UNA COSA CHE MI CHIEDO

Abbiamo avuto un’intera generazione (dico una per semplificare) di è mia e me la gestisco io, con tanto di manifestazioni in piazza esibendo quell’orrido e volgarissimo gesto che sembrerebbe voler significare che le signore in questione si identificano con la propria passera (io no: ci si creda o no, oltre a quella ho anche una testa). Ora, è mia e me la gestisco io dovrebbe significare, fino a prova contraria, che la do a chi voglio io, e che la do quando mi pare, e che la do per il motivo che mi pare: posso darla per amore, per il piacere, per allegria, perché capita uno di quei momenti che gira così, per gratitudine o per solitudine. Posso darla in cambio di un favore. Posso darla per soldi. Sono affari miei e nessuno ha il diritto di metterci il becco. Ebbene, dopo decenni di lotte per rivendicare che è mia e che nessuno ha da sindacare su come la gestisco, succede che viene fuori che un certo numero di attricette l’hanno data a un potente magnate dell’industria cinematografica in cambio di una carriera che ha portato loro fama e soldi. E che cosa fanno le signore attricette? Ribadiscono che si tratta di roba loro e che gli altri si facciano gli affari propri? Ma neanche per sogno! Sono state abusate! denunciano. Lui è un maiale! Un essere schifoso! Un prevaricatore! Si è approfittato del loro ingenuo candore! Un incubo! Un segreto infernale tenuto dentro in silenzio per cinque, per dieci, per venti anni, forse addirittura, tanto erano candide e ingenue povere care, neanche si erano rese conto di quanto fossero state mostruosamente abusate da quel mostro. Solo lo scandalo improvvisamente esploso le ha indotte a riflettere e a rendersi conto di essere state violentate e non hanno perso un momento per fiondarsi sotto i riflettori strillando anch’io, anch’io, come bambini intorno alla zia che distribuisce le caramelle.
Ecco, quello che mi chiedo è: che fine hanno fatto decenni di liberazione sessuale, di rivendicazioni, di autodeterminazione, di guerra all’ultimo sangue contro ogni sorta di moralismi e bigotterie? Cosa facciamo, ripristiniamo la lettera scarlatta e stavolta la appiccichiamo al mostro maschio? E le signore porteranno al collo un bel cartello con su scritto “Non sono io che gliel’ho data, è lui che l’ha pretesa”? Potrebbe essere un’idea, così le povere vittime potranno finalmente recuperare la dignità fatta a brandelli dall’orco.
asia cane

PS: io no, non ho mai detto che è mia e me la gestisco io, per un motivo molto semplice: nessuno si è mai sognato di contestarmene la titolarità, e rivendicare quello che nessuno mi contesta mi sembrerebbe un po’ scemo. Poi, sempre per via di quella faccenda che a pensare male eccetera, a me viene anche il dubbio che tutto quel proclamare avesse lo scopo di informare l’universo mondo che ce l’avevano, in assenza di pretendenti spontanei. Io, non essendo esattamente una cozza, la necessità di autopromuovermi non l’ho mai avuta.

barbara

Annunci

IL VOLTO DEI NOVAX

Per una volta – credo sia la prima – condivido in pieno un articolo di Anna Foa.

Mi ha colpito, questa settimana, la foto degli antivax che aggrediscono tre deputati del PD davanti a Montecitorio. Si perché ormai, come all’inizio del fascismo, i deputati si aggrediscono. Ma non è stato tanto l’episodio in sé, risoltosi per fortuna senza feriti o danni, a colpirmi, quanto la foto di queste persone mentre gridano e attaccano i tre parlamentari. I loro volti, sono uomini e donne, sono deformati dall’odio. Non hanno più niente di umano. Si può parlare di una mutazione antropologica. Dietro ci immagini molte cose: innanzitutto, un’ignoranza crassa. Poi, un rancore sociale violento verso chiunque credano più ricco o più potente di loro. E una violenza sconfinata,
L’odio colpisce anche chi lo prova. Certo, prima di tutto colpisce gli oggetti dell’odio, in questo caso noi, persone civili, che crediamo nel patto sociale, che fondamentalmente ci fidiamo della scienza, che pensiamo che la violenza non va usata in nessuna circostanza. Ma poi l’odio colpisce anche chi lo alimenta, deforma il suo volto fino a farlo apparire mostruoso, riporta indietro il mondo a passati assai remoti, anche più remoti di quello squadrismo fascista che evocano a prima vista. Guardate i vostri volti, umani non più umani, e riflettete se ancora avete mente. (Pagine Ebraiche, 31/07/2017)
novax 1
novax 2
novax 3
NOTA: immagino che la signora col top nero rifiuti i vaccini perché ti infilano i metalli sotto la pelle…

barbara

AGGIORNAMENTO: poi vai a leggere questa sacrosanta presa di posizione.

VIA DALL’INFERNO

Credo che la cosa migliore, per presentare questo libro, sia riprodurre l’introduzione della co-autrice.

A partire dagli anni Ottanta assistiamo all’incremento del fenomeno delle bande, a cui è connessa la mitizzazione della figura del piccolo boss, per il quale il gran numero degli stupri di gruppo commessi, i cosiddetti “progetto troie”, costituisce motivo di vanto. Il film La Squale ha portato sullo schermo e rivelato al pubblico la pratica della “giostra”, durante la quale un ragazzo fa “girare” la sua ragazza.
Questo libro e un pugno allo stomaco. Ci sbatte in faccia un fenomeno sociale che, in alcune cité così vicine alle nostre grandi città, consiste nell’istituzione e nella banalizzazione della violenza sessuale. Oggi, la sessualità è spesso ridotta a un rapporto di forza e di prevaricazione. La legge che regna è quella del più forte contro il più debole: la legge della giungla. Questo libro alza il velo sulla condizione intollerabile che alcune ragazze vivono, combattute fra due schiavitù: obbedire restando chiuse in casa o rischiare, nella strada, di diventare preda delle bande e della loro ferocia sessuale.
Samira è una sopravvissuta. È stata vittima di due stupri di gruppo all’età di quattordici anni, poi di un terzo all’età di diciassette. Ha vissuto un’adolescenza devastante, attanagliata dalla vergogna, dai sensi di colpa, da un sentimento di totale abbandono e dalla paura di nuove aggressioni. Schiacciata dalla sofferenza, dall’incomprensione e dalla solitudine, non ha potuto reagire che con la violenza e l’illegalità, con una vita sbandata in perenne fuga da casa. Si è lentamente distrutta fino a diventare un piccolo animale selvaggio, una carica di dinamite.
Nel 1998 la polizia ha arrestato 994 minori accusati di stupro di gruppo su ragazze minorenni. Secondo l’inchiesta nazionale sulla violenza nei confronti delle donne, appena il 5 per cento degli stupri commessi su donne maggiorenni sarebbero oggetto di denuncia. Non si conoscono statistiche relative alle ragazze minorenni, ma si sa che pochissime osano sporgere denuncia. La vergogna e la paura di rappresaglie le spingono a chiudersi nel silenzio. È per questa ragione che la giustizia si occupa di crimini di questo tipo solo da poco tempo. Molti responsabili di quanti occupano posti di responsabilità continuano a far finta di non vedere, affermando che si tratta di fenomeni isolati e che la miseria sessuale è presente ovunque. Sembra che in questi quartieri che eufemisticamente vengono definiti “sensibili”, dove la maggioranza delle famiglie sono immigrate, sia difficile assegnare alla donna una precisa collocazione. Alcuni giovani sono preda della contraddizione tra il rigore delle proprie radici culturali (integralismo religioso, idealizzazione della donna, poligamia…) e un ambiente culturale fortemente erotizzato. Il flirt è proscritto, così come l’amicizia ragazzo-ragazza, mentre la tensione sessuale è esasperata. La sola educazione sessuale che ricevono questi ragazzi è quella dei film pornografici, non hanno nessun’altra immagine della relazione d’amore. Questi adolescenti non hanno più alcun punto di riferimento e non hanno coscienza della gravità delle loro azioni. Per loro la “giostra” è un gioco e le ragazze degli oggetti.
Le ragazze stuprate diventano agli occhi dei ragazzi e di tutta la cité delle “poco di buono” verso le quali tutto è permesso. La violenza inflitta alle ragazze non è solo fisica. Oltre al trauma dello stupro, esse devono affrontare la violenza morale, rappresentata da una reputazione compromessa, dalla vergogna, dall’umiliazione e dalla paura di rappresaglie qualora osino sporgere denuncia.
Questo è l’inferno che ha vissuto Samira ma, se è vero che tante altre sono sprofondare nella droga, nella prostituzione, nella follia, lei è riuscita a riprendersi in modo esemplare e a ventinove anni è una giovane donna piena di vita e di speranza.
È questa storia che vogliamo raccontare, questa inversione di marcia, questa metamorfosi, questo passaggio dalle tenebre alla luce, questa speranza che Samira vuol far rinascere in quelle che, come lei, hanno visto la propria infanzia depredata, il proprio futuro annientato. È soprattutto per loro che Samira ha scritto, per dire loro che tutto, sempre, è possibile.
Borys Cyrulnik, in Dolore meraviglioso, si sorprende del fatto che alcune persone possiedano la capacità di trionfare su disgrazie immani e di costruirsi una vita di uomo o di donna, malgrado tutto. Questa capacità è da lui definita “capacità di resilienza”.
«Un’avversità è una ferita che si inscrive nella nostra storia, non è un destino». Ecco che ci allontana dai discorsi fatalisti ai quali siamo stati abituati. Ci si può interrogare su ciò che ha dato a Samira la forza per venirne fuori, quando tante altre sue compagne di sventura sono state totalmente distrutte, Samira aveva due elementi a suo favore fin dall’inizio: una natura particolarmente combattiva, ereditata da sua madre, e la stabilità affettiva di cui ha beneficiato nella sua famiglia d’adozione, durante i suoi primi quattro anni di vita. Non ha mai perso la speranza. Non ha mai smesso di volerne venire fuori, di tornare alla carica dopo i ripetuti fallimenti, ma era come se il suo passato la riafferrasse inesorabilmente e lei continuasse a pagare per il fatto di essere stata vittima.
È Fanny, la psicologa che la segue da cinque anni, che l’ha aiutata, pazientemente e intelligentemente, a uscire dal tunnel e a gettare le fondamenta della sua ricostruzione. È grazie a questo lavoro terapeutico che Samira è approdata al libro e che noi ci siamo incontrate.
La scrittura del libro è stato il secondo stadio della sua liberazione. Avrei potuto scegliere di intervistare Samira e scrivere io stessa la sua storia. Ho preferito che fosse lei a scrivere. Prima di tutto perché ha un modo di esprimersi intenso e ricco di immagini, poi, e soprattutto, perché ha già un luogo per la parola, mentre la scrittura richiede un diverso lavoro su di sé. È un lavoro personale di introspezione e precisione. Scrivere con l’obiettivo di essere letta, da me nella seduta successiva e in seguito da un eventuale lettore, l’ha obbligata a mantenere un certo rigore e a non “abbandonarsi” a un’espressione spontanea. Il libro non doveva essere il prolungamento della sua terapia. Ho cercato, attraverso il confronto con me, di portarla a una maggiore concisione e coerenza. Collaborando alla scrittura per renderla più accessibile, spero di aver rispettato il più possibile il colore del racconto e la personalità di Samira. Ho perciò accettato di sostenere Samira nella stesura del suo libro e sono contenta di averlo fatto. Sono stata colpita al cuore dalla sua rabbiosa voglia di farcela e dalla crudeltà della sua storia. Ho riso fino alle lacrime quando questa piccola donna tutto pepe mi demoliva il suo mondo, con un vocabolario spassosissimo e un umorismo corrosivo. Samira, la piccola beurette, ha condiviso la mia vita, ha occupato i miei pensieri e anche un po’ quelli della mia famiglia e dei miei amici. Ho beneficiato al cento per cento di questa avventura comune. È una grande occasione poter partecipare alla liberazione di un essere umano.
Per un anno ci siamo incontrate due, tre ore alla settimana. Nei primi tempi del nostro lavoro in comune, Samira era ancora piena del suo passato, ferita, sofferente. I ricordi e la loro comprensione erano confusi. Era attaccata al suo vissuto e lo viveva ancora come se fosse colpevole e avesse meritato quanto aveva subito. Non possedeva le parole per esprimere le emozioni legate ai suoi traumi. Tuttavia, il suo corpo reagiva e soffriva man mano che i ricordi riaffioravano in lei.
Una volta che le violenze della sua storia sono state estirpate dalla memoria, stampate, lette e rilette, lei ha cominciato a prendere le distanze dal suo passato e a pacificarsi. Tutto era stato detto, urlato, pianto. Tutto era stato ripensato, compreso, integrato. Aveva ricollocato al proprio posto ogni avvenimento della sua vita. Tutto era stato ordinato, sistemato, messo per iscritto. Finalmente c’era posto per qualcos’altro.
Oggi Samira non si definisce più come “Samira, violentata” ma come una Samira che riesce a non parlare più del suo passato, una Samira rinata, pronta per vivere.

JOSEE STOQUART

Le banlieues parigine, popolate da immigrati di prima, seconda o terza generazione, e l’inferno che questi vi hanno creato. In quelle di cui parla Samira non ci sono ancora tutte le cose che vediamo oggi, ma la violenza sì, quella c’è tutta, l’arroganza c’è tutta, la prevaricazione c’è tutta. Violenza in strada e violenza in famiglia (il padre che, quando apprende che non solo è stata violentata, ma che a violentarla sono stati dei NEGRI, le urla “mi fai schifo!” e la caccia di casa, ragazzina adolescente). E come in tutti gli inferni, ci sono molti sommersi e qualche salvato. Samira, apparentemente, appartiene ai salvati; le ultime parole del libro sono

Non devo più utilizzare la mia carta di identità di vittima, ora esisto diversamente. Sono Samira, ho ventinove anni. Credo nella vita e aspiro alla felicità. Ho fatto quello che dovevo fare per esserne capace.

Due anni dopo è morta di cancro allo stomaco. Aveva trentun anni. Ironia della sorte, nel raccontare il baratro in cui si trovava a ventisette anni, scrive “se pensavo a me di lì a dieci anni, mi vedevo già morta”. Invece se n’è andata sei anni prima delle previsioni più nere. E tuttavia il fatto di essere uscita dall’inferno aiuta a credere che una via di uscita, se davvero si vuole uscire, forse si riesce a trovarla.

Samira Bellil, Via dall’inferno, Fazi Editore
Via dall'inferno
E qui una testimonianza di Samira Bellil.
Père-Lachaise_Bellil
barbara

LE DONNE UCCISE IN GUATEMALA

«Mia figlia María Isabel aveva 15 anni. Andava a scuola, e d’estate lavorava in una boutique. La notte del 15 dicembre 2001 è stata rapita nella capitale. Il suo corpo è stato ritrovato poco dopo Natale. Era stata violentata, le mani e i piedi legati con del filo spinato. Era stata pugnalata, strangolata e infilata in un sacco. Il suo volto era sfigurato dai colpi, il suo corpo lacerato, aveva una corda attorno al collo e le unghie strappate. Quando mi hanno consegnato il suo cadavere, mi sono buttata a terra gridando e piangendo, senza riuscire a fermarmi. Ma mi dicevano di non esagerare.» Questa testimonianza compare in un rapporto di Amnesty International relativo alla missione del 2004 a Città del Guatemala. In questo caso, come in centinaia di altri, gli aggressori rapiscono le loro vittime e infliggono loro violenze sessuali estreme prima di assassinarle selvaggiamente. I corpi vengono generalmente ritrovati in aree dismesse o in discariche. A volte gli assassini non esitano a incidere sul corpo della vittima un messaggio, come «a morte le puttane» o «vendetta». Secondo alcuni esperti le mutilazioni e il macabro scenario in cui viene ritrovato il corpo sono destinati a «lanciare un messaggio di intimidazione e di terrore».
Stando alle cifre che il governo guatemalteco ha fornito alla commissione interamericana dei diritti dell’uomo, fra il 2001 e l’agosto del 2004 sono state assassinate 1188 donne. Stando alle informazioni apparse sulla stampa, nel 2004 le vittime sarebbero 525 e nel 2005 590. Le donne assassinate sono studentesse, madri di famiglia, domestiche, operaie, ma anche delinquenti e prostitute. Le minorenni ne sono tutt’altro che risparmiate. Secondo le autorità, più della metà delle vittime ha fra i 13 e i 36 anni; quanto alle altre, raramente superano la quarantina. Appartengono tutte alle classi sociali più disagiate, che in Guatemala vivono in condizioni particolarmente precarie, sia dal punto di vista economico che abitativo. Altro punto in comune: la maggioranza dei crimini ha luogo in zone urbane.


Le famiglie esitano a segnalare le scomparse

Come in Messico con il cosiddetto caso delle «morte di Juárez», anche qui le cifre sono oggetto di una battaglia fra le autorità e le organizzazioni non governative. Una cosa è certa: i dati ufficiali sono molto al di sotto della realtà. Nel suo rapporto, Amnesty International sottolinea del resto la scarsa affidabilità delle statistiche ufficiali. Delle 525 vittime catalogate dalla polizia nel 2004, 175 sono state assassinate con un’arma da fuoco, 25 con armi bianche, e 323 «sarebbero morte in altro modo». Questa indistinzione fa calare anche dei dubbi sull’efficacia delle indagini. L’analisi di diversi dossier rivela enormi lacune riguardo alla protezione della scena del crimine e alla raccolta degli indizi. Lacune che si riscontrano anche nel corso delle autopsie, che a volte, anzi troppo spesso, omettono i segni di eventuali aggressioni sessuali.
Viste queste condizioni, non è difficile capire perché le famiglie esitano a contattare la polizia: per paura di attirarsi soltanto altri problemi o, peggio ancora, per fatalismo. Quando si decidono a segnalare una scomparsa, ricevono sempre le stesse risposte: «È fuggita con il suo ragazzo», o «Ha tentato la sorte in Messico, e poi negli Stati Uniti». Spesso, inoltre, la polizia cerca di attribuire questi casi alla delinquenza, non esitando mai ad affermare che la vittima intratteneva legami con una delle numerose gang del Guatemala o che si dedicava ad attività illecite come la prostituzione o il traffico di droga. In ogni modo, come in altri paesi della regione, l’alto livello di corruzione della polizia rende le famiglie scettiche, se non addirittura diffidenti. Trentasei anni di sanguinoso conflitto interno fanno sentire ancora il loro peso.


Una guerra civile dalle conseguenze profonde

Il clima generalizzato di violenza che regna nel paese non è estraneo agli assassinii di cui sono vittime le donne. Il Guatemala ha vissuto una guerra civile quasi ininterrotta dal 1960 al 1996. In questo paese tre volte più grande del Belgio il conflitto interno ha fatto più di 150.000 morti e circa 50.000 persone scomparse, di cui un quarto erano donne. Nel periodo più nero, sotto la dittatura del generale Rios Montt, è stata messa in piedi una strategia di distruzione sistematica dei villaggi per isolare la guerriglia. Come in altri conflitti, le violenze sessuali, e in particolare lo stupro, sono state utilizzate come un’arma. Ancora oggi molte donne risentono delle conseguenze fisiche e psicologiche di quel periodo. Queste pratiche hanno lasciato tracce profonde. Nel 1999, Radhika Coomaraswamy, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, affermava che la «natura apparentemente endemica degli stupri in tempo di guerra è stata istituzionalizzata attraverso la scappatoia della prostituzione forzata e della schiavitù sessuale delle donne da parte dei civili». Durante il conflitto decine di migliaia di rifugiati hanno lasciato il paese per recarsi in Messico e farsi accogliere in campi amministrati dall’Onu. Le popolazioni indigene sono state le prime vittime della repressione. L’opinione internazionale ha preso coscienza della situazione attribuendo il premio Nobel per la pace a Rigoberta Menchú Tum nel 1992. Nonostante gli accordi di pace firmati nel 1996, però, la società guatemalteca non ha ritrovato la pace. Nei primi dieci mesi del 2005 sono state uccise 4325 persone: un dato che fa del Guatemala uno dei paesi più violenti del continente americano. Questa violenza è essenzialmente dovuta alle bande, le cosiddette maras, organizzate sul modello delle gang statunitensi e formate da adolescenti e da giovani. Queste bande si dedicano al traffico e al consumo di droga e approfittano dell’estrema facilità con cui ci si riesce a procurare delle armi per portare avanti le loro attività, in particolare il racket. Riconoscibili dai loro tatuaggi, questi ragazzi incutono terrore, perfino al di là delle frontiere del paese. Le autorità messicane sono costrette a far fronte alla loro presenza lungo la frontiera tra i due Stati, dove le maras terrorizzano i candidati all’emigrazione illegale. Gli Stati Uniti le considerano «una minaccia alla sicurezza interna». Nel marzo del 2005 il presidente George W. Bush ha annunciato l’istituzione di una forza speciale, sovvenzionata con 150 milioni di dollari, per combatterle.


Violenze coniugali e molestie sessuali

Se gli assassinii sono l’espressione acuta del male che colpisce la società guatemalteca, le donne sono oggetto di una violenza sessista più quotidiana: violenze coniugali da parte dei mariti o dei fidanzati, molestie sessuali sul posto di lavoro o sui mezzi pubblici. Ancora oggi questo paese di 12 milioni di abitanti è alle prese con una situazione economica difficile. Più della metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Qui come altrove, spesso le donne sono i soggetti più vulnerabili e i primi a essere colpiti. Spesso obbligate a mantenere la famiglia, devono accettare lavori poco qualificati e mal retribuiti. Le domestiche, spesso giovani di origine indigena, sono le prime vittime di molestie sessuali. Stando a un’inchiesta effettuata dall’organizzazione Human Rights Watch («Del hogar a la fábrica, discriminación en la fuerza laboral guatemalteca», «Dal focolare alla fabbrica: discriminazione nella forza lavoro guatemalteca»), un terzo delle domestiche interrogate ammette di essere stata oggetto di carezze e toccamenti o di proposte sconvenienti, soprattutto da parte del capofamiglia. Nella maggioranza dei casi queste ragazze non hanno altra soluzione che lasciare il loro impiego. Fenomeno rivelatore, nessuna di loro è andata alla polizia per sporgere denuncia. Come conferma questa testimonianza di María Ajtún, 24 anni, che lavora dall’età di 8. «Il padrone di casa ha provato ad abusare di me, non la smetteva di perseguitarmi. Per due volte mi ha preso i seni da dietro mentre lavavo il bucato nell’acquaio. Ho gridato, è arrivato suo figlio e lui se n’è andato. Non ho detto niente a sua moglie, avevo troppa paura. Ho preferito andarmene»
Come in altri paesi dell’America centrale, e soprattutto in Messico, che presenta molti punti in comune con la situazione guatemalteca, molte famiglie lavorano in fabbriche delocalizzate di grandi marche statunitensi in cerca di manodopera a basso costo, le maquíladoras. In Guatemala l’attività principale di queste fabbriche è il settore tessile. Accordi doganali vantaggiosi facilitano le esportazioni verso gli Stati Uniti. Stando all’organizzazione padronale locale, sono impiegate in questo settore più di 80.000 persone, di cui l’80% donne. La concorrenza esercitata dall’Asia rafforza ulteriormente la pressione sulle lavoratrici. I costi di produzione vengono costantemente abbassati. La discriminazione e le molestie sessuali sul posto di lavoro sono pratiche diffuse, in particolare da parte del personale della direzione, generalmente di sesso maschile, e del personale di sorveglianza delle fabbriche. Alcune imprese esigono perfino dei certificati che attestano che la futura impiegata non è incinta, altre si rifiutano di assumere madri di famiglia.


Una donna picchiata può sporgere denuncia solo se le ferite sono visibili per dieci giorni

Il paragone con il «femminicidio» in Messico non si ferma qui. A Ciudad ]uárez come a Città del Guatemala, l’impunità è di rigore. Nessun assassino di donne è mai stato perseguito. La legge, poi, non viene in aiuto delle donne, che invece ne avrebbero bisogno. In questo paese così particolare, un uomo può evitare una condanna per stupro se si sposa con la sua vittima! Una donna picchiata può sporgere denuncia solo se le ferite sono visibili per dieci giorni. E i rapporti sessuali con le minorenni vengono puniti solo se la ragazza riesce a dimostrare di non aver provocato il suo aggressore… Uno dei capi della polizia nazionale, incaricato della maggior parte delle inchieste, si accontenta di rilasciare dichiarazioni di principio per spiegare il fenomeno: «Le donne di oggi escono più spesso di prima e partecipano di più alla vita sociale. Molti uomini le detestano per questo motivo. Sapete, il Guatemala è un paese di machisti». In un paese che conta più di un milione e mezzo di armi non registrate, le uccisioni di donne fanno parte del paesaggio nazionale. La polizia si accontenta di attribuire questi delitti alla violenza endemica, al traffico di droga, alla prostituzione e alle gang. Non stupisce dunque che nel 2005, su 590 omicidi, sia stata condotta a termine soltanto un’indagine che ha portato l’assassino in tribunale. Il Guatemala è un paese piccolo, geograficamente condannato all’oscurità. Il suo grande vicino, il Messico, gli fa parecchia ombra. Oggi le 400 «morte di Juárez» sono conosciute in tutto il mondo grazie all’azione di diverse organizzazioni locali e internazionali. A Città del Guatemala, malgrado statistiche dieci volte superiori a quelle di Ciudad Juárez, nessuno si interessa a quest’altro «femminicidio».
(Marc Fernandez e Jean-Christophe Rampal in “Il libro nero della donna”, pp.183-188)

Se il cannocchiale funziona sarebbe bene rivedere questo (e se non funziona riprovate più tardi), e credo, anche se il Paese non è mai nominato, che si tratti del Guatemala anche qui.
Ma che stupida, mi dimentico sempre che il femminicidio non esiste, chissà dove ho la testa.

barbara

LE PREOCCUPAZIONI DEL MINISTRO

Per tirarli fuori dal carcere Enrico Letta ce la sta mettendo tutta
Un giudizio i cui toni «sgradevoli» hanno sorpreso Palazzo Chigi. Il presidente del consiglio italiano si è preso a cuore la vicenda.
tentativo di sbloccare al più presto la situazione giudiziaria
il capo del governo ha detto che la nostra opinione pubblica è «molto preoccupata» per il loro destino, ha chiesto una «attenzione particolare» e la «massima accelerazione possibile» per risolvere il caso. «Ti prego di fare tutto ciò che è in tuo potere – ha scandito “con calore” Letta – perché questi obiettivi siano raggiunti».
Dopo il bilaterale tra i due governi, Letta ha incontrato in ambasciata i genitori dei ragazzi arrestati. A tutti ha stretto la mano, poi si è chiuso per un quarto d’ora con un padre e una madre. «Vi sono vicino e seguirò gli sviluppi con la massima attenzione», ha promesso. (Corriere della Sera, 06/12/12, articolo di Monica Guerzoni)

I marò quasi sicuramente innocenti e illegalmente trattenuti in India, per i quali si profila di nuovo una condanna a morte? No: i teppisti laziali, sicurissimamente colpevoli, legittimamente trattenuti in Polonia.
Signor ministro, vada a cagare.
armi laziali
le armi trovate ai “tifosi” laziali, (qui)

barbara

GLI ARRESI

I sommersi, avrebbe forse detto qualcuno: coloro su cui troppo si è accanita la vita, fino a stroncarne ogni residua energia, ogni residua resistenza, ogni residua capacità di continuare a combattere. Coloro che troppo hanno dovuto lottare, e alla fine non ce l’hanno più fatta. Sullo sfondo, una guerra di cui, a differenza di altre, non si parla praticamente mai: quella di Korea (qui, per chi desiderasse informarsi); una guerra, come tutte le guerre, col suo carico di orrori – e il prezzo più alto finiscono sempre per pagarlo i più innocenti. E sullo sfondo dello sfondo un’altra vicenda di  cui troppo poco si parla: la presenza giapponese in Cina, le efferatezze e le crudeltà oltre ogni limite immaginabile imposte alla popolazione (se ne era dato qualche cenno qui). E la vita che dopo, dopo ciò che è stato fatto e ciò che è stato subito, dopo ciò che è stato impedito e ciò che non è stato possibile impedire, dopo che si è sbagliato e se ne è pagato il prezzo – e forse il prezzo era troppo alto, ma non siamo mai noi ad avere voce in capitolo, quando si tratta di stabilire i prezzi – la vita, dicevo, che dopo si continua a vivere, non si sa se davvero meriti di essere chiamata vita. E tuttavia bisogna viverla fino in fondo, fino al resoconto finale, quando tutti i nodi verranno al pettine e si sarà costretti, quantomeno, a guardarli in faccia.
L’ho comprato per sbaglio, questo libro, per via di una serie di malintesi, e scelto a caso. E mai caso e sbaglio sono stati più fortunati, perché è un libro bellissimo, da assaporare pagina per pagina, riga per riga, parola per parola, sillaba per sillaba. Tragedia per tragedia e riscatto per riscatto.

Chang-Rae Lee, Gli arresi, Mondadori
gli-arresi
barbara

IN OCCASIONE DELLE “ELEZIONI” IN IRAN

voglio ricordare i martiri delle elezioni precedenti con questo tributo ai coraggiosi ragazzi, e soprattutto ragazze, che hanno osato sfidare la violenza della polizia, la prigione, la morte per manifestare apertamente il proprio dissenso.

Inoltre vi raccomando, per trovare tutte quelle informazioni che i nostri mass media si guardano bene dal dare, di recarvi assiduamente qui.

barbara

E IO, COME AL SOLITO, MI PONGO UNA DOMANDA

Dalla cronaca locale

BOLZANO – Ha abusato della figlia della sua compagna per due anni, da quando la ragazzina aveva appena 11 anni fino ai 13. Per questo, il tribunale di Bolzano nei giorni scorsi ha condannato un cittadino straniero alla pena di 7 anni e 4 mesi con l’accusa di violenza sessuale su minore.
Le violenze risalgono a qualche anno fa: l’uomo viveva in Alto Adige con la sua compagna e la figlia di lei, una ragazzina di 11 anni.
Il «patrigno» abusa della giovane per due anni, fino a quando quest’ultima, fortemente provata per quanto subito, non racconta tutto.
I particolari in merito alla vicenda sono pochi proprio per tutelare la ragazzina, che oggi è non è ancora maggiorenne e che si porta dentro ferite profonde per le violenze subite.
Quando la giovane racconta la sua versione dei fatti scattano le  indagini: l’inchiesta, curata dal sostituto procuratore Donatella Marchesini, porta a sentire come testimoni diverse persone. La madre della ragazza afferma di non avere mai sospettato nulla a riguardo. Per l’uomo, a dicembre, viene emesso un provvedimento di custodia cautelare.
Nei giorni scorsi, si è tenuto il processo con rito abbreviato: il pm Donatella Marchesini aveva chiesto per l’imputato una pena di 9 anni di reclusione, ma per avere confessato e ammesso le sue colpe e per l’atteggiamento mantenuto durante le udienze, il giudice Silvia Monaco ha concesso all’imputato le attenuanti.
L’uomo, quindi, dovrà scontare la condanna di 7 anni e 4 mesi con l’accusa di violenza sessuale su minore. Non solo. Il giudice ha stabilito che la ragazza ha diritto ad un risarcimento di 350.000 euro.
Nonostante sia trascorso qualche anno dalle violenze subite, la ragazzina, che ancora non ha compiuto 18 anni, ha ancora molta strada da percorrere prima di riuscire a rimarginare le ferite provocate da anni di abusi. Anche per questo motivo si preferisce non svelare troppi particolari che permettano il riconoscimento della minore.
In Italia, per il reato di abuso sessuale su minore la pena è la reclusione da sei a dodici anni se i fatti di cui all’articolo 609-bis sono commessi nei confronti di persona che non ha compiuto quattordici anni, oppure con l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti e di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa; da persona travisata o che simuli la qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio; su persona comunque sottoposta a limitazione della libertà personale; nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni sedici della quale il colpevole sia l’ascendente, il genitore anche adottivo, il tutore. La pena prevede la reclusione da sette a quattordici anni se il fatto è commesso nei confronti di persona che non ha compiuto ancora dieci anni.
I. G.

La mia domanda, la solita di sempre, è: durante DUE INTERI ANNI in cui il suo ganzo le violentava la bambina SOTTO IL NASO, quella baldracca infame della madre dove guardava?
Poi, oltre alla domanda, avrei anche una richiesta: una pannocchia abbrustolita ben arroventata da infilare nel culo alla giudice che ha graziosamente concesso le attenuanti al bravo pedofilo che ha avuto la bontà di ammettere le sue colpe (non mi è invece molto chiaro in che cosa consista “l’atteggiamento mantenuto durante le udienze”: forse si è cortesemente astenuto dal pisciare sulle scarpe della signora giudice?)

barbara

ERO UNA SPOSA BAMBINA

Sono io la giovane sposa spaventata. Ho conservato negli occhi, nella carne e nel cuore , ogni secondo, ogni minuto delle nozze. Nozze di sangue e di lacrime scure come il fiume Niger. […] Sono la giovane sposa, o meglio “la sposa giovane”. Ho solo undici anni. Una bambina. Lui ha trent’anni, più del doppio della mia età; potrebbe essere mio padre. È venuto perché vuole la quarta moglie. Io non sono una donna, non ancora, non subito. […]

Si diverte e, per tagliar corto, dice: «Sei la mia donna».
Ha ragione, sono la sua donna, solo che io non sono una donna. Sono una ragazzina che detesta il vecchio al quale l’hanno ceduta. Una bambina che rifiuta di perdere la sua verginità con la forza. Un essere umano, che vorrebbe che il suo parere contasse, una piccola cosa spaventata, pronta a difendersi con i pochi mezzi che possiede, forse risibili. Mio padre è uscito dalla casa da tempo e da dove si trova non può sentirmi. E poi, nemmeno lui mi aiuterebbe. È favorevole alle mie nozze: ci guadagna. Non ha nulla sulla coscienza: il sacrificio di sua figlia serve per aiutare la sua famiglia. L’argomento soldi da noi vale più che altrove.
Ahmed si ostina. Io mi dibatto. Sono minuta ma alta per la mia età e mossa da un istinto di conservazione che mi dà una forza spropositata. Mi afferra una prima volta ma gli sfuggo, salto verso la finestra. Ha smesso di ridere, comincia a innervosirsi, il suo viso si contrae e i suoi gesti sono più brutali. Prova a trattenermi serrandomi i pugni, afferrandomi per i capelli. Io non smetto di agitarmi, lui ricorre a metodi più radicali. Mi prende a sberle. Una pioggia di schiaffi si abbatte sulla mia faccia.
Mi ha strappato il vestito. Resto in slip e un lembo di tessuto che dalle spalle mi pende sui seni. Malgrado i suoi tentativi di controllarmi, la nudità umiliante e i colpi ricevuti, non mi arrendo. Si mette a sbraitare, chiama mia zia in aiuto.
La sedia vola via, Ahmed si è spazientito. Da quel momento, si scatena l’inferno. Ma mia zia non si è fatta viva. Né lei, né i vicini. Dalla finestra della camera dove tento di sottrarmi al mio triste destino scorgo il vicino che abita di fronte, un vecchio che mi conosce da quando sono nata. Non si è mosso. Né lui, né gli altri nelle casupole intorno.
Con l’aria scura, gli occhi che inviano lampi, quelli che ha quando mi infila a forza del peperoncino in bocca per farmi rimpiangere di aver parlato troppo o me lo preme sugli occhi per punirmi di aver osato guardarla, mia zia si decide a intervenire. Irrompe nella camera. Tiene in mano un lungo foulard che di solito porta in testa.
Minaccia di farmi mangiare del peperoncino se non mi decido ad arrendermi.
Mi prende le braccia e me le lega dietro la schiena con il foulard in un silenzio carico di significati. Devo capirlo: rischio grosso a ostinarmi.
Alla parola “peperoncino” smetto all’istante di saltellare. Ho permesso a mia zia di legarmi i polsi, ho abbassato gli occhi come piace a lei. Non mi muovo più. Ma è un momento. Infatti, ho solamente atteso che uscisse per riprendere le armi.
Prima ho messo le mani in modo tale che lei non potesse stringere forte il foulard, non abbastanza, in ogni caso. Ahmed ha un ginocchio puntato su di me, mi faccio comunque male ai polsi, fino a farli sanguinare, mentre tento di sciogliere quelle manette di cotone. Finalmente riesco a liberare una mano e veloce artiglio la faccia del mio aggressore per respingerlo e liberarmi della sua stretta. Faccio un balzo e corro via verso la finestra, la scavalco. Mezza nuda attraverso il giardino illuminato dalle case circostanti e mi arrampico sull’acacia. A cavalcioni di un ramo, squadro Ahmed che folle di rabbia grida insulti così forte che mia zia non tarda a riapparire.
Mi ordinano di scendere ma io non li ascolto, sono decisa a restarmene appollaiata sul mio albero. A vederli dall’alto, che sbraitano minacce e promesse di terrificanti punizioni, preferisco restarmene dove mi trovo. La scena dura dieci minuti. Il vicino che abita dall’altra parte del muro è compiaciuto nel vedermi in difficoltà. Lo scorgo alla finestra, sotto la sua lanterna, muto e soddisfatto.
Lo diverte che venga braccata come un animale. Spettatore pago della caccia.
Sono consapevole di non avere possibilità di fuga. Prima o poi mi toccherà scendere e allora mi agguanteranno come un pollo, e non potrò più agire. Mi accontento di rimandare la mia sconfitta, perché sia meno amara, meno terribile. Almeno potrò dire di essermi battuta, di aver corso, piccola lepre accecata dal lampo improvviso dei fari di una macchina.
La pazienza di Ahmed è finita. Malgrado la tunica ingombrante e i sandali che scivolano, si arrampica a sua volta sull’acacia. Non ha bisogno di raggiungermi sul ramo. Gli è sufficiente afferrarmi per le gambe.
Provo a sollevarle e a piegarle ma lui si arrampica sempre più in alto e mi afferra, stavolta per il braccio. Io precipito giù.
La caduta mi ha stordita. Non c’è un punto del mio corpo che non sia indolenzito. Sento un dolore acuto alla spalla, credo che si sia lussata. Gli schiaffi hanno segnato il mio viso che adesso pulsa, caldo. Mi dico che non può fare peggio, che non gli conviene esagerare. Deve limitare i colpi per garantire che la merce rimanga intatta. Tanto più che non l’ha ancora gustata.
Per terra, come spezzata, non ho la forza di rialzarmi. Le gambe non riescono a muoversi. Figuriamoci se riescono a sorreggermi fino al mattatoio: la camera è umida e invasa di zanzare che volano, moleste, complici di torbidi segreti. Dato che resto là, pesta, la faccia nella polvere, a pochi centimetri dai piedi di mia zia, Ahmed si china. Chiudo gli occhi, non voglio vedere la sua faccia sudata, i suoi occhi spiritati. Mi solleva e mi getta qualcosa di simile a un sacco sulle spalle. Il sangue affluisce nella mia testa mentre vedo sfilare il suolo nero, poi il corridoio male illuminato e infine la camera con la sua lampada che si accende a intermittenza. Il materasso sporco, il lenzuolo macchiato di ogni vizio, le pareti nude sulle quali posare i suoi occhi vuoti.
Ahmed è nudo e mi disgusta. Dice di essere mio marito. Io lo vivo come una zappa che scava un solco nella mia terra, una lama che incide un taglio profondo nella mia intimità. Mi separa da me stessa. Straziato, il mio corpo è un lembo di fragile tessuto che si lacera. Mio marito mi violenta. Mio marito mi deflora, mi guasta, mi sciupa. Vorrei che la mia carne non fosse la mia carne, che si staccasse da me, soffrisse tutta sola, in un angolo, con le migliaia di frammenti di vetro che la feriscono. Vorrei che lui sparisse con l’arma che ha tra le gambe. Ma è là e io sotto di lui. Un’incudine. Sono sventrata, svuotata. Il mio sangue caldo è un rigagnolo tra le cosce, segue la curva delle gambe. […]
Distesa, il mio corpo è diviso, spezzato, ricoperto di lividi. Ogni respiro mi tortura. Faccio attenzione a muovermi, rotolo su me stessa per trovare la posizione che mi consentirà di alzarmi senza soffrire troppo. Le due voci continuano la loro conversazione nel salone. Finalmente, riesco a uscire dalla mia posizione senza avere la sensazione di perdere i pezzi. Sulle dita dei piedi che poso a terra c’è del sangue rappreso. Senza far rumore, mi intrufolo nel cortile sul retro, dove ci si lava e si cucina, e riempio d’acqua un mastello per togliere dalla mia pelle sporca i resti dell’odore di mio marito. […]
Il tempo si è fermato sotto la tortura. La mia notte di nozze: un’eternità.
Non ho più undici anni.

Ancora una storia, l’ennesima, di infanzia annientata, di violenza senza limiti, di immondo mercato di carne umana. E ad ogni nuova lettura, ad ogni nuova storia, lo strazio si rinnova sempre uguale. Il tempo passato del titolo induce all’ottimismo sull’epilogo della storia; ma quanti inferni dovrà attraversare una bambina dall’infanzia straziata prima di trovare non dico un paradiso, ma almeno un’oasi in cui tirare il fiato?

Fatima, Ero una sposa bambina, Piemme
sposabambina
barbara