LE PRIORITÀ DEL SIGNOR BIDEN

L’insopportabile peso di essere Joe Biden…

L’umiliante fuga dell’America dall’Afghanistan ha mostrato un Joe Biden confuso e incapace, nella migliore delle ipotesi. Ma ha anche, forse, mostrato qualcosa che è ancor più repellente: un uomo arrogante, emotivamente manipolatore e profondamente cinico.
Non sto pensando principalmente alla sorprendente, ininterrotta serie di false previsioni promesse infrante di Biden, anche se ce ne sono molte. Ricordiamo che una presa di potere da parte dei Talebani fosse “altamente improbabile”, che “se ci sono cittadini americani rimasti, resteremo per farli uscire tutti”, o che gli afghani potevano stare sereni perché “staremo con voi proprio come voi siete stati con noi”.
Per quanto questi esempi e molti altri siano terribilmente orribili, rientrano nella gamma di affermazioni dei leader politici che sono tremendamente ironiche col senno di poi, ma che sembravano ragionevoli e più o meno plausibili quando vengono pronunciate. Questo perché rientrano in una bussola morale riconoscibile. Dovrebbero essere vere, e quindi si spera che lo siano.
Invece, sto pensando ai commenti che sono stati stranamente inappropriati anche quando Biden li ha fatti. Mark Schmitz, padre di Jared Schmitz, un marine americano ucciso da un kamikaze dell’ISIS-K all’aeroporto di Kabul il 26 agosto, ha rivelato che quando Joe Biden gli ha parlato alla Dover Air Force Base nel Delaware, il Comandante-in-capo ha parlato più di suo figlio, Beau, che del giovane i cui resti venivano portati fuori da un aereo militare parcheggiato sulla pista.
Perché Biden ha fatto questo?
La spiegazione caritatevole è che un Comandante-in-capo incapace ha immaginato che sarebbe stata una cosa empatica parlare di Beau Biden, un ufficiale della Guardia Nazionale che ha servito in Iraq e che è morto di cancro nel 2015. Forse Biden ha pensato che le sue parole avrebbero legato un padre di un militare in lutto ad un altro, anche se la morte di Beau non aveva nulla a che fare con il suo servizio nelle forze armate.
Ma c’è una possibilità molto più sgradevole. Vale a dire, il Comandante-in-capo si è rivolto di riflesso ad un periodo straziante della sua biografia per superare un evento imbarazzante in cui l’attenzione avrebbe dovuto essere concentrata sugli altri. In passato, Joe Biden ha ripetutamente citato la storia Beau Biden non per raggiungere il cuore di altre persone ma, piuttosto, per attirare l’attenzione e la simpatia su di sé.
Non sembra esserci fine alla volontà di Joe Biden di usare la memoria del figlio morto per un vantaggio politico. Come il Washington Post ha riportato un anno fa, per esempio, la memoria di Beau è stata messa in primo piano dal padre alla Convention Nazionale Democratica, dove Joe Biden doveva accettare la nomina presidenziale offertagli dal partito. C’era un sostanziale video tributo a Beau Biden, Kamala Harris ha anche parlato a lungo di lui, e così ha fatto Pete Buttigieg (citandolo come un collega veterano). I delegati sono stati poi intrattenuti da degli spezzoni del discorso di introduzione di Beau Biden a suo padre alla DNC 2008 a Charlotte – “richiamato dall’oltretomba”, per così dire – per presentare nuovamente suo padre.
Come ogni genitore, di tanto in tanto ho immaginato una calamità familiare che coinvolgesse uno dei miei figli. Ho trasalito per la vergogna e mi sono rimproverato quando, come a volte accade, la mia mente ha vagato ai pensieri di come avrei raccontato la cosa alla gente e quali sarebbero state le loro reazioni. Come posso preoccuparmi, penso con sgomento, di questioni marginali di presentazione, apparenza e simpatia e non riuscire invece a rimanere concentrato sull’orrore sostanziale di qualcosa di terribile che è accaduto a mio figlio o a una delle mie figlie?
Joe Biden enfatizza ripetutamente proprio ciò che la decenza suggerirebbe essere una cosa troppo profonda per essere usata per scopi estranei ed effimeri. Esalta le tragedie della sua famiglia, che sono incontrovertibilmente reali e terribili. Lo fa per guadagnare affetto. Per enfatizzare il suo atteggiamento di uomo del popolo, che porta un pesante fardello di tristezza. Il ricordo di Beau Biden è citato anno dopo anno dopo anno. È diventato ormai un riflesso, e come ogni cosa che riflette, il buon gusto e il buon senso spesso lo sconsigliano.
Sarebbe il caso di parlare con padri e madri caduti in lutto di recente, i cui figli e figlie sono stati uccisi nell’esecuzione sciagurata di una fuga sconsiderata dalle proprie responsabilità di “leader del mondo libero”. Quello è un momento in cui, qualunque sia il costo marginale, non si dovrebbe pensare al tornaconto politico.
La calamità della fuga dell’America dall’Afghanistan riguarda certamente Joe Biden. Ma quello che è successo a Dover riguardava il servizio individuale di uomini e donne che hanno dato la loro vita. Non riguardava l’uomo che ha lasciato che quelle vite venissero spezzate e che non poteva trattenersi dal guardare ripetutamente il suo orologio per vedere quanto ancora doveva sopportare.
Luca Maragna, qui.

Nel frattempo tutti questi gingilli sono ora puntati sulle nostre teste.

Nel frattempo l’America – e probabilmente non solo l’America – d’ora in poi sarà costantemente sotto ricatto grazie alle centinaia di cittadini americani lasciati in mano ai tagliagole.
Nel frattempo un numero imprecisato di terroristi si sono intrufolati, si stanno intrufolando, si intrufoleranno fra i profughi per venire a estendere e completare l’occupazione e l’islamizzazione del nostro territorio.
Nel frattempo c’è chi è riuscito a organizzare un volo per portare in salvo… 200 cani e gatti (Farthing si chiama il tizio, ma ho idea che ci sia un’acca di troppo). E pare che tutti stiano facendo salti di gioia per il successo dell’impresa. Restano indietro occidentali, collaboratori dei quali il signor Biden ha fornito ai talebani la lista con tanto di indirizzo e numero di telefono, e i cristiani, che per vent’anni avevano potuto tirare il fiato e ora riprenderà anche in Afghanistan il genocidio in corso in tutto il mondo islamico. Ma d’altra parte non si può avere tutto dalla vita, no?

barbara

LE “LACRIME” DI BIDEN

mi hanno fatto immediatamente ricordare queste altre. Talmente cane come attore, oltre a tutto il resto, da non essere neanche capace di fare finta di piangere – come i suoi citati predecessori, del resto. E, se vogliamo, come il papa che non è neanche capace di fare finta di giocare a biliardino.

Tornando a Biden, sembrerebbe che quella cosa della storia che si ripete due volte, la prima in tragedia e la seconda in farsa, lui sia riuscito a capovolgerla: il suo arrivo alla presidenza è stato un’oscena farsa, le sue azioni successive un’immane tragedia. Qualcuno ha accostato quanto sta succedendo alla caduta dell’impero romano: forse è un pelino esagerato, ma sicuramente non un pelo troppo grosso. E lui? Ci dorme sopra.

barbara

KABUL E DINTORNI

Dintorni che, in un giorno forse non troppo lontano, potrebbero comprendere anche noi.

“Napoleone disse che in guerra la forza morale è tre volte più importante di quella fisica”

Intervista per la newsletter al saggista americano Joshua Muravchik. “La codarda fuga di Biden darà energia a tutti gli islamisti”. In Africa già si “festeggia” (37 cristiani uccisi)

“Nessuno avrebbe dovuto essere sorpreso dal crollo di Kabul o dalla velocità con cui è avvenuto. Napoleone disse che in guerra la forza morale è tre volte più importante di quella fisica. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno creato e addestrato l’esercito afghano e fornito ogni tipo di supporto tecnico. Eravamo come il suo fratello maggiore. Poi all’improvviso abbiamo detto: ‘Stiamo scappando, ma tu dovresti restare e combattere’. E poi Joe Biden ha avuto l’idea di castigare le forze afghane per aver seguito il nostro esempio”.
Qui a colloquio in esclusiva con la mia newsletter, Joshua Muravchik è uno di quegli intellettuali e saggisti americani che ci aveva creduto. Democrazia, modernità, diritti delle donne, costituzione…Costruire tutto questo a Kabul. Autore di fortunati saggi come Making David Into Goliath: How the World Turned Against Israel (2014) e Heaven on Earth: The Rise and Fall of Socialism (2002), Muravchik spiega che la deterrenza americana è adesso seriamente compromessa come forse mai prima. “L’attentato suicida all’aeroporto di Kabul ha ucciso 13 membri delle forze armate statunitensi (e forse altri soccomberanno per le ferite; forse ci saranno altri attacchi simili). Nell’anno e mezzo precedente, gli Stati Uniti avevano perso un solo soldato. È vero che Biden ha solo continuato ciò che Trump aveva iniziato con il suo assurdo patto con i Talebani, che ha contribuito a minare il governo afghano. Trump credeva che ci si potesse fidare della parola dei Talebani?”.
Il problema dell’America è anche interno. “E’ ferocemente polarizzata. Nei sondaggi più americani affermano che sarebbero sconvolti se la loro figlia sposasse qualcuno dell’altro partito politico rispetto a qualcuno di una religione diversa. Il problema è che nessuno dei due poli offre ciò di cui abbiamo così disperatamente bisogno: la leadership politica crede nell’America e nei valori che l’America ha a lungo esemplificato e sostenuto, una leadership che può ripristinare la fiducia della nazione. Abbiamo invece da una parte Trump, che dice ‘prima l’America’ ma in realtà significa ‘prima Trump’. Dall’altra abbiamo i Democratici che sembrano essere guidati interamente dall’ala ‘progressista’ del loro partito, portatori di un’ideologia che vede l’America solo come la terra del razzismo, sessismo, omofobia, islamofobia e capitalismo rapace votato al distruggere il pianeta. Biden si era presentato come la via di mezzo, ma ha capitolato subito ai ‘progressisti’”.
Lo stesso in politica estera. “È un’amara ironia che dopo aver criticato Trump sulla Nato, Biden possa aver fatto ancora di più per danneggiare l’Alleanza. E perché? Perché aveva un patto con i Talebani. Biden ha anteposto la fedeltà ai Talebani alla fedeltà ai nostri partner. E qui le ironie abbondano. Biden ha affermato che l’America ha poco interesse nel governo afghano, ma solo nell’impedire l’incubazione di gruppi terroristici”.
Parlando oggi con Le Figaro, il più grande esperto francese di Islam, Gilles Kepel, ha definito quella di Kabul come “una vittoria militare formidabile dell’Islam sunnita fondamentalista contro l’Occidente”. Basta ascoltare quello che dicono i loro commentatori. Come il turco-egiziano Islam al Ghamri: “Forse gli Stati Uniti si disintegreranno come l’Unione Sovietica. Questo è un terremoto enorme. E quando c’è un terremoto, la terra si rompe e crolli che erano inimmaginabili in passato accadono improvvisamente. Quello che è successo a Kabul è un enorme terremoto che colpirà l’Europa, gli Stati Uniti e l’intera civiltà occidentale”.

Il giorno in cui l’Afghanistan è caduto nelle mani dei Talebani, uno dei più famigerati islamisti dell’Africa occidentale ha elogiato i suoi “fratelli”, Iyad Ag Ghaly, capo di al-Qaeda in Mali. Commenta il Washington Post: “I combattenti di tutto il continente africano hanno celebrato la presa del potere da parte dei Talebani”. Saranno anche molti cristiani a pagare. Come i 37 appena assassinati dai jihadisti in Nigeria. “La calamità a Kabul significa più attacchi jihadisti e possibilità che prevalgano altre insurrezioni islamiste”, scrive The Economist. “La fuga dell’America rafforzerà i jihadisti in tutto il mondo”. Basta osservare l’Africa dopo la caduta di Kabul il 15 agosto.

18 agosto, 80 morti in Burkina Faso… 
19 agosto, 15 morti in Mali… 
20 agosto, 16 morti in Niger… 
25 agosto, 36 morti in Nigeria… 
26 agosto, 4 morti in Tanzania

Una “discesa agli inferi”. Così sul quotidiano L’Orient Le Jour Toufic Hindi, analista cristiano libanese e autore in Francia di Une troisième guerre mondiale pas comme les autres (Edizioni Panthéon), definisce il crollo dell’esperienza occidentale in Afghanistan. “Il movimento islamista sta combattendo una battaglia che vuole essere decisiva per conquistare il mondo e assoggettarlo alla legge di Allah. Vuole una guerra mondiale diversa dalle due che l’hanno preceduta.  La politica occidentale di pacificazione può solo portare a una guerra distruttiva, proprio come la politica di pacificazione di Hitler praticata dal primo ministro britannico Neville Chamberlain ha portato alla Seconda guerra mondiale”. Siamo, conclude Hindi, nell’“epicentro di un islamismo che sta investendo il mondo, un terremoto senza precedenti dal quale nessun paese può sfuggire. La situazione è così instabile ed esplosiva che nulla è impossibile”.
Conclude Joshua Muravchik alla mia newsletter. “La codarda fuga dell’America darà energia a tutti i tipi di gruppi islamisti, proprio come la sconfitta dell’Unione Sovietica ha dato origine ad Al Qaeda, così la sconfitta degli Stati Uniti in Afghanistan si rivelerà una fonte d’ispirazione ancora maggiore per l’Islam radicale”.
Il 1989, l’anno che secondo Francis Fukuyama doveva inaugurare la “fine della storia”, si apriva con un documento ben più importante e ignorato. La lettera di Khomeini a Mikhail Gorbaciov. Il leader sovietico era ancora alle prese con il bubbone dell’Afghanistan invaso dieci anni prima (si sarebbe ritirato un mese dopo). Convinto, a ragione, che la caduta del comunismo fosse ormai imminente (ci sarebbero voluti soltanto altri due anni), il vecchio ayatollah rivolge a Gorbaciov un invito a convertirsi all’Islam: “Come può l’Islam essere l’oppio del popolo, quando ci ha resi fermi come una montagna contro le superpotenze?”.
Il Mullah Baradar starà forse scrivendo una lettera simile a Joe Biden?
Giulio Meotti, 28/08/2021

Credo che quanto accaduto a Kabul il 15 agosto non abbia precedenti nella storia moderna, e neanche il successivo comportamento di Biden in relazione al disastro da lui provocato. Invito ora a vedere questo video in cui tre esperti di Medio Oriente (dovevano essere quattro, ma uno è stato costretto a rinunciare per sopravvenuti problemi) cercano di fare il punto della situazione. Dura un po’ più di un’ora, ma ne vale la pena. Casomai guardatelo a rate.

barbara

I GENI DI CASA NOSTRA

Parlo di Pino Arlacchi, che chi ha un po’ di anni sulle spalle sicuramente ricorderà. Comincio con un vecchio articolo, per inquadrare la situazione.

AFGHANISTAN / FALLITO IL PIANO ONU

Così Arlacchi perse la guerra dell’oppio

Distruzione dei papaveri in cambio di 400 miliardi. Lo propose lo zar antidroga ai talebani. La produzione, al contrario, è raddoppiata

Sulla carta sembrava proprio un progetto bello e possibile: ridurre in dieci anni del cinquanta per cento le coltivazioni di droga nel mondo, sostituendole con colture alternative. Spesa prevista 500 milioni di dollari (mille miliardi di lire attuali).
L’ideatore dell’ambizioso piano, com’è noto, è l’italiano Pino Arlacchi, vicesegretario delle Nazioni Unite in quanto direttore dell’Undcp (United nations drug control programme). Ma a tre anni dalla crociata dello “zar dell’antidroga”, come è stato soprannominato, il progetto ha fatto flop. E proprio in Afghanistan, il paese dove fin dall’inizio le prospettive di successo erano tutt’altro che rosee. Ma lui, da buon calabrese cocciuto, ha voluto lanciare la sua sfida. Con un risultato finora tutto al negativo.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Onu, nel paese al crocevia dell’Asia, retto dai talebani, i campi di papavero si sono talmente estesi nel corso dell’ultimo anno da produrre 4.600 tonnellate di oppio. Una cifra record che non ha precedenti e corrisponde al doppio del raccolto del 1998. Un balzo in avanti per l’Afghanistan che dal cinquanta per cento è passato a coprire per due terzi il mercato globale dell’eroina. E che fa impennare del 60 per cento la produzione mondiale della polvere bianca. Una montagna di droga mai raggiunta prima e che attraverso l’antica via della seta, dove una volta passavano carovane cariche di tessuti, spezie, gemme, porta la morte coprendo per l’80 per cento i mercati europei.
Arlacchi, pur essendo stato allertato fin dall’inizio dai media di mezzo mondo, ha voluto credere alle promesse dei talebani. A suo tempo si recò a Kandahar, la storica capitale dell’Afghanistan, per incontrarli. Promise oltre 400 miliardi di lire in dieci anni se avessero sradicato le coltivazioni di papavero. Non ti fidare gli dicevano in molti, quei soldi servono a comprare armi, a prolungare la guerra civile e a esportare il credo oscurantista degli studenti islamici al potere a Kabul. «Non finanziare un regime integralista che annulla le libertà e mortifica le donne», diceva l’allora commissario europeo Emma Bonino. Ma a tutti Arlacchi, dal suo quartier generale al settimo piano del palazzo dell’Onu a Vienna, dove ha varato programmi, impartito ordini, spostato uomini, cambiato organigrammi, ha risposto duramente agli attacchi di ieri, ostentando sicurezza e ottimismo.
E oggi? Proprio in questi giorni il problema Afghanistan è stato messo sul tappeto dal comitato tecnico dell’Onu. Ma Arlacchi non demorde, e per bocca del suo portavoce Sandro Tucci risponde che l’incremento della produzione del papavero è dovuto sì «a un aumento del 23 per cento della superficie coltivata ma anche alle ottime condizioni climatiche». Prevede una forte riduzione, attorno al 30 per cento per il prossimo raccolto, questa volta per le «avverse condizioni climatiche». Insomma sembrerebbe proprio un piano in gran parte affidato ai capricci di Giove.
Su quel 23 per cento di superficie in più coltivata e non distrutta, Arlacchi ha la sua risposta. Le colture servono a «sfamare un milione e 400 mila contadini». Di conseguenza lo Stato, ovvero il governo dei talebani, non può distruggere quelle coltivazioni, presenti in dieci delle 29 province afghane su un totale di 60 mila ettari di terreno e per il 96 per cento sotto il loro controllo. E allora perché continuare a finanziare piani che vengono disattesi? «C’è la guerra, e possiamo fare poco. E per rendere più difficile il contrabbando, avremmo bisogno di più soldi per aiutare i paesi limitrofi a combatterlo», dice Tucci. «Inoltre il leader dei talebani ci ha assicurato di aver emesso un editto che invita a ridurre la produzione di oppio».
Rimane il fatto che il regime teocratico dei talebani alla fin fine vorrebbe la scomparsa non tanto delle piantagioni di papavero quanto degli «infedeli», ovvero degli occidentali.
Dina Nascetti, 18.05.2000, qui.

Già: credere alla parola dei talebani non è proprio una buonissima idea, e l’arlacchino nostro ci ha sbattuto pesantemente il naso – anche con quelle sue tremende arrampicate sugli specchi. E ora, ventun anni dopo, che cosa ci racconta il nostro genietto di casa?

Pino Arlacchi: “E’ con l’invasione Usa che esplose la produzione illecita di oppio in Afghanistan”

Cari amici, interrompo il mio lungo silenzio, dovuto alla scrittura di un nuovo libro, per un commento sull’#Afghanistan dopo la vittoria talebana.
Mi occupo di quel paese da quasi 25 anni, ed ho formulato due proposte di soluzione dei suoi problemi più impellenti. La prima è stato il piano di eliminazione delle coltivazioni di oppio che ho elaborato durante il mio mandato ONU. Piano coronato da completo successo nell’estate del 2001. [Questo articolo di fine ottobre 2001 dice esattamente il contrario]
I talebani al potere, pressati dal programma che dirigevo e dal Consiglio di sicurezza, decisero di far rispettare la proibizione di coltivare l’oppio con il risultato di azzerarla quasi totalmente. [Eh, una paura si sono messi con le tue pressioni, ma una paura guarda…]
L’invasione americana dell’ottobre di quello stesso anno sloggiò i talebani dal governo e fu seguita da un accordo con i signori della guerra che riportò in pochi anni la produzione illecita ai livelli precedenti il 2001.
Nel gennaio del 2011 il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza la mia proposta per una soluzione non militare della crisi afghana. Sul mio sito https://pinoarlacchi.it/en/mission-in-afghanistan potete leggere il testo della mia “Nuova strategia dell’Unione Europea per l’Afghanistan”.
A differenza del mio piano sull’oppio di dieci anni prima, questa strategia non ha avuto alcun seguito. È stata ignorata dalla Commissione europea e dagli Stati membri, che hanno persistito nel seguire le direttive americane. Il risultato finale (disastroso) è ora sotto i nostri occhi. [Il tuo risultato finale (disastroso) invece, sotto quale tappeto lo hai spazzato? E quante armi hanno comprato i talebani coi tuoi 400 miliardi di dollari? Quante persone hanno ammazzato con quelle armi? Quanto sangue hai sulle mani?]
In alcuni post successivi commenterò i principali temi sul tappeto.
Pino Arlacchi, 20/08/2021, qui.

E prosegue, sempre autoincensandosi.

Pino Arlacchi – Cosa succede in Afghanistan al di là del delirio mediatico

 Invito chiunque mi legga e mastichi una qualsiasi lingua straniera a informarsi sull’ Afghanistan evitando di leggere i maggiori quotidiani italiani. Quel paese sembra essere stato vittima di una invasione di mostri pervenuti dallo spazio e dotati di poteri sconfinati. Mostri che sono riusciti a far scappare da Kabul, terrorizzate, le forze del bene. Mostri assetati di vendetta e di sangue, soprattutto femminile, e che si apprestano a far diventare l’Afghanistan il santuario del narcotraffico e del terrorismo mondiale. [E pensare che invece sono tanto buoni, soprattutto con le donne, che trattano con una delicatezza che neanche i trovatori del dolce stil novo, che non farebbero male a una mosca, vendetta poi non sanno neanche come si scrive]

Delirio mediatico.

Cosa è successo invece, e cosa sta accadendo in Afghanistan in questi giorni?
Non c’è stata, innanzitutto, alcuna invasione di alieni, ma lo sbocco finale di due guerre. Una guerra civile tra i talebani ed i loro avversari iniziata quasi trent’anni fa, ed una guerra di liberazione contro una potenza occupante iniziata venti anni fa esatti. 
I talebani sono degli integralisti islamici estremi, portatori di un’ideologia oscurantista che implica la violazione di diritti fondamentali, in primis quelli delle donne. Ma sono anche una forza che ha finito col prevalere contro ogni genere di nemico grazie a un rapporto con la popolazione rurale afghana migliore di quello stabilito dai loro avversari. [Ecco, ve l’avevo detto, benefattori sono, angeli custodi, praticamente la mano destra di Dio]
I talebani che ho conosciuto non erano guerriglieri marxisti e neppure nazionalisti. Non combattevano per i poveri e neppure per costruire uno Stato-nazione. Si ispiravano, e si ispirano, ad una società di virtuosi, governata da precetti coranici, inaccettabile e odiosa ai nostri occhi [mentre agli occhi degli afghani è il paradiso in terra. È per quello che stanno accorrendo a Kabul da tutte le parti del Medio Oriente, per godere anche loro del paradiso]. Ma la società dei talebani è una società di afghani, non la Umma universale di altri estremisti. Gli studenti del Corano, perciò, non hanno mai operato al di fuori del loro paese e non sono interessati ad esportare il loro credo altrove [e dunque?].
Come sono allora riusciti a godere di quel minimo di consenso dal basso, o di semplice neutralità, che ha consentito loro di conquistare il Paese ed entrare a Kabul senza sparare un colpo?
Finanziamenti, armi e aiuti dall’estero? 
Quasi zero [ehm… La domanda, come si suol dire, è d’obbligo: ci sei o ci fai?], visto che il rubinetto saudita si è chiuso dopo il 2001 e visto che le grandi potenze regionali sono state a guardare aspettando che il frutto afghano cadesse nelle loro mani dopo la debacle euroamericana. 
Puntualmente avvenuta. Questa sì che è intelligence! O era sufficiente solo leggere i giornali e fare due più due? [Cioè adesso l’Afghanistan è caduto in mano alle grandi potenze regionali? Me la spieghi meglio, che non l’ho mica tanto capita questa?]
È bastato perciò ai talebani sedersi sulla riva del fiume ed aspettare. [I talebani?! Come i talebani? Ma non è nelle mani delle grandi potenze regionali che è caduto l’Afghanistan? Sei sicuro, come si dice dalle mie ex parti, di avere tutte le tazze nella credenza?]
Cioè resistere, garantire ordine e sicurezza alle zone sotto il loro controllo, assicurarsi perlomeno la neutralità della popolazione. Ed attendere ciò che era prevedibile già dieci anni fa: il crollo della baracca di corruzione, inettitudine militare ed amministrativa, indifferenza per i bisogni dei civili, messa in piedi dalle forze di occupazione. [Veramente Trump ha deciso il ritiro all’inizio del 2019 perché aveva stabilito che non avevano più niente da fare lì; tutto il resto, baracca di corruzione eccetera si trova nella fervida fantasia del signor Arlacchi. E davvero questo signore ha l’impressione che gli afghani, e le donne in particolare, preferissero i talebani agli americani? E come le spiega le fughe? Come spiega gli assalti all’aeroporto? Come spiega le madri che lanciano i figli oltre il filo spinato dell’aeroporto nella speranza di sottrarli all’inferno che aspetta tutti loro – come le madri ebree nel disperato tentativo di salvarli dai nazisti? Di disonestà intellettuale ne stiamo vedendo tanta, ma quella di quest’uomo le supera tutte]
L’analisi che avevo fatto nel 2011 per il Parlamento europeo parlava chiaro. Non c’era speranza di una soluzione militare, e senza una svolta radicale delle politiche occidentali l’Afghanistan sarebbe caduto nelle mani dei talebani. [Eh già, l’unico che ha capito tutto, ma vaffanculo, va’] [Ma poi perché “caduto”? Non hai appena finito di dire che non è vero che sono dei mostri, che hanno il sostegno popolare, che la gente preferisce loro agli americani?]
L’unica cosa che non avevo considerato nel mio rapporto era l’identità del vero futuro vincitore della guerra dell’Afghanistan: la Cina. [Ah, non le grandi potenze regionali? Non hai appena detto che è nelle loro mani che è caduto il frutto afghano?]
Pino Arlacchi, 22/08/2021, qui.

Per sapere perché il ritiro si è trasformato in una rotta disastrosa [Caporetto? Adua?] è meglio leggere qualcosa di più serio.

Niram Ferretti

EXIT STRATEGY

“Sono abbastanza vecchio per avere bene in mente la caduta di Saigon nel 1975…ce l’ho nel mio archivio dei ricordi”, ha dichiarato il generale Jim Jones, che ha servito come consigliere per la sicurezza nazionale sotto il presidente Barack Obama. “Fu molto doloroso da guardare. Questo è, almeno finora, ancora più doloroso”.
Costernazione.
“Quando si fanno questo tipo di cose, per quanto grandi o piccole siano, la prima cosa che si è fa è di evacuare i civili e le famiglie, poi il personale del governo degli Stati Uniti se necessario. E in seguito le ultime persone che se ne vanno sono generalmente i militari che forniscono la sicurezza per una evacuazione ordinata. Mi risulta che abbiamo fatto esattamente il contrario e non so perché.”
La risposta, per quanto sconcertante, è, per palese incompetenza. Inutile cercare improbabili moventi oscuri, ricorrere a fantasiose dietrologie. Il modo in cui gli Stati Uniti si sono lasciati dietro l’Afghanistan consegnandolo nelle mani dei talebani, resterà nei libri di storia come un degli esempi più clamorosi di come non si effettua un ritiro militare.
Il responsabile principale di tutto ciò è, ovviamente, il Commander in Chief, ovvero il presidente, colui che alla fine ha dato il via all’operazione, l’ha avallata, ha posto il suo sigillo.
Uscire di scena così non è degno di una grande potenza, non è degno di una piccola potenza. E’ semplicemente grottesco e surreale.

Incompetenza, senza dubbio. Ma non solo.

Parla Mike Pence: Biden ha rotto il nostro accordo con i Talebani

Mike Pence: Questa è un’umiliazione di politica estera diversa da qualsiasi altra cosa il nostro paese abbia mai sopportato sin dalla crisi degli ostaggi in Iran.

“La probabilità che ci siano i Talebani a dominare tutto e a controllare l’intero paese [l’Afghanistan] è altamente improbabile”, ha proclamato fiduciosamente Joe Biden a luglio. “Non ci saranno circostanze in cui vedrete persone sollevate dal tetto dell’ambasciata”.
Un mese dopo, lo scenario che il signor Biden riteneva impossibile è diventato una realtà terrificante. Negli ultimi giorni, il mondo ha visto civili in preda al panico aggrapparsi ad aerei militari statunitensi nel disperato tentativo di sfuggire al caos scatenato dalla ritirata sconsiderata del signor Biden. I diplomatici americani hanno dovuto implorare i nostri nemici di non prendere d’assalto la nostra ambasciata a Kabul. I combattenti talebani hanno sequestrato decine di veicoli militari americani, fucili, artiglieria, aerei, elicotteri e droni.
Il disastroso ritiro dell’amministrazione Biden dall’Afghanistan è un’umiliazione di politica estera diversa da qualsiasi altra cosa il nostro paese abbia mai sopportato sin dalla crisi degli ostaggi in Iran.
Ha messo in imbarazzo l’America davanti alla scena mondiale, ha portato gli alleati a dubitare della nostra affidabilità ed ha incoraggiato i nemici a mettere alla prova la nostra determinazione. Peggio di tutto, ha disonorato la memoria degli eroici americani che hanno aiutato a consegnare i terroristi alla giustizia dopo l’11 settembre, e tutti coloro che hanno servito in Afghanistan negli ultimi 20 anni.
Nel febbraio 2020, l’amministrazione Trump aveva raggiunto un accordo che richiedeva ai Talebani di porre fine a tutti gli attacchi al personale militare americano, di rifiutare ai terroristi un porto sicuro e di negoziare con i leader afgani la creazione di un nuovo governo. Finché queste condizioni fossero state soddisfatte, gli Stati Uniti avrebbero condotto un graduale e ordinato ritiro delle forze militari.
Approvato all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’accordo ha immediatamente portato in Afghanistan una stabilità mai vista da decenni. Negli ultimi 18 mesi, gli Stati Uniti non hanno subito una sola perdita in combattimento.
Quando abbiamo lasciato l’incarico, il governo afgano e i Talebani controllavano ciascuno il proprio territorio, nessuno dei due stava montando grandi offensive, e l’America aveva solo 2.500 truppe statunitensi nel paese – la più piccola presenza militare dall’inizio della guerra nel 2001.
La guerra infinita dell’America stava arrivando a una fine dignitosa, e la base aerea di Bagram ci assicurava la possibilità di condurre missioni antiterrorismo fino alla conclusione di quella guerra.
I progressi della nostra amministrazione per ottenere la fine di quella guerra sono stati possibili perché i leader Talebani hanno capito che le conseguenze della violazione dell’accordo sarebbero state rapide e gravi. Dopo che i nostri militari avevano eliminato il terrorista iraniano Qasem Soleimani, e le forze speciali statunitensi avevano ucciso il leader dell’ISIS, i Talebani non avevano dubbi che avremmo mantenuto la nostra promessa.
Ma quando il signor Biden è diventato presidente, ha rapidamente annunciato che le forze statunitensi sarebbero rimaste in Afghanistan per altri quattro mesi senza una chiara ragione per farlo. Non c’era alcun piano per trasportare i miliardi di dollari di attrezzature americane recentemente catturate dai Talebani, o per evacuare le migliaia di americani che ora si affannano a fuggire da Kabul, o per facilitare il reinsediamento regionale delle migliaia di rifugiati afgani che ora chiederanno asilo negli Stati Uniti con poco o nessun controllo.
Piuttosto, sembra che il presidente semplicemente non volesse mostrare di rispettare i termini di un accordo negoziato dal suo predecessore.
Una volta che il signor Biden ha rotto l’accordo, i Talebani hanno lanciato una grande offensiva contro il governo afgano e hanno preso Kabul. Sapevano che non c’era alcuna minaccia credibile di un atto di forza da parte di questo presidente. L’hanno visto inchinarsi a gruppi terroristici antisemiti come Hamas, ripristinare milioni di dollari di aiuti all’Autorità Palestinese e stare a guardare all’inizio di quest’anno mentre migliaia di razzi piovevano sui civili israeliani.
La debolezza istiga il male – e la grandezza del male che ora sta sorgendo in Afghanistan la dice lunga sulle debolezze del signor Biden. Per limitare la carneficina, il presidente ha ordinato più truppe in Afghanistan, triplicando la nostra presenza militare durante un presunto ritiro.
Dopo 20 anni, più di 2.400 americani morti20.000 americani feriti e oltre 2.000 miliardi di dollari spesi, il popolo americano è pronto a riportare a casa le sue truppe.
Ma il modo in cui il signor Biden ha eseguito questo ritiro è una vergogna, indegno dei coraggiosi uomini e donne americani in servizio il cui sangue macchia ancora il suolo dell’Afghanistan.
Luca Maragna, qui.

Piuttosto, sembra che il presidente semplicemente non volesse mostrare di rispettare i termini di un accordo negoziato dal suo predecessore.”
Esattamente come ha fatto con tutto ciò che aveva fatto Trump (a cominciare dalle tasse che T. aveva tagliato, permettendo così di favorire le assunzioni e abbassare drasticamente la disoccupazione, soprattutto fra neri e ispanici, che non a caso hanno votato per lui con percentuali mai viste prima nei confronti di un candidato repubblicano). No, questo non è il marito che si taglia i coglioni per fare dispetto alla moglie: questo è uno che ha tagliato i coglioni a un’intera nazione per fare dispetto a chi, quei coglioni, glieli aveva messi. E adesso, notate bene, si sta cercando di limitare la carneficina. Che difficilmente sarà evitata del tutto.

barbara

JOE BIDEN ALLA PRESIDENZA DEGLI STATI UNITI È LA PEGGIORE SCIAGURA CHE POTESSE CAPITARE AL MONDO

Ecco perché.

No, Biden è solo un piccolo Carter, fa danni agli Usa e al mondo intero

Seguito a pensare che noi – in Europa e specialmente in Italia – abbiamo una visione ridotta e deformata dell’America e di tutto ciò che accade in quel grande paese da cui ci arrivano soltanto echi deformati e filtrati, in modo tale da poter soddisfare due o tre tipi di palati, non di più. Cosi è successo con il caso Biden. Biden più che un presidente è un enigma della storia americana. Il Presidente del passato che gli somiglia di più, ma con alte capacità visionarie fu Jimmy Carter; l’uomo nuovo che avrebbe vendicato la sinistra dopo le arroganze repubblicane, ma che portò il paese alla rovina avendo avuto anche la sfortuna di trovarsi di fronte all’insediamento dell’ayatollah Khomeini in Iran, alla cattura degli ostaggi americani nell’ambasciata e al più sfortunato blitz della storia di quel paese quando gli elicotteri dei corpi speciali mandati a soccorrere gli rovinarono tutto per una diabolica serie di errori e guasti meccanici. Oggi è diverso. Biden è il successore di Donald Trump. I lettori del Riformista probabilmente ricordano e ancora si indignano per questa mia scandalosa opinione, ma il tycoon è stato per me l’uomo che scelse di esporsi in maniera ustionante all’opinione pubblica cosi da attirarsi i fulmini, le maledizioni e l’odio ideologico delle sinistre che lo volevano al rogo. I fatti: Donald Trump aveva deciso di ritirare le truppe americane da tutto il mondo dichiarando che l’America non avrebbe più fatto da babysitter (mandando a morire i propri soldati in ogni angolo del mondo) a chi risparmia sulla propria difesa e spendendo i miliardi di dollari così risparmiati – il riferimento era agli europei e soprattutto alla Germania – per promuovere industrie concorrenti a quelle americane. Tutto fu condensato nello slogan “America First” che voleva dire: per noi americani viene prima l’America, gli altri si arrangino. Questa posizione non poteva piacere alle Cancellerie ma aveva una logica evidente e brutalmente pacifista. L’America prima del Covid toccava i massimi picchi di occupazione di afroamericani e di tutte le minoranze emarginate grazie a un taglio delle tasse drastico usato dalle aziende per espandersi e assumere. Tutto ciò in Europa era visto più o meno come i conservatori potevano vedere la Rivoluzione Russa dai loro consigli d’amministrazione nella City di Londra e nella Wall Street di un secolo fa: un pessimo esempio di stroncare. Trump stava dando un pessimo esempio della utilità sociale del più brillante (e regolato) capitalismo che tra l’altro ha prodotto in tempi fulminei i vaccini che ci stanno salvando la pelle. Gli stessi vaccini su cui Trump contava per poter essere rieletto. Biden è stato riciclato da uomo d’apparato e di rappresentanza ai cocktail come antagonista vendicatore delle sinistre di tutto il mondo unite. In realtà Biden non è nessuno. È stato scelto come il più anziano candidato degli Stati Uniti perché si portava in ticket Kamala Harris, una donna che finge di essere nera mentre è soltanto figlia di un funzionario indiano dell’ex impero inglese. La Harris, come Obama, non discende dagli schiavi acquistati dagli inglesi presso i mercanti arabi anche alla Serenissima Repubblica di Venezia (che cosa pensate che fossero tutti quegli africani in livrea e scimmietta sulle spalle nei quadri del Canaletto?).
I progettisti della vittoria di Biden (l’unico presidente eletto con una maggioranza di voti postali recapitati per camion, tutti soltanto col suo nome) sono stati i clan Obama e Clinton, desiderosi di insediare un presidente traballante sulla cui longevità nessuno scommette, e di piazzare automaticamente, insieme a lui, non solo una donna, ma una donna che finge di essere nera: «I’m not a socialist – disse la Harris in un’intervista – but just a mother of a black child». «Non sono una socialista, sono soltanto la mamma di un bimbo nero». Quanto alle sue proprie qualità, oltre a un lifting facciale da neonato, è una che perde la parola e che dà distrattamente del killer al presidente. Per la Harris in Italia stravedono tutti per riflesso pavloviano. È colorata? È il nostro idolo. Perché? perché prevale un pregiudizio razziale, prudentemente espresso in maniera inversa. lo ho due figli americani con cui parlo ogni giorno, e loro e i loro amici detestano Kamala Harris perché come Procuratore ha mandato in galera il più alto numero di ragazzi di colore solo per aver fumato marijuana. Biden ha combinato una catastrofe in Afghanistan di proporzioni ancora ignote. L’Afghanistan produce due beni: la più grande quantità di eroina destinata ai mercati mondiali che frutta ai talebani fra i tre e i quattrocento miliardi di dollari l’anno. Ma c’è dell’altro e Biden lo sa. O dovrebbe saperlo. L’Aghanistan produce minerali, detti “terre rare”, con cui varare la futura generazione dei cellulari, dei sistemi d’arma, del tiro dei carri armati, dei satelliti. La Cina è già in Afghanistan, ben piantata insieme ai russi e al Pakistan. I cinesi sono i nemici già scelti della prossima guerra americana che Trump aveva disegnato come possibile e che Biden ha fatto riclassificare come “probabile” in quel mare del Sud della Cina che non è della Cina ma dove la Cina si è piazzata armando abusivamente gli atolli per spingere i confini oltre i limiti già rifiutati dal tribunale dell’Aja. In quel mare la Cina ha varato una flotta che per qualità e quantità supera quella degli Stati Uniti. L’India è permanente terra di frontiera con la Cina, che a sua volta si è riavvicinata alla Russia con cui compie continue esercitazioni militari. Il mondo è dunque una polveriera minacciato da una guerra di cui non abbiamo la più pallida idea. La Cina grazie a Biden è in trattativa con i talebani per un faraonico programma di industrializzazione, sapendo che i narcotrafficanti travestiti da santissimi uomini della sharia pagheranno in narco-dollari. Tutti gridiamo il nostro sdegno per il mostruoso dramma delle donne e delle bambine afghane che già vengono uccise e cacciate dalle scuole. Ma non abbiamo visto una sola grande manifestazione nelle città italiane perché al di là di quattro parole di circostanza la sinistra italiana non se la sente di scendere in piazza contro le pratiche islamiche nemiche della donna e della democrazia. Quanto al fatto che le democrazie non si esportano con le armi, il Giappone è il lampante esempio del contrario: il generale americano MacArthur, dopo aver imposto al Giappone la resa senza condizioni e dopo averne impiccato i criminali di guerra, dette ordine di edificare un Parlamento, poi scrisse la Costituzione del Giappone e disse: da oggi, e in nome delle nostre armi, questa è una democrazia parlamentare libera con elezioni libere. Da quel momento il Giappone è diventato una delle più perfette e funzionanti democrazie del mondo.
Ma la sinistra italiana imbavagliata e legata come un salame dai propri pregiudizi seguita a fare il tifo per un uomo come Biden, che ha dato dei vigliacchi ai poveri afghani (che hanno avuto settantamila morti in combattimento, mentre gli americani sono stati poco più di mille) vittime di un’invasione esterna, quella talebana, e che accusa di incapacità. Abbiamo visto che gli afghani forse non volevano ancora la democrazia non sapendo bene che cos’è ma avevano imparato qualcosa come la libertà, il rispetto per le donne, la pubblica istruzione, l’umanità. I nostri soldati in Afghanistan avevano le braccia legate dietro la schiena quanto a uso delle armi perché non potevano far altro che rispondere al fuoco se attaccati ma hanno fatto miracoli incredibili per aiutare le persone e difenderle. Gli afghani hanno assaggiato la libertà dalla paura e oggi si passano i bambini attraverso il filo spinato, che è il filo spinato di Biden il quale rischia di portare l’umanità sull’orlo della catastrofe e – udite, udite – i democratici hanno deciso di metterlo sotto inchiesta davanti al Senato e alla Camera bassa per indagare con quali criteri abbia agito il loro Presidente per produrre un danno così devastante all’immagine degli Stati Uniti, agli ideali degli Stati Uniti, al prestigio degli Stati Uniti, alla vittoria del male contro il bene. Biden balbetta. Fa discorsi carichi di odio nei confronti dei perdenti e ammette di aver ordinato la rotta dall’Afghanistan perché doveva pagare la cambiale elettorale all’estrema sinistra socialista che lo aveva votato. E non sapendo come chiudere un discorso imbarazzante per il mondo intero, dopo una lunga pausa e strizzando gli occhi per far capire che è molto arrabbiato, assicura che se i talebani si comporteranno male, be’, allora la sua vendetta sarà devastante. Il corpo dei giornalisti accreditati si è chiesto a base di quale bevanda fosse stato l’aperitivo.
Paolo Guzzanti, qui.

E dunque abbiamo visto Carter abbandonare l’Iran nelle mani degli ayatollah e fallire penosamente il tentativo di liberare gli ostaggi, e abbiamo pensato che quello è stato indubbiamente il peggior presidente degli Stati Uniti e che difficilmente si sarebbe potuto fare di peggio. Poi abbiamo visto Obama prendere a calci gli alleati e baciare i nemici, lo abbiamo visto devastare l’intero Medio Oriente con le cosiddette primavere arabe, abbandonare gli studenti iraniani senza pronunciare una sola parola, regalare l’atomica all’Iran, rifiutarsi di ricevere il Dalai Lama per non irritare la Cina, mettere ripetutamente in pericolo Israele – nei cui confronti non ha mai nascosto il proprio incontenibile odio – con l’aggiunta di tutta una serie di pesanti sgarbi diplomatici nei confronti di Netanyahu, e abbiamo pensato che sì, peggio di Carter era possibile e che lui lo aveva abbondantemente superato. Poi è arrivato Biden… Certo che vedere sotto inchiesta il capo di quelli che hanno passato quattro interi anni e speso decine di milioni di dollari nel tentativo di mettere sotto inchiesta Trump è veramente una cosa da festeggiare col migliore champagne.
Se però, arrivati fin qui, pensate di avere visto tutto, beh, vi sbagliate di grosso. Leggete un po’ qui.

Ritiro dall’Afghanistan: secondo le rivelazioni di Reuters, ciò che ha fatto Biden è peggio di quanto pensassimo

Questo giovedì 19 agosto, i giornalisti Idrees Ali, Patricia Zengerle e Jonathan Landay hanno riportato informazioni inquietanti, accompagnate dall’immagine qui sopra.

Veicoli militari trasferiti dagli Stati Uniti all’Esercito Nazionale Afghano nel febbraio 2021

Si tratta del materiale militare che gli Stati Uniti hanno consegnato all’esercito afghano nel febbraio 2021 e che ora è nelle mani dei talebani. Ma l’informazioni più scioccante si trova nell’introduzione dell’articolo, in cui i giornalisti ricordano che gli elicotteri sono stati consegnati dall’amministrazione Biden solo un mese fa!
Circa un mese fa, il ministero della Difesa afghano ha pubblicato sui social le foto di sette elicotteri nuovi fiammanti consegnati dagli Stati Uniti e arrivati a Kabul, dice l’articolo.
Ma secondo le indagini l’amministrazione Biden non ha consegnato all’esercito afghano solo sette elicotteri nuovissimi nel luglio 2021, poche settimane prima del ritiro totale, lasciando tutto ai talebani, è peggio di così!
• Oltre a sette elicotteri UH60, poco prima del ritiro sono stati consegnati quattro elicotteri da combattimento MD 530 e tre aerei da combattimento rimessi a nuovo,
• E «nove elicotteri Mi-17 arriveranno entro fine settembre»
Abbiamo iniziato a consegnare [a Kabul] gli aerei di cui vi abbiamo parlato in precedenza. Tre di questi, recentemente rinnovati, sono atterrati a Kabul venerdì, e continueranno ad avere un analogo sostegno regolare in futuro», ha detto ai giornalisti venerdì 21 luglio al Pentagono il segretario alla Difesa americano Lloyd Austin.
https://www.rev.com/blog/transcripts/defense-sec-lloyd-austin-gen-mark-milley-press-conference-transcript-july-21

INCOMPETENZA AI VERTICI DELLO STATO

Generale McKenzie, 12 luglio 2021: «In realtà stiamo per consegnare aerei in modo piuttosto massiccio laggiù»
Sapevamo che Joe Biden non controlla più il paese. L’economia si sta sgretolando e lui non ne è consapevole, il confine sud è un disastro e Kamala Harris si nasconde per non gestirlo, il costo della vita sale come non accadeva da molto tempo. Biden non ha più capacità cognitive sufficienti, non sa più che cosa sta succedendo intorno a lui. Mangia gelati.

Non sapevamo quanto fosse incompetente anche l’entourage del presidente Biden. La tragica fuga dall’Afghanistan ce ne ha appena dato la prova. Una cosa è infischiarsene della cultura Woke imposta al Pentagono, delle mutande LGBT e dei colori delle unghie consentiti nelle forze armate, un’altra è guardare in faccia le decisioni di generali e ministri piazzati dall’amministrazione Biden.
Il generale Mark Milley, presidente dei capi di stato maggiore, ha detto ai legislatori statunitensi lo scorso giugno che sarebbe «sbagliato credere ai discorsi dei talebani secondo cui le forze di sicurezza afghane stanno scomparendo di fronte al conflitto.»
Il generale Frank McKenzie, comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, da parte sua, in occasione del suo viaggio a Kabul l’11 luglio 2021 ha detto:
«La maggior parte delle nostre informazioni sui talebani provengono dal governo afghano. Hanno un sistema di intelligence abbastanza buono. Continueranno ad avere un apparato di intelligence piuttosto buono.»
Https://www.msn.com/en-us/news/world/us-finds-intel-a-struggle-in-afghanistan-as-troops-withdraw-and-taliban-surges/ar-AAM2Pvk
E ha aggiunto:
«In realtà stiamo consegnando aerei in modo piuttosto massiccio lì», ha detto McKenzie. Questo mese verranno consegnati sette elicotteri UH60 e quattro elicotteri da combattimento MD 530 e nove elicotteri Mi-17 arriveranno entro la fine di settembre.
Lo ha confermato l’esercito afghano, aggiungendo che altri saranno consegnati nei prossimi mesi:
«Gli elicotteri sono stati consegnati oggi a Kabul e devono essere ufficialmente consegnati all’aviazione durante una cerimonia speciale. In conformità con il piano, nei prossimi mesi verranno consegnati all’Afghanistan altri elicotteri», ha affermato il portavoce del 209° Corpo Shokhin dell’Esercito Nazionale Afghano(ANA) in una dichiarazione pubblicata da Interfax.
https://www.defenseworld.net/news/30041/Taliban_Shoots_Down_Afghan_Helicopter_Even_as_U_S__Delivers_New_Attack_Choppers#.YR_ksy0RoeY
I generali e il segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin non sono gli unici membri incompetenti. Anche il Segretario di Stato Blinken vive in una realtà virtuale. Il 25 giugno ha dichiarato :
«Stiamo esaminando con molta attenzione la sicurezza sul campo in Afghanistan e ci chiediamo anche se i talebani siano davvero seri in merito a una risoluzione pacifica del conflitto», ha dichiarato il segretario di Stato in un’altra conferenza stampa.
https://www.reuters.com/world/asia-pacific/talebans-actions-inconsistent-with-pursuit-peace-afghanistan-says-blinken-2021-06-25/
Meno di un mese dopo ha fatto consegnare a Kabul degli elicotteri nuovi di zecca, quando 700 camion militari erano appena caduti nelle mani dei talebani.
Quando vi dicevo che è una cosa grave, non è tutto…

Obama e ISIS stagione 2
Non osiamo bombardare le attrezzature per paura che ciò possa irritare i talebani

La velocità con cui i talebani hanno spazzato via l’Afghanistan ci ricorda un precedente doloroso, sempre sotto la guida di un presidente democratico: i militanti dello Stato Islamico che hanno preso le armi dalle forze irachene appoggiate dagli Stati Uniti che hanno offerto poca resistenza nel 2014, e hanno catturato in poco tempo vasti territori.
E ricordate, in quell’occasione il presidente Obama si rifiutò di bombardare i pozzi di petrolio caduti nelle mani dell’ISIS per paura di causare danni ecologici, e dichiarò di essere in grado solo di «contenere» l’ISIS. Donald Trump, appena giunto al potere, li liquiderà in pochi mesi tra l’indifferenza dei media, che lo detestano al punto da non riconoscergli alcun merito per i suoi successi.
L’amministrazione Biden, in parte ereditata dalla squadra di Obama, è sulla stessa linea, e si è detta riluttante a bombardare le attrezzature cadute nelle mani dei talebani «per paura di irritarli» – Non sto inventando niente, ecco testualmente quanto scritto nell’articolo della Reuters:
L’amministrazione del presidente Joe Biden è così preoccupata per queste armi [sequestrate dai talebani] che sta valutando un certo numero di opzioni da perseguire.
I responsabili hanno dichiarato che il lancio di attacchi aerei contro le attrezzature più importanti, come gli elicotteri, non è stato escluso, ma che si teme che ciò possa irritare i talebani in un momento in cui l’obiettivo principale degli Stati Uniti è l’evacuazione delle persone.

OLTRE 2.000 VEICOLI CORAZZATI CATTURATI

Secondo l’attuale valutazione dell’intelligence, i talebani hanno già preso il controllo di oltre 2.000 veicoli corazzati, inclusi Humvee, e fino a 40 velivoli, tra cui UH-60 Black Hawk, elicotteri d’attacco e droni militari ScanEagle.
Le armi leggere sequestrate dai terroristi, come mitragliatrici, mortai, nonché pezzi di artiglieria, compresi i lanciagranate, rappresentano un vantaggio per i talebani contro qualsiasi resistenza che possa sorgere in storiche roccaforti anti-talebane come la valle del Panjshir, a nord-est di Kabul.

REGALI A CINA, RUSSIA, ISIS E AL QAEDA

Reuters conclude così il suo rapporto:
Funzionari statunitensi, precedenti e attuali, temono che queste armi possano essere utilizzate per uccidere civili, sia che vengano sequestrate da altri gruppi militanti come lo Stato Islamico per attaccare gli interessi degli Stati Uniti nella regione, sia che vengano consegnate ad avversari come Cina e Russia.
Funzionari statunitensi hanno dichiarato che prevedono che la maggior parte delle armi siano utilizzate dagli stessi talebani, ma che era troppo presto per dire cosa avessero intenzione di fare, inclusa la possibile condivisione di attrezzature con stati rivali come la Cina.
Andrew Small, esperto di politica estera cinese presso il German Marshall Fund degli Stati Uniti, ha dichiarato che è probabile che i talebani concedano a Pechino l’accesso a tutte le armi americane che potrebbero ora controllare.
Siamo lontani dall’aver visto la fine di questo incubo,e ancora meno di tutte le sue ricadute.

Retrait d’Afghanistan : selon les révélations de Reuters, ce qu’a fait Biden est pire que ce que nous pensions

Riproduzione autorizzata con la menzione seguente : © Jean-Patrick Grumberg per Dreuz.info. (qui, traduzione mia)

Com’era quella cosa del sonno della ragione? Ragazzi, prendiamone atto: siamo nella merda. Tutti.

barbara

LE PERLE DI KABUL

Le perle di Biden 1

Le perle di Biden 2

Niram Ferretti

L’APPRENDISTA STREGONE

Il disastro della gestione Biden dell’uscita di scena americana dall’Afghanistan è sotto gli occhi di tutto il mondo. Uno scenario che fa sembrare un picnic la crisi degli ostaggi americani a Teheran nel 1979.
In Afghanistan, al momento, mentre i talebani stanno allargando il loro perimetro, ci sono tra i 10,000 e i 15,000 cittadini americani e al presente non esistono piani per evacuare quelli che sono rimasti fuori da Kabul.
Il Segretario alla Difesa, Llyod Austin ha dichiarato che, al momento, non c’è la possibilità di fare rientrare un ampio numero di persone. Come ha scritto Noah Rothman su Commentary Magazine:

“Abbiamo messo il destino di migliaia di americani e dei nostri alleati afgani nelle mani dei talebani. Dettano i termini e il ritmo delle nostre operazioni. Dipendiamo dai talebani per consentire a cittadini stranieri e afgani accreditati di accedere all’aeroporto internazionale di Hamid Karzai. Secondo quanto resta della presenza diplomatica americana a Kabul, ‘il governo degli Stati Uniti non può garantire un passaggio sicuro’ all’interno dell’aeroporto. Dipendiamo dalla beneficenza di una milizia teocratica che non ha dimostrato capacità di misericordia. E il governo degli Stati Uniti non ha intenzione di porre rimedio a questa condizione”.

Questo è lo scenario senza precedenti. Questa è la presidenza Biden, colui che avrebbe riportato l’America alla sua grandezza dopo gli anni “terribili” della presidenza Trump.

Le perle di John Kerry

Noi che amiamo Israele

L’ex primo ministro israeliano Netanyahu sull’Afghanistan:

“Nel 2013, sono stato contattato dall’allora Segretario di Stato americano John Kerry. Mi ha invitato per una visita segreta in Afghanistan per vedere come gli Stati Uniti avessero istituito una forza militare locale in grado di combattere da soli il terrorismo.
Il messaggio era chiaro: il “modello afgano” è il modello che gli Stati Uniti cercano di applicare anche alla causa palestinese.
Ho gentilmente rifiutato l’offerta e ho previsto che non appena gli Stati Uniti avessero lasciato l’Afghanistan tutto sarebbe crollato. Purtroppo è quello che è successo in questi giorni: un regime islamico estremista ha conquistato l’Afghanistan e lo trasformerà in uno stato terrorista che metterà in pericolo la pace mondiale.
Otterremo lo stesso risultato se, D-O non voglia, cederemo i territori contesi. I palestinesi non stabiliranno una Singapore. Stabiliranno uno stato terrorista in Giudea e Samaria, a breve distanza dall’aeroporto Ben Gurion, da Tel Aviv, da Kfar Saba e da Netanya. Abbiamo visto la stessa politica sbagliata nei confronti dell’Iran. La comunità internazionale si è imbarcata in un pericoloso accordo che avrebbe fornito all’Iran un arsenale di bombe nucleari destinato alla nostra distruzione.
La conclusione è chiara. Non possiamo fare affidamento alla comunita’ internazionale per garantire la nostra sicurezza, dobbiamo difenderci da qualsiasi minaccia da soli “.

E a me resta una curiosità: nei suoi settantasette anni di vita ci sarà una cosa, una, che sia riuscito ad azzeccare?

Le perle di Conte

E anche qui vale la domanda formulata sopra

Le perle di Di Maio

“Come può essere sicuro che non sarà abbandonato?” “Non sarà abbandonato” Neanche fosse andato a scuola da Mattia Santori.

Le perle del papa

Il vispo Tereso, che gran birichino,
giocava ridendo con il biliardino,
e tutto giulivo spingendo gli omini
gridava a distesa “Ho preso i pallini!”

Le perle della Germania

“Dopo che anche la Repubblica federale di Germania ha deciso di ritirare i suoi soldati dall’Afghanistan, il ministro degli Esteri tedesco è entrato in scena e ha impartito ai Talebani il seguente ordine del giorno: ‘I Talebani devono riconoscere che non ci sarà un ‘ritorno al 2001’”, commenta non poco sarcastico Henryk Broder, il columnist della Welt. “La fiduciosa società civile afghana ha atteso con impazienza questo consiglio”. Già a fine aprile, il ministro degli Esteri tedesco aveva avvertito i Talebani: “Ogni aiuto dipenderà dagli standard democratici”. Poco impressionati dalle minacce tedesche, i tagliagole afghani hanno iniziato la loro marcia verso Kabul, uccidendo donne, soldati, interpreti, giornalisti e poeti.
Giulio Meotti

Le perle della UE

Le perle di Emergency

E perché mai non dovrebbero esserci buone aspettative ora che sono tornati al potere i migliori amici di Emergency

Le perle di Letta

Giovanni Bernardini

ANIMALE RAZIONALE?

Enrico Letta ha pronta la soluzione: aiutare le ONG che operano in Afghanistan. In questo modo le migliaia, o decine di migliaia di sventurati che rischiano la pelle in quel disgraziato paese saranno salvi, o quasi. Il burka imposto alle donne sarà più leggero e mentre in Italia ci appassioneremo dibattendo sulla “parità di genere” in Afghanistan le adultere saranno lapidate con sassi meno duri e tutte donne avranno il diritto di uscire di casa anche una volta al mese, accompagnate dal marito o da un figlio, ovviamente. L’azione delle ONG che Letta vuole aiutare darà ottimi risultatati.

Intanto, lo comunica l’Ansa, il 16 agosto il signor Alberto Zanin, coordinatore medico di “emergency” a Kabul rassicurava il mondo. La situazione è tranquilla, affermava l’eroico difensore di donne e bambini. Certo, per “emergency” la situazione resterà “tranquilla”, c’è da scommetterci. Per tanti altri… un po’ meno. Ieri circa 35 persone sono state fatte fuori dagli angioletti talebani, quelli che “lasciano tranquille” le ONG. Manifestavano in piazza i furfanti. Un vero crimine!

Lo dico sinceramente: ogni volta che Letta parla mi chiedo se il vecchio Aristotele aveva ragione quando definiva l’uomo “animale razionale”.

Io, per la verità, oltre che sull’aggettivo, avrei da ridire anche sul sostantivo: più che un animale a me pare tanto un vegetale.

Le perle della Cina

Le perle della CNN

Emanuel Segre Amar

Vi ricorderete questa giornalista della CNN

che l’altro giorno diceva che “sembravano amichevoli”?

Ebbene oggi è stata avvicinata dai talebani che, con un semplice gesto della mano, le hanno “amichevolmente” (ovvio, no?) ordinato di coprirsi il volto,

poi hanno caricato due della sua scorta che è stata anche disarmata:

tra amici evidentemente le armi non servono, anche se uno se le tiene bene in evidenza, per far capire quale è l’aria che tira a Kabul.
Nell’ultima immagine i talebani all’aeroporto, ben equipaggiati (hanno trovato i magazzini dell’esercito afghano pieni di tutto) sparano sulla folla disperata ad altezza d’uomo.

Le perle di Twitter

Twitter, il gigante digitale su cui si svolge oggi buona parte della diplomazia occidentale, che dichiara che i Talebani potranno continuare a usare i social “fintanto che rispetteranno le regole”.
Giulio Meotti

E Donald Trump, evidentemente molto più pericoloso dei talebani, no.

Le perle dell’Unicef

l’Unicef, che si dice “abbastanza ottimista” che i Talebani rispetteranno il diritto all’istruzione delle donne.
Giulio Meotti

Lei un po’ meno, sembrerebbe

Le perle di Ernesto Galli della Loggia

“Oggi” scrive “molti si affrettano a sostenere che un regime siffatto — che trae origine da un’evoluzione storica propria della cultura dell’Occidente — sia adatto per ciò solo alle popolazioni che condividono tale cultura, e che quindi esso non possa essere in alcun modo trapiantato dove tale cultura non ha mai allignato. Tuttavia questa affermazione perentoria solleva inevitabilmente una domanda: chi lo decide che le cose stanno davvero così? Chi decide circa la validità di questa sorta di legge bronzea dell’incompatibilità culturale? Il Congresso Mondiale degli Antropologi e degli Storici Riuniti? Chi? Sembrerebbe abbastanza ovvio che forse dovrebbero deciderlo gli interessati, cioè gli stessi appartenenti alla cultura «altra» rispetto alla nostra. Che dovrebbero essere loro a dire: «No grazie, la libertà di parola non c’interessa, e della garanzia di non essere prelevati nottetempo dalla polizia e magari fucilati senza processo facciamo volentieri a meno». Peccato che invece a invocare l’argomento della incompatibilità culturale rispetto alla democrazia siano regolarmente non già gli eventuali diretti interessati ma solo e sempre coloro che sono arrivati a governarli, sebbene non abbiano ricevuto quasi mai, guarda caso, alcuna effettiva e credibile investitura” (qui).

Le perle dell’America dem progressista

che, liberatasi una buona volta del fastidio dell’Afghanistan, può finalmente dedicarsi alle cose serie

I bagni transgender!

Una perla che farà sicuramente felici i novax

che hanno trovato dei nuovi alleati

Qui

E chiudo con quella che probabilmente rimarrà, al pari dei voli dalle Torri Gemelle, l’immagine simbolo  dell’orrore, del terrore, della disperazione di fronte alla tragedia piombata sull’Afghanistan

barbara

DUE PAROLE SUL DISASTRO AFGHANO

E sul perché Kabul è diventata una seconda Saigon. Riprendo tre articoli che mi sembrano chiarire bene i fatti e le cause.

Mike Pompeo: Biden non è riuscito ad eseguire il ritiro dall’Afghanistan

Joe Biden avrebbe supplicato i Talebani di rallentare la loro avanzata verso Kabul.

L’ex segretario di Stato Mike Pompeo reagisce all’invio di truppe americane di rinforzo in Afghanistan su “The Story”, Fox News.

L’ex Segretario di Stato Mike Pompeo ha criticato l’amministrazione Biden per quella che ha descritto come una debole pianificazione ed una cattiva esecuzione del ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan.
Pompeo, che ha aiutato a pianificare ed eseguire le prime fasi dello spiegamento verso il ritiro delle truppe dal paese, dopo 20 anni lì, ha detto a “The Story” che lui e il presidente Donald Trump si erano assicurati che ci fossero molteplici e applicabili “modelli di deterrenza” che avrebbero impedito il disastro che sta invece di fronte all’attuale Casa Bianca.
“[Sembra] che non siano stati in grado di eseguirlo”, ha detto. “La strategia dipende dalla pianificazione e dall’esecuzione. Sembra che ci sia stato un po’ di panico. Spero che abbiano il giusto numero di persone e che arrivino rapidamente. Spero che possano proteggere gli americani nel modo in cui l’amministrazione Trump aveva tutte le intenzioni di fare”.
Pompeo ha detto che Donald Trump aveva avvertito il negoziatore talebano Mullah Abdul Ghani Baradar che ci sarebbero state “brusche e severe conseguenze” se qualche americano fosse stato minacciato o ferito nel corso del ritiro.
“Se minacciate un americano, se anche solo spaventate un americano, e certamente se farete del male ad un americano, metteremo in campo tutta la potenza americana per assicurarci di arrivare fino al vostro villaggio, alla vostra casa”, ha ricordato ciò che era stato detto al negoziatore talebano.
“Eravamo stati molto chiari sulle cose che eravamo pronti a fare per proteggere le vite americane. Da quando abbiamo iniziato quei negoziati, all’inizio del 2020, non c’è stato un solo americano ucciso dai Talebani mentre il negoziato era in corso. Avevamo stabilito un modello di deterrenza. Spero che non l’abbiamo perso, per gli americani ancora sul campo lì a Kabul”.
Pompeo ha detto che la vera preoccupazione in Afghanistan non sono i Talebani in sé. La paura principale è che un ritorno dei Talebani riporti l’Afghanistan ad essere un nuovo “focolaio” per Al Qaeda e l’ISIS, come lo era prima dell’11 settembre 2001.
“La minaccia non viene dai Talebani. È dal fatto che i Talebani giocheranno a footsies con terroristi come Al Qaeda”, ha detto, aggiungendo che ad oggi, si stima che ci siano 200 o meno terroristi di Al Qaeda nel paese.
“Il presidente Trump ha fatto sempre capire chiaramente a me e al Dipartimento di Stato, che la nostra missione era chiara. Volevamo assicurarci che le nostre analisi fossero sempre basate sulle condizioni che avrebbero protetto meglio l’America, o almeno di ridurre il rischio che ci potrà mai essere un attacco da quel posto”, ha detto.
In precedenza, giovedì, il repubblicano più importante del Comitato per i Servizi Armati della Camera, il rappresentante Mike Rogers dell’Alabama, ha avvertito che Biden sta rischiando una “Nuova Saigon” – in riferimento agli Stati Uniti che fuggono dal Vietnam mentre l’esercito nordvietnamita entra nella proprietà del Palazzo Presidenziale sudvietnamita il 30 aprile 1975.
“Per mesi, ho fatto pressione sul presidente Biden per un piano per evitare proprio la situazione che sta accadendo ora in Afghanistan. Ora, le vite americane sono a rischio perché il presidente Biden non ha ancora un piano“, ha detto Rogers in una dichiarazione.
“Settimane fa, il presidente Biden ha promesso al popolo americano che non avremmo avuto un’altra Saigon in Afghanistan. Ora, stiamo guardando quella la nuova Saigon del presidente Biden svilupparsi davanti a noi”.
Un alto funzionario della Casa Bianca ha detto a Fox News che Biden ha tenuto una riunione sulle mosse da fare mercoledì sera, incaricando i suoi capi, e poi li ha incontrati di nuovo giovedì mattina. Anche il segretario alla difesa ed il consigliere per la sicurezza nazionale hanno informato Biden giovedì mattina, e lui ha dato l’ordine di schierano nuove truppe in Afghanistan per aiutare l’evacuazione degli americani. Biden avrebbe parlato poi separatamente con il segretario di stato per discutere la strategia diplomatica, ha detto il funzionario. (qui)

Mike Pompeo: In Afghanistan, la squadra di Biden sembra nel panico, avrebbero avuto bisogno di fare due cose…

Una strategia così complessa dipende dalla pianificazione e dall’esecuzione.

L’ex segretario di Stato Mike Pompeo reagisce all’invio di truppe americane di rinforzo in Afghanistan su “The Story”, Fox News.

Facciamola semplice. La mia missione rispetto al terrorismo in Afghanistan come segretario di stato nell’amministrazione Trump aveva solo due obiettivi, dice Mike Pompeo.
Primo, ridurre la minaccia del terrorismo radicale islamico in quel paese ed assicurarsi di fare tutto il possibile per evitare che si ripetano gli eventi, ormai accaduti quasi esattamente 20 anni fa, che hanno ucciso 3.000 persone negli Stati Uniti. Secondo, riportare a casa i nostri coraggiosi e giovani soldati, aviatori e marines e concentrarci sul terrorismo in tutto il mondo e sulla grande lotta per il potere che viene dalla Cina. Questo è tutto.
Tutto questo è iniziato con incontri chiari e diretti con i Talebani che stabilivano le condizioni che avrebbero dovuto essere soddisfatte per la partenza finale di tutti gli americani. Ho lavorato per negoziare queste intese.
Non ci siamo fidati del mullah Barader, il capo negoziatore talebano e dei suoi emissari. Non abbiamo dovuto farlo perché avevamo messo subito in chiaro il prezzo che sarebbe stato pagato se avessero violato i nostri rigidi paletti. Non abbiamo implorato i Talebani. Invece, a partire dal presidente Trump e proseguendo in basso per tutta la catena di comando, abbiamo sempre ricordato il prezzo che sarebbe stato chiesto per il loro cattivo comportamento.
Dal 29 febbraio 2020, il giorno in cui abbiamo firmato il nostro primo accordo con i Talebani, non un solo americano è stato ucciso da loro. Nemmeno uno.
Oggi, invece, l’amministrazione Biden starebbe supplicando i Talebani di non uccidere i nostri diplomatici alla loro partenza. Non è semplice debolezza, è anche pericoloso.
Il nostro modello per tenere al sicuro gli americani era la deterrenza – metti un americano a rischio, verremo al tuo villaggio, troveremo te e tutta la tua unità e ti faremo passare un giorno molto brutto fino a quando non ci implorerai di smetterla. Pensate a Quassem Soleimani.
Una strategia così complessa dipende dalla pianificazione e dall’esecuzione. Avevamo iniziato non solo a ridurre ordinatamente il rischio militare, ma anche a ridurre il numero di diplomatici nella nostra ambasciata a Kabul. Tutto per ridurre il rischio. Avevamo un piano ed eravamo determinati ad eseguirlo per raggiungere il duplice obiettivo che il presidente Trump aveva stabilito per noi.
Al contrario, sembra che il Team di Biden non abbia pianificato adeguatamente. Sembrano in preda al panico. Questo incoraggerà i Talebani ed incoraggerà Al Qaeda. 
L’invio da parte dell’amministrazione Biden di oltre 3.000 truppe americane in Afghanistan è il risultato di una cattiva pianificazione e di una scarsa leadership messa in atto nel tentativo di eseguire un’operazione che era stata impostata per avere successo dall’amministrazione Trump.
Sono sicuro che i nostri militari comprendono la missione che è stata stabilita: proteggere la patria da un attacco proveniente dall’Afghanistan. Ma l’amministrazione ha la volontà di imporre quella missione e portare una fine ordinata alla guerra in Afghanistan, mantenendo la deterrenza con i Talebani contro gli attacchi alle nostre truppe e alla nostra ambasciata mentre ci ritiriamo?
La minaccia in Afghanistan non viene solo dai Talebani. Proviene anche dai Talebani che consentono un rifugio sicuro ai gruppi terroristici come Al Qaeda.
Quando ho lasciato l’ufficio, c’erano meno di 200 militanti di Al Qaeda rimasti in Afghanistan. I leader di Al Qaeda erano fuggiti dall’Afghanistan a causa della pressione americana e non si nascondevano in Iran. Dobbiamo fare in modo che il numero di terroristi radicali islamici si riduca soltanto.
È tempo di ridurre le nostre operazioni in Afghanistan, ma deve essere fatto con forza, coraggio e pianificazione. Non è necessario che un ritiro americano porti a una disfatta. I due obiettivi possono ancora essere raggiunti, spero che questa amministrazione ci riesca. (qui)

Byron York’s Daily Memo – L’umiliazione in Afghanistan

Il governo dell’Afghanistan è crollato rapidamente di fronte a una nuova offensiva talebana. Gli Stati Uniti hanno esortato gli americani a “lasciare immediatamente l’Afghanistan”. L’amministrazione Biden ha inviato una piccola unità di truppe per accelerare l’evacuazione. In uno sviluppo particolarmente significativo, gli Stati Uniti hanno chiesto ai Talebani – per piacere – di non prendere di mira l’ambasciata americana una volta che avessero preso il controllo della capitale Kabul.
Al Pentagono, mercoledì, un giornalista ha chiesto al portavoce John Kirby, un ammiraglio della Marina fuori servizio, se il Dipartimento della Difesa “avrebbe potuto fare un lavoro migliore… nell’articolare quali fossero gli obiettivi in Afghanistan e come dovrebbero svolgersi le cose o come non dovrebbero quando ce ne saremo andati?”
La risposta è stata dolorosamente rivelatrice. Ha iniziato dicendo che non poteva parlare per tutti i 20 anni di storia della guerra afgana. Ha ammesso che “gli obiettivi sono cambiati nel tempo”. E poi ha detto: “Sarebbe sbagliato per noi non riconoscere che abbiamo contribuito a consentire alcuni progressi in Afghanistan. Più bambini nelle scuole, comprese le ragazze, opportunità economiche, politiche e sociali per le donne. Un governo democraticamente eletto – non dico che non sia impeccabile, ma almeno un governo. E condizioni di vita molto migliori, compresa l’aspettativa di vita”.
Kirby ha fatto eco ad una dichiarazione fatta quasi cinque anni fa, nell’ottobre 2016, dall’allora segretario di Stato John Kerry. Dall’inizio della guerra, ha detto Kerry, “la mortalità delle madri a causa del parto in Afghanistan è scesa del 75 per cento. L’aspettativa di vita media è passata da 42 anni a 62 anni. L’accesso all’assistenza sanitaria di base è salito alle stelle, dal 9 per cento al 67 per cento. Nel 2001, c’era solo una stazione televisiva, ed era di proprietà del governo. Ora, ci sono 75 stazioni e tutte tranne due sono di proprietà privata. Allora non c’erano praticamente telefoni cellulari, zero. Oggi, ci sono 18 milioni di telefoni cellulari, che coprono circa il 90% delle aree residenziali e collegano gli afgani al mondo”.
Potrebbe mai esserci un’affermazione più vivida di quanto sia andata terribilmente male la missione degli Stati Uniti in Afghanistan? Abbiamo reso l’Afghanistan un posto migliore! I telefoni cellulari! Le stazioni TV! Le ragazze nelle scuole! L’impegno degli Stati Uniti in Afghanistan è diventato forse l’esempio più spettacolare di costruzione di una nazione che non esiste. E ora sta finendo in un fallimento spettacolare perché una missione per costruire una nazione che non esiste è destinata a fallire.
Osama Bin Laden e i suoi scagnozzi hanno usato l’Afghanistan come quartier generale per pianificare gli attacchi dell’11 settembre. Dopo gli attacchi, che hanno ucciso 3.000 persone tra New York, Washington e Pennsylvania, il governo degli Stati Uniti aveva l’obbligo solenne di rintracciare ed uccidere ogni singolo terrorista che avesse avuto un ruolo nella pianificazione e nell’esecuzione di quegli attacchi. La missione non era quella di rendere l’Afghanistan un posto migliore. Non era ridurre la mortalità delle donne a causa del parto. Non era costruire cliniche sanitarie. Non era distribuire telefoni cellulari. Era uccidere i terroristi che avevano attaccato gli Stati Uniti. Poi si sarebbe trattato di mantenere quella presenza minima di intelligence che avrebbe avvertito il governo degli Stati Uniti di qualsiasi futura pianificazione terroristica in loco, e fermare anche quella.

Il fallimento è stato interamente bipartisan.

Ma il presidente repubblicano George W. Bush porta il peso della colpa maggiore per aver indirizzato la guerra afgana sulla strada sbagliata. Sebbene Bush abbia inflitto grandi danni ad Al Qaeda, ha anche dato inizio a quell’esercizio di “nation building“. E nel processo, non è riuscito a trovare e a uccidere Osama Bin Laden, o il suo vice Ayman al-Zawahiri, o il Mullah Omar, il leader talebano che ha aiutato e favorito gli attacchi. Quando, nel 2003, le forze statunitensi catturarono Khalid Sheikh Mohammed, il principale pianificatore dell’11 settembre, l’amministrazione Bush non riuscì a consegnargli la giustizia rapida che meritava. Khalid Sheikh Mohammed, che avrebbe dovuto essere giustiziato dagli Stati Uniti molti anni fa, è ancora vivo oggi, detenuto nella struttura americana di Guantanamo, a Cuba.
Il presidente Barack Obama, a suo grande merito, ha trovato e ucciso Osama Bin Laden. Ma le forze statunitensi non hanno mai preso Zawahiri, e nessuno oggi sembra sapere se sia ancora vivo o morto. Anche il Mullah Omar è sfuggito alla punizione degli Stati Uniti e, secondo quanto riferito, è morto di tubercolosi nel 2013.
D’altra parte, però, l’uso dei telefoni cellulari in Afghanistan è salito alle stelle…
Le forze statunitensi sono rimaste in Afghanistan durante gli anni di Bush, gli anni di Obama, gli anni di Trump e ora per la prima parte dell’amministrazione Biden. Date al presidente Joe Biden il merito di aver messo fine a questa vicenda mal concepita. Naturalmente, sapeva che l’Afghanistan sarebbe crollato quando gli Stati Uniti se ne fossero andati. Il fatto che si sia sgretolato così rapidamente è un’indicazione abbastanza buona che non fosse affatto pronto a stare in piedi da solo.
Nel frattempo, quello che viene definito il momento della “caduta di Saigon” si sta avvicinando. Alcuni daranno la colpa a Biden per aver abbandonato l’Afghanistan. Ma questo fallimento è durato 20 anni. L’attuale presidente, almeno, ha appena deciso di porvi fine.
Luca Maragna, qui.

In realtà a decidere di porvi fine era stato l’ex presidente: l’unica cosa che ha fatto quello attuale è stata di stravolgere il programma e trasformare il ritiro in una rotta disastrosa. Eppure per evitare un simile disastro sarebbe bastata una cosa sola: seguire il programma di Trump, che fino a quando è stato condotto da lui ha funzionato alla perfezione. Certo che se uno invece di imporre ai terroristi condizioni di ferro li supplica vi prego vi prego non fatemi male, gli sta, letteralmente, offrendo il  proprio culo su un piatto d’argento. D’altra parte coi democratici è sempre così che va a finire: con Obama le cosiddette primavere arabe costate finora centinaia di migliaia di morti e chissà quanti ancora ne costeranno, e il sacrificio degli studenti dell’«Onda verde» con l’aggiunta della strage di Bengasi perpetrata da Hillary Clinton (perpetrata alla lettera: per tre volte dalla CIA che aveva la postazione a cento metri dall’ambasciata è arrivata la richiesta di autorizzazione a intervenire, e per tre volte l’autorizzazione è stata negata), e con Biden lo smantellamento degli Stati Uniti e il disastro afghano, in soli pochi mesi. Ah, e a proposito di Obama, ci sono anche tutte le menzogne sull’Afghanistan. Per quanto riguarda il futuro della regione, comunque, non abbiamo motivo di preoccuparci: l’Onu è già intervenuto e ha pensato a tutto:

Loro, nel frattempo, ricominceranno presto ad andarsi a prendere le mogli così.

barbara

LA GUERRA È PACE, LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ, L’IGNORANZA È FORZA

E il razzismo più becero è antirazzismo.

L’America in rivolta perché a scuola i Dem dividono i bambini in base alla razza

L’America è in rivolta per la “teoria critica della razza” nelle scuole pubbliche. Una oscura ideologia accademica formulata negli anni Settanta, spiega il Wall Street Journal, è oggi al centro del dibattito politico. I legislatori della California e dei distretti scolastici di Washington e dell’Oregon l’hanno introdotta nel curriculum; i legislatori del Texas, dell’Idaho, dell’Oklahoma e, più recentemente, della Florida, hanno vietato agli insegnanti di promuovere in classe la teoria critica della razza. 
Cosa sia lo spiega su Usa Today il ricercatore che segue questo filone da un anno, Christopher Rufo del Manhattan Institute. “La teoria della razza critica è una disciplina accademica che afferma che gli Stati Uniti sono stati fondati sul razzismo, sull’oppressione e sulla supremazia bianca e che queste forze sono ancora alla radice della nostra società. Riformula la vecchia dialettica marxista di oppressore e oppresso, sostituendo le categorie di classe di borghesia e proletariato con le categorie di bianco e nero. Ma la conclusione fondamentale è la stessa: per liberare l’uomo, la società deve essere trasformata attraverso la rivoluzione morale, economica e politica”. 
Una forma di “marxismo basato sulla razza”, scrive Rufo, che fa molti esempi della sua penetrazione. A Cupertino, in California, una scuola ha costretto i ragazzi di terza elementare a decostruire le loro identità razziali e sessuali e classificarsi in base al loro “potere e privilegio”. A Springfield, nel Missouri, una scuola media ha costretto gli insegnanti a collocarsi su una “matrice di oppressione”. “Maschi, cristiani, etero di lingua inglese sono i più grandi oppressori”. A Filadelfia, una scuola ha costretto gli alunni di quinta elementare a celebrare il Black Communism e simulare un raduno del Black Power. A New York, un preside di una scuola pubblica ha inviato ai genitori materiale sostenendo la completa “abolizione dei bianchi”. A Portland, in Oregon, gli studenti sono istruiti sulla giustizia razziale in termini di “rivoluzione e/o resistenza”. In pratica, scrive Rufo, la teoria critica della razza nelle scuole è una forma di razzismo approvato dallo stato. 
La Stanford University ha obbligato i dipendenti a partecipare a “gruppi di affinità” basati sulla razza per riflettere sui propri pregiudizi. Due ebrei hanno denunciato la Commissione sulle pari opportunità per essere stati costretti a partecipare al gruppo dei bianchi, i quali hanno dovuto discutere il loro “privilegio razziale in quanto bianchi” e le “responsabilità dei bianchi”. Rufo ha anche diffuso i documenti relativi alle “sessioni di formazione” imposti dalla città di Seattle: dipendenti comunali e comuni cittadini vengono invitati a elaborare i loro white feelings, sentimenti di “tristezza, vergogna, paralisi, confusione, negazione”. 
“Se insegniamo che in qualche modo la fondazione degli Stati Uniti d’America era in qualche modo imperfetta, era corrotta, era razzista, è davvero pericoloso”, ha detto l’ex segretario di Stato Mike Pompeo a “The Cats Roundtable”. “Colpisce le… fondamenta stesse del nostro Paese. Si chiama teoria critica della razza, ma alla fine stanno attaccando le intese centrali che abbiamo condiviso insieme per 245 anni e tentano di dividere il Paese”. “Non dovrebbe essere difficile capire che risolvere il vecchio razzismo con un nuovo razzismo produrrà solo più razzismo” scrive anche Bret Stephens sul New York Times
Ma voci di rivolta contro questa ideologia arrivano anche dal mondo afroamericano. “I democratici lavorano notte e giorno per mantenere in buona salute l’ideologia della razza”. Lo scrive Barrington Martin II su Newsweek, che definisce la teoria critica della razza “un enorme business e fornisce un importante capitale politico ai democratici che desiderano far credere ai neri americani che il razzismo è onnipresente”. È in nome della teoria critica della razza che “stanno indottrinando questa generazione, invitando i nostri figli a guardarsi per il colore della pelle”. 
E non se ne esce. Come dice il ricercatore James Lindsay, uno dei principali critici di questa teoria: “Noti la razza? E’ perché sei razzista. Non la noti? E’ perché sei privilegiato, quindi razzista”. Nel dubbio non resta che inginocchiarsi.
Giulio Meotti

Sapevamo con certezza che con Biden, ossia il quadrumvirato (anche se in realtà sarebbe un triginato + un monovirato) Obama-Harris-Pelosi-Clinton alla Casa Bianca sarebbe iniziato un disastro planetario, sia per la pace mondiale che per la pace sociale interna, ma difficilmente si poteva immaginare che il disastro sarebbe stato di proporzioni così immani e di così rapida attuazione. Chi è credente preghi, chi non lo è si inventi qualche scongiuro o formula magica, perché il prossimo futuro lo vedo proprio nero nero, e non so se e fino a che punto sarà reversibile.

barbara

IRAN, IRAN

Iran

Per conoscere l’Iran.

Sayyid Ebrahim Raisi è un mostro. Fa parte dello stesso clan di Sayyid Khomeini, Sayyid Ali Khamenei, Sayyid Nasrallah. Tutti discendenti di Ali e Fatima. Arabi Sciiti, non persiani. Sono in 2mln solo in Iran e hanno preso il controllo di tutto il potere. Sono fanatici, armano terroristi fondamentalisti, sciiti e sunniti. L’Europa presto capirà chi sono. Stanno destabilizzando paesi dell’ex USSR come ad esempio il Tajikistan e l’Uzbekistan. Hanno un network potente e sparso su tutta la terra. Per loro chi non è musulmano e religioso, è un infedele da sottomettere ed uccidere. Le purghe e uccisioni del 1988 guidate da Sayyid Raisi furono contro intellettuali comunisti atei. Sayyid Ebrahim Raisi è colui che ha ordinato l’impiccagione degli studenti iraniani che protestavano contro il regime teocratico. Sono ad un passo dall’arma nucleare. Devono essere fermati. Vogliono seminare guerre religiose e Jihad.
Sayid Abdulloh Nuri, leader del partito Islamico del Tajikistan cercò di rovesciare il governo diverse volte. Tentò di instaurare in regime teocratico su modello iraniano. È anche l’anello che collega Bin Laden all’intelligence iraniana. Prima del 9/11 volevano pianificare insieme un attacco contro gli USA. I Sayyid in Afghanistan sono svariati milioni e appoggiavano Al Qaeda e Bin Laden.
Chi ispirò la lotta armata di Bin Laden è un Sayyid egiziano, colui che trasformò la Fratellanza Musulmana. Si chiamava Sayyid Qutb. Scrisse un libro che è l’equivalente del Mein Kampf hitleriano, Fi Zalal al-Koran. Ogni fanatico islamico lo legge.
Sono discendenti del Profeta Maometto tramite Ali e Fatima. Non c’è nulla da aggiungere.
Michael Levi

Ashkan Rostami

Perché Khamenei ha scelto Reisi come presidente del suo regime!?
Reisi ha iniziato a lavorare presso il Tribunale Rivoluzionario di Masjed Soleyman all’età di diciotto anni e da allora ha mostrato il suo genio nell’uccidere i combattenti per la libertà.
All’età di 20 anni, come procuratore di Karaj, ha consegnato molti dissidenti alla squadra dell’esecuzione e ha continuato questo lavoro a Kermanshah, Lorestan e Hamedan.
Nel 1985 continuò i suoi crimini come vice procuratore di Teheran, finché nel 1987, come membro dello squadrone della morte, quasi 30 mille dissidenti politici furono giustiziati in prigione.
Per dieci anni, dal 1993 al 2003 è stato capo dell’organismo di ispezione generale e vice capo della magistratura dal 2003 al 2013.
Ha anche inviato i giovani iraniani a tortura e alla morte con tutte le sue forze negli anni e 2017 e 2019!
Nel frattempo, è il genero di Alam al-Huda, l’Imam del venerdì di Mashhad! Quindi dobbiamo sapere ora perché è diventato presidente!

Tra esecuzioni di massa e elezioni farsa ora sarà corsa senza freni all’atomica

Il nuovo leader, che disprezza l’Occidente e vuole la morte di Israele, promette al mondo guai e bugie. E pugno di ferro a casa

di Fiamma Nirenstein

Dunque l’Iran ha da ieri il suo nuovo presidente dopo aver vissuto ancora la farsa che ogni quattro anni mette in scena di fronte al mondo: una cosa che il regime chiama «elezioni» e che la gente schiva per la grande maggioranza. Ebrahim Raisi era sin dall’inizio «il presidente eletto», dato che così aveva deciso Alì Khamenei, il leader supremo. Dei 500 candidati che si erano presentati per la selezione, incluse 40 donne, ne erano rimasti nel setaccio del comitato che scelgono i personaggi possibili solo 7, di cui solo 4 realmente eleggibili. Si dice di lui che è un «ultraconservatore»: ma è una definizione che lascia spazio all’idea che altrove dei riformatori aspettino il loro turno. Non è così. Solo la gente sarebbe la grande riformatrice del Paese, ed è messa a tacere con la forza a regolari puntate. Cerca di dimostrare il suo scontento non venendo a votare per quel che può, e così ha fatto anche stavolta. Il pane in Iran costa 40 dollari al chilo, il salario minimo è di 215 dollari al mese. Spesso i lavoratori non vengono pagati per mesi, l’obbedienza al regime è un obbligo che si paga con la vita, la libertà di opinione e di manifestazione è una barzelletta che finisce sempre in lacrime.
Ebrahim Raisi, 60 anni, nei suoi vari ruoli determinanti nel sistema giudiziario iraniano è il diretto responsabile di migliaia di condanne a morte per i più svariati crimini di violazione delle sacre leggi del regime degli Ayatollah, quindi di violatore seriale di diritti umani. Questo dovrebbe creare un serio imbarazzo internazionale, anche adesso durante le trattative di Vienna cui gli Stati Uniti sembrano tenere tanto per il rinnovo del Jcpoa, l’accordo nucleare del 2015 per cercare, del tutto inutilmente di bloccare il progetto della bomba iraniana. Illusione. L’Iran infatti, dopo aver firmato l’accordo che poi il presidente Trump ha cancellato, ha seguitato a perseguire il suo piano di diventare una potenza atomica devota prima di tutto alla distruzione fisica di Israele e poi di tutto l’Occidente, secondo le prove asportate in faldoni originali di migliaia di pagine dal Mossad e anche secondo le difficoltose verifiche dell’Iaea, l’agenzia atomica internazionale sempre impedita nei movimenti dal regime.
Intanto, al comando del generale Qasem Soleimani guerreggiava ovunque, Libano, Siria, Iraq, Yemen, Gaza nel grande disegno imperialista di occupazione del Medio Oriente. Ora che è stato eliminato, il regime prosegue nel suo disegno. Così farà Raisi.
Raisi sarà un altro presidente della serie: negli anni 90 Rafsanjani che probabilmente approvò l’esplosione del centro ebraico di Buenos Aires, è stato dipinto come una colomba; Mohammad Khatami, sospettato di essere moderato, fu rapidamente sostituito con l’invasato Mahmoud Ahmadinejad. Poi Hassan Rouhani e il suo ministro degli esteri sempre sorridente Javad Zarif diventarono grandi amici di Obama e anche dell’Unione Europea mentre programmavano il migliore imbroglio del secolo, l’accordo nucleare, e seguitavano a usare il terrorismo internazionale e la persecuzione interna come armi preferite del regime. Per la gente, le cose sono seguitate a cambiare in peggio. Ne ha goduto, nel tempo la crescita del rapporto con Russia e Cina. E si è anche consolidata l’amicizia con tutta la falce islamista estrema anche sunnita, da Erdogan a Hamas, regolarmente ospite di Teheran.
Quali garanzie di mantenere la parola data sia sulla questione atomica che su qualsiasi altro patto con un Occidente disprezzato e vilipeso da Raisi, un «guardiano» professo del sistema «velayat-e faqih», che determina la struttura giuridica e morale del mondo interiore ed esterno cui si ispira l’Iran odierno, è certo una domanda che il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il resto del mondo si sta ponendo in queste ore. Il popolo iraniano sa la risposta, ed è certamente triste.
(il Giornale, 20 giugno 2021)

Indignados di tutto il mondo, cosa dite sul nuovo presidente dell’Iran che torturava donne incinte?

Ebrahim Raisi è stato nominato nuovo presidente dell’Iran. Noto come “il macellaio” per aver giustiziato migliaia di dissidenti dell’opposizione nel 1988 mentre prestava servizio come vice procuratore di Teheran, Raisi avrebbe ordinato anche la tortura di donne incinte, rivela il Mail on Sunday. Si ritiene che 30.000 prigionieri siano stati messi a morte – impiccati da gru edili o fucilati – durante l’epurazione. L’ayatollah-dissidente Hossein Ali Montazeri lo ha definito “il più grande crimine nella storia della Repubblica Islamica” quando uscì la notizia che l’Iran stava ripulendo e cancellando le fosse comuni dove aveva sepolto le vittime di quel massacro.
Farideh Goudarzi, che è stata incarcerata per far parte di un gruppo politico vietato, ha raccontato al Mail di come Raisi l’abbia fatta torturare durante la gravidanza e costretta a partorire in prigione. Allo stesso modo Mahmoud Royaee, un altro prigioniero politico interrogato da Raisi durante le esecuzioni del 1988, ha affermato che ha emesso una condanna a morte di un detenuto che era nel bel mezzo di un attacco epilettico.
“Sono stata arrestata con mio marito e mio fratello nell’estate del 1983” ha raccontato Goudarzi. “Ero incinta al momento dell’arresto e mi restava poco tempo prima della nascita del mio bambino. Nonostante le mie condizioni, mi hanno portato nella stanza delle torture subito dopo il mio arresto. Era una stanza buia con una panca nel mezzo e una varietà di cavi elettrici. Una delle persone che era presente durante la mia tortura era Ebrahim Raisi, allora procuratore capo di Hamedan e uno dei membri del ‘comitato della morte’. Dopo la nascita di mio figlio, ci trasferirono in isolamento. Sono stati giorni così orribili in quanto ho dovuto subire diversi interrogatori ogni giorno con il mio bambino appena nato…”.
Mahmoud Royaee ha raccontato al Sun della propria tortura per mano di Raisi. Royaee ha trascorso dieci anni in prigione dove ha subito torture dopo che gli è stata offerta la possibilità di fare una confessione televisiva, ma ha rifiutato. Mahmoud fu così dichiarato colpevole di essere in “guerra con Dio” e gli fu detto che “meritava di essere ucciso”. “Raisi picchiava i prigionieri con un cavo elettrico” ha raccontato Royaee. “La prima volta che sono stato picchiato sulla pianta dei piedi ho provato a contare ma il dolore lo ha reso impossibile. Era anche uno dei pochi giudici che firmava una sentenza religiosa per qualcuno che veniva gettato da un dirupo”.
Di cosa sia capace questa gente è purtroppo storia nota. Come ormai certa ipocrisia in Occidente. Dove sono legioni di indignados che da un anno accusano l’Occidente di essere iniquo, malvagio e razzista, abbattendo statue e nomi? Dove sono le piazze che hanno protestato contro Donald Trump? Dove le marce arcobaleno? Dov’è l’Onu, che era pronto a mandare ispettori in Italia per fare inchieste sul nostro famigerato razzismo? Ah, l’Onu. Ha appena eletto il paese di Raisi nella Commissione per i diritti delle donne. Abbiamo capito, sì?

Colgo l’occasione per ricordare anche la martire Zahra Kazemi. E a proposito del moderato Khatami

Senza dimenticare che nel frattempo… Cosa del resto ampiamente prevista con l’ascesa al potere del presidente abusivo Joe Biden, che continua a restare presidente nonostante le continue nuove prove di brogli che continuano a emergere. Tempi bui ci aspettano. Per l’Iran, per Israele, per l’umanità intera.

Iran

Per conoscere l’Iran.

Italia

Davide Riccardo Romano

Questo titolo mostra bene come le parole sono spesso il problema. E in un mondo dove bisogna stare attenti a non usare parole sbagliate per definire qualcuno, sorprendono questi gravi errori che si ripetono da decenni.
“Conservatori” erano Churchill, Reagan o Margaret Thatcher. Gente eletta democraticamente. Non il giudice di un regime teocratico che ha fatto carriera sul sangue di tanti innocenti e ha vinto elezioni truccate. E già, le elezioni farsa infatti (come previsto nel precedente post) sono diventate elezioni e basta. Possiamo chiamarla ancora informazione, quando si ribalta la realtà e si trasforma un criminale fanatico eletto in elezioni truffa in un “conservatore”?
Aveva ragione Mark Twain quando diceva: “Se non hai letto il giornale non sei informato. Se hai letto il giornale sei informato male.”

Germania

Ashkan Rostami

Questo è Majid. un manifestante iraniano aggredito dalla polizia. Dove? A Tehran? In US? NO. Ad Amburgo in Germania, davanti ambasciata del regime. Polizia tedesca ha attaccato manifestanti e aggredito tante persone come Majid che manifestavano contro il regime islAmico in Iran. Dove siete per inginocchiarvi? Scendete in piazza ?

Prepariamoci fratelli, che la fine è vicina.

barbara

TIRA E TIRA LA CORDA…

Gli offrono la cattedra di Black Studies. Ma per lui l’ateneo è «razzista»

Un nuovo capitolo si aggiunge all’assurdo con cui siamo quotidianamente costretti a convivere. Lo scrive il sociologo Kehinde Andrews prendendosela con la Birmingham City University, la stessa che non solo l’ha assunto ma ha istituito per lui la prima cattedra di Black Studies nella storia del Regno Unito. Ciò nonostante, siccome nell’ateneo da una parte si sono rifiutati di ampliare lo spazio sui temi a lui cari – prova provata, secondo Andrews, di «razzismo istituzionale da manuale» – e, dall’altra, non hanno sanzionato una collega con cui non corre buon sangue, ecco che il prof. grida al razzismo. «Vengo trattato come un nero arrogante che dovrebbe essere sempre grato per tutto senza mai protestare», lamenta.

Da parte loro, alla Birmingham City University fanno presente, senza nascondere delusione, che il professor Andrews «non è stato sospeso o minacciato di sospensione». Insomma, sembra abbia fatto tutto da solo. Del resto, il personaggio ha idee parecchio originali. Secondo lui, l’intero «Occidente è stato edificato sul razzismo» e Churchill e l’impero britannico sarebbero stati peggiori dei nazisti. Quindi, a suo dire, la piaga è ovunque, perfino in chi lo ha fatto crescere sul piano professionale. Una vicenda che, per quanto certamente singolare, fa capire come ormai basti un attimo finire accusati di razzismo. Nessuno, rispetto a questo, si può sentire al sicuro. Il che suggerisce l’importanza di combattere sì la xenofobia, ma pure l’antirazzismo ideologico. Sono parenti stretti. (qui)

Poi finalmente qualcuno ha cominciato a accorgersi che tutte queste porcate pro negri e anti bianchi, oltre che infami, sono anche un tantino illegali.

Un tribunale ha respinto l’agevolazione COVID di Joe Biden basata sul colore della pelle

Il razzismo mascherato da “antirazzismo” sostenuto dai Democratici, dai media e dal mondo accademico ha subito finalmente un colpo d’arresto in Tribunale.

In questo editoriale del Washington Examiner dell’8 giugno è stato affrontato il problema del razzismo mascherato da “antirazzismo” nel quale, negli Stati Uniti, almeno stando a quanto dice la dottrina scellerata della “Teoria Critica della Razza” – sostenuta dai Democratici, dai media e da una parte del mondo accademico – tutto si sintetizza come uno battaglia contro il “privilegio dei bianchi“, dove – ovviamente – i bianchi sarebbero macchiati dal “peccato originale” del razzismo e quindi dovrebbero diventare cittadini di “serie B” a causa del loro passato da oppressori e per garantire “l’equità” alle minoranze, ma dove le stesse minoranze – per quanto alberghino anche in esse dei sentimenti “anti-bianchi” – per via della loro etnia o colore della pelle, non potranno mai essere tacciate di razzismo. Il razzismo sarebbe, in questo caso, solamente a senso unico: solo un bianco può essere “razzista” – anzi lo è per definizione secondo queste teorie.
Democratici negli ultimi provvedimenti legislativi in sostegno all’economia a causa della pandemia di Coronavirus, nel concedere dei sussidi, hanno determinato dei requisiti razziali in favore delle minoranze, quindi, per fare un esempio, ad un ristoratore o ad un agricoltore bianco in difficoltà economica, sulla base di questi criteri e solo perché ha il colore della pelle sbagliato – secondo i Democratici – dovrebbe essergli negato il sussidio.
Ovviamente, i Tribunali hanno iniziato a bocciare questi provvedimenti che, oltre ad essere incostituzionali, sono senza ombra di dubbio razzisti

Di seguito la traduzione dell’editoriale.

Joe Biden ha ricevuto un avvertimento dal Tribunale che ha respinto il sussidio COVID basato sul colore della pelle

Dato che il presidente Joe Biden sta portando avanti le iniziative che ha annunciato a inizio giugno per “aiutare a ridurre il divario razziale nella ricchezza”, dovrebbe prestare attenzione ad un avvertimento di fine maggio della Corte d’Appello degli Stati Uniti del 6° Circuito secondo cui il trattamento preferenziale basato sulla razza sia da ritenersi non valido.
Questo è come dovrebbe essere. È giusto che i tribunali, in nome della giustizia, abbattano le preferenze razziali, un razzismo pernicioso e buonista che travolge scuole, aziende e media. Tratta tutta l’esperienza americana attraverso il filtro della razza. Sarebbe ancora peggio se il razzismo che sta dietro alla cosiddetta “Teoria Critica della Razza” fosse sostenuto dalla forza del governo.
Biden ha ragione a volere che tutti i segmenti della società prosperino. Se elaborate senza criteri razziali, le sue iniziative per aiutare ad avviare le imprese impoverite e svantaggiate o ad incrementare il valore delle abitazioni nei quartieri in difficoltà sarebbero anche le benvenute. Ma le dichiarazioni della Casa Bianca si concentrano costantemente sulle “disparità razziali“, e la chiara implicazione è che le soluzioni proposte implicheranno inevitabilmente delle preferenze razziali.
È qui che entra in gioco la sentenza del 6° Circuito. Nella decisione 2 a 1 del 27 maggio in Vitolo vs. Guzman, la Corte ha affermato che il governo non possa assegnare del denaro per i sostegni dovuti al Coronavirus sulla base della razza o del sesso.

La Small Business Administration (SBA) aveva distribuito 29 miliardi di dollari in sovvenzioni nella risposta al COVID-19 ai proprietari di ristoranti in base a delle regole che permettevano ai sussidi stessi di essere destinati solamente a quei ristoranti che erano di proprietà per almeno il 51% da donne o proprietari non bianchi. Scrivendo per la Corte, il giudice Amul Thapar ha spiegato che il precedente della Corte Suprema (per non parlare della semplice equità) permette tali preferenze solo in funzione di un interesse pubblico “convincente”, un termine d’arte con tre criteri rigorosi. Un mero e vago desiderio di porre rimedio alle discriminazioni del passato non è sufficiente a permettere al governo stesso di favorire o sfavorire dei cittadini, altrimenti idonei, solo perché sono bianchi.
Ma istituzionalizzando questa discriminazione che viene imposta dal governo, la SBA offendeva illogicamente sia la Costituzione che l’equità. Antonio Vitolo e sua moglie, che è ispanica, possiedono ciascuno la metà di un ristorante, il che significa che solo il 50% – invece che il 51% – era detenuto da una proprietaria donna ed ispanica. Così, sulla base di una distinzione razziale di dubbia importanza, ai Vitolo era stato negato l’accesso al sussidio. Se per ipotesi il signor Vitolo avesse venduto anche solo l’1% della sua proprietà alla moglie oppure anche ad un’altra donna o ad un latinoamericano, il ristorante avrebbe potuto ricevere i fondi federali.
L’assurdità della quota arbitraria del 51% come “soglia etnica” è evidente. Altrettanto assurda, come ha notato Thapar, è la politica della SBA che concede “preferenze ai pakistani ma non agli afgani; ai giapponesi ma non agli iracheni; agli ispanici ma non ai mediorientali”. Il risultante “Spoil System etnico” è la definizione stessa discriminazione razziale.
Se l’amministrazione Biden cerca di appellarsi alla decisione del 6° Circuito e far rivivere le pratiche palesemente discriminatorie della SBA, perderà sicuramente presso una Corte Suprema il cui giudice capo, John Roberts, ha notoriamente insistito sul fatto che “il modo per fermare la discriminazione sulla base della razza è smettere di discriminare sulla base della razza”.

Oggi, una patologia ossessionata dalla razza sta infettando le istituzioni che esercitano il potere culturale. Sotto la falsa bandiera dell’antirazzismo, coloro che diffondono la patologia trattano la nostra intera vita nazionale come una battaglia ineluttabile tra il “privilegio bianco” e il perpetuo vittimismo delle minoranze etniche (escludendo in particolare gli asiatici). In questa narrazione, tutti i bianchi sono intrinsecamente razzisti, macchiati dall’equivalente razzista di un “peccato originale“, e devono diventare cittadini di seconda classe al fine di ristabilire l’equità. Ma nel frattempo, nessuna persona afroamericana o ispanica potrà mai essere razzista, non importa quanto grande ed ovvio sia il suo animus contro i bianchi (o gli asiatici, se è per questo) sulla base della loro razza.
Questa dottrina postula che i bianchi non hanno la capacità di pentirsiespiare o imparare dalle loro colpe collettive. Non possono essere né migliorati né educati. Secondo un conferenziere celebrato alla Yale University School of Medicine, c’è, infatti, un “Problema Psicopatico della Mentalità Bianca“, come se tutti i bianchi fossero incapaci di pensieri o azioni individuali ma fossero, piuttosto, un unico – ed irrimediabilmente corrotto – organismo conglomerato.
Questa folle ideologia abbracciata dal mondo accademico e dal Partito Democratico è psicopatica. Poiché discrimina solo sulla base della razza, la sua risposta è premiare e punire indiscriminatamente. Il suo scopo è quello di abolire le differenze fondamentali come il libero arbitrio individuale e di sostituirlo con una “colpevolezza collettiva“, il “vittimismo collettivo” e con la “responsabilità collettiva” che non ha alcuna somiglianza con l’equa giustizia per la quale questa nazione si batte.

nuovi razzisti, come i peggiori bigotti di un tempo, rifiutano la verità che la razza non sia un indicatore di colpevolezza o di innocenza. I tribunali devono ora intervenire per impedire la resurrezione e l’istituzionalizzazione di questa ideologia. In caso contrario, il razzismo e la “discriminazione alla moda” – ma ripugnante – verrebbero approvati a livello nazionale.

WashingtonExaminer.com , qui.

Teoria critica della razza: qualcuno saprebbe offrire una spiegazione convincente della differenza fra la teoria della razza nazista e la teoria critica della razza democratica progressista buonista antifascista?

Quanto a quell’altro tizio là sopra, con questa faccia

da paraculo presuntuoso arrogante e se non si offende troppo aggiungerei anche un bel po’ figlio di puttana, il quale a quanto pare non ha avuto la cattedra in seguito al superamento di un regolare concorso, come ho avuto io la mia modesta cattedra di scuola media, bensì non solo gliel’hanno regalata, ma l’hanno addirittura fabbricata apposta per lui, ebbene sì, è proprio uno stronzetto di negro arrogante e insolente che dovrebbe come minimo essere grato per ciò che gli viene regalato senza alcun merito. D’altra parte, che cosa aspettarsi da uno a cui il nazismo piace di più di uno stato imperfetto quanto si vuole, ma pur sempre indiscutibilmente democratico?

Noi, comunque, nella nostra patologia consistente nell’essere bianchi, non siamo curabili, sappiatelo.

E ancora una volta, per non dimenticare le mostruose colpe che gravano sulla coscienza dei bianchi e solo sulla loro e su quella di nessun altro, se vi resta un po’ di tempo vi invito ad andare a leggere questo.

barbara