SPIGOLATURE 2

Dice il signor Domenico Arcuri, “commissario straordinario per il potenziamento delle infrastrutture ospedaliere necessarie a far fronte all’emergenza COVID-19”:

“Distribuiremo, a titolo gratuito, al sistema sanitario le mascherine”.

Cioè, capite, questo sente la necessità di precisare che i medici ospedalieri non dovranno pagare di tasca propria le mascherine che verranno loro fornite. Come direbbe Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia: “Grassie… grassie…” E a proposito di mascherine per noi comuni mortali:
50 c
calmieramento
E magari leggi anche qui.
Poi ci sono quei famosi congiunti, affetti stabili e via straparlando, su cui si pronuncia l’imprescindibile Andrea Marcenaro:

Sul significato esatto di “congiunti”, allora, siamo finalmente d’accordo: genitori, figli, sorelle, fratelli, nonne/i, zie/i, nipoti, cugine/i, compagne/i, fidanzate/i, conviventi svincolate/i da unioni civili etero, o omosessuali, oppure non conviventi, solo amanti, etero o omo che siano, legate/i però da relazione affettiva stabile. Oh! E chiarita la cosa, non resta che preavvisare i carabinieri: personalmente sono bisessuale, poligamico naturale, multibifidanzato, profondamente affezionato e stabilmente legato a tutte e tutti loro. Anzi, cercasi pullman.

In vostro aiuto comunque, per aiutarvi a districarvi nella complessa materia, vi verrà in aiuto 3749° documento di autocertificazione
dich. affetti
però non cercate di fare i furbi, eh, che la polizia controllerà attentamente
affetti
Nel frattempo il sinistrissimo organo della sinistrissima UCEI, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (mi sa che quest’anno cercherò qualcun altro a cui dare l’8‰) lancia un grido d’allarme per la democrazia in pericolo:

Gli autocrati e il virus. L’emergenza sanitaria, in alcuni Paesi, si sta trasformando in un’occasione imperdibile per cancellare diritti e libertà. Lo ricorda Ezio Mauro, in un editoriale su Repubblica che guarda anche a quel che sta accadendo in Ungheria. Viktor Orbán, tra le varie azioni intraprese, ha infatti mandato “i corpi speciali dell’esercito a presidiare dall’interno le grandi aziende e ha tagliato le entrate dei Comuni, per colpire l’opposizione che si sta coagulando attorno ai sindaci, mentre nuove leggi di censura vietano ogni critica e la riscrittura dei libri di scuola ripropone scrittori antisemiti e cancella le glorie della letteratura magiara come il Nobel Imre Kertész”.

Dettaglio del tutto trascurabile il fatto che l’Ungheria sia, credo, l’unico Paese europeo in cui non c’è bisogno di presidi di polizia davanti a sinagoghe e scuole ebraiche. Dettaglio del tutto trascurabile che Orban abbia chiesto al Parlamento, e ne abbia ottenuto dopo regolare votazione, pieni poteri per poter fronteggiare l’epidemia senza i ritardi della burocrazia, mentre da qualche altra parte i pieni poteri siano stati scippati senza chiedere autorizzazioni di sorta e senza limiti di tempo e lasciando in piena attività l’intero apparato burocratico che rallenta criminalmente ogni provvedimento atto a mitigare i disastri provocati dalla situazione (sempre che siano poi vere le altre cose che dice a proposito dell’Ungheria). Situazione su cui sembrano avere qualcosa da dire, oltre alle persone già citate in altri post, sia Antonio Baldassarre, ex presidente della Corte Costituzionale, sia l’attuale presidente, Marta Cartabia

Quanto alle conseguenze dell’ultimo dissennato prolungamento della chiusura, secondo alcuni calcoli pare che questo provocherà la chiusura definitiva di almeno mezzo milione di attività, il che significa decine di milioni di persone senza lavoro. Ossia senza reddito. Ossia 0 tasse che arriveranno allo stato per funzionare. E che l’uomo che parla a nome del governo quando il resto del governo è stato in realtà esautorato ed è rimasto solo lui, che quest’uomo, dicevo, possa ignorare queste conseguenze, credo proprio di poterlo escludere, quindi a uno viene da porsi qualche domanda. Sembra comunque che qualcosa abbia finalmente cominciato a muoversi: a Tolmezzo, in Friuli-Venezia Giulia

a Padova

e qualcuno ha detto che a Genova si stanno organizzando. E attenzione ai bambini:

Proseguo con una cosa ironica (almeno spero…)

DA UN AMICO BARISTA:
Bar. – Sono chiuso da oltre DUE mesi e finalmente posso riaprire. Alzo la saracinesca?
Esp.= No, no. Calmo, stai calmino. Devi far “sanificare” il locale.
Bar. – Ma scusate, non ci entra nessuno da un mese… chi volete che lo abbia infettato?
Esp. = Non importa. Va “sanificato”…
Bar. – Chi lo sanifica?
= Un’azienda autorizzata e iscritta all’albo. Poi ti rilascia un certificato che devi appendere in un posto visibile dentro il tuo bar e ti consegna le schede dei prodotti che ha usato per sanificare…
Bar. – Ok. Poi alzo la saracinesca e comincio a vendere?
Esp. = No. Tieni presente che puoi stare aperto dalle 7 alle 14.
Bar. – Azz. Il pomeriggio e la sera no?
Esp. = No. Ah… guarda che il personale dentro il bar deve avere cappello, mascherina, camice e sovrascarpe.
Bar. – Ma se nemmeno in ospedale hanno le soprascarpe. Va beh… poi posso far entrare i clienti e…
Esp. = Cosaaaa? I CLIENTI?
Bar. – Si.
Esp. = Ma sei scemo? I clienti possono solo telefonare e tu gli porti la roba a casa.
Bar. – Cioè io faccio sanificare, mi bardo come un operatore dell’ospedale Covid e posso solo fare consegne a domicilio? E solo di mattina? Tutt stu burdell per “Mi portate tre caffè e un cornetto, i caffè con zucchero a parte”?
Esp. = Si, è così.
Bar. – Ma se è solo per consegne a domicilio perché solo fino alle 14? Lo facevo tutto il giorno, almeno recuperavo un po’…
Esp. = No, è pericoloso. Ah, a proposito, guarda che il pomeriggio quando chiudi, ogni giorno, devi sanificare di nuovo.
Bar. – E me faccio fa n’atu certificato?
Esp. = No. La sera devi solo annotare sul registro chi ha sanificato quel giorno, che attività ha svolto e che prodotti ha usato.
Bar. – sopra un registro? Faccio un registro delle pulizie?
Esp. = Esattamente!
Bar. – Scusa, esperto: ti posso fare una domanda?
Esp. = Sono qui per questo, dimmi.
Bar. – A quanto lo metto un caffè consegnato a domicilio?
Esp. = Bah… non saprei…
Bar. – Te lo dico io: almeno a 20 euro altrimenti ci vado a perdere. Aprite voi
“Esperto”. Ho capito…
Barman; Io me sto a casa.
Copiato ed incollato… solidarietà (qui)

E una seria

Egregio Sig. Conte, io non ci sto.

Se dopo 36 anni di quotidiano e onorato lavoro di colazioni al bar, Lei e gli Scienziati mi “permettete” di aprire a giugno SENZA AIUTI veri non ci sto. Lei sa tutto di noi, i nostri redditi, i nostri più intimi debiti che abbiamo contratto e sa benissimo che così non si può ripartire. SENZA AIUTI VERI NON SI RIPARTE. Le nostre aziende non erano pigre, ne’ viziate, nè garantite da nessuno ma andavano avanti. Se non riesce a dare aiuto concreto in qualsivoglia ragionata maniera non può pretendere che comprenda le sue scuse per l’inps che non ha ancora esaudito le richieste, per la cassa integrazione che non si vede, son passati due mesi e ce ne chiede un altro. Guardi i registratori obbligatoriamente collegati a gennaio e tutta la fatturazione costata migliaia di euro e li ricontrolli quando riapriremo (se riapriremo) e si metta una mano sulla coscienza. Se sky mi scrive addolorato che blocca i pagamenti fino a maggio, se vodafone regala giga io non ci faccio niente. Vorrei perlomeno che lo Stato che rispetto, a sua volta mi rispetti, da sempre ho lavorato per lo Stato, ultimamente fino ad agosto versando ben oltre il 70 per cento in tasse dirette ed indirette . VOGLIO AIUTI DAL VERO non ulteriori debiti con le banche. Capisco il problema della salute, se non ci sono certezze posso stare anche chiuso, ma non mi faccio chiudere. Pretendo non parole ma FATTI E FUTURO. Marco Quattrini.

E ora una piccola cosa mia. Piccola per me e per chi mi legge, ma non certo per i protagonisti. Ieri, in centro, ho visto il primo negozio con sulla vetrina il cartello AFFITTASI. Evidentemente avevano resistito in attesa della fatidica fase due, in attesa di poter finalmente ripartire. Invece è arrivata la tremenda, micidiale mazzata di Conte. E hanno dovuto prendere atto che era finita. La loro strada è diventata un vicolo cieco, un tunnel senza luce in fondo. Non potranno mai più ripartire. Un cazzotto allo stomaco mi avrebbe fatto meno male. E tutto questo sfacelo è stato almeno di qualche utilità? Andiamo a leggere i dati: il 44,1% delle infezioni si è verificato in una Rsa, il 24,7% in ambito familiare, il 10,8% in ospedale o ambulatorio e il 4,2% sul luogo di lavoro. Non c’è traccia di contagi presi in giro o da persone che non rispettavano l’ordinanza. E il bollettino quotidiano? Il 26 aprile sono morte 260 persone, il 27 333, il 28 382 (fra cui 37 infermieri, mentre il bilancio totale dei medici sale a 152). E l’impietosa risposta è no, non è stato di alcuna utilità, né il blocco di tutte quelle attività, né una segregazione tanto feroce, che non ha pari nel resto d’Europa. E io mi pongo una domanda. Gli esperti ci avevano detto, fermiamoci per due settimane: questo è il tempo di incubazione del virus; se ci fermiamo il virus non circola più, si ammala chi sta già incubando e poi è finita. Ci abbiamo creduto e ci siamo fermati. Sono passate due settimane, poi tre, poi quattro, poi cinque, sei, sette, ora siamo all’ottava, e il virus a fermarsi non ci pensa neanche di striscio. Gli esperti, chiaramente, si erano sbagliati. Ok, succede, soprattutto quando si ha a che fare con una situazione nuova che non possiamo confrontare con niente di conosciuto, quindi niente anatemi, niente richiesta di teste da far rotolare (mica ci chiamiamo Guccini, noi), niente improperi. Però, questa è la mia domanda: perché quando questi stessi esperti ci dicono che per fermare il virus dobbiamo restare fermi e barricati in casa e isolati ancora per una, due, quattro settimane, perché dobbiamo credere che stavolta invece stiano azzeccando la soluzione giusta?

barbara

UNGHERIA AGGIORNAMENTO

Ieri sera sono stata a cena con la ragazza e suo marito: dopo mezzo anno di lavoro hanno avuto una settimana di ferie, e l’hanno usata per venire a sistemare un po’ di cose lasciate indietro al momento della partenza, e vedere un po’ di amici e parenti.
La situazione, lì, appare così stabile e solida che, dopo solo pochi mesi, hanno deciso che è arrivato il momento di fare un figlio, cosa impensabile quando erano qui. Lui poi ha detto che ha diversi amici ebrei, e da nessuno ha mai sentito parole di preoccupazione o inquietudine, né, parlando con la gente, gli capita di cogliere manifestazioni di antisemitismo.
Infine ne ho approfittato per togliermi una curiosità: se fanno lo stesso lavoro nella stessa azienda, come mai lui guadagna molto di più? Spiegazione semplicissima: lei fa otto ore al giorno cinque giorni la settimana, lui ne fa undici e lavora anche il sabato. E mi è piaciuta molto questa possibilità di scegliere l’orario di lavoro in base alla propria energia, alla propria resistenza, ai propri impegni (lei il pomeriggio deve andare a prendere il bambino a scuola, ha da fare in casa eccetera).
Magari, per carità, non sarà proprio un paradiso, ma a loro, venendo dall’Italia, è sembrato proprio quello.

barbara

L’UNGHERIA, PER ESEMPIO

La ragazza che fino a un anno fa mi faceva le pulizie, era romena. Avendo ad un certo momento, sia lei che il marito, incontrato difficoltà a trovare lavoro, e non essendo nessuno dei due tipo da mettersi all’angolo del supermercato a chiedere l’elemosina, sono tornati in Romania. Per poco, però. Lui, quasi subito, è andato in Ungheria, dove era stato in passato per sedici anni (seminandovi tra l’altro due figli, che poi sempre, anche nei momenti economicamente più difficili, ha continuato ad andare a trovare ogni tre mesi): lì, mi avevano spiegato, si sta bene, la situazione sociale e politica è tranquilla, la vita costa poco, c’è lavoro per tutti. Infatti ha trovato lavoro quasi subito, e non appena ha trovato casa e si è sistemato, ha fatto venire anche lei e il bambino. Lei ha dovuto aspettare qualche mese prima di poter lavorare, per mettersi in regola con tutti i documenti, poi ha trovato lavoro anche lei nella stessa azienda del marito; lui guadagna 900 euro al mese, lei 600, di affitto per un appartamentino ammobiliato, spese comprese, ne pagano 300: quanto basta per vivere decorosamente, insomma.

Adesso c’è chi ci viene a raccontare che l’Ungheria, Orbán in primis, è antisemita. Non essendoci mai stata, tranne una breve visita trent’anni fa, lascio la parola a chi, ebreo, vi si trova adesso.

Gli ebrei, Visegrad e l’islam radicale

“La battuta dell’epoca di Breznev chiedeva se fosse un crimine dire che il presidente del partito era un idiota. La risposta era sì, perché è un segreto di stato. Per chi ha perso l’umorismo dell’era sovietica, il presidente francese Emmanuel Macron ha fornito qualche consolazione, licenziando l’ambasciatore francese a Budapest per aver osservato in un memorandum privato che il presidente dell’Ungheria non è un antisemita. Evidentemente questo è un segreto di stato in Francia”. Così scrive David Goldman. “In un dispaccio del 18 giugno, Eric Fournier, l’ambasciatore francese in Ungheria, ha riferito che il presunto antisemitismo del presidente ungherese Viktor Orbán era ‘una fantasia della stampa straniera’. Ha aggiunto che l’accusa ha distolto l’attenzione dal ‘vero moderno antisemitismo’, ‘la cui fonte sono ‘i musulmani in Francia e Germania’. Il memo era privato, ma Macron lo ha licenziato comunque. Il memo di Fournier ha colpito un nervo scoperto. L’ambasciatore Fournier era del tutto corretto: i dati dei sondaggi forniscono enormi prove dell’antisemitismo musulmano in Francia. I soldati francesi proteggono sinagoghe e scuole ebraiche. Gli ebrei francesi sono avvisati dai leader delle loro comunità di non mostrarsi per la strada con segni visibili di identità ebraica, come una kippah. Al contrario, i 100 mila ebrei dell’Ungheria camminano indisturbati fino alla sinagoga in costume tradizionale ebraico. Durante una visita a Budapest a maggio, ho camminato dal mio hotel alla sinagoga venerdì sera indossando una kippah, attraversando la città quattro volte. Nessuno mi ha guardato due volte. Non tenterei di farlo in Francia o in Germania. Budapest è sicura per gli ebrei perché ospita pochi migranti musulmani.

L’Ungheria, insieme a Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, ha rifiutato di accettare le quote comunitarie per i migranti musulmani dopo il 2015, quando la Germania ha accettato più di un milione di rifugiati di guerra putativi (tre quinti dei quali si sono rivelati migranti economici). Orbán non è un radicale di alcun tipo; al contrario, è un cristiano-democratico della vecchia scuola. Dire che Orbán è antisemita è scandalosamente sbagliato. L’Ungheria è uno dei pochi amici di Israele nella diplomazia mondiale. La porta di Orbán è aperta ai leader ebrei di Budapest, e alcuni dei più importanti rabbini della città mi hanno detto che è un buon amico della comunità ebraica. E Budapest sta diventando un luogo di scelta per gli imprenditori israeliani, grazie alla sua buona infrastruttura e ai bassi costi. Ho partecipato a una cena serale di sabato in una sinagoga di Budapest con 200 invitati, più della metà dei quali erano israeliani”. L’accusa di antisemitismo contro Orbán dipende dalla questione di George Soros. “Orbán ha fatto campagna contro Soros. Questa strategia non aveva nulla a che fare con le origini ebraiche di Soros, e tutto ciò che aveva a che fare con il suo sostegno alle frontiere aperte e la sua enorme impronta nella politica ungherese. Il miliardario nato in Ungheria ha speso 600 milioni di dollari in Ungheria. Se un miliardario espatriato avesse speso quella somma di denaro negli Stati Uniti, ci si aspetterebbe che i politici facessero una campagna contro di lui”.

Il foglio, 16 luglio 2018

E a proposito delle chiassose quanto insensate manifestazioni di protesta contro la presenza di Orbán a Milano:

Evitate di scannarvi per la presenza di Orban a Milano. È da dieci anni premier ungherese, sta nel Ppe con Merkel, è duro sui confini come Macron, cacciò i sovietici e accolse la Nato, è uno dei più grandi amici di Israele in Europa. La si può pensare come si vuole su Orban, ma va trattato da politico, non da demone. E poi, alla gente che piace e che organizza una manifestazione contro la presenza di Orban domando: dove eravate quando si gridava, a Milano e non a Budapest, “morte agli ebrei” lo scorso dicembre? No perché se non lo sapete, Budapest è “la città più sicura d’Europa per gli ebrei”. Definizione non mia, ma di David Goldman, un importante intellettuale ebreo newyorchese. Ha scritto: “Lo scorso venerdì ho messo la kippah e ho camminato mezz’ora attraverso Budapest fino alla sinagoga Keren dei Chabad. Dopo gli attacchi violenti contro gli ebrei nelle strade tedesche, i leader della comunità ebraica tedesca hanno avvertito gli ebrei di non indossare una kippah. La comunità francese ha emesso tali avvertimenti anni fa. La tv belga non è riuscita a trovare un ebreo a Bruxelles disposto a indossare una kippah. Ho attraversato Budapest quattro volte e nessuno ha guardato la mia kippah. La vita ebraica non è solo fiorente a Budapest. Sta ruggendo, animata da una crescente presenza israeliana. Circa 100.000 israeliani hanno la doppia cittadinanza ungherese, molte proprietà nel paese e votano alle elezioni. Il primo ministro Orban è un amico di Netanyahu da venti anni”. Ecco, tanto per raffreddare gli animi. Non vorrei che tutto l’antifascismo milanese si consumasse per Orban e non ne rimanesse neanche un pochino per i veri nemici dell’Europa, quelli che la vogliono distruggere e sottomettere, e vogliono fare la pelle agli ebrei. E sapete chi sono.

Giulio Meotti, 28 agosto 2018

Quando la stella di Gheddafi ha cominciato a tramontare, ha cominciato a circolare la voce che fosse ebreo: è uso comune, nei paesi arabi, accusare dell’orrendo crimine di essere ebrei i propri avversari politici. Qui da noi, al contrario, l’accusa contro il nemico è di essere antisemita. Mi vengono in mente quelli che in autobus si lasciano scappare una puzza, e subito dopo cominciano a guardarsi in giro con l’aria tra indagatrice, accusatrice e disgustata, contraendo vistosamente le narici, per fare intendere che lo scorreggiatore sia qualcun altro e distrarre l’attenzione da sé. E a sinistra, in fatto di antisemitismo, fra quelli che danno addosso al preteso antisemita, ce n’è a vagonate di attenzione da distrarre da sé.

POST SCRIPTUM: dove si dimostra che invecchiare nuoce gravemente alla salute
d'alema-marcegaglia
d'alema-hezbollah
barbara

EST EUROPA

A proposito delle elezioni in Ungheria e di alcune altre cose di quelle parti che tanto fanno inorridire le anime belle delle nostre parti.

I popoli dei paesi est europei sanno cosa vuol dire subire una invasione straniera. Sanno cosa significa vedere distrutta la propria cultura, irrise le proprie tradizioni, disgregata la propria società civile. Polacchi ed ungheresi, Cechi e slovacchi sanno cosa si cela davvero dietro a parole come “progresso” o “uguaglianza”, dolcemente sussurrate dai loro aguzzini. E ricordano che tanti occidentali “progressisti”, o i loro padri, che oggi li invitano ad “non costruire muri”, hanno ieri applaudito i carri sovietici a Praga e a Budapest, o la repressione brutale degli operai polacchi.
Per questo difendono la propria autonomia, senza se e senza ma. E se ne fregano delle condanne, degli strilli e degli strepiti di tutti i finti buoni del mondo.
Giovanni Bernardini

Sono fascisti? Sì, può darsi. Ma, come ha ricordato qualche tempo fa Ugo Volli, la storia ci insegna che i fascismi e i nazismi passano, l’islam no. E se solo i fascismi sono disposti a combattere l’islam – cosa dico combattere, ad accorgersi, semplicemente accorgersi che c’è un pericolo islam che ci sovrasta – non ci viene lasciata alternativa.

barbara

RACCONTALO AI TUOI FIGLI

Le scene mostrate nella prima parte del video ricordano le fucilazioni degli ebrei ungheresi avvenute fra il 1943 e il 1944 sulla riva del Danubio a Pest da parte delle croci frecciate (i nazisti ungheresi), i quali erano soliti incatenare tre prigionieri l’uno all’altro sulla riva del fiume e sparare poi a quello in centro in modo che questi, cadendo in acqua, trascinasse con sé anche gli altri.
Nel 2005, ad opera dello scultore Pauer Gyula, nacque sulla banchina di Pest questo monumento,
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semplice e sconvolgente allo stesso tempo.
Anche l’ultima parte del video, purtroppo, è maledettamente reale.

barbara

IO AVREI UNA DOMANDA

Di fatto lo Jobbik è una organizzazione su posizioni non solo populiste ma ipernazionaliste, basate sulle dottrine del radicalismo di destra. Per molti osservatori la sua ideologia di riferimento è il neofascismo. Alle elezioni del 2010 ha ottenuto il 16,7% dei voti e ben 47 seggi. Tra le sue file milita l’avvocatessa Krisztina Morvai, eurodeputata, che ha inaugurato il suo mandato a Strasburgo affermando che «sarei contenta se coloro che si definiscono fieri ebrei ungheresi se ne andassero a giocherellare con i loro piccoli peni circoncisi, invece di insultare me». (qui)

Devo fare due premesse. La prima è che non sono santa Maria Goretti. Voglio dire, sull’oggetto in questione qualche idea credo di essermela fatta. La seconda è che non ho mai avuto amanti ebrei. È una colpa grave, lo so, ma invoco quale circostanza attenuante il fatto che di ebrei in giro ce ne sono davvero pochi, letteralmente quattro gatti, uno su cinquecento nella popolazione mondiale, circa uno su millesettecento in Italia. Vale a dire che per beccarne casualmente uno mi dovrei fare millesettecento uomini, e io a quella cifra, lo confesso, non sono ancora arrivata – e data la veneranda età, mi sa che ormai non ci arriverò più (e neanche a cinquecento: visto che ormai sono in vena di confessioni, confesserò anche questo).
Qualche idea me la sono fatta, dicevo. Che gli uomini non sono fatti con lo stampino, per esempio, e quindi sono tutti diversi, sotto ogni aspetto, compreso quello. Magari se mi fossi fatta settecentoquarantadue bergamaschi e li avessi trovati tutti con dotazioni tipo paracarro e fuori di Bergamo invece nisba potrei arrivare alla conclusione che i bergamaschi sono geneticamente superdotati, ma francamente non so a chi potrebbe venire l’idea di girare col metro in tasca e farsi tutti i maschi di un dato gruppo mentre un’altra volontaria si fa altrettanti maschi, sempre col metro in tasca, di un altro gruppo per poi confrontare i dati. E quindi non è che se vai con uno scandinavo, o un paio di scandinavi, puoi dire gli scandinavi sono così o cosà e sono diversi dai nicaraguensi perché una volta sei stata anche con uno di lì e quello era differente. Insomma, quello che voglio dire è che questa signora afferma perentoriamente che gli ebrei ce l’hanno piccolo, e io mi chiedo: ma quanti ebrei si è fatta questa qui per poter esibire tanta sicurezza sulle loro dimensioni? Saranno stati una trentina, e tutti sistematicamente ipodotati? O una cinquantina? Forse un centinaio? Ma non sarà un tantino masochista farsi un intero plotone di maschi insoddisfacenti, maturare la convinzione che quelli sono tutti così per natura e ciononostante perseverare all’unico scopo di poter documentare scientificamente la propria teoria? Quando oltretutto si tratta di gente che a lei fa schifo a prescindere? O non sarà invece che ci troviamo di fronte a un caso da manuale di nondum matura est? Anche se è vero che la signora avvocatessa Krisztina Morvai non è una roba come la signora baronessa Catherine Ashton, che è talmente brutta e sgraziata che sembra disegnata da Prada, ma sinceramente non mi meraviglierei se agli ebrei facesse ugualmente un po’ senso l’idea di andare con una come lei.
Qualche perplessità, poi, suscita anche l’invito a “giocherellare” coi propri gioielli di famiglia. Come già detto, non ho al mio attivo esperienze ebraiche, quindi non sono in grado di pronunciarmi in merito; oso tuttavia ipotizzare che tutti, chi più chi meno, siano in grado di farne un uso migliore di quello suggerito dall’illustre signora.
 Esempio di ebreo ultrasessantenne
barbara

PICCOLI NAZISTI CRESCONO

Supplenza in terza C

La terza C è una di quelle classi che quando si legge di doverci fare supplenza provoca in tutti noi un irresistibile impulso alla fuga. Magari anche con qualche modesto atto di autolesionismo che giustifichi almeno una breve visita al pronto soccorso. Quella volta la supplenza era per il collega di religione che, trattandosi di un’assenza prevista, aveva provveduto a organizzare la visione di un film su Auschwitz. E dunque parte il film, e naturalmente ogni tanto c’è qualche personaggio, o gruppo di personaggi, che fa il saluto nazista, e ogni volta un buon quarto della classe scatta sull’attenti e stende il braccio, e uno di loro grida con entusiasmo “Heil Hitler!” Al terzo Heil Hitler sono andata lì, l’ho preso per un braccio, l’ho tirato giù e scaraventato (letteralmente, con tutte e due le mani) fuori dalla porta. Quando sono andata alla cattedra e ho preso il registro, una cospicua parte della classe si è precipitata lì per tentare di convincermi a non scrivergli una nota. (Un anno fa in terza F, invece, era successo questo).

Supplenza in terza D

Avevano un lavoro da fare, e la maggior parte ha lavorato seriamente. Alcuni hanno chiacchierato, qualcuno – i soliti noti – preso atteggiamenti provocatori, ma insomma il tutto era più o meno sopportabile. Verso la fine dell’ora O. mi si trova davanti e di colpo i suoi occhi si bloccano sul risvolto della mia giacca. Per la precisione, sulla spilletta appuntata sul risvolto della giacca. A forma di stella. Con sei punte. Con la faccia tra lo schifato e l’inorridito punta l’indice e chiede: “Cos’è quella roba?” “Una stella” dico. E poi, a voce alta, a muso duro e in tono ancora più duro – quello che prendo quando sono pronta a menare, e chi mi si trova davanti lo capisce immediatamente – aggiungo: “Qualcosa da dire?” “No… no”, dice, e si immerge nel gruppetto dei soliti noti dal quale, fra una sghignazzata e l’altra, arrivano mormorii da cui emerge qualche parola, come “Jude” e “Scheisse” (merda).

Corso di scrittura creativa

È un corso in quattro turni, con quattro diversi gruppi di scolari provenienti da varie classi, della durata di otto settimane ciascuno, che tengo una volta la settimana. Oggi c’è una ragazza che indossa una blusa con su scritto

I ♥ HCP

Verso la fine dell’ora le chiedo cosa voglia dire HCP. “Hockey Club Pustertal” mi dice. Poi, ammiccando, aggiunge: “C’è scritto qualcosa anche dietro!” E si alza, si gira e solleva la felpa, per mostrarmi la scritta

I ♥ NADI

Nadia, mi spiega, è la sua compagna di banco, nonché amica del cuore: quella maglietta se l’è fatta stampare apposta, con i suoi due grandi amori. Sto ancora sorridendo di tenerezza quando interviene A. che, approfittando dell’assonanza, finge di leggere male e grida: “I love nazi!” Cercando di mantenere la calma gli spiego che cos’è l’apologia di reato e provvedo a informarlo che chi fa apologia di un crimine, per la legge del nostro stato, commette a sua volta un crimine. E lui, tutto soddisfatto e compiaciuto: “Allora siamo in tanti criminali, qui. E gli austriaci sono tutti criminali!”


    

(Sono nazistini piccoli piccoli, ma cresceranno. A differenza di questi altri bambini.

In queste giornate, una foto tra le foto mostrava un gruppo di bambini in attesa di mangiare, e dico solo che in questa occasione sinteticamente ebraica della Shoah i bambini li vorrei chiamare ieladim. Questi ieladim li ho contati, erano 27.
Avevano delle giacche invernali, a parte uno che aveva la maglietta a righe, e alcuni portavano bretelle – tutti un cappello e i pantaloni corti. Uno ieled teneva le mani in tasca, una forse era una ialdà e aveva un basco blu sulla testa rotonda che ora che ci penso era rasata, e lui, o lei che fosse, portava un lungo cappotto elegante che scendeva; aveva la testa girata da un’altra parte perché era incuriosito, oppure incuriosita, da qualcosa – lui, lei, non aveva mai visto un posto così. Gli ieladim ridevano, se no sorridevano, stringevano gli occhi perché avevano il sole contro, e le stelline gialle sul petto di tutti erano atrocemente graziose. La foto era in una bella giornata di sole, e ogni dettaglio era in armonia con l’idea di bella giornata: il cielo sereno, il sole e i colori, e la foto a colori. Poi gli ieladim sono rimasti per sempre ieladim.  
Il Tizio della Sera)

AGGIORNAMENTO: questa foto, che mi è appena stata inviata, è del marzo 2012. Il manifesto in essa ripreso è diffuso in tutta l’Ungheria.

barbara