E DUNQUE LA RUSSIA HA BOMBARDATO UN CENTRO COMMERCIALE, GIUSTO?

È così che la solita Premiata Ditta ce l’ha confezionata, e dato che le menzogne che funzionano meglio sono quelle che contengono almeno un frammento di verità, andiamo a cercare questo frammento per ricostruire e risistemare poi il resto. E partiamo dalle immagini. Ecco, qui vediamo il supermercato che è stato colpito, come ci hanno raccontato, ma lì vicino, proprio vicino vicino, c’è anche qualcos’altro, che non ci hanno raccontato

Davvero dobbiamo credere che l’esercito russo abbia scelto di bombardare un supermercato ignorando le vicinissime strutture militari? Dopo averci raccontato che sono criminali, spietati, crudeli, infami, perfidi, satanici peggio di Satana in persona, adesso pretendono di raccontarci che sono anche ritardati e talmente autolesionisti da sprecare preziosi missili ad alta precisione per demolire un supermercato?! Cari ragazzi, voi siete in totale malafede e per giunta deficienti, ma noi no! Quindi la dinamica appare perfettamente chiara: i missili hanno centrato le strutture militari, e a causa della loro criminale vicinanza a diverse strutture civili, qualcuna di queste è rimasta inevitabilmente coinvolta nell’esplosione. A questo proposito

“Il Tribunale dell’Aja considera convenzionalmente legittima la distruzione –  non intenzionale – di obiettivi civili dentro 200 metri dagli obiettivi militari.  Con il supporto di questa tesi vengono presentate due foto satellitari. La prima foto mostra che lo “spazio legittimo” si trova entro i 200 metri: 100 metri dall’impianto militare di Artem o a 187 metri dall’officina 27, che produce missili aria-aria. Il supermercato era a 90 metri circa.” (Qui, con tutti i dettagli e ulteriore documentazione fotografica)

Ecco dunque le foto

Quest’ultima la sdoppio, in modo che le immagini e le didascalie appaiano più chiare.

Ora, se riguardate un momento la prima foto, vedrete in alto un albero, icona che indica la presenza di un parco, che potete vedere meglio in quest’altra foto

Quello che segue è un video che mostra in sequenza le riprese delle diverse telecamere presenti nel parco al momento dell’esplosione:

Come possiamo chiaramente vedere, l’esplosione è molto vicina, decisamente più vicina rispetto al supermercato, e le cose che si vedono volare non fanno precisamente pensare a cose provenienti da un supermercato. E in ogni caso, ecco qui un brevissimo video dell’impianto militare distrutto dai missili russi:

https://t.me/lamiarussia/11532

Quello vicino al supermercato – l’unica cosa che la propaganda nazista ci fa vedere.
E ora vediamo un’ulteriore documentazione dei crimini di guerra ucraini, ossia l’esecuzione di civili grazie a Patrick Lancaster

Altre distruzioni operate dall’esercito ucraino documentate da Graham Phillips in questo video del 27 giugno

E da Vittorio Rangeloni il 28 giugno

E infine, nel caso qualcuno ancora si ostinasse a nutrire dei dubbi, la prova documentale che la NATO sta accuratamente e sempre più aggressivamente perseguendo la terza guerra mondiale:

“Le politiche ambiziose e coercitive della Cina minacciano i nostri interessi, sicurezza e valori”. Così testualmente si apre il punto 13 del documento strategico sottoscritto dal vertice NATO di Madrid. 
I guerrafondai in malafede che ancora parlano di una alleanza difesa sono smentiti da un documento che dichiara guerra a gran parte del mondo. Non sola la Russia vi e definita nemico principale, evidentemente da sconfiggere. Ma tutto il pianeta viene sottoposto all’’intervento del Patto EuroAtlantico. Dall’Africa, al Medio Oriente, all’Indocina, ovunque nel mondo la NATO proclama la su intenzione di intervenire a sostegno dei propri interessi, sicurezza, valori, contro tutti i paesi ed i regimi che considera nemici. 
Altro che difesa dell’Europa. Il documento strategico proclama l’impegno al confronto mondiale su tutti i piani militari compreso quello nucleare. Il cui rischio però viene definito, bontà loro, “remoto”.
Giorgio Cremaschi
, qui.

Consoliamoci almeno gli occhi

barbara

MISTIPOST

Non in senso inglese, post nebbioso, e neanche in senso tedesco, post di merda, ma semplicemente italiano: post misto, con argomenti vari. E mescolando parole e immagini.

E comincio con quella che un sacco di teste di cazzo continuano a chiamare “abolizione del diritto all’aborto”; le possibilità sono due: o sono analfabeti funzionali, o sono analfabeti e basta. E comunque, in entrambi i casi, sono teste di cazzo. E ritardati. Perché no, non è successo assolutamente niente del genere: la Corte Suprema ha, molto semplicemente, preso atto che quello all’aborto non è un “diritto costituzionalmente garantito” per il semplice motivo che questa cosa nella Costituzione americana non c’è. C’è il diritto di parola, il diritto a possedere armi, il diritto a non rispondere in determinate situazioni ma il diritto all’aborto, spulciate pure la Costituzione americana quanto volete, non ce lo trovate. E dunque? Dunque ogni stato legifererà per conto proprio, come per tutte le cose che non rientrano nella Costituzione. Ci saranno stati che lo vieteranno? Sì, ci saranno. Perché ogni stato è governato dalla maggioranza democraticamente eletta, e le istanze di quella parte politica sono risultate condivise dalla maggioranza degli elettori: si chiama democrazia, nel caso qualcuno lo ignorasse. La cosa scontenterà qualcuno? Naturalmente: non esistono leggi che non scontentino nessuno. Se io dovessi essere stuprata e non avere prove documentali sufficienti a far condannare il mio stupratore, sarei sicuramente furibonda a vederlo in circolazione e magari sghignazzarmi in faccia, ma non credo che qualcuno troverebbe ragionevole stabilire che basti la mia parola per sbattere qualcuno in galera, anche se in questo caso la mia parola corrisponde alla verità e quello è realmente colpevole. A parte questo, una legge che consenta di abortire ci sta, ma parlare di diritto è roba che mi fa crescere otto metri di pelle d’oca: il corpo è tuo? Quello tuo sì, quello di tuo figlio no. E adesso vi svelo un segreto: esiste la contraccezione. Vuoi scopare come una coniglia e non avere figli? Puoi farlo, senza alcuna limitazione, senza alcuna controindicazione, gratis o quasi. Dici che il corpo è tuo? Certo, quello tuo sì; quello di tuo figlio no, fattene una ragione. Quanto ai refrattari al rispetto della legge, andate su youtube a dare un’occhiata: altro che il famoso assalto del 6 gennaio con cui ancora la stanno menando per cercare di buttare fuori Trump.

E passiamo al covid, che mi ricorda tanto una filastrocca di mia nonna: Questa zè ea storia del sior Intento, che dura poco tempo, che mai no se distriga, vuto che te a conta o vuto che te a diga? – Cóntemea – No se dize mai cóntemea parché questa zè ea storia del sior Intento, che dura poco tempo, che mai no se distriga, vuto che te a conta o vuto che te a diga? – Dìmea – No se dize mai dìmea parché questa zè ea storia del sior Intento, che dura poco tempo, che mai no se distriga, vuto che te a conta o vuto che te a diga? – Cóntemea – No se dize mai cóntemea parché questa zè… Ospedali vuoti, intensive vuote, malati praticamente zero, ma l’allarme si rialza perché crescono i contagi, e io dico ok, figli di puttana i virologi con la sindrome dell’abbandono se l’epidemia finisce o anche solo cala, figli di puttana i giornalisti che cavalcano l’onda del terrore da fare concorrenza a Dario Argento, ma che dire delle teste di cazzo che continuano a spararsi tamponi come se piovesse? Tipo l’oca signorina che soffre di rinite allergica e come finisce l’inverno attacca a starnutire, e dato che la concentrazione di pollini, dipendendo da tanti fattori, non è sempre identica, ogni volta che fa uno starnuto in più si precipita a tamponarsi, e tra un dìmea e un cóntemea riusciranno a protrarre l’epidemia fino al giorno del giudizio magari aggiungendoci, per precauzione, un po’ di vaiolo primatesco e anche – la prudenza non è mai troppa come saggiamente ricorda il pregliasco che raccomanda niente sesso tra fidanzati e chissà se avrà sdoganato, dopo due anni e mezzo, quello tra sposati – un po’ di polio, meglio se di fogna, che profuma di più. Ecco, giusto per restare in tema: andate a cagare.

Sempre in tema di allarmismo catastrofismo terrorismo mediatico, torniamo a parlare di Chernobyl. E di Orvieto. Che cosa c’entra Orvieto con Chernobyl? C’entra, fidatevi, c’entra.

Trova la differenza

Sport: finalmente si comincia a impedire alle persone uccellofore di gareggiare come donne. Io a dire la verità le butterei fuori da tutto: non sei un uomo dato che ti dichiari donna, non sei donna dato che hai l’uccello, quindi non sei assumibile né come operaio né come operaia, né come commesso né come commessa, né come impiegato né come impiegata, quindi fuori dai coglioni, zitt* e a cuccia. Poi ci sarebbe quella scuola additata al pubblico ludibrio con tanto di inchiesta ordinata dal ministro per avere indotto al suicidio “Cloe” sospendendolo/a dall’insegnamento. Ma abbiate pazienza, un uomo che si presenta a scuola vestito da donna con parrucca e tette posticce e tutto il resto, voi nella classe dei vostri figli lo vorreste? Se hai problemi di identità te li vai a risolvere per conto tuo cazzo, non vieni a scaricarli sui miei figli.

E a proposito di figli su cui si scaricano i problemi: la cazzata del secolo, se non del millennio, ossia l’auto elettrica, che già è una cazzata di per sé se viene proposta come soluzione di un problema e diventa una cazzata alla quattrocentesima potenza se con questa si pretende addirittura di controllare il clima (delirio di onnipotenza allo stato puro), ma arrivare addirittura a imporla per legge è roba da ricovero coatto. Le cose che funzionano non hanno bisogno di essere imposte per legge, e se qualcosa deve essere imposto per legge significa che non funziona. Un esempio banale, la plastica: nessuno ha avuto bisogno di leggi per convincersi ad adottare un materiale molto più economico, leggero, resistente, duttile rispetto ai materiali che è andato a sostituire, mentre si vuole ricorrere a leggi per indurre la popolazione ad abbandonarla – leggi che comunque non funzioneranno mai. Questo articolo, di cui non condivido parecchie cose, dall’Europa come soluzione al sostenere comunque, sia pure con riserva, la validità dell’auto elettrica, ha comunque il merito di mettere in fila alcune criticità.

Ma voi vi fareste fare un pompino da un simile canotto di plastica che probabilmente non ha neanche più abbastanza sensibilità da distinguere un pezzo di carbone da uno spaghetto? Che poi comunque sempre racchia rimane

Non posso trascurare del tutto la guerra in corso, e propongo questa bella serie di domande che ho trovato in rete:

Chi ha organizzato un golpe nel 2014? Chi ha promesso ai russi etnici del Donbass che i loro figli avrebbero vissuto nelle cantine, mantenendo poi la promessa? Chi ha mandato aviazione e artiglieria a bombardare civili? Chi ha tagliato le pensioni agli ucraini del Donbass, Chi ha tagliato l’acqua alla Crimea? Chi ha finto l’intenzione di rispettare Minsk? Chi ha ammassato ingenti forze, armi, munizioni, fortificazioni nel Donbass? Chi ha minacciato di procurarsi armi nucleari? Chi ha concesso alla NATO di costituire una testa di ponte NATO prima ancora dell’adesione alla NATO?
E chi ha espanso la NATO per 30 anni violando promesse e minacciando la profondità strategica difensiva russa? Chi l’ha rapinata di tutto negli anni ’90? Chi non ha voluto che partecipasse all’architettura di sicurezza europea? Chi non ha voluto considerare le legittime istanze russe anzi spregiandole? Chi ha emarginato la Russia per anni? Chi l’ha espulsa dal G8? Chi ha costretto gli atleti russi a gareggiare senza bandiera? Chi ha accusato ingiustamente la Russia di stupidaggini alla Litvinenko, Skripal, Navalny?
E soprattutto : chi non ha capito che la guerra alla Russia per procura è la rovina dell’Europa e l’inutile sacrificio dell’Ucraina e del suo popolo?

A proposito delle complicazioni di guerra

E giusto per dimostrare urbi et orbi che loro non sono nazisti no no no assolutamente no, è stata decretata la distruzione di TUTTI i libri di autori russi e bielorussi – entartete Kunst si chiamava 88 anni fa: arte degenerata: proprio non vogliono rischiare di restare indietro neanche di un millimetro rispetto ai fratelli maggiori, nonché rispettati maestri.

E a proposito di influencer:

E infine godiamoci questo mirabile Bach danzato da questi due mirabili artisti russi.

barbara

I NODI AL PETTINE

Perché tu puoi anche farti mentalmente condizionare al punto da vedere realmente quei vestiti, ma prima o poi arriva che a forza di girare nudo sotto il temporale quel povero pirla di imperatore di becca la polmonite, e allora riuscirai almeno a sentire la tosse e il respiro affannoso?

Voci dagli Usa: “L’Ucraina sta per perdere”

[Veramente l’Ucraina ha già perso. Dalla fine di febbraio, per la precisione, ma sempre meglio svegliarsi tardi che non svegliarsi affatto, comunque]

L’esercito di Zelensky si è immobilizzato in posizioni difensive statiche. La nuova strategia di Putin sta funzionando

“Diogene portava a volte una lanterna accesa per le strade di Atene alla luce del giorno. Se gli chiedevano perché, diceva che stava cercando un politico onesto [beh, no: lui diceva che cercava “l’uomo”: non sarebbe meglio cercarsi qualche citazione adatta piuttosto che storpiare la prima che capita a tiro?]. Trovare politici onesti oggi a Washington è molto difficile. Diogene avrebbe bisogno per trovarli portare con sé un proiettore allo xenon”. Così Douglas Macgregor, sull’American Conservative, un ex advisor del Secretary of Defense di Trump e autore di diversi libri di strategia militare. Per le considerazioni di tipo militare citeremo da questo articolo di Macgregor.

Ucraina, il crollo militare

Ogni tanto però ci sono brevi momenti all’interno dell’establishment di Washington ed europeo in cui si è costretti ad ammettere la verità. Dopo aver mentito sistematicamente per mesi al pubblico sulle origini e sulla condotta della guerra in Ucraina, i grandi media di lingua inglese e alcuni loro “derivati” in Europa (non in Italia dove vige un governo privo di opposizione e una stampa in larga parte allineata) stanno ora preparando il pubblico occidentale al crollo militare dell’Ucraina che non è lontano. Si veda ad esempio qui un ottimo reportage di “Rolling Stone”. Qui, infatti, si può leggere di come i bravi soldati ucraini vivano trincerati sui confini del Donbass ricevendo notte e giorno missili e colpi di artiglieria “guidata” russa che arrivano anche da 10 o 20 km di distanza senza poter replicare. E ammettano alla fine coi reporter americani che “qui la gente aspetta l’arrivo dei russi, la polizia ucraina ne arresta di continuo, anche due soldati della nostra brigata”.
Il comportamento dei politici europei delle ultime settimane sempre più nervoso, caotico e incoerente si spiega con le informazioni riservate che sicuramente hanno sul disastro militare ucraino e la conseguente vittoria militare di Putin. Sul lato economico, il fatto che il rublo sia salito al livello più alto degli ultimi sette anni e la Russia non abbia mai incassato tanto dall’export è ormai fatto riconosciuto. Le sanzioni alla Russia sono arrivate ora alla quinta “dose”, come i vaccini, perché anche loro come i vaccini non funzionano e anzi hanno effetti collaterali pesanti che non erano stati previsti. Così il fatto che l’inflazione, non creata perché c’era già, ma certamente esacerbata dalle sanzioni ha già spinto le Banche Centrali a cominciare ad alzare i tassi creando un crac sui mercati da circa 16 mila miliardi di perdite di titoli e azioni. Come ammontare di ricchezza finanziaria persa supera già ora di molto quella del 2008. Perché appunto si alzano i tassi a fronte di inflazione come negli anni ‘70 e si anticipa una probabile recessione.
Ma sul lato militare i nostri media mantengono ancora l’illusione delle difficoltà della Russia, mentre in realtà sta preparandosi il crollo militare ucraino. E questa disfatta, come è già avvenuto tante volte nella storia, in Italia nel 1943, in Urss con l’Afganistan, in Argentina con le Falkland e così via, inevitabilmente porterà al crollo di Zelensky in Ucraina. È solo una questione di tempo. La combinazione di alta inflazione, crollo dei mercati finanziari, disfatta militare del governo sostenuto dalla Nato e vittoria di Putin metteranno in crisi anche Draghi, Biden e compagnia. Ma andiamo ora alla situazione militare seguendo il testo di Macgregor.

La strategia russa

“I media occidentali avevano fatto tutto il possibile per creare l’apparenza di una forza militare che l’Ucraina non aveva e non ha. Gli stessi videoclip di carri armati russi colpiti sono stati mostrati di continuo anche se erano sempre gli stessi. Alcuni contrattacchi locali degli ucraini sono stati segnalati come se fossero manovre operative. Gli errori russi sono stati esagerati in modo sproporzionato e così le perdite russe, mentre la reale portata delle perdite dell’Ucraina sono state semplicemente censurate, non leggevi mai niente su quello che succedeva a loro. Ma le condizioni sul campo di battaglia sono che le forze ucraine si sono immobilizzate in posizioni difensive statiche all’interno delle aree urbane e del Donbass centrale. Gli esperti militari indipendenti (pochi) hanno però spiegato da mesi che in questo modo la posizione ucraina era senza speranza.
Questa situazione degli ucraini sempre fermi trincerati, specialmente in Donbass è stato descritto dai media come un fallimento dai russi che non raggiungevano gli obiettivi. Ma in realtà un esercito che immobilizza i soldati nelle difese trincerate come se fossimo ancora nella I Guerra Mondiale, nel XXI secolo le fa identificare, prendere di mira e distruggere da artiglieria, missili e aviazione che le martellano da molti chilometri di distanza. Nella guerra moderna ci sono risorse di intelligence, sorveglianza e ricognizione, anche con droni, collegate ad armi ad attacco guidato di precisione o moderni sistemi di artiglieria informati da dati di puntamento accurati”.

Gli errori di Zelensky

La strategia di Zelensky di tenere da mesi trincerati nel Donbass il grosso dell’esercito ucraino è suicida per qualsiasi esercito che si trovi a combattere contro una armata sofisticata come quella russa. Ciò è tanto più vero in Ucraina, perché era evidente che Mosca si sarebbe concentrata sulla distruzione delle forze militari ucraine, non sull’occupazione di città o sulla occupazione del territorio ucraino a ovest o nel centro del paese. La strategia russa di “demilitarizzare” l’Ucraina demolendone l’esercito sta funzionando. Ai russi non è mai interessato occupare Kiev o tutto il territorio dell’Ucraina, ma occupare alcune zone di lingua russa, rendere l’esercito ucraino inoffensivo e rovesciare il regime ultranazionalista ucraino. Il primo obiettivo è quasi raggiunto, il secondo viene gradualmente raggiunto giorno per giorno e il terzo arriverà di colpo quando la disfatta militare, come sempre succede, farà crollare anche il governo.
Il risultato della strategia di Zelensky, dettata da esigenze mediatiche di immagine e da Usa e Uk che lo armano e istigano, è stato finora l’annientamento graduale e sistematico delle forze militari ucraine. Sempre da Macgregor: “L’invio continuo di armi statunitensi e Nato ha mantenuto le povere legioni di soldati di Kiev sul campo, ma dall’inizio continuano ad essere sacrificati in gran numero grazie alla guerra per procura di Washington. La guerra di Zelensky e della Nato è una causa persa. Le forze ucraine ferme e trincerate vengono dissanguate dall’artiglieria, missili e aviazione russa e ormai non trovano rimpiazzi addestrati. La situazione diventa più disperata di ora in ora. Nessuna quantità di aiuti o assistenza militari statunitensi e alleati, a parte un intervento militare diretto delle forze di terra statunitensi e Nato, può cambiare la realtà. Il problema oggi non è negoziare di cedere territorio e popolazione nell’Ucraina orientale che Mosca già controlla. Il futuro delle regioni di Kherson e Zaporozhye insieme al Donbass è già deciso. È probabile che Mosca ora arrivi anche Kharkov e Odessa, due città storicamente russe e di lingua russa, nonché il territorio che le confina. Queste operazioni estenderanno il conflitto per tutta l’estate”.
I combattimenti non si fermeranno se il governo Zelensky seguirà ancora il piano angloamericano per un conflitto che perduri nel tempo. In pratica, questo significa il suicidio di Kiev, esponendo il cuore dell’Ucraina a ovest del fiume Dnepr a massicci e devastanti attacchi delle forze missilistiche e missilistiche a lungo raggio russe. Questo disastro sarebbe evitabile se in Europa non si seguisse ciecamente l’esempio di Washington e Londra. Ma l’incapacità della Ue con la politica di sanzioni e invio di armi è evidente.

L’incubo recessione economica

Intanto la popolazione europea, come la maggior parte degli americani, sta vedendo l’arrivo di una recessione economica che le politiche di deficit e liquidità hanno rinviato per anni, ma che ora pare inevitabile. A differenza degli americani, che devono subire le conseguenze delle politiche di Biden, i governi europei potrebbero distanziarsi dal piano di guerra permanente angloamericano per l’Ucraina, non molto diverso da quelli di guerra permanente in Medio Oriente o Libia degli ultimi 20 anni, ma non lo faranno e saranno guai seri, soprattutto per le economie strutturalmente più deboli come la nostra.
Negli Usa, intanto, si sono stanziati 60 miliardi di dollari cioè i 18 miliardi di dollari al mese in trasferimenti diretti o indiretti ad uno Stato ucraino corrotto che ora sta crollando (senza contare che molti dei soldi vanno a Lockheed, Raytheon e altri contractor militari americani). Poi cosa succederà ai milioni di ucraini nel resto del paese che sono fuggiti in giro per l’Europa? E da dove verranno i fondi per ricostruire l’economia in frantumi di ciò che resterà dell’Ucraina?
L’inflazione costa alla famiglia americana media intorno al 10% rispetto all’anno scorso (anche perché in Usa non conteggia il costo degli affitti per cui è più alta del dato ufficiale dell’8,6 %) e in più hai un crollo di borsa e titoli di stato. Per cui ora per l’elettorato americano il destino del Donbass o di Odessa diventa poco rilevante. Con i problemi finanziari ed economici che stanno manifestandosi, un’ammissione di sconfitta in Ucraina potrebbe peraltro avere una ulteriore influenza negativa su Biden che è comunque già crollato nei sondaggi intorno al 38% e a novembre gli americani infliggeranno una disfatta ai Democratici, che ora, non a caso, sono molto preoccupati. Ogni settimana che passa l’inflazione e la crisi dei mercati e anche la prospettiva di recessione paralizzano l’attenzione dei politici Usa.
I quali politici, nel frattempo, sono informati ormai della sicura disfatta militare ucraina descritta sopra. Nell’ultimo mese, infatti, i loro stessi grandi media hanno tacitamente cambiato tono e parlano spesso delle terribili perdite che i poveri soldati ucraini (arruolati ora spesso a forza) subiscono chiusi nelle loro trincee intorno al Donbass. Si tratta di migliaia di morti.

Il racconto distorto dei media

Tanto per fare un esempio clamoroso, in tutte le guerre quando un contingente è circondato, come è successo a Mariupol al battaglione Azov, si tenta di aiutarlo. Ma Zelensky non ha inviato un solo soldato a Mariupol, limitandosi ai suoi brillanti collegamenti video con la Ue, Hollywood e mezzo mondo e girare per Kiev con politici e attori americani ed europei. I nostri media hanno finto che fosse normale che l’esercito ucraino non fosse in grado di muoversi e non si muova praticamente mai. Sembra normale che si lasci in questo modo gradualmente distruggere giorno per giorno dalla superiorità in missili, artiglieria e aerei dei russi. I quali pensavano all’inizio che i militari ucraini, vedendoli arrivare spingessero il governo a trattare per non essere poi distrutti. Ma gli Usa, lo Uk, la Ue e la Nato hanno montato una incredibile campagna mediatica sull’eroico Zelensky e gli eroici ucraini che battevano i Russi e la sconfitta certa di Putin.
In più tutti i partiti e opposizione sui media sono stati messi al bando o arrestati dal governo Zelensky per cui nessuno può obiettare ora. Generali che non erano d’accordo sono stati arrestati e migliaia di persone sono sparite nelle prigioni della SBU (polizia militare). Migliaia di soldati ucraini sono già scomparsi sotto le bombe e missili russi che li colpiscono da 10 o 20 km di distanza senza che loro possano fare altrettanto. Quando i russi avanzavano con carri armati stile II guerra mondiale gli ucraini li mettevano in difficoltà con le armi Nato, ma da mesi i russi hanno cambiato tattica e avanzano solo dopo aver spianato tutto con artiglieria e missili. Si assiste quindi alla sistematica distruzione delle forze militari ucraine a cui è vietato di ritirarsi e che devono stare sempre ferme e trincerate sotto il bombardamento continuo. Questa tragedia sta però per avere una fine, quando, come a Mariupol, le forze ucraine trincerate intorno al Donbass e ormai indebolite saranno circondate.
Come è già successo nella storia però, gli eserciti massacrati e circondati, crollano di colpo ad un certo punto, non obbediscono più agli ordini e si arrendono. Persino i sovietici prima e i tedeschi dopo (ad esempio Stalingrado) tra il 1941 e il 1945 si arrendevano. Quando non lo facevano era perché sapevano di essere poi massacrati come prigionieri da Stalin, ma i russi martellano l’Ucraina di propaganda mostrando che arrendendosi avranno assistenza medica e poi torneranno a casa. In una guerra “normale”, in cui non massacri tutti i prigionieri, è umano ad un certo punto arrendersi e smettere di combattere quando la causa è senza senso e persa. Ci sono ora dozzine di reportage, anche americani, che è questo che succederà nei prossimi mesi. Al momento la strategia di Putin, sia economica che militare, sta funzionando e la sua vittoria probabile sarà un colpo molto duro per le nostre élite. La cosa potrebbe rilanciare in Europa movimenti populisti e sovranisti. Basti pensare ai recenti risultati delle elezioni in Francia.
Paolo Becchi e Giovanni Zibordi, qui.

Qui c’è un altro articolo interessante che vale la pena di leggere, e qui un po’ di precisazioni a proposito di quel famoso grano che “Putin sta rubando” ai Paesi poveri. Invito infine caldamente a leggere questo eccellente articolo, una delle migliori analisi lette dall’inizio della guerra.
Insomma, il gigante russo si muove lento, e compie così la sua opera d’arte.

barbara

E NOI?

Sempre più numerosi i segnali che suggeriscono che l’obiettivo sembra proprio essere quello, dal generale inglese fortemente intenzionato a far combattere l’esercito in Europa alla pesantissima provocazione lituana su Kaliningrad: provocazione con tutta probabilità messa in atto non per iniziativa propria bensì per ordini “superiori”: a quanto pare gli stati sotto l’ala “protettrice” statunitense non sono più sovrani di quanto lo fossero quelli a suo tempo sotto l’ala sovietica. La mia impressione è che il trauma subito dai Paesi dell’ex Patto di Varsavia ad opera dell’Unione Sovietica sia stato tale da rendere loro difficile distinguere lucidamente fra la vecchia Unione Sovietica e l’attuale Russia, in particolare la Russia che Putin, dopo averne raccattato i brandelli a cui l’aveva ridotta Yeltsin, ha rimesso in piedi facendone qualcosa di sensibilmente diverso dalla vecchia Unione Sovietica. Per questo motivo non mi riesce facile immaginare che uno stato dell’ex orbita sovietica possa pensare, di propria iniziativa, a sfidare la Russia con una provocazione gravissima come il blocco degli approvvigionamenti, che rappresenta un autentico atto di guerra. E chiaramente l’obiettivo dei padroni della Lituania è proprio quello di scatenare da parte della Russia l’unica logica risposta in una situazione del genere, ossia la guerra. E dato che la Lituania fa parte della NATO, se Putin risponde, il resto diventa storia scritta – alla fine della quale chissà se noi ci saremo. Forse i prossimi giorni ci porteranno la risposta.
E ora vediamo un po’ di cose, cominciando con l’assedio di Azot.

Ucraina: l’assedio delle Azot e la cattura di due soldati Usa

Resistono gli ucraini assediati nell’impianto di Azot, a Severodonetsk,  dove si sta ripetendo il copione già visto alle Azovstal di Mariupol, con miliziani e soldati ucraini assediati nell’impianto industriale insieme a un numero imprecisato di civili (che è davvero arduo pensare che vi si siano barricati volontariamente, ma tant’è).
I russi stanno tentando di chiudere la morsa sui resistenti, sia a Severodonesk che nella attigua Lysychansk, separata dall’altra cittadina da un fiume, ma le operazioni militari proseguono con estrema lentezza: per i russi si tratta di risparmiare vite al proprio esercito; per gli ucraini di resistere in attesa delle nuove armi Nato.
Nel frattempo, ha avuto grande rilievo la notizia della cattura di due soldati americani, anche perché negli Usa hanno paura che possano subire la stessa sorte dei due britannici catturati dai russi di recente insieme a un marocchino, i quali sono stati condannati a morte da un tribunale di Donetsk.
La Russia aveva dichiarato fin dall’inizio della guerra che i combattenti stranieri catturati non sarebbero stati trattati da prigionieri di guerra e la condanna dei due “volontari” segue quella dichiarazione.
Detto questo, a seguito delle proteste britanniche, Mosca ha invitato Londra a contattare la Repubblica di Donetsk per avviare negoziati per la loro liberazione (BBC), cosa che Londra non vuol fare per una ragione di principio: teme di esser costretta in tal modo a riconoscere de facto la Repubblica indipendente. Per questo, ha contattato il ministro degli Esteri ucraino Dmitry Kuleba, incaricandolo di risolvere la cosa.
In realtà, trattando con Donestk non riconoscerebbe affatto la Repubblica in questione, riconosciuta finora da Mosca e pochi dei suoi alleati, ché il riconoscimento di un’entità politica come statuale è tutt’altro da un negoziato con un nemico.
La verità è che Londra teme di perdere di prestigio, abbassandosi a chiedere la liberazione dei propri prigionieri, da qui l’incarico all’Ucraina, anche se, sottotraccia, le trattative le sta facendo, eccome (si spera anche per il marocchino…).
Così, la storia dei due soldati britannici – ufficialmente volontari, di fatto forze speciali incognite in servizio attivo – insegna che anche per i due americani non ci sarà una condanna a morte, che avrebbe solo l’effetto di dare nuovi argomenti alla propaganda avversa, ma si avvierà un negoziato.
Interessante notare la storia di uno dei due americani catturati. Sul New York Post, un’intervista drammatica della madre del soldato, che spiega che il figlio si era arruolato come volontario per “salvare vite ucraine e non solo ucraine” (?) ed era pronto a morire (non sembra: certe cose si dicono, poi…).
La mamma, che è sempre la mamma, racconta che non era andato per combattere, ma solo “per addestrare i soldati ucraini’”. Fin qui la donna, che siamo alquanto certi che prima o poi rivedrà l proprio ragazzo, al contrario di tanti altri che stanno morendo in questa stupida guerra.
C’è un passaggio obbligatorio da fare, cioè il ragazzo deve dichiarare alle telecamere russe che è contro la guerra e che ha sbagliato ad andare in Ucraina, come hanno fatto i due britannici e come ha fatto anche lui.
Come si legge su Oda Tv, appena catturati, i soldati stranieri che combattono in Ucraina “in un solo giorno si trasformano in ‘figli dei fiori’, dichiarandosi contro la guerra”. Se citiamo questa Tv turca non è tanto per questa ironia, cinica eppur vera, quanto perché ci ha colpito una rivelazione di tale emittente.
In un articolo, infatti, Oda Tv spiega che il simbolo che campeggia sull’uniforme di uno dei due soldati americani catturati, Alexander John-Robert Drueke, lo rivela come membro dell’US Armed Forces Chemical Warfare Corps, cioè la forza militare Usa dedicata alle armi chimiche.
Infatti, il distintivo dorato, all’interno del quale si distinguono un tronco d’albero e un drago, è inequivocabile, Non avremmo creduto alla notizia, se non fosse che la stessa foto, e lo stesso distintivo, illustra il servizio dell’articolo del Nyp succitato.

Se si ingrandisce la fotografia in questione, si vede perfettamente che il distintivo è quello indicato, come si riscontra anche su un sito specializzato delle forze armate Usa (https://www.usamm.com).
Nel presentare il militare, il Nyp spiega che Drueke era andato due volte in missione in Iraq, forse alla ricerca delle famose armi di distruzione di massa di Saddam. Ma che ci è andato a fare in Ucraina? Non ha competenze in fatto di addestramento per una battaglia di terra, dato che le sue competenze sono le armi chimiche.
Oda Tv ricorda che solo alcuni giorni fa il Pentagono ha rivelato di aver supportato 46 biolaboratori sparsi sul territorio ucraino, ma questo non spiega granché, dal momento che il ragazzo è partito da poco per la guerra. Così resta la domanda: che diavolo ci è andato a fare? Resterà inevasa. (Qui)

Ho idea che a metterle in fila, le domande che resteranno per sempre inevase, facciamo da qui al sole e ritorno. E ora ascoltiamo una voce particolarmente interessante.

La guerra Usa – Russia in Ucraina vista da un ex dirigente della Cia

 “Contrariamente alle dichiarazioni trionfalistiche di Washington, la Russia sta vincendo la guerra e l’Ucraina ha perso la guerra. Sui danni a lungo termine prodotti alla Russia il dibattito è aperto”. Così Graham E. Fuller, ex vicepresidente del National Intelligence Council presso la CIA, il quale dettaglia le conseguenze di questa “guerra americano-russa combattuta per procura fino all’ultimo ucraino”.
Nella nota, Fuller spiega che “le sanzioni americane contro la Russia si sono rivelate molto più devastanti per l’Europa che per la Russia stessa. L’economia globale ha subito un rallentamento e molte nazioni in via di sviluppo devono affrontare gravi carenze alimentari e il rischio di una fame dilagante”.
La devastazione subita dall’Europa sta creando criticità nel rapporto tra questa e Washington, che sta costringendo i propri clienti a supportare a proprie spese la sua linea di “politica estera erratica e ipocrita, basata sul disperato bisogno di preservare la ‘leadership americana’ nel mondo”. Ed è da vedere se acconsentirà a intrupparsi senza riserve anche nella guerra “ideologica” contro la Cina, dalla quale il Vecchio Continente dipende più che dalla Russia.
“Una delle caratteristiche più inquietanti di questa lotta tra USA e Russia in Ucraina è stata l’assoluta corruzione dei media indipendenti. Washington ha vinto a mani basse la guerra dell’informazione e della propaganda, coordinando tutti i media occidentali e costringendoli a cantare lo stesso libro di inni che sta caratterizzando la guerra ucraina. L’Occidente non ha mai assistito a un’imposizione così totale di una prospettiva geopolitica ideologicamente guidata […] Stretti in questa virulenta raffica di propaganda anti-russa, che non ho mai visto neanche durante i miei giorni da Guerriero Freddo, gli analisti seri devono scavare in profondità per avere una comprensione oggettiva di ciò che sta effettivamente accadendo in Ucraina”.
La presa sui media ha avuto l’effetto di tacitare “quasi tutte le voci alternative”. “Ma l’implicazione più pericolosa è che mentre ci dirigiamo verso future crisi globali, assistiamo alla scomparsa di una vera e propria stampa libera e indipendente”, mentre l’opinione pubblica è preda “di media dominati dalle multinazionali vicine ai circoli politici, che godono del supporto dei social media elettronici; tutti attori che manipolano la narrativa secondo propri fini. Mentre andiamo incontro a un’instabilità prevedibilmente più grande e più pericolosa prodotta dal riscaldamento globale, dai flussi di profughi, dai disastri naturali e dalle probabili nuove pandemie, il rigoroso dominio statale e corporativo dei media occidentali diventa davvero molto pericoloso per il futuro della democrazia” (bizzarrie di questa sedicente lotta tra democrazia e autocrazia…).
Per quanto riguarda i cambiamenti geopolitici dettati dalla crisi ucraina, Fuller registra che “le massicce sanzioni statunitensi contro la Russia, tra cui la confisca dei fondi russi nelle banche occidentali, sta inducendo la maggior parte del mondo a riconsiderare l’idea di puntare interamente sul dollaro USA nel futuro. La diversificazione degli strumenti economici internazionali è già in atto e indebolirà la posizione economica un tempo dominante di Washington e la sua ‘arma unilaterale’, il dollaro”.
Inoltre, lo spostamento della Russia verso l’Asia appare ormai destino irreversibile, producendo quell’asse Cina-Russia che Washington da tempo paventa come minaccia esistenziale. Tale processo è arrivato a un punto tale che l’idea di disarticolare tale asse, avanzata da tanti analisti e politici occidentali, è ormai una pura “fantasia”.
“Purtroppo per Washington, quasi tutte le sue aspettative su questa guerra si stanno rivelando errate”, conclude Fuller, secondo il quale in futuro questo tempo potrebbe rivelarsi come il momento in cui l’Occidente ha preso coscienza dell’errore insito nella condiscendenza verso la pretesa americana di “preservare il suo dominio globale”, che inevitabilmente creerà “nuovi confronti, sempre più pericolosi e dannosi con l’Eurasia”. Mentre “la maggior parte del resto del mondo – America Latina, India, Medio Oriente e Africa – non vede alcun interesse nazionale in gioco in questa guerra fondamentalmente americana contro la Russia”.
Se riferiamo tali opinioni, non nuove per questo sito, è perché sono enunciate da una fonte autorevole e non certo tacciabile di filo-putinismo, accusa peraltro abusata durante le guerre infinite dalla propaganda occidentale, che di volta in volta ha tacciato le voci critiche di essere filo-Saddam, filo-Assad. filo-iraniani, filo-terroristi e quanto altro. Nihil sub sole novum.
L’unica novità è che in passato, durante i precedenti passi di questa guerra infinita – che necessariamente doveva rivolgersi contro Russia e Cina (e contro l’Europa, in maniera più o meno indiretta) -, è che mentre morivano gli arabi e gli africani non importava nulla a nessuno (come nulla importa ora dello Yemen). Ora che la guerra incide sul prezzo della benzina e degli alimenti, interessa, eccome. Anche sotto questo profilo, nihil… (Qui)

E se vuoi comunque dire la verità,occhio a non fare la fine di Alina Lipp:

E chiudiamo con un bel tango.

barbara

E BOMBA SU BOMBA

noi, abbiam distrutto il Donbass, il Donbass,
insieme a voi (che ce le regalate)

Ucraina: «Fiat iustitia, pereat mundus»

“Non cederemo il Sud dell’Ucraina alla Russia”. Così Zelensky ieri, mettendo una pietra tombale sulle possibilità di avviare a breve un negoziato con i russi. In tal modo ha voluto rispondere, in maniera pubblica e inequivocabile, alle richieste di Macron e Scholz, i quali, nel corso delle visita a Kiev (insieme a Draghi) [non è un bijou quel Draghi fra parentesi?], gli avevano chiesto di riprendere i negoziati.
Nulla di fatto, il presidente che ostenta la magliettina verde dell’esercito in ogni circostanza, non può smarcarsi dall’America, che non gli consente alternative alla guerra. A rafforzare il rilancio di Zelensky, la parallela dichiarazione del Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, il quale ha affermato che la guerra “potrebbe durare anni“.
Se nei giorni scorsi il “partito della pace” aveva avuto un sussulto in Occidente, aprendo spiragli, si può registrare con certa tristezza che tale accenno di vitalità è stato prontamente tacitato. D’altronde era abbastanza evidente anche nei report del viaggio della speranza (per usare un termine in uso ai pellegrinaggi religiosi) di Scholz e Macron: ben pochi media importanti avevano riferito della richiesta avanzata dai leader (e chi ne ha riferito lo ha fatto con la distrazione del caso), limitandosi a ribadire il mantra dell’ingresso dell’Ucraina nella Ue.
La definizione “partito della pace” l’abbiamo ripresa da Steven Erlanger, cronista del Times e premio Pulitzer, il quale, interpellato da Yana Dlugy per il New York Times, ha detto che sull’Ucraina in Occidente si registra il conflitto tra il “partito della pace” e il “partito della giustizia”.
“Il partito della giustizia – spiega Erlanger -, formato fondamentalmente dall’Europa dell’Est, gli Stati baltici e la Gran Bretagna [e gli Usa, ovviamente], ritiene che c’è in ballo qualcosa di più dell’Ucraina, che è a tema la sicurezza europea. E che se Putin non si sente sconfitto, se non si ferma qui, allora, in qualche modo, proseguirà” nella sua assertività.
“Il partito della pace teme che gli obiettivi del partito della giustizia siano l’estensione della guerra, fino a rischiare un’escalation, al coinvolgimento dei paesi della NATO nella guerra, con il fine di mettere Putin all’angolo”.
C’è qualcosa di vero in queste righe, ma ancora più corretta la considerazione conclusiva, cioè che se l’America non sostenesse più l’Ucraina, la guerra finirebbe rapidamente, se non subito.
La cessazione delle ostilità vedrebbe non tanto Mosca invadere Kiev – mossa che minaccerebbe del caso solo per forzare la mano all’avversario – quanto la leadership ucraina aprirsi subito al negoziato, che i russi accoglierebbero con favore, potendo dichiarare chiusa la guerra e proclamare la vittoria.
In realtà, lo scontro in atto non è solo tra un’asserita “giustizia” e una irenica “pace”, ma soprattutto tra una politica estera improntata al realismo e quella, dominante in America (e, in subordine perché subordinata, in Europa), forgiata dall’ideologia iper-liberista e/o neoconservatrice.
Tale scontro è descritto molto bene in un articolo di Sumantra Maitra sul National Interest, al quale rimandiamo. In questa sede ci limitiamo a riportare una riflessione di Hans Morgenthau ivi riportata sulla necessità del realismo in politica.
“Il realismo sostiene che i principi morali universali non possono essere applicati alle azioni degli Stati nella loro formulazione universale astratta, ma che devono essere filtrati attraverso le circostanze concrete del tempo e del luogo. L’individuo può dire: “ Fiat iustitia, pereat mundus (Sia fatta giustizia, anche se il mondo perisce),” ma lo Stato non ha il diritto di dirlo in nome di coloro che sono sotto la propria tutela”.
“Sia l’individuo che lo stato devono giudicare l’azione politica in base a principi morali universali, come quello della libertà. Tuttavia, mentre l’individuo ha il diritto morale di sacrificarsi in difesa di un tale principio morale, lo Stato non ha il diritto di far sì che la sua disapprovazione morale per la violazione della libertà ostacoli un’azione politica di successo, a sua volta ispirata dal principio morale di una sopravvivenza nazionale. Non può esserci moralità politica senza prudenza; cioè, senza considerare le conseguenze politiche di un’azione apparentemente morale” .
Riflessione che il cronista del NI commenta spiegando che se certo il realismo non è alieno da aspetti negativi, “non è paragonabile alle crociate per la democrazia degli ultimi trent’anni”.
Commento precipuo, dal momento che anche il sostegno all’ucraina e alla sua lotta “fino all’ultimo ucraino” contro l’invasore, se pure all’inizio poteva identificarsi come un doveroso sostegno verso l’aggredito, oramai, caduta tale foglia di fico, ha assunto l’aspetto di una crociata per la libertà e la democrazia proprio delle guerre infinite.
Tale natura religiosa, che non consente dissidenza (la dissidenza è eresia), fa di questa guerra un conflitto esistenziale e insanabile, escludendo a priori non solo il negoziato, ma la stessa idea del negoziato. Tanto che nelle disquisizioni degli esperti e degli analisti che parlano a nome e per conto del potere dominante, il negoziato non è neanche evocato se non come vago residuo colloquiale per rassicurare le masse.
Nulla importa che il mondo sia flagellato dalle conseguenze della guerra e soprattutto delle sanzioni: inflazione e rischio stagflazione in Occidente, fame in Africa, turbolenze e violenze di piazza diffuse all’orizzonte, rischio di nuove ondate migratorie, incremento della destabilizzazione globale… solo per parlare delle conseguenze certe, che all’incerto non c’è limite.
Già, nulla importa: Fiat iustitia, pereat mundus. Dove, ovviamente, la giustizia è Cosa loro.
20 giugno 2022, qui.

Sì, direi che il richiamo alla mafia ci sta tutto.

Nuovo comandante esercito inglese: “Prepariamoci a combattere nuovamente in Europa”

Dal Regno Unito giungono le roboanti dichiarazioni di un pezzo grosso dell’esercito a scaldare ulteriormente il clima e le tensioni politiche internazionali.
Dichiarazioni che non lasciano preludere a niente di buono, con una distensione sempre più lontana sul fronte del conflitto che vede schierati da una parte i russi e dall’altra gli ucraini, dietro la regia degli Usa che si stanno spendendo tanto in termini di finanziamento militare e appoggio di intelligence a Kiev; accanto a Washington, un ruolo di primo piano hanno poi i fidi alleati britannici.
L’annuncio è stato dato qualche ora fa da THE SUN, secondo quotidiano in lingua inglese più venduto al mondo: il generale Sir Patrick Sanders, il nuovo comandante dell’esercito, – scrive il tabloid britannico – ha affermato che “l’assalto sanguinario di Putin all’Ucraina ha scosso le basi della sicurezza globale”. In un primo messaggio rivolto a ogni soldato in servizio, ha detto che “il mondo è cambiato da quando il dittatore russo aveva invaso l’Ucraina il 24 febbraio”. [A me veramente sembra che “il mondo” sia cambiato da quando Biden ha decretato le sanzioni e imposto a mezzo mondo di seguirlo, e ad armare sempre più pesantemente l’Ucraina imponendo parimenti a mezzo mondo di seguirlo. Carina poi la cosa di chiamare dittatore Putin mentre viene chiamato universalmente “presidente” Abu Mazen]
Sanders ha promesso di forgiare un esercito in grado di battere la Russia in battaglia e ha avvertito le coraggiose truppe britanniche che ora devono prepararsi “a combattere ancora una volta in Europa”.
Il generale, nel suo nuovo ruolo da lunedì scorso – continua The Sun- ha dichiarato: “Ora c’è un imperativo ardente di forgiare un esercito in grado di combattere al fianco dei nostri alleati e sconfiggere la Russia in battaglia”.
Ancora, “L’invasione russa sottolinea il nostro scopo principale: proteggere il Regno Unito essendo pronti combattere e vincere guerre sulla terraferma”. [Nel senso che il Regno Unito sta rischiando di essere invaso dalla Russia? Ganzo!]
Sanders, 56 anni che ha condotto operazioni militari in Irlanda del Nord, Kosovo, Iraq e Afghanistan, ha promesso inoltre che avrebbe accelerato i piani per modernizzare l’esercito e renderlo funzionale a dispiegarsi all’estero per rispondere più rapidamente alle crisi.
Affermazioni forti che si aggiungono a quelle del primo ministro, Boris Johnson, che reduce dalla sua recentissima visita a Kiev ha annunciato: “sarebbe una catastrofe se Putin vincesse” e ha assicurato a Zelensky che “il Regno Unito è pronto a lanciare un’importante operazione per addestrare le forze armate ucraine, addestrando fino a 120.000 soldati ogni 120 giorni per prepararli al combattimento contro i soldati di Putin”.
FRANCESCO FUSTANEO, qui.

Una piccola domanda: da quando in qua sono i militari e non i parlamenti a decretare le guerre? Un’altra piccola domanda: tot soldati ogni 120 giorni cioè ogni 4 mesi: per quanti turni? Ossia per quanti anni hanno già deciso che questa guerra CHE NON LI RIGUARDA ma che distruggerà tutti noi dovrà continuare?

Assedio di Kaliningrad: nient’altro che una provocazione per l’estensione del conflitto

Le ferrovie lituane porranno delle limitazioni alle merci che transiteranno nella regione di Kaliningrad e ciò è riferito ad un ampio elenco di merci soggette a sanzioni. Le modifiche sono entrate in vigore sabato 18 giugno. Lo ha annunciato il governatore Anton Alikhanov nel suo canale telegram: “… Ci siamo semplicemente confrontati questo pomeriggio con il fatto che da domani queste merci non saranno accettate per il trasporto. Secondo le stime preliminari, si tratta dal 40 al 50% della gamma di merci trasportate tra la regione di Kaliningrad e altre regioni della Russia … “
Secondo Alikhanov, i materiali da costruzione e prodotti finiti esportati dalla regione di Kaliningrad a altre regioni della Russia rientrano nel divieto.
La posizione dell’exclave di Kaliningrad è la sua vulnerabilità critica. A rigor di termini, è impossibile in linea di principio detenere un tale territorio, quindi la questione del suo status, prima o poi, sarebbe sorto. C’è un deja vu piuttosto persistente: proprio questo territorio divenne la causa immediata della seconda guerra mondiale, quando Hitler consegnò un ultimatum alla Polonia per un corridoio extraterritoriale verso la Prussia orientale. Oggi la storia si ripete.
Il problema è evidente: oggi l’ultimatum alla Lituania sarà presentato in condizioni incommensurabilmente più difficili. L’esercito russo si sta dissolvendo nelle steppe ucraine e sarà molto problematico aprire un altro fronte, anche se si trattasse solo di fronteggiare la Lituania. E lei è un membro della NATO, e quindi tutto è molto più serio.
Il blocco di Kaliningrad è in realtà una risposta al conflitto ucraino, alla sua internazionalizzazione. E dato che l’insieme dei paesi baltici, come tutta la “giovane Europa”, è sotto il patrocinio degli Stati Uniti e, in primis, della Gran Bretagna, questa è la mossa degli anglosassoni nella lotta contro l’Europa continentale . La Russia qui e solo il tramite.
Non ha senso discutere che la Russia ha un’enorme numero di potenziali territori di conflitto lungo tutti i confini. I suoi avversari hanno una ricca scelta di risposte e di eventuali escalation lungo la maggior parte del perimetro dei confini russi, dall’Artico all’Asia centrale.
Qual è il prossimo? In generale, il blocco di Kaliningrad pone una scelta ovvia: la regione non è nella posizione migliore in una situazione di blocco, dovrà affrontare la questione della sopravvivenza nel vero senso della parola. Anche il problema è chiaro: l’invasione dei paesi baltici può tecnicamente terminare con la sua occupazione e la sua occupazione sarà la sua vittoria diventerebbel’obiettivo della “comunità mondiale” .
Al momento in realtà esiste un accordo bilaterale per cui questo il blocco sarebbe illegittimo. Ma si sa nel mondo delle regole, le regole valgono solo all’esterno. Quindi nascono tensioni e la Russia ha risposto già che non accetterà lo status quo.
Aspettiamoci un mondo molto diverso ed un modo di vivere molto diverso da quello a cui eravamo abituati.
Forse vedremo l’inverso dei nostri padri, che hanno visto dopo la guerra un miglioramento della loro vita e delle loro speranze e la prospettiva ideale di un mondo migliore.
È ormai certo che in futuro sarà una estensione del conflitto, con mezzi economici o militari.
La situazione per noi comincia ad essere più vicina, ma nelle repubbliche autonomiste del Donbass hanno mobilitato già dai 15 ai 65 anni al fronte. Questa è la misura della serietà di ciò che sta succedendo. Quindi come risponderà la Russia per Kaliningrad potrebbe essere una sorpresa. Perché è una questione di sopravvivenza. C’è un bias cognitivo in questo da parte della nostra dirigenza, attenta solo che quadrino i numeri e le alleanze, per aprire carriere di successo.
La probabilità di un conflitto armato nel Baltico non è molto alta, ma esiste. “L’Unione Europea deve correggere la situazione con il blocco di Kaliningrad, altrimenti la Russia avrà mano libera per risolvere la questione del transito con ogni mezzo”, ha affermato il capo della commissione del Consiglio della Federazione per la protezione della sovranità Andrey Klimov. Da parte loro, i paesi occidentali comunque cercheranno uno scontro diretto attivamente, non appena la Russia sarà resa più debole dal conflitto in corso.
Per ora la Russia comunque avrà l’opzione marittima per portare i materiali, ma la situazione sarà sempre più tesa e soprattutto, resa deliberatamente più tesa.
Patrizio Ricci, VPNews, qui.

Nulla die sine povocatione.

Colpite le piattaforme di gas in Crimea: l’Ucraina punta all’escalation del conflitto

L’attacco di Kiev alle piattaforme di trivellazione della società di gas Chernomorneftegaz nel Mar Nero, in Crimea, ha sciolto le mani alla Russia, nel più breve tempo verrà data la risposta. “La Russia colpirà i centri decisionali dell’Ucraina”, ha annunciato il deputato della Duma di Stato Mikhail Sheremet.
L’attacco degli ucraini alle piattaforme, dove erano presenti 109 persone, ha provocato 3 feriti, che si trovano nel reparto grandi ustionati dell’ospedale di Sebastopoli, inoltre 7 persone sono disperse, evacuate 94 persone.
Ora in Russia aspettano con ansia la tanto attesa risposta della Russia, la gente è stanca delle azioni sfacciate e continue di Kiev. Da sottolineare che i satelliti commerciali americani Worldview-1, Worldview-2 e Worldview-3 hanno fotografato l’area del Mar Nero, dove si trovano le piattaforme di perforazione di Chornomorneftegaz, una settimana prima che le truppe ucraine le colpissero. 
Il Ministero della Difesa russo ha confermato di aver colpito con i missili “Kalibr2 il centro direzionale dell’esercito ucraino nella regione di Dnepropetrovsk e di aver eliminato oltre 50 generali e ufficiali ucraini. 
Alcune divisioni dell’esercito ucraino hanno abbandonato i combattimenti nella zona di Lisicjansk a causa della “bassa condizione morale e psicologica e mancanza di proiettili”.
Alcuni nazisti ucraini dalla fabbrica “Azot” cominciano a chiedere le trattative e hanno alzato le bandiere bianche… la terra sta letteralmente bruciando loro sotto i piedi.
La Russia ha dato l’ultimatum alla Lituania, la quale ha posto il blocco al transito delle merci tra Kaliningrad ed il resto della Federazione Russa. Se la Lituania non revocherà immediatamente il blocco commerciale, la Russia si riserva il diritto di intraprendere le azioni necessarie per difendere i propri interessi nazionali.
L’azione provocatoria della Lituania che infrange i propri obblighi internazionali, è considerata dalla Russia come un atto ostile. In sostanza è un casus belli … cercano disperatamente la terza guerra mondiale.
Biden intanto ha annunciato che nei tempi prossimi non andrà in Ucraina.
MARINELLA MONDAINI, qui.

Mi è capitato spesso di leggere diari di ragazzini ebrei iniziati poco prima della guerra, che dicono corrono voci di guerra ma speriamo di no, la guerra è scoppiata ma speriamo che duri poco, non sta durando poco ma speriamo che non sia troppo tremenda, si sta rivelando veramente tremenda ma speriamo che per noi ebrei non vada a finire troppo male, ci hanno rinchiusi nel ghetto ma speriamo di poter almeno andare avanti in qualche modo, hanno cominciato a deportare ma speriamo di sopravvivere… E noi che leggiamo sappiamo fin dall’inizio come andrà a finire e che nessuna speranza, neppure l’ultima, si realizzerà. Sempre più spesso ho la sensazione di vivere dentro uno di questi libri, in cui si direbbe che qualcuno – più di qualcuno: perché a differenza di allora, quando la volontà di annientamento era di un uomo solo, oggi sembra che il demone della volontà di distruzione totale ne stia possedendo tanti, e con tantissimi a fare il tifo – ne abbia già scritto la conclusione.

barbara

HANNO OCCHI E NON VEDONO, HANNO ORECCHI E NON ODONO

E qualunque cosa gli si metta davanti, continueranno e non vedere e non sentire. Mi viene in mente un’amica che a ogni attentato particolarmente feroce in Israele diceva: stavolta non possono non capire, stavolta devono vedere di chi è la colpa. E invece no, non capivano, non vedevano, non si accorgevano. Zero. E ricordo Lamberto Dini che dopo l’attentato del Dolphinarium, il primo giugno 2001, mentre gli israeliani erano ancora intenti a raccattare brandelli di carne e pezzi di cervello dei ragazzini fatti a pezzi spiaccicati su per muri, marciapiedi, finestrini di automobili, invitava entrambe le parti alla moderazione. Questi qui di oggi sono se possibile ancora peggio: questi armano chi da otto anni massacra e bombarda civili innocenti (oltre il 10% dei morti sono bambini) e intimano lo stop alla controparte. Ma veniamo agli ultimi fatti. Per cominciare vi affido al nostro Vittorio Rangeloni che vi porta a vedere l’ospedale pediatrico bombardato

Poi a Patrick Lancaster che vi ci porta dentro, nel rifugio in cui sono ammassate 200 donne tra puerpere coi bambini e prossime partorienti.

E infine ancora  a Lancaster per il  bombardamento successivo.

Anche chi non dovesse cavarsela troppo bene con l’inglese, potrà notare che quando i suoi interlocutori dicono che a bombardarli sono gli ucraini, regolarmente lui spiega che in America e in Europa dicono che a fare questo sono i russi, e la reazione degli interpellati è sempre la stessa, identica per tutti.

A proposito di Lamberto Dini, ho ripescato questo mio post di sedici anni e mezzo fa, che contiene diversi spunti interessanti.

Sul Corriere della Sera di oggi Gianna Fregonara un po’ intervista e un po’ racconta Lamberto Dini, l’uomo che possiede la risposta a tutte le domande. Innanzitutto Dini non crede che siano risolutivi «atti unilaterali da parte degli Stati Uniti o di Israele dopo le odiose dichiarazioni del presidente iraniano». Anzi, è convinto che chiedere sanzioni all’Iran da parte del Consiglio di Sicurezza «rischierebbe di spaccare la comunità internazionale di fronte a un problema così complicato come è l’Iran di Ahmadinejad». Lamberto Dini è un pragmatico, ci spiega la signora Fregonara, e ha sempre perseguito la via del dialogo con i Paesi islamici del Medio Oriente, ed è convinto che anche oggi il dialogo rimanga la migliore via d’uscita: e fin qui siamo nel campo delle opinioni, balorde finché si vuole, pericolose, quando a nutrirle è persona con responsabilità di governo, finché si vuole, ma pur sempre opinioni. Poi però il signor Dini pretende di passare ai dati di fatto: «Quando cominciammo la collaborazione economica c’era Khatami che pubblicamente riconosceva l’esistenza dello Stato di Israele e si dichiarava disposto ad accettare una pace purché andasse bene ai palestinesi» e qui non ci siamo proprio, perché il nostro, a quanto pare, ignora che Khatami, esattamente come Ahmadinejad, non ha mai pronunciato la parola Israele, ha continuato a costruire il nucleare, ha sempre scritto sui missili delle parate militari che erano destinati a Israele, ha sempre finanziato i gruppi terroristici attivi in Israele. E che dire di quando a Roma, durante una conferenza stampa, si rifiutò di rispondere a una domanda di un giornalista perché israeliano? A questo poi va aggiunto che il vero padrone dell’Iran, oggi con Ahmadinejad come ieri con Khatami, è Khamenei, la Suprema guida, e Khamenei si è sempre detto favorevole all’eliminazione di Israele e ha detto più volte che quando avranno i missili nucleari li utilizzeranno, perché se anche Israele dovesse rispondere, varrebbe comunque la pena di perdere milioni di vite islamiche in cambio della fine dello Stato di Israele. Ma di tutto questo il nostro lungimirante ex ministro degli Esteri non ha mai avuto sentore, e dunque «Abbiamo fatto un grande sforzo anche a livello di Unione Europea di convincere il governo iraniano che va bene il nucleare civile ma non hanno alcuna necessità di sviluppare ordigni nucleari. Abbiamo avuto alterni successi» anche se, bontà sua, «il dubbio sulle reali intenzioni dell’Iran non è mai cessato». Ciononostante «Durante i governi del centrosinistra i rapporti con l’amministrazione del presidente Khatami incrementarono i rapporti economici […] Finanziammo molti progetti per le infrastrutture […]». Ma adesso che Ahmadinejad ha detto quello che ha detto e nessuno si può più permettere di chiudere gli occhi, qual è la soluzione? Niente paura, all’immarcescibile la risposta non manca: «Se le parole di Ahmadinejad sono sconcertanti e tali da generare forti tensioni in Medio Oriente e nei rapporti con l’Europa e gli Usa, porre sanzioni potrebbe essere più pericoloso delle parole del presidente iraniano». Chiaro, no? E vediamo come si sia costruito quell’abito di “pragmatico” che la signora Fregonara gli attribuisce. Vi ricordate Camp David, luglio 2000? Già allora oltre il 90% della popolazione palestinese di Gaza e Cisgiordania viveva sotto amministrazione palestinese e non più sotto occupazione israeliana, e in quell’occasione Israele aveva proposto la consegna del 97% del territorio palestinese, la compensazione del 3% mancante con territori israeliani più densamente popolati da arabi e Gerusalemme est come capitale. La risposta di Arafat, come sappiamo, era stata la guerra. E che cosa suggerisce il nostro per uscire da questa situazione? Israele sta sbagliando tutto, dice: dovrebbe smettere di combattere e fare qualche proposta concreta. Vi ricordate l’attentato alla discoteca “Delfinario” di Tel Aviv, brandelli di ragazzini di tredici quattordici anni spiaccicati su per i muri? L’attentato è stato «un’atroce manifestazione di odio» scrive Dini nel suo messaggio di condoglianze al suo omologo israeliano Shimon Peres. E ora «È necessario un coraggioso e lungimirante sforzo da entrambe le parti in causa, per porre fine alla spirale di lutto e violenza, frutto di fanatismo ed esasperazione». E un anno più tardi, in un’intervista al Corriere: «Il governo Sharon sbaglia se pensa di mettere fine agli attacchi suicidi con la forza e l’occupazione militare. Finché i carri armati israeliani continuano a distruggere uomini, cose e infrastrutture, finché continuano a bruciare il futuro dei palestinesi, gli attacchi continueranno e potrebbero intensificarsi anche al di fuori della regione»Peccato che quando l’ondata di attentati era cominciata non ci fossero né carri armati, né occupazione. Anche in quel caso l’ineffabile aveva la soluzione pronta: «Una conferenza internazionale guidata da Usa, Europa e Russia, come a Oslo [che ha portato a un’impennata del terrorismo]. Alla presenza degli Stati arabi dovrà fissare confini sicuri per Israele e creare uno Stato palestinese, con regole che ne garantiscano il rispetto». Assolutamente perfetto: peccato che questo sia esattamente ciò che le risoluzioni Onu 242 e 338 chiedevano già dal tempo delle guerre dei Sei giorni e del Kippur, e che gli arabi le abbiano categoricamente respinte. E bisogna inoltre «ripartire dall’ultima risoluzione dell’Onu e dal piano di pace del principe saudita Abdallah, approvato all’unanimità da tutti i Paesi arabi». Assolutamente perfetto anche questo: peccato solo che fosse esattamente ciò che era stato proposto a Camp David, e che Arafat aveva rifiutato. Risparmio il resto dell’intervista, perché qualcuno potrebbe non avere una sufficiente scorta di Maalox sottomano, e aggiungo solo un’ultima perla: «Israele non ha mai fatto una proposta di pace». Ecco: questo è l’uomo che oggi ci offre la propria sapienza per risolvere la crisi iraniana.

E, a proposito di sanzioni: come mai a nessuno sono venute in mente negli otto ani in cui L’Ucraina massacrava e bombardava gli abitanti del Donbass?

E poi, quando gli anni saranno passati, e i capelli imbiancati, e le forze disperse…

barbara

QUALCHE VOCE RAGIONEVOLE

che vale la pena di ascoltare

LISTE DI PUTINIANI E VERI PROBLEMI

10 GIUGNO 2022

Chiedo scusa a tutti quelli coinvolti ma le varie e ormai famose “liste dei putiniani”, al netto delle miserie giornalistiche, sono una vera fregnaccia. Ci sono, per quanto riguarda l’informazione e la propaganda, problemi ben più seri di cui occuparsi. Faccio una premessa personale: ho scritto spesso, fino alla vigilia dell’invasione russa in Ucraina, che non ci sarebbe stata alcuna guerra. Era l’epoca in cui moltissimi, me appunto incluso, pensavano (io ancora lo penso) che una guerra sarebbe stata (anche) contro gli interessi della Russia e che per questo un leader razionale e cinico come Vladimir Putin non l’avrebbe intrapresa.  Lo scrivevo in settimane in cui a dirlo e ripeterlo, oltre a tantissimi ucraini e russi, c’erano anche osservatori più o meno insigni e, per fare solo un paio di nomi, leader politici come Macron (“Non ci sarà alcuna escalation militare”, disse il presidente francese dopo la visita a Mosca) e Volodymyr Zelensky. Previsione sbagliatissima, come si vede.
C’è però un’enorme differenza tra sbagliare una previsione e distorcere i fatti. Perché di questo dovremmo occuparci, altro che delle liste dei putiniani. Per tre mesi il sistema mediatico italiano ci ha raccontato una guerra in cui i russi, crudeli e imbecilli, non ne azzeccavano una e venivano ridicolizzati e massacrati sul campo dagli ucraini. Ci è stato detto e ripetuto che le armi occidentali avrebbero spezzato le reni ai russi. Che Putin sarebbe stato presto spodestato dalle contestazioni, da un golpe o da una malattia. Che Putin non sapeva più quale ministro (Shoigu, quello della Difesa) o comandante (quello di stato maggiore Gerasimov, quello delle operazioni sul campo Dvornikov) silurare. Che le sanzioni avrebbero ridotto la Russia a pezzi. Tutto può ancora succedere. Ma dopo tre mesi la realtà è una sola: la Russia, che PRIMA della guerra controllava (tra Crimea e Repubbliche del Donbass) il 7% del territorio ucraino, OGGI ne controlla più del 20%. Le armi occidentali stanno finendo e quelle russe no. Le sanzioni colpiranno ma per ora non bastano a fermare la Russia. Putin sembra saldo in sella. E per dirla tutta, Zelensky e i suoi sembrano invece sull’orlo della disperazione.
Altro che quattro veri o presunti putiniani. Truppa in cui peraltro ogni tanto gli zeloti in cerca di visibilità e collaborazioni provano ad arruolare a forza e a mettere nelle liste anche rispettabilissimi personaggi come Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, o Lucio Caracciolo, direttore di Limes, colpevoli solo di essere un poco più intelligenti della marmaglia. È di tutto il resto che dovremmo preoccuparci.
Ma se a pontificare su Ucraina e Russia ci sono gli stessi (e con gli stessi argomenti) che nel 2003 pontificavano su quanto fosse bella e buona l’invasione dell’Iraq, un problema ci sarà o no? Se il 95% di quelli che partecipano ai talk show non sono mai stati in Ucraina, un problema ci sarà o no? Se il 99% di quelli che ce la spiegano non sono mai stati in Ucraina negli anni Novanta, e non hanno quindi visto il nazionalismo montante a Ovest e l’eredità sovietica vivissima a Est, un problema ci sarà o no? Se il 90% di quelli che “raccontano” la Russia oggi non sono mai usciti da Mosca, e quando sono a Mosca parlano (quando va bene) solo con i circoli della borghesia liberale e occidentalizzata, è un problema o no? Se la stampa italiana per mesi ha riportato come se nulla fosse le notizie selezionate dalla stampa ucraina, cioè dai media di un Paese che già prima della guerra era al 106° posto (su 180) nella classifica della libertà di stampa, dove le Tv dell’opposizione venivano chiuse per decreto (7 in un anno e mezzo) e dove dall’inizio dell’invasione russa tutti i media (comprensibilmente) sono stati di fatto accorpati in un solo organismo alle dipendenze del Presidente e dei suoi collaboratori, un problema l’abbiamo o no? Se uno che va nel Donbass è ipso facto “putiniano” e uno che che ha passaporto americano, casa e incarichi retribuiti negli Usa è un osservatore obiettivo, un problema ce l’abbiamo o no?
Che il sistema mediatico abbia deciso di schierarsi per la vittima contro l’aggressore, per il piccolo contro il grande, insomma per l’Ucraina contro la Russia, peraltro in perfetta coincidenza con il mandato politico di un premier che fin dal primo discorso disse che l’ancoraggio agli Usa e alla Ue era per l’Italia fondamentale, ci sta pure. Ma che il risultato reale, a prescindere dagli schieramenti, sia un’inaffidabile pseudo-informazione è sotto gli occhi di tutti. Per cui, delle liste dei presunti “putiniani” bisogna altamente fregarsene. Al massimo considerarle per ciò che sotto sotto sono, cioè un modo per buttare la palla in tribuna, per parlar d’altro, per mimetizzare il clamoroso scollamento tra la realtà e la sua narrazione.
Fulvio Scaglione, qui.

Adatto a chi ama i paragoni.

L’Ucraina, la crisi globale e la propaganda di guerra

«La guerra [ucraina] sta portando a un’impennata globale dei costi alimentari ed energetici e a una massiccia distrazione dalla risoluzione dei problemi a lungo termine. Alcuni governi stanno aumentando la spesa militare e probabilmente spenderanno meno, nel breve periodo, per lo sviluppo sostenibile».
«Nel frattempo la guerra e le sanzioni potrebbero finire per provocare una stagflazione o una vera e propria crisi economica globale. Naturalmente, la distruzione in Ucraina è devastante e anche la contrazione dell’economia russa quest’ anno sarà molto dura. La chiave per superare questi costi è porre fine alla guerra attraverso negoziati in settimane, non mesi o anni». Così Jeffrey Sachs, autorevole economista della Columbia University in un’intervista a La Stampa.
Sulla guerra, un interessante osservazione di Jacob G. Hornberger pubblicato dalla Fondazione americana Future of Freedom: «Supponiamo che l’Ucraina fosse guidata da un regime filorusso. Dopo ripetuti tentativi falliti di assassinarne il leader da parte della CIA, il Pentagono decide finalmente di invadere l’Ucraina allo scopo di determinare un cambio di regime, cioè estromettere il regime filo-russo dal potere e sostituirlo con un regime filo-USA».
«Quale sarebbe la risposta dell’establishment americano, in particolare della stampa mainstream statunitense?».
«Non ci sono dubbi sulla risposta. Sarebbe tutto diverso da come oggi viene rappresentata l’invasione russa dell’Ucraina. I media avrebbero orgogliosamente supportato le forze d’invasione dell’esercito americano. I giornali più autorevoli avrebbero riferito e commentato il coraggio delle truppe statunitensi. Non si vedrebbero foto o video di civili ucraini uccisi e sarebbero tutti etichettati come “danni collaterali”».
«La Chiesa avrebbero esortato le sue congregazioni a pregare per le truppe. Gli esponenti dell’establishment [politici e media] di tutta la terra farebbero a gara per trovare qualche soldato da ringraziare per il servizio reso […] L’establishment condannerebbe i “cattivi”, cioè quegli ucraini che si permettono di sparare contro i soldati americani».
«Come sappiamo che l’establishment americano reagirebbe in questo modo a un’invasione dell’Ucraina da parte del Pentagono?».
«Due risposte: Afghanistan e Iraq. È così che hanno reagito quando è stato il Pentagono a invadere quei due paesi. Da questo sappiamo che è così che reagirebbero se fosse stato il Pentagono e non la Russia a invadere l’Ucraina».
A conferma di tale suggestione, una suggestione indiretta. L’eroina del momento in America è Liz Cheney: le sue foto campeggiano orgogliosamente su tutte le prime pagine dei giornali mainstream, i Tg inondano le case dei cittadini statunitensi con le sue immagini, le sue parole sono riferite con devoto ossequio.
L’eroina in questione è tale perché è l’esponente di punta di quel manipolo di repubblicani che da sempre fa guerra a Trump. Da quando poi ha accettato di far parte della Commissione d’inchiesta sull’assalto a Capitol Hill, conferendo a un’indagine politicamente orientata una artificiosa patina di terzietà, le sue azione solo volate alle stelle.
Liz è la figlia di Dick, che gestì la presidenza Bush in nome e per conto dei neoconservatori, organizzando l’invasione dell’Afghanistan prima e dell’Iraq poi, che autorizzò la tortura di presunti terroristi tramite waterboarding, spianando la strada gli orrori di Abu Ghraib etc etc.
Liz ha sempre difeso il padre, giustificando tutte le sue decisioni come legittime e necessarie, a iniziare dall’invasione dell’Iraq. Lei l’eroina del momento, ci ricorda appunto l’ipocrisia che si cela dietro certe rappresentazioni della realtà.
E a proposito di bizzarre rappresentazioni della realtà, ricordiamo come abbia fatto il giro del mondo, ma non sui media mainstream, la destituzione della commissaria parlamentare ucraina per i diritti umani Lyudmila Denisova da parte della Rada di Kiev.
Una decisione presa dal partito di Zelensky a motivo del suo strano attivismo, che l’aveva portata anche ad accusare i soldati russi di stuprare donne e bambini in quantità industriale. Accuse che il parlamento ucraino ha dichiarato non fondate dichiarando la suddetta inadeguata a ricoprire una carica tanto delicata (ma nonostante questo, le sue accuse sono state ugualmente rilanciate da tutti i media d’Occidente: nella propaganda di guerra non si butta niente, un po’ come si fa per il maiale).
In un’intervista a un giornale ucraino, la Denisova, pur difendendosi a spada tratta, ammette di aver “esagerato” le accuse contro la Russia. Interessante una specifica che ci riguarda da vicino: «Quando, per esempio, ho parlato alla commissione per gli affari esteri del parlamento italiano, ho sentito e visto tanta reticenza riguardo l’Ucraina, sai? Ho parlato di cose terribili per spingerli in qualche modo a prendere le decisioni di cui avevano bisogno l’Ucraina e il popolo ucraino. Lì  [in Italia – SK ] c’era un partito, i “Cinque Stelle”, che era contrario alla fornitura delle armi, ma dopo il mio intervento uno dei leader del partito ha espresso sostegno all’Ucraina e ha detto che ci avrebbe sostenuto, anche sul provvedimento riguardante le armi». Simpatico retroscena.

Ps. Riguardo il blocco del grano dai porti ucraini, questione alla quale abbiamo dedicato una nota e che rischia di affamare il mondo, una novità importante: la Francia si è detta pronta a partecipare all’operazione che potrebbe consentire lo sblocco della situazione. (Qui)

Quest’altro articolo lo dedico a quelli che sghignazzano su Putin “che si aspettava che la popolazione accogliesse i russi a braccia aperte” (testo in russo letto col traduttore automatico).

La più grande bandiera russa nella storia della città è spiegata a Mariupol

Mariupol, 12 giugno – DAN. Il tricolore russo di 2400 m² viene schierato oggi in occasione della Giornata della Russia a Mariupol, riporta il corr. Agenzia di stampa di Donetsk da una città di mare.
L’azione si è svolta in piazza Leninsky Komsomol nel distretto di Primorsky. È stato organizzato dagli attivisti della Young Guard of United Russia e dalla Volunteer Company. All’evento hanno partecipato anche i cittadini.
“Con questa azione, non solo ci siamo congratulati con i residenti per la Giornata della Russia, ma abbiamo anche sostenuto i nostri militari, che stanno partecipando a un’operazione militare speciale per proteggere il Donbass”, ha affermato Ivan Dziuban, vicepresidente della MGER.
Secondo DAN, non c’è mai stata una bandiera russa così grande in città. 

La festa è iniziata da pochi giorni nel Donbass: concerti di artisti russi si sono svolti in città e regioni, anche nel territorio liberato . In particolare, Grigory Leps, Alexander Marshal, Denis Maidanov, Olga Kormukhina, Dmitry Dyuzhev, Aglaya Shilovskaya, Viktor Rybin, Natalya Senchukova e molti altri sono venuti a congratularsi con i residenti della DPR.
Il Russia Day è un giorno festivo della DPR e della Federazione Russa. È stato celebrato nella Repubblica popolare di Donetsk dal 2019 .

***
Altre notizie nel  canale DAN Telegram

Nel frattempo quell’oscena associazione a delinquere di stampo mafioso che è l’Unione Europea prosegue imperterrita coi suoi infami ricatti
Noi invece dilettiamoci con le cose meravigliose che la Russia ci regala.

barbara

GURDARE IN FACCIA LA REALTÀ

Quella realtà che in troppi si rifiutano di guardare, o per interesse, o per ideologia malata.

GUERRA IN UCRAINA, REALTA’ E SOGNI

2 GIUGNO 2022

L’intera classe politica occidentale, da Joe Biden a Mario Draghi, dalla ministra tedesca della Difesa Baerbock (che a tratti pare essere il vero cancelliere) al premier polacco Morawiecki, è impegnata a ripetere ogni giorno, più volte al giorno, che la Russia deve essere sconfitta in Ucraina. Per la verità nelle ultime settimane c’è stato uno slittamento linguistico significativo: da “la Russia deve essere sconfitta” si è passati a “la Russia non deve vincere”, che forse è l’indice di una più cauta pretesa. Chissà. Però, anche quando ci fossimo ripetuti per l’ennesima volta ciò che tutti sappiamo ( ovvero che il cattivo, qui, è la Russia, l’invasore è il Cremlino, gli occupanti le truppe russe), ancora non potremmo sottrarci al confronto con la realtà dei fatti. Che in sintesi oggi dicono questo: dopo più di tre mesi di guerra la Russia non dà segni di volersi fermare; le sanzioni più massicce della storia (che come dice Draghi, si faranno sentire in estate…) non hanno ancora convinto la classe politica russa a cambiare linea; il territorio ucraino “occupato”, che era il 7% (tra Crimea e Repubbliche del Donbass) prima del 24 febbraio, ora è il 20%, e forse sarà di più nelle prossime settimane; e l’esercito ucraino, pur riorganizzato, rinforzato (nel 2021 Zelensky ha dedicato il 4,1% del Più alle forze armate), addestrato dagli ufficiali occidentali e armato (quasi) in ogni modo da mezzo mondo, in questa fase pare alle strette.
Certo, dal punto di vista politico di Varsavia, Londra o Washington ingolosisce la prospettiva di tagliare le unghie alla Russia, tanto più che i sacrifici di guerra li fanno gli altri, cioè gli ucraini. E poi in questi mesi ci è piaciuto fare il tifo per il più debole contro l’orso russo. È stato comodo trasferire sui nostri giornali ogni sorta di notizie e di false notizie abilmente diffuse da un sistema mediatico come quello ucraino, controllato dagli oligarchi (ne ho scritto nel numero di Limes appena uscito), messo al servizio del potere politico e infatti classificato, già prima della guerra, al 108° posto su 180 nella graduatoria mondiale della libertà di stampa (Russia al 156° posto). Comprese le fake news elaborate da Lyudmila Denisova, commissaria per i Diritti Umani che lo stesso Parlamento ucraino ha dovuto licenziare per non vergognarsi troppo. È stato divertente descrivere i militari russi come dei fessacchiotti senz’arte né parte e raccontare la guerra come una serie infinita di vittorie ucraine. Tutto bene. Peccato che ora la realtà dica altre cose.
E una delle cose che questa realtà dice è che sconfiggere la Russia o non farla vincere è possibile ma implica una conseguenza di cui troppo poco sia parla: assistere alla distruzione dell’Ucraina stessa. È un prezzo che siamo disposti a pagare? Anzi, per meglio dire, a far pagare agli ucraini? Sorprende la noncuranza con cui si parla di futuri piani per la ricostruzione dell’Ucraina, perché danno per scontato che sia inevitabile lasciarla radere al suolo da un’offensiva russa che, dai primi di aprile, cioè da quando il comando è stato affidato al generale Dvornikov, il “macellaio” che per la nostra informazione sarebbe già stato epurato, si è dedicata a demolire con cura l’intera infrastruttura del Paese, annientando fabbriche, ferrovie, stazioni, depositi, con gli effetti che ora vediamo sul campo. E tutto questo avviene nella parte decisiva per l’economia ucraina, quel “Donbass allargato” ricco di risorse naturali (per dire, è uno dei più grandi bacini al mondo di terre rare) che la Russia, con questa o quella formula, vuole annettere. Impediamo alla Russia di vincere in Ucraina e poi con un bel Piano Marshall tiriamo su tutto, è il ragionamento. Il bello, anzi il brutto, è che è più o meno lo stesso ragionamento che fanno i russi: tiriamo già Mariupol’ o Severodonetsk e poi distribuiamo aiuti umanitari e ricostruiamo, che problema c’è?
Sarebbe quindi ora di smetterla con le frasi fatte e con il finto coraggio di chi non partecipa al dramma. Per evitare di vedere l’Ucraina distrutta e con ogni probabilità smembrata, se non riportata alla situazione del Seicento, con la parte a Ovest del Dnepr controllata dalla Polonia e quella a Est dalla Russia, bisogna cercare un compromesso. Ovvero, un accordo in cui sia la Russia sia l’Ucraina perdono qualcosa rispetto alle intenzioni e alle speranze. Chi invece, da un lato e dall’altro, vuole proseguire la guerra abbia almeno la dignità di ammettere che pur di sconfiggere Putin è pronto a sacrificare l’Ucraina e gli ucraini. Il resto sono solo parole.
Fulvio Scaglione, qui.

Ucraina. L’ambiguità di Biden e le rivelazioni sul figlio

È inconsueto che il presidente americano parli al mondo attraverso un articolo di giornale invece che in un discorso, ma così è stato e ieri ha pubblicato sul New York Times un intervento in cui spiegava l’impegno Usa a sostegno dell’Ucraina, anche per rispondere alle domande, sempre più pressanti, di fare chiarezza sull’impegno Usa.
Nell’articolo, a parte la solita retorica, due aspetti rilevanti. Il primo è il tono moderato dello scritto: nessun insulto a Putin e la riaffermazione che gli Usa non sostengono un regime change in Russia né cenni sui crimini di guerra attribuiti a Mosca [ovvio: quando parla, anche se i discorsi glieli preparano, finisce sempre che, essendo demente, gli scappa di mano – o per meglio dire SI scappa di mano – mentre un articolo viene pubblicato così come lo hanno scritto]. Un passo indietro, dunque, rispetto a certi interventi estremi del passato.
Al di là delle solite accuse al nemico, non si rinviene neanche alcun cenno all’integrità territoriale dell’Ucraina o alla cacciata dell’esercito russo, solo la prospettiva di vedere la nazione preservata nella sua fisionomia “democratica, indipendente, sovrana e prospera” [tanto democratica da mettere fuorilegge tutti i partiti di opposizione e chiudere le televisioni non allineate; tanto indipendente da venire finanziata e armata e addestrata da anni da uno stato estero; tanto sovrana che un qualsiasi pincopallino straniero può far destituire un procuratore capo che indaga sui suoi loschi affari; tanto prospera da dover mandare le sue donne meno giovani in giro per il mondo a pulire il culo a vecchi invalidi e le più giovani a fabbricare figli per conto terzi – e, se sono vere le voci che corrono, ad assassinare bambini e neonati per venderne gli organi] e un rilancio della soluzione diplomatica, che deve essere il fine della difesa ucraina, come peraltro ha detto Zelensky.
Insomma, una prospettiva che si può definire relativamente distensiva, come notato anche dai media russi. Connotazione che appare ribadita nella conclusione, nella quale spiega che l’America rimarrà a fianco dell’Ucraina “nei mesi a venire”… cenno significativo perché non resta nell’indefinito, ma ha una qualche scadenza: non una guerra infinita, quindi, ma  di “mesi” (fino alle midterm di novembre?).
La seconda cosa, in contrasto con quanto rilevato sopra, è la dichiarazione riguardo all’invio di missili all’Ucraina (oltre all’altro armamentario elencato nello scritto). Su tali missili si è svolto un braccio di ferro intenso quanto segreto nel cuore dell’Impero, con Biden che aveva fatto trapelare il suo niet all’invio di sistemi missilistici a lunga gittata, raccogliendo un accennato plauso dei russi per la “saggezza” dimostrata.
E, però, sono tante le ombre sul sistema missilistico effettivamente inviato, che pare sia tarato per colpire a 80 Km di distanza, collocandolo nella sfera dei missili a medio raggio. In realtà, le informazioni in merito all’effettiva gittata sono contraddittorie e tali da non escludere sorprese. L’unica cosa che si sa per certo è che gli americani hanno dichiarato che le autorità ucraine hanno assicurato che non saranno usate contro il territorio russo [e le autorità ucraine sono un uomo d’onore].
I russi, ovviamente, non si fidano di tale rassicurazione e parlano di escalation, riguardo la quale hanno annunciato che prenderanno contromisure adeguate, sia sul campo di battaglia che altrove (in parallelo, hanno svolto esercitazioni con il loro arsenale atomico).
L’ambiguità che permea la fornitura di tale armamento rende la decisione di Biden rischiosa.
In realtà i missili non cambieranno molto sul campo di battaglia, al massimo infliggeranno più perdite ai russi, ai quali, però, resterà il controllo della situazione in Donbass. Ma cambierà molto se tali ordigni saranno lanciati contro la Russia, che potrebbe reagire (non con l’atomica: ha varie opzioni alternative).
Tanta ambiguità a rischio contrasta con il precedente niet di Biden sui missili a lungo raggio, come se fosse stato costretto a piegarsi a pressioni indebite. A tale proposito, va registrato che proprio in questi giorni il segretario della Nato Jens Stoltenberg è volato in America.
Il Superfalco avrà sicuramente unito la sua voce a quelle dei falchi made in Usa, vincendo il braccio di ferro [nel caso qualcuno ancora dubitasse del fatto che Biden è una marionetta messa lì unicamente per obbedire alla cricca che tira i fili, cosa mai riuscita con Trump]. Una vittoria che trapela anche dalle dichiarazioni che ha reso durante la ripartenza dagli Stati Uniti, quando ha avvertito il mondo di prepararsi a una lunga guerra di “logoramento“.
Per inciso, altre volte abbiamo accennato a come nei momenti più cruciali  riemerga il caso del portatile di Hunter Biden, coincidenze che fanno immaginare, magari a torto, che lo scandalo sia brandito per fare pressioni sulla presidenza.
Puntuale, la vicenda è riemersa anche in questa occasione chiave, con il suo bagaglio di rivelazioni inquietanti, che stavolta contenevano anche riferimenti a un indefinito “papà”. A ritirare fuori la vicenda è stato il britannico Daily Mail, vicino ai conservatori del Regno Unito, l’ambito più ingaggiato nella guerra ucraina.
Al di là delle coincidenze temporali, resta che all’interno dell’Occidente si assiste a una lotta tra quanti tentano di chiudere in qualche modo il conflitto (per impedire che travolga il mondo) e quanti vogliono trasformarlo nell’ennesima guerra infinita (o di logoramento che dir si voglia), nulla importando i rischi di escalation.
Biden ci sta provando, appoggiandosi sembra al Pentagono, ma non ha la forza dalla sua, da qui la pericolosa ambiguità operativa che si dipana in parallelo all’altisonante retorica.
Resta che il New York Times in calce all’articolo del presidente ha voluto richiamare il suo precedente editoriale, nel quale il giornale della Grande Mela chiedeva l’avvio di un negoziato permeato di realismo (ne abbiamo riferito in altra nota). E lo ha accompagnato pubblicando, nello stesso giorno, il j’accuse di Christopher Caldwell contro l’amministrazione Usa, colpevole più di altri del prolungarsi di questo conflitto.
La dialettica è destinata a durare, come anche la guerra ucraina.
3 giugno 2022, qui.

E a proposito di armi, guardate come sono belle le nostre. Se ci fate attenzione, lo dice anche lui: “ocen krasiva”, molto bella:


Poi ci sarebbe questo signore

“L’ucrainizzazione dell’Europa ha avuto inizio. Chi come il Pd ha organizzato eventi con questo signore e riso per le sue simpatie neo-naziste ha le responsabilità maggiori. Noi non dimentichiamo.” (Qui)

Ora vediamo le navi tenute in ostaggio dall’Ucraina, con gli equipaggi nutriti dai russi

Concludo con due immagini molto recenti, che sembrano di un’altra era geologica: Putin che riceve Angela Merkel a Mosca

e Angela Merkel che riceve Putin a Berlino

A proposito: avete mai visto un capo di stato (in prima battuta avevo scritto “uno statista”, ma poi mi sono resa conto che nessuno dei miei lettori è abbastanza vecchio da averne mai visto uno), o un qualsiasi politico italiano, commuoversi tanto all’ascolto del proprio inno nazionale da dover fare un visibile sforzo per non piangere?

barbara

QUALCHE RIFLESSIONE RACCATTATA IN GIRO

Una sulla situazione bellica.

Sull’Ucraina, non ci sto

di Cristofaro Sola

Di rado, su questo giornale, mi esprimo in prima persona. Preferisco il “noi”. Non è civetteria. E neppure un ingiustificato senso di grandezza trasfuso in un ridicolo plurale maiestatis. È piuttosto una scelta di metodo per rendere evidente il coinvolgimento del lettore nelle cose che scrivo. È un modo semplice ma diretto per onorare il patto di lealtà che si stipula tacitamente tra chi scrive e chi legge. Niente di più. Tuttavia, tale criterio non può valere sempre. Ci sono delle circostanze nelle quali è doveroso, per dirla con orrenda locuzione, “metterci la faccia”. Ciò di cui sto per dire è una di quelle.
Sono quasi cento giorni che, a proposito della crisi russo-ucraina, la grancassa dei media batte sul medesimo tasto: Vladimir Putin è il tiranno aggressore da abbattere (quelli bravi lo chiamano regime change), il popolo ucraino è eroico nel battersi per la libertà, il fronte degli occidentali è compatto nel sostenere l’Ucraina fino alla sconfitta del nemico. E poi il messaggio subliminale: resistete, resistiamo che, alla fine, vinceremo. Sì, la spunteremo noi. We shall overcome, canterebbe Joan Baez.
Ne ho piene le tasche di ascoltare castronerie. Non vedo alcuna alba radiosa all’orizzonte. E per gli ucraini, di cui all’improvviso abbiamo scoperto di essere fratelli di latte, ciò che vedo al momento è morte e distruzione. Non prendiamoci in giro e, soprattutto, non illudiamo quei poveracci che si stanno facendo massacrare in nome di un avvenire di benessere facile che l’Ovest ha mostrato loro dal buco della serratura dell’Unione europea. Nel frattempo, ci stiamo impoverendo. Stiamo tornando indietro, come europei e come italiani. Per cosa? Per dare a qualcuno ciò che non possiamo dargli? La dico dritta. Non sono un “putiniano”. Essendo cresciuto nel mito del pragmatismo bismarckiano, giudico questa guerra profondamente sbagliata. Peggio: prevedo che questa guerra porterà l’Occidente alla catastrofe. In tutti i sensi. Perciò, maledico la classe di governo che l’Occidente si ritrova sul groppone, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, per l’assoluta miopia dei suoi protagonisti, inetti e pericolosi. Compreso il nostro premier che, lasciatemelo dire, è stata una delusione cocente. Pensavo che il dottor Mario Draghi valesse di più. Mi sbagliavo.
Il graduale, ma irreversibile, assorbimento della Russia post-comunista nella sfera geopolitica e culturale dell’Europa democratica e libera avrebbe dovuto essere la stella polare per i governanti occidentali, se avessero avuto criterio. Invece, hanno fatto e stanno facendo l’esatto contrario. Puntano all’isolamento della Russia e fanno a gara per spingere Mosca tra le braccia della Cina. Che è il vero nemico dell’Occidente, perché, a differenza della Russia, non è mai stata “europea” e, negli ultimi due decenni, ha sviluppato una crescente volontà di potenza, destinata a trasferirsi dal piano strettamente finanziario-commerciale a quello geopolitico e strategico. Pechino aveva bisogno di assicurarsi un partner fedele che gli garantisse forniture illimitate di materia prima, in particolare energetica, per completare il suo progetto espansionistico, concepito sull’aggressione alle economie del mondo per il tramite delle proprie manifatture e delle proprie risorse finanziarie. Lo hanno trovato grazie agli occidentali: la grande madre Russia trasformata nel drugstore del gigante asiatico. Si può essere più stupidi? Ci stiamo accanendo contro un falso bersaglio: Putin che invade l’Europa emulando al contrario due pazzie, quelle di Napoleone Bonaparte e di Adolf Hitler, quando il nemico reale è già tra di noi? Pechino ha piazzato i suoi avamposti in Occidente grazie agli accordi per ricreare la Via della SetaBelt and Road Initiative, così si chiama il progetto di espansione globale cha anche un nostro Governo (il Conte prima versione) ha gioiosamente – e colpevolmente – sottoscritto. Dire queste cose provoca l’orticaria a quel benpensante? Pazienza, se la faccia passare con un efficace antistaminico perché non cambio idea: il sostegno all’Ucraina contro Mosca è stata ed è una monumentale fesseria. Che purtroppo pagheranno i nostri figli perché, a differenza della mediocre classe dirigente occidentale, a Pechino hanno pazienza e vista lunga.
Intanto, c’è stato un primo assaggio di ciò che avverrà in futuro. Qualche giorno fa, aerei russi e cinesi, impegnati in un’esercitazione militare congiunta sul Mar del Giappone, hanno violato lo spazio aereo nipponico nel momento in cui il presidente Usa, Joe Biden, era a Tokyo insieme al primo ministro indiano, Narendra Modi, e al neoeletto premier australiano, Anthony Albanese, per il vertice del Dialogo quadrilaterale di sicurezza (Quad) nel quadrante geopolitico dell’indopacifico. Capite che vuol dire? La più grande potenza nucleare al mondo che si salda al gigante economico e tecnologico asiatico. Russia e Cina insieme possono arrivare dove vogliono. Provare a fermarle porterà alla Terza guerra mondiale, con esiti facilmente intuibili. E pensare che c’è stato un tempo nel quale i russi le esercitazioni militari le facevano con gli italiani. Il protocollo Ioniex vi ricorda nulla? Vi rinfresco la memoria: esercitazioni bilaterali aeronavali italo-russe nel mar Ionio, nella cornice degli accordi di Pratica di Mare del 2002. Era la strada giusta da percorrere, ma l’insipienza dei governanti occidentali, che si sono succeduti negli ultimi due decenni, l’ha cancellata. E oggi se ne pagano le conseguenze. Prevengo il moto di sdegno dei “sinceri atlantisti e convinti europeisti”: darla vinta a Putin è una sconfitta per la libertà. Stupidaggini condite con dosi massicce d’ipocrisia.
E, per favore, non si tiri fuori l’abusato Winston Churchill [c’è stato addirittura chi ha avuto il coraggio di paragonarlo a Pericle, se è per quello] e la sua fermezza nel rifiutare qualsiasi cedimento a Hitler. Il primo ministro britannico, nel 1940, poté mantenere il punto con il nemico perché aveva il sostegno degli Stati Uniti ma, soprattutto, perché non era in campo avverso l’Unione Sovietica. La Storia non è fatta di “se”. Tuttavia, a titolo di puro esercizio intellettuale, qualche iperbole ce la si può concedere. Immaginate se Hitler, invece di rinnegare il patto Molotov-von Ribbentrop, siglato nell’agosto del 1939, di non aggressione tra la Germania e l’Unione Sovietica e invece d’invadere il territorio russo nel giugno del 1941 – Operazione Barbarossa – avesse convinto Stalin a fare fronte comune contro le “plutocrazie” capitalistiche occidentali aprendo la strada alle armate del Reich, attraverso il Caucaso, verso il Medio Oriente e le sue risorse petrolifere, pensate che il signor Churchill avrebbe mantenuto la stessa granitica fermezza contro Hitler? O avrebbe riconsiderato la strada del negoziato con Berlino mettendo in conto l’assoggettamento di gran parte del territorio europeo continentale al Reich? Oggi Putin sta vincendo.
All’Occidente resta una sola opzione: decidere se circoscrivere il danno. La massa d’incapaci che occupa le cancellerie occidentali farebbe bene a prendere lezioni di realpolitik da un grande vecchio che di queste cose ne capisce. Il novantanovenne Henry Kissinger lo ha detto senza giri di parole: non cercate una sconfitta devastante per la Russia in Ucraina e cercate invece di convincere Kiev a cedere una parte del suo territorio alla Russia. Questa guerra sta rimodellando l’equilibrio geopolitico mondiale. C’è ancora pochissimo tempo perché ciò non avvenga a totale danno dell’Occidente. Si obietterà: gli ucraini non ci stanno a perdere territorio. Comprensibile, ma li abbiamo chiamati eroi, allora lo siano fino in fondo. Cosa fanno gli eroi? Si sacrificano per salvare altri. Privarsi di un pezzo di territorio per ottenere in cambio una solida riappacificazione dell’Ovest con la Russia è nell’interesse anche degli ucraini. Non lo si vuole fare? Vorrà dire che è proprio vero ciò che dicevano i latini: a quelli che vuole rovinare, Giove toglie prima la ragione.
L’offensiva russa andrà avanti, lenta ma inarrestabile, scandita a colpi d’artiglieria e di bombardamenti missilistici. Obiettivo: la conquista dell’Oblast’ di Odessa fino al Delta del Danubio e al ricongiungimento con la Transnistria, in Moldavia. Risultato atteso da Mosca: l’acquisizione del Mar d’Azov al regime delle acque interne dello Stato russo e il pieno controllo della costa settentrionale del Mar Nero con la contestuale esclusione dell’Ucraina dai benefici economico-strategici dello sbocco al mare. E per l’Occidente? Sapere di avere un nemico giurato alle porte, lietissimo di sostenere i nuovi amici di Pechino nel progetto di fagocitare Taiwan. È la consapevolezza di tale scenario prossimo venturo che ci fa rimpiangere l’assenza sul campo non soltanto del nostro Silvio Berlusconi ma anche di Angela Merkel e di Donald Trump sull’altra sponda dell’Atlantico. Con tutti loro in sella sono certo che non si sarebbe arrivati a questo disastro. E noi italiani staremmo a goderci l’agognata ripresa economica.
(l’Opinione, 29 maggio 2022)

Una sulla questione identitaria e sociale.

Isteria antirussa, figlia di un pensiero subordinato al vassallaggio

di Karine Bechet-Golovko, una giornalista franco- russa che ha collaborato in passato con questo blog:

L‘isteria antirussa, che sta invadendo le nostre società, è preoccupante sotto diversi punti di vista, ma soprattutto per quanto riguarda la nostra civiltà, e quindi la nostra visione dell’uomo in questo mondo in decostruzione. La nostra decostruzione. Per anni abbiamo decostruito la civiltà europea, che i nostri antenati hanno impiegato secoli per stabilire, lotta dopo battaglia, nota dopo nota, frase dopo frase, prendendo deviazioni, tornando alle origini, per renderci finalmente umani.
Per renderci esseri complessi, ricchi, capaci di costruirsi per tutta la vita, di decidere cosa vogliono essere, la società in cui vogliono vivere, i valori del mondo che devono raggiungere.
Per farci un essere che ha dei sogni e un ideale, un essere vivente e che dà la vita, un essere che sa ridere, di sé stesso quanto dell’altro.
Per renderci liberi ed esigenti, impegnati e tolleranti. Vale a dire orgoglioso della nostra sostanza, pur accettando l’altro nella sua differenza.
Questo fragile equilibrio della civiltà europea è preso d’assalto da anni, a suon di trombe in primis e dell’impoverimento del discorso e dell’essere, della loro radicalizzazione: non si ride più dell’altro, ma di sé stesso (e non per tutti, i criteri razziali diventano preponderanti); non sogniamo più e non viviamo più, ma dobbiamo avere paura della morte e quindi smettere di vivere per morire comunque; non sorridiamo più, non prendiamo più le cose con umorismo, ma come quell’uomo dalla faccia rossa sul pianeta del Piccolo Principe, siamo uomini seri, abbiamo fretta; si è “tolleranti”, al punto da rinnegare se stessi.
Quest’opera di indebolimento antiumano è proseguita oggi al ritmo delle dichiarazioni guerrafondaie dei leader del verderame, avendo dimenticato da tempo cos’è l’uomo, cos’è la cultura europea, cosa ha avuto la Francia in termini di influenza culturale. Leader, che volontariamente vogliono schiacciare ciò che siamo, affinché, mai, oh mai, possiamo tornare ad essere ciò che siamo stati.
Le opere e i balletti, riscritti o deprogrammati perché troppo “razzisti”, sono attualmente sospesi perché troppo russi. Chi può, infatti, osare guardare a teatro il capolavoro che è Il lago dei cigni [1] o ascoltare Čajkovskij [2] alla radio, quando c’è un conflitto in Ucraina? Qual è la connessione? Nessuna, la bellezza senza tempo del Lago dei cigni, l’emozione insostituibile della musica di Čajkovskij non sono messe in discussione, è la ricchezza della cultura europea che lo è allora. Perché il tempo non è più per la cultura, ma per l’allineamento.
Fin dove si spingerà questa follia? Fino a negare Dostoevskij, Cechov, Puskin? Perché sono russi? In che modo la nostra identità crescerà e la arricchirà? In che modo la nostra civiltà sarà più forte e più felice?
Sembra che l’assoluta “tolleranza” portata dalla globalizzazione, che porta al culto dell’altro e alla denigrazione di sé, che l’assimilazione forzata di tutte le culture, che porti alla diluizione delle culture nazionali, che questi fenomeni globali non abbiano nulla da fare con la Russia... Ciò che è russo deve stare fuori da questo crogiolo ed è ora chiamato a stare fuori dalla nostra acculturazione globale. Il che è abbastanza buono per la cultura russa in sé, ma sottolinea l’ipocrisia del fenomeno globale.
Chi siamo dopo tutto questo? Siamo più francesi, perché rifiutiamo la cultura russa? La nostra cultura, la nostra civiltà saranno più europee se verranno amputate dalla Russia? No, semplicemente per definirsi un essere globale, per costruire questo tanto atteso “cittadino del mondo”, che non ha radici ed è perfettamente modulare e intercambiabile, non serve la cultura russa – troppo russa, troppo nazionale, frutto di un Paese che non accetta “valori” globali, che non accetta di fondersi nella globalizzazione.
Chi siamo finalmente diventati a forza di amputazioni ripetute e cumulative?
Questa tragedia che l’uomo sta vivendo in questi anni, e che si è accentuata negli ultimi mesi, mi fa pensare alle prime pagine del libro di Amin Maalouf, Les Identités assassinates [3] , di cui vorrei citarvi alcune linee:

“A volte, quando ho finito di spiegare, in mille dettagli, per quali precisi motivi rivendico in toto tutte le mie affiliazioni, qualcuno mi si avvicina per sussurrarmi mettendomi una mano sulla spalla: “Hai fatto bene a dirlo, ma nel profondo, come ti senti? “. Questa domanda insistente mi ha fatto sorridere a lungo. Oggi non sorrido più. Perché mi sembra rivelare una visione degli uomini diffusa e, ai miei occhi, pericolosa. Quando le persone mi chiedono chi sono “nel profondo di me stesso“, questo suppone che ce ne sia uno, “nel profondo” di ciascuno, un’unica appartenenza che conta, la loro “verità profonda” in un certo senso, la sua “essenza”, determinato una volta per tutte alla nascita e che non cambierà mai; come se il resto tutto il resto – la sua traiettoria di uomo libero, le sue convinzioni acquisite, le sue preferenze, la sua stessa sensibilità, le sue affinità, la sua vita insomma – non conti nulla. E quando incoraggiamo i nostri contemporanei a “affermare la loro identità”, come spesso facciamo oggi, ciò che diciamo loro è che devono trovare nel profondo di loro stessi questa cosiddetta appartenenza fondamentale (…). Chi rivendica un’identità più complessa si ritrova emarginato”.

L’era attuale non si distingue per la sua complessità, per la sottigliezza né per la ricchezza. L’epoca odierna è quella della semplificazione estrema, della caricatura. Va verso il rifiuto, al ritiro, all’oblio. Tuttavia, ogni individuo è costruito nel tempo, per diventare – o meno – questo essere complesso che chiamiamo con rispetto e talvolta invidia Uomo. Ci costruiamo sulla base del terreno in cui nasciamo, nella famiglia che ci ama e ci tiene in piedi, nella scuola, che ci modella e deforma per inserirci negli schemi della società, con le nostre letture e le nostre passioni, che prendono uscendo da questo stampo, ci evolviamo grazie a ciò che ascoltiamo, a ciò che vediamo. Ci costituiamo e allo stesso tempo costituiamo la società in cui viviamo.
Ad ogni rifiuto perdiamo una parte di noi stessi. Ad ogni amputazione diventiamo più poveri. A rischio di diventare esseri viventi, nel senso strettamente biologico del termine. Stili di vita abbastanza semplici… e in definitiva molto più facili da governare.
Abbiamo il coraggio di tornare alla complessità e di lasciare i nostri governanti al loro vassallaggio, se questo è il limite estremo del loro coraggio nazionale. I popoli hanno più in comune tra loro che con le loro élite dominanti e le minoranze radicali che manipolano.  Non lasciamo che questo legame si spezzi, in nome di interessi, che ci sono estranei, che sono estranei all’umanesimo che unisce noi.

[1] https://www.varmatin.com/culture/la-maison-pour-tous-de-montauroux-deprogramme-le-ballet-du-bolchoi-de-moscou-750469

[2] https://www.radioclassique.fr/magazine/articles/guerre-en-ukraine-le-compositeur-russe-tchaikovski-deprogramme-par-lordre-philharmonique-de-cardiff/

[3] Edizioni Grasset, 1998, p. 8-9

fonte: Russiepolitics (https://russiepolitics.blogspot.com/2022/05/billet-du-vendredi-et-si-lon-revenait.html?m=1) (Qui)

E una di strategia globale.

L’ordine globale Nato chiude le porte a qualsiasi alternativa

di Eleonora Piergallini

In un lungo articolo pubblicato sul Guardian, Thomas Meaney, ricercatore presso il Max Planck Institute di Gottinga, ripercorre la storia della Nato per evidenziarne la natura e l’interessante parabola percorsa dalla sua genesi.
Come scrive Meaney, dopo essere stata messa in discussione dall’amministrazione Trump, “la Nato è tornata, con l’invasione dell’Ucraina. Vladimir Putin ha risollevato da solo le sorti dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, riportandola in cima all’agenda della politica estera”.
Dopo la caduta del muro di Berlino, ci si è interrogati a lungo sulla natura della Nato, fino al sospetto che non fosse mai stata solo un’alleanza militare, ma un organismo più politico al servizio degli Stati Uniti, la cui supremazia al suo interno è indiscussa e indiscutibile (se un membro intende lasciare l’alleanza, ricorda Meaney, deve chiederlo al presidente degli Stati Uniti).
Come suggerisce l’articolo, l’invasione dell’Ucraina è diventata un trampolino di lancio per una nuova prospettiva della NATO. “Gli strateghi militari statunitensi”, scrive infatti Meaney, “sognano nuovamente di aprire un fronte Nato nel Pacifico, mentre i burocrati dell’UE progettano una nuova alleanza Nato per Internet […]. Il vecchio sceriffo della Guerra Fredda ha ritrovato il suo ruolo guida e, con sorpresa di molti, ha dimostrato di essere una forza straordinariamente agile ed efficiente nella lotta contro la Russia”.
Di grande interesse, la conclusione dell’articolo: “lo storico inglese EP Thompson sosteneva nel 1978 che il “Natopolitanism” era una forma di apatia estrema, una patologia avvolta in un’ideologia vuota che sapeva solo a cosa si opponeva. Ma Thompson scriveva in un momento in cui gli appelli ad abolire l’alleanza non erano ancora diventati un incantesimo stanco. Nel 1983, il posizionamento dei missili Pershing da parte della NATO in Germania occidentale poteva ancora suscitare proteste, tra le più grandi della storia tedesca del dopoguerra”.
“Ma se un tempo l’istituzionalizzazione della Nato e della strategia nucleare era considerata una mossa letale da molti cittadini degli Stati Nato, successivamente le recenti guerre della Nato in Libia e in Afghanistan sono state realizzate senza ostacoli interni, nonostante il loro abissale fallimento e nonostante abbiano palesemente reso il mondo un posto più pericoloso”.
“L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha rappresentato per la Nato il momento più pacificante possibile. Nessuno dubita dell’effettivo sostegno della Nato alla difesa del territorio ucraino, anche se la guerra non è ancora finita”.
“La domanda più difficile è se la Nato, più che garantire pace e libertà, non sia in realtà un legaccio della guerra fredda, che ha limitato la libertà dell’Occidente – e messo in pericolo le popolazioni di tutto il mondo. In un momento in cui c’è bisogno come non mai di un ordine mondiale alternativo, la Nato sembra chiudere la porta a tale possibilità. La Nato sembra essere tornata. Ma solo per issare la vecchia bandiera: ‘Non c’è nessuna alternativa’”. (Qui)

E dunque NATO delenda est e UE delenda est: non c’è alternativa.

barbara

CATTIVA CATTIVA CATTIVA LA RUSSIA

Anzi, adesso glielo dico ancora una volta: cattiva! Ecco. L’ultima – anzi ormai la penultima – l’avete sicuramente già sentita: per colpa della Russia che blocca le navi col grano, mezzo mondo sta morendo di fame, giusto? Embè sì, se tutti i giornali dicono la stessa cosa dovrà essere vero per forza (qualcuno, per rafforzare il concetto, ricorda anche che già una volta la Russia – in realtà l’Unione Sovietica, col forte contributo del segretario del partito comunista ucraino Nikita Krusciov, ma chi sta a badare a questi insignificanti dettagli – ha fatto morire di fame gli ucraini a milioni portandogli via il grano: e tanto gli si sono fuse le sinapsi da non accorgersi neppure del fatto che questo grano di cui si parla in questo momento non è destinato all’Ucraina bensì all’esportazione). E dunque vediamole queste orrendissime azioni, questi crimini di guerra, questi crimini contro l’umanità perpetrati dall’infamissima Russia.

Fake news della propaganda: le navi con il grano non escono dall’Ucraina per colpa della Russia

Fioccano le accuse verso la Russia perché avrebbe messo in atto un ‘blocco navale’ e non consentirebbe alle navi con il grano ucraino di uscire dal porto di Odessa (il porto più importante del paese), condannando così il mondo alla fame. Questo è ripetuto dal Dipartimento di Stato USA, da Ansa, dal Corriere della Sera. Ma non è la tesi sostenuta dagli stessi stati che hanno le navi effettivamente bloccate, che puntano il dito sull’Ucraina.

In particolare, la Turchia ha più volte protestato con l’Ucraina perché 21 navi turche nel porto di Odessa sono impossibilitate ad uscire dal porto a causa del divieto delle autorità ucraine.

Ecco ciò che dice il Il quotidiano turco Aidinlyk:

“… si è scoperto che l’Ucraina non ha permesso alle navi straniere di lasciare i porti per prevenire attacchi a Odessa. Secondo le informazioni ottenute da Aydınlık, 21 delle navi a cui non è stato permesso di lasciare il porto di Odessa appartengono alla Turchia. Precisamente 4 di loro sono battono bandiera turca e le altre 17 sono di proprietà turca …. L’Ucraina non vuole che queste navi partano, adducendo che “c’è un pericolo”, citando le mine marine in mare.

La Russia ha aperto un corridoio di sicurezza, ma l’Ucraina ancora non consente di utilizzarlo. Lo scopo principale di questo diniego è che se le navi straniere partiranno, gli ucraini diventeranno un chiaro bersaglio [dei russi] e Odessa presto cadrà. Per questo motivo, i turchi non consentono navi straniere, comprese le 21 navi [turche]. Uno dei motivi per cui le navi turche continuano ad aspettare è questo: se i russi avviano un’operazione a Odessa e colpiscono le navi turche, si calcola che ci saranno tensioni nelle relazioni turco-russe” [Questo passaggio, frutto evidentemente di un traduttore automatico, non è del tutto chiaro, ndb]

La versione russa dei fatti è del tutto simile ed è questa fornita dall’ambasciatore russo alle Nazioni Unite:

Commento dell’ambasciata sulle accuse contro la Russia di aver innescato la crisi alimentare, 20 maggio 2022.

Le accuse da parte russa secondo cui la Federazione Russa non permette alle navi che trasportano grano di partire da Odessa e da altri porti ucraini e che questo rappresenta una minaccia di una crisi alimentare globale, non hanno nulla a che fare con la realtà.
Secondo le informazioni del Segretariato dell’Organizzazione marittima internazionale (IMO), al momento del lancio dell’operazione militare speciale, nei porti dell’Ucraina c’erano 94 navi e circa 2.000 membri dell’equipaggio. Ora 84 navi sono bloccate lì e circa 200 membri dell’equipaggio rimangono a servizio delle navi.
Alla fine di marzo, la Russia ha creato un corridoio umanitario nel Mar Nero per le navi in ​​partenza dai porti ucraini. Questo corridoio è lungo 80 miglia e largo 3 miglia. Questo corridoio è aperto tutti i giorni. Tuttavia, nessuna nave ha potuto utilizzare il corridoio, sebbene sia le autorità competenti della Russia che dell’Ucraina (ad esempio la nave di Hong Kong Joseph Schulte) abbiano ricevuto la notifica delle loro intenzioni.
La parte ucraina ha costantemente chiarito che non prevede di adottare misure significative per mettere in sicurezza la sua sezione di corridoio. Tutti i porti dell’Ucraina sono al più alto livello di sicurezza , il 3. Questo corrisponde al divieto totale di ingresso e uscita delle navi mercantili.
Questo passaggio è “integrato” dal fatto che le truppe ucraine hanno minato porti e acque adiacenti. Il minamento è stato effettuato in modo così caotico che non ci sono mappe delle mine marine.
Per qualche tempo, la delegazione ucraina presso l’IMO ha affermato che tutte le mine nel Mar Nero erano russe. È stato solo durante il briefing del segretario generale dell’IMO del 12 aprile che il delegato ucraino ha confermato il minamento deliberato dei propri porti.
In sostanza, le navi civili bloccate e i loro equipaggi sono tenuti in ostaggio dal regime di Kiev e fungono da “scudo umano”.
Ad ogni contatto, gli ucraini mettono come condizione alla partenza di navi straniere dai loro porti, la cessazione delle ostilità e il completo ritiro delle truppe russe dal territorio dell’Ucraina.
L’esercito russo è in grado di avviare lo sminamento dei porti. Tuttavia, Kiev evita qualsiasi interazione, anche con gli armatori, ed ogni modo possibile per risolvere la questione dell’uscita sicura delle navi.
Naturalmente, in assenza di una soluzione a questo problema principale, non è necessario parlare dell’esportazione di grano ucraino via mare.

Ci vuole poco a verificare una notizia, la maggior parte delle volte, ma redazioni con decine di giornalisti non ci riescono.
E’ di oggi l’articolo del Corriere della Sera il cui titolo è eloquente: “Porto di Odessa, il blocco navale russo che affama il mondo – Corriere della Sera“.
Ed dell’11 maggio Ansa: “Ucraina: Usa, Russia blocca 300 cargo con grano nel Mar Nero”.
Ogni giorno – dopo l’esperimento del covid – la maggior parte dei media italiani, come del resto la politica si adoperano a piegare la realtà a ciò che vogliono dimostrare. Questo è ormai il metodo usato comunemente. Nello stesso tempo si preoccupano della ‘propaganda russa, delle fake news ed addirittura si auto eleggono come Factchecking per proteggere le nostre menti.
Informazione come fabbrica di consenso a vantaggio del potere, anche tramite la falsificazione dei fatti.
Negli ultimi decenni, nuovi “valori pubblici” sono stati impiantati nella coscienza degli italiani, prima attraverso manipolazioni psicologiche, pubblicità e ora attraverso pressioni amministrative, psicologiche.
Ciò che da tempo – precisamente dalla guerra di Libia e poi di Siria – ho cercato di mettere in evidenza anche tramite questo blog, è che la distorsione della realtà produce parecchi effetti deleteri: tra questi, la conseguenza più grave è la riduzione della nostra libertà. Perché ove il giudizio è minato dalla manipolazione, le mie azioni, il mio pensiero, di fatto vengono indeboliti e disarmonizzati.
Quindi non solo si tratta semplicemente del fatto, di per sé grave, delle menzogne propagate da parte di una informazione che è stata investita del compito di continuare a istruire – a secondo delle esigenze – per orientare un pubblico già ampiamente addomesticato. Si tratta di una guerra dichiarata contro il popolo attraverso la modellazione di un nuovo tipo umano che si basa sulla degenerazione della cultura, della politica, della storia e della tradizione.
Patrizio Ricci, VPNews, qui.

Ulteriore conferma, con qualche altro significativo dettaglio, qui.
Poi c’è la questione dei prigionieri, che hanno il diritto di essere visitati dalla Croce Rossa Internazionale, e anche qui la Russia si dimostra così cattiva che più cattiva non si può, nemmeno col cattiveggio. Vero? Per fortuna che ci sono almeno i nazisti che leggono Kant, che sono così buoni che più buoni non si può, nemmeno col buoneggio.

Russia: l’Ucraina non consente la visita dei prigionieri russi alla Croce Rossa Internazionale

Il Deputato della Duma di Stato dell’Assemblea federale della Federazione Russa e difensore dei diritti umani  Tatyana Moskalkova si è rivolta al Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) con la richiesta di fornire informazioni sui prigionieri di guerra russi in Ucraina e di aiutare a organizzare la loro visita in base a quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra del 1949 sul trattamento dei prigionieri di guerra che è forse l’unico accordo internazionale nella storia firmato da tutti i paesi del mondo senza eccezioni.

“Mi sono rivolta ancora una volta al Presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa, Peter Maurer, con la richiesta di fornire informazioni sui prigionieri di guerra russi e di aiutare me o i miei rappresentanti a visitarli”, ha affermato la Moskalkova che, nonostante le ripetute richieste, la parte russa non ha ricevuto alcuna informazione sui propri militari fatti prigionieri”.

“Né noi né i loro parenti sappiamo quale dei militari russi di stanza in Ucraina è stato visitato dai rappresentanti del CICR, in quale condizione psicologica e fisica si trova la nostra gente, se le disposizioni della Convenzione di Ginevra sono osservate nei loro confronti, se sono provvisti di le cure mediche necessarie”, ha osservato.

La Convenzione di Ginevra conferisce al CICR il diritto di visitare i prigionieri di guerra e gli internati civili durante i conflitti.
E’ da ricordare che nella recente resa dei militari trincerati nell’Azovstal a Mariupol, la Croce Rossa Internazionale ha regolarmente visitato i prigionieri ucraini per sincerarsi che fossero trattati e curati secondo la Convenzione di Ginevra.
Sia la Russia che la Repubblica autonoma di Donetsk hanno consentito l’accesso alla Croce Rossa Internazionale che ha valutato positivamente le condizioni di detenzione dei militari ucraini.

Torture e esecuzioni sommarie di militari russi

Ha fatto molto scalpore il video che a marzo ritraeva militari ucraini che torturavano prigionieri di guerra russi e poi li uccidevano (vedi qui). I presunti partecipanti alla tortura dei prigionieri in Ucraina si sono rivelati i leader del “Corpo nazionale”.

Presumibilmente, l’incidente è avvenuto in una delle basi dei nazionalisti ucraini nella regione di Kharkiv. Il filmato pubblicato mostra come i militari, dopo aver sparato ai prigionieri alle gambe, continuano a deridere i feriti sdraiati a terra e a torturarli. Nel video, si può vedere come uno dei soldati russi catturati e picchiati, a cui è stato messo un sacco in testa, muore davanti a membri dell’esercito ucraino.
I nomi dei presunti colpevoli sono stati resi noti dal canale Telegram Tribunal che ha riferito che la tortura dei prigionieri di guerra è avvenuta presso lo stabilimento lattiero-caseario Malorohachinsky alla periferia occidentale del villaggio di Malaya Rogan vicino a Kharkov, e il leader nella tortura era il leader del ramo di Kharkov del partito ucraino “Corpo nazionale” Sergei Velichko, soprannominato ‘Cile’.
All’atto vile e criminale ha partecipato anche un altro leader della forza politica, Konstantin Nemichev. Molto prima dell’attualità, Velichko si è rivelato noto come partecipante all’Euromaidan nel 2014, militante del reggimento Azov di nazionalisti ucraini e imputato in un procedimento penale sulla creazione di un gruppo criminale e racket, in cui furono coinvolti diversi altri membri del Corpo Nazionale.
Si sa di Nemichev che guida un battaglione di difesa territoriale locale e nel 2021 è stato nominato sindaco di Kharkov.

La reazione dei funzionari russi

Il presidente del comitato investigativo russo Alexander Bastrykin ha reagito all’incidente. Ha incaricato di indagare su tutti i fatti di maltrattamento dell’esercito ucraino nei riguardi del personale militare russo catturato, di scoprire tutte le circostanze dell’incidente e di identificare tutte le persone coinvolte al fine di assicurarle successivamente alla giustizia.
Ha anche incaricato di indagare sull’omicidio di un prigioniero di guerra russo da parte di un nazionalista ucraino. Come stabilito dalle indagini, il prigioniero di guerra russo è stato duramente picchiato e poi ucciso all’ingresso di uno degli edifici residenziali sul territorio dell’Ucraina. “Il video, che è stato diffuso su Internet, ritrae il processo di pestaggio e uccisione di un prigioniero di guerra russo da parte di un rappresentante dei distaccamenti nazionalisti dell’Ucraina, le cui mani sono legate dietro la schiena”, ha affermato il dipartimento.
Si segnala che, nell’ambito dell’indagine penale, tutti i complici del reato saranno identificati e ritenuti responsabili. La situazione è stata commentata anche dal Commissario per i diritti umani nella Repubblica popolare di Donetsk (DPR) Daria Morozova. La stessa ha ammesso di essere rimasta profondamente scioccata dai filmati delle torture e li ha definiti “una palese violazione del diritto umanitario internazionale”.
Patrizio Ricci, VPNews, qui.

Ovvio che con tutte quelle torture e mutilazioni ed evirazioni non possono permettersi il lusso di far visitare i prigionieri dalla Croce Rossa, ma è chiaro che il rifiuto – esattamente come il rifiuto di un uomo indiziato come padre di un bambino di sottoporsi all’esame del DNA – è di per sé una patente prova di colpevolezza, ma la domanda che mi pongo, e della quale temo di conoscere la risposta è: sarà davvero evidente per tutti? E ora guardate un po’ questa cosa qui:

Alain Eman

Infowar  

Su questa lapide è scritto:
“Qui riposa un soldato ucraino sconosciuto sepolto dai soldati [numero di brigata].
Affronta il tuo nemico come vorresti che lui facesse con te.
Possa riposare in pace.
11 maggio 2022”
Purtroppo dall’inizio delle operazioni militari speciali sempre più spesso gli ucraini si rifiutano di recuperare i corpi dei loro soldati uccisi in combattimento.
Quando questo succede se ne occupano i soldati russi che li seppelliscono secondo il rito ortodosso.
Nella barbarie della guerra un grande segno di civiltà.

Concludo con due parole sul soldato ragazzino condannato all’ergastolo. Stabilito il dato di fatto che non sta né in cielo né in terra un processo di questo genere a guerra in corso, stabilito il dato di fatto che si è trattato di un processo farsa – questo sì in perfetto stile staliniano – senza alcun tipo di garanzia nei confronti dell’imputato, senza alcuna trasparenza nella conduzione del processo, senza alcuna indagine sulle circostanze del reato imputatogli, stabilito che una confessione resa in queste condizioni vale, dal punto di vista giuridico, meno di zero; stabilito tutto questo, Albert Speer, riconosciuto colpevole, in ben altro genere di processo, di crimini (crimini, non UN crimine) di guerra e crimini contro l’umanità, perpetrati più o meno per tutta la durata della guerra, è stato condannato a vent’anni. Vedete un po’ voi.
E ora regaliamoci un momento di puro genio

e, come al solito, un po’ di bellezza con la meravigliosa Alexandra Trusova, qui appena quindicenne.

barbara