sono fissata, ma dove altro lo trovate?

barbara

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HU YIVARECH – BENEDICA

Questa sera è iniziato Yom haZicharon, il giorno del ricordo dei soldati israeliani caduti in guerra o per mano dei terroristi.

Chi legge l’ebraico può recitare questa preghiera per i soldati.
xsoldati
Credo che questa sia anche l’occasione giusta per ricordare la gloriosa Brigata Ebraica che contribuì, con non piccolo sacrificio di sangue, a liberare l’Italia dal nazifascismo. Ecco questa, vedete, è la brigata ebraica
brigata ebraica
e quella è la sua bandiera (per quelli che pretendono che la bandiera israeliana non c’entri con la festa della liberazione). E poi andate a leggere questo articolo.

barbara

QUELLE DONNE SOLDATO PIÙ ADDESTRATE DEGLI UOMINI

Il caracal è un felino che vive nel deserto. Eccezionale cacciatore notturno, ha dato il nome a un battaglione di fanteria molto particolare. Il Karakal infatti e la prima unità dell’esercito israeliano dove le donne possono combattere in prima linea. Nata nel 2000, ha il compito di pattugliare e garantire la sicurezza lungo il confine tra Israele e l’Egitto. Le donne, al pari dei commilitoni uomini, devono arruolarsi per un periodo di almeno tre anni. L’addestramento base, durissimo sia dal punto di vista fisico che mentale, dura quattro mesi e si svolge nella zona del deserto di Negev. La prova che chiude l’addestramento è una marcia lungo il confine. Oggi il Karakal è composto per il 70 per cento da soldati di sesso femminile.
La storia di questo battaglione è anche la storia di Elinor Joseph, una donna speciale perché è stata la prima araba cristiana a essere ammessa nelle unità di combattimento femminili israeliane. Quando qualcuno la accusa d’indossare la divisa israeliana e di combattere con l’esercito che uccide arabi e musulmani, Elinor racconta sempre una storia. «La storia del missile lanciato dal Libano e caduto nel quartiere di casa mia quando abitavo a Haifa. Quel missile quel giorno ferì tanti arabi. lo l’ho visto con i miei occhi e per questo posso permettermi di rispondere che anche gli arabi ammazzano gli altri arabi».
Elinor oggi ha 25 anni. Suo padre era un arabo cristiano che aveva combattuto con i paracadutisti d’Israele e la incoraggiò a tentare la carriera d’infermiera volontaria all’interno delle forze armate. Quando arrivò il giorno del reclutamento, era il 2010, Elinor scoprì di essere stata destinata a un ufficio. «Ci rimasi molto male – ha raccontato. – Quando protestai il colonnello comandante dell’unita a cui ero stata assegnata decise di mettermi alla prova e mi fece ammettere al programma d’addestramento richiesto per le unita combattenti». Passata la prova, Elinor si ritrovò a far la guardia a un posto di blocco in Cisgiordania, dove venivano fermati i palestinesi in uscita dalla città di Qalqilya: «In verità, la mia presenza al quel posto di blocco era un vantaggio per i palestinesi perché nessuno dei commilitoni osava maltrattarli in mia presenza. Quando sorgeva un problema potevo sempre intervenire discutendo in arabo per risolvere le questione». Eppure in tanti nel suo villaggio le hanno tolto il saluto: «Molti amici hanno smesso di frequentarmi. Qualcuno a parole continuava a parlarmi, ma quando mi voltavo mi pugnalava alle spalle». È così che Elinor scelse di presentare una nuova domanda per entrare questa volta nel battaglione Karakal, appunto il primo a schierare le donne sul fronte. Precedentemente le donne erano comunque impiegate nell’esercito – è bene ricordare che Israele e l’unico paese al mondo a richiedere il servizio militare obbligatorio alle donne – ma non partecipavano ai combattimenti diretti. Facevano parte del Corpo d’armi femminile ovvero il Chen, e dopo un addestramento di cinque settimane lavoravano come impiegate, autiste, infermiere, operatrici radiofoniche, istruttrici, personale dell’ordine e controllori di volo. In seguito a numerose pressioni da parte dell’opinione pubblica, nel 2000 venne apportato un emendamento alla legge sul servizio militare che stabilì che «le donne hanno lo stesso diritto degli uomini di servire in qualsiasi ruolo dell’esercito israeliano».
Faceva parte del Karakal la soldatessa che, nel settembre 2012, durante uno scontro a fuoco uccise un terrorista islamista pronto a farsi saltare in aria con il suo giubbotto esplosivo. E faceva sempre parte del Karakal il capitano Or Ben Tehud, la donna ufficiale ferita in un attacco alla sua jeep nell’ottobre 2014, che scese dal mezzo e rispose al fuoco contribuendo a mettere in fuga gli assalitori. E da due anni a questa parte le soldatesse e i soldati di questa unità sono addestrati anche per scontri armati con l’Isis nello scenario del Sinai dove, secondo gli esperti militari israeliani, la minaccia dello Stato islamico è «concreta e crescente».

LUCA D’AMMANDO, Shalom
Elinor Joseph
NOTA PERSONALE: la data di oggi non mi interessa minimamente, e la pubblicazione di questo post oggi è del tutto casuale.

barbara

INBAL

(sempre a proposito di femminucce)

C’è chi a diciannove anni rincorre Pokémon per i ciottoli della città e c’è chi, alla medesima età, segna la storia e inaugura una nuova era.
Questa settimana incontro Inbal e, nonostante l’affetto sincero che nutro per Pikachu e i suoi amici variopinti, rimango impressionato dalla straordinaria personalità scaturita da quel corpo così esile seduto di fronte a me.
Con una stretta di mano più energica della mia, si presenta, sorridente ed entusiasta.
Inbal vanta un primato unico nella storia del nostro giovane Stato.
“Beh la vera novità sta nella messa in pratica”, ho lo sguardo perso, probabilmente se n’è accorta. “Okay, mi spiego meglio, in realtà ci sono sempre state delle soldatesse il cui ruolo era quello di istruire i piloti dell’aviazione israeliana. Il passo avanti consiste nella messa in pratica, come dicevo prima”, provo a fingere di aver capito, ma il mio sguardo mi tradisce per la seconda volta. “In poche parole io sarò la prima soldatessa a spingermi oltre. Ovvero, non mi limiterò a trasmettere il materiale dietro ad una cattedra o di fronte ad un simulatore: salirò insieme ai piloti sull’aereo stesso e riporterò tutte le nozioni necessarie in tempo di volo.”
Le idee si schiariscono pian piano e lo sguardo confuso si tramuta in pura ammirazione.
“Il fattore straordinario è che per la prima volta non siamo state noi a rivendicare i nostri diritti, bensì, sono stati i piloti stessi a sentire la necessità del nostro intervento in campo. Sono stati loro a cercarci e non viceversa, capisci?”, annuisco sorridente, trascinato dal suo entusiasmo.
Quando ci congediamo decido di farmi trovare preparato per la stretta di mano. Con uno sguardo di sfida indirizzo tutte le mie energie sulle dita e i polpastrelli, prendo un respiro profondo, e… Niente, la sua stretta si conferma più forte.
Persino le mani leggermente smaltate di Inbal trasudano determinazione.
“E adesso, chi la ferma più”, penso tra me e me uscendo dalla stanza.

David Zebuloni (Moked, 5 agosto 2016)

Peccato non avere una foto di questa ragazzina dalle unghie smaltate che sale sugli aerei per insegnare ai piloti quello che devono fare. Peccato davvero.

barbara

DANA

Diario del soldato

La fotografia conquista il web in poche ore, rimbalza da un utente all’altro e diventa virale.
Dana Ofir sorride raggiante, seduta su quella sedia a rotelle che quasi sparisce sotto il peso della sua storia.
dana-ofir
L’attentato avvenuto a Gerusalemme appena un mese fa avrebbe dovuto piegarla, il suo corpo esile non avrebbe dovuto reggere il colpo di un camion lanciato per uccidere. Eppure così non è stato. Dana ce l’ha fatta, non si è arresa, non ha rinunciato a realizzare il suo sogno, non ha abbandonato il corso per diventare Ufficiale dell’esercito israeliano. Ed oggi, migliaia di persone in tutto il paese festeggiano insieme a lei un traguardo che pareva irraggiungibile.
Questo è il lieto fine di una ragazza che rappresenta alla perfezione l’eroina dei tempi moderni: più fragile ed umana rispetto a quella dei fumetti, più forte e determinata rispetto ai suoi nemici.
David Zebuloni
(17 febbraio 2017, Moked)

In Israele è così: se ti colpiscono cadi, ti lecchi le ferite e poi ti rialzi, almeno quel tanto che basta a issarti su una sedia a rotelle, e riparti, come abbiamo ricordato in questo blog una volta, due volte, tre volte, quattro volte, e come succede quotidianamente in quello stato, e in quell’esercito che accoglie cerebrolesi, autistici, down, mutilati, persone in sedia a rotelle e con ogni tipo di handicap, affinché a ognuno sia concessa la gioia di dare quanto può – non dimentichiamo che ci troviamo nella Terra in cui, come ho ricordato qui, mentre da noi le femministe lottavano per conquistare gli stessi diritti degli uomini, le pioniere combattevano per ottenere gli stessi doveri degli uomini.
E ricordiamo le tre immortali parole di Netanyahu.

barbara

DIARIO DI UN SOLDATO

Una babele di lingue e culture.
Un alternarsi continuo di flessioni e riflessioni.
Una divisa che racconta senza dover parlare, un paio di scarponi che marciano senza sosta.
Un fucile sotto il braccio destro, “per difendersi e mai per uccidere” ci ripetono, perché qui la vita va celebrata e mai condannata.
Un sorriso appena accennato, una mano tesa, pronta all’aiuto. Un vocabolario ricco e colorato, un lessico unico nel suo genere.
E così imparo al volo il primo termine che mi accompagnerà passo per passo, mano nella mano, in questa nuova avventura. Amcha: il tuo popolo.
Ci viene dunque insegnato senza equivoci che qualsiasi gesto compiuto da un soldato dell’esercito israeliano, non è mai fine a se stesso.
“Affronterete con orgoglio e coraggio tutte le prove che vi si presenteranno, tutte le difficoltà che troverete lungo il vostro cammino. E quando vi sembrerà di non farcela più, vi ricorderete d’un tratto di chi vi aspetta a casa. Penserete poi alla maestra che vi ha insegnato a leggere e scrivere, al fruttivendolo dietro l’angolo che vi saluta ogni mattino con entusiasmo, all’autista dell’autobus che vi accoglie con un largo sorriso, all’idraulico che vi ha riparato la perdita del lavandino, al giardiniere che ha seminato i tulipani invece che le rose, all’anziano signore seduto sulla panchina a guardare il cielo, all’operaio che ha perso il suo lavoro, al banchiere che prova a convincervi che aprire un mutuo sia la cosa migliore che possa capitarvi, al bambino che corre spensierato dietro a un pallone. Penserete al vostro popolo.”
E mentre il giullare di corte, munito di kippa colorata e barbetta illusoria, definisce Israele uno Stato apartheid senza alcuna traccia di pudore, io e il mio nuovo amico Saalan, un ragazzo di tradizione drusa, aspettiamo impazienti di prestare il giuramento di fedeltà all’esercito di cui facciamo parte.
Io stringendo in mano la Bibbia, lui il libro di Yitro: perché da queste parti funziona così.
David Zebuloni (22 aprile 2016, moked)
David-Zebuloni
“Giullare”: David Zebuloni evidentemente è un signore, e ha preferito usare questo eufemismo al posto del più adeguato “buffone”: quello che in cambio di vantaggi materiali divertiva i suoi signori e padroni svendendo il proprio onore, la propria dignità, la propria coscienza. In una parola: un prostituto.

barbara

SESSO DEBOLE?

Rotem
Si chiama Rotem, è sergente nell’esercito israeliano. Un mese fa al posto di blocco presso cui prestava servizio ha bloccato un attentatore suicida impedendogli di compiere l’attentato. Ieri, allo stesso checkpoint, ha bloccato un terrorista armato di coltello, impedendo ancora una volta una tragedia.
(Grazie a Ugo Volli che mi ha aiutata a trovare la parte di notizia che mi mancava)

barbara

AGGIORNAMENTO: ed è donna (e molto bella) anche questa
soldatessa isr
Grazie a Mirella

ACH SHELÌ – FRATELLO MIO

Il “fratello” è ognuno dei 67 soldati caduti nel corso della guerra di Gaza la scorsa estate (guerra che presto, con tutta probabilità, toccherà riprendere, grazie alle generose donazioni che il mondo intero sta elargendo ai terroristi affinché possano riarmarsi e scavare nuovi tunnel).
Ognuno di quei soldati dovrebbe essere, per ognuno di noi, ach shelì.
E dedico questo post alla memoria di rav Elio Toaff, che lo avrebbe sicuramente apprezzato.


barbara