MOMENTI (13/18)

Visita al Monte del Tempio. Il mitico Dan Bahat, archeologo di fama mondiale che ci fa da guida, settantanovenne vispo come un grillo,
Dan Bahat
spiega e racconta e tutti noi, intorno, ascoltiamo. Ad un certo punto uno del gruppo posa un braccio sulle spalle della moglie; immediatamente piomba lì un poliziotto palestinese con l’espressione truce e furiosa: vietato abbracciarsi! (ammazzare invece sì, quello non profana il “luogo sacro islamico”).

La tomba di Rachele. Che in realtà non era in programma, è stato Giulio Meotti a volerla inserire in extremis – e ne approfitto per mettere un’altra foto.
con Meotti 2
Mi piace un sacco questa in ombra con le fronde sulla testa (e mi sa che dev’essere proprio salice, anche se non avevamo niente da appendere). La tomba, dicevo. Per proteggerla hanno dovuto costruirle tutta quella cosa enorme intorno, ma la stanza della tomba vera e propria è piccola, e vi si accalca una grande folla di donne (anche di uomini, ma dall’altro lato), e per arrivarci bisogna infilarsi, sgusciare fra un corpo e l’altro, strusciandosi, spingendo, comprimendo, guadagnando centimetro dopo centimetro, millimetro dopo millimetro, e quando si raggiunge finalmente la tomba si ha davanti un muro di braccia protese a toccarla, in un silenzio assoluto tranne qualche sussurrare di preghiera. E finalmente ci sono arrivata, ho infiltrato la mia mano, fra braccio e braccio, fra polso e polso, fra mano e mano. Tutta intera non ci stava, ho posato solo le dita, ma è bastato: l’ho sentita, la corrente che dalla punta delle dita mi percorreva tutto il corpo e vi scorreva dentro come acqua di torrente, e una tale sensazione di pace, di serenità, di dolcezza, di leggerezza, come se non avessi più peso. Non più di qualche secondo, perché altri corpi premevano, altre mani urgevano, ma è stato sufficiente a poter dire che ho vissuto un’esperienza. (Dite che non è razionale? OK, ho vissuto un’esperienza non  razionale: qualche problema?).

Alla tomba dei Patriarchi. Credo sia stato alla tomba di Sarah: giovanissima madre seduta in un angolo, profondamente immersa nel suo libro di preghiere, con accanto la carrozzina col figlio di pochi mesi. Mi avvicino, lo guardo, mi guarda; sorrido, sorride; avvicino una mano, sfioro una delle sue, muovo le dita. Lui, che sicuramente non ha mai visto delle unghie rosse, le guarda affascinato, poi mi prende la mano fra le sue e ci gioca. La madre, pur sempre profondamente immersa nella sua preghiera, intravvede il mio gioco con suo figlio, intravvede il mio e il suo sorriso e il suo viso, già luminoso di suo per la preghiera di un’intensità sconosciuta alla maggior parte di noi, si illumina ancora di più, di una luce tutta speciale.

Passeggiata sul lungolago del Kinnereth, in una notte di luna piena.
Kinneret notte
Ad un certo punto comincia ad arrivarci della musica. Proviene da uno di quei club esclusivi, in cui non basta pagare per entrare, e comunque nessuno di noi ha il desiderio di entrarci, senonché una dice, io vado a chiedere! È una signora anziana, notevolmente malmessa, con problemi di deambulazione, che su scale e terreni sconnessi ha bisogno di aiuto e a volte è costretta anche a rinunciare. Beh, la vediamo, allibiti, prendere la scala che dalla strada scende fino all’ingresso del club, sbilenca ma decisa e neanche eccessivamente insicura, raggiungere il portiere e discutere un bel po’ con lui – il come è rimasto un mistero, dato che oltre al romanesco non ci risultavano altre lingue conosciute. Alla fine è tornata su avvilita, confermando che possono entrare solo i soci del club. Dove comunque si dimostra che l’entusiasmo fa miracoli.

Le medicine. Avevo dimenticato a casa la borsina delle medicine: l’avevo lasciata sulla credenza per non doverla ritirare fuori se mi fosse venuto in mente qualcosa all’ultimo momento, e poi è rimasta lì. All’aeroporto mi è stato suggerito di andare al pronto soccorso a farmi fare una ricetta e poi prenderle nella farmacia lì. Naturalmente mi faccio accompagnare da Manuel, essendo quella che si perde nel corridoio di un bilocale. È vero che negli aeroporti, anche quelli molto grandi, è impossibile perdersi, e infatti non mi ci sono mai persa, ma un conto è andare al check in o al gate, altro cercare un pronto soccorso che sta al piano sotto di quello sotto di quello sotto e ci sono ascensori che servono per andare in un posto e altri che invece non ci vanno e infatti prima abbiamo preso l’ascensore sbagliato poi abbiamo preso quello giusto ma sciamo scesi al piano sbagliato ma insomma alla fine ci siamo arrivati. È vero che ci ero già stata, al pronto soccorso di Malpensa, ma quella volta ci ero arrivata in sedia a rotelle portata dall’addetto all’assistenza, mentre adesso ci dovevo arrivare con le mie gambe. Vabbè, arriviamo, spiego il problema all’infermiere che sta all’accettazione, lui prende il telefono, chiama il medico e gli spiega a sua volta il problema; poi, mentre aspettiamo che il medico arrivi, chiede: “Dove andate di bello?” In Israele, dico. E lui: “Bello! At medaberet ivrit?” Parli ebraico? Non era israeliano, e neanche ebreo; semplicemente cinque anni fa gli è improvvisamente venuta l’ispirazione di studiare l’ebraico e da allora ogni settimana si fa la sua ora di lezione, ci ha mostrato il libro che si porta dietro sempre per studiare nei momenti morti, il quaderno degli esercizi, e si è messo a parlare con entusiasmo della sua sconfinata ammirazione per questa cultura, e per questo popolo che ha preso in mano un pezzo di deserto e in pochi decenni lo ha trasformato in uno stato all’avanguardia in tutti i campi, agricoltura compresa.

Il portabottiglie termico. Quando sono entrata in albergo, a Gerusalemme, lo avevo, ne ero sicurissima. Poi però in camera quando, tolte dalla valigia le cose che mi servivano, l’ho cercato per bere, non c’era più. Evidentemente dovevo averlo posato da qualche parte nell’atrio e dimenticato lì, sicché sono andata alla reception e ho chiesto se fosse stato trovato. Mezz’ora dopo uno del personale ha bussato alla mia camera, con due portabottiglie termici che erano stati trovati in giro, ma nessuno dei due era il mio. Ne avevo un altro, quindi per tenere in fresco l’acqua non avevo problemi, ma mi seccava perché la sera precedente, nel sistemare tutte le cose in valigia, avevo dimenticato fuori gli orecchini, e la mattina, quando li ho trovati sopra il mobile, non sapendo dove metterli, li avevo infilati nel taschino portacellulare del portabottiglie. Non erano di valore, ma erano belli. Tre giorni dopo, nel lasciare l’albergo di Gerusalemme, sistemate tutte le cose, chiusa la cerniera e tirato su da terra il trolley, ho trovato il portabottiglie appeso al manico del trolley, dove lo avevo infilato quando ero entrata in albergo, in attesa di ricevere la mia chiave, e rimasto per tutto il tempo sotto la valigia (diciamolo, comunque, che è un gran bastardo).

Il malore. È stato a Zfat il penultimo giorno – quello prima della catastrofica caduta. Eravamo appena scesi dall’autobus e stavamo iniziando una scalinata quando, al secondo gradino, mi sono sentita male; al terzo mi sono detta non ce la faccio, ho tentato di fare il quarto, poi ho rinunciato e mi sono dolcemente accasciata. Poi Claudia si è messa a farmi vento con un depliant e poi qualcuno le ha dato un ventaglio e lei e Manuel mi sono rimasti vicino mentre gli altri hanno proseguito, che poi comunque quando mi sono ripresa li abbiamo raggiunti perché si erano tutti fermati a fare pipì (in Israele il clima è estremamente secco, essendo in gran parte deserto, e bisogna bere moltissimo, sicché praticamente si passa metà tempo a visitare e metà a pisciare).
Ma era del malore che volevo parlare, o meglio del momento in cui ho rinunciato a tentare di resistere e mi sono lasciata andare: è un’esperienza che avevo già vissuto, e la sensazione è stata esattamente la stessa: sei in pubblico, hai l’impressione che crollare giù come un sacco di patate ti faccia fare una bruttissima figura, ti vergogni, ti senti imbarazzato, ti preoccupi di quello che può succedere dopo, tenti di resistere… e poi senti che non puoi, che non c’è niente da fare, che ti devi arrendere e decidi di smettere di combattere. Crolleresti anche se tentassi di resistere ancora, ma di lasciarti andare in quel momento lo decidi tu: non sei l’oggetto passivo di una forza più grande di te bensì il soggetto attivo di una scelta. E la sensazione provata è quella di una liberazione, di una pace assoluta, di un benessere assoluto, di un piacere assoluto e intensissimo.
Forse, quando arriverà la mia ora, sarà così che mi sentirò nel momento in cui deciderò di smettere di resistere, lascerò andare i remi e mi abbandonerò alla corrente.

barbara

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ALTRE IMMAGINI E ALTRE STORIE (13/17)

E parto da me, naturalmente, tanto per non smentire il mio congenito esibizionismo.
Elon Morè
Qui, vicino a questa bandiera dall’aria molto vissuta, sono a Elon Moreh,
Elon Morè 1
dove abbiamo avuto modo di sentire i canti degli studenti della vicina scuola religiosa. Elon Moreh si trova vicino a Nablus,
Elon Morè 2
che non abbiamo visitato, ma abbiamo visto dall’alto sia la città
Nablus 1
Nablus 2
che i suoi dintorni.
dintorni Nablus 1
dintorni Nablus 2

Questo è l’albero di Giuda del film Jesus Christ Superstar.
albero Giuda 1
albero Giuda 2
Si trova a Beit Shean,
Beit Shean
di cui ho già parlato in occasione di altri viaggi.
Beit Shean 1
Beit Shean 2
È un albero artificiale, e dopo la fine del film è stato deciso di lasciarlo lì.

E questa è la vista dalla mia stanza sul lago di Tiberiade,
Kinnereth 1
Kinnereth 2
Kinnereth 3
chiamato anche mar di Galilea: nell’antichità – non ricordo se ne ho già parlato – non avendo a disposizione viste aeree che ne mostrassero la differenza, non si faceva distinzione fra mare e lago, una grande estensione d’acqua era sempre e comunque un mare; si pensi del resto al tedesco, in cui lago è der See e mare die See: cambia il genere, ma il nome è lo stesso (e giustamente il mare, grande, bello, pieno di pesci saporiti è femminile; il lago, praticamente una pozzetta abitata da pescetti sciapi, è maschile). In ebraico però si chiama Kinnereth, da kinor, che oggi indica il violino ma nell’antichità indicava la lira, o cetra, a causa della sua forma.
Kinnereth  lira
Nelle traduzioni della bibbia troviamo cetra:
“Saul disse ai suoi servi: «Cercatemi un uomo che sia abile suonatore di cetra e conducetelo a me»” (Samuele 16, 17)
“Or quando lo spirito maligno investiva Saul, David, presa la cetra, si metteva a sonare e Saul si sentiva sollevato, stava meglio e il cattivo spirito si allontanava da lui”. (Samuele 16, 23)
E ancora: “Sui fiumi di Babilonia, là ci fermammo e piangemmo ricordando Sion. Ai salici che si trovavano in quel paese appendemmo le nostre cetre; poiché là coloro che ci avevano condotti in cattività ci chiedevano di cantare […] Cantateci qualcosa dei canti di Sion. Come potremmo cantare l’inno del Signore in terra straniera?” (Salmo 137, 1-4)
Curiosamente, solo quando, alcuni anni fa, mi è capitato di leggere questi versi in inglese, mi sono resa conto che era di questo che parlava la bellissima Rivers of Babylon del 1970.

Poi Temistocle Solera ha provveduto a trasformarla in arpa:
Arpa d’or dei fatidici vati,
Perché muta dal salice pendi?

(non so voi, ma a me sull’acuto di “arpa d’or” parte irrimediabilmente la lacrima. Sempre)

Vabbè, mettiamo fine alle pseudo dotte dissertazioni e torniamo a noi. Questo è l’ospedale del mio dolore,
ospedale
e questa la cena di shabbat,
shabbat.jpg
circa quattordici ore prima della catastrofe.

Naturalmente non poteva mancare Gerusalemme, stavolta vista da lontano.
Gerusalemme 1
Gerusalemme 2
E concludo con una nota amena: sul monte Bental, nel Golan, c’è un locale di ristoro. Essendo in montagna, accade spesso che lì ci siano nuvole; nuvola, in ebraico, si dice annan, e quindi il locale si chiama:
DSCF3413
sì, proprio Coffee Annan.

barbara

AKKO (13/16)

Ovvero dell’apartheid. Quella di Israele intendo, naturalmente, che tutti noi ben conosciamo, quella che costringe il mondo intero a mobilitarsi, a invocare condanne Onu e a boicottare e a marciare, e a bruciare bandiere, e a proclamare giornate settimane mesi anni della rabbia e del tetano e del tifo e del colera e della diarrea fulminante. Di cui mi sono già ampiamente occupata.

Akko, l’antica San Giovanni D’Acri, si trova qui:
Akko
in Israele, come vedete. Non nei famosi Territori palestinesi/occupati/contesi/disputatierisputati, no, proprio Israele Israele, assegnata a Israele già nel piano di partizione del 29 novembre 1947 (risoluzione Onu 181), decine di chilometri distante dalla famigerata linea verde rossa gialla ciclamino fucsia amaranto. Che effettivamente sarebbe stato di gran lunga meglio: ve lo immaginate condannare “la costruzione di sei appartamenti e un capanno degli attrezzi più il casotto del cane e la cesta del gatto oltre la linea blu di Prussia”? O la notizia che “l’incidente è avvenuto oltre la linea eliotropo”, “il missile è caduto oltre la linea grigio asparago”, “un colono è deceduto in seguito a uno scontro a fuoco con un militante oltre la linea incarnato prugna”, “disordini oltre la linea giallo paglierino come la pipì delle persone giovani e sane” “boicottiamo i kaki coltivati oltre la linea kaki”: si sentirebbero talmente ridicoli che sarebbero costretti a smettere da soli. Purtroppo quella verde avevano a portata di mano, e tocca rassegnarsi. Akko comunque è di qua. Ed è caratterizzata da una popolazione con una forte componente araba (ho già raccontato che immediatamente dopo l’incidente, mentre ero a terra gridando per il dolore disumano, i ragazzini intorno mi gridavano sharmutta sharmutta, puttana in arabo); girando per le strade della cittadina ho fotografato questi cartelli coi nomi delle vie.
cartelli Acco 1
cartelli Acco 2
cartelli Acco 3
cartelli Acco 4
cartelli Acco 5
cartelli Acco 6
cartelli Acco 7
Per chi avesse poca confidenza con le scritture diverse da quella latina, preciso che sono scritti in arabo. Solo in arabo. A Gerusalemme invece, città ebraica per antonomasia fin dalla notte dei tempi, i cartelli sono così
cartello stradale Isr 1
cartello stradale Isr 2
cartello stradale Isr 3
Via Dolorosa
Ha-Kotel (Western wall) street sign, Jerusalem
Akko, città antichissima, ha una storia talmente complessa che rinuncio a raccontarvela (anche perché non la so mica tutta); ricordo solo che è stata sede degli Ospitalieri, di cui è rimasta la cittadella, che non ho fotografato. Per chi fosse interessato ho fatto qualche foto nel primo viaggio, quello in cui ho attraversato tutta Israele da nord a sud e da est a ovest con entrambe le zampe rotte (poi ho fatto due mesi in sedia a rotelle e un anno intero prima di tornare a camminare quasi normalmente, ma ne valeva la pena) e se il cannocchiale funziona le trovate qui (fatte con la Minolta con lo zoom da quasi un chilo sempre in precario equilibrio sulle suddette zampe rotte). Stavolta ho fotografato solo un albero, ripreso in tre tappe
albero 1
albero 2
albero 3
e manca ancora l’ultimo pezzo, per il quale, non essendo contorsionista, mi sarei dovuta sdraiare per terra. E poi ho fatto ancora queste foto
Acco 1
Acco 2
Acco 3
Acco 4
e questa è l’ultima perché subito dopo mi sono sfracellata.

barbara

LA TOMBA DI RACHELE (13/15)

Poi Labano disse a Giacobbe: «Perché sei mio parente devi servirmi gratuitamente? Dimmi che compenso vuoi». Labano aveva due figlie: la più grande si chiamava Lea la minore Rachele. Lea aveva gli occhi smorti, Rachele era bella di forme e bella d’aspetto. Giacobbe amava Rachele, e disse: «Ti servirò sette anni per Rachele, la tua figlia minore». Labano replicò: «È meglio ch’io la dia a te che a un altr’uomo; rimani con me». Giacobbe servì per Rachele sette anni che gli sembrarono pochi giorni, tanto l’amava. Poi Giacobbe disse a Labano: «Dammi mia moglie, sì che possa convivere con lei». Labano riunì tutta la gente del luogo e fece un pranzo. Alla sera, prese sua figlia Lea, la condusse presso di lui che si unì con lei. Labano diede come ancella a sua figlia Lea la propria serva Zilpà. Al mattino Giacobbe si accorse che era Lea e disse a Labano: «Che mi hai fatto? Io ti ho servito per Rachele; perché dunque mi hai ingannato?». Labano gli replicò: «Non si fa così nel nostro paese, di dar marito alla minore prima che alla maggiore. Finisci la settimana [di festeggiamenti] di questa, e ti daremo anche l’altra, per il servizio che mi presterai per altri sette anni». Giacobbe fece così, completò la settimana di quella e poi Labano gli dette in moglie la figlia Rachele. (Genesi 29, 15-28)

Partirono da Beth-El; quando mancava ancora un breve tratto di strada per arrivare ad Efrath, Rachele partorì ed ebbe un parto difficile. Mentre soffriva nella difficoltà del parto, la levatrice le disse: «Non aver paura, anche questo è un maschio». “Quando stava per esalare l’ultimo respiro, perché morì, chiamò il neonato Ben-Onì [figlio del mio dolore], mentre il padre lo chiamò Binjamin (Beniamino) [figlio della destra, cioè prediletto]. Morta Rachele, fu seppellita sulla via di Efrath che è Beth-Lèchem (Betlemme). Giacobbe eresse un monumento sulla sua sepoltura; è il monumento tombale di Rachele ancora oggi. (Genesi 35, 16-20)

E da allora gli ebrei venerano quel luogo come la tomba di Rachele, moglie prediletta di Giacobbe figlio di Isacco figlio di Abramo, e madre di Giuseppe e di Beniamino. In un disegno del 1585 la tomba appare così,
tomba Rachele 1585
mentre in questa foto del 1912 la vediamo circondata da mura;
tomba Rachele 1912
in seguito l’edificio viene ampliato.
tomba Rachele
Oggi, grazie alle graziose attenzioni dedicate dagli arabi a questo come a ogni altro luogo di culto ebraico, per proteggere il sito dai violenti attacchi lo vediamo ridotto così:
tomba Rachele oggi
inserito in una massiccia costruzione, con la strada chiusa al traffico, e fronteggiato da questo orrendo muro che, visto dal di fuori, appare così, dotato di torrette di osservazione:
muro Rachele
per sopravvivere e per pregare, sembra che non sia stato lasciato agli ebrei altro mezzo che il cemento. Questo è l’interno,
tomba Rachele interno
ma di questo parlerò in altra occasione. Qui, per chi se la cava con l’inglese e desidera conoscere più in dettaglio la storia della tomba e delle manovre arabe per appropriarsene, una buona ricostruzione e molte immagini.

E direi che ci sta bene anche questo.

barbara

METULLA (13/14)

Metulla si trova qui,
Metulla
praticamente infilata nel Libano. Ed è proprio del Libano che bisogna parlare, per parlare di Metulla. E della Giordania, e dell’Olp, e di Settembre Nero, e di tante altre cose ancora, ma partiamo dall’inizio. O, almeno, da UN inizio: la guerra dei Sei giorni. Quella guerra voluta pensata studiata programmata allo scopo dichiarato di “ributtare a mare i sionisti”, ossia cancellare Israele e sterminare l’intera popolazione ebraica; quella guerra attivamente favorita dall’Onu nella persona del segretario generale U Thant: quando Nasser si sentì pronto ad attaccare, gli ordinò di togliere i caschi blu schierati nel Sinai allo scopo preciso di impedire scontri fra Egitto e Israele, perché gli serviva il passaggio libero per andare a distruggere Israele; quarantott’ore dopo non c’era più un casco blu nel Sinai. Quando, vincendo incredibilmente e miracolosamente la guerra (qui qualche interessante considerazione, qui un consiglio di lettura e qui qualcosa sugli annessi e connessi che raramente vengono presi in considerazione), Israele libera le regioni illegalmente occupate diciannove anni prima dall’Egitto (Gaza) e dalla Giordania (Giudea e Samaria, ribattezzate dalla propaganda anti israeliana Cisgiordania o West Bank) molti palestinesi insieme alla dirigenza dell’OLP si trasferiscono in Giordania, dove prendono a comportarsi da stato nello stato, violando tutti gli accordi stipulati con Re Hussein, girano in uniforme e armati, compiono centinaia di attacchi contro i civili provocando centinaia di vittime, istituiscono posti di blocco, estorcono denaro ai commercianti, compiono incursioni armate contro Israele, provocandone la reazione in territorio giordano. Infine, nel settembre del 1970, in seguito a un’impennata degli attacchi e a diversi tentativi di uccidere il re per rovesciare la monarchia e prenderne il posto, scatta la repressione, passata alla storia col nome di Settembre Nero in cui, per inciso, in dieci giorni vengono uccisi più palestinesi di quanti ne vengano uccisi da Israele in dieci anni, ma non risultano proteste internazionali contro queste uccisioni: né risoluzioni ONU, né boicottaggi, né manifestazioni, né appelli, né bandiere bruciate… niente di niente. E torniamo ora al Libano: è qui che riparano i palestinesi scampati alla strage giordana, e anche qui si dedicano intensamente al loro sport preferito: destabilizzare, assassinare, praticare il terrorismo, operare incursioni armate in territorio israeliano, creare uno stato nello stato e scatenare una guerra civile che nel giro di una dozzina d’anni trasforma la nazione più civile, insieme a Israele, e libera e ricca e colta del Medio Oriente, al punto che Beirut era chiamata la Parigi del Medio Oriente (qui alcune immagini significative) in un ammasso di macerie
guerra civile Libano 1
guerra civile Libano 2
guerra civile Libano 3
guerra civile Libano 4
guerra civile Libano 5
guerra civile Libano 6
guerra civile Libano 7
guerra civile Libano b
con 160.000 morti, un’economia distrutta, una civiltà annientata, uno stato infilato in un buco nero da cui non è mai più uscito. Dopo anni di incursioni armate e attacchi terroristici (e dopo l’assassinio dell’ambasciatore israeliano a Londra Shlomo Argov), finalmente Israele decide di intervenire: è la Guerra del Libano, del 1982, denominata “Pace in Galilea” dato che la Galilea, a causa della prossimità geografica, è il principale bersaglio degli attacchi palestinesi, guerra nella quale Israele commise il tragico errore di rinunciare, pur avendone la possibilità, a uccidere Arafat  – e nell’ambito di questa guerra bisognerà parlare anche di Sabra e Chatila, di cui tanti si riempiono la bocca, senza neppure sapere di che cosa si tratta. Al termine della guerra Israele si ritira, mantenendo però una fascia di sicurezza per impedire nuove incursioni armate sul suo territorio, in cui rimangono una piccola forza israeliana e una milizia formata dall’Esercito di difesa del Libano del sud (Tzadal), composto da cristiani maroniti (piccola nota a margine: per l’occupazione israeliana di quel 5% di territorio libanese abbiamo assistito a un’infinità di proteste da parte del mondo intero; per l’occupazione siriana del restante 95%, con pesantissime interferenze nel governo e un’infinita serie di omicidi di stato – fra cui quello dell’ex primo ministro nonché ricchissimo e potente imprenditore Rafiq Hariri – qualcuno ha mai sentito qualche timido, flebile lamento?). Nel 2000 il primo ministro Ehud Barak, ex militare e, come molti militari, pacifista oltre ogni limite di decenza, decide il ritiro unilaterale dal Libano, ossia senza che la controparte rispetti la propria parte delle relative risoluzioni Onu, vale a dire la cessazione del terrorismo. Immediatamente, come facilmente prevedibile, gli attacchi sulla Galilea aumentano, e tre soldati israeliani vengono rapiti in un’incursione armata in territorio israeliano, e uccisi (piccolo dettaglio: incursione compiuta con auto dell’Onu, bandiera dell’Onu e uniformi dell’Onu. I caschi blu dell’Onu, mandati lì per salvaguardare la pace, contemplano lo spettacolo, e mentre lo contemplano e lo ammirano, provvedono anche a filmarlo. Israele lo viene a sapere. E l’Onu? Nega. Nega per un anno intero. Poi finalmente, messa alle strette, si decide ad ammettere che sì, il filmato effettivamente c’è, ma Israele non lo può vedere. E perché? Perché in tal caso potrebbe riconoscere i terroristi, e se adottasse un atteggiamento tale da favorire una delle parti in causa l’Onu perderebbe la sua preziosa neutralità – tra terroristi e vittime del terrorismo). I corpi dei tre soldati verranno poi restituiti nel gennaio del 2004, insieme all’imprenditore Elhanan Tannenbaum, in cambio di 436 prigionieri (371 palestinesi, 30 libanesi, alcuni siriani e giordani, e uno tedesco.

E veniamo finalmente a Metulla: è qui che, al momento del ritiro israeliano, si rifugiano i soldati cristiani che avevano combattuto dalla parte di Israele contro i terroristi palestinesi, per sfuggire alle feroci vendette, ed è qui che abbiamo incontrato, nella sua casa, Hani Nohra, che ha parlato delle vicende che ho più sopra riassunto, e da lui vissute sulla propria pelle, e di come siano dovuti fuggire, spesso lasciando, probabilmente per sempre, una parte della propria famiglia, e del dolore della separazione e dell’esilio. Al termine della narrazione è lasciato spazio alle domande, e io ho fatto la mia: volevo sapere se sia stata intrapresa qualche iniziativa, qualche risposta, qualche contromisura dopo la strage di Damour. Quando la domanda gli è stata tradotta si è rivolto a me, inchinandosi con le mani giunte per ringraziarmi per la domanda. Poi ho dato io qualche informazione al gruppo, in modo che tutti fossero poi in grado di capire le sue risposte. Poi di nuovo, prima di rispondere, mi ha ringraziata inchinandosi con le mani giunte – evidentemente non molti sono a conoscenza di questa tremenda ferita inferta al corpo della cristianità libanese, e raramente gli capita l’occasione di parlarne – e poi ha cominciato a rievocare. E quando rievocava accoltellamenti e sgozzamenti la sua voce si alterava, quasi li stesse rivivendo, e le sue mani si levavano a mimare i gesti, strette intorno a un immaginario coltello, vibrando i colpi con violenza. Poi ha citato molti altri massacri simili, di cui neppure io ero a conoscenza, anche se avrei dovuto immaginarlo, sapendo che in quella tremenda guerra civile sono state cancellate decine di comunità cristiane. La strage di Damour, comunque, per chi non la conoscesse, la trovate qui.

Poi, terminata la rievocazione, è tornato a ringraziarmi per la terza volta, sempre inchinandosi, sempre con le mani giunte.

barbara

BARKAN (13/13)

Barkan è questa,
Barkan 1
e si trova qui.
Barkan 2
Vi abbiamo visitato prima la serra, dove ci siamo allegramente fotografati,
noi serra
in cui vengono sperimentati modi di coltivazione diversi, finalizzati tra l’altro al migliore sfruttamento dello spazio
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(ricordiamo che lo stato di Israele – quel minuscolo fazzoletto di territorio che i giochi internazionali hanno lasciato per la costituzione dello stato ebraico – è per il 60% deserto), e poi c’è questa cosa curiosa:
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sono acquari
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collegati alle piante. Qualcuno ha pensato che l’acqua arricchita con gli escrementi dei pesci potrebbe migliorare le coltivazioni, e adesso stanno verificando l’ipotesi: se dovesse risultare esatta, si avrebbe un miglioramento dei risultati delle coltivazioni, e contemporaneamente un risparmio di acqua.

Poi abbiamo visitato una fabbrica
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di materiali plastici,
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che esporta i suoi prodotti anche in vari Paesi esteri, Italia compresa. Gli operai sono metà israeliani e metà palestinesi che godono, naturalmente, dello stesso trattamento, dello stesso orario di lavoro e dello stesso stipendio – molto più alto di quello percepito, per analogo lavoro, nei territori controllati dall’Autorità Palestinese. Se per ipotesi dovessero imporsi anche qui i boicottatori, centinaia di palestinesi finirebbero sul lastrico, esattamente come le centinaia di palestinesi che lavoravano nello stabilimento Sodastream di Mishor Adumim, zona industriale di Ma’ale Adumim, costretto a chiudere dopo la grande vittoria dei “filo palestinesi” del BDS.

Dedico questo post alla memoria di Stefano Gay Taché, assassinato trentacinque anni fa da terroristi palestinesi con il supporto morale di una notevole fetta della nostra sinistra, all’età di due anni. Assassinio originato da quello stesso odio anti israeliano e antiebraico che muove, sia pure in forme diverse, terroristi e boicottatori.

barbara

NAHARAIM – L’ISOLA DELLA PACE (13/11)

Naharaim si trova qui,
Naharaim 1
Naharaim 2
lungo la riva del Giordano. In questo territorio, di proprietà ebraica già molto prima della rinascita dello stato di Israele, Pinchas Rutenberg, fondatore della Palestine Electric Company (“Palestine” esattamente come il Palestine Post e la Palestine Philharmonic Orchestra: il quotidiano ebraico, l’orchestra filarmonica ebraica, la compagnia elettrica ebraica in quella regione che i romani conquistatori avevano ribattezzato col nome di Palestina per cancellare quello di Israele, e di cui la Gran Bretagna aveva assunto il mandato conservandone il nome), nel 1927 firmò un accordo con l’emiro di Transgiordania Abdullah I per costruire una centrale idroelettrica, i cui impianti possiamo ancora oggi vedere, oltre a un resto della ferrovia a scartamento ridotto.
ferrovia
I canali e le dighe costruiti a questo scopo, in aggiunta ai fiumi Giordano e Yarmuk, hanno circondato questo territorio, trasformandolo in un’isola artificiale.
canali 1
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canali 4
canali 5
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(sì, oltre ai mari sono storti anche i fiumi e i canali. Prendetene atto e rassegnatevi)
La centrale cominciò a produrre energia nel 1932, ma nel 1948, all’inizio della guerra arabo-israeliana, i lavori si fermarono.
Nel 1994, nell’ambito del trattato di pace israelo-giordano, Israele cedette l’area alla Giordania, che accettò di affittarla, con un contratto venticinquennale automaticamente rinnovabile, in modo che i contadini del vicino kibbutz Ashdot Ya’akov
Ashdod Ya'akov
potessero continuare a coltivarla. (In realtà l’indicatore di google maps è sbagliato: l’enclave giordana è quella più sopra) Tra la parte israeliana e quella giordana c’è un cancello transitabile dietro presentazione della semplice carta d’identità.
bandiere
Isola, dunque, si diceva, e della pace in quanto frutto di un trattato di pace. Ed è proprio questo luogo che, per uno di quei tragici paradossi che in queste terre sono purtroppo di casa, nel marzo del 1997 fu teatro di una orribile strage. Non ne avevo presente la collocazione, ma l’episodio sì. Per ricordarlo riporto l’articolo pubblicato all’epoca da Repubblica, in cui inserirò alcune delle foto scattate durante la visita.

Massacro di bambine nella valle del giordano

NAHARAIM (confine israelo-giordano) – Una fiammata d’odio anti-israeliano ha bruciato ieri le vite acerbe di sette ragazzine tutte intorno ai 13 anni d’età. Le ha uccise un soldato giordano mentre si trovavano assieme ad altre decine di compagne, sei delle quali sono state ferite, in gita scolastica all’’isola della pace’, un’isoletta piena di verde, al confluire del fiume Giordano con lo Yarmuk, lungo quella che storicamente rappresentava l’unica vera frontiera tranquilla d’Israele, la frontiera con il regno hashemita di re Hussein. Dal punto di vista dei simboli, il massacro non poteva avvenire in un luogo più carico di significati né in un momento peggiore, data la tensione polemica che da alcuni giorni domina le relazioni tra il primo ministro Netanyahu e il monarca che regge le sorti del piccolo regno, considerato fino a ieri un amico, se non il solo amico d’Israele nel mondo arabo. Il luogo, Naharaim, è uno di quei frammenti di territorio giordano in cui, in base al trattato di pace dell’Aravà, firmato nell’ottobre 1994, gli israeliani hanno libero accesso. Queste enclave lungo il confine, dove da tempo s’erano insediati gli agricoltori israeliani, anziché tornare in possesso della Giordania sono state date in affitto, praticamente perpetuo, agli stessi kibbutzim. Una decisione che Hussein ha dovuto difendere contro le aspre critiche del mondo arabo. E tuttavia, in omaggio alle speranze accese dalla pace, l’isoletta è diventata meta di scolaresche israeliane che lì possono trovare un pezzo di storia del loro paese compreso in un giro d’orizzonte di rara bellezza. A destra i monti aspri della Giordania, diventati finalmente accessibili. Risalendo verso nord, ecco il confine con la Siria, il nemico sempre restio, mentre ancora più a nord, in lontananza, sfuma il profilo del Golan, l’altopiano al centro della contesa con Damasco.
paesaggio 1
paesaggio 2
paesaggio 3
paesaggio 4
E lì, tra le barriere di filo spinato arrugginito che delimitano la terra di nessuno, un monumento al sionismo, i resti della prima centrale elettrica costruita negli anni Venti da Pinhas Rutemberg, un ingegnere ebreo di origine russa.
centrale idroelettrica 1
centrale idroelettrica 2
E’ questo il luogo in cui ieri mattina alle 10 si sono incrociati i destini di una scolaresca di Beith Shemesh, una cittadina in via di sviluppo a trenta chilometri da Gerusalemme, direzione Tel Aviv, e di un suddito di sua maestà hashemita, Ahmed Mussa, 26 anni, autista che i suoi commilitoni, dopo il fatto, si sono affrettati a qualificare come “un pazzo”. Loro, le ragazzine di Beit Shemesh, 120 venti divise in tre autobus, allieve di un istituto religioso, erano arrivate lì di buon mattino, accompagnate dal vicepreside, da due insegnanti e da una guardia del corpo armata che, svolgendosi la gita in territorio sotto sovranità giordana, aveva lasciato l’arma sul pullman. Esauriti rapidamente i controlli, la scolaresca si era diretta verso la collina sormontata da una torretta, su cui sventolava una grande bandiera giordana,
torretta
il luogo migliore per osservare quel pezzo di mondo tanto sublime nella natura dei luoghi quanto difficile per il carattere degli uomini. Rosa Himi, è una delle due insegnanti che accompagnava le ragazzine. “Eravamo scese dall’autobus e ci eravamo raccolte intorno alla nostra guida per sentire le sue spiegazioni – racconta la professoressa – quando improvvisamente ho sentito gli spari. Ho girato lo sguardo per capire da dove provenivano, da dove dovevamo difenderci e ho visto che a spararci addosso era un soldato giordano appostato sopra la torre. “Le ragazze sono corse vie, alcune si sono nascoste dietro ai cespugli, ma lui, sceso di corsa dalla sua postazione, le ha inseguite continuando a sparare. Quando ha finito il primo caricatore s’è fermato e ha cercato di inserirne un altro, ma non c’è riuscito. E a questo punto i suoi compagni l’hanno bloccato”. Non è facile immaginare la scena di dolore e di morte che s’è presentata davanti alle stesse ragazzine sopravvissute, prima che ai loro soccorritori. “Tutti piangevano, gridavano aiuto, fuggivano da ogni parte. Ho visto Ivri, la mia amica più cara colpita alla spalla, rotolare sull’erba in un lago si sangue. Poi ha finito di respirare”, racconta Rifka dal suo lettino d’ospedale. Mentre il “pazzo” veniva disarmato, altri soldati giordani prestavano i primi soccorsi. “Troppo lenti, in grave ritardo”, accusano gli israeliani.
Un particolare è destinato ad accendere le polemiche. Sebbene gli accordi di pace consentano agli israeliani di entrare in quelle particolarissime enclave in caso d’incidente, ieri a Naharaim i giordani non lo hanno permesso. Così, la gran parte dei morti e dei feriti sono stati portati in un ospedale giordano non lontano dal confine, mentre solo quelli tra i sopravvissuti che sono riusciti a risalire sugli autobus con cui erano arrivati la mattina hanno potuto cercare soccorso in Israele. Al pomeriggio, comunque, tutti i morti e i feriti erano stati rimpatriati. (La Repubblica, 14 marzo 1997)

(Si noti che vent’anni fa “pazzo” veniva messo fra virgolette)

In seguito a questa tragedia i soldati furono sostituiti da membri dalla guardia personale del re, da lui personalmente scelti e che a lui personalmente rispondono. In ricordo delle sette ragazze uccise si possono ora vedere questa grande tavola con le loro foto,
ragazze
e questo cippo, che reca la scritta “In ricordo dei fiori che sono stati recisi”
cippo
(grazie a Rachel per la traduzione). In un altro luogo che non abbiamo visitato si trova questo memoriale con i nomi delle sette vittime.
Naharayim memorial 1
Naharayim memorial 2
Poi vi faccio vedere la postazione militare israeliana,
caserma
e questo albero che vi ho fotografato perché è tanto grande e tanto bello (contenti?)
albero
e infine la vostra beniamina
io
con le ossa intatte ancora per meno di quarantott’ore.

barbara

PEDUEL (13/9)

Peduel
Peduel 1
si trova qui,
Peduel 2
oltre la “mitica” linea verde, quella che gli ignoranti della storia di Israele chiamano “i confini del ‘67” – quelli oltre i quali Israele dovrebbe ritirarsi, chiamando in causa una risoluzione Onu, la 242, che nessuno di loro ha mai letto – mentre chi la storia la conosce e ci tiene a ricordarla, li chiama “i confini di Auschwitz”. Due parole dunque per chi, traviato dalla propaganda, ignorasse e volesse smettere di ignorare, la questione della “linea verde”. Quando, nel corso della guerra di liberazione scatenata contro il neonato stato di Israele da sette eserciti arabi, Israele stava rischiando di vincere, l’intera diplomazia mondiale si è mobilitata per fermare la guerra, così come avrebbe fatto da quel momento in poi in tutte le guerre combattute da Israele, comprese le operazioni – non vere e proprie guerre – in Libano e a Gaza, in modo da impedire a Israele di giungere a una vittoria veramente schiacciante, che potesse mettere definitivamente fine alle illusioni dei suoi nemici di poterla distruggere. Accadde dunque nel 1949 che Israele fu costretta a fermarsi, e furono tracciate sulla mappa della regione le linee armistiziali, ossia quelle lungo le quali i vari eserciti si erano fermati al momento del cessate il fuoco. Quelle linee furono tracciate con una matita verde. Qualcuno potrà restare deluso dalla banalità della cosa, ma il significato di “linea verde” è tutto qui: una linea tracciata con una matita verde. Quindi questa linea è del 1949, e non del 1967, e non ha alcuna valenza politica. Avrebbe potuto averla, per iniziare da lì, dalle linee armistiziali, un negoziato per definire i confini entro cui vivere in pace, se gli arabi avessero accettato la risoluzione Onu 242, ma l’intera Lega Araba l’ha rifiutata con i famosi – per chi conosce la storia – Tre no di Khartoum (1 settembre 1967): no al riconoscimento, no al negoziato, no alla pace. Eh già: anche quella di Israele che ignora le risoluzioni Onu è una pura leggenda: Israele è stata costretta a rifiutare la risoluzione a causa del rifiuto arabo. E il motivo per cui Abba Eban, nel 1969, definì quelle linee “i confini di Auschwitz” è reso chiarissimo dagli eventi del 1967, quelli in cui Israele poté sopravvivere al nuovo attacco congiunto unicamente grazie alla decisione di prevenire i nemici, attaccando con qualche ora di anticipo: quei confini racchiudono un ghetto che rende possibile l’annientamento totale.

E torniamo ora a Peduel. A Peduel si trova quella che viene chiamata la terrazza (o il balcone) di Sharon, che è questa,
terrazza di Sharon
preceduta da questo cippo che riporta alcuni versi della Bibbia.
terrazza cippo
Qui Sharon era solito portare i politici stranieri, quelli che si riempiono la bocca con la parola “restituzione” (termine peraltro del tutto improprio, dato che fino al 1967 quel territorio era occupato – ILLEGALMENTE! – dalla Giordania, e prima della Giordania faceva parte del protettorato britannico, e prima del protettorato britannico faceva parte dell’impero ottomano. Quindi ai palestinesi potrebbe essere al massimo regalato, non certo restituito, dato che mai lo hanno posseduto). Li portava qui perché potessero toccare con mano che cosa significherebbe dare questo territorio in mano a chi non desidera altro che la distruzione di Israele: da qui si domina (leggi: si può raggiungere anche con armi relativamente poco potenti) l’intera valle
terrazza valle
Quel giorno c’era foschia, e la visibilità era molto ridotta, tuttavia si può chiaramente distinguere, di fronte a noi, Tel Aviv,
terrazza Tel Aviv
e più a sinistra Lod, con l’aeroporto Ben Gurion.
terrazza Lod
Con la foschia, e con la foto ridotta a poco più del 10% dell’originale, se non si sa dove cercare è difficile individuarla, ma in quest’altra immagine, ritagliata e lasciata alle dimensioni originarie, si può vederla chiaramente:
torre
la torre di controllo dell’aeroporto. Tutto, per così dire, a un tiro di schioppo. E qui si può avere un’idea delle posizioni e delle distanze:
distanze
una decina di miglia nel punto più stretto come si vede, da un’altra prospettiva, in quest’altra carta,
distanze 2
e in quest’altra ancora con le distanze espresse in chilometri.
topografia distanze
Regalare queste alture (esattamente come quelle del Golan) a chi non ha mai nascosto il progetto di annientamento di Israele e di tutti i suoi abitanti ebrei, sarebbe peggio che un suicidio: sarebbe un immane crimine contro l’umanità.

barbara

LA MOSCHEA (13/8)

La moschea si trova, naturalmente, nel settore arabo di Machpelah, rigorosamente vietato agli israeliani, e a tutti gli ebrei in generale. Noi però eravamo turisti, e naturalmente non abbiamo detto che fra noi c’erano quasi una decina di ebrei, e ci siamo andati. Nelle poche decine di metri da percorrere fra il cancello che separa il settore ebraico da quello musulmano e la scala di accesso alla moschea, siamo stati assillantemente pressati prima da un arabo dai capelli impomatati che voleva venderci a 5 euro dei braccialetti di plastica “Italia Palestina”, poi da un altro ragazzino arabo che semplicemente chiedeva soldi. Arrivati alla scala, siamo stati eruditi dalla guida locale sulla moschea, antica di quattromila anni. Forse sarà stato per i nostri incontenibili risolini, fatto sta che ha pensato bene di correggersi: cioè, l’edificio non è sempre stato una moschea, duemilacinquecento anni fa in effetti era una chiesa cristiana, ma poi, appena hanno saputo che quella era la tomba di Abramo, l’hanno subito trasformata in moschea. Finita la lezione, siamo saliti per entrare nella moschea. Naturalmente in qualunque luogo religioso è richiesto un abbigliamento adeguato; al kotel (muro del pianto), per esempio, all’ingresso del piazzale vengono offerte alle donne con spalle e braccia interamente nude delle specie di mantelline che coprono, appunto, braccia e spalle. Lì no: lì c’erano dei mantelli di un ammosciante azzurro moscio, lunghi fino ai piedi (o quasi, a seconda della statura dell’indossante – o indossanta, boldrinianamente parlando), coi bottoni per chiuderli, senza maniche in modo che braccia e mani restassero interamente coperte, e col cappuccio. Io avevo una gonna nera lunga fino al polpaccio, una giacca incolore con le maniche lunghe, chiusa fino al collo, e ho tirato fuori il cappuccio e me lo sono sistemato per bene sulla testa: pensavo che potesse bastare. E invece no, la loro tenda beduina dovevo mettermi addosso. E allora li ho mandati affanculo e me ne sono andata, però prima di andarmene mi sono tolta la giacca, lì davanti a loro all’ingresso della moschea, restando con la canotta rosso fuoco con braccia e spalle nude e una discreta scollatura, come potete vedere in questa foto col mitico Giulio Meotti
con Meotti
(in cui come al solito ho dimenticato di tirare dentro la pancia. Però anche lui). Eccheccazzo, sono entrata nelle sinagoghe mettendomi sulle spalle un foulard che mi copriva le braccia fino al gomito, e non c’è stato rabbino ortodosso, ultraortodosso, ultraextramegasuper ortodosso che abbia avuto qualcosa da ridire, e questi pretendono di inchadorarmi, a me, come se fossi una Fallaci qualsiasi?!
oriana-fallaci-velo
Ma vaffanculo, va’. Anche Claudia e Silvana si sono rifiutate di sottomettersi alla dittatura e sono venute via con me; tutte le altre si sono lasciate incappucciare senza obiezioni.
sdr
E quindi la moschea antica di quattromila anni che ha preso il posto della chiesa cristiana antica di duemilacinquecento anni, non ve la posso raccontare. Spero che mi perdonerete, che riuscirete a elaborare e gestire la delusione senza reagire dandovi ad atti inconsulti, e soprattutto che non ci perderete troppo il sonno.

PS: va detto, a onor del vero, che Sharon, che vedete al centro, tutta ben abbottonata e con una faccia da presa per il sedere che la metà basterebbe, l’ha fatto solo per fare la foto da mandare poi su FB; subito dopo si è tolta l’infame paludamento e ha raggiunto Silvana, Claudia e me.

PPS: finita la visita, i compagni di viaggio hanno raggiunto noi quattro partigiane della guerra di liberazione, ma subito dopo è arrivato di corsa l’esperto di storia cristiana e islamica, che li aveva guidati nella visita alla moschea antica di quattromila anni che ha preso il posto della chiesa cristiana antica di duemilacinquecento anni, protestando perché la mancia era stata, a suo avviso, troppo scarsa, e chiedendo perentoriamente un supplemento.

barbara

LA GROTTA DI MACHPELÀ (13/7)

CHAJJÈ SARÀ – VISSE SARA

La vita di Sara fu di centoventisette anni. Tanti furono gli anni della vita di Sara. Morì in Kiriath Arbà ora Chevron, in terra di Canaan; e Abramo venne a far esequie a Sara e a piangerla. Levatosi poi da presso al suo morto parlò così ai Chittei: «Io sono presso di voi un estraneo, un forestiero, datemi in proprietà un sepolcro si che io possa togliermi il morto che mi sta davanti e seppellirlo». I Chittei gli risposero: «Ascoltaci, o signore; tu sei fra noi un gran principe, seppellisci il tuo morto nel migliore dei nostri sepolcri, nessuno di noi ti negherà il proprio sepolcro per seppellirvi il tuo morto» Abramo si alzò, si prostrò alla gente del paese, ai Chittei, e così disse loro: «Se voi volete togliermi dinanzi il mio morto per seppellirlo, ascoltatemi e intercedete per me presso ‘Efron figlio di Tsòchar, affinché mi ceda la sua grotta di Machpelà che è all’estremità del suo campo; me la ceda, alla vostra presenza, come proprietà ad uso di sepoltura, per l’intero suo valore». ‘Efron si trovava in mezzo ai Chittei; e ‘Efron chitteo rispose ad Abramo, in presenza dei Chittei, di tutti coloro che erano convenuti nella piazza della sua città in questi termini: «No, signor mio, ascoltami: io ti cedo il campo e ti cedo anche la grotta che in esso si trova; te la cedo alla presenza dei miei connazionali; seppellisci pure il tuo morto». Abramo si prostrò alla gente del paese. Parlò poi a ‘Efron in presenza della gente del paese: « Ma… se tu… deh! ascoltami, io ti do il prezzo del campo, accettalo, e là seppellirò il mio morto». ‘Efron rispose ad Abramo: « Ascoltami, o signore; un terreno da quattrocento sicli d’argento, fra me e te, che cos’è? Seppellisci il tuo morto». Abramo acconsenti a ‘Efron, e gli pagò la somma che aveva chiesto alla presenza dei Chittei; quattrocento sicli d’argento, corrente fra i mercanti. Così il campo di ‘Efron, posto in Machpelà di fronte a Mamrè, il campo e la grotta che è in esso, tutti gli alberi esistenti nel campo, dentro i suoi confini all’intorno, passarono in proprietà di Abramo, alla presenza dei Chittei, di tutti coloro che erano convenuti nella piazza della sua città. Dopo di che Abramo seppellì Sara sua moglie nella grotta del campo di Machpelà posto di fronte a Marnrè oggi Chevron in terra di Canaan. Il campo e la grotta che è in esso passarono dai Chittei ad Abramo in proprietà per sepoltura. (Genesi, cap. 23)

Ora, che questa sia narrazione storica o leggenda, è del tutto secondario. Che là sotto ci siano i resti di Sarah e Abramo, Rebecca e Isacco, Lea e Giacobbe, o di pinchipallini qualsiasi, o magari anche niente, è del tutto secondario. L’unica cosa che conta è che queste pagine sono state scritte tremilacinquecento anni fa. E da tremilacinquecento anni gli ebrei venerano quelle tombe come luogo in cui riposano i patriarchi. Poi, quasi tre millenni più tardi, arriva il sultano mamelucco Baibars che decide che quella è roba musulmana, ci costruisce i minareti e vieta l’ingresso a cristiani ed ebrei (1266), a cui era consentito arrivare fino al settimo gradino, ossia molto molto fuori. Prima che un ebreo potesse mettere piede all’interno di Machpelah dovevano passare settecento anni, ossia dopo la Guerra dei Sei Giorni. Oggi l’edificio è diviso: un terzo riservato agli ebrei e due terzi ai musulmani (o un quarto e tre quarti, non sono sicura di ricordare bene). Infine è arrivata quella benemerita organizzazione dedita alla difesa e conservazione del patrimonio artistico e culturale che è l’UNESCO e ha definitivamente stabilito che gli ebrei con questa cosa non hanno niente a che fare.

Di foto non ne ho fatte, ma se desiderate vederle, ne troverete sicuramente in abbondanza in rete. Ho preferito abbandonarmi alle sensazioni ed emozioni che quei luoghi irresistibilmente suscitano, e lasciarle scorrere dentro di me.

barbara

PRECISAZIONE: la divisione esatta è 18%-82%, quindi un po’ meno di un quinto agli ebrei e un po’ più di quattro quinti ai musulmani (grazie ancora una volta a Sharon).