VERED DEI VINI E ALTRE STORIE (13/12)

Questa è Rehelim, nella regione di Samaria,
Rehelim 1
qui in una visione più ampia.
Rehelim 2
Qui non c’era niente fino al 27 ottobre 1991, solo la Strada 60. Sulla quale, quel giorno, transitavano alcuni autobus con comitive di israeliani di Giudea e Samaria, diretti a Tel Aviv per protestare contro i negoziati di Madrid (quelli che avrebbero portato due anni dopo ai famigerati accordi di Oslo destinati a scatenare la peggiore catastrofe nella storia di Israele. E mi ricordo la mia collega A., con un ghigno sarcastico da dare i crampi allo stomaco: “E adesso che gli israeliani sono stati taaanto buooooni da accettare di trattare coi palestinesi, anche noi dovremo essere tanto buoni da perdonare oltre trent’anni di crimini e di infamie”). Quel giorno di ottobre, dicevo. E quelle comitive. E quegli autobus. Fu esattamente in questo punto che uno degli autobus fu attaccato da terroristi palestinesi. L’autista Yitzhak Rofeh, di Gerusalemme, e Rachel Drouk, di Shilo, rimasero uccisi. Il giorno dopo i funerali di Rachel, donne da tutta Giudea e Samaria giunsero qui, montarono delle tende e vi si insediarono, nonostante la disapprovazione ufficiale. Per molto tempo vissero qui solo donne e bambini, e solo in un secondo tempo divenne un insediamento normale, che nel 1999 ottenne finalmente il riconoscimento statale. Le donne giunte con le tende (le donne! E pensare che c’è chi, per lodare il carattere, la forza, la determinazione di qualcuno, non trova di meglio che dire che “ha le palle!” Faites moi rire) decisero di chiamare questo posto Rehelim, plurale di Rachel: per Rachel Drouk, per Rachel Weiss, uccisa il 30 ottobre 1988 in un attacco con bombe molotov all’autobus su cui viaggiava, targeted by militants, scrive con pudore wikipedia, che provocò cinque morti e cinque feriti, e per la matriarca Rachele.

A Rehelim si arriva costeggiando Itamar (dove abbiamo potuto vedere, sia pure da lontano, la casa del massacro) e salendo poi per ammirare questo panorama.
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E questa è Vered
Vered
nata a Gerusalemme da genitori olandesi: padre ebreo, figlio di sopravvissuti alla Shoah, madre cristiana successivamente convertita. Lei e il marito Erez Ben Sa’adon, nato a Gerusalemme da genitori provenienti dal Marocco e dall’Iran, nel 1997, pochi mesi dopo il matrimonio, investono il denaro ricevuto come regali di nozze nell’acquisto di alcuni acri nel villaggio di Brakha,
Brakha
su cui impiantano dei vigneti, vendendo poi l’uva ad alcune cantine; col nascere dei movimenti BDS le cantine cedono alle pressioni degli acquirenti europei e rifiutano di acquistare dai “territori”, così l’intraprendente coppia decide di produrre il vino da sé: seguono un corso di vinificazione e nel 2003 aprono la cantina Tura a Rehelim, una decina di chilometri più a sud, con quattro botti, per poi giungere, nel 2010, a una produzione di 12.000 bottiglie l’anno e a numerosi riconoscimenti internazionali per la qualità dei loro vini. Naturalmente subiscono le consuete distruzioni di vigne da parte degli arabi, ma loro continuano imperterriti, non senza impegnarsi a rispettare il precetto “crescete e moltiplicatevi”.
famiglia Sa'adon
E questi siamo noi,
cantina toura
seduti ad ascoltare Vered e poi a degustare questi vini assolutamente straordinari. E l’olio: un olio speciale, a bassissima acidità, del quale aveva preparato un vassoio con dei micro bicchierini, invitandoci ad assaggiarlo. Quasi tutti hanno fatto una faccia strana: bere l’olio?! Io invece ci ho provato: prima ho intinto la punta della lingua e ho sentito una cosa molto diversa da quella che si sente quando si ha l’olio sulla lingua, ossia quella fastidiosissima patina oleosa: ecco, quella non c’era. E allora l’ho bevuto e, per quanto buffo possa sembrare, era buono! Aveva un che di leggero, come se fosse un olio poco olio, ecco (poi l’ha assaggiato anche l’uomo dei gatti, che era seduto al mio fianco e mi serviva come un autentico cavaliere, e ha confermato le mie sensazioni). E insomma sono uscita di lì pienamente soddisfatta. E qui finisce la storia di Vered insieme a tutte le altre storie.

barbara

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NEL NEGEV LE VIGNE ORA COPRONO IL DESERTO

IL PROGETTO HIGH TECH CHE HA PORTATO IL VINO NEL SUD D’ISRAELE

I gialli, gli ocra, i rossi, qua e là le macchie scure degli arbusti. Poi all’improvviso il verde che non ti aspetti, quello tenero e rigoglioso di un vigneto. Il deserto del Negev, che copre l’intero Sud di Israele, ha rappresentato sin dalla nascita dello Stato un incubatore di vita in condizioni difficili. Oggi dai suoi istituti di ricerca arrivano risposte alle sfide dello scombussolamento climatico. Come quella di crescere le vigne in condizioni di siccità. È la specialità di Aaron Fait, biochimico delle piante che, nato e cresciuto tra i monti di Bolzano, è a capo di un laboratorio dell’Istituto Blaustein per le Ricerche del Deserto di Sde Boker, uno dei campus dell’Università di Ben Gurion. A Sde Boker, Fait è arrivato una decina d’anni fa, dopo la laurea a Tel Aviv, il dottorato al prestigioso Weizmann di Rehovot, e il post-dottorato in Germania. «A fare la differenza nel mondo della ricerca israeliana sono la meritocrazia e l’investimento sui giovani, compresa la possibilità di uscire dal Paese, sapendo di avere un posto dove tornare e, magari, che lo Stato ti metterà a disposizione un milione di dollari per creare il tuo laboratorio, come è successo a me». Temperature che superano i 45 gradi, suolo salino, evaporazione media di 2 mila millimetri l’anno a fronte di piogge per meno di 100 sono i principali ostacoli per la viticoltura nel Negev. Per vincerli, Fait e la sua squadra reinventano una saggezza antica, declinandola nell’età dell’high-tech. «La vite è stata centrale nell’economia della regione per millenni grazie ad avanzate tecniche di conservazione dell’acqua – spiega, accogliendoci nel suo ufficio -. Con la conquista musulmana del VII secolo i vigneti sparirono per oltre mille anni. Furono i grandi filantropi del progetto sionista a riportare qui la viticoltura. A essere introdotto fu però il metodo francese, che presuppone u n clima mediterraneo. E così le coltivazioni sorsero a Nord e in collina. Solo di recente si è tornati a guardare al deserto». Negli ultimi anni la produzione di vino in Israele sta conoscendo una forte espansione- nel 2015 ha toccato i 40 milioni di bottiglie, 9 in più del 2014, e per il 2016 la cifra stimata è49 milioni. Dei 20mila acri coltivati a vigneti, solo 250 si trovano nel Negev. Ma – assicura Fait – il numero cresce esponenzialmente e il lavoro quotidiano del laboratorio rappresenta un virtuoso tandem pubblico-privato. «Collaboriamo con i vigneti commerciali – sottolinea lo scienziato -. Definiamo con le aziende l’esperimento: loro crescono le piante, noi andiamo sul campo a svolgere le misurazioni e ne condividiamo i risultati». Tra le tecniche messe a punto ci sono teli di nylon per proteggere il suolo dall’evaporazione, reti colorate sui grappoli per far passare soltanto la quantità di luce necessaria perché il frutto maturi senza bruciare e un’irrigazione intelligente basata sui bisogni della pianta, rilevati da appositi sensori. Le ricerche di Fait sono arrivate anche in Europa. Se in molte zone l’irrigazione dei vigneti in passa-to era considerata un tabù, i capricci del clima portano anche i più tradizionalisti a cambiare parere. «Per esempio in Friuli dagli anni 2000 ci sono state ricorrenti ondate di siccità che hanno messo le vigne a dura prova. Così é nato il progetto “Irrigate”, a cui abbiamo lavorato con l’Università di Udine e con Netafim, azienda israeliana leader nell’irrigazione a goccia». Anche se il legame con Italia rimane forte, a Fait il Negev é entrato nel cuore: «Lavorare nel deserto ha qualcosa di speciale. Quando esco dal laboratorio per una passeggiata, ho me stesso, il vento e basta. Una sensazione unica».

Rossella Tercatin, La Stampa, Tutto Scienze, 22 febbraio 2017
vigneti-negev
Concordo: camminare nel deserto, contemplare il deserto, respirare il deserto è veramente qualcosa di unico (che presto, molto presto, tornerò a rivivere).

barbara

 

CHE POI IL 27 GENNAIO

È stato anche il terzo anniversario del mio incidente, quello con le ginocchia tumefatte e i cavallucci marini e che no, non poteva andare peggio.
A tre anni di distanza posso provare a fare il punto della situazione.
Le gambe sono pesantemente disastrate, ci sono zone necrotizzate e vari punti che solo a sfiorarli quasi svengo dal dolore. Le ginocchia sono e restano distrutte. Seguendo il consiglio del marito della mia fisioterapista di Brunico, quando a un anno e mezzo dall’incidente la sensibilità ha cominciato a diminuire leggermente (e io ho smesso di dover girare in minigonna ogni volta che cambiava il tempo perché lo sfioramento del tessuto mi provocava un dolore insopportabile) ho preso a spazzolare con uno spazzolino di tasso spalmato di gel morbido le cicatrici cordoniformi grosse un dito, che nel giro di un anno si sono via via appiattite, pur restando dolentissime e notevolmente deturpanti. Contemporaneamente ho lungamente massaggiato le ginocchia con l’olio, e la pelle rattrappita dalla fitta ragnatela di cicatrici sottili si è, nel giro di un mezzo anno, ammorbidita e distesa abbastanza da permettermi almeno di accucciarmi, visto che di inginocchiarmi non se ne parla proprio, neanche su un cuscino.
La cartilagine del naso frantumata e rattoppata alla meno peggio, continua ad essere un problema: un mese fa, per dire, l’estetista nell’affrontare con forse eccessiva energia un punto nero, me l’ha rotta in due punti, scatenandomi un urlo belluino, e tuttora scrocchia e fa un male cane (male ha sempre continuato a farmene, comunque).
I tremendi problemi neurologici che si erano presentati subito dopo l’incidente, sono sostanzialmente risolti, ma mi è rimasta una certa difficoltà a concentrarmi intensamente su qualcosa per più di una decina di minuti (ma anche di concentrarmi blandamente per tempi lunghi), sono diventata ancora più ipersensibile ai rumori di quanto già non fossi prima, e in particolare ho problemi col telefono, perché la voce che mi entra direttamente nell’orecchio mi disturba notevolmente e dopo un po’ mi fa entrare in uno stato semiconfusionale.
Ho dovuto subire, tre mesi e mezzo dopo l’incidente, un intervento ginecologico a causa dell’ematoma – che aveva lasciato coaguli che ad un certo punto avevano cominciato a infettarsi provocando un ascesso – che l’atterraggio di faccia sull’asfalto dopo il volo di parecchi metri mi aveva causato, e del quale al momento non mi ero accorta.
Dall’assicurazione del mio investitore, come risarcimento danni, a fronte di spese documentate (e naturalmente ce ne sono sempre altre non documentabili) per oltre 3600 euro, con almeno un mese di sostanziale invalidità, molte settimane di dolori disumani, mesi di dolori solo vagamente umani, danni permanenti eccetera, ho ricevuto in tutto 6000 euro. Che se sapevo così quasi quasi non mi facevo neanche investire.
Poi, quando stavo cominciando a riprendermi, è iniziata tutta la serie di guai che in parte (in minuscola parte: questo dopotutto è un blog, mica il muro del pianto) conoscete anche voi. In compenso ho avuto la ventura, da quando mi sono trasferita qui, di incontrare ben quattro medici meravigliosi (equamente distribuiti: due uomini e due donne – e pazienza se in questo modo violo le norme delle teorie gender) per cui almeno qualche conforto ce l’ho.

E dunque – considerando poi che quell’incidente potrei anche non essere qui a raccontarlo – rallegriamoci con un buon bicchiere di vino: bicchiere che, come possiamo chiaramente capire dal suono degli strumenti, si va rapidamente moltiplicando. D’altra parte, sempre meglio un bicchiere in più che uno in meno, soprattutto se consideriamo che brave persone come Hitler e Beria non bevevano, non fumavano ed erano vegetariane.

barbara

 

I VINI (11/3)

Direi che è la cosa giusta da cui partire, dato che la denominazione di questo viaggio era “Tour enogastronomico”, e gli israeliani, che ne sanno sempre una in più, ci hanno accolti con questo cartello, perché sapevano quale astronomica quantità di grassi avremmo ingurgitato.
cartello
Ma torniamo ai vini. Abbiamo visitato quattro cantine. La prima è stata la cantina Yatir, dove alle quattro del pomeriggio ci ha accolti una stressantissima ma non per questo meno entusiasta addetta all’accoglienza che, come ci ha spiegato, era al lavoro dalle quattro di mattina e alle cinque aveva un matrimonio. Ha trovato comunque il tempo e la forza e la pazienza di dare spiegazioni mentre io fotografavo i dintorni: il prato,
yatir
una parte dei vigneti (non si vedono, ma garantisco che ci sono) con sullo sfondo, in cima alla collina, i resti di un villaggio ebraico del periodo bizantino che ha resistito fino all’arrivo dei musulmani, nel VII secolo, che hanno cancellato anche quella minuscola minoranza, come troppe altre cose sul pianeta Terra,
yatir-fortezza
e le vinacce.
yatir-vinacce
In un momento successivo ho avuto modo di apprezzare anche la simpatica targhetta delle toilette, comprensiva di istruzioni per l’uso.
yatir-toilette
Dentro la cantina abbiamo goduto dei consueti assaggi, che invece dei soliti tre sono stati sei, uno più squisito dell’altro.

Alla cantina Mony, che prende il nome dal figlio del proprietario morto in giovane età, non ho fatto foto, però in compenso ho comprato una discreta quantità di squisitezze, antipasti e marmellate. I proprietari sono arabi cristiani, che hanno preso in affitto la terra da un vicino monastero, ma producono vino rigorosamente kasher. Qui gli assaggi erano tre, ma sono riuscita a farne quattro. Prima di bere, per non rischiare di introdurre alcol a stomaco vuoto, c’erano a disposizione una ciotola di olive (fra le migliori in assoluto tra quante mi è capitato di assaggiare), un cestino di pane, una ciotola di olio in cui intingere il pane, e una di za’atar in cui insaporirlo (di tutte queste cose ho fatto fuori una quantità stratosferica).

La terza cantina è stata quella del Golan. Attraversando questo splendido patio
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si esce e si vedono i contenitori, che variano da 500 a 200.000 litri, per i vini che vanno messi in commercio giovani,
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mentre quelli da invecchiare stanno nelle botti.
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Ci ha fatto da guida una tizia piccolina con due mastodontiche latterie, molto spumeggiante e simpatica, che ci ha fatto poi da guida anche nei tre assaggi, da effettuare con tutti i cinque sensi.

L’ultima è stata quella di Galil Mountain, in cui eravamo già stati l’anno scorso. L’anno scorso non avevo capito niente delle spiegazioni perché stavo malissimo, e per la stessa ragione non avevo neppure potuto fare gli assaggi, ed ero rimasta tutto il tempo fuori in poltrona, in stato semicomatoso. Quest’anno in tutto il viaggio non ho avuto neppure un malore, ma quella mattina si era verificato un piccolo incidente, non grave ma che, non so perché, mi ha provocato uno stato di shock (cosa che non mi era accaduta neanche quando sono stata investita sulle strisce), con forte tremito e tutto l’armamentario degli stati di shock (ma lo racconterò in altra occasione, perché è stato divertente), e insomma non me la sentivo di fare tutto il giro della visita, e sono rimasta in poltrona all’ingresso. Mi ha fatto compagnia Luciana, anche lei veterana della cantina e poco desiderosa di fare di nuovo il giro, e lì mi è preso un incontenibile attacco di logorrea e le ho rovesciato addosso tutti i miei guai fisici dell’ultimo anno (poi, dopo qualche ora, sono tornata in me e sono andata a chiederle scusa). Gli assaggi comunque, visto che fisicamente stavo benissimo, me li sono fatti, eccome se me li sono fatti.

Abbiamo visitato anche un’azienda che produce olio di altissima qualità. L’olio (50€ al litro) non l’ho comprato, però mi sono comprata un bel po’ di cremine fantastiche che la guida, una biondina piccolina molto carina, ci ha fatto provare direttamente sulla pelle.

barbara

ISRAELE DIECI (5)

Zichron Yakov

Di una storia molto particolare riguardante Zichron Yakov avevo già parlato qui, e naturalmente non la ripeterò. Qui voglio invece ricordare che questa cittadina è nata nel 1882 per volontà – e con il denaro – del barone Benjamin Rotschild, “piccola ma con attorno boschi con animali selvatici liberi e anche dei vigneti per farne il nostro buon vino ebreo e ci metterete i cavi della elettricità, il telefono e tutte le cose moderne possibili. Sarà dedicata alla memoria di mio padre Yaaqov”. Ecco, adesso vi mostro un paio di cose. Questa è la strada principale,
strada principale 1
che controsole appare così
strada principale 2
(suggestiva, vero?) lungo la quale si trovano negozi, ristoranti, la biblioteca,
biblioteca
la fontana inaugurata nel 1891
fontana
e intitolata al barone Benjamin Edmund de Rotschild,
targa fontana
e uno spettacolare sicomoro del quale vedete qui inquadrata una minuscola parte.
sicomoro
E poi vi faccio vedere un pezzetto di un parco,
parco 1
parco 2
parco 3
parco 4
parco 5
in cui si può ammirare anche un singolare modo di portare in giro i bambini piccoli.
parco 6
Vigneti e vino, diceva Rotschild: e anche questa parte del suo sogno è stata realizzata. Il passo successivo del nostro percorso è stata infatti la visita alla cantina Tshbi, dove ci sono stati offerti i consueti tre assaggi, uno di bianco e due di rosso. Questi siamo noi che ascoltiamo le spiegazioni e riceviamo i bicchieri per la degustazione
noi 1
noi 2
noi 3
e questi sono i vini.
vini 1
vini 2
Poi c’è anche un’infinita serie di sublimi cioccolate
cioccolata
(ce ne sono anche da un’altra parte, ma non inquadrabili da dove eravamo noi) con varie percentuali di cacao e vari rivestimenti e forme e poi ancora delle altrettanto sublimi confetture.
confetture
Io ho preso una confettura di mele e arance in sangria e sei etti di cioccolate varie (poi mi sono resa conto che era troppo peso da portarmi in giro, e alla fine, al momento del rientro, di cioccolata ne ho dovuta trasportare un etto solo). E questa sono io
io
con un corposo rosso tra le mani – e con l’immancabile foulard sulle spalle per via della micidiale aria condizionata a palla onnipresente in ogni luogo chiuso e sull’autobus.
Infine abbiamo mangiato* nel ristorante annesso alla cantina, alla deliziosa ombra di questo meraviglioso pergolato.
pergolato

* Ogniqualvolta incontrerete il verbo “mangiare” nei vari capitoli di questo resoconto, questo deve essere letto “mangiare come porcelli”.

barbara

ISRAELE NOVE (7)

Il vino

[NOTA: questo post è stato scritto con l’aiuto di Carla e di qualche notizia reperita in internet perché quel giorno stavo malissimo, e di tutte le spiegazioni che sono state date, la prima metà praticamente non le ho capite e la seconda metà non le ho sentite. Anche le foto sono di Carla]
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La cantina Galil Mountain Winery, presso il kibbutz Yiron in Alta Galilea, vicino al confine libanese, è stata fondata nel 2000 e produce circa un milione di bottiglie all’anno. Le caratteristiche topografiche e le condizioni climatiche di questo habitat permettono di far crescere 13 diversi vitigni.
La Galil Mountain Winery utilizza tecniche all’avanguardia, ma secondo procedimenti tradizionali per ottenere un prodotto in grado di concorrere con i migliori vini europei.
Nel corso della visita, guidata da una bellissima ragazza (no, di lei non ci sono foto, mettetevi l’anima in pace) dall’inglese fluente e chiaro, ci sono state mostrate le grandi cisterne in acciaio
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vino 3
che contengono l’uva in fermentazione (la vendemmia viene effettuata dalle macchine, di notte, per evitare che il calore del giorno ne acceleri la fermentazione, influendo negativamente sul risultato finale). Siamo entrati poi in un ambiente refrigerato dove erano collocate le botti di rovere con il vino in maturazione.
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Alla visita è seguita la degustazione.
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Sono stati offerti un vino bianco e due rossi con una gradazione alta (uno dei rossi aveva circa 15 gradi). La ragazza sommelier, dopo aver stappato la prima bottiglia e versato il vino nei calici, ha suggerito di prendere il bicchiere per il gambo per non riscaldare il vino contenuto, e di muovere con vigore il calice, roteandolo, in modo da far sprigionare profumo e sapore del vino. Sul banco d’assaggio erano presenti dei cestini con dei crostini da mangiare fra un vino e l’altro, in modo da non mischiare i sapori (è stato a questo punto, al secondo assaggio, che sono stata costretta ad allontanarmi per andarmi a stendere su una poltrona fuori dalla sala, perché non ero più in grado di reggermi in piedi, e quindi, dopo un assaggio del bianco e mezzo assaggio del primo rosso, mi sono persa forzatamente il terzo, che sarà stato sicuramente il migliore e di maggiore soddisfazione). I vini israeliani, da qualche tempo – la produzione di vini di qualità non fa parte delle tradizioni storiche di Israele, ed è una novità piuttosto recente – partecipano ad importanti esposizioni anche all’estero e ottengono riconoscimenti importanti. Le bottiglie sono chiuse con il tappo in sughero come nella migliore tradizione.
Accanto alla sala di degustazione c’è il negozio
vino 6
nel quale, chi se lo poteva permettere (sono vini piuttosto cari), ha potuto fare acquisti.
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barbara

IL PRIMO MIRACOLO DI GESÙ

Ricevo, traduco e pubblico

Secondo il Vangelo, Gesù è nato a Betlemme, in Palestina: un Paese in cui le persone si chiamano Mohammed, Abdel, Mounir, Aziz, Farid, Omar, Youssouf, Mouloud, Moktar ecc. E, ciononostante, questo ragazzo è riuscito a trovare 12 amici che si chiamavano Giovanni, Pietro, Giacomo, Tommaso, Matteo, Andrea, Filippo, Giuda, Simone… e che bevevano vino! Non è un miracolo?

barbara

La lettera

Si porta del vino a casa di un musulmano? Bella domanda. Di certo non si va a mani vuote, la prima volta che ti invita, ma forse fiori o cioccolatini sono più corretti… Anche se lui il vino lo beve e come se lo beve!
Vada per i fiori. Comunque Ibrahim è un musulmano a modo suo. Sua moglie è cattolica e i figli sono battezzati. Dice che i suoi vivono in Pakistan e magari vanno in moschea tutti giorni, ma lui se ne sbatte di Maometto e del Corano. E’ italiano a tutti gli effetti.
Che vuol dire…? Tu sei meno ebreo solo perché sei italiano?
No, hai ragione.
Come sempre.
Ariel Mortara si sporge appena dal posto di guida e bacia Eny mettendo virtualmente fine alla questione vino o fiori.
Sono quasi arrivati. Resta solo da trovare un fioraio.
Un fioraio a quest’ora sulla Cassia?
Lo trovano poco più avanti
Ok. Siamo pronti. Ma ti prego… Sii gentile con Tamara.
Ariel leva gli occhi al cielo e trae un sospiro che Eny interpreta come una promessa. Magari estorta ma pur sempre una promessa.
Fabio e Tamara. La terza coppia della serata.
Salendo in ascensore Eny pensa a quanto siano volubili gli uomini. Non è passato un anno e già Fabio si è trovato una compagna. Il grande amore, la passione di una vita, la perdita inconsolabile: tutto morto e sepolto. Insieme a Stefania.
Ricaccia indietro la commozione. Un’amica così non l’avrà mai più. Intelligente, spiritosa, disponibile… Unica.
Ariel pensa invece a Fabio. Si conoscono dai tempi del ginnasio. Un’amicizia inossidabile, una familiarità totale, eppure non arriva a capire cosa ci trovi in quella Tamara. Bella, è bella, non lo si può negare… Ma così giovane… Così spaesata… Beh, sostenere il paragone con Stefania sarebbe duro per chiunque, pensa… Ma lei sembra alla perenne ricerca di un proprio posto nel mondo. Di una certificazione di idoneità. Di una gratificazione di appartenenza.
In mezzo a gente finisce per perdersi, incapace di lasciarsi coinvolgere nei giochi dialettici di amici rodati da lunghe frequentazioni. Così a volte tace in modo disarmante oppure mette il muso, costringendo Fabio a precipitose ritirate. Altre, pur di non lasciarsi estraniare dal flusso delle chiacchiere, si lancia in traballanti requisitorie, contraddicendo accanitamente l’ultima opinione espressa da qualcuno dei presenti.
Tra i suoi coetanei magari farebbe la sua figura… Ma in mezzo a loro, che palle! Una minestra riscaldata di riformismo, ambientalismo, animalismo e chi più ne ha più ne metta. Tutti gli ismi e gli anti-ismi del mondo… Una sessantottina fuori tempo massimo! Insopportabile pensa Ariel, ma Fabio la trova elettrizzante… E in fondo, a quarant’anni, una vigorosa smossa ormonale può far passare in second’ordine molte cose.
Strana serata comunque.
Quando è arrivato l’invito sono rimasti sorpresi: Jenny, la padrona di casa è una collega di Eny ma lui, Ibrahim, è poco più che un estraneo. Lo hanno incrociato in qualche party di comuni amici, quattro chiacchiere con un bicchiere fra le mani, nient’altro.
Che c’entriamo noi? ha sbuffato Ariel. Li conosciamo a malapena!
Sei il solito orso! Pensi che ci faccia male incontrare qualche faccia nuova?
Qualche faccia nuova? Quelle sono facce vecchie. Ci sono passate davanti ed abbiamo tirato di lungo per la semplice ragione che non ci interessavano. Te lo garantisco: trascorreremo una serata mortale, arrampicandoci sugli specchi per tenere in piedi una qualche conversazione… E quando torneremo a casa io giurerò: mai più! never again! Tu invece ti sentirai obbligata a ricambiare l’invito e mi trascinerai in una spirale perversa di serate insopportabili.
Beh, questa è la vita, tesoro. Non sei su facebook. Non puoi respingere un’offerta di amicizia con un click asettico e indolore. Puoi dire no, ma la gente si offende e si dispiace. Jenny è stata gentile. Ha invitato Fabio e Tamara per metterci a nostro agio e io non intendo comportarmi in modo sgarbato. E poi…
E poi…?
E poi non voglio che lei pensi, neppure per un istante, che noi due, ebrei, non accettiamo l’invito perché suo marito è musulmano.
Questo mette fine ad ogni discussione. Ora sono davanti alla porta, il mazzo di fiori bene in vista, e il sorriso di circostanza stampato sulle labbra.
La casa è accogliente: luci soffuse, jazz di sottofondo, aperitivi stuzzicanti. Non passa un quarto d’ora e già le fosche previsioni di Ariel sono spazzate via. Ibrahim è simpatico, Jenny brillante e Fabio in serata di grazia. La conversazione fila via leggera ed esplora i classici temi rompighiaccio: viaggi, libri, gossip, Berlusca.
A tavola gli argomenti si fanno più seri ma il tono rimane fatuo come se nessuno avesse voglia di esplorare vere disparità di opinione.
Una questione di educazione e di bon ton. Sei in casa d’altri, non sai come la pensano, non hai familiarità…  Ci vuole tanto a capirlo?
Beh, Tamara non lo capisce.  Mentre ancora tutti ridono con le lacrime agli occhi di una barzelletta di Fabio, lei ne racconta una delle sue. E’ la storia di un bottegaio ebreo. Deve attaccare un quadro e chiede in prestito il martello a suo fratello. Il rifiuto lo indigna quanto la spiegazione: il martello costa e a batterci i chiodi si consuma. “E’ incredibile!” mugugna il bottegaio. Ci pensa su a lungo e poi finalmente tira fuori il proprio martello e si rassegna ad usarlo.
La risata che segue spacca il tavolo in due. Tamara avrebbe dovuto saperlo: di queste storielle gli ebrei ridono quando se le raccontano fra loro. Diversamente  sentono puzza di antisemitismo e non si divertono affatto.
Tutti gli altri ridono, ad ogni modo.
Ride anche Ibrahim ed Ariel se ne infastidisce.
Intendiamoci: lui ride né più né meno di Fabio e di Jenny ma è diverso, perché lui è…
No! Non diciamo stronzate, si trattiene con un sussulto politically correct, stampandosi in faccia un sorriso senza allegria.
Tamara però non ha finito.
La sapete quella del soldato israeliano che spara al bambino palestinese?
Basta così tesoro. Fabio è imbarazzato ma lei è ormai fuori controllo.
Ariel non l’ascolta nemmeno. Resta rigido sulla sedia, la forchetta a mezz’aria. Gli basterebbero tre parole per rimettere a posto quella cretina ma rimane in silenzio e trangugia un boccone che sembra strozzarlo. Non vuole mandare per aria la serata. Non in casa di un islamico. Sente Fabio dire qualcosa, sente Jenny dire qualcosa. Ma soprattutto è lo sguardo di Eny che lo frena. Ti prego, tesoro… Ti prego…
Trangugia, sta zitto e fa finta di niente ma dentro si sente ribollire per la frustrazione.
Nessuno ride stavolta ma lei insiste e ne racconta un’altra. Stavolta è Sharon che incontra Hitler all’inferno ma Fabio riesce finalmente a farla star zitta.
In macchina Ariel è una furia.
Lo sapevo che non dovevamo accettarlo questo invito.
E perché? Cosa ti hanno fatto loro? Sono stati gentili ed anche comprensivi .
Quella è una stronza antisemita! Lo ha fatto apposta per metterci in imbarazzo!
No! E’ solo una sciocca. Non sa stare al mondo.
Beh, io non glie la lascio passare così… Io…
Io cosa? Cosa vuoi fare? Finiresti per renderti ridicolo anche agli occhi di Fabio. Alla fin fine, era solo una barzelletta.
Una barzelletta?! Quella era una provocazione! Gli israeliani che sparano sui bambini! Sharon e Hitler sullo stesso piano… Con i razzi che ci arrivano addosso e gli autobus che esplodono un giorno sì e l’altro pure!
Quella notte fatica a prendere sonno. Non può lasciar cadere la cosa, continua a pensare.
La mattina, sotto la doccia, sa finalmente cosa fare.
Due giorni dopo Tamara riceve una lettera. Spicca fra le bollette e le pubblicità, quanto un mobile di antiquariato potrebbe spiccare nei corridoi dell’Ikea.
Una lettera! Non ricorda più quando ne ha ricevuta un’altra. E dopotutto chi le scrive più le lettere, al giorno d’oggi?
Gira la busta e legge il mittente: Ariel Mortara.
Un tonfo al cuore.
E’ lui. Lo sapevo…
Rimane a fissare attonita quell’involucro minaccioso.
Non so mai quando stare zitta pensa, e vorrebbe piangere.
Cosa mi è passato per la testa, l’altra sera…?
Stupida, stupida stupida…
E più stupida ancora a non alzare il telefono per scusarmi. Cosa credevo…? che la cosa non lasciasse strascichi?
Fabio è stato carino. Vedrai che capiranno ha detto, ma perché dovrebbero capire?
E cosa c’è poi da capire…?
Che sono una stronza? Che non so stare in mezzo a gente? Che straparlo…?
Fissa la busta che le brucia fra le mani.
Peggio! Quelli hanno capito che sono un antisemita, piena di pregiudizi…
Oh no, cazzo! Io non sono antisemita, non sono antisionista… Io non sono niente! A me interessa solo Fabio!
E poi antisemita?! Io l’adoro Eny… E mi piace anche Ariel. Sono una coppia fantastica!
Serra le labbra e trattiene le lacrime.
Ma come diavolo ho fatto a cacciarmi in questa situazione!
Fa scivolare la busta nella borsa mentre le cresce dentro un ansia insopportabile.
Che devo fare adesso? si chiede.
Continua a chiederselo tutto il giorno: in ufficio, al bar, in metro. Non riesce a pensare ad altro ed intanto le monta dentro un’angosciosa indecisione.
La sera si butta sul divano, la tv accesa. Le immagini scorrono sullo schermo in un frastuono sbiadito di cui non ha percezione. Siede con il telefono in una mano, la busta ancora chiusa nell’altra. Continua a chiedersi cosa fare. Scrivergli…? si domanda. Telefonargli…? Oppure, magari, chiamare Eny… No, sarebbe infantile, non posso scappare!
Telefono, decide e compone il numero.
L’apparecchio squilla e lei fissa la busta intonsa, chiedendosi perché mai non abbia avuto la forza di aprirla.
Sono Ariel.
Sono Tamara, dice lei, ma non è capace di aggiungere altro. Piange, singhiozza, si scusa.
Scusa riesce solo a ripetere fra le lacrime e non sa nemmeno lei se sta scusandosi per quel pianto, per la sua stupida incapacità di parlare o per quello che gli pesa sullo stomaco da quando ha preso in mano la busta.
Ok, ok, va tutto bene Tamara, non fare così. Va tutto bene. Non è successo niente, ci siamo solo chiariti. Fra amici succede. Ognuno ha i suoi sentimenti, i suoi nervi scoperti… Noi ci siamo chiariti ed ora ci conosciamo meglio. Non ti devi scusare… Fra amici capitano momenti di incomprensione ma se ci si vuole bene ci si spiega e dopo non c’è più spazio per il rancore…
Lei sussulta per i singhiozzi ed annuisce come se lui potesse vederla.
Sono stata una sciocca sussurra e anche una vigliacca. Volevo chiamarvi, scusarmi, dirvi che vi volevo bene… Che non sapevo nemmeno io perché avessi ripetuto quelle cose… Non ne ho avuto il coraggio… Temevo di fare peggio e speravo che la cosa potesse finire lì… Ma sbagliavo, avevo torto e tu hai ragione a sentirti offeso… Dio mio, mi vergogno così tanto.
E’ tutto a posto Tamara. Anzi, senti… Vieni da noi in ufficio domani. Voglio prendere un caffè con te… E voglio abbracciarti. Ci siamo chiariti e questo è tutto. La cosa finisce qui.
L’indomani in ufficio lei si affaccia sulla soglia. Ha un mazzo di fiori per Eny ed un sorriso timido per Ariel.
Lui l’abbraccia, la stringe, la consola.
Lei si scusa, piange, ride.
Io non ne ho di amici come voi, dice. Temevo di avervi perso e ci sono stata male. Davvero, non me lo sarei perdonato…
Parlano di Fabio parlano di lei, parlano delle sue fragilità.
Ho sempre paura di non essere all’altezza, dice. Di farlo sfigurare. Di fare la figura della bamboletta scialba. Sto bene con lui, quando siamo soli, ma quando sto con i suoi amici mi sento giudicata… Divento nervosa, aggressiva e sciocca, lo so…
Lui ti vuol bene per quel che sei, le dicono loro, e gli amici ti accettano perché lui ti ama. Non devi dimostrare nulla… Sei una creatura splendida… Devi solo essere te stessa.
Sulla porta lei lo abbraccia di nuovo e gli fa scivolare nelle mani la busta ancora chiusa.
“Io non la voglio questa…” dice.
Lui le sorride e fa sparire la busta nella tasca della giacca.
Ora lui è solo con Eny.
C’era bisogno di arrivare a tanto? lo rimprovera lei. Una lettera le dovevi mandare… Non ti bastava una telefonata…
Mi ha ferito e glielo ho detto. Fra amici è così che si fa.
No! Fra amici ci si parla! Ma tu no… La busta, i francobolli, i timbri… Ma chi le spedisce più le lettere, ormai?
Nessuno, risponde lui sicuro. E’ proprio per questo che una lettera emerge dal frastuono delle mail e dei messaggini… La prendi in mano, la leggi e ci rifletti sopra. Una mail nemmeno la guardi.
Beh, io la trovo una cosa un po’ crudele. L’hai fatta soffrire… E poi chissà quello che ci hai scritto in quella lettera! L’hai annichilita quella povera figlia!
Lui tira fuori la busta e la fa scorrere sul tavolo.
Lei lo guarda sorpresa.
Chiusa!?
Non l’ha letta. Forse temeva che aprendola la frattura sarebbe divenuta insanabile, mentre lei voleva solo riportare indietro le lancette dell’orologio. Voleva solo cancellare tutto.
Lei si rigira la busta fra le mani.
Vedi che non è una sciocca…? Se avesse letto quello che le hai scritto forse sarebbe stata più arrabbiata che dispiaciuta. Io ti conosco. Se ti senti ferito, sei capace di dire e scrivere cose sgradevoli.
Lui serra le labbra ma non dice nulla.
Che le avevi scritto? chiede.
Ariel scrolla le spalle, soppesando la busta fra le mani.
Ormai non ha più nessuna importanza, dice divertito. In fondo il messaggio non era lì dentro. Era nella busta. Nel francobollo. Nell’indirizzo scritto a mano. Questa lettera è la rivalsa dell’antico sul moderno, perché quando sono in gioco i sentimenti la tecnologia non basta più. Carta penna e calamaio sono più diretti… più autentici.
Ride e strappa in pezzi la busta.
Alla faccia di Bill Gate e Mark Zuckerberg!

Mario Pacifici

mario.pacifici@gmail.com

Shabbat shalom

barbara