KABUL E DINTORNI

Dintorni che, in un giorno forse non troppo lontano, potrebbero comprendere anche noi.

“Napoleone disse che in guerra la forza morale è tre volte più importante di quella fisica”

Intervista per la newsletter al saggista americano Joshua Muravchik. “La codarda fuga di Biden darà energia a tutti gli islamisti”. In Africa già si “festeggia” (37 cristiani uccisi)

“Nessuno avrebbe dovuto essere sorpreso dal crollo di Kabul o dalla velocità con cui è avvenuto. Napoleone disse che in guerra la forza morale è tre volte più importante di quella fisica. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno creato e addestrato l’esercito afghano e fornito ogni tipo di supporto tecnico. Eravamo come il suo fratello maggiore. Poi all’improvviso abbiamo detto: ‘Stiamo scappando, ma tu dovresti restare e combattere’. E poi Joe Biden ha avuto l’idea di castigare le forze afghane per aver seguito il nostro esempio”.
Qui a colloquio in esclusiva con la mia newsletter, Joshua Muravchik è uno di quegli intellettuali e saggisti americani che ci aveva creduto. Democrazia, modernità, diritti delle donne, costituzione…Costruire tutto questo a Kabul. Autore di fortunati saggi come Making David Into Goliath: How the World Turned Against Israel (2014) e Heaven on Earth: The Rise and Fall of Socialism (2002), Muravchik spiega che la deterrenza americana è adesso seriamente compromessa come forse mai prima. “L’attentato suicida all’aeroporto di Kabul ha ucciso 13 membri delle forze armate statunitensi (e forse altri soccomberanno per le ferite; forse ci saranno altri attacchi simili). Nell’anno e mezzo precedente, gli Stati Uniti avevano perso un solo soldato. È vero che Biden ha solo continuato ciò che Trump aveva iniziato con il suo assurdo patto con i Talebani, che ha contribuito a minare il governo afghano. Trump credeva che ci si potesse fidare della parola dei Talebani?”.
Il problema dell’America è anche interno. “E’ ferocemente polarizzata. Nei sondaggi più americani affermano che sarebbero sconvolti se la loro figlia sposasse qualcuno dell’altro partito politico rispetto a qualcuno di una religione diversa. Il problema è che nessuno dei due poli offre ciò di cui abbiamo così disperatamente bisogno: la leadership politica crede nell’America e nei valori che l’America ha a lungo esemplificato e sostenuto, una leadership che può ripristinare la fiducia della nazione. Abbiamo invece da una parte Trump, che dice ‘prima l’America’ ma in realtà significa ‘prima Trump’. Dall’altra abbiamo i Democratici che sembrano essere guidati interamente dall’ala ‘progressista’ del loro partito, portatori di un’ideologia che vede l’America solo come la terra del razzismo, sessismo, omofobia, islamofobia e capitalismo rapace votato al distruggere il pianeta. Biden si era presentato come la via di mezzo, ma ha capitolato subito ai ‘progressisti’”.
Lo stesso in politica estera. “È un’amara ironia che dopo aver criticato Trump sulla Nato, Biden possa aver fatto ancora di più per danneggiare l’Alleanza. E perché? Perché aveva un patto con i Talebani. Biden ha anteposto la fedeltà ai Talebani alla fedeltà ai nostri partner. E qui le ironie abbondano. Biden ha affermato che l’America ha poco interesse nel governo afghano, ma solo nell’impedire l’incubazione di gruppi terroristici”.
Parlando oggi con Le Figaro, il più grande esperto francese di Islam, Gilles Kepel, ha definito quella di Kabul come “una vittoria militare formidabile dell’Islam sunnita fondamentalista contro l’Occidente”. Basta ascoltare quello che dicono i loro commentatori. Come il turco-egiziano Islam al Ghamri: “Forse gli Stati Uniti si disintegreranno come l’Unione Sovietica. Questo è un terremoto enorme. E quando c’è un terremoto, la terra si rompe e crolli che erano inimmaginabili in passato accadono improvvisamente. Quello che è successo a Kabul è un enorme terremoto che colpirà l’Europa, gli Stati Uniti e l’intera civiltà occidentale”.

Il giorno in cui l’Afghanistan è caduto nelle mani dei Talebani, uno dei più famigerati islamisti dell’Africa occidentale ha elogiato i suoi “fratelli”, Iyad Ag Ghaly, capo di al-Qaeda in Mali. Commenta il Washington Post: “I combattenti di tutto il continente africano hanno celebrato la presa del potere da parte dei Talebani”. Saranno anche molti cristiani a pagare. Come i 37 appena assassinati dai jihadisti in Nigeria. “La calamità a Kabul significa più attacchi jihadisti e possibilità che prevalgano altre insurrezioni islamiste”, scrive The Economist. “La fuga dell’America rafforzerà i jihadisti in tutto il mondo”. Basta osservare l’Africa dopo la caduta di Kabul il 15 agosto.

18 agosto, 80 morti in Burkina Faso… 
19 agosto, 15 morti in Mali… 
20 agosto, 16 morti in Niger… 
25 agosto, 36 morti in Nigeria… 
26 agosto, 4 morti in Tanzania

Una “discesa agli inferi”. Così sul quotidiano L’Orient Le Jour Toufic Hindi, analista cristiano libanese e autore in Francia di Une troisième guerre mondiale pas comme les autres (Edizioni Panthéon), definisce il crollo dell’esperienza occidentale in Afghanistan. “Il movimento islamista sta combattendo una battaglia che vuole essere decisiva per conquistare il mondo e assoggettarlo alla legge di Allah. Vuole una guerra mondiale diversa dalle due che l’hanno preceduta.  La politica occidentale di pacificazione può solo portare a una guerra distruttiva, proprio come la politica di pacificazione di Hitler praticata dal primo ministro britannico Neville Chamberlain ha portato alla Seconda guerra mondiale”. Siamo, conclude Hindi, nell’“epicentro di un islamismo che sta investendo il mondo, un terremoto senza precedenti dal quale nessun paese può sfuggire. La situazione è così instabile ed esplosiva che nulla è impossibile”.
Conclude Joshua Muravchik alla mia newsletter. “La codarda fuga dell’America darà energia a tutti i tipi di gruppi islamisti, proprio come la sconfitta dell’Unione Sovietica ha dato origine ad Al Qaeda, così la sconfitta degli Stati Uniti in Afghanistan si rivelerà una fonte d’ispirazione ancora maggiore per l’Islam radicale”.
Il 1989, l’anno che secondo Francis Fukuyama doveva inaugurare la “fine della storia”, si apriva con un documento ben più importante e ignorato. La lettera di Khomeini a Mikhail Gorbaciov. Il leader sovietico era ancora alle prese con il bubbone dell’Afghanistan invaso dieci anni prima (si sarebbe ritirato un mese dopo). Convinto, a ragione, che la caduta del comunismo fosse ormai imminente (ci sarebbero voluti soltanto altri due anni), il vecchio ayatollah rivolge a Gorbaciov un invito a convertirsi all’Islam: “Come può l’Islam essere l’oppio del popolo, quando ci ha resi fermi come una montagna contro le superpotenze?”.
Il Mullah Baradar starà forse scrivendo una lettera simile a Joe Biden?
Giulio Meotti, 28/08/2021

Credo che quanto accaduto a Kabul il 15 agosto non abbia precedenti nella storia moderna, e neanche il successivo comportamento di Biden in relazione al disastro da lui provocato. Invito ora a vedere questo video in cui tre esperti di Medio Oriente (dovevano essere quattro, ma uno è stato costretto a rinunciare per sopravvenuti problemi) cercano di fare il punto della situazione. Dura un po’ più di un’ora, ma ne vale la pena. Casomai guardatelo a rate.

barbara

I GENI DI CASA NOSTRA

Parlo di Pino Arlacchi, che chi ha un po’ di anni sulle spalle sicuramente ricorderà. Comincio con un vecchio articolo, per inquadrare la situazione.

AFGHANISTAN / FALLITO IL PIANO ONU

Così Arlacchi perse la guerra dell’oppio

Distruzione dei papaveri in cambio di 400 miliardi. Lo propose lo zar antidroga ai talebani. La produzione, al contrario, è raddoppiata

Sulla carta sembrava proprio un progetto bello e possibile: ridurre in dieci anni del cinquanta per cento le coltivazioni di droga nel mondo, sostituendole con colture alternative. Spesa prevista 500 milioni di dollari (mille miliardi di lire attuali).
L’ideatore dell’ambizioso piano, com’è noto, è l’italiano Pino Arlacchi, vicesegretario delle Nazioni Unite in quanto direttore dell’Undcp (United nations drug control programme). Ma a tre anni dalla crociata dello “zar dell’antidroga”, come è stato soprannominato, il progetto ha fatto flop. E proprio in Afghanistan, il paese dove fin dall’inizio le prospettive di successo erano tutt’altro che rosee. Ma lui, da buon calabrese cocciuto, ha voluto lanciare la sua sfida. Con un risultato finora tutto al negativo.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Onu, nel paese al crocevia dell’Asia, retto dai talebani, i campi di papavero si sono talmente estesi nel corso dell’ultimo anno da produrre 4.600 tonnellate di oppio. Una cifra record che non ha precedenti e corrisponde al doppio del raccolto del 1998. Un balzo in avanti per l’Afghanistan che dal cinquanta per cento è passato a coprire per due terzi il mercato globale dell’eroina. E che fa impennare del 60 per cento la produzione mondiale della polvere bianca. Una montagna di droga mai raggiunta prima e che attraverso l’antica via della seta, dove una volta passavano carovane cariche di tessuti, spezie, gemme, porta la morte coprendo per l’80 per cento i mercati europei.
Arlacchi, pur essendo stato allertato fin dall’inizio dai media di mezzo mondo, ha voluto credere alle promesse dei talebani. A suo tempo si recò a Kandahar, la storica capitale dell’Afghanistan, per incontrarli. Promise oltre 400 miliardi di lire in dieci anni se avessero sradicato le coltivazioni di papavero. Non ti fidare gli dicevano in molti, quei soldi servono a comprare armi, a prolungare la guerra civile e a esportare il credo oscurantista degli studenti islamici al potere a Kabul. «Non finanziare un regime integralista che annulla le libertà e mortifica le donne», diceva l’allora commissario europeo Emma Bonino. Ma a tutti Arlacchi, dal suo quartier generale al settimo piano del palazzo dell’Onu a Vienna, dove ha varato programmi, impartito ordini, spostato uomini, cambiato organigrammi, ha risposto duramente agli attacchi di ieri, ostentando sicurezza e ottimismo.
E oggi? Proprio in questi giorni il problema Afghanistan è stato messo sul tappeto dal comitato tecnico dell’Onu. Ma Arlacchi non demorde, e per bocca del suo portavoce Sandro Tucci risponde che l’incremento della produzione del papavero è dovuto sì «a un aumento del 23 per cento della superficie coltivata ma anche alle ottime condizioni climatiche». Prevede una forte riduzione, attorno al 30 per cento per il prossimo raccolto, questa volta per le «avverse condizioni climatiche». Insomma sembrerebbe proprio un piano in gran parte affidato ai capricci di Giove.
Su quel 23 per cento di superficie in più coltivata e non distrutta, Arlacchi ha la sua risposta. Le colture servono a «sfamare un milione e 400 mila contadini». Di conseguenza lo Stato, ovvero il governo dei talebani, non può distruggere quelle coltivazioni, presenti in dieci delle 29 province afghane su un totale di 60 mila ettari di terreno e per il 96 per cento sotto il loro controllo. E allora perché continuare a finanziare piani che vengono disattesi? «C’è la guerra, e possiamo fare poco. E per rendere più difficile il contrabbando, avremmo bisogno di più soldi per aiutare i paesi limitrofi a combatterlo», dice Tucci. «Inoltre il leader dei talebani ci ha assicurato di aver emesso un editto che invita a ridurre la produzione di oppio».
Rimane il fatto che il regime teocratico dei talebani alla fin fine vorrebbe la scomparsa non tanto delle piantagioni di papavero quanto degli «infedeli», ovvero degli occidentali.
Dina Nascetti, 18.05.2000, qui.

Già: credere alla parola dei talebani non è proprio una buonissima idea, e l’arlacchino nostro ci ha sbattuto pesantemente il naso – anche con quelle sue tremende arrampicate sugli specchi. E ora, ventun anni dopo, che cosa ci racconta il nostro genietto di casa?

Pino Arlacchi: “E’ con l’invasione Usa che esplose la produzione illecita di oppio in Afghanistan”

Cari amici, interrompo il mio lungo silenzio, dovuto alla scrittura di un nuovo libro, per un commento sull’#Afghanistan dopo la vittoria talebana.
Mi occupo di quel paese da quasi 25 anni, ed ho formulato due proposte di soluzione dei suoi problemi più impellenti. La prima è stato il piano di eliminazione delle coltivazioni di oppio che ho elaborato durante il mio mandato ONU. Piano coronato da completo successo nell’estate del 2001. [Questo articolo di fine ottobre 2001 dice esattamente il contrario]
I talebani al potere, pressati dal programma che dirigevo e dal Consiglio di sicurezza, decisero di far rispettare la proibizione di coltivare l’oppio con il risultato di azzerarla quasi totalmente. [Eh, una paura si sono messi con le tue pressioni, ma una paura guarda…]
L’invasione americana dell’ottobre di quello stesso anno sloggiò i talebani dal governo e fu seguita da un accordo con i signori della guerra che riportò in pochi anni la produzione illecita ai livelli precedenti il 2001.
Nel gennaio del 2011 il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza la mia proposta per una soluzione non militare della crisi afghana. Sul mio sito https://pinoarlacchi.it/en/mission-in-afghanistan potete leggere il testo della mia “Nuova strategia dell’Unione Europea per l’Afghanistan”.
A differenza del mio piano sull’oppio di dieci anni prima, questa strategia non ha avuto alcun seguito. È stata ignorata dalla Commissione europea e dagli Stati membri, che hanno persistito nel seguire le direttive americane. Il risultato finale (disastroso) è ora sotto i nostri occhi. [Il tuo risultato finale (disastroso) invece, sotto quale tappeto lo hai spazzato? E quante armi hanno comprato i talebani coi tuoi 400 miliardi di dollari? Quante persone hanno ammazzato con quelle armi? Quanto sangue hai sulle mani?]
In alcuni post successivi commenterò i principali temi sul tappeto.
Pino Arlacchi, 20/08/2021, qui.

E prosegue, sempre autoincensandosi.

Pino Arlacchi – Cosa succede in Afghanistan al di là del delirio mediatico

 Invito chiunque mi legga e mastichi una qualsiasi lingua straniera a informarsi sull’ Afghanistan evitando di leggere i maggiori quotidiani italiani. Quel paese sembra essere stato vittima di una invasione di mostri pervenuti dallo spazio e dotati di poteri sconfinati. Mostri che sono riusciti a far scappare da Kabul, terrorizzate, le forze del bene. Mostri assetati di vendetta e di sangue, soprattutto femminile, e che si apprestano a far diventare l’Afghanistan il santuario del narcotraffico e del terrorismo mondiale. [E pensare che invece sono tanto buoni, soprattutto con le donne, che trattano con una delicatezza che neanche i trovatori del dolce stil novo, che non farebbero male a una mosca, vendetta poi non sanno neanche come si scrive]

Delirio mediatico.

Cosa è successo invece, e cosa sta accadendo in Afghanistan in questi giorni?
Non c’è stata, innanzitutto, alcuna invasione di alieni, ma lo sbocco finale di due guerre. Una guerra civile tra i talebani ed i loro avversari iniziata quasi trent’anni fa, ed una guerra di liberazione contro una potenza occupante iniziata venti anni fa esatti. 
I talebani sono degli integralisti islamici estremi, portatori di un’ideologia oscurantista che implica la violazione di diritti fondamentali, in primis quelli delle donne. Ma sono anche una forza che ha finito col prevalere contro ogni genere di nemico grazie a un rapporto con la popolazione rurale afghana migliore di quello stabilito dai loro avversari. [Ecco, ve l’avevo detto, benefattori sono, angeli custodi, praticamente la mano destra di Dio]
I talebani che ho conosciuto non erano guerriglieri marxisti e neppure nazionalisti. Non combattevano per i poveri e neppure per costruire uno Stato-nazione. Si ispiravano, e si ispirano, ad una società di virtuosi, governata da precetti coranici, inaccettabile e odiosa ai nostri occhi [mentre agli occhi degli afghani è il paradiso in terra. È per quello che stanno accorrendo a Kabul da tutte le parti del Medio Oriente, per godere anche loro del paradiso]. Ma la società dei talebani è una società di afghani, non la Umma universale di altri estremisti. Gli studenti del Corano, perciò, non hanno mai operato al di fuori del loro paese e non sono interessati ad esportare il loro credo altrove [e dunque?].
Come sono allora riusciti a godere di quel minimo di consenso dal basso, o di semplice neutralità, che ha consentito loro di conquistare il Paese ed entrare a Kabul senza sparare un colpo?
Finanziamenti, armi e aiuti dall’estero? 
Quasi zero [ehm… La domanda, come si suol dire, è d’obbligo: ci sei o ci fai?], visto che il rubinetto saudita si è chiuso dopo il 2001 e visto che le grandi potenze regionali sono state a guardare aspettando che il frutto afghano cadesse nelle loro mani dopo la debacle euroamericana. 
Puntualmente avvenuta. Questa sì che è intelligence! O era sufficiente solo leggere i giornali e fare due più due? [Cioè adesso l’Afghanistan è caduto in mano alle grandi potenze regionali? Me la spieghi meglio, che non l’ho mica tanto capita questa?]
È bastato perciò ai talebani sedersi sulla riva del fiume ed aspettare. [I talebani?! Come i talebani? Ma non è nelle mani delle grandi potenze regionali che è caduto l’Afghanistan? Sei sicuro, come si dice dalle mie ex parti, di avere tutte le tazze nella credenza?]
Cioè resistere, garantire ordine e sicurezza alle zone sotto il loro controllo, assicurarsi perlomeno la neutralità della popolazione. Ed attendere ciò che era prevedibile già dieci anni fa: il crollo della baracca di corruzione, inettitudine militare ed amministrativa, indifferenza per i bisogni dei civili, messa in piedi dalle forze di occupazione. [Veramente Trump ha deciso il ritiro all’inizio del 2019 perché aveva stabilito che non avevano più niente da fare lì; tutto il resto, baracca di corruzione eccetera si trova nella fervida fantasia del signor Arlacchi. E davvero questo signore ha l’impressione che gli afghani, e le donne in particolare, preferissero i talebani agli americani? E come le spiega le fughe? Come spiega gli assalti all’aeroporto? Come spiega le madri che lanciano i figli oltre il filo spinato dell’aeroporto nella speranza di sottrarli all’inferno che aspetta tutti loro – come le madri ebree nel disperato tentativo di salvarli dai nazisti? Di disonestà intellettuale ne stiamo vedendo tanta, ma quella di quest’uomo le supera tutte]
L’analisi che avevo fatto nel 2011 per il Parlamento europeo parlava chiaro. Non c’era speranza di una soluzione militare, e senza una svolta radicale delle politiche occidentali l’Afghanistan sarebbe caduto nelle mani dei talebani. [Eh già, l’unico che ha capito tutto, ma vaffanculo, va’] [Ma poi perché “caduto”? Non hai appena finito di dire che non è vero che sono dei mostri, che hanno il sostegno popolare, che la gente preferisce loro agli americani?]
L’unica cosa che non avevo considerato nel mio rapporto era l’identità del vero futuro vincitore della guerra dell’Afghanistan: la Cina. [Ah, non le grandi potenze regionali? Non hai appena detto che è nelle loro mani che è caduto il frutto afghano?]
Pino Arlacchi, 22/08/2021, qui.

Per sapere perché il ritiro si è trasformato in una rotta disastrosa [Caporetto? Adua?] è meglio leggere qualcosa di più serio.

Niram Ferretti

EXIT STRATEGY

“Sono abbastanza vecchio per avere bene in mente la caduta di Saigon nel 1975…ce l’ho nel mio archivio dei ricordi”, ha dichiarato il generale Jim Jones, che ha servito come consigliere per la sicurezza nazionale sotto il presidente Barack Obama. “Fu molto doloroso da guardare. Questo è, almeno finora, ancora più doloroso”.
Costernazione.
“Quando si fanno questo tipo di cose, per quanto grandi o piccole siano, la prima cosa che si è fa è di evacuare i civili e le famiglie, poi il personale del governo degli Stati Uniti se necessario. E in seguito le ultime persone che se ne vanno sono generalmente i militari che forniscono la sicurezza per una evacuazione ordinata. Mi risulta che abbiamo fatto esattamente il contrario e non so perché.”
La risposta, per quanto sconcertante, è, per palese incompetenza. Inutile cercare improbabili moventi oscuri, ricorrere a fantasiose dietrologie. Il modo in cui gli Stati Uniti si sono lasciati dietro l’Afghanistan consegnandolo nelle mani dei talebani, resterà nei libri di storia come un degli esempi più clamorosi di come non si effettua un ritiro militare.
Il responsabile principale di tutto ciò è, ovviamente, il Commander in Chief, ovvero il presidente, colui che alla fine ha dato il via all’operazione, l’ha avallata, ha posto il suo sigillo.
Uscire di scena così non è degno di una grande potenza, non è degno di una piccola potenza. E’ semplicemente grottesco e surreale.

Incompetenza, senza dubbio. Ma non solo.

Parla Mike Pence: Biden ha rotto il nostro accordo con i Talebani

Mike Pence: Questa è un’umiliazione di politica estera diversa da qualsiasi altra cosa il nostro paese abbia mai sopportato sin dalla crisi degli ostaggi in Iran.

“La probabilità che ci siano i Talebani a dominare tutto e a controllare l’intero paese [l’Afghanistan] è altamente improbabile”, ha proclamato fiduciosamente Joe Biden a luglio. “Non ci saranno circostanze in cui vedrete persone sollevate dal tetto dell’ambasciata”.
Un mese dopo, lo scenario che il signor Biden riteneva impossibile è diventato una realtà terrificante. Negli ultimi giorni, il mondo ha visto civili in preda al panico aggrapparsi ad aerei militari statunitensi nel disperato tentativo di sfuggire al caos scatenato dalla ritirata sconsiderata del signor Biden. I diplomatici americani hanno dovuto implorare i nostri nemici di non prendere d’assalto la nostra ambasciata a Kabul. I combattenti talebani hanno sequestrato decine di veicoli militari americani, fucili, artiglieria, aerei, elicotteri e droni.
Il disastroso ritiro dell’amministrazione Biden dall’Afghanistan è un’umiliazione di politica estera diversa da qualsiasi altra cosa il nostro paese abbia mai sopportato sin dalla crisi degli ostaggi in Iran.
Ha messo in imbarazzo l’America davanti alla scena mondiale, ha portato gli alleati a dubitare della nostra affidabilità ed ha incoraggiato i nemici a mettere alla prova la nostra determinazione. Peggio di tutto, ha disonorato la memoria degli eroici americani che hanno aiutato a consegnare i terroristi alla giustizia dopo l’11 settembre, e tutti coloro che hanno servito in Afghanistan negli ultimi 20 anni.
Nel febbraio 2020, l’amministrazione Trump aveva raggiunto un accordo che richiedeva ai Talebani di porre fine a tutti gli attacchi al personale militare americano, di rifiutare ai terroristi un porto sicuro e di negoziare con i leader afgani la creazione di un nuovo governo. Finché queste condizioni fossero state soddisfatte, gli Stati Uniti avrebbero condotto un graduale e ordinato ritiro delle forze militari.
Approvato all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’accordo ha immediatamente portato in Afghanistan una stabilità mai vista da decenni. Negli ultimi 18 mesi, gli Stati Uniti non hanno subito una sola perdita in combattimento.
Quando abbiamo lasciato l’incarico, il governo afgano e i Talebani controllavano ciascuno il proprio territorio, nessuno dei due stava montando grandi offensive, e l’America aveva solo 2.500 truppe statunitensi nel paese – la più piccola presenza militare dall’inizio della guerra nel 2001.
La guerra infinita dell’America stava arrivando a una fine dignitosa, e la base aerea di Bagram ci assicurava la possibilità di condurre missioni antiterrorismo fino alla conclusione di quella guerra.
I progressi della nostra amministrazione per ottenere la fine di quella guerra sono stati possibili perché i leader Talebani hanno capito che le conseguenze della violazione dell’accordo sarebbero state rapide e gravi. Dopo che i nostri militari avevano eliminato il terrorista iraniano Qasem Soleimani, e le forze speciali statunitensi avevano ucciso il leader dell’ISIS, i Talebani non avevano dubbi che avremmo mantenuto la nostra promessa.
Ma quando il signor Biden è diventato presidente, ha rapidamente annunciato che le forze statunitensi sarebbero rimaste in Afghanistan per altri quattro mesi senza una chiara ragione per farlo. Non c’era alcun piano per trasportare i miliardi di dollari di attrezzature americane recentemente catturate dai Talebani, o per evacuare le migliaia di americani che ora si affannano a fuggire da Kabul, o per facilitare il reinsediamento regionale delle migliaia di rifugiati afgani che ora chiederanno asilo negli Stati Uniti con poco o nessun controllo.
Piuttosto, sembra che il presidente semplicemente non volesse mostrare di rispettare i termini di un accordo negoziato dal suo predecessore.
Una volta che il signor Biden ha rotto l’accordo, i Talebani hanno lanciato una grande offensiva contro il governo afgano e hanno preso Kabul. Sapevano che non c’era alcuna minaccia credibile di un atto di forza da parte di questo presidente. L’hanno visto inchinarsi a gruppi terroristici antisemiti come Hamas, ripristinare milioni di dollari di aiuti all’Autorità Palestinese e stare a guardare all’inizio di quest’anno mentre migliaia di razzi piovevano sui civili israeliani.
La debolezza istiga il male – e la grandezza del male che ora sta sorgendo in Afghanistan la dice lunga sulle debolezze del signor Biden. Per limitare la carneficina, il presidente ha ordinato più truppe in Afghanistan, triplicando la nostra presenza militare durante un presunto ritiro.
Dopo 20 anni, più di 2.400 americani morti20.000 americani feriti e oltre 2.000 miliardi di dollari spesi, il popolo americano è pronto a riportare a casa le sue truppe.
Ma il modo in cui il signor Biden ha eseguito questo ritiro è una vergogna, indegno dei coraggiosi uomini e donne americani in servizio il cui sangue macchia ancora il suolo dell’Afghanistan.
Luca Maragna, qui.

Piuttosto, sembra che il presidente semplicemente non volesse mostrare di rispettare i termini di un accordo negoziato dal suo predecessore.”
Esattamente come ha fatto con tutto ciò che aveva fatto Trump (a cominciare dalle tasse che T. aveva tagliato, permettendo così di favorire le assunzioni e abbassare drasticamente la disoccupazione, soprattutto fra neri e ispanici, che non a caso hanno votato per lui con percentuali mai viste prima nei confronti di un candidato repubblicano). No, questo non è il marito che si taglia i coglioni per fare dispetto alla moglie: questo è uno che ha tagliato i coglioni a un’intera nazione per fare dispetto a chi, quei coglioni, glieli aveva messi. E adesso, notate bene, si sta cercando di limitare la carneficina. Che difficilmente sarà evitata del tutto.

barbara

TALEBANI: UN’OCCHIATA IN CASA NOSTRA

Cominciamo con l’ineffabile Alessandro Di Battista.

Niram Ferretti

PADRONI E PADRINI DEL PIANETA

E’ tornato, e c’era bisogno che tornasse, perché ogni volta che apre bocca dice cose giuste, vere, inesorabili.

«Chi è interessato davvero al popolo afghano dovrà parlare con i talebani. Il resto è ipocrisia». «Anche la prima vittima della guerra in Afghanistan è stata la verità. Una verità che ancora oggi, nonostante i nodi siano tutti venuti al pettine, viene vilipesa, oltraggiata, assassinata. Gli Stati Uniti e i suoi servi sciocchi non hanno bombardato l’Afghanistan (così come l’Iraq, la Libia o la Siria) per eliminare il terrorismo, la shari’a, il burqa o per garantire diritti umani. E chi ancora si beve questa balla è complice dei padroni e padrini del pianeta».

Così Alessandro Di Battista, uno dei maîtres à penser del M5S. Lui conosce la verità, il motivo per il quale gli USA intervennero in Afghanistan vent’anni fa, non per la lotta contro il terrorismo islamico (ma quale terrorismo islamico!), e in Iraq, Libia e Siria. Si tratta, naturalmente, di altri motivi, molto biechi, molto terra a terra.

“I padroni e i padrini del pianeta” (Povia dovrebbe chiedere che gli vengano riconosciuti i diritti) quando si muovono si muovono solo tramite motivi di facciata, falsi e i gonzi, quasi tutti ci cascano, ma lui Di Battista no, lui sa esattamente di cosa si è trattato, di cosa si tratta e presto lo sapremo anche noi quando lo esporrà in modo vero, giusto, inesorabile, sempre che i “i padroni e i padrini del pianeta” e i loro “servi sciocchi” glielo permetteranno.

Qualcuno si affretti a metterlo al sicuro.

Ma farà poca tenerezza con quell’aria da son piccina son carina son la gioia di papà?

Un altro fulgido esempio della nostra Sinistra dalla gloriosa storia ce lo fornisce tale signor Claudio Mazzanti, assessore piddino a Bologna, dallo spettacolare senso dell’umorismo

E passiamo ora alle cose serie.

«I nostri islamici benedicono le esecuzioni»

Ci sono i talebani veri, quelli che sparano sulla folla e seminano il terrore. E poi ci sono i talebani de noantri, di imitazione ma non meno pericolosi, che sparano balle sui giornali e sfiorano il ridicolo. Parliamo di quanti, illuminati sulla via di Kabul, sono convinti che l’avvento dei talebani sia stato un affare. Essi credono che mullah e compagnia armata abbiano preso il potere con il consenso degli afghani (chissà perché, tuttavia, i cittadini fuggono); che non abbiano mai fiancheggiato i terroristi (hanno ospitato per anni Bin Laden? E chi è costui?); che siano personaggi dialoganti (infatti fanno parlare bene le armi) e molto migliori degli americani (chiedere alle donne afghane, che non vedono l’ora di rimettersi il burqa).

LA LUCE Tra i più accaniti sostenitori di Baradar, il capo talebano, e dei suoi accoliti figura Davide Piccardo, coordinatore del Caim (Coordinatore delle associazioni islamiche di Milano) e direttore di laluce.news, nome divertente dato che difende degli oscurantisti. Sul suo sito Piccardo si è cimentato in una filippica contro gli invasori a stelle e strisce, fautori per 20 anni di una «guerra coloniale» in Afghanistan, funzionale non a «combattere il terrorismo», ma a «stabilire un avamposto in Asia Centrale». In quest’ottica l’11 settembre sarebbe stato «la scusa perfetta per lanciare l’offensiva contro i Talebani». I quali, sebbene «mostrificati» dalla propaganda, sono molto «più umani e corretti degli invasori occidentali», anzi capaci di «portare pace e stabilità» e pertanto arrivati al potere con «ampio consenso» della popolazione. E di certo «non sono terroristi» perché «non hanno mai contemplato la possibilità di compiere attentati in Occidente». [ho idea che questa sia funzionale all’escludere che gli attentati in Israele siano terrorismo] No, si sono limitati a ospitare la mente del più grande attentato contro l’Occidente nella storia… E poco importa che, come ha ricordato l’Onu in un report, i talebani continuino a proteggere al Qaeda e ospitarla in 15 province del Paese. Da cui l’allarme negli Usa di nuovi attentati in occasione del ventennale dell’11 settembre e il rischio di infiltrazione di terroristi tra i profughi. Ma sulla bontà d’animo dei talebani giura anche Massimo Fini che, su la Fatwa Quotidiana, pardon il Fatto Quotidiano, ricorda come i talebani ospitassero Bin Laden in qualità di benefattore: «Bin Laden in Afghanistan godeva di popolarità perché con le sue risorse personali aveva costruito ospedali, strade, infrastrutture». Com’era buono lui… L’unico effetto collaterale del ritorno al potere dei talebani sarebbero le epurazioni ma anche qui, garantisce Fini, non c’è problema: «I “collaborazionisti” potrebbero essere passati per le anni, come si è sempre fatto da che mondo è mondo». E che male c’è. Del resto, anche secondo Piccardo «le ritorsioni, gli arresti, i processi, le condanne e le esecuzioni purtroppo sarebbero normali in una situazione del genere» contro «gente che sosteneva delle forze armate che in questi anni hanno ucciso decine di migliaia di talebani».

LO SCAMBIO È con questi ultimi dunque, esecutori ragionevoli di epurazioni di massa, che si deve dialogare. Lo crede anche il mullah Travaglio per cui, se trattiamo, «può darsi che i vincitori ascoltino» gli sconfitti. Già ce li vediamo i tagliagole ad ascoltare i miti consigli di Europa, grillini e Tale-Biden, il presidente Usa responsabile della fuga dell’Occidente. Gli unici a credere possibile una conversazione con i talebani, oltre a Travaglio, sono l’Ue, Giuseppi Conte e il redivivo Alessandro Di Battista: già celebre per volere «intavolare una discussione» con l’Isis, ieri l’ex 5 Stelle avvertiva che «bisogna parlare con i talebani», se si vorranno «corridoi umanitari per profughi» e «aprire strutture sanitarie». Quindi i talebani sarebbero i garanti di azioni umanitarie. Dibba ha capito tutto, come sempre. Insieme a Travaglio, Fini e Piccardo, potrebbe aspirare a un ruolo nel governo talebano. A proposito, suggeriamo un accordo distensivo ai mullah: noi ci prendiamo i profughi e vi diamo in cambio Dibba e Co.
Gianluca Veneziani, qui.

Se per profughi sono da intendere i profughi veri, quelli che a rimanere lì rischiano la vita, io ci sto.
Poi ho trovato questa cosa che mi è piaciuta molto, non proprio strettamente ed esclusivamente di casa nostra, ma che bene o male ci riguarda.

Gianfranco Damico (via Fulvio Del Deo)

Ve lo ricordate Charlie Hebdo vero? Quelli che nel cuore di Parigi furono massacrati da quattro coglioni islamici…
A parte la vicinanza incondizionata per quel massacro, io li ho criticati a volte. Le vignette non mi sembravano taglienti, mi sembravano cretine.
Oggi però fanno un balzo avanti e nel farlo ci lanciano un dardo al cuore. Dritto al cuore della più insopportabile delle ipocrisie.
Perché quei pervertiti, sessuali e mentali, di talebani che stanno facendo quello che stanno facendo, quei nazicoglioni con la sharia maomettana, hanno anche dei foraggiatori. E il principale è il Qatar. È a Doha che si fanno le trattative. È a Doha che il capo di quegli altri coglioni palestinesi di Hamas si è fatto fotografare congratulante con il talebano del cazzo.
E sapete chi è il proprietario dello stellare Paris Saint Germain che da poco si è comprato anche Messi e Donnarumma? Sissì, i qatarini. E sapete cosa avverrà l’anno prossimo in Qatar? I mondiali di calcio. Sì, andremo a fare i mondiali di calcio a casa dei principali finanziatori dei maniaci sessuali fascisti afghani figli di Allah.
Charlie Hebdo è l’unico che lo sta dicendo.
Ora, a parte che io mi aspetto per tutto questo inginocchiamenti spettacolari da parte di tutti i campioni di moralità inginocchiati precedentemente -Messi, Mbappè, Neymar and Co., sui chiodi- , dico questo: io amo il calcio, e come un bambino mi entusiasmo per i grandi eventi sportivi. Capisco anche l’ambivalenza delle cose, che questo è un mondo fatto di polvere. E guardo sempre con sospetto tutte le robe di boicott questo e boicott quello.
Ma questa volta no.
Questa volta il Paris Saint Germain e i mondiali di calcio se ne possono andare affanculo.
Amo il calcio. Ma non sulla pelle delle mamme, delle figlie, delle sorelle, dei bambini e degli uomini liberi di Afghanistan.
Perché a quel punto, sono davvero solo quattro coglioni che corrono in mutande appresso a una palla.
Perché se hai le palle, quelle vere, le guerre -in cui credo- le combatti con le armi sul campo, e poi le combatti, con quelle palle, anche altrove.

D’altra parte, se pensiamo alle olimpiadi di Monaco proseguite allegramente coi cadaveri della strage ancora caldi, come se niente fosse, come aspettarsi una qualsiasi presa di coscienza adesso?

barbara

LE PERLE DI KABUL

Le perle di Biden 1

Le perle di Biden 2

Niram Ferretti

L’APPRENDISTA STREGONE

Il disastro della gestione Biden dell’uscita di scena americana dall’Afghanistan è sotto gli occhi di tutto il mondo. Uno scenario che fa sembrare un picnic la crisi degli ostaggi americani a Teheran nel 1979.
In Afghanistan, al momento, mentre i talebani stanno allargando il loro perimetro, ci sono tra i 10,000 e i 15,000 cittadini americani e al presente non esistono piani per evacuare quelli che sono rimasti fuori da Kabul.
Il Segretario alla Difesa, Llyod Austin ha dichiarato che, al momento, non c’è la possibilità di fare rientrare un ampio numero di persone. Come ha scritto Noah Rothman su Commentary Magazine:

“Abbiamo messo il destino di migliaia di americani e dei nostri alleati afgani nelle mani dei talebani. Dettano i termini e il ritmo delle nostre operazioni. Dipendiamo dai talebani per consentire a cittadini stranieri e afgani accreditati di accedere all’aeroporto internazionale di Hamid Karzai. Secondo quanto resta della presenza diplomatica americana a Kabul, ‘il governo degli Stati Uniti non può garantire un passaggio sicuro’ all’interno dell’aeroporto. Dipendiamo dalla beneficenza di una milizia teocratica che non ha dimostrato capacità di misericordia. E il governo degli Stati Uniti non ha intenzione di porre rimedio a questa condizione”.

Questo è lo scenario senza precedenti. Questa è la presidenza Biden, colui che avrebbe riportato l’America alla sua grandezza dopo gli anni “terribili” della presidenza Trump.

Le perle di John Kerry

Noi che amiamo Israele

L’ex primo ministro israeliano Netanyahu sull’Afghanistan:

“Nel 2013, sono stato contattato dall’allora Segretario di Stato americano John Kerry. Mi ha invitato per una visita segreta in Afghanistan per vedere come gli Stati Uniti avessero istituito una forza militare locale in grado di combattere da soli il terrorismo.
Il messaggio era chiaro: il “modello afgano” è il modello che gli Stati Uniti cercano di applicare anche alla causa palestinese.
Ho gentilmente rifiutato l’offerta e ho previsto che non appena gli Stati Uniti avessero lasciato l’Afghanistan tutto sarebbe crollato. Purtroppo è quello che è successo in questi giorni: un regime islamico estremista ha conquistato l’Afghanistan e lo trasformerà in uno stato terrorista che metterà in pericolo la pace mondiale.
Otterremo lo stesso risultato se, D-O non voglia, cederemo i territori contesi. I palestinesi non stabiliranno una Singapore. Stabiliranno uno stato terrorista in Giudea e Samaria, a breve distanza dall’aeroporto Ben Gurion, da Tel Aviv, da Kfar Saba e da Netanya. Abbiamo visto la stessa politica sbagliata nei confronti dell’Iran. La comunità internazionale si è imbarcata in un pericoloso accordo che avrebbe fornito all’Iran un arsenale di bombe nucleari destinato alla nostra distruzione.
La conclusione è chiara. Non possiamo fare affidamento alla comunita’ internazionale per garantire la nostra sicurezza, dobbiamo difenderci da qualsiasi minaccia da soli “.

E a me resta una curiosità: nei suoi settantasette anni di vita ci sarà una cosa, una, che sia riuscito ad azzeccare?

Le perle di Conte

E anche qui vale la domanda formulata sopra

Le perle di Di Maio

“Come può essere sicuro che non sarà abbandonato?” “Non sarà abbandonato” Neanche fosse andato a scuola da Mattia Santori.

Le perle del papa

Il vispo Tereso, che gran birichino,
giocava ridendo con il biliardino,
e tutto giulivo spingendo gli omini
gridava a distesa “Ho preso i pallini!”

Le perle della Germania

“Dopo che anche la Repubblica federale di Germania ha deciso di ritirare i suoi soldati dall’Afghanistan, il ministro degli Esteri tedesco è entrato in scena e ha impartito ai Talebani il seguente ordine del giorno: ‘I Talebani devono riconoscere che non ci sarà un ‘ritorno al 2001’”, commenta non poco sarcastico Henryk Broder, il columnist della Welt. “La fiduciosa società civile afghana ha atteso con impazienza questo consiglio”. Già a fine aprile, il ministro degli Esteri tedesco aveva avvertito i Talebani: “Ogni aiuto dipenderà dagli standard democratici”. Poco impressionati dalle minacce tedesche, i tagliagole afghani hanno iniziato la loro marcia verso Kabul, uccidendo donne, soldati, interpreti, giornalisti e poeti.
Giulio Meotti

Le perle della UE

Le perle di Emergency

E perché mai non dovrebbero esserci buone aspettative ora che sono tornati al potere i migliori amici di Emergency

Le perle di Letta

Giovanni Bernardini

ANIMALE RAZIONALE?

Enrico Letta ha pronta la soluzione: aiutare le ONG che operano in Afghanistan. In questo modo le migliaia, o decine di migliaia di sventurati che rischiano la pelle in quel disgraziato paese saranno salvi, o quasi. Il burka imposto alle donne sarà più leggero e mentre in Italia ci appassioneremo dibattendo sulla “parità di genere” in Afghanistan le adultere saranno lapidate con sassi meno duri e tutte donne avranno il diritto di uscire di casa anche una volta al mese, accompagnate dal marito o da un figlio, ovviamente. L’azione delle ONG che Letta vuole aiutare darà ottimi risultatati.

Intanto, lo comunica l’Ansa, il 16 agosto il signor Alberto Zanin, coordinatore medico di “emergency” a Kabul rassicurava il mondo. La situazione è tranquilla, affermava l’eroico difensore di donne e bambini. Certo, per “emergency” la situazione resterà “tranquilla”, c’è da scommetterci. Per tanti altri… un po’ meno. Ieri circa 35 persone sono state fatte fuori dagli angioletti talebani, quelli che “lasciano tranquille” le ONG. Manifestavano in piazza i furfanti. Un vero crimine!

Lo dico sinceramente: ogni volta che Letta parla mi chiedo se il vecchio Aristotele aveva ragione quando definiva l’uomo “animale razionale”.

Io, per la verità, oltre che sull’aggettivo, avrei da ridire anche sul sostantivo: più che un animale a me pare tanto un vegetale.

Le perle della Cina

Le perle della CNN

Emanuel Segre Amar

Vi ricorderete questa giornalista della CNN

che l’altro giorno diceva che “sembravano amichevoli”?

Ebbene oggi è stata avvicinata dai talebani che, con un semplice gesto della mano, le hanno “amichevolmente” (ovvio, no?) ordinato di coprirsi il volto,

poi hanno caricato due della sua scorta che è stata anche disarmata:

tra amici evidentemente le armi non servono, anche se uno se le tiene bene in evidenza, per far capire quale è l’aria che tira a Kabul.
Nell’ultima immagine i talebani all’aeroporto, ben equipaggiati (hanno trovato i magazzini dell’esercito afghano pieni di tutto) sparano sulla folla disperata ad altezza d’uomo.

Le perle di Twitter

Twitter, il gigante digitale su cui si svolge oggi buona parte della diplomazia occidentale, che dichiara che i Talebani potranno continuare a usare i social “fintanto che rispetteranno le regole”.
Giulio Meotti

E Donald Trump, evidentemente molto più pericoloso dei talebani, no.

Le perle dell’Unicef

l’Unicef, che si dice “abbastanza ottimista” che i Talebani rispetteranno il diritto all’istruzione delle donne.
Giulio Meotti

Lei un po’ meno, sembrerebbe

Le perle di Ernesto Galli della Loggia

“Oggi” scrive “molti si affrettano a sostenere che un regime siffatto — che trae origine da un’evoluzione storica propria della cultura dell’Occidente — sia adatto per ciò solo alle popolazioni che condividono tale cultura, e che quindi esso non possa essere in alcun modo trapiantato dove tale cultura non ha mai allignato. Tuttavia questa affermazione perentoria solleva inevitabilmente una domanda: chi lo decide che le cose stanno davvero così? Chi decide circa la validità di questa sorta di legge bronzea dell’incompatibilità culturale? Il Congresso Mondiale degli Antropologi e degli Storici Riuniti? Chi? Sembrerebbe abbastanza ovvio che forse dovrebbero deciderlo gli interessati, cioè gli stessi appartenenti alla cultura «altra» rispetto alla nostra. Che dovrebbero essere loro a dire: «No grazie, la libertà di parola non c’interessa, e della garanzia di non essere prelevati nottetempo dalla polizia e magari fucilati senza processo facciamo volentieri a meno». Peccato che invece a invocare l’argomento della incompatibilità culturale rispetto alla democrazia siano regolarmente non già gli eventuali diretti interessati ma solo e sempre coloro che sono arrivati a governarli, sebbene non abbiano ricevuto quasi mai, guarda caso, alcuna effettiva e credibile investitura” (qui).

Le perle dell’America dem progressista

che, liberatasi una buona volta del fastidio dell’Afghanistan, può finalmente dedicarsi alle cose serie

I bagni transgender!

Una perla che farà sicuramente felici i novax

che hanno trovato dei nuovi alleati

Qui

E chiudo con quella che probabilmente rimarrà, al pari dei voli dalle Torri Gemelle, l’immagine simbolo  dell’orrore, del terrore, della disperazione di fronte alla tragedia piombata sull’Afghanistan

barbara

RITORNO ALL’UNGHERIA, OVVEROSIA È ARRIVATO L’UOMO NERO

Prologo con antefatto
Vi ricordate all’inizio della primavera dell’anno scorso? Orban, per poter fronteggiare l’epidemia e prendere decisioni rapide senza gli impicci della burocrazia e dei percorsi ordinari, chiese al Parlamento – e ne ottenne – i pieni poteri. Grande scandalo e grida d’allarme in tutta Europa: rischio dittatura, anzi piena dittatura, orrore, sgomento… Due mesi e mezzo dopo, terminata l’emergenza, Orban dichiarò chiuso lo stato di emergenza e restituì i pieni poteri. In Italia Conte il 31 gennaio dichiarò lo stato di emergenza e si prese, senza autorizzazione di chicchessia, i pieni poteri per sei mesi. Il 31 luglio, con 675 pazienti covid ricoverati nei reparti ordinari e 41 in terapia intensiva e 9 morti, proroga lo stato di emergenza per altri sei mesi, sempre con pieni poteri. Il 31 dicembre lo proroga per altri sei mesi, sempre conservando i pieni poteri. Ora, con poco più di una dozzina di morti, con le terapie intensive occupate da pazienti covid per il 3,21% e i reparti ordinari per l’1,43%, Draghi sembra fermamente deciso a prorogare ancora lo stato di emergenza fino a fine anno, col solito corollario dei succosi pieni poteri. Ma il dittatore è Orban e lo stato più orrendamente assolutista fascista razzista regressista è naturalmente l’Ungheria – l’unico Paese europeo in cui sinagoghe e istituzioni ebraiche non hanno bisogno della protezione della polizia.
Bene, ora proseguiamo.

Orban, il mascalzone ideale

Legittimo criticarlo, l’Ungheria non è l’Olanda. Ma dire che criminalizza l’omosessualità è da propagandisti in malafede. E la Finlandia che processa chi sostiene la visione cristiana del matrimonio?

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dice che “nell’Unione europea sei libero di essere chi vuoi essere e di amare chi vuoi”. Come se la legge ungherese, dove ci sono le unioni civili per gli omosessuali, vietasse omosessualità o transgender. Quello che fa è vietare l’educazione Lgbt nelle scuole e nei cartoni animati per bambini. Legittimo criticarla, non sostenere che criminalizza una categoria di persone. 
“Siamo pronti a discutere la legge con coloro che si sono espressi contro di essa”, ha detto alla BBC il governo ungherese. “La legge riguarda rigorosamente la protezione dei bambini. Dice che per i minori di 18 anni l’educazione sessuale deve essere appropriata e quello che non vogliamo è l’intrusione delle ONG di lobby LGBTQ+ e dei gruppi di pressione che entrano negli asili e nelle scuole per spiegare ai bambini perché è una grande idea avere trattamenti ormonali e operazioni per cambiare sesso prima dei 18 anni. Queste non sono pratiche accettabili”. Nelle settimane scorse, anche il più grande ospedale svedese, il Karolinska di Stoccolma, ha bandito i trattamenti ormonali per i minori.
Ma più precisamente, perché i legislatori ungheresi eletti democraticamente non possono decidere cosa è permesso insegnare ai bambini ungheresi? Il disprezzo è mozzafiato. Dovrei preoccuparmi e sentire come un attacco alla democrazia e alla libertà che i bambini magiari debbano andare online per guardare Kermit la rana che tiene un concerto assieme a una drag queen, invece di guardarlo sulla tv ungherese? O che ai bambini magiari di sette anni non venga detto a scuola che avere il pene non significa essere maschi? 
E perché dovrebbe essere meno discriminatoria la legge di un altro paese membro dell’Unione Europea, la Finlandia, dove un vescovo e un ex ministro sono appena finiti sotto processo per “incitamento all’odio”, solo per aver sostenuto la visione cristiana del matrimonio? In Francia hanno appena approvato una legge che cancella la figura del padre come riferimento nella filiazione. In Ungheria pensano che un bambino abbia diritto a un padre e a una madre. Quale paese è più discriminante e oscurantista? La battaglia fra il progresso e la reazione è complicata…
Leggendo oggi il Corriere della Sera su Orban un lettore non informato arrivava a farsi l’idea di un leader che “alimenta l’antisemitismo ad arte”. Ora, questo è il sondaggio ufficiale dell’Unione Europea su dove gli ebrei si sono mentono meno al sicuro in Europa. In testa, la Francia. In fondo, l’Ungheria. Fine della discussione, a meno che non si agiti lo spettro di George Soros, la cui battaglia con Orban non c’entra niente con l’antisemitismo. Nei giorni scorsi Ronald Lauder, presidente del Congresso Ebraico Mondiale, era a Budapest a rendere omaggio a Orban.
E’ vero, l’Ungheria di Orban ha molti difetti e non è l’Olanda o il Massachusetts. Può piacere o meno. Diverso, da bugiardi in malafede, è dire come fa tutta la stampa mainstream che l‘Ungheria è come l’Uganda.
E’ la differenza fra l’Est e l’Ovest europeo spiegata su Le Figaro da una filosofa di fama mondiale come Chantal Delsol: “Ritengono ancora di avere un’identità, una caratteristica specifica, depositata dalla storia, che merita di essere difesa. Mentre l’Europa occidentale, e l’istituzione europea, considerano l’identità una cosa del passato: in una società materialista e libertaria, un’identità culturale non ha più senso. Molti pensano che se non insultiamo questi paesi, allora siamo i loro difensori. E’ il segno di questo mondo manicheo, tagliato col coltello, che io denuncio. Pensano che la libertà abbia dei limiti, che da tempo abbiamo dimenticato. In Europa occidentale, questo è il nostro slogan, crediamo che ‘la mia libertà finisce dove inizia la libertà degli altri’. Ma si può anche pensare, questo è il mio caso, che la mia libertà finisca dove inizia la mia responsabilità. Che è molto diverso. Se gli ungheresi votano per chiamare ‘matrimonio’ il contratto tra un uomo e una donna, proteggendo così il nome e il simbolo, è un limite che mettono e non dovrebbero essere insultati per questo”. 
Se noi diamo di matto su un piccolo paese ricchissimo di storia e di pochi milioni di abitanti è perché non tolleriamo che qualcuno in Europa ci ricordi che c’era anche un’altra strada. Abbiamo la vocazione della terra bruciata. Non tolleriamo più alcun dissenso culturale?
Giulio Meotti

E ora un esempio di censura, in perfetto stile sovietico, cinese, nordcoreano. Dove? Nell’Europa progressista, naturalmente.

“I genitori hanno diritto all’educazione dei figli”

Il ministro della Giustizia ungherese ha scritto un articolo per spiegare all’Europa. Ma in nome della tolleranza è stato censurato da un giornale europeo. Lo ripubblico io. Hanno paura della verità?
“Come può una comunità di libertà (l’Europa istituzionale), che si era diffusa gioiosamente dopo la caduta del comunismo, essere arrivata a imporre così radicalmente una sola visione etica?”, si domanda sul caso ungherese su Le Figaro di oggi la filosofa francese Chantal Delsol, che ha fondato l’Istituto Hannah Arendt nel 1993, membro dell’Accademia di scienze morali e politiche, la famosa “cupola” della cultura francese, allieva di Julien Freund e autrice di Le Crépuscule de l’universel.

Perché l’Unione Europea è impazzita al punto di arrivare anche soltanto a pensare di espellere un piccolo paese di soli 10 milioni, una delle culle della sua millenaria storia e cultura? Il cuore dello scontro, scrive Chantal Delsol, è la fine della distinzione fra tolleranza e legittimità. Adesso tolleriamo soltanto quello che giudichiamo moralmente legittimo. “Posso tollerare la legalizzazione del cambiamento di sesso, perché sono liberale, ma non posso accettare, per ragioni di etica personale, che venga proposto a mio figlio in classe (e alle mie spalle). Per quanto sia necessario, da società liberali nell’Unione Europea, tollerare tutti i comportamenti e rispettare le persone, è normale che ogni corrente, movimento sociale, famiglia, abbia la propria idea di legittimità di questo o quel comportamento. Per questo il governo Orban considera inopportuno che una corrente di pensiero venga imposta nelle scuole. Il giudizio spetta alle famiglie, non spetta a un’ideologia statale educare i bambini. Considerare che tutti i comportamenti sono ugualmente legittimi è un modo libertario di vedere le cose, rispettabile come gli altri perché siamo in una società liberale, ma che non tutti sono obbligati a legittimare e che a fortiori non ha nessuna giustificazione per essere imposto a tutti, tanto meno ai bambini nelle scuole. Il grande fallimento delle élite liberali contemporanee è quello di rifiutare qualsiasi riflessione sui limiti. È disastroso che le persone intelligenti che ci governano si sentano obbligate a gridare alla discriminazione non appena viene emesso un giudizio e a chiamare criminali coloro che pensano esistano dei limiti. Una società non deve relativizzare tutto per essere libera. Ancora più grave: il grande naufragio delle nostre élite è la negazione della coscienza personale, la cui grandezza è quella di poter decidere se legittimare o meno ciò che tollera e poterlo trasmettere ai propri figli. Ma la coscienza personale, nonostante tutte le dichiarazioni magniloquenti, nessuno ce la può togliere”.
E c’è talmente poca tolleranza ormai che il celebre sito Politico si è rifiutato di pubblicare questo articolo del ministro della Giustizia dell’Ungheria, Judit Varga, che voleva spiegare all’Europa la legge in discussione. Lo ripubblico io qui sotto. Di cosa hanno tanta paura? Forse di un po’ di verità? Dopo aver vinto la battaglia culturale vogliono che tutti facciano la genuflessione, come “devono” fare i calciatori in campo prima della partita?

***

“Pensavamo che fossero interessati a sentire la nostra versione della storia. Ci sbagliavamo”

di Judit Varga

Da dieci anni, la stampa internazionale pubblica regolarmente dichiarazioni sulla morte della democrazia ungherese. Eppure, nonostante gridino ripetutamente al lupo, non c’è mai stato nessun lupo, anche se sfortunatamente quelli che gridano non sembrano mai stancarsi dell’inganno.
Questa volta si dichiara che l’Ungheria ha adottato una legge discriminatoria e omofoba. A nessuno importa che la dichiarazione firmata da diversi Stati membri contenga false accuse e falsifichi il merito della legge ungherese sopprimendone parti essenziali. A nessuno interessa notare che il fulcro della legge è la protezione dei bambini da qualsiasi tipo di sessualità – quindi non può, per definizione, essere discriminatoria. Gli Stati membri firmatari non si sono nemmeno presi la briga di chiedere spiegazioni ufficiali al governo ungherese prima di emettere la loro lettera congiunta. Le critiche hanno generato un conflitto artificiale tra i diritti dei bambini e i diritti delle persone LGBT. È davvero questa l’incarnazione della leale cooperazione sancita dai Trattati?
La nuova legge si concentra sulla garanzia dei diritti dei genitori e sulla protezione dei minori dall’accesso a contenuti che potrebbero contraddire i principi educativi che i loro genitori hanno scelto di insegnare loro fino a quando non diventeranno essi stessi adulti. Fino a quel momento, tuttavia, tutti gli altri attori – sia lo Stato che le scuole – dovranno rispettare il diritto dei genitori di decidere sull’educazione sessuale dei propri figli. Ecco di cosa tratta la nuova legge ungherese.
Si ricorda che l’articolo 14 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea sancisce che deve essere rispettato il diritto dei genitori di assicurare l’educazione e l’insegnamento dei propri figli in conformità alle proprie convinzioni religiose, filosofiche e pedagogiche, conformemente alle leggi nazionali che disciplinano l’esercizio di tali libertà e diritti.
La legge ungherese non si applica alla vita, all’identità sessuale o alle pratiche degli adulti di età superiore ai 18 anni, né al modo in cui tali adulti desiderano esprimersi o presentarsi pubblicamente.
L’orientamento sessuale e l’identità di genere sono soggetti a una rigida protezione costituzionale in Ungheria. Secondo l’Articolo XV paragrafo (2) della Legge Fondamentale, l’Ungheria garantisce i diritti fondamentali a tutti senza discriminazioni. Dal 2004, la legge sulla parità di trattamento ha affermato chiaramente all’articolo 1 che tutte le persone nel territorio dell’Ungheria devono essere trattate con lo stesso rispetto e vieta esplicitamente la discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.
Le disposizioni non escludono alcuna attività in classe o altrimenti organizzata per gli studenti relativa alla cultura, al comportamento, allo sviluppo o all’orientamento sessuale, purché non promuova o diffonda tali argomenti. Si aspetta semplicemente che solo esperti qualificati descrivano questi problemi altamente sensibili ai bambini in modo appropriato all’età e basati su prove, contribuendo così alla loro corretta educazione con la direzione e la guida appropriate dei loro genitori e tutori legali.
In Ungheria, ognuno è libero di esprimere la propria identità sessuale come meglio crede, poiché la legislazione ungherese garantisce pienamente i diritti fondamentali per ogni minoranza. Non è una contraddizione che garantisca anche il diritto e l’obbligo dei genitori di educare i propri figli. Non c’è nulla di discriminatorio in questo.
Non è la prima volta, tuttavia, che l’europeità di una legge ungherese venga interpretata da alcuni che scelgono di giudicare anticipatamente senza prima richiedere i fatti. La dichiarazione politica che condanna la nuova legge ungherese è vergognosa, non solo perché va contro la leale cooperazione, ma anche perché la dichiarazione incorpora un’opinione politica faziosa senza un’indagine imparziale precedentemente condotta.
Inoltre, non è la prima volta che la legislazione ungherese viene etichettata come discriminatoria. Tuttavia, la verità è che implicare che questa legge sia anti-UE discrimina esclusivamente quei genitori che, in linea con la Carta dei diritti fondamentali dell’UE, abbracciano il diritto all’educazione dei propri figli.
Giulio Meotti

E perché tutto questo? Per il solito, eterno motivo che la storia ci ha tragicamente insegnato: fabbricare un nemico comune per poter distrarre il popolo e perseguire in pace i propri sporchi affari.

Niram Ferretti

AL RIPARO DAL VENTO IMPETUOSO DEL PROGRESSO

Per Joseph Goebbles, maestro indiscusso della propaganda, il primo dei principi affinché una propaganda efficace potesse funzionare era quello della semplificazione e del nemico unico: Scegliere un avversario e insistere sull’idea che fosse lui la fonte di tutti i mali. Sappiamo come gli ebrei, durante i dodici anni del regime nazista, incarnassero questo nemico all’ennesima potenza, anche se, ce ne erano anche altri.
Oggi, in un’epoca europea più lieta di allora, e più gaia sotto molteplici aspetti, chi ci spiega che cos’è la democrazia e come funziona, ci dice anche che in Europa, Victor Orban, il putiniano Orban, è un nemico delle magnifiche sorti e progressive, quelle ormai decise e incarnate dall’Unione Europea.
Si dà il caso che l’Ungheria sia stata recentemente messa all’angolo perchè, udite udite, avrebbe promulgato una legge “omofoba”. E, oggi, essere in odore di omofobia è sicuramente peggio che avere la fedina penale sporca per avere rapinato una banca.
Naturalmente, pochissimi si sono sentiti in dovere di leggere la legge in questione, perchè Orban è un reprobo a prescindere, anche se l’Ungheria fa parte della UE; ma se viene fatta una legge per tutelare i minori dalla pedagogia LGBT, si deve dire che si tratta di un “pretesto”.
Il Ministro ungherese della Giustizia Judith Varga, ha scritto una lettera in proposito, nella quale, lamenatando la messa all’indice dell’Ungheria da parte della UE, ha scritto
“La nuova legge si concentra sulla garanzia dei diritti dei genitori e sulla protezione dei minori dall’accesso a contenuti che potrebbero contraddire i principi educativi che i loro genitori hanno scelto di insegnare loro fino a quando non diventeranno essi stessi adulti. Fino a quel momento, tuttavia, tutti gli altri attori – sia lo Stato che le scuole – dovranno rispettare il diritto dei genitori di decidere sull’educazione sessuale dei propri figli. Ecco di cosa tratta la nuova legge ungherese”.
L’Ungheria sa bene cosa significa essere posti sotto tutela dallo Stato orwelliano, lo ha sperimentato a fondo sulla propria pelle cosa significa la sottrazione dell’individualità, anche quella genitoriale, conculcata da un regime che imponeva come bisognava parlare, come bisognava pensare, come bisognava agire, e non è disponibile che questa prassi avvenga nuovamente sotto le mentite spoglie della “democrazia” e della “lotta alla discriminazione”.
Dunque, pur restando in seno alla UE, essa ritiene che il Superstato della medesima non debba decidere le regole a cui tutti dovrebbero attenersi, soprattutto se si tratta dell’educazione da impartire ai minori, che non sono sudditi della UE, ma figli dei loro genitori.
Un principio un po’ all’antica forse, ma ancora attuale fino a quando, Orban o non Orban, ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di tenerlo al riparo dal vento impetuoso del Progresso.

Infine una piccola cosa, che mi è piaciuta.

Claudia Premi

Il testo non è mio, ma di una persona che come me ha vissuto gli anni 80.

Concordo e non aggiungo altro.

Vi siete inventati il fluid gender e, di conseguenza, l’omofobia. Io vengo dalla generazione che ascoltava e amava David Bowie, Lou Read e non si è mai posta il problema di che preferenze sessuali avessero, fregava niente, anzi, contenti loro e, in qualche caso, beati loro , Elton John e Freddy Mercury, George Michael. Siamo anche la generazione che amava i Led Zeppelin o i Deep Purple o Neil Young o gli Eagles, senza porsi il problema dei testi che oggi sarebbero giudicati sessisti. Quando arrivò Boy George non ci chiedemmo se gli piacesse il maschio, la femmina o tutti e due, ci godemmo semplicemente la sua musica e quando Jimmy Sommerville ci raccontò la sua storia di ragazzo di una piccola città, ci commuovemmo e cantammo insieme a lui.
E non c’erano leggi a costringerci a essere solidali o quantomeno partecipi. Non c’erano minacciose commissioni o attenti guardiani a censurarci se ci usciva una battuta. C’era Alyson Moyet, allora decisamente oversize ma bellissima e bravissima, e nessuno pensava valesse meno di una Claudia Schiffer. Anzi. Vorrei capire che è successo nel frattempo, perché secondo me tutti questi censori hanno l’unico effetto di creare quello che censurano, di generarlo per reazione. Secondo me eravamo tanto più avanti senza imposizioni, perché le imposizioni, si sa, spesso generano l’effetto contrario.

Sì, lo so, stilisti fotografi attori erano gay mentre operai postini commessi erano recchioni, froci, culattoni, ma negli anni Ottanta, oggettivamente, non c’era granché di gente a considerarli ancora come degli appestati da cui girare alla larga. Meno che mai erano all’ordine del giorno aggressioni e pestaggi. Una grossa parte della cosiddetta emergenza è stata inventata a tavolino, come è ampiamente documentato

E se si fabbrica a tavolino un’emergenza che non esiste, gli scopi sono sempre quanto meno torbidi, di questo possiamo essere sicuri.

barbara

DI VATICANO, DI ZAN, DI ZANINI E DI ALTRI INCOMPARABILI IDIOTI

(È un po’ lungo, portate pazienza. Poi domani se non capita qualche imprevisto importante vi porterò via pochissimo tempo, quindi magari leggetelo a rate, se è troppo)

Dato che i crociati contro l’omofobia rappresentano la crema della crema della sinistra, inizio con questa deliziosa carrellata

e proseguo con questo quadro che illustra quanto sia effettivamente grave e bisognosa di interventi la situazione da noi orrendevolissimi occidentali.

E una riflessione sulla famigerata legge Zan.

Niram Ferretti

SULL’AVANZAMENTO DEL PROGRESSO

Siamo arrivati a questo. Lo spartiacque tra luce e tenebra, progresso e regresso, civiltà e barbarie è il DDL Zan.
Alessandro Zan, parlamentare PD e militante LGBT, ha l’onore e l’onere di avere dato il proprio nome a questa legge fondamentale. Il futuro dirà di lui, per il momento accontentiamoci del presente. Un presente derelitto in cui un disegno di legge marcatamente ideologico e lobbista frutto di una organizzazione che è una Chiesa a sé, con i suoi dogmi, le sue scomuniche, il suo clero variopinto (e implacabile è soprattutto nei confronti di quegli omosessuali, uomini o donne che non si allineano alle sue direttive), è stato abilmente trasformato in un vessillo di libertà.
Se non verrà approvato, dicono i suoi sostenitori, Fedez, Elodie, Paola Turci, Vladimir Luxuria e altri pensosi intellettuali, l’Italia sprofonderà nel buio. Infatti, il DDL Zan fornirà, con il pretesto della difesa dei diritti umani e la lotta alle discriminazioni, una protezione impareggiabile a omosessuali, transgender, trans, e a coloro che, nonostante, l’inequivocabilità dei loro attributi sessuali e del loro aspetto fisico si percepiscono all’opposto di come appaiono. Lo farà facendo in modo che chi ritiene che l’eterosessualità è la norma e la famiglia naturale è quella composta da un uomo e una donna, non possa avanzare critiche o anche opposizione alle famiglie arcobaleno, all’acquisizione di figli da parte di coppie omosessuali tramite la maternità surrogata o la fecondazione eterologa, e altro ancora.
Non è vero che il DDL Zan, come dice il suo promulgatore e insieme a lui i suoi sostenitore, garantisca la liberà di opinione, che, diciamolo, non ha bisogno di Alessandro Zan per essere garantita, essendo già fermamente salvaguardata dall’Articolo 21. Basterebbe leggersi l’Articolo 4 del disegno di legge, il cosiddetto “salva idee” dove è scritto che “ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atto discriminatori o violenti”.
Tutto sta nella congiunzione “purché”. Il diavolo, si sa, è nei dettagli.
Come ha sottolineato Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale, “Non si può usare il concetto di ‘idoneità’ nella valutazione di un’idea, chissà quando, come e per quale finalità espressa, e trasformare quella idea in un reato penale”.
O meglio, sì, si può. Si può in un regime autoritario o totalitario, dove il pensiero è irreggimentato rigorosamente, e insieme ad esso, ovviamente il linguaggio.
Non sono più i tempi, fortunatamente, dell'”amore che non osa dire il proprio nome” tempi che costarono a Oscar Wilde i lavori forzati, da allora di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, ma non vorremmo che si inaugurassero i tempi in cui ci possano essere dei giudici i quali condannassero un cittadino per avere osato dire che l’omossesualità è una inclinazione statisticamente deviante rispetto all’eterosessualità o che affermi che l’unico matrimonio degno di questo nome è quello tra un maschio e una femmina.
Se si dicesse con franchezza e limpidezza che questo disegno di legge è il frutto di una ben precisa ideologia, che ha trasformato l’omosessualità da inclinazione sessuale a strumento politico, si renderebbe solo un servizio alla verità. E se al posto di Fedez ci fosse Pier Paolo Pasolini, avremmo la certezza che vedrebbe in esso l’estensione omologante, coartante e fascistizzante di un brand. Purtroppo ogni epoca ha i testimonial che si merita.

E veniamo alla odierna pietra dello scandalo: l’intervento del Vaticano

Gerardo Verolino

Non dicono una parola (anzi sono propensi a giustificare i loro carnefici) se gli omosessuali sono perseguitati, torturati ed impiccati alle gru negli Stati e nelle teocrazie islamiche ma, adesso, i nuovi maître à penser della sinistra (da Fedez a Elodie) si inalberano e protestano indignati se la Chiesa cattolica (per essere più precisi: la Cei) dice una cosa giusta quando ricorda allo Stato italiano che non bisogna discriminare gli omosessuali, ma neppure il prete che seguita a dire che il matrimonio religioso è solo fra un uomo e una donna. Ma andate a fanzan

D’altra parte, quando abbiamo a che fare con la sinistra, si sa cosa ci si deve aspettare

Qui.

Cioè la sinistra praticamente è come l’AIDS: se la conosci la eviti. Aggiungo ancora questo

“La Chiesa non contesta il Ddl Zan ne’ sul piano teologico ne’ nel merito” – Monsignor Filippo Di Giacomo, canonista: “Il confronto verte sulla difesa di quegli spazi di libertà religiosa che riguardano non solo i cattolici ma anche ebrei, musulmani e seguaci di altre confessioni” – “Si tratta di una “nota verbale”, il modo usuale con cui le diplomazie si parlano. Enfatizzarlo come una ‘lettera ufficiale’ è pura idiozia” – “Chi ha dato alla stampa la “nota” puntava a fare uno sgarbo al Papa” – Gli attacchi di Fedez sulla tasse del Vaticano? Notizia mezza tarocca. Evidentemente si considera uno specchio di virtu’…“

https://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/zan-zan-quot-chiesa-non-contesta-nbsp-ddl-zan-ne-39-piano-274375.htm

Il machiavellismo della Curia mi ha sempre affascinato.
Comunque godo.

Fantastica la gente con il cartello con scritto “L’odio non è un diritto”… Che di solito, se togli l’odio a quei dementi col cartello arcobaleno, si sgonfiano come palloncini.
Nota: L’Odio è un diritto (qui)

Perché se lo stato ha il diritto di sindacare sui sentimenti e addirittura farne materia di diritto, chi ci metterà al riparo da futuri ghiribizzi statali di sindacare su qualunque altro sentimento umano, dall’invidia alla gelosia all’antipatia e magari – perché no? – alla simpatia, alla riconoscenza, all’affetto, all’amore?
Poi ci sono quelli che, dopo essersi spellati le mani a forza di applaudire i papali interventi pro clandestini, pro le deliranti teorie gretiane sull’ambiente eccetera, chiedono a gran voce di “denunciare” il concordato, ai quali faccio dire due parole da

Giovanni Bernardini

CONCORDATO

I patti lateranensi regolano ancora oggi i rapporti fra lo stato italiano e la Santa Sede.
Firmati nel 1929 fra il governo Mussolini e la Santa sede sono stati inseriti nella costituzione nel 1948, col voto favorevole di Togliatti.
Sono stati modificati nel 1984 dopo una lunga trattativa fra rappresentanti del Vaticano ed il governo Craxi.
Il fatto che i patti siano inseriti nella costituzione ha una conseguenza ben precisa che sfugge a coltissimi personaggi come Fico e Fedez: lo stato italiano NON può denunciare unilateralmente i patti, come avviene per gli altri accordi internazionali, meglio, può farlo ma SOLO tramite una legge COSTITUZIONALE. Si rassegnino i pasdaran del gender.
Questi i fatti
Quanto al resto, non val la pena di sprecare ancora una volta molte parole sul DDL Zan.
Telegraficamente: NON si tratta di una legge in difesa di diritti. Già ora non è possibile aggredire, insultare, picchiare, discriminare ingiustamente nessuno, per nessun motivo. Volendo si può essere più chiari in proposito, ma non è questo il punto.
Il DDL Zan equipara il sesso “biologico” con il sesso “sentito”, pretende che nelle scuole si propagandi la filosofia gender e, cosa più grave di tutte, trasforma in reato penale la critica del gender. E’ vero che la legge concede, bontà sua, la libertà di esprimere opinioni diverse, ma subordina questa libertà graziosamente concessa alla assenza del “pericolo” che questa possa provocare azioni violente e discriminanti. Per capirci: un prete afferma che per la Chiesa l’omosessualità è un peccato, un magistrato ritiene che questa affermazione possa indurre qualcuno ad atti violenti ed il prete finisce in galera. Degno di Goebbels.
La Chiesa può condannare chi insulta, aggredisce o discrimina qualcuno per motivi legati alle preferenze sessuali, NON PUO’, se non vuole rinnegare completamente se stessa, accettare che nelle scuole cattoliche venga propagandata la filosofia gender né può accettare che interi passi della Bibbia vengano censurati perché ritenuti “omofobi”.
Staremo a vedere come evolverà la situazione, penso che le carte siano molto intricate. Per ora mi limito a ridere pensando a coloro che esaltano papa Bergoglio quando si tratta di migranti salvo poi strapparsi i capelli quando il Vaticano ribadisce cose che sono da tempo immemorabile parte della dottrina cattolica.
Personalmente detesto ogni tipo di argomento “ad personam”. Non credo che X sia giusto se lo dice Tizio salvo diventare sbagliato se lo afferma Caio. Sono contrario alla immigrazione clandestina anche se il papa la difende e sono contrario al DDL Zan quale che sia la posizione in proposito del Vaticano.
E tanto basta.

Perché non c’è niente da fare: più sono ignoranti e più salgono in cattedra. E, come dice giustamente – e documenta – Giulio Meotti, quella con cui stiamo  avendo a che fare è una vera e propria inquisizione, altro che Vaticano che interferisce!

La nuova Inquisizione non viene dal Vaticano, ma dai Buoni

Ecco il catalogo dei perseguitati (scrittori, politici, pasticcieri, insegnanti, informatici, vescovi, giuristi). Nel liberissimo Occidente è in nome dell’Amore che si censura, licenzia e reprime

“I benpensanti sono diventati come una religione”, ha scritto Nicolas Beytout sul quotidiano liberale francese L’Opinion. “Impone le sue regole, la sua liturgia, le sue messe. Scomunica coloro che non rispettano questo nuovo catechismo progressista. Il pensiero dominante e travolgente è seguace della teoria del gender”. George Orwell aveva capito che la “neolingua” non sarebbe stata radicalmente nuova, ma la manipolazione di quella esistente. Così l’aggettivo “libero” non si sarebbe più usato nel significato di “intellettualmente indipendente”, ma in frasi come “questo cane è libero dalle pulci” o “questo campo è libero da erbacce”.

In Occidente nessuno viene più licenziato perché omosessuale e la questione transgender è diventata egemonica. Al contrario, chi dissente, senza demonizzare nessuno, rischia molto. Si criminalizzano ormai non i comportamenti, ma i pensieri in sè. La nuova Inquisizione non viene dal Vaticano, ma dall’“Impero del Bene” di Philippe Muray. Le leggi contro l’odio in tutto l’Occidente, nate su intenzioni “inclusive”, oggi sono usate per censurare, licenziare e reprimere. Ecco il catalogo (parziale) dei perseguitati in nome dell’Amore…

  • L’ex ministro dell’Interno finlandese, Päivi Räsänenuna, che è anche un medico, aveva criticato la partecipazione della Chiesa luterana finlandese (di cui è membro) ai festival Lgbt e citato la Bibbia (Genesi, “maschio e femmina li creò”) nei suoi social. Ora deve andare a processo.
  • Ha scritto che è in atto una “dittatura gender”. Per questo Bob Eschliman, caporedattore del quotidiano dell’Iowa Newton Daily News, è stato licenziato. Aveva espresso le sue opinioni sul suo blog e fuori dall’orario di lavoro, ma non gli è servito a salvargli la carriera.
  • Germund Hesslow è professore di neurofisiologia a Lund, in Svezia, ed è finito sotto inchiesta per avere affermato che esistono differenze biologiche tra maschi e femmine.
  • Sasha White ha perso il lavoro alla Tobias Literary Agency dopo avere espresso solidarietà all’autrice di Harry Potter. La sua bio sui social diceva già tutto: “Il gender non conformista è meraviglioso; negare il sesso biologico no”. Poi il rifiuto di usare pronomi neutri gender fluid.
  • Jack Phillips è il pasticciere più famoso d’America. Ed è di nuovo stato trascinato in tribunale perché non vuole realizzare dolci contrari alla sua fede cristiana. Se nel 2012 una coppia omosessuale gli aveva chiesto una torta per celebrare il proprio matrimonio gay, al tempo della richiesta illegale nello stato, questa volta un avvocato ha preteso da Phillips una torta per festeggiare la propria “transizione di genere”. Nello storico processo Masterpiece Cakeshop v. Colorado Civil Rights Commission, la Corte Suprema stabilì che rientra a pieno titolo nel Primo emendamento il diritto a non creare con le proprie capacità artistiche qualcosa che vada contro le proprie convinzioni religiose. “Oggi tocca a Jack, domani potrebbe toccare a voi”, ha detto la sua legale, Kristen Waggoner.
  • Brendan Eich, programmatore creatore della lingua del web (il JavaScript), amministratore delegato di Mozilla solo per undici giorni, è stato licenziato a causa di mille dollari donati alla campagna in favore del “sì” al referendum della California per vietare i matrimoni gay. A difenderlo ci ha pensato Andrew Sullivan, icona gay, giornalista inglese trapiantato in America e che fu uno dei primi a dichiararsi omosessuale, secondo cui Eich è stato “scotennato da attivisti gay, trattato da eretico. Brendan è vittima dell’intolleranza della sinistra liberal e della mafia gay. Adesso sarà costretto a sfilare per le strade nella vergogna? Perché non metterlo ai ceppi? Se l’attivismo omosex è diventato questo, mi dimetto subito dal movimento. Se si tratta di minacciare la libertà di parola degli altri, allora non siamo meglio dei prepotenti anti gay che ci hanno preceduto”.
  • Il vicedirettore di una rivista universitaria è stato licenziato per “transfobia”, dopo aver twittato che “le donne non hanno il pene”. Angelos Sofocleous è stato cacciato da Critique, la rivista di filosofia dell’Università di Durham e come direttore da The Bubble, la rivista online dell’università.
  • When Harry became Sally, il libro di Ryan Anderson critico del gender, è stato bandito da Amazon. E non importa che non ci sia alcuna fobia o odio nel libro di Anderson, basta mettere in discussione l’identità di genere per finire all’indice e perdere proventi e reputazione.
  • Maya Forstater, ricercatrice licenziata da un think tank di Londra per aver scritto sui social che “le donne trans non sono donne”, ha cercato giustizia per tre anni dopo il licenziamento.
  • L’American Humanist Association ha cancellato venticinque anni dopo il “Premio Umanista dell’Anno” a Richard Dawkins, sulla base del fatto che non è sufficientemente devoto al “culto del transgenderismo”, come il famoso biologo lo ha definito sul Times, dicendo che da biologo non può ignorare i cromosomi XX e XY.
  • Sarah Honeychurch dell’Universià di Glasgow è stata licenziata come redattrice della rivista accademica Hybrid Pedagogy, dopo aver firmato una lettera di femministe che metteva in dubbio il rapporto delle università con l’ente Lgbt Stonewall.
  • L’ex cappellano del Trinity College di Cambridge, Bernard Randall, è stato cacciato dal Trent College per le critiche al programma Lgbt introdotto nella sua scuola. Aveva detto Randall agli studenti: “Dobbiamo trattarci l’un l’altro con rispetto, non attacchi personali: questo è ciò che significa amare il prossimo come se stessi. Discuti con tutti i mezzi, fai un dibattito ragionato sulle convinzioni, ma mentre va bene cercare di persuadersi a vicenda, a nessuno dovrebbe essere detto che deve accettare un’ideologia. Ama la persona, anche quando non ti piacciono le sue idee. Non denigrare una persona semplicemente per avere opinioni e convinzioni che non condividi”.
  • Uno degli autori della serie Doctor WhoGareth Roberts, è stato estromesso da una nuova antologia a causa di quello che la Bbc Books (di proprietà della Penguin Random House e dell’emittente pubblica inglese) ha descritto come “linguaggio offensivo sulla comunità transgender”. Roberts, che è gay, aveva solo detto di non credere nell’identità di genere: “E’ impossibile per una persona cambiare il proprio sesso biologico”.
  • Un vescovo spagnolo, nominato cardinale da Papa Francesco, di cui è anche amico personale, è stato incriminato per “omofobia”. Si tratta dell’arcivescovo di Pamplona, Fernando Sebastián Aguilar, che in un’intervista a Diario Sur aveva spiegato: “La sessualità ha una struttura e un fine, che è quello della procreazione. L’omosessualità, in quanto non può raggiungere questo fine, sbaglia”. Per queste parole si è ritrovato nel registro degli indagati.
  • All’Università di Bordeaux, in Francia, è stata eliminata la conferenza di Sylviane Agacinski, celebre femminista e psicoanalista, per aver attaccato il gender nel libro Femmes entre sexe et genre.
  • La procura di Parigi ha aperto una inchiesta sul giurista di origine armena della Sorbona, Aram Mardirossian, per “incitamento all’omofobia e alla transfobia” (sei mesi di carcere e 22.500 euro di ammenda) perché ha difeso il matrimonio naturale.
  • Un professore di filosofia, Philippe Soual, membro della società internazionale di studi su Hegel e del centro Cartesio della Sorbona, si sia visto cancellare un corso all’ateneo Jean Jaurès di Tolosa, dopo che è stato accusato da un’associazione di studenti di essere un “portavoce della Manif pour tous”, il movimento che ha riempito le piazze per manifestare contro le nozze gay.
  • Per non parlare di quei famosi odiatori gay di Dolce & Gabbana, quelli che “la famiglia è solo quella tradizionale e non ci convincono bambini sintetici e uteri in affitto”.

Nell’Occidente dove si scrive per asterischi e il relativismo è assolutistico, l’opinione è diventata legge e siamo tutti un po’ “omotransofobi”. Fino a prova contraria.
Giulio Meotti

E vedrete che prima o poi arriveranno anche a questo:

Concludo con le preziose intellettuali che irraggiano sapienza su tutti noi. Inizio con l’inevitabile immaginifica signorina Murgia

Qui

per passare alla nostra Oca preferita, che esige di essere riconosciuta come intellettuale, pretende di essere chiamata dottoressa, si atteggia a italianista e scrive libri per insegnare, appunto, a parlare e scrivere in un italiano impeccabile, e soprattutto a storica, profondissima conoscitrice e grandissima esperta da non restare indietro a nessuno. Per il caso in questione, grazie appunto alla vastissima conoscenza di tutte le vicende storiche occorse dalla notte dei tempi a oggi, ha trovato il paragone giusto che dia la misura esatta del misfatto compiuto oggi dal Vaticano, e ha scritto un post che inizia così:

Galatea Vaglio

Storie di bambini rapiti e ingerenze vaticane.
Il 23 giugno del 1858 il seienne Edgardo Mortara, nato in una famiglia ebrea [ebraica, cara, ebraica: per descrivere un sostantivo serve un aggettivo, e “ebrea” non lo è] di Bologna, veniva allontanato con la forza dai genitori dalle autorità dello Stato Pontificio e trasferito a Roma in un convento.

Adesso per commentare come merita questo incredibile concentrato di ignoranza e cretinitudine servirebbe un’opera delle dimensioni dell’Enciclopedia Britannica, ma sono sicura che a dargli il suo giusto valore riuscirete anche da soli.
Concludo definitivamente, anche se non c’entra direttamente con zanismo e dintorni, ma c’entra in compenso col pensiero unico dominante, rendendo omaggio a sei Uomini che non si sono piegati.

barbara

UN SENTITO AUGURIO

al signor Joe, che da giorni parla da presidente e si comporta da presidente in quanto dichiarato tale da tutta la stampa asservita, la stessa che toglie l’audio al presidente in carica che tenta di dire la verità, sostenendo che starebbe dicendo bugie (la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza: manca la verità è menzogna. E viceversa, naturalmente. Ma anche se davvero avesse mentito, qualcuno ha mai visto togliere l’audio a un presidente?); e anche alla signora Kamala, naturalmente. A entrambi auguro una presidenza bella e felice e sublime come una musica di Bach.

E la concretizzazione del mio augurio potrebbe anche non essere così fuori portata, visti gli ultimi sviluppi (il testo è stato evidentemente tradotto dall’ebraico con traduttore automatico, che ha sparso qua e là qualche sbavatura, ma nel complesso mi sembra possa andare).

Joe Zevuloni

Che buongiorno sto facendo per voi adesso.. Sintesi del giorno in cui dormivi:

– 450,000 buste balot provenienti da diversi paesi sono state rivelate solo con il nome di Biden e senza alcun altro contendente
– Il ministro della Giustizia, capo dell’FBI, William Beer ha ordinato di aprire immediatamente un’indagine penale in tutti gli Stati Uniti contro le frodi elettorali
– Georgia – Il governatore ha annunciato che il suo paese conterà solo i voti legali e sarà ricevuto entro le 8 di martedì – Trump ha twittato la nostra Georgia
– Wisconsin, un altro glitch nella macchina del conteggio ha causato il passaggio di 20,000 voti da Trump a Biden, che ha aumentato il divario tra loro e altri 40,000 voti.
– Per ricordarvelo in questo momento Biden (con questi 20,000) conduce lì solo con 40,000 voti. Dopo aver risolto questa ingiustizia Trump prende il Wisconsin in un vuoto di 20,000
– Pennsylvania – Il Giudice Supremo Alito ha deciso di separare le buste e contare solo la legalità
– Pennsylvania – Trump ha presentato una grossa causa contro il sistema elettorale lì
– Pennsylvania – Ohio e Missouri hanno anche presentato una causa contro la Pennsylvania per la loro condotta che è stata rapinata nei loro paesi e ha colpito il sistema elettorale lì
– Pennsylvania – Le indagini penali hanno iniziato a denunciare le testimonianze di tutti gli agenti federali
– Pennsylvania – Un testimone di stato che lavora nell’autorità postale ha firmato una dichiarazione che i capi lì hanno ordinato a tutti di cambiare le date della ricezione delle buste
– Pennsylvania – Il Congresso per lo più repubblicano si incontrerà questo sabato per discutere di falsi e frodi delle elezioni e consolidare un progetto di legge per fermare i voti illegali
– Pennsylvania. – Anche con tutto il tradimento, a causa della minima differenza tra Trump e Biden, la Costituzione chiede un ricalcolo di tutti i voti (legali)
– Arizona – il divario si è ridotto a 17,000 Ci sono ancora 80,000 buste balot per contarne la maggior parte dalle aree repubblicane se rimane il vuoto significa ricontare a causa del piccolo vuoto (Il problema più grande di Biden ci sono circa 100,000 voti dei cittadini che vivono in un altro paese)
– Nevada – un testimone di stato che lavora nel conteggio dei voti ha fornito informazioni incriminanti su decine di migliaia di voti illegali
– Michigan – Il Presidente Trump ha presentato una causa contro Michigan Machines che sono stati licenziati a favore di Biden hanno causato almeno 6000 voti passati da Trump a Biden e hanno aumentato il divario di 12,000 voti, c’è il sospetto di 282,000 Voti che sono passati a Biden da Trump per lo stesso nelle macchine

Il sito politico più potente d’America ha strappato a Biden la Pennsylvania e lo ha abbassato a soli 259 elettori..

Aggiungo due brevi pezzi di Niram Ferretti, utili a meglio mettere a fuoco l’atmosfera che si sta respirando.

Niram Ferretti

COME OSATE?

Perdente e condannato all’irrilevanza, ormai consegnato al crepuscolo, mentre si scollano pezzi di partito e Melania, la fulgida Melania, è prossima al divorzio.
Questa è la narrativa su Donald Trump, proposta dai “giornaloni”, dalla stampa che cavalca indomita il Progresso incarnato dal revenant Biden, l’incolore travet della politica scelto per agire sotto dettatura.
Ma le cose stanno assai diversamente. La realtà si incarica di scompigliare la messa in piega del comparto mediatico unito.
L’offensiva legale di Trump è partita. Non si sa cosa porterà a casa, ma intanto è partita.
Da una parte c’è la causa intentata contro il segretario di Stato della Pennsylvania, Kathy Boockaver per violazione della Costituzione, dall’altra l’indagine autorizzata dal Procuratore Generale degli Stati Uniti, William Barr su “accuse rilevanti ” di frode elettorale.
Barr, ha anche sottilineato come gli investigatori debbano dare credito unicamente ad accuse sostanziali” di irregolarità ignorando del tutto “affermazioni speciose, ipotetiche fantasiose o inverosimili”. Insomma, Barr non ha fatto incetta di tutto il ciarpame che in questi giorni circola sui social come “prova” che le elezioni sono state taroccate.
Dunque, bisognerà aspettare per vedere come si concluderà la storia.
Nel mentre la linea mediatica che deve prevalere è che queste sarebbero le mosse disperate di un uomo che non accetta la sconfitta. Non si può concedere a che Trump abbia tutto il diritto di andare a fondo e verificare se, come ha dichiarato, ci sono state delle irregolarità da inficiare il risultato delle elezioni.
Whoopi Goldberg riassume molto bene il frame mentale dei progressisti, “Come osate mettere in discussione la vittoria di Joe Biden?”.
Non si può osare infatti, e se osi pagherai il prezzo della gogna mediatica, alla quale però Trump, nei quattro anni della sua presidenza, ha fatto abbondantemente il callo.
Ma, per parafrasare ancora Whoopi Goldberg, come ha osato Trump, nel 2016, battere Hillary Clinton?
Da allora a oggi lo hanno mostrificato come nessun altro presidente americano e, naturalmente, non smetteranno certo adesso che pensano di avere la vittoria in pugno.

Niram Ferretti

PER CHI LAVORA GOEBBELS

Questo è un campione della narrativa in corso. Su La Repubblica, l’ineffabile Paolo Floris D’Arcais:

NEW YORK – Rinchiuso in una Casa Bianca blindata e un po’ surreale, Donald Trump non demorde ma è sempre più isolato.

Chiara l’antifona? Deve passare la rappresentazione di Trump-Hitler, asseragliato nel bunker con pochi fedelissimi. L’ho già scritto. Peccato che in questo caso a Trump-Hitler manchi uno dei fedelissimi massimi, quel Joseph Goebbles, capo della propaganda. Infatti non lavora più per lui ma passato dall’altra parte. Dà le parole d’ordine a tutto l’Apparato massmediatico che, in questi giorni, si è adunato a cantare la vittoria virtuale di Joe Biden.

Prima il 25 aprile rievocato per la liberazione da Trump-Hitler,  ora Trump-Hitler rinchiuso in una Casa Bianca blindata (?) A quando il cianuro per non sopravvivere alla disfatta (e preparatevi alla bomba che vi sgancio domani).

Quanto alla musica di Bach, godiamocela anche così.

barbara

VEDIAMO IN DETTAGLIO IL MEDIO ORIENTE

I probabili riflessi negativi della vittoria di Biden sulla situazione del Medio Oriente

Dal 20 gennaio del 2021, per quattro anni, sul palcoscenico della politica americana reciteranno [forse!] due nuovi attori principali, il presidente Joe Biden e la vice-presidente Kamala Harris. Il suggeritore sarà Barack Obama. Questo è ciò che si profila dopo le elezioni presidenziali del 3 novembre, che hanno visto la sconfitta [forse!] di Donald Trump: una sconfitta che mette in pericolo tutti i risultati politici raggiunti da Trump nell’arena mediorientale. È per questa ragione che i nemici dell’ex presidente americano presenti nel Medio Oriente pregustano un cambio di rotta radicale nella politica americana verso la regione.
Il regime di Teheran, durante i quattro anni trascorsi, era stato sottoposto a una politica stringente, sul piano politico ed economico, da parte dell’Amministrazione repubblicana. In primo luogo, Trump aveva ritirato gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare, il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), firmato dall’Iran, dall’Unione Europea, dai paesi componenti il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti), un accordo fortemente voluto dallo stesso Obama, ma che si era rivelato ben presto una cortina fumogena dietro la quale Teheran aveva continuato a sviluppare il suo progetto nucleare, come più volte denunciato da Netanyahu. A tutto ciò si erano aggiunte, da parte di Trump, sanzioni economiche sempre più pesanti al regime degli ayatollah, sanzioni che avevano messo in ginocchio Teheran e fortemente ridimensionato il peso della sua presenza politica nel Medio Oriente. Quest’operazione aveva rappresentato la base di partenza di una politica ad ampio raggio verso i paesi arabi sunniti, desiderosi di avere una protezione significativa contro le ambizioni egemoniche del regime sciita iraniano nel Medio Oriente. Tuttavia, questa politica aveva una prospettiva di ben più vaste finalità. Il coordinamento tra Netanyahu e Trump ha avuto lo scopo di raccogliere e sviluppare le aperture che il mondo arabo sunnita aveva mostrato di essere disposto a condividere con Israele. Da ciò è scaturita una fitta serie di incontri ad alto livello tra i rappresentanti di Israele e quelli dei paesi arabi, con la regia di Mike Pompeo, Segretario di Stato di Trump, gli Accordi di Abramo, firmati da Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, oltre alla volontà di altri Stati arabi di unirsi ad essi. La mappa del Medio Oriente stava, così, subendo una trasformazione epocale, foriera di una vera pacificazione della regione su basi stabili di collaborazione economica e politica. Ora, con l’avvento dei democratici alla Casa Bianca, questa situazione potrà subire mutamenti molto importanti, gravidi di conseguenze di segno opposto rispetto agli esiti fin qui raggiunti.
La ragione di tutto questo sta nella molto probabile formazione di un governo democratico alla Casa Bianca caratterizzato da una visione politica di sinistra. Il fatto stesso che un personaggio come Kamala Harris sia ora vice-presidente degli Stati Uniti, su suggerimento di Obama, sta a dimostrare la tendenza che potrà assumere il nuovo governo democratico sui problemi del Medio Oriente. Ma, dietro la figura di Harris, vi è tutto un mondo politico democratico che tende a influenzare, in modo diretto o indiretto, le decisioni di Biden nei suoi rapporti con Israele, con i palestinesi e con l’intero mondo arabo della regione in una direzione opposta rispetto ai risultati raggiunti dall’Amministrazione Trump. In primo luogo, con l’Iran. Il regime di Teheran nutre la speranza – fondata – che l’Amministrazione Biden reinserisca nuovamente gli Stati Uniti nel Jcpoa e azzeri le sanzioni economiche nei suoi confronti. Le conseguenze, in questo caso, sarebbero molto gravi. Il regime degli ayatollah riacquisterebbe fiducia nei suoi progetti regionali, oltre al fatto che il miglioramento progressivo delle condizioni economiche del paese potrebbe tacitare l’opposizione interna e ottenere di nuovo il sostegno della popolazione. In secondo luogo, il problema palestinese riacquisterebbe una centralità che potrebbe avere ripercussioni sui rapporti tra Israele e il mondo arabo sunnita. Infine, la Russia e la Cina, soddisfatti dai risultati elettorali americani, potrebbero avere spazi di manovra più ampi nel Medio Oriente, a danno dell’attuale posizione di Gerusalemme.
Antonio Donno, qui.

Va aggiunto il fatto che un Iran non più sottoposto a sanzioni, oltre a procedere ancora più speditamente verso l’atomica, vedrà migliorare la propria situazione economica, ed è altamente probabile che grazie  a questo torni ai livelli precedenti il finanziamento del terrorismo internazionale. Forse gli accordi già stabiliti con Israele da Emirati Arabi Uniti, Barhain e Sudan resisteranno (forse), ma quanti, fra quelli che stavano meditando di seguire l’esempio – a cominciare dal Libano, tuttora sotto la pesante tutela della Siria che è a sua volta legata a doppio filo con l’Iran – avranno il coraggio di sfidare un Iran di nuovo potente?

Abbas spera che Joe Biden abbia la memoria corta

È successo quattro anni fa. E’ martedì 8 marzo del 2016. Joe Biden, allora vicepresidente degli Stati Uniti in tournée nella regione, è appena arrivato in Israele e si reca direttamente al Centro per la Pace Shimon Peres, situato a Jaffa, per abbracciare calorosamente il suo venerabile fondatore. A poche centinaia di metri da lì, la folla si accalca sul lungomare nonostante la tensione per la sicurezza; due altri attentati terroristici avevano già marchiato quella mattina, uno a Gerusalemme e l’altro a Petah Tikvah. Bashar Masalha, un palestinese di ventidue anni che si trovava illegalmente in Israele, tira fuori un grosso coltello e inizia a colpire alla cieca i passanti. Prima di essere ucciso dalle forze dell’ordine, accoltella quattro turisti russi tra cui una donna incinta, un arabo che riesce a schivare il colpo e a fuggire, sei israeliani – uno di loro si salva colpendo violentemente l’aggressore con la sua chitarra – e Taylor Allen Force, uno studente americano di 29 anni che muore per le ferite riportate. Sui social network arabi si diffonde una vera e propria esplosione di gioia. Canti patriottici e foto dell’ “eroe” Masalha sono trasmessi in continuazione dalla televisione di Hamas a Gaza. La stampa mondiale, già mobilitata per la visita del vicepresidente, dà ampia copertura all’attacco e in particolare alla morte del giovane americano, che ha combattuto per il suo Paese in Iraq e Afghanistan. Il giorno successivo, Joe Biden va a Ramallah. Spera che Abu Mazen condanni l’attacco di Giaffa. Ma non è così. Il Presidente dell’Autorità Palestinese si accontenta di porgergli le sue condoglianze per la morte del giovane americano e di lui solo, mentre contemporaneamente la televisione ufficiale della suddetta Autorità trasmette un commovente omaggio all'”eroico Bashar Masalha” che ha dato la sua vita per la suprema gloria di Allah. Colui che era allora solo il vicepresidente di Barak Obama, rilascia una ferma dichiarazione, in cui esige che la leadership palestinese condanni gli attacchi terroristici contro degli israeliani e in particolare l’attentato del giorno prima, aggiungendo: “Lasciatemi dire con la massima fermezza che gli Stati Uniti condannano questi atti e condannano la mancata condanna di questi atti.” Ma le autorità di Ramallah respingono recisamente la sua richiesta. Quattro anni dopo, a Ramallah non è cambiato nulla: Abbas continua a incoraggiare ed a ricompensare il terrorismo. Il Politecnico di Palestina è stato appena dotato di un portale monumentale inneggiante alla gloria del terrorista Salah Khalaf, meglio conosciuto con il nome di Abu Iyad, il fondatore di Settembre Nero e il responsabile del massacro di undici atleti israeliani durante il Giochi Olimpici di Monaco nel 1972. Situata non lontano da Hebron, questa istituzione, che conta più di 6.000 studenti, ha lo scopo di formare l’élite dei giovani palestinesi e i leader di domani. Nel frattempo a Washington, Joe Biden che aveva affermato con tanta forza la propria determinazione e quella americana, è in procinto di diventare Presidente. Tuttavia Mahmoud Abbas probabilmente non ha nulla da temere. La signora Kamala Harris, pronta ad assumere la carica di vicepresidente se la vittoria di Biden viene confermata, il 31 ottobre scorso ha dichiarato in un’intervista al settimanale bilingue “The Arab American News” che la nuova amministrazione americana sarebbe pronta a riannodare, immediatamente e senza condizioni, i rapporti con i palestinesi e a fornire loro, senza indugio, assistenza economica e umanitaria. Ricordiamoci che in memoria del giovane americano assassinato, il Congresso americano ha approvato il Taylor Force Act che pone fine a qualsiasi aiuto americano all’Autorità Palestinese fintanto che quest’ultima continuerà a pagare gli individui colpevoli di terrorismo e le famiglie dei terroristi uccisi. La legge è entrata in vigore dopo essere stata firmata dal Presidente Trump il 23 marzo del 2018.
Michelle Mazel (qui)

Aggiungo un paio di cose extra. La prima relativa alle chiacchiere da mercato del pesce che continuano a diffondersi senza sosta.

Lion Udler

È stata smentita la notizia della #CNN secondo la quale il consigliere di #Trump Jared #Kushner l’avrebbe consigliato di accettare la sconfitta, il contrario è vero, l’aveva consigliato di procedere in ogni Stato dove ci sarebbero brogli elettorali.
Altre fake news che i media progressiste difendono senza alcuna fonte, che Melania sta contando i giorni per il divorzio…
E a proposito del “distacco” di Melania dal marito, del suo dissenso nei confronti della decisione di smascherare i brogli, dei propositi di divorzio:

La seconda sugli amori giovanili, e mai rinnegati, del signor Biden.

Nel 2007, Biden, nel suo libro Promesse da mantenere scriveva: ”Dal 1945 al 1980, Josip Broz Tito ha governato la Jugoslavia con personalità, determinazione e un’efficiente polizia segreta. L’astuto vecchio comunista mantenne insieme una federazione etnicamente e religiosamente mista”. E ancora: “Ci è voluto un certo genio per tenere insieme quella federazione multietnica e quel genio in particolare era Tito”. (qui)

La terza sull’ennesima colossale porcata messa in atto per non rischiare di offrire un vantaggio a Trump – e pazienza se per questo ritardo dovrà morire qualche americano in più.

Niram Ferretti

IL PRIMO MIRACOLO DELL’ERA BIDEN

Ma che strano, l’annuncio di un probabile vaccino contro il Covid 19, fatto dall’americana Pfizer e dalla tedesca Biontech, efficace, dicono, al 90%, giunge proprio adesso che Joe Biden risulta il vincitore delle presidenziali 2020.
Una settimana fa brancolavano nel buio, e poi, puff, improvvisamente, è giunto il risultato, proprio ora, nell’era escatologica che si inaugura con Joe Biden. Questo è il segno tangibile che è davvero cominciata.
Chissà se l’annuncio, fatto una settimana fa, avrebbe modificato l’esito del voto? Ma la storia, lo sappiamo, non si fa con i se.

La quarta la aggiungo io: ma tutti quei begli spiriti che gridavano inorriditi indignati disgustati per l’immorale arrivo alla Camera di Mara Carfagna grazie, si diceva, ai pompelmi offerti a Berlusconi, sulla sfolgorante carriera politica di una totalmente sconosciuta, fino all’altro ieri, Kamala Harris, nessun moralista ha qualcosa da ridire?

barbara

LA VERITÀ, TUTTA LA VERITÀ, NIENT’ALTRO CHE LA VERITÀ

Ecco: se qualcuno dovesse venirvi a raccontare che è un bugiardo, sappiate che sono voci false e tendenziose, volgari calunnie, e se le propagate a vostra volta andrete all’inferno, perché lui dice sempre la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità.

Altra verità sacrosanta è che bisogna assolutamente ridurre il numero dei parlamentari di 345 unità, perché ci costano troppo.
450
No ma cosa c’entra? Quelli ci servono assolutamente per consigliare Conte, no? No?
da solo
Sì, ok, ha fatto tutto da solo, i 450 li ha ignorati, ha fatto tutto di testa sua, però è vero che ha fatto tutto bene e tutto giusto, no? No?

Angelo Michele Imbriani

Dopo Cassese e Ainis, un altro autorevole costituzionalista si esprime in modo molto critico sulla gestione dell’emergenza. Si tratta di Cesare Mirabelli che è stato anche Presidente della Consulta. Sebbene sottolinei che “la tenuta della democrazia è salda”, Mirabelli muove obiezioni sostanziali alla condotta del governo.
La proroga dello stato di emergenza non si giustifica, perché mancano alla base del provvedimento gli elementi di straordinarietà e temporaneità. Infatti, l’emergenza sanitaria attualmente non c’è ed è al massimo una eventualità futura. Non si può dichiarare una emergenza preventiva, anche perché se davvero accadesse qualcosa di improvviso e di grave ci sarebbero gli strumenti per affrontare la situazione anche senza stato di emergenza.
Il punto più delicato riguarda “l’esercizio dei diritti di libertà: i diritti costituzionali non possono essere soppressi o sospesi. E’ legittimo limitarli, se la legge lo dispone per salvaguardare un altro bene costituzionale come la salute, ma ciò deve essere giustificato, temporaneo, proporzionato al fine da seguire, con un bilanciamento tra i diritti in gioco”.
Ad esempio, la libertà di circolazione, secondo la Costituzione, può essere limitata in via generale solo se la legge lo stabilisce. Con dei provvedimenti amministrativi, come Dpcm e ordinanze regionali, lo si può fare solo per situazioni locali circoscritte, come terremoti o altre catastrofi naturali. “Al contrario, desta preoccupazione vietare in modo assoluto la libertà di circolazione o il diritto di riunione”.
Mirabelli rileva anche che il tribunale costituzionale tedesco ha dichiarato illegittimo il provvedimento che chiudeva gli edifici di culto, ritenendo che esso equivalesse alla soppressione della libertà religiosa.
Mirabelli è molto critico nei confronti dei Dpcm, che mancano di quelle forme di garanzia – controllo del Parlamento e del Presidente – che è invece prevista per i decreti legge.
Infine, il monito più preoccupante: “quando si toccano i diritti costituzionali e di libertà, temo un rischio di assuefazione”.
Per quanto mi riguarda non è già più un rischio ma una realtà: l’assuefazione alla soppressione delle libertà personali in cambio del feticcio della sicurezza sanitaria.

Però almeno i verbali li ha resi pubblici, no? No?
verbali
Restando in tema sanitario, immagino che avrete già visto – e doverosamente festeggiato, come minimo a champagne – la splendida novità:

August 13, 2020

È di oggi, mercoledì 12 agosto, la notizia della nomina dell’ex premier Mario Monti alla presidenza della Commissione per la Salute e lo Sviluppo sostenibile, appena istituita dall’Oms Europa.
Lo scopo? “Ripensare le priorità relative alle politiche da attuare alla luce della pandemia e formulare raccomandazioni circa gli investimenti e le riforme per migliorare la resilienza dei sistemi sanitari e di protezione sociale”.
(…) MG Maglie su Twitter c(ommenta): “Mi pare naturale che quei venduti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha coperto la Cina, ora diano incarico a Mario Monti  di controllare la spesa sanitaria. E’ quello che ci ha fatto tagliare la sanità per 8 miliardi. L’uomo giusto al posto giusto”.

https://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/24170711/mario-monti-maria-giovanna-maglie-oms-poltronissima-uomo-giusto-posto-giusto-ricordate-cosa-fece-tempo-adietro.html

Poi ci sono le pistole che ci misurano la temperatura: fidatevene, perché anche loro non possono che dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, no? No?

Covid, lo scanner confonde le vampate della menopausa con la febbre

Lunedì 10 Agosto 2020

Le donne in menopausa potrebbero vedersi ingiustamente negare l’accesso ad aeroporti, pub e ristoranti in cui si misura la temperatura all’ingresso. Questo a causa del fatto che le vampate di calore potrebbero essere scambiate per febbre, uno dei sintomi del Covid-19. A sollevare il tema sono i gestori di una app inglese sulla menopausa, Meg’s Menopause, in un articolo sul quotidiano britannico Daily Mail. Gli scanner della temperatura in uso per l’accesso ai luoghi pubblici, come le pistole puntate in fronte, secondo i gestori della app non misurano la temperatura interna del corpo. Rilevano invece la temperatura della pelle che, sebbene tenda a correlarsi con i picchi della temperatura corporea interna, può variare a seconda dell’ambiente e dell’attività.

I dispositivi possono solo effettuare una stima della temperatura corporea interna misurando il calore irradiato dalla pelle utilizzando la tecnologia a infrarossi. Per questo motivo, secondo la dottoressa Ornella Cappellari, di Meg’s Menopause, vi è un possibile rischio che con le donne in menopausa si venga erroneamente tratti in errore in caso di vampate di calore. «La maggior parte delle donne – evidenzia la dottoressa Cappellari, già ricercatrice dello Univerity College London – soffre di vampate di calore, che possono causare un aumento della temperatura della pelle rilevabile dai controlli della temperatura del Covid-19. La menopausa è una delicata fase di transizione per la maggior parte delle donne. Può capitare di andarvi incontro molto facilmente oppure no». Anche Derek Hill, professore di scienza dell’imaging medico dello University College London, sentito dal Mail Online spiega che è possibile che una termocamera possa erroneamente contrassegnare una vampata di calore come temperatura elevata. Per l’esperto «non è necessariamente sbagliato usare questi dispositivi senza contatto per la lettura di massa» ma un termometro a infrarossi inserito nell’orecchio con un marchio CE potrebbe essere meglio. (qui)

Ma passiamo alle cose veramente serie, come per esempio i dolori del giovane George.

Niram Ferretti

LE PREOCCUPAZIONI DI GEORGE

George Soros, in una intervista oggi pubblicata su “La Repubblica” esprime la sua preoccupazione. Per che cosa? Per L’Italia.

Ascoltiamolo.

“La mia principale preoccupazione in questo momento riguarda l’Italia. Matteo Salvini, leader antieuropeo ha guadagnato consensi finché, sopravvalutando il suo successo, ha commesso l’errore fatale di provocare la crisi di governo. La sua popolarità è in declino, ma è in ascesa quella di Giorgia Meloni di Fratelli di Italia, ancora più estremista e della stessa coalizione”.

L’estremista ancora più estremista Giorgia, sarà forse lusingata da questa caratterizzazione fatta dal grande speculatore, che, nella stessa intervista, qualifica Trump come un imbroglione e un violatore della Costituzione americana (varie volte), anche se non spiega come l’avrebbe violata.
Dobbiamo preoccuparci noi per la preoccupazione di Soros?
Nel mentre, apprendiamo dalla stessa intervista che ha donato 220 milioni di dollari alla “causa dell’eguaglianza razziale e alle cause dei neri”. L’intervistatore gli chiede cosa ne pensa di Black Lives Matter e lui risponde prevedibilmente:

“E’ davvero importante. E’ la prima volta che una larga maggioranza della popolazione, non solo gli afroamericani, riconosce che l’attuale discriminazione contro i neri può essere ricondotta alla schiavitù”.

Frase memorabile. Tutta colpa della schiavitù se George Floyd è stato ucciso e se altri neri americani vengono uccisi dalla polizia, così come è senz’altro colpa della schiavitù se percentualmente la maggioranza dei crimini negli Stati Uniti è commessa dai neri americani.
Trump l’imbroglione, la Meloni estremista, Black Lives Matter un movimento importante (quanti sono i denari da parte di Soros che sono arrivati direttamente nelle sue casse?)
Il pensiero di Soros è luminoso, lui è l’alfiere della Società Aperta, di un mondo senza confini e paratie in cui le differenze nazionali, le identità troppo connotate (come quella ebraica, per esempio) saranno dissolte e finalmente verrà alla luce l’Umanità.
Non è un pensiero particolarmente originale. Idee simili le avevano già avute Saint Simon, il suo discepolo Auguste Comte e, naturalmente, Karl Marx. Ognuno, a suo modo, voleva disalienare gli uomini e renderli più felici. E’ esattamente l’impegno di Soros, il quale, ha devoluto la parte più consistente della sua enorme sostanza, 32 miliardi di dollari (sì, leggete bene) alla costellazione di ONG che compone la sua creatura, la Open Society Foundations, la quale, in suo nome, continuerà a operare anche dopo la sua morte.

Già, il razzismo, problema sempre attuale e veramente drammatico, soprattutto quello fra bianchi e neri

WHITE LIVES DON’T MATTER

Lorenzo Capellini Mion

North Carolina

Lunedì Darius Sessoms, 25 anni, si è avvicinato a Cannon Hinnant di 5 anni mentre il piccoletto era sulla sua bicicletta e gli ha sparato in testa uccidendolo. Sessoms è un vicino di casa della famiglia del bambino ammazzato e avrebbe agito senza apparente motivo.
Darius-Cannon
Ad assistere alla scena le sorelline di 7 e 8 anni del povero bimbo che sono sotto shock e lo saranno per la vita.
Se non abbiamo sentito parlare della sorte di Cannon Hinnant è perché è totalmente inutile alla narrativa. Non si inginocchierà nessuno ma lo ricordiamo noi, perché anche la sua vita conta.
R.I.P. Cannon

Fulvio Del Deo

Roma 10 Agosto: stanotte clandestino della Guinea aggredisce passanti con una bottiglia spaccata. Arrivano i poliziotti e li ferisce.
3 somali aggrediscono alle spalle una ragazza per rubarle il marsupio, il compagno la difende e viene pestato con calci, pugni e un bastone.
Un clandestino del Mali dopo apprezzamenti ad una donna, aggredisce il compagno e lo ferisce con le forbici, mandandolo in ospedale.
Questo in una sola notte.. ed è solo un assaggio di cosa verrà
avanguardia
E infine questo (attenzione: non è per stomaci delicati)

(mi viene indicato come non disponibile, provate ad andarlo a vedere qui, dove io lo vedo)

barbara

QUEL GRAN GENIO DEL MIO AMICO

lui sa sempre come fare
anche con un bicchier d’acqua in mano fa miracoli…

Prima ve la faccio raccontare da Niram Ferretti, e poi ve la faccio vedere.

Niram Ferretti

RAMPE DA SCENDERE RAMPE DA SALIRE

A Tulsa, nel suo primo rally elettorale, Donald Trump si è mostrato in grande forma. Preciso, ironico, robusto. Sciolto nel parlare, senza neanche un momento di esitazione. Ha dipinto Joe Biden per quello che è, un ostaggio nelle mani del partito democratico sempre più prono alle sirene dell’estrema sinistra.
L’apparato mediatico di sinistra si è concentrato sul fatto che il luogo non fosse pieno, mostrando molti spalti vuoti.
L’ammiraglia antitrumpiana italiana, “La Repubblica” scrive online che si sarebbe trattato addirittura di un flop. “Il Corriere della Sera”, allineato, usa lo stesso termine. Il loro beniaminio è Joe Biden, si può capirli. Prima tifavano per Hillary, ora per Joe. Sono esaltati dal fatto che Biden è avanti nei sondaggi. Anche la loro beniamina era avanti nei sondaggi.
In una circostanza come questa, con il Covid-19 ancora in circolazione è già di per sé clamoroso che Trump sia riuscito a convogliare migliaia di persone, ma naturalmente, il fatto che siano rimasti molti posti vuoti all’Oklahoma Center, deve essere il focus principale della propaganda antitrumpiana.
E a questo proposito, Trump, da quel navigato showman che è, si è soffermato a lungo a raccontare come la sua esitante camminata lungo una rampa di acciaio dopo il discorso fatto ai cadetti di Westpoint, e il fatto di essersi portato alla bocca con due mani un bicchiere d’acqua, sia diventato l’oggetto principale di un altro esercizio di propaganda da parte della sinistra, teso a insinuare che il presidente non sta bene di salute.
“Avevo le suole delle scarpe di pelle e se non avessi camminato così lentamente sarei caduto rovinosamente sulla rampa”.
Trump rampa
Trump ha mimato l’azione, ha spiegato come, dopo seicento volte che faceva il saluto militare l’avesse stanca e che ha portato il bicchiere alla bocca con due mani per evitare che un po’ d’acqua gocciolasse sulla cravatta di seta.
“Amo le cravatte di seta, ma una volta macchiate, mi è già successo, non sono più come prima. Hanno detto che soffro di Parkinson”.
Joe Biden, che, durante i comizi, a volte non sa neanche in che Stato si trova (come ha ricordato Trump), o meglio, si trova in stato confusionale, quando lo incontrerà nel primo confronto tv, più che scenderla, la rampa dovrà salirla.

E ha qualcosa da dire anche agli italiani

Quanto agli spazi vuoti, a quanto pare, c’è una spiegazione:
vendetta
E qui qualche commento, a cui aggiungo un commento che ho lasciato sotto il post:

C’è un episodio analogo, ma di ben altra pregnanza, nel film Bolero – titolo originale “Les uns et les autres” – mandato alla televisione in sei ore a puntate, castrato per il cinema in tre ore, uno dei massimi capolavori del cinema mondiale ma inguardabile nella versione castrata. Il grande direttore d’orchestra tedesco, ricalcato piuttosto fedelmente su Von Karajan, con un attore che gli assomiglia anche fisicamente,
von K. Olbrychski
si esibisce a New York; gli ebrei della città comprano tutti i biglietti, tutti dal primo all’ultimo, e in sala ci sono unicamente due giornalisti, e nel momento in cui lui si affaccia sulla scena scendono dal soffitto migliaia di copie della foto in cui lui stringe la mano a Hitler, momento che ha dato il via alla sua sfolgorante carriera. Dire che questa ne è stata la brutta copia sarebbe un insulto a tutte le brutte copie quasi oneste e quasi dignitose del pianeta.

Venendo poi alla ormai prossima scadenza elettorale, sempre da Niram Ferretti:

Niram Ferretti

DODICI

Vi ricordate di quella che avrebbe dovuto essere la prima presidente donna degli Stati Uniti, Hillary Clinton?
Il 23 ottobre 2016 la CNN annunciava che Hillary Clinton aveva 12 punti di vantaggio su Donald Trump secondo un sondaggio di ABC News e che aveva un appoggio del 50% a livello nazionale.
Come è andata è storia.
Joe Biden, anche lui, a quattro mesi di distanza, sarebbe in vantaggio di 12 punti. Hillary lo era a meno di due settimane dal responso elettorale.
I giornali progressisti, in Italia tutti, con l’eccezione di “Libero” e la “Verità”, ci dicono che il comizio di Tulsa sarebbe stato un flop e gongolano pensando che il fatto che Trump non abbia riempito il Bok Center di Oklahoma sia un segno palese di crisi, un preludio per il tracollo.
Cari. Il loro wishful thinking è commovente. Sono gli stessi che davano a ogni elezione Benjamin Netanyahu spacciato. Si è visto. Non ne azzeccano mai una, neanche per sbaglio.
Trump, a Tulsa era in piena forma, solido come un Merkava.
Attendiamo fiduciosi il prossimo comizio e soprattutto il primo confronto con Joe Biden. Allora sì che ci sarà da divertirsi. Sarà come assistere a Godzilla vs Calimero.

Credo sia abbastanza realistica questa rappresentazione
silent majority
e non dimentichiamo che al suo fianco, contro la strumentalizzazione dell’omicidio di un avanzo di galera da parte di un altro delinquente, peraltro suo complice in affari sporchi, contro le devastazioni condotte da bande terroristiche, contro l’attacco allo stato e a Trump, ci sono anche questi qui
white lives
E non sono pochi.

Questo invece non c’entra niente (forse…) ma siccome è bellissimo ve lo schiaffo giù.

barbara