“NON TI PROSTRERAI DAVANTI A LORO E NON LI SERVIRAI.

Perché io, il Signore, sono il tuo Dio”. Esodo, 20,5.
bacia piedi 1
Ma probabilmente, come mi viene fatto presente qui, questo papa ha studiato per corrispondenza e qualche foglio deve essere andato perso. Allargando il discorso sull’attuale smania di svendere i quarti posteriori a cani e porci – purché non bianchi occidentali ebrei o cristiani – trovo un po’ di cose su cui meditare qui. E sulle derive attuali aveva visto lungo un grande uomo di Chiesa:

“L’anticristo esiste: è pacifista e animalista”. Cardinale Giacomo Biffi, anni Ottanta

“L’anticristo si presenta come pacifista, ecologista ed ecumenista. Convocherà un Concilio ecumenico e cercherà il consenso di tutte le confessioni cristiane concedendo qualcosa ad ognuno. Le masse lo seguiranno, tranne dei piccoli gruppetti di cattolici, ortodossi e protestanti”. Cardinale Giacomo Biffi, 2007

E ha avuto da dire, monsignor Giacomo Biffi arcivescovo di Bologna, anche sull’islam. Certo non poteva prevedere, in quel lontano anno 2000, che a spalancare porte e portoni e baciare mani e piedi all’islam, un giorno non sarebbero più stati solo i politici e l’intelligencija, ma addirittura il vicario di Cristo, pronto a svendergli non solo i propri quarti posteriori ma anche la cristianità tutta intera, senza sollevare un sopracciglio su cristiani perseguitati e oppressi, cacciati dalle proprie case e dai propri paesi, sgozzati, crocefissi, bruciati vivi, intere comunità cancellate, regioni diventate christenfrei – dopo essere state rese judenfrei (prima il sabato poi la domenica, ricordate?) – ossia private dei loro abitanti più antichi: neppure nella più sfrenata delle sue fantasie poteva immaginarlo, il buon Biffi.

Quanto alle bergogliesche esibizioni, a me, scusate (tanto abbiamo assodato che io sono una brutta persona), viene da accostare queste due immagini.
bacia piedi 2
dal Friuli
barbara

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ORI ANSBACHER

Ori è la diciannovenne israeliana stuprata e assassinata a coltellate, fatta praticamente a pezzi, qualche giorno fa.
Ori
In questi giorni non ne ho scritto, perché ci sono cose che dici no, è troppo, non ce la faccio. Poi ti fai forza e ti imponi di farlo, perché glielo devi. Almeno questo glielo devi, e dunque eccomi. Riporto alcuni pezzi di persone che hanno saputo dire molto meglio di me quello che va detto.

Sull’assassinio di Ori Ansbacher da parte di un terrorista palestinese a Gerusalemme risultano ancora non pervenuti:

– l’Unione Europea, sempre rapida nel condannare la costruzione di nuove case israeliane
– l’Onu, sempre riunita in sessione d’emergenza quando Israele uccide un terrorista
– i giornali, sempre pronti a far spazio ai terroristi morti sul confine di Gaza e alla pin-up Ahed Tamimi
– Papa Francesco, sempre distratto quando Israele subisce un terribile lutto
– Abu Mazen e i “palestinesi moderati”, sempre generosi nel fare bonifici ai terroristi con i soldi europei
– il mondo islamico, sempre pronto a nascondere terroristi in una loro moschea
– le femministe, sempre in cerca di un femminicidio tranne quando c’è di mezzo una ragazza israeliana

Buona visione del più agghiacciante film di successo della storia: l’antisemitismo che uccide.
Giulio Meotti

corpo

I MANDANTI

Chi sono i mandati del brutale assassinio di Ori Ansbacher? Prima di tutto Hamas e l’Autorità Palestinese che per decenni hanno fomentato il clima di odio virulento nei confronti degli ebrei israeliani, poi subito dopo l’Europa, l’Europa pro palestinese dalla fine della Guerra dei Sei Giorni del 1967, che progressivamente si è inchinata ai desiderata arabi e islamici, l’Europa che ogni volta che Israele si difende le da addosso accusandola di crimini contro l’umanità, l’Europa che mette i bollo su i prodotti che escono dalla Cisgiordania, l’Europa delle ONG per i diritti umani, come Amnesty International che accusa Israele di occupare abusivamente territori che le vennero conferiti dal Mandato Britannico per la Palestina, l’Europa che all’ONU vota sempre con i paesi islamici, satrapie, dittature, teocrazie, contro l’unica democrazia Mediorientale, e con l’UNESCO quando sottrae agli ebrei la loro storia millenaria da Gerusalemme e da Hebron, imponendo a luoghi storicamente ebraici, nomi islamici, l’Europa che non rende illegale il movimento antisemita BDS, l’Europa che fa affari con l’Iran e cerca di aggirare le sanzioni americane.
Insieme a loro tutti quegli “intellettuali”, politici, giornalisti, che non hanno fatto e non fanno altro che criminalizzare Israele, mentre al contempo sono teneri con regimi assassini e nemici della libertà, e tra di loro non pochi ebrei con il cervello distrutto dalla metastasi ideologica che gli ha fatto scambiare i terroristi per vittime e chi si difende dalla loro cieca violenza per carnefici.
Questi sono i mandanti. Teniamolo bene a mente.
Niram Ferretti

funerale

Ora un po’ di conti, che non fanno mai male.

DUEMILAQUATTROCENTO EURO AL MESE.

Questo è lo stipendio che Hamas pagherà ad Arafat Aryah, il palestinese che ha sgozzato la ragazza diciannovenne ebrea Ori Ansbacher dopo averla violentata e deturpatone il corpo con dodici coltellate.
Israele farà (forse) saltare in aria la casa del terrorista ma Hamas ne costruirà una nuova e più moderna.
Anche i genitori prenderanno una pensione a vita.
Uccidere gli ebrei conviene tutto sommato.
Nelle carceri Israeliane molti palestinesi si sono laureati studiando nelle università israeliane.
Una volta scontata la pena usciranno con tanti soldi in tasca, una casa nuova ed una bella laurea.
Si uccidere ebrei conviene.
Da dove vengono tutti questi soldi?
Dalle vostre buste paga.
La Guerra Santa costa.
L’Italia e la UE mandano e hanno mandato miliardi di euro alla Palestina.
Miliardi con i quali non è stata mai costruita una strada, una scuola, una fabbrica o un ospedale.
Miliardi usati per costruire migliaia di tunnel in cemento per invadere Israele.
Miliardi usati per armare terroristi e per pagare loro una pensione d’oro.
Si, la Guerra Santa costa.
Costa tanto.
12.000 shekels è la pensione minima per un terrorista palestinese; pari a circa 2.400 euro.
Se considerate che in Palestina un buon stipendio è 300 euro…..
Si, decisamente si.
È stato un ottimo affare uccidere la obiettrice di coscienza e volontaria del servizio civile Ori Ansbacher. 19 anni.
Riposi in pace.
Noi non riusciamo a trovar pace oggi.
Buona giornata Italia da un paese in lutto. (qui)

LA BELVA DELLO ZOO DI GERUSALEMME

Il corpo nudo, spezzato, dell’israeliana Ori Ansbacher lo hanno ritrovato vicino allo zoo di Gerusalemme. Già arrestato l’animale scappato dal parco e che l’ha uccisa, un palestinese di Hebron.
Se l’Onu, pronto a scomodarsi per difendere il burqa in quanto rientra fra i “diritti delle donne”, non condanna entro le prossime ore questo delitto che non ha nome, da quanto è indicibile, suggerisco di andare a prendere un paio di funzionari di alto grado delle Nazioni Unite e metterci loro dentro allo zoo. Scommetto che neanche i lama si degnerebbero di sputargli in faccia.
Giulio Meotti

La belva.

Ho guardato e riguardato il volto del terrorista palestinese che ha violentato e ucciso Ori Ansbacher, questo sorriso inerte, inebetito. E non ho visto niente. Poi mi sono ricordato quanto aveva raccontato Francesco De Rosa, il comandante dell’Achille Lauro che nel 1985 fu dirottata da un commando di terroristi palestinesi. Di Abu Abbas e dei suoi uomini, che gettarono in mare un passeggero ebreo in carrozzella, Leon Klinghoffer, De Rosa ricordava il sorriso. “Un sorriso maligno, che mi ha accompagnato sempre”. Eccolo qui.
Giulio Meotti
Arafat Irfaiya
Ma anche Cesare Battisti. O Angelo Izzo.

Sicuramente molti di voi avranno visto qualche immagine di funerali palestinesi, in cui i dolenti si divertono a sparacchiare in giro, così, tanto per gradire. I funerali israeliani, in mezzo al dolore più atroce per il crimine più efferato, si svolgono così.

E infine un pensiero riconoscente all’eroe che ha permesso la cattura dell’assassino. Grazie Rambo!
Rambo
barbara

ERRATA CORRIGE: il nome “Rambo” che avevo trovato in un articolo era evidentemente un attributo, non il suo vero nome, che è in realtà Zili.

MA CHE OVVOVE QUEL SALVINI

che va a pvendeve Battisti all’aevopovto!

E l’orrore che proviamo noi moralmente inferiori ve lo faccio dire da tre persone che stimo molto.

QUALCUNO ARRICCIA IL NASINO PERCHÉ SALVINI HA “ACCOLTO” A FIUMICINO L’ASSASSINO BATTISTI.
Quando invece c’erano “loro” il ritorno a casa di un terrorista era una festa…

DILIBERTO, LA BARALDINI E L’ACCOGLIENZA FESTOSA
Silvia Baraldini è tornata in Italia. Il Falcon 900 del governo che la ha prelevata negli Stati Uniti è atterrato alle 11.20 all’aeroporto di Ciampino. Ad aspettarla, la madre, la cugina e l’avvocato italiano Grazia Volo: le sue prime parole sono state “sto bene, sono contenta”.
Il ministro della Giustizia Oliviero Diliberto, la cui annunciata presenza all’aeroporto aveva suscitato polemiche, è invece tornato indietro dopo aver accompagnato la signora Maria Dolores Baraldini, 82 anni, gli ultimi sedici passati ad aspettare la figlia.
Con la Baraldini, a bordo dell’aereo che è andato a prenderla, c’erano Manuela Palermi, consigliere politico del ministro, tre agenti donne, fra cui un medico, e un dirigente dell’Interpol.
La pista dell’aeroporto dove il Falcon è atterrato è rimasta off-limits per i giornalisti. Su disposizione del ministero della Giustizia sono stati ammessi solo una trentina di cineoperatori e fotografi. Silvia, in un elegante completo nero, è rimasta sull’aereo un quarto d’ora. Poi ha sceso spedita la scaletta dell’aereo ed è salita su una delle quattro macchine della polizia che l’attendevano, diretta a Rebibbia, dove da questa mattina si tiene un sit-in di benvenuto. E dove, nel pomeriggio, la protagonista della vicenda tiene una conferenza stampa.
Alle dodici e un quarto la Baraldini è arrivata a Rebibbia. Il lungo corteo delle auto di scorta è stato accolto al grido “Per Silvia Baraldini libertà “, e “Liberi tutti”.
Ma un consistente schieramento delle forze dell’ordine ha impedito che i partecipanti al sit-in, contrariamente a quanto era stato reso noto in precedenza, riuscissero a salutare Silvia. Qualcuno ha stappato una bottiglia di champagne che ha bagnato la folla, di circa trecento persone, e alcune donne hanno gettato mazzi di rose sull’auto.
Alla manifestazione spontanea oltre al direttore di “Liberazione” Sandro Curzi, partecipano anche Lucio Manisco, Giovanni Russo Spena, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, Armando Cossutta, Marco Rizzo e la delegazione parlamentare quasi al completo dei Comunisti italiani, che colgono l’occasione per marcare un punto politico sull’utilità della loro permanenza nel governo D’Alema. Ma ci sono anche gli ex compagni di Rifondazione comunista.
Una vera e propria festa, con tanto di esibizione di gruppi musicali che suoneranno le canzoni dedicate in questi anni alla Baraldini e la vendita di magliette con la sua foto.
(R.R.)

Pubblicato da Ugo Volli

E vale la pena di ricordare che per avere la Baraldini ci siamo svenduti i morti del Cermis (certo poi che quello lì, tra mafia, terrorismo nostrano e terrorismo islamico, ci ha sempre marciato alla grande)

ESPOSIZIONE MEDIATICA

Molto spesso fior di ministri sono andati ad accogliere navi cariche di migranti che arrivavano in Italia privi di qualsiasi tipo di documento.
Nel 2017 mezzo governo ed altissime cariche dello stato hanno partecipato a Fermo ai funerali di un nigeriano morto in una rissa.
A suo tempo Renzi fece recuperare dal fondo del mediterraneo un barcone affondato ed i corpi di alcuni migranti. Dopo il recupero, costoso e pericoloso, il barcone fu esposto a Milano. Val la pena di notare che tutti i mari sono pieni di relitti di vari naufragi coi corpi delle vittime.
In tutti questi casi, e tantissimi altri potrei citarne, NESSUNO, mi pare, ha parlato di eccessiva “esposizione mediatica”.
E poi, scusate, forse che quando è stato catturato Totò Riina, o quando viene catturato qualche noto boss della mafia, non ci sono scene di esultanza, conferenze stampa, dichiarazioni roboanti?
Cesare battisti era latitante da quasi 40 anni, nessuno era riuscito a prenderlo, anche perché difeso da note icone della sinistra: Mitterand prima e Lula dopo.
E’ stato catturato non a pochi chilometri da casa sua, in Italia, come è successo per tanti boss mafiosi, ma in Bolivia, a migliaia di chilometri da casa nostra.
Perché chi ha condotto questa operazione che è lecito definire brillante non deve mostrare soddisfazione? Certo, Saviano, Vauro, Gentiloni, Giuliano Ferrara e tanti altri avrebbero preferito che quasi non si parlasse della cattura di Battisti, al massimo due parole in coda ai titoli dei TG. Per fortuna al mondo non ci sono soltanto questi personaggi.

Giovanni Bernardini

I giubbotti di Salvini e l’amorevole attenzione per Cesare Battisti

Herman Göring amava indossare divise militari personalizzate, non gli si addiceva la plumbea sobrietà di altri gerarchi nazisti, Matteo Salvini ama invece fare sfoggia di giubbotti delle forze dell’ordine e ciò proprio non piace al Tribuno della Virtù, Roberto Saviano e ad altri come lui, i quali vi vedono un preoccupante segno, insieme ad altri, naturalmente, di propensioni dittatoriali.
D’altronde chi se non il Grande Moralista di Repubblica, il barbuto e fiero Eugenio, inventando una nuova categoria politica, ha definito Salvini, “semi-dittatore”? Quella per cui si è dittatori al 50% o forse al 25% o con una quota di partecipazione ancor più bassa. E’ probabile che anche l’Eugenio Furioso veda nel fatto che Salvini indossi giubbotti della polizia il segno di quella dittatura che presto arriverà e non sarà più, immaginiamo, semi, ma completa.
E un giubbotto della polizia indossava il Ministro dell’Interno a Ciampino, in attesa di vedere sbarcare dall’aereo sul quale volava, il “regalo” di Jair Bolsonaro, quel Cesare Battisti, pluriomicida, che da 37 anni era latitante e che ora, finalmente, è stato consegnato alle patrie galere.
Non è certo un caso che questo sia accaduto dopo che la sinistra al governo in Brasile e quella al governo in Italia, abbia dovuto cedere il passo alla destra, perché fino a quando Matteo Renzi e altri prima di lui, si intrattenevano con l’attuale detenuto Lula, Cesare Battisti, da quest’ultimo graziato, poteva godersela pienamente la sua abusiva libertà. Ma queste sono, come dire?, specificazioni insostanziali, ciò che conta è accusare il semi-dittatore della Lega di avere apparecchiato tutto uno spettacolo per il rientro di Battisti che altro non sarebbe se non uno spot pro domo sua.
Ed eccolo dunque in “divisa”, barbuto e accigliato che attende l’arrivo dell’assassino che si mascherò da rivoluzionario e per questo godette dei favori di tutti i cultori a sinistra di quei giovani e di quelle giovani che sbandarono sì, ma per ideali giusti, mica come gli eversori neri, i fascisti, implacabilmente da condannare come si devono fermamente condannare fascismo e nazismo lasciando tuttavia una pirroniana sospensione del giudizio sul comunismo.
Matteo Salvini in giubbotto della polizia che augura all’omonimo del patriota italiano di “marcire” in cella non piace agli umanisti e ipergarantisti di un altro giornale, Il Foglio, dove è tutta una sassaiola di sferzate ed epiteti contro Il Truce. Ci si mette pure il Gran Dottore in pietas ed umanesimo che è diventato Adriano Sofri, il quale dopo averci detto che il carcere è vendetta cestinando Beccaria ci informa che nel non pensarla come lui la “grandissima maggioranza delle autorità pubbliche“, alcune di esse avrebbero oltrepassato “la soglia della legalità formale“. Chi in particolare? Il Truce, ça va sans dire.
“Salvini è rivelatore per eccesso”, scrive Sofri, “si prende una licenza personale, da buffone di corte promosso a titolare delle guardie in un nuovo carnevale. Ha anche detto, ieri, dopo essere andato a ricevere Battisti all’aeroporto: ‘Spero di non vederlo da vicino’. Bastava la televisione. Ha fatto capire che sarebbe stato più forte di lui, da vicino, l’impulso a farsi giustizia con le sue mani, tenetemi sennò. Gli agenti penitenziari, quelli nei cui panni mi ero messo sopra, lo vedranno giorno e notte da vicinissimo, Battisti. Speriamo che siano più controllati del ministro”.
E’ alta e nobile questa preoccupazione nei confronti dei rei da parte di un ex reo, affinché non subiscano danneggiamenti in carcere, soprattutto quando il Ministro dell’Interno usa un linguaggio colorito. Non sia mai che qualcuno possa prenderlo in parola e torcere un capello al Battisti, proprio come venne preso in parola Adriano Sofri parecchi anni fa da chi poi tolse la vita al commissario Calabresi.
Ma in uno stato di diritto è importante che gli assassini siano protetti e garantiti, fu così anche per Charles Manson che non uscì mai dal carcere fino alla fine e che non risulta sia stato malmenato o vessato in carcere. L’importante è sottolineare, quanto pericoloso o potenzialmente tale sia Salvini.
Battisti oggi non lo è più, scrive libri polizieschi dove sono i suoi protagonisti ad ammazzare, lui lo ha fatto tanto tempo fa, ed è giusto preoccuparsi come fa Sofri, che venga trattato con adeguata considerazione soprattutto quando Ministro dell’Interno è un semi-dittatore a cui piace indossare temibili giubbotti

Niram Ferretti, 16/01/19

Mi pare che ci sia tutto, quindi posso chiudere.

barbara

AMOS OZ 1

(Anche se ne avevo già parlato qui), perché è giusto dire pane al pane

Amos Oz: Risveglio mancato.

Di Niram Ferretti

Postato il 29 dicembre 2018

Amos Oz è stato tra i più celebrati scrittori israeliani degli ultimi decenni e, insieme ai due colleghi David Grossman e Abraham Yehoshua, ha rappresentato il tipico esempio dell’artista-intellettuale progressista molto critico nei confronti dello Stato ebraico, seppure dichiaratamente sionista, che così tanto è piaciuto e piace all’Europa post-identitaria e filo palestinese di oggi, e soprattutto al milieu salottiero accademico, politico e letterario degli esecratori professionisti di Israele.
Amos Oz, come Yitzhak Rabin e Shimon Peres era già in vita una icona, quasi un santino, quello dell’uomo dello slancio e della speranza, della spem contra spem, o meglio, dello sprezzo della realtà. Non fu responsabile, come Rabin e Peres, di avere prelevato dal cono d’ombra in cui era finito, il lord of terror Yasser Arafat, per insediare lui e la sua organizzazione criminale nel cuore di Israele, ma fu responsabile di tanti bei gesti, pensieri e parole che hanno costantemente negato la verità dei fatti, cercando di piegare la loro proterva indocilità alle sue nobili astrazioni. In questo assomigliava un po’ a Judah Leib Magnes, rabbino e pacifista, fondatore e cancelliere dell’Università ebraica di Gerusalemme, il quale, nel 1926, fondò insieme a Martin Buber, il movimento Brit Shalom (alleanza per la pace) il cui obbiettivo era quello di creare in Palestina un ponte tra ebrei e arabi. Nel 1929, il movimento si stava già disintegrando sotto la pressione dei tumulti arabi e delle 130 vittime ebree che essi provocarono. Nel 1948, durante la guerra civile tra arabi e israeliani Magnes capì che i suoi ideali si erano infranti definitivamente. La realtà, nella sua incalzante brutalità, aveva smentito tutti i suoi assunti.
Il 21 giugno del 1982, Oz scrisse su Yediot Aharonot una lettera aperta a Menachem Begin, quando la guerra del Libano era iniziata da sedici giorni, lettera in cui lo scrittore faceva presente al primo ministro in carica che Hitler era morto da 37 anni e la morte di migliaia di arabi non avrebbe guarito la “ferita intatta” di non avere potuto uccidere con le proprie mani il dittatore nazista.
Già, gli arabi e la sofferenza a loro inflitta, sono sempre stati al centro dei pensieri di Amos Oz, del suo umanesimo incondizionato, e dunque sterile, autoreferente. È sempre lui che, in un’altra occasione, inviò in carcere al pluriomicida Marwan Baraghouti, a capo, durante la Seconda Intifada, delle sezioni più estremiste di Fatah, la Brigata Tanzim e quelle dei martiri di Aksa, responsabili dell’uccisione di più di cento persone soprattutto civili tra il 2001 e il 2006, una copia del suo libro più famoso Una storia di amore  e  di  tenebra. Il libro era accompagnato da una dedica sentita, “Questa storia è la nostra storia. Spero che la leggerai e ci capirai meglio come noi cerchiamo di capire te. Sperando di incontrarci presto in pace e libertà”. Pace e libertà con chi ha fondato la propria ragione d’essere sull’odio per Israele. Ma per Amos Oz la volontà omicida arabo-palestinese era convertibile in bene.
Nel 2010, in un intervento pubblicato sul New York Times definì Hamas “Non solo una organizzazione terroristica. Hamas è una idea disperata e fanatica nata dalla desolazione e dalla frustrazione di molti palestinesi”. L’Islamismo, la fedeltà assoluta a un idea di mondo fondata sulla sottomissione piena, politica, civile, religiosa, al volere di Allah, il profondo compatto antisemitismo nato da una fusione tra quello teologico coranico e quello di importazione nazista, tutto questo, per lo scrittore israeliano era “una idea disperata e fanatica nata dalla desolazione e dalla frustrazione”.
Nel 2016 fece sapere al Ministero degli Esteri israeliano che non avrebbe più partecipato ad eventi sponsorizzati dal governo in carica ritenuto, contro ogni evidenza, il principale responsabile della pace interrotta. A chi gli chiese se questa decisione non avrebbe rafforzato gli adepti del movimento di boicottaggio contro Israele, Oz rispose candidamente che lui non sosteneva il BDS, come se dissociarsi dalle iniziative promosse dal governo in carica non avrebbe portato acqua al mulino degli odiatori professionisti, di coloro che cercano costantemente di danneggiare Israele con parole e fatti.
In compenso è stato orgoglioso sostenitore di B’Tselem, la ONG israeliana di estrema sinistra finanziata con capitali stranieri che da anni ha come obbiettivo quello di presentare Israele come uno stato criminale, e il cui direttore, Hagai El-Ad, l’ottobre scorso all’ONU, seduto accanto a Riad Mansour, rappresentate del virtuale Stato palestinese attaccava il suo paese costringendo Benjamin Netanyahu a dichiarare:
“Mentre i nostri soldati si preparano a difendere Israele, il direttore di B’Tselem sceglie di dare all’ONU un discorso pieno di menzogne in un tentativo di aiutare i nemici di Israele. La condotta di B’Tselem è una disgrazia che verrà ricordata come un breve e temporaneo episodio nella storia della nostra nazione.”
Ripetendo il verbo di B’Tselem, nel 2016, Oz scriveva in una lettera, “L’occupazione quest’anno compie già 49 anni. Sono certo che debba finire al più presto per il futuro dello Stato di Israele, un futuro a cui dedico il mio impegno profondo. In considerazione delle politiche sempre più estreme del governo israeliano, chiaramente intenzionato a controllare i territori occupati espropriandoli alla popolazione locale palestinese, ho appena deciso di non partecipare più ad alcuna iniziativa in mio onore delle ambasciate israeliane del mondo”.
Testo grossolano, da travet della propaganda, perché si può essere scrittori di talento e al contempo mediocri portavoce delle parole altrui, in cui rifulgono falsità palesi. Oz, infatti non poteva non sapere che quell’”occupazione” di cui parlava, il feticcio persistente della propaganda palestinese e fatto proprio dalla sinistra occidentale è una menzogna ricorrente, venuta meno definitivamente con gli Accordi di Oslo del 1993-1995 e la ripartizione della Cisgiordania in tre aree separate, di cui l’Area A, sotto piena sovraintendenza palestinese, quella B sotto gestione mista e solo quella C, che in un futuro accordo verrebbe comunque ceduta a Israele, interamente sotto tutela israeliana. Così come non poteva non sapere che mai nessun accordo aveva destinato la Cisgiordania a un futuro Stato palestinese, ma semmai la Conferenza di San Remo del 1920 e il Mandato Britannico per la Palestina del 1922 l’avevano destinata al popolamento ebraico.
Diversamente da Judah Leib Magnes, che si riebbe dalle illusioni giovanili e tornò negli Stati Uniti per morirvi, con il timore che gli arabi avessero tutto il tempo a disposizione per distruggere Israele (e i fatti gli diedero terribilmente ragione, nel 1967 e poi ancora nel 1973, e poi di nuovo con le due intifade), Amos Oz non si è mai riavuto, passando dalla mobilità dell’utopia, alla rigidità dell’ideologia.

Solo in una cosa dissento da Niram Ferretti: le doti letterarie. alcuni suoi libri non mi sono dispiaciuti, ma il “capolavoro della sua vita,” Storia di amore e di tenebra, non sono neppure riuscita a leggerlo. Ho resistito eroicamente finché ho potuto con quell’indigeribile mattone, ma alla fine non ce l’ho più fatta. La cosa curiosa è che ero convinta di essere arrivata a metà, e invece quando l’ho ripreso in mano, arresa all’evidenza che non sarei mai riuscita ad andare avanti, per metterlo sullo scaffale, ho trovato il segnalibro a pagina 150, ossia a un quarto: tanto mi era pesato, che ero convinta di essermene sorbita il doppio. e di quel quarto non ricordo assolutamente niente.

barbara

SOROS, IL MONDO E NOI. E ISRAELE

Ancora uno splendido pezzo di Niram Ferretti

Palindromo filantropico

ottobre 21, 2018

di Niram Ferretti  

Nei suoi Tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo, Vladimir Sergeevič Solov’ëv presenta il filus perditionis come un grande filantropo venuto per unificare i popoli e instaurare una Chiesa universale, abbattendo divisioni, particolarismi e settarismi. George Soros, non è, naturalmente, l’Anticristo, ma è, come il protagonista del libro di Solov’ev, un filantropo e come tale si presenta sulla scena nella veste di guerriero del progresso che può plasmare demiurgicamente la realtà, i fatti, in virtù dell’enorme ricchezza di cui dispone. L’uomo, d’altronde, ha di sé una opinione molto alta, “diventare la coscienza del mondo” e non a caso, il suo biografo, ha intitolato il libro a lui dedicato The Life and Times of a Messianic Billionare. Di sicuro il messianismo di Soros è, come tutti i messianismi, improntato a redimere l’umano, se non dalle sue contraddizioni esistenziali sicuramente da quelle storiche sociali. A questo scopo, nel 2017, ha dirottato diciotto miliardi di dollari delle sue sostanze alla Open Society Foundations, la grande organizzazione creata allo scopo di promuovere un futuro più democratico in linea con ciò che per lui significano democrazia e progresso.
“Società aperta” è una definizione prelevata da Karl Popper che, a sua volta l’aveva mutuata da Henri Bergson, ed è, ancora una volta, uno di quegli splendidi trucchi lessicali dal sapore umanitario di cui la nostra epoca va ghiotta. Perché dichiararsi a favore di una società aperta evoca immediatamente un’immagine di maggiore libertà e tolleranza, di circolazione delle idee, di pluralismo, di altruismo, in contrasto con quella di una società chiusa ed egoista, nemica della diversità, razzista.
Solo che poi la teoria deve farsi prassi, l’idea deve incarnarsi nel concreto ed è a questo punto che l’agenda umanitaria e universalista di Soros si rivela essere radicalmente in opposizione con ogni idea di tradizione, di ordinamento consolidato, di consistenza etnica e nazionale. Per il magnate ungherese di origine ebrea nazionalizzato americano, nato Schwartz e poi trasformato in Soros da un padre innamorato dell’Esperanto,  totalitario non è solo ogni regime che come quello nazista o comunista, confischi la libertà riducendo gli uomini a meri epifenomeni di un’unica volontà collettiva superiore, ma ogni confine, ogni identità di popolo, ogni rivendicazione culturale forte da parte di una civiltà e di una nazione.
In questo senso il sentire di Soros è perfettamente allineato a quello maggioritario europeo attuale, allo scollamento identitario di cui l’Europa è portatrice, ed è altresì allineato alla teologia dell’immigrazione come destino ineludibile, di conseguenza ferocemente avverso a tutto ciò che vi si oppone. Tutti i dubbiosi o i non allineati sono nemici del progresso. Il meccanismo è sempre quello. E il progresso si dispiega in una pletora di organizzazioni non governative che nella loro diversità, tuttavia hanno tutte un comune denominatore, come sottolinea Caroline Glick:
“Cosa ha a che fare il cambiamento climatico con l’immigrazione illegale africana in Israele? Cosa ha a che fare Occupy Wall Street con le politiche immigrazioniste greche? Il fatto è che I progetti appoggiati da Soros condividono una base di attributi comuni.
Operano tutti nell’indebolire le autorità nazionali e locali all’interno delle democrazie finalizzate a sostenere le leggi e i valori delle loro nazioni e comunità. Operano tutte per danneggiare i liberi mercati, sia che essi siano finanziari, ideologici, politici o scientifici. Lo fanno in nome della democrazia, dei diritti umani, della giustizia economica, razziale e sessuale e di altri termini nobili”[1].
Lo fanno in nome di. E’ fondamentale che sia così. Il Bene va annunciato e promosso come lo scopo da perseguire, cosa comporti effettivamente perseguirlo è un altro paio di maniche. Lo sottolinea Douglas Murray:
“Nel 2015 il finanziere miliardario George Soros ha speso considerevoli somme di denaro per finanziare gruppi di pressione e istituzioni promuoventi i confine aperti e il libero movimento dei migranti dentro e intorno all’Europa. Insieme a un sito internet chiamato Welcome2EU, la sua Open Society Foundations ha pubblicato milioni di volantini allo scopo di informare i migranti su cosa fare. I volantini li informavano su come arrivare in Europa, quali fossero i loro diritti una volta lì e cosa potessero fare e non fare le autorità. I gruppi sostenevano apertamente la ‘resistenza contro il regime europeo dei confini’”[2]
Lo sfondamento dei confini, dei bordi, il loro oltrepassamento, non è solo un auspicio concreto, una precisa direttiva politica, chiaramente esplicitata da un sodale di Soros, come il defunto grand commis della UE, Peter Sutherland, “Chiederò ai governi di cooperare, di riconoscere che la sovranità è una illusione, che la sovranità è una illusione totale che deve essere messa alle nostre spalle. Il tempo del nascondersi dietro i confini e i cancelli se ne è andato da molto tempo”[3], ma è una drammatica metafora di un crepuscolo, e di una orfanità imposte.
Nella stessa intervista in cui faceva questa dichiarazione, Sutherland aggiungeva emblematicamente a conclusione del suo pensiero, “Dobbiamo lavorare insieme e cooperare insieme per rendere il mondo migliore. E ciò significa affrontare alcune delle vecchie parole d’ordine e delle vecchie memorie storiche e immagini dei nostri paesi e riconoscere che siamo parte dell’umanità“[4] (corsivi miei).
Vino vecchio in otri nuovi. Saint Simon e Auguste Comte precedono Peter Sutherland e George Soros, si stagliano alle loro spalle. Soprattutto Comte il quale si considerava “fondateur de la religion de l’humanitè”. Il progetto è sicuramente ambizioso, ma proprio per questo vale la pena intraprenderlo.
In Underwriting Democracy il suo libro del 1991, Soros non fa mistero di “avere portato con me fin dall’infanzia delle fantasie messianiche piuttosto potenti”[5].
Rifare il mondo, raddrizzarlo è una costante gnostica sempre presente in quelle che sono le sue declinazioni filosofiche politiche moderne come ha mostrato impareggiabilmente Eric Voegelin nel corso della sua monumentale opera, “La conoscenza, gnosis del metodo di alterare l’essere è la principale preoccupazione dello gnostico…La costruzione di una formula per la propria salvezza e per quella del mondo, insieme alla disponibilità dello gnostico nel presentarsi come un profeta il quale annuncerà il suo sapere a proposito della salvezza dell’umanità[6]“. E Soros il suo “sapere” lo ha annunciato senza sosta, soprattutto agendolo attraverso la Open Society Foundations, il suo lascito perenne per il manifestarsi del progresso.
L’umanità, al posto dei popoli e delle nazioni, delle memorie condivise, delle proprie radici, questa astrazione radicale figliata dall’Illuminismo radicalizzato e poi trasfusa nel positivismo e trapassata nel marxismo, questa finta essenza che nega il fatto empirico in base al quale, al di là di una comunanza umana ontologica, il fatto umano non è mai stato puro ma si è sempre declinato in una appartenenza a vincoli sociali e culturali, a tradizioni, memorie condivise, fedeltà, legami.
Nel mondo senza confini di George Soros, quello dell’Umanità, sogno rivoluzionario realizzato, poiché, “Nella prospettiva del futuro conta solo la liberazione globale e definitiva”[7], Israele è un altro ostacolo che deve essere superato insieme al grande agente del male sulla terra, gli Stati Uniti. E deve esserlo perché (come gli Stati Uniti) è uno Stato nazione e come tale è fondato su una forte coscienza di sé, su una decisa appartenenza identitaria, su una fondamentale condivisione di storia e di memoria. Nella post-histoire del “filosofo fallito” (come Soros stesso si è definito), poi diventato uno dei giocatori politico-economici più influenti del pianeta, Israele, così com’è, non ha alcun diritto di cittadinanza. Di nuovo Caroline Glick:
“Per quanto concerne Israele, Soros ha sostenuto organizzazioni finalizzate a delegittimare ogni aspetto della società israeliana come razzista e illegittimo. I palestinesi sono un punto focale dei suoi attacchi. Li usa per affermare che Israele è uno stato razzista. Soros finanzia gruppi di sinistra moderata, gruppi di estrema sinistra, gruppi di arabi israeliani e gruppi palestinesi. In vari modi complementari, questi gruppi dicono ai loro pubblico mirato che Israele non ha alcun diritto di difendere se stesso o applicare le sue leggi nei confronti di cittadini non ebrei”[8].
La recente Legge Base passata alla Knesset, che ha semplicemente certificato una tautologia, che Israele è lo Stato degli ebrei, e il clamore che ha suscitato venendo accusata di discriminazione e razzismo nei confronti delle altre minoranze, nello specifico la più cospicua, quella araba, rappresenta una ulteriore conferma della potenza pervasiva della narrativa egemone, quella che vola sulle ali dello Spirito del Tempo e che Soros promuove attraverso la sua tentacolare fondazione.
L’attacco politico-mediatico alla legge Base sullo Stato ebraico fa parte della medesima Weltanschauung secondo cui, come dichiarò Peter Sutherland in una delle sue ultime interviste, il “vecchio” deve lasciare il posto al nuovo, perché il vecchio è il male e il nuovo è il bene.
L’essenza del futuro, del progresso, non può essere che morale. Bisogna fare bene attenzione a questo imperativo, esso è un dogma, e come tutti i dogmi, chiunque osi metterlo in discussione è sospinto a forza nel regno delle tenebre della contro-reazione, di chi si oppone al cambiamento, perché il cambiamento è sempre necessariamente buono. Così, Vickor Orbán, il premier magiaro che nel 2015 critica pubblicamente Soros per “appoggiare qualsiasi cosa che indebolisca gli stati nazione”[9] e che lo ha costantemente preso di mira accusandolo di promuovere a più non posso l’immigrazione musulmana in Ungheria, diventa automaticamente, a tutti gli effetti, uno dei simboli irriducibili del male.
Il nazionalismo messianico che ha dominato gli Stati europei dall’inizio del Novecento ed è stato uno dei motori delle due grandi guerre che hanno insanguinato il “secolo breve”, si è trasformato progressivamente nel messianismo dell’Unione Europea e nel fondamentalismo post nazionalista di chi, come Soros, Sutherland e altri vorrebbe il futuro del continente ma anche quello degli Stati Uniti e di Israele, uniformato ad un unico modello di società.
Una società senza identità specifica, ibrida in cui le irriducibili differenze dei vari popoli si fonderebbero in un unico melting pot all’interno del quale dovrebbe prevalere una utopica armonia. Questo progetto essenzialmente gnostico (abolizione dei confini, delle differenze, delle autonomie e delle essenze culturali, distruzione dello “spirito” dei popoli), come sempre, con ogni progetto gnostico, al posto della realtà di primo livello (quella concreta, empirica), sostituisce una realtà di secondo livello (astratta, mentale).
Esso si fonda sulla speranza (ragionevolmente fondata) che l’Occidente dissolva la propria identità, non tenendo assolutamente conto che l’Islam, diversamente da quanto l’Occidente ha fatto, è rimasto per 1400 anni essenzialmente fedele alla propria vocazione teopolitica, cioè quella di essere un grande progetto totalizzante di società e mondo, fondato su quei presupposti identitari forti che l’Occidente ha progressivamente perso, e che Soros e i “progressisti”, sulla sua scia vorrebbero perdesse definitivamente.

[1] Caroline Glick, Soros Campaign of Global Chaos, Frontpage Magazine, 23 agosto 2016.
2 Douglas Murray, The Strange Death of Europe, Immigration, Identity, Islam, Bloomsbury, 2017, p. 184.
3 UN News Centre, “Refugees are the responsibility of the world… Proximity doesn’t define responsibility”, Intervista con Peter Sutherland, 2 ottobre 2015.
4 Ibid.
5 George Soros, Underwriting Democracy, Pubblic Affairs 1991, p.103.
6 Eric Voegelin, Science, Politics & Gnosticism, ISI Books, 2004, p.65.
7 Leszek Kolakowski, Lo spirito rivoluzionario, La radice apocalittico-religiosa del pensiero politico moderno, PGRECO Edizioni, 2013, p.15.
8 Caroline Glick, Art. cit.
9 Viktor Orbàn citato da Douglas Murray in The Strange Death of Europe, Bloombsbury, 2017, p.185

Un mondo così, insomma. E in più il fatto che purtroppo, suo malgrado – molto malgrado – Soros è ebreo. Non di religione, ma questo per qualcuno non conta: il sangue, per i nazisti, non si lava, e tanto basta per gridare al complotto ebraico. E per dare – paradosso dei paradossi – dell’antisemita a chi lo critica. Mala tempora currunt.

barbara

A PROPOSITO DEL “CASO KAVANAUGH” (e dintorni)

Illuminanti sul caso Kavanaugh le parole di Candace Owens, giornalista conservatrice afroamericana:
“ATTENTION BLACK AMERICA:
The last time a mob of white liberals demanded that we believe women without due process, our ancestors were hung from trees
Under no circumstance should we allow this radical feminism to persist.”

[ATTENZIONE AMERICA NERA: l’ultima volta che una folla di bianchi liberals ha chiesto che si credesse alle donne senza un regolare processo, i nostri antenati furono impiccati agli alberi. Non dobbiamo permettere a nessun costo a questo femminismo radicale di andare avanti]

Questo commento è stato lasciato al post di Niran Ferretti, che posto qui di seguito.

RESISTERE

Mentre i cacciatori democratici di teste in USA, gli stessi che mandavano al rogo le streghe a Salem nel 1600, chiedono la testa di Bret Kavanaugh, accusato dopo 35 anni di avere cercato di abusare quando ne aveva 17 della 15enne Christine Blasey Ford, qui in Italia, Matteo Renzi invoca la “resistenza civile” contro il governo in carica. Lo diceva già Francesco Saverio Borelli all’epoca di Mani Pulite, “Resistere, resistere, resistere”.
LORO, sanno resistere. Resistono all’avanzata cupa e nera della destra, dei sovranisti, dei disarticolatori delle regole civili, e come fanno a resistere? Montando casi inesistenti, ricorrendo alle procure, cercando in tutti i modi di sovvertire il voto popolare. Lo fanno in USA, dove Donald Trump, da quando è stato eletto presidente è braccato senza sosta da chi cerca di incastrarlo con questo e quell’altro scandalo, succede in Israele dove la sinistra cerca di disarcionare il maggiore statista israeliano degli ultimi trent’anni per via giudiziaria, succede in Italia dove Matteo Salvini viene indagato per sequestro di persona relativamente al caso della Diciotti, succede in Francia dove i virtuosissimi giudici di Nanterre intimano a Marine Le Pen di sottoporsi a una visita psichiatrica per avere postato nel 2015 via Tweet, immagini di corpi decapitati dall’ISIS.
Intanto, alla UE, viene “processato” Viktor Orbàn per i suoi metodi spicci e poco liberali non in sintonia con lo spirito illuminato e illuminista dell’Unione Europa che da decenni sostiene a spada tratta l’Autorità Palestinese, finanzia ONG anti-israeliane, sostiene il boicottaggio dei prodotti che escono dalla Cisgiordania, e tenta in tutti i modi di fare buoni affari con un regime criminale come quello iraniano che ha nella dichiarata distruzione di Israele uno dei suoi capisaldi ideologici.
Sì, bisogna resistere, ma contro di loro, i talebani progressisti convinti di essere i padroni della Storia e di avere dalla loro la Verità. Stanno perdendo terreno dopo decenni di egemonia culturale e hanno paura perché il vento sta soffiando in un’altra direzione. Lo vedremo presto anche in Germania, la Germania di Mama Merkel che si prostra a Erdogan a Colonia e ha cercato di imporre all’Europa dell’Est i migranti musulmani, ma Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia le hanno fatto il gesto dell’ombrello.
Sì bisogna resistere a settanta anni di marxismo culturale e fare in modo di resistere con forza, determinazione e soprattutto con i fatti come sta facendo egregiamente Donald Trump.

Sempre di Niram Ferretti il più recente articolo che segue.

DICIASSETTE ANNI

“They destroy people, they want to destroy people” ha detto Donald Trump a proposito del caso Kavanaugh, durante un rally a Southaven, Mississipi, e ha sottolineato come sia assai difficile oggi essere un giovane maschio negli USA.
Sull’onda dell’isteria flagellatrice del movimento talebano Metoo# ogni maschio è colpevole fin tanto che dimostri di essere innocente.
Trentasei anni fa, il giudice Bret Kavanaugh avrebbe molestato, quando aveva 17 anni, ripetiamolo DICIASSETTE ANNI, una ragazza di 15, durante una festa liceale. Non l’avrebbe violentata, no, l’avrebbe molestata. Si era bevuto un po’ di birra.
Per questa “accusa” che in Italia e in ogni paese mediterraneo farebbe ridere tutti a crepapelle, Bret Kavanaugh è stato messo alla pubblica gogna, il suo nome infangato come se fosse a capo di un racket di pedofili, la sua famiglia messa a dura prova. E tutto questo perché? Perché Donald Trump ha osato sceglierlo in merito al suo curriculum esemplare, come giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti. E improvvisamente il passato è tornato come una tegola per colpire il giudice. Singolare eh?
Tempi difficili. A Marine Le Pen viene chiesto di sottoporsi a perizia psichiatrica per avere postato foto di corpi decapitati dall’ISIS, il giudice Brett Kavanaugh viene trascinato nel fango perché 36 anni fa, quando era un adolescente, avrebbe molestato una quindicenne.
Ora aspettiamo altre accuse. Forse quando aveva nove anni Kavanaugh ha giocato al dottore con una bambina. Forse sì.
Aspettiamo che quella bambina si faccia avanti.

E hanno il coraggio di parlare di giustizia a orologeria per Riace (quando si dice la faccia di bronzo!)

Quanto alla memoria della “molestia” che si risveglia dopo un tempo da far mangiare la polvere all’asietta nostra, non mi metto neanche a commentarlo, tanto è delirante. (dite che ci starebbe troppo male un sonoro: chi ti paga?)

barbara

PERCHÉ CE L’HO CON ASIA ARGENTO

e con le sue compagne di merende. Innanzitutto ve lo faccio dire dall’ormai mitico Niram Ferretti, che riesce sempre a dire tutto molto meglio di me. Non lasciatevi ingannare dal fatto che all’inizio sembra parlare di tutt’altro: parla esattamente di questo.

Ecco, e ora faccio io la mia parte. Io so che cosa sono le molestie sessuali. Quelle vere. Quelle pesantissime. Quelle persecutorie. Quelle implacabili, spietate, che continuano mese dopo mese, anno dopo anno. Quelle ineludibili, che non lasciano scampo. Lo stupro no, non l’ho vissuto, ma solo perché quando mi ci sono trovata, in parte ho fatto istintivamente le mosse giuste, in parte ho avuto fortuna. Non tutte hanno fortuna. E non tutte hanno il dono di un istinto che nelle situazioni critiche – di qualunque genere – induce a fare, senza doverci pensare, le cose giuste. E si tratta di milioni di donne, ragazze, bambine, decine di milioni, forse anche qualche centinaio di milioni. E non sono disposta a tollerare che un branco di prostitute in disarmo, che quando erano giovani si sono costruite carriere e fama e soldi a palate dandola a destra e a manca e ora, invecchiate e con un corpo non più spendibile, tentano fabbricarsi le condizioni per morire in odore di santità a spese di chi le ha rese ricche e famose, attirino su di sé tutti i riflettori mediatici distogliendoli dalle vittime vere.

barbara

NIRAM FERRETTI SOSPESO DA FB PER 30 GIORNI

Per la terza volta in brevissimo tempo. Questo l’orrendissimo articolo che gli ha meritato la severa punizione.

“Gaza, mamma palestinese incinta e la figlia di un anno e mezzo uccise nei bombardamenti”. Questo è il titolo di un articolo sull’edizione online di La Repubblica. L’intento è esplicito. Fomentare l’odio verso Israele e dare la stura all’antisemismo. Cosa c’è di meglio se non evidenziare che Israele uccide le donne e i bambini? Fa sempre un certo effetto e rincuora gli animi di chi afferma che i soldati dell’IDF sarebbero come i nazisti. La notizia della morte, vera o presunta, della donna è fornita da Hamas. Ovviamente nel titolo si omette qualsiasi riferimento al fatto che da Gaza sono partiti 150 razzi contro Israele e che, Israele ha risposto di conseguenza. Si titola così, ad effetto. Funziona sempre. Goebbels lo ha insegnato bene, poche idee, semplici, costantemente ripetute. Israele che ammazza donne e bambini è irresistibile, è uno dei capisaldi del romanzo criminale sullo Stato ebraico, null’altro se non la continuazione del romanzo criminale sugli ebrei che dura da millenni. Bisogna dire che La Repubblica è ormai diventata poco più di una latrina. Il tanfo è irrespirabile, soprattutto in estate, quando gli odori si percepiscono più netti a causa della calura. Da quando la direzione è sotto la tutela di Mario Calabresi, il precipitare verso il basso è una picchiata senza sosta. Meno male che l’esimio titolare del giornale e del gruppo L’Espresso, l’ingegnere Carlo DeBenedetti, ha saputo individuare in Matteo Salvini il vero antisemita.

Invito tutti gli amici a condividerlo nel proprio blog e, se qualcuno se la sente, anche su FB, come ha fatto l’amico Enrico Richetti, dal quale l’ho ripreso.

Restando in tema di spudorata disinformazione su Israele, aggiungo l’infame episodio della foto della “bambina di due anni uccisa dagli israeliani insieme alla mamma incinta”, naturalmente con l’immancabile corredo di pupazzo orsacchiotto e la tenerissima Hello Kitty in mezzo alle macerie della casa, ovviamente pulitissimi, come sempre.
bambina 1
Si tratta in realtà della foto di una bambina americana presa a caso da Instagram,
bambina 2
per toccare cuore e pancia con quegli occhioni innocenti spalancati sul mondo, che i perfidi giud sionisti hanno chiuso per sempre. Perché è così che funziona: prima inventi l’etichetta (israeliani=nazisti), poi inventi la notizia (israeliani uccidono donne e bambini), poi peschi fuori da un sito qualsiasi un’immagine qualsiasi che si sposi con la notizia inventata, ed ecco dimostrato che l’etichetta era corretta. E funziona sempre.

barbara

QUANTI SONO?

Quanti sono i civili disarmati indifesi “feriti” dai cecchini* israeliani?
ferito
Poi, oltre a questi che ogni tanto si fanno beccare, ci sono quelli che “vedete” feriti. Funziona così:

*cecchino è un tiratore appostato in luogo coperto che attende non visto il passaggio di un nemico per colpirlo a sorpresa (guerra in Bosnia, per dirne una recente. E i “giornalisti” non di rado si piazzavano accanto a uno di loro, magari pagandolo, per poter filmare o fotografare l’assassinio a sangue freddo della donna che sfidava la morte per andare a comprare un po’ di pane per i propri figli, o il bambino sfuggito al controllo della mamma). I tiratori scelti israeliani sono in uno spazio aperto, perfettamente visibili, e colpiscono nemici che tentano di fare irruzione nel territorio nazionale. Trovo vergognosa questa prostituzione semantica per cui un terrorista suicida che, magari travestito da ebreo ortodosso per non suscitare sospetti e meglio mimetizzarsi, fa strage del maggior numero possibile di civili indifesi, prende il nome di eroici soldati che in una situazione di guerra dichiarata in atto, su aerei militari con insegne militari ben visibili, sacrificavano la propria vita prendendo di mira obiettivi militari – che avevano peraltro una sia pur minima possibilità di difendersene colpendoli in tempo con la contraerea; e dei soldati che, con rigidissime regole d’ingaggio, difendono il proprio territorio nazionale prendono il nome di biechi assassini a tradimento.

Poi ci sono anche i feriti veri, certo. Però anche lì la storia bisogna raccontarla tutta, non solo la parte che fa comodo alla propaganda.

CHI SPARA E DIFENDE LA NOSTRA LIBERTÀ

Sta circolando da ieri un video in cui viene mostrato un palestinese che si avvicina alla barriera che separa il confine di Gaza da quello di Israele, e a cui un soldato israeliano spara. Il video, girato alla buona è corredato da un audio, in cui il soldato che riprende l’accaduto esprime esultanza quando il palestinese viene colpito.
“Wow! Che video! Sì! Figlio di p…Che video! Guardate stanno correndo per portarlo via!”.
Il palestinese, colpito in una gamba, si stava avvicinando alla barriera nonostante gli fosse stato intimato di fermarsi. Si trattava di un facinoroso il quale, insieme ad altri facinorosi, lanciava pietre e bottiglie molotov. Nulla di questo appare nel video, in quanto accade fuori di esso. Il video, infatti, rappresenta solo un frammento della realtà.
Ed è questo frammento che, nelle mani della propaganda anti-israeliana diventa l’ennesima prova contro Israele accusato di addestrare i suoi soldati a sparare a ogni bersaglio che si muove dietro la barriera di confine tra Gaza e Israele.
Questa è stata la narrativa che è stata propagata in questi giorni sulla gran parte dei media in relazione alle vittime del cecchini israeliani durante la cosiddetta Marcia del Ritorno. Miliziani di Hamas, Fatah, la Jihad Islamica. Miliziani difesi da ONG israeliane come B’Tselem e Breaking The Silence, perché, a loro avviso, “inermi”. Stiamo parlando di due delle quinte colonne del nemico che operano in territorio israeliano.
Ma torniamo al video.
Il video in questione è stato girato il 22 dicembre scorso vicino al kibbutz Kissufim che si trova a poche centinaia di metri dalla barriera, e che è una delle realtà difese dai soldati dell’IDF.
La diffusione dei video ha suscitato anche in Israele commenti indignati, soprattutto a sinistra, dove si stracciano sempre le vesti quando un terrorista palestinese viene ucciso.
Ha riportato i fatti alla loro giusta proporzione il Ministro della Difesa, Avigdor Liberman, il quale ha elogiato il soldato che ha sparato per avere fatto il suo dovere. Prima di lui era intervenuto Naftali Bennet con queste parole:
“Stiamo cominciando a giudicare i nostri soldati sulla base della qualità dei loro discorsi e se suona piacevole o meno al nostro orecchio? Davvero?”
Sì, l’esultanza del soldato che riprende l’accaduto non è di buon gusto, ma non siamo alla Royal Enclosure di Ascot prima dell’inizio del Derby, tra gentlemen in tight e gentildonne dai cappelli estrosi che bevono champagne millesimato. Ci troviamo in una delle zone più politicamente calde del pianeta, dove l’esercito israeliano difende la popolazione dai barbari che dipingono sulla barriera palestinese la svastica e incitano alla morte degli ebrei intonando un canto jihadista che risale al VII secolo.
Niram Ferretti

E, ricordiamolo, il palestinese non è stato ucciso: è stato colpito a una gamba, con una precisione davvero degna della qualifica “tiratore scelto”.

E per concludere, propongo di rivedere questo video creato insieme al compianto Lorenzo Fuà.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui.

NOI SOTTOSCRITTI VAURO BOLDRINI ECCETERA

Noi sottoscritti Vauro, Boldrini, Papa Francesco, insieme con i giornalisti dell’Ansa, ci impegniamo a commemorare gli ebrei e a rispettarne la memoria

A noi gli ebrei piacciono così.
Ci piacciono dietro i cartelli ‘il lavoro rende liberi’, con addosso solo la pelle.
Ci piacciono mucchi di cadaveri esposti alla neve e al vento finché qualcuno verrà a fotografarli per dire che sì, è stato davvero.
A noi gli ebrei piacciono con gli sguardi impauriti in bianco e nero, esseri indifesi portati alla morte davanti ai sorrisi degli indifferenti.
Ci piace commemorarli questi ebrei, ci piace aprire musei con i loro oggetti rituali conservati a dovere.
A noi gli ebrei piacciono quando stanno zitti, quando viene tolto loro il diritto di parola. Ci piacciono quando i fucili sono puntati verso di loro. Ci piacciono prostrati a terra, espropriati, espatriati, deportati, massacrati. Ci piace averne pena.
Invece questi ebrei hanno alzato la cresta.
Osano impugnare le armi per difendere la loro terra, quel fazzoletto che l’Onu ha pensato di concedere loro come rifugio dopo che sei milioni di loro erano stati trucidati nei nostri stati, nel nostro continente, nel nostro mondo, con l’aiuto della nostro silenzio e della nostra indifferenza.
Parlano, discutono, controbattono persino, questi discendenti di Abramo.
Hanno addestrato i loro figli a non farsi più portare come bestie al macello.
Hanno insegnato il diritto alla vita anche degli ebrei, nonostante gli sia stato negato per secoli e secoli.
Ma chi si credono di essere per definire terrorista chi imbraccia mitragliatrici per falciarli nei bar, nei ristoranti, chi si imbottisce di tritolo e di chiodi per continuare il lavoro dell’inquisizione, dei progrom, dei nazisti?
Questi ebrei così presuntuosi da arrogarsi il diritto di vivere nel proprio stato.
Rinuncino a quelle terre contese e vengano da noi.
Non possiamo certo assicurare loro una vita serena, magari permetteremo pure che li uccidano ogni tanto davanti alle loro scuole, chiuderemo gli occhi davanti alle loro nonne pugnalate in casa , ai loro giovani uccisi mentre fanno la spesa.
Ma noi, noi idealisti, pacifisti, noi sottoscritti
Papa,
Vauro,
Boldrini,
Erdogan,
giornalisti dell’Ansa.
Noi, gli ebrei, li commemoreremo sempre con estremo rispetto.
Noi per gli ebrei avremo un occhio così di riguardo, ci concentreremo così tanto su di loro, da dimenticare le stragi di siriani, di curdi, ci focalizzeremo così tanto sul popolo ebraico da concedere a Erdogan la parola sui diritti dell’uomo mentre li starà lui stesso violando dietro a casa nostra.
Dedicheremo in ricordo degli ebrei una targa, un giardino, un bell’articolo una volta all’anno, delle pietre d’inciampo, una vignetta satirica.
Né dal tuo miele né dal tuo pungiglione, disse Giacobbe a Esaù quando si ritrovarono dopo molti anni.
Shalom, chi usa la parola pace, chi ci crede davvero, deve essere shalem, intero, coerente.
Pretendete dagli altri ciò che pretendete dagli ebrei.
Applicate gli stessi criteri umanitari, la stessa etica e la stessa morale a tutta l’umanità, ebrei e non ebrei, in maniera obiettivamente indistinta.
Allora ci sarà Shalom davvero.

Gheula Canarutto Nemni, qui (andateci, così date un’occhiata anche ai ritagli di giornale, casomai ve ne fosse sfuggito qualcuno).

Non c’è niente da fare: come sa dire le cose Gheula, non le sa dire nessuno. In più di un’occasione mi è capitato di dire che tutta questa bella gente ama talmente commemorare la Shoah, da sostenere con tutte le proprie forze chi sta cercando di metterli in condizione di poterne un giorno commemorare due. Quello che dice Gheula non è poi molto diverso, però lo dice in maniera molto più raffinata, articolata, argomentata. Grazie, amica carissima.

PS: simpatica la Boldrini, che considera un diritto un atto di guerra a tutti gli effetti quale lo sfondamento di un confine di stato e la penetrazione armata in tale stato.

Poi però bisogna assolutamente leggere anche Niram Ferretti e naturalmente Ugo Volli. E guai a voi se vi azzardate a non farlo.

barbara