E BOMBA SU BOMBA

noi, abbiam distrutto il Donbass, il Donbass,
insieme a voi (che ce le regalate)

Ucraina: «Fiat iustitia, pereat mundus»

“Non cederemo il Sud dell’Ucraina alla Russia”. Così Zelensky ieri, mettendo una pietra tombale sulle possibilità di avviare a breve un negoziato con i russi. In tal modo ha voluto rispondere, in maniera pubblica e inequivocabile, alle richieste di Macron e Scholz, i quali, nel corso delle visita a Kiev (insieme a Draghi) [non è un bijou quel Draghi fra parentesi?], gli avevano chiesto di riprendere i negoziati.
Nulla di fatto, il presidente che ostenta la magliettina verde dell’esercito in ogni circostanza, non può smarcarsi dall’America, che non gli consente alternative alla guerra. A rafforzare il rilancio di Zelensky, la parallela dichiarazione del Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, il quale ha affermato che la guerra “potrebbe durare anni“.
Se nei giorni scorsi il “partito della pace” aveva avuto un sussulto in Occidente, aprendo spiragli, si può registrare con certa tristezza che tale accenno di vitalità è stato prontamente tacitato. D’altronde era abbastanza evidente anche nei report del viaggio della speranza (per usare un termine in uso ai pellegrinaggi religiosi) di Scholz e Macron: ben pochi media importanti avevano riferito della richiesta avanzata dai leader (e chi ne ha riferito lo ha fatto con la distrazione del caso), limitandosi a ribadire il mantra dell’ingresso dell’Ucraina nella Ue.
La definizione “partito della pace” l’abbiamo ripresa da Steven Erlanger, cronista del Times e premio Pulitzer, il quale, interpellato da Yana Dlugy per il New York Times, ha detto che sull’Ucraina in Occidente si registra il conflitto tra il “partito della pace” e il “partito della giustizia”.
“Il partito della giustizia – spiega Erlanger -, formato fondamentalmente dall’Europa dell’Est, gli Stati baltici e la Gran Bretagna [e gli Usa, ovviamente], ritiene che c’è in ballo qualcosa di più dell’Ucraina, che è a tema la sicurezza europea. E che se Putin non si sente sconfitto, se non si ferma qui, allora, in qualche modo, proseguirà” nella sua assertività.
“Il partito della pace teme che gli obiettivi del partito della giustizia siano l’estensione della guerra, fino a rischiare un’escalation, al coinvolgimento dei paesi della NATO nella guerra, con il fine di mettere Putin all’angolo”.
C’è qualcosa di vero in queste righe, ma ancora più corretta la considerazione conclusiva, cioè che se l’America non sostenesse più l’Ucraina, la guerra finirebbe rapidamente, se non subito.
La cessazione delle ostilità vedrebbe non tanto Mosca invadere Kiev – mossa che minaccerebbe del caso solo per forzare la mano all’avversario – quanto la leadership ucraina aprirsi subito al negoziato, che i russi accoglierebbero con favore, potendo dichiarare chiusa la guerra e proclamare la vittoria.
In realtà, lo scontro in atto non è solo tra un’asserita “giustizia” e una irenica “pace”, ma soprattutto tra una politica estera improntata al realismo e quella, dominante in America (e, in subordine perché subordinata, in Europa), forgiata dall’ideologia iper-liberista e/o neoconservatrice.
Tale scontro è descritto molto bene in un articolo di Sumantra Maitra sul National Interest, al quale rimandiamo. In questa sede ci limitiamo a riportare una riflessione di Hans Morgenthau ivi riportata sulla necessità del realismo in politica.
“Il realismo sostiene che i principi morali universali non possono essere applicati alle azioni degli Stati nella loro formulazione universale astratta, ma che devono essere filtrati attraverso le circostanze concrete del tempo e del luogo. L’individuo può dire: “ Fiat iustitia, pereat mundus (Sia fatta giustizia, anche se il mondo perisce),” ma lo Stato non ha il diritto di dirlo in nome di coloro che sono sotto la propria tutela”.
“Sia l’individuo che lo stato devono giudicare l’azione politica in base a principi morali universali, come quello della libertà. Tuttavia, mentre l’individuo ha il diritto morale di sacrificarsi in difesa di un tale principio morale, lo Stato non ha il diritto di far sì che la sua disapprovazione morale per la violazione della libertà ostacoli un’azione politica di successo, a sua volta ispirata dal principio morale di una sopravvivenza nazionale. Non può esserci moralità politica senza prudenza; cioè, senza considerare le conseguenze politiche di un’azione apparentemente morale” .
Riflessione che il cronista del NI commenta spiegando che se certo il realismo non è alieno da aspetti negativi, “non è paragonabile alle crociate per la democrazia degli ultimi trent’anni”.
Commento precipuo, dal momento che anche il sostegno all’ucraina e alla sua lotta “fino all’ultimo ucraino” contro l’invasore, se pure all’inizio poteva identificarsi come un doveroso sostegno verso l’aggredito, oramai, caduta tale foglia di fico, ha assunto l’aspetto di una crociata per la libertà e la democrazia proprio delle guerre infinite.
Tale natura religiosa, che non consente dissidenza (la dissidenza è eresia), fa di questa guerra un conflitto esistenziale e insanabile, escludendo a priori non solo il negoziato, ma la stessa idea del negoziato. Tanto che nelle disquisizioni degli esperti e degli analisti che parlano a nome e per conto del potere dominante, il negoziato non è neanche evocato se non come vago residuo colloquiale per rassicurare le masse.
Nulla importa che il mondo sia flagellato dalle conseguenze della guerra e soprattutto delle sanzioni: inflazione e rischio stagflazione in Occidente, fame in Africa, turbolenze e violenze di piazza diffuse all’orizzonte, rischio di nuove ondate migratorie, incremento della destabilizzazione globale… solo per parlare delle conseguenze certe, che all’incerto non c’è limite.
Già, nulla importa: Fiat iustitia, pereat mundus. Dove, ovviamente, la giustizia è Cosa loro.
20 giugno 2022, qui.

Sì, direi che il richiamo alla mafia ci sta tutto.

Nuovo comandante esercito inglese: “Prepariamoci a combattere nuovamente in Europa”

Dal Regno Unito giungono le roboanti dichiarazioni di un pezzo grosso dell’esercito a scaldare ulteriormente il clima e le tensioni politiche internazionali.
Dichiarazioni che non lasciano preludere a niente di buono, con una distensione sempre più lontana sul fronte del conflitto che vede schierati da una parte i russi e dall’altra gli ucraini, dietro la regia degli Usa che si stanno spendendo tanto in termini di finanziamento militare e appoggio di intelligence a Kiev; accanto a Washington, un ruolo di primo piano hanno poi i fidi alleati britannici.
L’annuncio è stato dato qualche ora fa da THE SUN, secondo quotidiano in lingua inglese più venduto al mondo: il generale Sir Patrick Sanders, il nuovo comandante dell’esercito, – scrive il tabloid britannico – ha affermato che “l’assalto sanguinario di Putin all’Ucraina ha scosso le basi della sicurezza globale”. In un primo messaggio rivolto a ogni soldato in servizio, ha detto che “il mondo è cambiato da quando il dittatore russo aveva invaso l’Ucraina il 24 febbraio”. [A me veramente sembra che “il mondo” sia cambiato da quando Biden ha decretato le sanzioni e imposto a mezzo mondo di seguirlo, e ad armare sempre più pesantemente l’Ucraina imponendo parimenti a mezzo mondo di seguirlo. Carina poi la cosa di chiamare dittatore Putin mentre viene chiamato universalmente “presidente” Abu Mazen]
Sanders ha promesso di forgiare un esercito in grado di battere la Russia in battaglia e ha avvertito le coraggiose truppe britanniche che ora devono prepararsi “a combattere ancora una volta in Europa”.
Il generale, nel suo nuovo ruolo da lunedì scorso – continua The Sun- ha dichiarato: “Ora c’è un imperativo ardente di forgiare un esercito in grado di combattere al fianco dei nostri alleati e sconfiggere la Russia in battaglia”.
Ancora, “L’invasione russa sottolinea il nostro scopo principale: proteggere il Regno Unito essendo pronti combattere e vincere guerre sulla terraferma”. [Nel senso che il Regno Unito sta rischiando di essere invaso dalla Russia? Ganzo!]
Sanders, 56 anni che ha condotto operazioni militari in Irlanda del Nord, Kosovo, Iraq e Afghanistan, ha promesso inoltre che avrebbe accelerato i piani per modernizzare l’esercito e renderlo funzionale a dispiegarsi all’estero per rispondere più rapidamente alle crisi.
Affermazioni forti che si aggiungono a quelle del primo ministro, Boris Johnson, che reduce dalla sua recentissima visita a Kiev ha annunciato: “sarebbe una catastrofe se Putin vincesse” e ha assicurato a Zelensky che “il Regno Unito è pronto a lanciare un’importante operazione per addestrare le forze armate ucraine, addestrando fino a 120.000 soldati ogni 120 giorni per prepararli al combattimento contro i soldati di Putin”.
FRANCESCO FUSTANEO, qui.

Una piccola domanda: da quando in qua sono i militari e non i parlamenti a decretare le guerre? Un’altra piccola domanda: tot soldati ogni 120 giorni cioè ogni 4 mesi: per quanti turni? Ossia per quanti anni hanno già deciso che questa guerra CHE NON LI RIGUARDA ma che distruggerà tutti noi dovrà continuare?

Assedio di Kaliningrad: nient’altro che una provocazione per l’estensione del conflitto

Le ferrovie lituane porranno delle limitazioni alle merci che transiteranno nella regione di Kaliningrad e ciò è riferito ad un ampio elenco di merci soggette a sanzioni. Le modifiche sono entrate in vigore sabato 18 giugno. Lo ha annunciato il governatore Anton Alikhanov nel suo canale telegram: “… Ci siamo semplicemente confrontati questo pomeriggio con il fatto che da domani queste merci non saranno accettate per il trasporto. Secondo le stime preliminari, si tratta dal 40 al 50% della gamma di merci trasportate tra la regione di Kaliningrad e altre regioni della Russia … “
Secondo Alikhanov, i materiali da costruzione e prodotti finiti esportati dalla regione di Kaliningrad a altre regioni della Russia rientrano nel divieto.
La posizione dell’exclave di Kaliningrad è la sua vulnerabilità critica. A rigor di termini, è impossibile in linea di principio detenere un tale territorio, quindi la questione del suo status, prima o poi, sarebbe sorto. C’è un deja vu piuttosto persistente: proprio questo territorio divenne la causa immediata della seconda guerra mondiale, quando Hitler consegnò un ultimatum alla Polonia per un corridoio extraterritoriale verso la Prussia orientale. Oggi la storia si ripete.
Il problema è evidente: oggi l’ultimatum alla Lituania sarà presentato in condizioni incommensurabilmente più difficili. L’esercito russo si sta dissolvendo nelle steppe ucraine e sarà molto problematico aprire un altro fronte, anche se si trattasse solo di fronteggiare la Lituania. E lei è un membro della NATO, e quindi tutto è molto più serio.
Il blocco di Kaliningrad è in realtà una risposta al conflitto ucraino, alla sua internazionalizzazione. E dato che l’insieme dei paesi baltici, come tutta la “giovane Europa”, è sotto il patrocinio degli Stati Uniti e, in primis, della Gran Bretagna, questa è la mossa degli anglosassoni nella lotta contro l’Europa continentale . La Russia qui e solo il tramite.
Non ha senso discutere che la Russia ha un’enorme numero di potenziali territori di conflitto lungo tutti i confini. I suoi avversari hanno una ricca scelta di risposte e di eventuali escalation lungo la maggior parte del perimetro dei confini russi, dall’Artico all’Asia centrale.
Qual è il prossimo? In generale, il blocco di Kaliningrad pone una scelta ovvia: la regione non è nella posizione migliore in una situazione di blocco, dovrà affrontare la questione della sopravvivenza nel vero senso della parola. Anche il problema è chiaro: l’invasione dei paesi baltici può tecnicamente terminare con la sua occupazione e la sua occupazione sarà la sua vittoria diventerebbel’obiettivo della “comunità mondiale” .
Al momento in realtà esiste un accordo bilaterale per cui questo il blocco sarebbe illegittimo. Ma si sa nel mondo delle regole, le regole valgono solo all’esterno. Quindi nascono tensioni e la Russia ha risposto già che non accetterà lo status quo.
Aspettiamoci un mondo molto diverso ed un modo di vivere molto diverso da quello a cui eravamo abituati.
Forse vedremo l’inverso dei nostri padri, che hanno visto dopo la guerra un miglioramento della loro vita e delle loro speranze e la prospettiva ideale di un mondo migliore.
È ormai certo che in futuro sarà una estensione del conflitto, con mezzi economici o militari.
La situazione per noi comincia ad essere più vicina, ma nelle repubbliche autonomiste del Donbass hanno mobilitato già dai 15 ai 65 anni al fronte. Questa è la misura della serietà di ciò che sta succedendo. Quindi come risponderà la Russia per Kaliningrad potrebbe essere una sorpresa. Perché è una questione di sopravvivenza. C’è un bias cognitivo in questo da parte della nostra dirigenza, attenta solo che quadrino i numeri e le alleanze, per aprire carriere di successo.
La probabilità di un conflitto armato nel Baltico non è molto alta, ma esiste. “L’Unione Europea deve correggere la situazione con il blocco di Kaliningrad, altrimenti la Russia avrà mano libera per risolvere la questione del transito con ogni mezzo”, ha affermato il capo della commissione del Consiglio della Federazione per la protezione della sovranità Andrey Klimov. Da parte loro, i paesi occidentali comunque cercheranno uno scontro diretto attivamente, non appena la Russia sarà resa più debole dal conflitto in corso.
Per ora la Russia comunque avrà l’opzione marittima per portare i materiali, ma la situazione sarà sempre più tesa e soprattutto, resa deliberatamente più tesa.
Patrizio Ricci, VPNews, qui.

Nulla die sine povocatione.

Colpite le piattaforme di gas in Crimea: l’Ucraina punta all’escalation del conflitto

L’attacco di Kiev alle piattaforme di trivellazione della società di gas Chernomorneftegaz nel Mar Nero, in Crimea, ha sciolto le mani alla Russia, nel più breve tempo verrà data la risposta. “La Russia colpirà i centri decisionali dell’Ucraina”, ha annunciato il deputato della Duma di Stato Mikhail Sheremet.
L’attacco degli ucraini alle piattaforme, dove erano presenti 109 persone, ha provocato 3 feriti, che si trovano nel reparto grandi ustionati dell’ospedale di Sebastopoli, inoltre 7 persone sono disperse, evacuate 94 persone.
Ora in Russia aspettano con ansia la tanto attesa risposta della Russia, la gente è stanca delle azioni sfacciate e continue di Kiev. Da sottolineare che i satelliti commerciali americani Worldview-1, Worldview-2 e Worldview-3 hanno fotografato l’area del Mar Nero, dove si trovano le piattaforme di perforazione di Chornomorneftegaz, una settimana prima che le truppe ucraine le colpissero. 
Il Ministero della Difesa russo ha confermato di aver colpito con i missili “Kalibr2 il centro direzionale dell’esercito ucraino nella regione di Dnepropetrovsk e di aver eliminato oltre 50 generali e ufficiali ucraini. 
Alcune divisioni dell’esercito ucraino hanno abbandonato i combattimenti nella zona di Lisicjansk a causa della “bassa condizione morale e psicologica e mancanza di proiettili”.
Alcuni nazisti ucraini dalla fabbrica “Azot” cominciano a chiedere le trattative e hanno alzato le bandiere bianche… la terra sta letteralmente bruciando loro sotto i piedi.
La Russia ha dato l’ultimatum alla Lituania, la quale ha posto il blocco al transito delle merci tra Kaliningrad ed il resto della Federazione Russa. Se la Lituania non revocherà immediatamente il blocco commerciale, la Russia si riserva il diritto di intraprendere le azioni necessarie per difendere i propri interessi nazionali.
L’azione provocatoria della Lituania che infrange i propri obblighi internazionali, è considerata dalla Russia come un atto ostile. In sostanza è un casus belli … cercano disperatamente la terza guerra mondiale.
Biden intanto ha annunciato che nei tempi prossimi non andrà in Ucraina.
MARINELLA MONDAINI, qui.

Mi è capitato spesso di leggere diari di ragazzini ebrei iniziati poco prima della guerra, che dicono corrono voci di guerra ma speriamo di no, la guerra è scoppiata ma speriamo che duri poco, non sta durando poco ma speriamo che non sia troppo tremenda, si sta rivelando veramente tremenda ma speriamo che per noi ebrei non vada a finire troppo male, ci hanno rinchiusi nel ghetto ma speriamo di poter almeno andare avanti in qualche modo, hanno cominciato a deportare ma speriamo di sopravvivere… E noi che leggiamo sappiamo fin dall’inizio come andrà a finire e che nessuna speranza, neppure l’ultima, si realizzerà. Sempre più spesso ho la sensazione di vivere dentro uno di questi libri, in cui si direbbe che qualcuno – più di qualcuno: perché a differenza di allora, quando la volontà di annientamento era di un uomo solo, oggi sembra che il demone della volontà di distruzione totale ne stia possedendo tanti, e con tantissimi a fare il tifo – ne abbia già scritto la conclusione.

barbara

PAROLE RUBATE

Le prime le rubo a Marco Travaglio, indiscutibilmente grandissimo figlio di puttana ma altrettanto indiscutibilmente, quando ci si mette (e soprattutto quando si diverte a prendere per il culo) un genio assoluto.

I vice-papi

Non bastando un Papa e un Papa emerito, s’accalca al Portone di Bronzo una folla di aspiranti vice-papi, ansiosi d’insegnare a Francesco come si fa il Papa e, siccome è un gesuita, pure come si fa politica. Parlando ai direttori delle riviste europee dei gesuiti, il Pontefice ha condannato “la guerra imperiale e crudele” di Putin. Ha effuso la sua “tenerezza” per “il coraggioso popolo ucraino che lotta per sopravvivere”. E ha aggiunto ciò che tutti sanno, ma pochi dicono: “Qui non ci sono buoni e cattivi metafisici, in modo astratto”, guai a “ridurre la complessità alla distinzione tra buoni e cattivi senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi”. Il termine complessità usato due volte nella stessa frase ha insospettito le Sturmtruppen atlantiste, convinte che l’abbia inventato Orsini per arraffare qualche rublo. Ma il Papa le ha liberate da ogni dubbio: sei mesi fa “un capo di Stato, un uomo saggio che parla poco, mi ha detto che era molto preoccupato per come si muoveva la Nato: ‘Stanno abbaiando alle porte della Russia. E non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi’”. Quindi “la guerra in qualche modo è stata provocata, o non impedita”.
Apriti cielo. Un trust di cervelli s’è scatenato a dargli lezioni di papismo. Giancarlo Loquenzi (Zapping, Radio1): “Ma se il Papa non distingue tra buoni e cattivi… e si adatta alla accidiosa tiritera ‘è tutto più complicato’ (sarebbe ‘complesso’, ma fa niente, ndr), che pastore d’anime è?”, “Che il Papa si metta a fare l’analista geopolitico mette tristezza. Andrebbe meglio consigliato”. Possibilmente da lui. O dai consiglieri che accompagnarono Renzi al suicidio politico assistito. Tipo Mario Lavia (“Non ci sono buoni e cattivi? Ma che dice il Papa?”) e Claudio Velardi (“Si può parlare – da un soglio tanto alto – con tale irresponsabilità? Che siamo, al bar sotto casa?”). Per il rag. Cerasa (Foglio) “era meglio quando i Papi non parlavano”. Eh sì, signora mia, non ci sono più i Papi di una volta: tipo Benedetto XV che nel 1917 tuonò contro l’“inutile strage” della guerra mondiale, o Giovanni Paolo II che nel 2003 condannò l’attacco Nato all’iraq. Non poteva mancare lo sbarazzino Mattia Feltri, che ricopre sulla Stampa il ruolo svolto nei circoli ufficiali dai colonnelli in pensione: sdegnato dal turpiloquio del Pontefice sulla “complessità”, lo avverte che “la sua opinione” è “inutile e infantile”. In attesa che Francesco prenda buona nota, va detto che poteva andargli peggio. Tipo finire nella prossima lista di “putinversteher” di Riotta o di “putiniani” del Corriere. Essere convocato dal Copasir, dal Dis e dall’agcom. O subire un esorcismo prêt-à-porter da Nathalie Tocci al grido di “Orsini, esca da quel Papa!”.
Marco Travaglio, 16 Jun 2022, Il Fatto Quotidiano

Queste altre le rubo a

Fulvio Del Deo

Esperimenti sui malati di mente e studio dei virus: Il Ministero della Difesa russo continua ad analizzare documenti relativi alle attività biologiche militari statunitensi in Ucraina:
– a Kharkov sono stati condotti esperimenti su malati di mente almeno dal 2011 [tipo Hartheim?]. Uno degli organizzatori, la cittadina statunitense Linda Oporto Al-Kharun, ha visitato più volte la sede del laboratorio medico di Merefa, costruita a spese del Pentagono nel villaggio di Sorokovka;
– ufficialmente in questo luogo – un’azienda per la produzione di integratori alimentari. Con l’inizio dell’operazione speciale, le attrezzature della filiale sotto il controllo della SBU sono state portate nell’ovest dell’Ucraina;
– Il dipartimento ha parlato anche del progetto P-268. Il suo obiettivo è studiare i virus che possono infettare le zanzare Aedes (portatrici di dengue, Zika e febbre gialla);
Fonte:
Донбасс Италия Donbass Italia

Le prossime a

Laura Ru, via Fulvio Del Deo

Ho detto fin dall’inizio che dietro la lista di proscrizione pubblicata dal Corriere vi e’ una regia straniera, e che i mandanti di quest’operazione volta ad infangare voci indipendenti vanno cercati in ambienti NATO. Infatti liste simili compilate dall’Institute for Strategic Dialogue, societa’ di consulenza britannica finanziata dal Dipartimento di Stato USA, altri paesi NATO e dai soliti “filantropi”, sono apparse in vari paesi del patto atlantico piu’ o meno negli stessi giorni. La rete televisiva americana NBC ha accusato giornalisti che da anni seguono il conflitto in Donbass di essere “produttori di contenuti per il Cremlino”. In questo video Eva K Bartlett, una delle giornaliste citate, parla dell’operazione messa in atto per delegittimare il suo lavoro e quello di chi rischia la vita per riportare notizie dal fronte di guerra.

E queste altre importanti considerazioni pratiche le rubo a Vladimiro Vaia.

GNL dagli Usa? per l’Italia l’operazione più stupida che si possa fare

Una nave gasiera di ultima generazione può trasportare fino a 200.000 metri cubi di gas liquefatto.
Nel processo di liquefazione il volume del gas viene ridotto di circa 600 volte.
Per farlo si porta il gas a -160 gradi centigradi, temperatura che dovrà essere mantenuta durante tutto il trasporto.
Una volta arrivato a destinazione il GNL dovrà essere rigassificato riportandolo gradualmente alla temperatura ambiente.
Il processo di liquefazione e rigassificazione richiede un’energia pari a circa il 30% della resa in combustione del gas, quindi il GNL parte già fortemente penalizzato in competitività, se poi aggiungiamo i costi di trasporto, é evidente che con questa soluzione avremo bollette molto più care.
A parte tutto ciò va poi considerato l’aspetto ecologico.
Gli USA hanno promesso alla UE 15 miliardi di metri cubi di gas l’anno che rappresentano meno del 20% del solo fabbisogno italiano.
15 miliardi di metri cubi di gas, una volta liquefatti, si trasportano mediamente con 125 gasiere.
Una nave impiega circa 20 giorni per attraversare l’atlantico e raggiungere l’Italia dagli USA.
Altri 20 giorni servono per il percorso inverso, (più almeno 2 giorni per le operazioni di carico e scarico).
Per il tragitto attraverso l’Atlantico la nave brucia circa 4000 chili di gasolio marittimo ogni ora, 96.000 chili al giorno, che per 40 giorni del viaggio di andata e ritorno dagli USA fanno quasi 4000 tonnellate.
Moltiplicate per 125 viaggi sono mezzo milione di tonnellate di gasolio bruciato in un anno, per trasportare il gas in Europa, con tutte le emissioni nocive del caso.
Ma non è tutto.
Negli USA non ci sono sacche di gas naturale come quelle siberiane (o se esistono, sono in via di esaurimento).
Il gas americano é quasi tutto “di scisto” o shale gas.
Si tratta di gas intrappolato in rocce sedimentarie argillose.
L’estrazione di questo gas avviene con un processo denominato Fracking.
Sottoterra si trivellano pozzi orizzontali, lunghi anche diversi kilometri, nei quali vengono fatte brillare cariche esplosive. Poi vi si inietta acqua ad alta pressione, mescolata a sabbia e additivi chimici.
Questo permette di frantumare le rocce argillose, da cui possono così liberarsi il petrolio o il gas, che salgono in superficie attraverso il pozzo.
Il territorio e l’ambiente ne escono devastati.
I problemi collaterali di questo genere di estrazioni, infatti, sono gravissimi. 
L’impossibilità di assicurare la perfetta tenuta delle tubazioni nei pozzi, causa l’irrimediabile inquinamento delle falde acquifere, che si trovano a metà strada tra i giacimenti e la superficie; inoltre, ca ricordato che il metano è un potente gas serra e una parte di quello estratto si libera nell’atmosfera.
Ogni pozzo occupa in media 3,6 ettari di territorio e richiede enormi quantità di acqua (da 10 a 30 milioni di litri), e di sabbia.
La sabbia deve essere estratta, raffinata, caricata e trasportata su treni (100 carri ferroviari per ogni pozzo), accumulata in depositi e infine trasportata con automezzi fino al punto di utilizzo.
Uno degli impatti ambientali più preoccupanti è legato all’acqua utilizzata per il fracking, che risale poi in superficie e deve essere smaltita come rifiuto nocivo, in quanto contaminata.
L’unica soluzione praticabile è trasportarla con autobotti in altre zone, dove viene stivata nel sottosuolo, con ulteriore inquinamento.
Tutta questa attività inoltre, stimola faglie sismiche sotterranee e induce terremoti.
Nel 2007 in Oklahoma c’era stato un solo terremoto, mentre nel 2015 ve ne sono stati oltre 900; per la maggior parte sono stati lievi, ma alcuni hanno provocato molti danni.
In pratica, una zona virtualmente non sismica è stata trasformata in pochi anni nel territorio più sismico degli Stati Uniti, proprio a causa dello smaltimento dei liquidi usati per l’estrazione di idrocarburi di scisto nelle profondità del sottosuolo.
Intendiamoci, anche i russi e gli azeri hanno devastato il mar Caspio per l’estrazione del petrolio, ma importare gas dagli USA é l’operazione ecologicamente più stupida che si possa fare.
Va detto che la maggior parte delle imprese di shale oil e shale gas degli USA erano a rischio di fallimento a causa dei bassi prezzi di mercato. In particolare le società più puccole non riuscivano ad essere competitive con le estrazioni tradizionali, proprio per gli altissimi costi del fracking. Ora la guerra le ha “Miracolosamente” rivitalizzate tutte.
di Vladimiro Vaia (Marx21), qui, via Shevathas.

Evidentemente i nostri governanti hanno un dono speciale per scegliere le cose più costose, di peggiore qualità e dai peggiori effetti collaterali. Tanto che cazzo gliene frega, siamo noi che paghiamo.
E ora un po’ di documentazione. Ho trovato un altro giornalista, inglese questa volta

18 giugno 2022.
Come già detto, col tempo che stringe prima della disfatta, si scatenano ad ammazzare il più possibile, al pari dei loro fratelli in fede nazista. E ora torniamo a Lancaster. Questo è un po’ lungo ma vale la pena di prendersi il tempo di guardarlo tutto.

Questo invece è molto breve.

Entrambi i video sono stati girati il 19 giugno.
Qualcuno ha detto che la calunnia è un venticello: a volte sì, ma a volte è un uragano che travolge chiunque tenti di fare resistenza, e questa è una di quelle volte: lo vediamo tutti i giorni.

barbara

MA INSOMMA, I RUSSI MANGIANO I BAMBINI O NO?

Questione annosa (in realtà nel corso delle carestie create da Stalin col fattivo aiuto del segretario del partito comunista ucraino Nikita Krusciov, l’antropofagia è stata documentata sia da una parte che dall’altra del confine), che oggi si ripropone con una variante adeguata ai tempi.

Ucraina: no, i russi non mangiano i bambini

Lyudmila Denisova, la commissaria ucraina per i diritti umani, è stata rimossa dal Parlamento ucraino. Ieri alla riunione del Partito “Servant of the People” (Servitore del Popolo), guidato dal presidente Volodymyr Zelensky, è stato deciso all’unanimità di sfiduciarla, e il parlamento ha poi ratificato la decisione (Dagospia)
In un post su Facebook il deputato ucraino Pavlov Frolov descrive così le motivazioni di tale allontanamento: “La signora Denisova non ha esercitato i suoi poteri organizzando corridoi umani, proteggendo e scambiando prigionieri, contrastando la deportazione di persone e bambini dai territori occupati, ecc”.
Un po’ di colore a questa parte della  vicenda e l’ulteriore accusa di aver passato troppo  tempo a Davos, Vienna e Varsavia anziché nei luoghi dove avrebbe potuto svolgere utilmente il suo ruolo di aiuto ai rifugiati.
E fino a qui l’accusa, vera o falsa che sia, ha una sua linearità: la Denisova non ha svolto efficacemente il compito che le era stato assegnato, dove l’accusa di non essersi impegnata per realizzare i corridoi umanitari suona terribile, avendo in tal modo condannato a morte persone.
Più curiosa un’altra accusa contro la Denisova riferita dal deputato, alla quale si imputa “la scarsa accuratezza […] riguardo i numerosi dettagli sui ‘crimini sessuali commessi in modo innaturale’ e sullo “stupro di bambini” nei territori occupati, che non potevano essere confermati da prove”, cosa che ha danneggiato l’Ucraina, distogliendo “l’attenzione dei media mondiali dai reali bisogni dell’Ucraina”.
Cioè la commissaria non è stata in grado di trovare prove e confermare le dichiarazioni che nelle scorse settimane avevano fatto il giro del mondo in merito a presunti crimini di natura sessuale perpetrati dalle truppe russe.
“Sessanta minorenni sono stati stuprati, centinaia hanno assistito a orrori disumani come vedere uccidere i propri familiari”.
“Riceviamo circa 700 chiamate al giorno e finora ci sono stati segnalati circa 43mila crimini di guerra. Tantissime negli ultimi giorni le richieste di aiuto dalla zona di Kharkiv. In un’ora due giorni fa sono arrivate dieci segnalazioni di violenze e in otto casi si trattava di minori e in due si trattava di bambini di appena dieci anni”. “Ci sono adolescenti violentate dai soldati russi che sono rimaste incinte…”
“…Serve un tribunale ad hoc come Norimberga per punire i responsabili e chi ha dato gli ordini”. “Dobbiamo parlare e riconoscere che in Ucraina c’è un genocidio in atto. Nelle zone liberate abbiamo ricevuto diverse segnalazioni di crimini di guerra quali stupri, molti su minori, che puntano a fare in modo che le donne non vogliano più avere figli, deportazioni, torture e omicidi. Abbiamo già passato diverse prove ai tribunali internazionali, e fra poco ne consegneremo di nuove per provare i crimini di guerra russi. Abbiamo assistito anche diverse persone che volevano tentare il suicidio, e anche in questi casi molti sono minori” (RaiNews)
Di tutto ciò non vi è quindi lo straccio di una prova. Ovviamente i media che hanno rilanciato queste assurdità senza cercare riscontri, e derubricando a filo-putiniani quanti prendevano tali denunce con le molle, non chiederanno scusa ai propri lettori né metteranno su un errata corrige. Né riferiranno con maggiore cautela accuse successive: quel che viene a Kiev è dogma e come tale indiscutibile fino a contrordine.
Contrordine giunto in questo caso solo perché la Denisova rischiava di far ombra a Zelensky, così che una battaglia interna alla politica ucraina ha svelato magagne che altrimenti sarebbero rimaste in ombra. La responsabile dei diritti umani farà ricorso, ma non sembra avere grandi speranze.
Per inciso si può ricordare che la Denisova fu la prima a denunciare la responsabilità russa per l’eccidio di Kramatorsk, quando un missile cadde sulla stazione ferroviaria facendo strage dei civili in fuga dalla guerra. E per accreditare la sua tesi disse che a colpire la folla era stato un Iskander, usato dai russi.
Solo un caso, il fatto che c’era in zona un giornalista zelante, riuscì a rischiarare l’accaduto, mostrando al mondo l’ordigno usato nell’occasione, un  Tocha-U e non un Iskander.
Per inciso, tanti, tra cui il nostro sito, rilevarono che quel tipo di missile era in uso agli ucraini, tesi contestata dai cacciatori di Fake che hanno asserito, con prove traballanti, che qualcuno di quei missili era ancora in uso all’esercito di Mosca.
Così il dogma della responsabilità russa fu salvato per alcune settimane dopo l’eccidio, nonostante altre letture sembrassero corroborare la pista ucraina (peraltro, nel prosieguo della guerra gli ucraini hanno continuato a usare quel tipo di missili, vedi sul sito dell’Atlantic Council).
Evidentemente la responsabilità di Mosca erano infondate, tanto che da tempo quella strage, etichettata come un crimine di guerra, non viene più ricordata dai media, né tale crimine viene più ascritto ai russi, al contrario di quanto avvenuto a Bucha, la cui relativa narrativa ha resistito alle tante evidenze contrarie.
È la legge della propaganda. Funziona così in ogni guerra. e In una guerra come quella ucraina, più mediatica di altre, certe forzature raggiungono il parossismo. Al tempo della Guerra Fredda si diceva, più o meno scherzando più o meno seriamente, che i russi mangiavano i bambini. Siamo tornati a quei tempi, con tutte le derive del caso. (Qui)

Il troppo stroppia, come si sa, e stavolta ha stroppiato talmente tanto che il boccone è finito per traverso.
Aggiungo questa lucida analisi.

NYT: se la guerra non si ferma, la responsabilità è made in Usa

Sul New York Times Christopher Caldwell porta un attacco pesantissimo all’amministrazione americana sulla guerra ucraina, come si nota fin dal titolo dell’articolo: “Potrebbe risultare impossibile fermare la guerra in Ucraina. E gli Stati Uniti hanno gran parte della colpa”.
Riprendendo uno scritto da Henri Guaino, ex consigliere di Nicolas Sarkozy, Caldwell scrive: “Gli Stati Uniti hanno contribuito a trasformare questo conflitto tragico, locale e ambiguo in una potenziale conflagrazione mondiale. Fraintendendo la logica della guerra, sostiene Guaino, l’Occidente, guidato dall’amministrazione Biden, sta dando al conflitto uno slancio che potrebbe essere impossibile da fermare. Ha ragione”.
Il cronista ripercorre quanto avvenuto prima della guerra, a iniziare dal 2014, quando, con la rivoluzione e/o colpo di Stato di Maidan, gli Stati Uniti hanno preso il controllo di Kiev, innescando una guerra locale che si è conclusa con la conquista della Crimea da parte della Russia (va ricordato che l’esercito ucraino fu annientato: se Mosca avesse voluto conquistare l’Ucraina, poteva farlo tranquillamente allora).
“Si può discutere sulle pretese russe riguardo la Crimea – spiega Caldwell – ma i russi le prendono sul serio. Centinaia di migliaia di soldati russi e sovietici morirono difendendo la città di Sebastopoli, in Crimea, dalle forze europee durante due assedi: il primo durante la guerra di Crimea e il secondo nel corso della Seconda guerra mondiale. Negli ultimi anni, il controllo russo della Crimea sembrò assicurare un accordo regionale stabile” avendo guadagnato l’acquiescenza dei Paesi europei.
“Ma gli Stati Uniti non hanno mai accettato l’accordo. Il 10 novembre 2021, gli Stati Uniti e l’Ucraina hanno firmato una ‘carta sul partenariato strategico’ che chiedeva all’Ucraina di aderire alla NATO, condannava ‘l’aggressione russa in corso’ (1) e affermava un ‘impegno incrollabile’ per la reintegrazione della Crimea all’Ucraina. Quella carta ‘convinse la Russia che doveva attaccare o essere attaccata’, ha scritto Guaino. ‘È l’ineluttabile processo del 1914 in tutta la sua terrificante purezza’“.
Non solo tale accordo, ad allarmare la Russia era anche il flusso crescente di armi Nato nel Paese confinante, che ne ha fatto un Paese “armato fino ai denti”. Armi che hanno continuato a fluire copiose anche dopo l’invasione russa, tanto che Caldwell trova “fuori luogo” le narrazioni che descrivono la disfatta della campagna russa.
“La Russia – scrive, infatti, il cronista – non si sta scontrando contro un coraggioso paese agricolo grande un terzo di essa; sta tenendo testa, almeno per ora, contro le avanzate armi economiche, informatiche e da guerra della NATO” (osservazione interessante per tanti motivi).
“Ed è qui  – aggiunge Caldwell – che ha ragione Guaino ad accusare l’Occidente di sonnambulismo. Gli Stati Uniti stanno cercando di mantenere la finzione che armare i propri alleati non sia la stessa cosa che partecipare a una guerra”.
“Oltrepassare il confine tra l’essere un fornitore di armi e l’essere un combattente, è facile quanto oltrepassare il confine tra una guerra per procura e una guerra segreta. Nell’era informatica, questa distinzione sta diventando sempre più artificiale”.
E osserva: “Anche se non accettiamo le dichiarazioni di Putin secondo cui l’armamento americano affluito in Ucraina è stato causa della guerra, è certamente il motivo per cui la guerra ha assunto la forma cinetica, esplosiva e letale che ha adesso. Il nostro ruolo in tutto ciò non è passivo o incidentale. Abbiamo dato agli ucraini motivo di credere che possono vincere attraverso una guerra fatta di escalation”.
Quindi, dopo aver accennato ai tanti “volontari” (leggi mercenari) stranieri presenti in Ucraina, Caldwell elenca tutte le defaillance della comunicazione dell’amministrazione Usa, a iniziare dalle dichiarazioni che chiedevano un regime-change a Mosca per finire alla promessa di sostenere l’Ucraina fino alla “vittoria” sulla Russia. Tutte dichiarazioni il cui “effetto, voluto o meno, è stato quello di precludere qualsiasi via ai negoziati di pace”. Non solo, anche continuare a inviare armi è “un potente incentivo a non far finire la guerra in tempi brevi”.
“Ma se la guerra non finisce presto, i pericoli connessi aumenteranno. ‘I negoziati devono iniziare nei prossimi due mesi’, ha ammonito la scorsa settimana l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, ‘prima che si creino sconvolgimenti e tensioni tali” da rendere difficilissima la risoluzione del conflitto.
“Nel chiedere un ritorno allo status quo ante bellum, [Kissinger] ha aggiunto: ‘Perseguire la guerra oltre quel punto non sarebbe più garantire la libertà dell’Ucraina, ma sarebbe una nuova guerra contro la stessa Russia’”.
“In questo, Kissinger concorda con Guaino – scrive Caldwell – “Fare concessioni alla Russia significherebbe cedere all’aggressione”, ha avvertito Guaino. “Non farne nessuno sarebbe cedere alla follia”.
E conclude: “Gli Stati Uniti non faranno concessioni, perché perderebbe la faccia. Ci sono elezioni in arrivo. Quindi l’amministrazione sta chiudendo le vie dei negoziati e sta lavorando per intensificare la guerra. Siamo in questo gioco per vincere. Con il tempo, l’enorme flusso di armi mortali, comprese quelle provenienti dallo stanziamento di 40 miliardi di dollari appena autorizzato, potrebbe portare la guerra a un livello diverso. Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky,questo mese, in un discorso agli studenti ha avvertito che i giorni più sanguinosi della guerra stavano arrivando”.
Quadro fosco quello dipinto, forse troppo, dal momento che sottotraccia qualcosa si muove. Ma è bene tenere presente certe analisi permeate di sano realismo che adagiarsi sulle tante narrazioni consegnate a un vacuo quanto folle ottimismo. (Qui)

E noi, nel frattempo?

Sanzioni contro della Russia: la UE nella sua isteria, si spara sui piedi

Dopo un lungo dibattito, Bruxelles ha accettato un piano preliminare per ulteriori acquisti di petrolio russo . Non si è verificato un fallimento completo, ma è prevista una graduale riduzione delle forniture di petrolio di 2/3. Nello stesso tempo, non ci sono ancora dettagli, il che significa che i negoziati sono ancora in corso.
È probabile che il piano ungherese verrà infine adottato. Budapest chiede di mantenere le forniture di petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba, che attraversa l’Ungheria. Allo stesso tempo, l’Europa rifiuterà il petrolio dalla Russia.
Per Mosca, nelle condizioni attuali, la decisione di Bruxelles non è una cosa critica. Le consegne di petrolio russo in altre regioni del mondo stanno crescendo rapidamente. 79 milioni di barili di petrolio dalla Russia vengono spediti via mare tramite le petroliere. Cina e India rimangono i maggiori consumatori. I ricavi della Russia dalla vendita di idrocarburi per il primo trimestre del 2022 hanno stabilito un record , avvicinandosi agli 80 miliardi di dollari.
Secondo le stime di Bloomberg, la Russia potrebbe perdere teoricamente fino a 10 miliardi di dollari se l’Europa rifiutasse l’80-90% del petrolio russo . Tuttavia, questi calcoli sarebbero validi se il prezzo del petrolio non cambiasse. Ma l’Unione Europea stessa ha stimato che i prezzi del petrolio arriveranno sopra i 120 dollari al barile. Quindi, dopo l’inizio di una drastica riduzione degli acquisti di petrolio, è altamente plausibile che i prezzi cresceranno ulteriormente.
Inoltre, c’è da considerare che la carenza artificiale di petrolio generata dall’Europa come sanzione per la Russia, porterà semplicemente a reindirizzare le vendite su altri paesi . Per quanto riguarda l’Unione Europea, ha comunque deciso di spararsi un colpo ai piedi sullo sfondo delle turbolenze del carburante. E sta facendo tutto il possibile per garantire che l’attuale crisi energetica, che trascina l’Europa nell’abisso della recessione, sia inserita nei libri di storia. (Qui)

E gli ucraini, nel frattempo? Niente di nuovo sul fronte orientale: continuano a bombardare il Donbass, come stanno facendo da otto anni. Con una novità, però: adesso usano le bombe a grappolo:

barbara

QUEL FAMOSO ARTICOLO 11

I pacifisti coglioni senza se e senza ma sono soliti ripetere come pappagalli le prime cinque parole dell’articolo: “L’Italia ripudia la guerra”, punto. Solo che l’articolo continua, e i coglioni guerrafondai senza se e senza ma aggiungono anche l’altro pezzo: “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.E qui si fermano anche loro, senza preoccuparsi di verificare se la situazione attuale rientra fra quelle previste, e volutamente scelgono di ignorare che no, la nostra partecipazione alla guerra a fianco dell’Ucraina non è giustificata dall’articolo 11.

Armi all’Ucraina: cosa dice davvero il decreto del governo

Il Parlamento italiano ha convertito in legge il decreto-legge n. 14 del 25 febbraio 2022, denominato “Disposizioni urgenti sulla crisi in Ucraina”. La legge di conversione è la numero 28/2022 ed è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 13 aprile 2022. Decreto-legge e successiva legge di conversione prevedono la partecipazione del nostro personale militare al potenziamento di dispositivi Nato sul fianco Est dell’Alleanza. Il Parlamento ha autorizzato dunque l’invio di mezzi ed equipaggiamento militari di protezione, a titolo gratuito, a mero scopo difensivo.
Non abbiamo conoscenze militari, ma osserviamo che nella legge di conversione all’art. 2 si parla espressamente dell’invio di mezzi militari di difesa “non letali”, anche se all’art. 2 bis la legge prevede che con uno o più decreti il Ministro della difesa – di concerto col Ministro degli esteri – definiscano “l’elenco dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari” sarebbe contraddittorio ritenere che il 2 bis autorizzi quanto viene escluso dall’art. 2. Su tali decreti e sulla situazione generale, sempre ai sensi dell’art. 2 bis, il ministro della Difesa e quello degli Esteri devono informare le Camere almeno con cadenza trimestrale. Il tutto, per ora, fino al 31 dicembre 2022, data in cui scade (salvo proroghe) il nuovo stato di emergenza dichiarato dal governo per la crisi in Ucraina. Questa la situazione: potevamo prendere queste decisioni sulla base della nostra Costituzione?

Cosa dice l’art. 11 della Costituzione

L’art. 11 della Costituzione afferma che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Pertanto, non sono ammesse guerre di “aggressione” contro altri popoli ma esclusivamente guerre “difensive” per il nostro popolo. La guerra, insomma, a rigore è ammessa dalla nostra Costituzione solo se siamo attaccati militarmente da un altro Stato.
Ma l’art. 11 dice anche: l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Le limitazioni di sovranità cui fa riferimento il secondo periodo della disposizione costituzionale devono rispettare il principio secondo cui “l’Italia rinuncia alla guerra come strumento di conquista e di offesa alla libertà degli altri popoli. Stato indipendente e libero, l’Italia non consente, in linea di principio, altre limitazioni alla sua sovranità, ma si dichiara pronta, in condizioni di reciprocità e di eguaglianza, a quelle necessarie per organizzare la solidarietà e la giusta pace fra i popoli […], nel rispetto dei valori internazionali”. Questa l’interpretazione offerta dalla relazione del presidente della sottocommissione all’Assemblea costituente, Meuccio Ruini, al progetto di redazione dell’art. 11 agli inizi del 1947: ripudio della guerra; limitazioni di sovranità verso organizzazioni internazionali solo in condizioni di reciprocità e solo per fare la pace; mai guerre di aggressione. Il succo delle intenzioni dei Costituenti fu questo.

Onu e Nato

Quali sono queste organizzazioni internazionali nei confronti delle quali l’Italia è disposta a “limitare” la propria sovranità per garantire – in condizioni di parità con gli altri Stati – “la pace e la giustizia fra le Nazioni”? Nei verbali dell’Assemblea costituente – compresi quelli di fine 1947 quando la disposizione costituzionale venne approvata dall’Aula in via definitiva – si parla esclusivamente dell’Onu (Organizzazione delle Nazioni Unite), fondata nel 1945 al posto della precedente Società delle Nazioni. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu – l’organo direttivo che adotta gli interventi militari – è composto di 15 membri, di cui 5 permanenti e con diritto di veto (Stati Uniti d’America, Francia, Cina, Regno Unito e Unione Sovietica), pertanto – nel caso in questione – considerato che la Federazione Russa conserva ancora il diritto di veto all’interno del Consiglio, non si può parlare di un intervento militare a sostegno dell’Ucraina da parte dell’Onu.
La Nato, invece, che in questa situazione è quella che chiede l’invio delle armi, è costituita da un  trattato firmato a Washington nel 1949 che istituisce un’organizzazione internazionale (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) per la collaborazione nel settore della difesa nei confronti dei medesimi Paesi che ne fanno parte, con a capo gli Stati Uniti d’America. Si tratta della cosiddetta “Alleanza Atlantica” che si contrapponeva al successivo Patto di Varsavia del 1955 tra i Paesi che facevano capo all’Unione Sovietica. [“si contrapponeva al successivo”, cioè a qualcosa che al momento della sua nascita non esisteva, non è un tantino-ino-ino schizofrenico?]
È evidente, dunque, che le “limitazioni di sovranità”, per ragioni temporali, non potevano riferirsi anche alla Nato in quanto organizzazione internazionale successiva all’approvazione della nostra Costituzione. Tuttavia, avendo l’Italia sottoscritto quel Trattato nel 1949, ne accetta i relativi obblighi e impegni internazionali; pertanto, eventuali partecipazioni militari al fianco della Nato rientrano nelle “limitazioni di sovranità” di cui all’art. 11. Ma per fare che cosa? Entro quali limiti? Con quali finalità?
Il trattato Nato prevede operazioni a scopo difensivo in caso di attacco esterno nei confronti dei Paesi aderenti o dei territori facenti parte dell’Alleanza Atlantica, ma nella situazione in esame l’Ucraina non fa parte né della Nato né dell’Unione europea. L’Ucraina ha fatto parte dell’Unione Sovietica fino al 25 dicembre 1991, poi è diventata Stato indipendente a causa della caduta dell’URSS. Sta di fatto che la regione ucraina del Donbass, per la quale Putin ha scatenato il conflitto, si trova geograficamente a ridosso della Russia, e la sua popolazione è di lingua russa e subisce una persecuzione quasi decennale da parte del potere centrale ucraino.
L’intervento russo in Ucraina ha spinto la Nato – sotto l’egida degli Stati Uniti d’America – a chiedere ai Paesi che ne fanno parte di inviare armi all’Ucraina, ma si noti senza neppure entrare nel territorio ucraino, perché la Nato stessa non può intervenire in Ucraina, o meglio un suo diretto coinvolgimento sarebbe un atto di guerra nei confronti della Russia. Ma per quale motivo dovevamo accettare questa richiesta dal momento che l’Ucraina non fa parte dell’Alleanza? Per difendere i confini di uno Stato che opprime al suo interno una minoranza di lingua russa (che nel Donbass peraltro è maggioranza) e che non vuole più essere sottomessa? Chi è l’aggressore e l’aggredito nel Donbass? Siamo intervenuti negli ultimi otto anni in difesa della minoranza di lingua russa perseguitata nel Donbass dal potere centrale ucraino? Chi vuole oggi veramente la prosecuzione del conflitto in Ucraina e perché?

Solo armi di difesa “non letali”?

E ora la domanda più inquietante: basta quel decreto-legge convertito in legge dal Parlamento per autorizzare il governo a fare quello che vuole? Pare proprio di no, anche perché quella legge di conversione (art. 2) consente di inviare in linea di principio solo armi di difesa “non letali”, con relativo obbligo da parte dei ministri della difesa e degli esteri di informare le Camere – almeno con cadenza trimestrale – sulle armi da inviare e sulla situazione generale (art. 2 bis). Abbiamo al momento inviato solo questo tipo di armi difensive? Oggi non lo sappiamo perché il ministro della Difesa, per il momento, ha secretato questa informazione. Forse ce lo dirà tra tre mesi, chissà.
Certo è che se sul campo di battaglia si trovassero resti di nostre armi non previste dalla legge di conversione sarebbe un atto gravissimo in quanto il governo avrebbe violato una legge dello Stato e l’art. 11 della Costituzione. A questo punto sarebbe il caso che il premier Draghi riferisse al più presto in Parlamento, sia in ordine all’incontro avuto con il presidente USA Biden in questi giorni, sia su che tipo di armi stiamo inviando all’Ucraina. La riservatezza per ragioni militari sarebbe giustificata solo se il Paese fosse investito direttamente nel conflitto, non se il conflitto – cui peraltro siamo (ancora) estranei – si svolge tra due Stati che non appartengono né alla Nato né all’Unione europea. Le Camere non servono soltanto a ratificare le decisioni del governo, come peraltro è accaduto negli ultimi due anni con l’emergenza sanitaria; ad esse spetta anche – e soprattutto – il potere di controllo e di indirizzo politico cui il governo deve attenersi.
Paolo Becchi e Giuseppe Palma

E dunque continuando a citare come pappagalli l’articolo che in alcuni casi consente la guerra, fanno proprio la figura dei coglioni. E, andando a sostenere uno stato criminale, oltre che coglioni sono anche criminali. E visto che amate sbeffeggiare Capuozzo che “parla dal suo comodo divano”, eccovene uno che parla di quello che ha visto al fronte.

Adrian Bocquet, volontario francese in Ucraina: “Bucha è una messa in scena. Ho visto personalmente cameramen americani inscenare riprese distorte”

di Vittorio Rangeloni

Dichiarazioni di Adrian Bocquet un volontario francese in Ucraina:

“Mi assumo totalmente la responsabilità di ciò che dico. In Ucraina, ho assistito a crimini di guerra: Tutti questi crimini sono stati commessi dall’esercito ucraino. Ma in Francia non ne parliamo!”
Bocquet è un ex militare francese, autore di un libro.
Dopo tre settimane trascorse in Ucraina, ai microfoni di SUD Radio, ha deciso di raccontare la sua esperienza. Ecco qualche estratto della sua intervista:
“Quando sono tornato in Francia dall’Ucraina, sono rimasto scioccato: i canali televisivi invitano esperti che non sono stati in Ucraina e non sanno nulla di ciò che sta accadendo lì. Tra quello che sento dallo schermo televisivo e quello che ho visto con i miei occhi, c’è un abisso.”
“Ho visto l’esercito ucraino sparare alle ginocchia dei soldati russi catturati e sparare alla testa degli ufficiali.”
“Ho visto personalmente i cameramen americani inscenare riprese distorte dai luoghi degli eventi.”
“Tutti gli edifici civili distrutti presentati dall’Ucraina come bombardamenti su civili, non sono altro che il risultato di sparatorie imprecise degli ucraini su installazioni militari.”
“Le forze armate ucraine nascondono munizioni negli edifici residenziali di notte, senza nemmeno informare gli abitanti. Questo si chiama usare le persone come scudo.”
“Bucha è una messa in scena. I corpi dei morti sono stati spostati da altri luoghi e deliberatamente posizionati in modo tale da produrre riprese scioccanti”.

Versione completa dell’intervista in francese: 

Qui. NOTA: non sapere il francese NON è un alibi per invocare l’ignoranza in buona fede. Poi volendo ci sarebbe anche questa cosa qui – da prendere ovviamente con le molle, esattamente come quella degli alpini (salvo il fatto che queste sono anche state denunciate e non solo raccontate sui social) – ma certamente non da liquidare come chiacchiera da mercato. E magari mettiamoci anche questa

Sergio Alaimo

Quel fiorellino cerchiato è una delle mogli delle Waffen SS rinchiusi nell’acciaiera. E’ andata dal Papa. Non è nazista e questi sono i valori occidentali (quelli di cui si parlava nelle birrerie bavaresi di un secolo fa giusto giusto). A quando Auschwitz come semplice carcere minorile?

Se poi vi restano due minuti, andate a vedere questo sfolgorante esempio di giornalismo informativo.
E per concludere direi che ci sta bene una bella Mascherata.

barbara

TORNIAMO UN MOMENTO IN VIETNAM

Protestò contro la richiesta giunta da Washington di ridurre le vittime civili: nel 1968 il ritmo mensile delle sortite dei B-52 contro gli obiettivi in Vietnam del Sud e nel Laos quasi raddoppiarono, salendo a millecinquecento, e nel marzo del 1969 i giganteschi aeroplani scaricarono centotrentamila tonnellate di bombe. […] Ciò nonostante, nell’aprile del 1969 Abrams disse a un giornalista: «Quando abbiamo tenuto l’iniziativa… il nostro tasso di uccisioni è stato spettacolare». Il più aggressivo dei suoi subordinati, e il più notoriamente indifferente agli interessi vietnamiti, era il maggior generale Julian Ewell, un ferino veterano della divisione aviotrasportata nella seconda guerra mondiale. Nel 1968-1969 Ewell comandò la 9ª divisione nel delta del Mekong, quindi assunse il comando della II Field Force. Scrisse: «Sarebbe ora di finirla con l’approccio “cuori e menti”. Nel delta l’unico modo per avere la meglio sul controllo e il terrorismo VC è la forza bruta». Ewell non accettò i dati raccolti dall’ispettore generale del MACV, ovvero che durante i sei mesi dell’operazione Speedy Express, compiuta dalla sua formazione, fossero morti settemila civili. Nell’aprile del 1969, il drenaggio illegale di carburante dall’oleodotto dell’esercito a nord di Phu Cat raggiunse i ventitremila ettolitri al mese, e a livello nazionale le perdite toccarono i centosettantamila ettolitri. Durante la riunione settimanale del MACV si discusse di punire qualche ladro a mo’ di esempio. Un ufficiale obbiettò: «Non si può sparare alla gente per qualche furtarello». Ewell rispose: «Stron-za-te». Abrams espresse il proprio disagio per le uccisioni indiscriminate. Ewell disse: «Non sono d’accordo, generale. Trovi un’unità di guastatori che sta minando la strada e ne uccidi due o tre, e quelli la piantano. Questa gente sa contare. E diamine, quando li metti in fila [i corpi] il loro entusiasmo cala parecchio. È così che abbiamo sgomberato la Route 4: facendoli fuori». Abrams fece ridere tutti i presenti al tavolo dicendo: «Va bene, esamineremo la proposta». A ogni modo esortò a prestare attenzione ai civili: «Non vogliamo un tasso di terrorismo statunitense superiore a quello VC». Ma Ewell continuò a fare a modo suo. Il pilota di un elicottero d’assalto Huey si trovò a lavorare per un generale di brigata della 9ª divisione, John “Mal Hombre” Geraci: «I suoi ordini erano: uccidi tutto quello che si muove». Geraci portava con sé un bastone da ufficiale che era solito puntare al petto degli altri ufficiali per sottolineare: «Voglio dei morti». La 9ª divisione perfezionò una tecnica che prevedeva di isolare una zona con la fanteria per poi tempestare con l’aviazione e l’artiglieria tutto ciò che conteneva. Il numero dei morti era certamente notevole, ma esageratamente maggiore rispetto a quello delle armi sequestrate, l’indicatore più plausibile del fatto che stessero morendo le persone giuste. Il 12 novembre 1969, i cablogrammi dell’Associated Press riportarono il primo resoconto del giornalista d’inchiesta freelance Seymour Hersh, secondo cui alcuni uomini della 23ª divisione di fanteria “Americal” avevano perpetrato un massacro di civili a My Lai, a pochi chilometri dal mare nella provincia di Quang Ngai, per il quale massacro sarebbero finiti davanti alla corte marziale. Nei mesi e negli anni che seguirono, emerse che il 16 marzo 1968 almeno 504 contadini di tutte le età e di entrambi i sessi erano stati assassinati senza motivo dalla compagnia C, 1° battaglione del 20° reggimento di fanteria – per la maggior parte a “My Lai 4”, una borgata che in realtà si chiamava Tu Cung. Si ritiene che My Lai – nota come Pinkville fra alcuni grunts – abbia visto il maggior numero di uccisioni ingiustificate fra le molte avvenute durante la guerra, anche se c’è chi sostiene che le truppe stanziate in Corea del Sud abbiano combinato cose ancora peggiori. Il capitano Ernest Medina, che comandava la compagnia C, aveva in precedenza ordinato di sparare a sangue freddo a due marinai al largo, e gli uomini dell’unità massacrarono altri civili senza incorrere in provvedimenti. Chi stuprava non era soggetto ad azioni disciplinari. […] Nei mesi successivi a My Lai, ancora più scioccante del massacro fu il suo insabbiamento istituzionalizzato. I comandanti ignorarono il vivido rapporto a caldo del pilota di elicottero warrant officer Hugh Thompson, che il giorno stesso sollevò coraggiosamente un putiferio su quello che aveva visto, e continuò a sollevarlo anche in seguito. Il comandante dell’unità operativa, il tenente colonnello Frank Barker, liquidò le manifestazioni di disagio dovute alle affermazioni del 1° battaglione del 20° reggimento, che sosteneva di aver ucciso 128 nemici senza aver catturato una sola arma, dicendo: «È una tragedia aver ucciso queste donne e bambini, ma è successo in una situazione di combattimento». Nel marzo del 1969 Ronald Ridenhour, mitragliere di elicottero, scrisse a trenta membri del Congresso, descrivendo le atrocità che i suoi compagni gli avevano raccontato in modo credibile, suscitando in patria una piccola ondata di sconcerto che in seguito diventò un’alluvione. Tuttavia, l’ufficiale di stato maggiore della 23ª divisione, il maggiore Colin Powell, poi segretario di Stato degli Stati Uniti, produsse un memorandum per l’aiutante generale che costituiva la più totale copertura della vicenda. […] Dalle indagini su My Lai emersero le prove di altri crimini di guerra perpetrati nello stesso periodo dalla compagnia Bravo del 4° battaglione del 3° reggimento di fanteria, per i quali non fu mai condannato nessuno. Quando il tenente generale William Peers condusse un’indagine completa e tardiva nel novembre del 1969, le sue conclusioni citavano ventotto ufficiali, compresi due generali e quattro colonnelli, che egli accusava di 224 reati militari gravi, dalla falsa testimonianza all’omissione di denuncia di crimini di guerra alla cospirazione per insabbiare le informazioni possedute, e per aver partecipato a crimini di guerra o per non averli impediti. Si scoprì che più di quaranta dei centotré uomini della compagnia C avevano preso parte al massacro, e non uno dei soldati di fanteria aveva provato a impedirlo, né a fermare gli stupri collettivi. Anche se il comandante della 23ª divisione, il maggior generale Samuel Koster, fu, seppur tardivamente, degradato a generale di brigata, la corte marziale non inflisse condanne per nessun crimine grave, eccezion fatta per il comandante del 1° plotone, il tenente William Calley, il 29 marzo 1971. Benché Calley fosse stato condannato alla reclusione, il presidente intervenne immediatamente per ordinare che fosse semplicemente «confinato nei suoi alloggi». Quando il capitano Medina fu assolto, il giudice gli augurò buon compleanno. Dei cinquemila telegrammi inviati alla Casa bianca sulla condanna a Calley, quelli a favore del tozzo tenente erano circa cento contro uno, e il dirigente nazionale dei Veterans of Foreign Wars disse: «Per la prima volta nella nostra storia abbiamo processato un soldato per aver eseguito il suo dovere». Nel novembre del 1969, quando la stampa dedicava le prime pagine alla vicenda di My Lai, Nixon esclamò più volte a un addetto militare della Casa bianca: «Ci sono dietro quegli stramaledetti ebrei di New York». Le reclute che marciavano a Fort Benning intonavano: «Calley… Calley… È uno dei nostri». AFN Saigon trasmise più volte una ballata registrata da un gruppo vocale dell’Alabama che si faceva chiamare C Company: «Mi chiamo William Calley, sono un soldato di questa terra / avevo giurato di fare il mio dovere e di avere la meglio, / ma hanno fatto di me un cattivo / mi hanno appiccicato un’etichetta». Alla fine il MACV ordinò alla stazione radio di cessare la messa in onda del disco, che pur vendette duecentomila copie, ma non poté eliminare le scritte come «Uccidi un gook per Calley» tracciate dai grunts a Saigon.

Hastings, Max. Vietnam: una tragedia epica 1945 -1975, Neri Pozza, pagg. 656-660.

Questa la dedico a quelli che “e l’Holodomor”, “e Katyn”, “e Stalin” per dimostrare che a tutti i massacri e stupri e crimini di guerra e crimini contro l’umanità di cui il cicciobello in mimetica accusa la Russia dobbiamo credere ciecamente, per via dei “precedenti”. Ecco, qui abbiamo l’America del Vietnam, e della Corea, e di tutto il resto che sappiamo: quindi è fuori discussione che quanto viene detto sul fatto che l’America sta combattendo la sua guerra da “Russia delenda est” per interposta Ucraina è meritevole di essere creduto ciecamente, giusto? Soprattutto ora che il pupazzo sembrerebbe disposto a concedere la Crimea e concludere la pace ma la NATO – ossia ovviamente chi regge i fili di tutto il teatrino – ha detto che non se ne parla neanche (com’era quella storiella dello stato sovrano?), e così come Ifigenia deve morire affinché le navi possano salpare, così devono morire gli ucraini affinché l’America possa continuare a combattere la Russia. E poi magari teniamo anche presente che loro le nefandezze della Russia stanno continuando a raccontarle, noi quelle dell’Ucraina le documentiamo.

A proposito, visto che molti sostenitori dell’Ucraina sono anche sostenitori di Israele e naturalmente oppositori del terrorismo palestinese, che cosa mi dite di questo?

E questo?

Poi vediamo questo, di due giorni fa

E beccatevi anche questo

(Campanello d’allarme ancora niente? Due domandine ancora niente?)

Aggiungo un suggerimento che, anche se le api per me significano pericolo di morte, condivido:

Claudia Premi

Per aiutare le api servono aiuole così… il costo è basso… semi di fiori misti di campo!
Aiutate le api, non aiutate Zelensky.
Comunque, anche se le provocazioni nei confronti della Russia dovessero arrivare a un punto tale da indurla a usare un’arma atomica, noi possiamo dormire i nostri sonni tranquilli perché

anche se qualcuno fa notare che

Vabbè, adesso è il momento di fermarci con la cronaca e regalarci una bella polka.

barbara

UCRAINA NAZISTA? MA QUANDO MAI!

Ucraina, non solo Azov: una pletora di battaglioni neonazisti

Oltre al tristemente noto battaglione Azov, l’Ucraina è infestata da una pletora di battaglioni neonazisti che si ispirano a figure del nazionalismo più estremo come Stepan Bandera. Tra questi, il battaglione Aidar, il battaglione Sich e il battaglione Tornado.

Mentre secondo i media mainstream occidentali la denazificazione dell’Ucraina sarebbe solamente un pretesto per l’invasione russa del Paese confinante, i giornalisti che si trovano sul posto portano sempre più testimonianze circa il proliferare di forze neonaziste e di estrema destra all’interno dell’ex repubblica sovietica.
Se la presenza del battaglione Azov e la sua appartenenza all’ideologia politica della destra più estrema oramai sono state ammesse anche dalla maggioranza dei giornali e delle televisioni d’Europa, quello che spesso non viene detto e che Azov rappresenta solo la più folta e brutale di queste formazioni neonaziste, accomunate dalla santificazione come patriota di Stepan Bandera, un ultranazionalista che arrivò addirittura ad allearsi con le forze tedesche nel corso della seconda guerra mondiale, e di altri loschi figuri della storia ucraina.
Laurent Brayard, giornalista e scrittore francese, autore del libro Ukraine, le royaume de la désinformation (“Ucraina, il regno della disinformazione”), ha recentemente pubblicato tre articoli sul portale Donbass-Insider, nei quali analizza tre dei “fratelli minori” del battaglione Azov: il battaglione Aidar, il battaglione Sich e il battaglione Tornado.
Secondo Brayard, il battaglione Aidar è responsabile di numerosi omicidi di giornalisti russi che si trovavano in Donbass per raccontare la guerra. Ad esempio, il 17 giugno 2014, pochi mesi dopo la dichiarazione d’indipendenza della Repubblica Popolare di Lugansk, i neonazisti di Aidar si sono resi colpevoli dell’omicidio di Igor Korneljuk, giornalista 37enne della televisione pubblica russa, che aveva documentato il massacro di civili russofoni da parte delle forze nazionaliste ucraine. “Si trovava vicino al villaggio di Metalist, nella regione di Lugansk”, racconta Barayard, “con il suo collega Anton Vološin, tecnico del suono, , il 17 giugno 2014. Sono stati improvvisamente bombardati dagli ucraini, Vološin è stato ucciso sul colpo mentre Korneljuk è morto mezz’ora dopo per le ferite riportate quando è arrivato all’ospedale dove doveva essere curato”.
Secondo questa ricostruzione, il battaglione Aidar veniva condotto in queste operazioni da Nadija Savčenko, aviatrice e deputata del partito Patria (Batkivschina), quello guidato dall’idolo degli occidentali Julija Tymošenko. Dopo la distruzione di gran parte del battaglione Aidar, Savčenko è stata catturata dalle milizie popolari del Donbass, prima di essere lasciata nel maggio del 2016. Allora, sottolinea Brayard, i media occidentali si spesero per chiedere la liberazione di Nadija Savčenko, mentre “nessun media occidentale ha pianto la morte dei giornalisti russi. Korneliuk era sposato e aveva una bambina. Anton Vološin aveva solo 26 anni, e anche lui era spostato. Oggi i valori si sono quindi ribaltati, i nostri giornalisti difendono gli assassini. Eppure la natura del battaglione Aidar era perfettamente nota e verificabile”.
Il battaglione Sich nasce come braccio armato del partito ultranazionalista ucraino Svoboda (“Libertà”), guidato da Oleh Tjahnybok. Svoboda è ancora oggi una forza politica presente nel parlamento, sebbene abbia ottenuto solamente un seggio alle elezioni del 2019, ma nel 2012 era arrivato a superare il 10% delle preferenze e ad eleggere 38 rappresentanti.
Questi uomini, la cui ideologia nazista è fuori dubbio, per la loro affiliazione con il più antico e sfrenato partito neonazista ucraino (il cui leader si fece notare in decine di incontri da moltissimi e sostenne i saluti hitleriani), parteciparono alla sanguinosa marcia nel Donbass, in particolare stabilendo il loro quartier generale a Slov”jans’k”, nell’oblast’ di Doneck, racconta Brayard. Secondo le testimonianze da lui raccolte, il battaglione Sich si sarebbe reso protagonista di massacri di civili nel corso della cosiddetta “Operazione ATO” contro le repubbliche popolari del Donbass.
Il battaglione Sich venne considerato altamente pericoloso persino dall’allora presidente ucraino Petro Porošenko, uno dei suoi volontari ha assassinato un soldato della Guardia Nazionale nel corso di una protesta antigovernativa, nell’agosto del 2015. A quel punto, il presidente decise di fondare il battaglione con la 4° compagnia del 4° reggimento di polizia ausiliaria di Kiev. Secondo Brayard, i crimini commessi dal battaglione Sich nel corso della sua esistenza comprendono “arresti arbitrari, sequestri di persone innocenti o politicamente ostili al regime, perquisizioni e omicidi di combattenti della resistenza del Donbass rimasti sul posto, in una sorta di caccia all’uomo di cui pochi esempi nella storia”.
Il battaglione Tornado si è formato nell’oblast’ di Zaporižžja nel settembre 2014 per reprimere una regione dalla popolazione fortemente filorussa. Inizialmente, il battaglione è stato formato con i resti di un’altra formazione militare denominata Šaktërsk, “che si era distinta più di ogni altra nelle uccisioni e nei crimini contro le popolazioni del Donbass”. Tale battaglione si era infatti reso protagonista di rapimento e schiavizzazione di civili, al fine di trasformarli in scudi umani, metterli ai lavori forzati o utilizzarli come schiavi sessuali. “I crimini erano stati così violenti che il Ministero della Difesa ucraino poteva solo sciogliere questo battaglione coperto di sangue e obbrobri”, afferma Brayard.
Una volta formato il battaglione Tornado, sotto il comando di Ruslan Onyščenko, le file dello stesso sono state rimpinguate con criminali e avanzi di galera. A Zaporižžja, “il battaglione, già di per sé problematico, entrò in conflitto con il sindaco della città, che fu presto accusato di favorire il “separatismo” e di rifiutarsi di fornire locali e risorse”. Dopo essere stato inviato al fronte nella regione di Lugansk, il battaglione Tornado stabilì il suo quartier generale in un ospedale, dandosi a sopravvivendo grazie a saccheggi e rapimenti. “Divenne ben presto famoso per la sua crudeltà verso i civili, al punto che questi ultimi fecero appello all’esercito regolare per proteggerli. Ma queste denunce non hanno avuto successo. Il battaglione si lanciò quindi nella perquisizione illegale delle abitazioni dei civili, sistematicamente saccheggiate, nella requisizione di alcune case e proprietà, senza dimenticare le percosse, le vessazioni e presto l’assassinio di disarmati”.
Le indagini hanno portato anche alla scoperta di camere di tortura nel seminterrato di due scuole nelle città di Lysyčans’k e Privolnensk, dove bambini, ragazzi e adulti vennero a lungo tenuti prigionieri, violentati, e a volte assassinati. “Il battaglione fu sciolto per ordine del Ministero della Difesa, ma Tornado rifiutò di consegnare le armi e iniziò un’insurrezione armata”, per poi essere sciolto successivamente dopo aver avuto garanzie circa le sanzioni che avrebbero ricevuto i suoi membri. Alla fine, solamente dodici dei suoi membri furono arrestati e processati, con condanne molto lievi ed un massimo di undici anni di detenzione per il comandante Onyščenko. Oltretutto, il presidente Volodymyr Zelens’kyj ha recentemente annunciato il rilascio di prigionieri con esperienza militare, il che significa che molti di questi criminali potrebbero in realtà essere già a piede libero.
I tre battaglioni presentati nell’articolo sono solamente un esempio delle forze militari neonaziste che infestano l’Ucraina contemporanea, e che per otto anni hanno perseguitato la popolazione russofona del Donbass e del resto dell’Ucraina. Secondo Brayard, nell’ex repubblica sovietica sono attivi “più di 10 battaglioni, come minimo, per non parlare delle unità indipendenti di partiti ultranazionalisti e neonazisti, come il Pravyj Sektor, che lascia tracce molto visibili sui social network”, e che, aggiungiamo noi, ha partecipato insieme al battaglione Azov ai combattimenti di Mariupol’.
Giulio Chinappi27/04/2022, qui.

E dunque no, l’Ucraina non è nazista,

assolutamente no,

non so come possano venirvi in mente simili idee

Da nazisti si comportano casomai i russi, che ne hanno mutuato anche l’uso delle fosse comuni – documentate dalle immagini satellitari – al termine delle loro stragi. E se non ci credete, andate a vedere di persona.

“Fossa comune di 9 mila morti a Mariupol”. Smascherata l’ennesima fake news dei media filo Nato

“Dicono che più grossa è la bugia, più la gente ci crederà”. Esordisce così il giornalista di RT che compie semplicemente il suo lavoro, recandosi in quella che i media filo Nato occidentali, impegnati a fomentare la terza guerra mondiale potenzialmente nucleare, hanno descritto come una “fossa comune” a Mariupol con fino a 9 mila morti. 
I media filo Nato hanno sostenuto, sintetizza il giornalista che “sulla base di immagini satellitari fornite da un’impresa statunitense, ci sono fossati lunghi dai 30 ai 45 metri qui a Mariupol e che appunto vi sarebbero sepolte fra le 3.000 e le 9.000 persone.”.
“Ecco, sono qui. Ho avuto un accesso libero e completo al cimitero”. Questa è la sua testimonianza sul campo. Il fact-checking di persona, l’opera di reportage pura.  “Ho visto circa 300 nuove tombe, individuali e ho camminato vicino a esse. La maggior parte delle tombe ha una targa con nome completo e nata di nascita. Alcune hanno solo un numero.  Significa che non sono state identificate. Però è molto diverso da quanto dice il sindaco fuggitivo di Mariupol che ha parlato di fossa comune sulla base di immagini satellitari che gli sono state fornite. Va detto che l sindaco è fuggito da molti giorni e c’è una nuova amministrazione sia a Mariupol che a Mangush dove ci troviamo in questo momento. Ho visto un gruppo di lavoratori del cimitero che stava scavando una nuova tomba. Ho aspettato che finissero il lavoro e mi sono avvicinato per verificare  se sapessero qualcosa su quello che è successo qui e su queste tombe.
Naturalmente il luogo era chiuso e nessuno poteva passare e vederlo. E’ destinato a seppellire  le persone in modo degno. Non ci sono fosse comuni e qui non gettano persone in fosse comuni. Per ogni persona, si tratti di un soldato dell’esercito ucraino o di un civile, è un essere umano e per ogni persona c’è una cassa e una tomba“.
Sono fake: qui c’è una tomba per ogni persona. Le persone sono sepolte nelle loro bare. Ci sono tombe per i soldati dell’esercito ucraino, sepolti in tombe individuali“.
Chiaramente sono immagini che vengono sistematicamente censurate e come sempre spetta a voi il compito di farle girare il più possibile.

La Redazione de l’AntiDiplomatico, 26 Aprile 2022, qui

E poi lo dicono anche i testimoni che gli ucraini sono persone civili e i russi delle bestie:

No, ho scelto il video sbagliato: questi sono chiaramente tutti attori pagati da Putin per recitare la commedia. Vediamo quest’altro allora

(qui) Niente, sono cascata male anche stavolta, ma vedrete che prima o poi li trovo i testimoni veri. Nel frattempo andate a dare un’occhiata anche qui (ci vogliono non più di due minuti).
E infine un po’ di chiarezza sull’acciaieria.

SPY UCRAINA/ I sospetti sui segreti dell’acciaieria Azovstal

La frase pronunciata da Putin sul fatto che dall’acciaieria di Mariupol non deve uscire una mosca sembra assumere un senso molto importante

Ma non deve passare una mosca. Ora quella frase pronunciata in diretta streaming da Vladimir Putin al suo ministro della Difesa, seguita all’ordine di sospendere l’attacco finale contro l’acciaieria Azovstal di Mariupol, assume tutto un altro senso. Perché l’uomo che autorizzò i blitz al teatro Dubrovka e a Beslan, di colpo decide mostrare pubblicamente un supplemento di pazienza nei confronti dei suoi più acerrimi nemici, ovvero le forze speciali ucraine e il battaglione Azov? 
Si è parlato poco di questa decisione. E ora il motivo è chiaro. Tanto chiaro da potersi racchiudere in una singola domanda: cosa si nasconde dentro quell’enorme acciaieria, a livello umano ma anche, forse, di armi e documentazione? Perché aspettare nell’assalto finale, ma rendere ben noto a tutti che, comunque, da quella struttura l’esercito russo non farà uscire nemmeno una mosca? E perché il numero uno dell’Onu ha deciso di alzare le sue nobili ma pesantissime terga, soprattutto quando la situazione presuppone dei rischi reali e non la comoda permanenza al Palazzo di Vetro e recarsi prima ad Ankara in cerca dell’unica mediazione credibile e poi proprio a Mosca e Kiev? 
Quale inconfessabile verità si cela fra quel cemento, perché le Nazioni Unite – finora limitatesi a un atteggiamento di unilaterale condanna e marginalizzazione della Russia, ivi compreso il negare una seduta straordinaria per smontare la narrativa ufficiale su Bucha – ora sentano l’impellente esigenza di spendersi in prima persona per giungere a un epilogo che garantisca il passaggio degli assediati oltre le linee attraverso un corridoio umanitario? E non pensiate che l’Onu si scomodi per i civili presenti nell’acciaieria, visto che finora non aveva mosso un dito per tutti gli altri, ivi compresi 5 milioni di sfollati. 
Non deve passare una mosca. A occhio e croce, Vladimir Putin ha identificato in quella struttura il suo cavallo di Troia, la sua arma segreta. E pur non rivelando nulla, comincia a centellinare i messaggi in codice. Uno dei quali è arrivato proprio nel fine settimana, oltretutto per via ufficiale. Il Cremlino, infatti, ha avvisato palazzo Chigi dell’uccisione in Ucraina di 11 mercenari italiani affiliatisi alle milizie di Kiev e ha reso altresì noto che sarebbero in totale una sessantina i nostri connazionali in armi contro Mosca: per i rimanenti in vita, il Governo russo oltre a non escludere possibili e analoghi epiloghi tragici, rende noto fin d’ora che non sarà applicata alcuna convenzione o norma relativa al diritto umanitario internazionale. Fonti dell’intelligence italiana contattate dall’Ansa hanno smentito la versione del Cremlino, limitandosi però a un non ci risulta
Al netto della guerra di versioni, una cosa è certa. Anzi, due. Primo, si tratta quantomeno di una mezza verità, poiché certamente Mosca non utilizza platealmente una bugia per via diplomatica ufficiale e rendendola nota alla stampa, salvo vedersi sbugiardata e accreditando così la nomea di disinformatore seriale. Secondo, la scadenza temporale che mette in successione quell’ordine relativo alla blindatura totale e assoluta dell’acciaieria di Mariupol e questa indiscrezione. Come dire, dentro quella fabbrica si parlano molte lingue e non solo l’ucraino. E il sospetto è che il nodo del contendere non siano eventuali foreign fighters animati da non si sa quale sacro fuoco, bensì la presenza di addestratori di eserciti stranieri o, peggio, membri di agenzie di intelligence. A quel punto, il problema non sarebbe l’eventuale scoperchiamento del vaso di Pandora dell’assistenza militare occidentale all’Ucraina, stante i carichi di armi in continua e pubblica consegna, bensì il rischio di un’attivazione de facto di protocolli militari. Ovvero, la possibilità che per Mosca si configuri un atto di guerra da parte di Paesi membri Nato operanti su suolo ucraino in modalità offensiva verso il suo esercito. Sarà per questo che l’Onu ha scomodato le pesanti terga del suo Segretario generale? E sarà per mettere le mani avanti che il presidente Zelensky, prima ancora che Guterres atterri a Kiev quest’oggi, lo ha ammonito a non pensare di poter parlare o trattare a nome dell’Ucraina
Cosa vuole Zelensky, solo armi e soldi? Allora sia chiaro, dopo settimane di invocazione delle Nazioni Unite: chi respinge la mediazione, persino quella massima prevista che si incarna proprio nell’Onu, è Kiev. E non Mosca, visto che Vladimir Putin ha accettato di buon grado l’incontro con Guterres, nonostante – appunto – il non certo tenero approccio tenuto finora dal palazzo di Vetro verso Mosca. Non sarà che l’attore prestato alla destabilizzazione per conto terzi sia obbligato a disconoscere ex ante una possibile soluzione negoziale che Guterres ottenga da Mosca per sbloccare il caso Azovstal, poiché la sfilata di uomini e mezzi che ne uscirebbe sotto scorta dell’esercito russo svelerebbe al mondo un segreto capace di mandare in frantumi sessanta giorni di efficacissima narrativa resistenziale? 
Se avete notato, di colpo sono spariti a tempo di record dalla stampa con l’elmetto i forni crematori mobili e le farsesche ricostruzioni della missione russa a Bergamo durante la prima ondata di Covid. Resistono, anzi tendono a moltiplicarsi, le fosse comuni. Ma anche qui, si comincia timidamente a far balenare l’ipotesi che siano soltanto dei campi santi di massa improvvisati per la necessità di dare sepoltura a poveri corpi. E non luoghi-simbolo di massacri pre-ordinati e di massa. E, soprattutto, alla luce di quella poco piacevole comunicazione del Cremlino a palazzo Chigi, cominciano a diventare parecchie le voci che ritengono quantomeno strano ed eccessivo il tasso di servilismo italiano verso i desiderata statunitensi, non foss’altro alla luce dell’atteggiamento di altri governi europei, Germania e Francia in testa. Non a caso, sfruttando l’odierna riunione del Consiglio Nato a Rammstein, Roma si prepara a un terzo decreto interministeriale per nuovo invio di armamenti a Kiev. Questa volta pesanti, compresi gli obici. 
Nel frattempo, dall’acciaieria di Mariupol non deve uscire nemmeno una mosca. E non uscirà, se non dopo un accordo fra Mosca e Onu. La riprova che qualcosa non vada e che quelle mura rinforzate nascondano segreti inconfessabili? Se Zelensky proseguirà nel suo boicottaggio della mediazione di Guterres e respingerà la bozza che potrebbe uscire dal Cremlino, preferendo sacrificare soldati e civili piuttosto che permettere ai russi di mostrare al mondo il campionario umano e militare presente da giorni nella Azovstal, sarà palese. Quantomeno a chi non sia unicamente mosso dalla malafede. O da interesse, altrettanto inconfessabile e spacciato per amore della democrazia. 
Mauro Bottarelli, 26.04.2022, qui.

E ora scateniamoci con un bel paso doble

barbara

DALLA PARTE DEI NAZISTI

Che a quelli svegli – quelli che non si bevono la propaganda russa, quelli che per i russi invocano “la soluzione finale”, esattamente come gli arabi e i nazisti per gli ebrei, quelli per cui “la Russia è il più grande pericolo per la pace mondiale”, esattamente come Israele per gli arabi e i nazisti – piacciono da morire.
Qualche giorno fa ho letto di un soldato ucraino dell’acciaieria assediata torturato e giustiziato perché aveva detto di volersi arrendere. Adesso ne abbiamo le prove: prove, non “propaganda russa”, bensì il video in cui si sono ripresi durante lo spettacolo, esattamente come certi teppistelli si fanno riprendere mentre seviziano o stuprano qualche handicappato (non si preoccupino gli stomaci delicati: del video viene qui riprodotto solo un frammento non relativo alle torture)

Choc in Ucraina: il battaglione Azov giustizia un soldato “amico”?

Immagini strazianti, quelle riportate nelle foto e nei video che arrivano da fonti separatiste russe, precisamente da Troika, gruppo di esperti di approfondite ricerche sui crimini commessi dai nazionalisti ucraini. Immagini figlie della guerra dove – da sempre e per sempre – i buoni non sono sempre buoni e i cattivi non sono sempre cattivi.
La notizia è quella della morte, dopo varie torture, di un combattente dell’esercito ucraino per mano – come riferisce il canale sopracitato – di uno dei noti ufficiali del battaglione Azov, David Georgievic, che adesso si trova ancora nell’acciaieria Azovstal. “Il tatuaggio sul dito che è apparso per un secondo ci ha detto tutto sulla persona: questo è il nostro vecchio amico Kasatkin David Georgievich, 96gr, istruzione secondaria, presta servizio a contratto ad Azov, vive a Mariupol. Durante l’inizio dell’operazione, David sparò al colonnello delle forze armate ucraine impegnato nella difesa della costa. E dopo ha lavorato sui prigionieri. Al momento, siede come un topo in Azovstal e sta aspettando lo “sblocco””, questo il testo che Troika ha deciso di divulgare.
Stando sempre alle fonti separatiste il video è stato trovato sul telefono all’interno dei pantaloni di un combattente Azov caduto – a dimostrazione che chi filmava, e quindi interrogava, il soldato ucraino era del battaglione – dopo che i nazionalisti hanno cercato di uscire dalla zona industriale di Ilicic a nord dell’acciaieria, dove erano presenti insieme all’esercito ucraino.

Prima interrogato, poi torturato e infine giustiziato: questa sembrerebbe la drammatica sequenza. L’uomo è stato infatti ritrovato cadavere in un bidone della spazzatura intorno al complesso industriale. Come mostrano le foto, e come spiega Troika, il soldato ucraino è ancora con le manette ai polsi, ha ancora stessa giacca, gli stessi pantaloni, la solita barba e gli stessi baffi di quando, poco prima, veniva interrogato e lasciato fumare – probabilmente – l’ultima sigaretta.
Il nome del responsabile è stato rivelato proprio dal canale Troika che, attraverso la comparazione del tatuaggio sul dito di chi fa l’interrogatorio – come si vede nel video – e ad altri contatti stretti degli esperti che lavorano mediante accurate indagini al fine di scoprire questi tipi di crimini, hanno confermato che la morte del soldato ucraino è da imputare all’Azov.
Il motivo dell’uccisione e ancor prima dell’interrogatorio, secondo i prigionieri che erano insieme al soldato ucciso, ricadrebbe sul fatto che voleva arrendersi.
Il fatto in sé, in un clima di guerra purtroppo è all’ordine del giorno, e – anche se brutale da dire – non ci sorprende. Ogni giorno sotto le bombe delle guerre di tutto il mondo muoiono migliaia di persone. La brutalità di questa morte però, in questo specifico conflitto, dove i confini e le convinzioni sono sempre apparse – almeno in Occidente – molto nette e inequivocabili, può sicuramente portarci alla riflessione che il conflitto russo-ucraino non è una partita tra pecore e leoni, e non rappresenta una precisa divisione tra vittime e carnefici. È un conflitto duro, troppo vicino a noi probabilmente per renderci conto davvero, ma resta una lotta alla sopravvivenza fatta di orrore, strategia, disumanità.
Parole e fatti orribili che, come questa tragica parentesi ci dimostra, avvengono da entrambi le fazioni: anche gli ucraini uccidono gli ucraini. Questo non significa né giustificare un’invasione, né sminuire le morti per mano dei russi, né dimenticare i bambini costretti a fuggire dall’ira delle esplosioni. Significa però provare ad avere una visione neutra del conflitto o, quantomeno, condannare ad “armi pari” i crimini di guerra che – come è normale che sia – vengono effettuati da entrambe le parti.
La brutalità di questo nazionalista Azov che ha condotto alla morte di un suo compaesano ci fa capire che in guerra vale tutto e che i preconcetti confezionati come cioccolatini sono solo un’altra estrema e pericolosa fonte di caos. Contano i fatti e oggi il fatto è questo, anche se a molti probabilmente non piacerà.
Bianca Leonardi, 22 aprile 2022, qui.

Non è invece per stomaci delicati il lavoro di bassa macelleria dei nazisti ucraini documentato in quest’altro video – io sono riuscita a reggere un minuto e mezzo scarso, vedete un po’ voi se ve la sentite.

In questo vediamo gli abitanti di Mariupol e il loro incontro con gli uomini di Kadyrov, il comandante delle truppe cecene a sostegno della Russia in Ucraina che li hanno liberati

E qui la vita che timidamente prova a riprendere a Mariupol, ormai quasi completamente liberata

Come tante volte ripetuto, la verità è un animale ostinato, e per quanto si insista a nasconderla, a negarla, a capovolgerla, prima o poi riesce sempre (quasi) a mettere fuori il naso.

Fabio Mini – “Bombe di verità”: così gli Usa hanno messo le mani sull’Ucraina

di Fabio Mini – Fatto Quotidiano, 17 aprile 2022

Un paio di settimane fa, in un’apparizione su una televisione statunitense, la celebre giornalista Lara Logan (una che sicuramente non ha paura) ha lanciato tante e tali “bombe di verità” su uno spaesato pubblico da costringere i conduttori della trasmissione a implorare (sui telefoni interni) l’interruzione pubblicitaria. Le bombe in realtà erano cose che i cosiddetti complottisti dicono da tempo a tutto il mondo, salvo agli americani evidentemente.
A prescindere dalla retorica putiniana, speculare a quella antiputiniana, ciò che meraviglia è la reazione del pubblico: un tripudio di complimenti per le verità taciute, un paio di obiezioni, molti attestati di ammirazione per il coraggio e altrettante preghiere di chi teme per la sua vita.
Anche nella terra della libertà di espressione, se dici qualcosa che infastidisce il potere sei morto. La filippica della Logan è qualcosa di più: è una chiara chiamata in correità della leadership Usa in ciò che sta accadendo in Ucraina. Lì la retorica dei buoni e dei cattivi è saltata, com’era saltata sul Vietnam, l’Iraq, l’Afghanistan, ma per gli americani ormai assuefatti all’idea di essere i buoni, è sempre una “scoperta” salutare ma traumatica.
Cercare le tracce del coinvolgimento diretto degli Stati Uniti in questa guerra che viene presentata come una questioncina tra Russia e Ucraina e al massimo tra Ue o Nato e Russia è meno difficile di quanto possa sembrare.
Gli Usa sono in Ucraina dal 1991 e non se ne sono mai andati. All’atto della disintegrazione dell’Urss, l’Ucraina si trovò con il terzo più potente arsenale nucleare al mondo, dopo Stati Uniti e Russia. Ben 176 missili intercontinentali con 1240 testate nucleari.
Diverse dozzine di bombardieri nucleari strategici con 600 missili e bombe a gravità e 3000 ordigni nucleari tattici. Stati Uniti e Russia concordarono una riduzione degli armamenti nucleari e nell’idea che l’Ucraina sarebbe stata comunque nella sfera d’influenza della Russia, decisero di eliminare tutti gli armamenti nucleari esistenti in Ucraina.
Dal 1992 l’Ucraina sfruttò la sensibilità occidentale alla questione nucleare e fino al 1994 l’Ucraina continuò a temporeggiare e mercanteggiare sulla propria adesione al trattato di non-proliferazione e sulla ratifica degli Start. Lo smantellamento di ogni silo missilistico costava 1 milione di dollari (di allora) e gli Stati Uniti stanziarono 399,2 milioni per pagare la Bechtel Corp. che prese l’appalto dei lavori.
La denuclearizzazione si completò, almeno sulla carta, nel ’96, ma solo nel 2000 i bombardieri strategici furono ceduti alla Russia in cambio dell’abbuono dei debiti accumulati con le forniture di gas. L’Ucraina ha ereditato circa il 30% dell’industria militare sovietica, che comprendeva il 50-60% di tutte le imprese ucraine, impiegando il 40% della sua popolazione attiva. L’esercito ucraino commerciava armi convenzionali e firmava contratti con imprese commerciali. I primi contratti sulle consegne di armi all’Iran, firmati a metà ’92, causarono una reazione negativa in Occidente (specie negli Usa). Da allora l’Ucraina non ha cessato di produrre armamenti e di cederli anche sul mercato nero a vari Paesi, sempre sotto l’occhio vigile di Usa, Russia e relativi trafficanti e oligarchi.
A partire dalla Rivoluzione arancione del 2004, gli Stati Uniti intervengono in Ucraina per destabilizzarne i rapporti con la Russia. I vari tentativi si concretizzano dieci anni dopo con gli incidenti di Maidan. L’ingerenza è plateale ed è la telefonata di Victoria Nuland – che “l’Ue si fotta!” – a rivelare che non si tratta di semplice monitoraggio degli eventi, ma di regia politica e operativa. Dal 2014 al ’22, con sanzioni e interventi di assistenza militare Usa e Nato, viene ristrutturato l’esercito, vengono armate e addestrate le milizie paramilitari e installati laboratori di ricerca biologica a cura di compagnie statunitensi. In un tentativo grottesco di spacciare per fake news la questione dei laboratori, il Vox Check Team scrive: “Biolaboratori segreti americani in Ucraina? Un mito della propaganda russa. Non ci sono prove che ci siano… Tuttavia c’è una cooperazione tra istituzioni ucraine e americane. Dal 2005 gli Stati Uniti hanno aiutato a modernizzare i laboratori ucraini, a condurre ricerche e a migliorare la cultura della sicurezza per prevenire focolai di pericolose malattie infettive attraverso il programma di riduzione della minaccia biologica. Durante l’intero periodo di cooperazione, gli Stati Uniti hanno investito circa 200 milioni di dollari per lo sviluppo di 46 laboratori e istituzioni mediche in Ucraina. Queste istituzioni non sono coinvolte nello sviluppo di armi chimiche o biologiche”.
E infatti, siccome la mutua ucraina non tratta vaccini ma elementi patogeni ad alto rischio, l’11 marzo (fonte Reuters) l’Organizzazione mondiale della sanità ha consigliato all’Ucraina di distruggere tali agenti ospitati nei laboratori di sanità pubblica del paese per prevenire “qualsiasi potenziale fuoriuscita” che diffonderebbe malattie tra la popolazione.
Ma la questione è che “al contrario, gli Stati Uniti hanno avviato un programma per prevenire lo sviluppo di tali armi. L’Unione Sovietica aveva il suo programma di armi biologiche. Dopo il crollo, i materiali biologici pericolosi sono rimasti sul territorio dell’Ucraina. Il programma degli Stati Uniti mira a garantire che questi materiali non vengano rubati o utilizzati per scopi non di ricerca. Fino al 2014, il programma si estendeva anche ai laboratori russi”.
Questi materiali lasciati dall’Urss sollevano però l’interrogativo degli altri materiali sovietici in Ucraina. L’Urss aveva uno stock di quasi 40mila tonnellate di agenti chimici nervini, vescicanti e soffocanti. Secondo alcuni rapporti, la scorta totale superava le 50mila tonnellate, con un’ulteriore scorta di 32.300 tonnellate di agenti al fosforo. Quante di queste scorte sono rimaste in Ucraina?
Ufficialmente nessuna, ma se sono rimaste le armi biologiche perché non lasciare anche quelle chimiche di cui dispongono ancora Russia e Usa?
Le tracce degli Stati Uniti in Ucraina sono anche qui, se non altro perché sanno esattamente dove sono finite. Se poi si dovesse misurare il coinvolgimento statunitense dal numero di soldati Usa presenti sul territorio, ci si può limitare a contare i cosiddetti volontari tra i foreign fighter e i contractor . Il presidente Zelensky ha parlato di circa 20mila volontari da ogni parte del mondo (Usa compresi).
La “legione internazionale” è stata incorporata nelle forze di difesa dell’Ucraina, così da non cadere nel vuoto giuridico sullo status di mercenari. In effetti molti di essi sono pagati con i fondi elargiti da Usa ed Europa oltre che da “privati”. Il comandante della Legione Georgiana Mamulashvili conduce reclutamento e addestramento di battaglioni formati da professioni, in maggioranza statunitensi e britannici, fin dall’aprile 2014. E anche ha personalmente condotto i suoi battaglioni contro i russi all’aeroporto di Hostomel, nella regione di Kiev. Se poi si vuole esaminare il ruolo statunitense nella questione ucraina a pochi passi dal confine si può dedurre che la “difesa” Nato è poco difensiva e molto provocatoria. Il Pentagono ha riposizionato le sue truppe prima dell’invasione russa. I 160 uomini della Guardia nazionale della Florida (istruttori) sono stati ritirati dall’Ucraina. Dei circa 40mila soldati Usa presenti in Germania, alcune migliaia sono stati schierati nei Paesi Nato confinanti. La Nato ha schierato 5mila uomini fin dal 2014 nei Paesi baltici e gli Usa ne hanno inviati altri 5mila in Germania.
Anche la presenza Usa nella cyberguerra è di lunga data. L’ultimo attacco russo alla rete ucraina di controllo dell’energia elettrica (8 aprile) è stato miracolosamente evitato grazie a Microsoft e alla slovacca Eset. Il collettivo Anonymous ha più volte attaccato la Russia e si è schierata totalmente con l’Ucraina. La provenienza dei membri transitori del collettivo è la più varia e offre varie possibilità ad agenti di cyberwar di mascherarsi dietro quel brand. La stessa opportunità è offerta a siti anti-russi come RURansom Wiper e decine di altre piattaforme formali e informali. Le grandi aziende Usa sono tutte presenti in Ucraina e boicottano e censurano qualsiasi comunicazione “non gradita”. Sono attività collaterali, ma importanti.
Tuttavia il coinvolgimento più significativo è quello che sta con e dietro l’invio di fondi e armi. Il presidente Biden ha portato a 1 miliardo di dollari il contributo Usa in una settimana e a 2 miliardi dall’inizio del suo mandato. Le nuove armi inviate includono i missili Stinger (800), Javelin (2mila), sistemi anticarro (6mila). La cessione all’Ucraina di veicoli corazzati, tecnologia e droni da parte di altri Paesi è stata autorizzata. Molti di tali sistemi hanno bisogno anche dei relativi operatori e questi sono normalmente forniti tramite le compagnie militari private che continuano a reclutare personale specializzato.
Con tutto questo, soltanto un Paese volutamente lasciato nell’ignoranza può ancora pensare di non essere coinvolto e di poter trascorrere una serena Pasqua. (Qui)

E adesso la pubblicità

E per finire, naturalmente

barbara

UNA BELLA INFILATA DI VIDEO

A completamento del post con le immagini dei bambini ucraini addestrati dai nazisti del battaglione Azov, guardatevi questo tenero bambino (per qualche motivo che ignoro, postando direttamente il video, questo non risulta accessibile).

A un amico che ha ripreso dal mio blog alcune di quelle foto, una banda di buontemponi hanno scritto nei commenti: “Ma per piacere. Piantatela con queste str… dove è scritto che si addestra? Diffondete odio inutile e pericoloso”, “Sta al lunapark”, “evidentemente gli piace far figure di emme!”, “siete voi che fate una propagansa filorussa vergognosa. Si vede benissimo che è un luna park” “è un luna park”, “E’ evidente che quel bambino si sta divertendo in un Luna Park. Basta osservare attentamente tutt’intorno. Il resto è mala fede condita di forte risentimento ideologico” “È in un luna park mi sa…” “È un luna park”. Bene, ora vi porto a fare un giro al luna park. Il titolo del film, del 2017, è “Azovets”: Figli della Grande Ucraina. La didascalia recita: Un cortometraggio sul campo di Azov. Chi sono i “cadetti”? Perché i bambini escono con le mitragliatrici? Come viene costruita la Grande Ucraina in questo momento?

Qualche differenza rispetto alla gioventù hitleriana? Da questo film sono passati quattro anni e mezzo: quanti di loro sono stati mandati a farsi ammazzare? A quanti di quei genitori fieri dei figli che imparano la disciplina e il patriottismo, adesso non è rimasta che una foto? E, cosa importante da ricordare: quando vengono armati i civili – cosa ammiratissima dai coglioni di casa nostra – questi cessano automaticamente di essere civili: in base alle convenzioni di Ginevra e dell’Aja, una persona con un’arma NON è un civile, con l’aggravante di non avere una divisa che lo contrassegni specificamente come combattente; il che comporta che il nemico, sapendo che ci sono civili armati, nel momento in cui ne vede uno davanti a sé non aspetta di vedere se quello gli spara addosso per sapere se è armato o no. Il secondo obiettivo del soldato è sconfiggere il nemico e vincere la guerra, il primo è cercare di restare vivo. Se sai che ci sono combattenti privi di divisa e di qualunque segno di riconoscimento, tu spari, legittimamente, su tutto quello che si muove. A proposito, sento da ogni parte che chi riconosce le ragioni della Russia, o anche, molto più semplicemente, si pone domande su cose ambigue propinate dai mass media, odia l’occidente. Beh, gli altri non so, ma io non mi sogno minimamente di odiare l’occidente. Sono semplicemente allergica ai cretini, tutto qui.

Poi una (ennesima) testimonianza di una ragazza ucraina russofona in fuga dalle milizie ucraine

L’immancabile Soros

Un piccolo promemoria per gli smemorati

Un altro video importantissimo. Vedo continuamente sbeffeggiare quelli che “credono” all’esistenza di laboratori sotterranei per lo sviluppo di armi batteriologiche. Ecco, questo video lo dedico a loro. Non perché mi illuda che qualcuno di loro sia capace di aprire gli occhi, ma semplicemente per togliergli l’alibi dell’ignoranza in buona fede.

Poi, per distrarci un attimo dalle tragedie, ammiriamo l’uomo che ha scatenato la guerra in Ucraina e che ha in mano i codici nucleari, mentre porge la mano al suo angelo custode che però è timidissimo e ha preferito eclissarsi

mentre questa è la caricatura del suddetto apparsa alla televisione saudita

Due parole sull’informazione scientifica che viene propinata dai mass media: uno, e due.

Poi, sempre a proposito di palle stratosferiche, avrete sicuramente sentito quella dei forni crematori portatili che i russi usano per far sparire le prove dei propri crimini (salvo dimenticarne qualche centinaio sulla strada, ma non stiamo a sottilizzare), il tutto dimostrato dalle foto. Peccato che queste risalgano al 2013 (come cantava l’immortale George Brassens, co uno zé mona, el zé mona).
E infine un altro po’ di sbufalamenti.

DA MARIUPOL/ “Bombe, fake news, corridoi umanitari: vi racconto quello che ho visto”

“L’esercito russo sta combattendo con le mani legate: non vuole causare troppe distruzioni”. Da Mariupol, parla il fotografo Giorgio Bianchi

Da quando è cominciata la guerra in Ucraina si sente continuamente dire che la prima vittima è la verità. Le fake news da una parte e dall’altra sarebbero innumerevoli, tanto che c’è anche chi è convinto che i civili massacrati nelle città occupate dai russi sarebbero una invenzione o più semplicemente “vittime collaterali”. In fondo in tutte le guerre i civili sono vittime.
Per questo abbiamo raggiunto a Donetsk Giorgio Bianchi, giornalista e fotoreporter, inviato di guerra per Visione TV in Ucraina: “Gli ucraini sono condannati a combattere perché l’Occidente ha messo a disposizione l’apparato propagandistico: la vera arma in mano a Zelensky non sono i carri armati o i missili, ma l’apparato propagandistico, che però è un’arma a doppio taglio. Sono condannati a stare dentro la narrazione che è stata costruita”, ci ha detto in questa intervista.

Hai notizie precise da Mariupol? Gli indipendentisti hanno detto di aver occupato il porto commerciale. Ti risulta?
Sì, da quello che so il porto è stato preso; tornerò a Mariupol nei prossimi giorni.

Ma la città non è circondata? Si può entrare?
In realtà, a Mariupol si entra e si esce come si vuole. Ci sono andato alcuni giorni fa, dovevo girare delle riprese in un carcere dove gli ucraini, da prima dell’invasione, tengono i prigionieri politici, ma ci siamo dovuti fermare, perché erano in corso combattimenti troppo violenti e la strada era bloccata.

In altre occasioni sei riuscito a entrare a Mariupol?
Sì, sono stato in un palazzo alto tredici piani, da lassù si vedevano tutti i combattimenti in corso, si scorgeva la grande acciaieria, che è una delle basi ucraine, andata in fumo per i bombardamenti massicci dei russi.

Che cosa hai visto in quella città?
A Mariupol ormai vivono solo donne, anziani e bambini. Ci sono ancora cellule di soldati ucraini, che cercano di confondersi con i civili, ma è difficile passare inosservati se sei un uomo, perché vieni subito fermato per controlli.

Mariupol è davvero stata rasa al suolo come viene detto?
No. Quando sono andato la prima volta mi avevano inviato una infografica in cui si diceva che il 90% della città era distrutto. Ho tentato di sapere da dove avessero estrapolato quel dato e si sono giustificati dicendo che allora poteva essere il 70%. Una seconda volta, usando dei dati ritenuti ufficiali dal sindaco ucraino, mi hanno parlato di 5mila civili morti, sostenendo che era stato distrutto il 50-60% della città. Si diceva che a Mariupol c’erano ancora 250mila civili, un altro dato che contraddice quello di chi parla di 100mila persone. Era evidente che usavano solo dati parziali, a seconda di come fa loro comodo.

Ma tu cosa hai visto direttamente?
Sicuramente la periferia è devastata, perché i suoi edifici vengono utilizzati come se fossero le mura di una fortezza, con palazzi alti dodici o tredici piani di cemento armato, in cui le finestre sono delle feritoie. Gli ucraini hanno messo i civili nelle cantine o li hanno spostati in altri quartieri. Hanno usato i palazzi civili come mura difensive, quindi sono stati colpiti e distrutti. La gente che ho intervistato afferma che ci sono state discussioni accese con i militari. Dicevano loro: ma se mettete un carro armato all’angolo del palazzo, poi sparate e ve ne andate, è chiaro che i russi rispondono e colpiscono le nostre case.

E i soldati cosa rispondevano?
Dicono che c’è la legge marziale e possono fare quello che vogliono. Ho intervistato una signora che mi ha raccontato di una coppia andata dai militari a chiedere spiegazioni. Un soldato ha detto al marito: fai stare zitta quella c…, se no ci pensiamo noi. Un’altra donna è stata colpita in faccia con il mitra. Mariupol non è tutta a fianco degli ucraini, buona parte della popolazione è russa, è una città particolare, in cui molti aspettavano i russi come liberatori.

In realtà, un tuo collega che si trova anche lui nel Donbass ha dichiarato alla televisione italiana che anche i russofoni sono delusi da come si comportano i russi: non si aspettavano bombardamenti e attacchi così violenti, tanto da colpire anche loro. È così?
Non è vero, sono tutti a favore dei russi, si aspettavano di essere inglobati nella Federazione Russa, come è successo in Crimea. È chiaro che dopo un mese senza luce, acqua e gas, staccati dagli ucraini, non siano contenti. Ma anche il Washington Post ha rivelato che gli ucraini usano i civili come scudi umani. Chi vuole andare via deve essere messo in condizione di andare via e chi vuole restare resti.

I corridoi umanitari, però, non ci sono o vengono bombardati e si parla anche di migliaia di ucraini deportati in Russia, è vero?
Questa è una cosa assurda. All’inizio dicevano che non c’erano corridoi umanitari, ma non è vero, c’è gente che entra ed esce in continuazione. Chi afferma che i russi bombardano i corridoi umanitari verso ovest e lasciano liberi quelli verso la Russia, sempre ammesso che sia vero, non tiene conto che l’importante è mettersi in salvo. In un attacco in cui si prevede che anche la zona occidentale del Paese possa essere invasa, meglio scappare a oriente, perché i russi sono più forti.

Meglio cioè mettersi in mano agli invasori pur di non morire?
Solo in Italia si dice che l’esito della guerra non è scontato. In realtà, se i russi volessero, potrebbero vincere e chiudere la guerra in una settimana. Se questo non è stato fatto, è perché c’è un legame con il popolo, visto che 17 milioni di ucraini sono russi e Mosca non vuole fare un massacro. Non si può definire deportazione il legittimo desiderio di fuggire dove è più facile.

Da quanto vedi e senti gli ucraini combatteranno fino all’ultimo?
Gli ucraini sono condannati a combattere, perché non possono fare altrimenti.

In che senso?
L’Occidente ha messo a disposizione il suo apparato propagandistico: la vera arma in mano a Zelensky non sono i carri armati o i missili, ma l’apparato propagandistico. Però è un’arma a doppio taglio e ormai gli ucraini sono condannati a stare dentro questa narrazione. Prendiamo l’esempio delle trattative: l’Occidente non vuole che si facciano. L’esempio del diplomatico ucciso dopo il primo giro di incontri è emblematico: era uno che non ci stava a questo gioco ed è stato fatto fuori.

Quindi, secondo te, si andrà avanti a oltranza?
L’esito della guerra è scontato, vinceranno i russi. I soldati russi combattono con le mani legate dietro la schiena, non devono ammazzare i civili, non devono causare troppa devastazione. La Russia ha ancora diverse marce a disposizione, per ora stanno usando solo la prima. Mosca potrebbe, ad esempio, chiedere aiuto alla Bielorussia per occupare Kiev, visto che hanno un esercito motivato e ben addestrato, ma la Bielorussia non sarebbe in grado di sostenere le sanzioni economiche imposte dall’Occidente. (Qui)

E dopo le foto del modello cicciobello in posa da grullo

e una serie di domande senza risposta,

(e, ultim’ora, l’ipotesi che a colpire la nave russa possa essere stato un missile inglese o americano, nel qual caso la guerra mondiale sarebbe davvero alle porte) concludo con una bella tempesta russa

barbara

GUERRA: CHE COSA C’È DAVVERO IN GIOCO

E per capirlo, partiamo dal chiarire chi comanda davvero in Ucraina. Naturalmente è sempre stato chiaro, e ho continuato a ripeterlo da prima che cominciasse la guerra, ma è bello vederlo confermato da chi ci ha sbattuto il naso di persona.

Volodymyr Zelensky, “chi comanda davvero in Ucraina”. Il giornalista francese Le Sommier: “L’ho visto coi miei occhi”

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky risponde agli ordini della Casa Bianca. A sostenerlo non è solo Vladimir Putin o uno dei tanti-filorussi d’Europa, ma Régis Le Sommier, giornalista francese, esperto di scenari di guerra, vicedirettore del settimanale Paris Match appena tornato in patria dall’Ucraina. Dopo aver intervistato big mondiali come il presidente americano Barack Obama, il generale americano David Petraeus e il comandante in capo delle truppe Usa in Afghanistan Stanley McChrystal, Le Sommier ha voluto vedere con i suoi occhi quello che sta accadendo a Kiev, al seguito di tre volontari francesi che si sono arruolati per aiutare l’esercito ucraino contro i russi.
“Pensavano di trovare delle brigate internazionali, sull’idea di quelle in Spagna nel 1936 – spiega Affaritaliani.it, che riporta la notizia -. Hanno invece avuto la sorpresa di imbattersi negli americani”.
Per entrare nell’esercito di volontari, spiega Le Sommier, serve l’approvazione dei militari americani. Uno di loro, un veterano della guerra in Iraq, per far capire il clima gli avrebbe intimato: “Qui comando io, non gli ucraini!”. Scoperto di essere di fronte a un giornalista, l’avrebbe fatto allontanare. Ai volontari francesi invece ha fatto togliere le SIM occidentali dai telefonini, anche per questioni di sicurezza e facilità di essere intercettate, e avrebbe fatto loro firmare una sorta di contratto. “Chi è al comando? Sono gli americani, l’ho visto con i miei stessi occhi – conferma il giornalista, intervistato da CNEWS -. Ovviamente, non è l’esercito americano ufficiale”. “Al di là dell’aspetto romantico di questa guerra – prosegue Le Sommier in studio – invece di essere con le brigate internazionali mi sono trovato di fronte al Pentagono”. (Qui)

Veramente qualcuno poteva dubitarne? Veramente qualcuno riesce a credere che il buffone che spara intimazioni e pretese a tutti i governi del mondo stia recitando un copione proprio? Anch’io condanno l’invasione dell’Ucraina. Quella di otto anni fa. Quella della cricca Obama-Nuland-Clinton-Biden-Biden. E spero che un giorno la Storia farà giustizia di questa infamia.
E veniamo ora alla posta in gioco.

Valute, gas, materie prime: in palio c’è il dominio del mondo

Vincerà chi avrà il controllo della produzione di materie prime. La guerra, la vera guerra, non la si combatte a colpi di mitragliatrici e di cannoni, non la si conduce da un carrarmato o dalla cabina di un aereo a reazione. La guerra che si sta combattendo è una guerra economico-finanziaria ed in palio c’è il dominio del Mondo, per meglio dire di Mezzo Mondo.
Quella che si sta consumando in Ucraina è stata definita “Guerra Ibrida“. C’è quella sul campo di battaglia, sempre più cruenta, c’è quella che ruota attorno alla sicurezza informatica,c’è quella finanziaria e poi, forse la più importante, c’è quella combattuta attraverso la comunicazione, immagini, notizie, con milioni di canali che si rincorrono.
Però oggi occupiamoci della parte di economia e finanza. Qual è il vero obiettivo di questa guerra? E soprattutto chi ne avrà vantaggio? Lo scenario che sta emergendo potrebbe portare alla nascita di un fronte molto netto: da una parte la Cina che ha bisogno come il pane della cisterna di gas e petrolio rappresentata dalla Russia; dall’altra gli Stati Uniti che hanno necessità di trovare qualcuno a cui vendere il loro gas.
Insomma, stando così le cose, non è difficile immaginare che la Russia possa diventare un vassallo Cinese e che l’Europa lo diventi degli Stati Uniti. In questo contesto l’attuale braccio di ferro finanziario esistente tra Russia e Occidente assume sempre più importanza e risalto. Così il taglio dei tassi della banca centrale russa hanno fatto risalire le quotazioni del rublo, ma al tempo stesso la riapertura all’utilizzo delle transazioni di valuta straniera, sempre concertata dal massimo organo finanziario di Putin permetterà alle banche russe di vendere di nuovo valute estere in contanti ai loro cittadini riaprendo, di fatto, alle operazioni su tutti i mercati.
Questo vuol dire che continua ad esistere una sorta di dualismo finanziario in cui da una parte ci si chiude a riccio e dall’altra si riapre alle connessioni con l’occidente. Tutto questo avviene nel momento in cui la Russia sembra essere sull’orlo del baratro finanziario, sull’orlo di un default che qualcuno ha definito “selettivo”.
E’ come se si volesse arrivare al fallimento della Russia ma lasciando, al tempo stesso, porte aperte a possibili trattative. Sin qui la comunicazione e la finanza. Ma la guerra ibrida di cui stiamo parlando continua anche sui campi di battaglia. Le dichiarazioni di chi continua ad alimentarla diventano sempre più inaccettabili.
La pace non è barattabile, men che meno con un climatizzatore. L’Italia non è un paese che vuole la guerra, a differenza di ciò che esprimono spesso e volentieri i suoi massimi vertici politici. Parlare addirittura di patrimoniali necessarie per riarmare il paese appare come la più assurda delle scelte.
2.800 miliardi di debito pubblico rappresentano la certezza di un futuro nerissimo per i nostri figli. Che si lavori sulla crescita, sulle prospettive di sviluppo e sugli investimenti verso un futuro in cui la pace non debba passare per proclami roboanti e belligeranti, che non debba passare per guerre ibride.
Rinunciare agli atti di forza è l’unico vero atto di forza accettabile. Costringere la diplomazia internazionale, la Nato, anche con posizioni opposte a quelle americane rappresenterebbe e rappresenta l’unica vera via d’uscita. Qui non c’è in gioco qualche grado in meno d’estate e Draghi lo sa benissimo; qui c’è in gioco il lavoro di milioni di persone, il futuro di centinaia di migliaia di aziende.
Leopoldo Gasbarro, 10 aprile 2022, qui.

Nel frattempo leggo che fino al 2025 la spesa sanitaria verrà diminuita di un punto del PIL, giustamente, dal momento che si è visto che di strutture e personale ne abbiamo in eccesso. Così fino al 2025 possiamo mandare molte più armi all’Ucraina. A proposito di gas e dintorni, invece, scopriamo che

Poi torno un momento sul missile di Kramatorsk, per il quale abbiamo due buone notizie.

D’Amico David

“La7 ha fatto un autogol pazzesco. Nel suo TG ha mostrato il numero di serie del missile Tochka-U che ha colpito la stazione di Kramatorsk. Gli altri canali occidentali avevano volutamente oscurato questa informazione chiave. Grazie al numero di serie SH91579 si è risaliti al fatto che era in dotazione all’esercito ucraino, essendo stati usati altri missili della stessa serie per colpire Alchevsk, Logvinovo, Berdyansk e Melitopol.”
(Filippo Maria Sardella)

Da Hanna Zyskowska: Finalmente la BBC ammette che il missile Tochka-U, che ha ucciso una trentina di civili nel centro di Kramatorsk, era stato lanciato dagli ucraini.

Con una settimana di ritardo rispetto ai canali social e alla “controinformazione”. Nexus

Nel frattempo il numero dei morti è aumentato fino a oltre 50, ma naturalmente i mass media continuano a parlare di crimini russi, esattamente come quando i morti provocati dai terroristi palestinesi vengono addebitati a Israele. Tra l’altro ho visto che anche i russofoni che scappano in Russia per salvarsi dai bombardamenti e cannoneggiamenti ucraini vengono presentati come “deportati” dai russi (anche questa cosa dell’usare termini specifici relativi ai crimini nazisti è identica a quanto si fa con Israele).
E infine state un po’ a sentire questo.

I misteri dei laboratori biologici: come il figlio di Joe Biden ha finanziato la guerra biologica in Ucraina

di Edvard Chesnokov – Professore associato presso l’Università Federale dell’Estremo Oriente (Vladivostok, Russia)

Questo è uno dei segreti più cupi nell’Ucraina di oggi. Dalla metà degli anni 2000, un numero considerevole di laboratori biologici è stato aperto (o ricostruito) in tutta l’Ucraina, vicino a strutture militari, incentrate sulla ricerca di batteri e virus particolarmente pericolosi.
Come giornalista russo, ho ottenuto una serie di documenti sul funzionamento interno dei laboratori biologici. Alcuni di questi file sono già apparsi in occasione di briefing tenuti da funzionari russi (tuttavia, erano presentati da lontano e non sempre in forma leggibile). Altri sono stati ricevuti attraverso canali sicuri da patrioti statunitensi che sono completamente scioccati dagli schemi di corruzione che circondano il leader degli Stati Uniti. Il filo si estende dai laboratori biologici ucraini attraverso l’oceano ai torbidi affari commerciali del figlio del 46° presidente degli Stati Uniti, Hunter Biden. 

Anche gli USA riconoscono l’esistenza di questi laboratori biologici

La presenza di tali strutture in Ucraina non è mai stata nascosta da nessuno. O è un piano subdolo (se vuoi tenere nascosto qualcosa, tienilo in bella vista), oppure è la consueta fiducia in se stessi degli ultimi “padroni del pianeta”, gli statunitensi, moltiplicata per la tipica sciatteria dei loro corrotti alleati.
Comunicati stampa e rapporti sulle “attività congiunte per frenare le minacce biologiche” possono ancora essere trovati sul sito web dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Kiev, nei discorsi dei funzionari statunitensi e persino in una moltitudine di documenti del Gabinetto dei Ministri dell’Ucraina.
Naturalmente, il fatto che l’Ucraina creerà ceppi di virus combattivi NON è dichiarato direttamente in un singolo documento pubblico (e nemmeno quelli chiusi di cui parleremo di seguito). Gli organizzatori e gli esecutori di questo progetto a Washington e Kiev possono essere dei criminali sfacciati, ma anche loro capiscono che se vengono apertamente colti in fallo con prove sostanziali sullo sviluppo della guerra biologica, nemmeno un padre nello Studio Ovale sarà in grado di salvarli.
Inoltre, per ragioni simili, gli storici non hanno ancora trovato concreti ordini scritti da Adolf Hitler o dal suo entourage sulla “Soluzione finale alla questione ebraica” nei territori occupati dal Terzo Reich. Tuttavia, esistevano le “fabbriche della morte” naziste.
Ecco un altro documento. Ancora una volta, stiamo ancora esaminando documenti open source che chiunque può trovare. Questo è un comunicato stampa del Centro Ucraino per la Scienza e la Tecnologia (STCU). Appartiene a una grande organizzazione senza scopo di lucro che si concentra sulla “lotta contro le armi di distruzione di massa”, finanziata da UE, USA e Canada (ancora una volta questi non sono X-file, questa è un’informazione pubblica).
Diamo un’occhiata al comunicato stampa. Tra il 3 e il 4 ottobre 2016 si è tenuto nella città di Leopoli un seminario polacco-ucraino-statunitense sulla “lotta contro pericolose malattie infettive”. Tra i partecipanti c’erano rappresentanti del Pentagono, così come la DTRA (The Defense Threat Reduction Agency, che si impegna nella “lotta contro la diffusione delle armi di distruzione di massa, comprese quelle biologiche”).
Va bene, proviamo a credere per un minuto che i laboratori biologici stiano effettivamente operando per “ridurre i rischi di malattie pericolose”, come veniamo persuasi dalle rive del Potomac. Sorge allora una semplice domanda. Perché i rappresentanti dei ministeri della Difesa di entrambe le parti partecipano a questi progetti?
E un’altra domanda. Il comunicato stampa relativo al seminario cita alcune aziende americane come Black & Veatch e Metabiota. Perché questi nomi sembrano vagamente familiari?
Cosa c’entra il figlio di Biden?
Ogni thriller ha una storia alle spalle.
Prima di trasferirsi allo Studio Ovale, Joe Biden ha trascorso due mandati come Vice Presidente degli Stati Uniti sotto Obama tra il 2009 e il 2017. Durante quel periodo, “Uncle Joe” era responsabile dell’Ucraina e ha sicuramente lasciato il segno. Solo due mesi dopo il colpo di Stato nazionalista di Kiev del 2014, suo figlio Hunter è entrato a far parte del consiglio di amministrazione della holding energetica ucraina Burisma. In appena un anno e mezzo, l’uomo che ha avuto problemi di promiscuità e droga, ha ricevuto circa 1 milione di dollari.
I media occidentali ne hanno parlato anche prima delle elezioni del 2020. Le indagini hanno menzionato l’azienda di famiglia Biden, Rosemont Seneca, che ha facilitato i pagamenti.
E ora i giornalisti d’oltreoceano hanno scoperto che Rosemont Seneca è collegata a un’altra azienda di nome Metabiota. Come l’hanno scoperto? Ancora una volta, i più grandi segreti stanno in superficie. Internet ha una “web time machine”, che ti consente di vedere come appariva un determinato sito Web molti anni fa.
Anche sul portale di Biden per Rosemont Seneca nella sezione “Gli investimenti del nostro team” nel marzo del 2014 il logo di quello stesso “Metabiota” era in bella mostra. È evidente che Rosemont Seneca stava investendo in questa società.
È ora di aprire il vaso di Pandora. La società Metabiota, insieme a una società simile Black & Veatch, sono alcuni dei maggiori appaltatori della suddetta agenzia del Pentagono DTRA, per quanto riguarda la costruzione e le operazioni di laboratori biologici in tutto il mondo, inclusa, ovviamente, l’Ucraina.
Ad esempio, con l’aiuto di quella stessa “web time machine”, i giornalisti hanno scoperto che una sottosezione del sito web del Dipartimento di Stato USA con notizie sull’ambasciata in Ucraina per il 2012 conteneva rapporti sulla costruzione e l’equipaggiamento di un laboratorio biologico nell’area di Kharkiv.
Al momento, questi file sono stati cancellati dal sito web del Dipartimento di Stato per ovvi motivi. La domanda rimane, tuttavia: perché il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha pagato per la creazione di una “struttura di ricerca pacifica” situata a 30 chilometri dal confine con la Russia?
E un’altra domanda, retorica. Solo nel 2018, Black & Veatch, incluso il suo appaltatore Metabiota, e un certo numero di altre società hanno ricevuto 970 milioni di dollari nell’ambito dell’ennesimo programma del Pentagono che mira a “ridurre le minacce biologiche in diverse parti del mondo”. Con questi soldi, hanno aggiornato i laboratori biologici statunitensi dall’Iraq all’Ucraina.
Considerando il fatto che gli Stati Uniti erano soliti eseguire lo stesso show in Afghanistan, dove essi stessi ammettono che gli appaltatori USA hanno rubato fino al 90% dei fondi stanziati (in numeri assoluti che superano i 100 miliardi di dollari), potrebbe essersi ripetuta la stessa storia in Ucraina. Per così dire, stanno combattendo la “minaccia russa” e allo stesso tempo non dimenticano di riempirsi le tasche. Soprattutto quando quella tasca appartiene a una persona il cui cognome è “Biden Jr”.

Influenza aviaria con mortalità assoluta

Torniamo alla trama principale: continuando a studiare i documenti. La lettera dell’ambasciata statunitense a Kiev era indirizzata al capo dell’Unità sanitaria ed epidemiologica centrale del ministero della Difesa ucraino.
La lettera è datata 17 ottobre 2017. C’è un chiaro collegamento cronologico con il già citato ordine del Gabinetto dei Ministri dell’Ucraina “? 650-?” nel settembre 2017, dopo di che il “lavoro di laboratorio biologico” sembra intensificarsi.
Il punto principale della lettera è un invito ai colleghi ucraini a un incontro congiunto per fissare “obiettivi per ogni laboratorio partecipante”. L’obiettivo principale di tale incontro era quello di “ridurre le minacce biologiche in patria e all’estero” (pertanto, gli statunitensi ammettono, nei loro documenti, che stanno concentrando la loro attenzione anche sui paesi vicini; indovinate quale paese, in particolare, potrebbe essere).
Cinque dipendenti della stessa agenzia del Pentagono DTRA erano tra i partecipanti all’incontro.
Continuiamo la nostra narrativa bio-criminale. A febbraio 2022 c’erano almeno 25 laboratori simili in Ucraina, che coprivano più della metà delle regioni del paese. Alcuni facevano formalmente parte della struttura del Ministero della Salute ucraino, altri facevano parte della “supervisione sanitaria ed epidemiologica” regionale e il resto erano diretti subordinati delle forze armate ucraine.
Un altro documento. Novembre 2018 – un anno e due mesi dopo la “storica” ordinanza del Consiglio dei Ministri di riformare l’operatività dei biolaboratori. Un rapporto dell’Istituto ucraino di medicina veterinaria sperimentale e clinica (tutti nella stessa città di Kharkiv).
Lo scopo è di “ricercare le proprietà biologiche del virus dell’influenza aviaria altamente patogeno delle oche bianche”, il periodo di lavoro è gennaio-agosto 2018.
Risultati: quando gli embrioni di pollo sono stati infettati da questo ceppo, la letalità era del 100%. Quattro volatili sono stati infettati e nel giro di 72 ore tutti e quattro sono morti.
Conclusione: il ceppo studiato può essere depositato (ceduto per la conservazione) all’organizzazione madre – Centro nazionale per i ceppi di microrganismi presso un istituto di ricerca pertinente a Kiev.
A proposito, chiunque può utilizzare la ‘web time machine’. Cercare “morte di uccelli nel sud della Russia nel 2018”. E leggere il seguente post: 
Nel sud della Russia, il primo focolaio di influenza aviaria si verifica all’inizio dell’anno, le perdite possono arrivare fino a 150 milioni di rubli…
La data della notizia è il 16 luglio 2018. Il penultimo mese della ricerca coronata dal successo sui patogeni aviari nel laboratorio biologico di Kharkiv… Coincidenza?
E chi può garantire che in questi laboratori sia stata studiata solo l’“influenza pennuta” e che nessuno abbia provato, ad esempio, a creare un virus altrettanto letale per l’uomo?
Ancora un altro documento. Per evitare di ingombrare un articolo già voluminoso, fornirò solo un estratto.
Un annuncio dello stesso laboratorio biologico di Kharkiv per il finanziamento di un progetto internazionale chiamato «Il rischio di infezioni da pipistrelli insettivori in Ucraina e Georgia». La Georgia, che confina anche con la Russia, ospita un altro famigerato laboratorio biologico statunitense.
Gli obiettivi del progetto sono i seguenti: «Valutare la diversità tassonomica di virus e agenti batterici potenzialmente endemici, associati ai pipistrelli negli ambienti sia naturali che urbani in Ucraina e Georgia… Ricercare le relazioni evolutive tra questi agenti e quelli che causano malattie in persone e animali domestici, utilizzando un approccio di genomica comparativa».
Il punto è chiaro. Provare a riprodurre in laboratorio un patogeno simile al noto Covid-19, che secondo una versione sarebbe emerso a seguito del contatto tra un pipistrello e un essere umano… Il tutto ovviamente, con il plausibile pretesto della “protezione” da esso.

Percorsi di copertura…

La punizione è arrivata il 24 febbraio 2022, quando la Russia ha lanciato la sua campagna per denazificare e smilitarizzare l’Ucraina (dopotutto anche i virus da combattimento sono armi).
E i laboratori biologici hanno iniziato immediatamente a cancellare le prove principali: quegli stessi ceppi patogeni. In uno solo di essi, Leopoli, nel periodo dal 24 al 25 febbraio sono state distrutte quasi 400 fiasche contenenti agenti patogeni di antrace, poliomielite, peste, colera, malattie dell’intestino e delle vie respiratorie…
Tutto questo assomiglia a una pulizia febbrile veloce di prove compromettenti. E questo spiega uno dei motivi per cui Mosca è stata spinta a lanciare la sua operazione militare speciale. I sostenitori delle ideologie nazionalistiche, che hanno dato l’ordine di bombardare i quartieri pacifici di Donetsk con i missili “Tochka-U” il giorno prima, potrebbero benissimo lanciare attacchi biologici contro la Russia. Con conseguenze imprevedibili per tutta l’umanità.
(Articolo pubblicato in russo sul quotidiano Komsomol’skaja Pravda) (qui, dove potete trovare anche tutte le immagini dei documenti a cui l’articolo fa riferimento).

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https://www.kmu.gov.ua/npas/250287300

https://www.dailymail.co.uk/news/article-7592235/Hunter-Biden-paid-83-333-month-Ukrainian-

https://www.govconwire.com/2018/06/6-firms-awarded-970m-in-dtra-idiq-contracts-to-support-

https://www.kp.ru/daily/28301/4441336

https://www.kommersant.ru/doc/3688213

E non posso che ribadire la mia condanna nei confronti dell’invasione dell’Ucraina.
Concludo con il superboicottato Ciaikovsky con un’opera che amo molto (la suggerisco come eccellente antidepressivo), con un direttore che amo immensamente e un solista che non amo per niente ma come pianista è sicuramente fra i migliori.

barbara

PARLIAMO UN PO’ DI INFORMAZIONE

Inizio prendendo spunto da un articolo di Deborah Fait di un paio di giorni fa.

Domenica scorsa due poliziotti diciannovenni israeliani, ripeto ISRAELIANI, Yazan Falah, druso e Shirel Aboukrat, una ragazza ebrea che aveva fatto alyiah dalla Francia nel 2006, sono stati ammazzati da due terroristi arabi palestinesi affiliati all’Isis.

Altre due giovani vite del nostro paese spente dal fanatismo di cui sono fatti i terroristi. Yazan Falah è stato sepolto nel suo villaggio, Kasra Samia, con la partecipazione di migliaia di persone. “Vorrei esser morto al posto tuo” ha singhiozzato lo zio. Il Ministro Gideon Saar: “Tu eri uno splendido soldato sorridente che tutto Israele piange oggi con il cuore spezzato”. Si, siamo tutti con il cuore spezzato per questi due ragazzi che avevano scelto di fare i poliziotti di frontiera per difendere la patria. Shirel è stata sepolta nel cimitero militare di Natanya, sua madre disperata urlava alla figlia di risvegliarsi subito, tra i singhiozzi di tutti i presenti. Uno strazio puro, un dolore tremendo vedere quella mamma che non voleva e non poteva accettare la morte della figlia e urlava “Svegliati, Shirel, svegliati, ti prego”. Oltre ai due ragazzi uccisi altri dodici sono stati feriti dai due terroristi che hanno sparato più di 1000 pallottole, i maledetti volevano la strage. Entrambi venivano da Um el Fahem, città nota per essere una specie di allevamento di terroristi, e si sono filmati mentre , prima dell’attacco, si abbracciavano sotto la bandiera nera dell’Isis. È il secondo attentato in una settimana che insanguina le strade di Israele. Non ho ancora sentito i telegiornali ma ho letto, e mi è venuto un colpo, il titolo cubitale del Giornale del 28 marzo, eccolo qua:

DUE PALESTINESI UCCISI A HADERA NEL GIORNO DI BLINKEN

Ecco: l’informazione, in Italia e non solo, funziona così. Lo sappiamo, lo abbiamo sempre saputo. Lo sappiamo, soprattutto, noi che da anni che occupiamo di combattere la disinformazione su Israele, e proprio per questo non riesco a capacitarmi che non solo le pecore matte ma anche gli uomini, quelli che fino all’altro ieri erano uomini e sapevano captare a naso la falsità, l’esagerazione, la manipolazione, l’incompletezza, l’illogicità, la contraddizione in quanto diffuso dai mass media, e cercavano regolarmente conferme, confronti incrociati, prove, oggi, sapendo oltretutto in partenza che una delle due parti in causa è stata silenziata e viene data voce solo all’altra, abbiano scelto di dare credito ciecamente, acriticamente, a tutto ciò che da quella parte arriva e che mille volte è stata provata falsa (vogliamo parlare dei bombardamenti presi dai videogiochi? Vogliamo parlare del bombardamento del memoriale di Babi Yar? Vogliamo parlare della “donna ucraina stuprata e uccisa dai russi” che le figlie scelgono di seppellire con la bandiera russa?). Non me ne capacito. E sempre a proposito di informazione, abbiamo l’orwelliano intervento di wikipedia che con un colpo di spugna, al pari del “ministero della Verità”, cancella la strage di Odessa. E, pur tenendo presente che più o meno tutti i veri o presunti sbufalatori vanno sempre presi con almeno una cucchiaiata di grani di sale, può forse essere il caso di porsi qualche domanda anche sull’«eroina» Marina Ovsyannikova. E vediamo ora un po’ di fatti. Russofoni del Donbass mostrano le distruzioni operate dall’esercito ucraino

E ancora altri testimoni, altre distruzioni

E ricordiamo: non è vero che sono nazisti, e non è vero che hanno fatto stragi di russofoni nel Donbass: è tutta una sporca propaganda russa!

Nel frattempo, sempre più simili ai palestinesi e ai loro sistemi, ai colloqui fanno concessioni che aprono spiragli alla pace per poi rimangiarsele mezz’ora dopo.

Ancora due parole sulla gang dei Biden, e infine, dopo avere dato voce ai russi, giusto per non rischiare l’accusa di essere unilaterale, do la parola anche a un ucraino.

Ma non posso chiudere questo post prima di dare conto di un altro fulgido esempio di informazione

NOTA: quando è stato girato il film – che parla di tutt’altro – a Paolo Villaggio mancavano ancora diversi anni prima di essere concepito.

e di uno splendido esempio di legge del contrappasso

Chiudo con il russo Mikhail Kolyada che rende omaggio al russo Rudolf Nureyev

barbara