QUELLE FAMOSE ANTICHISSIME TRADIZIONI CINESI – PARTE SECONDA

Sì, d’accordo, costruiscono in dieci giorni un ospedale da campo che noi italiani fancazzisti caciaroni pasticcioni completiamo in tre o quattro; in campo alimentare hanno condizioni igieniche che solo a vederle ci viene da vomitare;
Cina a
Cina b
Cina c
Cina d
Cina e
fra le loro antiche gloriose tradizioni hanno avuto quella di massacrare per secoli i piedi delle loro donne, trasformandole in deliziosi soprammobili – costantemente sofferenti, ma deliziose – relegati tra le mura domestiche; le famiglie povere vendevano le figlie all’età di tre anni alle famiglie ricche, quelle brutte per fare le donne di servizio, quelle belle per i piaceri sessuali dei signori (sì, a tre anni; testimoniato nei libri di Pearl S. Buck); hanno attuato deliranti e devastanti politiche agricole; con la politica del figlio unico unita al mito del figlio maschio hanno indotto decine di milioni di donne a praticare l’aborto selettivo e l’infanticidio, col risultato di ritrovarsi poi con uno spaventoso numero di uomini senza donne e di comprare poi schiave all’estero (questa è solo l’ultima emersa); per non parlare di tutto l’apparato oppressivo, dai campi “di rieducazione” che ben poco hanno da invidiare ai campi di concentramento nazisti, al divieto di sposarsi senza l’autorizzazione del partito, alla deportazione in caso di scoperta di relazioni sessuali eccetera eccetera. OK, tutto vero, però la Cina ci ha almeno regalato quella autentica panacea di tutti i mali che è l’agopuntura, capace di curare qualunque dolore, di guarire qualunque malattia, che permette addirittura di eseguire interventi chirurgici senza anestesia. E questa è un’antichissima tradizione cinese. E funziona. Giusto?  Ehm…

Punti nel vivo: l’agopuntura, un mito intoccabile.

L’articolo, molto lungo, di cui tralascio ampie parti – che potete leggere qui, dove potrete trovare anche le immagini e vari link – è una risposta a una critica alle sue affermazioni sull’agopuntura.

Elenco le sue principali affermazioni estratte singolarmente per comodità.

1) L’agopuntura risale al III millennio a.C.

La storia ci dice che il primo documento scritto che descrive qualcosa di simile all’agopuntura risale forse al III secolo a.C., probabilmente al secondo secolo a.C. (la fonte più accreditata è lo Huangdi Neijing, il primo testo storico di medicina cinese, ma lo dicono due esperti agopuntori cinesi, in un loro testo, manuale adottato ufficialmente dagli studenti cinesi di agopuntura), che descrive i “nove aghi”, la prima forma descritta di “ago” per uso medico ed ecco scomparsi già i millenni di storia, rivelazione proveniente da chi di agopuntura ne capisce abbastanza e lo conferma Plinio Prioreschi, noto storico della medicina, come risale al II secolo avanti Cristo il Lingshu (antico testo di medicina tradizionale cinese, forse il più noto) che descrive ancora “i nove aghi” della medicina cinese, strumenti chirurgici veri e propri che nulla avevano a che vedere con gli aghi da agopuntura ma avevano ognuno un ruolo ben preciso: drenaggio, puntura, massaggio, taglio, incisione, eccetera, esattamente come qualsiasi strumento chirurgico primitivo di qualsiasi parte del mondo (antico).
Che l’agopuntura sia una pratica medica che risalga al massimo ai primi secoli prima di Cristo lo affermano varie fonti “insospettabili”, anche “di parte”, altre sono molto vaghe, il NCCAM (il centro per le medicine alternative e complementari del National Institute of Health), dice come sia stata “practiced in China and other Asian countries for thousands of years” (“praticata in Cina  ed altri paesi orientali per migliaia di anni”) ma persino lo stesso termine cinese (针 Chen) che definisce l’agopuntura, è stato scritto per la prima volta un secolo prima della nascita di Cristo.
Questa è storia, chi si documenta seriamente ed onestamente sull’argomento, non ha particolari dubbi, l’agopuntura è nata attorno al 100 a.C. in forma primitiva e poco simile alla forma moderna e tutti gli altri racconti che la vogliono come pratica plurimillenaria, risalente a 3000 o 6000 anni prima di Cristo sono leggende senza alcuna base storica, l’agopuntura moderna è ancora più recente (e di molto).
Tutti gli altri report che gli agopuntori legano all’origine di questa pratica sono infatti documenti culturalmente rilevanti ma che con l’agopuntura non hanno niente a che vedere (descrivono pietre o lance infisse per “curare” ed “estrarre il male”, punte arrotondate per massaggiare parti doloranti, punte di metallo per incidere ascessi, trapanature, cauterizzazioni, tanto che lo scopo di molti di questi strumenti era proprio quello di procurare sanguinamento…). Sono gli stessi strumenti che usavano le popolazioni primitive occidentali ed avevano lo stesso scopo.
Anche da noi in occidente (epoca romana, antico Egitto, Britannia…), infatti, esistono antichi strumenti a punta (anche in ferro), utili per eseguire i primi e primitivi interventi chirurgici (lance, punte, aste di metallo) ma nessuno si sognerebbe mai di chiamarli aghi. Chi legge comunque può giudicare se gli “antichi aghi da agopuntura” siano paragonabili all’uso che se ne fa in questa pratica.
Antichi strumenti orientali descritti come “primi esempi di aghi da agopuntura” (206 a.C.), sono i “nove aghi dell’agopuntura antica”, ognuno con uno scopo preciso e descritto nei documenti storici (utilizzati per incisioni, svuotamenti, trapanazioni, cauterizzazioni) come si evince d’altronde dalle loro dimensioni e dallo spessore, simili agli strumenti della medicina preistorica occidentale. Questi sono strumenti di circa 2000 anni fa, per molti agopuntori, gli aghi esistevano già 6000 anni fa.
I “nove aghi” dell’agopuntura, sono descritti nei primi testi storici di medicina cinese, risalenti al I-III secolo avanti Cristo, è falsa la teoria che vuole l’agopuntura risalire a 3000 e più anni prima di Cristo.
Perdoni la mia ignoranza quindi, ma dalla mia conoscenza dell’agopuntura (sicuramente mai pari alla sua), questa si basa sull’infissione di aghi nella cute. Chiaramente per essere infisso nella cute avendo un effetto benefico senza risultare “rischioso”, l’ago deve essere particolarmente sottile (e resistente o si spezzerebbe) tanto che oggi si usano aghi da meno di 1 millimetro. Cioè, non è che si possa dire che dare una pugnalata alle spalle sia una forma di agopuntura, ne conviene? Altrimenti chiunque facesse iniezioni intramuscolo potrebbe definirsi “agopuntore”. Varianti dell’agopuntura come l’auricoloterapia poi, hanno origine solo pochi secoli fa, nessuna tradizione millenaria. Il fatto che molti di questi “aghi preistorici” abbia un buco sulla sommità, non le fa venire il sospetto di un suo uso molto più… occidentale di quanto sia fatto credere dai fautori dell’agopuntura (suggerimento: cruna)?
Che l’agopuntura possa derivare da antichi riti (anche preistorici) quindi o da superstizioni lontane nei millenni mi starebbe pure bene (c’è chi dice derivi dalla demonologia, addirittura e molti la legano all’astrologia, con la quale ha interessanti connessioni), ma naturalmente non mi riferisco all’origine della medicina in Cina ma all’origine dei princìpi dell’agopuntura. Se agopuntura significa “infissione di aghi sulla cute” (lo dice il nome stesso), che senso ha indicare come “strumenti da agopuntura” grosse punte di metallo che sono comuni in tutte le medicine preistoriche di tutto il mondo? La diceria che l’agopuntura abbia origine migliaia di anni prima di Cristo è una semplice operazione di marketing, non storica.
Non per niente ancora oggi in oriente è utilizzata proprio la tecnica del salasso (incisione della cute con scalpelli che prevede fuoriuscita di sangue) che ha degli specifici punti di applicazione (con delle punte si incide la cute in punti specifici per ogni malattia e tradizionali, per “estrarre il male”) diversi dall’agopuntura, esattamente come da noi in occidente molti secoli fa, eppure nessuno osa sostenere che le tecniche di salasso siano una sorta di agopuntura primitiva.
Riuscirebbe d’altronde a farmi vedere (anche solo per curiosità e vista la sua trentacinquennale esperienza) un ago (quindi con una punta molto sottile e resistente) in acciaio (ma anche di legno o di osso) del III millennio a. C. inseribile nella cute senza provocare gravi danni? Riuscirebbe nello stesso tempo a spiegarmi con quale tecnica gli uomini del 3000 a.C. sarebbero riusciti a costruire aghi così sottili da non assomigliare più a punte di lancia o coltelli? Perché lei avrà sicuramente ragione ad affermare che ciò che dico è sbagliato (ed anche banale), ma a questo punto tocca a lei farmi da maestro e farlo anche a chi vuole conoscere meglio la storia dell’agopuntura.
Naturalmente non serve mostrarmi pietre, punte o pezzi di legno come “antica agopuntura”, qui parliamo di aghi, giusto?
L’origine storica dell’agopuntura quindi è molto ma molto più recente rispetto a quando il marketing cerchi di farla risalire, tanto che nemmeno gli agopuntori sono mai riusciti a datare accuratamente questa fantomatica origine (se fosse un fatto “storico” la datazione sarebbe immediata) dando delle date a caso, c’è chi la fa risalire (tra gli agopuntori, naturalmente) addirittura a 3.000.000 di anni fa! Prima della comparsa dell’uomo!
La diffusione in Cina dell’agopuntura, invece, fu opera di Mao che, per offrire alle fasce povere della popolazione una cura non costosa (che non potevano permettersi), pubblicizzò l’agopuntura (alla quale peraltro non credeva neanche lui).

2) I punti da agopuntura corrispondono a strutture esistenti

Falso o almeno, se proprio vogliamo essere letterali discutibile. Naturalmente è facile trovare una corrispondenza tra qualche struttura anatomica ed un punto di agopuntura (sono disseminati praticamente dovunque, dalla testa ai piedi, sul corpo umano non c’è zona con “niente” sotto la pelle), è molto più complicato dimostrare come ad ognuno di essi corrisponda una struttura anatomica precisa ed esclusiva o che un punto di agopuntura abbia caratteristiche diverse da un punto del corpo a caso, non per niente esistono studi che mostrano come un effetto analgesico avvenga infliggendo aghi in punti “a caso” e non in quelli dell’agopuntura, addirittura fingendo di infliggere aghi e conoscerà sicuramente il “needle effect” (effetto dell’ago) che mostra come l’effetto analgesico dipenda da “come” si infili l’ago e non dal “dove” e che l’efficacia di questo effetto dipenda anche dallo “stato d’animo” del paziente. Il dott. Giovanardi avrebbe un modo semplicissimo per dimostrarmi che “i meridiani” siano strutture anatomicamente reali ed esistenti, mostrarmi una pagina di un testo di anatomia umana che li illustri, che ne descriva il decorso, l’aspetto, la struttura. Se non esiste, evidentemente non si tratta di punti anatomici ma di punti letteralmente immaginari, inventati.
Come fa un medico a definire “esistenti” delle strutture che nel 2014 nessuno vede e nessun testo di anatomia umana descrive? Qualche agopunturista dice che, se “pungere” questi punti ha un effetto, evidentemente in quei punti deve esserci qualcosa.
L’ho detto prima, che un effetto dopo aver infilzato un ago nella pelle esista non stupisce nessuno, stupisce invece credere che intervengano forze oscure, immateriali e impalpabili. I punti da agopuntura sono del tutto inventati, non seguono il decorso di vasi sanguigni o nervi, non corrispondono in maniera univoca ad organi o punti particolari dell’anatomia umana, sono punti a caso, cambiati negli anni, senza alcuna “evidenza” anatomica o fisiologica. Secondo gli agopuntori, questi punti corrispondono a linee altrettanto immaginarie, i meridiani, che corrispondono a “canali” nei quali scorre il “flusso energetico” che pone il nostro organismo in equilibrio: dove sono questi canali? Me ne mostrerebbe uno? Il flusso? Di che tipo? Come lo misuriamo?
Che un ago infilzato sulla pelle stimoli particolari zone cerebrali, può stupire chi non conosce la fisiologia, visto che pure una martellata su un braccio stimolerà le stesse aree (ed in maniera più evidente). Non si tratta di fantascienza, ma di fisiologia spicciola. Le stesse aree cerebrali infatti, sono stimolate dalla “falsa agopuntura” (sham acupuncture), ovvero da aghi retrattili che non penetrano la cute e… guardacaso, anche questi hanno effetti (e non importava neanche dove venissero inseriti!). Basarsi su queste cose può essere giustificato quando un agopuntore parla con un profano, con chi non conosce i meccanismi di base dell’elettrofisiologia, con chi non sa cosa sono le tecniche di “neuroimaging”: anche una carezza modifica la risposta delle aree cerebrali.
Per “dimostrare” la consistenza scientifica dei punti da agopuntura, lei cita prima una ricerca sui conigli su una rivista scientifica di elettronica nemmeno indicizzata su Pubmed (eppure una scoperta del genere meriterebbe ben altri palchi scientifici), poi una ricerca che mostrerebbe particolarità di tipo elettrico nei punti da agopuntura (variazioni elettriche), ma la sua sicura conoscenza delle regole della ricerca (corretta) sa benissimo che non è uno studio (ma neanche 100 se vogliamo) che trae una conclusione, ancora di più quando lo studio citato è poco importante, ha parecchi punti deboli (in inglese si chiamano flawed data) o si trova tra altri studi di tenore opposto, come quello che cito io (realizzato anche da agopuntori, pensi un po’) che dice l’esatto contrario, che cioè non è per niente dimostrata una corrispondenza tra i punti dell’agopuntura ed eventuali alterazioni elettriche. L’ipotesi che nei punti da agopuntura esistano particolarità di tipo elettrico è ad oggi del tutto indimostrata, messa in dubbio e discussa persino da centri di eccellenza di medicina complementare.
I punti di agopuntura sono talmente tanti che ricoprono tutto il corpo. Studi hanno dimostrato che non fosse importante rispettarne la localizzazione per ottenere un effetto sull’uomo.
Pensi che sempre il NCCAM ha finanziato uno studio (pubblicato su una rivista di medicine complementari!) che conclude come non vi sia alcuna attendibilità in questi studi sulle variazioni elettriche cutanee in agopuntura. Parola di Andrew Ahn, docente all’istituto di medicina complementare della Harvard School di Boston, studioso che lei sicuramente conoscerà. Curioso, non crede?
Gli studi, alcuni agopuntori e persino scuole ed istituzioni di medicina complementare dicono che quello che lei dice è sbagliato, non se la prenda con me quindi.
Sono comunque disponibile ad un esperimento controllato. Lei scelga il macchinario più adatto per la misurazione di una caratteristica a sua scelta di particolari punti da agopuntura (per esempio quelli sulla schiena). Su 20 soggetti dovrà dirmi (senza l’aiuto della vista) quale punto di agopuntura sta misurando (schiena? Polpaccio? Gamba?). Se li descrive tutti esattamente, evidentemente potrebbe essere un risultato interessante, se sbaglia in maniera significativa evidentemente ha tirato ad indovinare e quindi lei, esperto trentennale, non sa distinguere un punto da agopuntura da un altro (naturalmente decideremo assieme i particolari e le sicurezze di controllo dell’esperimento). Essendo il rappresentante (con esperienza trentacinquennale) di una società ufficiale di agopuntura, nessuno potrà dire che l’esperimento sia stato effettuato da persona inesperta, quindi lei ha un modo facilissimo per dimostrare a tutti che i punti da agopuntura esistono e sono identificabili.
Accetta?

3) Gli effetti

[…] Le uniche patologie per le quali l’agopuntura sembra avere qualche evidenza (anche qui, per niente dimostrata in maniera inequivocabile) sono quelle di tipo doloroso, come la cefalea ed i dolori articolari (non le elenco la mole di studi anche in questo campo) e qualche problema di tipo psicosomatico, tutti problemi che risentono tantissimo dell’effetto placebo ed anche in questo senso non si è giunti ad una conclusione univoca. Per il resto l’agopuntura non ha mai mostrato efficacia superiore al placebo (parliamo naturalmente degli studi più corretti, altrimenti la discussione non ha senso) e soprattutto non cambia il decorso di malattie considerate incurabili dalla medicina (un fenomeno che si ripete stranamente in maniera costante in tutte le medicine alternative, funzionano solo dove si riesce a guarire da soli o con i farmaci, altrimenti esisterebbero agopuntori che curano i loro pazienti solo con gli aghi con file di clienti soddisfatti e sani). Vuole che le elenco gli studi? Non credo ce ne sia bisogno, li conosce sicuramente. Ma giusto per non sembrare autoreferenziale le indico un paio di analisi della Cochrane (così andiamo dritto al punto), come quella sui sintomi della menopausa, quella sull’incontinenza o quella sulla riabilitazione post trauma (fatta da medici cinesi) (anzi, visto che lei ne ha inserita una sulla procreazione assistita ne aggiungo uno anche io). Risultati? Placebo. Placebo. Placebo, ben che vada i risultati sono definiti “incerti” e “da confermare”, l’agopuntura mostra di non funzionare nemmeno per smettere di fumare e…sorpresa, anche l’effetto sul dolore non è per niente così “accertato”. Naturalmente esistono centinaia di studi che mostrano effetti evidenti dell’agopuntura, ma si tratta nella quasi totalità dei casi di studi debolissimi, fatti male, pubblicati su riviste di scarsissimo valore (quando non evidentemente di parte) ed a questo proposito le riporto l’opinione dell’accademia francese di medicina a proposito degli studi sull’agopuntura:
“la loro qualità è, per molti di essi, considerata mediocre per chi li valuta con i criteri della medicina fondata su prove (errori di metodo, assenza o imperfezione del placebo, “doppio cieco” insoddisfacente, mancanza di significatività statistica dei risultati, impossibilità di una meta analisi”
Se una pratica medica funzionasse senza ombra di dubbio, d’altronde, non servirebbero migliaia di studi che cercano di dimostrarlo “da 6000 anni”, chi potrebbe dire oggi con uno studio che un antibiotico non funziona? Sarebbe molto complicato. C’è uno studio recente molto interessante che fa capire come “fare qualcosa” (in questi casi infilzare aghi sulla cute) sia molto meglio del “non fare niente” e che fa comprendere le potenzialità dell’effetto placebo (e quindi dell’agopuntura). Hanno misurato gli effetti sull’asma con 5 diversi “trattamenti”:

1) Broncodilatatore
2) Placebo
3) Agopuntura vera
4) Agopuntura finta (aghi retrattili)
5) Nessun intervento

L’effetto migliore è stato oggettivamente (in maniera misurabile) quello del farmaco, l’agopuntura ha funzionato peggio ed allo stesso modo di tutti gli altri interventi (quindi della falsa agopuntura, del placebo e del non fare nulla: in pratica un buon effetto placebo) ma quando si chiedeva ai pazienti un giudizio sui loro sintomi, ecco che agopuntura vera, falsa e farmaco avrebbero funzionato (a giudizio soggettivo) bene ed allo stesso modo, molto più del semplice “non far nulla”. In pratica per gli strumenti funziona il farmaco ma non l’agopuntura, per il giudizio personale funziona tutto tranne il “non far nulla”.
Non è affascinante come il metro di giudizio soggettivo sia del tutto diverso da quello oggettivo, strumentale?
Questo significa che l’agopuntura sia una truffa oppure che lei nonostante la sua esperienza trentacinquennale sia poco aggiornato?
No, significa che le teorie dell’agopuntura, ad oggi considerate non scientifiche, restano non scientificamente dimostrate e che deve buona parte dei suoi successi all’effetto placebo, lo stesso che si ottiene usando una finta agopuntura, altrimenti non saremmo qui a parlarne e non continuerebbe la ricerca, finora infruttuosa, dell’esistenza dei meridiani o del “Qi” o dei punti da agopuntura, questa è la posizione della comunità scientifica, non quella mia, personale.
Io non ho detto che un agopuntore sia un ignorante ma che l’agopuntura non abbia efficacia dimostrata.
Lei non ha dimostrato l’efficacia dell’agopuntura ma mi ha dato dell’ignorante.
Trovi le differenze.
Oltre ad essere legale, infliggere aghi sulla cute può (a volte) avere qualche effetto limitato su certi tipi di dolore, l’ho già detto, ma può avere alcuni rischi e non ha effetti dimostrati in nessuna patologia. È corretto quindi e doveroso essere onesti: spiegare al paziente che somministrare agopuntura significa provare un metodo non scientificamente dimostrato, che può avere alcuni rischi e che si basa su teorie pseudoscientifiche.
Aggiungo che sono state avanzate diverse ipotesi che spiegano il funzionamento dell’agopuntura su queste patologie, oltre al già citato effetto placebo, conosciamo ad esempio effetti neurologici noti (come l’effetto “distrazione” che si usa in diversi ambiti senza per questo evocare spiriti maligni o danze vudù) o la produzione di sostanze come le endorfine o l’azione sui recettori dell’adenosina (meccanismi che rientrano perfettamente nel già citato effetto placebo). Questo significa che, rispetto ad altre medicine non convenzionali (per esempio l’omeopatia), l’agopuntura, prevedendo un’azione fisica (l’infissione di aghi, appunto), può suscitare delle reazioni visibili, fisiologiche e misurabili. Nulla di magico né di incredibile, ma da questo dire che i meridiani esistano o l’agopuntore curi gli “squilibri energetici” ce ne passa (lo dicono gli studi e l’oggettività dei fatti, ripeto, non io). Per questo il mio atteggiamento nei confronti di questa pratica è quello di ammettere un effetto fisico (per forza, è ìnsito nella stessa tecnica), ammettere la possibilità, a volte, di migliorare alcuni stati di tipo doloroso (per vari meccanismi conosciuti), ma nello stesso tempo mi piacerebbe che i colleghi agopuntori si mantenessero nel campo della scienza, non della pseudomedicina parlando di energie o fantasiosi flussi corporei.
Sono convintissimo ad esempio, che l’agopuntura possa agire su disturbi di lieve entità di tipo doloroso, psicosomatico, psicologico, fa risparmiare soldi ed ha meno effetti collaterali dei farmaci, ma lasciamo stare le energie cosmiche, parliamo di placebo, endorfine, endocannabinoidi, “bridge effect”.
Se poi lei da medico che ha studiato fisica, chimica, biologia e fisiologia, vuole dirmi che crede ai “flussi di energia” o al Qi, naturalmente è libero di farlo, ma non può pretendere che lo faccia io o che si debba andare contro la scienza semplicemente perché lo dice lei senza aver mai mostrato al mondo questi fantasmagorici flussi e soprattutto non può vendere ai pazienti come scientifici, dei concetti assolutamente astratti ed indimostrati, questa è onestà e deontologia: un collega che pratica anche agopuntura mi ha raccontato di docente in una scuola di agopuntura che disse agli allievi: “se curate una polmonite con l’agopuntura sarei il primo a denunciarvi, esistono gli antibiotici”. […]

Ricapitolando, l’agopuntura come la conosciamo è una pratica recentissima (introdotta da Mao, quindi  nella seconda metà del XX secolo), e nonostante l’immensa mole di ricerche, non è in grado di produrre alcun beneficio documentabile oltre al placebo, oltre a non essere mai stata in alcun modo dimostrata l’esistenza di questi fantomatici “meridiani” e degli altrettanto fantomatici “flussi di energia”, vale a dire che è una pura e semplice ciarlataneria, al pari di omeopatia, pranoterapia, digitopressione, shatsu, riflessologia, cristalloterapia, ayurveda eccetera eccetera. Personalmente, in parte a naso e in parte per una questione di logica, non ci ho mai creduto, e quando una fisioterapista ha detto “le metto questi tre aghini nella schiena”, ho detto in modo molto fermo “no, per favore”. “Ma sono sottilissimi, non li sente”. Non ho avuto il coraggio di dirle che il problema non era quello, bensì il fatto che non credevo minimamente alla loro utilità. Allora mi ha proposto in alternativa uno stimolatore elettrico e quello l’ho accettato: in effetti non so se faccia qualcosa, ma la possibilità penso che ci sia. Poi, volendo, per altre documentazioni sull’agopuntura potete andare qui e qui.

Va bene, tutta le famose antichissime tradizioni cinesi sono mastodontiche ciofeche, ma che nella ginnastica nessuno al mondo li batta è un fatto autentico, vero? Sì, quello è un fatto autentico. Autenticissimo.

barbara

QUELLE FAMOSE ANTICHISSIME TRADIZIONI CINESI – PARTE PRIMA

Che vanno rispettate perché sono antichissime. E perché sono cinesi. Che a voler pignoleggiare, ci sono state delle antichissime tradizioni che per garantire solidità a un edificio esigevano di cementare vivo nelle fondamenta un figlio neonato, e di far passare per il fuoco un figlio neonato per ottenere il favore degli dei in qualche impresa che ci si accingeva a intraprendere: dobbiamo rispettarle? Dobbiamo adottarle? Quello che noto è che il mantra “antica tradizione cinese” sembra essere l’argomento principe per chiudere la bocca a qualunque obiezione o critica, come è avvenuto qui, prima nella cosa descritta alla fine del post, poi nei commenti, con minaccia di querele per non avere manifestato il dovuto rispetto nei confronti della “antichissima tradizione cinese”, e con successivo intervento di un altro commentatore che pretende rispetto per una “antichissima disciplina” che, oltre a essere contro natura provoca anche, come raccontato dal commentatore stesso, gravissimi danni alla salute.
Un’altra antichissima tradizione cinese, figlia dell’antica e nobile cultura cinese, è la legatura dei piedi.

La pianta dei piedi veniva piegata e mantenuta di una lunghezza tra i 7 e i 12 centimetri.
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Nelle famiglie più ricche ed influenti le bambine venivano fasciate quando erano molto piccole, in base al loro sviluppo, in genere tra i 2 e gli 8 anni; questo rendeva la pratica meno dolorosa e meno traumatica psicologicamente. Nelle classi contadine la fasciatura cominciava più tardi perché le bambine dovevano essere abili al lavoro fino a che non si concordava loro un matrimonio, o fino a che non erano in età da matrimonio, comunque prima dei 15 anni, finché le ossa erano ancora malleabili.
Per deformare i piedi nella loro forma definitiva erano necessari almeno 3 anni, talvolta anche 5 o 10. Per tutta la vita, i piedi necessitavano di continue attenzioni e di scarpine rigide che fossero sufficientemente resistenti da sorreggere il peso della donna. Le scarpette andavano indossate anche di notte affinché la deformazione non regredisse. Dopo la fasciatura il piede assumeva una forma a mezzaluna.
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Prima di essere fasciati, i piedi erano lavati e puliti dai residui organici (pelle morta e ulcere), quindi erano cosparsi di allume, avente funzione anti-emorragica e coagulante. La benda era larga cinque cm e lunga fino a tre metri.
La deformazione consisteva in due operazioni distinte:

  1. piegare le quattro dita più piccole (ad esclusione dell’alluce) al di sotto della pianta del piede
  2. avvicinare l’alluce ed il tallone inarcando il collo del piede. Le articolazioni del tarso e le ossa metatarsali venivano progressivamente deformate.

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In questo modo i talloni diventano l’unico punto di appoggio, causando l’andatura fluttuante della donna, come il loto che si piega al vento.
Nelle famiglie povere, in cui le ragazze dovevano conservare la capacità di camminare per lavorare, era praticata una fasciatura leggera consistente solo nella prima delle due operazioni (il ripiegamento delle dita). Il piede rimaneva più grande e precludeva il matrimonio con un uomo di ceto elevato. Nella Cina meridionale, era praticato un terzo tipo di fasciatura in cui, invece delle due suddette operazioni, l’alluce veniva piegato all’indietro e verso l’alto.
La pratica era molto dolorosa, perché il piede non smetteva di crescere ma cresceva deformato: le ossa conseguentemente si frastagliavano per poi saldarsi irregolarmente. Spesso le ossa dei metatarsi si rompevano, o venivano appositamente rotte, così come le articolazioni.
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Le unghie andavano sempre tagliate molto corte per evitare infezioni, ma nonostante tutti gli accorgimenti una fasciatura poteva portare a infezioni, setticemia, gangrena anche con perdita delle dita. Talvolta era necessario asportare i calli con un coltello o praticare un profondo taglio al di sotto della pianta per asportare la carne eccedente e facilitare l’avvicinamento dell’alluce e del tallone.
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I piedi così deformati erano coperti da minuscole scarpine lavorate, fabbricate dalla donna per esaltare la forma del piede
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e per mostrare le sue doti artigianali; erano accuratamente disegnate per evidenziare la forma arcuata ed appuntita del piede. Ogni scarpina era una forma d’arte ed un passaporto della donna. La dimensione del piede, e la struttura della scarpa dicevano tutto ciò che era necessario su di una donna: la sua capacità di sopportare il dolore, le sue abilità casalinghe.

«Quando avevo sette anni, mia madre mi lavò i piedi, li cosparse di allume e mi tagliò le unghie. Poi mi piegò le dita contro la pianta del piede, legandomele con una fascia lunga tre metri e larga cinque centimetri, cominciando dal piede destro e passando poi al sinistro. Mi ordinò di camminare, ma quando ci provai, il dolore fu insopportabile. Quella notte mi sentii i piedi in fiamme e non riuscii a dormire; mia madre mi picchiò perché piangevo. Nei giorni seguenti cercai di nascondermi, ma fui costretta a camminare sui miei piedi. Dopo alcuni mesi, tutte le dita, tranne l’alluce, erano schiacciate contro la superficie interna. Mia madre mi tolse le bende e lavò il sangue e il pus che mi colavano dai piedi. Mi disse che solo rimuovendo a poco a poco la carne, i miei piedi sarebbero diventati snelli. Ogni due settimane mi mettevo delle scarpe nuove: ogni nuovo paio era di qualche millimetro più piccolo del precedente. D’estate i piedi puzzavano tremendamente di pus e di sangue, d’inverno erano gelidi per la mancanza di circolazione. Le quattro dita arricciate all’indietro sembravano bruchi morti. Ci vollero tre anni perché potessi calzare le scarpe di otto centimetri, le mie caviglie erano sottili, i piedi erano diventati brutti e ricurvi.» (qui)

Il processo oltre che molto doloroso era estremamente pericoloso per la ragazza. Le unghie ricresciute nella carne gonfia dei piedi causavano spesso infezioni e la mancanza di circolazione poteva provocare la cancrena con conseguente caduta delle dita, cosa per altro apprezzata dalle famiglie in quanto rendeva i piedi ancora più piccoli. Se l’infezione si diffondeva nel sangue la ragazza moriva. Circa il 10% delle ragazze sottoposte a legatura del piede morì a causa della sepsi. (qui)

Naturalmente il dolore disumano continuava per tutta la vita, perché per tutta la vita i piedi dovevano continuare ad essere fasciati, stritolando le ossa. Oltre alle conseguenze fisiche, la fasciatura dei piedi aveva anche una pesantissima conseguenza sociale: data l’impossibilità di camminare per più di qualche passo, la donna dipendeva interamente dal marito, non poteva allontanarsi da casa né condurre una vita sociale, cosa altamente apprezzata dal confucianesimo che esaltava la sottomissione della donna nei confronti dell’uomo (ah, quelle meravigliose filosofie orientali, fonte di ogni saggezza!)
Per avere un’idea di come poteva camminare una donna coi piedi fasciati, possiamo vedere come camminano queste donne, che hanno avuto la fasciatura, di cui portano le irreversibili conseguenze, ma che da decenni ormai hanno i piedi liberi.

E la famosa antichissima medicina cinese, da cui ancora oggi noi occidentali tanto abbiamo da imparare? Ho letto moltissimi libri di Pearl S. Buck, figlia di un missionario presbiteriano, cresciuta ed educata in Cina, al punto da considerare il cinese la sua vera madrelingua. In uno di questi spiega che secondo l’antica e saggia medicina cinese, ciò che ci mantiene in vita è lo spirito vitale che è dentro il nostro corpo, perciò quando una persona ancora giovane rischia di morire per un incidente o per una malattia, significa che lo spirito vitale sta uscendo dal suo corpo, e per tentare di salvarla si fa in modo di impedire che ne esca dell’altro, tappandole ermeticamente tutti i buchi che ha in corpo, bocca e narici compresi. Quando il paziente, inevitabilmente, moriva, ne desumevano che erano arrivati troppo tardi, e che evidentemente ne era già uscito troppo. A spiegarlo, nel libro, è un giovane medico che sta cercando di convincere la moglie che la medicina occidentale è molto più valida di tutta quella loro paccottiglia, e per dimostrarglielo nel modo più convincente, con una mano le chiude le narici e le tappa la bocca, e la lascia andare solo quando quella comincia a mostrare sofferenza – e qualche dubbio, effettivamente, comincia a insinuarsi nella sua mente. E credo che questo – fosse anche solo questo – dovrebbe essere più che sufficiente a farci nutrire una sana diffidenza verso tutto ciò che arriva da quelle parti.

E non è finita.

barbara

LA FAMOSA STRAORDINARIA EFFICIENZA CINESE

Cina, la realtà

Esiste da molti anni un hype che riguarda l’incredibile modernità e l’incredibile efficienza dei cinesi. Si continua a celebrare la loro capacità di costruire un ospedale in 10 giorni (che poi è un ospedale militare, quindi 10 giorni sono anche TROPPI), ma non ci si chiede cosa possiamo dedurre dal caso “coronavirus”, sullo stato reale del paese.
Certo, chi va in Cina scopre che le strade sono pulite e gli edifici sono nuovi. Questo è abbastanza normale per tutte quelle nazioni che costruiscono ogni cosa partendo da una situazione “green field”, cioè partendo dal nulla. Tutto è nuovo, tutto usa tecnologie recenti, tutto ha un design moderno.
E la stampa italiana, gestita da imprenditori che sognano lo sweatshop cinese dove si lavora 24/7 (con l’aggiunta dello Jus Primae Noctis), ovviamente si è sempre guardata bene dallo scavare un attimo dentro l’ascesa della Cina. E hanno aiutato la propaganda cinese a costruire il mito del paese supermoderno.
Ma questa è tutta estetica.
Prendiamo per esempio la storia dell’ospedale da 1000 posti costruito in 10 giorni. Sembra una cosa incredibile, se andiamo a confrontarlo con i tempi europei, e se pensiamo che sia un vero ospedale.
Ma non è un vero ospedale. È praticamente fatto di container, niente di più di quanto la Protezione Civile italiana costruisce ad ogni terremoto. Che costruiscano containers per 1000 persone in dieci giorni è una prestazione, onestamente, MEDIOCRE. È vero che la protezione civile italiana in questa cosa eccelle per via della storia di terremoti (durante il disastro di Haiti gli americani mostrarono limiti ben peggiori, dal ridicolo al patetico) ma d’altro canto, stiamo parlando di un paese che la stampa italiana continua a vendere come modernissimo ed efficientissimo.
Ma il problema è ancora peggiore se osserviamo il contesto. Il contesto è quello di una zona di 57 milioni di abitanti (in pratica, la popolazione dell’Italia), che non riesce a sistemare in ospedale 1000 persone. Ora, secondo i dati ufficiali del ministero della Sanità italiano, la tanto vituperata sanità italiana fa questo:
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http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2879_allegato.pdf

Significa che mille pazienti, in Italia, te li curano direttamente a casa con uno sforzo aggiuntivo pari all’uno PER MILLE dello sforzo a regime. UNO. PER. MILLE. Significa che se parliamo di percentuali, è il primo decimale dopo la virgola. Zero virgola qualcosa per cento.
Anche sul piano di coloro che si presentano in un pronto soccorso, i numeri italiani sono ENORMI:
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3,4 accessi per 10 abitanti, di cui il 14.3% ricoverati.
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I dati complessivi per l’attività di pronto soccorso: la popolazione italiana è grande quanto la zona infetta dall’ultimo coronavirus

Quando stiamo a decantare l’efficienza di un paese che costruisce un ospedale da ~1000 posti in dieci giorni, stiamo parlando di un paese che, per ~60 milioni di persone, non riesce a trovare mille posti. Cosa che in Italia non è neppure uno sforzo facilmente rilevabile su scala statistica. Con la stessa popolazione della zona infetta, l’Italia ha capacità di pronto soccorso di VENTI MILIONI DI CASI in un anno, di cui quasi TRE MILIONI i ricoverati.
In Cina, se servono mille posti devono costruire un ospedale da campo.
Dover costruire un ospedale da 1000 pazienti in una zona che ha 60 milioni di abitanti ci parla di un paese con un’organizzazione sanitaria DA TERZO MONDO.

Potranno avere le strade pulite e le ferrovie fiche quanto vogliono. Ma i cinesi hanno un sistema sanitario da TERZO MONDO. Punto. I numeri parlano chiaro.

Andiamo a vedere tutto il sistema di risposta. Perché qui siamo a livelli così penosi da far sembrare Chernobyl una sciocchezza.
Innanzitutto, i dati. I numeri che arrivano hanno poco senso, e sembra che il numero di morti sia corretto, mentre il numero di infetti sia sottostimato di un fattore dieci. Il guaio è che questo modo di procedere non ha soffocato l’allarme, ma lo ha AMPLIFICATO.
Se il numero di infetti e di morti fosse corretto, sapremmo che la nuova infezione uccide il 2% delle volte.
Se il numero di infetti è più grande di un fattore dieci, come si teme, allora questa nuova infezione uccide lo 0.2% delle volte. Il che ne fa una cosa preoccupante quanto un’infezione stagionale, o poco più.
Io non so chi sia stato il genio, nel partito comunista cinese, che ha avuto la geniale idea di sottostimare il numero di infetti. Ma se voleva stroncare il panico, avrebbe dovuto dare numeri corretti nel numero di morti, e numeri SOVRAstimati nel numero di infetti. Se infatti la Cina avesse denunciato 1000 morti ma detto che il 90% della popolazione cinese era infetta, le autorità di tutto il mondo se ne sarebbero strasbattute il cazzo.

Chiunque stia censurando i numeri dell’epidemia, sottostimando il numero di infetti, non sta solo facendo un lavoro criminale di censura perché offusca la vista della comunità scientifica. Sta anche facendo un lavoro PESSIMO di censura, perché riducendo il numero di infetti, a parità di morti, l’allarme non si abbassa, ANZI SI ALZA.

Stiamo parlando di censori, ma stiamo parlando di censori INCOMPETENTI.
La risposta delle autorità, comunque è stata penosa. Quando le autorità sovietiche tacevano sui problemi, come a Chernobyl, stavano nel frattempo lavorando forsennatamente per risolvere il problema, a costo di mandare a morire le persone.
Ma i cinesi hanno messo a tacere i medici che parlavano dell’infezione, SENZA cercare di fermarla. Hanno lasciato aperti i mercati degli animali SELVATICI vivi, per esempio. È come se a Chernobyl le autorità sovietiche avessero prima taciuto il problema (come hanno fatto) e nel frattempo ordinato di fare un altro “test”, identico a quello che ha causato il disastro, nei rimanenti reattori.

La gestione cinese non è solo stata criminale nel censurare le informazioni. È stata criminale E INCOMPETENTE. Incompetente perché si sono censurate le informazioni in modo da AUMENTARE il panico, e incompetente perché si sono ritardate le notizie SENZA usare il ritardo in maniera utile.

Non è un regime tirannico ma efficiente, e non è un regime tirannico ma competente.

È un regime tirannico, E inefficiente E incompetente.

Ma torniamo al sistema sanitario, al capitolo “profilassi”. Nei paesi europei esiste una precisa profilassi per l’allevamento e la macellazione degli animali. Inoltre gli animali selvatici NON possono entrare in contatto con gli animali da allevamento, e la macellazione deve avvenire in un determinato ambiente, ove gli addetti sono vaccinati, hanno le maschere e le protezioni, e gli ambienti vengono lavati.
Questo è quello che avviene in un qualsiasi mercato cinese. Considerate che la stragrande maggioranza delle pandemie (la SARS, per esempio) si trasferiva da polli ad esseri umani, e considerate che quelle galline verranno macellate sul posto.
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E verranno macellate in un posto che ha queste condizioni igieniche:
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Se non sapete cosa ci sia di sbagliato, provate a farlo in Italia e aspettate che passino i NAS. Ve lo metteranno per iscritto.

Se facciamo un confronto con i metodi occidentali:
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USA: nemmeno un paese particolarmente restrittivo.

E anche la tanto vituperata italia.
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Possiamo criticare la farragginosa burocrazia europea quanto vogliamo, le norme sanitarie asfissianti e tutto quanto. Ma se facciamo vivere più di un miliardo di persone in queste condizioni, poi non dobbiamo stupirci se le epidemie passano “dagli animali all’uomo”. Chissà in che modo potrà mai succedere, eh?
Ora, di queste norme si occupa il governo. E se un governo come quello italiano (e senza particolari urgenze, visto che dall’Italia non sono partite, recentemente, particolari epidemie) riesce a tenere un livello di profilassi alta, è complesso ma non impossibile.
Allora, lo ripeto: potete tenere le strade pulite e i poliziotti in divisa immacolata e i treni puntuali. Ma se poi fallite sulle basi, il vostro governo è tutto tranne che competente e tutto tranne che efficiente. La Cina è più estetica che sostanza.
Ultima cosa, la questione delle mascherine. In un paese che vuole essere la zona industriale del mondo, trovarsi a chiedere mascherine ai paesi europei significa che qualcosa sta andando storto. MOLTO storto. Le mascherine sono dei dispositivi che si producono a milioni e milioni in pochissimo tempo. Non esistono cause di questa possibile carenza, a meno che… a meno che gli sweatshop non siano già lavorando al massimo.
Se prendiamo una fabbrica di mascherine europea, ove i lavoratori stanno al lavoro per 40 ore a settimana, possiamo chiedere uno sforzo straordinario e averli al lavoro altri due giorni, nei festivi. Possiamo anche organizzare turni più lunghi, e alla fine possiamo ottenere tranquillamente 70 ore a settimana. Possiamo quasi raddoppiare la produzione.
I cinesi sembrano incapaci di farlo. Perché? Perché se in uno sweatshop lavorano già 24/7, non puoi chiedere più di 24 ore al giorno. E non puoi chiedere più di 7 giorni a settimana.
Il punto è semplicemente questo. L’organizzazione del lavoro cinese è fragile, perché non flessibile: sebbene sembri efficiente far lavorare le persone 24/7, si dimentica sempre che in caso di emergenza non sarà possibile scalare ancora.
Questa emergenza sta mostrando il bluff dell’organizzazione statale cinese. Inesistente, incompetente, catastroficamente politicizzata, con una carenza assoluta di buone pratiche nei settori di base (sanitario e agroalimentare) e una classe politica che non capisce di cosa stia parlando e censura i dati nella maniera sbagliata.
Un paese del terzo mondo con punte di eccellenza, molto propagandate, ma quando alziamo il tappeto sotto c’è la sciatteria più totale.

E pregate che la cosa non colpisca gli USA, perché col loro sistema sanitario ci sarebbe da ridere. [Questa per la verità non l’ho capita, ma sarà sicuramente colpa mia] Qui, via Toscano irriverente.

E non è finita.

barbara

UN SOLO PICCOLO DUBBIO

Il Comandante Dell’Accademia Militare Russa ha tenuto una conferenza sui “problemi potenziali della strategia militare”.
Alla fine della conferenza, chiede, “ci sono domande?”
Un ufficiale si alza e chiede: “pensa che ci potrà essere la terza guerra mondiale? E la Russia sarà coinvolta?”
Il generale risponde affermativamente ad ambedue le domande.
Un altro ufficiale si alza e chiede: “chi sarà il nemico?”
Il generale risponde: “tutte le indicazioni puntano verso la Cina.”
Il pubblico rimane in silenzio scioccato.
Un terzo ufficiale osserva, “Generale, siamo una nazione di soli 150 milioni, rispetto al 1,5 miliardo di cinesi. Ritiene si possa vincere, o perlomeno sopravvivere?”
Il generale risponde: “a questo proposito basta soffermarsi a pensare per un istante: nella guerra moderna, non è la quantità di soldati che conta, ma la qualità delle capacità dell’insieme dell’esercito. Per esempio, nel Medio Oriente, abbiamo avuto recentemente alcune guerre dove 5 milioni di ebrei si sono battuti contro 150 milioni di arabi, e Israele è sempre stata vittoriosa “.
Dopo una piccola pausa, un altro ufficiale dal fondo della sala chiede: “abbiamo un numero sufficiente di ebrei?”

E la risposta naturalmente è no. Li avrebbero, loro e tanti altri, se non avessero diligentemente provveduto prima a sterminarli, poi a opprimerli costringendoli alla fuga. E quindi, spiacente signori, un sufficiente numero di ebrei si trova in un posto solo, e non ne avrete lo scalpo.

(Con questo video voglio anche ricordare il carissimo amico Lorenzo Fuà, che da quasi tre anni non c’è più)

barbara

MUTISMO SELETTIVO

Come già spiegato una volta, Greta intende il suo mutismo selettivo nel senso che “parlo solo quando ho qualcosa da dire” (ehm…) L’osservazione delle sue esibizioni sembrerebbe però dirci qualcosa di molto diverso, è cioè che Greta parla unicamente quando qualcuno le ha scritto un testo da leggere, a volte anche quando si tratta di chiacchierare del più e del meno, ma la capacità di parlare scompare istantaneamente nel momento in cui qualcuno le pone una domanda, una qualsiasi, a proposito del clima o di qualunque argomento serio. L’abbiamo già vista in questo video che ora vi ripropongo

e qui potete leggere l’articolo con le spiegazioni in merito. E rivediamo esattamente la stessa scena ora: assolutamente incapace di rispondere alla domanda più semplice e banale, addirittura incapace, si direbbe, di comprendere la domanda, totalmente persa se non ha un testo davanti:

Perfettamente capace di rispondere alle accuse di Greta sembra invece Luca Donadel

E anche Adriano Scianca.

Cara Greta, se cerchi chi ti ha rubato i sogni, guarda al Terzo mondo

Di Adriano Scianca -27 Settembre 2019

Roma, 27 set – Chi ha rubato i sogni di Greta Thunberg? Qualche giorno fa, l’adolescente svedese a cui è stato affidato il compito di neutralizzare ogni discorso serio sull’ambientalismo ha tuonato così davanti ai capi di Stato mondiali riuniti all’Onu: “Mi avete rubato i sogni”. Accettando solo per un secondo questa grottesca impostazione empatico-virale del problema, resta comunque un dubbio: chi ha rubato i sogni di Greta? Chi è responsabile dell’emergenza climatica?  Chi deve cambiare modello? La risposta del qualunquismo ecologico è semplice: “i governanti”. Se non, direttamente, “l’uomo”. Come se tutti i governi, le comunità umane, i modelli di società fossero identici. E invece, elevandosi appena un pochino al di sopra del livello zero del discorso, si scopre che così non è. Proviamo quindi, senza alcuna velleità di completezza, a mettere insieme un po’ di dati in ordine sparso.

I fiumi più inquinati sono in Asia e Africa

Secondo dati della Banca Mondiale, risalenti al 2014, i 10 Paesi (11, in realtà, dato che all’ottavo posto ci sono due Stati ex aequo) del mondo che emettono più anidride carbonica pro capite sono: Qatar, Curaçao, Trinidad e Tobago, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi, Brunei, Arabia Saudita, Saint Martin, Lussemburgo, Stati Uniti. Si tratta di una statistica che lascia il tempo che trova, dato che non si può pensare che il problema del mondo siano le emissioni di Trinidad, ma in cui spicca l’assenza quasi totale di Stati europei. Secondo un recente un rapporto di IQAir AirVisual e Greenpeace, invece, è in India che si trovano 7 delle 10 città più inquinate al mondo, che salgono a 22 se si guarda alle 30 località peggiori.

Passando dall’aria alle acque, sappiamo che ogni giorno circa 8 milioni di tonnellate di plastica entrano negli oceani. Ma, cosa significativa, l’80% di questa materia inquinante proviene da solo 10 fiumi. Che, secondo un report del 2017, sono: lo Yangtze (Cina), lo Hai He (Cina), il Fiume Giallo (Cina), il Mekong (6 Paesi attraversati, tutti in Asia), il Pearl (Cina e Vietnam), l’Indo (Cina, India e Pakistan), il Gange (India e Bangladesh), l’Amur (Russia e Cina), il Nilo (7 Paesi attraversati, tutti in Africa), il Niger (7 Paesi attraversati, tutti in Africa). Ma allora perché si continua a dire che abbiamo un problema con “i politici” o con “l’uomo”, quando è cristallino che in realtà abbiamo un problema con i Paesi emergenti? Forse perché prendersela con i governanti in generale non disturba nessuno, mentre cercare di far cambiare politica ambientale alla Cina richiede qualche risorsa politica che vada oltre le capacità di una liceale indignata?

L’agricoltura italiana emette meno gas serra

Ma non è solo fra macroaree e continenti che si registrano significative differenze nell’impatto ambientale delle attività antropiche. Anche all’interno dell’Ue, per esempio, ci sono modelli e modelli. Con 569 tonnellate per ogni milione di euro prodotto, la nostra agricoltura emette per esempio il 46% di gas serra in meno della media Ue e fa decisamente meglio di Spagna (+25% rispetto al nostro Paese), Francia (+91%), Germania (+118%) e Regno Unito (+161%). Passando a un altro dogma del qualunquismo ambientalista, ovvero l’eterno “mangiamo troppa carne e così facendo distruggiamo il pianeta”, si può rintracciare l’origine di questo tipo di argomento in un rapporto allarmistico della Fao del 2006, in cui si stimava che le produzioni animali contribuissero per il 18% alle emissioni globali di gas serra e che fossero responsabili della produzione del 35-40% del totale di metano generato dalle emissioni legate all’attività antropica. Stime più recenti della stessa Fao, tuttavia, riducono al 14% il contributo degli allevamenti animali alle emissioni globali dovute alle attività antropiche. Laddove esiste una zootecnia tecnologicamente sviluppata (tanto per farla finita con l’idea che la tecnica sia sempre nemica dell’ambiente), gli allevamenti producono dal 2 all’8 % del totale delle emissioni.

Ed è poi vero che ne consumiamo troppa? Gli ultimi studi segnalano che in Italia il consumo reale pro-capite di carni totali corrisponde a 104 grammi al giorno (e non a quasi 300 gr come invece si pensava) pari a 728 g alla settimana e 37,9 kg all’anno. È la metà dei famosi 71 chili che spesso sentiamo citare nelle discussioni allarmistiche. E ben al di sotto dei 125 chili annui attribuiti dalle statistiche a ciascun americano (ma bisognerebbe vedere l’attendibilità della statistica). Considerando solo la carne bovina, il consumo reale scende a 29 grammi al giorno pro capite, una quantità che si piazza al di sotto delle raccomandazioni dell’Oms che fissano a 100 gr il consumo giornaliero di carne rossa.

Contro il qualunquismo ambientalista

E così via, si potrebbe continuare all’infinito. Come detto, non si pretende di voler fornire qui uno studio organico, esauriente e definitivo sull’argomento. Non si vuole nemmeno sostenere la posizione reazionaria che intende negare sic et simpliciter l’esistenza di un problema. Ma la questione resta più complessa di come non la faccia la propaganda ambiental-qualunquista e andrebbe impostata tenendo conto di tutti i dovuti fattori geopolitici. Certamente anche lo stile di vita italiano ed europeo ha bisogno di una rivoluzione integrale. Ma l’insistenza del pensiero unico nel mettere sotto processo solo esso, laddove il cuore del problema ambientale è palesemente altrove, rivela una cattiva fede politica e un vizio di forma spirituale che non possono passare sotto silenzio.

Adriano Scianca (qui)

E per concludere un’interessante riflessione del noto climatologo Franco Battaglia.

Se il Gretinismo fosse nato nel 1920…

Forse possiamo provare a riflettere sul Gretinismo – questa nuova faccia dell’ambientalismo che sembra aver obnubilato le menti del pianeta, comprese quelle più raffinate e insospettabili – guardando le cose da un altro punto di vista. Bisogna essere consapevoli che la legittimità d’esistenza che si dà oggi a Greta e ai Gretini, questi avrebbero potuto averla anche un secolo fa, diciamo nel 1920, quando le emissioni di CO2 erano attive già da almeno mezzo secolo e il possibile problema oggi sollevato da Greta era già allora ben noto.

Supponiamo ora che la richiesta pressante della ipotetica Greta del 1920 di raggiungere le emissioni – zero fosse stata effettivamente esaudita, e nel 1950 si fosse raggiunto l’agognato obiettivo. Oggi non avremmo auto, autobus, metropolitane, autostrade, fabbriche, industrie, televisione, telefonia mobile, internet, ambienti riscaldati d’inverno e rinfrescati d’estate. Non ci sarebbero frigoriferi né lavatrici, aerei o navi da crociera e neanche treni, né lenti né, tanto meno, ad alta velocità (almeno la Tav non sarebbe stata un problema; neanche lessicale di genere, circostanza che ci avrebbe evitato questa caduta nel ridicolo). In pochi anni, l’umanità sarebbe tornata allo stile di vita del 1850. Chissà, forse la schiavitù avrebbe smesso di essere quel tabù che era nel 1920, e che non era tale nel 1850, quando invece era pratica legittima nell’America di allora, popolata da 30 milioni d’abitanti con 4 milioni di schiavi.

Ecco questo è ciò che ci aspetta se davvero dovesse raggiungersi il livello-zero d’emissioni. Perché, piaccia o no, quasi il 90% di ciò che facciamo lo facciamo emettendo CO2. Né sappiamo farlo diversamente. Non è vero, direbbe il Gretino d’oggi: per esempio, col fotovoltaico produrremmo energia elettrica. No, se dovessimo affidarci a esso, le televisioni potrebbero chiudere: i massimi ascolti sono quelli della prima serata, ma di sera il sole non brilla. E anche i treni di notte si fermerebbero. E anche di giorno, in tutti quei momenti che, col cielo coperto, il sole insiste a non brillare. E col vento non è diverso. Se avete mai assistito alla Barcolana, la spettacolare regata di barche a vela che si svolge la seconda domenica d’ottobre a Trieste, avrete visto che se il vento si ostina a non soffiare, le barche biancheggianti sulle acque come branchi di pecore pascenti – direbbe il poeta – rimangono sconsolatamente ferme.

Viste le cose da questa prospettiva, mi chiedo se i vari Gretini che hanno tanto pontificato sugli organi d’informazione d’ogni ordine e grado torneranno in qualche modo sui propri passi. Temo di no, perché l’essenza del Gretinismo è la granitica incapacità a distinguere il sogno dalla realtà. A differenza dei Gretini, la piccola Greta – o chi per lei – se n’è accorta, e s’è definita essa stessa “una che sogna un mondo migliore”. Il verbo è sapientemente pesato: non “desidera”, non “spera”, non “s’impegna per”, ma “sogna”. I Gretini sono quelli che hanno preso per realtà concreta ciò che la loro sacerdotessa li ha avvertiti essere sogno.

Quanto a Greta, quello suo all’Onu non era un discorso accorato e men che meno pensato: parlava una arrabbiata. Indemoniata, direi. Invece di ringraziare la generazione che l’ha partorita e che le ha consentito di stare al caldo in un Paese decisamente inospitale per il freddo che fa, essa inspiegabilmente ha sputato astio e veleno sui propri genitori, nonni e bisnonni. Ma le spiegazioni neanche c’interessano: essa non è così importante da meritare alcuna nostra ricerca nelle làtebre della sua mente per cercare di capire cosa vi è nascosto. Dovrebbero però indagare, a nostro avviso, gli attivisti di Telefono Azzurro e i magistrati, per capire perché nessun adulto protegga dai trafficanti di bambini questa ragazzina, la cui patologia la rende così vulnerabile – ci dice la medicina – a monotematiche fissazioni.

Franco Battaglia, 28 settembre 2019, qui.

Questa espressione, “trafficanti di bambini”, Franco Battaglia l’ha usata anche in televisione, inducendo “NeXt quotidiano” a scrivere: “Il professor Franco Battaglia ha dato spettacolo ieri a “Otto e mezzo” da Lilli Gruber” (La veritààà ti fa maaleee, loo sooooo)

barbara

POST POLITICO

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A questo punto mi vedo costretta a riconoscerlo: il fascismo avanza a grandi passi. Tutti i treni che ho preso negli ultimi mesi (diverse decine) sono partiti che spaccavano il minuto e sono arrivati che spaccavano il minuto. E questo non è Lercio che lo dice, sono io, sulla base di una drammatica esperienza personale. Avanza, dunque, ma non incontrastato, come si vedrà ai prossimi punti.

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Mi è infatti capitato qualche giorno fa di entrare per caso in un blog  che non fa parte delle mie frequentazioni, il cui titolare, in un intenso post, mostrava estremo sconcerto nel vedere queste assurde lotte fra uomini e donne, queste assurde lotte fra bianchi e neri, quando l’unica lotta che abbia un senso, l’unica che meriti di essere combattuta in quanto l’unica atta a portare al genere umano progresso, benessere e felicità è la lotta di classe.

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E non è l’unico. Perché oggi in treno ho sentito un cinese spiegare che sì, la repressione di piazza Tienanmen è stata dura, ma senza quella oggi in Cina ci sarebbero milioni di morti per fame. Perché ci sono cose che solo il comunismo può fare, la democrazia no, perché se c’è un’emergenza il comunismo prende e fa, mentre la democrazia deve discutere e votare eccetera e cioè perdere tempo prima di cominciare ad agire. Il suo interlocutore gli ricorda le decine di milioni di morti per fame nel passato, a causa delle scelte del comunismo; “Certo, ci sono stati degli errori, tutti ne commettono, ma il comunismo, a differenza degli altri regimi, impara dagli errori e li corregge. Sì, lo so, non ha mai ammesso di averli commessi, perché il comunismo non perde tempo in chiacchiere ma passa direttamente ai fatti. Oggi in Cina non manca niente a nessuno, e perché? Perché c’è il comunismo! Perché il comunismo tutto quello che fa lo fa unicamente per il bene del popolo” Hong Kong? [immagino siate tutti al corrente della violenta e spietata repressione delle proteste] Hong Kong deve capire. Non può pretendere di rendersi indipendente dalla Cina, non è realistico, non ha senso. Ma poi perché uno dovrebbe volersi staccare da un Paese governato dal partito comunista? Che senso ha?

Consoliamoci coi vecchietti, va’.

barbara

SCAMBIO DI BATTUTE

Lui: Giornale comunista! Vuole il giornale comunista?
Io: Due miliardi di schiavi e cento milioni di morti: ancora non vi bastano? Quanto altro sangue vi serve ancora per essere soddisfatti?
Lui: Parliamone.

Ho proseguito per la mia strada, perché se avessi aperto la bocca ancora una volta gli avrei sputato addosso, e non volevo sporcare la mia saliva. Per dare un piccolo esempio del mondo che i nostri progressisti sognano, riprendo questo post di Giovanni Ciri di due anni fa.

I PASSERI DI MAO

Nel Maggio del 1958 Mao Tze Tung lancia il “gran balzo in avanti”. La Cina deve diventare in tempi brevissimi una grande potenza industriale e, soprattutto, militare. Nel giro di pochi anni paesi come la Gran Bretagna e gli USA devono essere “superati”. E’ un programma molto ambizioso, come raggiungere simili risultati? La risposta di Mao è di disarmante semplicità: i cinesi devono lavorare, lavorare ed ancora lavorare. Ma non basta: occorre importare dai paesi “fratelli”, URSS in primis, impianti industriali e tecnologia, soprattutto militare. E per pagare queste importazioni la Cina ha un solo mezzo: esportare derrate alimentari, prodotti agricoli.
I contadini devono quindi essere privati della quasi totalità raccolto. Mao non prevede nessun investimento per incrementare la produttività agricola: si limita a costringere i contadini a lavorare come muli e a privarli di tutto ciò che producono. Il suo è sostanzialmente un gigantesco programma di lavoro forzato o semplicemente schiavistico. Stalin lo aveva già fatto, Mao lo rifà su scala ancora più ampia. E mostruosa.
Non è il caso di esporre qui le vicende terrificanti di quella esperienza. Rimando chi fosse interessato al libro: “Mao la storia sconosciuta” (Longanesi) della scrittrice cinese Jung Chang (autrice del bellissimo romanzo “i cigni selvatici”) e del marito di lei Jon Halliday. Un ottimo libro, una eccezione importante nel desolante panorama editoriale dell’occidente politicamente corretto.
Vorrei invece concentrare l’attenzione su un singolo, piccolo episodio. Un episodio secondario in fondo, che ha avuto conseguenze enormemente meno tragiche di tanti altri, ma nel suo piccolo molto, molto significativo.
“Per salvaguardare i cereali” scrive la Chang “a Mao venne l’idea di sbarazzarsi dei passeri, divoratori dei chicchi. Li indicò come uno dei quattro flagelli da eliminare insieme con topi, zanzare e mosche e mobilitò l’intera popolazione perché agitasse bastoni e scope e facesse un gran baccano per spaventarli ed impedir loro di posarsi sulle culture, dopodiché, caduti a terra per la stanchezza, sarebbero stati catturati ed uccisi” (1).
Non sono affetto da misticismo ecologico ed animalista e so che, a differenza di quanto pensano i mistici, l’agricoltura sopprime un numero consistente di animali: qualcuno preferisce ignorarlo ma le diete vegetariane e vegane si basano sulla soppressione di animali almeno quanto quelle onnivore. Questo premesso, non si può non restare colpiti dall’incredibile disprezzo per la natura di una simile direttiva: in tutta la storia a nessuno, credo, è mai venuto in mente di distruggere una intera specie di uccelli per salvaguardare i raccolti.
Ma è sugli esseri umani, non sui passeri, che intendo concentrare l’attenzione. Proviamo a pensarci: per giorni e giorni centinaia di milioni di cinesi fecero, tutti, la stessa cosa: un gran baccano per impedire ai passeri di posarsi al suolo. Nessuno di noi, credo, conosce due sole persone che facciano per un giorno intero la stessa cosa. La vita quotidiana di ogni persona è diversa da quella di qualsiasi altra. Anche i soldati in una caserma o i detenuti in una prigione non fanno tutti le stesse cose per tutto il giorno. Anche in stati decisamente autoritari la vita degli esseri umani è in qualche modo personalizzata. Nella Cina di Mao no. Centinaia di milioni di cinesi, tutti insieme, per giorni e giorni fecero tutti un gran baccano per far morire di stanchezza i passeri: il più numeroso popolo del mondo si era trasformato in una immensa squadra di esagitati intenti a fare un chiasso d’inferno. Difficile, penso, immaginare qualcosa di più mostruoso.
Ma questa mostruosità ebbe almeno risultati positivi? Fu davvero utile all’agricoltura? NO, ovviamente.
Una cosa è impedire con vari mezzi ai passeri di posarsi sui raccolti, determinandone in questo modo indirettamente la morte di un certo numero, cosa del tutto diversa la distruzione della specie dei passeri, e con questa di una quantità enorme di altri uccelli. Gli uccelli non si cibano solo di chicchi di cereali ma anche di parassiti, insetti e piccoli animali dannosi alle culture. L’eliminazione dei passeri, e non solo, portò alla moltiplicazione esponenziale di insetti ed animali dannosi, con esiti catastrofici per l’agricoltura.
Ricordano la Chang ed Halliday: “All’ambasciata sovietica di Pechino arrivò una richiesta da parte del governo cinese (…). In nome dell’internazionalismo socialista, si leggeva: per favore, inviateci appena possibile 200.000 passeri dall’estremo oriente russo” (2)
Centinaia di milioni di cinesi erano stati mobilitati per far gran baccano, una quantità enorme di passeri ed altri uccelli era stata distrutta, poi, in gran segreto, i passeri vennero reintrodotti in Cina in nome dell’internazionalismo proletario e della fraterna amicizia fra Cina e URSS, amicizia che, sia detto per inciso, era destinata a durare ancora per poco.
Quello dei passeri è solo un episodio, un piccolo ma emblematico episodio. Dimostra molto semplicemente che sotto Mao i cinesi erano degli schiavi di fatto. E nient’altro.
Schiavi spesso destinati a morte certa.
Il gran balzo in avanti distrusse praticamente l’agricoltura cinese e non dotò affatto la Cina di una struttura industriale neppure lontanamente paragonabile a quella dei paesi capitalisti che Mao intendeva “superare”. Solo nel dopo Mao, grazie alla apertura, non certo priva di ombre, alla economia di mercato la Cina è diventata davvero una grande potenza industriale.
In compenso la politica delle requisizioni selvagge causò quella che può essere definita la più grande carestia di ogni tempo.
“La carestia a livello nazionale iniziò nel 1958 e terminò nel 1961, raggiungendo l’apice nel 1960. (…). Durante la carestia alcuni furono costretti al cannibalismo. Uno studio condotto dopo la morte di Mao (e subito soppresso) sulla contea di Fengyang, nella provincia di Ahnui, registrò sessantatre casi di cannibalismo soltanto nella primavera del 1960, compreso quello di una coppia che strangolò e mangiò il proprio figlioletto di otto anni. (…). Nei quattro anni del gran balzo in avanti e della carestia morirono di fame e di lavoro circa 38 milioni di persone”. (3)
38 MILIONI. E non si tratta di una cifra tarocca, quelle le diffondeva il regime di Mao. E’ ricavata dalle statistiche relative al numero dei decessi negli anni del gran balzo in avanti paragonati a quelli degli anni immediatamente precedenti e successivi. In quei maledetti quattro anni il numero delle morti crebbe paurosamente, secondo le statistiche ufficiali. Ed il gran balzo è solo un episodio di quella grande, immane follia sanguinaria che è stata il comunismo maoista.
Ma agli occidentali progressisti il maoismo piaceva, ad alcuni piace ancora.
Ricordo che, tanti anni fa, ero ancora un ragazzo, mi capitò di vedere un documentario sulla Cina. Mi pare fosse di Sergio Zavoli, ma posso sbagliare. Si parlava fra le altre cose dello sterminio dei passeri. Con voce dolce il giornalista raccontava delle centinaia di milioni di cinesi che, tutti insieme, fecero per giorni un gran chiasso ed uccisero passeri ed altri uccelli in quantità industriale. “Certo”, diceva più o meno il giornalista, “a noi una cosa simile appare lesiva della libertà personale, però… alla fine i passeri furono distrutti”. Dimenticava di aggiungere: “con gran danno per l’agricoltura”.
A NOI lo spettacolo di centinaia di milioni di esseri umani trasformati in cagnolini addestrati che obbediscono tutti insieme ad ogni ordine del capo appare leggermente mostruoso, ma una cosa simile va benissimo per i cinesi. Il fine giustifica i mezzi perbacco, specie se i mezzi riguardano esseri umani giallastri e con gli occhi a mandorla. Come al solito, gratta un po’ il democratico progressista, dolce e relativista, e vien fuori il razzista.
Ed oggi gli stessi che ieri esaltavano Mao sono esaltati dai media come i campioni di una Italia e di un occidente aperto, democratico. La signora Luciana Castellina, ex dirigente del gruppo del “Manifesto”, grande ammiratrice di Mao e della rivoluzione culturale, tuona in TV contro chi difende la legittima difesa. E in occasione della sua recente scomparsa, Dario Fo, a suo tempo entusiasta ammiratore di Mao Tze Tung e di Giuseppe Stalin, è stato presentato come un campione della libertà e della democrazia.
Dei contadini cinesi costretti al cannibalismo, e dei passeri, non parla nessuno.
E poi ci chiediamo perché l’occidente è in crisi.

NOTE

1) Jung Chang Jon Halliday: Mao la storia sconosciuta. Longanesi 2006 pag 506.
2) Ibidem pag. 507.
3) Ididem pag. 515 (qui)

Del paradiso comunista si è già parlato in questo blog qui, qui e qui.

barbara

LE DIECI MAPPE CHE SPIEGANO IL MONDO

Perché gli Stati Uniti dovevano per forza diventare una superpotenza mondiale? Perché la Cina occupa il Tibet e niente al mondo può indurla a lasciarlo andare? E perché sta invadendo i mercati dell’intero pianeta? Perché Putin è ossessionato dalla Crimea almeno quanto la Cina dal Tibet? Perché la Germania ha una “vocazione” guerrafondaia? Perché l’Europa non potrà mai essere veramente unita? Perché il Medio Oriente è una polveriera? Perché l’Europa del nord (vale anche per l’America) è decisamente più ricca di quella del sud? Forse perché i nordici sono laboriosi e i terroni fannulloni? O non ci sarà qualche altro motivo? Il motivo naturalmente c’è, e risiede nella geografia – come spiega, molto meglio di quello italiano, il titolo originale: Prisoners of Geography. Fiumi navigabili – ossia vie aperte al commercio – pianure, montagne, deserti, accesso al mare, confini naturali o artificiali, presenza o assenza di ricchezze nel sottosuolo… Sono tutti fattori che condizionano le scelte delle popolazioni, e l’economia, e la politica, e i comportamenti, e la mentalità che su tutto questo si sviluppa.
Senza la pretesa di proporre verità assolute, il libro aiuta però a capire le cause profonde alla base di molte scelte politiche e sociali. Senza voler giustificare i crimini, beninteso, ma comprendendo le ragioni che inducono uno stato a compierli e un altro no. E voglio proporre una breve citazione, che espone una verità che molti si rifiutano di vedere:

Un giorno ho portato un ambasciatore cinese a Londra a pranzo in un lussuoso ristorante francese nella speranza che mi ripetesse la citatissima risposta del primo ministro Chou En-lai alla domanda di Richard Nixon: «Qual è l’impatto della rivoluzione francese?» «È troppo presto per dirlo.» Purtroppo non sono stato accontentato, ma mi sono sorbito una lezioncina su come la piena imposizione di «quelli che voi chiamate diritti umani» porterebbe alla violenza di massa; e poi mi sono sentito domandare: «Perché pensate che i vostri valori funzionerebbero in una cultura che non conoscete?».

Ecco, questo è l’errore che si continua a commettere: valutare culture che non si conoscono con i criteri della propria. Immaginare che se gli regaliamo libertà e democrazia ci saranno infinitamente riconoscenti, ci adoreranno e diventeranno come noi. Sulle conseguenze di questo tragico errore continuiamo a battere il naso, e ancora non si riesce a mettere in testa a chi di dovere che il problema non è che non offriamo abbastanza: il problema è che continuiamo a offrire cose che al destinatario non interessano perché ad esse non attribuisce alcun valore. E quando si è nati sotto geografie diverse, è inevitabile che sia così. Prima si arriverà a capirlo, e meglio sarà per tutti.

Tim Marshall, Le 10 mappe che spiegano il mondo, Garzanti
10 mappe
barbara

A PROPOSITO DI GRETA E DEL NOBEL PER LA PACE

che qualcuno ha proposto di assegnarle: pur con tutta la disistima che provo nei confronti di quella ragazzina invasata e ignorante e di quell’oscena pagliacciata mediatica, equipararla al terrorista Arafat, o a Obama che ha sulle coscienza (vabbè, si fa per dire) le centinaia di migliaia di morti di quell’immenso macello che ha attivamente contribuito a creare in tutto il Medio Oriente, mi sembra decisamente esagerato. Comunque per riempire almeno un pochino uno dei centomila abissi di ignoranza della bimba (ma avrà davvero 16 anni? L’aspetto è quello di una bambina di otto anni!) che chiama Trump pazzo pericoloso, considerandolo evidentemente l’unico responsabile dell’imminente morte del pianeta, potrebbe essere utile mostrarle questo
inquinamento nel mondo
sempre che non risponda che è una bufala fabbricata da Trump.
Poi suggerisco di leggere anche questa ragionata riflessione. E concludo con una domanda, che mi sembra pertinente.
controllo clima
barbara