TROVA LA DIFFERENZA

 

Questa invece è la manifestazione di protesta contro il governo di oggi (questa è una sola piazza, poi ci sono le vie intorno e il resto), organizzata in quattro e quattr’otto in un giorno lavorativo..
proteste roma
E poi beccatevi anche questa

E per chiudere in bellezza
esteri
barbara

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QUAL È IL COMPITO DI UN MINISTRO?

Uno – uno di noi profani – si immagina che sia quello di far funzionare bene lo stato nell’ambito delle sue competenze:  il ministro dell’istruzione cerca di far funzionare bene la scuola e, se possibile, migliorarla, meglio se è qualcuno che abbia una qualche idea di che cosa sia la scuola (non come quello che per un incarico annuale accettava il mio corso di laurea ma pretendeva come condizione imprescindibile un esame che in quel corso di laurea non esiste). Il ministro dell’agricoltura dovrebbe favorire lo sviluppo delle risorse agricole e forestali, e sarebbe bello se avesse qualche competenza in materia, come un laureato in agraria o in scienze forestali. O magari anche un perito agrario: sempre meglio di una sindacalista con la terza media. E il ministro della difesa? Su questo l’ex ministro – e sottolineo ministro – Elisabetta Trenta, che non si capacita di non essere stata premiata per l’impegno profuso nell’adempimento del dovere, ha le idee ben chiare: “Sono stata una delle persone che ha lottato più di tutti contro Salvini“ (e al diavolo la grammatica). Il compito istituzionale del ministro della difesa è di lottare contro un ministro dello stato, democraticamente eletto dal popolo italiano – quello che la signora Trenta è profumatamente pagata (coi soldi del suddetto popolo) per servire e, nell’ambito delle sue funzioni e competenze, difendere (da intrusi clandestini, per dirne una) – in libere elezioni. E non mi si venga a dire la solita cazzata di Hitler democraticamente eletto in libere elezioni: se quelle erano elezioni libere, io sono Biancaneve con tutti i sette nani. Senza contare che il partito era in calo e alle ultime elezioni non aveva affatto la maggioranza, quindi piantiamola con questo mantra idiota allo scopo di hitlerizzare chiunque, democraticamente eletto, sia antipatico al coglione di turno. Salvini, democraticamente eletto in libere elezioni, era un collega di governo della signora Trenta e lei ha usato tutto il potere di cui disponeva per lottare contro di lui. Con quali armi? I cosiddetti migranti, usati – e non solo in senso metaforico – come carne da cannone nella sua battaglia personale. Ora si dice sorpresa e arrabbiata per non essere stata ricompensata per i suoi meriti sul campo con una riconferma al ministero. Ma non dovrebbe esserlo, cara signora: come lei ha usato come carne da cannone i cosiddetti migranti, i suoi burattinai hanno usato come carne da cannone lei: lei ha scaricato i suoi migranti una volta raggiunto lo scopo di schiaffeggiare Salvini facendoli entrare, e i suoi burattinai hanno scaricato lei, utile idiota, una volta raggiunto lo scopo di buttare giù Salvini. Nei circoli in cui si gioca sporco è così che funziona. Un’altra volta si scelga meglio i circoli. E magari anche il gioco.

Certo che vedere la signora Trenta con questa faccia da rigurgito acido non ha prezzo.
Elisabetta-Trenta
barbara

LA CHIUSA, SOPRATTUTTO LA CHIUSA

Perché Niram Ferretti è grande in tutto, grande e magistrale, ma le sue chiuse fulminanti sono semplicemente sublimi. Micidiali e sublimi (però non correte alla chiusa, perché è TUTTO da leggere e poi rileggere e poi stampare e incorniciare).

I CULMINI DI MOKED

Il culmine, “Moked”, il salottino chic and very progressive dell’ebraismo illuminato (ovviamente), lo ha raggiunto con un articolo scritto da Dario Calimani. Prosa sciatta e affannata, complice probabilmente il caldo agostano, anche se da tempo si era capito che Calimani non è Giorgio Manganelli. Ma questa è una notazione stilistica che pesa quel che pesa. Ciò che conta sono i contenuti. Di peso ben maggiore, diciamo…
L’obbiettivo dell’invettiva di Calimani è, occorre dirlo? il futuro dittatore del paese, Matteo Salvini. Ma assaggiamo alcuni estratti.
“La strategia salviniana opera quotidianamente su due fronti, uno esterno e uno interno. Da un lato, istilla paura e odio per l’inesistente invasione migratoria – i barbari terroristi che assaltano le nostre coste e mettono in pericolo la nostra sana e pura civiltà (la civiltà di Auschwitz, per capirci, o quella di Srebrenica, o, quella difesa dal criminale norvegese Anders Breivik, o, nel nostro piccolo, quella auspicata dagli avanguardisti di Casa Pound e simili). Sullo stesso fronte esterno, semina il livore contro un’Europa che – a imitazione di una già nota ‘perfida Albione’ – vuole la nostra rovina economica. Vuol farci sentire quotidianamente in trincea, come per una guerra di logoramento. Ci prepara così al disastro che, quando avverrà, sarà colpa di qualcun altro”.
Calimani non si è accorto che la civiltà che ha prodotto Auschwiitz e magari anche la Guerra dei Trent’anni, la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, e prima ancora il terrore giacobino, e altre amenità (anche se la Shoah ha indubbiamente un posto unico nell’ambito degli orrori umani) è magari, anche e soprattutto, quella che ha prodotto il pensiero greco, il diritto romano, che ha, attraverso il cristianesimo, determinato una svolta culturale senza precedenti all’assetto occidentale, che ci ha dato Dante, San Francesco d’Assisi, Giotto, Piero della Francesca, Rembrandt, Shakespeare, Erasmo da Rotterdam, Bach, Mozart, Pasteur, Freud, Einstein, e un interminabile catalogo di vette ineguagliabili nel corso della storia. Oddio, non che Salvini voglia difendere tutto ciò, ci mancherebbe. Vorrebbe solo regolamentare un po’ l’immigrazione, e magari, se Calimani lo permette, cercare da Ministro degli Interni, di fare rispettare la legalità in un paese assai restio alla sua tutela. Anders Brevik e Salvini hanno sicuramente in comune qualcosa. Sono mammiferi bipedi di sesso maschile. Come Calimani, il quale condivide sicuramente questa specificità anche con il defunto Alfred Rosenberg e con l’ayatollah Khamenei, senza che, naturalmente, abbiano null’altro da condividere.
No, l’Europa non vuole la nostra rovina. Però, Calimani dovrebbe leggersi un noto simpatizzante di Salvini, Federico Rampini, soprattutto il suo ultimo libro, “La notte della sinistra”, imparerebbe molte cose tra cui che anche a Rampini, uomo di sinistra antisalviniano e antitrumpiano, questa Europa con i suoi vincoli specialmente in campo economico, non piace. Anzi, la trova solo controproducente e su questo dà perfettamente ragione al ducesco ministro della Lega.
“Sul piano interno, invece, mostra tutta la sua banale figura di uomo qualunque, partecipando a torso nudo
Salvini spiaggia
[io su quel gran figo a sinistra un pensierino lo farei] a feste di paese, giocando a fare il disk jockey con l’Inno di Mameli, invocando continuamente l’aiuto della Madonna, come una qualsiasi nonnina di campagna, o preoccupandosi di far scorrazzare il figlio sulla moto d’acqua di un poliziotto in servizio. Il signor Salvini, dunque, è in mezzo a noi ed è uno di noi. Peccato, perché, in quanto ministro della Repubblica che regge il destino di un paese, lo si vorrebbe migliore di noi e culturalmente e civilmente al di sopra di noi, come si soleva pensare un tempo. E invece ci sta abituando al degrado della nostra vita e dei nostri valori. Parlare di stile sembra persino fuori moda, oggi, quasi ci si vergogna a scrivere la parola. Per non parlare poi dei contenuti. Se modello egli è – e intende essere –, lo è in negativo, e ci riesce alla perfezione.”.
Insomma, in spiaggia si va in doppiopetto bianco di lino e camicia con i gemelli d’oro. Che orrore vedere un ministro che come “un uomo qualunque” va al mare e si fa fotografare a petto nudo (oltretutto Calimani, del cui statuario fisico nessuno dubita, lamenta nel magnifico articolo scritto per Moked, la pinguedine del ministro…). Cosa ulteriormente intollerabile il fatto che faccia riferimento alla Madonna “come una qualsiasi nonnina di campagna”, o magari come un qualsiasi pontefice o uomo di Chiesa. Ma si sa, alla Madonna possono riferirsi solo le nonnine di campagna. Se lo fa il papa va bene, se lo fa Salvini no. Calimani sicuramente non lo fa.
“Il degrado della nostra vita e dei nostri valori”, sono il portato di un lungo, lunghissimo processo storico-culturale, che a Calimani deve essere sfuggito e che non ha inizio con Salvini, come il cristianesimo ha inizio con Cristo. Lo precede di tanti, tanti anni, anche se sì, è vero, Salvini lo sta accelerando, ci vorrebbe Zingaretti per stopparlo, o magari lo stesso Calimani se decidesse di scendere in politica.
Salto altri passaggi mirabili della prosa calimaniana, e mi concentro su un altro scampolo.
“Benissimo ha fatto Noemi Di Segni a esprimere la preoccupazione (e lo sconcerto?) dell’ebraismo italiano. Malgrado le perplessità di chi vorrebbe che gli ebrei ‘non si facessero del male’ uscendo allo scoperto per richiamare a principi di civiltà e di umanità un’autorità dello stato. Ma la politica dello struzzo non rende un buon servizio alla società”.
E no. Noemi di Segni, la quale fa benissimo sì a esprimere la propria opinione da presidente dell’UCEI, anche se dovrebbe mettersi d’accordo con se stessa quando accompagnando Salvini nel suo viaggio ufficiale in Israele esprime apprezzamento e poi ne scrive come fosse un pericolo non solo per gli ebrei e gli zingari (si sa come andò a finire con gli uni e gli altri in un passato non lontano), non è la portavoce dell’ebraismo italiano. E’ la portavoce di un organismo e soprattutto di se stessa. Perché cosa ne facciamo, egregio Calimani di tutti quegli ebrei che hanno votato Salvini e apprezzano il suo operato? Sono forse ebrei di serie B? Si vuole preparare una scomunica ufficiale come avvenne per Baruch Spinoza?
Dorma sonni tranquilli, vedrà che Salvini non deporterà gli zingari, né espellerà dall’Italia gli extracomunitari che ci lavorano, pagano le tasse, e non delinquono. A quelli che vivono praticando l’illegalità cercherà di porre rimedio, e agli altri, che Gad Lerner e Roberto Saviano, due ebrei di altissima caratura morale, come sono immancabilmente, ontologicamente, gli ebrei di sinistra, vorrebbero entrassero nel paese senza freni, cercherà di impedirlo.
Nel frattempo attendiamo di vederla in spiaggia vestito come Gustav Aschenbach in “Morte a Venezia” di Visconti.
Aschenbach
Vero che è insuperabile?

barbara

ADESSO VI RACCONTO UNA STORIA

Quando avevo due tre anni, uscire con me, per i miei genitori, era un incubo: non mi toglievano gli occhi di dosso per un secondo, controllavano ogni mio movimento, ogni mio gesto, ma non c’era niente da fare: quando, arrivati a casa, mi controllavano le tasche, un cucchiaino, una tazzina o una bustina di zucchero se si era stati al bar, un fazzoletto o un qualsiasi piccolo oggetto se si era stati da amici o parenti, me lo trovavano sempre. Una volta, dopo la visita a un’amica, mia madre mi ha trovato in tasca un suo reggiseno – e considerando che aveva una latteria di proporzioni tali che ancora, dopo tutti questi decenni, me la ricordo, si può avere un’idea dell’entità della mia prodezza. Allora mia madre ha detto “adesso torniamo lì e glielo restituisci”, e io ho fieramente protestato: “È mio! L’HO RUBATO IO!!”. Bene, tutta questa rievocazione è per dire che a quanto pare ho fatto scuola.
villa zingari
E qui trovate il video in cui i due bravi coniugi rivendicano il diritto al possesso del frutto di tanto paziente e infaticabile lavoro.

POI che ci sia chi di fronte a un’intera vita di crimini, di fronte a una villa che nessun operaio o impiegato o insegnante si potrebbe permettere neanche vivendo a pane e acqua costruita abusivamente col frutto di crimini su terreno vietato, che in qualunque Paese civile verrebbe abbattuta con le ruspe, di fronte a una minaccia di morte rivolta, oltretutto, a un’autorità dello Stato, scelga di indignarsi di più per una parola (quando il minimo, per qualunque persona normale, sarebbe stato prenderla a schiaffoni), scelga di stare dalla parte della criminale, la dice tutta su una certa parte politica italiana – quella stessa che di fronte a un carabiniere ucciso sceglie di ignorare la famiglia della vittima per andare a far visita in carcere agli assassini – cosa che tra l’altro, come ricorda Daniele Capezzone, non ha niente a che fare col legittimo potere ispettivo. Come dire, siamo nella merda fino al collo ma ci indigniamo perché la donna di servizio non ha passato la cera in salotto.

barbara

DEDICATO AI SINISTRI

E pensa, questo zingaraccio bastardo non ruba, non costruisce case abusive su terreni inedificabili (che in qualunque Paese civile sarebbero state bloccate all’inizio, o almeno demolite con le ruspe subito dopo), non invoca pallottole…

PS: lei si chiama Nada perché una zingara di nome Nada aveva predetto a sua madre che avrebbe avuto una figlia e che questa avrebbe avuto successo.

PPS: e guardate che bella, a sessant’anni suonati, con la ciccia e le rughe e i capelli bianchi!
Nada
PPPS: qui.

barbara

I CONTI IN TASCA + VARIE ED EVENTUALI

Conti legali, dico. In tasca alla piratessa.

Breve e sicuramente incompleto – non sono giurista e non credo di conoscere tutti i fatti – dei reati commessi dalla sopracitata criminale internazionale:

– violazione delle acque territoriali libiche
– interferenza con l’azione della guardia costiera libica
– sottrazione a quest’ultima di decine di persone che sarebbero state di sua competenza
– partecipazione attiva nella tratta dei negri in combutta con organizzazioni negriere internazionali
– tenuta in ostaggio di decine di prigionieri per due settimane
– violazione delle acque territoriali italiane
– speronamento di una motovedetta della Guardia di Finanza italiana
– tentato omicidio delle persone a bordo della motovedetta

Credo che un bel po’ di decine di anni di galera lì dentro ci siano (e si guardi bene il signor Avvocato dal venirmi a dire che sbaglio) e spero proprio che almeno un bel po’ se li faccia, anche se la Germania ha la faccia da cunicolo di venirci a dire che l’arresto è sbagliato perché salvava vite. È proprio vero che la Germania che prima deportava ebrei adesso ha cambiato ramo e si è messa a deportare negri. E forse qualcuno dovrebbe informare il Signor Presidente della Repubblica Tedesca che l’occupazione tedesca del territorio italiano è terminata da quasi settantacinque anni, anche se forse il suo cuore dice di no. D’altra parte sembrerebbe esserci una bella botta di tedeschi che sulla loro antigonessa nazionale  non sembrano nutrire sentimenti di grandissima solidarietà (nei commenti; chi non conosce il tedesco li metta in un traduttore automatico).

Che poi, a proposito di Antigone, chissà se le pasionarias dell’identificazione sono al corrente del fatto che in quella originale, quella di Sofocle, la storia si conclude col palcoscenico pieno di cadaveri; la circostanza potrebbe dare spunto a interessanti considerazioni psicanalitiche nei confronti dei fautori dell’accostamento fra le due donne, non trovate?

Per concludere aggiungo alcune interessanti osservazioni di Marcello Veneziani, un Nicola Porro incazzato di brutto,

quello che è stato giustamente definito il migliore commento dell’anno
commento
e infine il peggiore, in assoluto, fra tutti i disastri provocati dalla signora Carola:
gretacarola
barbara

SEA-WATCH E DINTORNI ANCORA

Un po’ di cose raccattate in giro per la rete, con alcune riflessioni che condivido e che ritengo utili (è un po’ tanta roba, ma portate pazienza che domani vi faccio riposare, così se volete potete leggere anche a rate).

In arrivo a Lampedusa una carovana di parlamentari del Pd a difesa della SeaWatch.
Siamo su Scherzi a Parte…
Per certi politici l’Italia non ha leggi, non ha confini, non ha regole, non ha dignità.
Per loro vengono prima i clandestini?

Vengono prima i soldi che ricavano dai clandestini.

Questa storia è scandalosa. I naufraghi proprio non interessavano a nessuno. Questa deficiente li ha portati a spasso per due settimane solo per entrare in Italia (aveva tutte le possibilità del mondo, ma non le interessavano). E i politici di sinistra stanno dimostrando che le leggi le debbono rispettare solo i loro nemici…
Ah, a proposito:ho le palle piene di sentir chiamare “flussi migratori” queste buffonate. Il flusso migratorio che viola coscientemente le leggi (piacciano o meno) è un atto delinquenziale come tutti gli abusi. E siccome di delinquenti ne abbiamo a sufficienza, questa capitana andrebbe punita senza sconti. (qui)

Da Ornella, che di Africa ne ha vista un bel po’.

“Questa presunzione tutta razzista, provinciale e presuntuosa per la quale si possa vivere una vita dignitosa soltanto in Europa, e in Africa no, mi ha veramente stancata. Sotto la retorica dell’accoglienza spesso e volentieri si legge un disprezzo per l’Africa, generalizzato e superficiale, che fa venire i brividi. L’Africa ha più di 50 paesi, diversissimi, con ricchezze e bellezze uniche, culture meravigliose e nuove opportunità. C’è la povertà, ma non c’è solo quella. Prima di tutto, un po’ di rispetto, questo continente lo merita.” (qui)

CAPITANA vs CAPITANO (qualcuno mi ricorda perché il semipremier lombardo ha questo soprannome??). Tra una vertigine e l’altra ho cercato di buttare giù qualche riga, alle quali premetterei che sarebbe ora in questo disgraziato Paese di rispettarci un po’ di più l’un con l’altro, comprendendo tanto le motivazioni di chi propende all’accoglienza tanto quelle di chi invece ha le sue ragioni per negarla. Direi che un po’ di visione a lungo termine e l’attuazione di un sano “principio di precauzione” sarebbe utile a tutti.
Ciò premesso, direi che la Capitana (della nave) ha avuto in vita sua tante possibilità, indubbiamente è preparata, è plurilaureata e ha un curriculum come un papiro, ma questo non le dà alcun diritto di sentirsi al di sopra della legge, né di infrangere le leggi degli Stati altrui, men che meno interpretare a suo insindacabile giudizio il Diritto marittimo. Aggiungerei che costei non ha studiato – se lo avesse, qualche sacrosanto dubbio dovrebbe averlo – un po’ di antropologia e di “antropologia delle migrazioni”: chi le dice che lei possa spostare persone, con relativi usi e costumi, dove più le aggrada, e che i riceventi debbano sottostare alla SUA visione del mondo senza esprimere alcuna forma di resistenza? Lei e i suoi fan non si rendono conto che se anche nel Sud d’Italia si è arrivati a votare un Salvini, probabilmente gli elettori (che saranno beceri, ma ne hanno il diritto; di sicuro non sono stupidi) hanno avuto le loro ragioni. IO personalmente non li approvo, ma questo non mi rende cieco di fronte alle loro motivazioni. Qualcun altro, dall’alto delle sue lauree e dei suoi curriculum, è invece cieco, ma solo in determinate direzioni guarda caso.
E non ho toccato il più grave argomento: quanto questa emigrazione dall’Africa PEGGIORA le condizioni degli Stati e delle popolazioni locali?? Perché ricordiamoci: l’Africa è un continente in grandissima parte in pace; dove la crisi alimentare è stata abbondantemente superata (e chi veramente muore di fame non emigra); ed è in forte sviluppo economico… Certo non è l’Europa, ma chi si sta muovendo in questa emigrazione economica sta togliendo al suo continente, al suo Paese, alla sua gente la speranza di un miglioramento futuro.
Ora, se è vero che, a detta di qualcuno, è impossibile fermare le migrazioni e la storia lo dimostrerebbe (a dire la verità, la storia dimostra che non è affatto detto: tante migrazioni sono state bloccate o abbondantemente diluite), è anche vero che quasi mai le migrazioni sono state accettate supinamente, anzi più erano incontrollate più hanno scatenato conflitti anche sanguinosi.
Gianni Pellegrini, qui.


Franco Londei

Come sapete non sono un salvinista, non condivido nulla delle idee di questo personaggio, NULLA, ma mentiremmo a noi stessi se non ammettessimo che in questa vicenda della Sea-Watch c’è una sfida palese alle leggi di questo paese, che possono essere giuste o sbagliate, ma che fino a che ci sono vanno rispettate. Che poi Salvini ne approfitti per fare propaganda è un altro paio di maniche, ma la sinistra pretenda pure il rispetto dei Diritti dei migranti a bordo, pretenda qualsiasi cosa e qualsiasi intervento di salvaguardia di quei poveracci in mare da settimane, ma non faccia l’errore di pretendere una sorta di salvaguardia per gli operatori della ONG. Io quando stavo bene ho collaborato con diverse ONG e la prima cosa che si impara in questo mestiere e che, d’accordo o meno, si rispettano le leggi del paese dove si opera. Non esiste nel Diritto Internazionale ed umanitario una regola che ti permetta di bypassarle. (qui)

Fulvio Del Deo

Parole come “umanità” e “accoglienza” non hanno nulla a che vedere con lo sporco traffico umano che questi nuovi negrieri stanno compiendo. Questo gioco criminale sta estirpando giovani dalla loro terra e li sta portando qui a vivere un’esperienza di vuoto ed emarginazione, di giornate caratterizzate dal nulla assoluto, di attese interminabili che renderanno piacevole perfino “essere liberi” di essere assunti per chiedere l’elemosina agli angoli delle strade e fuori ai supermercati, mettendo a posto i carrelli in cambio di qualche spicciolo.
Nella foto vedo solo uomini, giovani e forti (qui; cliccare sulla foto per ingrandire)
seawatch

Fulvio Del Deo

Nella generazione dei suoi nonni, anche loro bianchi e ricchi come lei, si sono dedicati allo spostamento di persone, via dalle loro case per eliminarle dal paese.
Adesso lei, insieme alla generazione dei suoi coetanei, continua a spostare persone, e le allontana dalle loro case per scaricarle in un paese da danneggiare. (qui)

Il fine dei pirati è demolire gli stati

Gian Micalessin

Adesso Sea Watch ha calato la maschera e issato la sua vera bandiera. Quella della pirateria umanitaria.
Una pirateria che, al pari delle navi corsare al servizio degli stati nazionali del XVII secolo non agisce per fini propri, ma per soddisfare gli interessi di nuove entità sovranazionali poco disposte a metterci la faccia. A garantire la «lettera di corsa» alle navi con teschio e tibie e il soldo ai loro capitani di ventura pensavano, un tempo, Paesi come Inghilterra, Francia e Spagna interessati a bloccare i commerci del nemico senza esibire e le proprie cannoniere. Oggi la pirateria umanitaria interpretata con un tocco di romantico femminismo dalla 31enne Carola Rackete, capitana di Sea Watch, svolge esattamente la stessa funzione. La capitana Rackete che si dice in dovere di forzare il blocco «per salvare 42 naufraghi allo stremo» sa bene di mentire. E sa altrettanto bene che il suo aiuto ai quei 42 «naufraghi» sarebbe stato molto più sollecito se li avesse sbarcati in Tunisia o in qualsiasi altro porto del Mediterraneo raggiungibile durante i 15 giorni trascorsi a comiziare e far politica davanti a Lampedusa. Ma la «lettera di corsa» garantitale formalmente dall’opaca organizzazione umanitaria di cui è al soldo le richiede altro. Le richiede di approdare solo ed esclusivamente in Italia perché solo da quel ventre molle, dove l’anomalia di un esecutivo giallo-verde ostacola la compattezza dell’Unione, può iniziare lo sfondamento dei cancelli della «fortezza Europa». La missione assegnata alla capitana Carola come a tanti altri capitani mercenari è insomma quello di penetrare in Italia per scavare una breccia nelle mura dell’Europa. Ma per conto di chi? La risposta è semplice. Per ottenerla basta seguire il denaro fatto affluire nelle casse di organizzazioni umanitarie come Sea Watch. Nel XVII e XVIII secolo i corsari servivano agli stati nazionali per garantirsi il controllo dei traffici. Oggi i «pirati umanitari» servono a fare carne di porco delle frontiere e delle ingombranti legislazioni nazionali per far spazio ad entità multi o sovra-nazionali. Entità come i giganti del web o le grandi aziende globalizzate che considerano gli stati, i loro confini, i loro sistema fiscali e le loro leggi sul lavoro alla stregua di limitazioni obsolete da abbattere quanto prima. Spazzare via il concetto d’inviolabilità delle frontiere legittimando l’arrivo di manodopera a basso costo da trasformare in futuri consumatori dei servizi delle aziende globali è la via più breve per accelerare la fine dei vecchi stati nazionali. Per questo la vera missione della capitana Carola non è quella di salvare o proteggere il carico umano di cui s’è impossessata andando incontro ai trafficanti e violando la zona di soccorso assegnata alla Libia. La vera missione di questa capitana di sfondamento è riversare quel carico umano nella breccia del vallo italiano per dividere il nostro Paese e spaccare l’Europa. Dribblando i divieti di Salvini e scaricando sulle coste italiane quei 42 migranti utilizzati alla stregua di ostaggi la Capitana avrà esaurito il suo compito. Potrà dimostrare a chi la paga di aver contribuito a inasprire i rapporti tra l’Italia e un’Olanda che offre ai pirati di Sea Watch la sua copertura di bandiera. Potrà consolare le anime belle di una Germania che mentre lascia agire impunemente la concittadina Carola Rackete scarica in Italia migranti narcotizzati e si vanta di aver deportato in un Paese in guerra come l’Afghanistan più di 530 migranti irregolari. (qui)

I PALADINI DELLA GIUSTIZIA

di Niram Ferretti

Tra i demagoghi di provincia, Leoluca Orlando è in pole position da anni. Re della retorica più melensa, delle banalità più insulse, patetico menestrello di un multiculturalismo da operetta, ora si fa promotore della cittadinanza onoraria all’equipaggio della Sea Watch.
«Per rendere omaggio a cittadini e cittadine che negli ultimi mesi sono protagonisti di una operazione di umanità e professionalità; un atto di amore e coraggio che giorno dopo giorno ha salvato e salva vite umane, ridato speranze e costruito un ponte di solidarietà nel mare Mediterraneo, anche contro logiche, politiche e leggi che poco hanno di umano e civile».
La logica del cuore, la nobiltà d’animo contro la durezza di leggi disumane come quelle volte a impedire l’immigrazione indiscriminata. Perché la vera nobiltà d’animo consiste nell’accoglienza sempre e comunque, anche di chi domani non vorrà integrarsi e costruirà società parallele come in Francia, Regno Unito, Belgio, Olanda, Svezia o, non trovando qui il Bengodi finirà sfruttato dalla criminalità organizzata come le donne nigeriane, oppure ne prenderà parte con solerzia.
Ma oggi la nuova figura iconica della sinistra a corto di proletari e rivoluzionari è quella del migrante. E’ il migrante infatti che riassume l’umiliato e offeso, il diseredato, l’uomo e la donna da riscattare e da redimere. E a sinistra sono tutti potenziali redentori, laici, si intende.
Leoluca Orlando appartiene alla luminosa genia dei Saviano, dei Lerner, dei Gino Strada, degli Ovadia. Loro stanno con l’Umanità oppressa, con quelle che identificano come vittime. Tutto il resto è secondario una volta che sono state individuate perché a quel punto si sa esattamente chi sono le canaglie e gli oppressori. E il gioco è fatto. (qui)

Ed ecco qui, in tutta la sua bellezza, il nostro bel satrapetto.
alibabaorlando
Poi c’è anche il Dalai Lama, che ha qualcosa da dire in merito

mentre su quelle famose “convenzioni internazionali” di cui i fans della novella Antigone che sfida le leggi in nome della giustizia morale (“se aveste un pizzico di cultura, sapreste che un tale di nome KANT scriveva:”Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me.”…. Ma immagino non sappiate nemmeno chi sia costui…. Figuriamoci se per voi possa esistere la LEGGE MORALE!!!” No, questo non vi dico dove si trova: non ho nessuna intenzione di fare pubblicità gratuita a qualcuno a cui non la farei neanche a pagamento), può essere utile dare un’occhiata qui. Quanto ai sinistri, a me fanno venire in mente questa:

PS: per un momento, girando oggi in rete (in realtà il calendario dice che sarebbe ieri, ma fino a quando non vado a letto rimane sempre oggi) mi era venuto il sospetto che il Ghisberto fosse passato di qui e mi avesse rubato un’idea; poi, prima di accusarlo di plagio, ho voluto verificare e ho constatato che in effetti no, semplicemente la stessa idea era venuta anche a lui, già qualche mese fa:
smartphone
barbara

MAXIMA DEBETUR PUERIS REVERENTIA

Un po’ in ritardo, arrivo anch’io a dire la mia sull’argomento, tramite questo articolo, che condivido totalmente.

Potrà sembrare fuori tempo questo richiamo alla massima latina, che, al singolare “puero”, si ritrova in Giovenale e in Quintiliano; eppure essa è quanto mai attuale, perché di “reverentia” – che in questo caso si potrebbe tradurre con “rispetto” – ne è stata offerta assai poca agli studenti dell’Istituto Tecnico Industriale Vittorio Emanuele III di Palermo. Perché non c’è rispetto quando un insegnante – anziché trasmettere conoscenza – interpreta il suo ruolo come trasmissione di opinioni. E questo è diventato il male che sta corrodendo la scuola italiana: sempre meno conoscenza, sempre più opinioni, più o meno condivisibili ma pur sempre opinioni. Quanto agli studenti che, come adolescenti, non si possono definire “pueri”, sono pur sempre persone in formazione, la cui personalità si sta trasformando proprio attraverso l’acquisizione di conoscenze sempre più vaste, e quindi il rispetto per questo loro processo evolutivo dovrebbe essere massimo.
Tre sono le ragioni per le quali è inaccettabile l’accostamento che gli studenti dell’Istituto tecnico di Palermo – ovviamente seguendo le indicazioni dell’insegnante (perché, se così non fosse, sarebbe anche peggio, perché allora non si capisce che ci sta a fare in classe) – hanno creduto di sostenere tra le leggi razziali del 1938 e il recente decreto sulla sicurezza voluto dal ministro dell’Interno Salvini. Ragioni di metodo innanzi tutto; ragioni di contenuto; e infine ragioni legate alla funzione della scuola e specificamente dell’insegnamento.
Le ragioni di metodo riguardano l’inaccettabile abitudine che si sta sempre più diffondendo di proporre come termine di paragone per qualsiasi evento di cui si dà un giudizio negativo le leggi del 1938 o addirittura la Shoah. Se in questo riferimento si può cogliere l’aspetto positivo dato dalla consapevolezza di quanto enorme sia stato il crimine commesso con le leggi razziali (per non parlare dello sterminio degli ebrei), tuttavia è soverchiante l’aspetto banalizzante di questi confronti. Le leggi razziali del 1938 possono sopportare il confronto solo con altre leggi dello stesso genere, come le leggi di Norimberga, non con altri atti che con l’antisemitismo niente hanno a che fare. Addirittura odioso è il confronto, che sempre più spesso viene proposto, di varie situazioni con la Shoah, di fronte alla quale sono possibili solo lo studio e la meditazione, o altrimenti il silenzio.
Dal punto di vista del contenuto l’accostamento del decreto sulla sicurezza alle leggi del 1938 può essere proposto solo da chi ha un’ignoranza totale delle une e dell’altro. Le leggi del 1938 esclusero un’intera categoria di uomini e di donne dal diritto stesso di cittadinanza, preparando con ciò il terreno per la loro eliminazione fisica, che si cercò di attuare dopo l’8 settembre 1943. Se il progetto non fu attuato integralmente ciò non dipese dalla volontà di chi l’aveva concepito, ma dalle circostanze e dalla resistenza che ad esso opposero non solo gli ebrei ma anche tanti cittadini di ogni categoria. Il decreto sulla sicurezza voluto dal ministro Salvini – che può essere contestato e rifiutato con mille argomenti – non sembra contenere alcuna norma che possa essere in alcun modo accostata a quelle del 1938.
Infine la funzione della scuola e specificamente quella dell’insegnamento. Che è fondamentalmente quella di trasmettere conoscenza, e di abituare a esprimere opinioni solo dopo l’acquisizione, appunto, di fondate conoscenze. Altrimenti si perde ogni distinzione tra la scuola e altri luoghi della socializzazione, come le cene tra amici, le chiacchiere al caffè, la partecipazione ai talk-shows ed altre forme della convivenza, tutte ben diverse da quella che si realizza in quello specifico luogo che si chiama scuola.
La scuola in generale, ma anche quella specifica scuola di Palermo, che farebbe il dovere suo se cominciasse intanto a cambiare nome, sostituendo quello del sovrano che appunto delle leggi del 1938 fu il firmatario. Ma forse questo aspetto non era a conoscenza di chi ha proposto il confronto con il decreto sulla sicurezza.

Valentino Baldacci (23 maggio 2019)

Aggiungo, di mio, che la sospensione dell’insegnante, per un comportamento che niente ha da spartire con la libertà di insegnamento, né con la libertà di espressione, e che ha gravemente nociuto agli alunni da ogni punto di vista, era sacrosanta, e pessimo segnale ha dato il provvedimento di revoca.

barbara

TUTTO QUELLO CHE SAI SUL POPULISMO È FALSO

(Impegnata, praticamente a tempo pieno, dal momento del mio rientro, nelle prove della rappresentazione per la fine del corso di teatro, che avrà luogo stasera, non ho tempo di scrivere post miei, per cui vi propongo questo ottimo articolo, che condivido totalmente)

La definitiva consacrazione della Lega di Matteo Salvini a queste elezioni europee ha loro malgrado costretto i commentatori ed osservatori politici a tornare a commentare un tema per loro ostico: quello del populismo e del sovranismo. Diciamo ostico perché, benché dall’esplosione di questo fenomeno politico – risalente al 2016 con la Brexit e la vittoria elettorale di Donald Trump -, siano ormai passati anni, non pochi seguitano a relazionarsi ad esso con chiavi di lettura del tutto inadeguate, che vanno dalla presunta pericolosità delle fake news all’ignoranza, fino razzismo e addirittura al neofascismo che serpeggerebbero minacciosi tra l’elettorato anti-sistema. Bufale che è arrivato il momento di smascherare una volta per tutte. Perché, anche se non sarà forse esaustivo per comprenderne che cosa sia, capire una volta per tutte che cosa il populismo non ècostituirebbe comunque, a ben vedere, un passo avanti. Passiamo dunque ora ad esaminare, in una breve rassegna critica, i maggiori miti antipopulisti.

Fake news

Il primo mito antipopulista è quello delle fake news senza le quali, assicurano in molti, la nuova bizzarra stagione politica – a partire dall’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca – non avrebbe mai avuto luogo. D’accordo, ma quali sono le prove che le bufale internettiane siano in grado di orientare il voto? Semplice: non ce ne sono. Anzi, è probabile che quella sulle pericolose fake news sia essa stessa una fake news. Questo almeno viene da pensare alla luce di un studio pubblicato sul Journal of Economic Perspective da due economisti – Matthew Gentzkow, dell’Università di Stanford, e Hunt Allcott, della New York University – che ha messo in evidenza come, alle presidenziali Usa del 2016, le bufale sui social media abbiano avuto un impatto molto più piccolo di quanto si possa immaginare, comunque non del tutto quantificabile esattamente e, in ogni caso, ridotto se raffrontato alla capacità persuasiva di uno spot elettorale televisivo. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone una ricerca commissionata dall’agenzia Reuters all’università di Oxford, che ha messo in luce come in Italia, in un dato arco di tempo, non più del 3,5% degli internauti avesse consultato siti di fake news, mentre quelli di Repubblica e Corriere raggiungevano rispettivamente il 50,9 % e il 47,7 % degli utenti. Attenzione, non si vuole qui sminuire l’importanza della Rete né, tanto meno, quella dei social. Le fake news però sono altra cosa e ritenerle una minaccia per la democrazia è posizione legittima ma non suffragata da riscontri oggettivi, anzi da essi smentita.

Ignoranza

Immancabile tormentone, quando si parla di populismo, è poi quello secondo cui i partiti anti-sistema godrebbero dell’appoggio di un elettorato profondamente analfabeta, non formato e poco istruito. Sfortunatamente per quanti la sposano, anche quest’idea non solo non è accompagnata da riscontri, ma risulta clamorosamente sconfessata. Lo prova un’accurata analisi a cura di Ipsos Public Affairs che dopo, le elezioni italiane del 4 marzo 2018, ha elaborato dati propri e del Ministero dell’Interno, «spacchettando» il voto. Ebbene, esaminando il voto dei laureati italiani si è scoperto come «il 29,3% di laureati» avesse «messo una croce sul movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, distanziando di ben otto punti il Pd (21,8%), nell’immaginario collettivo il partito dei ceti più colti». Anche la Lega ha una quota di laureati nel proprio elettorato ma ciò che colpisce, in questa analisi di appena un anno fa, è soprattutto il M5S, partito che a detta di taluni dovrebbe essere supportato in prevalenza da creduloni, scemi del villaggio e terrapiattisti. Ma la realtà dice altro. Curioso peraltro che a muovere l’accusa di ignoranza alle forze populiste sia spesso il Pd, che aveva per Ministro dell’Istruzione una certa Valeria Fedeli e il cui leader, Nicola Zingaretti, laureato non è. Per non parlare dell’inglese di renziana memoria. Viceversa, tra i parlamentari della vituperata Lega, oggi, capita di imbattersi in figure come Giuseppe Basini, fisico nucleare che ha lavorato al Cern e alla Nasa…

Razzismo

Oltre che creduloni e semianalfabeti, a detta di alcuni gli elettori populisti e sovranisti sarebbero pure razzisti. Manco a farlo apposta, anche questa affermazione risulta smentita dalla realtà. Da anni, se consideriamo il fenomeno politico leghista. Come dimenticare, infatti, gli esiti del IX Rapporto degli Indici di integrazione degli immigrati in Italia curato qualche anno fa dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro e dal Ministero del Lavoro. Esiti che incoronarono come regione avente, con un punteggio di 62.8/100, il più alto indice di potenziale di integrazione degli stranieri il Piemonte. Piccolo particolare: allora, si era nel 2013, quella regione era governata da Roberto Cota, un leghista. Esattamente come leghista è stata la prima sindaca di colore d’Italia, Sandy Cane, e leghista è il primo senatore di colore della storia repubblicana, Toni Iwobi. Il bello è che se l’associazione tra sovranismo e razzismo è assai dubbia in Italia, appare invece completamente smentita negli Usa, dove Daniel J. Hopkins e Samantha Washington, due studiosi sociologi dell’Università della Pennsylvania, hanno deciso di «misurare» con un’indagine accurata gli effetti dell’elezione di Trump sui pregiudizi contro neri e ispanici, selezionando in maniera del tutto casuale un campione di 2.500 americani le cui opinioni sono state studiate e monitorate sin dal 2008. Risultato: dall’elezione trumpiana, il razzismo yankee è risultato in calo.

Neofascismo

Il quarto ed ultimo mito antipopulista concerne la presunta natura neofascista dell’elettorato sovranista che, come tale, sarebbe intrinsecamente antidemocratico. Un’affermazione, anche questa, che per quanto riguarda l’Italia risulta categoricamente smentita. Infatti forze di estrema destra e inquadrabili – con qualche semplificazione – come neofasciste nel nostro Paese esistono, e sono CasaPound e Forza Nuova. Peccato che alle elezioni europee non abbiano raggiunto, sommate, neppure lo 0,5% dei consensi. Se pur avendo la possibilità di farlo gli Italiani non votano le forze politiche neofasciste o come tali considerabili, come si spiega allora l’allarmismo, sollevato dalla stampa progressista, sull’«onda nera» che starebbe travolgendo il nostro Paese? Mistero. Tra l’altro, che il populismo non sia affatto antidemocratico è suffragato dalle risultanze di un sondaggio internazionale del Pew Research Center che volto a sondare il tasso di sostegno alla democrazia rappresentativa confrontandolo in persone inclini al populismo nazionale e nei loro oppositori. Cosa si è scoperto? «I populisti nazionali», hanno scritto gli studiosi del think tank statunitense con sede a Washington commentando quanto rilevato, «sono in effetti a favore della democrazia rappresentativa […] in Gran Bretagna, Polonia, Italia, Olanda, Ungheria, Germania. L’80-90% di questi elettori pensa che la democrazia sia un ottimo modo di governare i rispettivi Paesi». Gli antidemocratici, verrebbe da commentare, sono semmai coloro i quali vorrebbero limitare il diritto di voto ai laureati, a coloro che vivono in grandi metropoli o, più semplicemente, a quelli che la pensano come loro.

D’accordo, ma se non è figlio delle fake news, dell’analfabetismo, del razzismo e neppure del neofascismo, il populismo che cos’è? Da dove viene, soprattutto? Per rispondere a questa domanda, occorrerebbe molto spazio. Ci limitiamo perciò, in questa sede, a lanciare uno spunto riprendendo quanto scritto al riguardo Luca Ricolfi, sociologo tutto fuorché di destra: «Per chi vota il popolo? Primo. In molti paesi avanzati i ceti popolari, spesso confinati nelle periferie delle città e delle campagne, non votano più i partiti di sinistra riformista. Secondo. La sinistra riformista raccoglie soprattutto il voto dei ceti medi urbani, dei dipendenti pubblici, dei professionisti del mondo della cultura e dello spettacolo. Terzo. Il popolo vero e proprio preferisce i partiti populisti [….] dietro l’ascesa dei partiti populisti c’è una crescita importante della domanda di protezione, che a sua volta deriva dalla sempre più vasta diffusione di sentimenti di insicurezza, preoccupazione, paura. Ansie che i partiti populisti prendono estremamente sul serio» mentre la «sinistra impegna le sue migliori energie comunicative per dissolvere i problemi che la gente normale percepisce come tali» (Sinistra e popolo, Longanesi 2017, pp-164-165). Volendo sintetizzare, potremmo quindi concludere che la difficoltà di tanti giornalisti e osservatori progressisti e liberal nel comprendere il populismo sta nel fatto che essi, per capirlo, studiano i leader populisti e i loro elettorati, mentre basterebbe che facessero un esercizio molto più semplice e difficile al contempo. Guardarsi allo specchio.

Giuliano Guzzo (qui)

Da leggere, da incorniciare, da far studiare a scuola – soprattutto alle professoresse che sponsorizzano e propongono come materia di studio i video deliranti dei propri alunni, che evidentemente  hanno fatto tesoro delle sue lezioni.

barbara