ERIC SALERNO

Qualche mese fa vi avevo proposto una mia recensione di circa dodici anni fa del libro su Israele di Ugo Tramballi. Adesso vi propongo quella, all’incirca contemporanea, del libro di Eric Salerno.

Oggi vogliamo lanciare ai nostri lettori una sfida da trecentomila miliardi di dollari: leggete questo libro e trovateci UNA frase benevola nei confronti di Israele o degli israeliani, o UNA frase che contenga anche un solo frammento di verità.
Gli israeliani, tanto per cominciare, sono maleducati e arroganti. E violenti: la violenza nelle scuole, per esempio, sembra non avere pari in nessun altro stato. E razzisti, beninteso: incredibile quanto piaccia, al nostro Salerno, rotolarsi in bocca la parola “razzisti” appioppata agli israeliani, non perdendo occasione per continuare a ripeterla. Razzisti – va da sé – nei confronti degli arabi, ma razzisti anche fra di loro, fra askenaziti e sefarditi; gli ortodossi sono sempre e solo “questa gente” o “quella gente”: “Quella gente vestita di nero che ricorda tanto la gente vestita di nero di Teheran e quella dell’Afghanistan, che ha imposto alle donne di coprire testa e volto e tutto il resto in nome di non si capisce quale pudore”. E Israele come stato? È in prima fila nel riciclaggio del denaro sporco (e qui Salerno dà anche il voto: zero in condotta), è nella classifica mondiale dei paesi a più alta corruzione nell’apparato dello stato, e molto altro ancora.
Ciò che più di tutto colpisce in questo libro, definito dalla nota di copertina “un intenso sguardo dall’interno”, è l’estrema superficialità: un piatto quadro bidimensionale, un presente senza passato, una serie di eventi senza causa. Gli israeliani opprimono i palestinesi, i palestinesi soffrono, gli israeliani fanno la guerra, i palestinesi la subiscono, così, senza un perché. Il conflitto israelo-palestinese, pur essendo sempre presente, non è il protagonista del libro: protagonisti sono Israele e gli israeliani. E vediamo come Salerno interpreta la storia e la cronaca che coinvolgono Israele e gli israeliani.
Guerra dei sei giorni: “Dopo mesi di scontri minori nella regione, alle 7,45 del 5 giugno l’aviazione israeliana si levò in volo e attaccò l’Egitto distruggendo nel giro di poche ore l’intera forza aerea del più potente dei nemici dello Stato ebraico. Stessa sorte toccò agli aerei siriani e giordani mentre le truppe di terra israeliane sfondavano le difese arabe penetrando in Sinai, sul Golan siriano e in ciò che conosciamo oggi come Cisgiordania, ossia quella parte della Palestina allora amministrata dalla Giordania che comprendeva anche la parte orientale di Gerusalemme”. Non si sa in che cosa consistessero questi “scontri minori”, non si sa perché improvvisamente Israele decida di attaccare, la Cisgiordania con Gerusalemme est occupata e annessa illegalmente dalla Giordania viene blandamente definita “amministrata”.
Massacro di Pesach: “A Netanya, una cittadina balneare sulla costa mediterranea poche decine di chilometri a nord di Tel Aviv, un kamikaze semina lutto e terrore. La sala da pranzo di un albergo. Famiglie riunite intorno ai tavoli. Un massacro. Ventotto morti, a conti fatti, decine di feriti. Sharon non aspetta altro”: vorremmo parlare di cinismo, ma il termine è così assolutamente inadeguato che rinunciamo a qualificare l’atteggiamento del signor Salerno. Il quale si prodiga anche in citazioni di giornali israeliani e di testimonianze raccolte dalle sue attente orecchie. Per avere un’idea di come proceda, immaginiamo che qualcuno, per spiegare l’Italia a chi non la conosce, citi il manifesto per parlare del governo [all’epoca c’era Berlusconi] e Libero per illustrare l’opposizione, e riporti discorsi di Umberto Bossi per mostrare come si esprime il popolo italiano, e del sindaco di Treviso (quello che ha invitato i suoi concittadini a trattare gli extracomunitari come leprotti, sparandogli addosso) per chiarire come la pensa. Cita per esempio, fra tutti gli archeologi presenti in Israele, Ze’ev Herzog: ” ‘Gli israeliti non sono mai stati in Egitto, non hanno compiuto peregrinazioni nel deserto, non conquistarono questa terra con una campagna militare e non la trasferirono alle dodici tribù di Israele’. Le gesta dei patriarchi sono leggende e non vi sono tracce di un impero di Davide e Salomone, né delle fonti del credo nel Dio di Israele”. Altre dichiarazioni riportate: “Gli ebrei sono tornati dopo duemila anni per rivendicare il diritto a una terra ormai abitata da altri e da trentacinque anni Israele sopprime un intero popolo, quello palestinese” (ed è un po’ arduo capire come ci siano ancora palestinesi vivi, dopo trentacinque anni di “soppressione”); “È una classe, quella degli arabi d’Israele, contro la quale vige, sottolinea il geografo, e non soltanto lui, ovviamente, una sorte di discriminazione e questa discriminazione, spiega, è sancita dalle leggi dello stato e messa in pratica dai suoi dirigenti”. Ripesca anche Deir Yassin: “un massacro ammesso e cinicamente giustificato dai suoi autori”. Peccato che studi recenti, anche di studiosi arabi, abbiano dimostrato che non ci fu alcun massacro, ma solo una violentissima battaglia, e che i morti siano stati circa un quinto di quelli riportati da Salerno, e quasi tutti combattenti. Peccato che proprio Salerno, che accusa Israele di trasformare in storia miti e leggende, peschi a piene mani fra tutti i miti e tutte le leggende in grado di demonizzare Israele. Al punto da ricordarci che se gli ebrei hanno avuto la Shoah, i palestinesi in compenso hanno avuto Sabra e Chatila. Cita naturalmente Benny Morris, salvo evitare accuratamente ogni riferimento alle sue prese di posizione più recenti. E ci racconta che Israele ha espropriato in gran quantità case e terre dei palestinesi approfittando della mancanza di documenti catastali; il fatto è che noi sappiamo che gli archivi del catasto ottomano erano estremamente accurati: e che cosa significherà dunque il fatto che proprio quei palestinesi che denunciano espropriazioni siano privi di documenti atti a comprovare i loro presunti diritti? Ma questo non è ancora tutto, e non è neanche il peggio. Salerno ci spiega anche le cause del fallimento di Camp David: è fallito per gli errori di Clinton, che aveva troppa fretta di far dimenticare lo scandalo Lewinsky, e per gli errori di Barak, che “ha la grinta del generale e non la finesse dello statista”. E Arafat? No, lui niente. Lui, poverino, era solo, e gli israeliani “non intendevano concedergli altro spazio”, qualunque cosa ciò significhi. E ancora. A proposito delle dicerie sul complotto sionista che sarebbe dietro agli attentati dell’11 settembre: “Troppi dubbi, troppe incertezze, troppe domande resteranno senza risposta nei mesi a venire”. L’ebrea russa, residente in Israele da oltre trent’anni e che si identifica con Israele è “irritante”, il ragazzo israeliano che lo invita a riflettere sul fatto che i palestinesi vogliono la distruzione di Israele è uno che “infila la testa sotto la sabbia per non dover più ragionare (…) Uno slogan dietro l’altro senza veramente capire o approfondire”. A proposito dei profughi: ” ‘Non li abbiamo cacciati noi, se avessero voluto sarebbero potuti restare’ è il ritornello tedioso e acritico della maggior parte degli israeliani”, incurante del fatto che siano proprio i giornali arabi dell’epoca a documentare il fatto che sono stati gli arabi a indurli ad andarsene. E su Durban: israeliani e americani “sostengono che gli arabi vogliono delegittimare lo stato ebraico” – e qui sfioriamo veramente il ridicolo. E, a proposito di ridicolo, non mancano amenità come “Pesach, la cosiddetta pasqua degli ebrei” o “le cosiddette forze dell’ordine”. E quest’altra chicca: “Il giorno dell’esplosione al Dolphinarium centinaia di ebrei sottolinearono rabbia e razzismo attaccando una moschea davanti al luogo dell’attentato”: e poco male se si accontentasse di dirlo; il fatto è che questo episodio viene riportato per ben tre volte, in modo da dare al lettore l’impressione che le moschee assaltate siano tre. E che dire di questa perla? A Hebron vivono “cinquecento fanatici, compresi i poveri bambini”: giusto per non essere razzisti!
Un libro, per concludere, di disinformazione pura, un collage di menzogne e stereotipi, frasi fatte e luoghi comuni, slogan e proclami. E infine, pur consapevoli del fatto che questo spazio non è dedicato alla critica letteraria, ci sia consentita un’ultima nota: se il signor Salerno volesse prendere qualche lezione di italiano, non gli farebbe niente male.

E questo è uno che è pagato per informare… Interessante comunque, per ricollegarci all’attualità, che un radicale nemico di Israele non abbia il minimo problema a chiamarlo “lo stato ebraico” mentre veri o presunti amici di Israele inorridiscono all’idea che possa essere definito tale: ma sarà poco buffo il mondo che ruota intorno a Israele, ovverosia il “National home for the Jewish people”, che è la ragione sociale dell’esistenza di Israele?

barbara

OGGI VI RACCONTO DI UGO TRAMBALLI

Cominciando con un pezzo di Sergio Della Pergola

La crociata dei falsari

In un suo blog (Arriva la terza intifada, Bocchescucite: Voci dai territori occupati, 21 giugno) Ugo Tramballi scrive: “E se con il rapimento dei tre giovani coloni israeliani fosse iniziata la terza Intifada palestinese? Lo sostiene Dan Segre, una delle poche grandi firme del glorioso “Giornale Nuovo” fondato da Indro Montanelli il 25 giugno di 40 anni fa, che ancora scrive nel “Giornale” di oggi. Dan è uno di quegli israeliani – un altro è il demografo Sergio della Pergola – con i quali ogni volta che dissento ho il sospetto di avere torto…”. Molto gentile da parte del giovane Ugo. Io, in perfetta reciprocità, penso che lui sia uno di quei giornalisti con i quali ogni volta che dissento so per certo che lui ha torto. Non entro qui nella parte più densa della sua analisi politica, svolta sempre con tono da crociata, unilaterale e lacrimosa, ma sulla quale bisognerebbe scrivere a lungo e in maniera circostanziata. Non ora e non qui. Mi soffermo invece su un solo piccolo particolare dal quale deduco la serietà professionale e lo spessore umano di Tramballi. Il quale scrive: “I tre giovani non sono stati rapiti sul lungomare di Tel Aviv ma nei Territori occupati da 47 anni. Un israeliano che decide di viverci, in molti casi con motivazioni ideologiche, sa che corre dei rischi”. E torniamo alla già citata frase iniziale: “… il rapimento dei tre giovani coloni israeliani…”. Allora analizziamo attentamente il testo di Tramballi su questo solo punto: la scelta e il significato del luogo di abitazione dei tre giovani rapiti e uccisi. Innanzitutto nella logica di Tramballi i coloni sono evidentemente degli esseri non legittimi, che amano prendere rischi, e dunque rapirli e ucciderli non costituisce reato, o comunque costituisce reato minore rispetto a rapire e uccidere dei non-coloni. Fin qui la caratterizzazione o meglio demonizzazione del soggetto. Ma ora esaminiamo i fatti: dove esattamente vivevano i tre ragazzi? Eyal Yfrach studiava nella yeshivah Shavei Hebron e viveva a El’ad, Naftali Frankel viveva a Nof Ayalon e studiava al liceo religioso Mekor Haiim di Gush Ezión, e il suo compagno di scuola Gil’ad Shaa’r viveva a Talmon. I due luoghi di studio si trovano in Cisgiordania. Ma dove si trovano le tre località di abitazione, dove stanno le case, i genitori, i fratelli e le sorelle? El’ad è una cittadina israeliana nei pressi di Rosh Ha’ayn, all’interno della linea verde che demarcava il territorio di Israele prima della guerra dei sei giorni. Nof Ayalon è una piccola località fra il kibbutz di Sha’alvim e la città di Modi’in, anch’essa in territorio israeliano all’interno della linea verde. Talmon è un piccolo insediamento comunitario a nord-ovest di Gerusalemme e fa parte dell’amministrazione di Giudea e Samaria. Dunque, due delle tre vittime vivevano in Israele, non nei territori. Nella terminologia di Tramballi, due dei tre non erano coloni. Ma nell’odiosa logica di Tramballi tutti e tre lo erano, e tutti e tre costituivano pertanto normale oggetto di aggressione. Cambia qualcosa nella sostanza dell’avvenimento? O nella sua interpretazione? Ben poco, salvo che nel suo esercizio di demonizzazione Ugo Tramballi, se fosse un giornalista serio, avrebbe potuto almeno fare i compitini di casa. Cambia poco perché per Tramballi e i suoi simili è reato non solo abitare nei territori, ma anche studiarvi, o magari farci una gita, o chiedere un passaggio alla prima autovettura in transito. O portare la kippah sul capo. O essere un israeliano orgoglioso. E dunque diventa legittimo rapire e uccidere questo tipo di persone. Ma questo esula dal giornalismo, fa già parte della guerra combattuta in cui Ugo Tramballi dimostra essere parte attiva nel ruolo di tifoso fiancheggiatore.
Sergio Della Pergola Università Ebraica, Gerusalemme (2 luglio 2014)

Proseguo con la replica di Ugo Tramballi.

“Non sono un militante”

Ringrazio l’amico Sergio Della Pergola per avere involontariamente creato l’opportunità che ora mi permette di scrivere sul notiziario quotidiano Pagine Ebraiche 24: è un onore parlare ai lettori della stampa ebraica. E sono costernato per ciò che un omonimo di Sergio Della Pergola ha scritto di me in un articolo intitolato “La crociata dei falsari” e pubblicato qualche giorno fa. L’occhiello del commento era “Pilpul”: in realtà, più che spaccare il capello in quattro quel Sergio che non conosco ha usato il napalm. Ho impiegato un po’ per chiedere ospitalità a Guido Vitale, perché ero deluso. Di solito non rispondo agli insulti e alle minacce: sono infortuni del mestiere che vanno accettati. Ma Sergio per me era speciale: 39 anni fa celebrai a casa sua il mio primo Shabbat. Il tono del suo intervento non rende onore alla cultura, l’intelligenza e l’equilibrio dell’uomo che conosco e seguo da molto tempo. Sergio mi rimprovera di aver scritto che le tre giovani vittime israeliane erano coloni. Ha ragione: due su tre non lo erano. Non ho verificato ed è colpa mia. Partendo da questo dettaglio Sergio deduce l’assenza di “serietà professionale e lo spessore umano di Tramballi”. Perché dico dettaglio. Perché quel che conta non è dove abitassero ma che fossero lì, nei Territori occupati. Nella mia “odiosa logica” i tre ragazzi erano “normale oggetto di aggressione”. Non è la mia logica ad affermarlo, è la realtà sul campo: anche nell’area “C”, sotto il pieno controllo d’Israele, gli israeliani sono in pericolo perché i palestinesi non accettano la condizione di occupati. In tutto l’articolo di Sergio, dunque, il problema è il mio errore sulla domiciliazione delle vittime, non l’occupazione. Per me “un israeliano orgoglioso” non sono i coloni ma le autorità militari che hanno messo agli arresti i loro pochi soldati razzisti. Israeliani orgogliosi sono i creatori delle startup, i giornalisti della stampa più libera d’Occidente, i professori che si chiedono quale sia la logica anche demografica di occupare i Territori. Come per esempio fa il Sergio Della Pergola che conosco. http://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com/ è il link sul quale trovate, se volete, il mio articolo incriminato del 21 giugno, “Arriva la terza Intifada”. Anche Sergio non è accurato: non è apparso sul sito cattolico di Bocchescucite, ma sul mio blog di politica internazionale “Slow News”. Nell’immenso mare del web chiunque è libero di riprendere i miei commenti. Spesso lo fa anche Informazione Corretta e non me ne dolgo. Sul mio blog troverete anche un secondo post sul tema, “Israeliani e palestinesi o la Grande Faida”. Via mail Della Pergola ha criticato anche questo, accusandomi di militanza. Credo che invece il militante sia lui e ha tutto il diritto di esserlo in coerenza con le sue scelte di vita che non contesto affatto. Al contrario, in qualche modo gliele invidio. So che alcuni lettori di PagineEbraiche24 e di Moked la pensano come lui, ma io non sono un militante: cerco solo di capire e possibilmente di spiegare, spesso sbagliando. Non mi riferisco solo al domicilio delle giovani vittime: a volte commetto errori ancora più gravi perché riconosco che israeliani e palestinesi per me sono molto più di un impegno giornalistico. Ma non voglio sembrarvi unilaterale e lacrimoso, come mi accusa di essere Della Pergola. Sergio è convinto di avere ragione ogni volta che dissente da me. Io no. Nonostante l’autore de “La crociata dei falsari”, resto della mia opinione. Della Pergola rimane per me uno di quegli israeliani con i quali sospetto di avere torto ogni volta che dissento. Alle sue certezze continuo a preferire i miei dubbi. Grazie ancora per l’ospitalità.
Ugo Tramballi, Il Sole 24 Ore (6 luglio 2014)

Se siete riusciti ad arrivare fino in fondo, apprezzerete sicuramente l’estrema moderazione di Della Pergola nel commentare l’articolo di Tramballi. Chi fosse eventualmente interessato, potrà trovare qui la controreplica di Della Pergola. E adesso per completare il quadro, vi propongo la mia recensione del libro di Tramballi uscito nel 2002, all’epoca della cosiddetta seconda intifada, e pubblicata su Informazione Corretta.

UGO TRAMBALLI, L’ULIVO E LE PIETRE, MARCO TROPEA EDITORE

Poiché siamo fanatici sostenitori dell’understatement. Poiché il politically correct è il nostro credo. Poiché aborriamo i toni sopra le righe. Per tutte queste ragioni tratteniamo il respiro, contiamo fino a dieci, concentrati nello spasmodico sforzo di controllare le nostre reazioni emotive e ci accontentiamo di dire, sommessamente: questo libro fa vomitare.
Ci tiene molto, il nostro Tramballi, a chiarire che lui non fa parte dei giornalisti schierati: né dei giornalisti con la keffiah, né di quelli con la kippà: lui è semplicemente un giornalista onesto. E per dare la misura della sua onestà ci racconta di quando era acceso filoisraeliano e della sua meravigliosa esperienza di vita in kibbutz. Poi un bel giorno del 1983 viene inviato a Beirut. Vede la Beirut distrutta dai palestinesi già PRIMA che vi arrivassero gli israeliani, incontra i palestinesi scampati al massacro operato dall’esercito giordano nel Settembre nero, e di colpo capisce tutto. Capisce che “Certo, i palestinesi sono vittime anche dei loro stessi errori, delle circostanze, dell’andamento a volte casuale della Storia. Ma restano soprattutto vittime degli israeliani”. E immediatamente dà la stura a tutto il solito ciarpame grondante di odio antiisraeliano – e forse non solo antiisraeliano: gli israeliani fascisti e razzisti, da oppressi diventati oppressori, autori di una radicale pulizia etnica, che usano l’Olocausto come strumento, che hanno uno stato di apartheid, superficiali nei confronti della questione palestinese, responsabili di colpe collettive, affetti da mania di persecuzione. A Oslo il problema non è Arafat, bensì Rabin, essendo evidente che gli israeliani non vogliono impegnarsi, mentre i palestinesi sono pronti a giocarsi tutto. Ma quello che più colpisce è la totale assenza, in tutto il libro, di PERSONE israeliane: ci sono i soldati israeliani, i coloni israeliani, gli occupanti israeliani, ma le persone no. E il terrorismo è come la pioggia in un romanzo d’amore: c’è, ma non è che abbia molto a che fare con le vicende narrate; capita, inevitabilmente, di doverlo nominare, ma non ci sono vite distrutte, famiglie smembrate, madri disperate, giovani in sedia a rotelle, niente del genere: come una pioggia di primavera, anche il terrorismo passa e va, praticamente senza lasciare traccia. Le PERSONE palestinesi invece riempiono il libro: hanno sentimenti, soffrono, raccontano le loro vicende, amorosamente raccolte dalle simpatetiche orecchie di Tramballi. Ne troviamo molte, di storie e storielle raccontate in questo libro, per esempio questa: “Soldati che sparavano per divertimento ai serbatoi dell’acqua sui tetti delle case; che gridavano slogan offensivi mentre pattugliavano i campi o battevano alle porte per terrorizzare i bambini; che per futili ragioni confiscavano i documenti d’identità, sapendo che per i palestinesi era illegale non averli. C’erano i funzionari del fisco che si prendevano pause di ore, lasciando la gente in piedi ad aspettare sotto il sole; le guardie di frontiera che rovesciavano a calci le bancarelle cariche di verdura; le basi militari che gettavano la loro immondizia davanti alle case dei palestinesi”. Questa storiella è riferita da Amira Hass, la giornalista condannata da un tribunale israeliano per aver pubblicato notizie clamorosamente e palesemente false, ma di questo a Tramballi poco importa. Così come riferisce le dichiarazioni dello “storico” palestinese Walid Khalidi, che gli racconta della lotta palestinese contro il nazismo – e Tramballi non fa una piega – e gli espone la sua personale battaglia per ristabilire la verità dei fatti, perché “Tante persone credono davvero in buona fede che nel 1948 Israele fosse vicino all’estinzione, che i palestinesi erano gli aggressori e gli ebrei favorevoli a un compromesso”. Non cercate palestinesi cattivi, in questo libro: non ce ne sono. Al massimo disperati, ma cattivi mai. I cattivi stanno tutti dall’altra parte, così come dall’altra parte stanno tutti gli inganni, tutte le menzogne (“Bibi e le sue menzogne”), tutta l’aggressività, tutto il razzismo, tutte le colpe. Ci viene spiegato che tra lo sceicco Yassin, che in un’intervista gli dichiara apertamente di combattere per la distruzione di Israele e il “colono” Bob, che rivendica il suo sacrosanto diritto a difendersi dalla distruzione non ci sono differenze, tranne una: Yassin è la vittima, Bob è “il simbolo cosciente delle sofferenze palestinesi”. Assistiamo a un continuo parallelismo, per non dire totale identificazione, fra israeliani e nazisti. Quanto agli ebrei, l’autore ci espone il suo pensiero citando Pat Buchanan: “La collina del Campidoglio è un territorio occupato: occupato dalla lobby ebraica”; e forse è per questo che l’America è “scandalosamente favorevole a Israele”. E anche l’11 settembre dimostra l’incomparabile superiorità dei palestinesi sugli israeliani, in quanto “Arafat aveva capito, Sharon no”. Ma il vero capolavoro di Tramballi è la ricostruzione della vicenda di Mohammed al Dura, il bambino ucciso all’incrocio di Netzarim*: qui non solo supera se stesso, ma riesce addirittura a superare persino i palestinesi. Narra infatti il nostro che ad un certo punto i palestinesi avevano smesso di sparare, ma gli israeliani no. Gli israeliani hanno continuato a sparare, accanendosi PER BEN VENTI MINUTI contro quel bidone dietro il quale si nascondevano Mohammed e suo padre, riuscendo alla fine a centrarli: neanche Arafat era arrivato a questi vertici di invenzione fantastica! E così, di menzogna in menzogna, di falsificazione in falsificazione, arriviamo alla fine del libro: “Incapaci di una raffinata e realistica definizione della realtà, spinti da un irrefrenabile istinto al suicidio politico, una volta di più i palestinesi persero una grande occasione. Ma lo fecero con l’aiuto di Sharon, che non aveva smesso per un secondo di provocare i palestinesi, rendendo ancora più insopportabile l’occupazione: assassinando presunti terroristi e bambini, distruggendo case e umiliando la gente. L’evidente autolesionismo palestinese aveva da mezzo secolo lo stesso istigatore: Israele. Continuando una politica di repressione dai tratti razzisti, sabotando ogni negoziato, Sharon aveva deliberatamente agito perché la questione palestinese restasse una faida e non evolvesse mai in un caso politico risolvibile con i mezzi della politica. Salvo poche eccezioni, tutti i primi ministri d’Israele hanno affrontato il problema allo stesso modo: come medici che non curano ma aggravano deliberatamente lo stato di depressione del loro paziente”. Ignoranza? Non si direbbe, a giudicare dai capitoli dedicati al Settembre nero e alla guerra civile in Libano, in cui Israele non era implicato – non direttamente, almeno, perché è fuori discussione che delle sofferenze palestinesi Israele è sempre e comunque responsabile. In quei due capitoli Tramballi appare straordinariamente ben informato, e non esita ad attribuire con grande lucidità colpe e responsabilità, e a scandalizzarsi per la mancata punizione di Eli Hobeika, il responsabile del massacro di Sabra e Chatila. E dunque non di ignoranza si tratta, bensì di consapevole e intenzionale mistificazione dettata da un odio senza limiti.

*All’epoca dell’uscita di questo libro era già stato inequivocabilmente dimostrato che quella posizione non era raggiungibile dalla postazione israeliana, ma non era ancora stato chiarito che il bambino non era affatto morto, per questo nel mio commento non ho contestato questo particolare.

Bene, adesso sapete chi è Ugo Tramballi e, come si diceva anni fa per l’AIDS, se lo conosci lo eviti.

P.S.: vado, ci vediamo fra qualche giorno.

barbara