E QUANDO (12/2)

E quando nella casa (casetta. Casettina. In effetti il mio appartamento è più grande) di Ben Gurion in mezzo al deserto (oggi non più, ma a quel tempo lo era) Franco ha proposto di cantare tutti insieme HaTikvah. Ho chiesto espressamente l’autorizzazione a cantare anch’io (per metà della mia vita ho pensato di essere la persona più stonata del pianeta. Poi è salito alla ribalta Jovanotti e mi sono dovuta autorelegare al secondo posto. Che è comunque una posizione non da poco). HaTikvah è una cosa talmente emozionante che mi emoziono perfino quando, stonatissima, la canto io. E quelle cinquanta persone strette in una stanza, alcune intonate e alcune no, appassionate, emozionate, unite in quel coro spontaneo, mi hanno fatto pensare – spero che a qualcuno l’accostamento non appaia irrispettoso – a quest’altro coro,

soprattutto per le parole finali del rabbino: “Am Israel chai, the children of Israel still live”: loro erano vivi, e dopo settantadue anni noi eravamo lì, in Terra d’Israele, in mezzo al deserto fatto fiorire anche da loro e dagli altri sopravvissuti, vivi, a testimoniare la realizzazione di quella speranza.

E quando presso la tomba di Ben Gurion mi sono fatta un mezzo pianto insieme a Simonetta, perché certe emozioni sono troppo forti per riuscire a restare dentro, soprattutto quando si è vicini a qualcuno che le condivide, e in qualche modo devono uscire. Poi naturalmente abbiamo smesso, ed eccoci qui, belle e sorridenti.
con Simonetta

E quando ho chiesto ad Avi,
Avi 1
Avi 2
il nostro addetto alla sicurezza e paramedico, mitra in spalla e zaino di pronto soccorso al seguito, di misurarmi la pressione perché in questo periodo è molto ballerina e devo tenerla controllata per potere, in caso di necessità, aggiustare il dosaggio delle pastiglie, e lui ha risposto “Se vuoi vengo a misurartela in camera tutte le sere” (ohibò, è vero che mi sono sempre piaciuti giovani e che il mio ex più giovane potrebbe essere mio figlio, ma di questo potrei tranquillamente essere la nonna) (che comunque se ci fosse stato il minimissimo sospetto che lui parlasse sul serio, se ci fosse stato il minimissimo sospetto che io potessi prendere in considerazione l’idea, ad entrambi sarebbero stati cavati gli occhi seduta stante) (e avrei anche dovuto darle ragione).

E quando Emanuela ha incominciato a raccontare. È stato a Timna, durante la cena, che abbiamo consumato nel ristorante presso questo laghetto (foto di Martina),
lago Timna
arrivandoci per questo sentiero costeggiato da grandi candele di citronella.
sentiero lago Timna
Ha incominciato a raccontare, dicevo, e ho pensato eccone un’altra che vuole far sapere quanto è brava. E ha continuato a raccontare e ho pensato ah beh, però. Ed è andata avanti a raccontare e più andava avanti più mi diventava difficile contenere l’emozione. E sempre più diventava chiaro che non stava facendo la bella statuina, ma trasmettendo – con modestia, con umiltà – una conoscenza che nessuno di noi aveva. Quando ha finito di raccontare le ho chiesto di scrivere quello che aveva raccontato, per metterlo nel blog. Metterò anche le foto, e un video, e i link ai documenti, ma il racconto voglio che sia quello suo, palpitante, emozionato ed emozionante, come lo abbiamo sentito noi, in quella notte in mezzo al deserto, perché le azioni che danno un senso alla parola “umanità” non vanno mai nelle prime pagine dei giornali, ed è quindi giusto trovare per loro altri spazi.

E quando alla cena di Shabbat abbiamo cantato Shalom Aleichem e mi è tornata alla mente la volta che è stata cantata nel mikveh di Siracusa,
mikveh Siracusa
con voce bassa e profonda che riecheggiava tra le volte, io appoggiata a una di quelle colonne, e improvvisamente dal petto mi è scoppiato fuori un grosso singhiozzo.

E quando Shariel Gun, direttore generale del KKL Italia, appena saliti sull’autobus che dal Ben Gurion ci avrebbe portati al mar Morto, ha provveduto a informarci che “sull’autobus c’è uaifai, che immagino che in Italia si dirà vafa”, e io non solo non ho capito la battuta, ma non ho neanche capito che era una battuta, fino a quando un compagno di viaggio non mi ha detto che “ci ho messo un po’ prima di capire la battuta del vaf(f)a che si dice in Italia”.

E quando mi sono messa a raccontare a una compagna di viaggio un certo episodio, e per chiarire le circostanze ho spiegato che fino a non molto tempo fa vivevo in mezzo alle Alpi e lei mi interrompe dicendo: “Tu hai tenuto una conferenza a Udine!”

E quando la signora P., ultraottantenne (un bel po’ ultra, credo) si è incazzata con me e con Marisa e si è messa a strepitare “io mi sono rotta i coglioni, cazzo!” (Poi Pierre, un po’ per l’impegno che ci ha messo, un po’ per talento naturale, non solo l’ha rabbonita, ma alla fine è riuscito anche a farla ridere, anche se cercava testardamente di continuare a fare il muso)

E questi siamo tutti noi, alle spalle il deserto e davanti le tombe di Ben Gurion e di sua moglie Paula (purtroppo il sistema che mi aveva insegnato Giovanni per rendere le immagini cliccabili per ingrandire non funziona più. Se lui o chiunque altro mi può insegnare un sistema alternativo gliene sarò grata)
tutti Sde Boker
barbara

E DUNQUE VADO

Con qualche apprensione, per via di un incontro intimo fra il mio malleolo destro e una tonnellata di ferro, irresistibilmente attratta, a quanto pare, dalla sublime bellezza del malleolo suddetto, ancora molto molto dolorante nonostante siano passate due settimane. Che, per inciso, è quello che nove anni fa si era beccato un frattura scomposta, ma talmente scomposta da rischiare una denuncia per atti osceni in luogo pubblico (mezzo centimetro di vuoto fra i due pezzi, una cosa spettacolare a vederla sullo schermo). Ho già avvertito la capogruppo (no, non capagruppo, capogruppa, capagruppa: noi siamo un gruppo e lei ne è il capo, checché ne dicano quella sottospecie di femministe che il nostro Marco, in uno di quei momenti di genialità che ogni tanto emergono in lui, ha una volta chiamato passere fuori di senno) di Roma e un’altra compagna di viaggio che io comunque parto, a loro rischio e pericolo.
Vi ripropongo le parole che ho scritto, al ritorno dal viaggio, due anni fa, e vi lascio con questo video.

Noi ci vediamo fra una decina di giorni: come certamente sapete, non possiedo – e non voglio possedere – portatile né smartphone né nient’altro: quando esco esco, non voglio cordoni ombelicali; quando vado in giro voglio guardare paesaggi e non schermi, quando sono fra la gente voglio parlare con loro e non con dei bit. Mi sono stati dati in dotazione cinque sensi e, qualunque cosa faccia, intendo usarli tutti, non limitarmi a dita e occhi e tutto il resto in coma. E quindi fino al mio ritorno voi porterete pazienza.

PS: nel caso qualcuno si chiedesse a che cosa serva Israele, la risposta è questa
dhimmimaipiù
barbara

 

E PER CONCLUDERE (11/17)

Per concludere, in realtà, ci sarebbero ancora tantissime cose da raccontare, emozioni da rievocare, momenti speciali da rammentare. Per esempio il bunker sul Golan dove, il buio rischiarato unicamente da microscopici lumini regalatici da Moti,
lumino
è stata letta la preghiera Unetanneh Tokef,
Unetanneh tokef
composta, secondo la tradizione, nell’XI secolo da Rabbi Amnon di Magonza mentre attendeva di morire con le mani e i piedi amputati come punizione per non essersi voluto convertire. Poi, in quell’atmosfera surreale, ce l’ha fatta sentire cantata, dal cellulare. Adesso chiudi gli occhi, immaginati dentro un bunker in cui non arriva alcun rumore dall’esterno, le volte che si rimandano i suoni, il buio quasi totale, tante persone, vicinissime le une alle altre, in religioso silenzio, il suono un po’ incerto di un cellulare, e ascolta:

E quella lunga camminata – mentre i compagni tiravano fuori e aprivano la bottiglia e preparavano i bicchieri – con i piedi in acqua, e poi anche le caviglie, e poi anche i polpacci, e le onde che ogni tanto si alzavano a inzupparmi il vestito, nella luce sempre più evanescente del tramonto telavivino, avanti e indietro, avanti e indietro, ultima e poi esco, no dai ancora una e poi esco, questa è proprio ultima e poi esco davvero, vabbè, penultima, ma poi veramente…

E il bagno nel mar Morto, con la compagna R. che appena entrata si mette a strillare ahiahiahi mi brucia la jolanda! La cosa buffa è che fra i vari nomi e nomignoli in uso, jolanda non l’avevo mai sentito, e probabilmente neanche gli altri, e ciononostante ci siamo messi tutti a ridere, perché nessuno ha avuto il minimo dubbio sul significato di quella parola – potenza dell’oggetto che riesce a superare quella del nome!

E poi basta, mi fermo. Fra una settimana sarò di nuovo lì, a inzuppare le chiappe nel Mar Morto e a vedere altre cose meravigliose che poi, come sempre, vi racconterò e vi farò vedere. Come ultimissima cosa, prima di chiudere la narrazione di questo undicesimo viaggio, vi lascio alcune foto prese dall’autobus mentre correvamo lungo il mar Morto (ho tolto le più storte e le più sfocate; di quello che rimane, pur storto e sfocato, vi accontenterete). Quegli arbusti che sorgono dal deserto di sale: ci era stato detto che cosa sono, ma non me lo ricordo; sono tuttavia sicura che arriverà la solita mano santa a provvedere.
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E i solchi lasciati dai piedi delle capre in transito.
perc 1
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E questo per ora è tutto. Arrivederci al prossimo viaggio.

E la sapete una cosa curiosa? A scrivere questo ultimo post mi sento come se dal viaggio mi stessi congedando veramente solo in questo momento. Come se questo fosse un addio. E me ne viene come una sorta di tristezza.

barbara

 

ULTIME COSE (11/16)

Prima di chiudere i resoconti di questo viaggio, bisogna che racconti ancora un paio di cose. Per esempio di quando sono caduta. Ricordando che ero freschissima reduce della frattura alla vertebra, come già avevo ricordato qui. La vertebra si era saldata, ma la situazione generale era ancora estremamente precaria; in conseguenza di ciò, molte cose mi erano state categoricamente vietate, ma ho dovuto farle, nonostante il divieto, per esempio fare scale, e Gerusalemme, da questo punto di vista, è molto peggio di Venezia, perché a Venezia sono al massimo un paio di decine di gradini per volta, mentre a Gerusalemme sono anche qualche centinaio al colpo. E non avrei dovuto sollevare e portare pesi, ma anche se sono stata molto aiutata, come si fa ad evitarlo del tutto quando si gira con un trolley e uno zaino? Ma la cosa proprio vietatissima, assolutamente vietatissima, assolutissimamente vietatissima, era ovviamente cadere: quello proprio non doveva succedere. Ed è successo (ne avevo accennato qui). È successo a Zfat, dove la strada del centro è così,
OLYMPUS DIGITAL CAMERA
con le vecchissime pietre levigate da milioni, decine di milioni, forse centinaia di milioni di piedi, rese simili a marmo cosparso di talco, e con quel piccolo gradino fra il canale di scolo centrale e le due parti laterali. E stato esattamente lì che ho posato il piede, e sono caduta in avanti. Non mi sono fatta male, per niente: avendo lo zaino in spalla, avevo le mani libere e le ho portate in avanti, e le ginocchia, martoriate dall’incidente di tre anni fa, non le ho quasi neanche posate. Ma l’unica cosa che avevo in mente era che “non doveva succedere”. Non doveva succedere ed era successo, e sono entrata in una sorta di stato di shock, ho cominciato a tremare convulsamente, quasi incapace di parlare, due compagni di viaggio, i più vicini a me, si sono precipitati ad aiutarmi a rialzarmi ma io restavo ferma lì, continuando a ripetere no, aspetta. Alla fine mi sono lasciata sollevare, la proprietaria del negozio di fronte al quale ero caduta ha portato una sedia, e poi un bicchier d’acqua. Ed è stata una cosa abbastanza buffa, perché proprio in quel negozio ero stata l’anno prima, a comprare un paio di cose, perché era pieno di cose bellissime, e mi ero fermata abbastanza a lungo (il resto del gruppo era andato a visitare le sinagoghe, che io avevo già visto, e quindi avevo tempo) per via della signora del negozio, persona straordinariamente interessante. Sentendomi parlare in italiano, mi si era rivolta in questa lingua, spiegandomi poi che era mezza italiana e mezza tedesca, nata cattolica e convertita all’ebraismo ortodosso. In occasione della caduta e delle sue ripercussioni, non avrei potuto imbattermi in una persona più adatta: calma, dai movimenti armoniosi, dalla voce bassa e calda, è quel tipo di persona che rilassa solo a guardarla. Ogni tanto qualche turista italiano, sentendola parlare così bene la nostra lingua, le dice “Parla bene l’italiano!” (immaginare che una persona che parla italiano possa essere per caso italiana, richiede evidentemente uno sforzo di fantasia troppo grande per certa gente), e lei, atteggiando il viso allo stesso stupore dei suoi interlocutori: “Anche voi”. Anche se non è nata ebrea, l’umorismo ebraico lo ha, a quanto pare, assorbito tutto. Quando ci ero stata la prima volta, mi aveva chiesto da dove venissi: domanda che, nel mio caso, può avere varie risposte: da dove arrivo in questo momento, di dove sono originaria, dove ho vissuto la maggior parte della mia vita… Sicché ho risposto: “È una storia lunga”. E lei, pronta: “Da dove comincia?” Realizzando così un importantissimo insegnamento dell’ebraismo: le domande sono molto più importanti delle risposte perché se vuoi avere risposte utili, devi fare le domande giuste. L’ho apprezzata poi in particolar modo quando un compagno di viaggio, dopo avere scambiato una breve chiacchierata con lei, le ha porto la mano per salutarla. Evidentemente ignorava che fra gli ortodossi non sono ammessi contatti fra uomini e donne: niente baci, niente abbracci, niente strette di mano (è per questo che di solito gli ortodossi si sposano giovanissimi, e raramente un fidanzamento dura più di due mesi: perché le regole sono regole e vanno rispettate, ma anche gli ormoni sono ormoni, e hanno il sacrosanto diritto di essere rispettati). La signora ha avuto un attimo di esitazione, indecisa fra il rispetto di una regola religiosa e quella che l’altro avrebbe sicuramente percepito come una incomprensibile scortesia e sarebbe quindi stata, di fatto, una scortesia; solo un attimo, poi ha porto la mano e ricambiato il gesto (pochissime fra le donne ortodosse che conosco avrebbero fatto altrettanto. Naturalmente avrebbero spiegato, molto gentilmente, il motivo per cui non prendevano quella mano tesa, ma non l’avrebbero presa). Ah, dimenticavo: tra l’altro era anche molto bella.

E poi devo raccontare di Moti, la nostra guida. A cui per ben due volte ho mandato ogni sorta di maledizioni possibili quando di sua iniziativa, senza consultarci e senza neppure informarci, ha ordinato la sveglia per tutto il gruppo. La prima volta avevo impostato quella del cellulare per mezz’ora più tardi, e quel brusco risveglio anticipato è stato un vero trauma. Gliene ho dette di tutti i colori e lui ha promesso che da quel momento in poi l’avrebbe fatta dare solo a chi voleva. Il giorno dopo una parte del gruppo doveva andare a visitare Masada e una parte in spiaggia sul mar Morto; io ovviamente avevo programmato di andare al mare, e avevo messo la sveglia alle otto, e di nuovo mi arriva la sveglia alle sei. E quella volta ho avuto una vera e propria crisi isterica, e ne ha fatto le spese chiunque mi sia arrivato a tiro per un bel po’ di ore successive. E poi c’è stata la volta che prima di andare a mangiare ha accompagnato alcuni a cambiare i soldi. Dovevano impiegare una decina di minuti, ma poi si sono divertiti a scommettere su non ricordo più che cosa e dopo un’ora non erano ancora tornati. E io non posso stare più di quel tanto senza mangiare, e la scorta per le emergenze che avevo portato con me, l’avevo già esaurita, sicché ad un certo punto ho cominciato a dare fuori di testa. Uno aveva una caramella e me l’ha data, un altro un biscottino, ma io avevo bisogno di mangiare. E quando finalmente sono tornati e siamo arrivati al posto in cui si poteva mangiare, la mia resistenza era completamente esaurita, e le ginocchia hanno cominciato a scendere. Per fortuna Eyal era proprio di fianco a me: mi ha raccattata su prima che arrivassi al pavimento e portata di peso fino a una sedia e mi ha ordinato lui due panini, su cui mi sono buttata come una lupa famelica. Però era simpatico, faceva cose originali come quella della recita in costume a Beit Shean, di cui ho già parlato, o l’impasto con farina e uova per mostrare come si è formato il monte Sodoma. Ed era veramente molto bravo come guida, oltre ad avere uno straordinario senso dell’umorismo. È stato grandioso la volta che rivolgendosi a un membro del gruppo, teologo (credo autodidatta, ma comunque molto preparato), gli ha posto un quesito “che da tanto tempo mi tormenta, e non trovo risposta”: perché Gesù chiede per ben tre volte a Pietro se lo ama? E il povero Ennio lì a distillare spiegazioni, interpretazioni, esegesi… E lui: “Ma tutto questo, sai, non mi convince mica più di tanto. A me però viene in mente un’altra cosa”; prende il vangelo e legge il brano della guarigione, da parte di Gesù, della suocera di Pietro: “Ecco, nessuno mi toglie dalla testa che Gesù avesse una gran paura che Pietro non gliel’avesse perdonata, e per questo ha così tanto bisogno di essere ripetutamente rassicurato”.

E poi bisogna che racconti della visita al Golan. Ci sono stata molte volte, nella maggior parte dei miei viaggi in Israele, ma questa volta è successo qualcosa che non era mai successo nei viaggi precedenti: i cannoneggiamenti su Damasco.
Golan-Damasco
Che tutti leggono sui giornali, che tutti vedono e sentono in televisione, ma essere lì, essere fisicamente lì, e sentire con le proprie orecchie, dal vivo, che lì si sta bombardando, che lì si sta uccidendo, è proprio un’esperienza radicalmente diversa. Noi eravamo lì, vedevamo Damasco a occhio nudo, e a orecchie nude sentivamo bombardare. Una cosa veramente da dare i brividi alla schiena.

barbara

 

BEIT SHEAN (11/15)

A Beit Shean ero già stata, e ne avevo parlato qui, e quindi, dovendo severamente economizzare le mie energie (ero fresca reduce da tre mesi di pressoché assoluta inattività per la frattura della vertebra, col busto addosso, e quindi con muscolatura azzerata e disabituata a qualunque fatica fisica, compreso il camminare per più di qualche centinaio di metri) ho preferito usare quell’oretta per riposarmi, stesa su una panca di legno all’ombra del pergolato dell’ingresso. E ho fatto male, dopotutto, perché la guida, come spesso faceva, ha apportato alla visita una sua aggiuntina personale, che fortunatamente posso documentarvi grazie alle foto inviatemi da Eyal: per mostrare la perfetta acustica dell’anfiteatro ha fatto indossare dei costumi a un paio di membri del gruppo
cesarea 1
e li ha fatti recitare.
cesarea 2
Questa, a quanto pare, è la distanza dalla quale si può sentire perfettamente (forse non si vede perché è troppo lontano, ma sta interpretando l’Amleto col teschio in mano).
cesarea 3
Piccola nota a margine: quelle su cui sono seduti i miei compagni di viaggio sono le latrine.

Stesa su quella dura e stretta panca, comunque, mi ero assopita, ma ad un certo momento sono stata svegliata da una violenta rissa, tipo quelle tra pescivendole al mercato del pesce, o tra prostitute scatenate per il possesso di un pezzo di marciapiede. Mi sono tirata su, mi sono guardata intorno e… nessuna rissa: era solo il nostro autista che sbraitava al cellulare e faceva il fracasso di dieci pescivendole scatenate, mentre tutti i turisti che riposavano sotto il pergolato, uno a uno, si giravano a guardare quel finimondo. Io no, non ero stupita, perché scene simili tutti noi eravamo abituati a vederle ogni momento quando, per qualunque minimo motivo, si metteva a dare in escandescenze, sbattendo violentemente i pugni sul volante, contro la guida o contro l’accompagnatore. Oltre a molte altre cose veramente disgustose di cui si è reso protagonista durante tutto il viaggio. Il suo biglietto da visita, ossia l’aspetto del suo autobus per chiunque vi passasse davanti, era questo.
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barbara

NOTA: ho corretto la parte iniziale perché mi è stato fatto notare che avevo sbagliato la collocazione dell’evento.

 

SHUK CARMEL (11/14)

A Tel Aviv siamo arrivati la penultima sera di viaggio, e prima di cena siamo scesi in spiaggia per aprire una bottiglia che ci era stata regalata e brindare al nostro viaggio alla meravigliosa luce del tramonto – ma io sono anche andata a inzuppare i piedi, perché avere un mare davanti e non entrarci non esiste proprio. E siccome ero appunto occupata a inzuppare i piedi, non ho fotografato il tramonto; se volete averne un’idea, trovate qualcosa qui, nel mio primo viaggio in Israele, quello in cui ho attraversato tutto il Paese da nord a sud e da est a ovest con entrambe le zampe rotte.
La mattina successiva, l’ultima da trascorrere in Israele, era dedicata alle visite, ma giusto in quel momento il mio apparato digerente ha pensato bene di scatenare un bel terremoto, sicché, visto che ne avevo la possibilità, sono rimasta in albergo, raggiungendo il gruppo solo a mezzogiorno. Per la vostra gioia, tuttavia, il breve tempo fra il mio arrivo in città e il momento di riprendere l’autobus per andare all’aeroporto, è stato sufficiente a fare un giro al shuk Carmel e fotografare questa donna drusa (si riconosce dal velo bianco delicatamente adagiato sul capo e sulle spalle) che prepara la pita: prepara l’impasto,
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lo stende, come i migliori pizzaioli, facendolo roteare e volteggiare in aria;
SC 2
SC 3
quando la sottile sfoglia è pronta, la adagia su questo cuscino
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per poi con questo rovesciarla sulla piastra ben distesa, senza pieghe o accartocciamenti.
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E poi vi ho fotografato le caramelle.
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Sì, a Tel Aviv i pavimenti sono storti. E anche le pareti. E anche i soffitti. E anche gli scaffali delle caramelle, che però non cadono giù perché sono caramelle magiche. Qualche compagno di viaggio ha fatto foto migliori di questa, delle caramelle, ma questa è la mia e quindi vale più di tutte, ecco.

barbara

 

CAFARNAO (11/13)

Cafarnao (clic per ingrandire)

(da Kfar Nahum, il villaggio di Nahum), si trova all’estremità superiore del lago di Tiberiade,
Cafarnao b
altrimenti detto Mar di Galilea (nell’antichità tutte le grandi distese d’acqua venivano chiamate mare, senza l’attuale distinzione fra mare e lago – del resto ancor oggi in tedesco il nome See, sia pure con due articoli diversi, indica sia mare che lago), in ebraico Kinneret da kinor, lira o cetra, a causa della sua forma.
Qui si trova quella che sembrerebbe essere stata la sinagoga in cui Gesù pregava e predicava; questo dovrebbe essere stato l’aspetto dell’edificio.
Cafarnao 1
Recentemente vi sono stati trovati dei preziosi mosaici, purtroppo in parte irrimediabilmente rovinati dalla stessa ruspa che li ha riportati alla luce, entrata nello spazio senza alcuna precauzione dato che si ignorava l’esistenza di questi mosaici. Nelle foto che seguono ne potete vedere alcune parti.
Cafarnao 2
Cafarnao 3
Cafarnao 4
Cafarnao 5
Questo quadro raffigura i segni zodiacali e, agli angoli, le quattro stagioni; l’angolo in basso a sinistra rappresenta l’inverno, come si può capire dall’abbigliamento della donna.
In un’altra sala della sinagoga si possono ammirare altri mosaici,
Cafarnao 6
Cafarnao 7
fra cui in particolare questo viso di donna ad alta definizione:
Cafarnao 8
in questa immagine ravvicinata si può vedere come, per una sola pupilla, vengano usate ben quattro piccolissime tessere.
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All’esterno nel frattempo i lavori di scavo proseguono,
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con vista su un pellegrino (camaleonte?) in pausa di riposo.
Cafarnao 12
(qui qualche notizia più dettagliata sulla sinagoga)

barbara

I BEDUINI (11/12)

Trattandosi di un tour eno-gastronomico, abbiamo gustato le specialità delle varie popolazioni e culture che convivono in Israele: armeni, drusi, circassi, arabi, beduini. E tanto erano squisite, per non dire paradisiache, le specialità, che di foto, in queste occasioni, ne sono state scattate ben poche, perché era davvero impossibile distrarsi dal piacere regalato da tutti quei sapori e colori e profumi a tutti i nostri cinque sensi. Solo per la visita al villaggio beduino ho trovato un po’ di foto da farmi girare e dunque, di tutte le nostre strepitose visite e altrettanto strepitose mangiate, dovrete accontentarvi dei soli beduini.
Questa è la tenda sotto la quale siamo stati accolti, seduti sui cuscini tutto intorno,
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e questo è il braciere sul quale è stato tostato il caffè con cui darci il benvenuto
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(che poi magari non sarà stato proprio quello, ma è stata carina lo stesso la dimostrazione), mentre il signore beduino
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ci spiegava che l’ospite va sempre accolto; poi se si comporta bene gli si offrono tre tazzine con un sorso di caffè ciascuna, e questo significa che è gradito e può rimanere, mentre se si comporta male, gliene viene offerta una sola, piena, e questo significa che non è gradito. E ci ha spiegato come funziona la società beduina, la famiglia eccetera. In realtà è emerso che questo, a differenza di quest’altro – non era un vero villaggio beduino, bensì una cosa per turisti. Tanto è vero che ci ha raccontato di avere tre mogli, da buon musulmano, dai 23 ai 46 anni, e le figlie a casa, ma poi a tu per tu con qualcuno del gruppo ha rivelato di averne una sola, mentre la figlia studia all’università ebraica. Il cibo in compenso era proprio cibo beduino, supersquisitissimerrimissimo, oltre che scandalosamente abbondante. Qui si vedono gli ultimi rimasugli.
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Quanto a me, se ci sono foto a tavola, impossibile riprendermi con la faccia verso l’obiettivo perché sono sempre intensamente intenta a mangiare.
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In fondo a destra si vedono i due musicisti che hanno delicatamente accompagnato la nostra cena.

barbara

 

CENTRO VIDOR 2 (11/11)

La serra

Sulla serra, più che da dire, ho da mostrare.
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Qui si pianta,
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provvedendo naturalmente a posizionare prima i tubi coi forellini per l’irrigazione a goccia, e poi le piantine in corrispondenza dei fori.
E si coltiva. Sperimentando, per vedere quale funzioni meglio, l’imbrigliamento orizzontale
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e quello verticale
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Per le piante di pomodoro, che diventano molto alte, sono stati sistemati questi cavi e queste carrucole: quando le piante raggiungono i cavi, vi vengono agganciate e, tramite le carrucole, trascinate a proseguire la crescita in orizzontale,
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mentre per il rosmarino è stata adottata questa interessante, ed esteticamente piacevole, sistemazione salva spazio:
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poi ci sono questi prodigiosi spinaci,
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i meloni appesi, per farli crescere perfettamente rotondi e puliti,
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il melone amaro, non commestibile ma coltivato ad uso medicinale,
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e naturalmente i fiori,
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fra cui il girasole,
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compresa una varietà di girasole rosso,
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che non avevo ancora mai visto.

barbara