ANCORA TONI CAPUOZZO

E naturalmente, come sempre, un grande, straordinario Toni Capuozzo, che scrive con testa cuore e pancia, con la passione che sempre lo contraddistingue, con l’onestà che mai gli manca. Questo articolo è del gennaio 2009. Leggiamolo, o rileggiamolo, con attenzione, con devozione, con amore. Perché con amore è stato scritto, e con amore merita di essere letto.

Che la quarta settimana di guerra sarebbe stata differente, lo si è capito nel week end. La stazione di servizio che è il retrovia di tutto quanto si è riempita di parenti in visita al fronte. E una buona parte erano parenti di riservisti. Hanno fatto dei pic nic sui tavolini all’aperto, perché c’era il sole e i posti all’interno erano tutti occupati dalla solita clientela di giornalisti, producer, abitanti dei dintorni. E anche perché erano, quei gruppi familiari, gli unici disinteressati alle notizie che la televisione snocciolava, all’interno. Volevano stare per conto loro, attorno a grandi contenitori di plastica con il cibo portato da casa. C’erano madri, padri, sorelle, fratelli, figli, fidanzate, fidanzati. E da come si sono salutati si capiva che era giunto il momento dei riservisti.. Ho cercato di rimanere freddo, e di pensare che qualcuno di quegli uomini andava a macchiarsi di qualche morte di civile, e che non vuol dire nulla se hanno volti per bene e buone maniere, anche i nazisti stavano ad ascoltare musica classica accarezzando un cane lupo. In realtà li conosco abbastanza per sapere che faranno di tutto per evitare morti civili, anche se in guerra poi comanda la paura, l’incertezza, la fretta. E rimane, pur nell’orrore che noi anestetizziamo quando parliamo di “danni collaterali”, una bella differenza tra il colpo sbagliato da un carro, da un elicottero, da un aereo, e il colpo sparato a vista, deliberatamente, alla morte del civile come obbiettivo, come succede per i terroristi suicidi, o per i Qassam. Una cosa è chiara, nei mozziconi di parole che scambiamo: che vanno al fronte per difendere le loro vite, e quelle di chi gli è caro. Messi tutti insieme, quei mozziconi di parole dicono che Israele non si fermerà fino a quando la capacità di lancio dei Qassam non sarà azzerata, e fino a quando la capacità di rifornirne gli arsenali non sarà distrutta. Sono obbiettivi chiari, ed elementari. Il bilancio che noi facciamo è innanzitutto il bilancio delle vittime. Il bilancio che Israele sta facendo è un altro: oggi, martedì, a metà giornata i missili caduti su Israele sono 6. Non so quale sarà il bilancio a fine giornata, ma il numero dei missili, tre settimane fa, era di 50/60 al giorno. Ed erano lanci più precisi. Hamas li lancia di giorno, perché di notte sarebbero più facilmente individuate le postazioni di lancio, e perché di giorno è più facile colpire i passanti israeliani. Ma adesso ha dovuto arretrare le proprie postazioni, e cambiarle. Spara – l’ho visto con i miei occhi- da zone abitate, e cambiando postazioni ogni volta. Ciò vuol dire che deve cambiare ogni volta le coordinate di lancio, rinunciando al know how consolidato da correzioni che aveva accumulato prima del conflitto. E deve farlo in fretta: si calcola che adesso i lanci vengano effettuati in 91 secondi, e poi, via, corrono al riparo: l’imprecisione è massima. Quanto agli arsenali, sono molti i tunnel bombardati, ma ne restano decine e decine. Da quando gli israeliani hanno abbandonato la Striscia – nessuno lo ricorda, ma è successo, no?- quella dei tunnel è diventata una vera industria. C’è chi ne ha scavati gestendoli come si gestisce un ponte privato: ogni kalashnikov passato costava 5 dollari, ogni stecca di sigarette tot dollari, ogni gallone di benzina tot dollari (l’unico prezzo che mi ricordo, nelle fluttuazioni di mercato era quello dei kalashnikov, appunto). C’è chi si è rifatto dell’investimento in pochi giorni, chi è diventato ricco e poi ha dovuto pagare tasse ad Hamas, chi si è specializzato in certi articoli, chi ha venduto il tunnel a qualche fazione combattente, e chi se ne è visto espropriare dal più forte. E le armi da dove venivano? Dall’Iran, attraverso le rotte dei beduini. E i funzionari, e le frontiere? I soldi comprano tutto. A proposito di frontiere, e di ipocrisia delle guerre: in questo conflitto senza profughi, poco rilievo al fatto che l’Egitto non ha aperto la sua frontiera alla popolazione di Rafah. A proposito di ipocrisia delle guerre: nessuno ha raccontato che due terzi dei coloni che dovettero abbandonare i settlements della Striscia – sì, se ne andarono, torno a ricordarlo- non hanno ancora ricevuto una sistemazione abitativa, in Israele. Se ne andarono spesso distruggendo quel che si lasciavano alle spalle, perché non ne godesse più nessun altro. Mi è tornato in mente quando ho sentito di case, nella Striscia, abbandonate dagli abitanti in fuga, con il rubinetto del gas aperto, perché i soldati di Tsahal esplodessero, entrandovi. Ma credo fossero i miliziani di Hamas ad averlo fatto, perché gli abitanti se ne vanno sperando di tornare, diversamente dai coloni. La domenica è stata animata, a Sderot, dall’arrivo di uno strano cronista. Vi ricordate Joe the Plumber, l’idraulico che animò per un po’ le presidenziali americane? E’ arrivato qui, da inviato di un network dell’Ohio. Non si è smentito: ha visitato i luoghi colpiti da Qassam, ha assistito a qualche allarme (io ci sono abituato, quello cui non riesco ad abituarmi, nonostante pensi continuamente a Gaza, è che gli alunni di Sderot, diversamente da quelli di Ashqelon ed altri, sono recordman della corsa nei rifugi: loro hanno fatto l’abitudine, sono bravissimi) e ha rimproverato la stampa internazionale di non capire nulla, di fare propaganda, di castigare il diritto all’autodifesa. In Israele c’è un bel dibattito, le Israel Defence Forces sono al terzo posto su You Tube, nel mondo, per clic sui loro filmati, Amira Has racconta le sofferenze dei palestinesi, la designazione di un corrispondente di guerra di Al Jazeera come “eroe” personale di Gydeon Levi ha suscitato reazioni. Da quel che riesco a vedere io, Al Jazeera si trova la propaganda servita sul vassoio d’argento, e più in là non sa e non vuole andare. Ma può darsi che invece abbia dato notizia, e a me sia sfuggito, dei volantini distribuiti a Ramallah in cui si denuncia l’esecuzione sommaria di membri di Al Fatah nella Striscia in questi giorni, come della richiesta di un dirigente palestinese di processare Hamas per “crimini di guerra”. Credo che i riservisti andranno a presidiare quella linea che dal confine porta a Netzarim, ex settlement, e al mare, che taglia la Striscia in due e impedisce il rifornimento degli arsenali. Impiegarli significa che ci sarà anche una quarta settimana. Perché sono professioni, posti di lavoro che restano vuoti, e il loro impiego significa che il paese, pure in misura minima, è entrato in guerra. Avrebbero potuto finire il lavoro con la grossolanità dell’aviazione, degli elicotteri, dei thanks. Avrebbero potuto fare il lavoro sporco come fecero i libanesi attorno al campo profughi palestinese, o i siriani per reprimere un complotto sunnita fondamentalista in una loro provincia. Se ci mettono i riservisti è per tentare di fare le cose con minuzia, senza fretta. Con la consapevolezza di un paese democratico: lo sanno tutti che i riservisti sono i primi a denunciare qualcosa che non va, a raccontare ai reporter, a fare foto e filmini. Molte cose non sono andate, finora. D’ora in poi sapremo meglio, se, quali e come. Quando, nel piazzale della stazione di servizio, hanno salutato le famiglie sono stati saluti sobri, senza lacrime. Ma la cura che le donne mettevano nel confezionare quel che era avanzato, del pasticcio o del dolce, perché venisse portato al fronte, diceva tutto.

Ho cercato anche un video, che sapevo di avere conservato, di cui ricordavo l’inizio, in cui mostrava, commentandole, immagini di due funerali, uno in Palestina, “dove anche un funerale è una buona occasione per sparare”, e uno in Israele, “dove anche i soldati piangono”. Il documento l’ho trovato (ho molte migliaia di documenti, ma riesco quasi sempre a trovare quello che cerco), ma il video non è più disponibile. Accontentiamoci quindi di questo gioiello di un giornalista che rende onore a un mestiere fin troppo prostituito.
Tra l’altro, io mi trovavo in Israele quando è iniziata quella guerra.

 

barbara

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PASSERELLA CONTINUA

rosso
arancio
primavera
E questa è la gonna che sto facendo
gonna
E dato che le foto me le ha fatte la deliziosa ragazza che mi permette di avere una casa decente e lenzuola lavate e stirate, come accompagnamento sonoro vi propongo la bella lavanderina.

Che poi io questa la saprei anche ballare, solo che, dopo che mi sono spaccata tutte e due le zampe e ho fatto due mesi in sedia a rotelle e tutto il resto che è seguito, dopo l’incidente che mi ha resa per mesi semiinvalida, dopo la frattura della vertebra, con immobilità inevitabile per i tre mesi del busto e quasi immobilità prescritta per mesi dopo che l’ho tolto, mi sono accorta che non sono più capace di saltare: proprio non mi si sollevano i piedi da terra. Mi concentro tutta, tendo al massimo i muscoli di gambe e cosce, e riesco a sollevarmi di un paio di centimetri. Adesso comunque mi esercito, e appena mi sono rimessa vi faccio un fischio e venite tutti ad ammirarmi, ok? (e nei commenti al video – ci credereste? Beh sì, in effetti cosa c’è di più ovvio? – ci sono invettive contro i sionisti che fomentano le guerre vendendo armi a tutto il mondo. Ach, quella povera mamma degli imbecilli senza preservativi).

barbara

ULTIME COSE (11/16)

Prima di chiudere i resoconti di questo viaggio, bisogna che racconti ancora un paio di cose. Per esempio di quando sono caduta. Ricordando che ero freschissima reduce della frattura alla vertebra, come già avevo ricordato qui. La vertebra si era saldata, ma la situazione generale era ancora estremamente precaria; in conseguenza di ciò, molte cose mi erano state categoricamente vietate, ma ho dovuto farle, nonostante il divieto, per esempio fare scale, e Gerusalemme, da questo punto di vista, è molto peggio di Venezia, perché a Venezia sono al massimo un paio di decine di gradini per volta, mentre a Gerusalemme sono anche qualche centinaio al colpo. E non avrei dovuto sollevare e portare pesi, ma anche se sono stata molto aiutata, come si fa ad evitarlo del tutto quando si gira con un trolley e uno zaino? Ma la cosa proprio vietatissima, assolutamente vietatissima, assolutissimamente vietatissima, era ovviamente cadere: quello proprio non doveva succedere. Ed è successo (ne avevo accennato qui). È successo a Zfat, dove la strada del centro è così,
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con le vecchissime pietre levigate da milioni, decine di milioni, forse centinaia di milioni di piedi, rese simili a marmo cosparso di talco, e con quel piccolo gradino fra il canale di scolo centrale e le due parti laterali. E stato esattamente lì che ho posato il piede, e sono caduta in avanti. Non mi sono fatta male, per niente: avendo lo zaino in spalla, avevo le mani libere e le ho portate in avanti, e le ginocchia, martoriate dall’incidente di tre anni fa, non le ho quasi neanche posate. Ma l’unica cosa che avevo in mente era che “non doveva succedere”. Non doveva succedere ed era successo, e sono entrata in una sorta di stato di shock, ho cominciato a tremare convulsamente, quasi incapace di parlare, due compagni di viaggio, i più vicini a me, si sono precipitati ad aiutarmi a rialzarmi ma io restavo ferma lì, continuando a ripetere no, aspetta. Alla fine mi sono lasciata sollevare, la proprietaria del negozio di fronte al quale ero caduta ha portato una sedia, e poi un bicchier d’acqua. Ed è stata una cosa abbastanza buffa, perché proprio in quel negozio ero stata l’anno prima, a comprare un paio di cose, perché era pieno di cose bellissime, e mi ero fermata abbastanza a lungo (il resto del gruppo era andato a visitare le sinagoghe, che io avevo già visto, e quindi avevo tempo) per via della signora del negozio, persona straordinariamente interessante. Sentendomi parlare in italiano, mi si era rivolta in questa lingua, spiegandomi poi che era mezza italiana e mezza tedesca, nata cattolica e convertita all’ebraismo ortodosso. In occasione della caduta e delle sue ripercussioni, non avrei potuto imbattermi in una persona più adatta: calma, dai movimenti armoniosi, dalla voce bassa e calda, è quel tipo di persona che rilassa solo a guardarla. Ogni tanto qualche turista italiano, sentendola parlare così bene la nostra lingua, le dice “Parla bene l’italiano!” (immaginare che una persona che parla italiano possa essere per caso italiana, richiede evidentemente uno sforzo di fantasia troppo grande per certa gente), e lei, atteggiando il viso allo stesso stupore dei suoi interlocutori: “Anche voi”. Anche se non è nata ebrea, l’umorismo ebraico lo ha, a quanto pare, assorbito tutto. Quando ci ero stata la prima volta, mi aveva chiesto da dove venissi: domanda che, nel mio caso, può avere varie risposte: da dove arrivo in questo momento, di dove sono originaria, dove ho vissuto la maggior parte della mia vita… Sicché ho risposto: “È una storia lunga”. E lei, pronta: “Da dove comincia?” Realizzando così un importantissimo insegnamento dell’ebraismo: le domande sono molto più importanti delle risposte perché se vuoi avere risposte utili, devi fare le domande giuste. L’ho apprezzata poi in particolar modo quando un compagno di viaggio, dopo avere scambiato una breve chiacchierata con lei, le ha porto la mano per salutarla. Evidentemente ignorava che fra gli ortodossi non sono ammessi contatti fra uomini e donne: niente baci, niente abbracci, niente strette di mano (è per questo che di solito gli ortodossi si sposano giovanissimi, e raramente un fidanzamento dura più di due mesi: perché le regole sono regole e vanno rispettate, ma anche gli ormoni sono ormoni, e hanno il sacrosanto diritto di essere rispettati). La signora ha avuto un attimo di esitazione, indecisa fra il rispetto di una regola religiosa e quella che l’altro avrebbe sicuramente percepito come una incomprensibile scortesia e sarebbe quindi stata, di fatto, una scortesia; solo un attimo, poi ha porto la mano e ricambiato il gesto (pochissime fra le donne ortodosse che conosco avrebbero fatto altrettanto. Naturalmente avrebbero spiegato, molto gentilmente, il motivo per cui non prendevano quella mano tesa, ma non l’avrebbero presa). Ah, dimenticavo: tra l’altro era anche molto bella.

E poi devo raccontare di Moti, la nostra guida. A cui per ben due volte ho mandato ogni sorta di maledizioni possibili quando di sua iniziativa, senza consultarci e senza neppure informarci, ha ordinato la sveglia per tutto il gruppo. La prima volta avevo impostato quella del cellulare per mezz’ora più tardi, e quel brusco risveglio anticipato è stato un vero trauma. Gliene ho dette di tutti i colori e lui ha promesso che da quel momento in poi l’avrebbe fatta dare solo a chi voleva. Il giorno dopo una parte del gruppo doveva andare a visitare Masada e una parte in spiaggia sul mar Morto; io ovviamente avevo programmato di andare al mare, e avevo messo la sveglia alle otto, e di nuovo mi arriva la sveglia alle sei. E quella volta ho avuto una vera e propria crisi isterica, e ne ha fatto le spese chiunque mi sia arrivato a tiro per un bel po’ di ore successive. E poi c’è stata la volta che prima di andare a mangiare ha accompagnato alcuni a cambiare i soldi. Dovevano impiegare una decina di minuti, ma poi si sono divertiti a scommettere su non ricordo più che cosa e dopo un’ora non erano ancora tornati. E io non posso stare più di quel tanto senza mangiare, e la scorta per le emergenze che avevo portato con me, l’avevo già esaurita, sicché ad un certo punto ho cominciato a dare fuori di testa. Uno aveva una caramella e me l’ha data, un altro un biscottino, ma io avevo bisogno di mangiare. E quando finalmente sono tornati e siamo arrivati al posto in cui si poteva mangiare, la mia resistenza era completamente esaurita, e le ginocchia hanno cominciato a scendere. Per fortuna Eyal era proprio di fianco a me: mi ha raccattata su prima che arrivassi al pavimento e portata di peso fino a una sedia e mi ha ordinato lui due panini, su cui mi sono buttata come una lupa famelica. Però era simpatico, faceva cose originali come quella della recita in costume a Beit Shean, di cui ho già parlato, o l’impasto con farina e uova per mostrare come si è formato il monte Sodoma. Ed era veramente molto bravo come guida, oltre ad avere uno straordinario senso dell’umorismo. È stato grandioso la volta che rivolgendosi a un membro del gruppo, teologo (credo autodidatta, ma comunque molto preparato), gli ha posto un quesito “che da tanto tempo mi tormenta, e non trovo risposta”: perché Gesù chiede per ben tre volte a Pietro se lo ama? E il povero Ennio lì a distillare spiegazioni, interpretazioni, esegesi… E lui: “Ma tutto questo, sai, non mi convince mica più di tanto. A me però viene in mente un’altra cosa”; prende il vangelo e legge il brano della guarigione, da parte di Gesù, della suocera di Pietro: “Ecco, nessuno mi toglie dalla testa che Gesù avesse una gran paura che Pietro non gliel’avesse perdonata, e per questo ha così tanto bisogno di essere ripetutamente rassicurato”.

E poi bisogna che racconti della visita al Golan. Ci sono stata molte volte, nella maggior parte dei miei viaggi in Israele, ma questa volta è successo qualcosa che non era mai successo nei viaggi precedenti: i cannoneggiamenti su Damasco.
Golan-Damasco
Che tutti leggono sui giornali, che tutti vedono e sentono in televisione, ma essere lì, essere fisicamente lì, e sentire con le proprie orecchie, dal vivo, che lì si sta bombardando, che lì si sta uccidendo, è proprio un’esperienza radicalmente diversa. Noi eravamo lì, vedevamo Damasco a occhio nudo, e a orecchie nude sentivamo bombardare. Una cosa veramente da dare i brividi alla schiena.

barbara

 

QUANDO LA NOTTE È PIÙ LUMINOSA

Anche qui, come nel precedente libro della stessa autrice, ancora Afghanistan, e ancora donne. Donne di ogni genere: la figlia, la madre, la matrigna, la suocera, l’amica, l’ospite, l’adescatrice, la volontaria, la prostituta; ognuna col suo carico di umanità, ognuna con qualcosa da donare.
Questa volta siamo nel tempo dell’invasione sovietica, e poi della guerra senza quartiere dei signori della guerra, tutti contro tutti, e poi dei talebani, del loro odio feroce per tutto ciò che è bello e buono, cioè per la vita, che infatti annientano spietatamente quanto più possono, ovunque ne vedano la minima traccia. Fortunatamente, oltre ai talebani, ci sono anche gli Uomini, ed è anche grazie a loro, oltre che alla straordinaria forza, allo straordinario coraggio delle donne (anche la fastidiosa adescatrice, sì, e anche la prostituta. Forse soprattutto la prostituta) che anche in questo libro possiamo trovare lo stesso messaggio che scaturiva dal precedente: per quanto lungo, per quanto buio sia il tunnel, prima o poi finisce, e si raggiunge la luce (sì, lo so, non è vero che c’è sempre un’uscita. Ma il fatto di non essere sicuri che ci sia non è una buona ragione per rinunciare a cercarla).
Bello quanto l’altro, intenso quanto l’altro, coinvolgente quanto l’altro, poetico quanto l’altro. Guai a voi se non lo leggete.

Nadia Hashimi, Quando la notte è più luminosa, Piemme
quandolanotte
barbara

QUEL TERRIBILE CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO

Che poi dopo il 1967 è stato ribattezzato “conflitto israelo-palestinese”, che io all’inizio non capivo neanche di che cosa si trattasse dal momento che il “popolo palestinese”, prima di quel momento, non era ancora stato inventato e quindi nessuno ne aveva mai sentito parlare. Denominazione che non solo introduce una nuova identità, ma provvede anche a capovolgere la genesi, la sorgente del conflitto: non più gli arabi che portano guerra a Israele, bensì Israele che, con effetto retroattivo, porta guerra ai palestinesi.
Quel terribile conflitto, si diceva. E quell’impressionante carneficina di palestinesi che Israele ha provocato. Carneficina che ora andiamo a vedere in dettaglio.

Le vittime arabo-israeliane si classificano al 49° posto

di Gunnar Heinsohn e Daniel Pipes FrontPageMagazine.com 8 ottobre 2007

http://it.danielpipes.org/5777/le-vittime-arabo-israeliane-si-classificano-al-49-posto

Pezzo in lingua originale inglese: Arab-Israeli Fatalities Rank 49th

Il conflitto arabo-israeliano è spesso considerato, e non solo dagli estremisti, come il conflitto più pericoloso al mondo e di conseguenza Israele è visto come il paese più belligerante al mondo.
Ad esempio, nel luglio 2003, l’allora premier britannico Tony Blair asserì davanti al Congresso americano che “il terrorismo non sarà sconfitto senza aver raggiunto la pace in Medio Oriente tra Israele e la Palestina. È lì che cova il veleno. È lì che l’estremismo è capace di confondere le menti di un elevatissimo numero di persone a favore di uno Stato palestinese e della distruzione di Israele”. Questo punto di vista induce parecchi europei, tra gli altri, a considerare Israele come il paese che costituisce la principale minaccia per la pace nel mondo.
Ma ciò è vero? Questa impressione sfida il notorio schema secondo il quale i democratici liberali non sono aggressivi; ciò presume erroneamente che il conflitto arabo-israeliano sia tra i più pesanti in termini di perdite di vite umane.
Per porre nella loro appropriata prospettiva le vittime del conflitto arabo-israeliano, uno dei due co-autori, Gunnar Heinsohn, ha redatto una statistica che permette di classificare i conflitti scoppiati a partire dal 1950 in funzione del numero delle vittime mietute. Si osservi che il conflitto arabo-israeliano appare piuttosto in basso alla classifica, evidenziato in grassetto.

Conflitti scoppiati a partire dal 1950 con oltre 10.000 vittime*

  1. 40.000.000 di vittime nella Cina comunista, 1949-76 (massacri, carestie causate dall’uomo, gulag)
  2. 10.000.000 Blocco sovietico: fine dello stalinismo 1950-53; post-stalinismo, fino al 1987 (perlopiù gulag)
  3. 4.000.000 Etiopia, 1962-92: comunisti, carestie artificiali, genocidi
  4. 3.800.000 Zaire (Congo-Kinshasa): 1967-68; 1977-78; 1992-95; 1998 a oggi
  5. 2.800.000 Guerra di Corea, 1950-53
  6. 1.900.000 Sudan, 1955-72; 1983-2006 (guerre civili, genocidi)
  7. 1.870.000 Cambogia: Khmer Rossi 1975-79; guerra civile 1978-91
  8. 1.800.000 Guerra del Vietnam, 1954-75
  9. 1.800.000 Afghanistan: massacri sovietici e lotte intestine; Talebani 1980-2001
  10. 1.250.000 Pakistan occidentale, massacri in Pakistan orientale (Bangladesh 1971)
  11. 1.100.000 Nigeria, 1966-79 (Biafra); 1993 a oggi
  12. 1.100.000 Mozambico, 1964-70 (30.000) + dopo il ritiro del Portogallo 1976-92
  13. 1.000.000 Guerra Iran-Iraq, 1980-88
  14. 900.000 Genocidio del Ruanda, 1994
  15. 875.000 Algeria: contro la Francia 1954-62 (675.000); tra islamisti e il governo 1991-2006 (200.000)
  16. 850.000 Uganda, 1971-79; 1981-85; 1994 a oggi
  17. 650.000 Indonesia: marxisti 1965-66 (450.000); Timor Est, Papua, Aceh, etc., 1969 a oggi (200.000)
  18. 580.000 Angola: guerra contro il Portogallo 1961-72 (80.000); dopo il ritiro del Portogallo (1972-2002)
  19. 500.000 Brasile contro i suoi indiani, fino al 1999
  20. 430.000 Vietnam, dopo la fine della guerra nel 1975 (la sua stessa popolazione; boat people)
  21. 400.000 Indocina: contro la Francia, 1945-54
  22. 400.000 Burundi, 1959 a oggi (Tutsi/Hutu)
  23. 400.000 Somalia, 1991 a oggi
  24. 400.000 Corea del Nord fino al 2006 (la sua stessa popolazione)
  25. 300.000 Curdi in Iraq, Iran, Turchia, anni 1980-1990
  26. 300.000 Iraq, 1970-2003 (Saddam contro le minoranze)
  27. 240.000 Colombia, 1946-58; 1964 a oggi
  28. 200.000 Jugoslavia, regime di Tito, 1944-80
  29. 200.000 Guatemala, 1960-96
  30. 190.000 Laos, 1975-90
  31. 175.000 Serbia contro Croazia, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, 1991-1999
  32. 150.000 Romania, 1949-99 (la sua stessa popolazione)
  33. 150.000 Liberia, 1989-97
  34. 150.000 Guerra civile libanese, 1975-90
  35. 140.000 Russia contro Cecenia, 1994 a oggi
  36. 140.000 Guerra del Kuwait, 1990-91
  37. 130.000 Filippine: 1946-54 (10.000); 1972 a oggi (120.000)
  38. 130.000 Birmania/Myanmar, 1948 a oggi
  39. 100.000 Yemen settentrionale, 1962-70
  40. 100.000 Sierra Leone, 1991 a oggi
  41. 100.000 Albania, 1945-91 (la sua stessa popolazione)
  42. 80.000 Iran, 1978-79 (rivoluzione)
  43. 75.000 Iraq, 2003 a oggi (tumulti interni)
  44. 75.000 El Salvador, 1975-92
  45. 70.000 Eritrea contro Etiopia, 1998-2000
  46. 68.0000 Sri Lanka, 1997 a oggi
  47. 60.000 Zimbabwe, 1966-79; 1980 a oggi
  48. 60.000 Nicaragua, 1972-91 (marxisti/autoctoni, etc.)
  49. 51.000 Conflitto arabo-israeliano dal 1950 a oggi
  50. 50.000 Vietnam del Nord, 1954-75 (la sua stessa popolazione)
  51. 50.000 Tajikistan, 1992-96 (laici contro islamisti)
  52. 50.000 Guinea equatoriale, 1969-79
  53. 50.000 Perù, 1980-2000
  54. 50.000 Guinea, 1958-84
  55. 40.000 Ciad, 1982-90
  56. 30.000 Bulgaria, 1948-89 (la sua stessa popolazione)
  57. 30.000 Rodesia, 1972-79
  58. 30.000 Argentina, 1976-83 (la sua stessa popolazione)
  59. 27.000 Ungheria, 1948-89 (la sua stessa popolazione)
  60. 26.000 Indipendenza del Kashmir, 1989 a oggi
  61. 25.000 Governo giordano contro palestinesi, 1970-71 (Settembre nero)
  62. 22.000 Polonia, 1948-89 (la sua stessa popolazione)
  63. 20.000 Siria, 1982 (contro gli islamisti a Hama)
  64. 20.000 Guerra cino-vietnamita, 1979
  65. 19.000 Marocco: guerra contro la Francia, 1953-56 (3.000) e il Sahara occidentale, dal 1975 a oggi (16.000)
  66. 18.000 Repubblica del Congo, 1997-99
  67. 10.000 Yemen meridionale, 1986 (guerra civile)

* Cifre arrotondate. Fonti: Brzezinski, Z., Out of Control: Global Turmoil on the Eve of the Twenty-first Century, 1993; Courtois, S., Le Livre Noir du Communism, 1997; Heinsohn, G., Lexikon der Völkermorde, 1999, 2nd ed.; Heinsohn, G., Söhne und Weltmacht, 2006, 8th ed.; Rummel. R., Death by Government, 1994; Small, M. and Singer, J.D., Resort to Arms: International and Civil Wars 1816-1980, 1982; White, M., “Death Tolls for the Major Wars and Atrocities of the Twentieth Century,” 2003.

Questo macabro inventario rileva che l’importo complessivo delle vittime dei conflitti scoppiati a partire dal 1950 ammonta a circa 85milioni di morti. Sono 32.000 le vittime del conflitto arabo-israeliano, censite dal 1950, a causa degli attacchi arabi e 19.000 i morti per mano palestinese, per un totale complessivo di 51.000. Di essi, circa 35.000 sono arabi e 16.000 ebrei israeliani. [Quindi, se i palestinesi hanno ucciso 19.000 persone e 16.000 di queste sono ebrei israeliani, ciò significa che 3000 palestinesi sono stati uccisi da altri palestinesi, ndb]
Queste cifre mostrano che le vittime dei combattimenti arabo-israeliani scoppiati dal 1950 non rappresentano che lo 0,06% dell’ammontare complessivo delle vittime di tutti i conflitti di quel periodo. Dati alla mano, solo 1 su 1.700 persone vittime dei conflitti è morta nei combattimenti arabo-israeliani.
(Si aggiunga che le 11.000 vittime della Guerra di Indipendenza israeliana del 1947-49 – 5.000 delle quali erano arabe e 6.000 ebrei israeliani – non alterano in modo significativo queste cifre.)
Sotto un’altra prospettiva, a partire dal 1948 circa 11milioni di musulmani sono stati trucidati; di questi, 35.000, ovvero lo 0,3%, sono morti nell’arco dei sessant’anni di combattimenti contro Israele, ossia una vittima musulmana su 315. Di contro, oltre il 90 percento degli 11milioni di vittime musulmane furono uccisi per mano di altri musulmani.

Commenti: (1) Malgrado il bilancio relativamente poco letale del conflitto arabo-israeliano, è probabile che la sua rinomanza, la sua notorietà, la sua complessità e la sua portata diplomatica continueranno a conferirgli una smisurata importanza nell’immaginario collettivo. E la reputazione di Israele continuerà a pagarne le conseguenze. (2) E ancora, ciò contribuisce a considerare il dato statistico di 1 su 1.700 come un correttivo, con la speranza che un giorno ci si renderà conto di questa realtà, riuscendo così a porre il conflitto arabo-israeliano nella sua giusta collocazione nella scala delle priorità politiche mondiali. (qui)

L’articolo è vecchio di dieci anni: le cifre assolute sono ovviamente nel frattempo aumentate, soprattutto per quell’immenso macello in cui si è trasformata – grazie anche alle brillanti iniziative del Nobel preventivo signor Barack Hussein Obama – buona parte del Medio Oriente, ma a fronte degli 85 milioni di morti contati dieci anni fa, possiamo ragionevolmente calcolare che ben poco si saranno spostate le cifre relative. Naturalmente non ci si illude che le anime belle che si strappano le vesti per ogni terrorista palestinese ucciso da Israele restando indifferenti alle migliaia di palestinesi innocenti uccisi in Siria riescano a uscire dalla loro malafede, ma si spera che almeno chi semplicemente non si era mai soffermato a considerare i numeri, possa rivedere i propri giudizi.
E poi, per tornare alla stretta attualità, andate a leggere qui.

barbara

MA SÌ

(Magari anche senza forse…)
(I sensi di colpa no però, quelli davvero non mi sono mai appartenuti)
(E neanche l’indifferenza: no, quella proprio no)
(E anche quei momenti, diciamolo, non è che siano poi così lontani)
(Che poi anche sulla guerra, volendo, avrei qualcosina da ridire)
(E le fragole le mangio ancora)
(Però tutto il resto va bene. Lui, effettivamente, sembra proprio che le donne le conosca. E le capisca)

barbara