DONBASS, A CHE PUNTO SIAMO

Si continua a sparare e bombardare, come possiamo sentire; vi risparmio le ore di video disponibili con analoghe documentazioni, e passo invece a mostrarvi Mariupol, a due mesi dalla resa dei nazisti, tutta un fermento di vita e di ricostruzione – e stendiamo un velo pietoso sulla barzelletta dell’Italia che aveva anch’essa promesso di ricostruire, ma solo a condizione che l’area tornasse sotto sovranità ucraina, con buona pace del diritto di autodeterminazione, in particolare dei popoli massacrati.

Proseguo con un appello dei giovani di Donetsk

E con la commemorazione dei bambini vittime dei nazisti ucraini.

A Donetsk si celebra il ricordo dei bambini morti nella guerra del Donbass

Il 27 luglio a Donetsk si è tenuta per la prima volta la “Giornata del ricordo dei bambini vittime della guerra in Donbass”. Questa data verrà commemorata ogni anno.
La data non è occasionale, ricorda quando il 27 luglio del 2014 un improvviso bombardamento sulla città di Gorlovka dilaniò i corpi di una giovane mamma Cristina che teneva tra le braccia la figlioletta Kira mentre passeggiavano al parco. 
Le foto che allora circolarono (ancora visibili sul web), mostrano i due corpi scomposti nell’erba, anneriti e dilaniati da questa morte atroce. Iniziarono subito ad attribuire a Cristina la definizione di “Madonna di Gorlovka”: una “Pietà”, per il materno istinto nel difendere dalla morte la propria creatura con le braccia. Gli autori di questo mostruoso crimine rimangono impuniti.

prima
dopo

Nella giornata, davanti al monumento “Alleya Angelov”, il “Viale degli Angeli” situato nel parco centrale di Donetsk, sono stati posti giocattoli e fiori. Il monumento che consiste in una lastra di marmo dove sono incisi i nomi di tutte le piccole vittime è sempre circondato da fiori, peluche e piccoli giocattoli. 
Nella tarda mattinata il Ministro degli Esteri della Repubblica Popolare di Donetsk Natalia Nikonorova, ha diretto una conferenza dedicata al ricordo di questi bambini, i relatori, numerosi, erano in presenza, ma anche in modalità on-line. I boati delle esplosioni che si udivano, seppur all’interno dell’edificio, non hanno intimidito i presenti e sono diventati il “sottofono” acustico di questo evento.
In serata nel parco centrale di Donetsk con un raggio laser proiettato su un palazzo adiacente è stata raffigurata la tragedia di questi bambini, sono stati mostrati tutti i loro nomi.. Veramente un momento toccante: ogni nome – una giovane vittima innocente stroncata.
Nel corso della giornata, a Gorlovka, era poi prevista l’installazione di un monumento metallico dedicato alla “Madonna di Gorlovka”. La scultura, opera di Viktor Mikhalev, un fabbro di Donetsk, è stata realizzata usando come materiale i frammenti metallici delle bombe, dei missili che cadono sulla città.
Purtroppo i combattimenti in corso nei pressi di Gorlovka hanno reso impossibile, per ragioni di sicurezza, l’installazione e l’inaugurazione del monumento.
Dal 2014, sotto le bombe ucraine hanno perso la vita 130 bambini e 512 sono rimasti feriti. Crimini impuniti che chiedono giustizia davanti agli uomini e davanti a Dio. Forse gli autori di questi crimini saranno processati, o forse no! In ogni caso, non potranno sottrarsi al giudizio di Dio. 
L’Occidente continua a non sentire, a non vedere e non ha il coraggio di parlare e denunciare questi crimini. 
Questa, senza dubbio, è una grande vergogna, ma la vergogna ancor più grande sta nel fatto che l’Occidente continua a rifornire di armi il regime di Kiev, armi con le quali l’esercito ucraino colpisce il territorio del Donbass e commette questi crimini.
Ogni giorno sulla città di Donetsk in maniera assolutamente indiscriminata cadono le bombe, nessuno sa prevedere né dove, né quando.. Ma, nonostante queste condizioni di terrore e di pericolo costante la vita scorre e assume una sorta di “normalità”.
Non si contano i boati che si sentono più o meno distanti.. Nei giardinetti tra i palazzi i bambini si ritrovano e giocano normalmente e nemmeno pare ci facciano più caso.. Egor cinque anni (mentre ero ospite della sua famiglia) ogni volta che sente il boato di un’esplosione sorride e dice, “dalekò” (“è lontano”) come per tranquillizzare tutti i presenti. Questa è la normalità di Donetsk!
Ma qual è il senso di questi bombardamenti indiscriminati? Di fatto vengono solo colpite persone e infrastrutture civili!
Di cosa possono essere colpevoli i bambini del Donbass agli occhi di Kiev? Un bambino non rappresenta mai una minaccia e nemmeno un obbiettivo militare!
Perché a questi bambini viene negato il diritto ad un’infanzia normale, il diritto alla felicità, il diritto ad avere un futuro, semplicemente il diritto di vivere? 
L’Occidente sempre pronto a denunciare la violazione di qualsiasi diritto per tutti, semplicemente, davanti a questi crimini si gira dall’altra parte.
Il silenzio dell’Occidente diventa complice e uccide una volta di più questi bambini: la prima dalle bombe ucraine, la seconda dai media mainstream che non parlandone, ne insabbiano la morte, quindi la memoria.
Siamo davanti alla perdita dei più basilari principi morali. C’è realmente da chiedersi quali elementi di degrado e di perversione abbiano mai potuto portare così in basso l’Occidente che, al contrario, ama pomposamente definirsi la culla dei diritti, della democrazia, della libertà! 
Nonostante tutto Donetsk è sempre in piedi e va avanti. In questi otto anni di guerra la popolazione del Donbass si è temprata a ogni sofferenza, a ogni sacrificio ed è determinata a raggiungere il proprio obiettivo: vivere in pace, costruire la propria vita e il proprio futuro sulla propria terra. 
Eliseo Bertolasi, qui.

E voi, assassini, continuate a mandare armi per continuare a uccidere innocenti, e vi vantate nei parlamenti e sui social delle vostre mani grondanti di sangue – che possa ricadere tutto su di voi, maledetti.

barbara

COMINCIA FINALMENTE A SVEGLIARSI ANCHE L’ONU?

Report ONU accusa la parte ucraina di usare scudi umani

E’ stato pubblicato un rapporto delle Nazioni Unite secondo cui l’Ucraina usa i civili come scudi. Questo è esattamente ciò che hanno detto gli abitanti di Mariupol. Non dovrebbe meravigliare nessuno.
Rilancio di seguito la notizia come riportata da Rai News che ha ‘diluito’ la gravità tra parte ucraina e russa. Mentre la responsabilità ucraina nell’usare i civili come scudi umani nel report ONU è chiara e non dovrebbe consentire funambolismi.
Ciò che è rilevante è che il modus operanti messo in atto in questo ospizio di Lugansk, è stata la prassi a Mariupol ed in molte altre occasioni, come raccontano i testimoni.

Rai News ha riportato:
Un rapporto Onu accusa l’Ucraina: “Anche Kiev responsabile dei morti all’ospizio di Lugansk”
Pochi giorni prima dell’attacco dell’11 marzo, i soldati ucraini presero posizione all’interno della casa di cura, rendendo l’edificio un bersaglio.

Un rapporto Onu accusa l’Ucraina: “Anche Kiev responsabile dei morti all’ospizio di Lugansk” Ansa/UKRINFORM

Anche le forze armate ucraine hanno una responsabilità importante, forse uguale a quella russa, in quanto accadde, circa due settimane dopo l’inizio dell’invasione di Mosca, in una casa di cura nella regione di Lugansk, dove morirono decine di persone. È quanto ha stabilito un rapporto dell’Onu, secondo l’agenzia Associated Press. Nell’ospizio c’erano soprattutto anziani e disabili, che rimasero intrappolati all’interno, senza luce elettrica e acqua, quando i ribelli filorussi assalirono la struttura, vicino al villaggio di Stara Krasnyanka.
L’assalto provocò un incendio che intrappolò all’interno quanti erano allettati. Secondo le Nazioni Unite, almeno 22 dei 71 pazienti riuscirono a trarsi in salvo, “ma il numero esatto delle persone uccise rimane sconosciuto”. Subito dopo l’attacco, Kiev accusò Mosca di aver causato la morte di oltre 50 persone. Ora le Nazioni Unite correggono la versione, sostenendo che pochi giorni prima dell’attacco dell’11 marzo, i soldati ucraini presero posizione all’interno della casa di cura, rendendo l’edificio un bersaglio. Il rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite non arriva a sostenere che le parti abbiano commesso crimini di guerra, ma osserva che la battaglia nella casa di cura è un esempio di come possano essere usate le persone come “scudi umani” nelle aree di guerra.
fine citazione

Il report di RAI News è sbilanciato a favore della parte Ucraina. Pur evidenziando che l’esercito ucraino ha utilizzato gli anziani come scudi umani, afferma che questa responsabilità è condivisa tra le parti.
Ovviamente, se l’esercito ucraino non si fosse coscientemente installato all’interno della casa per anziani, questi ultimi non avrebbero corso alcun rischio.
E’ solo il primo riconoscimento da parte dell’ONU , ma le testimonianze video dei civili sono tantissime che riferiscono lo stesso contesto. E’ pratica comune delle forze ucraine utilizzare gli edifici residenziali facendosi scudo dei civili.
Questo avviene sopratutto in quella parte di territorio ucraino che corrisponde al Donbass, in fondo in molti casi si tratta di quegli stessi edifici che le forze stesse ucraine bombardavano. Mentre, in altri casi, si tratta di popolazioni non amichevoli con le forze governative di Kiev. Anche perché in genere è plausibile che  una bella fetta della popolazione fedele al governo ucraino, si è spostata ad ovest. Di conseguenza , il report ONU dimostra che anche nella conduzione delle ostilità l’esercito ucraino non si fa scrupolo di fare terra bruciata. Si tratta in fondo di territorio che sta perdendo e che quindi non vuole lasciare al nemico intatto. Se poi aggiungiamo che la popolazione non è stata amichevole, allora il quadro che emerge è abbastanza chiaro. Ovviamente, il nome più appropriato in questo caso sono rappresaglia e sterminio.
Quindi dire ‘è colpa di entrambi’ rivela una certa partigianeria, in questo caso inopportuna, perché non si sta parlando di chi sia l’aggressore o altro (evidentemente l’invasione del territorio ucraino, è russa), stiamo parlando invece del metodo di condurre la guerra e della preservazione dei civili e delle aree residenziali.
Al di là degli approfondimenti e delle analisi, comunque la notizia degli anziani deceduti in questa vicenda bellica è desolante. Dovrebbe bastare a indurre le parti a trovare una soluzione equa che tenga conto della realtà e delle rispettive responsabilità- Che non avvenga indica inequivocabilmente che coloro che che buttano benzina sul fuoco sono solo a parole interessati alla popolazione civile, quando – come vediamo – non conta nel raggiungimento dei target prefissati.
Patrizio Ricci, VPNews, 14 Luglio 2022, qui.

Va ricordato – e visto che non lo ricorda l’Onu lo ricordo io, che in base alle Convenzioni di Ginevra e dell’Aja sono protetti scuole, ospedali, luoghi di culto e monumenti storici, strutture civili e altri impianti che non sono usati a sostegno di attività militari. Ma ci sono delle eccezioni: una scuola, per esempio, diventa un obiettivo militare legittimo se vi sono acquartierati dei soldati. L’immunità dagli attacchi può essere persa se le persone o gli oggetti vengono usati per commettere atti che danneggiano una delle parti in conflitto.
Per il diritto internazionale umanitario, le parti in conflitto devono tenere le loro postazioni militari più lontano possibile dalle concentrazioni di civili. Anche l’uso di civili come scudi umani è considerato come crimine di guerra. L’articolo 51 del primo protocollo aggiuntivo del 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 1949 dispone che “la presenza o gli spostamenti di popolazioni civili o di singoli individui non deve essere sfruttata per rendere immuni da operazioni militari certi punti e certe zone del territorio allo scopo di evitare che vengano attaccati obiettivi militari, o di proteggere, favorire o impedire operazioni militari.” Quindi nel caso in questione la Russia ha colpito un obiettivo militare legittimo e l’Ucraina ha commesso un crimine di guerra , e altro non resta da dire.
Stesso discorso per il bombardamento di Vinnitsa.

Il Ministero della Difesa della Federazione Russa sull’attacco missilistico alla casa degli ufficiali a Vinnitsa

Il 14 luglio, le forze aerospaziali russe hanno colpito obiettivi a Vinnitsa e nella regione con missili a lungo raggio ad alta precisione. Secondo le informazioni disponibili, gli obiettivi dell’attacco erano strutture militari adiacenti alla Camera degli ufficiali di Vinnitsa, dove è stata effettuata la formazione delle unità di difesa territoriale ucraina. Un altro obiettivo era un’unità militare nella città di Gaisin nella regione di Vinnitsa, dove le forze ucraine stavano ammassando ed erano immagazzinate attrezzature militari, compresi veicoli corazzati e artiglieria forniti dall’estero.
Questo è quanto rende noto il Ministero della Difesa della Federazione Russa sull’attacco missilistico alla casa degli ufficiali a Vinnitsa:
«Il 13 luglio, missili ad alta precisione Calibr hanno colpito la casa di guarnigione degli ufficiali a Vinnitsa dove in quel momento si stava svolgendo una riunione del comando dell’aeronautica ucraina con i rappresentanti dei fornitori di armi stranieri.
Durante l’incontro, si è discusso del trasferimento all’esercito ucraino del nuovo lotto di aerei, armi di distruzione e organizzazione della riparazione della flotta aerea ucraina. A seguito dell’attacco, i partecipanti alla riunione sono stati eliminati».
LA REDAZIONE DE L’ANTIDIPLOMATICO, qui.

Ma i nostri mass media allineati e appecoronati hanno scelto, nonostante tutti gli analoghi precedenti, di credere ciecamente alla versione ucraina.
Intanto l’esercito ucraino continua a martellare, come sta facendo da oltre otto anni, i civili del Donbass.

Attacco ucraino al centro di Donetsk provoca diverse vittime civili

Le forze armate ucraine hanno effettuato un attacco di artiglieria contro il centro della città di Donetsk, causando diverse vittime, ha riferito la Difesa territoriale della Repubblica Popolare di Donetsk.
Secondo le informazioni disponibili, 2 persone sono state uccise e 3 risultano ferite.
Il leader della Repubblica Popolare di Donetsk, Denis Pushilin, ha dichiarato sul suo canale Telegram che l’offensiva è stata condotta contro una stazione degli autobus della città.
Pushilin ha citato Ruslan Yakubov, capo della rappresentanza della Repubblica presso il Centro congiunto per il controllo e il coordinamento del regime di cessate il fuoco, secondo cui l’attacco è stato effettuato con un obice M777 da 155 mm.
Il leader della Repubblica ha sottolineato che “non ci sono strutture militari nelle vicinanze”, definendo l’evento un nuovo attacco “deliberato” ai cittadini civili della RPD.
Le truppe del regime di Kiev, imbottite di armi dai paesi del blocco occidentale, bombardano regolarmente Donetsk e gli insediamenti vicini. 
Usano principalmente artiglieria calibro NATO da 155 mm. A causa degli attacchi, i civili continuano a morire. 
LA REDAZIONE DE L’ANTIDIPLOMATICO, qui.

E qui (non per stomaci delicati) un video di Vittorio Rangeloni.

E intanto il mondo intero continua a essere praticamente nelle mani di uno che arrivato in Israele scende dall’aereo e chiede con aria smarrita “What am I doing now?” e non riesce ad arrivare al centro del tappeto rosso largo un metro nonostante il cospicuo aiuto fornitogli

e continua a precipitare sempre più velocemente verso il baratro.

Ad un passo della catastrofe, la UE continua a ripetersi ‘vogliamo darla vinta a Putin?’.

Secondo quanto riferito dai media, l’Ungheria ha dichiarato lo stato di emergenza nel settore energetico. A quanto pare, questo scenario si estenderà ad altri paesi europei. In generale, non ci sono altri che presto saranno nelle stesse condizioni.
Lo stato di emergenza comporta l’introduzione di una distribuzione razionata delle risorse energetiche, la creazione di limiti di consumo e l’assegnazione di destinatari prioritari. Bene, i blackout continui sono un classico in questa situazione.
Ora tocca alla propaganda, che cercherà di trarre beneVincenzoficio alla manipolazione ed alla minimizzazione dei rischi. Questo gioco in fondo non è particolarmente necessario e faticoso. Il cittadino europeo deve ricevere un’indicazione chiara e precisa di chi è responsabile dei suoi guai. Uno sfondo ideale per accelerare le transizioni energetiche, che in precedenza avrebbero richiesto molti sforzi, approvazioni tramite i parlamenti, dibattiti pubblici problematici. Ora sarà incommensurabilmente più facile.
A proposito, questa notizia che apparentemente sembrerebbe buona per l’Ucraina, in realtà non lo è: ora che l’Europa avrà tutto il diritto di confiscare i beni russi congelati a suo favore come risarcimento del danno economico causato, la domanda è cosa rimarrà dell’Ucraina visto che Putin in persona ha detto che il rischio atomica è sempre più vicino.
Ma intanto per i “falchi” europei anche questa è una buona notizia, visto che loro rispondono con il solito ora hanno n argomento: vuoi arrenderti a Putin?
Questa corrisponde all’apice dell’idiozia, ma è ripreso da un mucchio di persone che pensano di essere ‘angioletti buoni’.
Ma non lo sono ed a questo punto lo scenario prospettato dal prof Vincenzo Costa è realistico:

(…) la logica evoluzione del conflitto non può che seguire tre stadi:
1) a breve una carneficina tra russi e ucraini, con molti soldati occidentali dislocati li come “mercenari”;
2) un ingresso nel conflitto della NATO, perché se le parole hanno un senso gli ucraini per quanto supportati non possono vincere la guerra e ad ogni aumento di aggressività Ucraina corrisponderà un incremento della risposta russa, per cui se si vuole vincere la guerra la NATO deve intervenire in prima persona e non per interposta persona usando gli ucraini;
3) il passaggio a una guerra nucleare, dapprima con l’uso di atomiche tattiche che farebbero dell’Ucraina una terra fumante e poi, se non sì rinsavisce, con atomiche di ben altra portata. 
Per arrestare tutto questo sarebbe necessario un grande movimento per la pace, che chieda e imponga sicurezza per tutti, un nuovo ordine globale, multipolare e decentrato. 
Purtroppo di questo movimento non vi è traccia, tranne le parole di Papa Francesco, che ha detto una cosa chiara: questa guerra è una guerra tra potenti,  che decidono della vita di milioni di uomini e forse del pianeta e di tutti noi, per cui a fermarla devono essere i popoli, e anche la disobbedienza  è giustificata.
Ma anche la sua voce non arriva, distorta dai media, che alzano o abbassano il volume e amplificano ciò che interessa al potere e ai potenti. 
Lentamente forse si andrà nell’ordine delle tre possibilità prima enunciate. L’inverno può essere freddo ma anche molto caldo, e l’estensione della guerra è ormai nell’interesse di troppi attori.
Tenete conto che anche nel caso di una guerra nucleare nessun dei potenti morirebbe. 
Come gli oligarchi ucraini si sono spostati in Inghilterra e in UE, salvando le loro lussuose auto, allo stesso modo gli oligarchi occidentali hanno la possibilità di trasferirsi in Africa, America del Sud e in altri posti in cui un’eventuale guerra nucleare non avrebbe effetti diretti (li avrebbe ovviamente, ma non quelli che avremmo noi). 
E ovviamente neanche Putin e i suoi oligarchi pagherebbero le conseguenze di un conflitto devastante.
A essere in pericolo sono i popoli.
Proprio per questo non è la politica a poter fermare questa follia, non è la stampa degli Agnelli che con la guerra fa affari d’oro. 
Sono solo i popoli a poterlo fare. 
Per adesso sembra siano però occupati anche loro a fare altro, tra apericena, vacanze e saldi imperdibili nei negozi. (Vincenzo Costa)
Patrizio Ricci, VPNews, 13 Luglio 2022, qui.

In mezzo a questo sfracello, almeno una nota positiva: la Lituania, a quanto pare, è stata convinta a rinunciare ai suoi deliri da superpotenza che può permettersi di dettare le condizioni al mondo intero.

[…]
L’Unione europea ha finalmente convinto la riluttante Lituania a lasciar passare i treni tra l’enclave e la Russia.
Un uno – due in controtendenza rispetto alle dichiarazioni bellicose che si intrecciano sulla guerra. Cenni di distensione che sembrano allinearsi con gli scenari di taluni analisti che parlano di un cambiamento di clima sul conflitto.
Non siamo alla fine della guerra, né, sembra, all’inizio della sua fine. Ma sicuramente siamo alla fine del suo inizio. L’Occidente, cioè, ha ormai riconosciuto che tutte le sue previsioni di una vittoria a breve termine sulla Russia, prodotta da una valorosa resistenza militare ucraina (leggi Nato) e dall’effetto devastante delle sanzioni, sono state incenerite dalla realtà.
Una realtà che ha posto anche drammatiche criticità all’altra prospettiva, stavolta a lungo termine: quella di una guerra che avrebbe logorato il paese di Putin. Anche qui la realtà dice che questa guerra sta logorando più l’Europa e tanta altra parte di mondo che la Russia.
Finite queste illusorie geostrategie, l’Occidente deve rivedere i suoi piani. Resta, certo, anche se meno assertiva, la prospettiva di logorare la Russia (né può decadere prima dell’Endgame). Ma accanto a questa iniziano a essere prese in considerazione anche ipotesi di tutt’altro segno, cioè come uscire indenni da questa trappola per topi nella quale i neocon e i leader della Nato hanno cacciato il mondo.
Se solo si pensa che il fiume di armi diretto in Ucraina doveva servire, come ripetevano e ripetono tutti gli strateghi – televisivi e non -, a portare Kiev al tavolo del negoziato da una posizione di forza, si può notare come tale prospettiva stia logorandosi anch’essa, perché la posizione dell’Ucraina si sta indebolendo ogni giorno che passa.
Si tratta, quindi, di chiudere il conflitto senza consegnare la vittoria a Putin, cosa che col passar del tempo diventa sempre più difficile.
Né le dichiarazioni dei leader ucraini sulla prossima creazione di un esercito di un milione di uomini muta la questione. È un’iperbole propagandistica, dal momento che gli eserciti non si creano dal nulla, né si possono trasformare magicamente, e in pochi giorni, dei civili in truppe d’assalto. Roba da macelleria, carne da cannone.
C’è solo da attendere, purtroppo, che l’America esca dal tunnel, anche se non si vede come. Un semplice cessate il fuoco può offrire appigli al riguardo, perché può essere rivenduto come un momentaneo stallo, così come avvenne per la guerra coreana, con uno stallo poi diventato ultradecennale. Ma anche tale soluzione presenta criticità per Washington, da superare in qualche modo.
Però va anche registrato che l’alternativa folle propria dell’opzione apocalisse, da realizzarsi tramite escalation (sul punto rimandiamo a una nota di Responsible Stratecraft), pure propugnata con fervore dai neocon e dai loro compagni di merende, al momento sembra aver perso mordente. Bene. (Qui)

Va detto, comunque, che quei poveri russi sono veramente sfigati:

perché in effetti

Certo è, in ogni caso, che per salvarci, ormai, serve proprio qualcuno capace di fare le acrobazie.

barbara

E DUNQUE LA RUSSIA HA BOMBARDATO UN CENTRO COMMERCIALE, GIUSTO?

È così che la solita Premiata Ditta ce l’ha confezionata, e dato che le menzogne che funzionano meglio sono quelle che contengono almeno un frammento di verità, andiamo a cercare questo frammento per ricostruire e risistemare poi il resto. E partiamo dalle immagini. Ecco, qui vediamo il supermercato che è stato colpito, come ci hanno raccontato, ma lì vicino, proprio vicino vicino, c’è anche qualcos’altro, che non ci hanno raccontato

Davvero dobbiamo credere che l’esercito russo abbia scelto di bombardare un supermercato ignorando le vicinissime strutture militari? Dopo averci raccontato che sono criminali, spietati, crudeli, infami, perfidi, satanici peggio di Satana in persona, adesso pretendono di raccontarci che sono anche ritardati e talmente autolesionisti da sprecare preziosi missili ad alta precisione per demolire un supermercato?! Cari ragazzi, voi siete in totale malafede e per giunta deficienti, ma noi no! Quindi la dinamica appare perfettamente chiara: i missili hanno centrato le strutture militari, e a causa della loro criminale vicinanza a diverse strutture civili, qualcuna di queste è rimasta inevitabilmente coinvolta nell’esplosione. A questo proposito

“Il Tribunale dell’Aja considera convenzionalmente legittima la distruzione –  non intenzionale – di obiettivi civili dentro 200 metri dagli obiettivi militari.  Con il supporto di questa tesi vengono presentate due foto satellitari. La prima foto mostra che lo “spazio legittimo” si trova entro i 200 metri: 100 metri dall’impianto militare di Artem o a 187 metri dall’officina 27, che produce missili aria-aria. Il supermercato era a 90 metri circa.” (Qui, con tutti i dettagli e ulteriore documentazione fotografica)

Ecco dunque le foto

Quest’ultima la sdoppio, in modo che le immagini e le didascalie appaiano più chiare.

Ora, se riguardate un momento la prima foto, vedrete in alto un albero, icona che indica la presenza di un parco, che potete vedere meglio in quest’altra foto

Quello che segue è un video che mostra in sequenza le riprese delle diverse telecamere presenti nel parco al momento dell’esplosione:

Come possiamo chiaramente vedere, l’esplosione è molto vicina, decisamente più vicina rispetto al supermercato, e le cose che si vedono volare non fanno precisamente pensare a cose provenienti da un supermercato. E in ogni caso, ecco qui un brevissimo video dell’impianto militare distrutto dai missili russi:

https://t.me/lamiarussia/11532

Quello vicino al supermercato – l’unica cosa che la propaganda nazista ci fa vedere.
E ora vediamo un’ulteriore documentazione dei crimini di guerra ucraini, ossia l’esecuzione di civili grazie a Patrick Lancaster

Altre distruzioni operate dall’esercito ucraino documentate da Graham Phillips in questo video del 27 giugno

E da Vittorio Rangeloni il 28 giugno

E infine, nel caso qualcuno ancora si ostinasse a nutrire dei dubbi, la prova documentale che la NATO sta accuratamente e sempre più aggressivamente perseguendo la terza guerra mondiale:

“Le politiche ambiziose e coercitive della Cina minacciano i nostri interessi, sicurezza e valori”. Così testualmente si apre il punto 13 del documento strategico sottoscritto dal vertice NATO di Madrid. 
I guerrafondai in malafede che ancora parlano di una alleanza difesa sono smentiti da un documento che dichiara guerra a gran parte del mondo. Non sola la Russia vi e definita nemico principale, evidentemente da sconfiggere. Ma tutto il pianeta viene sottoposto all’’intervento del Patto EuroAtlantico. Dall’Africa, al Medio Oriente, all’Indocina, ovunque nel mondo la NATO proclama la su intenzione di intervenire a sostegno dei propri interessi, sicurezza, valori, contro tutti i paesi ed i regimi che considera nemici. 
Altro che difesa dell’Europa. Il documento strategico proclama l’impegno al confronto mondiale su tutti i piani militari compreso quello nucleare. Il cui rischio però viene definito, bontà loro, “remoto”.
Giorgio Cremaschi
, qui.

Consoliamoci almeno gli occhi

barbara

E BOMBA SU BOMBA

noi, abbiam distrutto il Donbass, il Donbass,
insieme a voi (che ce le regalate)

Ucraina: «Fiat iustitia, pereat mundus»

“Non cederemo il Sud dell’Ucraina alla Russia”. Così Zelensky ieri, mettendo una pietra tombale sulle possibilità di avviare a breve un negoziato con i russi. In tal modo ha voluto rispondere, in maniera pubblica e inequivocabile, alle richieste di Macron e Scholz, i quali, nel corso delle visita a Kiev (insieme a Draghi) [non è un bijou quel Draghi fra parentesi?], gli avevano chiesto di riprendere i negoziati.
Nulla di fatto, il presidente che ostenta la magliettina verde dell’esercito in ogni circostanza, non può smarcarsi dall’America, che non gli consente alternative alla guerra. A rafforzare il rilancio di Zelensky, la parallela dichiarazione del Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, il quale ha affermato che la guerra “potrebbe durare anni“.
Se nei giorni scorsi il “partito della pace” aveva avuto un sussulto in Occidente, aprendo spiragli, si può registrare con certa tristezza che tale accenno di vitalità è stato prontamente tacitato. D’altronde era abbastanza evidente anche nei report del viaggio della speranza (per usare un termine in uso ai pellegrinaggi religiosi) di Scholz e Macron: ben pochi media importanti avevano riferito della richiesta avanzata dai leader (e chi ne ha riferito lo ha fatto con la distrazione del caso), limitandosi a ribadire il mantra dell’ingresso dell’Ucraina nella Ue.
La definizione “partito della pace” l’abbiamo ripresa da Steven Erlanger, cronista del Times e premio Pulitzer, il quale, interpellato da Yana Dlugy per il New York Times, ha detto che sull’Ucraina in Occidente si registra il conflitto tra il “partito della pace” e il “partito della giustizia”.
“Il partito della giustizia – spiega Erlanger -, formato fondamentalmente dall’Europa dell’Est, gli Stati baltici e la Gran Bretagna [e gli Usa, ovviamente], ritiene che c’è in ballo qualcosa di più dell’Ucraina, che è a tema la sicurezza europea. E che se Putin non si sente sconfitto, se non si ferma qui, allora, in qualche modo, proseguirà” nella sua assertività.
“Il partito della pace teme che gli obiettivi del partito della giustizia siano l’estensione della guerra, fino a rischiare un’escalation, al coinvolgimento dei paesi della NATO nella guerra, con il fine di mettere Putin all’angolo”.
C’è qualcosa di vero in queste righe, ma ancora più corretta la considerazione conclusiva, cioè che se l’America non sostenesse più l’Ucraina, la guerra finirebbe rapidamente, se non subito.
La cessazione delle ostilità vedrebbe non tanto Mosca invadere Kiev – mossa che minaccerebbe del caso solo per forzare la mano all’avversario – quanto la leadership ucraina aprirsi subito al negoziato, che i russi accoglierebbero con favore, potendo dichiarare chiusa la guerra e proclamare la vittoria.
In realtà, lo scontro in atto non è solo tra un’asserita “giustizia” e una irenica “pace”, ma soprattutto tra una politica estera improntata al realismo e quella, dominante in America (e, in subordine perché subordinata, in Europa), forgiata dall’ideologia iper-liberista e/o neoconservatrice.
Tale scontro è descritto molto bene in un articolo di Sumantra Maitra sul National Interest, al quale rimandiamo. In questa sede ci limitiamo a riportare una riflessione di Hans Morgenthau ivi riportata sulla necessità del realismo in politica.
“Il realismo sostiene che i principi morali universali non possono essere applicati alle azioni degli Stati nella loro formulazione universale astratta, ma che devono essere filtrati attraverso le circostanze concrete del tempo e del luogo. L’individuo può dire: “ Fiat iustitia, pereat mundus (Sia fatta giustizia, anche se il mondo perisce),” ma lo Stato non ha il diritto di dirlo in nome di coloro che sono sotto la propria tutela”.
“Sia l’individuo che lo stato devono giudicare l’azione politica in base a principi morali universali, come quello della libertà. Tuttavia, mentre l’individuo ha il diritto morale di sacrificarsi in difesa di un tale principio morale, lo Stato non ha il diritto di far sì che la sua disapprovazione morale per la violazione della libertà ostacoli un’azione politica di successo, a sua volta ispirata dal principio morale di una sopravvivenza nazionale. Non può esserci moralità politica senza prudenza; cioè, senza considerare le conseguenze politiche di un’azione apparentemente morale” .
Riflessione che il cronista del NI commenta spiegando che se certo il realismo non è alieno da aspetti negativi, “non è paragonabile alle crociate per la democrazia degli ultimi trent’anni”.
Commento precipuo, dal momento che anche il sostegno all’ucraina e alla sua lotta “fino all’ultimo ucraino” contro l’invasore, se pure all’inizio poteva identificarsi come un doveroso sostegno verso l’aggredito, oramai, caduta tale foglia di fico, ha assunto l’aspetto di una crociata per la libertà e la democrazia proprio delle guerre infinite.
Tale natura religiosa, che non consente dissidenza (la dissidenza è eresia), fa di questa guerra un conflitto esistenziale e insanabile, escludendo a priori non solo il negoziato, ma la stessa idea del negoziato. Tanto che nelle disquisizioni degli esperti e degli analisti che parlano a nome e per conto del potere dominante, il negoziato non è neanche evocato se non come vago residuo colloquiale per rassicurare le masse.
Nulla importa che il mondo sia flagellato dalle conseguenze della guerra e soprattutto delle sanzioni: inflazione e rischio stagflazione in Occidente, fame in Africa, turbolenze e violenze di piazza diffuse all’orizzonte, rischio di nuove ondate migratorie, incremento della destabilizzazione globale… solo per parlare delle conseguenze certe, che all’incerto non c’è limite.
Già, nulla importa: Fiat iustitia, pereat mundus. Dove, ovviamente, la giustizia è Cosa loro.
20 giugno 2022, qui.

Sì, direi che il richiamo alla mafia ci sta tutto.

Nuovo comandante esercito inglese: “Prepariamoci a combattere nuovamente in Europa”

Dal Regno Unito giungono le roboanti dichiarazioni di un pezzo grosso dell’esercito a scaldare ulteriormente il clima e le tensioni politiche internazionali.
Dichiarazioni che non lasciano preludere a niente di buono, con una distensione sempre più lontana sul fronte del conflitto che vede schierati da una parte i russi e dall’altra gli ucraini, dietro la regia degli Usa che si stanno spendendo tanto in termini di finanziamento militare e appoggio di intelligence a Kiev; accanto a Washington, un ruolo di primo piano hanno poi i fidi alleati britannici.
L’annuncio è stato dato qualche ora fa da THE SUN, secondo quotidiano in lingua inglese più venduto al mondo: il generale Sir Patrick Sanders, il nuovo comandante dell’esercito, – scrive il tabloid britannico – ha affermato che “l’assalto sanguinario di Putin all’Ucraina ha scosso le basi della sicurezza globale”. In un primo messaggio rivolto a ogni soldato in servizio, ha detto che “il mondo è cambiato da quando il dittatore russo aveva invaso l’Ucraina il 24 febbraio”. [A me veramente sembra che “il mondo” sia cambiato da quando Biden ha decretato le sanzioni e imposto a mezzo mondo di seguirlo, e ad armare sempre più pesantemente l’Ucraina imponendo parimenti a mezzo mondo di seguirlo. Carina poi la cosa di chiamare dittatore Putin mentre viene chiamato universalmente “presidente” Abu Mazen]
Sanders ha promesso di forgiare un esercito in grado di battere la Russia in battaglia e ha avvertito le coraggiose truppe britanniche che ora devono prepararsi “a combattere ancora una volta in Europa”.
Il generale, nel suo nuovo ruolo da lunedì scorso – continua The Sun- ha dichiarato: “Ora c’è un imperativo ardente di forgiare un esercito in grado di combattere al fianco dei nostri alleati e sconfiggere la Russia in battaglia”.
Ancora, “L’invasione russa sottolinea il nostro scopo principale: proteggere il Regno Unito essendo pronti combattere e vincere guerre sulla terraferma”. [Nel senso che il Regno Unito sta rischiando di essere invaso dalla Russia? Ganzo!]
Sanders, 56 anni che ha condotto operazioni militari in Irlanda del Nord, Kosovo, Iraq e Afghanistan, ha promesso inoltre che avrebbe accelerato i piani per modernizzare l’esercito e renderlo funzionale a dispiegarsi all’estero per rispondere più rapidamente alle crisi.
Affermazioni forti che si aggiungono a quelle del primo ministro, Boris Johnson, che reduce dalla sua recentissima visita a Kiev ha annunciato: “sarebbe una catastrofe se Putin vincesse” e ha assicurato a Zelensky che “il Regno Unito è pronto a lanciare un’importante operazione per addestrare le forze armate ucraine, addestrando fino a 120.000 soldati ogni 120 giorni per prepararli al combattimento contro i soldati di Putin”.
FRANCESCO FUSTANEO, qui.

Una piccola domanda: da quando in qua sono i militari e non i parlamenti a decretare le guerre? Un’altra piccola domanda: tot soldati ogni 120 giorni cioè ogni 4 mesi: per quanti turni? Ossia per quanti anni hanno già deciso che questa guerra CHE NON LI RIGUARDA ma che distruggerà tutti noi dovrà continuare?

Assedio di Kaliningrad: nient’altro che una provocazione per l’estensione del conflitto

Le ferrovie lituane porranno delle limitazioni alle merci che transiteranno nella regione di Kaliningrad e ciò è riferito ad un ampio elenco di merci soggette a sanzioni. Le modifiche sono entrate in vigore sabato 18 giugno. Lo ha annunciato il governatore Anton Alikhanov nel suo canale telegram: “… Ci siamo semplicemente confrontati questo pomeriggio con il fatto che da domani queste merci non saranno accettate per il trasporto. Secondo le stime preliminari, si tratta dal 40 al 50% della gamma di merci trasportate tra la regione di Kaliningrad e altre regioni della Russia … “
Secondo Alikhanov, i materiali da costruzione e prodotti finiti esportati dalla regione di Kaliningrad a altre regioni della Russia rientrano nel divieto.
La posizione dell’exclave di Kaliningrad è la sua vulnerabilità critica. A rigor di termini, è impossibile in linea di principio detenere un tale territorio, quindi la questione del suo status, prima o poi, sarebbe sorto. C’è un deja vu piuttosto persistente: proprio questo territorio divenne la causa immediata della seconda guerra mondiale, quando Hitler consegnò un ultimatum alla Polonia per un corridoio extraterritoriale verso la Prussia orientale. Oggi la storia si ripete.
Il problema è evidente: oggi l’ultimatum alla Lituania sarà presentato in condizioni incommensurabilmente più difficili. L’esercito russo si sta dissolvendo nelle steppe ucraine e sarà molto problematico aprire un altro fronte, anche se si trattasse solo di fronteggiare la Lituania. E lei è un membro della NATO, e quindi tutto è molto più serio.
Il blocco di Kaliningrad è in realtà una risposta al conflitto ucraino, alla sua internazionalizzazione. E dato che l’insieme dei paesi baltici, come tutta la “giovane Europa”, è sotto il patrocinio degli Stati Uniti e, in primis, della Gran Bretagna, questa è la mossa degli anglosassoni nella lotta contro l’Europa continentale . La Russia qui e solo il tramite.
Non ha senso discutere che la Russia ha un’enorme numero di potenziali territori di conflitto lungo tutti i confini. I suoi avversari hanno una ricca scelta di risposte e di eventuali escalation lungo la maggior parte del perimetro dei confini russi, dall’Artico all’Asia centrale.
Qual è il prossimo? In generale, il blocco di Kaliningrad pone una scelta ovvia: la regione non è nella posizione migliore in una situazione di blocco, dovrà affrontare la questione della sopravvivenza nel vero senso della parola. Anche il problema è chiaro: l’invasione dei paesi baltici può tecnicamente terminare con la sua occupazione e la sua occupazione sarà la sua vittoria diventerebbel’obiettivo della “comunità mondiale” .
Al momento in realtà esiste un accordo bilaterale per cui questo il blocco sarebbe illegittimo. Ma si sa nel mondo delle regole, le regole valgono solo all’esterno. Quindi nascono tensioni e la Russia ha risposto già che non accetterà lo status quo.
Aspettiamoci un mondo molto diverso ed un modo di vivere molto diverso da quello a cui eravamo abituati.
Forse vedremo l’inverso dei nostri padri, che hanno visto dopo la guerra un miglioramento della loro vita e delle loro speranze e la prospettiva ideale di un mondo migliore.
È ormai certo che in futuro sarà una estensione del conflitto, con mezzi economici o militari.
La situazione per noi comincia ad essere più vicina, ma nelle repubbliche autonomiste del Donbass hanno mobilitato già dai 15 ai 65 anni al fronte. Questa è la misura della serietà di ciò che sta succedendo. Quindi come risponderà la Russia per Kaliningrad potrebbe essere una sorpresa. Perché è una questione di sopravvivenza. C’è un bias cognitivo in questo da parte della nostra dirigenza, attenta solo che quadrino i numeri e le alleanze, per aprire carriere di successo.
La probabilità di un conflitto armato nel Baltico non è molto alta, ma esiste. “L’Unione Europea deve correggere la situazione con il blocco di Kaliningrad, altrimenti la Russia avrà mano libera per risolvere la questione del transito con ogni mezzo”, ha affermato il capo della commissione del Consiglio della Federazione per la protezione della sovranità Andrey Klimov. Da parte loro, i paesi occidentali comunque cercheranno uno scontro diretto attivamente, non appena la Russia sarà resa più debole dal conflitto in corso.
Per ora la Russia comunque avrà l’opzione marittima per portare i materiali, ma la situazione sarà sempre più tesa e soprattutto, resa deliberatamente più tesa.
Patrizio Ricci, VPNews, qui.

Nulla die sine povocatione.

Colpite le piattaforme di gas in Crimea: l’Ucraina punta all’escalation del conflitto

L’attacco di Kiev alle piattaforme di trivellazione della società di gas Chernomorneftegaz nel Mar Nero, in Crimea, ha sciolto le mani alla Russia, nel più breve tempo verrà data la risposta. “La Russia colpirà i centri decisionali dell’Ucraina”, ha annunciato il deputato della Duma di Stato Mikhail Sheremet.
L’attacco degli ucraini alle piattaforme, dove erano presenti 109 persone, ha provocato 3 feriti, che si trovano nel reparto grandi ustionati dell’ospedale di Sebastopoli, inoltre 7 persone sono disperse, evacuate 94 persone.
Ora in Russia aspettano con ansia la tanto attesa risposta della Russia, la gente è stanca delle azioni sfacciate e continue di Kiev. Da sottolineare che i satelliti commerciali americani Worldview-1, Worldview-2 e Worldview-3 hanno fotografato l’area del Mar Nero, dove si trovano le piattaforme di perforazione di Chornomorneftegaz, una settimana prima che le truppe ucraine le colpissero. 
Il Ministero della Difesa russo ha confermato di aver colpito con i missili “Kalibr2 il centro direzionale dell’esercito ucraino nella regione di Dnepropetrovsk e di aver eliminato oltre 50 generali e ufficiali ucraini. 
Alcune divisioni dell’esercito ucraino hanno abbandonato i combattimenti nella zona di Lisicjansk a causa della “bassa condizione morale e psicologica e mancanza di proiettili”.
Alcuni nazisti ucraini dalla fabbrica “Azot” cominciano a chiedere le trattative e hanno alzato le bandiere bianche… la terra sta letteralmente bruciando loro sotto i piedi.
La Russia ha dato l’ultimatum alla Lituania, la quale ha posto il blocco al transito delle merci tra Kaliningrad ed il resto della Federazione Russa. Se la Lituania non revocherà immediatamente il blocco commerciale, la Russia si riserva il diritto di intraprendere le azioni necessarie per difendere i propri interessi nazionali.
L’azione provocatoria della Lituania che infrange i propri obblighi internazionali, è considerata dalla Russia come un atto ostile. In sostanza è un casus belli … cercano disperatamente la terza guerra mondiale.
Biden intanto ha annunciato che nei tempi prossimi non andrà in Ucraina.
MARINELLA MONDAINI, qui.

Mi è capitato spesso di leggere diari di ragazzini ebrei iniziati poco prima della guerra, che dicono corrono voci di guerra ma speriamo di no, la guerra è scoppiata ma speriamo che duri poco, non sta durando poco ma speriamo che non sia troppo tremenda, si sta rivelando veramente tremenda ma speriamo che per noi ebrei non vada a finire troppo male, ci hanno rinchiusi nel ghetto ma speriamo di poter almeno andare avanti in qualche modo, hanno cominciato a deportare ma speriamo di sopravvivere… E noi che leggiamo sappiamo fin dall’inizio come andrà a finire e che nessuna speranza, neppure l’ultima, si realizzerà. Sempre più spesso ho la sensazione di vivere dentro uno di questi libri, in cui si direbbe che qualcuno – più di qualcuno: perché a differenza di allora, quando la volontà di annientamento era di un uomo solo, oggi sembra che il demone della volontà di distruzione totale ne stia possedendo tanti, e con tantissimi a fare il tifo – ne abbia già scritto la conclusione.

barbara

HANNO OCCHI E NON VEDONO, HANNO ORECCHI E NON ODONO

E qualunque cosa gli si metta davanti, continueranno e non vedere e non sentire. Mi viene in mente un’amica che a ogni attentato particolarmente feroce in Israele diceva: stavolta non possono non capire, stavolta devono vedere di chi è la colpa. E invece no, non capivano, non vedevano, non si accorgevano. Zero. E ricordo Lamberto Dini che dopo l’attentato del Dolphinarium, il primo giugno 2001, mentre gli israeliani erano ancora intenti a raccattare brandelli di carne e pezzi di cervello dei ragazzini fatti a pezzi spiaccicati su per muri, marciapiedi, finestrini di automobili, invitava entrambe le parti alla moderazione. Questi qui di oggi sono se possibile ancora peggio: questi armano chi da otto anni massacra e bombarda civili innocenti (oltre il 10% dei morti sono bambini) e intimano lo stop alla controparte. Ma veniamo agli ultimi fatti. Per cominciare vi affido al nostro Vittorio Rangeloni che vi porta a vedere l’ospedale pediatrico bombardato

Poi a Patrick Lancaster che vi ci porta dentro, nel rifugio in cui sono ammassate 200 donne tra puerpere coi bambini e prossime partorienti.

E infine ancora  a Lancaster per il  bombardamento successivo.

Anche chi non dovesse cavarsela troppo bene con l’inglese, potrà notare che quando i suoi interlocutori dicono che a bombardarli sono gli ucraini, regolarmente lui spiega che in America e in Europa dicono che a fare questo sono i russi, e la reazione degli interpellati è sempre la stessa, identica per tutti.

A proposito di Lamberto Dini, ho ripescato questo mio post di sedici anni e mezzo fa, che contiene diversi spunti interessanti.

Sul Corriere della Sera di oggi Gianna Fregonara un po’ intervista e un po’ racconta Lamberto Dini, l’uomo che possiede la risposta a tutte le domande. Innanzitutto Dini non crede che siano risolutivi «atti unilaterali da parte degli Stati Uniti o di Israele dopo le odiose dichiarazioni del presidente iraniano». Anzi, è convinto che chiedere sanzioni all’Iran da parte del Consiglio di Sicurezza «rischierebbe di spaccare la comunità internazionale di fronte a un problema così complicato come è l’Iran di Ahmadinejad». Lamberto Dini è un pragmatico, ci spiega la signora Fregonara, e ha sempre perseguito la via del dialogo con i Paesi islamici del Medio Oriente, ed è convinto che anche oggi il dialogo rimanga la migliore via d’uscita: e fin qui siamo nel campo delle opinioni, balorde finché si vuole, pericolose, quando a nutrirle è persona con responsabilità di governo, finché si vuole, ma pur sempre opinioni. Poi però il signor Dini pretende di passare ai dati di fatto: «Quando cominciammo la collaborazione economica c’era Khatami che pubblicamente riconosceva l’esistenza dello Stato di Israele e si dichiarava disposto ad accettare una pace purché andasse bene ai palestinesi» e qui non ci siamo proprio, perché il nostro, a quanto pare, ignora che Khatami, esattamente come Ahmadinejad, non ha mai pronunciato la parola Israele, ha continuato a costruire il nucleare, ha sempre scritto sui missili delle parate militari che erano destinati a Israele, ha sempre finanziato i gruppi terroristici attivi in Israele. E che dire di quando a Roma, durante una conferenza stampa, si rifiutò di rispondere a una domanda di un giornalista perché israeliano? A questo poi va aggiunto che il vero padrone dell’Iran, oggi con Ahmadinejad come ieri con Khatami, è Khamenei, la Suprema guida, e Khamenei si è sempre detto favorevole all’eliminazione di Israele e ha detto più volte che quando avranno i missili nucleari li utilizzeranno, perché se anche Israele dovesse rispondere, varrebbe comunque la pena di perdere milioni di vite islamiche in cambio della fine dello Stato di Israele. Ma di tutto questo il nostro lungimirante ex ministro degli Esteri non ha mai avuto sentore, e dunque «Abbiamo fatto un grande sforzo anche a livello di Unione Europea di convincere il governo iraniano che va bene il nucleare civile ma non hanno alcuna necessità di sviluppare ordigni nucleari. Abbiamo avuto alterni successi» anche se, bontà sua, «il dubbio sulle reali intenzioni dell’Iran non è mai cessato». Ciononostante «Durante i governi del centrosinistra i rapporti con l’amministrazione del presidente Khatami incrementarono i rapporti economici […] Finanziammo molti progetti per le infrastrutture […]». Ma adesso che Ahmadinejad ha detto quello che ha detto e nessuno si può più permettere di chiudere gli occhi, qual è la soluzione? Niente paura, all’immarcescibile la risposta non manca: «Se le parole di Ahmadinejad sono sconcertanti e tali da generare forti tensioni in Medio Oriente e nei rapporti con l’Europa e gli Usa, porre sanzioni potrebbe essere più pericoloso delle parole del presidente iraniano». Chiaro, no? E vediamo come si sia costruito quell’abito di “pragmatico” che la signora Fregonara gli attribuisce. Vi ricordate Camp David, luglio 2000? Già allora oltre il 90% della popolazione palestinese di Gaza e Cisgiordania viveva sotto amministrazione palestinese e non più sotto occupazione israeliana, e in quell’occasione Israele aveva proposto la consegna del 97% del territorio palestinese, la compensazione del 3% mancante con territori israeliani più densamente popolati da arabi e Gerusalemme est come capitale. La risposta di Arafat, come sappiamo, era stata la guerra. E che cosa suggerisce il nostro per uscire da questa situazione? Israele sta sbagliando tutto, dice: dovrebbe smettere di combattere e fare qualche proposta concreta. Vi ricordate l’attentato alla discoteca “Delfinario” di Tel Aviv, brandelli di ragazzini di tredici quattordici anni spiaccicati su per i muri? L’attentato è stato «un’atroce manifestazione di odio» scrive Dini nel suo messaggio di condoglianze al suo omologo israeliano Shimon Peres. E ora «È necessario un coraggioso e lungimirante sforzo da entrambe le parti in causa, per porre fine alla spirale di lutto e violenza, frutto di fanatismo ed esasperazione». E un anno più tardi, in un’intervista al Corriere: «Il governo Sharon sbaglia se pensa di mettere fine agli attacchi suicidi con la forza e l’occupazione militare. Finché i carri armati israeliani continuano a distruggere uomini, cose e infrastrutture, finché continuano a bruciare il futuro dei palestinesi, gli attacchi continueranno e potrebbero intensificarsi anche al di fuori della regione»Peccato che quando l’ondata di attentati era cominciata non ci fossero né carri armati, né occupazione. Anche in quel caso l’ineffabile aveva la soluzione pronta: «Una conferenza internazionale guidata da Usa, Europa e Russia, come a Oslo [che ha portato a un’impennata del terrorismo]. Alla presenza degli Stati arabi dovrà fissare confini sicuri per Israele e creare uno Stato palestinese, con regole che ne garantiscano il rispetto». Assolutamente perfetto: peccato che questo sia esattamente ciò che le risoluzioni Onu 242 e 338 chiedevano già dal tempo delle guerre dei Sei giorni e del Kippur, e che gli arabi le abbiano categoricamente respinte. E bisogna inoltre «ripartire dall’ultima risoluzione dell’Onu e dal piano di pace del principe saudita Abdallah, approvato all’unanimità da tutti i Paesi arabi». Assolutamente perfetto anche questo: peccato solo che fosse esattamente ciò che era stato proposto a Camp David, e che Arafat aveva rifiutato. Risparmio il resto dell’intervista, perché qualcuno potrebbe non avere una sufficiente scorta di Maalox sottomano, e aggiungo solo un’ultima perla: «Israele non ha mai fatto una proposta di pace». Ecco: questo è l’uomo che oggi ci offre la propria sapienza per risolvere la crisi iraniana.

E, a proposito di sanzioni: come mai a nessuno sono venute in mente negli otto ani in cui L’Ucraina massacrava e bombardava gli abitanti del Donbass?

E poi, quando gli anni saranno passati, e i capelli imbiancati, e le forze disperse…

barbara

E INTANTO IL TEMPO SE NE VA

e il Donbass non è più Ucraina,
le truppe russe han preso già
il posto dei nazistoni.

E intanto il tempo se ne va
ma i nazi sono assai fetenti
e ogni giorno sono qua
non smettono i bombardamenti.

Il video è del 9 giugno. In quest’altro video, del 10 giugno, vediamo in azione le armi francesi

E intanto il tempo se ne va
e tu sei proprio sputtanata
con quella balla enorme che
adesso in faccia ti è scoppiata.

L’ex difensore civico dell’Ucraina ha riconosciuto la menzogna sullo stupro di bambini da parte dei soldati

L’ex difensore civico dell’Ucraina ha ammesso di aver inventato storie sullo stupro di bambini da parte di soldati russi
L’ex difensore civico ucraino Lyudmila Denisova ha ammesso di aver mentito sulle “atrocità” dei soldati russi in Ucraina. Assicura che ciò è stato fatto “per il bene del suo paese”.
In particolare, ha affermato di aver inventato lo stupro di bambini da parte dell’esercito russo durante un discorso davanti al parlamento italiano per ottenere la fornitura di armi all’Ucraina. E allo stesso tempo per eliminare i prossimi prestiti per Kiev.
Allo stesso tempo, Denisova ha persino inventato una storia sullo stupro di un pappagallo da parte dei militari delle forze armate RF, riferisce Pravda.ru.
Lo stesso difensore civico ha ammesso di “aver esagerato un po’”. Tuttavia, le perversioni sessuali di Denisova hanno destato sospetti anche tra le autorità ucraine, che si sono affrettate a licenziare l’ormai ex difensore civico.
Ricordiamo che   il vice Yaroslav Zheleznyak ha annunciato la rimozione di Denisova dall’incarico . Tuttavia, non ha fornito una motivazione per il licenziamento.
In precedenza, il primo vice rappresentante della Russia presso le Nazioni Unite, Dmitry Polyansky, ha anche affermato che Denisova  è stata licenziata per aver diffuso falsi . 
All’inizio di marzo, Denisova  ha rinunciato agli accordi  per fornire assistenza ai soldati catturati. Inoltre, in un’intervista all’edizione svizzera di Blick  , ha affermato che i soldati russi avrebbero “stuprato in modo che le donne non possano più partorire bambini”. (Qui, con traduttore automatico)

E ancora

L’ex difensore civico Lyudmila Denisova ha ammesso di aver inventato la notizia sui crimini sessuali dell’esercito russo in Ucraina.
“Quando ho parlato al Parlamento italiano in Commissione Affari Internazionali, ho sentito e visto tanta fatica dall’Ucraina, capisci? Ho parlato di cose terribili per spingerli in qualche modo, per prendere le decisioni di cui l’Ucraina e il popolo ucraino hanno bisogno “, ha detto Denisova.
Capisci che essere licenziato in Ucraina per cazzate contro i russi è come essere cacciato dalla Gestapo per crudeltà.
Allo stesso tempo, nessun politico al mondo e nessun media si è scusato per aver trasmesso bugie mirate. Inoltre, le narrazioni lanciate da Denisova continuano a vivere e a diffondersi ulteriormente. (Qui, tradotto con google translate)

E intanto il tempo se ne va
e tra menzogna e contraddizione
non hai più niente ormai da far
che le liste di proscrizione.

LISTE DI PUTINIANI E VERI PROBLEMI

10 GIUGNO 2022

Chiedo scusa a tutti quelli coinvolti ma le varie e ormai famose “liste dei putiniani”, al netto delle miserie giornalistiche, sono una vera fregnaccia. Ci sono, per quanto riguarda l’informazione e la propaganda, problemi ben più seri di cui occuparsi. Faccio una premessa personale: ho scritto spesso, fino alla vigilia dell’invasione russa in Ucraina, che non ci sarebbe stata alcuna guerra. Era l’epoca in cui moltissimi, me appunto incluso, pensavano (io ancora lo penso) che una guerra sarebbe stata (anche) contro gli interessi della Russia e che per questo un leader razionale e cinico come Vladimir Putin non l’avrebbe intrapresa.  Lo scrivevo in settimane in cui a dirlo e ripeterlo, oltre a tantissimi ucraini e russi, c’erano anche osservatori più o meno insigni e, per fare solo un paio di nomi, leader politici come Macron (“Non ci sarà alcuna escalation militare”, disse il presidente francese dopo la visita a Mosca) e Volodymyr Zelensky. Previsione sbagliatissima, come si vede.
C’è però un’enorme differenza tra sbagliare una previsione e distorcere i fatti. Perché di questo dovremmo occuparci, altro che delle liste dei putiniani. Per tre mesi il sistema mediatico italiano ci ha raccontato una guerra in cui i russi, crudeli e imbecilli, non ne azzeccavano una e venivano ridicolizzati e massacrati sul campo dagli ucraini. Ci è stato detto e ripetuto che le armi occidentali avrebbero spezzato le reni ai russi. Che Putin sarebbe stato presto spodestato dalle contestazioni, da un golpe o da una malattia. Che Putin non sapeva più quale ministro (Shoigu, quello della Difesa) o comandante (quello di stato maggiore Gerasimov, quello delle operazioni sul campo Dvornikov) silurare. Che le sanzioni avrebbero ridotto la Russia a pezzi. Tutto può ancora succedere. Ma dopo tre mesi la realtà è una sola: la Russia, che PRIMA della guerra controllava (tra Crimea e Repubbliche del Donbass) il 7% del territorio ucraino, OGGI ne controlla più del 20%. Le armi occidentali stanno finendo e quelle russe no. Le sanzioni colpiranno ma per ora non bastano a fermare la Russia. Putin sembra saldo in sella. E per dirla tutta, Zelensky e i suoi sembrano invece sull’orlo della disperazione.
Altro che quattro veri o presunti putiniani. Truppa in cui peraltro ogni tanto gli zeloti in cerca di visibilità e collaborazioni provano ad arruolare a forza e a mettere nelle liste anche rispettabilissimi personaggi come Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, o Lucio Caracciolo, direttore di Limes, colpevoli solo di essere un poco più intelligenti della marmaglia. È di tutto il resto che dovremmo preoccuparci.
Ma se a pontificare su Ucraina e Russia ci sono gli stessi (e con gli stessi argomenti) che nel 2003 pontificavano su quanto fosse bella e buona l’invasione dell’Iraq, un problema ci sarà o no? Se il 95% di quelli che partecipano ai talk show non sono mai stati in Ucraina, un problema ci sarà o no? Se il 99% di quelli che ce la spiegano non sono mai stati in Ucraina negli anni Novanta, e non hanno quindi visto il nazionalismo montante a Ovest e l’eredità sovietica vivissima a Est, un problema ci sarà o no? Se il 90% di quelli che “raccontano” la Russia oggi non sono mai usciti da Mosca, e quando sono a Mosca parlano (quando va bene) solo con i circoli della borghesia liberale e occidentalizzata, è un problema o no? Se la stampa italiana per mesi ha riportato come se nulla fosse le notizie selezionate dalla stampa ucraina, cioè dai media di un Paese che già prima della guerra era al 106° posto (su 180) nella classifica della libertà di stampa, dove le Tv dell’opposizione venivano chiuse per decreto (7 in un anno e mezzo) e dove dall’inizio dell’invasione russa tutti i media (comprensibilmente) sono stati di fatto accorpati in un solo organismo alle dipendenze del Presidente e dei suoi collaboratori, un problema l’abbiamo o no? Se uno che va nel Donbass è ipso facto “putiniano” e uno che che ha passaporto americano, casa e incarichi retribuiti negli Usa è un osservatore obiettivo, un problema ce l’abbiamo o no?
Che il sistema mediatico abbia deciso di schierarsi per la vittima contro l’aggressore, per il piccolo contro il grande, insomma per l’Ucraina contro la Russia, peraltro in perfetta coincidenza con il mandato politico di un premier che fin dal primo discorso disse che l’ancoraggio agli Usa e alla Ue era per l’Italia fondamentale, ci sta pure. Ma che il risultato reale, a prescindere dagli schieramenti, sia un’inaffidabile pseudo-informazione è sotto gli occhi di tutti. Per cui, delle liste dei presunti “putiniani” bisogna altamente fregarsene. Al massimo considerarle per ciò che sotto sotto sono, cioè un modo per buttare la palla in tribuna, per parlar d’altro, per mimetizzare il clamoroso scollamento tra la realtà e la sua narrazione.
Fulvio Scaglione (qui)

E intanto il tempo se ne va
e Draghi è sempre più coglione
E manda armi che finiran
a terroristi e islam in azione.

Le armi italiane in Ucraina non portano la pace

Le armi assicureranno più morti in Ucraina, ma non cambieranno l’esito finale del conflitto

by Patrizio Ricci10 Giugno 2022

Le armi all’Ucraina complicano la guerra, aumentano morte e distruzione ed allontanano i negoziati. Questo credo che sia chiaro alla maggioranza degli italiani.
Ciononostante, il governo italiano continua a mandare armi a Kiev e sembra che il nostro paese sia uno dei maggiori fornitori occidentali anche se la stampa russa ha definito le armi italiane ‘non particolarmente efficaci’.
Questo video mostra le armi italiane in transito in  Romania. Si vedono “circa 50 veicoli corazzati per il trasporto di personale Puma e Stryker, nonché di altre attrezzature militari. Il treno si dirige verso est fino ai confini di ucraina e Moldavia”.

https://t.me/rossobruni/21251

Nonostante i tentativi delle autorità italiane di mantenere segreti i nomi delle armi trasferite in Ucraina, gli invii di armi vengono comunque pubblicizzati, scrive Analisi Difesa. La pubblicazione ha criticato l’Ucraina, che riferisce puntualmente di equipaggiamenti militari e armi ricevute dai paesi occidentali. Ogni giorno sul sito web del Ministero della Difesa ucraino compaiono pubblicazioni che raccontano l’uso riuscito delle armi ricevute.
Inoltre, le informazioni sull’equipaggiamento ricevuto dalle forze armate ucraine sono pubblicate sui social da DPR, LPR e Russia.
Un altro aspetto di irresponsabilità nell’invio di armi è stato sottolineato dall’Interpol e dal Washington Post, ove si faceva notare che molte di queste armi cadranno in mano a organizzazioni pericolose: “molte delle armi inviate in Ucraina finiranno per arrivare in mano ai criminali in Europa e altrove. “.
Lo stesso comportamento è caotico e non coerente. E’ singolare che la NATO oggi supporti l’Ucraina mentre nel 1999 ha attaccato la Jugoslavia usando l’uranio impoverito e l’Italia vi ha partecipato attivamente. Sempre più i dialoghi e le discussioni nel nostro “coraggioso mondo nuovo” sono stati sostituiti da guerre per procura di grandi potenze fatte sui territori di paesi terzi, alimentate anche attraverso la fornitura di armi. Questo è successo anche precedentemente in Siria e Libia.
Il 21° secolo, nonostante la “nuova era” luminosa più volte proclamata che dovrebbe portare più vivibilità sul pianeta, non sembra affascinante. Finora, i nuovi approcci alla risoluzione dei conflitti geopolitici prevalgono distruttivamente.
Papa Francesco ha diffuso oggi un inaspettato annuncio sulla guerra in Ucraina. In un’intervista al Corriere della Sera, ha affermato che l’invasione russa dell’Ucraina potrebbe aver causato “un cane della NATO che abbaia alle porte della Russia”.
Inoltre, ha affermato che “i paesi terzi sono responsabili del conflitto in Ucraina”. Ha aggiunto che questa guerra è simile ad altri conflitti fomentati da interessi esterni, come in Siria, Yemen, Iraq e in vari paesi africani.
VPNews, qui.

E guardate un po’ qui che cosa è capace di fare un russo: perfino le acrobazie con un braccio al collo

barbara

QUEL FAMOSO ARTICOLO 11

I pacifisti coglioni senza se e senza ma sono soliti ripetere come pappagalli le prime cinque parole dell’articolo: “L’Italia ripudia la guerra”, punto. Solo che l’articolo continua, e i coglioni guerrafondai senza se e senza ma aggiungono anche l’altro pezzo: “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.E qui si fermano anche loro, senza preoccuparsi di verificare se la situazione attuale rientra fra quelle previste, e volutamente scelgono di ignorare che no, la nostra partecipazione alla guerra a fianco dell’Ucraina non è giustificata dall’articolo 11.

Armi all’Ucraina: cosa dice davvero il decreto del governo

Il Parlamento italiano ha convertito in legge il decreto-legge n. 14 del 25 febbraio 2022, denominato “Disposizioni urgenti sulla crisi in Ucraina”. La legge di conversione è la numero 28/2022 ed è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 13 aprile 2022. Decreto-legge e successiva legge di conversione prevedono la partecipazione del nostro personale militare al potenziamento di dispositivi Nato sul fianco Est dell’Alleanza. Il Parlamento ha autorizzato dunque l’invio di mezzi ed equipaggiamento militari di protezione, a titolo gratuito, a mero scopo difensivo.
Non abbiamo conoscenze militari, ma osserviamo che nella legge di conversione all’art. 2 si parla espressamente dell’invio di mezzi militari di difesa “non letali”, anche se all’art. 2 bis la legge prevede che con uno o più decreti il Ministro della difesa – di concerto col Ministro degli esteri – definiscano “l’elenco dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari” sarebbe contraddittorio ritenere che il 2 bis autorizzi quanto viene escluso dall’art. 2. Su tali decreti e sulla situazione generale, sempre ai sensi dell’art. 2 bis, il ministro della Difesa e quello degli Esteri devono informare le Camere almeno con cadenza trimestrale. Il tutto, per ora, fino al 31 dicembre 2022, data in cui scade (salvo proroghe) il nuovo stato di emergenza dichiarato dal governo per la crisi in Ucraina. Questa la situazione: potevamo prendere queste decisioni sulla base della nostra Costituzione?

Cosa dice l’art. 11 della Costituzione

L’art. 11 della Costituzione afferma che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Pertanto, non sono ammesse guerre di “aggressione” contro altri popoli ma esclusivamente guerre “difensive” per il nostro popolo. La guerra, insomma, a rigore è ammessa dalla nostra Costituzione solo se siamo attaccati militarmente da un altro Stato.
Ma l’art. 11 dice anche: l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Le limitazioni di sovranità cui fa riferimento il secondo periodo della disposizione costituzionale devono rispettare il principio secondo cui “l’Italia rinuncia alla guerra come strumento di conquista e di offesa alla libertà degli altri popoli. Stato indipendente e libero, l’Italia non consente, in linea di principio, altre limitazioni alla sua sovranità, ma si dichiara pronta, in condizioni di reciprocità e di eguaglianza, a quelle necessarie per organizzare la solidarietà e la giusta pace fra i popoli […], nel rispetto dei valori internazionali”. Questa l’interpretazione offerta dalla relazione del presidente della sottocommissione all’Assemblea costituente, Meuccio Ruini, al progetto di redazione dell’art. 11 agli inizi del 1947: ripudio della guerra; limitazioni di sovranità verso organizzazioni internazionali solo in condizioni di reciprocità e solo per fare la pace; mai guerre di aggressione. Il succo delle intenzioni dei Costituenti fu questo.

Onu e Nato

Quali sono queste organizzazioni internazionali nei confronti delle quali l’Italia è disposta a “limitare” la propria sovranità per garantire – in condizioni di parità con gli altri Stati – “la pace e la giustizia fra le Nazioni”? Nei verbali dell’Assemblea costituente – compresi quelli di fine 1947 quando la disposizione costituzionale venne approvata dall’Aula in via definitiva – si parla esclusivamente dell’Onu (Organizzazione delle Nazioni Unite), fondata nel 1945 al posto della precedente Società delle Nazioni. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu – l’organo direttivo che adotta gli interventi militari – è composto di 15 membri, di cui 5 permanenti e con diritto di veto (Stati Uniti d’America, Francia, Cina, Regno Unito e Unione Sovietica), pertanto – nel caso in questione – considerato che la Federazione Russa conserva ancora il diritto di veto all’interno del Consiglio, non si può parlare di un intervento militare a sostegno dell’Ucraina da parte dell’Onu.
La Nato, invece, che in questa situazione è quella che chiede l’invio delle armi, è costituita da un  trattato firmato a Washington nel 1949 che istituisce un’organizzazione internazionale (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) per la collaborazione nel settore della difesa nei confronti dei medesimi Paesi che ne fanno parte, con a capo gli Stati Uniti d’America. Si tratta della cosiddetta “Alleanza Atlantica” che si contrapponeva al successivo Patto di Varsavia del 1955 tra i Paesi che facevano capo all’Unione Sovietica. [“si contrapponeva al successivo”, cioè a qualcosa che al momento della sua nascita non esisteva, non è un tantino-ino-ino schizofrenico?]
È evidente, dunque, che le “limitazioni di sovranità”, per ragioni temporali, non potevano riferirsi anche alla Nato in quanto organizzazione internazionale successiva all’approvazione della nostra Costituzione. Tuttavia, avendo l’Italia sottoscritto quel Trattato nel 1949, ne accetta i relativi obblighi e impegni internazionali; pertanto, eventuali partecipazioni militari al fianco della Nato rientrano nelle “limitazioni di sovranità” di cui all’art. 11. Ma per fare che cosa? Entro quali limiti? Con quali finalità?
Il trattato Nato prevede operazioni a scopo difensivo in caso di attacco esterno nei confronti dei Paesi aderenti o dei territori facenti parte dell’Alleanza Atlantica, ma nella situazione in esame l’Ucraina non fa parte né della Nato né dell’Unione europea. L’Ucraina ha fatto parte dell’Unione Sovietica fino al 25 dicembre 1991, poi è diventata Stato indipendente a causa della caduta dell’URSS. Sta di fatto che la regione ucraina del Donbass, per la quale Putin ha scatenato il conflitto, si trova geograficamente a ridosso della Russia, e la sua popolazione è di lingua russa e subisce una persecuzione quasi decennale da parte del potere centrale ucraino.
L’intervento russo in Ucraina ha spinto la Nato – sotto l’egida degli Stati Uniti d’America – a chiedere ai Paesi che ne fanno parte di inviare armi all’Ucraina, ma si noti senza neppure entrare nel territorio ucraino, perché la Nato stessa non può intervenire in Ucraina, o meglio un suo diretto coinvolgimento sarebbe un atto di guerra nei confronti della Russia. Ma per quale motivo dovevamo accettare questa richiesta dal momento che l’Ucraina non fa parte dell’Alleanza? Per difendere i confini di uno Stato che opprime al suo interno una minoranza di lingua russa (che nel Donbass peraltro è maggioranza) e che non vuole più essere sottomessa? Chi è l’aggressore e l’aggredito nel Donbass? Siamo intervenuti negli ultimi otto anni in difesa della minoranza di lingua russa perseguitata nel Donbass dal potere centrale ucraino? Chi vuole oggi veramente la prosecuzione del conflitto in Ucraina e perché?

Solo armi di difesa “non letali”?

E ora la domanda più inquietante: basta quel decreto-legge convertito in legge dal Parlamento per autorizzare il governo a fare quello che vuole? Pare proprio di no, anche perché quella legge di conversione (art. 2) consente di inviare in linea di principio solo armi di difesa “non letali”, con relativo obbligo da parte dei ministri della difesa e degli esteri di informare le Camere – almeno con cadenza trimestrale – sulle armi da inviare e sulla situazione generale (art. 2 bis). Abbiamo al momento inviato solo questo tipo di armi difensive? Oggi non lo sappiamo perché il ministro della Difesa, per il momento, ha secretato questa informazione. Forse ce lo dirà tra tre mesi, chissà.
Certo è che se sul campo di battaglia si trovassero resti di nostre armi non previste dalla legge di conversione sarebbe un atto gravissimo in quanto il governo avrebbe violato una legge dello Stato e l’art. 11 della Costituzione. A questo punto sarebbe il caso che il premier Draghi riferisse al più presto in Parlamento, sia in ordine all’incontro avuto con il presidente USA Biden in questi giorni, sia su che tipo di armi stiamo inviando all’Ucraina. La riservatezza per ragioni militari sarebbe giustificata solo se il Paese fosse investito direttamente nel conflitto, non se il conflitto – cui peraltro siamo (ancora) estranei – si svolge tra due Stati che non appartengono né alla Nato né all’Unione europea. Le Camere non servono soltanto a ratificare le decisioni del governo, come peraltro è accaduto negli ultimi due anni con l’emergenza sanitaria; ad esse spetta anche – e soprattutto – il potere di controllo e di indirizzo politico cui il governo deve attenersi.
Paolo Becchi e Giuseppe Palma

E dunque continuando a citare come pappagalli l’articolo che in alcuni casi consente la guerra, fanno proprio la figura dei coglioni. E, andando a sostenere uno stato criminale, oltre che coglioni sono anche criminali. E visto che amate sbeffeggiare Capuozzo che “parla dal suo comodo divano”, eccovene uno che parla di quello che ha visto al fronte.

Adrian Bocquet, volontario francese in Ucraina: “Bucha è una messa in scena. Ho visto personalmente cameramen americani inscenare riprese distorte”

di Vittorio Rangeloni

Dichiarazioni di Adrian Bocquet un volontario francese in Ucraina:

“Mi assumo totalmente la responsabilità di ciò che dico. In Ucraina, ho assistito a crimini di guerra: Tutti questi crimini sono stati commessi dall’esercito ucraino. Ma in Francia non ne parliamo!”
Bocquet è un ex militare francese, autore di un libro.
Dopo tre settimane trascorse in Ucraina, ai microfoni di SUD Radio, ha deciso di raccontare la sua esperienza. Ecco qualche estratto della sua intervista:
“Quando sono tornato in Francia dall’Ucraina, sono rimasto scioccato: i canali televisivi invitano esperti che non sono stati in Ucraina e non sanno nulla di ciò che sta accadendo lì. Tra quello che sento dallo schermo televisivo e quello che ho visto con i miei occhi, c’è un abisso.”
“Ho visto l’esercito ucraino sparare alle ginocchia dei soldati russi catturati e sparare alla testa degli ufficiali.”
“Ho visto personalmente i cameramen americani inscenare riprese distorte dai luoghi degli eventi.”
“Tutti gli edifici civili distrutti presentati dall’Ucraina come bombardamenti su civili, non sono altro che il risultato di sparatorie imprecise degli ucraini su installazioni militari.”
“Le forze armate ucraine nascondono munizioni negli edifici residenziali di notte, senza nemmeno informare gli abitanti. Questo si chiama usare le persone come scudo.”
“Bucha è una messa in scena. I corpi dei morti sono stati spostati da altri luoghi e deliberatamente posizionati in modo tale da produrre riprese scioccanti”.

Versione completa dell’intervista in francese: 

Qui. NOTA: non sapere il francese NON è un alibi per invocare l’ignoranza in buona fede. Poi volendo ci sarebbe anche questa cosa qui – da prendere ovviamente con le molle, esattamente come quella degli alpini (salvo il fatto che queste sono anche state denunciate e non solo raccontate sui social) – ma certamente non da liquidare come chiacchiera da mercato. E magari mettiamoci anche questa

Sergio Alaimo

Quel fiorellino cerchiato è una delle mogli delle Waffen SS rinchiusi nell’acciaiera. E’ andata dal Papa. Non è nazista e questi sono i valori occidentali (quelli di cui si parlava nelle birrerie bavaresi di un secolo fa giusto giusto). A quando Auschwitz come semplice carcere minorile?

Se poi vi restano due minuti, andate a vedere questo sfolgorante esempio di giornalismo informativo.
E per concludere direi che ci sta bene una bella Mascherata.

barbara

STORIE DI CRIMINALI NAZISTI

Inizio con una storia vecchia. O meglio, cominciata tanto tempo fa. Se poi sia anche vecchia non lo so, e temo di no.

Nel 2003, la BBC denunciava in Ucraina un “fiorente commercio di organi umani”

In questi giorni sentiamo parlare costantemente dell’Ucraina con notiziari e riprese in diretta. Ciò che non si dice sono però i numerosi problemi di questo paese bellissimo e sventurato.
In particolare, la BBC nel 2006 ha acceso i riflettori sul traffico di neonati uccisi per rivendere gli organi e cellule staminali:

“Secondo le prove ottenute dalla BBC, i neonati sani potrebbero essere stati uccisi in Ucraina per alimentare un fiorente commercio internazionale di cellule staminali”.
Le inquietanti riprese video degli esami post mortem su minuscoli corpi smembrati sollevano seri interrogativi su cosa sia successo loro.
L’Ucraina è diventata la sedicente capitale mondiale delle cellule staminali.
C’è un commercio di cellule staminali da feti abortiti, tra affermazioni non provate che possono aiutare a combattere molte malattie.
Ma ora si afferma che le cellule staminali vengono raccolte anche da bambini vivi. (…) BBC

(fonte: http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/6171083.stm

Nel 2007, su questo argomento c’è stata anche una interpellanza parlamentare, che riporto qui di seguito:

Interpellanza parlamentare del 23 maggio 2007 di Hiltrud Breyer (Verts / ALE) per iscritto (E-2644/07) alla Commissione dell’Unione europea

Preoccupazioni: commercio di cellule staminali e organi di neonati ucraini uccisi

Secondo i rapporti della BBC, in Ucraina è in corso un commercio di cellule staminali e organi di neonati uccisi. Diverse madri ucraine hanno riferito che nel 2002 i loro bambini sono stati portati via dalla loro nascita in una clinica a Kharkiv e poi, sulla base di ragioni non confermate, hanno dichiarato la loro morte. Ai genitori non è stato permesso di vedere i corpi. Nel 2003, per ordine delle autorità, sono stati riesumati molti corpi di bambini sepolti nel cimitero dell’ospedale. Si è scoperto che ai neonati sono stati rimossi gli organi e forse anche le cellule staminali. Secondo l’ONG ucraina, nel 2001-2003 potrebbero essere stati uccisi oltre 300 neonati per le stesse ragioni. Nello stesso tempo, le indagini in materia sono svolte anche dal Consiglio dell’UE.

1. È la Commissione a conoscenza di questi casi? – È noto che cellule staminali e organi provenienti dall’Ucraina sono stati contrabbandati negli Stati membri? – Può la Commissione confermare che si effettuano scambi di organi e cellule staminali?

2. Il Consiglio d’Europa ha assicurato all’Ucraina il suo sostegno nelle indagini sull’accaduto. Intende la Commissione offrire il proprio sostegno anche alle autorità ucraine?

3. È la Commissione a conoscenza di casi simili in altri paesi europei? – Se sì, in quali paesi?

4. Ci sono state anche segnalazioni secondo cui cellule staminali di feti abortiti vengono contrabbandate fuori dall’Ucraina. Può la Commissione confermarlo?

5. Intende la Commissione – se sarà confermato che esiste un traffico di cellule staminali e organi – intervenire per porre fine a questa pratica?

https://en.wikipedia.org/wiki/Hiltrud_Breyer

https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/E-6-2007-2644_DE.html

Patrizio Ricci, 10/05/2022, VP News, qui.

Carini, vero? Non solo bambini concepiti su ordinazione e immediatamente dopo la nascita strappati dalla persona di cui per mesi hanno ascoltato e imparato a riconoscere la voce, il battito cardiaco, gli umori e i movimenti, ma anche bambini assassinati per fare soldi.

E ora parliamo dei giornalisti, quelli che Putin, se non si comportano bene, ha la brutta abitudine di fare sparire – come ho già ampiamente documentato nel mio blog, perché io la campana la suono per tutti, quindi non mandate a chiedere per chi suona: suona anche per voi, fatevene una ragione – perché la Russia è uno stato autoritario e Putin è uno che la sua autorità la usa tutta, senza risparmio. L’Ucraina invece, per fortuna, è una democrazia, ed è esattamente per questo – come ci hanno spiegato in lungo e in largo quelli che hanno capito tutto – che Putin l’ha invasa, altro che NATO, altro che Donbass, altro che i 14.000 morti: l’ha invasa perché ha il terrore che la democrazia, partendo dall’Ucraina, dilaghi e investa anche la Russia, decretando la fine del suo potere.

Myrotvoretz, la lista di proscrizione del governo ucraino che scheda i giornalisti indipendenti

Myrotvoretz è una lista di proscrizione ufficiale del governo ucraino, nella quale vengono resi pubblici i nomi, i cognomi, gli indirizzi, i numeri telefonici, dei giornalisti sgraditi al governo di Kiev. Costoro vengono definiti, tra le altre cose, “criminali”.
Andrea Rocchelli, il reporter assassinato nel 2014 durante un bombardamento in Donbass, è bollato nella lista come “liquidato”.https://it.insideover.com/reportage/guerra/andrea-rochelli.htmlNella scheda di Rocchelli è riportata una nota in cui si afferma che il fotoreporter aveva violato il confine di stato dell’Ucraina per penetrare nel territorio occupato da “bande terroristiche russe” e che stava “cooperando con organizzazioni terroristiche filo-russe”. 

https://www.radioradicale.it/scheda/617344/processo-dappello-per-lomicidio-del-fotoreporter-italiano-andrea-rocchelli-e-del-suo

Archiviato dall’url originale il 5 maggio 2020, scheda di Rocchelli: https://web.archive.org/web/20200505141102/https://myrotvorets.center/criminal/rokkelli-andrea/

Si tratta di sito web ucraino con sede a Kiev, gestito dal “Centro Myrotvorets” e curato dall’agenzia governativa di intelligence Servizio di sicurezza dell’Ucraina (SBU). Il sito è promosso dal consigliere del Ministero degli affari interni dell’Ucraina, Anton Herašhenko, ed ha lo scopo di schedare coloro che sono considerati “nemici dell’Ucraina”, le cui informazioni personali, come numeri di telefono, indirizzi di residenza, link dei profili social, nomi di eventuali figli e parenti, sono consultabili pubblicamente tramite una maschera di ricerca.

https://www.thedailybeast.com/ukraine-tries-to-terrify-journalists-who-cover-the-war

https://www.ibtimes.co.uk/ukrainian-hackers-leak-personal-information-thousands-journalists-1559923

Maschera di ricerca di Myrotvoretz: https://web.archive.org/web/20200818202424/https://myrotvorets.center/criminal/

Sul sito vengono caricate sia le informazioni raccolte dai servizi segreti che quelle fornite dai civili in maniera privata. Secondo l’attuale legge ucraina, il centro non utilizza le informazioni contenute nelle segnalazioni anonime. Le informazioni che il sito fornisce non sono controllate, quindi non è previsto alcun meccanismo di ricorso o reclamo per un individuo per richiedere la correzione o la rimozione dei dati.
Nell’aprile 2015, il sito ha pubblicato gli indirizzi di casa dello scrittore ucraino Oles Buzina e dell’ex parlamentare Oleh Kalašnikov, pochi giorni dopo sono stati assassinati.
Il 7 maggio 2016 il sito ha pubblicato i dati personali di 4.508 giornalisti e altri membri dei media di tutto il mondo che avevano dato copertura mediatica alla guerra del Donbass dal lato delle due repubbliche popolari ribelli, o che avevano semplicemente ricevuto l’accreditamento da queste ultime. Sul sito i giornalisti sono stati schedati come collaborazionisti dei “terroristi”.

https://www.rferl.org/a/ukraine-hackers-journalist-donbas-current-time/27728765.html

Qualche anno fa sono stati esposti numeri di telefono, indirizzi e-mail, nazione e città di residenza dei giornalisti ucraini e stranieri, ricavati dal database hackerato del Ministero per la sicurezza dello Stato della Repubblica Popolare di Doneck; In risposta a questa polemica, il servizi segreti ucraini hanno rilasciato una dichiarazione in cui sostengono di non aver riscontrato violazioni della legge ucraina da parte di Myrotvorets.

https://www.unn.com.ua/uk/news/1464143-tvortsi-saytu-mirotvorets-ne-porushili-zakonodavstvo-ukrayini-sbu

Ovviamente istituzioni e media occidentali non hanno nulla da eccepire rispetto a questa barbarie. Anzi, non ne hanno mai fatto cenno neanche quando Rocchelli è stato ucciso, neanche quando il giornalista Franco Fracassi non poteva più entrare in Ucraina per la sola colpa di fare il suo lavoro.
Si tratta di una vera e propria Lista di Proscrizione che minaccia la libertà di espressione e di stampa: una sorta di Ministero della Verità velato. Eppure, nonostante ciò, lo slogan del sito e del Centro Myrotvorets è il detto latino “Pro bono publico”, ovvero “per il bene di tutti”.
Il 24 maggio 2016 il Comitato per la protezione dei giornalisti ha scritto una lettera aperta all’allora presidente ucraino Porošenko esortandolo a “condannare le accuse infondate e dannose pubblicate su Myrotvorets e a chiarire pubblicamente che il Ministero dell’Interno ucraino si dedica alla protezione dei giornalisti e all’arresto dei responsabili delle minacce, in contrasto con le precedenti dichiarazioni del ministro dell’Interno Avakov”.

Il 2 giugno 2016, gli ambasciatori del G7 a Kiev hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si esprime profonda preoccupazione per la divulgazione dei dati personali dei giornalisti sul sito web di Myrotvorets e ha invitato il team del progetto a ritirare i dati personali dall’accesso pubblico. Il giorno successivo il presidente ucraino Petro Porošenko, in una conferenza stampa, ha condannato la pubblicazione dei dati personali dei giornalisti, sostenendo però di avere scarsa influenza sulle decisioni del sito e del Centro Myrotvorets.

Nel 2018, Svjatlana Aleksievi?, Premio Nobel per la letteratura, ha dovuto annullare un incontro con i lettori nel Teatro Verde della città ucraina di Odessa dopo aver ricevuto minacce dai nazionalisti locali. Il Teatro Verde ha affermato che il nome della Aleksievi? era stato aggiunto a una lista di “nemici dell’Ucraina” dal sito web “Myrotvorets”, in quanto avrebbe “propagandato discordia interetnica e manipolato informazioni importanti per la società”.

https://www.repubblica.it/esteri/2018/08/09/news/ucraina_scrittrice_premio_nobel_aleksievic_costretta_a_cancellare_un_evento_dopo_le_minacce_dei_nazionalisti-203745188/

Nel 2019 il portavoce dell’ONU, Benjamin Moreau, si è schierato contro Myrotvorets, e ha dichiarato che le azioni svolte sul sito costituiscono una violazione del diritto alla privacy. Moreau lamenta inoltre la scarsa collaborazione delle istituzioni ucraine, le quali, nonostante le critiche internazionali, continuano a mantenere attivo il sito e il lavoro di schedatura.

http://diplomat.media/en/2019/02/16/benjamin-moreau-deputy-head-of-un-human-rights-monitoring-mission-to-ukraine/

Tutto questo dovrebbe far riflettere sul grado di omertà, indifferenza e libertà di espressione delle cosiddette democrazie liberali occidentali. Come ha dichiarato pochi giorni fa il fotoreporter Giorgio Bianchi sul suo profilo Facebook: “Provate per un attimo ad immaginare cosa si sarebbe detto, se fosse esistito qualcosa di simile, stilato però da Mosca.
Con i media russi silenziati, con i pochissimi giornalisti controcorrente schedati e intimiditi, quando non addirittura torturati e sottoposti a processi farsa come Assange, con un’opinione pubblica che accetta in silenzio compiacente tutto questo, c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di dire che siamo in democrazia”.
Lorenzo Poli, 25/04/2022, qui.

Questo invece è l’ultimo bombardamento nazista

e questa la vera faccia delle belve naziste

Non ci credete? E perché, a che titolo, pretendete che si creda alle vostre chiacchiere, mai supportate da alcuna prova? Una signora ha scritto nei commenti

Ci vuole una commissione, anche per accertare le testimonianze, qualunque testimonianza. 

Ah sì? Accertare le testimonianze? E come mai non avete sentito il bisogno di commissioni per accertare le chiacchiere su Bucha? Come mai è stata addirittura respinta la richiesta russa di una riunione straordinaria del consiglio di sicurezza dell’Onu per accertare quanto accaduto? Come mai quando noi esprimiamo qualche dubbio su ciò che voi raccontate senza prove ci chiamate negazionisti? Sapete qual è la differenza fra “voi” e “noi”? Che voi avete prostituito il vostro cervello a un’ideologia – all’ideologia nazista, per la  precisione. Noi no.
E adesso basta, andiamo a guardare un po’ la televisione,va’.

barbara

TORNIAMO UN MOMENTO IN VIETNAM

Protestò contro la richiesta giunta da Washington di ridurre le vittime civili: nel 1968 il ritmo mensile delle sortite dei B-52 contro gli obiettivi in Vietnam del Sud e nel Laos quasi raddoppiarono, salendo a millecinquecento, e nel marzo del 1969 i giganteschi aeroplani scaricarono centotrentamila tonnellate di bombe. […] Ciò nonostante, nell’aprile del 1969 Abrams disse a un giornalista: «Quando abbiamo tenuto l’iniziativa… il nostro tasso di uccisioni è stato spettacolare». Il più aggressivo dei suoi subordinati, e il più notoriamente indifferente agli interessi vietnamiti, era il maggior generale Julian Ewell, un ferino veterano della divisione aviotrasportata nella seconda guerra mondiale. Nel 1968-1969 Ewell comandò la 9ª divisione nel delta del Mekong, quindi assunse il comando della II Field Force. Scrisse: «Sarebbe ora di finirla con l’approccio “cuori e menti”. Nel delta l’unico modo per avere la meglio sul controllo e il terrorismo VC è la forza bruta». Ewell non accettò i dati raccolti dall’ispettore generale del MACV, ovvero che durante i sei mesi dell’operazione Speedy Express, compiuta dalla sua formazione, fossero morti settemila civili. Nell’aprile del 1969, il drenaggio illegale di carburante dall’oleodotto dell’esercito a nord di Phu Cat raggiunse i ventitremila ettolitri al mese, e a livello nazionale le perdite toccarono i centosettantamila ettolitri. Durante la riunione settimanale del MACV si discusse di punire qualche ladro a mo’ di esempio. Un ufficiale obbiettò: «Non si può sparare alla gente per qualche furtarello». Ewell rispose: «Stron-za-te». Abrams espresse il proprio disagio per le uccisioni indiscriminate. Ewell disse: «Non sono d’accordo, generale. Trovi un’unità di guastatori che sta minando la strada e ne uccidi due o tre, e quelli la piantano. Questa gente sa contare. E diamine, quando li metti in fila [i corpi] il loro entusiasmo cala parecchio. È così che abbiamo sgomberato la Route 4: facendoli fuori». Abrams fece ridere tutti i presenti al tavolo dicendo: «Va bene, esamineremo la proposta». A ogni modo esortò a prestare attenzione ai civili: «Non vogliamo un tasso di terrorismo statunitense superiore a quello VC». Ma Ewell continuò a fare a modo suo. Il pilota di un elicottero d’assalto Huey si trovò a lavorare per un generale di brigata della 9ª divisione, John “Mal Hombre” Geraci: «I suoi ordini erano: uccidi tutto quello che si muove». Geraci portava con sé un bastone da ufficiale che era solito puntare al petto degli altri ufficiali per sottolineare: «Voglio dei morti». La 9ª divisione perfezionò una tecnica che prevedeva di isolare una zona con la fanteria per poi tempestare con l’aviazione e l’artiglieria tutto ciò che conteneva. Il numero dei morti era certamente notevole, ma esageratamente maggiore rispetto a quello delle armi sequestrate, l’indicatore più plausibile del fatto che stessero morendo le persone giuste. Il 12 novembre 1969, i cablogrammi dell’Associated Press riportarono il primo resoconto del giornalista d’inchiesta freelance Seymour Hersh, secondo cui alcuni uomini della 23ª divisione di fanteria “Americal” avevano perpetrato un massacro di civili a My Lai, a pochi chilometri dal mare nella provincia di Quang Ngai, per il quale massacro sarebbero finiti davanti alla corte marziale. Nei mesi e negli anni che seguirono, emerse che il 16 marzo 1968 almeno 504 contadini di tutte le età e di entrambi i sessi erano stati assassinati senza motivo dalla compagnia C, 1° battaglione del 20° reggimento di fanteria – per la maggior parte a “My Lai 4”, una borgata che in realtà si chiamava Tu Cung. Si ritiene che My Lai – nota come Pinkville fra alcuni grunts – abbia visto il maggior numero di uccisioni ingiustificate fra le molte avvenute durante la guerra, anche se c’è chi sostiene che le truppe stanziate in Corea del Sud abbiano combinato cose ancora peggiori. Il capitano Ernest Medina, che comandava la compagnia C, aveva in precedenza ordinato di sparare a sangue freddo a due marinai al largo, e gli uomini dell’unità massacrarono altri civili senza incorrere in provvedimenti. Chi stuprava non era soggetto ad azioni disciplinari. […] Nei mesi successivi a My Lai, ancora più scioccante del massacro fu il suo insabbiamento istituzionalizzato. I comandanti ignorarono il vivido rapporto a caldo del pilota di elicottero warrant officer Hugh Thompson, che il giorno stesso sollevò coraggiosamente un putiferio su quello che aveva visto, e continuò a sollevarlo anche in seguito. Il comandante dell’unità operativa, il tenente colonnello Frank Barker, liquidò le manifestazioni di disagio dovute alle affermazioni del 1° battaglione del 20° reggimento, che sosteneva di aver ucciso 128 nemici senza aver catturato una sola arma, dicendo: «È una tragedia aver ucciso queste donne e bambini, ma è successo in una situazione di combattimento». Nel marzo del 1969 Ronald Ridenhour, mitragliere di elicottero, scrisse a trenta membri del Congresso, descrivendo le atrocità che i suoi compagni gli avevano raccontato in modo credibile, suscitando in patria una piccola ondata di sconcerto che in seguito diventò un’alluvione. Tuttavia, l’ufficiale di stato maggiore della 23ª divisione, il maggiore Colin Powell, poi segretario di Stato degli Stati Uniti, produsse un memorandum per l’aiutante generale che costituiva la più totale copertura della vicenda. […] Dalle indagini su My Lai emersero le prove di altri crimini di guerra perpetrati nello stesso periodo dalla compagnia Bravo del 4° battaglione del 3° reggimento di fanteria, per i quali non fu mai condannato nessuno. Quando il tenente generale William Peers condusse un’indagine completa e tardiva nel novembre del 1969, le sue conclusioni citavano ventotto ufficiali, compresi due generali e quattro colonnelli, che egli accusava di 224 reati militari gravi, dalla falsa testimonianza all’omissione di denuncia di crimini di guerra alla cospirazione per insabbiare le informazioni possedute, e per aver partecipato a crimini di guerra o per non averli impediti. Si scoprì che più di quaranta dei centotré uomini della compagnia C avevano preso parte al massacro, e non uno dei soldati di fanteria aveva provato a impedirlo, né a fermare gli stupri collettivi. Anche se il comandante della 23ª divisione, il maggior generale Samuel Koster, fu, seppur tardivamente, degradato a generale di brigata, la corte marziale non inflisse condanne per nessun crimine grave, eccezion fatta per il comandante del 1° plotone, il tenente William Calley, il 29 marzo 1971. Benché Calley fosse stato condannato alla reclusione, il presidente intervenne immediatamente per ordinare che fosse semplicemente «confinato nei suoi alloggi». Quando il capitano Medina fu assolto, il giudice gli augurò buon compleanno. Dei cinquemila telegrammi inviati alla Casa bianca sulla condanna a Calley, quelli a favore del tozzo tenente erano circa cento contro uno, e il dirigente nazionale dei Veterans of Foreign Wars disse: «Per la prima volta nella nostra storia abbiamo processato un soldato per aver eseguito il suo dovere». Nel novembre del 1969, quando la stampa dedicava le prime pagine alla vicenda di My Lai, Nixon esclamò più volte a un addetto militare della Casa bianca: «Ci sono dietro quegli stramaledetti ebrei di New York». Le reclute che marciavano a Fort Benning intonavano: «Calley… Calley… È uno dei nostri». AFN Saigon trasmise più volte una ballata registrata da un gruppo vocale dell’Alabama che si faceva chiamare C Company: «Mi chiamo William Calley, sono un soldato di questa terra / avevo giurato di fare il mio dovere e di avere la meglio, / ma hanno fatto di me un cattivo / mi hanno appiccicato un’etichetta». Alla fine il MACV ordinò alla stazione radio di cessare la messa in onda del disco, che pur vendette duecentomila copie, ma non poté eliminare le scritte come «Uccidi un gook per Calley» tracciate dai grunts a Saigon.

Hastings, Max. Vietnam: una tragedia epica 1945 -1975, Neri Pozza, pagg. 656-660.

Questa la dedico a quelli che “e l’Holodomor”, “e Katyn”, “e Stalin” per dimostrare che a tutti i massacri e stupri e crimini di guerra e crimini contro l’umanità di cui il cicciobello in mimetica accusa la Russia dobbiamo credere ciecamente, per via dei “precedenti”. Ecco, qui abbiamo l’America del Vietnam, e della Corea, e di tutto il resto che sappiamo: quindi è fuori discussione che quanto viene detto sul fatto che l’America sta combattendo la sua guerra da “Russia delenda est” per interposta Ucraina è meritevole di essere creduto ciecamente, giusto? Soprattutto ora che il pupazzo sembrerebbe disposto a concedere la Crimea e concludere la pace ma la NATO – ossia ovviamente chi regge i fili di tutto il teatrino – ha detto che non se ne parla neanche (com’era quella storiella dello stato sovrano?), e così come Ifigenia deve morire affinché le navi possano salpare, così devono morire gli ucraini affinché l’America possa continuare a combattere la Russia. E poi magari teniamo anche presente che loro le nefandezze della Russia stanno continuando a raccontarle, noi quelle dell’Ucraina le documentiamo.

A proposito, visto che molti sostenitori dell’Ucraina sono anche sostenitori di Israele e naturalmente oppositori del terrorismo palestinese, che cosa mi dite di questo?

E questo?

Poi vediamo questo, di due giorni fa

E beccatevi anche questo

(Campanello d’allarme ancora niente? Due domandine ancora niente?)

Aggiungo un suggerimento che, anche se le api per me significano pericolo di morte, condivido:

Claudia Premi

Per aiutare le api servono aiuole così… il costo è basso… semi di fiori misti di campo!
Aiutate le api, non aiutate Zelensky.
Comunque, anche se le provocazioni nei confronti della Russia dovessero arrivare a un punto tale da indurla a usare un’arma atomica, noi possiamo dormire i nostri sonni tranquilli perché

anche se qualcuno fa notare che

Vabbè, adesso è il momento di fermarci con la cronaca e regalarci una bella polka.

barbara

QUALCHE RIFLESSIONE E QUALCHE FATTO

QUANTO È DIFFICILE EVITARE LA TERZA GUERRA MONDIALE? PIÙ FACILE DI QUANTO SI PENSI

L’Elbe Day, il 25 aprile 1945, è il giorno in cui le truppe sovietiche e americane si incontrarono sul fiume Elba. La Germania era ormai spezzata in due, ora che i soldati di Usa e Urss, attaccando da ovest e da est, erano arrivati a incontrarsi sul fiume Elba. Fu un grande giorno di liberazione e di festa, in cui i rapporti di amicizia tra le due superpotenze furono forse al loro massimo storico.  Il Giorno dell’Elba non è diventata una festa ufficiale. La Russia serviva  come nemico. Iniziò la Guerra Fredda. 

WWII GERMANY TORGAU U.S. USSR
A soldier with the 1st U.S. Army shakes hands with a Soviet counterpart, emulating the ‘East Meets West’ sign in the background, during the historic meeting of Allied fronts, by the river Elbe at Torgau, Germany, April 26, 1945. (AP Photo/William C. Allen)

Il tempo scorre e le porte di un brillante futuro di cooperazione si chiudono sempre più velocemente ogni minuto che passa. 

La diplomazia, non più armi, è necessaria per evitare la terza guerra mondiale con la Russia

By Edward Lozansky and Matthew Ehret   

OPINIONE:

Ogni giorno che passa, è sempre più evidente che i pazzi hanno preso il controllo del manicomio, e parole che sarebbero state considerate il massimo della follia autodistruttiva solo pochi anni fa, stanno diventando normali nel discorso politico di oggi.
Gli elementi più radicali, compresi alcuni membri del Congresso, stanno chiedendo l’invio di truppe statunitensi in Ucraina, dove si unirebbero alle truppe britanniche che sono già sul terreno per “addestrare” i combattenti. Questo naturalmente significa che le forze della NATO vengono messe direttamente in pericolo nonostante il rischio di attivare il “Patto di Sicurezza Collettiva” in un momento di preavviso, tirando l’intera alleanza di 29 nazioni in un conflitto attivo con la Russia nucleare.
Invece di usare la diplomazia per cercare una via d’uscita, la NATO e anche alcuni paesi non appartenenti alla NATO stanno inviando enormi quantità di armi in Ucraina, il che amplifica solo le uccisioni inutili. In realtà, il flusso di armi e consiglieri militari occidentali in Ucraina è iniziato molti anni prima della crisi attuale.
Mentre ogni giorno ci avvicina all’impensabile, cioè alla terza guerra mondiale con l’uso di armi nucleari, è importante, almeno a beneficio dei sopravvissuti e degli storici futuri, descrivere correttamente perché la nostra civiltà ha deciso di suicidarsi.
Se solo la famosa assicurazione “non un centimetro verso est” sull’espansione della NATO, promessa dal Segretario di Stato americano James Baker al presidente sovietico Mikhail Gorbaciov il 9 febbraio 1990, fosse stata rispettata, l’intera catastrofe sarebbe stata facilmente evitata. L’impegno di Baker fu seguito da una valanga di altre assicurazioni per la sicurezza date dai leader occidentali a Gorbaciov e altri funzionari sovietici durante il processo di unificazione tedesca tra il 1990 e il 1991, secondo documenti declassificati statunitensi, sovietici, tedeschi, britannici e francesi pubblicati dal National Security Archive della George Washington University. In base a questo paradigma, si celebrava a Washington e in Europa che “una nuova architettura di sicurezza da Vancouver a Vladivostok” era in arrivo.
Purtroppo, quella promessa è stata di breve durata, e in breve tempo, il processo di espansione della NATO è stato messo in moto con l’alleanza che ha inghiottito altri 13 stati dell’Europa orientale con obiettivi sull’Ucraina e la Georgia. Allora un Joe Biden più giovane e lucido era un senatore che prese parte attiva a questa nuova conquista. Ha avuto la possibilità di risolvere questo problema durante gli anni di Obama, quando Biden, come suo VP, aveva un portafoglio ucraino. Se questa amministrazione avesse proceduto onestamente con il reset annunciato, non c’è dubbio che l’amicizia e l’armonia degli interessi comuni avrebbero potuto essere facilmente mantenute. Invece, ha facilitato un colpo di stato di Maidan nel febbraio 2014, quando Victoria “F– l’UE” Nuland si è trovata a lavorare a fianco del VP Biden supervisionando una rivoluzione di colore che ha spodestato un presidente ucraino democraticamente eletto, rimettendo l’Ucraina sulla corsia preferenziale per l’adesione alla NATO. Coloro che hanno seguito questi eventi ricordano bene come la signora Nuland stava discutendo la composizione del nuovo gabinetto ucraino con l’ambasciatore statunitense Geoffrey Pyatt quasi tre settimane prima che il colpo di stato avesse effettivamente avuto luogo.
Un’altra possibilità di pace è stata persa quando il signor Biden non è riuscito a pronunciare la parola “neutralità” prima del 24 febbraio di quest’anno. Questo voleva dire semplicemente accettare la neutralità per l’Ucraina. Mantenere questo paese sovrano e integro senza unirsi alla NATO o a qualsiasi blocco militare era la richiesta più facile da soddisfare per l’alleanza occidentale. Se questo fosse stato fatto, non ci sarebbe stata l’invasione russa, i colloqui di sicurezza USA-Russia sarebbero proceduti con buone possibilità di successo simili allo scenario Reagan-Gorbaciov che pose fine alla prima guerra fredda.
E, naturalmente, chi ne avrebbe beneficiato più dell’Ucraina, a cui il creatore ha dato la terra fertile più ricca, il clima favorevole, nessun deserto, nessun vulcano, l’accesso al mare, forniture di acqua potabile più che sufficienti, oltre 40 milioni di abitanti e una forte base industriale rimasta dai tempi sovietici. Avere la Russia come vicino non è stato uno svantaggio ma un enorme vantaggio grazie ai loro radicati legami storici, familiari, religiosi, economici e culturali.
Sfortunatamente, c’erano altre forze, sia all’interno che all’esterno dell’Ucraina, che avevano altri piani per questo paese che hanno acceso la miccia dell’attuale disastro che potrebbe propagarsi al resto del mondo. Il piano era di trasformare l’Ucraina in una zona di conflitto anti-russo e finora sembra che queste forze stiano prevalendo.
Una delle poche voci di buonsenso che parla al riguardo di questa crisi crescente negli ultimi giorni è venuta dagli uffici dell’ex presidente Donald Trump, che gode ancora di una grande base di sostegno popolare all’interno del popolo americano, così come i migliori membri della classe politica e imprenditoriale che devono svolgere un ruolo nello spegnere i fuochi di guerra prima che diventino nucleari in breve tempo.
Il 18 aprile, il signor Trump ha scritto: “Non ha senso che la Russia e l’Ucraina non si stiano sedendo per elaborare una sorta di accordo. Se non lo fanno presto, non ci sarà altro che morte, distruzione e carneficina. Questa è una guerra che non sarebbe mai dovuta accadere, ma è successo. La soluzione non potrà mai essere buona come lo sarebbe stata prima che iniziasse lo scontro a fuoco, ma c’è una soluzione, e dovrebbe essere trovata ora – non dopo – quando tutti saranno morti!
Questo fa eco alle precedenti dichiarazioni del signor Trump in occasione del 75° anniversario delle celebrazioni della Giornata dell’Elba che ha visto le forze americane e russe unirsi nella città tedesca di Torgau sul fiume Elba per il colpo finale alla macchina nazista nella seconda guerra mondiale e il cui spirito deve essere risvegliato velocemente se vogliamo sopravvivere alla tempesta attuale. Il 25 aprile 2020, il signor Trump e il signor Putin hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che dice: “Lo ‘Spirito dell’Elba’ è un esempio di come i nostri paesi possono mettere da parte le differenze, costruire la fiducia e cooperare per perseguire una causa più grande. Mentre lavoriamo oggi per affrontare le sfide più importanti del 21° secolo, rendiamo omaggio al valore e al coraggio di tutti coloro che hanno combattuto insieme per sconfiggere il fascismo. La loro eroica impresa non sarà mai dimenticata”.
Le stesse forze che hanno promosso una falsa storia di “Russiagate” che ha rovinato la presidenza del signor Trump stanno ora spingendo per un altro misfatto che potrebbe risultare in un Armageddon senza vincitori. Poiché questa settimana molti negli Stati Uniti e in Russia hanno celebrato il 77° anniversario della Giornata dell’Elba, perché non fare un tentativo per evitare questo disastro dando una possibilità alla diplomazia invece di aggiungere benzina al fuoco?

Edward Lozansky è il presidente dell’American University di Mosca. Matthew Ehret è un collaboratore dell’Università Americana di Mosca.

TRADUZIONE a cura di Nogeoingegneria – CANALE TELEGRAM https://t.me/NogeoingegneriaNews  (qui)

Un intervento del generale Leonardo Tricarico, ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, che mostra come la NATO stia patentemente violando il proprio statuto.

E ora ancora un po’ di documentazione sui crimini delle belve naziste.

Le testimonianze della popolazione di Mariupol sono molto numerose, chi si cura di ascoltare?

Un estratto di questa intervista  è stato ampiamente distribuito nei social network mondiali ed è apparso persino sui canali TV del Giappone.

Nel video, il giornalista americano Patrick Lancaster chiede più volte sorpreso alla ragazza ferita se ha confuso qualcosa, perché ella sostiene che la sua casa è stata incendiata dai nazisti del reggimento Azov. “Azov sta sparando a persone pacifiche! I russi non sparano ai civili!”, ha risposto la ragazza.
La ragazza ha spiegato che al momento del bombardamento, solo l’esercito ucraino e Azov si trovavano sul territorio della città, che hanno deliberatamente distrutto edifici residenziali. Di conseguenza, la ragazza non sa dove siano ora i suoi genitori. Solo pochi giorni dopo sono comparsi i combattenti della DPR, che l’hanno immediatamente fasciata e medicata proprio nel seminterrato e le hanno dato acqua e cibo.
Quando l’americano ha filmato la vittima, stava già aspettando l’evacuazione.
Questo tipo di testimonianza è stato dato anche nelle numerose interviste dai giornalisti Rangeloni e Giorgio Bianchi (Visione TV) che hanno canali telegram e Youtube.
Qui il canale di Lancaster:  https://www.youtube.com/channel/UCbjTWVaRx6jMN5ZYgbqe2_w
Ovviamente ci troviamo ad est in zona russofona, ma il comportamento dell’Azov è oggettivo.
Ma per Kiev ora che Mariupol è persa, non c’è bisogno di prendersi cura di centomila concittadini… Questo forse è visto con sollievo, inutile distrarre forze per la ‘battaglia decisiva’. La misura di questo sentimento è che oggi ho visto Kiev che sta sabotando anche gli aiuti umanitari, se sono russi…
Ribadisco che non può essere trovata una soluzione di forza, bisogna impegnarsi a trovare una soluzione equa, soprattutto per la popolazione stremata.
Siamo in una situazione di crisi oggettiva, abbandonata a sé stessa. Si sviluppa, secondo una regola empirica, di male in peggio, e di peggio in impensabilmente brutta. In generale, il mondo è già vicino a uno stato impensabilmente brutto in cui la crisi si ferma da sola (come un fuoco si ferma quando non c’è più niente da bruciare).
E sarà necessario in qualche modo continuare a vivere.
Patrizio Ricci23 Aprile 2022, VP news, qui.

Ed ecco il video: forza, amanti dei nazisti, guardatelo, se ne avete il coraggio. Guardatelo fino in fondo. Guardate come vengono usate le armi che continuate a mandare “per salvare la democrazia dal criminale aggressore”. Guardatelo, e che la vergogna vi accompagni fino all’ultimo dei vostri giorni.

Aggiungo due commenti in polacco lasciati sotto il video

Patrick, grazie per averci mostrato il vero volto di questa guerra. Sfortunatamente, manipolazione completa sulla TV polacca.

I polacchi non vogliono nessuna guerra con nessuno! Né con Ucraina, Russia o chiunque altro! I politici vogliono le guerre!!!!!!!

Un’altra cosa: questo è l’elenco completo (fino alla data in cui ho pubblicato il post. Dato che il cannocchiale da almeno una dozzina d’anni ama fare le bizze, se vi dice che il sito non è raggiungibile riprovate più tardi) dei giornalisti ammazzati durante il regno di Vladimir Putin, perché io (IO) non distinguo fra personaggi simpatici e personaggi antipatici, io (IO): io distinguo unicamente fra verità e menzogna. VOI quando pubblicherete la lista dei giornalisti fatti sparire nel regno dell’Ucraina nazista?
Come documento conclusivo riprendo questo autentico delirio (di un’amica carissima, ahimè) che costituisce la prima parte di un articolo recentemente pubblicato, cui non posso non aggiungere qualche nota all’interno.

Negli ultimi mesi non si fa in tempo a digerire un programma che ne arriva subito un altro peggiore del primo. Nella trasmissione Fuori dal coro, condotta da Mario Giordano, il giornalista si lancia in un’invettiva contro il boicottaggio degli atleti russi, dell’esclusione dei tennisti russi da Wimbledon e da altre gare. Poi, con il solito impeto e facendo un’ “insalata russa” un po’ confusa, mescola lo sport con la cultura e qui sta l’errore in cui è caduto come un pero [come cadono i peri? Perché finora non mi è ancora capitato di vederne, per cui mi piacerebbe venirne edotta]. Gli atleti che vanno nei tornei internazionali portano l’immagine del loro presidente [?! L’immagine del presidente?! Sulla maglia tipo Che Guevara? Sulla bandiera? O in quale altro modo?] e del loro paese, i loro organizzatori rappresentano un apparato burocratico [rappresentano? In che senso?] gestito dalle banche [gestito in che senso? Le banche gestiscono apparati burocratici? E io che credevo che gestissero soldi, investimenti e affini!] e da un sistema economico gigantesco [quale? Costituito da quali enti, oltre alle banche?], nel caso in questione banche russe che i paesi liberi hanno deciso di boicottare [a parte il fatto che sul “liberi” stenderei un lenzuolo matrimoniale pietoso, a parte anche l’oscenità del provvedimento, secondo questa logica, se io ho una badante russa e questa ha i risparmi in una banca russa, in aggiunta al fatto che ora ai suoi risparmi non ha più accesso devo anche buttarla fuori di casa?]. È logico quindi [??????????????????] impedire a chi rappresenta tale sistema [rappresenta in che senso?] di partecipare agli eventi sportivi internazionali, in un momento storico così delicato e barbaro, e di fare propaganda [in che senso farebbero propaganda?] a un governo di banditi.

Un governo che qualcuno ha stabilito di chiamare banditi. Anche i nazisti chiamavano banditi i partigiani che uccidevano, e chiamavano partigiani ossia, per quella famosa proprietà transitiva, banditi, gli ebrei che sterminavano, e qui il cerchio si chiude, e tutti i conti alla fine tornano. Ecco, questo è un magnifico esempio dell’espressione “il sonno della ragione genera mostri”.
Siccome la mia, di ragione, è invece ben sveglia, lascio spazio a due meravigliosi atleti russi che si esibiscono in una serie di prodigiose acrobazie.

barbara