ISRAELE DIECI (8)

Yad Vashem 2

Ad un certo punto, scendendo verso la Valle delle Comunità, a una curva del sentiero ci si imbatte in questo
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che ho ripreso da tre angolazioni in modo da farci entrare quasi tutto. Sono i nomi dei benefattori che con le loro donazioni hanno permesso la costruzione della Valle stessa, facendo scolpire su ogni blocco il nome di una comunità annientata dalla Shoah.
Ho poi visto per la prima volta nel Viale dei Giusti – sicuramente per distrazione mia nelle visite precedenti, dato che leggo che è stato installato nel 1987 – il Memoriale del Giusto Ignoto, che mi sembra bellissimo.
giusto ignoto 1
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giusto ignoto 3
Evidentemente quello doveva essere il giorno delle rivelazioni perché, sempre per la prima volta, ho visto questo,
Musch-Woortman
la cui storia ho raccontato qualche anno fa qui.
E poi loro, i nostri meravigliosi ragazzi che ogni momento rischiano la vita per proteggere il proprio popolo, mantenendo concretamente fede a quel “mai più” giurato sulle ceneri di Auschwitz.
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barbara

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ISRAELE DIECI (7)

Yad Vashem 1
La Valle delle Comunità Perdute

O, più semplicemente, Valle delle Comunità. Ma sempre perdute, comunque. Ossia cancellate. Quelle che prima c’erano e poi non ci sono state più. Come sempre, dopo la prima volta che ci sono stata, nel museo non entro più e approfitto del tempo lasciatomi a disposizione dalla visita del gruppo per andare a vedere altre cose. La Valle delle Comunità, come ricorderanno i miei lettori di più antica data, avevo già provato a visitarla, ma non mi era stato possibile, così questa volta ho provveduto a riempire finalmente la lacuna.
Ogni blocco rappresenta una comunità: ne ho fotografato solo una parte – credo minoritaria – perché come sapete stavo trattenendo coi denti le ultime energie, e dopo avere percorso una parte della Valle e fotografato una parte delle lastre commemorative, dovevo ancora inerpicarmi per tornare alla base. Quelle che ho fotografato, anche se a vederle così possono sembrare tutte più o meno uguali, le pubblicherò tutte: lo ritengo un dovere morale nei confronti delle vittime.
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barbara

MARLENE DIETRICH

La tedesca che odiò il nazismo e le dittature. La tedesca che ebbe il coraggio di arruolarsi con gli alleati e indossarne la divisa per combattere, in nome della libertà e della giustizia, contro un Paese criminale e genocida, anche se era il suo. La tedesca che amò gli ebrei e Israele, che visitò due volte, lasciandovi – e conservandone – piacevoli ricordi.
Marlene in Israel
Marlene Ditriech in Jerusalem
A Yad Vashem
dietrich-yad vashem
Nel villaggio dei ragazzi al Moshav Ben Shemen
Marlene-in-Ben-Shemen
Riconoscimento dello stato di Israele (clic per ingrandire)

E per concludere, naturalmente:

barbara

A YAD VASHEM

Anche nel mio ultimo viaggio in Israele, come sempre, era prevista la visita a Yad Vashem. Io avevo già deciso di non entrare: l’ho già fatto una volta, con enorme sofferenza, perché una volta è giusto farlo, ma non ritenevo opportuno ripetere l’esperienza. Per fortuna, dato che nessuno di noi era in Israele per la prima volta, parecchi altri erano nella mia stessa situazione, e così si è deciso, di comune accordo, che solo un piccolo gruppo – coloro che lo desideravano – sarebbe entrato a visitare il museo mentre il grosso del gruppo, insieme alla guida, avrebbe visitato altre cose all’esterno. Nel Giardino dei Giusti
Yad Vashem 1
Yad Vashem 2
Yad Vashem 3
Naama, la nostra guida, ha voluto proporci anche la sua storia personale. Questa è lei con la foto dei suoi “altri nonni”, cioè coloro che hanno salvato suo padre bambino
Yad Vashem 4
e qui ci sta mostrando una parte – solo una parte! – del risultato di quel salvataggio.
Yad Vashem 5

Perché “chi salva una vita salva il mondo intero” non è un modo di dire, un motto, un proverbio: è una realtà tangibile, documentabile e quotidianamente documentata.

barbara

PER NON PERDERE DI VISTA I FATTI

Inondations et écoulements de boue en Colombie, Décembre 2010

Effondrement d’un immeuble, Nairobi, Kenya, Janvier 2006

Délégation humanitaire en Inde, 2001

Délégation humanitaire en Nouvelle-Orléans, 2005

Délégation humanitaire en Grèce, 1999

Délégation humanitaire au Mexique, 1985

Délégation humanitaire au Cambodge, 1975

Délégation humanitaire au Japon, 2011

Tremblement de terre en Haïti, Janvier 2010

Tremblement de terre en Turquie, 1999

Délégation humanitaire en Macédoine, 1999

Guerre civile de Bosnie, 1992

Délégation humanitaire en Roumanie, 1989

Délégation humanitaire de la Marine israélienne en Grèce, 1953

Attentat à Burgas, Bulgarie, 2012

Tremblement de terre au Sri Lanka, 2004

Génocide au Rwanda, 1994

Tremblement de terre en Arménie, 1988

Attentat à Buenos Aires, Argentine, Juillet 1994

Guerre civile en Yougoslavie, Août 1992

Délégation humanitaire au Ghana, 2012

Explosion à Taba, Égypte, 2004

Délégation humanitaire aux Philippines, Novembre 2013

Poi diamo un’occhiata ai medici in campo
medici
(Clic per ingrandire. Come potete vedere, lo 0,1% della popolazione mondiale ha mandato oltre il 30% degli aiuti)

E poi fila di corsa a leggere qui.

barbara

YAD VASHEM

Dato che ci ero già stata, non ho ritenuto il caso di entrare una seconda volta, e il tempo in cui il gruppo ha effettuato la visita al museo, l’ho usato per andarmene un po’ in giro a vedere altre cose. Così ho gironzolato per i viali, ho fatto un po’ di foto,
Yad Vashem 1
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Yad Vashem 3
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Yad Vashem 5
ho tentato – inutilmente, come ho raccontato qui – di andare a vedere la valle delle comunità. Ho visitato la sinagoga,
Yad Vashem 6
e poi mi sono fermata al padiglione dei Giusti. È una grande sala con alcuni schermi sui quali scorrono, senza soluzione di continuità, testimonianze sui Giusti.
Sullo schermo più vicino all’ingresso, proprio nel momento in cui sono entrata, stava andando la testimonianza di Emanuele Pacifici, sopravvissuto bambino alla Shoah grazie alle suore e rimasto poi gravemente ferito nell’attentato alla Sinagoga del 9 ottobre 1982. Ha raccontato la storia, che conoscevo, della suora che ogni sera, al momento di andare a letto, porgeva a ogni bambino il crocefisso da baciare; anche il piccolo Emanuele, per non farsi scoprire, doveva fare come gli altri, ma quando era il suo turno la suora sollevava due dita a coprire il crocefisso, in modo che le labbra del bambino si posassero sulle sue dita, e non sul Cristo. E ha raccontato un’altra cosa, che non sapevo, e cioè che la suora aveva anche imparato a memoria la berakhah sui figli in ebraico, in modo da potergli impartire quella benedizione che sua madre non poteva più dargli.
In un altro schermo c’erano testimonianze sui Giusti non sopravvissuti, quelli che per il proprio aiuto dato agli ebrei avevano pagato con la vita. Uno, in particolare, mi ha colpito: un lituano che non è stato ucciso dai nazisti; da loro non era stato scoperto, e sia lui che i suoi protetti erano arrivati sani e salvi alla fine della guerra. A ucciderlo sono stati i compatrioti lituani quando, finita la guerra e l’occupazione tedesca, hanno scoperto che aveva aiutato degli ebrei. Perché l’odio per gli ebrei è più forte di ogni cosa, anche dell’odio contro un comune nemico sterminatore.

E per restare in tema di odio antiebraico e sterminio, visto che oggi è Purim, ossia una ricorrenza che ricorda come agli ebrei, per sopravvivere, non servano aiuti speciali dall’esterno, ma unicamente la possibilità di difendersi (quella possibilità che ancora oggi, sotto il ridicolo pretesto delle cosiddette “risposte sproporzionate” si vorrebbe loro negare), vi invito a leggere il solito, imprescindibile Ugo Volli.
E ricordiamo sempre che la vittoria, prima o poi, arriva.
vittoria

barbara

ALTRO CHE LA NEVICATA DEL CINQUANTASEI!

Non so se anche a quella di Israele nel duemilatredici verrà dedicata una canzone (e se per caso qualcuno la dovesse fare, spero che ne farà una un po’ meno bruttina e sciapa di quell’altra), ma sicuramente resterà nella storia del Paese. E tanto per cominciare, ve ne do alcune immagini, sicuramente suggestive.
neve 1
neve 2
neve 3
neve Montefiore
(foto non mia)
neve Neve Daniel
(foto non mia)
neve Qiriat Arba
(foto non mia)
snow-storm
(foto non mia)
car Neve Daniel
(foto non mia)
neve ingresso Yad Vashem
(foto di D. O., una settimana dopo che aveva smesso di nevicare)

E anche a Gaza, sì, dove a togliere i residenti dai guai sono dovuti andare, come sempre, i soliti perfidi giudei:
neve Gaza

Purtroppo, però, non c’è stata solo la suggestione del manto bianco: ci sono state intere zone totalmente isolate, strade impraticabili e chiuse al traffico, aree senza acqua e senza corrente (per la cena di shabbat sono stata dall’amica Ester, da cui ho trovato due amiche di famiglia ospiti, profughe dai Territori Innevati) e, soprattutto, la distruzione di migliaia di alberi, spaccati o sradicati dal peso di quella smisurata quantità di neve.
alberi caduti 1
alberi caduti 2
alberi caduti 3

E a Yad Vashem non ha avuto riguardo neanche per gli alberi dedicati ai Giusti
alberi giusti 1
alberi giusti 2

Poi volevo andare alla Valle delle Comunità. Di questo non mi sono data pensiero,
valle comunità 1
questo l’ho ignorato,
valle comunità 2
questo l’ho scavalcato,
valle comunità 3
ma poi mi sono trovata di fronte questo:
valle comunità 4
valle comunità 5
il sentiero era, semplicemente, sparito, e mi sono dovuta arrendere.
Sì, la ricorderanno in molti, la nevicata del duemilatredici (qui un paio di altre belle immagini, e qui delle spettacolari statue di neve).

barbara

I GIUSTI D’ITALIA

Sono 387 gli italiani riconosciuti come Giusti (dati aggiornati al 2004) dalla speciale commissione di Yad Vashem: non eroi, non cavalieri senza macchia e senza paura, ma uomini comuni: medici, avvocati, impiegati, operai, contadini, casalinghe… Persone che, trovandosi di fronte degli esseri umani in pericolo – a volte amici, a volte colleghi di lavoro, a volte semplici conoscenti, a volte perfetti sconosciuti – non hanno esitato a fare quanto necessario per salvarli, senza mai avere la sensazione di fare qualcosa di speciale: è accaduto che qualche figlio, scoperta casualmente in età adulta l’opera svolta dal padre, abbia chiesto: “Ma perché non mi hai mai raccontato niente?” per sentirsi rispondere: “Perché? Cosa c’era da raccontare?” E in un mondo in cui tanti millantano benemerenze – chissà se giustificate o no – per diritto ereditario, è bello constatare che i veri Giusti trattano con estremo pudore i propri ricordi, e in tale pudore hanno cresciuto anche i propri figli (nessuno, credo, ha mai sentito Piero Angela, Gianni Bulgari, Vittorio Citterich, Francesco Rutelli, dire qualcosa come “ah ma voi non sapete cosa ha fatto la mia famiglia…”).
Colpisce, in questo elenco dei Giusti l’Italia, l’altissimo numero di religiosi, suore e sacerdoti che in qualche caso, di fronte al pericolo in cui si trovavano gli ebrei, hanno persino sospeso la regola della clausura: persone dalla coscienza cristiana e umana decisamente superiore a quella dei loro superiori (Le reazioni del Vaticano [alla razzia del 16 ottobre nel ghetto di Roma] furono, contrariamente a quanto la stessa diplomazia tedesca si era aspettata, quasi nulle. Il segretario di Stato Maglione si accontentò di un colloquio privato con l’ambasciatore Ernst von Weizsaecker, senza neppure elevare una nota di protesta ufficiale alla Germania. Questo atteggiamento di riserbo tenuto in quella occasione dalla Santa Sede non fece altro che reiterare quello tenuto a livello internazionale nei confronti del genocidio antiebraico che si stava consumando nei paesi invasi dalla Germania e del quale la Santa Sede era stata informata fin dalle prime battute. p. 252)
Un libro che vale la pena di leggere, per riacquistare un po’ di fiducia nel genere umano.

I Giusti d’Italia, Mondadori
 
barbara

IL TRIBUNALE DEL BENE

Moshe Bejski esercitava uno strano mestiere. Faceva il pescatore di perle. Si tuffava nel passato per scoprire un tipo di uomini (di cui si parla sempre troppo poco) che nei tempi oscuri del mondo permettono di credere ancora nelle possibilità dell’uomo.
Non poteva eliminare le macerie della Storia, né ridare sollievo alle vittime. Non aveva la bacchetta magica per rimarginare le ferite, ma nessuno come lui sapeva mostrare quante risorse ed energie possiedono gli esseri umani per resistere al male.
Moshe era il presidente della Commissione dei giusti presso il Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il primo organismo del Novecento che si sia occupato della memoria del bene compiuto durante un genocidio. Ricercava in ogni angolo del mondo gli uomini che avevano rischiato la vita per aiutare gli ebrei durante la persecuzione nazista.
«Non volevo che un solo giusto fosse dimenticato da noi ebrei» ripeteva con ossessione agli amici.
In realtà non era interessato alla purezza e alla perfezione degli esseri umani, non cercava gli eroi e i superuomini, ma voleva ricordare chi aveva tentato, di fronte a un male estremo autorizzato dalla legge, di salvare anche una sola vita, chi era stato capace di comportarsi semplicemente da uomo.
Era questo il suo concetto particolare di giusto.
Moshe amava gli uomini, non cercava i «santi». (p. 3)


Altre immagini qui.

“Ricorda cosa ti ha fatto Amalek” sta scritto. E giustamente continuiamo a ricordarlo, e giustamente continuiamo a inseguire Amalek per infliggergli la giusta punizione. Ma c’è anche chi, altrettanto giustamente, ha deciso di dedicare la propria vita, il proprio tempo, le proprie energie a un altro compito, ugualmente legato alla memoria: la ricerca dei Giusti. Moshe Bejski, uno dei 1200 della lista di Schindler, una volta liberato ha deciso di dedicarsi, appunto, alla ricerca di tutti coloro che, in mezzo alle tenebre più fitte, hanno portato un raggio di luce. Scontrandosi, spesso, con chi del “giusto” aveva un concetto molto diverso dal suo: quello di un modello, di un esempio, di un campione di moralità e purezza. Come far rientrare in questo stampo un individuo come Oskar Schindler, puttaniere, spendaccione, ubriacone, megalomane e tanto altro ancora? E tuttavia proprio questo individuo, proprio questa assoluta antitesi dell’eroe senza macchia, aveva messo in gioco tutto se stesso per salvare dalla catastrofe oltre un migliaio di ebrei. E con Schindler tutta una serie di altri personaggi, altrettanto poco limpidi, addirittura violentemente antisemiti, come Zofia Kossak, addirittura attivi nelle file del nazismo: sono “giusti” costoro? Non sempre è facile decidere, e non sempre le coscienze di chi deve decidere riescono ad accordarsi.
Va letta tutta, questa storia dell’indefessa battaglia di Moshe Bejski contro l’oblio, contro l’ingratitudine, contro il pregiudizio, contro tutto e tutti per rendere il dovuto riconoscimento a chi tanto aveva rischiato e tanto bene aveva fatto al mondo e all’umanità.

Gabriele Nissim, Il tribunale del bene, Mondadori

barbara