NON È GAZA!

Questa foto,
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con questa didascalia,
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è stata pubblicata dall’UNRWA (sì, quella che fa finta di scandalizzarsi ogni volta che vengono trovati missili in scuole e asili da lei gestiti, o tunnel che ci passano sotto) nell’ambito della campagna per raccogliere fondi per i poveri poveri abitanti di Gaza stremati dal blocco e sempre a rischio di vedere distrutta la loro povera, piccola casa. In realtà la foto è stata scattata in Siria, nel pressi di Damasco, probabilmente nel 2014. E questo è ancora niente: la foto originale con la corretta indicazione geografica, datata 2014, era stata pubblicata… dall’UNRWA!
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(qui)

Dove si dimostra  che può davvero accadere che la mano sinistra non sappia ciò che fa la destra.

barbara

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LASCIATE CHE I BAMBINI VENGANO A ME

Ma per fortuna ci sono anche musulmani moderati, pacati e ragionevoli, come il padre di Syed Rizwan Farook, uno dei terroristi della strage di San Bernardino:

– Parlavate mai del terrorismo, dell’lsis?
«Certo. E chi non ne parla oggi? Lui diceva che condivideva l’ideologia di Al Baghdadi per creare lo Stato islamico, ed era fissato con Israele».

– Che vuol dire?
«Io gli ripetevo sempre: stai calmo, abbi pazienza, fra due anni Israele non esisterà più. La geopolitica sta cambiando: la Russia, la Cina, anche l’America, nessuno vuole più gli ebrei laggiù. Li riporteranno in Ucraina. A cosa serve combattere? Lo abbiamo già fatto e abbiamo perso. Israele non si batte con le armi, ma con la politica. Lui però niente, era fissato».

barbara

LA MOSTRA DI TORINO – INTERVISTA A EMANUEL SEGRE AMAR

Emanuel, pare che siano sorte delle polemiche, in ambito comunitario, in merito a una tua intervista apparsa su La Repubblica: potresti spiegarci che cosa è accaduto?
Ritengo che, per i lettori, sia necessario fare un passo indietro.
Era stata annunciata da tempo una tavola rotonda che si terrà a Torino con la partecipazione del sindaco Fassino e dell’ex segretario generale dell’UNRWA il prossimo 2 dicembre. In tale ambito era prevista una mostra sui profughi palestinesi.
Quando, pochi giorni or sono, mi sono reso conto che il tutto sarebbe avvenuto presso il Museo Diffuso di Torino che, tra le varie denominazioni, riporta anche “della Resistenza”, ho espresso in Consiglio della Comunità l’invito a inviare immediatamente una lettera alla Direzione del museo per metterla in guardia dal concedere le sale ad un ente che, pur operando per conto delle Nazioni Unite (o magari proprio per tale ragione, anche se non è politically correct dirlo) si è mostrato ostile proprio verso gli ebrei, e non solo verso gli israeliani, come ampiamente dimostrato dagli insegnamenti impartiti ai bambini palestinesi nelle sue scuole. Pure le ripetute collusioni della direzione dell’UNRWA con Hamas, ente riconosciuto come terrorista da USA, EU e dalla stessa ONU, dimostra la mancata considerazione da parte dell’UNRWA di quanto scritto nello statuto di Hamas. Il Consiglio della Comunità ha tuttavia scelto di aspettare l’imminente inaugurazione della mostra prima di esprimersi.
Mi sono quindi recato personalmente sia alla presentazione della mostra stessa giovedì 13 novembre, sia alla sua inaugurazione ufficiale, ed in tale occasione ho preso nota di tutto quanto dichiarato dagli oratori (è davvero ammissibile, in un museo che celebra la nostra Resistenza, fare un parallelismo con uno spietato terrorismo che gli organizzatori pretendono di chiamare “la resistenza palestinese”?) ed ho scattato numerose fotografie delle immagini esposte con le loro didascalie e di altre proiettate nei video. Lasciamo perdere la oramai ben nota didascalia che denuncia il massacro fatto a Sabra e Chatila dall’esercito israeliano (sic),
mostra.TO.SeCH
ma tutta la mostra appare come una voluta denuncia degli asseriti crimini israeliani senza che venga spiegato nulla di quanto Israele da tempo dichiara al mondo intero e, in particolare, proprio al Consiglio delle Nazioni Unite, per spiegare quanto succede sulle spalle dei palestinesi.
A questo punto anche il consiglio della Comunità di Torino non ha potuto esimersi dal decidere di scrivere una dura lettera di protesta alla direzione del Museo, lettera che dovrà essere inviata anche ai vari Enti che hanno assicurato la propria adesione alla mostra (dalla Presidenza della Repubblica al Consiglio dei Ministri per proseguire con Comune, Provincia e Regione, oltre ad altri enti).
Questa lettera doveva venire approvata mercoledì 19 e, in qualche modo, la notizia è giunta alle orecchie di una giornalista di Repubblica della redazione di Torino, la quale mi richiese insistentemente, per telefono, di fargliene pervenire copia entro le ore 16 del giorno stesso per non perdere l’occasione del solito scoop. Siccome la lettera, da me stesso preparata in bozza (e chissà chi lo aveva preannunciato alla giornalista!), quando essa mi telefonò, doveva ancora essere approvata, le risposi che ben difficilmente avrei potuto inviargliela prima di sera, che poi divenne notte inoltrata per dare spazio a numerosi suggerimenti, in gran parte dal presidente e da me stesso accolti.
In breve, potei inviarle il testo della lettera, come poi fu inviata alla direzione del Museo, solo nella prima mattinata di giovedì 20, ma grande fu la mia sorpresa quando mi accorsi che proprio nella stessa giornata Repubblica aveva pubblicato un articolo presentato come intervista al sottoscritto che, non essendo mai stata effettuata, riportava fatti e pensieri del tutto inventati.
Questo, anche se sono stato un po’ prolisso, è il resoconto dell’antefatto.

Quali sono state le conseguenze di questa improvvida iniziativa della giornalista di Repubblica?
Premesso che l’articolo pubblicato su Repubblica era, a mio parere, piuttosto inutile e, di per sé, non avrebbe meritato più della mail da me inviata alla giornalista nella quale prendevo le distanze dalle sue fantasie, è successo che Anna Segre l’ha raccolto per scrivere un pezzo pubblicato su Moked venerdì 21 il cui contenuto era anche condivisibile. Purtroppo Anna chiudeva con queste parole: ” È vero che le discussioni sono parte essenziale della nostra identità, ma non mi risulta sia vietato litigare per argomenti su cui ci siano reali differenze di opinione; così come non mi risulta sia obbligatorio che le nostre discussioni vadano a finire sui giornali”.
A questo punto, essendo evidente che per Anna sarei stato io ad aver sbagliato a diffondere ai giornali notizie che avrebbero dovuto restare riservate, ho prima parlato con Anna Segre che, una volta conosciuta la realtà dei fatti, ha compreso che io ero estraneo a quanto mi veniva rimproverato, e, successivamente ho inviato al direzione di Moked la richiesta di pubblicazione del seguente chiarimento: “Leggo su Moked di venerdì 21.11 l’articolo di Anna Segre che fa riferimento all’intervista fatta al sottoscritto e pubblicata su Repubblica di giovedì 20.11. Anna Segre termina molto opportunamente il suo articolo con queste parole: ‘non mi risulta sia obbligatorio che le nostre discussioni vadano a finire sui giornali’. Condivido queste parole, anche perché non mi risulta che mi sia stata fatta intervista alcuna”. Purtroppo il direttore dell’organo dell’Unione delle Comunità ha rifiutato di pubblicare queste poche parole se prima Repubblica non avesse smentito di avermi fatto un’intervista nella quale io avrei fatto quanto pubblicato nelle pagine torinesi. Insomma, io, vice presidente di una Comunità Ebraica italiana, non posso accedere con queste semplici parole all’organo dell’Unione e devo subire, in silenzio, un’accusa infondata.

Quindi, in definitiva, per poterti difendere dall’accusa (infondata) di avere lavato dei panni sporchi fuori casa ti stai vedendo costretto a rivolgerti fuori casa, perché in casa non ti viene consentito di farlo…
Già, questo è l’assurdo della situazione che si è venuta a creare. Pur essendo vice presidente di una Comunità Ebraica italiana, e certamente Repubblica mi ha interpellato in quanto tale, non mi è stato possibile far pubblicare sull’organo dell’Unione delle Comunità Italiane la semplice dichiarazione sopra riportata.

Ancora una domanda: ho letto che le pesanti critiche alla mostra sarebbero strumentali, dal momento che la stessa mostra, prima di essere trasferita a Torino, sarebbe stata esposta a Roma, precisamente a Montecitorio, dove nessuno avrebbe notato alcunché di scorretto. Che cosa ci puoi dire in proposito?
La direttrice dell’UNRWA, Tana De Zulueta, in occasione della presentazione e dell’inaugurazione della mostra torinese, ha pronunciato queste parole: “La mostra arriva per la prima volta in Europa qui a Torino” e: “La mostra in Italia nasce qui, oggi, e a Roma c’è stata solo una piccola mostra alla Camera, e in effetti nasce qua”. Ha anche aggiunto, circa una precedente mostra esposta a Gerusalemme: “Qui non è come a Gerusalemme; si è aggiunto del materiale e la mostra parla meglio”. In definitiva, chissà chi ha visto questa mostra a Roma; nessuno può esprimere un giudizio senza la conoscenza diretta e, soprattutto, completa. Ma purtroppo la mostra aperta e visitabile a Torino parla molto chiaramente! E in futuro la Mostra girerà per l’Europa con l’aureola di essere già stata ospitata nel Museo della Resistenza di Torino!

Ringrazio Emanuel Segre Amar, vice presidente della Comunità Ebraica di Torino, per averci offerto la possibilità di avere una visione un po’ più chiara e completa di questa brutta vicenda.

barbara

CHI È UN PROFUGO “PALESTINESE”?

Un vecchio articolo che ritengo utile riproporre.

Di Ariel Pasko

Chi è un “profugo palestinese”? Bene, la risposta più breve è che possiamo esserlo  quasi tutti, anche voi ed io. La  risposta più esauriente è un pochino più complicata, ma non di molto.
Capite, “profugo palestinese” costituisce uno status politico concesso come premio. Ma prima lasciate che vi spieghi…

Recentemente si è fatto un gran parlare del cosiddetto “diritto al ritorno” dei “profughi palestinesi”. Tuttavia, il Quartetto  – formato da USA, EU NU e Russia – nell’aprile del 2003   ha redatto una “Roadmap ….per una soluzione permanente del conflitto Israelo-palestinese che contempla due stati”. Israele, con il Primo Ministro Ariel Sharon,  e l’Autorità Palestinese, con  l’allora primo ministro Mahmoud Abbas, al summit di Aqaba, hanno accettato la road map. Ma questa menziona i profughi solo di passaggio, senza mai definire chi siano e lascia il compito di determinare la loro condizione in ulteriori colloqui per definirne esattamente  lo status.
Tornando  all’estate scorsa, dopo l’annuncio della road map, il Ministro degli Esteri dell’Autorità Palestinese Nabil Shaath, parlando in un hotel della capitale libanese Beirut, ha detto   “Non è stata posta alcuna condizione per il ritorno [soltanto] ad uno stato indipendente palestinese. Il diritto al ritorno non è più un’illusione. E’ parte integrante dell’iniziativa di pace araba, che è uno dei punti salienti della road map.”
Shaath ha continuato “Voglio che sia chiaro, il diritto include il ritorno ad uno stato indipendente e alle città palestinesi dello stato ebraico. Se una persona ritorna ad Haifa [in Israele] o a Nablus [Shechmen in Giudea/Samaria, Cisgiordania] il suo ritorno è garantito”- ha promesso. Il ministro dell’ AP si riferiva all’iniziativa saudita adottata da un summit della lega araba tenutosi a Beirut nel marzo del 2002. Evidentemente i palestinesi vedono la road map in modo molto diverso dagli Israeliani.
Il “diritto al ritorno” è così problematico per i politici israeliani che persino il capo dell’opposizione e membro del  Parlamento, Shimon Peres dei Laburisti e Yossi Sarid e Ran Cohen del partito di estrema sinistra Meretz, dopo aver saputo del  discorso di Shaath, hanno affermato che si opporranno con forza ad un accordo di pace che includa un diritto al ritorno da parte dei palestinesi in Israele, poiché un tale diritto costituisce una minaccia all’identità del paese e alla soluzione dei “due popoli due stati”. Il Laburista Matan Vilnai ha detto “I palestinesi devono capire che tutti i partiti di Israele sono uniti contro il cosiddetto diritto al ritorno”.
I più alti dirigenti del Ministero degli Esteri Israeliano hanno immediatamente risposto che “Non ci sarà alcun ritorno dei profughi nello Stato di Israele”. Il portavoce del Governo Israeliano Avi Panzer mette in evidenza  che la road map non include un impegno al “diritto al ritorno” e che ai “profughi” non sarà mai concesso di tornare in Israele. “Questa è una dichiarazione che può solo rovinare tutto, perché è falsa” – ha detto. “La road map non fa alcun riferimento al diritto al ritorno [dei profughi] e questa dichiarazione va a detrimento della realizzazione della road map”.
“Israele non ha intenzione, in nessuna circostanza e sotto nessuna forma, di accettare  i profughi nelle città Israeliane che Nabil Shaath definisce città “palestinesi”, ha detto Panzer. Il portavoce del primo Ministro Israeliano Ariel Sharon, Raanan Gissin si è affrettato a dichiarare “nessun Governo Israeliano  lo accetterà mai. Non ci sarà alcuno stato palestinese fintanto che continueranno a pretendere il diritto al ritorno”.
Ed hanno ragione; gli Israeliani non accetteranno che i “profughi palestinesi” tornino in Israele.   Secondo un recente studio, il Peace Index Project condotto dal Centro Tami Steinmetz per la ricerca sulla Pace dell’Università di Tel Aviv dal 31 agosto al 2 settembre 2003, alla richiesta se “secondo la legge internazionale, le persone che lasciano  le case durante la guerra non per loro scelta o perché espulsi abbiano il diritto di tornare a casa alla fine del conflitto” e alla domanda “Siete d’accordo oppure no riguardo il fatto che questo principio sia valido anche nel caso dei profughi palestinesi?” il 76,3 % degli Ebrei Israeliani ha risposto di no.
Quindi è stato chiesto: “Se l’ultima possibilità per raggiungere un accordo di pace fosse il riconoscimento del principio del diritto al ritorno dei profughi palestinesi pur senza che ciò significasse dare ai profughi realmente l’opportunità di ritornare, in questo caso sosterreste o vi opporreste al riconoscimento del principio del diritto al ritorno da parte di Israele?” Anche a questo almeno i due terzi hanno  nuovamente risposto di essere contrari ad un simile accordo. Ma si può notare che  in tutta questa discussione non è mai stato stabilito chi sia un “profugo palestinese”.
Né il precedente Primo Ministro dell’AP Mahmoud Abbas, né l’attuale Ahmed Qureia hanno rivelato quale sia il concetto di “diritto al ritorno”, così come non lo hanno fatto gli altri leaders palestinesi. Durante la visita in Cina –secondo il quotidiano Al-Ayyam – Qureia ha richiesto il cosiddetto “diritto al ritorno” come condizione fondamentale per la pace. “O (raggiungiamo) una pace giusta che garantisca il legittimo diritto nazionale del popolo palestinese, inclusi il Ritorno, l’autodeterminazione e la costituzione di uno stato indipendente con capitale Gerusalemme, o non ci sarà alcuna pace, ma un ritorno ad ogni forma di battaglia” ha detto.
L’ultima delizia sul “campo della pace” di Israele è quel   mal concepito “Accordo di Ginevra” del laburista Yossi Beilin. L’accordo di Ginevra prevede il ritiro di Israele entro i confini precedenti il 1967, con minime rettifiche. I capi  palestinesi come Nabil Shaath insistono sul fatto che l’accordo riconosca il “diritto al ritorno” dei palestinesi nonostante il rifiuto di Beilin.
E’ stato versato molto inchiostro e sono stati usati molti bytes per dibattere i pro e i contro dei termini dell’accordo, incluso cosa fare con i “profughi palestinesi”, tuttavia non è mai stato definito cosa sia un “profugo palestinese”.
Due dei migliori articoli apparsi recentemente, che discutono molti diversi aspetti della questione “profughi palestinesi”,  incluso se il cosiddetto “diritto al ritorno” sia riconosciuto dalla Risoluzione dell’Assemblea Generale 194 – e non lo è- sono “Chi vuole essere un profugo palestinese?” di Steven Plaut e “Come l’Occidente indebolisce Israele” di David Bedein. Tuttavia, neppure essi stabiliscono mai chi sia un “profugo palestinese”.
Penso di avervi tenuti  abbastanza  in sospeso, così ora passiamo a considerare l’unica definizione “legale” esistente di  “profugo palestinese”.  [La definizione] proviene dall’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Assistenza e l’Occupazione per i  profughi palestinesi del vicino oriente (UNRWA), che è un’agenzia per l’assistenza e lo sviluppo umano, che fornisce educazione, cure, servizi sociali e di pronto soccorso ad oltre quattro milioni di profughi che vivono nella Striscia di Gaza, nella Riva Occidentale, in Giordania, in Libano e nella Repubblica araba siriana, stando al loro web site. I cosiddetti “profughi palestinesi” che vivono bene in America, in Europa o in qualunque altro posto, non contano.
“Secondo la definizione  dell’UNRWA, i “profughi palestinesi” sono persone il cui normale luogo di residenza era la Palestina  [Palestina del Mandato] tra giugno 1946 e maggio 1948, che hanno perduto la casa e i mezzi di sussistenza in seguito al   conflitto arabo- Israeliano del 1948. I servizi della UNRWA sono disponibili per tutti coloro che rientrano in questa definizione, che sono registrati presso l’Agenzia e che hanno bisogno di assistenza” . La definizione di profugo secondo la UNRWA include anche i discendenti di coloro che diventarono  profughi nel 1948. Il numero dei profughi palestinesi registrati è di conseguenza cresciuto da 941.000 del 1950 a più di 4 milioni nel 2002 e continua ad aumentare a causa dell’aumento naturale della popolazione”, stando al loro sito internet.
Notate  la frase “include anche i discendenti di coloro…”, a differenza degli altri profughi sotto la tutela dell’ONU,  i “profughi palestinesi” riescono anche a trasferire il loro status di profughi agli eredi. Quale concessione politica da parte delle Nazioni Unite!…
Prima di continuare, vorrei precisare che la registrazione dei “profughi” avvenne almeno due anni dopo il conflitto. Molte altre stime affidabili riportano dati più bassi, all’incirca 550.000-600.000. Ma anche quelle includono i 36.800 immigranti arabi legali ed illegali–provenienti da Nord Africa, Egitto, Siria, Libano, Giordania e Penisola Araba – verso la  Palestina del Mandato, come riportato dall’amministrazione britannica del tempo. Questo include anche  57.000 nomadi Beduini che non avevano  fissa dimora. Include anche almeno 170.000 arabi, originari della Cisgiordania o di Gaza, che si erano trasferiti in aree Ebraiche che in seguito sono diventate lo Stato di Israele, che cercavano lavoro durante il periodo del Mandato e che poi se ne sono andati durante la guerra per tornare a casa. Se sottraiamo tutte queste persone, i profughi veri sono probabilmente non più di 300.000.
Joan Peters nel suo “Da tempo immemorabile” osserva che il dato massimo fornito dall’Agenzia UNRWA, di 343.000,  è meno della metà del numero di profughi rivendicati dagli arabi subito dopo la loro partenza, prima che i numeri fossero riportati “gonfiati” nei “campi profughi”. Dal 1950 gli arabi nazionalisti di Gaza, della Cisgiordania, della Giordania, dell’ Egitto e del Nord Africa, della Siria e del Libano che si sono offerti volontari per diventare “profughi palestinesi” sono riusciti a triplicare le cifre. Così si ottiene l’assurda affermazione che le   300.000 persone che c’erano nel 1948 siano aumentate fino a oltre 4 milioni solo in 55 anni.
Voglio sottolineare che la definizione della UNRWA di “profugo palestinese” secondo cui si tratta di “… persone il cui normale luogo di residenza era la Palestina [la Palestina del Mandato] tra giugno 1946 e maggio 1948, che hanno perduto la casa e i mezzi di sussistenza in conseguenza al conflitto arabo- Israeliano del 1948.”, in teoria si sarebbe potuto applicare sia agli israeliani che agli arabi. Infatti, prima del 1948 gli Ebrei erano chiamati palestinesi, poiché vivevano nel Mandato Palestinese, mentre gli arabi sfuggivano a questa etichetta e continuavano ad identificarsi solo come arabi, affermando di essere parte della più grande “nazione araba”. Questo si può vedere anche da come essi chiamavano le loro istituzioni, quali il  “ Comitato Superiore Arabo”.
Come ha affermato l’URNWA “I servizi della UNRWA sono disponibili per tutti coloro che rientrano in questa definizione, che sono registrati presso l’Agenzia e che hanno bisogno di assistenza”. Si dovrebbe osservare che circa 900.000 Ebrei divennero profughi provenienti dai paesi arabi, da cui furono espulsi o da cui dovettero fuggire sotto   minaccia di morte nello stesso periodo,  un altro esempio di pulizia etnica del XX secolo. Persero le terre, le case, le proprietà, gli affari e le strutture comunitarie – come le sinagoghe e altre proprietà comuni. Circa 650.000 di essi andarono nell’area del Mandato, che divenne in seguito Israele e, se lo Stato di Israele non si fosse occupato di loro,  anch’essi avrebbero dovuto ricorrere all’aiuto della UNRWA. Perché gli stati arabi non aiutano i loro fratelli?
A questo proposito, quando gli stati arabi, Arafat e l’AP chiesero un compenso per i cosiddetti profughi, dovete sapere che Israele, già nei primi anni ’50, per aiutare ed alleviare le condizioni  dei “profughi palestinesi”  concesse denaro dal conto inattivo della banca (dei profughi) per un totale di oltre 50 milioni di dollari del tempo, attraverso agenzie delle Nazioni Unite con cui erano in affari. Potrebbero chiedere la restituzione dell’ammontare reale –quanto possedevano realmente?- ma da tempo il patrimonio liquido è stato affidato a loro.
Ecco qui la definizione di “profugo palestinese” delle Nazioni Unite. Chiunque abbia vissuto nel Mandato due anni prima della creazione dello Stato di Israele (1948) e i suoi discendenti.
Così si può assistere a fatti assurdi come nel caso  di un giovane arabo proveniente dall’Iraq che va nella   Palestina del Mandato intorno alla fine degli anni ‘30 a cercare lavoro e poi se ne va allo scoppiare  della guerra nel 1948. Si trasferisce quindi in Giordania e sposa una bella beduina, non una “palestinese”. Ha 7 figli  che   a loro volta si sposano con dei bei beduini e delle belle beduine. Oggi ha 29 nipoti e 11 pronipoti. Secondo le Nazioni Unite questo significa che ora abbiamo 48 profughi, senza contare le mogli (non dimenticate la riunificazione familiare). Forse è in questo modo che arriviamo da 300.000 a 4 milioni?
Oppure consideriamo il caso assurdo di un giovane arabo nord africano che fugge dalla guerra degli Inglesi contro i nazisti nel 1945, poi si insedia nella Palestina del Mandato, sposa una bella ragazza italiana soltanto per fuggire a Gaza con l’aprirsi delle ostilità contro gli Ebrei nel 1948. Viene calcolato come “profugo palestinese”    insieme a tutti i suoi discendenti, i quali si sono comunque sposati con europei? Dimenticate la crescita naturale dichiarata dall’ONU. Hanno solo giocato con le cifre. Lo status   di “profugo palestinese” è solo un simbolo politico molto ambìto, senza contare che è anche un “lavoro” lucroso, con enormi vantaggi economici provenienti dall’UNRWA e dall’OLP.
E’ ridicolo che qualcuno che ha vissuto nella Palestina del Mandato per due anni e mezzo possa ricevere il sussidio internazionale per i 50 anni seguenti insieme a tutti i suoi discendenti. E’ semplicemente  sbagliato che delle persone che si sono trasferite ad Haifa o a Tel Aviv dalla Cisgiordania o da Gaza e sono poi tornate a casa possano reclamare il diritto allo status di profugo e lamentarsi per le opportunità economiche perdute –lavorando per gli ebrei- e chiedano al mondo di elargire loro un sussidio. Che bel lavoro! Che grandi benefici a spese del mondo! I più grandi donatori dell’UNRWA sono gli Stati Uniti, la Commissione Europea, la Gran Bretagna e la Svezia. Altri tra i maggiori donatori sono gli Stati Arabi del Golfo, i Paesi Scandinavi, il Giappone ed il Canada. Dovrebbero essere tutti furiosi…
E perché tutti questi “profughi palestinesi”, molti dei quali non sono  neppure originari dell’area, dovrebbero avere il “diritto al ritorno” nell’area della precedente Palestina del Mandato, di  Israele o dell’Autorità Palestinese?
Non posso proprio togliermelo dalla mente: “chi è un profugo palestinese”? Ebbene, avreste potuto essere voi oppure io.

Ariel Natan Pasko è un analista e consulente indipendente. E’ laureato in Analisi delle Relazioni e della Politica Internazionale. I suoi articoli compaiono regolarmente su numerosi giornali, riviste e siti internet che possono essere letti alla pagina  www.geocities.com/ariel_natan_pasko

© 2003/5764 Pasko

Poi, volendo, si potrebbe ricordare che fra quei trecentomila profughi forse autentici, molti se ne sono andati su sollecitazione dei capi arabi, come si può leggere nei documenti proposti qui. E poi bisognerebbe rileggere anche questo importante articolo di Ben Dror Yemini.
E il mondo mente

barbara

INFORMAZIONI A CONFRONTO 2

Silvio Cerulli, giornalista di Liberazione, ha raccontato ai suoi lettori tutto ciò che egli aveva “visto” coi propri occhi: «A Jenin vi erano esecuzioni e fosse comuni, corpi anneriti e straziati, brandelli di carne umana … 1200 profughi sono ancora dispersi … sono almeno 150 i corpi delle vittime che sono già state identificati. Nessuno conosce il destino dei 500 partigiani che per otto giorni difesero Jenin dallo strapotere militare israeliano. Secondo la gente del campo molti corpi sono stati gettati dai bulldozers nella rete fognaria, altri sono stati bruciati o sepolti in fosse comuni in uno speciale cimitero dove l’Idf seppellisce i corpi di forze nemiche o terroristi».

ANALISI E DOCUMENTAZIONE DELL’OSSERVATORIO ONU DI GINEVRA

Mercoledì 1 maggio 2002, Pubblicazione n 81

Notizie:

La commissione incaricata di indagare su Jenin dell’ex premier finlandese Martti Ahtisaari, dell’ex alto commissario per i rifugiati Sadako Ogata e dell’ex capo della CRI Cornelio Sommaruga è a Ginevra aspettando il raggiungimento di un accordo tra Onu e lo stato di Israele sui termini della missione.

Analisi:
Mentre si continua la discussione politica a New York e i 3 della commissione aspettano a Ginevra, l’ONU è già al lavoro per valutare la situazione a Jenin.
In data 29 aprile 2002 l’ufficio dell’Onu per il coordinamento delle relazioni umanitarie (OCHA) ha rilasciato un resoconto intitolato “Statistiche e informazioni dal campo di Jenin”.
Questo rapporto conferma che il numero delle vittime tra il 4 aprile, quando l’operazione israeliana è cominciata, e il 20 aprile ammonta a 53.
44 palestinesi sono stati uccisi nel campo profughi di Jenin e 9 nella città di Jenin.
260 sono stati feriti.
Quale è la fonte dell’ONU? L’ufficio del governatore di Jenin.
Se i governanti locali palestinesi non sostengono che è stato un massacro e l’Agenzia dell’Onu sul posto conferma questi dati, perché bisogna dare credito alle accuse di Yasser Arafat e dei suoi seguaci su un omicidio di massa?
E per quanto riguarda le accuse palestinesi su centinaia di persone che mancano all’appello e che sono state seppellite in fosse comuni segrete? L’ufficio per il coordinamento per i diritti umani dell’Onu (OCHA) ha riferito la mancanza di 8 persone dal campo profughi e 17 persone dalla città. Qual è la loro fonte? UNRWA, l’agenzia dell’Onu che si occupa dei rifugiati palestinesi. Il comitato internazionale della Croce e l’UNRWA hanno intervistato 150 famiglie di Jenin. Oltre a questi numeri non risulta mancare nessuno.
L’ONU è attualmente in possesso delle prove che le leggi umanitarie sono state violate dai combattenti palestinesi in Jenin, in specifico con l’uso di mine e trappole esplosive in aree civili densamente popolate. L’ufficio per il coordinamento degli affari umanitari ha documentato i seguenti fatti:
“Ci sono molti ordigni inesplosi e molti ordigni esplosivi improvvisati nel campo (esempio: in 4 giorni sono stati scoperte 285 trappole esplosive) che devono essere urgentemente rimossi”. Alcune squadre internazionali hanno compiuto accertamenti ma questi non potevano ancora essere rimossi. UNRWA ha richiesto all’ufficio del coordinamento per gli affari umanitari di fornire l’assistenza di esperti per sminare il campo profughi. L’ufficio per il coordinamento degli affari umanitari ha creato i contatti con il servizio sminamento dell’ONU per ottenere l’impiego immediato di un esperto (già arrivato sul posto) per provvedere allo sminamento a Jenin.
In particolare è un esperto di trappole esplosive improvvisate.”
Immaginatevi quanto intensamente il campo era minato se l’ONU ha scoperto 285 trappole esplosive e ha richiesto un esperto di trappole improvvisate.
Anche l’agenzia dell’ONU per i bambini UNICEF si trova nel campo.
Loro avevano lo spiacevole compito di informare l’ufficio per il coordinamento degli affari umanitari che un bambino è stato ucciso da una di queste bombe improvvisate. Altri 5 bambini e 8 adulti sono stati feriti da questi ordigni, secondo l’UNICEF.
Hanno inventariato anche le palazzine distrutte e pericolanti e i servizi di acqua, elettricità e le fogne distrutti.
In conclusione le agenzie dell’ONU sul terreno hanno confermato il numero dei morti, dei feriti e dei mancanti, confutando il mito dei palestinesi di un massacro e di fosse comuni.
Il campo di battaglia è stato esaminato e le accuse israeliane di minare massivamente una zona densamente popolata, da parte dei palestinesi è stato confermato.
Mentre si discute ancora sul mandato della commissione, i fatti sul campo sono ormai chiari.

Questo documento lo abbiamo mandato a tutti i giornali: nessuno lo ha pubblicato.

••••••••••

Tornando ai giorni nostri, un’altra notizia che difficilmente i giornali pubblicheranno, è quella relativa all’ospedale che Israele ha costruito a ridosso della frontiera con Gaza per curare gli abitanti di Gaza feriti, i quali però hanno grosse difficoltà ad accedervi perché Hamas lo impedisce: i bambini morti fanno audience, quelli curati da Israele no.

barbara

LE TRE SCIMMIETTE

Ricevo e inoltro

Tutti conosciamo le statuette delle tre scimmiette, una che non vede, un’altra che non sente e la terza che non parla. Gaza e i giornalisti internazionali sono così.

1.  I direttori e gli insegnanti delle scuole ONU, NON hanno VISTO immagazzinare decine di  missili di hamas (lunghi fino a 5 metri e che portano ognuno 200 kg di esplosivo) nei loro locali… cosine che si mettono giusto in tasca e poi si ripongono in un cassetto qualsiasi o dietro le lavagne.

2. Il direttore e i medici dell’ambulatorio medico dell’UNRWA, (ONU) dove sono appena morti 3 soldati israeliani di 20 anni, NON si sono accorti (UDITO) che dall’interno dei loro locali era stato scavato un tunnel che arrivava fino ad Israele, tunnel riempito di esplosivo, con assoluto sprezzo del pericolo per i pazienti dell’ambulatorio, sempre ammesso che questo fosse il reale uso della struttura finanziata con gli aiuti umanitari [infatti non lo era, ndb].

3. In particolare MARILÙ LUCREZIO nel riferire al TG1 delle 08:00 di oggi la morte dei 3 soldati di leva si è ben guardata dal riferire il particolare che il tunnel partiva dall’interno di un ambulatorio ONU (TACIUTO),  riferito invece da tutti i media israeliani ed internazionali.

Potete trovarlo qui:

http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/183542#.U9np9mMghco
http://www.thegatewaypundit.com/2014/07/three-isreali-soldiers-killed-in-booby-trapped-unrwa-clinic/
http://www.timesofisrael.com/3-idf-soldiers-killed-in-booby-trapped-unrwa-clinic/
http://www.jihadwatch.org/2014/07/three-idf-soldiers-killed-at-booby-trapped-unrwa-health-clinic

EBBENE il mondo deve sapere che quei 3 ragazzi appena ventenni sono stati sacrificati dal governo israeliano proprio perché NON voleva bombardare quello che avrebbe dovuto essere un ambulatorio dell’ONU e che proprio ciò sia censurato dai giornalisti della TV del servizio pubblico È VERGOGNOSO. Ditemi: PERCHÉ dovremmo continuare a pagare il canone? Quando le notizie non solo su Rai Gaza News24 ma anche su Rai Uno sono così manipolate? Dove è lo sdegno che viene sparso tutte le volte che una bomba cade su una “scuola” ONU?
sigla

FINE DELL’INOLTRO e aggiunta mia: poi uno dice bastardi giudei che bombardano perfino i luoghi di preghiera!

Poi, sempre per quanto riguarda l’informazione, va assolutamente letto il resoconto di Angela Polacco:


Ieri volevo prendermi una pausa perché mi sento esausta, aspetto gli sviluppi della situazione, soprattutto le decisioni da parte dei nostri politici. Ho sentito una notizia però che penso possa interessarvi perché sono di quelle che non sentirete: oggi hanno espulso da Gaza due inviati arabi. Hanno avuto la sfrontatezza di riprendere un lancio di razzi da una rampa che era appostata vicino all’albergo dei giornalisti. Il piano prevedeva che prima o poi l’esercito avrebbe colpito quella zona ed i giornalisti sarebbero rimasti colpiti pure loro. Immagine di orrore e di condanna del mondo intero che pretende una libera informazione, che questi due malcapitati non hanno consentito a Hamas. Ricorderete che alcuni giorni fa vi avevo detto che la Goracci riportava di una colonna di fumo che si vedeva dalle immagini del suo fotoreporter, alle sue spalle e dietro l’albergo dove alloggiavano, ma che non sapeva , caso strano, interpretare, facendo intendere che fosse un bombardamento israeliano. Questa scena l’ho vista in almeno tre o quattro suoi stand up per diversi giorni e mi chiedevo anche per quale motivo non si prendesse la briga di girare l’angolo per andare a vedere perché ogni tanto si alzava una colonna di fumo. Non so se mai lo farà perché da ieri è rientrata in Israele. Oggi anche la notizia di un tunnel trovato sotto la casa di Adnan portavoce dell’Onu da Gaza, intervistato ogni giorno dalla tv israeliana Channel 2. Ci ha informati che l’edificio dove abitava non esiste più. Ecco, appunto questa è l’informazione da Gaza, quello che avreste potuto sapere ma che non saprete mai.
Angela Polacco Lazar, 31/07/14, Informazione corretta.

E poi Shijaiyah: tanto per cambiare non sono stati gli israeliani. Ecco le prove.

barbara

 

L’UNRWA LO AMMETTE

È stato un missile di Hamas a colpire la scuola dell’Onu, che del resto era abitualmente usata, già da molti anni, come base di lancio.
Quanto alla questione dei morti civili, il fatto è che quando questi, avvertiti dall’esercito israeliano dell’imminente attacco, tentano di scappare, succede questo (se non capite né l’arabo né il tedesco, accontentatevi di guardare le figure: sono sicura che saranno ampiamente sufficienti a darvi un’idea).

barbara

IL RISCHIO DI UN NEGOZIATO OBBLIGATORIO

Un pezzo di Ugo Volli da leggere, stampare e imparare a memoria.

Cari amici,
Vale la pena di spendere ancora un po’ di tempo e di energia intellettuale a riflettere sulle trattative (o meglio sulle pre-trattative) che si dovrebbero aprire questa settimana a Washington. Sia perché intorno ad esse sta ripartendo una pericolosa mitologia, o meglio un pensiero desiderante (wishful thinking) da parte di coloro che magari preferirebbero davvero che tutti si volessero bene e non ci fossero problemi al mondo e quindi neppure in Medio Oriente e che si illudono che basti superare “la diffidenza reciproca” o “la cattiva volontà”, perché una soluzione debba saltare fuori subito.
Sia perché vi sono coloro che attendono davvero l’occasione di un indebolimento, magari di un mezzo suicidio israeliano per dare chances alla loro squadra del cuore (gli arabi) nella partita con Israele che stanno perdendo da 65 anni almeno.
Sia infine perché vi sono anche quelli già pronti a cercare di dare la colpa dell’eventuale, anzi probabile fallimento alla cattiveria israeliana, per rilanciare nuove sanzioni, boicottaggi e antisemitismi vari.
Il fatto su cui riflettere è che questa trattativa non la voleva nessuno, né gli israeliani (che hanno votato massicciamente sei mesi fa per partiti che avevano tutt’altre priorità, dando solo il 5 per cento al movimento di Tzipi Livni, il solo a insistere sul rilancio) e che in questo momento di confusione estrema del mondo arabo hanno tutte le ragioni per non fidarsi di trattati firmati da governi che il mese dopo possono essere travolti.
Non la voleva l’Anp, che da quattro anni e mezzo trova conveniente la linea del “chiagne e fotti”, del lamentarsi della non disponibilità di Israele e di cercare di danneggiarlo in tutti i modi e con tutti i pretesti. Anche l’Anp è naturalmente consapevole del disordine arabo una volta chiamato primavera e teme di essere rovesciata, com’è accaduto spesso, non per scelta di un “popolo” che per lo più pensa ad altro, ma di masse di militanti che nel suo caso ha educato accuratamente a protestare contro ogni accenno di “normalizzazione” e di dialogo con Israele; oltre naturalmente ad essere preoccupata della concorrenza di Hamas.
Dunque c’è stata una forzatura da parte di Kerry, molto lodata dalla politica occidentale e dalla stampa. Israele e Anp vanno a Washington non perché convinti di poter e voler trovare un compromesso, ma per non subire le conseguenze dell’ira americana contro la loro disobbedienza. Che gli Usa, impotenti in tutto, sconfitti in tutti i loro piani politici, disprezzati e presi in giro non solo da Putin ma anche dall’Equador, cerchino la rivincita imponendo la loro volontà a due realtà dell’ordine di grandezza rispettivamente della Lombardia e della Val d’Aosta, è significativo della piccolezza morale, oltre che politica di Obama e di chi lo circonda; ma non è questo il punto del mio discorso.
Il fatto è che la forzatura di Kerry è molto pericolosa, soprattutto se riuscirà a costringere i due contendenti a trattare per davvero e non si accontenterà delle rotture formali su temi vecchi (le costruzioni negli insediamenti, il rifiuto di riconoscere il carattere ebraico di Israele). Vi sono due precedenti che mostrano il pericolo della intraprendenza e ostinazione di Kerry, così ingiustamente lodate. Il primo è la trattativa voluta da Clinton allo scadere del suo mandato, ricostruita qui da Herb Keinon. Secondo quel che dice Keinon sulla base di fonti americane, sembra che Arafat non volesse andare a Camp David, avesse avvertito l’amministrazione americana della sua indisponibilità e subisse poi la convocazione di Clinton, motivata dalla ricerca di un successo finale per la sua amministrazione assai poco produttiva. Arafat avrebbe deciso di dare il via all’ondata terroristica nota come seconda intifada per tutelare la sua posizione nella cupola palestinese, messa in dubbio dalle trattative. Si può discutere su questa analisi, ma certamente il terrorismo palestinese in quegli anni fu fortemente correlato alle trattative più o meno imposte a un’organizzazione che ha oggi e allora aveva ancora di più un imprinting di violenza clandestina indiscriminata. Il rischio c’è ancora, fortissimo: ogni fase di trattativa ha presentato per i palestinesi la tentazione mai respinta di colpire il nemico che tendeva la mano e sembrava quindi più debole.
L’altro precedente parla di Israele e precisamente della tentazione della sua classe  politica, almeno di quella che si pensa volta a volta come “pacifista” di imporre al paese quel che essa considera giusto, senza badare alla volontà dei cittadini. È quel che una volta Peres (ah, il democratico, pacifista Peres…) ha espresso dicendo che “il guidatore di un autobus non deve chiedere ai passeggeri se girare il volante o no”. È accaduto a Sharon, nello sgombero di Gaza imposto con la forza agli interessati. È successo soprattutto con Oslo. Pochi si ricordano che l’accordo fu approvato alla Knesset con un solo voto di differenza, pur avendo coinvolto i partiti arabi (che allora come oggi volevano soprattutto la distruzione di Israele).
E anche con i partiti ideologicamente antisraeliani una decisione così importante non  aveva la maggioranza, finché un paio di parlamentari dell’opposizione furono letteralmente comprati per acconsentire a quello che, applauditissimo allora, appare oggi come il più grave errore strategico nella storia di Israele. Rabin e Peres si presero in casa quella banda di terroristi che stava a Tunisi carica di mille atti di terrorismo e li riconobbero come “unici rappresentanti del popolo palestinese, tagliando fuori così le forze tribali e i notabili locali che avevano interesse alla tranquillità e alla crescita della loro popolazione.
Inutile dire che i terroristi hanno continuato negli ultimi anni a fare i terroristi, con le armi quando hanno potuto, se no con la diplomazia,  la legge, l’educazione all’odio. Dalla scelta di Oslo sono derivati moltissimi mali per gli israeliani, ma anche per gli arabi, e sulle sue ambiguità, sul suo ingenuo utopismo dovuto agli uomini di estrema sinistra che circondavano Rabin allora, sull’illusione che non bisognasse badare troppo ai particolari né cercare di predisporre delle difese, perché “i dividendi della pace” sarebbero stati tali da eliminare ogni aggressione, derivano anche i nodi irrisolti che molto probabilmente non saranno sciolti neppure in queste pre-trattative. Perché a Fatah, all’Olp, all’Anp (che sono poi più o meno la stessa cosa), sono state fatte concessioni tali che oggi essi rivendicano il territorio di Giudea e Samaria come specialmente “palestinese”, e il mondo gli crede.
Per questa ragione Bennet ha chiesto, e Netanyahu sembra l’abbia concesso, un referendum, se mai si dovesse arrivare a un accordo. Perché non si ripeta il caso di una banda di utopisti professionisti che prenda il popolo come “passeggeri di un autobus” e lo porti a cascare in un nuovo burrone. Insomma, da questi incontri di Washington c’è molto da temere e poco da sperare. Perché la pace invece si costruisce sul terreno, con la collaborazione economica e la convivenza in Giudea e Samaria che non a caso i terroristi cercano di spezzare con la violenza e l’Unione Europea, ideologicamente antisraeliana (per non dire antisemita) cerca di boicottare economicamente.

Tre anni fa, in una circostanza esattamente identica a quella di oggi, Emanuel Segre Amar e io abbiamo scritto a quattro mani questa riflessione: dopo tre anni rimane valida fino all’ultima virgola.
E ricordate sempre che LA PACE COMINCIA QUI.

barbara

IL GRANDE AMORE DELL’UNRWA PER I “MARTIRI”

Il nuovo Arab Idol palestinese, un “eroe” – insieme ai terroristi

Un editoriale di Ma’an celebra il nuovo Arab Idol, il palestinese Mohammed Assaf, che ha vinto il premio indossando una kefiah.
L’autore, Firas Attieh Tirawi, si riferisce ad Assaf come un “eroe” e lo paragona ad altri “eroi palestinesi”, come Yasser Arafat, Abu Jihad e Abu Iyad e Abdul Qader Husseini, Faisal Husseini e Ahmed Shuqairi e Fathi Shikaki (fondatore della Jihad islamica) e Abdel Aziz al-Rantissi e Ahmed Yassin (co-fondatori di Hamas), Abu Ali Mustafa (FPLP), e George Habash (PFLP).
L’articolo si riferisce anche al canto di Assaf di “ritorno” in Palestina dal fiume al mare, espellendo gli ebrei da Haifa e Acco e Giaffa nonché Gerusalemme.
Intanto l’UNRWA ha nominato Assaf – il cantante che ha gareggiato con canzoni che sostengono la distruzione di Israele – a suo primo “ambasciatore”.
Primo palestinese a vincere Arab Idol, Assaf è nato da genitori profughi palestinesi in Libia. È tornato nella Striscia di Gaza con la sua famiglia all’età di 4 anni ed è cresciuto in gran parte nel campo profughi di Khan Younis. Si è descritto come un “figlio della Palestina” e un “figlio dell’UNRWA”: sua madre è un’insegnante dell’UNRWA, e lui stesso è stato educato in scuole dell’UNRWA.
Il che significa che non ha alcuna ragione di avere lo status di rifugiato – la sua famiglia si è trasferita in piena libertà al territorio della “Palestina”, che è dove è cresciuto.
L’UNRWA, naturalmente, è d’accordo con Assaf che lo Stato ebraico deve essere distrutto con il “ritorno” di milioni di profughi falsi come la famiglia di Assaf. Ed è stato documentato che le scuole dell’UNRWA di Gaza in cui Assaf è cresciuto insegnano le glorie del jihad e il martirio. (qui, traduzione mia)

Eccolo qui, dunque, il ragazzotto belloccio per il quale Google dà 127 milioni di risultati, che vuole portare al mondo “la giusta causa palestinese”, che in miliardi di interviste racconta il dramma dell’occupazione (sì, noi lo sappiamo che la “sua” Gaza non è occupata da otto anni, ma a lui non l’hanno ancora detto; sappiamo anche che è Israele ad essere assediata dalle migliaia di missili sparati dalla “sua” Gaza, ma a lui non hanno detto neanche questo, povero caro). D’altra parte lo sappiamo da sempre, che il jihad si combatte con qualunque arma disponibile: lui lo fa con la sua faccia di bronzo, e nessuno se ne stupisce. Non ci si stupisce, a dire il vero, neanche l’aperto appoggio (coi nostri soldi) dell’UNRWA al terrorismo. Ma almeno un pelino indignati, abbiamo il diritto di esserlo?

barbara