ESSERE SCEMI A VENT’ANNI VA BENE,

ma essere ancora lì a settanta?!

Nonni e nipoti sardine

Ieri mi sono infilata jeans e parka e sono andata a San Giovanni a manifestare con le sardine. Mi sembrava di essere tornata agli anni ’70, quando scendevamo in piazza per la liberazione delle donne, il superamento delle disparità sociali, il Cile.. [Eh sì, bello fare finta di avere vent’anni, ma tanto ne hai settanta lo stesso] Le manifestazioni allora, prima della svolta drammatica degli anni di piombo, erano un modo di stare insieme in allegria, di intrecciare amicizie e a volte anche amori, di cantare a e ballare e credere che potevamo cambiare il mondo [questa, evidentemente, non si è ancora accorta dopo cinquant’anni di quanto gli anni di piombo siano stati figli, sia pure degeneri, del famigerato Sessantotto e delle manifestazioni che sono seguite]. Eravamo idealisti e creativi, ci dipingevamo il viso e bruciavamo i reggiseni [ecco, io questo no: giovane sì, idealista sì, ingenua sì, ma così scema da pensare di creare un mondo migliore bruciando un reggiseno, ecco, proprio scema così no, non lo sono mai stata. Oltre al fatto che io non ero figlia di papà e a casa mia di soldi da buttare via in cazzate simili non ce n’erano] ed eravamo convinti che il futuro ci avrebbe riservato una società più giusta, dove ciascuno avrebbe potuto esprimere il meglio di sé. Poi arrivò lo choc del terrorismo, gli infiltrati nei cortei, Craxi, Berlusconi [premesso che ho detestato e detesto sia Craxi che Berlusconi come poche altre cose al mondo, hanno qualcosa a che fare col terrorismo?] e la Milano da bere, qualcuno finì in galera, altri emigrarono all’estero, alcuni fecero brillanti carriere in politica o in azienda, la maggior parte si rassegnò a una vita ben diversa dalle premesse. Il consumismo sostituì l’idealismo, ci ripiegammo sul privato, noi che amavamo ripetere che il privato era pubblico, [non starai semplificando un tantino troppo, ragazza? A parte questo, il privato era politico, non pubblico: così vecchia da cominciare a perdere la memoria?] e le piazze fisiche furono rimpiazzate dalle piazze virtuali, dove non si parla di politica ma solo di moda, di influencer, di gossip, di successo economico. Una intera generazione, fra gli anni ’80 e i primi vent’anni di questo secolo, scomparve dalla scena pubblica, tranne qualche rara eccezione e il goffo tentativo dei 5stelle di rottamare [non mi sembra che il rottamatore fosse esattamente un 5stelle, e d’altra parte l’attività dei 5stelle consisteva nel mandare affanculo, non nel rottamare. Davvero scarsa di memoria, povera ragazza] il sistema senza alcuna seria proposta per ricostruirlo.
Ora i giovani sono tornati a occupare le piazze, e che giovani! Una generazione pulita, [eh, come no?] sorridente, di ragazzi perbene [quanti ne conosci personalmente?]. Questa l’impressione che mi hanno fatto le sardine[ah, ecco…]. Studenti, genitori con bambini piccoli, figli di immigrati che protestano contro il razzismo, molta creatività e molta allegria e, finalmente, una ribellione che viene dall’anima, una ribellione, almeno così mi è parsa, per e non contro [“Per e non contro”: posso farmi una grassa risata?.]. E in mezzo a loro, tanta gente della mia generazione che ha ritrovato per qualche ora l’entusiasmo della gioventù [stai dicendo che in cinquant’anni non sei riuscita a trovare una sola causa per la quale batterti con l’entusiasmo della gioventù? Sei messa male forte allora, ragazza]. Li ho visti accorrere a piccoli gruppi, signore con i capelli bianchi, pensionati con il giornale sottobraccio [embè certo, lo sanno tutti che i pensionati stanno col giornale sottobraccio ventiquattr’ore su ventiquattro. Ci dormono pure ci dormono, col giornale sotto il braccio], nostalgici del PCI, ex-ragazze in carriera, alcune arrivate e altre no. Nonni e nipoti insieme cantavano Bella Ciao e Fratelli d’Italia, agitavano fantasiosi cartelli e copricapi e borsette di sardine [ah, di un fantasioso guarda, che se li vede un creativo gli frega tutte le idee] e si godevano, complice il mite sole di Roma, il piacere di ritrovarsi insieme fisicamente, non nelle piazze del web, nei meandri di Internet, insieme con il corpo vero e non la proiezione virtuale ritoccata con Photoshop. Mi ha colpita il fatto che ben pochi scattassero selfie. Come se bastasse essere lì, e non ci fosse il bisogno di testimoniarlo in rete. Ho pensato che ci è voluta Greta, determinata e monotematica [“Laggiù conobbi pure un vecchio aedo che si accecò per rimaner nel sogno”] come spesso lo sono i ragazzi che soffrono di spettro autistico (mi fa pensare a Giovane D’Arco, che probabilmente aveva la stessa sindrome [eh, questi sì che sono fondamenti scientifici. Vero però che la povera Greta, gallina dalle uova d’oro per un branco di spietati aguzzini, farà molto probabilmente una fine altrettanto brutta. PS: bello il refuso del nome] ), a far riemergere l’idea che ognuno può fare qualcosa, dopo anni in cui ci si era sentiti impotenti a provocare anche il più piccolo cambiamento: e credo che la scelta di Time di nominarla persona dell’anno sia quanto mai giusta e opportuna, non solo per la forza e la convinzione con cui porta avanti la sua battaglia, ma anche perché il suo esempio sembra aver risvegliato le coscienze dei giovani e dimostrato che vale la pena di mobilitarsi, di non lasciarsi scoraggiare dalla palude di cinismo ed egoismo in cui il mondo sembra caduto e che il Paese non è costituito solo da razzisti, da violenti, da facinorosi, da menefreghisti. [A me qua, se proprio devo dirla tutta, viene un po’ da vomitare. Ma questa non se la sente questa orrida melassa, questa cloaca di banalità, questa palude di insulsaggini, questo mare di ipocrisia che le sta uscendo dalla bocca? Non si fa vomitare da sola?]
Non so come finiranno le sardine [ma davvero davvero?]. Se è un movimento destinato a ardere come un fuoco di paglia, come sostengono gli scettici, o se riuscirà a svilupparsi in una struttura politica sana e propositiva, e a creare una nuova generazione di ragazzi che hanno voglia di impegnarsi nella cosa pubblica. Purtroppo, i rischi sono parecchi. Il primo è che i “vecchi” cerchino di monopolizzare il movimento, e trasformarlo in qualcosa di diverso da quello che è, di metterci sopra il cappello. Il secondo è la vecchia sindrome italica dell’invidia, che porta a sminuire chi ha successo [eccerto, se va a finire male è sicuramente colpa degli altri, dei vecchi (che prima non c’erano e adesso, solo adesso, eh, cercano di infiltrarsi per dirigerlo loro, mattètuppenza!), dei conservatori. E l’invidia, naturalmente, come potrebbe mancare la perfidissima invidia!]. E già oggi si sono su parecchi giornali critiche “alle intenzioni” di Mattia Santori, accusato di avere smanie di potere [no, maddai, non ci posso credere! Manie di potere, lui, quando l’unica cosa che ha fatto è stato di stabilire che chi va in televisione senza il suo permesso sarà buttato fuori dal movimento! Ma chi può essere così malpensante da vedere in questo una mania di potere], di essere pieno di sé, vanitoso e superficiale. Com’è facile distruggere invece che creare.. [quando lui di roba ne ha creata a vagonate] E c’è poi la difficoltà oggettiva di trasformare un movimento spontaneo [ecco, spontaneo, soprattutto spontaneo, si prega di sottolineare spontaneo, e di non dimenticare mai mai mai che è un movimento interamente, totalmente, assolutamente SPONTANEO] in una macchina organizzativa.
Ma intanto godiamoceli, questi nostri nipoti che sono stati capaci di dare una scossa all’apatia e di farci sognare.

Viviana Kasam, ‍‍16/12/2019, qui.

E godiamocele, sì, godiamocele queste anime generose legate a doppio filo con Hamas così amorevolmente accolte nel movimento, godiamocele queste musulmane velate che salgono sul palco col dichiarato permesso del marito perché se no col piffero che potrebbero uscire di casa, godiamocela questa ventata di novità di lottare non contro il potere bensì contro un’opposizione, come si è sempre fatto nell’Italia mussoliniana, nella Germania hitleriana, nell’Unione Sovietica, in Cina, a Cuba, nei Paesi islamici ricchi di frustate amputazioni impiccagioni lapidazioni decapitazioni, godiamocele. E pensare che ci sono degli imbecilli convinti che gli ebrei siano tutti intelligentissimi e furbissimi. Vedi una come questa e ti spieghi perché ci sia stata gente andata spontaneamente a consegnarsi per dimostrare la propria integerrima fede fascista e fiducia nel giusto operare del partito. E chissà se almeno quando sono scesi dal treno ad Auschwitz gli sarà venuto un briciolo di sospetto di avere sbagliato qualcosa.

barbara

L’OCCASIONE BUTTATA DA NANNI MORETTI

“Buttata”, non persa, perché l’ha proprio buttata nella spazzatura intenzionalmente e consapevolmente.

Controvento – Santiago, Italia

Ho visto il film “Santiago, Italia” di Nanni Moretti. Una ben confezionata agiografia della retorica della sinistra italiana sul golpe di Pinochet. A 45 anni di distanza, ci si poteva aspettare una lettura più oggettiva ed equilibrata di ciò che successe intorno a quel fatidico 11 settembre 1973. E a Moretti se ne era presentata l’occasione. Ha infatti intervistato, ma poi cassato dal film, l’ambasciatore Emilio Barbarani, che, giovane diplomatico, arrivò a Santiago nel dicembre del 1974, poco tempo dopo il ritrovamento del cadavere di Lumi Videla nel giardino dell’ambasciata italiana. Barbarani e il suo capo, l’ambasciatore Tomaso de Vergottini, erano stai mandati dal Ministero degli Esteri a sostituire Piero de Masi e Roberto Toscano, che avevano aperto le porte dell’ambasciata ai rifugiati politici, ed erano poi stati richiamati a Roma.*
Pur non essendo politicamente schierati a sinistra, Barbarani e De Vergottini continuarono a tenere aperte le porte ai rifugiati e a cercare di farli partire verso asili sicuri. Barbarani, che rischiò più volte la vita per salvare i “suoi” cileni (lo ha raccontato nel libro “Chi ha ucciso Lumi Videla” – Mursia – che ha vinto il premio Salvador Allende 2012), riuscì anche a garantire una giusta indagine per l’omicidio di Lumi Videla e a far dichiarare innocenti gli ospiti dell’Ambasciata, in quel momento circa 250, indicando così indirettamente responsabile del delitto la DINA, la temutissima polizia segreta di Pinochet.
Barbarani, che è un amico e una persona che stimo per la sua rettitudine e onestà morale, è stato dichiarato Giusto dall’Associazione Gariwo per la sua coraggiosa opera in Cile.
Ma nonostante si sia prodigato per salvare la vita ai rifugiati (senza essere coperto nemmeno da immunità diplomatica, perché il governo italiano non aveva riconosciuto quello di Pinochet), ha sempre candidamente dichiarato di non essere di sinistra – e peraltro nemmeno di destra – perché le sue azioni, sostiene, sono dettate dalla sua coscienza cristiana che mette sopra a tutto il valore della vita e della dignità umana.
Quando Moretti chiese di intervistarlo, Barbarani mi confessò di essere incerto se accettare: conosceva bene la partigianeria politica del regista e si chiedeva se avesse un senso proporgli una visione meno schierata su quel periodo. Poi decise di accettare, sperando che la sua voce fuori dal coro potesse almeno servire ad aprire un dibattito. Invece Moretti dopo aver registrato l’intervista, ha deciso di non utilizzarla. Nel film parla Toscano, parla Di Masi, parla Calamai, grande amico di Barbarani, e con lui per un breve periodo a Santiago, di Barbarani non si fa nemmeno il nome.
Perché? Era un bieco sostenitore di Pinochet? Senz’altro no: anzi, nel suo libro ne descrive con minuziosità e orrore le malefatte. E si prodiga per contrastarne l’azione repressiva.
La “colpa” di Barbarani è di gettare un’ombra su Allende, e sulla mitologia che si è creata intorno alla sua tragica figura. “Premetto che non ci tengo ad apparire in un film – sostiene Barbarani, non parlo per ferito amor proprio, ma perché mi dispiace che un’altra volta si sia persa l’occasione di dire qualcosa di diverso dalla retorica che si è sedimentata su quel periodo storico. La verità è che Allende era ormai isolato ed esautorato, un burattino nelle mani dei consiglieri di Castro che stavano preparando un golpe di sinistra per esportare in Cile il modello cubano. Non c’era una idilliaca democrazia di sinistra in Cile nel 1973. C’era un Paese spaventato con un governo debolissimo, ed era spaventata non solo la borghesia latifondista filoamericana: ma anche la classe media, e in particolar modo la comunità italiana, immigrati arrivati poverissimi che erano riusciti a crearsi una vita dignitosa e si sentivano minacciati. Insomma – conclude l’ambasciatore – la democrazia era comunque destinata a morire (a meno che non si voglia chiamare democrazia la dittatura cubana).”
Si fronteggiavano insomma, secondo l’ambasciatore, due minacce di golpe, una a destra e una a sinistra. Pinochet, appoggiato dagli americani, fu più rapido, ma se questo non fosse avvenutoci sarebbe stato comunque un golpe, di segno opposto. Migliore? Chissà…le dittature di sinistra non sono state particolarmente gentili con i loro oppositori.
“Chiunque cerchi di raccontare che cosa stava succedendo davvero in Cile” dice Barbarani “passa per un pericoloso reazionario, se non un simpatizzante fascista. Idem se prova a lacerare il velo che è stato calato sui crimini di Stalin. Io – ribadisce – non sono di destra, sono per l’obiettività. Ho rischiato la pelle per i profughi cileni, nonostante spesso non la pensassi come loro. L’avrei rischiata anche per i perseguitati di Stalin, se mi fossi trovato in Unione Sovietica in quel periodo. Da persona che cerca di mantenere uno sguardo obiettivo mi dà pena questa mitologia nostalgica che continuano a propinarci sul Cile di Allende. Fare chiarezza sarebbe utile per tutti, in primis per i cileni stessi che non sono ancora giunti a una elaborazione critica del loro passato”.

Viviana Kasam (Moked, 10 dicembre 2018)

Qualcuno ha scritto che la dittatura di Pinochet, che ha fatto trentamila morti, ci ha risparmiato quella di Allende, che ne avrebbe fatti molti di più. Conoscendo i risultati di TUTTE, senza eccezioni, le dittature comuniste, potrebbe anche avere ragione.

PS: fino a metà anni Novanta ho ritenuto Michele Placido il peggior cane dell’intero panorama cinematografico mondiale. Poi ho visto per la prima volta un film di Nanni Moretti e ho dovuto relegare Placido al secondo posto. Oltre a non avere come regista, il Moretti, assolutamente niente da dire. Avevo preso due videocassette al tempo in cui venivano vendute per due lire da quotidiani e settimanali (Ecce Bombo e La messa è finita) e subito dopo averle guardate sono andata a buttarle nella spazzatura, perché l’idea di averle in casa mi disturbava. Nessuno stupore quindi che, da comunista incallito (grande amico di quell’altro comunista ebreo rinnegato e venduto) e da “artista” che non ha mai avuto niente da dire, abbia consapevolmente rinnegato la Storia e la verità. E da vecchio, esattamente come da giovane, sempre con quell’espressione da oco giulivo.
nanni moretti
* Dell’impegno prodigato dal governo italiano nell’impedire con ogni mezzo qualsiasi aiuto ai perseguitati che tentavano di sfuggire alla macchina di morte, si può leggere qui (se il cannocchiale funziona)

barbara

THAT’S WHY

Dumas
Trump
Non solo questo, certo: chi lo segue lo sa. Ma sicuramente questo rappresenta un aiuto davvero poderoso.

Aggiungo un articolo di una persona che non ama né Kavanaugh, né Trump.

Controvento – Kavanaugh

Kavanaugh è stato confermato alla Corte Suprema statunitense, e sui social imperversano infuocate polemiche.
Personalmente, non mi piace Kavanaugh e quello che rappresenta – ma poteva esserci qualche ragionevole dubbio che Trump avrebbe nominato un conservatore radicale? Il sistema americano, che consente ai Presidenti di nominare a vita i giudici della Corte Suprema, è nato proprio per garantire nel tempo una alternanza ed evitare che il Paese finisca per radicalizzarsi da una parte o dall’altra. Può non piacere, ma tutto il sistema americano è basato sul check-and-balance, e anche la scelta delle elezioni di mid-term, quelle imminenti in novembre, è stata fatta per dare la possibilità di ribilanciare il potere del Presidente a metà del suo mandato.
Fatta questa premessa, secondo me sul caso Kavanaugh si è fatta molta confusione.
I problemi sono di matrice diversa.
Il primo riguarda le convinzioni politiche del personaggio: ed è certo che ai progressisti (tra i quali mi annovero) non piace. Ma andava contestato su quelle.
Il secondo riguarda il giudizio sul suo comportamento.
Personalmente, non sono d’accordo nel condannare una persona per quello che ha fatto a 17 anni, minorenne, in un contesto storico di 35 anni fa, ben diverso dalla sensibilità di oggi. È noto a tutti coloro che hanno letto libri o visto film anglosassoni, che nei college ubriacarsi è considerato un rito di passaggio all’età adulta.
È noto anche, a tutti coloro che studiano il cervello, che la coscienza etica, la capacità di giudizio razionale, hanno nell’uomo una evoluzione molto lenta. È per questo che fino alla maggiore età i ragazzi non sono considerati criminalmente responsabili nella maggior parte dei Paesi evoluti, e si sospende la pena detentiva in carcere.
Chi di noi non ha fatto scemate a sedici, diciassette, diciotto anni (e magari anche a venti?). Cose che da adulti non faremmo più, ma averle fatte non vuole dire che non siamo maturati, cambiati, che non abbiamo una diversa coscienza etica. Conosco moltissime persone, oggi cinquantenni e sessantenni saggi, equilibrati, intellettualmente onesti, che da ragazzi marciavano nei cortei con il passamontagna e infrangevano le vetrine, pensando così di migliorare il mondo.
E poi, non si può decontestualizzare i comportamenti. Trentacinque anni fa, nel gioco delle parti, le ragazze dovevano dire di no, e i ragazzi dovevano insistere: i limiti del gioco non erano codificati. Certo, uno stupro era condannabile allora come oggi. Ma Kavanaugh lo stupro non lo ha perpetrato, ha cercato di convincere con la forza una ragazza ad accettare un rapporto sessuale durante una festa in cui tutti avevano bevuto troppo, si è tolto le mutande davanti a un’altra, così ubriaca che non è nemmeno sicura di averlo riconosciuto, se non perché ha sentito pronunciare da qualcuno il suo nome. Alcuni amici dicono che si ubriacava regolarmente. Bene, ho familiari e figli di amici che vivono in America, e ancor oggi ubriacarsi nei college durante il week end è la forma più abituale di divertimento (anche nei college della Ivy League, i più prestigiosi). A me personalmente questo non piace, e anzi mi preoccupa, però non posso che prenderne atto. E sperare che sia una fase di passaggio per i miei ragazzi e che testare i limiti serva a prenderne atto e ad affinare la capacità di giudizio.
Secondo me, criminalizzare un uomo per ciò che ha fatto a 17 anni è un pericoloso precedente. Vuol dire che chiunque può essere giudicato e condannato per comportamenti infantili (e perché non a sei, dieci, dodici anni?), e che deleghiamo la politica alla magistratura.
Ma purtroppo il puritanesimo americano e la tendenza caratteriale al Proibizionismo si manifestano continuamente nel Paese, che a livello generale non conosce le cinquanta sfumature di grigio ma separa con l’accetta il bianco dal nero.
C’è poi la questione del movimento #metoo e delle denunce e condanne su fatti avvenuti nel passato e decontestualizzati. Come se i comportamenti possano essere avulsi dalla mentalità dell’epoca in cui furono commessi.
Che le donne facciano sentire la loro voce e denuncino avances sessuali pesanti è un’ottima cosa perché aiuterà, si spera, le future generazioni a non subire più questo tipo di intimidazioni. Ma è grave fare di tutt’erba un fascio: c’è l’avances pesante, il commento sgradito, il tentativo di stupro, lo stupro vero e lo stupro di gruppo. In America si criminalizzano oggi le persone anche per opinioni espresse sui social, una vera e propria aberrazione, contraria peraltro al First Amendment che è la Bibbia degli americani.
Ma la cosa peggiore è la damnatio memoriae, (l’abbiamo anche noi ebrei: basti pensare a Spinoza..), con la sua lunga e terribile storia di rimozione delle immagini già in epoca classica e i falò dei libri… Secondo questa mentalità si dovrebbero proibire le opere di Mozart, che notoriamente allungava le mani sotto le sottane, dei pittori che seducevano le modelle, di tutti tutti gli scrittori e intellettuali del passato che si accoppiavano con minorenni.
Uno dei drammi dei social, dove le opinioni vanno espresse in pochi caratteri, è che si sta perdendo la capacità di argomentare, di distinguere, di esaminare i dubbi e le sfumature. Abbiamo creato una generazione di assolutisti che proclamano a gran voce le proprie convinzioni e non accettano il dibattito – e sacrificare la capacità e il piacere del ragionamento mi sembra il vero grave pericolo per la società.

Viviana Kasam, Moked, ‍‍08/10/2018 (qui)

E suggerisco infine di leggere questo pregevole articolo, di cui traduco un passaggio particolarmente interessante.

“Voglio vedere un uomo picchiato in una poltiglia sanguinolenta con un tacco alto infilato in bocca, come una mela nella bocca di un maiale.” Andrea Dworkin

“Più divento famosa e potente, più ho forza per ferire gli uomini.” Sharon Stone

“La proporzione di uomini deve essere ridotta e mantenuta a circa il 10% della razza umana.” Sally Miller Gearhart, in “The Future – If There Is One – Is Female”

“Finché alcuni uomini usano la forza fisica per soggiogare le donne, tutti gli uomini non ne hanno bisogno. La consapevolezza che alcuni uomini lo fanno, è sufficiente a minacciare tutte le donne. Può picchiare o uccidere la donna che afferma di amare; può stuprare le donne … può molestare sessualmente le sue figlie … LA GRANDE MAGGIORANZA DEGLI UOMINI NEL MONDO FA UNA O PIÙ DELLE COSE DI CUI SOPRA.” Marilyn French (enfasi sua)

“Sento che “l’odio per l’uomo” è un atto politico onorevole e attuabile, che gli oppressi hanno il diritto a un odio di classe contro la classe che li opprime”. – Robin Morgan, Ms. Magazine Editor.

“Tutto il sesso, anche il sesso consensuale tra una coppia sposata, è un atto di violenza perpetrato contro una donna.” Catherine MacKinnon

“Se la vita deve sopravvivere su questo pianeta, ci deve essere una decontaminazione della Terra. Penso che questa sarà accompagnata da un processo evolutivo che si tradurrà in una drastica riduzione della popolazione maschile.” Mary Daly

Come diceva quel tale: fermate il mondo, voglio scendere.

barbara