LA GRANDE CARESTIA

Ovvero il genocidio ucraino messo in atto da Stalin per mezzo di una “carestia” programmata e fabbricata a tavolino e spietatamente messa in atto. E giustamente il sottotitolo è “La guerra di Stalin all’Ucraina”. Perché il genocidio è stato perpetrato per stroncare una volta per tutte le aspirazioni indipendentiste  dell’Ucraina. Per prima cosa è stata imposta la collettivizzazione: ti portano via la terra, ti portano via la casa, ti portano via il bestiame, ti portano via gli attrezzi da lavoro. Tutto ora appartiene allo stato, che ti presta bestiame e attrezzi, e tu lavori per lui. Il risultato è stato lo stesso ovunque: più lavori e più produci, più produci e più lo stato ti porta via, quindi non hai più alcuna convenienza a lavorare. Non puoi farne a meno perché ti costerebbe carissimo, ma sicuramente non ti impegni al massimo, e dunque la produzione cala. La seconda cosa è la requisizione delle “eccedenze” per venderle all’estero; e se ovunque si è andati ben oltre le vere eccedenze, in Ucraina si è portato via letteralmente tutto: il grano normalmente usato per venderlo e comprare le altre cose che servono, il grano per il consumo della famiglia, il grano da semina. E poi anche gli altri alimenti trovati in casa. E poi la pentola sul fuoco per la cena, portata fuori e rovesciata a terra. E poi arresti ed esecuzioni di chi tenta di sottrarsi. La favola da sempre raccontata è quella della dekulakizzazione, ossia l’eliminazione della “casta” dei contadini ricchi affamatori del popolo, spogliati di ogni loro avere per darlo ai contadini poveri, deportati, non di rado giustiziati. E chi sono questi contadini ricchi? Ci immaginiamo case grandi, lussuose, riccamente arredate? Signore eleganti e ingioiellate? Carrozze intarsiate con cocchiere in polpe e redingote? Guardiamoli dunque, questi contadini ricchi che affamavano i contadini poveri:
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E quelli poveri? Eccoli qua: sistemati i “ricchi”, ora tocca a loro.
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E come non pensare al ghetto di Varsavia guardando queste scene?
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E infine le fosse comuni:
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Ultimo atto? No, adesso tocca all’eliminazione delle prove: distrutti i registri coi dati demografici che provano, cifre alla mano, che mancano all’appello milioni di persone, arrestati e giustiziati tutti i demografi che vi avevano lavorato, arrestati e giustiziati tutti coloro che avevano avuto la possibilità di vedere le cifre vere, e pubblicazione di dati inventati che, oltre agli strepitosi progressi dell’agricoltura grazie alla geniale idea della collettivizzazione, “mostrano” anche uno straordinario incremento demografico. E il negazionismo continua tuttora, intensamente praticato dal signor Putin – che qualcuno, come si legge nei commenti a questo post, considera bizzarramente un’affidabilissima fonte di informazione. E finché quella certa categoria di mamme si ostinerà a non prendere al pillola e a non andare mai in menopausa, più i complottismi sono idioti, e più continueranno a trovare adepti (il blog, comunque, se siete amanti della cultura, consiglio di seguirlo).

È un libro che merita di essere letto, perché ha potuto usufruire di archivi diventati recentemente disponibili, preclusi ai precedenti ricercatori, e le cose che vi possiamo apprendere vanno molto al di là non solo di quanto sapevamo, ma anche di ogni immaginazione. E le circa duecento pagine di documentazione stanno a dimostrare l’accuratezza delle ricerche effettuate per potercelo offrire.

Anne Applebaum, La grande carestia, Mondadori
la greande carestia
barbara

EUROFESTIVAL

Il caso Maruv

Maruv, alias Anna Korsun, è la ventisettenne ucraina che ha vinto l’ammissione per l’Eurofestival. Ma non ci andrà perché è in castigo. Per la precisione per avere cantato in Russia, cosa che la televisione nazionale ucraina ha espressamente vietato (ho letto un po’ di cose qua e là e le riassumo a braccio, può darsi che ci siano imprecisioni). Queste le dichiarazioni dell’ente televisivo:

Maruv ha vinto la selezione nazionale come risultato di una competizione equa, e ha ricevuto il massimo punteggio dal pubblico. […] Tuttavia, l’artista, che rappresenterà l’Ucraina sul palco internazionale, ha anche degli obblighi: dopo aver firmato un contratto con UA:PBC durante il concorso, il performer diventa un ambasciatore culturale dell’Ucraina, e porta in scena non solo la sua musica, ma diventa anche un portavoce della società ucraina nel mondo.

La selezione nazionale ha attirato l’attenzione della nostra società a uno dei problemi sistemici della industria musicale ucraina: le connessioni degli artisti del mondo dello spettacolo con il territorio dello “stato aggressore”, che sono ancora molto strette al quinto anno di conflitto militare. Per una parte della società, questo fatto è inaccettabile, e per altri causa indignazione e rifiuto.
Le leggi ucraine non impongono alcuna restrizione sul lavoro dei performer e degli artisti nel territorio della Federazione Russa, nonostante la larga richiesta pubblica di risolvere questa situazione.

E visto che la legge non lo vieta, ci pensa opportunamente la televisione. E queste le dichiarazioni dell’artista:

[…] Mi è stato chiesto di partecipare alla selezione nazionale per l’Eurovision 2019: ho accettato e ho vinto, e con grande orgoglio ero pronta a rappresentare il mio paese, l’Ucraina, all’Eurovision.
La cancellazione dei concerti in Russia per me e il mio team non era un problema. Le principali discussioni sono state causate da altre clausole del contratto che, se avessi deciso di firmare, mi avrebbe reso una schiava. Sono una cittadina ucraina, pago le tasse e amo realmente l’Ucraina, ma non sono pronta a inventare slogan, trasformando la mia partecipazione al concorso in azioni promozionali per i nostri politici.

Spettacolare infine, dopo tutto questo bordello politico, questa dichiarazione dell’emittente televisiva:

Inoltre, in ottemperanza alle regole dell’Eurovision, l’emittente partecipante deve assicurare la natura apolitica del Contest.

Dopodiché la partecipazione è stata proposta ai secondi e terzi classificati, che si sono però rifiutati, e quindi l’Ucraina, all’Eurofestival non ci sarà. L’artista con la sua canzone è questa:

Sì, ok, non è proprio il massimo della finezza…

Queste invece sono le ragazze tedesche che andranno a Tel Aviv, e questo è stato il loro modo di festeggiare.
Germ-eurovision
barbara

FORSE ESTHER

“Forse”: perché i figli la chiamavano mamma, i nipoti la chiamavano babuška, e quindi non è del tutto sicura che si chiamasse Esther la bisnonna finita tra i massacrati di Babi Yar.
Anche questa, come Gli scomparsi e Konin, è la storia di una ricerca: ricerca delle proprie radici, ricerca delle tracce di chi non c’è più. Ricerca i cui esiti dipendono dalla tenacia impiegata, e un po’ anche dal destino. Che a volte si presenta del tutto casualmente, e vi si inciampa sopra.

Durante il mio viaggio del 1989 in Polonia visitai anche Varsavia, la città in cui mia nonna Rosa era nata nel 1905, quando il paese apparteneva ancora alla Russia. […]
Così vagabondai per quella città dalla storia ricostruita ex novo e, non lontano dal monumento a Chopin, mi comprai un disco solo perché, nel vederlo, ne ero rimasta sorpresa. Sulla copertina campeggiava infatti un mogendovid, una stella di Davide. Non era passato molto tempo da quando avevo udito per la prima volta la parola mogendovid, a significare la stella a sei punte. Sul disco c’era scritto qualcosa come Żydowskie piosenki wshodniej Europy. Allora trascrissi in russo quelle parole polacche, e adesso le traduco in tedesco, Jüdische Lieder aus Osteuropa, Canti ebraici dall’Europa orientale. Il mogendovid si stirava e allungava sulla copertina, con la stessa naturalezza con cui il nostro paese si estendeva dall’Europa al Pacifico. Lo osservavo come fosse un animale sconosciuto, pronto a muoversi da un momento all’altro, saggiavo ciascuna delle sei punte, seguivo ogni rotazione, ogni angolo. Per tutta la vita avevamo dipinto stelle a cinque punte, quelle che brillavano sulla terra e quelle che brillavano in cielo, le stelle del nostro Cremlino, che eravamo soliti celebrare con un inno, e c’era poi anche quella canzone in cui una stella parla con un’altra stella, la intonavamo quando ci toccava fare la strada da soli – ma nessuna di esse aveva sei punte. Mai prima di allora mi era accaduto di incontrare nella mia patria tanto estesa un mogendovid, né come simbolo né come oggetto.
La stella a sei punte mi aveva stupita, non perché fossi sempre stata ansiosa di vedere un mogendovid, non sapevo nemmeno che si potesse desiderare una cosa simile, il desiderio era defraudato del suo contenuto, divelto con tutte le radici, così come il contenuto delle stanze in quelle case abbandonate. Ero confusa per la sorpresa provata alla vista del mogendovid accuratamente dipinto in blu scuro su fondo bianco, con una colomba colorata nel mezzo.
Di ritorno a Kiev misi il disco sul piatto del grammofono, e mia nonna, che aveva da sempre un leggero accento polacco – ricordo la parolina cacki, un termine di origine polacca per dire «gioielli», usato da Rosa per le mie carabattole, gli oggetti inutili, cacki, come un lecca lecca, un ledenets dalla ts aspra -, mia nonna che, a memoria di mia madre e mia, non aveva mai pronunciato una sola parola in yiddish, si mise d’un tratto a intonare canti baldanzosi in una tonalità minore e vagabonda, dapprima seguendo le parole del disco, andandovi dietro, poi all’unisono e senza incertezze, infine anticipandole di colpo con precipitosa letizia, e io la ascoltavo con la medesima incredulità con cui avevo saggiato il mogendovid sulla custodia del disco. Senza la Perestrojka, senza il mio viaggio in Polonia, senza quel disco, la finestra sigillata della sua lontana infanzia non si sarebbe mai più dischiusa per noi, e io non avrei mai capito che la mia babuška veniva da una Varsavia ormai inesistente, che di lì noi veniamo, mi piaccia o meno, da quel mondo perduto di cui mia nonna si ricordò all’ultimo, sul limitare, mentre già stava per lasciarci, per prendere da noi congedo.
Come sorpreso nel rimemorare, il tempo si dilatò e agguantò Rosa; attraverso il disco giunse a me, e in lei destò ricordi, che – così sembrava – erano del tutto ammutoliti e sepolti, al pari di quella che doveva essere stata un tempo la sua lingua materna: l’idioma da noi e da lei stessa ormai dimenticato.

Altre volte, invece, come in una sinfonia di Beethoven, bussa prepotentemente alla porta.

Quella volta suonò il telefono. Era la notte di San Silvestro del 2011 a Kiev. Mia madre andò a rispondere.

Mi chiamo Dina, disse una vecchia signora, ho sentito che lei sta raccogliendo informazioni sulla scuola numero 77 di Kiev, nel 1940 io mi sono diplomata presso quella scuola. Telefono da Gerusalemme.

Era da un pezzo che il 1940 non ci mandava più segnali, di lì giungeva un vento freddo, come una telefonata che arrivasse direttamente dall’Aldilà: la riprova ne era Gerusalemme, una tappa intermedia. Mia madre se ne stava impietrita con il ricevitore in mano e riuscì a dire soltanto, con voce rauca ma ferma: Sì, la ascolto.
Il telefono fu messo in viva voce.
Gli ospiti di Capodanno fecero silenzio.

Abbiamo lasciato Kiev allo scoppiò della guerra, disse Dina in tono deciso. Fummo evacuati nel Dagestan. Di lì emigrammo in Israele negli anni Settanta, io non sono mai più tornata a Kiev. Ho appena ritrovato su facebook una delle mie compagne che frequentò con me l’ultimo anno di scuola, nel 1940. Mi ha detto che lei ci stava cercando. Sì, ho ottantotto anni, con il computer me la cavo, mi aiuta mia figlia. Lei è archivista?
No, sono insegnante di storia, rispose mia madre e raccontò che lavorava in quella scuola da quarant’anni e adesso stava cercando si ricostruirne la storia, anche se io direi piuttosto che mia madre stava reinventando la storia della scuola. Parecchio tempo fa, disse, ho messo in scena con i miei allievi una pièce sulla classe che diede l’esame di maturità nel 1941 e che, il giorno dopo il ballo finale – il primo giorno di guerra -, venne mandata direttamente al fronte: avevamo trovato alcuni compagni e li abbiamo portati sul palcoscenico.
Anziché rispondere, Dina elencò i nomi dell’intera classe, poi di tutti gli insegnanti e infine di alcuni genitori.
Non ne aveva dimenticato uno, a settant’anni dal giorno del diploma.

Dopo la guerra, quando i sopravvissuti rientrarono lentamente a Kiev dal fronte o dai luoghi di sfollamento, nessuno sapeva nulla di Dina. Un quarto della classe era caduto in guerra, e a un certo punto le ricerche s’interruppero. Dina era ebrea, e poteva essere finita a Babij ]ar, ingoiata da quella forra o da qualche altra fossa comune. A volte non si cercava perché si era sicuri. Dina invece era viva.

Dove abitava a Kiev, domandò mia madre.
Non lontano dalla scuola, nella Institutskaja.
Nell’udire il nome di quella strada mia madre si agitò.
Dove esattamente?
All’angolo con via Karl Liebknecht.
Nella casa grigia, lì all’angolo? Di fronte alla farmacia?
Sì, disse Dina, il primo ingresso a sinistra.
Ma anche noi abitavamo lì, gridò mia madre.
Ma non c’erano Petrovskij nel nostro caseggiato, rispose Dina.
Ma io mi chiamo Ovdijenko!
Svetočka! esclamò allora Dina.

I presenti tacquero tutti, come sapessero benissimo di che cosa si trattava. Mio padre fu il primo a lasciarsi sfuggire un breve singhiozzo. Qualcuno aveva appena chiamato mia madre, un’adulta, con il nome che aveva da bambina. Non c’era più nessuno, ormai, di quella generazione.
Dina era stata realmente una vicina di casa di mia madre, e aveva tredici anni più di Svetočka. Si ricordava di ogni mio famigliare e di altri vicini ancora, che avevano abitato in quella casa prima della guerra.
Terminato il lungo elenco di nomi, disse: Grazie, Svetočka.
Grazie di cosa? domandò Svetočka.

Dina ringraziava settant’anni dopo perché mia nonna Rosa, allora direttrice della scuola per sordomuti, le aveva affidato i suoi allievi, quando lei stava cercando lavoro. Così quella si era trasformata nella professione della sua vita: dopo la guerra Dina divenne insegnante per non udenti, come in seguito sua figlia, dapprima nel Dagestan e poi in Israele e anche i figli di sua figlia divennero insegnanti per non udenti e logopedisti, così come alcuni nipoti. Grazie a voi, Svetočka.
Dina disse poi che ricordava quando, nel 1939, era morto il mio bisnonno Ozjel Krzevin. L’ho sentito cadere a terra e sono corsa su, era d’autunno. Io avevo quattro anni, precisò mia madre, e ricordo ancora che gli adulti erano sconcertati perché avevo detto: Lasciatelo stare, è stanco. E Dina confermò: È vero. Hai detto proprio così!

E per fortuna, per la fortuna di tutti noi, ci sono di queste persone dalla volontà implacabile, dalla determinazione indomabile a ritrovare le proprie radici, quelle radici che, a volte, neppure si sospettava di avere. Regalandole, una volta trovate, non solo a se stessi ma anche a tutti noi.

Katja Petrowskaja, Forse Esther, Adelphi
Forse Esther
barbara

POI TI VENGONO A DIRE

col tono di sfida di chi sta facendo un mastodontico paradosso: “Quindi, secondo te anche l’Onu sarebbe faziosa?! Anche l’Onu sarebbe parziale?! Anche l’Onu sarebbe antisemita?!” Ebbene no: l’Onu non è faziosa, parziale, antisemita secondo me; l’Onu è parziale faziosa antisemita secondo i fatti
onu-israel
E poi vai a leggere qui, dove si parla di questi qui
palestinesi Siria
(clic per ingrandire) che sono palestinesi che stanno morendo di fame – di fame per davvero, non come quelli di Gaza – e di cui non frega niente a nessuno.
E se i fatti sono sotto gli occhi di tutti, altrettanto sotto gli occhi di tutti ne è la spiegazione, che è questa
membri onu
(qui) E vogliamo ricordare lo sconvolgente scandalo di Durban, dove sono stati fatti circolare perfino i Protocolli dei Savi di Sion? Ma sì, ricordiamolo! E vogliamo ricordare che l’Onu celebra la giornata di solidarietà col popolo palestinese, ossia la tragedia della nascita di Israele con tanto di carte geografiche in cui Israele è stata cancellata?
Giornata di solidarietà col popolo palestinese
Ma sì, ricordiamo anche questo. E dunque? Onu faziosa parziale antisemita secondo me? Ma non ditelo neanche per scherzo.

barbara