ANCORA AHED TAMINI

In un video finora inedito

Spero che tutti saranno d’accordo sul fatto che le regole d’ingaggio dell’esercito israeliano DEVONO cambiare.

barbara

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PARLIAMO DI GAZA

E delle “proteste”, e dei “manifestanti” uccisi dall’esercito israeliano “in quella che molti osservatori internazionali hanno descritto come una strage” (link), e degli ennesimi spaventosi crimini di Israele e dell’uso sproporzionato della forza e delle condanne internazionali eccetera eccetera. Inizio con la

Dichiarazione del Ministero degli Esteri israeliano riguardo agli eventi a Gaza
“La barriera di confine tra Israele e la Striscia di Gaza separa uno stato sovrano e un’organizzazione terroristica.
Separa uno stato che protegge i suoi cittadini dagli assassini che mandano i loro connazionali mettendo in pericolo le loro vite. La recinzione separa un esercito che usa la forza per autodifesa e in modo mirato e proporzionato, e Hamas, un’organizzazione che santifica l’omicidio e la morte, e che per anni – ieri incluso – è stata intenta a colpire milioni di israeliani.
Chiunque veda erroneamente in questa messinscena omicida persino una briciola di libertà di espressione, è cieco alle minacce che lo Stato di Israele deve affrontare”.

Do ora la parola a Giulio Meotti.

“Strage” e “Massacro”, titola La Repubblica in prima pagina oggi sulla guerra che Hamas ha portato al confine di Israele. Non una riga sul diritto di Israele di proteggere i propri confini e i propri civili. Non era una “marcia”. Era terrorismo che Hamas ha ordito con milioni di dollari [nostri, ndb] al confine di Israele. Spari da parte di Hamas e Jihad Islamica? Scomparsi. Sommosse per abbattere il confine? Scomparse. “Uccisi” i palestinesi. Scomparsa la relazione di causa ed effetto. Cosi si demonizza il popolo di Israele e si processa il suo diritto a difendersi da una organizzazione terroristica che da trent’anni cerca di distruggerlo a suon di kamikaze e missili, che costruisce tunnel sotto quei confini e che ieri ha cercato di organizzargli una Pasqua di sangue. Che vergogna di giornalismo. Non ho visto gli stessi titoli di prima pagina sparati sui 5 israeliani uccisi dai terroristi palestinesi nelle ultime settimane. O me li sono persi?

Passo a una riflessione di Giulio Bernacca

Forse ai più sfugge l’essenza di ciò che sta succedendo in queste ore a Gaza: Hamas, la cupola mafiosa che gestisce Gaza, in grave difficoltà politica e messa in disparte dai paesi arabi che ora hanno altro a cui pensare (tipo l’espansionismo turco e iraniano) ha deciso di fare una specie di Woodstock del sangue.
Ha speso dieci milioni di dollari (miei e vostri, ovviamente, quelli che pensavamo sarebbero andati per gli ospedali e i desalinizzatori) ed ha organizzato una marcia, anzi, una spinta contro la linea di confine con Israele, ben sapendo che ovviamente Israele non avrebbe potuto tollerare che trentamila persone cresciute a pane ed odio anti israeliano entrassero sul suo territorio e andassero a passeggio incontrollati per le sue cittadine e paesi.
Hamas cercava il sangue e lo ha trovato. Non esiste un modo non cruento per fermare una cosa come quella organizzata in questi giorni.
Hamas torna alla ribalta, l’utile idiota disinformato occidentale si commuove (e bisogna commuoversi per i morti, lo sottolineo), Israele fa la solita figura dello stato canaglia che tormenta i palestinesi, e via così.
Ah, Gaza è Judenfrei dal 2005, anno in cui è diventata di fatto una base terroristica avanzata da cui sono partiti innumerevoli attacchi.

Poi questo notevole articolo di Niram Ferretti

ONORE A LORO

Hamas, durante la Marcia del Ritorno, usa la popolazione suddita per infiltrare facinorosi e membri della Brigata Izz ad-Din al-Qassam, della quale sono stati uccisi dieci membri da parte dell’esercito israeliano. Non dieci scouts.
Sì, questa è la risposta di Israele a protezione dei propri confini e dell’incolumità dei suoi cittadini. Ai terroristi non è permesso entrare.
Non sono più i bei tempi della Seconda Intifada quando si facevano esplodere in caffè, ristoranti, locali pubblici, autobus. Tutto questo è finito dal 2005, grazie alla barriera di protezione, quella che le quinte colonne jihadiste qui in Occidente chiamano “muro” per sottolineare come i “poveri palestinesi” sarebbero vittimizzati da Israele.
In uno splendido articolo del 2009, John R. Bolton, il nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Donald Trump scriveva:
“Credono, (gli europei) di essere messi in pericolo da quelle nazioni che fino ad oggi hanno deciso di non potersi permettere di finire preda dei falsi sogni di riuscire a districarsi dai pericoli del mondo restando in uno stato di torpore o inginocchiandosi al cospetto di un attacco“.
Le nazioni a cui si riferiva Bolton sono Israele e gli Stati Uniti.
Israele non si inginocchia e non apre i propri confini ai terroristi, non consente che chi vuole da settanta anni cancellarlo dalla mappa del Medioriente sia in grado di farlo.
John Bolton, grande estimatore di Israele, vede la debolezza dell’Europa, immersa nella convinzione che, in nome dei “diritti umani”, questa formula affatturante, si debba subordinare ad essa la propria sicurezza.
Israele tutela la propria minoranza araba, 1,700,000 arabi israeliani come non lo sa fare nessuno stato arabo, consentendo loro di partecipare alla vita democratica del paese, ma c’è chi, come Hamas e non nascondiamocelo, la parte maggioritaria di Fatah, che vorrebbe gli arabi sotto esclusiva tutela musulmana. In altre parole, come gli abitanti di Gaza, sotto un potere coercitivo, autoritario e barbaro, o come, nei territori della Cisgiordania amministrata dall’Autorità Palestinese, sotto una cosca mafiosa e corrotta fino al midollo.
I soldati dell’IDF che l’altro ieri hanno ucciso dieci terroristi di Hamas, non solo servivano la maggioranza ebraica del paese ma anche la minoranza musulmana e le altre minoranze.
Onore a loro, protettori della democrazia e dei migliori valori occidentali.

E vediamoli, dunque, questi pacifici manifestanti, che nei giorni della Pasqua ebraica, come loro consuetudine, si dedicano alle manifestazioni pacifiche: qui vestiti da passeggio,
manifestanti 1
qui mentre preparano il fuoco per il barbecue,
manifestanti 2
qui il cuoco che si appresta a tagliare la carne da cucinare alla brace.
manifestante
E questi sono i poveri innocenti uccisi dall’esercito israeliano.
terroristi Gaza pesach 2018
Poi vediamo qualche video. Il primo in cui, come in tutte le scampagnate che si rispettino si dedicano al canto corale; quello che sentiamo qui è un canto millenario, che dice

“Khaybar*, Khaybar ya yahud, jaish Muhammad saya’ud”: Khaybar, Khaybar, o ebrei, l’esercito di Maometto tornerà.

Qualcuno ci ha fatto caso? È identico a quello di Milano un paio di mesi fa.
Qui invece si trastullano con giochi di vario genere per passare il tempo

E questo è un resoconto della portavoce dell’esercito israeliano (si noti il passaggio in cui parla della bambina di sette anni spinta dalla madre contro la recinzione nella speranza di procurare ai manifestanti il cadavere bambino da offrire alle telecamere politicamente corrette, esattamente come quest’altro premuroso genitore).

Nel frattempo il solito signor Vauro sembra dimenticare che Gesù era un tantino ebreo, e si cimenta in un’opera d’arte degna della sua eccelsa fama.
vignetta Vauro
E per concludere, imperativo categorico, leggere questo post, a proposito della famigerata “risposta sproporzionata”, scritto nel corso delle operazioni a Gaza di dicembre 2008-gennaio 2009 (io mi trovavo lì in quel periodo) da un tizio sinistrosissimo, rifondarolo per la precisione, e non vi dico cosa non si è scatenato nel blog, frequentato in genere da sinistrorsi suoi pari, quando lo ha pubblicato. Magari scaricatelo e conservatelo, che prima o poi viene sempre utile. Buona lettura. parole in libertà

*Khaybar: oasi nella regione nord-occidentale della penisola araba, abitata prevalentemente da ebrei, conquistata da Maometto nel 628

barbara

IL PROBLEMA NON SONO GLI IMMIGRATI

Che io ancora non ho mica capito perché ad un certo momento hanno preso a chiamarli migranti: scrivente è quello che sta scrivendo in questo momento, urlante è quello che sta urlando in questo momento, il mese corrente è quello che sta correndo adesso e fra venti giorni non correrà più, il dormiente sta dormendo adesso, poi fra un po’ si sveglia e non dorme più; quelli invece col piffero che sono in fase di migrazione: loro sono IMmigraTI e da qui non li schioda neanche un uragano. Forse hanno deciso di chiamarli così per tenerci buoni con l’illusione che prima o poi se ne andranno. Ma veniamo al fatto che non sono loro il problema, che deve essere sicuramente vero dal momento che lo dicono tutte le persone giuste, quelle buone, quelle aperte e progressiste, quelle che stanno dalla parte giusta della politica. E parto da questo video, girato a Parigi

e se Parigi piange, sicuramente Caserta non ride

Impressioni? Casi isolati? Non si direbbe, a giudicare da questa tabella, di fonte assolutamente insospettabile, ossia il Ministero dell’Interno, che di tutto potrà essere accusato tranne che di essere allarmista.
reati immigrati
E per commentare questi numeri vi invito a leggere il solito Grande Saggio Giovanni.

IMPRESSIONI E NUMERI TORTURATI 

Se ne incontrano tanti. Sono quelli che non giudicano in base a vaghe impressioni, che non si lasciano ingannare dalle apparenze. Loro si rapportano “scientificamente” al reale, sulla base di inoppugnabili dati statistici.
Ho avuto una discussione con uno di questi signori. Val la pena di parlare degli “argomenti” che ha tirato fuori dal cilindro; non perché abbiano una qualche dignità intellettuale, semplicemente perché sono un campione abbastanza rappresentativo dei sofismi da quattro soldi che in tanti usano per cercare di convincere la gente normale che non esiste alcuna relazione fra incremento della criminalità ed immigrazione fuori controllo.

Numeri torturati.

Il signore in oggetto ha iniziato presentando un grafico che relaziona il numero degli omicidi volontari con quello dei migranti. I migranti crescono e gli omicidi decrescono. L’immigrazione irregolare non c’entra nulla con la criminalità è stata la conclusione di questo sapientone.
Non approfondisco le ricerche sul grafico, non mi chiedo in base a quali criteri gli omicidi vengano o meno definiti “volontari”. Non serve perché in realtà il grafico non dimostra assolutamente NULLA. Prendiamo due serie di fenomeni, la serie X e quella Y. X aumenta ed Y diminuisce. La domanda da farsi è: Y diminuisce GRAZIE o MALGRADO l’aumento di X? Il numero degli omicidi volontari è diminuito grazie o malgrado l’aumento della immigrazione clandestina? In Italia le persone nate all’estero sono circa l’8% della popolazione globale, ma costituiscono quasi un terzo della popolazione carceraria. Si noti che nell’otto per cento di cui stiamo parlando sono compresi anche gli stranieri regolari. Se si restringesse il campo ai soli irregolari la sproporzione fra il loro numero e quello della popolazione carceraria sarebbe ancora più clamorosa. In particolare nel 2016 c’erano in Italia 2028 stranieri e 6781 italiani in carcere per omicidio volontario (quello del grafico) Insomma, l’8% circa della popolazione commette quasi un terzo degli omicidi! Con tutta evidenza la diminuzione nel numero degli omicidi è avvenuta malgrado, non grazie all’incremento della immigrazione irregolare. Se questa dovesse diminuire avremmo un calo più che proporzionale degli omicidi. Considerazioni simili, basate su cifre simili, possono farsi per i furti, le rapine, gli scippi e gli stupri.
Non contento di questo exploit il signore in oggetto ha tirato fuori un altro numero. Il tasso di criminalità per 100.000 stranieri è inferiore a quello per 100.000 italiani. Su ogni centomila italiani ci sono più delitti che su ogni centomila stranieri. Un dato davvero impressionante!
Che però non vale nulla. In questo caso bisogna infatti porsi due domande:

Prima domanda. Da quale campione sono estratti i famosi centomila? Se volessimo analizzare quanti delitti si commettono in Italia ogni centomila abitanti ed escludessimo dal campione gli abitanti delle regioni col più alto tasso di criminalità avremmo un risultato significativo? Se i centomila su cui conteggiare i delitti abitassero tutti nel centro di Milano il dato avrebbe un minimo di credibilità? NO, ovviamente. Parlare di “stranieri” è fuorviante perché esclude dal calcolo i clandestini che, appunto perché tali, sono difficilmente censibili, o non lo sono affatto. Se si paragonano con gli italiani gli stranieri regolari non stupisce che non ci siano variazioni importanti nei tassi di criminalità. Infatti il problema sono i clandestini. Elementare Watson!

Seconda domanda. A quali delitti si riferisce la cifra? Questo è il punto fondamentale. E’ infatti fin troppo evidente che ci sono crimini che la maggioranza degli stranieri e la totalità degli irregolari non possono commettere. Penso ai reati finanziari, alla corruzione, alla concussione o a tutta quella vastissima area di reati che presuppongono la buona conoscenza della lingua italiana (i vari tipi di truffa) o un buon inserimento in certi tessuti sociali (i reati di mafia).  Confrontare i delitti per centomila stranieri con quelli per centomila italiani ha poco senso se non si depura il numero dei delitti da quelli che sono preclusi o quasi a molti stranieri ed alla totalità degli irregolari.

Sempre per puntellare le sue tesi questo signore ha poi sottolineato che le denunce nei confronti di crimini commessi da stranieri sono diminuite (ci credo, per quello che servono) o che gli stranieri irregolari ricorrono meno alle misure alternative al carcere, dimenticando che queste misure, a mio avviso molto criticabili, riguardano persone considerate “recuperabili”. Evidentemente molti irregolari non sono giudicati tali. Infine ha esposto un “argomento” davvero persuasivo: per i reati che prevedono pene più brevi gli stranieri detenuti sono in numero maggiore degli Italiani. La percentuale di stranieri detenuti cala invece per i reati che prevedono pene più lunghe. Questo dimostrerebbe che il peso degli stranieri sul tasso di criminalità è scarsamente rilevante.
Dunque, per i reati che prevedono pene fino a 5 anni gli stranieri incarcerati sono in numero maggiore rispetto agli italiani, per gli altri sono invece in testa gli italiani. Ad esempio per i reati punibili da 10 a 20 anni di reclusione il 10,3% dei detenuti sono stranieri mentre il 17,2% sono italiani. Dati molto interessanti che vanno letti però partendo dalla premessa che la popolazione straniera è pari all’otto per cento della popolazione globale! Gli stranieri che scontano pene dai 10 ai 20 anni sono oltre la metà degli italiani pur essendo l’otto per cento della popolazione globale e questo avallerebbe la tesi che non esiste rapporto fra immigrazione e criminalità! E’ proprio vero che se torturi i numeri questi ti dicono quello che vuoi!
Ma quello che vorrei sottolineare è un altro aspetto della questione. Per i reati puniti con lunghe pene detentive la percentuale della popolazione carceraria italiana rispetto a quella straniera è gonfiata dal fatto che ad oggi sono in carcere italiani che hanno iniziato a scontare la loro pena dieci, venti o più anni fa, quando ancora non c’era il boom della immigrazione clandestina. Oggi gli stranieri sono l’otto per cento della popolazione totale; dieci, venti o trenta anni fa erano molto meno, quindi non potevano andare ad ingrossare di molto le fila dei condannati a 20, 30 anni o all’ergastolo. La cosa davvero clamorosa è che, malgrado questo evidente fattore attenuante, il peso degli stranieri in carcere sia pari a circa un terzo del totale dei carcerati

Percezioni e sensazioni.

Non è il caso di continuare. Ho dedicato spazio agli argomenti di questa persona solo perché, lo ripeto, sono un campione dell’armamentario propagandistico con cui i media ci martellano tutti i giorni.
Parlando di cose serie, è vero o non è vero che non bisogna affidarsi alle sensazioni? Che le impressioni sbagliano? Che la statistica deve sostituire l’esperienza?
Che impressioni e sensazioni possano sbagliare, che occorra un approccio più attento al reale è di certo vero. Ma è menzognero affermare che le impressioni siano sempre o quasi ingannevoli! La scienza spiega il reale a livelli profondi, ma non elimina la realtà. La teoria della gravitazione spiega perché la mela cade, non arriva alla conclusione che la mela è irreale! La fisica dei quanti cerca di scoprire cosa c’è sotto e dietro al mondo macroscopico, ma non dice che il mondo in cui esistono i tavoli ed i gatti sia un teatro di menzogne.
Soprattutto, nel campo del sociale, questa contrapposizione fra approccio “scientifico” e impressioni empiriche è completamente errata. Se esiste ed è estremamente diffusa la percezione empirica di un certo fenomeno questo fenomeno esiste. Le statistiche potranno quantificarlo, aiutarci a meglio comprenderlo, ma, se oneste, non potranno eliminarlo. Oggi esiste la diffusissima percezione di un incremento della insicurezza. Su cosa si basa questa percezione? Forse sulla propaganda dei “seminatori di odio”? Non diciamo idiozie! La propaganda va oggi, tutta, in direzione opposta. Dal papa al capo dello stato, dal presidente della repubblica ai presidenti di camera e senato, passando per il presidente dell’INPS, dai TG alla quasi totalità della carta stampata è tutto un coro di rassicurazioni. Non esiste alcun rapporto fra immigrazione irregolare, terrorismo e criminalità; i migranti sono preziose risorse che ci pagano le pensioni eccetera.
Però la gente non ci crede. Chi deve attraversare certe zone delle periferie, o viaggiare in treno o in metro non è tranquillo, e di certo non perché plagiato da Salvini.
La percezione che le cose non vanno si basa non sulla propaganda, ma sulla esperienza diretta di milioni di esseri umani. Persone normali che spesso neppure guardano in TV le trasmissioni politiche, ma che hanno paura e notano il fatto “strano” che da un po’ di tempo a questa parte le chiese sono presidiate e le piazze circondate da barriere di cemento.
Una cosa che gli pseudo intellettuali amanti delle statistiche non vedono è che è proprio questa percezione veritiera del reale ad influenzare le statistiche e a spiegare certi dati apparentemente rassicuranti.
La gente vede che la situazione peggiora e si comporta di conseguenza. Esce meno di casa, munisce gli appartamenti di nuove serrature, porte blindate o allarmi elettronici. Le ragazze non girano da sole dopo una certa ora, si prende meno il treno o il metrò, i bambini escono solo accompagnati e tutto questo provoca una moderata contrazione dei reati. Succede per la criminalità qualcosa di simile a quello che succede per il terrosismo. Si ha la percezione del pericolo terrorista, si prendono contromisure e questo attenua la portata del fenomeno. Per il progressista con le statistiche alla mano tutto questo però dimostrerebbe che “la percezione è sbagliata”. Patetico.
Le persone normali non sbagliano quando percepiscono il deteriorarsi della sicurezza. Per convincersi delle loro ragioni non occorrono statistiche, basta vivere. VIVERE la vita reale, qualcosa che i pseudo intellettuali “progressisti” disprezzano profondamente.
Preferiscono i numeri (torturati) e le statistiche (taroccate). (qui)

E qualche ulteriore utile considerazione qui.

Soluzioni? Qualcuno un’idea ce l’ha, come Filippo Facci, politicamente scorrettissimo, come sempre, come è inevitabile essere quando si vogliono usare cervello, logica e buon senso contro la dilagante e paralizzante melma del buonismo a manetta.

E poi vi invito a vedere anche Giorgia Meloni nel 2015, a confronto con un’educatissima nonché rispettosissima (come sono sempre i buoni di professione) controparte.

E chiudo con un’esternazione di Kawtar Barghout, marocchina residente in Italia.

Mettiamo pure che Salvini sia la causa del male, ma io ho delle domande:
Chi è il mandante del magrebino spacciatore che un pò di anni fa è entrato nel mio condominio per rubare i nostri beni ?
L’hanno rimandato a casa dopo innumerevoli processi, intanto girava ubriaco per le Piazze.
Chi è il mandante dei clandestini che alle 21 hanno terrorizzato mia madre alla fermata dell’autobus ?
Chi sono i mandanti di quelli che mi obbligano a girare impaurita in stazione pure di giorno ?
Vorrei una risposta, grazie e pure in fretta.
Il 4 Marzo non è lontano e il vittimismo non paga.

E adesso, da bravi, ripetete tutti con me

Il problema non sono gli immigrati
IL PROBLEMA NON SONO GLI IMMIGRATI
IL PROBLEMA NON SONO GLI IMMIGRATI

Ancora altre dieci volte, e poi ricominciate da capo, fino al completamento del lavaggio del cervello.

barbara

IL NOSTRO SANTO FRATELLO TARIQ RAMADAN

Moralista e moralizzatore, strenuo propagatore della morigeratezza voluta dalla sharia.

«Ha stuprato due donne» Ramadan agli arresti

Studioso dell’Islam e punto di riferimento per tanti giovani musulmani europei, nipote del fondatore dei Fratelli musulmani e professore a Ginevra, Doha e Oxford, intellettuale aperto in tv e intransigente nelle moschee, Tariq Ramadan vive il momento più difficile da quando è stato raggiunto da un’imprevista conseguenza collaterale dello scandalo Weinstein. Ramadan, 55 anni, ieri ha risposto alla convocazione della polizia giudiziaria di Parigi ed è stato messo agli arresti per 48 ore. Deve rispondere delle accuse di violenza sessuale portate da due donne che lo hanno denunciato nell’ottobre scorso, quando i racconti degli abusi commessi dal produttore americano provocarono un’ondata di testimonianze sulle violenze subite dalle donne di tutto il mondo.
In Francia, la liberazione della parola nel movimento #MeToo ha convinto due donne a presentare denuncia contro Tariq Ramadan per violenza sessuale; altre lo hanno accusato di molestie parlando con la saggista Caroline Forest che lo combatte da anni e che ha presentato un dossier agli inquirenti. In Svizzera, quattro donne che erano studentesse di Ramadan hanno raccontato alla Tribune de Genève di essere state molestate, o di avere avuto relazioni sessuali con lui quando ancora erano minorenni. Al termine delle 48 ore in custodia cautelare Ramadan potrà essere rilasciato, oppure posto sotto lo statuto intermedio di «testimone assistito», o ancora essere presentato davanti a un giudice che in caso di indizi gravi e concordanti potrebbe rinviarlo a giudizio.
Al di là delle conseguenze penali, la sua immagine di teologo sposato, padre di quattro figli e predicatore di un Islam pio e conservatore, è già in frantumi. «Velata o violata: per lui una donna non può avere altre alternative», dice Henda Ayari, la prima donna ad avere presentato denuncia. Sposata a un salafita che la maltrattava e la imponeva il velo, nel 2016 la francese di origine maghrebina Ayari ha scritto il libro Ho deciso di essere libera nel quale racconta il percorso di affrancamento dall’Islam più oscurantista, e parla anche di una violenza sessuale subita quattro anni prima a opera di «un uomo molto potente». Sull’onda del caso Weinstein, il 20 ottobre 2017 Ayari ha rivelato l’identità di Ramadan su Facebook e ha presentato denuncia in procura.
Ramadan viene descritto come un sadico perverso, che ha invitato Ayari a salire in camera sua «per tutelare la reputazione di entrambi» a margine di un convegno a Parigi, e dopo i primi approcci consensuali si sarebbe trasformato in un mostro che ha provato a strangolarla, l’ha insultata, picchiata e violentata, minacciando poi il giorno dopo di fare del male a lei e ai suoi figli se avesse parlato. Una settimana dopo la denuncia di Henda Ayari un’altra donna è andata alla polizia per testimoniare di una violenza sessuale subita da Ramadan. Le modalità sono simili e scabrose: l’uomo l’avrebbe fatta salire in camera poi avrebbe colpito le stampelle che lei portava per problemi alle gambe, facendola cadere. Schiaffi, pugni in tutto il corpo e in particolare nel ventre, stupro. La donna sarebbe stata poi trascinata per i capelli fino alla stanza da bagno. Nelle settimane successive, minacce di morte.
L’università di Oxford, a lungo molto timida nel reagire allo scandalo, ha interrotto ieri ogni rapporto con Ramadan, che è ormai persona non gradita anche in Qatar, suo principale sponsor e Paese finanziatore della cattedra che Ramadan aveva in Gran Bretagna. Lui si proclama innocente, molti suoi sostenitori privi di argomenti si rifugiano nella denuncia del solito generico «complotto sionista». (qui)

E, come scrive Il Foglio:

Ma il fratello Tariq è fortunato. Dovrà vedersela con la giustizia laica, terrena e illuminista della Francia, e non con la sharia, la giustizia islamica ultraterrena e oscurantista con cui da anni Ramadan flirta. Se fosse giudicato colpevole, infatti, sotto un regime di sharia, Tariq Ramadan andrebbe incontro alla lapidazione. E’ quello che avviene, ad esempio, nella Somalia delle corti della sharia, che lapidano anche gli uomini accusati di crimini sessuali. E’ quello che l’Isis ha fatto per tre anni in Siria. Ramadan godrà invece dei trattamenti del garantismo occidentale su cui tanti islamisti, come il fratello Tariq, sputano ogni giorno.

Affinità con le caste vergini violate di Hollywood? Nessuna, direi. Per i seguenti motivi:

  1. Le vittime di Ramadan sono state minacciate di morte insieme ai loro figli; nessuna delle vergini di Hollywood, neppure nelle più sfrenate fantasie, ha mai denunciato qualcosa del genere.
  2. Alcune delle vittime di Ramadan erano minorenni; non ho visto notizie relative a denunce da parte di vittime minorenni di Weinstein.
  3. Le vittime di Ramadan erano sue studentesse e donne colte in momenti di particolare fragilità; le “vittime” di Weinstein erano donne adulte, che da anni gestivano la propria vita con la massima libertà nel mondo del cinema.
  4. Le vittime di Ramadan hanno subito sevizie; nessuna delle gallinelle hollywoodiane ha affermato di averne subite.
  5. Le vittime di Ramadan lo hanno raccontato alla polizia, presentando formale denuncia, non ai mass media.
  6. Weinstein non fa di mestiere il predicatore di vita casta e santa.

Poi, volendo…
Questa è una faccia da porco?
weinstein
Diciamo pure di sì. E questa che faccia è?
tariq-ramadan
(però avete sentito quanti strilli le femministe contro questo qui? Eh, che roba!)

barbara

RAMADAN SMASCHERATO

da uno strepitoso Sarkozy, all’epoca ministro dell’Interno.

E ora una riflessione con un interessante confronto.

WEINSTEIN E RAMADAN

L’università di Oxford ha risolto il rapporto di lavoro con Tariq Ramadan. Per gli inesperti, Ramadan è un islamologo e teologo di origine egiziana nato a Ginevra nel 1962, e ha perso il posto poiché due donne lo accusano di brutalità e stupro. Insomma, una specie di Harvey Weinstein del mondo accademico con la lieve attenuante, per Weinstein, che lui produceva film a Hollywood, non proprio un centro di spiritualità, e non era titolare di una cattedra nella facoltà di teologia di una delle più famose università del pianeta. Dopodiché solleva un po’ di perplessità che Ramadan venga allontanato su un’accusa tutta da dimostrare, ma non quanta ne sollevava l’idea che Ramadan ancora insegnasse a Oxford. Già noto per alcune posizioni ambigue su infibulazione e lapidazione, Ramadan fu mostrato in un video del 2009 in cui definiva l’omosessualità una malattia e uno squilibrio, in cui sosteneva che le donne «devono tenere lo sguardo fisso a terra per strada» e che se usano il profumo non seguono il volere di Allah. Parlando con «Panorama», giudicò uccidere i bambini ebrei «un atto moralmente condannabile ma contestualmente comprensibile». Si potrebbe andare avanti un po’, ma la faccenda è un’altra, e cioè che Ramadan ci diventa inaccettabile ora perché il sessuodramma scaturito da Weinstein è pienamente una questione occidentale, mentre la jihad e la sharia – la guerra e la legge di Allah – continuano a sembrarci fatti loro. Invece sono puntate contro tutti noi, e specialmente contro le donne.

Mattia Feltri, La Stampa, 8 novembre 2017

Aggiungerei che la dipendenza dal professore di una studentessa che deve fare l’esame e quella dal produttore dell’attrice che vuole fare un film, non sono lontanamente paragonabili; e faccio mie le parole di Laura Zambelli Del Rocino qui:

Sono un’attrice più o meno affermata, di solito meno che più, dopo 20 anni mi monta l’incazzatura da maturità e anziché vedermela con le frustrazioni trovo più nobile e liberatorio dissotterrare il caprone espiatorio che ha infranto i miei sogni. Chiamo la polizia? No, una testata qualunque (nessuna che aspetti altro) e “denuncio” una violenza subìta, non dallo zio, dal prete o dal fidanzato mollato – chissenefrega degli stupri veri alla vicina di casa, roba ritrita – ma ti accuso il produttore, il regista, il potente che mi avrebbe abusata, e non sfondando la porta di casa mia ma nella camera d’albergo sua. Perché i contratti di solito si firmano in camera da letto, lo sanno tutti che il terzo produttore più potente di Hollywood un ufficio non ce l’ha. Se Weinstein era il terzo, chi sono il primo e il secondo? Maiali pure loro? E col quinto produttore al mondo o col ventesimo mi faceva schifo lavorare?
[…]
Comincino le attrici tutte a dire no, alla centesima volta il produttore dovrà recitare da sé.

Ecco: la studentessa non ha un secondo quinto ventesimo professore con cui fare l’esame o a cui chiedere la tesi. Aggiungo ancora che le vittime di Ramadan, in qualche caso minorenni, che hanno (circostanziatamente, non in modo generico) denunciato abusi, stupri, violenze, pratiche sadomaso, sono state coperte di insulti e minacce, mentre la giornalista che ha raccolto le loro testimonianze è stata messa sotto scorta. Le sedicenti vittime di Weinstein no.

barbara

ROBA DA NON CREDERE

Un branco di coglioni debosciati, che pretendono di avere diritti senza doveri, che pretendono di stare col culo al caldo mentre tutti gli altri si fanno ammazzare per difendere anche loro, che protestano VIOLENTEMENTE contro il tentativo del governo di far fare il militare anche a loro (non, quindi, obiettori per rifiuto della violenza); questo branco di coglioni, dicevo, che aggrediscono una soldatessa (fuori servizio, che si è volontariamente attivata per tentare di far passare un’auto della polizia bloccata dai coglioni di cui sopra), con insulti (puttana, tanto per cambiare), con sputi, con aggressioni fisiche, e si illudono di poter avere ragione di lei solo perché loro sono tanti e lei è da sola! Ma potete immaginarvi qualcosa di più ridicolo?

barbara

UNA COSA CHE MI CHIEDO

Abbiamo avuto un’intera generazione (dico una per semplificare) di è mia e me la gestisco io, con tanto di manifestazioni in piazza esibendo quell’orrido e volgarissimo gesto che sembrerebbe voler significare che le signore in questione si identificano con la propria passera (io no: ci si creda o no, oltre a quella ho anche una testa). Ora, è mia e me la gestisco io dovrebbe significare, fino a prova contraria, che la do a chi voglio io, e che la do quando mi pare, e che la do per il motivo che mi pare: posso darla per amore, per il piacere, per allegria, perché capita uno di quei momenti che gira così, per gratitudine o per solitudine. Posso darla in cambio di un favore. Posso darla per soldi. Sono affari miei e nessuno ha il diritto di metterci il becco. Ebbene, dopo decenni di lotte per rivendicare che è mia e che nessuno ha da sindacare su come la gestisco, succede che viene fuori che un certo numero di attricette l’hanno data a un potente magnate dell’industria cinematografica in cambio di una carriera che ha portato loro fama e soldi. E che cosa fanno le signore attricette? Ribadiscono che si tratta di roba loro e che gli altri si facciano gli affari propri? Ma neanche per sogno! Sono state abusate! denunciano. Lui è un maiale! Un essere schifoso! Un prevaricatore! Si è approfittato del loro ingenuo candore! Un incubo! Un segreto infernale tenuto dentro in silenzio per cinque, per dieci, per venti anni, forse addirittura, tanto erano candide e ingenue povere care, neanche si erano rese conto di quanto fossero state mostruosamente abusate da quel mostro. Solo lo scandalo improvvisamente esploso le ha indotte a riflettere e a rendersi conto di essere state violentate e non hanno perso un momento per fiondarsi sotto i riflettori strillando anch’io, anch’io, come bambini intorno alla zia che distribuisce le caramelle.
Ecco, quello che mi chiedo è: che fine hanno fatto decenni di liberazione sessuale, di rivendicazioni, di autodeterminazione, di guerra all’ultimo sangue contro ogni sorta di moralismi e bigotterie? Cosa facciamo, ripristiniamo la lettera scarlatta e stavolta la appiccichiamo al mostro maschio? E le signore porteranno al collo un bel cartello con su scritto “Non sono io che gliel’ho data, è lui che l’ha pretesa”? Potrebbe essere un’idea, così le povere vittime potranno finalmente recuperare la dignità fatta a brandelli dall’orco.
asia cane

PS: io no, non ho mai detto che è mia e me la gestisco io, per un motivo molto semplice: nessuno si è mai sognato di contestarmene la titolarità, e rivendicare quello che nessuno mi contesta mi sembrerebbe un po’ scemo. Poi, sempre per via di quella faccenda che a pensare male eccetera, a me viene anche il dubbio che tutto quel proclamare avesse lo scopo di informare l’universo mondo che ce l’avevano, in assenza di pretendenti spontanei. Io, non essendo esattamente una cozza, la necessità di autopromuovermi non l’ho mai avuta.

barbara

IL VOLTO DEI NOVAX

Per una volta – credo sia la prima – condivido in pieno un articolo di Anna Foa.

Mi ha colpito, questa settimana, la foto degli antivax che aggrediscono tre deputati del PD davanti a Montecitorio. Si perché ormai, come all’inizio del fascismo, i deputati si aggrediscono. Ma non è stato tanto l’episodio in sé, risoltosi per fortuna senza feriti o danni, a colpirmi, quanto la foto di queste persone mentre gridano e attaccano i tre parlamentari. I loro volti, sono uomini e donne, sono deformati dall’odio. Non hanno più niente di umano. Si può parlare di una mutazione antropologica. Dietro ci immagini molte cose: innanzitutto, un’ignoranza crassa. Poi, un rancore sociale violento verso chiunque credano più ricco o più potente di loro. E una violenza sconfinata,
L’odio colpisce anche chi lo prova. Certo, prima di tutto colpisce gli oggetti dell’odio, in questo caso noi, persone civili, che crediamo nel patto sociale, che fondamentalmente ci fidiamo della scienza, che pensiamo che la violenza non va usata in nessuna circostanza. Ma poi l’odio colpisce anche chi lo alimenta, deforma il suo volto fino a farlo apparire mostruoso, riporta indietro il mondo a passati assai remoti, anche più remoti di quello squadrismo fascista che evocano a prima vista. Guardate i vostri volti, umani non più umani, e riflettete se ancora avete mente. (Pagine Ebraiche, 31/07/2017)
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NOTA: immagino che la signora col top nero rifiuti i vaccini perché ti infilano i metalli sotto la pelle…

barbara

AGGIORNAMENTO: poi vai a leggere questa sacrosanta presa di posizione.

VIA DALL’INFERNO

Credo che la cosa migliore, per presentare questo libro, sia riprodurre l’introduzione della co-autrice.

A partire dagli anni Ottanta assistiamo all’incremento del fenomeno delle bande, a cui è connessa la mitizzazione della figura del piccolo boss, per il quale il gran numero degli stupri di gruppo commessi, i cosiddetti “progetto troie”, costituisce motivo di vanto. Il film La Squale ha portato sullo schermo e rivelato al pubblico la pratica della “giostra”, durante la quale un ragazzo fa “girare” la sua ragazza.
Questo libro e un pugno allo stomaco. Ci sbatte in faccia un fenomeno sociale che, in alcune cité così vicine alle nostre grandi città, consiste nell’istituzione e nella banalizzazione della violenza sessuale. Oggi, la sessualità è spesso ridotta a un rapporto di forza e di prevaricazione. La legge che regna è quella del più forte contro il più debole: la legge della giungla. Questo libro alza il velo sulla condizione intollerabile che alcune ragazze vivono, combattute fra due schiavitù: obbedire restando chiuse in casa o rischiare, nella strada, di diventare preda delle bande e della loro ferocia sessuale.
Samira è una sopravvissuta. È stata vittima di due stupri di gruppo all’età di quattordici anni, poi di un terzo all’età di diciassette. Ha vissuto un’adolescenza devastante, attanagliata dalla vergogna, dai sensi di colpa, da un sentimento di totale abbandono e dalla paura di nuove aggressioni. Schiacciata dalla sofferenza, dall’incomprensione e dalla solitudine, non ha potuto reagire che con la violenza e l’illegalità, con una vita sbandata in perenne fuga da casa. Si è lentamente distrutta fino a diventare un piccolo animale selvaggio, una carica di dinamite.
Nel 1998 la polizia ha arrestato 994 minori accusati di stupro di gruppo su ragazze minorenni. Secondo l’inchiesta nazionale sulla violenza nei confronti delle donne, appena il 5 per cento degli stupri commessi su donne maggiorenni sarebbero oggetto di denuncia. Non si conoscono statistiche relative alle ragazze minorenni, ma si sa che pochissime osano sporgere denuncia. La vergogna e la paura di rappresaglie le spingono a chiudersi nel silenzio. È per questa ragione che la giustizia si occupa di crimini di questo tipo solo da poco tempo. Molti responsabili di quanti occupano posti di responsabilità continuano a far finta di non vedere, affermando che si tratta di fenomeni isolati e che la miseria sessuale è presente ovunque. Sembra che in questi quartieri che eufemisticamente vengono definiti “sensibili”, dove la maggioranza delle famiglie sono immigrate, sia difficile assegnare alla donna una precisa collocazione. Alcuni giovani sono preda della contraddizione tra il rigore delle proprie radici culturali (integralismo religioso, idealizzazione della donna, poligamia…) e un ambiente culturale fortemente erotizzato. Il flirt è proscritto, così come l’amicizia ragazzo-ragazza, mentre la tensione sessuale è esasperata. La sola educazione sessuale che ricevono questi ragazzi è quella dei film pornografici, non hanno nessun’altra immagine della relazione d’amore. Questi adolescenti non hanno più alcun punto di riferimento e non hanno coscienza della gravità delle loro azioni. Per loro la “giostra” è un gioco e le ragazze degli oggetti.
Le ragazze stuprate diventano agli occhi dei ragazzi e di tutta la cité delle “poco di buono” verso le quali tutto è permesso. La violenza inflitta alle ragazze non è solo fisica. Oltre al trauma dello stupro, esse devono affrontare la violenza morale, rappresentata da una reputazione compromessa, dalla vergogna, dall’umiliazione e dalla paura di rappresaglie qualora osino sporgere denuncia.
Questo è l’inferno che ha vissuto Samira ma, se è vero che tante altre sono sprofondare nella droga, nella prostituzione, nella follia, lei è riuscita a riprendersi in modo esemplare e a ventinove anni è una giovane donna piena di vita e di speranza.
È questa storia che vogliamo raccontare, questa inversione di marcia, questa metamorfosi, questo passaggio dalle tenebre alla luce, questa speranza che Samira vuol far rinascere in quelle che, come lei, hanno visto la propria infanzia depredata, il proprio futuro annientato. È soprattutto per loro che Samira ha scritto, per dire loro che tutto, sempre, è possibile.
Borys Cyrulnik, in Dolore meraviglioso, si sorprende del fatto che alcune persone possiedano la capacità di trionfare su disgrazie immani e di costruirsi una vita di uomo o di donna, malgrado tutto. Questa capacità è da lui definita “capacità di resilienza”.
«Un’avversità è una ferita che si inscrive nella nostra storia, non è un destino». Ecco che ci allontana dai discorsi fatalisti ai quali siamo stati abituati. Ci si può interrogare su ciò che ha dato a Samira la forza per venirne fuori, quando tante altre sue compagne di sventura sono state totalmente distrutte, Samira aveva due elementi a suo favore fin dall’inizio: una natura particolarmente combattiva, ereditata da sua madre, e la stabilità affettiva di cui ha beneficiato nella sua famiglia d’adozione, durante i suoi primi quattro anni di vita. Non ha mai perso la speranza. Non ha mai smesso di volerne venire fuori, di tornare alla carica dopo i ripetuti fallimenti, ma era come se il suo passato la riafferrasse inesorabilmente e lei continuasse a pagare per il fatto di essere stata vittima.
È Fanny, la psicologa che la segue da cinque anni, che l’ha aiutata, pazientemente e intelligentemente, a uscire dal tunnel e a gettare le fondamenta della sua ricostruzione. È grazie a questo lavoro terapeutico che Samira è approdata al libro e che noi ci siamo incontrate.
La scrittura del libro è stato il secondo stadio della sua liberazione. Avrei potuto scegliere di intervistare Samira e scrivere io stessa la sua storia. Ho preferito che fosse lei a scrivere. Prima di tutto perché ha un modo di esprimersi intenso e ricco di immagini, poi, e soprattutto, perché ha già un luogo per la parola, mentre la scrittura richiede un diverso lavoro su di sé. È un lavoro personale di introspezione e precisione. Scrivere con l’obiettivo di essere letta, da me nella seduta successiva e in seguito da un eventuale lettore, l’ha obbligata a mantenere un certo rigore e a non “abbandonarsi” a un’espressione spontanea. Il libro non doveva essere il prolungamento della sua terapia. Ho cercato, attraverso il confronto con me, di portarla a una maggiore concisione e coerenza. Collaborando alla scrittura per renderla più accessibile, spero di aver rispettato il più possibile il colore del racconto e la personalità di Samira. Ho perciò accettato di sostenere Samira nella stesura del suo libro e sono contenta di averlo fatto. Sono stata colpita al cuore dalla sua rabbiosa voglia di farcela e dalla crudeltà della sua storia. Ho riso fino alle lacrime quando questa piccola donna tutto pepe mi demoliva il suo mondo, con un vocabolario spassosissimo e un umorismo corrosivo. Samira, la piccola beurette, ha condiviso la mia vita, ha occupato i miei pensieri e anche un po’ quelli della mia famiglia e dei miei amici. Ho beneficiato al cento per cento di questa avventura comune. È una grande occasione poter partecipare alla liberazione di un essere umano.
Per un anno ci siamo incontrate due, tre ore alla settimana. Nei primi tempi del nostro lavoro in comune, Samira era ancora piena del suo passato, ferita, sofferente. I ricordi e la loro comprensione erano confusi. Era attaccata al suo vissuto e lo viveva ancora come se fosse colpevole e avesse meritato quanto aveva subito. Non possedeva le parole per esprimere le emozioni legate ai suoi traumi. Tuttavia, il suo corpo reagiva e soffriva man mano che i ricordi riaffioravano in lei.
Una volta che le violenze della sua storia sono state estirpate dalla memoria, stampate, lette e rilette, lei ha cominciato a prendere le distanze dal suo passato e a pacificarsi. Tutto era stato detto, urlato, pianto. Tutto era stato ripensato, compreso, integrato. Aveva ricollocato al proprio posto ogni avvenimento della sua vita. Tutto era stato ordinato, sistemato, messo per iscritto. Finalmente c’era posto per qualcos’altro.
Oggi Samira non si definisce più come “Samira, violentata” ma come una Samira che riesce a non parlare più del suo passato, una Samira rinata, pronta per vivere.

JOSEE STOQUART

Le banlieues parigine, popolate da immigrati di prima, seconda o terza generazione, e l’inferno che questi vi hanno creato. In quelle di cui parla Samira non ci sono ancora tutte le cose che vediamo oggi, ma la violenza sì, quella c’è tutta, l’arroganza c’è tutta, la prevaricazione c’è tutta. Violenza in strada e violenza in famiglia (il padre che, quando apprende che non solo è stata violentata, ma che a violentarla sono stati dei NEGRI, le urla “mi fai schifo!” e la caccia di casa, ragazzina adolescente). E come in tutti gli inferni, ci sono molti sommersi e qualche salvato. Samira, apparentemente, appartiene ai salvati; le ultime parole del libro sono

Non devo più utilizzare la mia carta di identità di vittima, ora esisto diversamente. Sono Samira, ho ventinove anni. Credo nella vita e aspiro alla felicità. Ho fatto quello che dovevo fare per esserne capace.

Due anni dopo è morta di cancro allo stomaco. Aveva trentun anni. Ironia della sorte, nel raccontare il baratro in cui si trovava a ventisette anni, scrive “se pensavo a me di lì a dieci anni, mi vedevo già morta”. Invece se n’è andata sei anni prima delle previsioni più nere. E tuttavia il fatto di essere uscita dall’inferno aiuta a credere che una via di uscita, se davvero si vuole uscire, forse si riesce a trovarla.

Samira Bellil, Via dall’inferno, Fazi Editore
Via dall'inferno
E qui una testimonianza di Samira Bellil.
Père-Lachaise_Bellil
barbara

LE DONNE UCCISE IN GUATEMALA

«Mia figlia María Isabel aveva 15 anni. Andava a scuola, e d’estate lavorava in una boutique. La notte del 15 dicembre 2001 è stata rapita nella capitale. Il suo corpo è stato ritrovato poco dopo Natale. Era stata violentata, le mani e i piedi legati con del filo spinato. Era stata pugnalata, strangolata e infilata in un sacco. Il suo volto era sfigurato dai colpi, il suo corpo lacerato, aveva una corda attorno al collo e le unghie strappate. Quando mi hanno consegnato il suo cadavere, mi sono buttata a terra gridando e piangendo, senza riuscire a fermarmi. Ma mi dicevano di non esagerare.» Questa testimonianza compare in un rapporto di Amnesty International relativo alla missione del 2004 a Città del Guatemala. In questo caso, come in centinaia di altri, gli aggressori rapiscono le loro vittime e infliggono loro violenze sessuali estreme prima di assassinarle selvaggiamente. I corpi vengono generalmente ritrovati in aree dismesse o in discariche. A volte gli assassini non esitano a incidere sul corpo della vittima un messaggio, come «a morte le puttane» o «vendetta». Secondo alcuni esperti le mutilazioni e il macabro scenario in cui viene ritrovato il corpo sono destinati a «lanciare un messaggio di intimidazione e di terrore».
Stando alle cifre che il governo guatemalteco ha fornito alla commissione interamericana dei diritti dell’uomo, fra il 2001 e l’agosto del 2004 sono state assassinate 1188 donne. Stando alle informazioni apparse sulla stampa, nel 2004 le vittime sarebbero 525 e nel 2005 590. Le donne assassinate sono studentesse, madri di famiglia, domestiche, operaie, ma anche delinquenti e prostitute. Le minorenni ne sono tutt’altro che risparmiate. Secondo le autorità, più della metà delle vittime ha fra i 13 e i 36 anni; quanto alle altre, raramente superano la quarantina. Appartengono tutte alle classi sociali più disagiate, che in Guatemala vivono in condizioni particolarmente precarie, sia dal punto di vista economico che abitativo. Altro punto in comune: la maggioranza dei crimini ha luogo in zone urbane.


Le famiglie esitano a segnalare le scomparse

Come in Messico con il cosiddetto caso delle «morte di Juárez», anche qui le cifre sono oggetto di una battaglia fra le autorità e le organizzazioni non governative. Una cosa è certa: i dati ufficiali sono molto al di sotto della realtà. Nel suo rapporto, Amnesty International sottolinea del resto la scarsa affidabilità delle statistiche ufficiali. Delle 525 vittime catalogate dalla polizia nel 2004, 175 sono state assassinate con un’arma da fuoco, 25 con armi bianche, e 323 «sarebbero morte in altro modo». Questa indistinzione fa calare anche dei dubbi sull’efficacia delle indagini. L’analisi di diversi dossier rivela enormi lacune riguardo alla protezione della scena del crimine e alla raccolta degli indizi. Lacune che si riscontrano anche nel corso delle autopsie, che a volte, anzi troppo spesso, omettono i segni di eventuali aggressioni sessuali.
Viste queste condizioni, non è difficile capire perché le famiglie esitano a contattare la polizia: per paura di attirarsi soltanto altri problemi o, peggio ancora, per fatalismo. Quando si decidono a segnalare una scomparsa, ricevono sempre le stesse risposte: «È fuggita con il suo ragazzo», o «Ha tentato la sorte in Messico, e poi negli Stati Uniti». Spesso, inoltre, la polizia cerca di attribuire questi casi alla delinquenza, non esitando mai ad affermare che la vittima intratteneva legami con una delle numerose gang del Guatemala o che si dedicava ad attività illecite come la prostituzione o il traffico di droga. In ogni modo, come in altri paesi della regione, l’alto livello di corruzione della polizia rende le famiglie scettiche, se non addirittura diffidenti. Trentasei anni di sanguinoso conflitto interno fanno sentire ancora il loro peso.


Una guerra civile dalle conseguenze profonde

Il clima generalizzato di violenza che regna nel paese non è estraneo agli assassinii di cui sono vittime le donne. Il Guatemala ha vissuto una guerra civile quasi ininterrotta dal 1960 al 1996. In questo paese tre volte più grande del Belgio il conflitto interno ha fatto più di 150.000 morti e circa 50.000 persone scomparse, di cui un quarto erano donne. Nel periodo più nero, sotto la dittatura del generale Rios Montt, è stata messa in piedi una strategia di distruzione sistematica dei villaggi per isolare la guerriglia. Come in altri conflitti, le violenze sessuali, e in particolare lo stupro, sono state utilizzate come un’arma. Ancora oggi molte donne risentono delle conseguenze fisiche e psicologiche di quel periodo. Queste pratiche hanno lasciato tracce profonde. Nel 1999, Radhika Coomaraswamy, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, affermava che la «natura apparentemente endemica degli stupri in tempo di guerra è stata istituzionalizzata attraverso la scappatoia della prostituzione forzata e della schiavitù sessuale delle donne da parte dei civili». Durante il conflitto decine di migliaia di rifugiati hanno lasciato il paese per recarsi in Messico e farsi accogliere in campi amministrati dall’Onu. Le popolazioni indigene sono state le prime vittime della repressione. L’opinione internazionale ha preso coscienza della situazione attribuendo il premio Nobel per la pace a Rigoberta Menchú Tum nel 1992. Nonostante gli accordi di pace firmati nel 1996, però, la società guatemalteca non ha ritrovato la pace. Nei primi dieci mesi del 2005 sono state uccise 4325 persone: un dato che fa del Guatemala uno dei paesi più violenti del continente americano. Questa violenza è essenzialmente dovuta alle bande, le cosiddette maras, organizzate sul modello delle gang statunitensi e formate da adolescenti e da giovani. Queste bande si dedicano al traffico e al consumo di droga e approfittano dell’estrema facilità con cui ci si riesce a procurare delle armi per portare avanti le loro attività, in particolare il racket. Riconoscibili dai loro tatuaggi, questi ragazzi incutono terrore, perfino al di là delle frontiere del paese. Le autorità messicane sono costrette a far fronte alla loro presenza lungo la frontiera tra i due Stati, dove le maras terrorizzano i candidati all’emigrazione illegale. Gli Stati Uniti le considerano «una minaccia alla sicurezza interna». Nel marzo del 2005 il presidente George W. Bush ha annunciato l’istituzione di una forza speciale, sovvenzionata con 150 milioni di dollari, per combatterle.


Violenze coniugali e molestie sessuali

Se gli assassinii sono l’espressione acuta del male che colpisce la società guatemalteca, le donne sono oggetto di una violenza sessista più quotidiana: violenze coniugali da parte dei mariti o dei fidanzati, molestie sessuali sul posto di lavoro o sui mezzi pubblici. Ancora oggi questo paese di 12 milioni di abitanti è alle prese con una situazione economica difficile. Più della metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Qui come altrove, spesso le donne sono i soggetti più vulnerabili e i primi a essere colpiti. Spesso obbligate a mantenere la famiglia, devono accettare lavori poco qualificati e mal retribuiti. Le domestiche, spesso giovani di origine indigena, sono le prime vittime di molestie sessuali. Stando a un’inchiesta effettuata dall’organizzazione Human Rights Watch («Del hogar a la fábrica, discriminación en la fuerza laboral guatemalteca», «Dal focolare alla fabbrica: discriminazione nella forza lavoro guatemalteca»), un terzo delle domestiche interrogate ammette di essere stata oggetto di carezze e toccamenti o di proposte sconvenienti, soprattutto da parte del capofamiglia. Nella maggioranza dei casi queste ragazze non hanno altra soluzione che lasciare il loro impiego. Fenomeno rivelatore, nessuna di loro è andata alla polizia per sporgere denuncia. Come conferma questa testimonianza di María Ajtún, 24 anni, che lavora dall’età di 8. «Il padrone di casa ha provato ad abusare di me, non la smetteva di perseguitarmi. Per due volte mi ha preso i seni da dietro mentre lavavo il bucato nell’acquaio. Ho gridato, è arrivato suo figlio e lui se n’è andato. Non ho detto niente a sua moglie, avevo troppa paura. Ho preferito andarmene»
Come in altri paesi dell’America centrale, e soprattutto in Messico, che presenta molti punti in comune con la situazione guatemalteca, molte famiglie lavorano in fabbriche delocalizzate di grandi marche statunitensi in cerca di manodopera a basso costo, le maquíladoras. In Guatemala l’attività principale di queste fabbriche è il settore tessile. Accordi doganali vantaggiosi facilitano le esportazioni verso gli Stati Uniti. Stando all’organizzazione padronale locale, sono impiegate in questo settore più di 80.000 persone, di cui l’80% donne. La concorrenza esercitata dall’Asia rafforza ulteriormente la pressione sulle lavoratrici. I costi di produzione vengono costantemente abbassati. La discriminazione e le molestie sessuali sul posto di lavoro sono pratiche diffuse, in particolare da parte del personale della direzione, generalmente di sesso maschile, e del personale di sorveglianza delle fabbriche. Alcune imprese esigono perfino dei certificati che attestano che la futura impiegata non è incinta, altre si rifiutano di assumere madri di famiglia.


Una donna picchiata può sporgere denuncia solo se le ferite sono visibili per dieci giorni

Il paragone con il «femminicidio» in Messico non si ferma qui. A Ciudad ]uárez come a Città del Guatemala, l’impunità è di rigore. Nessun assassino di donne è mai stato perseguito. La legge, poi, non viene in aiuto delle donne, che invece ne avrebbero bisogno. In questo paese così particolare, un uomo può evitare una condanna per stupro se si sposa con la sua vittima! Una donna picchiata può sporgere denuncia solo se le ferite sono visibili per dieci giorni. E i rapporti sessuali con le minorenni vengono puniti solo se la ragazza riesce a dimostrare di non aver provocato il suo aggressore… Uno dei capi della polizia nazionale, incaricato della maggior parte delle inchieste, si accontenta di rilasciare dichiarazioni di principio per spiegare il fenomeno: «Le donne di oggi escono più spesso di prima e partecipano di più alla vita sociale. Molti uomini le detestano per questo motivo. Sapete, il Guatemala è un paese di machisti». In un paese che conta più di un milione e mezzo di armi non registrate, le uccisioni di donne fanno parte del paesaggio nazionale. La polizia si accontenta di attribuire questi delitti alla violenza endemica, al traffico di droga, alla prostituzione e alle gang. Non stupisce dunque che nel 2005, su 590 omicidi, sia stata condotta a termine soltanto un’indagine che ha portato l’assassino in tribunale. Il Guatemala è un paese piccolo, geograficamente condannato all’oscurità. Il suo grande vicino, il Messico, gli fa parecchia ombra. Oggi le 400 «morte di Juárez» sono conosciute in tutto il mondo grazie all’azione di diverse organizzazioni locali e internazionali. A Città del Guatemala, malgrado statistiche dieci volte superiori a quelle di Ciudad Juárez, nessuno si interessa a quest’altro «femminicidio».
(Marc Fernandez e Jean-Christophe Rampal in “Il libro nero della donna”, pp.183-188)

Se il cannocchiale funziona sarebbe bene rivedere questo (e se non funziona riprovate più tardi), e credo, anche se il Paese non è mai nominato, che si tratti del Guatemala anche qui.
Ma che stupida, mi dimentico sempre che il femminicidio non esiste, chissà dove ho la testa.

barbara