LA CHIUSA, SOPRATTUTTO LA CHIUSA

Perché Niram Ferretti è grande in tutto, grande e magistrale, ma le sue chiuse fulminanti sono semplicemente sublimi. Micidiali e sublimi (però non correte alla chiusa, perché è TUTTO da leggere e poi rileggere e poi stampare e incorniciare).

I CULMINI DI MOKED

Il culmine, “Moked”, il salottino chic and very progressive dell’ebraismo illuminato (ovviamente), lo ha raggiunto con un articolo scritto da Dario Calimani. Prosa sciatta e affannata, complice probabilmente il caldo agostano, anche se da tempo si era capito che Calimani non è Giorgio Manganelli. Ma questa è una notazione stilistica che pesa quel che pesa. Ciò che conta sono i contenuti. Di peso ben maggiore, diciamo…
L’obbiettivo dell’invettiva di Calimani è, occorre dirlo? il futuro dittatore del paese, Matteo Salvini. Ma assaggiamo alcuni estratti.
“La strategia salviniana opera quotidianamente su due fronti, uno esterno e uno interno. Da un lato, istilla paura e odio per l’inesistente invasione migratoria – i barbari terroristi che assaltano le nostre coste e mettono in pericolo la nostra sana e pura civiltà (la civiltà di Auschwitz, per capirci, o quella di Srebrenica, o, quella difesa dal criminale norvegese Anders Breivik, o, nel nostro piccolo, quella auspicata dagli avanguardisti di Casa Pound e simili). Sullo stesso fronte esterno, semina il livore contro un’Europa che – a imitazione di una già nota ‘perfida Albione’ – vuole la nostra rovina economica. Vuol farci sentire quotidianamente in trincea, come per una guerra di logoramento. Ci prepara così al disastro che, quando avverrà, sarà colpa di qualcun altro”.
Calimani non si è accorto che la civiltà che ha prodotto Auschwiitz e magari anche la Guerra dei Trent’anni, la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, e prima ancora il terrore giacobino, e altre amenità (anche se la Shoah ha indubbiamente un posto unico nell’ambito degli orrori umani) è magari, anche e soprattutto, quella che ha prodotto il pensiero greco, il diritto romano, che ha, attraverso il cristianesimo, determinato una svolta culturale senza precedenti all’assetto occidentale, che ci ha dato Dante, San Francesco d’Assisi, Giotto, Piero della Francesca, Rembrandt, Shakespeare, Erasmo da Rotterdam, Bach, Mozart, Pasteur, Freud, Einstein, e un interminabile catalogo di vette ineguagliabili nel corso della storia. Oddio, non che Salvini voglia difendere tutto ciò, ci mancherebbe. Vorrebbe solo regolamentare un po’ l’immigrazione, e magari, se Calimani lo permette, cercare da Ministro degli Interni, di fare rispettare la legalità in un paese assai restio alla sua tutela. Anders Brevik e Salvini hanno sicuramente in comune qualcosa. Sono mammiferi bipedi di sesso maschile. Come Calimani, il quale condivide sicuramente questa specificità anche con il defunto Alfred Rosenberg e con l’ayatollah Khamenei, senza che, naturalmente, abbiano null’altro da condividere.
No, l’Europa non vuole la nostra rovina. Però, Calimani dovrebbe leggersi un noto simpatizzante di Salvini, Federico Rampini, soprattutto il suo ultimo libro, “La notte della sinistra”, imparerebbe molte cose tra cui che anche a Rampini, uomo di sinistra antisalviniano e antitrumpiano, questa Europa con i suoi vincoli specialmente in campo economico, non piace. Anzi, la trova solo controproducente e su questo dà perfettamente ragione al ducesco ministro della Lega.
“Sul piano interno, invece, mostra tutta la sua banale figura di uomo qualunque, partecipando a torso nudo
Salvini spiaggia
[io su quel gran figo a sinistra un pensierino lo farei] a feste di paese, giocando a fare il disk jockey con l’Inno di Mameli, invocando continuamente l’aiuto della Madonna, come una qualsiasi nonnina di campagna, o preoccupandosi di far scorrazzare il figlio sulla moto d’acqua di un poliziotto in servizio. Il signor Salvini, dunque, è in mezzo a noi ed è uno di noi. Peccato, perché, in quanto ministro della Repubblica che regge il destino di un paese, lo si vorrebbe migliore di noi e culturalmente e civilmente al di sopra di noi, come si soleva pensare un tempo. E invece ci sta abituando al degrado della nostra vita e dei nostri valori. Parlare di stile sembra persino fuori moda, oggi, quasi ci si vergogna a scrivere la parola. Per non parlare poi dei contenuti. Se modello egli è – e intende essere –, lo è in negativo, e ci riesce alla perfezione.”.
Insomma, in spiaggia si va in doppiopetto bianco di lino e camicia con i gemelli d’oro. Che orrore vedere un ministro che come “un uomo qualunque” va al mare e si fa fotografare a petto nudo (oltretutto Calimani, del cui statuario fisico nessuno dubita, lamenta nel magnifico articolo scritto per Moked, la pinguedine del ministro…). Cosa ulteriormente intollerabile il fatto che faccia riferimento alla Madonna “come una qualsiasi nonnina di campagna”, o magari come un qualsiasi pontefice o uomo di Chiesa. Ma si sa, alla Madonna possono riferirsi solo le nonnine di campagna. Se lo fa il papa va bene, se lo fa Salvini no. Calimani sicuramente non lo fa.
“Il degrado della nostra vita e dei nostri valori”, sono il portato di un lungo, lunghissimo processo storico-culturale, che a Calimani deve essere sfuggito e che non ha inizio con Salvini, come il cristianesimo ha inizio con Cristo. Lo precede di tanti, tanti anni, anche se sì, è vero, Salvini lo sta accelerando, ci vorrebbe Zingaretti per stopparlo, o magari lo stesso Calimani se decidesse di scendere in politica.
Salto altri passaggi mirabili della prosa calimaniana, e mi concentro su un altro scampolo.
“Benissimo ha fatto Noemi Di Segni a esprimere la preoccupazione (e lo sconcerto?) dell’ebraismo italiano. Malgrado le perplessità di chi vorrebbe che gli ebrei ‘non si facessero del male’ uscendo allo scoperto per richiamare a principi di civiltà e di umanità un’autorità dello stato. Ma la politica dello struzzo non rende un buon servizio alla società”.
E no. Noemi di Segni, la quale fa benissimo sì a esprimere la propria opinione da presidente dell’UCEI, anche se dovrebbe mettersi d’accordo con se stessa quando accompagnando Salvini nel suo viaggio ufficiale in Israele esprime apprezzamento e poi ne scrive come fosse un pericolo non solo per gli ebrei e gli zingari (si sa come andò a finire con gli uni e gli altri in un passato non lontano), non è la portavoce dell’ebraismo italiano. E’ la portavoce di un organismo e soprattutto di se stessa. Perché cosa ne facciamo, egregio Calimani di tutti quegli ebrei che hanno votato Salvini e apprezzano il suo operato? Sono forse ebrei di serie B? Si vuole preparare una scomunica ufficiale come avvenne per Baruch Spinoza?
Dorma sonni tranquilli, vedrà che Salvini non deporterà gli zingari, né espellerà dall’Italia gli extracomunitari che ci lavorano, pagano le tasse, e non delinquono. A quelli che vivono praticando l’illegalità cercherà di porre rimedio, e agli altri, che Gad Lerner e Roberto Saviano, due ebrei di altissima caratura morale, come sono immancabilmente, ontologicamente, gli ebrei di sinistra, vorrebbero entrassero nel paese senza freni, cercherà di impedirlo.
Nel frattempo attendiamo di vederla in spiaggia vestito come Gustav Aschenbach in “Morte a Venezia” di Visconti.
Aschenbach
Vero che è insuperabile?

barbara

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DEDICATO AI SINISTRI

E pensa, questo zingaraccio bastardo non ruba, non costruisce case abusive su terreni inedificabili (che in qualunque Paese civile sarebbero state bloccate all’inizio, o almeno demolite con le ruspe subito dopo), non invoca pallottole…

PS: lei si chiama Nada perché una zingara di nome Nada aveva predetto a sua madre che avrebbe avuto una figlia e che questa avrebbe avuto successo.

PPS: e guardate che bella, a sessant’anni suonati, con la ciccia e le rughe e i capelli bianchi!
Nada
PPPS: qui.

barbara

SEA-WATCH E DINTORNI ANCORA

Un po’ di cose raccattate in giro per la rete, con alcune riflessioni che condivido e che ritengo utili (è un po’ tanta roba, ma portate pazienza che domani vi faccio riposare, così se volete potete leggere anche a rate).

In arrivo a Lampedusa una carovana di parlamentari del Pd a difesa della SeaWatch.
Siamo su Scherzi a Parte…
Per certi politici l’Italia non ha leggi, non ha confini, non ha regole, non ha dignità.
Per loro vengono prima i clandestini?

Vengono prima i soldi che ricavano dai clandestini.

Questa storia è scandalosa. I naufraghi proprio non interessavano a nessuno. Questa deficiente li ha portati a spasso per due settimane solo per entrare in Italia (aveva tutte le possibilità del mondo, ma non le interessavano). E i politici di sinistra stanno dimostrando che le leggi le debbono rispettare solo i loro nemici…
Ah, a proposito:ho le palle piene di sentir chiamare “flussi migratori” queste buffonate. Il flusso migratorio che viola coscientemente le leggi (piacciano o meno) è un atto delinquenziale come tutti gli abusi. E siccome di delinquenti ne abbiamo a sufficienza, questa capitana andrebbe punita senza sconti. (qui)

Da Ornella, che di Africa ne ha vista un bel po’.

“Questa presunzione tutta razzista, provinciale e presuntuosa per la quale si possa vivere una vita dignitosa soltanto in Europa, e in Africa no, mi ha veramente stancata. Sotto la retorica dell’accoglienza spesso e volentieri si legge un disprezzo per l’Africa, generalizzato e superficiale, che fa venire i brividi. L’Africa ha più di 50 paesi, diversissimi, con ricchezze e bellezze uniche, culture meravigliose e nuove opportunità. C’è la povertà, ma non c’è solo quella. Prima di tutto, un po’ di rispetto, questo continente lo merita.” (qui)

CAPITANA vs CAPITANO (qualcuno mi ricorda perché il semipremier lombardo ha questo soprannome??). Tra una vertigine e l’altra ho cercato di buttare giù qualche riga, alle quali premetterei che sarebbe ora in questo disgraziato Paese di rispettarci un po’ di più l’un con l’altro, comprendendo tanto le motivazioni di chi propende all’accoglienza tanto quelle di chi invece ha le sue ragioni per negarla. Direi che un po’ di visione a lungo termine e l’attuazione di un sano “principio di precauzione” sarebbe utile a tutti.
Ciò premesso, direi che la Capitana (della nave) ha avuto in vita sua tante possibilità, indubbiamente è preparata, è plurilaureata e ha un curriculum come un papiro, ma questo non le dà alcun diritto di sentirsi al di sopra della legge, né di infrangere le leggi degli Stati altrui, men che meno interpretare a suo insindacabile giudizio il Diritto marittimo. Aggiungerei che costei non ha studiato – se lo avesse, qualche sacrosanto dubbio dovrebbe averlo – un po’ di antropologia e di “antropologia delle migrazioni”: chi le dice che lei possa spostare persone, con relativi usi e costumi, dove più le aggrada, e che i riceventi debbano sottostare alla SUA visione del mondo senza esprimere alcuna forma di resistenza? Lei e i suoi fan non si rendono conto che se anche nel Sud d’Italia si è arrivati a votare un Salvini, probabilmente gli elettori (che saranno beceri, ma ne hanno il diritto; di sicuro non sono stupidi) hanno avuto le loro ragioni. IO personalmente non li approvo, ma questo non mi rende cieco di fronte alle loro motivazioni. Qualcun altro, dall’alto delle sue lauree e dei suoi curriculum, è invece cieco, ma solo in determinate direzioni guarda caso.
E non ho toccato il più grave argomento: quanto questa emigrazione dall’Africa PEGGIORA le condizioni degli Stati e delle popolazioni locali?? Perché ricordiamoci: l’Africa è un continente in grandissima parte in pace; dove la crisi alimentare è stata abbondantemente superata (e chi veramente muore di fame non emigra); ed è in forte sviluppo economico… Certo non è l’Europa, ma chi si sta muovendo in questa emigrazione economica sta togliendo al suo continente, al suo Paese, alla sua gente la speranza di un miglioramento futuro.
Ora, se è vero che, a detta di qualcuno, è impossibile fermare le migrazioni e la storia lo dimostrerebbe (a dire la verità, la storia dimostra che non è affatto detto: tante migrazioni sono state bloccate o abbondantemente diluite), è anche vero che quasi mai le migrazioni sono state accettate supinamente, anzi più erano incontrollate più hanno scatenato conflitti anche sanguinosi.
Gianni Pellegrini, qui.


Franco Londei

Come sapete non sono un salvinista, non condivido nulla delle idee di questo personaggio, NULLA, ma mentiremmo a noi stessi se non ammettessimo che in questa vicenda della Sea-Watch c’è una sfida palese alle leggi di questo paese, che possono essere giuste o sbagliate, ma che fino a che ci sono vanno rispettate. Che poi Salvini ne approfitti per fare propaganda è un altro paio di maniche, ma la sinistra pretenda pure il rispetto dei Diritti dei migranti a bordo, pretenda qualsiasi cosa e qualsiasi intervento di salvaguardia di quei poveracci in mare da settimane, ma non faccia l’errore di pretendere una sorta di salvaguardia per gli operatori della ONG. Io quando stavo bene ho collaborato con diverse ONG e la prima cosa che si impara in questo mestiere e che, d’accordo o meno, si rispettano le leggi del paese dove si opera. Non esiste nel Diritto Internazionale ed umanitario una regola che ti permetta di bypassarle. (qui)

Fulvio Del Deo

Parole come “umanità” e “accoglienza” non hanno nulla a che vedere con lo sporco traffico umano che questi nuovi negrieri stanno compiendo. Questo gioco criminale sta estirpando giovani dalla loro terra e li sta portando qui a vivere un’esperienza di vuoto ed emarginazione, di giornate caratterizzate dal nulla assoluto, di attese interminabili che renderanno piacevole perfino “essere liberi” di essere assunti per chiedere l’elemosina agli angoli delle strade e fuori ai supermercati, mettendo a posto i carrelli in cambio di qualche spicciolo.
Nella foto vedo solo uomini, giovani e forti (qui; cliccare sulla foto per ingrandire)
seawatch

Fulvio Del Deo

Nella generazione dei suoi nonni, anche loro bianchi e ricchi come lei, si sono dedicati allo spostamento di persone, via dalle loro case per eliminarle dal paese.
Adesso lei, insieme alla generazione dei suoi coetanei, continua a spostare persone, e le allontana dalle loro case per scaricarle in un paese da danneggiare. (qui)

Il fine dei pirati è demolire gli stati

Gian Micalessin

Adesso Sea Watch ha calato la maschera e issato la sua vera bandiera. Quella della pirateria umanitaria.
Una pirateria che, al pari delle navi corsare al servizio degli stati nazionali del XVII secolo non agisce per fini propri, ma per soddisfare gli interessi di nuove entità sovranazionali poco disposte a metterci la faccia. A garantire la «lettera di corsa» alle navi con teschio e tibie e il soldo ai loro capitani di ventura pensavano, un tempo, Paesi come Inghilterra, Francia e Spagna interessati a bloccare i commerci del nemico senza esibire e le proprie cannoniere. Oggi la pirateria umanitaria interpretata con un tocco di romantico femminismo dalla 31enne Carola Rackete, capitana di Sea Watch, svolge esattamente la stessa funzione. La capitana Rackete che si dice in dovere di forzare il blocco «per salvare 42 naufraghi allo stremo» sa bene di mentire. E sa altrettanto bene che il suo aiuto ai quei 42 «naufraghi» sarebbe stato molto più sollecito se li avesse sbarcati in Tunisia o in qualsiasi altro porto del Mediterraneo raggiungibile durante i 15 giorni trascorsi a comiziare e far politica davanti a Lampedusa. Ma la «lettera di corsa» garantitale formalmente dall’opaca organizzazione umanitaria di cui è al soldo le richiede altro. Le richiede di approdare solo ed esclusivamente in Italia perché solo da quel ventre molle, dove l’anomalia di un esecutivo giallo-verde ostacola la compattezza dell’Unione, può iniziare lo sfondamento dei cancelli della «fortezza Europa». La missione assegnata alla capitana Carola come a tanti altri capitani mercenari è insomma quello di penetrare in Italia per scavare una breccia nelle mura dell’Europa. Ma per conto di chi? La risposta è semplice. Per ottenerla basta seguire il denaro fatto affluire nelle casse di organizzazioni umanitarie come Sea Watch. Nel XVII e XVIII secolo i corsari servivano agli stati nazionali per garantirsi il controllo dei traffici. Oggi i «pirati umanitari» servono a fare carne di porco delle frontiere e delle ingombranti legislazioni nazionali per far spazio ad entità multi o sovra-nazionali. Entità come i giganti del web o le grandi aziende globalizzate che considerano gli stati, i loro confini, i loro sistema fiscali e le loro leggi sul lavoro alla stregua di limitazioni obsolete da abbattere quanto prima. Spazzare via il concetto d’inviolabilità delle frontiere legittimando l’arrivo di manodopera a basso costo da trasformare in futuri consumatori dei servizi delle aziende globali è la via più breve per accelerare la fine dei vecchi stati nazionali. Per questo la vera missione della capitana Carola non è quella di salvare o proteggere il carico umano di cui s’è impossessata andando incontro ai trafficanti e violando la zona di soccorso assegnata alla Libia. La vera missione di questa capitana di sfondamento è riversare quel carico umano nella breccia del vallo italiano per dividere il nostro Paese e spaccare l’Europa. Dribblando i divieti di Salvini e scaricando sulle coste italiane quei 42 migranti utilizzati alla stregua di ostaggi la Capitana avrà esaurito il suo compito. Potrà dimostrare a chi la paga di aver contribuito a inasprire i rapporti tra l’Italia e un’Olanda che offre ai pirati di Sea Watch la sua copertura di bandiera. Potrà consolare le anime belle di una Germania che mentre lascia agire impunemente la concittadina Carola Rackete scarica in Italia migranti narcotizzati e si vanta di aver deportato in un Paese in guerra come l’Afghanistan più di 530 migranti irregolari. (qui)

I PALADINI DELLA GIUSTIZIA

di Niram Ferretti

Tra i demagoghi di provincia, Leoluca Orlando è in pole position da anni. Re della retorica più melensa, delle banalità più insulse, patetico menestrello di un multiculturalismo da operetta, ora si fa promotore della cittadinanza onoraria all’equipaggio della Sea Watch.
«Per rendere omaggio a cittadini e cittadine che negli ultimi mesi sono protagonisti di una operazione di umanità e professionalità; un atto di amore e coraggio che giorno dopo giorno ha salvato e salva vite umane, ridato speranze e costruito un ponte di solidarietà nel mare Mediterraneo, anche contro logiche, politiche e leggi che poco hanno di umano e civile».
La logica del cuore, la nobiltà d’animo contro la durezza di leggi disumane come quelle volte a impedire l’immigrazione indiscriminata. Perché la vera nobiltà d’animo consiste nell’accoglienza sempre e comunque, anche di chi domani non vorrà integrarsi e costruirà società parallele come in Francia, Regno Unito, Belgio, Olanda, Svezia o, non trovando qui il Bengodi finirà sfruttato dalla criminalità organizzata come le donne nigeriane, oppure ne prenderà parte con solerzia.
Ma oggi la nuova figura iconica della sinistra a corto di proletari e rivoluzionari è quella del migrante. E’ il migrante infatti che riassume l’umiliato e offeso, il diseredato, l’uomo e la donna da riscattare e da redimere. E a sinistra sono tutti potenziali redentori, laici, si intende.
Leoluca Orlando appartiene alla luminosa genia dei Saviano, dei Lerner, dei Gino Strada, degli Ovadia. Loro stanno con l’Umanità oppressa, con quelle che identificano come vittime. Tutto il resto è secondario una volta che sono state individuate perché a quel punto si sa esattamente chi sono le canaglie e gli oppressori. E il gioco è fatto. (qui)

Ed ecco qui, in tutta la sua bellezza, il nostro bel satrapetto.
alibabaorlando
Poi c’è anche il Dalai Lama, che ha qualcosa da dire in merito

mentre su quelle famose “convenzioni internazionali” di cui i fans della novella Antigone che sfida le leggi in nome della giustizia morale (“se aveste un pizzico di cultura, sapreste che un tale di nome KANT scriveva:”Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me.”…. Ma immagino non sappiate nemmeno chi sia costui…. Figuriamoci se per voi possa esistere la LEGGE MORALE!!!” No, questo non vi dico dove si trova: non ho nessuna intenzione di fare pubblicità gratuita a qualcuno a cui non la farei neanche a pagamento), può essere utile dare un’occhiata qui. Quanto ai sinistri, a me fanno venire in mente questa:

PS: per un momento, girando oggi in rete (in realtà il calendario dice che sarebbe ieri, ma fino a quando non vado a letto rimane sempre oggi) mi era venuto il sospetto che il Ghisberto fosse passato di qui e mi avesse rubato un’idea; poi, prima di accusarlo di plagio, ho voluto verificare e ho constatato che in effetti no, semplicemente la stessa idea era venuta anche a lui, già qualche mese fa:
smartphone
barbara

L’IMPLACABILE GHIGLIOTTINA DEL METOO

Se spesso hanno effetti tanto catastrofici le crociate partite con le migliori intenzioni, figuriamoci quando partono dalle intenzioni più meschine e abbiette.

Non capita spesso che un hashtag si trasformi in una rivoluzione ma, come ogni rivoluzione, capita invece spesso che questa finisca per consumare se stessa. Pochi giorni fa il #MeToo ha affossato la carriera di una grande icona di sinistra, Ronald Sullivan, il primo professore di colore decano di facoltà a Harvard, ex braccio destro del senatore Barack Obama sulla giustizia penale, difensore di casi mediatici eclatanti di ingiustizia razziale come a Ferguson nel Missouri, cui è appena costato il posto da decano alla prestigiosa università americana per aver difeso in aula proprio lui, il primo imputato del #MeToo, Harvey Weinstein. “Nemico del #MeToo”, avevano scandito gli studenti alla volta di Sullivan, il cui caso arriva pochi mesi dopo quello di Roland G. Fryer, il più giovane economista di colore di ruolo a Harvard, travolto dalle accuse di sexual harassment. Sull’Atlantic di questa settimana Tom Nichols, autore del bel libro “La conoscenza e i suoi nemici” (Luiss University Press), scrive che questo fanatismo settario gli ricorda gli eccessi della Rivoluzione culturale in Cina. Perché ogni rivoluzione finisce per divorare i propri figli. Così è stato per la Rivoluzione d’ottobre, con la pletora di funzionari e di idealisti comunisti gettati nel Gulag, e la Rivoluzione culturale cinese, terminata con la distruzione dei quadri zelanti che l’avevano iniziata.
Il #MeToo è diventato un meccanismo di repressione in cui non è ammessa cautela o ammenda, dubbio o distinguo, e che ha finito per travolgere coloro che ne avevano alimentato le basi culturali. Mark Halperin, icona della Nbc, ha appena ripreso a tuittare. Charlie Rose mangia da solo al ristorante dove un tempo era una stella. La Hollywood del Big Entertainment, i celebrity chef come Mario Batali ora disgraced, il mondo della stand up comedy dei vari Aziz Ansari, i fotografi del super fashion come Terry Richardson e Bruce Weber, l’industria dei cartoni animati di John Lasseter e il Big Money, il silicio 2.0 con i tanti amministratori delegati sotto accusa.
Ma anche il Big Media e con esso il mondo dei grandi editori, come Hamilton Fish di New Republic. E la grande direzione d’orchestra, puro sound of music newyorchese. Prima il grande direttore d’orchestra James Levine ha concluso la sua carriera al Metropolitan di New York, dopo che tre uomini lo hanno accusato di molestie. Poi c’è stato il caso della leggenda del New York City Ballet, Peter Martins, abbattuto da accuse retrodatate come spesso accade nel #MeToo (poi decadute dopo un’inchiesta interna durata due mesi, ma il danno era fatto).
Infine, il musicista svizzero Charles Dutoit, rimosso dalle orchestre sinfoniche di San Francisco e Boston e dalla Canadian Broadcasting Corporation, la radio pubblica canadese famosa in tutto il mondo per le sue trasmissioni di musica classica, che ha deciso di continuare a trasmettere le registrazioni di Dutoit, ma senza più nominare il maiale di maestro. Dopo essere stato scagionato dalle accuse lo scorso dicembre, Dutoit è finito a dirigere orchestre in Francia e in Russia, un esito simile all’autoesilio europeo di Woody Allen, rimasto senza editore e senza Amazon.
Capita che il #MeToo distrugga il senatore Al Franken, accanito promotore di buone legislazioni femministe, e una femminista “cattiva” come Camille Paglia, da settimane al centro di un caso allo University of the Arts di Philadelphia, dove insegna da trent’anni e dove ora una fazione di professori e studenti censori vorrebbe licenziarla, sempre in nome del #MeToo, che Paglia avversa. “Camille Paglia dovrebbe essere rimossa dalla facoltà e sostituita da una persona gay di colore”, dichiara una petizione online.
“E’ forse la dimostrazione più letterale di come la rivoluzione consuma se stessa, come è stato detto per la prima volta durante il terrore rivoluzionario francese”, ha scritto Melanie Phillips sul Times.
Margaret Atwood, la più importante scrittrice canadese e autrice di “Handmaid’s Tale”, il romanzo distopico su un futuro in cui le donne fertili sono assegnate come schiave sessuali e diventato simbolo del #MeToo, ha accostato l’attuale clima da #MeToo alle “purghe di Stalin in Urss, le Guardie rosse in Cina, il regno dei generali in Argentina e gli inizi della Rivoluzione iraniana”. Queste cose, scriveva Atwood, “sono sempre fatte con lo scopo di inaugurare un mondo migliore. A volte sono usate come scusa per nuove forme di oppressione”.
Il #MeToo si è rivelato una gigantesca purga di liberal che Donald Trump neanche si potrebbe sognare. Non si fa in tempo a tenere la conta dei nomi che se ne aggiungono di nuovi in questo falò delle vanità.
II corrispondente del New York Times dalla Casa Bianca, Glenn Thrush, aveva appena finito di scrivere una lettera sulla sua pagina Facebook, incoraggiando i giornalisti maschi a difendere le donne, che il post gli si è ritorto contro e una serie di giornaliste lo hanno accusato.
La francese Catherine Deneuve lo aveva detto, #MeToo è diventato un cult, una setta, non un movimento di difesa delle donne abusate, ma una faida.
Leon Wieseltier, leggendario editor letterario di New Republic che si preparava a lanciare una nuova rivista, è stato accusato di avances inappropriate, baci non richiesti e osservazioni un po’ crude. Mentre le accuse ancora dovevano venire alla luce, Laurene Powell Jobs, la filantropa della Emerson Collective pronta a finanziare la nuova rivista di Wieseltier, ha deciso di staccargli la spina. E anche la Brookings Institution lo ha messo alla porta. Da due anni, Wieseltier è “non persona”. Il suo nome è appena riapparso sotto forma di blurb per un libro sulla storia ebraica, è stato “avvistato” mentre assisteva a un evento letterario a Washington e ha scritto un editoriale su Israele per Bloomberg.
Ha perso il lavoro come direttore della New York Review of Books l’anglo-olandese Ian Buruma, reo di aver pubblicato un articolo critico sugli effetti del #MeToo. Proprio Buruma, il darling dei ceti colti liberal urbani di qua e di là dall’oceano che hanno perorato il #MeToo, “professore di diritti umani” al Bard College, global thinker. Ha perso il posto un altro direttore di giornale, Lorin Stein, che dirigeva la Paris Review, da sessant’anni un faro del gusto letterario internazionale, un giornale che aveva lanciato le carriere di scrittori come Rick Moody, Jack Kerouac, Philip Roth e Adrienne Rich. “A volte in passato, ho offuscato il personale in modi che erano, ora riconosco, irrispettosi dei miei colleghi e dei nostri collaboratori, e questo li ha fatti sentire a disagio”, ha scritto Stein in una lettera alla redazione. La sua colpa è essere stato “occasionalmente coinvolto in comportamenti sessuali in ufficio”, ma ha detto che in tutti i casi, “il contatto sessuale era consensuale” e che sono avvenuti quando era ancora single. Stein, noto come il “paladino di nuovi talenti” letterari, ha inoltre rassegnato le dimissioni dalla sua posizione nella grande casa editrice Farrar, Straus e Giroux.
Il caso del direttore della Paris Review ha messo sotto i riflettori i famosi cocktailparty letterari, un altro classico come i concerti della vita culturale newyorchese. E’ caduto anche un altro cacciatore di talenti letterari, David Guillod dell’agenzia Primary Wave Entertainment. E’ saltata la poltrona di Garrison Keillor, il fondatore della Minnesota Public Radio, che adesso può essere visto esibirsi in un nightclub di musica jazz, il Crooners, alla periferia nord di Minneapolis. La radio aveva cancellato anche tutto l’archivio online di Keillor e il giornalista ha ottenuto che fosse rimesso su Internet.
Tutto qui. Damnatio memoriae per un’altra voce storica della radio newyorchese WNYC, Leonard Lopate, reo di qualche battuta sulle colleghe formose. Il mondo radiofonico americano è stato scosso nel profondo. Come con il caso di Michael Oreskes, direttore della National Public Radio. John Hockenberry, la voce della radio pubblica americana, ha avuto la “colpa” di mandare e-mail un po’ spinte a una collega. “Ho affrontato la rabbia implacabile di colleghi, il loro silenzio di pietra e, a mio avviso, codardo”, ha scritto Hockenberry su Harper’s. “Per quasi un anno ho vissuto da paria affrontando un silenzio glaciale o una aperta ostilità. Ho visto svanire presunti amici. Ho ascoltato colleghi, avvocati e professionisti di pubbliche relazioni dirmi che non sono assumibile. `Non sei più una persona, sei un archetipo’, mi ha detto un amico. `Sei coinvolto nella correzione di questa rivoluzione’, mi ha detto un’amica. Nell’ultimo anno ho trovato impossibile fare incontri di lavoro. Anche le proposte di lavoro sotto falso nome o anonimato sono state rifiutate. Per un certo periodo, l’unica occupazione che ho potuto contemplare era in una e-mail in cui si cercavano persone disabili per i negozi Walmart nello Utah e in Georgia”.
Ryan Lizza è stato licenziato dal New Yorker e poi dalla Cnn. L’accusa è di “condotta sessuale scorretta”. La Cnn lo ha reinserito, ma le sue lezioni alla Georgetown University sono saltate. Il sito Vox ha licenziato il direttore Lockhart Steele per “condotta inappropriata”. Ha subìto una clamorosa battuta d’arresto la carriera del giornalista politico Mark Halperin, dopo che sulla Cnn è stato accusato da alcune donne. La Nbc News lo ha sospeso, poi Hbo ha annunciato che non avrebbe più proseguito con una miniserie pianificata sulle elezioni presidenziali e basata su un libro di Halperin. Anche Msnbc ha rescisso il contratto di Halperin con la rete. Dall’inizio del 2019, Halperin ha ripreso a tuittare senza nuocere a nessuno, a metà aprile ha lanciato un nuovo blog politico e ora lavora con una associazione di ex carcerati.
Simile la vicenda di Matt Lauer, la star della Nbc caduta in disgrazia, e del direttore di riviste come National Enquirer e Us Weekly, Dylan Howard, che si è licenziato. #MeToo ha travolto la famosa rivista d’arte ArtForum, con il suo storico editore Knight Landesman che si è dimesso sulla scia delle accuse di cattiva condotta sessuale.
Si è dimesso anche il direttore della rivista, Michelle Kuo, in risposta alla gestione dell’affare.
E’ finito malissimo Stephen Henderson, il premio Pulitzer columnist del Detroit Free Press scelto come giornalista afroamericano dell’anno, dopo le accuse di comportamento inappropriato da parte di alcune sue colleghe. Henderson si è scusato, ma ha detto che era coinvolto solo in “conversazioni a sfondo sessuale”. Ma più che sufficienti.
Poi è stata la volta dello sceneggiatore premio Oscar di “Trash”, Paul Haggis. E’ letteralmente scomparso lo sceneggiatore Max Landis. William Jacoby si è dimesso nel frattempo da direttore della celebre rivista di politologia American Journal of Political Science dopo le accuse di due colleghe.
Travolta anche l’insospettabile Avital Ronell, la celebre filosofa femminista, docente di Letteratura comparata alla New York University, dove è stata accusata di molestie sessuali da uno studente, Nimrod Reitman. Per la Ronell si erano schierati tanti blasoni accademici, da Judith Butler a Slavoj Zizek, i maestri del postmoderno più postmoderno che ci sia. Ronell è stata dichiarata colpevole di molestie da parte della commissione accademica e l’università l’ha sospesa per un anno. Per lei si era battuto da Strasburgo anche Jean Luc Nancy, uno dei padri del decostruzionismo. Alla fine anche la paladina del #MeToo è stata decostruita e metooizzata. Ma è di pochi giorni fa l’annuncio che Ronell tornerà in autunno a insegnare. Donna, di sinistra e femminista militante, per lei è valsa un po’ di presunzione di innocenza (anche ideologica) in più.
Sono stati licenziati in tronco invece due editor del New York Daily News, Rob Moore e Alexander “Doc” Jones. Poca cosa, certo, rispetto alla fine che ha fatto Charlie Rose, uno degli anchorman più famosi d’America, cacciato in tronco dalla Cbs (via anche un altro giornalista della rete, Steve Chaggaris). Hollywood Reporter è andato a vedere che fine ha fatto Rose dopo essere caduto in disgrazia. “Rose una volta trasudava `l’atmosfera socialista della vecchia scuola di New York’, dice un dirigente dei media che lo conosce da un decennio, aggiungendo: `Quando Charlie va da Michael’s, gli ci volevano dieci minuti per arrivare al suo tavolo perché la gente andava da lui”. Oggi, quando Rose entra in quel noto ristorante newyorchese “si dirige verso il tavolo da solo e completa la cena da solo in meno di un’ora. Nessuno nel ristorante si avvicina a Rose né sembrò notarlo”.
Per sfuggire a questa dannazione c’è infine chi, come Benny Fredriksson, si è tolto la vita. Era stato accusato senza prove di “cattiva condotta sessuale”. Aveva perso il lavoro come capo del blasonato centro delle arti di Stoccolma, accusato di essere un porco.
Perché in questo gigantesco confessionale non si aspettano i processi né la fine delle inchieste, ci sono soltanto sospetti e delazioni, la cacciata senza perdono dei peccati e poi la dannazione eterna. Lenin diceva che come per fare una frittata si devono rompere delle uova, così per fare una rivoluzione è necessario qualche sacrificio. Questo orrendo backlash, le carriere distrutte di chi ce l’aveva messa tutta per pensare e dire sempre la cosa giusta, nella “logica” del #MeToo sono soltanto uova rotte sulla strada della redenzione rivoluzionaria di genere. La nuova guerra dei sessi.

GIULIO MEOTTI, Il Foglio, 18 maggio 2019

Del resto era già stato abbondantemente dimostrato qui che l’obiettivo non è mai stato quello di ottenere giustizia, neppure secondario, neppure marginale, neppure in ultima istanza, ma unicamente quello di distruggere il maschio. Oltre, beninteso, alle donne che si azzardassero a difendere spudoratamente qualche maschio col ridicolo pretesto che la colpevolezza non sarebbe provata, o che addirittura sarebbe provata l’innocenza, come se potesse esistere un maschio innocente, che razza di assurdità!

P.S.: ma sarà un caso che una decina abbondante di quei cognomi sono sicuramente ebraici, più un altro paio su cui non sono del tutto sicura?

barbara

SIGNOR CONTE, SI VERGOGNI

Il generale Cornacchione scrive una (dura) lettera al premier Conte

Sempre più evidenti frizioni e spaccature tra la componente M5S del governo e il mondo militare. Dopo il “caso Riccò” e le polemiche tra i ministri Salvini e Trenta circa l’impiego della Marina Militare nei compiti di contrasto all’immigrazione illegale (che hanno sollevato evidenti malumori tra i militari in servizio ed esplicite critiche da parte di ufficiali in congedo) sono state ieri le dichiarazioni del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a sollevare decise proteste.
Il ministero della Difesa rinuncerà all’ acquisto di 5 fucili e la somma risparmiata verrà impiegata dal governo italiano per sostenere una borsa di studio della World house, studentato internazionale di Rondine Cittadella della pace di Arezzo. Lo ha annunciato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante la sua visita a Rondine, dove ha accolto la proposta avanzata dal presidente della Cittadella, Franco Vaccari.
“Rinunciamo all’ acquisto di 5 fucili per sostenere le vostre iniziative. Pensate che sia stata una cosa facile? Non è stata una cosa facile. Lo abbiamo fatto a bilanci già approvati, a programmazione già avanzata. L’obiezione della Difesa è stata: ‘ Eh, ma ci saranno 5 dei nostri senza fucili’ . E io ho risposto: va bene, vorrà dire che andranno nelle retrovie a parlare di pace. Ringrazio il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, perché ha compreso subito l’importanza dell’iniziativa”
Questa la lettera aperta scritta in proposito dal generale di Corpo d’armata Giorgio Cornacchione, alpino, comandante del contingente dell’operazione Antica Babilonia in Iraq, poi alla testa del Comando Operativo di vertice Interforze e Consigliere Militare del Presidente del Consiglio (2012-2014)

Presidente,

ho appena visto, sul sito della Presidenza, il video del suo intervento a Rondine Cittadella della Pace (Arezzo) e Le esprimo tutto il mio disappunto. Mai avrei pensato di giungere a questo e di sentire il bisogno forte di manifestarlo pubblicamente, non fa parte della cultura di chi ha prestato -come me- giuramento alla Repubblica!
Ho servito in uniforme il mio Paese per quasi 44 anni. Avendo iniziato la professione militare negli anni ‘70, sono abituato da sempre a registrare le critiche e le avversioni da ogni parte politica alla mia scelta di servire in uniforme; me ne sono sempre fatto una ragione in quanto, come recita un nostro motto, “uso a obbedir tacendo”. Ma oggi no. Dopo aver visto il Suo sorriso e sentito le espressioni ironiche da Lei pronunciate, sto tradendo per la prima volta quel motto.
Io ho avuto l’onore, e il profondo dolore, di accompagnare in Italia dall’Iraq e dall’Afghanistan le bare di molti nostri caduti in quelle terre. Ho visitato e incontrato in ospedale e fuori tanti nostri feriti e mutilati in maniera grave e permanente, inchinandomi sempre davanti al loro senso del dovere, all’accettazione serena di ogni menomazione convinti e orgogliosi di averlo fatto per l’Italia. Non parlavano di guerra, non si esaltavano al ricordo degli scontri a fuoco, erano convinti -come me, loro Comandante- di aver fatto quello che il Paese voleva da loro, con paura certo, ma con grande coraggio!
Io penso che oggi Lei li abbia profondamente offesi, la sua frase detta sorridendo e sollevando le risate della platea “andranno nelle retrovie a parlare di pace” non può essere accettata, nemmeno in campagna elettorale.
Voglio chiudere con un riferimento personale. Nelle settimane scorse ero negli USA e mi è capitato più volte di qualificarmi come “veteran” ma italiano, senza grado o altre qualifiche, ogni volta venivo immancabilmente ringraziato -con mio grande imbarazzo- con la mano sul cuore per il servizio reso al mio Paese. Altra cultura, altro senso dello Stato espressi dai semplici cittadini che mi trovavo di fronte.

Generale di Corpo d’Armata (riserva) Giorgio Cornacchione, 152° Corso dell’Accademia Militare di Modena
già Consigliere Militare del Presidente del Consiglio (2012-2014) (qui)

Avrei qualcosina da dire anch’io, volendo, ma sapendo che le persone più sono stupide e più sono permalose e vendicative, e che le persone stupide e permalose e vendicative, quando sono in posizione di potere possono diventare pericolose, ho deciso che è meglio evitare.

PS: grazie signor Generale: tutta l’Italia onesta è con Lei.

Ah, stavo quasi per dimenticare: poi c’è anche quel fico del presidente della camera – chissà se da letto o da bagno – per il quale rubo le parole a Niram Ferretti

IL NUOVO 2 DI GIUGNO

Insomma dobbiamo ringraziare il Presidente della Camera Roberto Fico, lo stesso che, nel 2014, quando Israele era sotto attacco di Hamas, chiedeva che venissero interrotti i rapporti tra l’Italia e Israele perché lo Stato ebraico osava difendersi dai terroristi islamici, per averci svelato che cosa ci celebra realmente il 2 giugno.

Per anni avevamo creduto si trattasse della Festa della Repubblica, e anche l’anniversario della morte di Garibaldi. No.

La Festa della Repubblica è la festa dei rom e dei migranti.

Chissà se Fico, in dotazione M5S, in virtù della sua carica istituzionale potrà suggerire al partito di cui è membro di presentare un disegno di legge che riformuli il senso dell’anniversario, in modo che tutti gli italiani, finalmente sappiano ciò che per anni è stato loro celato.

In Vaticano, l’attuale pontefice, non potrà che plaudire.

barbara

“NON TI PROSTRERAI DAVANTI A LORO E NON LI SERVIRAI.

Perché io, il Signore, sono il tuo Dio”. Esodo, 20,5.
bacia piedi 1
Ma probabilmente, come mi viene fatto presente qui, questo papa ha studiato per corrispondenza e qualche foglio deve essere andato perso. Allargando il discorso sull’attuale smania di svendere i quarti posteriori a cani e porci – purché non bianchi occidentali ebrei o cristiani – trovo un po’ di cose su cui meditare qui. E sulle derive attuali aveva visto lungo un grande uomo di Chiesa:

“L’anticristo esiste: è pacifista e animalista”. Cardinale Giacomo Biffi, anni Ottanta

“L’anticristo si presenta come pacifista, ecologista ed ecumenista. Convocherà un Concilio ecumenico e cercherà il consenso di tutte le confessioni cristiane concedendo qualcosa ad ognuno. Le masse lo seguiranno, tranne dei piccoli gruppetti di cattolici, ortodossi e protestanti”. Cardinale Giacomo Biffi, 2007

E ha avuto da dire, monsignor Giacomo Biffi arcivescovo di Bologna, anche sull’islam. Certo non poteva prevedere, in quel lontano anno 2000, che a spalancare porte e portoni e baciare mani e piedi all’islam, un giorno non sarebbero più stati solo i politici e l’intelligencija, ma addirittura il vicario di Cristo, pronto a svendergli non solo i propri quarti posteriori ma anche la cristianità tutta intera, senza sollevare un sopracciglio su cristiani perseguitati e oppressi, cacciati dalle proprie case e dai propri paesi, sgozzati, crocefissi, bruciati vivi, intere comunità cancellate, regioni diventate christenfrei – dopo essere state rese judenfrei (prima il sabato poi la domenica, ricordate?) – ossia private dei loro abitanti più antichi: neppure nella più sfrenata delle sue fantasie poteva immaginarlo, il buon Biffi.

Quanto alle bergogliesche esibizioni, a me, scusate (tanto abbiamo assodato che io sono una brutta persona), viene da accostare queste due immagini.
bacia piedi 2
dal Friuli
barbara

ORI ANSBACHER

Ori è la diciannovenne israeliana stuprata e assassinata a coltellate, fatta praticamente a pezzi, qualche giorno fa.
Ori
In questi giorni non ne ho scritto, perché ci sono cose che dici no, è troppo, non ce la faccio. Poi ti fai forza e ti imponi di farlo, perché glielo devi. Almeno questo glielo devi, e dunque eccomi. Riporto alcuni pezzi di persone che hanno saputo dire molto meglio di me quello che va detto.

Sull’assassinio di Ori Ansbacher da parte di un terrorista palestinese a Gerusalemme risultano ancora non pervenuti:

– l’Unione Europea, sempre rapida nel condannare la costruzione di nuove case israeliane
– l’Onu, sempre riunita in sessione d’emergenza quando Israele uccide un terrorista
– i giornali, sempre pronti a far spazio ai terroristi morti sul confine di Gaza e alla pin-up Ahed Tamimi
– Papa Francesco, sempre distratto quando Israele subisce un terribile lutto
– Abu Mazen e i “palestinesi moderati”, sempre generosi nel fare bonifici ai terroristi con i soldi europei
– il mondo islamico, sempre pronto a nascondere terroristi in una loro moschea
– le femministe, sempre in cerca di un femminicidio tranne quando c’è di mezzo una ragazza israeliana

Buona visione del più agghiacciante film di successo della storia: l’antisemitismo che uccide.
Giulio Meotti

corpo

I MANDANTI

Chi sono i mandati del brutale assassinio di Ori Ansbacher? Prima di tutto Hamas e l’Autorità Palestinese che per decenni hanno fomentato il clima di odio virulento nei confronti degli ebrei israeliani, poi subito dopo l’Europa, l’Europa pro palestinese dalla fine della Guerra dei Sei Giorni del 1967, che progressivamente si è inchinata ai desiderata arabi e islamici, l’Europa che ogni volta che Israele si difende le da addosso accusandola di crimini contro l’umanità, l’Europa che mette i bollo su i prodotti che escono dalla Cisgiordania, l’Europa delle ONG per i diritti umani, come Amnesty International che accusa Israele di occupare abusivamente territori che le vennero conferiti dal Mandato Britannico per la Palestina, l’Europa che all’ONU vota sempre con i paesi islamici, satrapie, dittature, teocrazie, contro l’unica democrazia Mediorientale, e con l’UNESCO quando sottrae agli ebrei la loro storia millenaria da Gerusalemme e da Hebron, imponendo a luoghi storicamente ebraici, nomi islamici, l’Europa che non rende illegale il movimento antisemita BDS, l’Europa che fa affari con l’Iran e cerca di aggirare le sanzioni americane.
Insieme a loro tutti quegli “intellettuali”, politici, giornalisti, che non hanno fatto e non fanno altro che criminalizzare Israele, mentre al contempo sono teneri con regimi assassini e nemici della libertà, e tra di loro non pochi ebrei con il cervello distrutto dalla metastasi ideologica che gli ha fatto scambiare i terroristi per vittime e chi si difende dalla loro cieca violenza per carnefici.
Questi sono i mandanti. Teniamolo bene a mente.
Niram Ferretti

funerale

Ora un po’ di conti, che non fanno mai male.

DUEMILAQUATTROCENTO EURO AL MESE.

Questo è lo stipendio che Hamas pagherà ad Arafat Aryah, il palestinese che ha sgozzato la ragazza diciannovenne ebrea Ori Ansbacher dopo averla violentata e deturpatone il corpo con dodici coltellate.
Israele farà (forse) saltare in aria la casa del terrorista ma Hamas ne costruirà una nuova e più moderna.
Anche i genitori prenderanno una pensione a vita.
Uccidere gli ebrei conviene tutto sommato.
Nelle carceri Israeliane molti palestinesi si sono laureati studiando nelle università israeliane.
Una volta scontata la pena usciranno con tanti soldi in tasca, una casa nuova ed una bella laurea.
Si uccidere ebrei conviene.
Da dove vengono tutti questi soldi?
Dalle vostre buste paga.
La Guerra Santa costa.
L’Italia e la UE mandano e hanno mandato miliardi di euro alla Palestina.
Miliardi con i quali non è stata mai costruita una strada, una scuola, una fabbrica o un ospedale.
Miliardi usati per costruire migliaia di tunnel in cemento per invadere Israele.
Miliardi usati per armare terroristi e per pagare loro una pensione d’oro.
Si, la Guerra Santa costa.
Costa tanto.
12.000 shekels è la pensione minima per un terrorista palestinese; pari a circa 2.400 euro.
Se considerate che in Palestina un buon stipendio è 300 euro…..
Si, decisamente si.
È stato un ottimo affare uccidere la obiettrice di coscienza e volontaria del servizio civile Ori Ansbacher. 19 anni.
Riposi in pace.
Noi non riusciamo a trovar pace oggi.
Buona giornata Italia da un paese in lutto. (qui)

LA BELVA DELLO ZOO DI GERUSALEMME

Il corpo nudo, spezzato, dell’israeliana Ori Ansbacher lo hanno ritrovato vicino allo zoo di Gerusalemme. Già arrestato l’animale scappato dal parco e che l’ha uccisa, un palestinese di Hebron.
Se l’Onu, pronto a scomodarsi per difendere il burqa in quanto rientra fra i “diritti delle donne”, non condanna entro le prossime ore questo delitto che non ha nome, da quanto è indicibile, suggerisco di andare a prendere un paio di funzionari di alto grado delle Nazioni Unite e metterci loro dentro allo zoo. Scommetto che neanche i lama si degnerebbero di sputargli in faccia.
Giulio Meotti

La belva.

Ho guardato e riguardato il volto del terrorista palestinese che ha violentato e ucciso Ori Ansbacher, questo sorriso inerte, inebetito. E non ho visto niente. Poi mi sono ricordato quanto aveva raccontato Francesco De Rosa, il comandante dell’Achille Lauro che nel 1985 fu dirottata da un commando di terroristi palestinesi. Di Abu Abbas e dei suoi uomini, che gettarono in mare un passeggero ebreo in carrozzella, Leon Klinghoffer, De Rosa ricordava il sorriso. “Un sorriso maligno, che mi ha accompagnato sempre”. Eccolo qui.
Giulio Meotti
Arafat Irfaiya
Ma anche Cesare Battisti. O Angelo Izzo.

Sicuramente molti di voi avranno visto qualche immagine di funerali palestinesi, in cui i dolenti si divertono a sparacchiare in giro, così, tanto per gradire. I funerali israeliani, in mezzo al dolore più atroce per il crimine più efferato, si svolgono così.

E infine un pensiero riconoscente all’eroe che ha permesso la cattura dell’assassino. Grazie Rambo!
Rambo
barbara

ERRATA CORRIGE: il nome “Rambo” che avevo trovato in un articolo era evidentemente un attributo, non il suo vero nome, che è in realtà Zili.

MA CHE OVVOVE QUEL SALVINI

che va a pvendeve Battisti all’aevopovto!

E l’orrore che proviamo noi moralmente inferiori ve lo faccio dire da tre persone che stimo molto.

QUALCUNO ARRICCIA IL NASINO PERCHÉ SALVINI HA “ACCOLTO” A FIUMICINO L’ASSASSINO BATTISTI.
Quando invece c’erano “loro” il ritorno a casa di un terrorista era una festa…

DILIBERTO, LA BARALDINI E L’ACCOGLIENZA FESTOSA
Silvia Baraldini è tornata in Italia. Il Falcon 900 del governo che la ha prelevata negli Stati Uniti è atterrato alle 11.20 all’aeroporto di Ciampino. Ad aspettarla, la madre, la cugina e l’avvocato italiano Grazia Volo: le sue prime parole sono state “sto bene, sono contenta”.
Il ministro della Giustizia Oliviero Diliberto, la cui annunciata presenza all’aeroporto aveva suscitato polemiche, è invece tornato indietro dopo aver accompagnato la signora Maria Dolores Baraldini, 82 anni, gli ultimi sedici passati ad aspettare la figlia.
Con la Baraldini, a bordo dell’aereo che è andato a prenderla, c’erano Manuela Palermi, consigliere politico del ministro, tre agenti donne, fra cui un medico, e un dirigente dell’Interpol.
La pista dell’aeroporto dove il Falcon è atterrato è rimasta off-limits per i giornalisti. Su disposizione del ministero della Giustizia sono stati ammessi solo una trentina di cineoperatori e fotografi. Silvia, in un elegante completo nero, è rimasta sull’aereo un quarto d’ora. Poi ha sceso spedita la scaletta dell’aereo ed è salita su una delle quattro macchine della polizia che l’attendevano, diretta a Rebibbia, dove da questa mattina si tiene un sit-in di benvenuto. E dove, nel pomeriggio, la protagonista della vicenda tiene una conferenza stampa.
Alle dodici e un quarto la Baraldini è arrivata a Rebibbia. Il lungo corteo delle auto di scorta è stato accolto al grido “Per Silvia Baraldini libertà “, e “Liberi tutti”.
Ma un consistente schieramento delle forze dell’ordine ha impedito che i partecipanti al sit-in, contrariamente a quanto era stato reso noto in precedenza, riuscissero a salutare Silvia. Qualcuno ha stappato una bottiglia di champagne che ha bagnato la folla, di circa trecento persone, e alcune donne hanno gettato mazzi di rose sull’auto.
Alla manifestazione spontanea oltre al direttore di “Liberazione” Sandro Curzi, partecipano anche Lucio Manisco, Giovanni Russo Spena, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, Armando Cossutta, Marco Rizzo e la delegazione parlamentare quasi al completo dei Comunisti italiani, che colgono l’occasione per marcare un punto politico sull’utilità della loro permanenza nel governo D’Alema. Ma ci sono anche gli ex compagni di Rifondazione comunista.
Una vera e propria festa, con tanto di esibizione di gruppi musicali che suoneranno le canzoni dedicate in questi anni alla Baraldini e la vendita di magliette con la sua foto.
(R.R.)

Pubblicato da Ugo Volli

E vale la pena di ricordare che per avere la Baraldini ci siamo svenduti i morti del Cermis (certo poi che quello lì, tra mafia, terrorismo nostrano e terrorismo islamico, ci ha sempre marciato alla grande)

ESPOSIZIONE MEDIATICA

Molto spesso fior di ministri sono andati ad accogliere navi cariche di migranti che arrivavano in Italia privi di qualsiasi tipo di documento.
Nel 2017 mezzo governo ed altissime cariche dello stato hanno partecipato a Fermo ai funerali di un nigeriano morto in una rissa.
A suo tempo Renzi fece recuperare dal fondo del mediterraneo un barcone affondato ed i corpi di alcuni migranti. Dopo il recupero, costoso e pericoloso, il barcone fu esposto a Milano. Val la pena di notare che tutti i mari sono pieni di relitti di vari naufragi coi corpi delle vittime.
In tutti questi casi, e tantissimi altri potrei citarne, NESSUNO, mi pare, ha parlato di eccessiva “esposizione mediatica”.
E poi, scusate, forse che quando è stato catturato Totò Riina, o quando viene catturato qualche noto boss della mafia, non ci sono scene di esultanza, conferenze stampa, dichiarazioni roboanti?
Cesare battisti era latitante da quasi 40 anni, nessuno era riuscito a prenderlo, anche perché difeso da note icone della sinistra: Mitterand prima e Lula dopo.
E’ stato catturato non a pochi chilometri da casa sua, in Italia, come è successo per tanti boss mafiosi, ma in Bolivia, a migliaia di chilometri da casa nostra.
Perché chi ha condotto questa operazione che è lecito definire brillante non deve mostrare soddisfazione? Certo, Saviano, Vauro, Gentiloni, Giuliano Ferrara e tanti altri avrebbero preferito che quasi non si parlasse della cattura di Battisti, al massimo due parole in coda ai titoli dei TG. Per fortuna al mondo non ci sono soltanto questi personaggi.

Giovanni Bernardini

I giubbotti di Salvini e l’amorevole attenzione per Cesare Battisti

Herman Göring amava indossare divise militari personalizzate, non gli si addiceva la plumbea sobrietà di altri gerarchi nazisti, Matteo Salvini ama invece fare sfoggia di giubbotti delle forze dell’ordine e ciò proprio non piace al Tribuno della Virtù, Roberto Saviano e ad altri come lui, i quali vi vedono un preoccupante segno, insieme ad altri, naturalmente, di propensioni dittatoriali.
D’altronde chi se non il Grande Moralista di Repubblica, il barbuto e fiero Eugenio, inventando una nuova categoria politica, ha definito Salvini, “semi-dittatore”? Quella per cui si è dittatori al 50% o forse al 25% o con una quota di partecipazione ancor più bassa. E’ probabile che anche l’Eugenio Furioso veda nel fatto che Salvini indossi giubbotti della polizia il segno di quella dittatura che presto arriverà e non sarà più, immaginiamo, semi, ma completa.
E un giubbotto della polizia indossava il Ministro dell’Interno a Ciampino, in attesa di vedere sbarcare dall’aereo sul quale volava, il “regalo” di Jair Bolsonaro, quel Cesare Battisti, pluriomicida, che da 37 anni era latitante e che ora, finalmente, è stato consegnato alle patrie galere.
Non è certo un caso che questo sia accaduto dopo che la sinistra al governo in Brasile e quella al governo in Italia, abbia dovuto cedere il passo alla destra, perché fino a quando Matteo Renzi e altri prima di lui, si intrattenevano con l’attuale detenuto Lula, Cesare Battisti, da quest’ultimo graziato, poteva godersela pienamente la sua abusiva libertà. Ma queste sono, come dire?, specificazioni insostanziali, ciò che conta è accusare il semi-dittatore della Lega di avere apparecchiato tutto uno spettacolo per il rientro di Battisti che altro non sarebbe se non uno spot pro domo sua.
Ed eccolo dunque in “divisa”, barbuto e accigliato che attende l’arrivo dell’assassino che si mascherò da rivoluzionario e per questo godette dei favori di tutti i cultori a sinistra di quei giovani e di quelle giovani che sbandarono sì, ma per ideali giusti, mica come gli eversori neri, i fascisti, implacabilmente da condannare come si devono fermamente condannare fascismo e nazismo lasciando tuttavia una pirroniana sospensione del giudizio sul comunismo.
Matteo Salvini in giubbotto della polizia che augura all’omonimo del patriota italiano di “marcire” in cella non piace agli umanisti e ipergarantisti di un altro giornale, Il Foglio, dove è tutta una sassaiola di sferzate ed epiteti contro Il Truce. Ci si mette pure il Gran Dottore in pietas ed umanesimo che è diventato Adriano Sofri, il quale dopo averci detto che il carcere è vendetta cestinando Beccaria ci informa che nel non pensarla come lui la “grandissima maggioranza delle autorità pubbliche“, alcune di esse avrebbero oltrepassato “la soglia della legalità formale“. Chi in particolare? Il Truce, ça va sans dire.
“Salvini è rivelatore per eccesso”, scrive Sofri, “si prende una licenza personale, da buffone di corte promosso a titolare delle guardie in un nuovo carnevale. Ha anche detto, ieri, dopo essere andato a ricevere Battisti all’aeroporto: ‘Spero di non vederlo da vicino’. Bastava la televisione. Ha fatto capire che sarebbe stato più forte di lui, da vicino, l’impulso a farsi giustizia con le sue mani, tenetemi sennò. Gli agenti penitenziari, quelli nei cui panni mi ero messo sopra, lo vedranno giorno e notte da vicinissimo, Battisti. Speriamo che siano più controllati del ministro”.
E’ alta e nobile questa preoccupazione nei confronti dei rei da parte di un ex reo, affinché non subiscano danneggiamenti in carcere, soprattutto quando il Ministro dell’Interno usa un linguaggio colorito. Non sia mai che qualcuno possa prenderlo in parola e torcere un capello al Battisti, proprio come venne preso in parola Adriano Sofri parecchi anni fa da chi poi tolse la vita al commissario Calabresi.
Ma in uno stato di diritto è importante che gli assassini siano protetti e garantiti, fu così anche per Charles Manson che non uscì mai dal carcere fino alla fine e che non risulta sia stato malmenato o vessato in carcere. L’importante è sottolineare, quanto pericoloso o potenzialmente tale sia Salvini.
Battisti oggi non lo è più, scrive libri polizieschi dove sono i suoi protagonisti ad ammazzare, lui lo ha fatto tanto tempo fa, ed è giusto preoccuparsi come fa Sofri, che venga trattato con adeguata considerazione soprattutto quando Ministro dell’Interno è un semi-dittatore a cui piace indossare temibili giubbotti

Niram Ferretti, 16/01/19

Mi pare che ci sia tutto, quindi posso chiudere.

barbara

AMOS OZ 1

(Anche se ne avevo già parlato qui), perché è giusto dire pane al pane

Amos Oz: Risveglio mancato.

Di Niram Ferretti

Postato il 29 dicembre 2018

Amos Oz è stato tra i più celebrati scrittori israeliani degli ultimi decenni e, insieme ai due colleghi David Grossman e Abraham Yehoshua, ha rappresentato il tipico esempio dell’artista-intellettuale progressista molto critico nei confronti dello Stato ebraico, seppure dichiaratamente sionista, che così tanto è piaciuto e piace all’Europa post-identitaria e filo palestinese di oggi, e soprattutto al milieu salottiero accademico, politico e letterario degli esecratori professionisti di Israele.
Amos Oz, come Yitzhak Rabin e Shimon Peres era già in vita una icona, quasi un santino, quello dell’uomo dello slancio e della speranza, della spem contra spem, o meglio, dello sprezzo della realtà. Non fu responsabile, come Rabin e Peres, di avere prelevato dal cono d’ombra in cui era finito, il lord of terror Yasser Arafat, per insediare lui e la sua organizzazione criminale nel cuore di Israele, ma fu responsabile di tanti bei gesti, pensieri e parole che hanno costantemente negato la verità dei fatti, cercando di piegare la loro proterva indocilità alle sue nobili astrazioni. In questo assomigliava un po’ a Judah Leib Magnes, rabbino e pacifista, fondatore e cancelliere dell’Università ebraica di Gerusalemme, il quale, nel 1926, fondò insieme a Martin Buber, il movimento Brit Shalom (alleanza per la pace) il cui obbiettivo era quello di creare in Palestina un ponte tra ebrei e arabi. Nel 1929, il movimento si stava già disintegrando sotto la pressione dei tumulti arabi e delle 130 vittime ebree che essi provocarono. Nel 1948, durante la guerra civile tra arabi e israeliani Magnes capì che i suoi ideali si erano infranti definitivamente. La realtà, nella sua incalzante brutalità, aveva smentito tutti i suoi assunti.
Il 21 giugno del 1982, Oz scrisse su Yediot Aharonot una lettera aperta a Menachem Begin, quando la guerra del Libano era iniziata da sedici giorni, lettera in cui lo scrittore faceva presente al primo ministro in carica che Hitler era morto da 37 anni e la morte di migliaia di arabi non avrebbe guarito la “ferita intatta” di non avere potuto uccidere con le proprie mani il dittatore nazista.
Già, gli arabi e la sofferenza a loro inflitta, sono sempre stati al centro dei pensieri di Amos Oz, del suo umanesimo incondizionato, e dunque sterile, autoreferente. È sempre lui che, in un’altra occasione, inviò in carcere al pluriomicida Marwan Baraghouti, a capo, durante la Seconda Intifada, delle sezioni più estremiste di Fatah, la Brigata Tanzim e quelle dei martiri di Aksa, responsabili dell’uccisione di più di cento persone soprattutto civili tra il 2001 e il 2006, una copia del suo libro più famoso Una storia di amore  e  di  tenebra. Il libro era accompagnato da una dedica sentita, “Questa storia è la nostra storia. Spero che la leggerai e ci capirai meglio come noi cerchiamo di capire te. Sperando di incontrarci presto in pace e libertà”. Pace e libertà con chi ha fondato la propria ragione d’essere sull’odio per Israele. Ma per Amos Oz la volontà omicida arabo-palestinese era convertibile in bene.
Nel 2010, in un intervento pubblicato sul New York Times definì Hamas “Non solo una organizzazione terroristica. Hamas è una idea disperata e fanatica nata dalla desolazione e dalla frustrazione di molti palestinesi”. L’Islamismo, la fedeltà assoluta a un idea di mondo fondata sulla sottomissione piena, politica, civile, religiosa, al volere di Allah, il profondo compatto antisemitismo nato da una fusione tra quello teologico coranico e quello di importazione nazista, tutto questo, per lo scrittore israeliano era “una idea disperata e fanatica nata dalla desolazione e dalla frustrazione”.
Nel 2016 fece sapere al Ministero degli Esteri israeliano che non avrebbe più partecipato ad eventi sponsorizzati dal governo in carica ritenuto, contro ogni evidenza, il principale responsabile della pace interrotta. A chi gli chiese se questa decisione non avrebbe rafforzato gli adepti del movimento di boicottaggio contro Israele, Oz rispose candidamente che lui non sosteneva il BDS, come se dissociarsi dalle iniziative promosse dal governo in carica non avrebbe portato acqua al mulino degli odiatori professionisti, di coloro che cercano costantemente di danneggiare Israele con parole e fatti.
In compenso è stato orgoglioso sostenitore di B’Tselem, la ONG israeliana di estrema sinistra finanziata con capitali stranieri che da anni ha come obbiettivo quello di presentare Israele come uno stato criminale, e il cui direttore, Hagai El-Ad, l’ottobre scorso all’ONU, seduto accanto a Riad Mansour, rappresentate del virtuale Stato palestinese attaccava il suo paese costringendo Benjamin Netanyahu a dichiarare:
“Mentre i nostri soldati si preparano a difendere Israele, il direttore di B’Tselem sceglie di dare all’ONU un discorso pieno di menzogne in un tentativo di aiutare i nemici di Israele. La condotta di B’Tselem è una disgrazia che verrà ricordata come un breve e temporaneo episodio nella storia della nostra nazione.”
Ripetendo il verbo di B’Tselem, nel 2016, Oz scriveva in una lettera, “L’occupazione quest’anno compie già 49 anni. Sono certo che debba finire al più presto per il futuro dello Stato di Israele, un futuro a cui dedico il mio impegno profondo. In considerazione delle politiche sempre più estreme del governo israeliano, chiaramente intenzionato a controllare i territori occupati espropriandoli alla popolazione locale palestinese, ho appena deciso di non partecipare più ad alcuna iniziativa in mio onore delle ambasciate israeliane del mondo”.
Testo grossolano, da travet della propaganda, perché si può essere scrittori di talento e al contempo mediocri portavoce delle parole altrui, in cui rifulgono falsità palesi. Oz, infatti non poteva non sapere che quell’”occupazione” di cui parlava, il feticcio persistente della propaganda palestinese e fatto proprio dalla sinistra occidentale è una menzogna ricorrente, venuta meno definitivamente con gli Accordi di Oslo del 1993-1995 e la ripartizione della Cisgiordania in tre aree separate, di cui l’Area A, sotto piena sovraintendenza palestinese, quella B sotto gestione mista e solo quella C, che in un futuro accordo verrebbe comunque ceduta a Israele, interamente sotto tutela israeliana. Così come non poteva non sapere che mai nessun accordo aveva destinato la Cisgiordania a un futuro Stato palestinese, ma semmai la Conferenza di San Remo del 1920 e il Mandato Britannico per la Palestina del 1922 l’avevano destinata al popolamento ebraico.
Diversamente da Judah Leib Magnes, che si riebbe dalle illusioni giovanili e tornò negli Stati Uniti per morirvi, con il timore che gli arabi avessero tutto il tempo a disposizione per distruggere Israele (e i fatti gli diedero terribilmente ragione, nel 1967 e poi ancora nel 1973, e poi di nuovo con le due intifade), Amos Oz non si è mai riavuto, passando dalla mobilità dell’utopia, alla rigidità dell’ideologia.

Solo in una cosa dissento da Niram Ferretti: le doti letterarie. alcuni suoi libri non mi sono dispiaciuti, ma il “capolavoro della sua vita,” Storia di amore e di tenebra, non sono neppure riuscita a leggerlo. Ho resistito eroicamente finché ho potuto con quell’indigeribile mattone, ma alla fine non ce l’ho più fatta. La cosa curiosa è che ero convinta di essere arrivata a metà, e invece quando l’ho ripreso in mano, arresa all’evidenza che non sarei mai riuscita ad andare avanti, per metterlo sullo scaffale, ho trovato il segnalibro a pagina 150, ossia a un quarto: tanto mi era pesato, che ero convinta di essermene sorbita il doppio. e di quel quarto non ricordo assolutamente niente.

barbara

SOROS, IL MONDO E NOI. E ISRAELE

Ancora uno splendido pezzo di Niram Ferretti

Palindromo filantropico

ottobre 21, 2018

di Niram Ferretti  

Nei suoi Tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo, Vladimir Sergeevič Solov’ëv presenta il filus perditionis come un grande filantropo venuto per unificare i popoli e instaurare una Chiesa universale, abbattendo divisioni, particolarismi e settarismi. George Soros, non è, naturalmente, l’Anticristo, ma è, come il protagonista del libro di Solov’ev, un filantropo e come tale si presenta sulla scena nella veste di guerriero del progresso che può plasmare demiurgicamente la realtà, i fatti, in virtù dell’enorme ricchezza di cui dispone. L’uomo, d’altronde, ha di sé una opinione molto alta, “diventare la coscienza del mondo” e non a caso, il suo biografo, ha intitolato il libro a lui dedicato The Life and Times of a Messianic Billionare. Di sicuro il messianismo di Soros è, come tutti i messianismi, improntato a redimere l’umano, se non dalle sue contraddizioni esistenziali sicuramente da quelle storiche sociali. A questo scopo, nel 2017, ha dirottato diciotto miliardi di dollari delle sue sostanze alla Open Society Foundations, la grande organizzazione creata allo scopo di promuovere un futuro più democratico in linea con ciò che per lui significano democrazia e progresso.
“Società aperta” è una definizione prelevata da Karl Popper che, a sua volta l’aveva mutuata da Henri Bergson, ed è, ancora una volta, uno di quegli splendidi trucchi lessicali dal sapore umanitario di cui la nostra epoca va ghiotta. Perché dichiararsi a favore di una società aperta evoca immediatamente un’immagine di maggiore libertà e tolleranza, di circolazione delle idee, di pluralismo, di altruismo, in contrasto con quella di una società chiusa ed egoista, nemica della diversità, razzista.
Solo che poi la teoria deve farsi prassi, l’idea deve incarnarsi nel concreto ed è a questo punto che l’agenda umanitaria e universalista di Soros si rivela essere radicalmente in opposizione con ogni idea di tradizione, di ordinamento consolidato, di consistenza etnica e nazionale. Per il magnate ungherese di origine ebrea nazionalizzato americano, nato Schwartz e poi trasformato in Soros da un padre innamorato dell’Esperanto,  totalitario non è solo ogni regime che come quello nazista o comunista, confischi la libertà riducendo gli uomini a meri epifenomeni di un’unica volontà collettiva superiore, ma ogni confine, ogni identità di popolo, ogni rivendicazione culturale forte da parte di una civiltà e di una nazione.
In questo senso il sentire di Soros è perfettamente allineato a quello maggioritario europeo attuale, allo scollamento identitario di cui l’Europa è portatrice, ed è altresì allineato alla teologia dell’immigrazione come destino ineludibile, di conseguenza ferocemente avverso a tutto ciò che vi si oppone. Tutti i dubbiosi o i non allineati sono nemici del progresso. Il meccanismo è sempre quello. E il progresso si dispiega in una pletora di organizzazioni non governative che nella loro diversità, tuttavia hanno tutte un comune denominatore, come sottolinea Caroline Glick:
“Cosa ha a che fare il cambiamento climatico con l’immigrazione illegale africana in Israele? Cosa ha a che fare Occupy Wall Street con le politiche immigrazioniste greche? Il fatto è che I progetti appoggiati da Soros condividono una base di attributi comuni.
Operano tutti nell’indebolire le autorità nazionali e locali all’interno delle democrazie finalizzate a sostenere le leggi e i valori delle loro nazioni e comunità. Operano tutte per danneggiare i liberi mercati, sia che essi siano finanziari, ideologici, politici o scientifici. Lo fanno in nome della democrazia, dei diritti umani, della giustizia economica, razziale e sessuale e di altri termini nobili”[1].
Lo fanno in nome di. E’ fondamentale che sia così. Il Bene va annunciato e promosso come lo scopo da perseguire, cosa comporti effettivamente perseguirlo è un altro paio di maniche. Lo sottolinea Douglas Murray:
“Nel 2015 il finanziere miliardario George Soros ha speso considerevoli somme di denaro per finanziare gruppi di pressione e istituzioni promuoventi i confine aperti e il libero movimento dei migranti dentro e intorno all’Europa. Insieme a un sito internet chiamato Welcome2EU, la sua Open Society Foundations ha pubblicato milioni di volantini allo scopo di informare i migranti su cosa fare. I volantini li informavano su come arrivare in Europa, quali fossero i loro diritti una volta lì e cosa potessero fare e non fare le autorità. I gruppi sostenevano apertamente la ‘resistenza contro il regime europeo dei confini’”[2]
Lo sfondamento dei confini, dei bordi, il loro oltrepassamento, non è solo un auspicio concreto, una precisa direttiva politica, chiaramente esplicitata da un sodale di Soros, come il defunto grand commis della UE, Peter Sutherland, “Chiederò ai governi di cooperare, di riconoscere che la sovranità è una illusione, che la sovranità è una illusione totale che deve essere messa alle nostre spalle. Il tempo del nascondersi dietro i confini e i cancelli se ne è andato da molto tempo”[3], ma è una drammatica metafora di un crepuscolo, e di una orfanità imposte.
Nella stessa intervista in cui faceva questa dichiarazione, Sutherland aggiungeva emblematicamente a conclusione del suo pensiero, “Dobbiamo lavorare insieme e cooperare insieme per rendere il mondo migliore. E ciò significa affrontare alcune delle vecchie parole d’ordine e delle vecchie memorie storiche e immagini dei nostri paesi e riconoscere che siamo parte dell’umanità“[4] (corsivi miei).
Vino vecchio in otri nuovi. Saint Simon e Auguste Comte precedono Peter Sutherland e George Soros, si stagliano alle loro spalle. Soprattutto Comte il quale si considerava “fondateur de la religion de l’humanitè”. Il progetto è sicuramente ambizioso, ma proprio per questo vale la pena intraprenderlo.
In Underwriting Democracy il suo libro del 1991, Soros non fa mistero di “avere portato con me fin dall’infanzia delle fantasie messianiche piuttosto potenti”[5].
Rifare il mondo, raddrizzarlo è una costante gnostica sempre presente in quelle che sono le sue declinazioni filosofiche politiche moderne come ha mostrato impareggiabilmente Eric Voegelin nel corso della sua monumentale opera, “La conoscenza, gnosis del metodo di alterare l’essere è la principale preoccupazione dello gnostico…La costruzione di una formula per la propria salvezza e per quella del mondo, insieme alla disponibilità dello gnostico nel presentarsi come un profeta il quale annuncerà il suo sapere a proposito della salvezza dell’umanità[6]“. E Soros il suo “sapere” lo ha annunciato senza sosta, soprattutto agendolo attraverso la Open Society Foundations, il suo lascito perenne per il manifestarsi del progresso.
L’umanità, al posto dei popoli e delle nazioni, delle memorie condivise, delle proprie radici, questa astrazione radicale figliata dall’Illuminismo radicalizzato e poi trasfusa nel positivismo e trapassata nel marxismo, questa finta essenza che nega il fatto empirico in base al quale, al di là di una comunanza umana ontologica, il fatto umano non è mai stato puro ma si è sempre declinato in una appartenenza a vincoli sociali e culturali, a tradizioni, memorie condivise, fedeltà, legami.
Nel mondo senza confini di George Soros, quello dell’Umanità, sogno rivoluzionario realizzato, poiché, “Nella prospettiva del futuro conta solo la liberazione globale e definitiva”[7], Israele è un altro ostacolo che deve essere superato insieme al grande agente del male sulla terra, gli Stati Uniti. E deve esserlo perché (come gli Stati Uniti) è uno Stato nazione e come tale è fondato su una forte coscienza di sé, su una decisa appartenenza identitaria, su una fondamentale condivisione di storia e di memoria. Nella post-histoire del “filosofo fallito” (come Soros stesso si è definito), poi diventato uno dei giocatori politico-economici più influenti del pianeta, Israele, così com’è, non ha alcun diritto di cittadinanza. Di nuovo Caroline Glick:
“Per quanto concerne Israele, Soros ha sostenuto organizzazioni finalizzate a delegittimare ogni aspetto della società israeliana come razzista e illegittimo. I palestinesi sono un punto focale dei suoi attacchi. Li usa per affermare che Israele è uno stato razzista. Soros finanzia gruppi di sinistra moderata, gruppi di estrema sinistra, gruppi di arabi israeliani e gruppi palestinesi. In vari modi complementari, questi gruppi dicono ai loro pubblico mirato che Israele non ha alcun diritto di difendere se stesso o applicare le sue leggi nei confronti di cittadini non ebrei”[8].
La recente Legge Base passata alla Knesset, che ha semplicemente certificato una tautologia, che Israele è lo Stato degli ebrei, e il clamore che ha suscitato venendo accusata di discriminazione e razzismo nei confronti delle altre minoranze, nello specifico la più cospicua, quella araba, rappresenta una ulteriore conferma della potenza pervasiva della narrativa egemone, quella che vola sulle ali dello Spirito del Tempo e che Soros promuove attraverso la sua tentacolare fondazione.
L’attacco politico-mediatico alla legge Base sullo Stato ebraico fa parte della medesima Weltanschauung secondo cui, come dichiarò Peter Sutherland in una delle sue ultime interviste, il “vecchio” deve lasciare il posto al nuovo, perché il vecchio è il male e il nuovo è il bene.
L’essenza del futuro, del progresso, non può essere che morale. Bisogna fare bene attenzione a questo imperativo, esso è un dogma, e come tutti i dogmi, chiunque osi metterlo in discussione è sospinto a forza nel regno delle tenebre della contro-reazione, di chi si oppone al cambiamento, perché il cambiamento è sempre necessariamente buono. Così, Vickor Orbán, il premier magiaro che nel 2015 critica pubblicamente Soros per “appoggiare qualsiasi cosa che indebolisca gli stati nazione”[9] e che lo ha costantemente preso di mira accusandolo di promuovere a più non posso l’immigrazione musulmana in Ungheria, diventa automaticamente, a tutti gli effetti, uno dei simboli irriducibili del male.
Il nazionalismo messianico che ha dominato gli Stati europei dall’inizio del Novecento ed è stato uno dei motori delle due grandi guerre che hanno insanguinato il “secolo breve”, si è trasformato progressivamente nel messianismo dell’Unione Europea e nel fondamentalismo post nazionalista di chi, come Soros, Sutherland e altri vorrebbe il futuro del continente ma anche quello degli Stati Uniti e di Israele, uniformato ad un unico modello di società.
Una società senza identità specifica, ibrida in cui le irriducibili differenze dei vari popoli si fonderebbero in un unico melting pot all’interno del quale dovrebbe prevalere una utopica armonia. Questo progetto essenzialmente gnostico (abolizione dei confini, delle differenze, delle autonomie e delle essenze culturali, distruzione dello “spirito” dei popoli), come sempre, con ogni progetto gnostico, al posto della realtà di primo livello (quella concreta, empirica), sostituisce una realtà di secondo livello (astratta, mentale).
Esso si fonda sulla speranza (ragionevolmente fondata) che l’Occidente dissolva la propria identità, non tenendo assolutamente conto che l’Islam, diversamente da quanto l’Occidente ha fatto, è rimasto per 1400 anni essenzialmente fedele alla propria vocazione teopolitica, cioè quella di essere un grande progetto totalizzante di società e mondo, fondato su quei presupposti identitari forti che l’Occidente ha progressivamente perso, e che Soros e i “progressisti”, sulla sua scia vorrebbero perdesse definitivamente.

[1] Caroline Glick, Soros Campaign of Global Chaos, Frontpage Magazine, 23 agosto 2016.
2 Douglas Murray, The Strange Death of Europe, Immigration, Identity, Islam, Bloomsbury, 2017, p. 184.
3 UN News Centre, “Refugees are the responsibility of the world… Proximity doesn’t define responsibility”, Intervista con Peter Sutherland, 2 ottobre 2015.
4 Ibid.
5 George Soros, Underwriting Democracy, Pubblic Affairs 1991, p.103.
6 Eric Voegelin, Science, Politics & Gnosticism, ISI Books, 2004, p.65.
7 Leszek Kolakowski, Lo spirito rivoluzionario, La radice apocalittico-religiosa del pensiero politico moderno, PGRECO Edizioni, 2013, p.15.
8 Caroline Glick, Art. cit.
9 Viktor Orbàn citato da Douglas Murray in The Strange Death of Europe, Bloombsbury, 2017, p.185

Un mondo così, insomma. E in più il fatto che purtroppo, suo malgrado – molto malgrado – Soros è ebreo. Non di religione, ma questo per qualcuno non conta: il sangue, per i nazisti, non si lava, e tanto basta per gridare al complotto ebraico. E per dare – paradosso dei paradossi – dell’antisemita a chi lo critica. Mala tempora currunt.

barbara