A PROPOSITO DEL “CASO KAVANAUGH” (e dintorni)

Illuminanti sul caso Kavanaugh le parole di Candace Owens, giornalista conservatrice afroamericana:
“ATTENTION BLACK AMERICA:
The last time a mob of white liberals demanded that we believe women without due process, our ancestors were hung from trees
Under no circumstance should we allow this radical feminism to persist.”

[ATTENZIONE AMERICA NERA: l’ultima volta che una folla di bianchi liberals ha chiesto che si credesse alle donne senza un regolare processo, i nostri antenati furono impiccati agli alberi. Non dobbiamo permettere a nessun costo a questo femminismo radicale di andare avanti]

Questo commento è stato lasciato al post di Niran Ferretti, che posto qui di seguito.

RESISTERE

Mentre i cacciatori democratici di teste in USA, gli stessi che mandavano al rogo le streghe a Salem nel 1600, chiedono la testa di Bret Kavanaugh, accusato dopo 35 anni di avere cercato di abusare quando ne aveva 17 della 15enne Christine Blasey Ford, qui in Italia, Matteo Renzi invoca la “resistenza civile” contro il governo in carica. Lo diceva già Francesco Saverio Borelli all’epoca di Mani Pulite, “Resistere, resistere, resistere”.
LORO, sanno resistere. Resistono all’avanzata cupa e nera della destra, dei sovranisti, dei disarticolatori delle regole civili, e come fanno a resistere? Montando casi inesistenti, ricorrendo alle procure, cercando in tutti i modi di sovvertire il voto popolare. Lo fanno in USA, dove Donald Trump, da quando è stato eletto presidente è braccato senza sosta da chi cerca di incastrarlo con questo e quell’altro scandalo, succede in Israele dove la sinistra cerca di disarcionare il maggiore statista israeliano degli ultimi trent’anni per via giudiziaria, succede in Italia dove Matteo Salvini viene indagato per sequestro di persona relativamente al caso della Diciotti, succede in Francia dove i virtuosissimi giudici di Nanterre intimano a Marine Le Pen di sottoporsi a una visita psichiatrica per avere postato nel 2015 via Tweet, immagini di corpi decapitati dall’ISIS.
Intanto, alla UE, viene “processato” Viktor Orbàn per i suoi metodi spicci e poco liberali non in sintonia con lo spirito illuminato e illuminista dell’Unione Europa che da decenni sostiene a spada tratta l’Autorità Palestinese, finanzia ONG anti-israeliane, sostiene il boicottaggio dei prodotti che escono dalla Cisgiordania, e tenta in tutti i modi di fare buoni affari con un regime criminale come quello iraniano che ha nella dichiarata distruzione di Israele uno dei suoi capisaldi ideologici.
Sì, bisogna resistere, ma contro di loro, i talebani progressisti convinti di essere i padroni della Storia e di avere dalla loro la Verità. Stanno perdendo terreno dopo decenni di egemonia culturale e hanno paura perché il vento sta soffiando in un’altra direzione. Lo vedremo presto anche in Germania, la Germania di Mama Merkel che si prostra a Erdogan a Colonia e ha cercato di imporre all’Europa dell’Est i migranti musulmani, ma Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia le hanno fatto il gesto dell’ombrello.
Sì bisogna resistere a settanta anni di marxismo culturale e fare in modo di resistere con forza, determinazione e soprattutto con i fatti come sta facendo egregiamente Donald Trump.

Sempre di Niram Ferretti il più recente articolo che segue.

DICIASSETTE ANNI

“They destroy people, they want to destroy people” ha detto Donald Trump a proposito del caso Kavanaugh, durante un rally a Southaven, Mississipi, e ha sottolineato come sia assai difficile oggi essere un giovane maschio negli USA.
Sull’onda dell’isteria flagellatrice del movimento talebano Metoo# ogni maschio è colpevole fin tanto che dimostri di essere innocente.
Trentasei anni fa, il giudice Bret Kavanaugh avrebbe molestato, quando aveva 17 anni, ripetiamolo DICIASSETTE ANNI, una ragazza di 15, durante una festa liceale. Non l’avrebbe violentata, no, l’avrebbe molestata. Si era bevuto un po’ di birra.
Per questa “accusa” che in Italia e in ogni paese mediterraneo farebbe ridere tutti a crepapelle, Bret Kavanaugh è stato messo alla pubblica gogna, il suo nome infangato come se fosse a capo di un racket di pedofili, la sua famiglia messa a dura prova. E tutto questo perché? Perché Donald Trump ha osato sceglierlo in merito al suo curriculum esemplare, come giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti. E improvvisamente il passato è tornato come una tegola per colpire il giudice. Singolare eh?
Tempi difficili. A Marine Le Pen viene chiesto di sottoporsi a perizia psichiatrica per avere postato foto di corpi decapitati dall’ISIS, il giudice Brett Kavanaugh viene trascinato nel fango perché 36 anni fa, quando era un adolescente, avrebbe molestato una quindicenne.
Ora aspettiamo altre accuse. Forse quando aveva nove anni Kavanaugh ha giocato al dottore con una bambina. Forse sì.
Aspettiamo che quella bambina si faccia avanti.

E hanno il coraggio di parlare di giustizia a orologeria per Riace (quando si dice la faccia di bronzo!)

Quanto alla memoria della “molestia” che si risveglia dopo un tempo da far mangiare la polvere all’asietta nostra, non mi metto neanche a commentarlo, tanto è delirante. (dite che ci starebbe troppo male un sonoro: chi ti paga?)

barbara

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PERCHÉ CE L’HO CON ASIA ARGENTO

e con le sue compagne di merende. Innanzitutto ve lo faccio dire dall’ormai mitico Niram Ferretti, che riesce sempre a dire tutto molto meglio di me. Non lasciatevi ingannare dal fatto che all’inizio sembra parlare di tutt’altro: parla esattamente di questo.

Ecco, e ora faccio io la mia parte. Io so che cosa sono le molestie sessuali. Quelle vere. Quelle pesantissime. Quelle persecutorie. Quelle implacabili, spietate, che continuano mese dopo mese, anno dopo anno. Quelle ineludibili, che non lasciano scampo. Lo stupro no, non l’ho vissuto, ma solo perché quando mi ci sono trovata, in parte ho fatto istintivamente le mosse giuste, in parte ho avuto fortuna. Non tutte hanno fortuna. E non tutte hanno il dono di un istinto che nelle situazioni critiche – di qualunque genere – induce a fare, senza doverci pensare, le cose giuste. E si tratta di milioni di donne, ragazze, bambine, decine di milioni, forse anche qualche centinaio di milioni. E non sono disposta a tollerare che un branco di prostitute in disarmo, che quando erano giovani si sono costruite carriere e fama e soldi a palate dandola a destra e a manca e ora, invecchiate e con un corpo non più spendibile, tentano fabbricarsi le condizioni per morire in odore di santità a spese di chi le ha rese ricche e famose, attirino su di sé tutti i riflettori mediatici distogliendoli dalle vittime vere.

barbara

NIRAM FERRETTI SOSPESO DA FB PER 30 GIORNI

Per la terza volta in brevissimo tempo. Questo l’orrendissimo articolo che gli ha meritato la severa punizione.

“Gaza, mamma palestinese incinta e la figlia di un anno e mezzo uccise nei bombardamenti”. Questo è il titolo di un articolo sull’edizione online di La Repubblica. L’intento è esplicito. Fomentare l’odio verso Israele e dare la stura all’antisemismo. Cosa c’è di meglio se non evidenziare che Israele uccide le donne e i bambini? Fa sempre un certo effetto e rincuora gli animi di chi afferma che i soldati dell’IDF sarebbero come i nazisti. La notizia della morte, vera o presunta, della donna è fornita da Hamas. Ovviamente nel titolo si omette qualsiasi riferimento al fatto che da Gaza sono partiti 150 razzi contro Israele e che, Israele ha risposto di conseguenza. Si titola così, ad effetto. Funziona sempre. Goebbels lo ha insegnato bene, poche idee, semplici, costantemente ripetute. Israele che ammazza donne e bambini è irresistibile, è uno dei capisaldi del romanzo criminale sullo Stato ebraico, null’altro se non la continuazione del romanzo criminale sugli ebrei che dura da millenni. Bisogna dire che La Repubblica è ormai diventata poco più di una latrina. Il tanfo è irrespirabile, soprattutto in estate, quando gli odori si percepiscono più netti a causa della calura. Da quando la direzione è sotto la tutela di Mario Calabresi, il precipitare verso il basso è una picchiata senza sosta. Meno male che l’esimio titolare del giornale e del gruppo L’Espresso, l’ingegnere Carlo DeBenedetti, ha saputo individuare in Matteo Salvini il vero antisemita.

Invito tutti gli amici a condividerlo nel proprio blog e, se qualcuno se la sente, anche su FB, come ha fatto l’amico Enrico Richetti, dal quale l’ho ripreso.

Restando in tema di spudorata disinformazione su Israele, aggiungo l’infame episodio della foto della “bambina di due anni uccisa dagli israeliani insieme alla mamma incinta”, naturalmente con l’immancabile corredo di pupazzo orsacchiotto e la tenerissima Hello Kitty in mezzo alle macerie della casa, ovviamente pulitissimi, come sempre.
bambina 1
Si tratta in realtà della foto di una bambina americana presa a caso da Instagram,
bambina 2
per toccare cuore e pancia con quegli occhioni innocenti spalancati sul mondo, che i perfidi giud sionisti hanno chiuso per sempre. Perché è così che funziona: prima inventi l’etichetta (israeliani=nazisti), poi inventi la notizia (israeliani uccidono donne e bambini), poi peschi fuori da un sito qualsiasi un’immagine qualsiasi che si sposi con la notizia inventata, ed ecco dimostrato che l’etichetta era corretta. E funziona sempre.

barbara

QUANTI SONO?

Quanti sono i civili disarmati indifesi “feriti” dai cecchini* israeliani?
ferito
Poi, oltre a questi che ogni tanto si fanno beccare, ci sono quelli che “vedete” feriti. Funziona così:

*cecchino è un tiratore appostato in luogo coperto che attende non visto il passaggio di un nemico per colpirlo a sorpresa (guerra in Bosnia, per dirne una recente. E i “giornalisti” non di rado si piazzavano accanto a uno di loro, magari pagandolo, per poter filmare o fotografare l’assassinio a sangue freddo della donna che sfidava la morte per andare a comprare un po’ di pane per i propri figli, o il bambino sfuggito al controllo della mamma). I tiratori scelti israeliani sono in uno spazio aperto, perfettamente visibili, e colpiscono nemici che tentano di fare irruzione nel territorio nazionale. Trovo vergognosa questa prostituzione semantica per cui un terrorista suicida che, magari travestito da ebreo ortodosso per non suscitare sospetti e meglio mimetizzarsi, fa strage del maggior numero possibile di civili indifesi, prende il nome di eroici soldati che in una situazione di guerra dichiarata in atto, su aerei militari con insegne militari ben visibili, sacrificavano la propria vita prendendo di mira obiettivi militari – che avevano peraltro una sia pur minima possibilità di difendersene colpendoli in tempo con la contraerea; e dei soldati che, con rigidissime regole d’ingaggio, difendono il proprio territorio nazionale prendono il nome di biechi assassini a tradimento.

Poi ci sono anche i feriti veri, certo. Però anche lì la storia bisogna raccontarla tutta, non solo la parte che fa comodo alla propaganda.

CHI SPARA E DIFENDE LA NOSTRA LIBERTÀ

Sta circolando da ieri un video in cui viene mostrato un palestinese che si avvicina alla barriera che separa il confine di Gaza da quello di Israele, e a cui un soldato israeliano spara. Il video, girato alla buona è corredato da un audio, in cui il soldato che riprende l’accaduto esprime esultanza quando il palestinese viene colpito.
“Wow! Che video! Sì! Figlio di p…Che video! Guardate stanno correndo per portarlo via!”.
Il palestinese, colpito in una gamba, si stava avvicinando alla barriera nonostante gli fosse stato intimato di fermarsi. Si trattava di un facinoroso il quale, insieme ad altri facinorosi, lanciava pietre e bottiglie molotov. Nulla di questo appare nel video, in quanto accade fuori di esso. Il video, infatti, rappresenta solo un frammento della realtà.
Ed è questo frammento che, nelle mani della propaganda anti-israeliana diventa l’ennesima prova contro Israele accusato di addestrare i suoi soldati a sparare a ogni bersaglio che si muove dietro la barriera di confine tra Gaza e Israele.
Questa è stata la narrativa che è stata propagata in questi giorni sulla gran parte dei media in relazione alle vittime del cecchini israeliani durante la cosiddetta Marcia del Ritorno. Miliziani di Hamas, Fatah, la Jihad Islamica. Miliziani difesi da ONG israeliane come B’Tselem e Breaking The Silence, perché, a loro avviso, “inermi”. Stiamo parlando di due delle quinte colonne del nemico che operano in territorio israeliano.
Ma torniamo al video.
Il video in questione è stato girato il 22 dicembre scorso vicino al kibbutz Kissufim che si trova a poche centinaia di metri dalla barriera, e che è una delle realtà difese dai soldati dell’IDF.
La diffusione dei video ha suscitato anche in Israele commenti indignati, soprattutto a sinistra, dove si stracciano sempre le vesti quando un terrorista palestinese viene ucciso.
Ha riportato i fatti alla loro giusta proporzione il Ministro della Difesa, Avigdor Liberman, il quale ha elogiato il soldato che ha sparato per avere fatto il suo dovere. Prima di lui era intervenuto Naftali Bennet con queste parole:
“Stiamo cominciando a giudicare i nostri soldati sulla base della qualità dei loro discorsi e se suona piacevole o meno al nostro orecchio? Davvero?”
Sì, l’esultanza del soldato che riprende l’accaduto non è di buon gusto, ma non siamo alla Royal Enclosure di Ascot prima dell’inizio del Derby, tra gentlemen in tight e gentildonne dai cappelli estrosi che bevono champagne millesimato. Ci troviamo in una delle zone più politicamente calde del pianeta, dove l’esercito israeliano difende la popolazione dai barbari che dipingono sulla barriera palestinese la svastica e incitano alla morte degli ebrei intonando un canto jihadista che risale al VII secolo.
Niram Ferretti

E, ricordiamolo, il palestinese non è stato ucciso: è stato colpito a una gamba, con una precisione davvero degna della qualifica “tiratore scelto”.

E per concludere, propongo di rivedere questo video creato insieme al compianto Lorenzo Fuà.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui.

NOI SOTTOSCRITTI VAURO BOLDRINI ECCETERA

Noi sottoscritti Vauro, Boldrini, Papa Francesco, insieme con i giornalisti dell’Ansa, ci impegniamo a commemorare gli ebrei e a rispettarne la memoria

A noi gli ebrei piacciono così.
Ci piacciono dietro i cartelli ‘il lavoro rende liberi’, con addosso solo la pelle.
Ci piacciono mucchi di cadaveri esposti alla neve e al vento finché qualcuno verrà a fotografarli per dire che sì, è stato davvero.
A noi gli ebrei piacciono con gli sguardi impauriti in bianco e nero, esseri indifesi portati alla morte davanti ai sorrisi degli indifferenti.
Ci piace commemorarli questi ebrei, ci piace aprire musei con i loro oggetti rituali conservati a dovere.
A noi gli ebrei piacciono quando stanno zitti, quando viene tolto loro il diritto di parola. Ci piacciono quando i fucili sono puntati verso di loro. Ci piacciono prostrati a terra, espropriati, espatriati, deportati, massacrati. Ci piace averne pena.
Invece questi ebrei hanno alzato la cresta.
Osano impugnare le armi per difendere la loro terra, quel fazzoletto che l’Onu ha pensato di concedere loro come rifugio dopo che sei milioni di loro erano stati trucidati nei nostri stati, nel nostro continente, nel nostro mondo, con l’aiuto della nostro silenzio e della nostra indifferenza.
Parlano, discutono, controbattono persino, questi discendenti di Abramo.
Hanno addestrato i loro figli a non farsi più portare come bestie al macello.
Hanno insegnato il diritto alla vita anche degli ebrei, nonostante gli sia stato negato per secoli e secoli.
Ma chi si credono di essere per definire terrorista chi imbraccia mitragliatrici per falciarli nei bar, nei ristoranti, chi si imbottisce di tritolo e di chiodi per continuare il lavoro dell’inquisizione, dei progrom, dei nazisti?
Questi ebrei così presuntuosi da arrogarsi il diritto di vivere nel proprio stato.
Rinuncino a quelle terre contese e vengano da noi.
Non possiamo certo assicurare loro una vita serena, magari permetteremo pure che li uccidano ogni tanto davanti alle loro scuole, chiuderemo gli occhi davanti alle loro nonne pugnalate in casa , ai loro giovani uccisi mentre fanno la spesa.
Ma noi, noi idealisti, pacifisti, noi sottoscritti
Papa,
Vauro,
Boldrini,
Erdogan,
giornalisti dell’Ansa.
Noi, gli ebrei, li commemoreremo sempre con estremo rispetto.
Noi per gli ebrei avremo un occhio così di riguardo, ci concentreremo così tanto su di loro, da dimenticare le stragi di siriani, di curdi, ci focalizzeremo così tanto sul popolo ebraico da concedere a Erdogan la parola sui diritti dell’uomo mentre li starà lui stesso violando dietro a casa nostra.
Dedicheremo in ricordo degli ebrei una targa, un giardino, un bell’articolo una volta all’anno, delle pietre d’inciampo, una vignetta satirica.
Né dal tuo miele né dal tuo pungiglione, disse Giacobbe a Esaù quando si ritrovarono dopo molti anni.
Shalom, chi usa la parola pace, chi ci crede davvero, deve essere shalem, intero, coerente.
Pretendete dagli altri ciò che pretendete dagli ebrei.
Applicate gli stessi criteri umanitari, la stessa etica e la stessa morale a tutta l’umanità, ebrei e non ebrei, in maniera obiettivamente indistinta.
Allora ci sarà Shalom davvero.

Gheula Canarutto Nemni, qui (andateci, così date un’occhiata anche ai ritagli di giornale, casomai ve ne fosse sfuggito qualcuno).

Non c’è niente da fare: come sa dire le cose Gheula, non le sa dire nessuno. In più di un’occasione mi è capitato di dire che tutta questa bella gente ama talmente commemorare la Shoah, da sostenere con tutte le proprie forze chi sta cercando di metterli in condizione di poterne un giorno commemorare due. Quello che dice Gheula non è poi molto diverso, però lo dice in maniera molto più raffinata, articolata, argomentata. Grazie, amica carissima.

PS: simpatica la Boldrini, che considera un diritto un atto di guerra a tutti gli effetti quale lo sfondamento di un confine di stato e la penetrazione armata in tale stato.

Poi però bisogna assolutamente leggere anche Niram Ferretti e naturalmente Ugo Volli. E guai a voi se vi azzardate a non farlo.

barbara

PARLIAMO DI GAZA

E delle “proteste”, e dei “manifestanti” uccisi dall’esercito israeliano “in quella che molti osservatori internazionali hanno descritto come una strage” (link), e degli ennesimi spaventosi crimini di Israele e dell’uso sproporzionato della forza e delle condanne internazionali eccetera eccetera. Inizio con la

Dichiarazione del Ministero degli Esteri israeliano riguardo agli eventi a Gaza
“La barriera di confine tra Israele e la Striscia di Gaza separa uno stato sovrano e un’organizzazione terroristica.
Separa uno stato che protegge i suoi cittadini dagli assassini che mandano i loro connazionali mettendo in pericolo le loro vite. La recinzione separa un esercito che usa la forza per autodifesa e in modo mirato e proporzionato, e Hamas, un’organizzazione che santifica l’omicidio e la morte, e che per anni – ieri incluso – è stata intenta a colpire milioni di israeliani.
Chiunque veda erroneamente in questa messinscena omicida persino una briciola di libertà di espressione, è cieco alle minacce che lo Stato di Israele deve affrontare”.

Do ora la parola a Giulio Meotti.

“Strage” e “Massacro”, titola La Repubblica in prima pagina oggi sulla guerra che Hamas ha portato al confine di Israele. Non una riga sul diritto di Israele di proteggere i propri confini e i propri civili. Non era una “marcia”. Era terrorismo che Hamas ha ordito con milioni di dollari [nostri, ndb] al confine di Israele. Spari da parte di Hamas e Jihad Islamica? Scomparsi. Sommosse per abbattere il confine? Scomparse. “Uccisi” i palestinesi. Scomparsa la relazione di causa ed effetto. Cosi si demonizza il popolo di Israele e si processa il suo diritto a difendersi da una organizzazione terroristica che da trent’anni cerca di distruggerlo a suon di kamikaze e missili, che costruisce tunnel sotto quei confini e che ieri ha cercato di organizzargli una Pasqua di sangue. Che vergogna di giornalismo. Non ho visto gli stessi titoli di prima pagina sparati sui 5 israeliani uccisi dai terroristi palestinesi nelle ultime settimane. O me li sono persi?

Passo a una riflessione di Giulio Bernacca

Forse ai più sfugge l’essenza di ciò che sta succedendo in queste ore a Gaza: Hamas, la cupola mafiosa che gestisce Gaza, in grave difficoltà politica e messa in disparte dai paesi arabi che ora hanno altro a cui pensare (tipo l’espansionismo turco e iraniano) ha deciso di fare una specie di Woodstock del sangue.
Ha speso dieci milioni di dollari (miei e vostri, ovviamente, quelli che pensavamo sarebbero andati per gli ospedali e i desalinizzatori) ed ha organizzato una marcia, anzi, una spinta contro la linea di confine con Israele, ben sapendo che ovviamente Israele non avrebbe potuto tollerare che trentamila persone cresciute a pane ed odio anti israeliano entrassero sul suo territorio e andassero a passeggio incontrollati per le sue cittadine e paesi.
Hamas cercava il sangue e lo ha trovato. Non esiste un modo non cruento per fermare una cosa come quella organizzata in questi giorni.
Hamas torna alla ribalta, l’utile idiota disinformato occidentale si commuove (e bisogna commuoversi per i morti, lo sottolineo), Israele fa la solita figura dello stato canaglia che tormenta i palestinesi, e via così.
Ah, Gaza è Judenfrei dal 2005, anno in cui è diventata di fatto una base terroristica avanzata da cui sono partiti innumerevoli attacchi.

Poi questo notevole articolo di Niram Ferretti

ONORE A LORO

Hamas, durante la Marcia del Ritorno, usa la popolazione suddita per infiltrare facinorosi e membri della Brigata Izz ad-Din al-Qassam, della quale sono stati uccisi dieci membri da parte dell’esercito israeliano. Non dieci scouts.
Sì, questa è la risposta di Israele a protezione dei propri confini e dell’incolumità dei suoi cittadini. Ai terroristi non è permesso entrare.
Non sono più i bei tempi della Seconda Intifada quando si facevano esplodere in caffè, ristoranti, locali pubblici, autobus. Tutto questo è finito dal 2005, grazie alla barriera di protezione, quella che le quinte colonne jihadiste qui in Occidente chiamano “muro” per sottolineare come i “poveri palestinesi” sarebbero vittimizzati da Israele.
In uno splendido articolo del 2009, John R. Bolton, il nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Donald Trump scriveva:
“Credono, (gli europei) di essere messi in pericolo da quelle nazioni che fino ad oggi hanno deciso di non potersi permettere di finire preda dei falsi sogni di riuscire a districarsi dai pericoli del mondo restando in uno stato di torpore o inginocchiandosi al cospetto di un attacco“.
Le nazioni a cui si riferiva Bolton sono Israele e gli Stati Uniti.
Israele non si inginocchia e non apre i propri confini ai terroristi, non consente che chi vuole da settanta anni cancellarlo dalla mappa del Medioriente sia in grado di farlo.
John Bolton, grande estimatore di Israele, vede la debolezza dell’Europa, immersa nella convinzione che, in nome dei “diritti umani”, questa formula affatturante, si debba subordinare ad essa la propria sicurezza.
Israele tutela la propria minoranza araba, 1,700,000 arabi israeliani come non lo sa fare nessuno stato arabo, consentendo loro di partecipare alla vita democratica del paese, ma c’è chi, come Hamas e non nascondiamocelo, la parte maggioritaria di Fatah, che vorrebbe gli arabi sotto esclusiva tutela musulmana. In altre parole, come gli abitanti di Gaza, sotto un potere coercitivo, autoritario e barbaro, o come, nei territori della Cisgiordania amministrata dall’Autorità Palestinese, sotto una cosca mafiosa e corrotta fino al midollo.
I soldati dell’IDF che l’altro ieri hanno ucciso dieci terroristi di Hamas, non solo servivano la maggioranza ebraica del paese ma anche la minoranza musulmana e le altre minoranze.
Onore a loro, protettori della democrazia e dei migliori valori occidentali.

E vediamoli, dunque, questi pacifici manifestanti, che nei giorni della Pasqua ebraica, come loro consuetudine, si dedicano alle manifestazioni pacifiche: qui vestiti da passeggio,
manifestanti 1
qui mentre preparano il fuoco per il barbecue,
manifestanti 2
qui il cuoco che si appresta a tagliare la carne da cucinare alla brace.
manifestante
E questi sono i poveri innocenti uccisi dall’esercito israeliano.
terroristi Gaza pesach 2018
Poi vediamo qualche video. Il primo in cui, come in tutte le scampagnate che si rispettino si dedicano al canto corale; quello che sentiamo qui è un canto millenario, che dice

“Khaybar*, Khaybar ya yahud, jaish Muhammad saya’ud”: Khaybar, Khaybar, o ebrei, l’esercito di Maometto tornerà.

Qualcuno ci ha fatto caso? È identico a quello di Milano un paio di mesi fa.
Qui invece si trastullano con giochi di vario genere per passare il tempo

E questo è un resoconto della portavoce dell’esercito israeliano (si noti il passaggio in cui parla della bambina di sette anni spinta dalla madre contro la recinzione nella speranza di procurare ai manifestanti il cadavere bambino da offrire alle telecamere politicamente corrette, esattamente come quest’altro premuroso genitore).

Nel frattempo il solito signor Vauro sembra dimenticare che Gesù era un tantino ebreo, e si cimenta in un’opera d’arte degna della sua eccelsa fama.
vignetta Vauro
E per concludere, imperativo categorico, leggere questo post, a proposito della famigerata “risposta sproporzionata”, scritto nel corso delle operazioni a Gaza di dicembre 2008-gennaio 2009 (io mi trovavo lì in quel periodo) da un tizio sinistrosissimo, rifondarolo per la precisione, e non vi dico cosa non si è scatenato nel blog, frequentato in genere da sinistrorsi suoi pari, quando lo ha pubblicato. Magari scaricatelo e conservatelo, che prima o poi viene sempre utile. Buona lettura. parole in libertà

*Khaybar: oasi nella regione nord-occidentale della penisola araba, abitata prevalentemente da ebrei, conquistata da Maometto nel 628

barbara

IL SABBA INTORNO A ISRAELE

Sabba: nella tradizione germanica medievale, periodico convegno notturno di streghe e demoni per celebrare un rito in onore del diavolo (Garzanti)

1 Secondo antiche tradizioni popolari, convegno notturno settimanale di streghe per celebrare riti magici e orge di carattere demoniaco. 2 estens. Riunione, danza o rito sfrenato con caratteri sacrileghi, osceni (Sabatini Coletti)

1 Nei trattati sulle streghe dei sec. 15°-17°, […] nome con cui è chiamata la riunione di donne che, avendo statuito un patto con il demonio per averne particolari favori e poteri, verrebbero di notte trasportate per aria in luoghi determinati […] per compiere riti orgiastici […] e unirsi in carnali congiungimenti con i demonî. L’origine del termine (che nasce nel sec. 14° e si diffonde dalla fine del sec. 15°) è da mettere in relazione con l’antisemitismo medievale […] 2 Per estens., letter., riunione o celebrazione orgiastica, a carattere per lo più sacrilego e, fig., pandemonio, grande rumore e confusione, e sim. (Treccani)

E mai titolo fu più azzeccato, perché è esattamente questo che si scatena intorno a Israele: orde selvagge di streghe e stregoni indemoniati che in un’oscena sarabanda profanano la Storia, stuprano la verità, capovolgono i fatti (come le croci rovesciate nelle messe nere), smembrano il corpo delle notizie per bruciarne i pezzi sull’altare del moloch in un’interminabile orgia di odio. E assistiamo dunque all’incredibile silenzio del mondo di fronte alle decine di migliaia di missili lanciati su Israele, di fronte ai civili palestinesi usati come scudi umani dai loro governanti, di fronte ai continui attentati terroristici, di fronte ai tunnel costruiti per portare morte in Israele, di fronte al fatto che le centinaia di miliardi di dollari che vengono donati “ai palestinesi” sono interamente investiti in questo (quasi interamente, in realtà: una parte serve anche per costruire le faraoniche ville dei capi e per impinguare i loro sostanziosi conti all’estero), per poi risvegliarsi all’istante al primo colpo sparato da Israele per difendersi.

Come e perché si è arrivati a questo? Come si è arrivati a chiamare terrorista e assassino chi viene attaccato e tenta di difendersi, e vittima ed eroe chi non si fa scrupolo di assassinare vecchi sopravvissuti alla Shoah e neonati nelle culle? Come si è arrivati a ignorare stati che producono centinaia di migliaia di morti e a insorgere a ogni starnuto di Israele? Come si è arrivati a mettere stati genocidi a presiedere commissioni Onu per i diritti umani e a escludere Israele perfino dalle gare sportive? Questo è ciò che Niram Ferretti ci spiega in questo splendido libro, scritto con rigore e con passione, ripercorrendo l’intera storia del sionismo e di Israele, non senza gettare ampi sguardi anche indietro, per fare luce sulle cause prime che muovono gli attori di questa immane tragedia. Un libro in cui per tutti, anche per chi da quasi vent’anni segue intensamente le vicende che riguardano Israele, c’è qualcosa da imparare.
E che nessuno si azzardi a non leggerlo.

Niram Ferretti, Il sabba intorno a Israele, Lindau
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barbara

LA GUERRA CHE ISRAELE NON AVREBBE DOVUTO VINCERE

di Niram Ferretti

Il cinquantesimo anniversario della riunificazione di Gerusalemme che cadrà il 23 di maggio e coinciderà con l’attesa visita di Donald Trump in Israele dal 22 al 23, riporta inevitabilmente alla memoria la Guerra dei Sei Giorni che permise a Israele di catturare Gerusalemme Est allora sotto dominio giordano. La fotografia in bianco e nero di David Rubinger dei tre paracadutisti israeliani immortalati davanti al Kotel (Muro del Pianto) è una delle immagini simbolo della vittoria israeliana. Vittoria che è entrata nella leggenda e che ci permetterà qui di svolgere alcune considerazioni.
La Guerra dei Sei Giorni del 1967 prese il via in virtù dall’aggressione araba determinata dalle ambizioni smisurate di Gamal Abdel Nasser, l’allora dittatore egiziano il quale voleva proporsi come il conducator dell’intero mondo arabo. L’intento di Nasser e dei suoi alleati, la Giordania, la Siria, l’Iraq, il Libano e l’Arabia Saudita, era quello di distruggere Israele. Si trattava, in altre parole, di risolvere in modo drastico la « questione ebraica » in Medioriente. Missione che già agli albori dell’impresa sionista si era incaricato di assolvere con solerzia e sotto benedizione hitleriana Amin Al Husseini. Ciò che invece accadde, la cocente sconfitta subita, costituì un trauma profondo per l’orgoglio arabo nonché la fine delle ambizioni panarabe del Ra’is.
Ma da questa sconfitta sarebbe nata la più pervasiva e incessante demonizzazione di uno stato sovrano che la storia ricordi. Incapaci di annientare Israele sul terreno, si è provveduto a farlo in effige attraverso la propaganda. Una propaganda che dura da 50, predisposta a tavolino dagli arabi allora in combutta con l’Unione Sovietica.
Lo Stato ebraico, trasformato in un mostro “genocida”, “nazista”, “razzista”, “colonialista”, “imperialista, non è altro che l’effetto di uno spostamento semantico. Tutta la negatività attribuita agli ebrei in quanto tali è stata trasferita al loro Stato. Non godendo più l’antisemitismo manifesto dell’ampio consenso collettivo di cui godeva un tempo, si è provveduto a riciclarlo in forma antisionista. E c’è qui un evidente discrimine tra una legittima critica a uno Stato e alle sue politiche e la narrativa nera che lo criminalizza. Gli israeliani “nazisti” sono esattamente la stessa cosa degli ebrei “deicidi”, gli israeliani “genocidi” sono la stessa cosa degli ebrei che venivano accusati di omicidi rituali di bambini, gli israeliani “razzisti”,”violenti” e “oppressori” sono ulteriori esempi del paradigma della colpa, l’assunto cardine di ogni forma di antisemitismo.
E’ stata la guerra che Israele non avrebbe dovuto vincere l’evento che ha rimesso in moto a pieno ritmo le rotative dell’avversione per gli ebrei, in una forma aggiornata e più accettabile, trasformando gli israeliani in carnefici e i palestinesi in vittime. Una volta fissato questo codice tutto il resto ne è conseguito inesorabilmente.
Nasser, alla vigilia della guerra, mentre ammassava le sue forze in attesa di attaccare Israele, cercava il pretesto per potere trasformare la sua volontà di distruzione dello Stato ebraico, in legittima difesa contro una aggressione israeliana inesistente. Fu Israele a prevenirlo con la memorabile azione deterrente che, all’alba del 5 giugno 1967, gli permise di distruggere l’aviazione egiziana prima che questa potesse mettersi in volo. Il “misfatto” di Israele è stato, per la seconda volta, la sua vittoria in una guerra che, come quella del ’48, avrebbe dovuto essere nelle intenzioni dei suoi iniziatori, annichilente.
I cinquant’anni della riunificazione di Gerusalemme e della vittoria “miracolosa” nella Guerra dei Sei Giorni sono qui per ricordarci contemporaneamente cinquanta anni senza sosta di assedio propagandistico contro lo Stato ebraico.

(L’informale, 20 maggio 2017)

E non sarà male rileggere anche questo. 5 GIUGNO 1967

barbara