ACCADEVA NEL NOVEMBRE DEL 1941

PROTOCOLLO

Il 27 ottobre 1945 Piotr Duleba, Presidente della Corte del Tribunale di Konin, indisse una riunione presso le fosse comuni nella foresta di Kazimierz Biskupi – prima Sezione del Distretto di Konin – per mostrare il luogo al testimone, il cittadino veterinario [F. Z.] ed esaminarlo sul posto. Erano presenti il Presidente del Consiglio rurale di Kazimierz Biskupi, Stanislaw Radecki, e il cittadino Aleksander Ciborski, rappresentante della Centrale del Latte di Kazimierz Biskupi, buoni conoscitori del terreno. Giunti alle fosse furono verificate le condizioni del luogo, conformemente al verbale del Presidente della Corte del Tribunale relativo al sopralluogo del 3 ottobre 1945. Dopo aver riconosciuto il luogo ed essere stato avvertito delle conseguenze cui andava incontro in caso di falsa testimonianza, secondo l’articolo 107 del Codice Penale, il cittadino [Z.] rilasciò la seguente deposizione:

Sono [F. Z.] di Konin, nato il 25 dicembre 1910, chirurgo veterinario, senza precedenti penali, polacco e cattolico.
Verso la metà di novembre del 1941, alle quattro del mattino, alcuni uomini della Gestapo si presentarono alla mia cella e mi ordinarono di prepararmi per un viaggio. M’incatenarono i polsi e mi fecero entrare in un’auto dove trovai due miei compagni di prigionia, oltreché di sventura. Erano seduti dietro, mani e piedi legati. I loro nomi erano Walenty Orchowski di Golina e Kazimierz Tylzanowski del villaggio di Rzgów. Mi sedetti accanto a loro e gli uomini della Gestapo m’incatenarono le gambe. Poi salirono in macchina e partimmo diretti alla stazione, e di lì giù sulla strada per Golina. L’auto svoltò di nuovo presso il mulino e si diresse verso Kazimierz Biskupi. Albeggiava, ed essendo seduto vicino al finestrino riuscivo a vedere la strada. Dopo Kazimierz Biskupi c’inoltrammo nella foresta, la macchina girò a sinistra e imboccò un sentiero. Ora lo riconosco: nel disegno è indicato con il numero 1. La vettura oltrepassò un altro sentiero che tagliava il nostro e svoltò a destra all’incrocio successivo. Queste stradine sono marcate con i numeri 2 e 3. La macchina girò nuovamente al secondo incrocio e tornò indietro. Si fermò fra il primo e il secondo incrocio, a pochi metri di distanza da questo.
Riconosco perfettamente il luogo. Lì ci tolsero le catene e fummo fatti uscire dalla macchina. Alle nostre spalle si apriva una radura, dove ora ci sono le fosse comuni, indicate sul disegno con le cifre I e II. Restammo lì per una mezz’ora. Poi fummo portati a un’altra radura, qui rappresentata sotto la lettera A. Non era coperta di vegetazione come oggi. Quasi in fondo al sentiero numero 1, dall’altra parte della radura, c’erano due fosse. La prima, quella più vicina al sentiero, era lunga circa otto metri, larga sei e profonda due. Quasi parallela alla prima, all’altra estremità c’era la seconda fossa, larga sei metri, lunga quindici e anch’essa profonda due. In mezzo c’era uno spazio aperto. [Accompagnato dal giudice e da tutti i presenti il testimone indica i luoghi, oltreché la posizione, delle tombe marcate con I e II sul disegno.] Tutt’intorno alla radura, fatta eccezione per l’imbocco del sentiero, c’erano gruppi di ebrei, in piedi o seduti. Il luogo è contrassegnato dalla lettera B. Erano sparsi in mezzo agli alberi: difficile dire quanti fossero.
Il gruppo più numeroso si trovava nel punto indicato con una X. [Il testimone mostra il luogo.] Era composto di donne, uomini, bambini, madri con figlioletti in braccio. Non saprei dire se fossero tutti ebrei polacchi. In seguito mi fu riferito che venivano da Zagórów. Fra loro riconobbi un sarto e un negoziante di Konin, di cui però non conosco i nomi. I sentieri, la radura, tutta la foresta pullulava di tedeschi. Oltre a noi tre di Konin c’erano ammassati lì una trentina di altri polacchi, non saprei esattamente di dove. Sul fondo della fossa più grande notai uno strato di calce viva, di spessore indefinito. Nella fossa più piccola invece non c`era calce. Gli uomini della Gestapo ci avvertirono che la foresta era circondata e sotto stretta sorveglianza, e che ogni tentativo di fuga sarebbe finito con l’immediata fucilazione. Dopodiché ordinarono agli ebrei di spogliarsi, a partire da quelli che si trovavano vicini alla fossa più grande. Poi ingiunsero alle persone, nude, di calarsi nelle fosse. Non posso descrivere il pianto, i lamenti. La maggior parte saltò spontaneamente, altri opposero resistenza e furono picchiati e scaraventati giù. Alcune madri si gettarono con i loro bambini in braccio, altre li buttarono giù per primi, altre ancora li abbandonarono per terra. Alcune spinsero i figli e poi saltarono loro. Ci fu chi si gettò ai piedi delle guardie baciando gli stivali o i manici del fucile. A noi fu ordinato di passare fra gli ebrei e raccogliere vestiti e scarpe. Vidi alcuni membri della Gestapo venire lì dove noi accumulavamo orologi, anelli e gioielleria, e riempirsi le tasche. A quello spettacolo alcuni di noi — me compreso — preferirono gettare gli oggetti più preziosi nella foresta.
A un certo punto fu ordinato agli ebrei di smettere di spogliarsi, perché la fossa era piena. Quelli ormai nudi vennero scaraventati sulla testa di quelli già ammassati là sotto. Intanto noi dovemmo raccogliere e ordinare vestiti, calzature, pacchi di cose varie, cibo e coperte. Durò fino a mezzogiorno, quando sopraggiunse un autocarro e si fermo sul sentiero presso la radura. Notai quattro grossi serbatoi a forma di tino. I tedeschi montarono un aggeggio – probabilmente una pompa — collegato con delle manichette a uno dei serbatoi. Due uomini fecero scorrere i tubi fino alla fossa. Poi avviarono il motore e i due della Gestapo presero a versare del liquido biancastro sugli ebrei. Non so con certezza di cosa si trattasse. Nel frattempo collegavano i tubi agli altri serbatoi, uno dopo l’altro. La calce si spegneva e la gente cuoceva viva nella fossa. Le urla erano talmente spaventose che noi cominciammo a strappare dei brandelli di tessuto dai cumuli di vestiti per tapparci le orecchie. L’urlo di chi stava morendo si univa al pianto di coloro che presto avrebbero fatto la stessa fine. Durò due ore, forse più. Al calare delle tenebre fummo condotti lungo un sentiero che portava alla strada sul ciglio della foresta. Ci fermammo nel punto ora marcato con il numero 4 [qui il testimone mostra il luogo al giudice e a tutti i presenti].
Ci fu dato del caffè e un pezzo di pane a testa. Sul limitare della foresta c’erano sei o sette autocarri coperti da teloni. Fummo caricati sui camion e messi a faccia in giù, l’uno accanto all’altro, senza poterci muovere. Ci fu ordinato di dormire in quella posizione. Le urla mi risuonarono nelle orecchie finché mi addormentai, cosa che feci abbastanza in fretta essendo molto stanco. La mattina dopo la Gestapo ci ordino di riempire la fossa più grande. Sembrava già cosparsa di uno strato di terra: la massa umana pareva essersi ristretta e schiacciata sul fondo. I corpi erano così pressati fra loro che sembravano ancora in piedi, solo le teste dondolavano da tutte le parti. Non riempimmo del tutto la fossa: quando all’arrivo degli autocarri dovemmo smettere, c’era ancora qualche mano che spuntava. Ci fu ordinato di caricare nei veicoli tutta la roba: i vestiti da una parte, le calzature dall’altra e così via per ogni cosa. Nel pomeriggio comparve varie volte un veicolo grigio scuro simile a un’ambulanza. Veniva aperto lo sportello posteriore e ne fuoriuscivano cadaveri di uomini, donne e bambini. Tutti ebrei. Il veicolo mi passò davanti tre volte, a distanza di un’ora. Non so se continuò a fare la spola anche dopo che fui portato via. I cadaveri erano allacciati l’uno all’altro come in un abbraccio convulso, le membra contorte e senza più volto. Vidi i denti di un uomo piantati nella mascella di un altro. Ad alcuni era stato mozzato il naso, ad altri le dita. Molti si tenevano stretti per mano, forse membri della stessa famiglia. Ci fu ordinato di separarli con la forza. Quando ciò non era possibile, fummo costretti ad amputare mani, gambe e altre parti del corpo. Poi li disponemmo nella fossa più piccola, teste contro piedi per risparmiare spazio. Gli arti amputati vennero deposti fra un corpo e l’altro. Furono sistemati in questo modo tre strati di cadaveri, e rimaneva ancora un veicolo da scaricare. Poi ci portarono a dormire negli autocarri come la notte precedente. Mangiammo zuppa di patate e pane.
La mattina seguente io e i miei due compagni fummo portati in fondo alla radura per un interrogatorio. Ci venne intimato di spostarci un po’ più in là, nel punto III del disegno, lungo una fossa già scavata, scostati di tre o quattro metri. Ognuno di noi aveva davanti un uomo della Gestapo, armato. Io davo le spalle alla buca. Il tedesco mi ordino di confessare presunte colpe come avere letto giornali proibiti, avere aiutato i polacchi e altro del genere. Quando cercai di spiegare che si trattava di false accuse, mi gridò di voltarmi verso la fossa. Mi minacciò più volte dicendomi che se non avessi confessato mi avrebbe fucilato, mentre se lo facevo sarei potuto tornare a casa e dimenticare tutto. Io non cedetti e lui sparò. Persi i sensi e caddi nella fossa.
Ricordo che, subito, mi sfiorò il pensiero di essere morto, poi mi accorsi che ero cosciente di quanto accadeva intorno. L’uomo della Gestapo mi urlò: «Fuori!», e io mi precipitai fuori della fossa. Non ero ferito. Non so se il tedesco avesse sbagliate mira o avesse soltanto voluto spaventarmi. Quando fui fuori della fossa mi picchiò in faccia con un frustino e poi mi riportò in prigione a Konin, incatenato, insieme ai due compagni con cui ero arrivato.
Dopo qualche settimana fummo portati via da Konin e condotti in un campo a Inowroclaw, e di lì a Mauthausen e poi a Gusen. A Gusen rimasi fino alla liberazione, il 5 maggio 1945. I miei due compagni non sono sopravvissuti.
I corpi portati laggiù con i veicoli grigi erano stati chiaramente gassati. L’odore del gas usciva dall’interno del veicolo ed emanava anche dagli abiti dei morti. Ricordo che, durante il massacro degli ebrei nella foresta, un uomo della Gestapo ha strappato un bambino dalle braccia della madre e gli ha fracassato la testa contro la macchina, sotto gli occhi di lei. Di fronte alle sue urla, le ha scagliato addosso il corpo del figlio e la testa fracassata con il cervello di fuori è andata a sbattere contro la bocca della donna. Poi lui ha preso qualcosa dalla macchina – calce o gesso – e le ha tappato la bocca. Hanno fatto così anche con altre donne che gridavano forte. Ho visto un tedesco agguantare una bella ragazza ebrea, strapparle i vestiti di dosso e legarla mani e piedi a un albero. Poi con un coltello le ha tagliato via il seno destro, le ha aperto il ventre e ha frugato dentro con le mani. La ragazza è morta stretta a quell’albero. Non conoscevo nessuno di quegli uomini della Gestapo.

Qui finisce il verbale del sopralluogo in loco. (Firmato) Presidente della Corte Distrettuale (-) illeggibile (-) [F. Z.] – Radecki (-) Ciborski, Segretario della Corte (-) illeggibile. Approvato dal Capocancelliere, Irena Skonieczna.
(Konin, pp. 698-704)

E poi sono passati gli anni e i decenni, e tutto è cambiato: settant’anni fa i nazisti tedeschi sfracellavano la testa ai bambini ebrei in Polonia, mentre oggi i nazisti palestinesi sfracellano la testa ai bambini ebrei in Israele. I nazisti italiani invece sono particolarmente moderati, e si limitano costringere i bambini ebrei a restare chiusi dentro la scuola e a impedire ai loro genitori di andarli a prendere – e preferiamo evitare di pensare a che cosa potrebbe succedere il giorno in cui fra i nazisti e i bambini non ci fossero solidi muri (quelli che qualcuno vorrebbe sostituire con dei comodi ponti?) e un cordone di polizia.

barbara

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