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E anche oltre.

Omotransfobia, domande ai legislatori e quell’utile suggerimento dell’art. 61 [E l’app Shinigami proposta da Google per le utenti bollate come Terf], di Marina Terragni, Aldo Ungari e Marco Tarquinio

– Scritto da Redazione de Gliscritti: 21 /07 /2020
terf-marchiati
Caro direttore,

alla vigilia della discussione sulla legge sull’omotransfobia, tra le molte preoccupazioni, insieme al concetto di “identità di genere” e al presunto allargamento alla misoginia che nessuna ha mai richiesto, emerge anche il fatto che la nuova normativa consentirebbe di perseguire le opinioni “gender critical”.
Bene, sta già succedendo anche in assenza di questa legge specifica ai danni di molte di noi, già segnalate in Terf Black List (la “lista nera” delle Femministe Radicali Trans Escludenti, a loro dire).
Ma ora siamo proprio marchiate a fuoco, con possibili rischi per la nostra sicurezza: c’è una estensione di Google, già scaricata da più di 20mila persone, che fa comparire in rosso (lettere scarlatte, guarda caso) i nomi delle e degli utenti di Facebook bollate e bollati come Terf.
Così viene definita (e, per estensione, definito) chi pensa che l’utero in affitto sia una abominio, chi ritiene che la prostituzione non sia un lavoro come un altro, chi lotta contro la somministrazione di ormoni a bambine e bambini dal comportamento non conforme, chi si oppone al cosiddetto self-id: la libera determinazione del genere a cui appartenere senza alcun atto pubblico.
Torno, direttore, sull’estensione di Google di cui ho detto: si chiama Shinigami, fa riferimento a un famoso manga (cioè un fumetto): “Death Note”. Qui un ragazzo entra in possesso di un quaderno “magico”, che appartiene a uno shinigami, letteralmente un “dio della morte”. Scrivendo il nome di una persona su quel quaderno, la persona morirà. Si può inoltre stringere un patto con questi shinigami: in cambio di metà della propria vita si possono avere “gli occhi dello shinigami”, cioè il potere di vedere il vero nome di ogni persona che si incontra (in modo da poterlo scrivere sul quaderno e così ucciderla) e controllare il conto alla rovescia della vita che le resta da vivere.
In sostanza, è una minaccia di morte. In questi giorni, la vigilanza social sulle/sui “gender critical” è molto stretta… Una petizione internazionale “Change.org” che dichiarava «Siamo donne, non mestruatori» (e che in poche ore aveva raccolto oltre 3 mila firme) è stata cancellata perché avrebbe «istigato all’odio».
“Reddit” cancella o limita tutti i gruppi che parlano di cose solo femminili, dal parto all’ovaio policistico. Molti account twitter vengono chiusi perché «violano gli standard». Un esempio per tutti, l’account di GlassHammer, cancellato senza appello per avere scritto: «Solo le donne hanno il cancro alla cervice uterina». Siamo a questo. E io chiedo: a che cosa serve segnalarci? Che uso si intende fare di questa segnalazione? E che cosa pensano di tutto questo i proponenti e sostenitori di questa legge sulla omotransfobia?

Marina Terragni

Caro direttore,

anche dal piccolo e grazioso angolo della Valle Camonica (dove mi trovo per una gradevole vacanza) seguo assiduamente il nostro bel giornale. I numerosi articoli che trattano della disforia di genere e della cosiddetta omotransfobia mi hanno posto molti interrogativi sul piano etico, su quello ecclesiale, su quello civico-politico. Qui ne pongo uno: se un rettore di un seminario in accordo con il suo vescovo, allontanasse un seminarista perché omosessuale, correrebbe il rischio di essere punito dalla nuova legge se il testo non sarà emendato? Con viva cordialità.

Aldo Ungari

Le lettere alle quali ho scelto oggi di dare risposta – quella incalzante della scrittrice e giornalista Marina Terragni e quella, altrettanto acuta, di un nostro abbonato – danno voce a due diverse, ma complementari ed egualmente serie preoccupazioni.
Esse vengono laicamente proposte in forma di domanda a quei legislatori che appaiono determinati a introdurre nel nostro ordinamento sanzioni penali che, quasi per inerzia, si continua a definire «contro l’omotransfobia».
Come è ormai evidente a chi vuol vedere e non si ferma alla scorza della questione, corriamo il rischio di trovarci tutti a fare i conti anche con molto di più. Non si tratta – lo ripeto ancora una volta – soltanto di valutare se rafforzare il giusto contrasto ai violenti e agli istigatori alla violenza, in questo caso contro persone omosessuali o transessuali: infatti, chi potrebbe essere civilmente e cristianamente favorevole a crimini di questo tipo?
Si tratta di altro: di libertà civili e di civili affermazioni e punti di vista cui si tenta di imporre la maschera storta dell’odio, come se non ce ne fosse già abbastanza di odio vero assurdamente e sfrontatamente in circolazione. Altro, sì, e purtroppo non da immaginare, ma attivo e da scongiurare già adesso a legislazione e a indifferenza vigenti.
Le domande di Terragni e Ungari non sono mere ipotesi. Sono tollerabili “liste nere” scritte con inchiostro scarlatto contro coloro che si battono per fermare pratiche come l’utero in affitto? Sarebbe concepibile una denuncia penale, anche solo a scopo “propagandistico”, su scelte della Chiesa cattolica o di altre religioni?
Il relatore Zan ha assicurato in un’intervista a questo giornale che tali timori sarebbero stati fugati dalla versione definitiva della “sua” pdl. Il testo base che abbiamo letto, pur corredato da una relazione con affermazioni molto interessanti, non ha centrato questo risultato. Ma, visto che in Parlamento si intende procedere, buoni e saggi emendamenti potranno sgombrare l’orizzonte e rasserenare il dibattito.
Se l’obiettivo non è esclusivamente quello di piantare, a qualunque costo, la “bandierina” (e la mina) del concetto di “identità di genere” nel nostro codice, la strada c’è. E per quanto mi riguarda coincide con quella saggiamente indicata su queste pagine dal presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli: lasciare immutata la cosiddetta Legge Mancino (art. 604 bis del Codice penale) e puntare su un’integrazione delle aggravanti previste all’art. 61. Un ostinato, utile suggerimento. (qui)

Siamo a un tale livello di delirio che mancano perfino le parole per commentarlo (Grazie a Francesca per la segnalazione).

barbara

QUALCHE DOMANDA

Domanda N° 1

Quando, esattamente, ha cominciato a circolare il virus a Wuhan? E quando, esattamente, è arrivato in Italia?

Perché, come è arrivato con questi ragazzi alla fine di ottobre, che cosa ci impedisce di pensare che possa essere arrivato anche prima della metà del mese con qualche imprenditore, o con qualcuno delle centinaia di migliaia di cinesi residenti in Italia, che periodicamente vanno a visitare le famiglie?

Domanda N° 2

Quando ci decideremo a dichiarare l’utero in affitto, ossia la compravendita di bambini al mercato degli schiavi, crimine contro l’umanità? Crimine che è sempre tale, anche in tempi “normali”, ma che in tempo di pandemia assume tinte ancora più orripilanti: succede infatti che in un albergo di Kiev si trovano parcheggiati decine di neonati
neonati
commissionati da ricchi negrieri pratici in compravendite di carne umana, che ora a causa del blocco determinato dalla pandemia non possono andare a ritirare i loro pacchetti di carne. Che cosa ne sarà di questi bambini? Nessuno lo sa. (qui maggiori dettagli)

Domanda N° 3

Davvero per evitare di morire di covid a decine di migliaia (e se non fosse una tragedia, qui ci sarebbe da fare una grassa risata) era necessaria la riduzione in schiavitù di sessanta milioni di cittadini e l’instaurazione di uno stato di polizia con sospensione della Costituzione ed esautoramento del Parlamento?

La leggenda metropolitana del lockdown

Una mia regola aurea è che tutto è possibile eccetto ciò che è logicamente impossibile. Una legge della logica è quella della contro-inversa: se A implica B, allora non-B implica non-A. Mancanza di lockdown implica che si hanno più morti? Allora, a parità di condizioni iniziali, avere meno morti implica che s’è fatto il lockdown. Il caso vuole che al giorno 8 marzo le condizioni iniziali di Italia e di Sud Corea fossero le stesse: entrambi i Paesi registravano 7300 infetti. Orbene, al 4 di maggio l’Italia ne registra 212 mila e piange 29 mila morti, la Sud Corea registra 11 mila infetti e piange 250 morti. Ma in Sud Corea non c’è stato il lockdown che abbiamo fatto noi. Per la regola della contro-inversa, non avessimo fatto il lockdown, non avremmo avuto né più casi né più morti.
Massimamente grazie a mezzi di comunicazione che ricordano quelli cinesi, serpeggia una leggenda metropolitana: è vero che le misure del governo hanno dato un colpo mortale all’economia, ma almeno ci hanno salvato la vita e protetto la salute. Se fosse così, dovremmo essere felici, che quando c’è la salute c’è tutto. Ma non è così. È, quella, appunto, una leggenda metropolitana. Di questo è necessario esserne consapevoli, noi e il governo: noi perché si impari a non dare la fiducia agli incompetenti incapaci, e il governo – qualunque governo ­– perché non commetta gli stessi errori. Alcuni dei quali sono imperdonabili.
Condizione necessaria affinché, in assenza di vaccini, siano efficaci misure di contenimento di un virus pandemico, è la velocità e determinazione nell’implementare le misure stesse. Qualunque fosse stata la strategia scelta, il fattore cruciale era la velocità d’azione. Il primo caso diagnosticato d’infezione avvenne l’8 di dicembre in Cina. Il 4 febbraio, quando avevano 15 casi e zero decessi, i sudcoreani chiudevano il Paese agli arrivi dalla Cina. Lo stesso 4 febbraio il sindaco di Firenze, con velleitario pidiota antirazzismo, lanciava l’hashtag #abbracciauncinese (nessun magistrato l’ha toccato, naturalmente, ma questa è un’altra storia).
In perfetta sintonia col pidiota, Conte attendeva il 9 marzo, quando gli infetti registrati erano già 10 mila e 600 i decessi, per attuare il lockdown. Brillante per incapacità, s’è adagiato sul parere dei cosiddetti esperti. I quali – lo sa anche un boy-scout – sono il modo più sicuro per rovinarsi (i cavalli il più veloce e le donne il più piacevole). Una qualunque Giulia Grillo avrebbe saputo discernere i contraddittori pareri di teste d’uovo rivelatesi incapaci di riconoscere la natura pandemica del virus. Cosa non impossibile, visto che i loro colleghi cinesi, sudcoreani, giapponesi, vietnamiti, l’avevano subito capito.
Conte regna su di noi, ma la confusione regna nella testa di Conte. Ci sarebbe da chiedergli perché, se ha chiuso quando c’erano 10 mila infetti attivi, sta aprendo ora che gli infetti attivi sono 100 mila. C’è una logica in questa pazzia? Direi di sì: anche lui sa che chiuderci come ci siamo chiusi non è servito, e men che meno serve oggi.
Né servirà in futuro, ove mai questo virus dovesse rinvigorirsi, come gli esperti paventano. Naturalmente non gli sarebbe salutare ammetterlo, ma si spera che per allora sappia almeno predisporre tutto quanto serve per prendersi cura di chi si ammala. Ma la vedo difficile: altra mia regola aurea è dare a tutti una seconda possibilità, mai una terza.
Franco Battaglia, 5 maggio 2020, qui.

Domanda N° 4

Ma veramente la Russia, quella che, in linea con le graziose abitudini putiniane di far sparire i giornalisti scomodi, si esibisce in intimidazioni in perfetto stile mafioso contro i nostri giornalisti non asserviti, veramente ci è stata d’aiuto?

Finisce lo show di Putin

Roma. Sono cominciate ieri le operazioni di rimpatrio dei militari russi arrivati in Italia il 22 marzo per l’operazione “Dalla Russia con amore”. Dalla base logistica dentro all’aeroporto di Orio al Serio in Lombardia questa volta si sono diretti verso l’aeroporto di Verona-Villafranca, dove un primo gruppo si è già imbarcato su due grandi aerei da trasporto Ilyushin-76, e non più verso l’aeroporto di Pratica di Mare, nel Lazio, dove erano atterrati quarantasette giorni fa. Orio al Serio dista centodieci chilometri dall’aeroporto di Verona e seicentoquaranta chilometri da Pratica di Mare, e questo suggerisce che ci sia stata la volontà di spettacolarizzare il loro arrivo. L’atterraggio dei primi Ilyushin-76 avvenne alla presenza del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, con una diretta cominciata prima a “Domenica In” in collegamento con Mara Venier e poi proseguita su facebook. Pratica di Mare è una base militare simbolica, è il luogo dove nel maggio 2002 l’allora premier Silvio Berlusconi ricevette il presidente americano George W. Bush e il presidente russo Vladimir Putin per la firma di un trattato di collaborazione tra Nato e Russia che allora fece parlare di “fine della Guerra fredda”. Inoltre da Roma è senz’altro più comoda da raggiungere di Verona o di qualsiasi altro aeroporto del nord, per chi ha partecipato alla coreografia dell’arrivo. La parte più pesante del carico arrivato a marzo su quindici aerei cargo è rappresentata dai mezzi militari dei russi e il costo dello spostamento tra la Russia e l’Italia, andata e ritorno, sarebbe tra il mezzo milione e i due milioni di euro secondo le stime di esperti sentiti dal Foglio. Questo costo sarebbe stato sostenuto dall’Italia e c’è da usare il condizionale perché il governo non ha mai chiarito la questione. I mezzi fatti arrivare dai russi sugli aerei cargo non erano speciali e sono in dotazione anche all’esercito italiano, che infatti nello stesso periodo si è occupato di sanificazione un po’ in tutto il paese, da Verona al Piemonte e da Bergamo alla Sicilia. La Difesa russa ha dichiarato due giorni fa di avere sanificato 114 edifici per un totale di un milione e centomila metri quadri. Un’operazione meritoria ma anche a scadenza molto breve, perché la sanificazione per essere efficace dev’essere ripetuta nel tempo soprattutto in una regione come la Lombardia che ancora produce centinaia di nuovi contagiati al giorno e quindi non si capisce molto il senso strategico di tutta la manovra militare. Inoltre se si vanno a vedere i prezzi fatti dalle imprese private di sanificazione in questo periodo si realizza che è possibile sanificare quello stesso numero di metri quadri per circa trecentomila euro – e volendo anche a prezzi inferiori. E quindi – a meno che non siano chiariti alcuni punti della vicenda – l’impressione che si sia trattato di una costosa (per noi) operazione di propaganda da parte della Russia per sfruttare un periodo di crisi del paese è forte. La televisione russa ha trasmesso con gusto le immagini di chi in Italia toglieva la bandiera dell’Unione europea (dalla quale in questi giorni attendiamo miliardi di prestiti a condizioni incredibilmente favorevoli) per sostituirla con quella russa. I partiti di opposizione spesso chiedono chiarimenti al governo per molto meno, ma in questo caso non lo faranno perché sono ancora più filorussi. Se Mosca ha lanciato un’iniziativa metà di soccorso e metà di propaganda politica sul nostro territorio è perché in politica estera siamo un paese con idee molto confuse. Questo filo diretto del governo italiano con Putin non si sa chi dovesse impressionare alla fine, ma di sicuro non i paesi con cui vorremmo un rapporto più funzionale in Europa e di sicuro non gli Stati Uniti. Nel frattempo i Cinque stelle, partito di maggioranza dentro al governo, un giorno si vantano di avere una relazione speciale con la Cina “da giocare contro l’Unione europea” e un giorno assicurano di essere fedeli all’atlantismo.

Daniele Raineri, 9 maggio 2020, Il Foglio

Domanda N° 5

Ho trovato in rete questa immagine,
probabilità
e mi chiedo:

a) Da quando in qua abbiamo l’abitudine di starnutire direttamente sulla faccia di chi ci sta di fronte, a cinquanta centimetri di distanza?

b) Come sono state stabilite quelle percentuali? Hanno preso 400 positivi e 400 negativi, li hanno messi uno di fronte all’altro a gruppi di cento a mezzo metro di distanza, hanno fatto starnutire i positivi direttamente sulla faccia dei dirimpettai e alla fine hanno contato quanti negativi erano diventati positivi? (Ah no, devono essere il doppio, se no con quel “,5” mi sa che ce la vediamo brutta, anzi, se la vede brutta lui). Ma davvero pretendono di convincerci a usare le mascherine con simili cagate? E oltretutto senza una parola sul tipo di mascherina.

Per ora mi fermo, ma di domande da fare ce ne sarebbero fino a domani.

barbara