QUALCUNO SI PONE DELLE DOMANDE

Che è una cosa che non fa mai male.

PERCHÉ I SOLDATI UCRAINI SI FANNO MASSACRARE DA ZELENSKY CHE A SUA VOLTA PRENDE ORDINI DA WASHINGTON E LONDRA?

Chi mi legge abitualmente s’informa tramite i media indipendenti nel web e quindi presumo sia al corrente dell’offensiva che Zelensky ha lanciato a fine agosto contro l’oblast di Cherson nel sud dell’Ucraina.
Ha voluto essere di parola, anche se ha scelto l’ultimo giorno dopo numerosi rinvii, aveva ripetutamente promesso da mesi una controffensiva entro agosto che avrebbe spazzato via i russi dai territori conquistati, almeno quelle erano le intenzioni.
Tutti gli analisti militari e geopolitici seri e indipendenti lo deridevano, pensando a un bluff, invece anche i comici e buffoni, seppur criminali, corrotti e incapaci, possono essere di parola, soprattutto quando la vita la fanno rischiare ad altri.
Appena sono riusciti a raccogliere il maggior numero possibile di mezzi corazzati (soprattutto polacchi) e concentrare circa 40mila soldati nell’area, Zelensky nonostante la netta contrarietà dello Stato Maggiore Militare che poneva scarsa o nulla fiducia nella riuscita del piano, ha ordinato l’offensiva, commettendo il classico errore dello stratega da salotto, addestrato a giocare a Risiko (forse manco a quello).
Anziché concentrare tutte le forze in un solo punto per avere maggior impatto e possibilità di sfondamento, li ha divisi in cinque aree e quindi cinque direzioni di attacco diverse, disperdendo le forze che già non sarebbero state sufficienti per un solo attacco in un unico punto, considerando la potenza di fuoco dell’artiglieria e aviazione russa. Così ha disperso la forza d’attacco su un fronte di poco meno di 200 km. Considerando che di solito ad attaccare sono il 50% delle forze, l’altra metà rimane di riserva nelle retrovie per compensare le perdite o rinforzare i punti deboli, se dividete per cinque 20mila soldati su 200 km, vi renderete conto che l’impatto non poteva che essere lieve per i russi, i quali applicano la stessa tattica da mesi, a ogni offensiva ucraina.
Arretrano e li lasciano avanzare e poi man mano che si trovano sempre più allo scoperto in un territorio pianeggiante, senza riuscire ad arrivare a centri abitati (l’unico modo che hanno per trovare riparo e trincerarsi), i russi iniziano a bombardarli senza tregua arrecando loro gravissime perdite.

Cliccare l’immagine per ingrandire (c’è anche il video, ma non è scaricabile)

E’ la tecnica militare del “tritacarne”, una tattica di logoramento lenta e inesorabile che riduce gradatamente il numero dei soldati e dei mezzi degli ucraini fino a che saranno costretti alla resa o a far intervenire le forze di altri paesi della NATO, che in questo caso non potrebbero invocare l’articolo 5 del Trattato Atlantico, perché non sono loro a essere attaccati ma ad attaccare.
Com’è possibile che Zelensky ripeta sempre gli stessi errori? E soprattutto come mai gli ucraini si prestano a farsi massacrare, anziché fuggire, per non essere arruolati oppure finire in prigione per essersi rifiutati di indossare la divisa? Cercherò di rispondere a entrambe le domande essenziali per capire l’esito e lo sviluppo di questo conflitto.
Zelensky non ha alcuna capacità strategica, gli unici ordini che sa impartire sono quelli di attaccare e resistere senza cedere un metro, combattere fino all’ultimo uomo. Vi ricorda qualcuno? Un certo Hitler, quando ormai era impazzito e drogato fino al midollo (altra analogia con Zelensky) e psichicamente alterato perché l’esito della guerra non corrispondeva alle sue attese e tutti i suoi comandanti lo deludevano e li sostituiva in continuazione.
Zelensky prende decisioni a scopo politico, per influenzare i suoi sponsor angloamericani e UE, che ultimamente lo stanno sostenendo sempre meno.
Ha assolutamente bisogno di una vittoria, seppur minima, per continuare a mungere i suoi finanziatori, ben sapendo che una cospicua parte di questi finanziamenti non finisce al fronte ma nelle tasche dei numerosi oligarchi e comandanti corrotti, a tutti i livelli, che vendono le armi ricevute facendo finta siano andate distrutte dai bombardamenti russi.
E questo in parte spiega anche la seconda domanda, come vedremo meglio in seguito.
Inoltre una cospicua parte di questi lauti finanziamenti sono utilizzati per pagare tutto l’apparato militare, con stipendi che per i canoni ucraini sono piuttosto elevati.
Zelensky compie scelte ciniche e spietate esclusivamente per motivi economici, personali e del suo entourage di sostenitori interni, neonazisti e nazionalisti in primis. Della vita dei suoi soldati non gliene frega nulla, per cui non esita a mandarli a morte certa.
Ora veniamo al perché i soldati si prestano a farsi massacrare.
L’Ucraina è da parecchio tempo in miseria, in particolare dall’inizio del conflitto che dura ormai da sei mesi, il paese vive prevalentemente di un’economia di guerra, gli unici soldi che arrivano e circolano sono quelli che alimentano la guerra. E per convincere la gente a combattere, occorre prima averli ridotti nella miseria, privi di scelte di lavoro, ai limiti della sopravvivenza, dopo di ché gli fornisci degli incentivi convincenti perché si arruolino, oltre all’obbligo, che però funziona poco, perché molti si sottraggono emigrando e nascondendosi o rifugiandosi all’Estero, Russia compresa (ne ospita circa due milioni).
Quelli rimasti in patria che scelta hanno per sopravvivere economicamente se non arruolandosi?
Per comprendere perché sono disposti a rischiare la vita, facciamo un paragone con la situazione italiana, così vi sarà più chiaro.
Un Carabiniere appena assunto in Italia percepisce uno stipendio netto di circa 1200 euro mensili, un maresciallo maggiore anziano poco meno di 2000 euro mensili e un capitano poco più di 2000, gli scatti di grado non sono particolarmente rilevanti in termini salariali, poche centinaia di euro l’anno.
Nell’esercito ucraino in seguito allo stato di guerra gli stipendi sono tutta un’altra cosa, proporzionalmente al potere di acquisto che si ha nel loro paese. Utilizzando l’esempio italiano sarebbe come se un soldato ucraino prendesse in Italia 2800 euro al mese, un maresciallo maggiore anziano circa 10mila, e un capitano 15mila. A queste somme erogate diciamo legittimamente dalle istituzioni governative, aggiungiamo la corruzione diffusa capillarmente, cioè le rendite che provengono dai saccheggi, dalle estorsioni ai civili, dalla vendita di armi, ecc., e ci rendiamo meglio conto di quanto possano accumulare i combattenti, soprattutto sottufficiali e ufficiali, che riescono a sopravvivere (magari ricorrendo a cinismo, furberie e sotterfugi), facendo perlopiù rischiare la vita ai loro sottoposti.
In due o tre mesi di guerra, se sopravvivono, possono accumulare una piccola fortuna che gli consentirà di vivere agiatamente per tutto il resto della loro vita (inflazione permettendo).
Quindi la motivazione primaria è l’avidità e la mancanza di alternative. Ecco perché gli ucraini combattono una guerra per procura, è l’unico lavoro di cui dispongono, l’Occidente li foraggia per questo scopo, combattere e morire al posto degli occidentali.
Ma c’è un problema che si sta facendo sempre più grave, diventa sempre più difficile sopravvivere alla guerra.
Prendiamo l’esempio degli ultimi due giorni, tra fine agosto e inizio settembre.
Zelensky ha appunto ordinato l’attacco in cinque aree diverse, e inoltre ha ordinato l’incursione notturna alla centrale nucleare di Zaporižžja, da parte delle forze speciali ucraine, per cercare di riprenderla prima che arrivasse la delegazione dell’AIEA dell’ONU che doveva ispezionare la centrale, probabilmente per poi utilizzare la delegazione come scudo umano contro i russi, come fanno abitualmente gli ucraini, che di crimini di guerra ne hanno commessi a iosa.
L’incursione è finita malissimo, nonostante pensassero che il piano fosse ottimo, utilizzando imbarcazioni silenziose con motori elettrici e poi delle chiatte che trasportavano il grosso delle forze e dei mezzi da sbarco.
Tutte le imbarcazioni e le chiatte sono state distrutte e affondate dalle forze aeree russe, la maggioranza degli incursori sono morti o fatti prigionieri. Si stima fossero circa 500, il minimo necessario per compiere un’operazione di questa portata, considerando che la centrale nucleare di Zaporižžja è la più grande d’Europa, estendendosi su una superficie gigantesca.
Anche le forze attaccanti nel resto del fronte non hanno subito una sorte migliore. Si stima che le perdite in vite umane subìte dall’esercito ucraino siano di oltre mille al giorno. Molto probabilmente fra qualche giorno saranno costretti a ritirarsi, lasciando sul campo quasi tutti i mezzi corazzati impiegati.
A Zelensky non rimarrà altro da giocare che la carta della commiserazione: “Avete visto con quale coraggio combattono gli ucraini?” “Come si sacrificano per il bene dell’Occidente?” “Meritano di essere sostenuti di più, dovete aumentare le risorse e i finanziamenti!”
Una carta cinica e ignobile ma l’unica che gli rimane, possibilmente prima che i comandi militari si stanchino di lui e lo facciano fuori con un colpo di stato. Magari con il beneplacito degli anglosassoni. Altrimenti non rimarrà che far combattere anche i polacchi e i baltici, i più fanatici russofobi che ci siano in Europa. I polacchi e i baltici saranno fanatici ma non sono stupidi, sono consapevoli che se non ci sono riusciti gli ucraini a sconfiggere i russi, che dopo otto anni di addestramento e armati fino ai denti erano diventati l’esercito più potente d’Europa, come potrebbero riuscirci loro che sono anche inferiori di numero (militarmente) rispetto agli ucraini? Perché mai dovrebbero seguirne la sorte? Solo per fanatismo? No. Per farlo prima dovrebbero essere ridotti alla fame anche loro, e sono sulla buona strada per riuscirci, dopo le ultime demenziali mosse politiche ed economiche che hanno compiuto contro la Russia e contro la Cina, le cui ritorsioni si stanno facendo sentire pesantemente.
I porti baltici ad esempio non lavorano più. Tra non molto anche loro potranno sopravvivere solo tramite l’economia di guerra. Una tale situazione diverrà insostenibile da mantenere per l’Occidente, diventerà peggiore di un “buco nero” per le finanze già travagliate dei paesi occidentali.
Ormai i paesi occidentali hanno oltrepassato il precipizio e come riferisce l’aneddoto “ se guardi a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di te …”. E probabilmente stiamo già precipitando nell’abisso, dobbiamo solo toccare il fondo.
CLAUDIO MARTINOTTI DORIA, 11/09/22, qui.

In realtà non è da sei mesi, come detto nell’articolo, che la Russia usa quella tattica, bensì da 320 anni, avendo cominciato esattamente nel 1700 con Carlo XII di Svezia, per proseguire poi con Napoleone e in seguito con Hitler, ma la storia, evidentemente, è maestra di vita solo per chi ha la voglia di studiarla e l’intelligenza di capirla. Mancano soprattutto, la voglia e l’intelligenza, a chi ora sta esultando per i grandi successi della controffensiva ucraina che “sta riconquistando i territori invasi dalla Russia” e magari arriva addirittura a citare “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.” Fenomenale poi Lorenzo Cremonesi – che non a caso è stato per anni uno dei peggiori disinformatori e demonizzatori di Israele – che scrive impavido: “Gli esperti del Pentagono cominciarono a parlare delle difficoltà russe attorno a Kiev già a fine febbraio”. Poi è passato marzo poi è passato aprile poi è passato maggio poi è passato giugno poi è passato luglio poi è passato agosto poi è passato quasi metà settembre…
E quanto la fatidica
reconquista ucraina sia una buffonesca messinscena – la miliardesima messinscena da parte del buffone di corte -, c’è chi per fortuna ha provveduto a documentarlo: il nostro Vittorio Rangeloni

e Graham Phillips, quello a cui ha dichiarato guerra la primiera (carte denari e settebello) Liz Truss a causa delle sue documentazioni sulla guerra in Donbass

Entrambi i video sono di oggi

Nel frattempo in giro per l’Europa

GERMANIA – Centinaia di cittadini tedeschi sono scesi in strada per protestare contro la fornitura di armi all’Ucraina. A Kassel, hanno bloccato l’ingresso della fabbrica di armi Rheinmetall AG. La polizia ha usato manganelli e gas lacrimogeni contro i manifestanti. L’autunno non e’ ancora iniziato ma le proteste contro i governi che stanno conducendo l’Europa al suicidio si fanno gia’ sentire. Dalla Moldavia alla Repubblica Ceca, dalla Germania alla Francia, dall’Inghilterra all’Italia, l’onda del malcontento e della protesta cresce e potrebbe travolgere una classe politica inetta e asservita. Anche se chiamarla “classe politica” e’ improprio, trattandosi in realta’ di imbonitori e propagandisti manovrati da un’elite sovranazionale. @LauraRuHK

https://t.me/contrinform/605

Mentre nella democraticissima Ucraina, per la cui democrazia ci stiamo svenando e per giunta annientando il futuro dei nostri figli e nipoti

Una cosa è certa: ci faremo tutti molto molto male, ma qualcuno se ne farà di più. Molto di più. Quando il  Terzo Reich è ignominiosamente crollato, parecchi di quelli che con fede religiosa avevano creduto nella sua incrollabilità e nella sua possibilità di vincere, si sono suicidati: non mi dispiacerebbe se un po’ dei nazisti di casa nostra ne seguissero l’esempio (è noto che le situazioni eccezionali tirano fuori da qualcuno il meglio e da qualcuno il peggio: io per oggi ho deciso di lasciar sgorgare il peggio: è una questione di salutare equilibrio psicofisico).

POST SCRIPTUM molto OT, ma lo devo mettere: in almeno una cosa gli inglesi sono di sicuro infinitamente superiori a noi: non applaudono i cadaveri

barbara

NAUSEA

Da qualche giorno non riesco a scrivere, e a bloccarmi è la nausea: nausea per la manifesta malafede, nausea per la cecità selettiva, nausea per questo incredibile e inspiegabile tifo sfegatato per i nazisti, nausea per tutto. Ho visto per esempio sul profilo di uno che una volta era un amico carissimo, oltre che una delle migliori teste in circolazione il video (non so se il video vero e proprio o la denuncia dell’esistenza del video) della castrazione “in vivo” di un prigioniero ucraino da parte di un russo. Bene ha fatto, naturalmente, a denunciare l’orrenda barbarie se è sicuro che il documento sia autentico, ma… e l’infinità di episodi analoghi della controparte in tutti questi cinque mesi abbondanti, dove sta la denuncia? Dove sta lo sdegno? Dove sta l’impellenza di documentare? I prigionieri russi va bene torturarli? Va bene mutilarli? Va bene castrarli? E magari telefonare ai famigliari per mostrare loro che cosa si sta facendo in quel momento al loro congiunto? Sono Untermenschen i russi? Riuscite ancora a guardarvi allo specchio e a non vedere dei vermi brulicanti? Perché io questo vedo: vermi.

E la guerra. Che con Biden alla presidenza la guerra fosse una certezza lo abbiamo sempre saputo e sempre detto, ma che si sarebbe addirittura rischiata – e adesso la stiamo ormai sfiorando – la guerra mondiale, questo non eravamo arrivati a immaginarlo, e invece ci stiamo arrivando a passo di carica, in un crescendo da dare le vertigini: in Ucraina sono riusciti a portare a compimento il piano accuratamente coltivato per otto anni, poi Taiwan su cui la vecchia baldracca sta spingendo con tutte le proprie forze, ora il Kossovo, l’Iran ormai con l’atomica in mano: e chi ne parla? Chi se ne preoccupa? Oltre a Russia male assoluto Putin anticristo cacca pupù c’è qualcos’altro che turbi i pensieri della feccia nazista che ci circonda?

E dei “petali”, le piccole mine antiuomo di cui i nazisti ucraini stanno disseminando le città del Donbass, quanti ne stanno parlando? Quanti lo stanno denunciando? Quanti si stanno preoccupando dei bambini che salteranno in aria restando uccisi o mutilati? Vi va bene perché sono gli ucraini della parte sbagliata esattamente come ai nazipallestinisti va bene quando vengono fatti a pezzi i bambini ebrei? E quando ne avrete un numero sufficiente che cosa farete, vermi? Troverete il modo di accusarne i russi? Come per Bucha? Come per la stazione di Kramatorsk?

Forse domani riuscirò a mettere insieme qualcosa di più concreto e coerente, adesso ho solo una gran voglia di vomitare. Peccato solo non poterlo fare sulle vostre facce.

barbara

ORA CHE IL GIOCO SI FA SEMPRE PIÙ DURO

l’unica speranza di sopravvivenza della specie umana sul pianeta Terra è che Putin cominci a giocare duro sul serio, e sbaragli in una botta sola Ucraina, NATO e UE: dopodiché vivremo sicuramente in un mondo migliore.

Il sostegno incondizionato all’Ucraina semina dubbi

La Nato mostra i muscoli e al vertice di Madrid ridisegna la sua strategia volta al confronto con la Russia, mentre gli Stati Uniti inviano più forze in Europa. L’Ucraina “sarà sostenuta per tutto il tempo necessario“, è lo slogan che rimbalza sui giornali, che se, da una parte, appare una nuova dichiarazione di supporto senza limiti, dall’altra interpella.

Necessario a cosa? A raggiungere gli obiettivi della Nato, ovviamente, cioè degli Stati Uniti che ne sono i dominus, obiettivi che potrebbero essere diversi da quelli di Kiev, anche in maniera drammatica, come si sta vedendo sui campo di battaglia, dove gli ucraini sono mandati al macello – mille soldati spazzati via dal campo di battaglia al giorno – per erodere le forze della Russia.
Tale impegno “necessario” è stato deciso dai governi d’Occidente, meglio: dall’apparato militar-industriale americano e dai suoi attaché nell’amministrazione e nel Congresso Usa, contro le necessità dei popoli che essi governano e delle moltitudini del mondo, costrette a sopportare le sempre più gravi conseguenze economiche del conflitto e delle sanzioni annesse.
Così Jordan Schachtel in un articolo di The Dossier rilanciato dal Ron Paul Institute: “Le prospettive della guerra in Ucraina, finanziata dagli Stati Uniti e dalla UE, sono del tutto insostenibili, e il sostegno dato a una fazione di questa guerra tra popoli slavi sta bruciando denaro a una velocità tale da far sembrare l’avventura in Afghanistan una cosa di bassa lega”.
“L’amministrazione guidata da Volodymr Zelensky – prosegue Schachtel  – ha chiesto adesso oltre 5 miliardi di dollari al mese solo per coprire i costi del suo governo, nel quale lavorano molti burocrati, e gli stipendi dei dipendenti del governo. Si tratta di oltre 60 miliardi di dollari all’anno solo per finanziare i costi operativi del governo di Kiev, che è stato classificato negli anni passati come il più corrotto di tutta Europa” (lo scriveva anche Thomas Friedman sul New York Times del 6 maggio scorso: “L’Ucraina era, ed è ancora, un paese affondato nella corruzione”).
“Quest’ultima richiesta si aggiunge ai 100 miliardi di dollari  […] già stanziati per sostenere il suo esercito al collasso”. Tutto ciò, continua Schachtel , va considerato nell’ottica fotografata da una stupenda osservazione di Ron Paul, “gli aiuti esteri si concretizzano nel prendere soldi dai poveri del nostro paese per darli ai ricchi dei paesi poveri” (vale non solo per l’America).
“L’Ucraina sta diventando l’Afghanistan 2.0 e il suo governo dovrà affrontare la stessa sorte del governo appoggiato dagli Stati Uniti a Kabul se continuerà su questa strada costellata di spese irrecuperabili. Tutti i soldi e le forniture di armi non sembra che possano  compensare gli squilibri di un esercito scarsamente addestrato e di un paese mal governato che, ogni giorno che passa, vede approssimarsi la prospettiva di una resa incondizionata invero umiliante”.
Forse tale conclusione è troppo tranchant, ma iniziano a essere tanti a reputare che il conflitto non riservi prospettive rosee per l’Ucraina, vittima sacrificale di questa guerra per procura della Nato contro la Russia.
Tra questi, David Ignatius, che ha dato questo titolo a un articolo pubblicato sul Washington Post di oggi: “La NATO è unita sull’Ucraina. Bene, ma tante cose potrebbero ancora andare storte”.
Nella nota riprende temi consueti, cioè come il mondo stia subendo la stretta delle conseguenze economiche della guerra e come tale situazione potrebbe incrinare l’unità della Nato (peraltro garantita dalla coercizione di Washington e non da una sincera adesione a tale linea, che per l’Europa è semplicemente suicida… a proposito dello slogan in voga sulla lotta tra Paesi liberi contro Paesi autoritari).
E spiega come la Nato difetti in strategia, tanto che tutto questo sforzo potrebbe non avere un esito positivo. Infatti, “gli alleati dell’Ucraina potrebbero concludere di aver sperperato i loro attuali vantaggi e finire per perdere questo conflitto”.
Nella nota, in ogni caso consegnata alla necessità di fare di questo conflitto una guerra infinita, dettaglia problemi logistici e strategici da risolvere per evitare la disfatta. Ma non è detto che possano essere risolti.
Ancora più importante quanto scrive sulla recente crisi di Kaliningrad: “Un modo per perdere le guerre è quello di prodursi in provocazioni poco sagge. La recente decisione della Lituania di bloccare il transito verso la vicina enclave russa di Kaliningrad aveva lo scopo di far rispettare le sanzioni dell’UE, ma era ragionevole? Diversi funzionari europei e statunitensi mi hanno confidato dubbi al riguardo, dal momento che la mossa potrebbe provocare un contrattacco russo e poi un’invocazione della Lituania del patto di mutua difesa proprio dell’articolo 5 della NATO” (sul punto vedi anche American Conservative: “La Lituania Vuole Iniziare Una Guerra Con La Russia?”).
Più che probabile, se non certo, che la Lituania ha agito su suggerimento altrui, ché da sola non poteva neanche immaginare una simile boutade.
Ma al di là dello specifico, resta che il blocco di Kaliningrad non è la prima né sarà l’ultima provocazione “poco saggia” di questa guerra, che offre agli ambiti consegnati alla follia delle guerre infinite – che stanno gestendo quasi tutto il potere d’Occidente – grandi spazi di manovra, a tutti i livelli e a tutto campo. Anche per questo urge chiudere questa pazzia intraprendendo quanto prima la via del negoziato, come chiesto più volte da Kissinger. (Qui)

Tenendo però presente che Kissinger, come ha precisato il giorno successivo a quell’intervento, intende che il completo ritiro della Russia sia condizione preliminare al negoziato.
Quanto al merito della questione, è chiaro che non ci sono alternative alla resa incondizionata dell’Ucraina. E, conseguentemente di NATO e UE, che dopo la disfatta e la totale sconfessione dei loro infami progetti, dovrebbero ragionevolmente scomparire.
A proposito di Lituania e Kaliningrad, propongo un altro pezzo lucido e interessante.

Lituania e Zelensky decidono tutto? Anche no

Nel frenetico scambio di lettere tra la Commissione Europea e il Governo della Lituania, l’ultima proposta pare sia questa: la Ue farebbe un’eccezione alle sanzioni e permetterebbe alla Russia di continuare a rifornire l’exclave di Kaliningrad attraverso i 90 chilometri di territorio lituano tra la Bielorussia e, appunto, Kaliningrad, a patto che la Russia non aumenti il volume delle merci attualmente trasportate verso l’exclave. L’idea è di evitare, in questo modo, che il porto di Kaliningrad diventi lo strumento del Cremlino per importare ed esportare e alleviare il peso della guerra economica decretata da Usa e Ue. Il timore è invece che la Russia a un certo punto si stufi e, d’accordo con la Bielorussia, occupi il cosiddetto “corridoio di Suwalki”, interrompendo il confine di terra dei Paesi Baltici con il resto d’Europa e mettendo la Nato, nell’ipotesi più estrema, nella condizione di scegliere (per dirla brutalmente) se affrontare una guerra mondiale per difendere la Lituania (6 milioni di abitanti).
Al di là delle soluzioni ipotizzate di quelle che verranno eventualmente adottate per risolvere questa crisi, una cosa è chiara: piaccia o no ai saputelli dei neo-atlantismo estremo, è chiaro che l’iniziativa della Lituania di bloccare il 50% delle merci dirette verso Kaliningrad NON era stata concordata con i vertici Ue. Josep Borrell, alto rappresentante Ue per la politica estera e di difesa dell’Unione, la “coprì” subito, com’era politicamente giusto fare dal punto di vista della Ue (soprattutto di questa Ue sempre più succursale della Nato). Ma le trattative e le lettere tra Ue e Lituania (per non parlare dei borbottii della Germania, che ha registrato il suo primo deficit commerciale trimestrale degli ultimi trent’anni) dimostrano che a Bruxelles non hanno gradito, e sono preoccupati.
La domanda quindi è: la Lituania ha deciso da sola? Se così fosse, dovremmo davvero cominciare a tremare: vorrebbe dire che una minuscola porzione umana e politica dell’Unione Europea si sente in diritto di intervenire a piedi uniti (e per me in maniera sconsiderata) in una crisi che già minaccia di far saltare in aria l’Europa. Se non è così, invece, cioè se la Lituania ha agito in base a qualche “suggerimento” (per esempio degli Usa, che sono in crisi per ragioni interne, non certo perché quanto avviene in Europa li preoccupi più di tanto, o del Regno Unito, che accarezza l’idea di minare la Ue e sostituirla con altre alleanze), peggio ancora: vuol dire che nella Ue ci sono Paesi che rispondono a politiche e influenze che non sono quelle di Bruxelles. Per la verità lo sapevamo già, ma quando si gioca alla terza guerra mondiale le cose cambiano un po’.
Tutto questo sta dentro una retorica di finta umanità ma di vera dismissione delle responsabilità che nella Ue impera, anche a proposito dell’invasione russa e della guerra in Ucraina. Ogni giorno ci sentiamo dire che l’Ucraina è Europa e che questa guerra maledetta si svolge in Europa. Giusto. Ma allora perché per otto anni (dal Maidan al Donbass, dal 2014 al 2022) l’Europa non ha saputo far nulla per disinnescare un problema che col tempo poteva solo incancrenire? Perché Francia e Germania, allora spina dorsale della Ue e garanti degli Accordi di Minsk, hanno concluso così poco? Davvero ci raccontiamo che in tutto questo c’entrano solo la cattiva volontà e la perfidia di Vladimir Putin?
Ma non basta. Da mesi, di nuovo con cadenza quotidiana, sentiamo dire che devono essere gli ucraini a decidere se e quando dire basta, che dev’essere il presidente Zelensky a stabilire la condizioni della pace. Vien da chiedersi se i vari leader politici parlino sul serio. Ci diciamo che la guerra in Ucraina sta provocando una crisi mondiale, che rischia di mandare in tilt i Paesi sviluppati e ridurre alla fame quelli in via di sviluppo, parliamo spessissimo di allargamento possibile del conflitto e di bombe atomiche, e davvero pensiamo di affidare le sorti del pianeta a Zelensky e i suoi? L’Ucraina è vittima, d’accordo, ma stiamo pur sempre parlando di un Presidente che, nel caso qualcuno l’avesse dimenticato, prima della guerra aveva in patria un indice di gradimento del 20%? Se noi europei non siamo capaci di prendere in mano il nostro destino, almeno cerchiamo di smetterla con una retorica che sta diventando uno dei più insidiosi fattori di rischio di questo dramma epocale.
Fulvio Scaglione, 4 luglio 2022, qui.

Leggo che gli stati baltici sono convinti che se l’Ucraina dovesse cadere, il prossimo obiettivo saranno loro, dato che hanno anch’essi minoranze russofone; a questo rispondo con una domanda: anche loro stanno da anni opprimendo massacrando bombardando affamando e assetando le minoranze russofone? Se la risposta è sì, hanno sicuramente ragione di temere un’invasione russa, e Putin avrà dieci volte ragione a farla; se la risposta è no, evidentemente si nutrono di seghe mentali, che quasi sempre sono molto ma molto più pericolose di quelle carnali (e accecano almeno altrettanto). In ogni caso c’è da ricordare che ucraini e lituani sono sempre stati in prima fila nel fare per i tedeschi la maggior parte del lavoro sporco con gli ebrei: non stupisce che anche in quest’altra guerra si sentano così uniti.
Aggiungo questa riflessione, che mi sento di condividere in toto.

Andrea Zhok

Quando l’Ucraina sarà un deserto di rovine, smembrato tra Russia e Polonia, con milioni di profughi, mentre la recessione distruggerà quel che resta del welfare europeo e la nuova cortina di ferro sul mar Baltico ci costringerà a tempo indefinito a spendere le ultime risorse in armamenti, quel giorno e in tutti gli anni a venire, per piacere, ricordatevi di tutta la compagine di politici, opinionisti e giornalisti che nel febbraio scorso vi spiegavano come fosse un affronto inaccettabile per l’Ucraina sovrana rinunciare all’adesione alla Nato e accettare gli accordi di Minsk, che aveva sottoscritto.
Ricordatevi di quelli che hanno lavorato indefessamente giorno dopo giorno per rendere ogni trattativa impossibile, che hanno nutrito ad arte un’ondata russofobica, che vi hanno descritto con tinte lugubri la pazzia / malattia di Putin, che vi hanno spiegato come l’Europa ne sarebbe uscita più forte di prima, che vi hanno raccontato che la via della pace passava attraverso la consegna di tutte le armi disponibili, che hanno incensato un servo di scena costruito in studio come un prode condottiero del suo popolo.
Se 5 mesi fa non avessero avuto la meglio queste voci miserabili, se l’Ucraina non fosse stata incoraggiata in ogni modo a “tenere il punto” con la Russia (che tanto garantivamo noi, l’Occidente democratico), l’Ucraina oggi sarebbe un paese cuscinetto, neutrale, tra Nato e Russia – con tutti i vantaggi dei paesi neutrali che sono contesi commercialmente da tutte le direzioni – un paese pacifico dove si starebbe raccogliendo il grano, e che non piangerebbe decine di migliaia di morti (né piangerebbero i loro morti le madri russe).
Ma, mosso dal consueto amore per un bene superiore, dai propri celebri principi non negoziabili e incorruttibili, il blocco politico-mediatico occidentale ha condotto la popolazione ucraina al macello e i popoli europei all’immiserimento e ad una subordinazione terminale.
Non si pretende che reagiate, figuriamoci, ma almeno, per piacere, non dimenticate.

Assolutamente da leggere, e meditare, e magari imparare a memoria, questo articolo.

Guido Guastalla

Io non ho certezze e non esprimo giudizi morali che inevitabilmente sarebbero moralistici.
Sottopongo però questa analisi a tutti coloro che vogliono cercare di capire e non avere la verità in tasca, senza nulla concedere a chi la pensa diversamente o ha comunque dubbi!

Putin: “l’inizio della transizione verso un mondo multipolare”

L’ex comandante della NATO Philip Breedlove ha esortato l’Ucraina a far saltare in aria il ponte di Crimea. Secondo il generale, il ponte sarebbe un obiettivo legittimo per l’Ucraina. E forse non è un caso che il periodico tedesco Stern dia notizia che due soldati tedeschi avrebbero rubato armi ed equipaggiamento da alcune caserme per pianificare di far saltare in aria proprio il ponte di Crimea.
Nel frattempo le ostilità nei confronti di Mosca proseguono anche in ambito diplomatico. A Bali i ministri degli Esteri dei paesi del G20 non avrebbero scattato la tradizionale foto congiunta a causa del rifiuto di alcuni diplomatici, tra cui lo statunitense Blinken, di ritrarsi con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov che dal canto suo ha fatto sapere di non essere interessato a correre dietro agli Stati Uniti per chiedere incontri: “Se non vogliono parlare, sono affari loro e se l’Occidente non vuole negoziati, ma la vittoria dell’Ucraina sulla Russia sul campo di battaglia, allora non c’è nulla di cui parlare”, ha detto secco Lavrov affermando invece che la Russia sarebbe pronta per i negoziati con Kiev e Ankara sulla questione del grano. “Se l’Occidente desidera davvero fare uscire dall’Ucraina il grano, tutto ciò che serve è costringere gli ucraini a liberare i porti del Mar Nero dalle mine e consentire alle navi di attraversare le acque territoriali dell’Ucraina. Nelle acque internazionali la Russia, con l’aiuto della Turchia, è pronta a garantire la sicurezza di tali convogli verso il Bosforo”. Il capo della diplomazia russa ha poi abbandonato la sezione del G20 senza attendere il discorso del ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock.
Nel frattempo l’Euro per la prima volta in 20 anni scende al di sotto di $ 1,01 [nel 2008 era arrivato a 1,6038, ndb]. Il che significa che se anche le materie prime perdono valore sul mercato, con il crollo dell’euro il prezzo pagato per gli europei continua ad essere alto e l’Unione rischia di importare inflazione in una possibile situazione di recessione globale.
Per Putin anche questo è l’inizio della transizione verso un mondo multipolare. Queste le parole del capo del Cremlino: ”Se l’Occidente voleva provocare il conflitto per passare a una nuova tappa della guerra contro la Russia, allora si può dire che c’è riuscito, la guerra è stata scatenata e le sanzioni sono state introdotte. In condizioni normali sarebbe stato difficile farlo. Ma ciò su cui vorrei porre l’attenzione è che l’Occidente doveva capire che avrebbe perso sin dall’inizio della nostra operazione militare speciale, perché l’inizio dell’operazione significa anche l’inizio della rottura cardinale dell’ordine mondiale impostato all’americana. Questo è l’inizio del passaggio dall’egocentrismo liberale globalista americano al mondo davvero multipolare, un mondo fondato non sulle regole egoistiche, inventate da qualcuno per se stesso e dietro le quali non c’è niente, tranne l’aspirazione all’egemonia, un mondo fondato non sugli ipocriti doppi standard, ma sul diritto internazionale, sulla vera sovranità dei popoli e delle civiltà, sulla loro volontà di vivere secondo i propri valori e tradizioni, di costruire una collaborazione sulla base della democrazia, sulla giustizia e sull’uguaglianza. A causa della politica occidentale è avvenuta la demolizione dell’ordine mondiale e bisogna capire che fermare adesso questo processo non è più possibile. Il corso della storia è spietato e i tentativi dell’Occidente collettivo di imporre al mondo il suo nuovo ordine mondiale sono tentativi condannati al fallimento. Perciò voglio dire e sottolineare: noi abbiamo tanti sostenitori, negli stessi Stati Uniti, in Europa e a maggior ragione in altri continenti e paesi, e ce ne saranno sempre di più, su questo non c’è alcun dubbio. Ripeto, anche nei paesi che sono ancora satelliti degli Stati Uniti, cresce la comprensione del fatto che la cieca obbedienza delle élite governanti al “signore supremo” non corrisponde agli interessi nazionali, anzi, molto spesso li contraddice radicalmente. Alla fine tutti dovranno fare i conti con la crescita di questi umori nella società di questi paesi satelliti degli USA. L’Occidente, che un tempo proclamava i principi di democrazia, quali la libertà di parola, il pluralismo, il rispetto delle altre opinioni, oggi sta degenerando nell’esatto opposto: nel totalitarismo. Ha messo in moto la censura, ha chiuso i mezzi di informazione di massa, usa il sopruso e la prepotenza verso i giornalisti, i personaggi pubblici. Nonostante tutto ciò, noi non rifiutiamo le trattative pacifiche, ma coloro che le rifiutano devono sapere che più avanti si va, più difficile sarà mettersi d’accordo con noi”.

Che non posso commentare che con un convinto: Grande Putin!
E, connesso con le considerazioni di questo articolo, vorrei riproporre un brano che avevo già postato tre mesi e mezzo fa, e che mi sembra diventare sempre più attuale.

VIETNAM
di Max Hastings. È un malloppone di oltre 1000 pagine ma vale la pena di leggerlo, e comunque scorre via bene. E vale anche la pena di ricordare un paio di cose. La prima è che in quella che è passata alla storia come la sporca guerra del Vietnam di Nixon boia, l’escalation è stata iniziata da John Kennedy, democratico, e portata poi avanti dal suo vice, diventato poi presidente, Lyndon Johnson, democratico. Richard Nixon, repubblicano, quello rozzo, quello antipatico, quello col mascellone da duro, quello da cui nessuno avrebbe comprato un’auto usata, è stato quello che la guerra l’ha fatta finire. Il bilancio finale è stato di oltre 58.000 soldati statunitensi uccisi e più di 153.000 feriti. Il calcolo dei morti vietnamiti va da almeno mezzo milione fino a 4 milioni. La guerra è costata quasi 150 miliardi di dollari. I termini del trattato che ha posto fine a dieci anni di guerra sanguinosissima e alla carneficina da entrambe le parti sono gli stessi abbozzati da La Pira e Ho Chi Minh già otto anni prima. La seconda è che tutto è cominciato con l’invio di soldi, tanti tanti soldi, per sostenere governi amici, non importa quanto corrotti, poi anche armi, poi colpi di stato, anche cruenti, per sostituire i governi quando non erano più utili (il burattino Zelensky, socio e complice di Hunter Biden nei suoi sporchissimi affari e a conoscenza di tanti segreti che potrebbero renderlo scomodo, farebbe bene a ricordarsene. Sempre che lo abbia mai saputo. E sicuramente a ricordarglielo non sarà che gli scrive quei bellissimi e tanto commoventi copioni da recitare di fronte ai parlamenti mondiali). Meditate gente, meditate.

Qui, in realtà, quattro mesi e mezzo fa sarebbe potuta finire allo stesso modo, ma oggi no: prima che tutto questo cominciasse, la Russia si sarebbe accontentata del rispetto degli accordi di Minsk, che l’Ucraina ha firmato e mai rispettato; alla vigilia della guerra o a guerra appena iniziata si sarebbe potuta accontentare del riconoscimento della Crimea come appartenente alla Russia e dell’autonomia del Donbass: ma oggi? Dopo che NATO e Ucraina l’hanno costretta a mesi di guerra? A migliaia di morti? A enormi spese? Dopo che a questo prezzo ha conquistato il 20% dell’Ucraina dovrebbe accontentarsi dello stesso pezzo di pane che prima sarebbe stato gratis? Oltre a raccontarvi che è pazzo, adesso pretendete che sia anche scemo? E a proposito di chi è scemo, guardate un po’ questa:

E dopo tanto nerume, risolleviamoci un po’ lo spirito con un po’ di biancore (e con una piccola magia)

Fantasia d’inverno, Balletto Igor Moiseiev,

barbara

NON PIOVE GOVERNO LADRO!

Sì? Cioè voglio dire: no? Cioè insomma: ma davvero davvero?

Siccità, ecco quanto ha piovuto (davvero): i dati che non vi dicono [veramente l’ausiliare di piovere sarebbe essere…]

Continua l’allarme siccità, ma i dati (quelli veri) sembrano rappresentare un’altra realtà, non così allarmistica

Dalla pandemia alla guerra, dal gas alla siccità: i nostri media mainstream vivono in un continuo stato di emergenza, in una costante sfera di cristallo allarmistica, catastrofista, cacofonica, dove qualsiasi problematica viene ricondotta alle conseguenze più nefaste possibili.
Iniziando dal dualismo non vaccinato uguale morte, ora è il turno dell’impatto della produzione industriale sul pianeta. Il messaggio è molto chiaro: se l’essere umano non inverte la rotta, la Terra sarà destinata a morire. E subito, quasi in modo scontato, trova il suo ritorno la propaganda ambientalista gretina, imputando la responsabilità all’uomo bianco per l’enorme pezzo di ghiaccio caduto dalla Marmolada e che ha causato sette vittime. Oppure, qualche mese fa, per l’alluvione estivo in Germania, causa della morte di oltre centocinquanta persone. Ad ogni disastro naturale, la responsabilità è una ed unica: l’uomo, in grado di influenzare, in soli due secoli, un pianeta da più di quattro miliardi e mezzo di anni.

Siccità, i dati che nessuno riporta

Anche la siccità è ascrivibile a questa narrazione ecologista. A livello di piovosità, il corrente 2022 è presentato come un anno senza precedenti, che segna in modo ineluttabile il cambiamento climatico che la nostra generazione ha sul groppone. In realtà, in un’esamina più approfondita e cauta, possiamo notare come fenomeni di questo tipo sono già successi nella storia del nostro pianeta. In alcuni casi, anche ben prima dello sviluppo tecnologico ed industriale delle popolazioni.
A tal riguardo, un lavoro prezioso è stato svolto da Luigi Mariani e Franco Zavatti, sulle colonne del sito Climatemonitor, capaci di sbugiardare le tesi catastrofiste, semplicemente allegando i veri dati della siccità 2022, paragonandola a quelle degli anni precedenti.
Prendendo in esame ventuno stazioni italiane, Mariani e Zavatti mostrano come la città meno soggetta a precipitazioni in questi primi sette mesi, Torino, conobbe il suo record negativo esattamente un secolo fa, quando il minimo registrato fu di 177 mm di pioggia contro i 208 mm di quest’anno.
Da tutte le stazioni, si deduce un elemento di fondamentale importanza: in nessun caso, il 2022 è stato l’anno storico meno piovoso. A Bologna, per esempio, nell’ultimo secolo sono stati riportati 42 anni meno piovosi rispetto a quello in corso; mentre a Pesaro e Cagliari, dati peggiori sono stati registrati rispettivamente per 56 e 66 anni dell’ultimo secolo. Caso particolare rimane ancora il capoluogo dell’Emilia Romagna, dove il record negativo è quello del 1825, appena prima dello sviluppo industriale umano. In allegato, riproponiamo l’ottima tabella riassuntiva di Climatemonitor.

Nel corso dell’analisi, Mariani e Zavatti prendono in considerazione anche il valore delle precipitazioni nell’anno idrologico 2022. Se ne deduce una chiara anomalia solamente nell’estremo Nord-Ovest, comprendendo la Valle d’Aosta e la zona settentrionale del Piemonte. Al contrario, nel resto d’Italia, le precipitazioni rientrano in valori di media-alta frequenza. Nella figura di sotto, i puntini neri rappresentano la localizzazione delle stazioni: come si nota, le Alpi ne sono sprovviste, rendendo “il dato ad esse riferito poco rappresentativo”.

Ma il dato più importante dell’approfondimento riguarda l’ultima cartina, quella che raffigura “il numero di anni idrologici per secolo che hanno presentato precipitazioni inferiori a quelle dell’anno idrologico in corso”. Se ne deduce, ovviamente, che il 2022 rimane un anno non particolarmente piovoso, ma l’anomalia riguarda solo il Nord Italia. Al contrario, dati nella media sono stati registrati lungo la riviera romagnola e nel centro, mentre sono stati ottimi per la zona meridionale della nostra Penisola, a partire da Roma in giù, comprese le due isole.

Si badi bene: con ciò non intendiamo asserire che il cambiamento climatico non esista, o che il riscaldamento globale sia frutto della finzione dei media [ecco, io invece sì che intendo, eccome se intendo]. Ci permettiamo, sempre con estrema umiltà, di offrire un suggerimento: approcciamoci ai dati, quelli veri, presi nella loro generalità, paragonandoli con quelli dei decenni, dei secoli e dei millenni anteriori. Ricordiamoci, per esempio, come l’aumento delle temperature che sta investendo il nostro pianeta nasce 20mila anni fa, direi ben prima della rivoluzione industriale inglese e poi del resto del mondo, entrando in una nuova fase interglaciale circa 12mila anni fa.
Ricordiamo anche come i dati più vecchi, a disposizione delle comunità scientifiche per lo studio della Terra, risalgono a circa 540 milioni di anni fa. Un’enormità se approcciati dal punto di vista umano, ma un dato irrisorio se ragioniamo geologicamente, a fronte di un pianeta da oltre quattro miliardi e mezzo di anni.
In un’analisi a tutto campo, questi dati non possono essere trascurati: se omessi, rischiano di creare un effetto allarmistico eccessivo, superfluo, quasi incontrollabile. L’ecologismo estremo si sta apprestando a diventare la nuova religione globale. E ogni anno diventa sempre peggio.
Matteo Milanesi, 5 luglio 2022, qui.

Ma non c’è niente da fare: terrorismo a manetta è l’unica cosa che sanno fare, prima il rischio glaciazione, dieci anni di tempo per salvare il pianeta perché poi sarà troppo tardi, poi il riscaldamento globale, dieci anni di tempo per salvare il pianeta perché poi sarà troppo tardi, poi i cambiamenti climatici, dieci anni di tempo per salvare il pianeta perché poi sarà troppo tardi, poi la pandemia, poi la guerra, poi il diavolo che se li porti, che vi venisse un bel coccolone a tutti quanti e ci lasciaste finalmente vivere! Poi magari volendo ci sarebbe anche questa cosa qui:

E poi c’è anche chi vuole politicizzare la tragedia della Marmolada, agganciandola alla fantomatica gretesca emergenza climatica e tutti i soliti orpelli che conosciamo fin troppo bene spacciati come causa del disastro. A questo proposito propongo prima un articolo “cattolico” che analizza questa tipologia di disastri nel corso degli anni.

Marmolada, sulle vittime la danza degli ecologisti

Una tragedia come quella della Marmolada – oltre alla pietà e alla preghiera per le vittime – dovrebbe anzitutto ispirare qualche riflessione sul significato e sulla fragilità della vita umana. Invece, come al solito, si scatena la propaganda cambioclimatista, smentita dalla storia e vero pericolo per gli uomini.

Una tragedia come quella della Marmolada – oltre alla pietà e alla preghiera per le vittime – dovrebbe anzitutto ispirare qualche riflessione sul significato e sulla fragilità della vita umana. Più ancora sulla reale dimensione dell’uomo davanti al Creato e quindi al Creatore. Don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, propose fin da subito ai suoi ragazzi vacanze comunitarie in montagna perché, diceva, «la sanità dell’ambiente umano, l’imponente bellezza della natura, favoriscono ogni volta il rinnovarsi della domanda sull’essere, sull’ordine, sulla bontà del reale – il reale è la prima provocazione attraverso cui viene destato in noi il senso religioso».
Ma incidenti come quelli del 3 luglio ci fanno anche toccare con mano quanto la natura possa essere matrigna, contrariamente alla concezione idealizzata che da decenni ci viene inculcata. E quanto l’uomo sia piccolo davanti alla grandezza dell’universo e nulla davanti all’eternità.
Invece, come ormai da copione, ancora una volta una catastrofe naturale viene usata strumentalmente per fare propaganda ecologista, per dare la colpa al riscaldamento globale ovviamente causato dall’uomo cattivo, che inquina, brucia le risorse naturali, sfrutta selvaggiamente l’ambiente. Su giornali e tv è un coro unanime, talmente scontato, che non vale più la pena nemmeno guardarli.
Eppure il distacco di un pezzo di ghiacciaio, per quanto non sia un evento che accade in continuazione, è un fatto ricorrente. E se in questo periodo anche sulle nostre montagne si registra un caldo anomalo, tanti altri eventi del genere sono accaduti in pieno inverno. Come accadde, ad esempio, il 21 dicembre 1952 sul ghiacciaio delle Grandes Jorasses, sul Monte Bianco, al confine tra Francia e Italia: «Un’enorme valanga – scriveva la Rivista del Cai (Centro Alpino Italiano) – simile nelle proporzioni a quelle che si staccano dagli immensi ghiacciai dell’Himalaya, si staccò dall’estrema cresta delle Grandes Jorasses e giunse fino al fondovalle: l’ampiezza delle sue fonti era complessivamente di circa due chilometri e il dislivello superato nella discesa di quasi tremila metri». Fortunatamente si salvò il villaggio di Planpincieux. La stessa valle fu teatro di un altro evento del genere il 1° agosto 1993 e in questo caso furono travolti otto alpinisti, tutti morti.
Ma va ricordata anche la catastrofe di Mattmark, in Svizzera, il 30 agosto 1965: una parte del ghiacciaio dell’Allalin si staccò e due milioni di metri cubi di ghiaccio seppellirono 88 lavoratori impegnati nella costruzione della diga di Mattmark, a 2120 metri di altezza. Tra le vittime, ben 56 erano italiani, la tragedia più grave dell’emigrazione italiana dopo Marcinelle.. Da notare però che il 1952 e il 1965 sono anni che fanno parte di un periodo di raffreddamento globale del clima (che è durato all’incirca tra il 1940 e il 1975) e che spinse all’inizio degli anni ’70 a lanciare allarmi sul pericolo di una prossima nuova glaciazione, ovviamente a causa delle attività umane.
Il distacco di pezzi di ghiacciaio è perciò un fenomeno naturale cui concorrono diversi fattori. Certamente il can can della propaganda anti-umana che ancora una volta si è scatenato non ha niente a che vedere con la scienza e con la cura per l’ambiente. Il riscaldamento e il raffreddamento globali sono parti di un ciclo naturale, così come la crescita e il ritiro dei ghiacciai.
E in effetti, tale propaganda ecologista diseduca alla comprensione della natura. Presentando il distacco di un ghiacciaio come evento eccezionale legato all’emergenza climatica attuale e senza precedenti, si dà l’idea che la natura sia di per sé statica: in equilibrio perenne se non fosse che siamo intervenuti noi uomini negli ultimi decenni a turbare questo equilibrio e mandare tutto in tilt, da cui tutta questa serie di catastrofi.
È una grande menzogna: in realtà la normalità della natura è quella di essere dinamica, in continuo movimento, per il clima un succedersi di periodi di riscaldamento a periodi di raffreddamento, e bisogna conoscerla per adeguarsi da una parte e difendersi dall’altra. Perché certe catastrofi naturali – non solo ghiacciai che si staccano – non si possono evitare, ma si possono evitare o minimizzare vittime e danni.
Se c’è una responsabilità umana grave è quella di chi, per interessi ideologici, economici o politici, genera nelle persone un ingiustificato terrore o, al contrario, una falsa sicurezza. Proprio quest’ultima potrebbe aver avuto un ruolo nel pesante bilancio della tragedia della Marmolada.
Riccardo Cascioli, qui.

E poi voglio proporre un’altra cosa, particolarmente interessante perché dopo avere trattato il tema in questione, allarga il campo ad altri scenari, purtroppo di grande attualità. Precisando che l’autore è un attivo frequentatore e conoscitore della montagna.

Giovanni Bernardini

SERACCHI

Torno dalla montagna, dò per la prima volta da molti giorni una occhiata ai TG e devo ascoltare la terribile notizia della sventura sulla Marmolada, la splendida “regina delle Dolomiti” su cui ho avuto la grande emozione di scarpinare, non fino alla cima, in più di una occasione.
Che il gran caldo anomalo di questi giorni abbia avuto la sua influenza nel distacco del seracco è molto probabile, ma da questo ad imputare la disgrazia all’onnipresente “riscaldamento globale” ce ne passa.
Il distacco di seracchi nel corso della stagione estiva è un fatto abbastanza frequente, presentarlo come una sconvolgente novità è completamente fuorviante.
Ho ascoltato al solito TG5, stamattina che in cima alla Marmolada la temperatura sarebbe di 10 gradi. Per pura curiosità sono andato a controllare in Internet. Oggi la temperatura in cima alla Marmolada varia da un massimo di 6 ad un minimo di 0,5 gradi. Probabilmente sopra la media ma non in maniera mostruosa. Quando, il 20 giugno, ho fatto la bellissima traversata del Bianco la temperatura alla Aiguille du Midì (quota 3854) era, se ricordo bene, di un paio di gradi, più o meno alle 13; al sole aumentava un pò, specie quella percepita, perché a quelle altitudini il sole letteralmente brucia.
Senza voler polemizzare, ma solo per mettere in chiaro le cose, il 3 Luglio 2021 due esperte alpiniste italiane sono morte assiderate sul Rosa, a quota 4.150, sulla Piramide Vincent.
Amo i ghiacciai e sono preoccupato per il loro ritirarsi, ma penso che trasformare ogni disgrazia in montagna in un’arma propagandistica in difesa del finto ambientalismo alla Greta sia una colossale idiozia.

A questo post ne è seguito un altro, che merita di essere letto perché mette il dito su una piaga particolarmente diffusa di questi tempi.

Giovanni Bernardini

Ieri una persona (MOLTO) diversamente intelligente mi ha definito “putiniano” e “novax”.
Ho fatto 4 (QUATTRO) dosi di vaccino ed ho rotto i rapporti con almeno 300 (TRECENTO) contatti a causa delle divergenze sulla brutale aggressione messa in atto dalla Russia di Putin contro l’Ucraina [posso dire senza tema di smentita che fra le persone che seguo, lui è in assoluto uno dei più fanaticamente scatenati contro Putin].
Come mai allora questa persona (che ho immediatamente bannato) mi ha definito “novax“ e “putiniano”?
Semplice. La mia “colpa” è stata quella di affermare che il distacco di seracchi dai ghiacciai è un fenomeno non troppo raro nei periodi estivi. E, ulteriore “colpa”, ho polemizzato con chi usa a fini di propaganda politica ed ideologica ogni sventura, ogni evento naturale tragico o anche solo fastidioso, attribuendo sempre TUTTO all’onnipresente riscaldamento globale. Un atteggiamento ideologico che NULLA ha a che fare con la sacrosanta difesa dell’ambiente che ritengo da sempre un obiettivo che ogni persona ragionevole ha il diritto, e forse anche il dovere, di perseguire.
Nel 1916 sulla Marmolada una enorme valanga uccise circa 300 militari austriaci.
Il video che posto mostra lo stacco un pezzo del ghiacciaio del Miage nel 1996. L’enorme blocco di ghiaccio precipitò nel lago e causò un’onda che travolse decine di turisti. Non ci furono morti solo perché il ghiaccio precipitò in acqua e non direttamente sui turisti che si godevano lo spettacolo della natura. Da notare nel video l’equilibrio del commentatore, molto lontano da certi deliri ideologici oggi di moda e dallo stesso commento scritto, molti anni dopo l’incidente, su You tube.
Non intendo riaprire il vecchio dibattito sulle cause e le dimensioni dei mutamenti climatici, né sul modo di cercare di affrontarli. Vorrei solo invitare le persone di buon senso ad evitare atteggiamenti propagandistici ed ideologici.

Cioè, una persona la pensa diversamente da me su un determinato tema, quindi la accuso di pensarla diversamente da me (crimine immane) anche in tutti gli altri ambiti, anche se so perfettamente, essendo documentato in centinaia di articoli e decise prese di posizione (in qualche caso anche violenti anatemi), che la pensa esattamente come me. E niente, la gente ha il baco nel cervello, ed è per questo, esattamente per questo che sta andando tutto a rotoli.

Prima di chiudere devo assolutamente mettere questa cosa che non c’entra niente, ma amo follemente questa donna, e voglio che la amiate anche voi:

L’avevo presentata già tre mesi fa in un altro mirabile intervento, ma quel video ora non c’è più, per cui l’ho cercato su YT, e lo rimetto qui di seguito

(e al primo che mi viene a parlare di “donna con le palle”, giuro che spappolo le sue con una raffica di calci come non ne ha mai visti neanche a “Italia-Germania” del Settanta)

E per chiudere, una bella ammucchiata di artisti:

barbara

E NOI?

Sempre più numerosi i segnali che suggeriscono che l’obiettivo sembra proprio essere quello, dal generale inglese fortemente intenzionato a far combattere l’esercito in Europa alla pesantissima provocazione lituana su Kaliningrad: provocazione con tutta probabilità messa in atto non per iniziativa propria bensì per ordini “superiori”: a quanto pare gli stati sotto l’ala “protettrice” statunitense non sono più sovrani di quanto lo fossero quelli a suo tempo sotto l’ala sovietica. La mia impressione è che il trauma subito dai Paesi dell’ex Patto di Varsavia ad opera dell’Unione Sovietica sia stato tale da rendere loro difficile distinguere lucidamente fra la vecchia Unione Sovietica e l’attuale Russia, in particolare la Russia che Putin, dopo averne raccattato i brandelli a cui l’aveva ridotta Yeltsin, ha rimesso in piedi facendone qualcosa di sensibilmente diverso dalla vecchia Unione Sovietica. Per questo motivo non mi riesce facile immaginare che uno stato dell’ex orbita sovietica possa pensare, di propria iniziativa, a sfidare la Russia con una provocazione gravissima come il blocco degli approvvigionamenti, che rappresenta un autentico atto di guerra. E chiaramente l’obiettivo dei padroni della Lituania è proprio quello di scatenare da parte della Russia l’unica logica risposta in una situazione del genere, ossia la guerra. E dato che la Lituania fa parte della NATO, se Putin risponde, il resto diventa storia scritta – alla fine della quale chissà se noi ci saremo. Forse i prossimi giorni ci porteranno la risposta.
E ora vediamo un po’ di cose, cominciando con l’assedio di Azot.

Ucraina: l’assedio delle Azot e la cattura di due soldati Usa

Resistono gli ucraini assediati nell’impianto di Azot, a Severodonetsk,  dove si sta ripetendo il copione già visto alle Azovstal di Mariupol, con miliziani e soldati ucraini assediati nell’impianto industriale insieme a un numero imprecisato di civili (che è davvero arduo pensare che vi si siano barricati volontariamente, ma tant’è).
I russi stanno tentando di chiudere la morsa sui resistenti, sia a Severodonesk che nella attigua Lysychansk, separata dall’altra cittadina da un fiume, ma le operazioni militari proseguono con estrema lentezza: per i russi si tratta di risparmiare vite al proprio esercito; per gli ucraini di resistere in attesa delle nuove armi Nato.
Nel frattempo, ha avuto grande rilievo la notizia della cattura di due soldati americani, anche perché negli Usa hanno paura che possano subire la stessa sorte dei due britannici catturati dai russi di recente insieme a un marocchino, i quali sono stati condannati a morte da un tribunale di Donetsk.
La Russia aveva dichiarato fin dall’inizio della guerra che i combattenti stranieri catturati non sarebbero stati trattati da prigionieri di guerra e la condanna dei due “volontari” segue quella dichiarazione.
Detto questo, a seguito delle proteste britanniche, Mosca ha invitato Londra a contattare la Repubblica di Donetsk per avviare negoziati per la loro liberazione (BBC), cosa che Londra non vuol fare per una ragione di principio: teme di esser costretta in tal modo a riconoscere de facto la Repubblica indipendente. Per questo, ha contattato il ministro degli Esteri ucraino Dmitry Kuleba, incaricandolo di risolvere la cosa.
In realtà, trattando con Donestk non riconoscerebbe affatto la Repubblica in questione, riconosciuta finora da Mosca e pochi dei suoi alleati, ché il riconoscimento di un’entità politica come statuale è tutt’altro da un negoziato con un nemico.
La verità è che Londra teme di perdere di prestigio, abbassandosi a chiedere la liberazione dei propri prigionieri, da qui l’incarico all’Ucraina, anche se, sottotraccia, le trattative le sta facendo, eccome (si spera anche per il marocchino…).
Così, la storia dei due soldati britannici – ufficialmente volontari, di fatto forze speciali incognite in servizio attivo – insegna che anche per i due americani non ci sarà una condanna a morte, che avrebbe solo l’effetto di dare nuovi argomenti alla propaganda avversa, ma si avvierà un negoziato.
Interessante notare la storia di uno dei due americani catturati. Sul New York Post, un’intervista drammatica della madre del soldato, che spiega che il figlio si era arruolato come volontario per “salvare vite ucraine e non solo ucraine” (?) ed era pronto a morire (non sembra: certe cose si dicono, poi…).
La mamma, che è sempre la mamma, racconta che non era andato per combattere, ma solo “per addestrare i soldati ucraini’”. Fin qui la donna, che siamo alquanto certi che prima o poi rivedrà l proprio ragazzo, al contrario di tanti altri che stanno morendo in questa stupida guerra.
C’è un passaggio obbligatorio da fare, cioè il ragazzo deve dichiarare alle telecamere russe che è contro la guerra e che ha sbagliato ad andare in Ucraina, come hanno fatto i due britannici e come ha fatto anche lui.
Come si legge su Oda Tv, appena catturati, i soldati stranieri che combattono in Ucraina “in un solo giorno si trasformano in ‘figli dei fiori’, dichiarandosi contro la guerra”. Se citiamo questa Tv turca non è tanto per questa ironia, cinica eppur vera, quanto perché ci ha colpito una rivelazione di tale emittente.
In un articolo, infatti, Oda Tv spiega che il simbolo che campeggia sull’uniforme di uno dei due soldati americani catturati, Alexander John-Robert Drueke, lo rivela come membro dell’US Armed Forces Chemical Warfare Corps, cioè la forza militare Usa dedicata alle armi chimiche.
Infatti, il distintivo dorato, all’interno del quale si distinguono un tronco d’albero e un drago, è inequivocabile, Non avremmo creduto alla notizia, se non fosse che la stessa foto, e lo stesso distintivo, illustra il servizio dell’articolo del Nyp succitato.

Se si ingrandisce la fotografia in questione, si vede perfettamente che il distintivo è quello indicato, come si riscontra anche su un sito specializzato delle forze armate Usa (https://www.usamm.com).
Nel presentare il militare, il Nyp spiega che Drueke era andato due volte in missione in Iraq, forse alla ricerca delle famose armi di distruzione di massa di Saddam. Ma che ci è andato a fare in Ucraina? Non ha competenze in fatto di addestramento per una battaglia di terra, dato che le sue competenze sono le armi chimiche.
Oda Tv ricorda che solo alcuni giorni fa il Pentagono ha rivelato di aver supportato 46 biolaboratori sparsi sul territorio ucraino, ma questo non spiega granché, dal momento che il ragazzo è partito da poco per la guerra. Così resta la domanda: che diavolo ci è andato a fare? Resterà inevasa. (Qui)

Ho idea che a metterle in fila, le domande che resteranno per sempre inevase, facciamo da qui al sole e ritorno. E ora ascoltiamo una voce particolarmente interessante.

La guerra Usa – Russia in Ucraina vista da un ex dirigente della Cia

 “Contrariamente alle dichiarazioni trionfalistiche di Washington, la Russia sta vincendo la guerra e l’Ucraina ha perso la guerra. Sui danni a lungo termine prodotti alla Russia il dibattito è aperto”. Così Graham E. Fuller, ex vicepresidente del National Intelligence Council presso la CIA, il quale dettaglia le conseguenze di questa “guerra americano-russa combattuta per procura fino all’ultimo ucraino”.
Nella nota, Fuller spiega che “le sanzioni americane contro la Russia si sono rivelate molto più devastanti per l’Europa che per la Russia stessa. L’economia globale ha subito un rallentamento e molte nazioni in via di sviluppo devono affrontare gravi carenze alimentari e il rischio di una fame dilagante”.
La devastazione subita dall’Europa sta creando criticità nel rapporto tra questa e Washington, che sta costringendo i propri clienti a supportare a proprie spese la sua linea di “politica estera erratica e ipocrita, basata sul disperato bisogno di preservare la ‘leadership americana’ nel mondo”. Ed è da vedere se acconsentirà a intrupparsi senza riserve anche nella guerra “ideologica” contro la Cina, dalla quale il Vecchio Continente dipende più che dalla Russia.
“Una delle caratteristiche più inquietanti di questa lotta tra USA e Russia in Ucraina è stata l’assoluta corruzione dei media indipendenti. Washington ha vinto a mani basse la guerra dell’informazione e della propaganda, coordinando tutti i media occidentali e costringendoli a cantare lo stesso libro di inni che sta caratterizzando la guerra ucraina. L’Occidente non ha mai assistito a un’imposizione così totale di una prospettiva geopolitica ideologicamente guidata […] Stretti in questa virulenta raffica di propaganda anti-russa, che non ho mai visto neanche durante i miei giorni da Guerriero Freddo, gli analisti seri devono scavare in profondità per avere una comprensione oggettiva di ciò che sta effettivamente accadendo in Ucraina”.
La presa sui media ha avuto l’effetto di tacitare “quasi tutte le voci alternative”. “Ma l’implicazione più pericolosa è che mentre ci dirigiamo verso future crisi globali, assistiamo alla scomparsa di una vera e propria stampa libera e indipendente”, mentre l’opinione pubblica è preda “di media dominati dalle multinazionali vicine ai circoli politici, che godono del supporto dei social media elettronici; tutti attori che manipolano la narrativa secondo propri fini. Mentre andiamo incontro a un’instabilità prevedibilmente più grande e più pericolosa prodotta dal riscaldamento globale, dai flussi di profughi, dai disastri naturali e dalle probabili nuove pandemie, il rigoroso dominio statale e corporativo dei media occidentali diventa davvero molto pericoloso per il futuro della democrazia” (bizzarrie di questa sedicente lotta tra democrazia e autocrazia…).
Per quanto riguarda i cambiamenti geopolitici dettati dalla crisi ucraina, Fuller registra che “le massicce sanzioni statunitensi contro la Russia, tra cui la confisca dei fondi russi nelle banche occidentali, sta inducendo la maggior parte del mondo a riconsiderare l’idea di puntare interamente sul dollaro USA nel futuro. La diversificazione degli strumenti economici internazionali è già in atto e indebolirà la posizione economica un tempo dominante di Washington e la sua ‘arma unilaterale’, il dollaro”.
Inoltre, lo spostamento della Russia verso l’Asia appare ormai destino irreversibile, producendo quell’asse Cina-Russia che Washington da tempo paventa come minaccia esistenziale. Tale processo è arrivato a un punto tale che l’idea di disarticolare tale asse, avanzata da tanti analisti e politici occidentali, è ormai una pura “fantasia”.
“Purtroppo per Washington, quasi tutte le sue aspettative su questa guerra si stanno rivelando errate”, conclude Fuller, secondo il quale in futuro questo tempo potrebbe rivelarsi come il momento in cui l’Occidente ha preso coscienza dell’errore insito nella condiscendenza verso la pretesa americana di “preservare il suo dominio globale”, che inevitabilmente creerà “nuovi confronti, sempre più pericolosi e dannosi con l’Eurasia”. Mentre “la maggior parte del resto del mondo – America Latina, India, Medio Oriente e Africa – non vede alcun interesse nazionale in gioco in questa guerra fondamentalmente americana contro la Russia”.
Se riferiamo tali opinioni, non nuove per questo sito, è perché sono enunciate da una fonte autorevole e non certo tacciabile di filo-putinismo, accusa peraltro abusata durante le guerre infinite dalla propaganda occidentale, che di volta in volta ha tacciato le voci critiche di essere filo-Saddam, filo-Assad. filo-iraniani, filo-terroristi e quanto altro. Nihil sub sole novum.
L’unica novità è che in passato, durante i precedenti passi di questa guerra infinita – che necessariamente doveva rivolgersi contro Russia e Cina (e contro l’Europa, in maniera più o meno indiretta) -, è che mentre morivano gli arabi e gli africani non importava nulla a nessuno (come nulla importa ora dello Yemen). Ora che la guerra incide sul prezzo della benzina e degli alimenti, interessa, eccome. Anche sotto questo profilo, nihil… (Qui)

E se vuoi comunque dire la verità,occhio a non fare la fine di Alina Lipp:

E chiudiamo con un bel tango.

barbara

UN PAIO DI PUNTUALIZZAZIONI

La prima riguarda le scandalosissime parole di Medvedev che “odia gli occidentali” e vuole farli sparire tutti, che hanno indignato tutti. Cioè, per essere precisi, tutti gli idioti che prendono per buone le traduzioni dei media allineati senza che passi loro per la testa di porsi qualche domanda, di nutrire qualche dubbio, di fare qualche ricerca – d’altra parte abbiamo ben imparato che porsi domande, nutrire dubbi e fare ricerche è crimine contro l’umanità, perpetrato unicamente dai venduti a Putin. Beh, ho una brutta notizia per voi ragazzi: la parola “occidente” Medvedev non l’ha mai detta. Quella ve la siete inventata voi primo perché siete delle teste di cazzo, secondo perché siete psicopatici e proiettate sistematicamente sui vostri nemici le vostre peggiori pulsioni.

I media usano le parole di Medvedev per far considerare i propri estremismi legittimi e giustificati

Un’ondata di condanna è stata provocata da un messaggio pubblicato sul canale Telegram del vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, che ha scritto: «Mi viene spesso chiesto perché i miei post su Telegram sono così duri». «La risposta è che li odio. Sono dei bastardi e degenerati. Vogliono la nostra morte, quella della Russia. Finché sono vivo, farò di tutto per farli sparire»
In realtà Medvedev non nomina l’occidente: non ha specificato a verso chi brucia tale odio ma è facile intuire a chi sia rivolta la sua riprovazione. Tuttavia, sì, non è difficile intuire che il messaggio di Medvedev sia rivolto alle autorità dell’Ucraina, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, non all’intero mondo civile.
Ma ugualmente, questo viene trasformato sulle principali testate giornalistiche italiane in “odio e voglio fare sparire gli occidentali“. Si nota una certa soddisfazione in questa invettiva, finalmente esplicita. Sembra che i media possano finalmente provare che in fondo i loro estremismi sono legittimi e giustificati. A loro avviso, questa è la dimostrazione che tutta la cortina fumogena innalzata sugli avvenimenti in corso per impedirne una giusta comprensione, sia stata in fondo legittima.
Il nostro ministro degli Esteri italiano Di Maio ha reagito così: “Le dichiarazioni di Medvedev sono molto gravi e pericolose. Sono parole inaccettabili che ci preoccupano molto anche perché provengono dal vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo. Questo non è un segno di dialogo, non è un desiderio di cessate il fuoco, non è un tentativo di riportare la pace, ma sono parole inequivocabili di minaccia contro coloro che insistono per la pace”.
Di Maio è anche lui un uomo al vertice su cui grava una certa responsabilità, ma allo stesso modo ha definito Putin peggio di un animale.
Funziona così: Putin è costantemente trattato ed indicato come un animale o un sub-umano e così pure cittadini russi, così pure scrittori, intellettuali ed artisti di fama internazionale; al ministro degli esteri russo Lavrov viene precluso il diritto di raggiungere la Serbia in visita diplomatica (cosa che non fu fatta nemmeno durante la guerra del Golfo a Tereq Azziz),  ma se la leadership russa reagisce restituendo pan per focaccia allora, questo è condannabile. Per i media mainstream, ogni occasione è buona per dimostrare la disperazione e la follia che sta accadendo nella Federazione Russa.
E’ chiaro che ogni giorno i media cercano un capro espiatorio, sia pure se si tratta di parole  buttate lì su un social ad uso e consumo del pubblico russo (nessuno se ne sarebbe accorto se non ci fosse stata l’amplificazione mediatica. [Continua]

Visto? Siete delle teste di cazzo.
La seconda riguarda la leggenda che gli idioti di cui sopra stanno diffondendo a tamburo battente, del rabbino capo di Mosca che sarebbe scappato – in Ungheria, precisa qualcuno – perché lo si voleva costringere a sostenere la guerra in Ucraina, ed essendo una persona onesta non poteva ovviamente farlo (e suppongo che si dia per scontato che se si fosse rifiutato e fosse rimasto, ne avrebbe pagato con la vita). Riporto una pubblicazione israeliana con traduttore automatico (che a volte può essere impreciso, ma mai mente di proposito).

Il rabbino Pinchas Goldschmidt è stato rieletto per servire come rabbino capo di Mosca

In una riunione dei membri della comunità di Mosca tenutasi presso la Grande Sinagoga di Mosca, il rabbino Pinchas Goldschmidt, presidente della Conferenza rabbinica europea, è stato rieletto a servire come rabbino capo della città

08/06/2022

Il rabbino Pinchas Goldschmidt, presidente della Conferenza dei rabbini europei, è stato rieletto ieri sera (martedì) per servire come rabbino capo di Mosca. In una riunione dei membri della comunità di Mosca tenutasi nella Grande Sinagoga di Mosca, si sono svolte le elezioni per le posizioni di leader della comunità. Il rabbino Goldschmidt è stato rieletto rabbino capo per i successivi sette anni, anche se ora è in Israele per cenare con suo padre, in Israele. Il rabbino David Yeshuvayev è stato eletto rabbino ad interim, il dottor Grigory Roitberg è stato eletto presidente e il noto attivista, laureato alla Torat Chaim yeshiva di Mosca, è stato rieletto direttore generale della comunità. [Continua]

Come dicevo, siete delle teste di cazzo (e grazie all’amico Fulvio Del Deo che, a differenza di voi, si è preso la briga di cercare conferme alla “notizia”).

La terza riguarda la leggenda dell’eroica resistenza di tutto l’esercito unito e tutto il popolo unito pronti a combattere fino alla morte per la giusta causa di difendere l’integrità del suolo patrio dall’infame invasore, e non possono non vincere perché loro sono motivati dato che difendono la patria mentre i russi obbligati ad andare lì non sanno neppure per che cosa stiano combattendo.
Buona visione.

Sì, siete indiscutibilmente delle mastodontiche teste di cazzo
Concludo con una piccola preghiera. Forse, per almeno una delle richieste, non è ancora troppo tardi.

barbara

GURDARE IN FACCIA LA REALTÀ

Quella realtà che in troppi si rifiutano di guardare, o per interesse, o per ideologia malata.

GUERRA IN UCRAINA, REALTA’ E SOGNI

2 GIUGNO 2022

L’intera classe politica occidentale, da Joe Biden a Mario Draghi, dalla ministra tedesca della Difesa Baerbock (che a tratti pare essere il vero cancelliere) al premier polacco Morawiecki, è impegnata a ripetere ogni giorno, più volte al giorno, che la Russia deve essere sconfitta in Ucraina. Per la verità nelle ultime settimane c’è stato uno slittamento linguistico significativo: da “la Russia deve essere sconfitta” si è passati a “la Russia non deve vincere”, che forse è l’indice di una più cauta pretesa. Chissà. Però, anche quando ci fossimo ripetuti per l’ennesima volta ciò che tutti sappiamo ( ovvero che il cattivo, qui, è la Russia, l’invasore è il Cremlino, gli occupanti le truppe russe), ancora non potremmo sottrarci al confronto con la realtà dei fatti. Che in sintesi oggi dicono questo: dopo più di tre mesi di guerra la Russia non dà segni di volersi fermare; le sanzioni più massicce della storia (che come dice Draghi, si faranno sentire in estate…) non hanno ancora convinto la classe politica russa a cambiare linea; il territorio ucraino “occupato”, che era il 7% (tra Crimea e Repubbliche del Donbass) prima del 24 febbraio, ora è il 20%, e forse sarà di più nelle prossime settimane; e l’esercito ucraino, pur riorganizzato, rinforzato (nel 2021 Zelensky ha dedicato il 4,1% del Più alle forze armate), addestrato dagli ufficiali occidentali e armato (quasi) in ogni modo da mezzo mondo, in questa fase pare alle strette.
Certo, dal punto di vista politico di Varsavia, Londra o Washington ingolosisce la prospettiva di tagliare le unghie alla Russia, tanto più che i sacrifici di guerra li fanno gli altri, cioè gli ucraini. E poi in questi mesi ci è piaciuto fare il tifo per il più debole contro l’orso russo. È stato comodo trasferire sui nostri giornali ogni sorta di notizie e di false notizie abilmente diffuse da un sistema mediatico come quello ucraino, controllato dagli oligarchi (ne ho scritto nel numero di Limes appena uscito), messo al servizio del potere politico e infatti classificato, già prima della guerra, al 108° posto su 180 nella graduatoria mondiale della libertà di stampa (Russia al 156° posto). Comprese le fake news elaborate da Lyudmila Denisova, commissaria per i Diritti Umani che lo stesso Parlamento ucraino ha dovuto licenziare per non vergognarsi troppo. È stato divertente descrivere i militari russi come dei fessacchiotti senz’arte né parte e raccontare la guerra come una serie infinita di vittorie ucraine. Tutto bene. Peccato che ora la realtà dica altre cose.
E una delle cose che questa realtà dice è che sconfiggere la Russia o non farla vincere è possibile ma implica una conseguenza di cui troppo poco sia parla: assistere alla distruzione dell’Ucraina stessa. È un prezzo che siamo disposti a pagare? Anzi, per meglio dire, a far pagare agli ucraini? Sorprende la noncuranza con cui si parla di futuri piani per la ricostruzione dell’Ucraina, perché danno per scontato che sia inevitabile lasciarla radere al suolo da un’offensiva russa che, dai primi di aprile, cioè da quando il comando è stato affidato al generale Dvornikov, il “macellaio” che per la nostra informazione sarebbe già stato epurato, si è dedicata a demolire con cura l’intera infrastruttura del Paese, annientando fabbriche, ferrovie, stazioni, depositi, con gli effetti che ora vediamo sul campo. E tutto questo avviene nella parte decisiva per l’economia ucraina, quel “Donbass allargato” ricco di risorse naturali (per dire, è uno dei più grandi bacini al mondo di terre rare) che la Russia, con questa o quella formula, vuole annettere. Impediamo alla Russia di vincere in Ucraina e poi con un bel Piano Marshall tiriamo su tutto, è il ragionamento. Il bello, anzi il brutto, è che è più o meno lo stesso ragionamento che fanno i russi: tiriamo già Mariupol’ o Severodonetsk e poi distribuiamo aiuti umanitari e ricostruiamo, che problema c’è?
Sarebbe quindi ora di smetterla con le frasi fatte e con il finto coraggio di chi non partecipa al dramma. Per evitare di vedere l’Ucraina distrutta e con ogni probabilità smembrata, se non riportata alla situazione del Seicento, con la parte a Ovest del Dnepr controllata dalla Polonia e quella a Est dalla Russia, bisogna cercare un compromesso. Ovvero, un accordo in cui sia la Russia sia l’Ucraina perdono qualcosa rispetto alle intenzioni e alle speranze. Chi invece, da un lato e dall’altro, vuole proseguire la guerra abbia almeno la dignità di ammettere che pur di sconfiggere Putin è pronto a sacrificare l’Ucraina e gli ucraini. Il resto sono solo parole.
Fulvio Scaglione, qui.

Ucraina. L’ambiguità di Biden e le rivelazioni sul figlio

È inconsueto che il presidente americano parli al mondo attraverso un articolo di giornale invece che in un discorso, ma così è stato e ieri ha pubblicato sul New York Times un intervento in cui spiegava l’impegno Usa a sostegno dell’Ucraina, anche per rispondere alle domande, sempre più pressanti, di fare chiarezza sull’impegno Usa.
Nell’articolo, a parte la solita retorica, due aspetti rilevanti. Il primo è il tono moderato dello scritto: nessun insulto a Putin e la riaffermazione che gli Usa non sostengono un regime change in Russia né cenni sui crimini di guerra attribuiti a Mosca [ovvio: quando parla, anche se i discorsi glieli preparano, finisce sempre che, essendo demente, gli scappa di mano – o per meglio dire SI scappa di mano – mentre un articolo viene pubblicato così come lo hanno scritto]. Un passo indietro, dunque, rispetto a certi interventi estremi del passato.
Al di là delle solite accuse al nemico, non si rinviene neanche alcun cenno all’integrità territoriale dell’Ucraina o alla cacciata dell’esercito russo, solo la prospettiva di vedere la nazione preservata nella sua fisionomia “democratica, indipendente, sovrana e prospera” [tanto democratica da mettere fuorilegge tutti i partiti di opposizione e chiudere le televisioni non allineate; tanto indipendente da venire finanziata e armata e addestrata da anni da uno stato estero; tanto sovrana che un qualsiasi pincopallino straniero può far destituire un procuratore capo che indaga sui suoi loschi affari; tanto prospera da dover mandare le sue donne meno giovani in giro per il mondo a pulire il culo a vecchi invalidi e le più giovani a fabbricare figli per conto terzi – e, se sono vere le voci che corrono, ad assassinare bambini e neonati per venderne gli organi] e un rilancio della soluzione diplomatica, che deve essere il fine della difesa ucraina, come peraltro ha detto Zelensky.
Insomma, una prospettiva che si può definire relativamente distensiva, come notato anche dai media russi. Connotazione che appare ribadita nella conclusione, nella quale spiega che l’America rimarrà a fianco dell’Ucraina “nei mesi a venire”… cenno significativo perché non resta nell’indefinito, ma ha una qualche scadenza: non una guerra infinita, quindi, ma  di “mesi” (fino alle midterm di novembre?).
La seconda cosa, in contrasto con quanto rilevato sopra, è la dichiarazione riguardo all’invio di missili all’Ucraina (oltre all’altro armamentario elencato nello scritto). Su tali missili si è svolto un braccio di ferro intenso quanto segreto nel cuore dell’Impero, con Biden che aveva fatto trapelare il suo niet all’invio di sistemi missilistici a lunga gittata, raccogliendo un accennato plauso dei russi per la “saggezza” dimostrata.
E, però, sono tante le ombre sul sistema missilistico effettivamente inviato, che pare sia tarato per colpire a 80 Km di distanza, collocandolo nella sfera dei missili a medio raggio. In realtà, le informazioni in merito all’effettiva gittata sono contraddittorie e tali da non escludere sorprese. L’unica cosa che si sa per certo è che gli americani hanno dichiarato che le autorità ucraine hanno assicurato che non saranno usate contro il territorio russo [e le autorità ucraine sono un uomo d’onore].
I russi, ovviamente, non si fidano di tale rassicurazione e parlano di escalation, riguardo la quale hanno annunciato che prenderanno contromisure adeguate, sia sul campo di battaglia che altrove (in parallelo, hanno svolto esercitazioni con il loro arsenale atomico).
L’ambiguità che permea la fornitura di tale armamento rende la decisione di Biden rischiosa.
In realtà i missili non cambieranno molto sul campo di battaglia, al massimo infliggeranno più perdite ai russi, ai quali, però, resterà il controllo della situazione in Donbass. Ma cambierà molto se tali ordigni saranno lanciati contro la Russia, che potrebbe reagire (non con l’atomica: ha varie opzioni alternative).
Tanta ambiguità a rischio contrasta con il precedente niet di Biden sui missili a lungo raggio, come se fosse stato costretto a piegarsi a pressioni indebite. A tale proposito, va registrato che proprio in questi giorni il segretario della Nato Jens Stoltenberg è volato in America.
Il Superfalco avrà sicuramente unito la sua voce a quelle dei falchi made in Usa, vincendo il braccio di ferro [nel caso qualcuno ancora dubitasse del fatto che Biden è una marionetta messa lì unicamente per obbedire alla cricca che tira i fili, cosa mai riuscita con Trump]. Una vittoria che trapela anche dalle dichiarazioni che ha reso durante la ripartenza dagli Stati Uniti, quando ha avvertito il mondo di prepararsi a una lunga guerra di “logoramento“.
Per inciso, altre volte abbiamo accennato a come nei momenti più cruciali  riemerga il caso del portatile di Hunter Biden, coincidenze che fanno immaginare, magari a torto, che lo scandalo sia brandito per fare pressioni sulla presidenza.
Puntuale, la vicenda è riemersa anche in questa occasione chiave, con il suo bagaglio di rivelazioni inquietanti, che stavolta contenevano anche riferimenti a un indefinito “papà”. A ritirare fuori la vicenda è stato il britannico Daily Mail, vicino ai conservatori del Regno Unito, l’ambito più ingaggiato nella guerra ucraina.
Al di là delle coincidenze temporali, resta che all’interno dell’Occidente si assiste a una lotta tra quanti tentano di chiudere in qualche modo il conflitto (per impedire che travolga il mondo) e quanti vogliono trasformarlo nell’ennesima guerra infinita (o di logoramento che dir si voglia), nulla importando i rischi di escalation.
Biden ci sta provando, appoggiandosi sembra al Pentagono, ma non ha la forza dalla sua, da qui la pericolosa ambiguità operativa che si dipana in parallelo all’altisonante retorica.
Resta che il New York Times in calce all’articolo del presidente ha voluto richiamare il suo precedente editoriale, nel quale il giornale della Grande Mela chiedeva l’avvio di un negoziato permeato di realismo (ne abbiamo riferito in altra nota). E lo ha accompagnato pubblicando, nello stesso giorno, il j’accuse di Christopher Caldwell contro l’amministrazione Usa, colpevole più di altri del prolungarsi di questo conflitto.
La dialettica è destinata a durare, come anche la guerra ucraina.
3 giugno 2022, qui.

E a proposito di armi, guardate come sono belle le nostre. Se ci fate attenzione, lo dice anche lui: “ocen krasiva”, molto bella:


Poi ci sarebbe questo signore

“L’ucrainizzazione dell’Europa ha avuto inizio. Chi come il Pd ha organizzato eventi con questo signore e riso per le sue simpatie neo-naziste ha le responsabilità maggiori. Noi non dimentichiamo.” (Qui)

Ora vediamo le navi tenute in ostaggio dall’Ucraina, con gli equipaggi nutriti dai russi

Concludo con due immagini molto recenti, che sembrano di un’altra era geologica: Putin che riceve Angela Merkel a Mosca

e Angela Merkel che riceve Putin a Berlino

A proposito: avete mai visto un capo di stato (in prima battuta avevo scritto “uno statista”, ma poi mi sono resa conto che nessuno dei miei lettori è abbastanza vecchio da averne mai visto uno), o un qualsiasi politico italiano, commuoversi tanto all’ascolto del proprio inno nazionale da dover fare un visibile sforzo per non piangere?

barbara

QUALCHE RIFLESSIONE RACCATTATA IN GIRO

Una sulla situazione bellica.

Sull’Ucraina, non ci sto

di Cristofaro Sola

Di rado, su questo giornale, mi esprimo in prima persona. Preferisco il “noi”. Non è civetteria. E neppure un ingiustificato senso di grandezza trasfuso in un ridicolo plurale maiestatis. È piuttosto una scelta di metodo per rendere evidente il coinvolgimento del lettore nelle cose che scrivo. È un modo semplice ma diretto per onorare il patto di lealtà che si stipula tacitamente tra chi scrive e chi legge. Niente di più. Tuttavia, tale criterio non può valere sempre. Ci sono delle circostanze nelle quali è doveroso, per dirla con orrenda locuzione, “metterci la faccia”. Ciò di cui sto per dire è una di quelle.
Sono quasi cento giorni che, a proposito della crisi russo-ucraina, la grancassa dei media batte sul medesimo tasto: Vladimir Putin è il tiranno aggressore da abbattere (quelli bravi lo chiamano regime change), il popolo ucraino è eroico nel battersi per la libertà, il fronte degli occidentali è compatto nel sostenere l’Ucraina fino alla sconfitta del nemico. E poi il messaggio subliminale: resistete, resistiamo che, alla fine, vinceremo. Sì, la spunteremo noi. We shall overcome, canterebbe Joan Baez.
Ne ho piene le tasche di ascoltare castronerie. Non vedo alcuna alba radiosa all’orizzonte. E per gli ucraini, di cui all’improvviso abbiamo scoperto di essere fratelli di latte, ciò che vedo al momento è morte e distruzione. Non prendiamoci in giro e, soprattutto, non illudiamo quei poveracci che si stanno facendo massacrare in nome di un avvenire di benessere facile che l’Ovest ha mostrato loro dal buco della serratura dell’Unione europea. Nel frattempo, ci stiamo impoverendo. Stiamo tornando indietro, come europei e come italiani. Per cosa? Per dare a qualcuno ciò che non possiamo dargli? La dico dritta. Non sono un “putiniano”. Essendo cresciuto nel mito del pragmatismo bismarckiano, giudico questa guerra profondamente sbagliata. Peggio: prevedo che questa guerra porterà l’Occidente alla catastrofe. In tutti i sensi. Perciò, maledico la classe di governo che l’Occidente si ritrova sul groppone, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, per l’assoluta miopia dei suoi protagonisti, inetti e pericolosi. Compreso il nostro premier che, lasciatemelo dire, è stata una delusione cocente. Pensavo che il dottor Mario Draghi valesse di più. Mi sbagliavo.
Il graduale, ma irreversibile, assorbimento della Russia post-comunista nella sfera geopolitica e culturale dell’Europa democratica e libera avrebbe dovuto essere la stella polare per i governanti occidentali, se avessero avuto criterio. Invece, hanno fatto e stanno facendo l’esatto contrario. Puntano all’isolamento della Russia e fanno a gara per spingere Mosca tra le braccia della Cina. Che è il vero nemico dell’Occidente, perché, a differenza della Russia, non è mai stata “europea” e, negli ultimi due decenni, ha sviluppato una crescente volontà di potenza, destinata a trasferirsi dal piano strettamente finanziario-commerciale a quello geopolitico e strategico. Pechino aveva bisogno di assicurarsi un partner fedele che gli garantisse forniture illimitate di materia prima, in particolare energetica, per completare il suo progetto espansionistico, concepito sull’aggressione alle economie del mondo per il tramite delle proprie manifatture e delle proprie risorse finanziarie. Lo hanno trovato grazie agli occidentali: la grande madre Russia trasformata nel drugstore del gigante asiatico. Si può essere più stupidi? Ci stiamo accanendo contro un falso bersaglio: Putin che invade l’Europa emulando al contrario due pazzie, quelle di Napoleone Bonaparte e di Adolf Hitler, quando il nemico reale è già tra di noi? Pechino ha piazzato i suoi avamposti in Occidente grazie agli accordi per ricreare la Via della SetaBelt and Road Initiative, così si chiama il progetto di espansione globale cha anche un nostro Governo (il Conte prima versione) ha gioiosamente – e colpevolmente – sottoscritto. Dire queste cose provoca l’orticaria a quel benpensante? Pazienza, se la faccia passare con un efficace antistaminico perché non cambio idea: il sostegno all’Ucraina contro Mosca è stata ed è una monumentale fesseria. Che purtroppo pagheranno i nostri figli perché, a differenza della mediocre classe dirigente occidentale, a Pechino hanno pazienza e vista lunga.
Intanto, c’è stato un primo assaggio di ciò che avverrà in futuro. Qualche giorno fa, aerei russi e cinesi, impegnati in un’esercitazione militare congiunta sul Mar del Giappone, hanno violato lo spazio aereo nipponico nel momento in cui il presidente Usa, Joe Biden, era a Tokyo insieme al primo ministro indiano, Narendra Modi, e al neoeletto premier australiano, Anthony Albanese, per il vertice del Dialogo quadrilaterale di sicurezza (Quad) nel quadrante geopolitico dell’indopacifico. Capite che vuol dire? La più grande potenza nucleare al mondo che si salda al gigante economico e tecnologico asiatico. Russia e Cina insieme possono arrivare dove vogliono. Provare a fermarle porterà alla Terza guerra mondiale, con esiti facilmente intuibili. E pensare che c’è stato un tempo nel quale i russi le esercitazioni militari le facevano con gli italiani. Il protocollo Ioniex vi ricorda nulla? Vi rinfresco la memoria: esercitazioni bilaterali aeronavali italo-russe nel mar Ionio, nella cornice degli accordi di Pratica di Mare del 2002. Era la strada giusta da percorrere, ma l’insipienza dei governanti occidentali, che si sono succeduti negli ultimi due decenni, l’ha cancellata. E oggi se ne pagano le conseguenze. Prevengo il moto di sdegno dei “sinceri atlantisti e convinti europeisti”: darla vinta a Putin è una sconfitta per la libertà. Stupidaggini condite con dosi massicce d’ipocrisia.
E, per favore, non si tiri fuori l’abusato Winston Churchill [c’è stato addirittura chi ha avuto il coraggio di paragonarlo a Pericle, se è per quello] e la sua fermezza nel rifiutare qualsiasi cedimento a Hitler. Il primo ministro britannico, nel 1940, poté mantenere il punto con il nemico perché aveva il sostegno degli Stati Uniti ma, soprattutto, perché non era in campo avverso l’Unione Sovietica. La Storia non è fatta di “se”. Tuttavia, a titolo di puro esercizio intellettuale, qualche iperbole ce la si può concedere. Immaginate se Hitler, invece di rinnegare il patto Molotov-von Ribbentrop, siglato nell’agosto del 1939, di non aggressione tra la Germania e l’Unione Sovietica e invece d’invadere il territorio russo nel giugno del 1941 – Operazione Barbarossa – avesse convinto Stalin a fare fronte comune contro le “plutocrazie” capitalistiche occidentali aprendo la strada alle armate del Reich, attraverso il Caucaso, verso il Medio Oriente e le sue risorse petrolifere, pensate che il signor Churchill avrebbe mantenuto la stessa granitica fermezza contro Hitler? O avrebbe riconsiderato la strada del negoziato con Berlino mettendo in conto l’assoggettamento di gran parte del territorio europeo continentale al Reich? Oggi Putin sta vincendo.
All’Occidente resta una sola opzione: decidere se circoscrivere il danno. La massa d’incapaci che occupa le cancellerie occidentali farebbe bene a prendere lezioni di realpolitik da un grande vecchio che di queste cose ne capisce. Il novantanovenne Henry Kissinger lo ha detto senza giri di parole: non cercate una sconfitta devastante per la Russia in Ucraina e cercate invece di convincere Kiev a cedere una parte del suo territorio alla Russia. Questa guerra sta rimodellando l’equilibrio geopolitico mondiale. C’è ancora pochissimo tempo perché ciò non avvenga a totale danno dell’Occidente. Si obietterà: gli ucraini non ci stanno a perdere territorio. Comprensibile, ma li abbiamo chiamati eroi, allora lo siano fino in fondo. Cosa fanno gli eroi? Si sacrificano per salvare altri. Privarsi di un pezzo di territorio per ottenere in cambio una solida riappacificazione dell’Ovest con la Russia è nell’interesse anche degli ucraini. Non lo si vuole fare? Vorrà dire che è proprio vero ciò che dicevano i latini: a quelli che vuole rovinare, Giove toglie prima la ragione.
L’offensiva russa andrà avanti, lenta ma inarrestabile, scandita a colpi d’artiglieria e di bombardamenti missilistici. Obiettivo: la conquista dell’Oblast’ di Odessa fino al Delta del Danubio e al ricongiungimento con la Transnistria, in Moldavia. Risultato atteso da Mosca: l’acquisizione del Mar d’Azov al regime delle acque interne dello Stato russo e il pieno controllo della costa settentrionale del Mar Nero con la contestuale esclusione dell’Ucraina dai benefici economico-strategici dello sbocco al mare. E per l’Occidente? Sapere di avere un nemico giurato alle porte, lietissimo di sostenere i nuovi amici di Pechino nel progetto di fagocitare Taiwan. È la consapevolezza di tale scenario prossimo venturo che ci fa rimpiangere l’assenza sul campo non soltanto del nostro Silvio Berlusconi ma anche di Angela Merkel e di Donald Trump sull’altra sponda dell’Atlantico. Con tutti loro in sella sono certo che non si sarebbe arrivati a questo disastro. E noi italiani staremmo a goderci l’agognata ripresa economica.
(l’Opinione, 29 maggio 2022)

Una sulla questione identitaria e sociale.

Isteria antirussa, figlia di un pensiero subordinato al vassallaggio

di Karine Bechet-Golovko, una giornalista franco- russa che ha collaborato in passato con questo blog:

L‘isteria antirussa, che sta invadendo le nostre società, è preoccupante sotto diversi punti di vista, ma soprattutto per quanto riguarda la nostra civiltà, e quindi la nostra visione dell’uomo in questo mondo in decostruzione. La nostra decostruzione. Per anni abbiamo decostruito la civiltà europea, che i nostri antenati hanno impiegato secoli per stabilire, lotta dopo battaglia, nota dopo nota, frase dopo frase, prendendo deviazioni, tornando alle origini, per renderci finalmente umani.
Per renderci esseri complessi, ricchi, capaci di costruirsi per tutta la vita, di decidere cosa vogliono essere, la società in cui vogliono vivere, i valori del mondo che devono raggiungere.
Per farci un essere che ha dei sogni e un ideale, un essere vivente e che dà la vita, un essere che sa ridere, di sé stesso quanto dell’altro.
Per renderci liberi ed esigenti, impegnati e tolleranti. Vale a dire orgoglioso della nostra sostanza, pur accettando l’altro nella sua differenza.
Questo fragile equilibrio della civiltà europea è preso d’assalto da anni, a suon di trombe in primis e dell’impoverimento del discorso e dell’essere, della loro radicalizzazione: non si ride più dell’altro, ma di sé stesso (e non per tutti, i criteri razziali diventano preponderanti); non sogniamo più e non viviamo più, ma dobbiamo avere paura della morte e quindi smettere di vivere per morire comunque; non sorridiamo più, non prendiamo più le cose con umorismo, ma come quell’uomo dalla faccia rossa sul pianeta del Piccolo Principe, siamo uomini seri, abbiamo fretta; si è “tolleranti”, al punto da rinnegare se stessi.
Quest’opera di indebolimento antiumano è proseguita oggi al ritmo delle dichiarazioni guerrafondaie dei leader del verderame, avendo dimenticato da tempo cos’è l’uomo, cos’è la cultura europea, cosa ha avuto la Francia in termini di influenza culturale. Leader, che volontariamente vogliono schiacciare ciò che siamo, affinché, mai, oh mai, possiamo tornare ad essere ciò che siamo stati.
Le opere e i balletti, riscritti o deprogrammati perché troppo “razzisti”, sono attualmente sospesi perché troppo russi. Chi può, infatti, osare guardare a teatro il capolavoro che è Il lago dei cigni [1] o ascoltare Čajkovskij [2] alla radio, quando c’è un conflitto in Ucraina? Qual è la connessione? Nessuna, la bellezza senza tempo del Lago dei cigni, l’emozione insostituibile della musica di Čajkovskij non sono messe in discussione, è la ricchezza della cultura europea che lo è allora. Perché il tempo non è più per la cultura, ma per l’allineamento.
Fin dove si spingerà questa follia? Fino a negare Dostoevskij, Cechov, Puskin? Perché sono russi? In che modo la nostra identità crescerà e la arricchirà? In che modo la nostra civiltà sarà più forte e più felice?
Sembra che l’assoluta “tolleranza” portata dalla globalizzazione, che porta al culto dell’altro e alla denigrazione di sé, che l’assimilazione forzata di tutte le culture, che porti alla diluizione delle culture nazionali, che questi fenomeni globali non abbiano nulla da fare con la Russia... Ciò che è russo deve stare fuori da questo crogiolo ed è ora chiamato a stare fuori dalla nostra acculturazione globale. Il che è abbastanza buono per la cultura russa in sé, ma sottolinea l’ipocrisia del fenomeno globale.
Chi siamo dopo tutto questo? Siamo più francesi, perché rifiutiamo la cultura russa? La nostra cultura, la nostra civiltà saranno più europee se verranno amputate dalla Russia? No, semplicemente per definirsi un essere globale, per costruire questo tanto atteso “cittadino del mondo”, che non ha radici ed è perfettamente modulare e intercambiabile, non serve la cultura russa – troppo russa, troppo nazionale, frutto di un Paese che non accetta “valori” globali, che non accetta di fondersi nella globalizzazione.
Chi siamo finalmente diventati a forza di amputazioni ripetute e cumulative?
Questa tragedia che l’uomo sta vivendo in questi anni, e che si è accentuata negli ultimi mesi, mi fa pensare alle prime pagine del libro di Amin Maalouf, Les Identités assassinates [3] , di cui vorrei citarvi alcune linee:

“A volte, quando ho finito di spiegare, in mille dettagli, per quali precisi motivi rivendico in toto tutte le mie affiliazioni, qualcuno mi si avvicina per sussurrarmi mettendomi una mano sulla spalla: “Hai fatto bene a dirlo, ma nel profondo, come ti senti? “. Questa domanda insistente mi ha fatto sorridere a lungo. Oggi non sorrido più. Perché mi sembra rivelare una visione degli uomini diffusa e, ai miei occhi, pericolosa. Quando le persone mi chiedono chi sono “nel profondo di me stesso“, questo suppone che ce ne sia uno, “nel profondo” di ciascuno, un’unica appartenenza che conta, la loro “verità profonda” in un certo senso, la sua “essenza”, determinato una volta per tutte alla nascita e che non cambierà mai; come se il resto tutto il resto – la sua traiettoria di uomo libero, le sue convinzioni acquisite, le sue preferenze, la sua stessa sensibilità, le sue affinità, la sua vita insomma – non conti nulla. E quando incoraggiamo i nostri contemporanei a “affermare la loro identità”, come spesso facciamo oggi, ciò che diciamo loro è che devono trovare nel profondo di loro stessi questa cosiddetta appartenenza fondamentale (…). Chi rivendica un’identità più complessa si ritrova emarginato”.

L’era attuale non si distingue per la sua complessità, per la sottigliezza né per la ricchezza. L’epoca odierna è quella della semplificazione estrema, della caricatura. Va verso il rifiuto, al ritiro, all’oblio. Tuttavia, ogni individuo è costruito nel tempo, per diventare – o meno – questo essere complesso che chiamiamo con rispetto e talvolta invidia Uomo. Ci costruiamo sulla base del terreno in cui nasciamo, nella famiglia che ci ama e ci tiene in piedi, nella scuola, che ci modella e deforma per inserirci negli schemi della società, con le nostre letture e le nostre passioni, che prendono uscendo da questo stampo, ci evolviamo grazie a ciò che ascoltiamo, a ciò che vediamo. Ci costituiamo e allo stesso tempo costituiamo la società in cui viviamo.
Ad ogni rifiuto perdiamo una parte di noi stessi. Ad ogni amputazione diventiamo più poveri. A rischio di diventare esseri viventi, nel senso strettamente biologico del termine. Stili di vita abbastanza semplici… e in definitiva molto più facili da governare.
Abbiamo il coraggio di tornare alla complessità e di lasciare i nostri governanti al loro vassallaggio, se questo è il limite estremo del loro coraggio nazionale. I popoli hanno più in comune tra loro che con le loro élite dominanti e le minoranze radicali che manipolano.  Non lasciamo che questo legame si spezzi, in nome di interessi, che ci sono estranei, che sono estranei all’umanesimo che unisce noi.

[1] https://www.varmatin.com/culture/la-maison-pour-tous-de-montauroux-deprogramme-le-ballet-du-bolchoi-de-moscou-750469

[2] https://www.radioclassique.fr/magazine/articles/guerre-en-ukraine-le-compositeur-russe-tchaikovski-deprogramme-par-lordre-philharmonique-de-cardiff/

[3] Edizioni Grasset, 1998, p. 8-9

fonte: Russiepolitics (https://russiepolitics.blogspot.com/2022/05/billet-du-vendredi-et-si-lon-revenait.html?m=1) (Qui)

E una di strategia globale.

L’ordine globale Nato chiude le porte a qualsiasi alternativa

di Eleonora Piergallini

In un lungo articolo pubblicato sul Guardian, Thomas Meaney, ricercatore presso il Max Planck Institute di Gottinga, ripercorre la storia della Nato per evidenziarne la natura e l’interessante parabola percorsa dalla sua genesi.
Come scrive Meaney, dopo essere stata messa in discussione dall’amministrazione Trump, “la Nato è tornata, con l’invasione dell’Ucraina. Vladimir Putin ha risollevato da solo le sorti dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, riportandola in cima all’agenda della politica estera”.
Dopo la caduta del muro di Berlino, ci si è interrogati a lungo sulla natura della Nato, fino al sospetto che non fosse mai stata solo un’alleanza militare, ma un organismo più politico al servizio degli Stati Uniti, la cui supremazia al suo interno è indiscussa e indiscutibile (se un membro intende lasciare l’alleanza, ricorda Meaney, deve chiederlo al presidente degli Stati Uniti).
Come suggerisce l’articolo, l’invasione dell’Ucraina è diventata un trampolino di lancio per una nuova prospettiva della NATO. “Gli strateghi militari statunitensi”, scrive infatti Meaney, “sognano nuovamente di aprire un fronte Nato nel Pacifico, mentre i burocrati dell’UE progettano una nuova alleanza Nato per Internet […]. Il vecchio sceriffo della Guerra Fredda ha ritrovato il suo ruolo guida e, con sorpresa di molti, ha dimostrato di essere una forza straordinariamente agile ed efficiente nella lotta contro la Russia”.
Di grande interesse, la conclusione dell’articolo: “lo storico inglese EP Thompson sosteneva nel 1978 che il “Natopolitanism” era una forma di apatia estrema, una patologia avvolta in un’ideologia vuota che sapeva solo a cosa si opponeva. Ma Thompson scriveva in un momento in cui gli appelli ad abolire l’alleanza non erano ancora diventati un incantesimo stanco. Nel 1983, il posizionamento dei missili Pershing da parte della NATO in Germania occidentale poteva ancora suscitare proteste, tra le più grandi della storia tedesca del dopoguerra”.
“Ma se un tempo l’istituzionalizzazione della Nato e della strategia nucleare era considerata una mossa letale da molti cittadini degli Stati Nato, successivamente le recenti guerre della Nato in Libia e in Afghanistan sono state realizzate senza ostacoli interni, nonostante il loro abissale fallimento e nonostante abbiano palesemente reso il mondo un posto più pericoloso”.
“L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha rappresentato per la Nato il momento più pacificante possibile. Nessuno dubita dell’effettivo sostegno della Nato alla difesa del territorio ucraino, anche se la guerra non è ancora finita”.
“La domanda più difficile è se la Nato, più che garantire pace e libertà, non sia in realtà un legaccio della guerra fredda, che ha limitato la libertà dell’Occidente – e messo in pericolo le popolazioni di tutto il mondo. In un momento in cui c’è bisogno come non mai di un ordine mondiale alternativo, la Nato sembra chiudere la porta a tale possibilità. La Nato sembra essere tornata. Ma solo per issare la vecchia bandiera: ‘Non c’è nessuna alternativa’”. (Qui)

E dunque NATO delenda est e UE delenda est: non c’è alternativa.

barbara

ANCHE QUESTE, A MODO LORO, SONO GUERRE

Solo che nessuno (quasi) ne parla.

Gli emiri si sono comprati il calcio europeo e lo usano per far vincere l’Islam

Un rapporto rivela: i regimi arabi sfruttano gli acquisti faraonici (grazie al gas e petrolio che implora l’Europa) per la causa musulmana. Ci stanno riuscendo (chiedere a Macron e Sarkozy sul Qatar)

Il Newcastle è di proprietà dell’Arabia Saudita. Il Paris Saint Germain è del Qatar. Il Manchester City è degli Emirati Arabi, come il Girona spagnolo, la francese Troyes e la belga Lommel. Il Wigan inglese è del Bahrain. Lo Sheffield United è sempre dell’Arabia Saudita, come la belga Beerschot, l’Almeria spagnola e il francese Chateauroux. Gli Emirati Arabi ora vogliono comprarsi anche il Milan attraverso la InvestCorp.
A cosa servono tutte queste squadre di calcio agli sceicchi e agli emiri? Lo racconta un dossier dell’Atlantic Council. Non è una banale storia di calcio, ma una straordinaria operazione politica, economica e religiosa.
Le dittature arabe hanno capito che il linguaggio sportivo è il più potente mezzo per sedurre il pubblico occidentale. E così l’Arabia Saudita, che è il più grande finanziatore di estremismo islamico in Inghilterra secondo un rapporto, ha visto bene di comprare il Newcastle, il cui presidente è anche il capo della Saudi Aramco, che con 2.430 miliardi di dollari è appena diventata l’azienda pubblica di maggior valore al mondo (la guerra in Ucraina e la crisi energetica è stata una manna per i regimi islamici), Yasir Othman Al-Rumayyan. Il Newcastle è la squadra di calcio più ricca del mondo, ma l’ultima volta che ha vinto il campionato di calcio fu nel 1927. Perché degli sceicchi sauditi dovrebbero spendere 300 milioni di sterline per una squadra di livello così basso?
Emirates, Etihad Airways e Qatar Airways hanno tutte importanti accordi con le squadre di calcio europee del valore di centinaia di milioni di dollari. Gli investimenti mirano a rafforzare i legami dei regimi arabi con le reti commerciali in Occidente. Qatar Airways ha molte partnership con tante squadre di calcio, in particolare il Barcellona, mentre l’affare di Emirates con l’Arsenal dimostra i vantaggi delle partnership tra club di calcio e la compagnia araba, che ha visto il valore triplicare in dieci anni. Il Qatar ospiterà la Coppa del Mondo del 2022, che dovrebbe veder arrivare 1,2 milioni di turisti.
A parte i vantaggi economici, il calcio è un veicolo senza uguali per attuare il “cambiamento sociale”, come la popolarità del calciatore egiziano Mo Salah del Liverpool contro l’“islamofobia” e le immagini di Karim Benzema che promuove i pellegrinaggi alla Mecca.
Il Paris Saint Germain è stata appena travolta da un caso imbarazzante: Idrissa Gana Gueye, centrocampista di nazionalità senegalese, si è rifiutato di scendere in campo per la Giornata mondiale contro l’omofobia. Ma la stampa si è guardata bene dal ricordare la fede islamica del giocatore. Come si è guardato bene David Beckham, ambasciatore dei mondiali del Qatar e icona Lgbt, dal criticare il fatto che nell’emirato è illegale essere gay. Da poco è uscita la notizia che Beckham ha firmato un contratto di 178 milioni con il Qatar.
El Mundo ha denunciato l’operazione con cui la famiglia reale del Bahrain ha acquistato la squadra di Cordoba. E Der Spiegel ha appena dimostrato che Khaaldoon Al Mubarak, presidente del Manchester City e primo ministro di Abu Dhabi, ha spostato ingenti somme di denaro controllate dal governo direttamente sui conti del club inglese.
Migliaia di fan del Newcastle hanno celebrato l’acquisizione saudita, sventolando bandiere saudite e indossando abiti arabi. Se non bastasse, la nuova maglia ufficiale della squadra inglese è praticamente identica a quella della nazionale saudita.
L’entusiasmo dei fan è presto spiegato: il Manchester City degli Emirati Arabi e il Paris Saint Germain del Qatar hanno vinto dodici scudetti sotto la loro proprietà nell’ultimo decennio. L’Arabia Saudita spende senza ritegno per ospitare partite come la Super Coppa spagnola fra Real Madrid e Barcellona. “In dieci anni il Qatar ha investito più di 1,5 miliardi di euro nel Paris Saint Germain”, racconta una inchiesta di L’Express. “La squadra aveva vinto solo due titoli di campioni di Francia in quarant’anni, ora ne ha otto”. E dopo l’acquisizione del Paris Saint Germain, il Qatar ha annunciato 50 milioni di euro destinati a “progetti educativi” (leggi, islamici) nelle banlieue parigine (Mbappé è l’“eroe della banlieue”). L’obiettivo del Qatar, ha detto Georges Malbrunot, autore del libro Nos très chers émirs, è “prendere il controllo dell’Islam francese”. I nostri cari emiri…
Intanto, questi club arabizzati tessono le relazioni politiche. Per evitare che la stella del calcio francese Kylian Mbappé traslocasse al Real Madrid sono appena intervenuti il presidente francese Emmanuel Macron e l’ex presidente Nicholas Sarkozy. “Macron d’Arabia”, che a Doha ha firmato contratti per 12 miliardi di euro con il Qatar.
“Senza l’intervento dell’ultim’ora di Sarkozy su Michel Platini, il Qatar non avrebbe mai avuto i Mondiali, Turchia,Grecia,è la prima volta che un intervento politico cambia una grande decisione nel mondo del calcio“. Queste sono le dichiarazioni di Sepp Blatter, rilasciate a Le Monde. L’elvetico, ex presidente della Fifa, ha lanciato un durissimo attacco alla gestione di Platini relativamente all’assegnazione dei Mondiali 2022 e al ruolo di Sarkozy e del Qatar.
Ma andiamo per ordine.
Nel 2011 il Qatar acquista la squadra di calcio francese grazie all’intervento dell’allora presidente Sarkozy. L’acquisizione, da parte del Qatar, di proprietà statale, è seguita a un pranzo all’Eliseo fra Sarkozy, Platini e la famiglia reale del Qatar. Platini ha rivelato che Sarkozy voleva che i qatarioti acquistassero il Paris Saint Germain. Al figlio di Platini, Laurent, è stato offerto il lavoro come amministratore delegato di Burrda, la società di abbigliamento sportivo del Qatar.
Il 2011 è anche l’anno delle “primavere arabe”. La Francia di Sarkozy, per interessi petroliferi e politici, dichiara guerra alla Libia di Gheddafi. Il Qatar – attraverso Al-Jazeera – si vedrà riconoscere il ruolo nella “creazione di un ambiente propizio alla Primavera araba”, appoggiando gli islamisti per rimpiazzare i regimi laici in Tunisia, in Libia e in Egitto. Sarkozy avrebbe poi lavorato a favore dei Mondiali del Qatar. Calcio, politica, Islam…Non è tutto abbastanza chiaro?
Ora ne emerge un’altra. L’ufficio a Downing Street del premier inglese Boris Johnson sta impedendo al quotidiano The Mail on Sunday di vedere la corrispondenza relativa alla vendita per 305 milioni di sterline del Newcastle al fondo sovrano saudita. “La divulgazione di informazioni potrebbe minare il ruolo del Regno Unito in Medio Oriente. Se vogliamo continuare a svolgere un ruolo di influenza, allora le nostre relazioni bilaterali devono essere protette”. Il principe saudita Mohammed Bin Salman ha contattato personalmente Johnson nel giugno 2020, avvertendolo che le relazioni anglo-saudite sarebbero state danneggiate se non fosse stata approvata la vendita della squadra di calcio. Guarda caso, nel pieno della guerra in Ucraina Boris Johnson è volato in Arabia Saudita per firmare nuovi contratti petroliferi. E non soltanto petrolio.
L’emiro di Dubai che possiede il Manchester City è stato a lungo uno dei maggiori azionisti della mega banca inglese Barclays con quattro miliardi di sterline, la banca più grande del Regno Unito. L’emiro, Mansour bin Zayed al-Nahyan, nel 2008 salvò la Barclays dalla crisi finanziaria. La stessa banca che da anni spinge per gli “sharia bond”, la finanza islamica? Fu il premier David Cameron a lanciare la candidatura di Londra a “capitale della finanza islamica in Occidente”, con l’annuncio del primo bond islamico, o sukuk, emesso da un paese non musulmano. “Voglio Londra al fianco di Dubai e Kuala Lumpur come una delle grandi capitali della finanza islamica in tutto il mondo”, disse Cameron. O come ha detto l’ex sindaco della City, Roger Gifford, “la finanza islamica dovrebbe essere britannica come il fish and chips, o come il cielo grigio di Londra”. Il governo britannico ha di recente emesso obbligazioni sovrane conformi alla sharia (la legge islamica) per un valore di 500 milioni di sterline, sette anni da quando è entrato nella storia come il primo paese al di fuori del mondo musulmano a emettere un sukuk sovrano.
Calcio, politica, Islam, affari…Non è tutto abbastanza chiaro?
Dopo la cerimonia del dodicesimo Dubai Globe Soccer Awards, che si è svolto il 27 dicembre 2021, stelle del calcio come Robert Lewandowski, Kylian Mbappé e Cristiano Ronaldo hanno pubblicato foto al Burj Khalifa sui social ed espresso la loro gratitudine nei confronti di Dubai (Ronaldo, che ha l’account Instagram più seguito al mondo con 419 milioni di follower, ha ringraziato Dubai in un post e ha scattato una foto con il principe ereditario).
Lo si è visto alla cerimonia di premiazione del Mondiale per club in Qatar. Hamad bin Khalifa Al Thani, fratello dello sceicco regnante e presidente del comitato olimpico, ignora completamente le assistenti brasiliane Edina Alves Batista e Neuza Back. Nel video si vede il presidente della Fifa, Gianni Infantino, istruire la squadra arbitrale femminile a non dare fastidio allo sceicco ed evitare contatti. Tre arbitri uomini avanzano verso Infantino, che dà loro una medaglia e scambia una stretta di mano. Poi vanno dallo sceicco, che li saluta. Arriva il turno delle due donne. Mentre ricevono le medaglie, Infantino sosta a parlare con loro e poi sfilano davanti allo sceicco senza alcuno scambio. 

Quando il Real Madrid è stato acquistato dagli sceicchi di Abu Dhabi si è piegato alla richiesta della Banca nazionale degli emirati affinché rimuovesse la croce posta in cima al suo storico stemma. Gli sceicchi non gradivano. Sui campi da gioco è sempre più comune vedere giocatori che ringraziano Allah. E la serie A tedesca ha appena permesso ai giocatori musulmani di interrompere il digiuno per il Ramadan e dissetarsi al tramonto durante una partita, interrompendola.
La polizia inglese ha deciso di indagare uno striscione dei fan del Newcastle che protestava contro la recente acquisizione del club da parte dei sauditi. Mostra un uomo vestito alla saudita che brandisce una spada insanguinata e che sta per decapitare una gazza, mentre i tifosi in sottofondo cantano: “Abbiamo riavuto il nostro club”. Lo striscione poi elenca i reati di cui il regime saudita è accusato da tutti i gruppi per i diritti umani: terrorismo, decapitazioni, violazioni dei diritti civili, omicidio, censura e persecuzione.
Le Figaro ha raccontato una straordinaria serata: “Decine di ospiti si sono affollati in Place de l’Étoile, all’hotel Landolfo Carcano, sede dell’ambasciata del Qatar. Nelle sale dai pannelli dorati con mosaici e affreschi, Sua Eccellenza Mohamed al-Kuwari ha insignito il vignettista Jean Plantu e Amirouche Laïdi, presidente del club Averroes, del premio ‘Doha Arab Cultural Capital’. L’ambasciatore ha premiato André Miquel (famoso arabista del Collège de France), Dominique Baudis (scrittore), Bernard Noël (famoso critico d’arte) e il poeta Adonis. Dall’ex ministro della Cultura Jack Lang al fondatore del Nouvel Observateur Jean Daniel, tutti se ne sono andati con un assegno di 10.000 euro…”.
Ma non sono tutti come gli intellettuali francesi. “Bastano 225.000 euro per comprare un famoso intellettuale e mostrarne il nome come un trofeo?”, si è chiesto lo Spiegel dopo che il più importante filosofo tedesco, Jürgen Habermas, avrebbe dovuto ricevere lo “Sheikh Zayed Book Award”, uno dei premi per autori più ricchi al mondo. Il patrono è Mohamed bin Zayed, principe ereditario di Abu Dhabi e sovrano degli Emirati. Alla fine, Habermas ha rifiutato. Ma nessuno oggi legge quasi più, mentre tutti guardano il calcio in tv.
E così, questi orrendi regimi basati sulla sharia comprano i migliori club a prezzi che soltanto loro possono permettersi grazie al gas e al petrolio di cui l’Europa ha bisogno, si ripuliscono l’immagine all’interno e promuovono l’immagine dell’Islam in Europa. E dovrebbe preoccuparci. Perché se la palla da calcio è notoriamente tonda, la terra secondo molti predicatori islamici è piatta e non gira intorno al sole.
Giulio Meotti

E quando saranno arrivati a comprarsi un numero sufficiente di squadre (oltre a immobili, grandi magazzini eccetera in tutte le capitali e grandi città europee, arriverà la sharia obbligatoria per tutti, come lo è già di fatto in moltissimi quartieri di tante città.
Nel frattempo la Turchia sta diventando (o dovrei dire RIdiventando?) sempre più aggressiva nei confronti della Grecia, che in teoria sarebbe un Paese NATO ma non gliene frega niente a nessuno, oltre che dell’Unione Europea, e già si è visto quanto bene le ha fatto.
E già che ci siamo parliamo un momento anche della giornalista di Al Jazeera della cui morte viene come sempre data la colpa a Israele, e peccato che i palestinesi abbiano rifiutato la proposta di un’indagine congiunta, abbiano rifiutato di consegnare il proiettile perché si potesse determinare senza possibilità di dubbio a quale parte appartenesse, abbiano rifiutato l’autopsia che avrebbe permesso di stabilire da dove provenisse il proiettile.

barbara

TUTTA LA GUERRA MINUTO PER MINUTO

Ho evidenziato alcuni passaggi che mi sembrano particolarmente significativi.

Breaking News dai fronti in Ucraina – 05.05.2022

00:11. Nell’ambito del corridoio umanitario Mariupol, il 4 maggio le autorità ucraine hanno evacuato 344 persone, lo ha affermato il vice primo ministro ucraino Irina Vereshchuk. Secondo la stessa, stiamo parlando di donne, bambini e anziani di Mariupol, Mangush, Berdyansk, Tokmak e Vasilyevka. Tutti sono arrivati ​​a Zaporozhye.
00:26. Dal 24 febbraio al 3 maggio, le Nazioni Unite hanno registrato 6.635 vittime civili in Ucraina: 3.238 uccisi, di cui 227 bambini; 3.397 feriti, di cui 322 bambini, principalmente a causa di bombardamenti e attacchi aerei. L’ONU rileva che le perdite reali sono molto più elevate.
00:55. Washington è attualmente concentrata sull’aiutare l’Ucraina, non su quello che potrebbe accadere in Russia il 9 maggio, ha detto il portavoce del Dipartimento della Difesa John Kirby in una regolare conferenza stampa.
01:08. Le autorità statunitensi stanno cercando di fare tutto il possibile per rafforzare il potenziale militare dell’Ucraina e per rafforzare la posizione di Kiev nei negoziati, ha affermato il segretario stampa della Casa Bianca Jen Psaki in un briefing.
02:02. A Berlino e nella Germania orientale, potrebbe esserci una carenza di benzina in caso di embargo sulle forniture petrolifere russe, ha dichiarato il ministro dell’Economia tedesco Robert Habeck al canale televisivo RTL.
02:42. L’ONU ha confermato l’evacuazione avvenuta il 4 maggio di oltre 300 civili da Mariupol e da altre aree. Secondo Osnat Lubrani, il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per l’Ucraina, gli sfollati stanno attualmente ricevendo assistenza umanitaria a Zaporozhye.
03:09. La Gran Bretagna stanzierà 57 milioni di dollari per aiutare le persone più vulnerabili colpite dal conflitto in Ucraina, ha affermato il Foreign Office del Regno. Come specificato nel messaggio, i fondi saranno inviati alle agenzie delle Nazioni Unite e alle organizzazioni umanitarie.
04:30. Il primo vice capo dell’amministrazione presidenziale della Federazione Russa Sergei Kiriyenko e segretario del Consiglio generale della Russia Unita, il primo vicepresidente del Consiglio della Federazione Andrei Turchak hanno visitato Mariupol, ha affermato il capo del DPR Denis Pushilin.
05:42. Il Giappone non sarà in grado di interrompere “immediatamente” l’importazione di petrolio dalla Russia, ha affermato il ministro dell’Economia, del Commercio e dell’Industria del Paese, Koichi Hagiuda, durante un viaggio negli Stati Uniti. Secondo l’agenzia, la dipendenza del Giappone dalla Federazione Russa per le forniture di petrolio è del 3,6%, per le forniture di GNL – 8,8%.
06:59. Nello stabilimento di Azovstal, l’esercito ucraino trattiene ancora più di 200 civili. Lo ha riferito all’agenzia di stampa russa RIA Novosti un rappresentante in loco impegnato nell’ dell’operazione di liberazione dell’acciaieria. Secondo lo stesso, si tratta di donne, anziani e bambini.
07:19. Il tribunale amministrativo lettone ha deciso di autorizzare la trasmissione dei canali televisivi russi: THT-Comedy, TNT4 International, Friday, KHL TV Channel e TNT Music. Secondo la corte, il Consiglio nazionale dei media elettronici (NEPLP) non ha prove che questi canali rappresentino una minaccia per la sicurezza nazionale del paese. La NEPLP contesterà questo verdetto.
07:31. Un residente civile della Repubblica popolare di Luhansk è morto ieri a causa dei bombardamenti da parte delle forze armate ucraine. Secondo l’ufficio di rappresentanza della LPR presso il Centro congiunto per il controllo e il coordinamento del cessate il fuoco, Pervomaisk e Irmin sono stati bombardati.
07:41. I dipendenti del comitato investigativo russo hanno trovato i resti di un uomo nel seminterrato del teatro drammatico di Mariupol, riferisce RIA Novosti. Le autorità del DPR hanno precedentemente affermato che militanti ucraini hanno fatto saltare in aria il teatro. Il Comitato Investigativo della Federazione Russa continua a ispezionare le scene degli incidenti.
08:04. Il Ministero della Difesa canadese ha negato l’informazione secondo cui gli istruttori canadesi avrebbero addestrato i combattenti del battaglione nazionalista “Azov” e altre organizzazioni estremiste in Ucraina. A questo proposito, come informa RIA Novosti, e riferito il canale CTV, secondo un rapporto del dipartimento della difesa, non è stato trovato alcun materiale che colleghi un gruppo di soldati ucraini addestrati in Canada a neonazisti.
08:33. In relazione all’Ucraina sarà attuato il “Piano Marshall europeo”. Questo parere è stato espresso in un’intervista ai media ucraini dal presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, alla vigilia della “conferenza dei donatori”, che si aprirà oggi a Varsavia. Ha osservato che sostenere l’Ucraina a parole non è sufficiente, “abbiamo bisogno di soluzioni, abbiamo bisogno di soldi, abbiamo bisogno di un forte coordinamento, abbiamo bisogno di volontà politica”.
08:52. Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky si è congratulato con il primo ministro israeliano Naftali Bennett nel Giorno dell’Indipendenza, informandolo allo stesso tempo della “situazione critica a Mariupol”. Lo ha scritto lui stesso sul social network giovedì sera.
09:23. I residenti di Mariupol, che sono riusciti a lasciare Azovstal, non sapevano nulla dell’imminente evacuazione. Come ha detto a RIA Novosti un rappresentante del quartier generale dell’operazione per liberare l’impianto, i militanti hanno nascosto loro queste informazioni. Inoltre, secondo il funzionario, i militari ucraini che si sono stabiliti nell’impresa ora accettano solo di “scambiare” civili per cibo e medicine.
I membri del reggimento AZOV asseragliati nello stabilimento di Azovstal si sono offerti di scambiare lì i civili con cibo e medicine, ha detto all’agenzia RIA Novosti un rappresentante del quartier generale russo impegnato in Mariupol.
“Dobbiamo mantenere i contatti con i nazisti Azov che si sono stabiliti lì (contro i cui militanti è stato avviato un procedimento penale in Russia) e rappresentanti della SBU nell’interesse di salvare i civili che sono rimasti lì. Durante i negoziati, ci hanno offerto di scambiare ostaggi civili con cibo e medicine – quindici ostaggi per tonnellata di cibo, oltre a medicinali. Hanno avvertito che non avrebbero più permesso a nessuno di andare in Ucraina, – ora verranno solo scambiati. ed ha aggiunto: “Ci siamo già trovati con tali metodi, in particolare, in Siria, quando negoziavamo con l’Isis. Si sono offerti anche di scambiare medicinali e prodotti per le persone rilasciati da loro ‘a peso’. In questo modo dimostrano che non sono “eroi” come li chiama Zelensky, ma sono normali terroristi”.
Le forze armate russe hanno comunicato che “il 5, 6 e 7 maggio aprono un corridoio umanitario per l’evacuazione dei civili ivi situati dal territorio dello stabilimento metallurgico Azovstal di Mariupol: operai, donne e bambini. Lo afferma il coordinamento interdipartimentale. Il corridoio umanitario, in accordo con la decisione della leadership russa, opererà per tre giorni dalle 8:00 alle 18:00 ora di Mosca e potrà essere utilizzato dai civili che, secondo le autorità di Kiev, sono ancora nelle strutture sotterranee imprese. Per questi tre giorni, le Forze Armate della Federazione Russa e le formazioni del DPR cessano unilateralmente ogni ostilità…” (https://www.vesti.ru/article/2724239)
09:43. Il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Rafael Mariano Grossi ha parlato dell’incontro a Istanbul con il capo della preoccupazione di stato Rosatom Alexei Likhachev sulla centrale nucleare di Zaporozhye, controllata dall’esercito russo. Come ha scritto su Twitter, durante il dialogo ha sottolineato che “l’AIEA è pronta a svolgere il suo ruolo insostituibile” nel garantire la sicurezza delle centrali nucleari.
09:59. In Ucraina, dopo la fine delle ostilità, sarà completata la “decomunizzazione e derussificazione” [cioè sterminare tutti i russofoni come programmato fin dal colpo di stato e l’instaurazione del governo fantoccio nel 2014?] . Questa opinione è stata espressa in un’intervista ai media ucraini dal capo dell’Istituto di memoria nazionale Anton Drobovich. Secondo lo stesso, le “falci e martelli” sul ponte Paton e lo scudo della Patria non possono essere conservati, “anche se questi luoghi hanno un valore artistico”.
10:15. Oleg Kryuchkov, consigliere del capo della Crimea, ha detto a RIA Novosti che non c’era più un blocco dei trasporti della penisola da parte dell’Ucraina . Secondo Kryuchkov, nelle regioni occupate dall’esercito russo è iniziato il ripristino del traffico passeggeri e merci.
10:20. Il capo della regione di Belgorod, Vyacheslav Gladkov , ha riferito che due insediamenti erano stati presi di mira. Secondo il governatore, le riprese di Zhuravlevka e Nekhoteevka vengono effettuate dall’Ucraina. Nel secondo villaggio, “la casa e il garage sono stati distrutti”, i residenti non sono rimasti feriti. Il punto di fuoco non è stato ancora soppresso.

Forze armate ucraine:

Continua la controffensiva delle Forze armate ucraine a nord di Kharkov . Le forze armate della RF stanno resistendo a Tsirkuny e Cherkasskiye Tishki , ma si sono ritirate da Stary Saltov per evitare l’accerchiamento.
Il battaglione “Kraken” del reggimento nazionale “Azov” è entrato nell’insediamento, da fonti russe viene riferito che gli stessi hanno sparato ai prigionieri di guerra russi.
• Le forze ucraine proseguono pesanti combattimenti in tutta la direzione nord-est.
• A Dnepropetrovsk , il ponte dell’Amur è stato distrutto.
• Le Riserve delle Forze Armate ucraine vengono schierate vicino a Izyum: 2.500 persone e oltre 100 pezzi di equipaggiamento stanno tentando senza successo di attraversare il fiume Seversky Donet (è un fiume dell’Ucraina nord-orientale) .

La Guardia nazionale che di solito rimane solo nelle regioni di appartenenza è trasferita nelle zone più calde. Sembra inoltre che si sia passati alla coscrizione obbligatoria.
Il Parlamento ucraino, la Verkhovna Rada, con 338 voti a favore, ha deliberato di inviare la Guardia nazionale (milizie territoriali) in prima linea in altre regioni dell’Ucraina. Si tratta di coloro che, durante la distribuzione gratuita delle armi, hanno ricevuto una mitragliatrice. Ora tutte queste persone sono considerate facenti parte della Guardia Nazionale, quindi dovranno andare al fronte.
Le azioni delle autorità mostrano che la mobilitazione non sta andando molto bene nell’Ucraina occidentale. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Chernivtsi, Sergei Osachuk, ha firmato un’ordinanza secondo cui durante la legge marziale, gli uomini in età militare devono portare con sé documenti, compreso un documento d’identità militare, e presentarsi alla polizia.
Tali iniziative legislative confermano le pesanti perdite degli ucraini al fronte. Il comando delle Forze armate ucraine spera di inviare al fronte circa 17.000 riservisti, che potranno rinforzare la fanteria insieme alle nuove armi fornite da Europa e Stati Uniti.
Ci si può aspettare che il prossimo passo inasprisca le regole sulla migrazione per gli ucraini in Europa, il che costringerà molti a tornare in patria. Secondo le Nazioni Unite, circa 5 milioni di persone hanno lasciato l’ Ucraina entro il 19 aprile. E questo è un enorme potenziale di mobilitazione.
VP News, Patrizio Ricci, qui.

Sbaglio o questa roba si chiama crimini di guerra? Comunque non preoccupatevi: gli ucraini stanno vincendo su tutti i fronti e l’esercito russo, anzi, la Russia intera è ormai sull’orlo del collasso. E adesso state a sentire quest’altra storiella.

I russi arrestano un (ex?) generale della Nato

I russi hanno arrestato l’ex generale canadese Trevor Cadieu mentre cercava di lasciare le acciaierie di Mariupol. Evidentemente l’accordo che ha permesso alle forze straniere (in particolare americane) di lasciare indenni l’acciaieria non lo riguardava (vedi Piccolenote).

Qualche fonte indica che era a capo di uno dei biolaboratori che sarebbero incistati nelle Azovstal, ma le smentite sono plausibili dal momento che era arrivato in  Ucraina da troppo poco tempo.

Anzitutto va sottolineato che il tenente generale Cadieu non è ufficiale qualsiasi. Infatti, nell’autunno del 2021 era stato nominato comandante in capo dell’esercito canadese, carica alla quale ha dovuto rinunciare perché inseguito da accuse di molestie sessuali avanzate dalla polizia militare.
La sue tristi vicissitudini sono riferite da Cbc news che spiega come, per sottrarsi all’inchiesta, il graduato si sia dimesso dall’esercito, come avevano fatto altri alti ufficiali in precedenza. Nonostante l’escamotage, Cadieu rischiava di essere perseguito anche da civile, nonché di finire davanti alla Corte marziale.
L’epilogo di questa storia è narrato da un altro media canadese, l’Ottawa news, che indica sia la data delle sue dimissioni, il 5 aprile scorso, sia la sua partenza per l’Ucraina, presumibilmente avvenuta in quei giorni.
Una fuga e, insieme, una missione, dal momento che “secondo fonti, alti dirigenti militari canadesi sono stati informati della decisione di Cadieu di recarsi in Ucraina”.
D’altronde, come riferisce la Cbc, il generale godeva grande stima nell’esercito canadese (non l’avrebbero scelto come comandante in capo), così che la sua partenza appare sia un modo per salvarlo che per inviare in Ucraina uno dei migliori generali Nato (che quindi non appare tanto ex…).
Di certo, Cadieu non era andato in Ucraina a ingrossare la folla dei mercenari (cioè delle truppe speciali Nato in incognito) che affiancano le truppe ucraine, ma probabilmente per coordinarne l’azione.
La storia di Cadieu indica il livello di ingaggio della Nato nel conflitto, che non si limita solo all’invio di armi e all’assistenza tecnologica e di intelligence, da cui il rischio di risposte russe.
Resta il mistero del perché il generale sia stato arrestato, a differenza di altri soldati e graduati stranieri presumibilmente esfiltrati negli stessi giorni dalle Azovstal in accordo coi russi.
A dipanare il mistero forse aiuta la tempistica. Ieri mattina l’intelligence Usa ha annunciato trionfalmente, tramite il New York Times, di aver fornito alle forze ucraine assistenza per realizzare gli “omicidi mirati” che hanno falcidiato gli ufficiali russi.
Un annuncio che, come spiega Dave DeCamp su Antiwar, suonava come “una grande provocazione nei confronti di Mosca” (si può immaginare, analogamente, la reazione Usa se i russi avessero dichiarato di aver aiutato gli iracheni a far fuori i generali americani invasori…).
Oggi l’annuncio dell’arresto del generale canadese, che suona come una risposta alla provocazione (sarà processato a Mosca, ci sarà modo di liberarlo). Un arresto che non è stato confermato dalle fonti ufficiali russe perché è e resta solo un segnale indirizzato alla controparte.
A proposito di stupidità, da registrare quella del presidente americano Joe Biden, il quale, visitando una fabbrica di Javelin, i missili anti-carro forniti agli ucraini, ha affermato: “Essere l’arsenale della democrazia significa anche lavori ben pagati per i lavoratori americani in Alabama e negli altri stati d’America che producono armi per la Difesa” (dal sito ufficiale della Casa Bianca).
Il fatto che la guerra ucraina sia un affare lucroso per gli Usa, sia per i dirigenti dell’apparato militar industriale che per i lavoratori dello stesso, è indubbio, ma una qualche forma di igiene verbale dovrebbe essere comunque preservata, anche se si è alla ricerca di voti per le imminenti elezioni di midterm.
Anche perché l’accusa che l’America stia vanificando possibili soluzioni diplomatiche del conflitto perché vuole che prosegua (a scapito degli ucraini che dice di voler difendere) diventa sempre più credibile.
Significativo, in tal senso, un articolo di Tom Mockaitis su The Hill, dal titolo: “La retorica anti-russa di Washington è un ostacolo per la pace”. La nota spiega appunto come negli ultimi giorni “Washington ha amplificato la retorica anti-russa, rendendo più difficile una soluzione negoziata e più probabile una guerra più lunga e/o più ampia”.
Quindi spiega come l’operazione militare russa, per la resistenza ucraina e gli aiuti Nato, si sia raffreddata raggiungendo un relativo stallo.
“Uno stallo strategico spesso offre opportunità per una soluzione negoziata. In tali condizioni, Washington avrebbe dovuto fare ogni sforzo per riportare i negoziati in carreggiata”.
“Invece, il Segretario alla Difesa  Lloyd Austin  ha rilasciato una dichiarazione inutilmente provocatoria, che cambia la percezione della guerra e potrebbe aggravare la crisi. In una conferenza stampa in Polonia dopo la sua visita a Kiev, Austin  ha dichiarato : ‘Vogliamo vedere la Russia indebolita’”.
Washington, prosegue la nota, non ha trattato tale dichiarazione come “un’osservazione a braccio di un funzionario poco allineato, ma come indicativa di una nuova direzione nella politica degli Stati Uniti e della NATO“. Infatti, è stata accolta con soddisfazione dal Capo del Dipartimento di Stato Tony Blinken e da altri.
Finora, il sostegno Nato agli ucraini era stato giustificato come necessario a difendere il paese dall’invasore. “Il commento di Austin descrive il conflitto in un modo più cinico, cioè come una  guerra per procura tra Stati Uniti e Russia, condotta a costo del sangue ucraino”.
Peraltro, prosegue The Hill, “le osservazioni di Austin rafforzano la narrativa di Putin sulla guerra. Il giorno dell’invasione, infatti, Putin ha pronunciato un discorso in cui descriveva in dettaglio le rimostranze russe contro gli Stati Uniti e i suoi alleati della NATO dalla fine della Guerra Fredda. Queste lamentele si riducono a una semplice affermazione: gli alleati occidentali hanno colto ogni opportunità per indebolire la Russia ed espandere il loro potere a sue spese“. Cioè quel che ha ribadito Austin…
Le affermazioni del Segretario della Difesa Usa hanno suscitato reazioni in Russia, rendendo più arduo il negoziato, che resta l’unica prospettiva per chiudere il conflitto, altrimenti destinato a durare anni, con i tanti imprevisti del caso.
“Mosca potrebbe non essere disposta a negoziare se vede una possibilità di vittoria sul campo di battaglia – conclude The Hill -, ma l’accesa retorica dell’Occidente renderà i colloqui di pace ancora meno probabili. Gli Stati Uniti hanno messo l’orso russo in un angolo. Colpirlo con un bastoncino è una cattiva idea”. 

Ps. A proposito di disinformazione… Ieri l’intervista papale, nella quale Francesco apriva a un incontro con Putin. Così Dagospia sintetizzava un articolo della Stampa di oggi: “Putin dice no al papa – La mano tesa di Bergoglio a un viaggio a Mosca viene rifiutata dal Cremlino”. Seguivano fumose spiegazioni.

Sempre oggi, sul Corriere della Sera, le parole dell’ambasciatore russo in Vaticano, Aleksandr Avdeev: “In qualsiasi situazione internazionale, il dialogo con il Papa è importante per Mosca. E il Pontefice è sempre un gradito, desiderato, interlocutore”. (Qui)

E poi c’è ancora questo.

The Prime Minister of Israel 

Il primo ministro Naftali Bennett ha parlato con il presidente russo Vladimir Putin.
Il premier ha presentato al Presidente una richiesta umanitaria per esaminare varie opzioni per l’evacuazione dall’Azovstal a Mariupol. La richiesta è arrivata a seguito della conversazione tra il primo ministro Bennett ieri con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Il presidente Putin ha promesso di consentire l’evacuazione dei civili, compresi i civili feriti, attraverso un corridoio umanitario ONU e Croce Rossa.
Inoltre, i due hanno discusso le osservazioni del ministro degli Esteri russo Lavrov. Il premier ha accettato le scuse del presidente Putin per le osservazioni di Lavrov e lo ha ringraziato per aver chiarito il suo atteggiamento nei confronti del popolo ebraico e la memoria dell’Olocausto.
Il primo ministro Bennett ha ringraziato il presidente Putin per gli auguri fatti in occasione della 74a Giornata dell’Indipendenza dello Stato di Israele.

Poi c’è questa incredibile perla:

Cioè c’è gente per cui opprimere per anni una parte dei propri connazionali, massacrarli a migliaia, bruciarli vivi, distruggere le loro case, scuole, asili, ospedali è l’esatto equivalente del portare la minigonna. Ma che speranze vogliamo coltivare per il futuro, con gente così in circolazione?!
E infine ancora un video di Patrick Lancaster, che abbiamo già incontrato qualche giorno fa.

E torno a ripetere la domanda: a voi, proprio non è ancora suonato un campanello d’allarme? Due domandine non ve le volete porre? No, eh? La verità la sapete già tutta e non avete più niente da imparare, più niente da guardare, più niente da ascoltare. Soprattutto più niente da chiedere. Vabbè, meglio che ce ne andiamo un po’ in Russia, va’.

barbara