TUTTA LA GUERRA MINUTO PER MINUTO

Ho evidenziato alcuni passaggi che mi sembrano particolarmente significativi.

Breaking News dai fronti in Ucraina – 05.05.2022

00:11. Nell’ambito del corridoio umanitario Mariupol, il 4 maggio le autorità ucraine hanno evacuato 344 persone, lo ha affermato il vice primo ministro ucraino Irina Vereshchuk. Secondo la stessa, stiamo parlando di donne, bambini e anziani di Mariupol, Mangush, Berdyansk, Tokmak e Vasilyevka. Tutti sono arrivati ​​a Zaporozhye.
00:26. Dal 24 febbraio al 3 maggio, le Nazioni Unite hanno registrato 6.635 vittime civili in Ucraina: 3.238 uccisi, di cui 227 bambini; 3.397 feriti, di cui 322 bambini, principalmente a causa di bombardamenti e attacchi aerei. L’ONU rileva che le perdite reali sono molto più elevate.
00:55. Washington è attualmente concentrata sull’aiutare l’Ucraina, non su quello che potrebbe accadere in Russia il 9 maggio, ha detto il portavoce del Dipartimento della Difesa John Kirby in una regolare conferenza stampa.
01:08. Le autorità statunitensi stanno cercando di fare tutto il possibile per rafforzare il potenziale militare dell’Ucraina e per rafforzare la posizione di Kiev nei negoziati, ha affermato il segretario stampa della Casa Bianca Jen Psaki in un briefing.
02:02. A Berlino e nella Germania orientale, potrebbe esserci una carenza di benzina in caso di embargo sulle forniture petrolifere russe, ha dichiarato il ministro dell’Economia tedesco Robert Habeck al canale televisivo RTL.
02:42. L’ONU ha confermato l’evacuazione avvenuta il 4 maggio di oltre 300 civili da Mariupol e da altre aree. Secondo Osnat Lubrani, il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per l’Ucraina, gli sfollati stanno attualmente ricevendo assistenza umanitaria a Zaporozhye.
03:09. La Gran Bretagna stanzierà 57 milioni di dollari per aiutare le persone più vulnerabili colpite dal conflitto in Ucraina, ha affermato il Foreign Office del Regno. Come specificato nel messaggio, i fondi saranno inviati alle agenzie delle Nazioni Unite e alle organizzazioni umanitarie.
04:30. Il primo vice capo dell’amministrazione presidenziale della Federazione Russa Sergei Kiriyenko e segretario del Consiglio generale della Russia Unita, il primo vicepresidente del Consiglio della Federazione Andrei Turchak hanno visitato Mariupol, ha affermato il capo del DPR Denis Pushilin.
05:42. Il Giappone non sarà in grado di interrompere “immediatamente” l’importazione di petrolio dalla Russia, ha affermato il ministro dell’Economia, del Commercio e dell’Industria del Paese, Koichi Hagiuda, durante un viaggio negli Stati Uniti. Secondo l’agenzia, la dipendenza del Giappone dalla Federazione Russa per le forniture di petrolio è del 3,6%, per le forniture di GNL – 8,8%.
06:59. Nello stabilimento di Azovstal, l’esercito ucraino trattiene ancora più di 200 civili. Lo ha riferito all’agenzia di stampa russa RIA Novosti un rappresentante in loco impegnato nell’ dell’operazione di liberazione dell’acciaieria. Secondo lo stesso, si tratta di donne, anziani e bambini.
07:19. Il tribunale amministrativo lettone ha deciso di autorizzare la trasmissione dei canali televisivi russi: THT-Comedy, TNT4 International, Friday, KHL TV Channel e TNT Music. Secondo la corte, il Consiglio nazionale dei media elettronici (NEPLP) non ha prove che questi canali rappresentino una minaccia per la sicurezza nazionale del paese. La NEPLP contesterà questo verdetto.
07:31. Un residente civile della Repubblica popolare di Luhansk è morto ieri a causa dei bombardamenti da parte delle forze armate ucraine. Secondo l’ufficio di rappresentanza della LPR presso il Centro congiunto per il controllo e il coordinamento del cessate il fuoco, Pervomaisk e Irmin sono stati bombardati.
07:41. I dipendenti del comitato investigativo russo hanno trovato i resti di un uomo nel seminterrato del teatro drammatico di Mariupol, riferisce RIA Novosti. Le autorità del DPR hanno precedentemente affermato che militanti ucraini hanno fatto saltare in aria il teatro. Il Comitato Investigativo della Federazione Russa continua a ispezionare le scene degli incidenti.
08:04. Il Ministero della Difesa canadese ha negato l’informazione secondo cui gli istruttori canadesi avrebbero addestrato i combattenti del battaglione nazionalista “Azov” e altre organizzazioni estremiste in Ucraina. A questo proposito, come informa RIA Novosti, e riferito il canale CTV, secondo un rapporto del dipartimento della difesa, non è stato trovato alcun materiale che colleghi un gruppo di soldati ucraini addestrati in Canada a neonazisti.
08:33. In relazione all’Ucraina sarà attuato il “Piano Marshall europeo”. Questo parere è stato espresso in un’intervista ai media ucraini dal presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, alla vigilia della “conferenza dei donatori”, che si aprirà oggi a Varsavia. Ha osservato che sostenere l’Ucraina a parole non è sufficiente, “abbiamo bisogno di soluzioni, abbiamo bisogno di soldi, abbiamo bisogno di un forte coordinamento, abbiamo bisogno di volontà politica”.
08:52. Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky si è congratulato con il primo ministro israeliano Naftali Bennett nel Giorno dell’Indipendenza, informandolo allo stesso tempo della “situazione critica a Mariupol”. Lo ha scritto lui stesso sul social network giovedì sera.
09:23. I residenti di Mariupol, che sono riusciti a lasciare Azovstal, non sapevano nulla dell’imminente evacuazione. Come ha detto a RIA Novosti un rappresentante del quartier generale dell’operazione per liberare l’impianto, i militanti hanno nascosto loro queste informazioni. Inoltre, secondo il funzionario, i militari ucraini che si sono stabiliti nell’impresa ora accettano solo di “scambiare” civili per cibo e medicine.
I membri del reggimento AZOV asseragliati nello stabilimento di Azovstal si sono offerti di scambiare lì i civili con cibo e medicine, ha detto all’agenzia RIA Novosti un rappresentante del quartier generale russo impegnato in Mariupol.
“Dobbiamo mantenere i contatti con i nazisti Azov che si sono stabiliti lì (contro i cui militanti è stato avviato un procedimento penale in Russia) e rappresentanti della SBU nell’interesse di salvare i civili che sono rimasti lì. Durante i negoziati, ci hanno offerto di scambiare ostaggi civili con cibo e medicine – quindici ostaggi per tonnellata di cibo, oltre a medicinali. Hanno avvertito che non avrebbero più permesso a nessuno di andare in Ucraina, – ora verranno solo scambiati. ed ha aggiunto: “Ci siamo già trovati con tali metodi, in particolare, in Siria, quando negoziavamo con l’Isis. Si sono offerti anche di scambiare medicinali e prodotti per le persone rilasciati da loro ‘a peso’. In questo modo dimostrano che non sono “eroi” come li chiama Zelensky, ma sono normali terroristi”.
Le forze armate russe hanno comunicato che “il 5, 6 e 7 maggio aprono un corridoio umanitario per l’evacuazione dei civili ivi situati dal territorio dello stabilimento metallurgico Azovstal di Mariupol: operai, donne e bambini. Lo afferma il coordinamento interdipartimentale. Il corridoio umanitario, in accordo con la decisione della leadership russa, opererà per tre giorni dalle 8:00 alle 18:00 ora di Mosca e potrà essere utilizzato dai civili che, secondo le autorità di Kiev, sono ancora nelle strutture sotterranee imprese. Per questi tre giorni, le Forze Armate della Federazione Russa e le formazioni del DPR cessano unilateralmente ogni ostilità…” (https://www.vesti.ru/article/2724239)
09:43. Il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Rafael Mariano Grossi ha parlato dell’incontro a Istanbul con il capo della preoccupazione di stato Rosatom Alexei Likhachev sulla centrale nucleare di Zaporozhye, controllata dall’esercito russo. Come ha scritto su Twitter, durante il dialogo ha sottolineato che “l’AIEA è pronta a svolgere il suo ruolo insostituibile” nel garantire la sicurezza delle centrali nucleari.
09:59. In Ucraina, dopo la fine delle ostilità, sarà completata la “decomunizzazione e derussificazione” [cioè sterminare tutti i russofoni come programmato fin dal colpo di stato e l’instaurazione del governo fantoccio nel 2014?] . Questa opinione è stata espressa in un’intervista ai media ucraini dal capo dell’Istituto di memoria nazionale Anton Drobovich. Secondo lo stesso, le “falci e martelli” sul ponte Paton e lo scudo della Patria non possono essere conservati, “anche se questi luoghi hanno un valore artistico”.
10:15. Oleg Kryuchkov, consigliere del capo della Crimea, ha detto a RIA Novosti che non c’era più un blocco dei trasporti della penisola da parte dell’Ucraina . Secondo Kryuchkov, nelle regioni occupate dall’esercito russo è iniziato il ripristino del traffico passeggeri e merci.
10:20. Il capo della regione di Belgorod, Vyacheslav Gladkov , ha riferito che due insediamenti erano stati presi di mira. Secondo il governatore, le riprese di Zhuravlevka e Nekhoteevka vengono effettuate dall’Ucraina. Nel secondo villaggio, “la casa e il garage sono stati distrutti”, i residenti non sono rimasti feriti. Il punto di fuoco non è stato ancora soppresso.

Forze armate ucraine:

Continua la controffensiva delle Forze armate ucraine a nord di Kharkov . Le forze armate della RF stanno resistendo a Tsirkuny e Cherkasskiye Tishki , ma si sono ritirate da Stary Saltov per evitare l’accerchiamento.
Il battaglione “Kraken” del reggimento nazionale “Azov” è entrato nell’insediamento, da fonti russe viene riferito che gli stessi hanno sparato ai prigionieri di guerra russi.
• Le forze ucraine proseguono pesanti combattimenti in tutta la direzione nord-est.
• A Dnepropetrovsk , il ponte dell’Amur è stato distrutto.
• Le Riserve delle Forze Armate ucraine vengono schierate vicino a Izyum: 2.500 persone e oltre 100 pezzi di equipaggiamento stanno tentando senza successo di attraversare il fiume Seversky Donet (è un fiume dell’Ucraina nord-orientale) .

La Guardia nazionale che di solito rimane solo nelle regioni di appartenenza è trasferita nelle zone più calde. Sembra inoltre che si sia passati alla coscrizione obbligatoria.
Il Parlamento ucraino, la Verkhovna Rada, con 338 voti a favore, ha deliberato di inviare la Guardia nazionale (milizie territoriali) in prima linea in altre regioni dell’Ucraina. Si tratta di coloro che, durante la distribuzione gratuita delle armi, hanno ricevuto una mitragliatrice. Ora tutte queste persone sono considerate facenti parte della Guardia Nazionale, quindi dovranno andare al fronte.
Le azioni delle autorità mostrano che la mobilitazione non sta andando molto bene nell’Ucraina occidentale. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Chernivtsi, Sergei Osachuk, ha firmato un’ordinanza secondo cui durante la legge marziale, gli uomini in età militare devono portare con sé documenti, compreso un documento d’identità militare, e presentarsi alla polizia.
Tali iniziative legislative confermano le pesanti perdite degli ucraini al fronte. Il comando delle Forze armate ucraine spera di inviare al fronte circa 17.000 riservisti, che potranno rinforzare la fanteria insieme alle nuove armi fornite da Europa e Stati Uniti.
Ci si può aspettare che il prossimo passo inasprisca le regole sulla migrazione per gli ucraini in Europa, il che costringerà molti a tornare in patria. Secondo le Nazioni Unite, circa 5 milioni di persone hanno lasciato l’ Ucraina entro il 19 aprile. E questo è un enorme potenziale di mobilitazione.
VP News, Patrizio Ricci, qui.

Sbaglio o questa roba si chiama crimini di guerra? Comunque non preoccupatevi: gli ucraini stanno vincendo su tutti i fronti e l’esercito russo, anzi, la Russia intera è ormai sull’orlo del collasso. E adesso state a sentire quest’altra storiella.

I russi arrestano un (ex?) generale della Nato

I russi hanno arrestato l’ex generale canadese Trevor Cadieu mentre cercava di lasciare le acciaierie di Mariupol. Evidentemente l’accordo che ha permesso alle forze straniere (in particolare americane) di lasciare indenni l’acciaieria non lo riguardava (vedi Piccolenote).

Qualche fonte indica che era a capo di uno dei biolaboratori che sarebbero incistati nelle Azovstal, ma le smentite sono plausibili dal momento che era arrivato in  Ucraina da troppo poco tempo.

Anzitutto va sottolineato che il tenente generale Cadieu non è ufficiale qualsiasi. Infatti, nell’autunno del 2021 era stato nominato comandante in capo dell’esercito canadese, carica alla quale ha dovuto rinunciare perché inseguito da accuse di molestie sessuali avanzate dalla polizia militare.
La sue tristi vicissitudini sono riferite da Cbc news che spiega come, per sottrarsi all’inchiesta, il graduato si sia dimesso dall’esercito, come avevano fatto altri alti ufficiali in precedenza. Nonostante l’escamotage, Cadieu rischiava di essere perseguito anche da civile, nonché di finire davanti alla Corte marziale.
L’epilogo di questa storia è narrato da un altro media canadese, l’Ottawa news, che indica sia la data delle sue dimissioni, il 5 aprile scorso, sia la sua partenza per l’Ucraina, presumibilmente avvenuta in quei giorni.
Una fuga e, insieme, una missione, dal momento che “secondo fonti, alti dirigenti militari canadesi sono stati informati della decisione di Cadieu di recarsi in Ucraina”.
D’altronde, come riferisce la Cbc, il generale godeva grande stima nell’esercito canadese (non l’avrebbero scelto come comandante in capo), così che la sua partenza appare sia un modo per salvarlo che per inviare in Ucraina uno dei migliori generali Nato (che quindi non appare tanto ex…).
Di certo, Cadieu non era andato in Ucraina a ingrossare la folla dei mercenari (cioè delle truppe speciali Nato in incognito) che affiancano le truppe ucraine, ma probabilmente per coordinarne l’azione.
La storia di Cadieu indica il livello di ingaggio della Nato nel conflitto, che non si limita solo all’invio di armi e all’assistenza tecnologica e di intelligence, da cui il rischio di risposte russe.
Resta il mistero del perché il generale sia stato arrestato, a differenza di altri soldati e graduati stranieri presumibilmente esfiltrati negli stessi giorni dalle Azovstal in accordo coi russi.
A dipanare il mistero forse aiuta la tempistica. Ieri mattina l’intelligence Usa ha annunciato trionfalmente, tramite il New York Times, di aver fornito alle forze ucraine assistenza per realizzare gli “omicidi mirati” che hanno falcidiato gli ufficiali russi.
Un annuncio che, come spiega Dave DeCamp su Antiwar, suonava come “una grande provocazione nei confronti di Mosca” (si può immaginare, analogamente, la reazione Usa se i russi avessero dichiarato di aver aiutato gli iracheni a far fuori i generali americani invasori…).
Oggi l’annuncio dell’arresto del generale canadese, che suona come una risposta alla provocazione (sarà processato a Mosca, ci sarà modo di liberarlo). Un arresto che non è stato confermato dalle fonti ufficiali russe perché è e resta solo un segnale indirizzato alla controparte.
A proposito di stupidità, da registrare quella del presidente americano Joe Biden, il quale, visitando una fabbrica di Javelin, i missili anti-carro forniti agli ucraini, ha affermato: “Essere l’arsenale della democrazia significa anche lavori ben pagati per i lavoratori americani in Alabama e negli altri stati d’America che producono armi per la Difesa” (dal sito ufficiale della Casa Bianca).
Il fatto che la guerra ucraina sia un affare lucroso per gli Usa, sia per i dirigenti dell’apparato militar industriale che per i lavoratori dello stesso, è indubbio, ma una qualche forma di igiene verbale dovrebbe essere comunque preservata, anche se si è alla ricerca di voti per le imminenti elezioni di midterm.
Anche perché l’accusa che l’America stia vanificando possibili soluzioni diplomatiche del conflitto perché vuole che prosegua (a scapito degli ucraini che dice di voler difendere) diventa sempre più credibile.
Significativo, in tal senso, un articolo di Tom Mockaitis su The Hill, dal titolo: “La retorica anti-russa di Washington è un ostacolo per la pace”. La nota spiega appunto come negli ultimi giorni “Washington ha amplificato la retorica anti-russa, rendendo più difficile una soluzione negoziata e più probabile una guerra più lunga e/o più ampia”.
Quindi spiega come l’operazione militare russa, per la resistenza ucraina e gli aiuti Nato, si sia raffreddata raggiungendo un relativo stallo.
“Uno stallo strategico spesso offre opportunità per una soluzione negoziata. In tali condizioni, Washington avrebbe dovuto fare ogni sforzo per riportare i negoziati in carreggiata”.
“Invece, il Segretario alla Difesa  Lloyd Austin  ha rilasciato una dichiarazione inutilmente provocatoria, che cambia la percezione della guerra e potrebbe aggravare la crisi. In una conferenza stampa in Polonia dopo la sua visita a Kiev, Austin  ha dichiarato : ‘Vogliamo vedere la Russia indebolita’”.
Washington, prosegue la nota, non ha trattato tale dichiarazione come “un’osservazione a braccio di un funzionario poco allineato, ma come indicativa di una nuova direzione nella politica degli Stati Uniti e della NATO“. Infatti, è stata accolta con soddisfazione dal Capo del Dipartimento di Stato Tony Blinken e da altri.
Finora, il sostegno Nato agli ucraini era stato giustificato come necessario a difendere il paese dall’invasore. “Il commento di Austin descrive il conflitto in un modo più cinico, cioè come una  guerra per procura tra Stati Uniti e Russia, condotta a costo del sangue ucraino”.
Peraltro, prosegue The Hill, “le osservazioni di Austin rafforzano la narrativa di Putin sulla guerra. Il giorno dell’invasione, infatti, Putin ha pronunciato un discorso in cui descriveva in dettaglio le rimostranze russe contro gli Stati Uniti e i suoi alleati della NATO dalla fine della Guerra Fredda. Queste lamentele si riducono a una semplice affermazione: gli alleati occidentali hanno colto ogni opportunità per indebolire la Russia ed espandere il loro potere a sue spese“. Cioè quel che ha ribadito Austin…
Le affermazioni del Segretario della Difesa Usa hanno suscitato reazioni in Russia, rendendo più arduo il negoziato, che resta l’unica prospettiva per chiudere il conflitto, altrimenti destinato a durare anni, con i tanti imprevisti del caso.
“Mosca potrebbe non essere disposta a negoziare se vede una possibilità di vittoria sul campo di battaglia – conclude The Hill -, ma l’accesa retorica dell’Occidente renderà i colloqui di pace ancora meno probabili. Gli Stati Uniti hanno messo l’orso russo in un angolo. Colpirlo con un bastoncino è una cattiva idea”. 

Ps. A proposito di disinformazione… Ieri l’intervista papale, nella quale Francesco apriva a un incontro con Putin. Così Dagospia sintetizzava un articolo della Stampa di oggi: “Putin dice no al papa – La mano tesa di Bergoglio a un viaggio a Mosca viene rifiutata dal Cremlino”. Seguivano fumose spiegazioni.

Sempre oggi, sul Corriere della Sera, le parole dell’ambasciatore russo in Vaticano, Aleksandr Avdeev: “In qualsiasi situazione internazionale, il dialogo con il Papa è importante per Mosca. E il Pontefice è sempre un gradito, desiderato, interlocutore”. (Qui)

E poi c’è ancora questo.

The Prime Minister of Israel 

Il primo ministro Naftali Bennett ha parlato con il presidente russo Vladimir Putin.
Il premier ha presentato al Presidente una richiesta umanitaria per esaminare varie opzioni per l’evacuazione dall’Azovstal a Mariupol. La richiesta è arrivata a seguito della conversazione tra il primo ministro Bennett ieri con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Il presidente Putin ha promesso di consentire l’evacuazione dei civili, compresi i civili feriti, attraverso un corridoio umanitario ONU e Croce Rossa.
Inoltre, i due hanno discusso le osservazioni del ministro degli Esteri russo Lavrov. Il premier ha accettato le scuse del presidente Putin per le osservazioni di Lavrov e lo ha ringraziato per aver chiarito il suo atteggiamento nei confronti del popolo ebraico e la memoria dell’Olocausto.
Il primo ministro Bennett ha ringraziato il presidente Putin per gli auguri fatti in occasione della 74a Giornata dell’Indipendenza dello Stato di Israele.

Poi c’è questa incredibile perla:

Cioè c’è gente per cui opprimere per anni una parte dei propri connazionali, massacrarli a migliaia, bruciarli vivi, distruggere le loro case, scuole, asili, ospedali è l’esatto equivalente del portare la minigonna. Ma che speranze vogliamo coltivare per il futuro, con gente così in circolazione?!
E infine ancora un video di Patrick Lancaster, che abbiamo già incontrato qualche giorno fa.

E torno a ripetere la domanda: a voi, proprio non è ancora suonato un campanello d’allarme? Due domandine non ve le volete porre? No, eh? La verità la sapete già tutta e non avete più niente da imparare, più niente da guardare, più niente da ascoltare. Soprattutto più niente da chiedere. Vabbè, meglio che ce ne andiamo un po’ in Russia, va’.

barbara

GUERRA, IL PUNTO DELLA SITUAZIONE

LARRY C. JOHNSON: “L’ESERCITO UCRAINO È STATO SCONFITTO – ORA BISOGNA SOLO ELIMINARE LE ULTIME SACCHE DI RESISTENZA”

Il signor Borrell lo ha detto molto chiaramente: niente compromessi, niente colloqui, niente accordi, niente trattati: la questione si deciderà sul campo di battaglia (ma com’era quella storiella che l’Unione Europea era nata per impedire le guerre? E, a parte questo, che cosa ha a che fare la UE con le questioni fra due stati che non ne fanno parte?); quindi la risposta alla domanda “quando finirà la guerra?” è: o la Russia riuscirà a mettere l’Ucraina in ginocchio al punto da costringerla alla resa incondizionata, come Germania e Giappone nel ’45; oppure grazie alle armi che le inviamo l’Ucraina riuscirà a resistere, e allora prima o poi la Russia supererà un qualche filo rosso stabilito a suo unico e insindacabile giudizio dalla NATO, e se non lo farà basterà inventarsi qualcosa che tanto il popolo bue è disposto a bersi qualunque puttanata purché sia contro l’Anticristo Russo, e allora interverrà direttamente la NATO, molto probabilmente la Cina si vedrà costretta a mobilitarsi a fianco della Russia, e il mondo intero si troverà automaticamente in guerra. Nucleare, beninteso. E non finirà fino a quando non riusciranno a mettere la Russia in ginocchio al punto da costringerla alla resa incondizionata. Nel frattempo l’Ucraina sarà comunque ridotta a un unico ammasso di macerie e a un unico sterminato cimitero – più o meno come l’Italia bombardata sia dai tedeschi che dagli alleati. Io mi auguro caldamente che si realizzi il primo scenario, e credo che ci siano buone ragioni per ritenere realistica la possibilità di vittoria della Russia. Che ovviamente non ha la minima intenzione di ridurre in ginocchio l’Ucraina, ma vista la ferrea determinazione di America+NATO+UE di portarla a questo, potrebbe essere costretta ad arrivarci.
E ora vediamo le considerazioni di qualcuno che alla propaganda e ai proclami e alle chiacchiere da bar preferisce quell’odiatissima cosa che sono l’osservazione e il porsi domande.

Domanda 1– Può spiegarmi perché pensa che la Russia stia vincendo la guerra in Ucraina?
Larry C. Johnson [ex analista presso la C.I.A.)– Nelle prime 24 ore dell’operazione militare russa in Ucraina, l’operatività dei radar ucraini con base a terra è stata ridotta a zero. Senza quei radar, l’aviazione ucraina ha perso la possibilità di eseguire intercettazioni aria-aria. Nelle tre settimane successive, la Russia ha stabilito una No Fly Zone de facto sull’Ucraina. Anche se è ancora vulnerabile ai missili spallati terra-aria forniti agli Ucraini dagli Stati Uniti e dalla NATO, non ci sono prove che la Russia abbia dovuto ridurre il numero dei propri attacchi aerei.
Quello che mi ha colpito è stato l’arrivo dei Russi nei sobborghi di Kiev entro tre giorni dall’invasione. Mi sono ricordato che i nazisti nell’operazione Barbarossa avevano impiegato sette settimane per raggiungere Kiev e altre sette settimane per conquistare la città. I nazisti avevano il vantaggio di non doversi trattenere per evitare vittime civili, anzi erano ansiosi di distruggere le infrastrutture critiche. Eppure, molti cosiddetti esperti militari americani avevano sostenuto che la Russia si fosse impantanata. Quando una colonna di mezzi militari lunga 24 miglia (o 40 miglia, secondo la fonte della notizia) era rimasta ferma a nord di Kiev per più di una settimana, era diventato chiaro che la capacità dell’Ucraina di lanciare operazioni militari significative era stata eliminata. Se la loro artiglieria fosse stata ancora intatta, quella colonna [immobile] sarebbe stata un facile bersaglio per una totale distruzione. Questo non è successo. Se poi gli Ucraini avessero avuto mezzi aerei ad ala fissa o rotante ancora operativi, avrebbero dovuto distruggere quella colonna dall’aria. Questo non è successo. Oppure, se avessero avuto la possibilità di lanciare missili da crociera avrebbero potuto scatenare l’inferno sulla colonna russa, presumibilmente in stallo. Questo non è successo. Gli Ucraini non hanno nemmeno utilizzato la fanteria per attaccare la colonna con i Javelin anticarro appena arrivati dagli Stati Uniti.
La scala e la portata dell’attacco russo è notevole. In tre settimane hanno catturato un territorio più esteso del Regno Unito. Poi hanno iniziato ad effettuare attacchi mirati a città chiave e a installazioni militari. Non abbiamo visto un solo caso in cui un reggimento ucraino o un’unità della dimensione di una brigata abbia attaccato e sconfitto un’unità russa comparabile. Invece, i Russi hanno diviso l’esercito ucraino in piccole unità e hanno tagliato le loro linee di comunicazione. I Russi stanno consolidando il controllo di Mariupol e controllano tutti i porti sul Mar Nero. L’Ucraina è completamente isolata a sud e a nord.
Vorrei far notare che in Iraq, nel 2003, gli Stati Uniti avevano avuto molte più difficoltà a mettere sotto controllo un territorio equivalente, mentre combattevano contro una forza militare molto inferiore e meno valida. Se non altro, questa operazione russa dovrebbe spaventare a morte i leader militari e politici degli Stati Uniti.
La vera grande notizia è arrivata questa settimana con gli attacchi missilistici russi su quelle che erano, di fatto, basi NATO a Yavoriv e Zhytomyr. A Zhytomyr, nel settembre 2018, la NATO aveva organizzato un seminario sulla sicurezza informatica e aveva descritto l’Ucraina come un “partner NATO.” Zhytomyr è stata distrutta con missili ipersonici sabato. Yavoriv ha subito la stessa sorte domenica scorsa. Era il principale centro di addestramento e logistico che la NATO e l’EUCOM usavano per fornire armi e combattenti all’Ucraina. Nella base si sono avute molte perdite tra il personale militare e civile.
Non solo la Russia ha colpito e distrutto le basi che la NATO usava regolarmente dal 2015, ma non c’è stato alcun avvertimento per il raid aereo e nessuna intercettazione dei missili in arrivo.

Domanda 2– Perché i media stanno cercando di convincere il popolo ucraino che il loro esercito può uscire vittorioso nella loro guerra contro la Russia? Se quello che dice è corretto, allora tutti i civili che vengono mandati a combattere l’esercito russo, stanno morendo in una guerra che non possono vincere. Non capisco perché i media vogliano ingannare la gente su una cosa così seria. Cosa ne pensa della situazione?
Larry C. Johnson– Questa è una combinazione di ignoranza e pigrizia. Piuttosto che fare un vero reportage, la stragrande maggioranza dei media (cartacei ed elettronici) così come Big Tech stanno sostenendo una massiccia campagna di propaganda. Ricordo quando George W. Bush era Hitler. Ricordo quando Donald Trump era Hitler. E ora abbiamo un nuovo Hitler, Vladimir Putin. Questo è un copione vecchio e stantio. Chiunque osi sollevare domande legittime viene immediatamente accusato di essere un burattino di Putin o un tirapiedi della Russia. Quando non si possono discutere i fatti, l’unica risorsa è la calunnia.

Domanda 3– La settimana scorsa, il colonnello Douglas MacGregor è stato ospite del Tucker Carlson Show. Le sue opinioni sulla guerra sono sorprendentemente simili alle vostre. Ecco cosa ha detto nell’intervista:
“La guerra è davvero finita per gli Ucraini. Sono stati fatti a pezzi, non c’è dubbio su questo, nonostante quello che sentiamo dai nostri media mainstream. Quindi, la vera domanda per noi a questo punto è, Tucker, abbiamo intenzione di vivere con il popolo russo e il suo governo o abbiamo intenzione di continuare a portare avanti questa sorta di cambio di regime travestito da guerra ucraina? Smetteremo di usare l’Ucraina come un ariete contro Mosca? Che, effettivamente, è quello che abbiamo fatto.” (Tucker Carlson– MacGregor Interview)
È d’accordo con MacGregor che il vero scopo di spingere la Russia in una guerra con l’Ucraina è un “cambio di regime”? Inoltre, è d’accordo sul fatto che l’Ucraina viene usata dagli Stati Uniti come base organizzativa per portare avanti una guerra per procura contro la Russia?
Larry C. Johnson – Doug è un grande analista, ma non sono d’accordo con lui – non credo che ci sia nessuno nell’amministrazione Biden abbastanza intelligente da pensare e pianificare in questi termini strategici [dietro Biden e dietro l’amministrazione ci sono i pupari, però]. A mio parere, gli ultimi 7 anni sono rappresentativi dell’inerzia dello status quo della NATO. Quello che voglio dire è che la NATO e Washington, hanno creduto di poter continuare ad avanzare verso est, fino ai confini della Russia senza provocare una reazione. La NATO e l’EUCOM eseguivano regolarmente esercitazioni, compreso l’addestramento “offensivo,” e fornivano attrezzature. Credo che i rapporti negli Stati Uniti, secondo cui la CIA stava fornendo addestramento paramilitare alle unità ucraine che operano nel Donbass, siano credibili. Ma ho difficoltà a credere che, dopo le nostre debacle in Iraq e Afghanistan, a Washington siano improvvisamente apparsi degli strateghi del calibro di Sun Tzu a tirare le fila.
A Washington c’è un’aria di disperazione. Oltre a bandire tutto ciò che è russo, l’amministrazione Biden sta cercando di intimorire la Cina, l’India e l’Arabia Saudita. Non vedo nessuno di questi Paesi mettersi in riga. Credo che la squadra di Biden abbia fatto un errore fatale cercando di demonizzare tutto ciò che è russo, cose e persone. Se non altro, questo sta unendo i Russi dietro Putin e sono pronti a sostenerlo in una lunga lotta.
Sono scioccato dall’errore di calcolo di pensare che le sanzioni economiche alla Russia l’avrebbero messa in ginocchio. È vero il contrario. La Russia è autosufficiente e non dipende dalle importazioni. Le sue esportazioni sono fondamentali per il benessere economico dell’Occidente. Se blocca le esportazioni verso l’Occidente di grano, potassa, gas, petrolio, palladio, metalli nichelati e altri minerali chiave, le economie europee e statunitensi saranno devastate. E questo tentativo di dominare la Russia con le sanzioni ha reso ancor più probabile che il ruolo del dollaro statunitense come moneta di riserva internazionale finisca nella pattumiera della storia.

Domanda 4– Fin da quando aveva pronunciato il suo famoso discorso di Monaco, nel 2007, Putin si è sempre lamentato dell’”architettura della sicurezza globale.” In Ucraina possiamo vedere come questi importanti problemi di sicurezza possano evolvere in una guerra vera e propria. Come sapete, a dicembre Putin aveva fatto una serie di richieste relative alla sicurezza della Russia, ma l’amministrazione Biden aveva fatto spallucce e non aveva mai risposto. Putin voleva garanzie scritte che l’espansione della NATO non avrebbe incluso l’Ucraina (la sua adesione) e che i sistemi missilistici nucleari non sarebbero stati schierati in Romania o Polonia. Pensa che le richieste di Putin siano irragionevoli?
Larry C. Johnson– Penso che le richieste di Putin siano abbastanza ragionevoli. Il problema è che il 99% degli Americani non ha idea del tipo di provocazione militare che la NATO e gli Stati Uniti hanno portato avanti negli ultimi sette anni. Al pubblico è sempre stato detto che le esercitazioni militari erano “difensive.” Questo, semplicemente, non è vero. Ora abbiamo la notizia che la Defense Threat Reduction Agency (DTRA) stava finanziando i biolaboratori in Ucraina. Immagino che Putin potrebbe accettare dei sistemi missilistici nucleari statunitensi in Polonia e Romania se Biden accettasse che sistemi russi comparabili siano dispiegati a Cuba, in Venezuela e in Messico. Quando vediamo il problema in questi termini possiamo cominciare a capire che le richieste di Putin non sono né folli né irragionevoli.

Domanda 5– I media russi riferiscono che missili russi “ad alta precisione, aviolanciati” hanno colpito una struttura in Ucraina occidentale “uccidendo più di 100 tra truppe locali e mercenari stranieri.” Apparentemente, il centro di addestramento delle operazioni speciali si trovava vicino alla città di Ovruch, che è a soli 15 miglia dal confine polacco. Cosa può dirci di questo incidente? La Russia ha voluto inviare un messaggio alla NATO?
Larry C. Johnson – In breve – SÌ! Gli attacchi dell’esercito russo in Ucraina occidentale durante la scorsa settimana hanno scioccato e allarmato i funzionari della NATO. Il primo attacco è arrivato domenica 13 marzo a Yavoriv, nell’Ucraina Occidentale. La Russia ha colpito la base con diversi missili, alcuni pare ipersonici. Più di 200 persone sono state uccise, tra cui militari americani e britannici e personale dell’intelligence, con centinaia di feriti. Molti hanno subito lesioni catastrofiche, come amputazioni, e sono in ospedale. Eppure, la NATO e i media occidentali hanno mostrato poco interesse nel riferire su questo disastro.
Yavoriv era un’importante base avanzata della NATO. Fino a febbraio (prima dell’invasione russa dell’Ucraina), l’U.S. 7th Army Training Command operava da Yavoriv. La Russia non si è fermata lì. ASB Military News riferisce che la Russia ha colpito un altro sito, Delyatyn, a 60 miglia a sud-est di Yavoriv (giovedì, credo). Ieri, la Russia ha colpito Zytomyr, un altro sito dove in precedenza la NATO aveva una base. Putin ha inviato un messaggio molto chiaro: le forze della NATO in Ucraina saranno viste e trattate come combattenti. Punto.

Domanda 6 – Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è stato esaltato dai media occidentali come un “leader di guerra” ed un moderno “Winston Churchill.” Quello che i media non dicono ai loro lettori è che Zelensky ha fatto una serie di passi per rafforzare la sua presa sul potere, dando , allo stesso tempo, un colpo mortale alle fragili istituzioni democratiche dell’Ucraina. Per esempio, Zelensky ha “bandito undici organi di informazione di proprietà dell’opposizione” e ha cercato di impedire la candidatura di Viktor Medvedchuk, il capo del più grande partito di opposizione in Ucraina, accusandolo falsamente di “finanziare del terrorismo.” Questo non è il comportamento di un leader seriamente dedito alla democrazia. Qual è la sua opinione su Zelensky? È davvero un “leader patriottico” come i media vorrebbero far credere?
Larry C. Johnson– Zelensky è un comico e un attore. Neanche molto bravo, a mio parere. L’Occidente sta cinicamente usando il fatto che sia ebreo come un diversivo, evitando di dire che in Ucraina è presente un notevole numero di neo-nazisti (e intendo veri nazisti, che ancora celebrano i risultati ottenuti dalle Waffen SS ucraine, che avevano combattuto a fianco dei nazisti tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale). I fatti sono chiari: sta bandendo i partiti politici dell’opposizione e chiudendo i media dell’opposizione. Immagino che questa sia la nuova definizione di “democrazia.”

Domanda 7 – Come andrà a finire? C’è un eccellente post sul sito Moon of Alabama intitolato “Quale sarà la geografia dello stato che uscirà dalla guerra in Ucraina.” L’autore del post, Bernard, sembra pensare che l’Ucraina, alla fine, sarà divisa lungo il fiume Dnieper “e a sud lungo la costa, dove vive la maggioranza della popolazione etnica russa.” Dice anche questo:
“Questo eliminerebbe l’accesso dell’Ucraina al Mar Nero e creerebbe un ponte di terra verso la Transnistria, la regione separatista moldava che è sotto la protezione russa. Il resto dell’Ucraina sarebbe uno stato senza sbocchi sul mare, per lo più agricolo, disarmato e troppo povero per diventare a breve termine una nuova minaccia per la Russia. Politicamente sarebbe dominato dai fascisti della Galizia, che costituirebbero un grosso problema per l’Unione Europea.”
Cosa ne pensa? Putin imporrà all’Ucraina condizioni di questo tipo per rafforzare la sicurezza della Russia e porre fine alle ostilità o è più probabile uno scenario diverso?
Larry C. Johnson– Sono d’accordo con Moon of Alabama. L’obiettivo primario di Putin è quello di mettere in sicurezza la Russia dalle minacce straniere e divorziare dall’Occidente. La Russia ha le risorse fisiche per essere uno stato sovrano indipendente e sta realizzando questa visione.
Mike Whitney, qui.

Altre considerazioni estremamente interessanti che contraddicono radicalmente le fanfaronate degli ucrainofili (o dobbiamo chiamarli nazistofili?) possiamo leggerle qui. E a proposito di nazisti e affini, vi ricordate il linciaggio di Ramallah? Vi ricordate la telefonata della moglie di uno dei massacrati che, avendo sentito alla radio notizia di disordini chiama il marito per assicurarsi che sia tutto a posto e uno dei massacratori prende il cellulare e dice: “Tuo marito? Lo stiamo uccidendo”? Beh, i nazisti ucraini riescono a fare anche di peggio: provvedono loro a chiamare per annunciare la lieta novella.

La mamma del soldato russo riceve la videochiamata, appare il suo volto, lei crede che sia il figlio e pronuncia il suo nome “Iliusha, Iliusha” (diminutivo di Ilija) con tono allarmato.
Il militare ucraino ride e dice “Slava Ucraina”, “Gloria all’Ucraina”.
La mamma dice “non c’è Iliusha?”.
Lui risponde. “E’ morto. Ha fatto tre errori: si è perso, si è perso in Ucraina, è morto come un cane”. E ride.
Si vede il volto della madre impietrita che inizia a tremare. Lui dice: “cosa ti succede, perché ti tremano le labbra?”.
La mamma, con un altro telefonino, chiama una ragazza, probabilmente la fidanzata del figlio. E’ la ragazza a continuare a parlare con il militare ucraino. La ragazza dice alla madre: “Questo è un bastardo”. Poi rivolta al soldato: “Non crediamo a quello che dici. Facci vedere il nostro ragazzo”.
Lui risponde: “Non è rimasto niente di questo qui, è rimasto solo il culo, la gamba è staccata dal corpo, per fortuna è rimasto solo il telefono per chiamarvi e dirvi che lo stronzo fottuto non c’è più”.
La ragazza dice: “Sei tu che al posto della testa hai il culo”.
Lui ride: “E’ il vostro ragazzo che dove aveva la testa adesso ha il culo, grazie all’artiglieria ucraina”.
Si sente il pianto disperato della madre.
La ragazza dice: “Facci vedere il nostro ragazzo”.
Lui dice: “Cosa devo farvi vedere che lo stanno mangiando i cani, non abbiamo tempo per seppellire i vostri russi, li lasciamo finire ai cani, da un lato c’è la gamba, dall’altro la testa, è tutto sparso”.
La madre piange e chiude la conversazione.
Il soldato ucraino ride.

Non è propaganda russa, è girato dalla parte ucraina, da qualcuno che riteneva di potersene vantare.

E magari godetevi anche quest’altro spettacolo dei nazisti buoni che leggono Kant

Poi c’è il papa che ha l’idea di far portare la croce nella via crucis a donne ucraine e russe insieme, ma l’ambasciata ucraina contesta l’iniziativa. E l’amica

Maria Teresa Leone

opportunamente commenta:

A loro andava bene solo Gott mit uns.

Ora una nota amena, per rispondere agli alti lai del comico e dei ciarlatani di casa nostra:

Elena Squarci

Guardavo prima su canale 5 l’inviata ripresa davanti ad una decina di cavalli di frisia, in realtà unici particolari che evocavano la guerra in quel video, perché sullo sfondo c’era una città tranquilla, Kiev, nella più esplicita normalità: bei palazzi tutti intatti, negozi aperti, fontane con gente seduta sui bordi a parlare, traffico intenso di auto e bus, e dietro un tizio curioso che fotografava la troupe al di quà. Ma l’inviata parlava di stragi, bombe e disperazione, e di come quel cattivone di Putin se ne andrebbe in giro con la valigetta dei codici di lancio (portata dalla guardia del corpo!): in verità uno strano modello con due manici, nessuna catena da polso, ma soprattutto solo una cerniera per proteggere il contenuto. Un’altra cosa che non mi è chiara è come questi ‘inviati’ – sicuramente tutti premi pulitzer, tutti indipendenti – riescano sempre a sapere, soltanto dopo poche ore dalle presunte stragi e bombardamenti sui civili, il numero esatto dei morti. Il miracolo dei pallottolieri da guerra. Ci rendiamo conto in che mani è la cronaca di questa guerra? Della serie la butto lì tanto chi verifica?

E a proposito del comico, più prezzemolo di Galli e Pregliasco (che non smette di dare ordini a destra e a manca)

Il resto domani, che qua di roba ce n’è anche troppa, ma prima di chiudere, il solito salto in Russia, con questi due meravigliosi artisti e con quella cosa miracolosa che è il valzer, capace perfino di resuscitare i morti… almeno per un po’. E magari impariamo che per concederci un valzer è sempre il momento giusto, anche in mezzo alla guerra

barbara

E TORNIAMO A PARLARE DELLA GUERRA

Tv e giornali e politici e Vaticano e umanitaristi: gli Armeni sono decapitati dai vostri nuovi “amici”

L’Italia a Baku per il gas. Al governo nessuno fiata sulla “Bucha armena”, civili e soldati Armeni fatti a pezzi dai soldati Azeri, tutto ripreso in video che nessuno ha avuto il coraggio di mostrare

“Sono lieto di annunciare che oggi gettiamo le basi per un ulteriore rafforzamento della cooperazione fra Italia e Azerbaijan, che auspico conduca a un ulteriore consolidamento del nostro partenariato economico e commerciale”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in visita a Baku (l’Azerbaijan ha anche annunciato l’apertura di “centri culturali azeri” in Italia). 10 miliardi: tanto vale l’interscambio fra Azerbaijan e Italia. Di Maio ha anche siglato la nascita di una università italo-azera a Baku. Poi il nostro capo della diplomazia è intervenuto su Bucha: “Crimini di guerra, la Corte penale internazionale li punirà”. In attesa che si faccia luce su quanto successo in questa piccola città dell’Ucraina, l’indignazione è d’obbligo. Ma gli Armeni decapitati non hanno meritato un secondo e una riga sulle nostre tv e giornali per aver subito lo stesso. Paolo Mieli sul Corriere della Sera di oggi critica il presidente ucraino Zelensky per aver evocato un “genocidio”. Non so se sia un termine adatto, ma so che c’è un popolo, quello Armeno, che un genocidio lo ha davvero subito, il primo del Novecento, e che continua a subire nell’indifferenza europea. Ma se ad esempio il presidente francese Emmanuel Macron il 9 marzo annunciava un “sostegno incrollabile all’Armenia”, nessuna alta carica italiana ha mai fatto menzione del piccolo stato cristiano nel Caucaso.
Anche senza evocare la sproporzione di perdite militari (1.300 soldati ucraini caduti su 40 milioni di abitanti contro 3.800 soldati armeni caduti su 2.9 milioni di abitanti), restiamo all’orrore per i civili. Mentre l’Italia negoziava a Baku, l’Armenia diffondeva un rapporto: “Ci sono ancora 187 soldati armeni e 21 civili armeni dispersi, mentre l’Azerbaigian tiene ancora 38 armeni prigionieri di guerra, tre dei quali civili”. Sappiamo anche che i soldati azeri hanno ucciso 19 soldati e civili armeni dopo la fine delle ostilità, quando erano loro prigionieri, protetti dalla Convenzione di Ginevra. Abbiamo anche i nomi dei morti ammazzati.
Eppure, tv e giornali potevano vedere tutti i video degli anziani armeni decapitati dalle forze azere nel Nagorno-Karabakh. Decapitati da uomini in uniforme delle forze azere, non bande o miliziani no, ma dall’esercito regolare. “È così che ci vendichiamo, tagliando le teste”, dice un soldato azero fuori campo. Genadi Petrosyan, 69 anni, non voleva lasciare il villaggio mentre le forze azere si avvicinavano. Come Yuri Asryan, 82enne che si era rifiutato di lasciare il villaggio. Nessuno conosce il nome di Victoria Gevorkyan, una bambina armena di 9 anni prima vittima della seconda guerra lanciata dall’Azerbaijan.
Abbiamo orrore dei mercenari usati da Vladimir Putin nella guerra in Ucraina, ma non dei mercenari di Recep Tayip Erdogan nella stessa guerra. Gli stessi mercenari che turchi e azeri avevano chiamato per uccidere gli armeni nel Karabakh, come ha appena raccontato Armenpress: “La Turchia ha inviato 2.000 militanti siriani rimasti nel Nagorno Karabakh dopo aver combattuto per l’Azerbaigian contro le forze armene in Ucraina per combattere contro la Russia”.
In una pagina sono raccolti video atroci realizzati dagli stessi soldati azeri contro gli armeni, civili e militari: un giovane armeno decapitato e i soldati azeri che ridono, esultano e celebrano mentre uno di loro usa un coltellaccio da cucina per tagliargli la gola; un anziano armeno che implora per la vita, mentre un soldato azero lo tiene e gli taglia la gola; soldati azeri che trascinano civili armeni fuori dalle case sul marciapiede e poi li uccidono; soldati azeri che mutilano i soldati armeni, tagliando loro parti del corpo; soldati azeri che bruciano il corpo di un armeno. E così via, di orrore in orrore.
Impossibile dimenticare che quando nel 1988 in Armenia un terremoto fece 25.000 morti, in Azerbaijan ci furono feste e danze di giubilo per ringraziare Allah di aver colpito i vicini “infedeli”.
Una delle vittime armene dei soldati azeri si chiamava Alvard Tovmasyan, disabile che soffriva di malattie mentali. I parenti hanno identificato il suo corpo nel cortile della sua casa a Karin Tak, un villaggio dell’Artsakh. Suo fratello Samvel l’ha riconosciuta dai vestiti. Piedi, mani e orecchie di Tomasyan erano stati tagliati.

Il presidente azero decora Ramil Safarov, l’ufficiale azero che a Budapest a un corso di inglese della Nato ha decapitato Gurgen Margaryan, un altro partecipante, mentre dormiva. Il movente? “Margaryan era armeno”. (NOTA: sotto la pecetta bianca c’è la testa mozzata dell’armeno tenuta per le orecchie)

Le Monde rivela di un’altra dozzina di video che mostrano scene che vanno da calci in faccia a civili armeni coscienti ad accoltellamenti in faccia a cadaveri con l’uniforme armena. La BBC ha il video di altri due civili armeni uccisi a sangue freddo. Come Valera Khalapyan e sua moglie Razmela, assassinati nella loro casa dai soldati azeri, che poi hanno tagliato loro le orecchie. Uccisi come “cani” (il dittatore azero Alyev così chiama gli armeni) dai soldati azeri non in tempo di guerra, ma di “pace”.
Eppure, il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, Cardinale Gianfranco Ravasi, ha stretto un accordo con la Fondazione Aliev. Il Segretario di Stato della Santa Sede, Cardinale Pietro Parolin, aveva già consegnato al primo Vicepresidente della Repubblica dell’Azerbaigian, Mehriban Alieva, che è anche la moglie del dittatore azero, il nastro con la Gran Croce dell’Ordine di Pio IX, la più alta onorificenza ecclesiastica a un non cattolico. Nel 2013, Ravasi era andato a Baku per organizzare una mostra di arte aver nei Musei Vaticani.
Ieri il ministro degli Esteri dell’Ucraina ha chiesto all’Unesco di espellere la Russia perché in questa guerra una ventina di chiese sono state colpite e danneggiate. Richiesta che è molto facile che venga accolta. Peccato, ancora una volta, per il doppio standard. “Conoscete la chiesa di Santa Maria a Jibrail? È improbabile che l’abbiate visitata in passato, ma non potrete più farlo: è stata completamente rasa al suolo dagli azeri”, scrive su La Croix Nathalie Loiseau, ex ministro degli Affari europei francese. “Siete mai stati a Shushi? Se i vostri passi vi portano lì, non troverete più la Chiesa Verde, profanata e distrutta, come la Cattedrale di San Salvatore che è stata bombardata. A Mataghis, la chiesa di San Yeghishe è stata vandalizzata. Ogni giorno, lapidi, statue e cimiteri armeni vengono demoliti”. Loiseau ha lanciato un appello: “Faccio appello ai presidenti del ‘gruppo di Minsk’, Francia, Stati Uniti e Russia, affinché intervengano con l’Azerbaigian. Faccio appello all’Unione europea affinché ottenga da Baku chiare assicurazioni che il patrimonio culturale armeno sarà preservato. Faccio appello all’Unesco…Non lasciamo che le chiese armene siano distrutte”. Se non fosse che l’Azerbaigian ha ipotecato l’Unesco. Nel 2004 alla vicepresidente dell’Azerbaigian Mehriban Aliyeva (e moglie del presidente Ilham Aliyev) è stato dato il titolo di Ambasciatore di buona volontà dell’Unesco, una posizione che organizzazioni come il Centro europeo per la libertà di stampa e dei media hanno chiesto l’Unesco di ritirare. L’Unesco, a corto di denaro, quando ha perso il 22 per cento del suo budget l’Azerbaigian gli ha dato un contributo di 5 milioni di dollari. Nessun paese europeo, mentre gli Azeri distruggevano le chiese armene, si sono mai sognati di chiedere di cacciarli dall’Unesco.
E la pulizia etnica degli Armeni, la distruzione delle loro chiese e cimiteri quindi della loro memoria, le stragi di civili inermi, hanno avuto il risultato sperato: l’Armenia potrebbe essere sul punto di cedere quel che resta del Karabakh, incapace di difenderlo dall’Azerbaijan.
Non una sola trasmissione televisiva in 44 giorni di guerra contro gli armeni. Non un solo fotogramma apparso sui grandi quotidiani. Non un solo appello della società civile, degli scrittori, dei politici, degli intellettuali, di tutti quelli che si abbeverano ai report di Amnesty International. Eppure ce ne erano. “Ci sono voluti quattro giorni per bandire la Russia dalle principali competizioni sportive, mentre i leader occidentali hanno assistito con gioia al campionato europeo a Baku, quando centinaia di prigionieri di guerra armeni erano ancora detenuti illegalmente e spesso torturati”, scrive questa settimana l’Armenian Spectator. Un doppio standard che si spiega forse con il fatto che “l’Armenia è un paese di 3 milioni di abitanti e ha un Pil simile al Madagascar, di contro l’Azerbaijan è uno dei principali fornitori di idrocarburi in Europa”.
Da qui la totale impunità denunciata da Simon Maghakyan su Time Magazine sempre di questa settimana: “Aliyev ha completato la cancellazione di 28.000 monumenti armeni medievali a Nakhichevan, che avrebbero dovuto essere protetti dall’Unesco ma che secondo Aliyev non sono mai esistiti. Ha promosso un ufficiale azero che aveva ucciso il suo compagno di classe armeno addormentato durante un addestramento della Nato in Ungheria. Akram Aylisli, un tempo l’autore più venerato dell’Azerbaigian, ora vive agli arresti domiciliari per aver scritto un romanzo che commemora l’antichità armena del suo luogo di nascita. I cimiteri armeni recentemente occupati dall’Azerbaigian sono demoliti. Lo scorso marzo, quando il giornalista italiano Claudio Locatelli ha intervistato un soldato azero volontario in Ucraina, quello che Aliyev chiama ‘il modello azero di multiculturalismo’ è stato in piena mostra. ‘Siamo tutti fratelli: musulmani, ebrei, cristiani’, si vantava il soldato. Ma quando gli è stato chiesto degli armeni, ha detto ‘sono peggio degli animali’. Ma tale politica richiede una tacita approvazione internazionale sotto forma di un silenzio quasi universale”.
E quel silenzio glielo abbiamo garantito a dovere. Io invece non sono disposto, in nome della guerra politica, morale ed economica alla Russia, a lasciare che il nostro silenzio, le nostre complicità e le nostre collusioni morali ed economiche ci facciano accettare la guerra di annientamento e di logoramento di 100 milioni di turchi e azeri con cui stanno cancellando uno dei due piccoli paesi che mi stanno a cuore (oltre a Israele): la piccola Armenia. Un paese, come l’Ucraina, che è stato terra di confine tra civiltà diverse, fra alterne vicende e aspri conflitti e che dovettero spesso protettorati, invasioni e devastazioni.
I “massacri hamidiani” contro gli armeni iniziarono alla fine del 1894 e si protrassero fino all’estate del 1896. Il sultano Abdul Hamid decise di dare al problema armeno una “soluzione finale”. Un testimone oculare, l’ambasciatore Alberto Pansa, ci ha lasciato una descrizione terrificante: “Gli armeni non si difendono: per le strade quando si trovano davanti al turco si buttano in ginocchio: queste bande armate di un grosso bastone con una punta ferrata con la quale colpiscono alla testa l’armeno che cade insanguinato, passano delle carrette che raccolgono cadaveri, li buttano accatastati su tali carri, il sangue cola ed i cani seguono questo lugubre carro leccando il sangue. Arrivano al Bosforo e ve li buttano. Questo barbaro massacro continua per tre giorni per ordine del sultano che vuol sterminare gli armeni”. Solo in quell’occasione furono trucidati a Costantinopoli migliaia di armeni. Grande fu il lavoro della Conferenza degli ambasciatori per cercare, inutilmente, di far cessare i massacri. L’Italia vi era rappresentata da Pansa, piemontese. Ospitò nell’ambasciata e nei consolati moltissimi armeni, si aggirò per le strade allo scopo di salvarne altri, tanto che per il suo coraggio venne decorato al valor civile. Saverio Fera, presidente del Comitato “Pro Armenia”, disse che occorreva cacciare il “turco dall’Europa” e sostituire l’impero ottomano con una confederazione di popoli liberi. Al tempo l’Italia aveva ancora coraggio. Il presidente del Consiglio Crispi spedì ai Dardanelli due corazzate, la “Umberto I” e la “Andrea Doria”. Crispi ordinò di mettersi a disposizione del comandante inglese, che venne informato che l’Italia aveva pronto un corpo di 50.000 soldati per l’attacco ai Turchi. Ma gli Armeni alla fine vennero abbandonati a se stessi.
Oggi non saremmo neanche più in grado di pronunciare le parole di Francesco Crispi alla notizia dei primi massacri di armeni: “L’Italia ha dei doveri speciali verso gli armeni, la cui cultura intellettuale e religiosa ha in Italia radici più estese e più profonde che in qualsiasi altro Paese d’Europa”.
Oggi la nostra pusillanimità non è neanche più celata.
Giulio Meotti

E sempre più appare evidente che i filo ucraini – o, per meglio dire, filozelenskiani, talmente affascinati dal guitto (che compare unicamente con l’abito di scena, ossia la maglietta verde militare: deve averne ordinato uno stock di 180 capi per fronteggiare i primi sei mesi di guerra) da avere cominciato a chiamarlo eroe fin dal primo giorno di guerra, esattamente come a suo tempo veniva dai suoi fans chiamato eroe il terrorista Arafat, e non a caso qualche mente geniale ha pensato bene di proporre anche lui per il Nobel per la pace – sono esattamente come i filo palestinesi: del popolo “invaso”, del popolo “oppresso”, del popolo “martire” non gliene frega una cippa, il loro unico motore è l’odio: odio per Israele gli uni, odio per la Russia gli altri. L’importante, per avere sostenitori, è scegliersi il nemico giusto: tirare missili su Israele, rapire israeliani, massacrare israeliani, guardandosi bene dal rispettare gli accordi firmati, e appena Israele reagisce ecco scatenarsi il latrato dei cani rabbiosi e la pioggia di miliardi ai poveri palestinesi vittime dell’oppressore; bombardare massacrare bruciare vivi i russi, guardandosi bene dal rispettare gli accordi firmati, e appena la Russia reagisce ecco scatenarsi il latrato dei cani rabbiosi e la pioggia di miliardi e di armi (oltre a tutti i miliardi e a tutte le armi piovute negli ultimi anni) ai poveri ucraini vittime dell’invasore. E tutte le altre vittime del mondo che si sono scelte i nemici sbagliati, si fottano.

barbara

QUALCHE ALTRA TESTIMONIANZA

La ragazza greca

L’ebreo ucraino

E infatti:

Fulvio Del Deo

Numero di aggressioni antisemite violente nel 2020, per paese.

I primi 4 classificati nel mondo:

1. USA 119
2. Germania 59
3. Regno Unito 46
4. Ucraina 22

Rapportando il numero di aggressioni al numero di ebrei presenti, si ha questa classifica di aggressioni/migliaio di ebrei:

1. Ucraina 0,511
2. Germania 0,5
3. Regno Unito 0,156
4. USA 0,02

La conduttrice ucraina russofona

https://www.conduttricitv.com/2022/03/dasha-dereviankina-kiev-ci-dicevano-che.html

Fausto Biloslavo sul battaglione nazista Azov

E Marcello Foa sempre sullo stesso tema sette anni fa

Alessandro Orsini su un po’ di cose che non sappiamo

e che per avere dato queste informazioni è stato epurato dalla sua università e cancellato da Wikipedia,

oltre a essere stato sommerso di contumelie su tutti i social, nei quali gli è stato imputato quale grave elemento a carico anche il suo parlare pacato e a voce bassa – cosa effettivamente molto rara di questi tempi.

La figura di merda della nostra informazione

Qualche considerazione realistica

UCRAINA: OGNI GIORNO CRESCE IL PREZZO DELLA PACE

La guerra scatenata dalla Russia è terribile, siamo d’ accordo. Invadere un paese sovrano è la più grave violazione del diritto internazionale, anche quando si accampano giustificazioni più o meno plausibili come il diritto all’ autodifesa e quello all’ “ingerenza umanitaria”. Invitiamo i Russi a farsi un’ esame di coscienza e, già che ci siamo, facciamolo pure noi: ci siamo indignati altrettanto quando i “nostri” hanno invaso Yugoslavia, Afganistan, Iraq e Libia e bombardato alla chetichella un’ altra manciata di paesi, creando un mondo in cui conta solo la forza e dando a Putin una lezione che quello, da studente sveglio e voglioso di apprendere qual è, si è diligentemente annotata?
Ad ogni buon conto, quando saremo stanchi di far prediche agli altri e magari anche a noi stessi, potremo fermiamoci a riflettere. Gli slanci emotivi portano poco lontano: se non vogliamo che la nostra aspirazione alla pace resti una petizione di principio o, peggio, venga intesa come appoggio a iniziative che provocherebbero in maniera quasi automatica una disastrosa estensione del conflitto (vedasi alla voce no fly zone), occorre sforzarsi e tentare una lettura approfondita e razionale.
Una delle questioni più urgenti da definire (e tuttavia più trascurate) è quella degli obiettivi di guerra russi. Eppure determinare cosa voglia il “nemico” è il punto di partenza indispensabile per ogni trattativa e per verificare se vi siano spazi per un compromesso.
Riavvolgiamo, dunque, la pellicola degli eventi fino allo scorso 15 dicembre, quando la Russia ha presentato le proprie richieste agli Stati Uniti sotto forma di bozza di trattato. La parte riguardante l’ Ucraina prevedeva la neutralità e (implicitamente) la smilitarizzazione del paese. Come noto le richieste furono respinte in omaggio all’ “irrinunciabile” principio NATO delle “porte aperte”. A pensarci ora, a soli tre mesi di distanza, viene un po’ da mangiarsi le mani, vero? Difendere il diritto della NATO ad espandersi all’ infinito valeva davvero tutto questo? In ogni caso abbiamo detto di no: e quella porta negoziale è ormai chiusa per sempre.
Secondo passaggio: il riconoscimento delle repubbliche di Donetsk e Lugansk il 21 febbraio e l’ inizio delle operazioni militari (tre giorni dopo). La Russia ha immediatamente enunciato le proprie quattro richieste: riconoscimento dell’ annessione (ricongiunzione, dicono loro) della Crimea (un fatto compiuto da ormai 8 anni) e dell’ indipendenza di Donetsk e Lugansk, tanto per cominciare. E poi epurazione dei nazionalisti a Kiev, impegno formale alla neutralità del paese.
Queste richieste sono state ripetute più volte:  da Putin in persona, in occasione di un colloquio con Macron il 28 febbraio e di uno con Scholtz il 4 marzodalla delegazione russa alle trattative bilaterali che si tengono in Bielorussia (1 marzo), e dal ministro degli esteri Lavrov (il 2 marzo).
Abbiamo subito risposto di no anche a queste proposte (con una punta di indignazione), o meglio lo ha fatto, su nostra imbeccata, il governo Ucraino. In particolare Zelensky ha ribadito che la posizione negoziale di Kiev è il ripristino dei confini del 1991 (quindi non solo con il Donbass, ma anche con la Crimea). Una pretesa un po’ ambiziosa, provenendo da un tizio che vive in un bunker.
Tuttavia i Russi, messi in difficoltà da una resistenza risoluta e dall’ allungarsi delle linee di rifornimento, sembrano segnare il passo, e quella base negoziale su quattro punti potrebbe essere ancora valida (il ministero degli esteri russo l’ richiamata ancora il 17 marzo), nonostante, soprattutto nei primi giorni, il controllo di Mosca si sia esteso penetrando di cento, duecento chilometri in territorio ucraino.
Siamo però ad un passaggio cruciale. E’ evidente che, per costringere gli Ucraini ad accettare i “quattro punti” Putin dovrà andare ancora avanti. In che direzione? Qualcosa si scorge fra le righe delle dichiarazioni, nelle direttrici di avanzata delle truppe di Mosca e nella gestione dei territori occupati. Un piano che diviene più concreto ogni giorno di conflitto che passa e che prevede, di fatto, la cancellazione dell’ Ucraina dalle mappe o almeno un suo drastico ridimensionamento.
Non è un mistero che Putin sia convinto l’ Ucraina non sia un vero stato, ma un Frankenstein creato dagli esperimenti politici di pazzi scienziati bolscevichi. Ne parlò per la prima volta il 25 gennaio 2016: “i confini (interni dell’ URSS n.d.A.) furono determinati in modo completamente arbitrario e non sempre ragionevole. Ad esempio, il Donbass fu inserito nell’ Ucraina. Con il pretesto di aumentare la percentuale del proletariato in Ucraina, per contare su un maggiore sostegno sociale. Un’ assurdità”. Concetto sviluppato il 21 giugno 2020 quando il Presidente disse come avrebbe regolato lui il diritto di separazione previsto dalla costituzione dell’ URSS: “Se una repubblica, entrando a far parte dell’URSS, avesse ricevuto un’enorme quantità di terre russe, tradizionali territori storici russi, e poi avesse deciso di lasciare questa Unione, avrebbe dovuto andarsene con quello con cui è entrata. E non portarsi via i regali del popolo russo!”. E ancora, nel saggio pubblicato il 12 luglio 2021, e nel discorso della guerra, il 21 febbraio scorso nel quale, dopo aver precisato che l’ Ucraina è una costruzione politica del tutto artificiale, ha minacciato: “Volete la decomunistizzazione? Bene, ci va bene. Ma senza fermarsi a metà strada. Siamo pronti a mostrarvi cosa significa la vera decomunistizzazione per l’Ucraina.”. In pratica una citazione da Taras Bulba di Gogol “la vita: come te l’ ho data, così te la tolgo”. Con Russia 24 pronta a mostrare la “mappa” dei regali da restituire: il Donbass, certo, ma anche Kharkov e tutta la costa del Mar Nero fino al confine con la Moldavia.
Il canale Telegram Rezident vanta entrature nell’ amministrazione ucraina: più probabilmente è uno strumento di propaganda russa. Sia come sia è interessante leggere come Rezident ha descritto la quarta tornata di incontri negoziali fra Russi e Ucraini. I Russi avrebbero detto, in sintesi: accettate le nostre prime richieste e la chiudiamo qui. Se no procediamo, e ci prendiamo tutto il sud del vostro paese.
Ecco cosa succederà se Zelensky, istigato dagli alleati occidentali, si ostinerà a non sedersi al tavolo delle trattative. La musica è già cambiata a Melitopol, la prima grande città ucraina occupata e “vetrina” da presentare al mondo: in un primo momento (il 24 febbraio) al sindaco è stato consentito mandare un messaggio alla popolazione davanti alla bandiera ucraina, mentre poi (12 marzo) sia il sindaco che la bandiera sono stati sostituiti: ora a capo della città c’è Galina Danilchenko, dell’ opposizione russofona, mentre gli edifici pubblici espongono il tricolore russo, che nel frattempo  è comparso anche sui palazzi dell’ amministrazione provinciale di Kherson, il primo capoluogo caduto in mano alle truppe di Mosca. L’ appetito, come si dice, vien mangiando, e alla lunga, per i Russi, potrebbe diventare difficile restituire, in aprile o maggio, i territori occupati (pagando un alto prezzo di sangue) per forzare l’ accettazione delle richieste di marzo.
E’ una spirale di rilanci: non si vuole lasciare a Putin la Crimea? Si prende Donetsk. Non gli si concede Donetsk? Eccolo a Mariupol. Non gli si vuole cedere Mariupol? Sbarco ad Odessa. Non vi basta ancora? Attacco a Kiev. In ogni richiesta respinta c’è la base di un nuovo rilancio ed una nuova, cruenta, situazione di fatto che poi rischia di cristallizzarsi in una nuova pretesa negoziale.
Alla fine di questa spirale si sono solo due possibili esiti.
O la Russia, spostato il baricentro delle proprie relazioni in Asia, si troverà a gestire l’ occupazione impossibile di una enorme distesa di macerie abitata da una gente impoverita e forse per sempre nemica mentre, oltre ad un confine tracciato dai crateri e da montagne di cadaveri, un’ Europa occidentale invasa da milioni di profughi e fiaccata dalla crisi economica, visceralmente ostile, verrà aggiogata alla Nato con un laccio secolare.
Oppure (ed è quello in cui sperano i sostenitori della linea dura), il baratro dell’ Ucraina finirà per inghiottire anche il vicino: la Russia salterà per aria sfiancata dallo sforzo e collasserà. Una prospettiva che in teoria può anche attrarci, ma che in pratica significherebbe undici fusi orari pieni di materie prime indispensabili, disseminati di armi nucleari e abitati da 200 gruppi etnici, sprofondati nel caos.
Non c’è dubbio che convenga a tutti (o meglio: a tutti gli abitanti dell’ emisfero orientale), fermare questo vortice ora, facendo un bagno di realismo. Solo a prezzo di montagne di cadaveri Donetsk Lugansk e Crimea possono tornare Ucraina. Solo allo stesso prezzo Odessa e Kiev possono tornare Russia. Se ne prenda atto. Si spinga Zelensky all’ accordo ed alla troppe volte differita resa dei conti con gli estremisti interni, si inchiodi ora Putin alle sue prime, in fin dei conti ragionevoli, pretese. Si faccia dell’ Ucraina uno spazio disarmato in cui la Russia e gli altri paesi europei possano esercitarsi, se non alla cooperazione, almeno alla convivenza.
Se nelle stanze dei bottoni europee c’è qualcuno che vuole davvero la pace, ignori le masse irretite dalla propaganda di guerra, e batta un colpo. Le cose possono andare assai peggio e non c’è più tempo per gli indugi.
Marco Bordoni, qui.

E infine uno dei commenti più intelligenti usciti negli ultimi tempi

questa società finirà nel condannare un gazzella che cerca di scappare dalla presa mortale di un coccodrillo?

E infatti chi di noi non ha visto nella savana branchi di coccodrilli lanciati al galoppo all’inseguimento delle povere gazzelle? (E con questo livello di intelligenza e di informazione – e stendiamo un velo pietoso sulla conoscenza dell’italiano – come stupirci delle bestialità che sparano a velocità superiore a quella della creatura del buon Michail Timofeevič?)

Chiudo con la più sobria – e forse la più intensa – dichiarazione d’amore della storia del cinema

Chissà, forse anche fra i civili imprigionati per settimane come scudi umani dagli eroici ucraini nel teatro di Mariupol e altrove, saranno nati embrioni di storie d’amore destinati a svanire nel vento.

barbara

VI RICORDATE “ODIARE TI COSTA”?

Naturalmente non era qualunque odio a costare, come in molti hanno dovuto sperimentare sulla propria pelle, ma solo quello contro gli amici. A questa politica si erano associate anche varie piattaforme social, come facebook, che adesso però ha cambiato programma: visto che i due minuti, o due ore, o ventiquattro ore di odio contro la Russia sono cosa buona e giusta, d’ora in poi i messaggi di odio e anche gli incitamenti alla violenza contro i russi non verranno più censurati in Armenia, Azerbaigian, Estonia, Georgia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Russia, Slovacchia e Ucraina. Odiare non ti costa più: bello, no? (Sempre che tu scelga di odiare il nemico giusto, ça va sans dire.

E visto che è temporaneamente consentito dis-censurare, io dis-censuro il discorso integrale di Vladimir Putin  del 2007. È un po’ lungo ma merita di essere letto tutto con la massima attenzione, ma per chi avesse meno tempo e meno voglia ho evidenziato due brani, poco più di una pagina in tutto, che ritengo particolarmente importanti.

da http://www.president.kremlin.ru/eng/speeches/2007/02/11/0138_type82914type84779_118135.shtml

Discorso alla Conferenza di Monaco di Baviera sulla Politica di Sicurezza

11 febbraio, 2007 Monaco di Baviera

Riteniamo utile pubblicare la traduzione del testo integrale del discorso tenuto da Vladimir Putin alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco l’11 febbraio scorso.
Vale la pena leggerlo con la massima attenzione.
In nessun altro precedente intervento del presidente russo era stato affrontato con tanta esplicita chiarezza il problema dei rapporti con gli Stati Uniti, a testimonianza del livello di tensione che ha raggiunto la competizione tra le due principali potenze nucleari del pianeta.
 

Vladimir Putin:

Molte grazie cara Signora Cancelliera Federale, Signor Teltschik, signore e signori!

Sono veramente grato per essere stato invitato a una così significativa conferenza che riunisce statisti, ufficiali militari, imprenditori ed esperti da più di 40 nazioni.
La struttura di questa conferenza mi permette di evitare l’eccessivo formalismo e la necessità di parlare nei tortuosi termini diplomatici, compiacenti ma vuoti. La configurazione di questa conferenza mi consentirà di dire quello che penso realmente sui problemi della sicurezza internazionale. E se i miei commenti sembrassero indebitamente polemici, aspri o inesatti ai nostri colleghi, vorrei chiedere loro di non aversene con me. Dopo tutto, questa è solamente una conferenza. E spero che il Signor Teltschik non vorrà accendere il segnale rosso dopo i primi due o tre minuti del mio discorso.
Perciò. Si sa bene che la sicurezza internazionale va molto più in là delle questioni relative alla stabilità militare e politica. Comprende la stabilità dell’economia globale, il superamento della povertà, la sicurezza economica e lo sviluppo di un dialogo tra civiltà.
Questo indivisibile carattere della sicurezza, universale, è espresso con il fondamentale principio che “la sicurezza di ciascuno è la sicurezza per tutti”. Come disse Franklin D. Roosevelt pochi giorni dopo lo scoppio della II Guerra Mondiale: “Quando la pace è stata rotta da qualche parte, la pace di tutti i paesi è ovunque in pericolo.”
Oggi queste parole rimangono attuali. Incidentalmente, il tema della nostra conferenza – crisi globali, responsabilità globale – esemplifica questo.
Solamente due decadi fa il mondo era ideologicamente ed economicamente diviso e fu l’enorme potenziale strategico di due superpotenze che garantì la sicurezza globale. Questa situazione globale ha spostato i problemi economici e sociali più acuti ai margini dell’agenda della comunità internazionale e del mondo. E, proprio come ogni guerra, la Guerra Fredda ci lasciò con la miccia accesa, parlando figuratamente. Mi sto riferendo agli stereotipi ideologici, ai doppi standard e ad altri tipici aspetti di pensiero per blocchi della Guerra Fredda.
Ma il mondo unipolare che era stato proposto dopo la Guerra Fredda non ebbe luogo.
La storia dell’umanità certamente ha superato periodi di unipolarismo e ha visto aspirazioni alla supremazia mondiale. Ma cosa non è capitato nella storia del mondo? Tuttavia, che cosa è un mondo unipolare? Comunque si voglia abbellire questo termine, alla fine si riferisce ad un certo tipo di situazione, ovvero a un centro di autorità, un centro di forza, un centro decisionale.
È un mondo nel quale c’è un padrone, un sovrano. Ed alla fine questo non solo è pernicioso per tutti quelli compresi in questo sistema, ma anche per il sovrano stesso, perché distrugge se stesso dall’interno. E questo certamente non ha niente in comune con la democrazia. Perché, come voi sapete, la democrazia è il potere della maggioranza alla luce degli interessi e delle opinioni della minoranza.
Incidentalmente, alla Russia- a noi- danno continuamente lezioni di democrazia. Ma per qualche ragione quelli che ci insegnano non vogliono imparare loro stessi.
Io considero che nel mondo d’oggi il modello unipolare non solo sia inaccettabile ma che sia anche impossibile. E questo non solo perché se ci fosse una singola leadership nel mondo d’oggi- e particolarmente in quello d’oggi- le sue risorse militari, politiche ed economiche non basterebbero. E, cosa ancora più importante, il modello stesso sarebbe viziato, perché alla sua base non ci potrebbe essere alcun fondamento morale per la moderna civiltà.
Con ciò, quello che sta accadendo nel mondo di oggi- e noi abbiamo appena incominciato a discutere di questo- è un tentativo di introdurre negli affari internazionali precisamente questo concetto, il concetto di un mondo unipolare.
E con quali risultati?
Azioni unilaterali, spesso illegittime, non hanno risolto alcun problema. Hanno invece provocato nuove tragedie umane e creato nuovi centri di tensione. Giudicate voi stessi: le guerre così come i conflitti locali e regionali non sono diminuiti. Il Signor Teltschik ha ricordato questo molto blandamente. E non muoiono meno persone in questi conflitti- ne stanno morendo anche più di prima. Molte, significativamente molte di più!
Oggi noi stiamo assistendo ad un uso quasi illimitato di eccesso di forza- forza militare- nelle relazioni internazionali; forza che sta sommergendo il mondo in un abisso di conflitti permanenti. Di conseguenza noi non abbiamo l’energia sufficiente per trovare una vera soluzione per nessuno di questi conflitti. Anche trovare un accomodamento politico diviene impossibile.
Stiamo assistendo ad un disprezzo sempre più grande per i principi fondamentali della legge internazionale. E’ un dato di fatto che norme legali indipendenti stiano diventando in modo crescente più legate al sistema legale di uno stato. Primo fra tutti, gli Stati Uniti, che hanno oltrepassato i loro confini nazionali in ogni modo. Questo è visibile nelle politiche economiche, governative, culturali e dell’istruzione che impongono alle altre nazioni. Bene, a chi piace questo? Chi è felice di questo?
Nelle relazioni internazionali noi vediamo sempre più il desiderio di risolvere i problemi che si pongono secondo pretese questioni di convenienza politica, basate sul clima politico corrente.
E naturalmente questo è estremamente pericoloso. Come si vede dal fatto che nessuno si sente sicuro. Io voglio enfatizzare questo- nessuno si sente sicuro! Perché nessuno può percepire la legge internazionale come un solido muro che lo proteggerà. Tale politica incentiva ovviamente una corsa alle armi. Il dominio della forza incoraggia inevitabilmente diversi paesi ad acquisire armi di distruzione di massa. Inoltre, si profilano significativamente nuove minacce – sebbene fossero ben note anche prima- ed oggi minacce come il terrorismo hanno assunto un carattere globale.
Io sono convinto che siamo giunti a quel cruciale momento in cui dobbiamo pensare seriamente all’architettura della sicurezza globale.
E dobbiamo procedere cercando un equilibrio ragionevole tra gli interessi di tutti i partecipanti al dialogo internazionale. Specialmente dal momento che il panorama internazionale è così mutato e muta così rapidamente- con cambiamenti alla luce dello sviluppo dinamico in diversi paesi e in regioni intere.
La Signora Cancelliera Federale ha già menzionato questo. Il Pil combinato, sistema per acquisire parità di potere, di paesi come l’India e la Cina, è già più grande di quello degli Stati Uniti. Ed un calcolo simile del Pil dei paesi del BRIC- Brasile, Russia, India e Cina- supera quello complessivo dell’EU. E secondo esperti in futuro questo gap potrà solo aumentare.
Non c’è nessuna ragione di dubitare che il potenziale economico dei nuovi centri della crescita economica globale andrà inevitabilmente a convertirsi in influenza politica e rafforzerà il multipolarismo.
In relazione a ciò, il ruolo della diplomazia multilaterale sta aumentando significativamente. Il bisogno di principi come apertura, trasparenza e prudenza nella politica è incontestabile e l’uso della forza dovrebbe essere una misura veramente eccezionale, comparabile all’uso della pena di morte nei sistemi giudiziali di certi stati.
Invece oggi noi stiamo testimoniando la tendenza opposta, vale a dire una situazione nella quale paesi che si oppongono alla pena di morte anche per assassini e altri pericolosi criminali, stanno partecipando apertamente ad operazioni militari che è difficile considerare legittime. E come dato di fatto, questi conflitti stanno uccidendo persone umane- centinaia e migliaia di civili!
Ma allo stesso tempo sorge la domanda se noi dovremmo essere indifferenti e distaccati rispetto ai vari conflitti interni ai paesi, ai regimi autoritari, ai tiranni ed alla proliferazione di armi di distruzione di massa. In realtà questa era anche la domanda centrale posta dal nostro caro collega Signor Lieberman alla Cancelliera Federale. Se ho capito correttamente la sua domanda (rivolto al Signor Lieberman), ne deriva chiaramente una questione seria! Possiamo restare osservatori indifferenti di fronte a quello che sta accadendo? Voglio cercare di rispondere altrettanto bene alla sua domanda: certamente no.
Ma abbiamo i mezzi per contrastare queste minacce? Certamente li abbiamo. È sufficiente guardare alla storia recente. Il nostro paese non ha avuto una transizione pacifica alla democrazia? Effettivamente, noi siamo la testimonianza di una trasformazione pacifica dal regime sovietico- una trasformazione pacifica! E che regime! E con quale dovizia di armi, incluse le armi nucleari! Perché ora dovremmo metterci a bombardare e sparare in ogni occasione possibile? Come avviene quando senza la minaccia della distruzione reciproca noi non abbiamo sufficiente cultura politica e rispetto per i valori democratici e per la legge.
Sono convinto che l’unico meccanismo che possa prendere decisioni circa l’uso della forza militare, come ultimo ricorso, sia la Carta delle Nazioni Unite. E in relazione a questo: io, o non ho capito quello che il nostro collega Ministro della Difesa italiano [Arturo Parisi, PD] ha detto, o quello che lui ha detto era inesatto. Cioè, ho inteso che l’uso della forza può essere solamente legittimo quando la decisione è presa dalla Nato, dall’EU, o dall’Onu. Se lui realmente pensa così, allora noi abbiamo punti di vista diversi. O io non ho sentito correttamente. L’uso della forza può solamente essere considerato legittimo se la decisione è sancita dall’Onu. E noi non abbiamo bisogno di mettere la Nato o l’EU al posto dell’Onu. Quando l’Onu unirà veramente le forze della comunità internazionale e potrà realmente rispondere agli eventi nei vari paesi, quando noi abbandoneremo questo disprezzo per la legge internazionale, poi la situazione potrà cambiare. Altrimenti la situazione andrà semplicemente ad un punto morto; ed il numero di errori gravi sarà moltiplicato. Insieme a ciò, è necessario assicurarsi che la legge internazionale abbia un carattere universale, sia nella concezione, sia nell’applicazione delle sue norme.
E non si deve dimenticare che le azioni politiche democratiche si costruiscono necessariamente con il dialogo, in un processo decisionale laborioso.
Care signore e signori!
Il pericolo potenziale di destabilizzazione nelle relazioni internazionali è connesso con l’ovvia stagnazione nella questione del disarmo.
La Russia sostiene un rinnovato dialogo su questa importante questione.
È importante conservare il quadro di legalità internazionale relativo alla distruzione delle armi e perciò assicurare continuità al processo di riduzione delle armi nucleari.
Insieme con gli Stati Uniti d’America noi ci accordammo per ridurre la nostra capacità di missili strategici nucleari al limite di 1.700-2.000 testate nucleari esplosive entro il 31 dicembre 2012. La Russia intende adempiere strettamente agli obblighi assunti. Noi speriamo che anche i nostri partner agiranno in un modo trasparente e si asterranno dall’accumulare a parte un paio di centinaia di testate nucleari esplosive eccedenti per i giorni di cattivo tempo. E se oggi il nuovo Ministro della Difesa americano dichiara che gli Stati Uniti non nasconderanno queste armi eccedenti in un deposito- come si direbbe, sotto un cuscino o sotto la coperta- io allora suggerisco che tutti noi ci alziamo in piedi e salutiamo questo dichiarazione. Sarebbe una dichiarazione molto importante.
La Russia aderisce strettamente ed intende farlo anche in futuro al Trattato di Non-proliferazione delle Armi Nucleari così come al regime di supervisione multilaterale per le tecnologie missilistiche. I principi insiti in questi documenti sono quelli universali.
Relativamente a questo gradirei ricordare che negli anni ottanta l’URSS e gli Stati Uniti firmarono un accordo sulla distruzione di un’intera serie di missili a corto e medio raggio ma questi documenti non hanno un carattere universale.
Oggi molti altri paesi detengono questi missili, inclusa Repubblica Popolare Democratica della Corea, Repubblica della Corea, India, Iran, Pakistan e Israele. Molti paesi stanno lavorando su questi sistemi e progettano di inserirli come parte dei loro arsenali militari. E solamente gli Stati Uniti e la Russia sono vincolati alla responsabilità di non creare tali sistemi di arma.
È ovvio che in queste condizioni noi dobbiamo pensare ad assicurare la nostra propria sicurezza.
Allo stesso tempo, è impossibile approvare la comparsa di nuove, destabilizzanti armi ad alta tecnologia. Inutile dire che il riferimento è a misure per prevenire una nuova area di scontro, specialmente nello spazio. Le guerre stellari non sono più una fantasia- sono una realtà. A metà degli anni ottanta i nostri partner americani erano già in grado di intercettare i loro stessi satelliti.
E’ opinione della Russia che la militarizzazione dello spazio potrebbe avere conseguenze imprevedibili per la comunità internazionale e provocare niente meno che l’inizio di un’era nucleare. Ed abbiamo avanzato più di una volta iniziative destinate a prevenire l’uso di armi nello spazio.
Oggi sono lieto di dirvi che abbiamo preparato un progetto per un accordo sulla prevenzione dello schieramento di armi nello spazio. E nel prossimo futuro sarà spedito ai nostri partner come una proposta ufficiale. Lavoriamo insieme su questo.
Piani per espandere certi elementi del sistema di difesa anti-missile in Europa non possono aiutare questo ma possono disturbarci. Chi ha bisogno del prossimo passo di quella che sarebbe, in questo caso, un’inevitabile corsa alle armi? Io dubito profondamente che ne abbiano bisogno gli europei stessi.
I missili bellici con una raggio di circa cinque/otto mila chilometri che realmente costituiscono una minaccia per l’Europa non esistono in nessuno dei cosiddetti paesi problematici. Nel prossimo futuro ed in prospettiva , questo non accadrà e non è neanche prevedibile. E qualche ipotetico lancio, ad esempio, di un razzo nordcoreano diretto al territorio americano attraverso l’Europa occidentale, contraddice in modo palese le leggi della balistica. Come noi diciamo in Russia, sarebbe come usare la mano destra per giungere all’orecchio sinistro.
E qui in Germania io non posso esimermi dal menzionare la condizione pietosa del Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa.

Il Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa fu firmato nel 1999. Prese in considerazione una nuova realtà geopolitica, vale a dire l’eliminazione del blocco di Varsavia. Sette anni sono passati e solamente quattro stati hanno ratificato questo documento, inclusa la Federazione Russa.
I paesi della Nato hanno dichiarato apertamente che loro non ratificheranno questo trattato, inclusi i provvedimenti sulle restrizioni nel ‘fianco’ (sullo schieramento di un certo numero di forze armate nelle zone del fianco), finché la Russia non rimuoverà le sue basi militari dalla Georgia e dalla Moldavia. Il nostro esercito sta lasciando la Georgia, secondo un programma anche accelerato. Abbiamo chiarito i problemi che avevamo con i nostri colleghi georgiani, come tutti sanno. Ci sono ancora 1.500 soldati in Moldavia che stanno eseguendo operazioni di peacekeeping e proteggendo i magazzini con le munizioni lasciate dai tempi dei Soviet. Noi discutiamo continuamente questa questione con il Signor Solana e lui conosce la nostra posizione. Siamo pronti a lavorare ulteriormente in questa direzione.
Ma cosa si sta concretizzando allo stesso tempo? Il cosiddetto fronte flessibile delle basi americane, con più di cinquemila uomini in ognuna. Risulta che la Nato abbia dislocato le sue forze avanzate sui nostri confini, mentre noi simultaneamente continuiamo ad adempiere strettamente agli obblighi del trattato e non reagiamo affatto a queste azioni.
Io penso che sia chiaro che l’espansione della Nato non abbia alcuna relazione con la modernizzazione dell’Alleanza stessa o con la garanzia di sicurezza in Europa. Al contrario, rappresenta una seria provocazione che riduce il livello della reciproca fiducia. E noi abbiamo diritto di chiedere: contro chi è intesa questa espansione? E cosa è successo alle assicurazioni dei nostri partner occidentali fatte dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia? Dove sono oggi quelle dichiarazioni? Nessuno nemmeno le ricorda. Ma io voglio permettermi di ricordare a questo pubblico quello che fu detto. Gradirei citare il discorso del Segretario Generale Nato, Signor Woerner, a Bruxelles, il 17 maggio 1990. Allora lui diceva che: “il fatto che noi siamo pronti a non schierare un esercito della Nato fuori dal territorio tedesco offre all’Unione Sovietica una stabile garanzia di sicurezza.” Dove sono queste garanzie?
Le pietre e i blocchi di cemento del Muro di Berlino sono stati da molto tempo distribuiti come souvenir. Ma noi non dovremmo dimenticare che la caduta del Muro di Berlino fu resa possibile grazie ad una scelta storica- scelta che è stata fatta anche dalla nostra gente, dal popolo della Russia – una scelta in favore di democrazia, libertà, apertura ed una sincera partnership con tutti i membri della grande famiglia europea.
Ed ora loro stanno tentando di imporre a noi nuove linee divisorie e muri – questi muri possono essere virtuali ma ciononostante sono ugualmente divisori, tagliando trasversalmente il nostro continente. Ed è mai possibile che ancora una volta ci vorranno molti anni e decadi, così come molte generazioni di statisti, per dissimulare e smantellare questi muri nuovi?

Care signore e signori!
Noi siamo inequivocabilmente favorevoli a rafforzare il regime di non-proliferazione. Gli attuali principi legali internazionali ci permettono di sviluppare le tecnologie per fabbricare combustibile nucleare per scopi pacifici. E molti paesi con tutte le loro buone ragioni vogliono creare la propria energia nucleare come base per la propria indipendenza energetica. Ma noi capiamo anche che queste tecnologie possono essere trasformate rapidamente in armi nucleari.
Questo crea tensioni internazionali serie. La situazione che circonda il programma nucleare iraniano è un chiaro esempio. E se la comunità internazionale non trova una soluzione ragionevole per chiarire questo conflitto di interessi, il mondo continuerà a soffrire simili crisi destabilizzanti perché ci sono più paesi sulla soglia, e non semplicemente l’Iran. Noi tutti sappiamo questo. Noi lotteremo con continuità contro la minaccia della proliferazione delle armi di distruzione di massa.
Lo scorso anno la Russia ha avanzato l’iniziativa di stabilire centri internazionali per l’arricchimento dell’uranio. Siamo aperti alla possibilità che tali centri non siano creati solo in Russia ma anche in altri paesi dove ci sia una base legittimata ad usare energia nucleare civile. I paesi che vogliono sviluppare la loro energia nucleare potrebbero garantire che loro riceveranno il combustibile attraverso la partecipazione diretta in questi centri. Ed i centri, ovviamente, potrebbero operare sotto la stretta supervisione dell’AIEA.
Le più recenti iniziative avanzate dal Presidente americano George W. Bush sono conformi alle proposte russe. Io considero che la Russia e gli Stati Uniti siano obiettivamente ed ugualmente interessati a rafforzare il regime di non-proliferazione delle armi di distruzione di massa e del loro dispiegamento. Sono precisamente i nostri paesi, che detengono le capacità nucleari e missilistiche, che devono comportarsi come leader nello sviluppare nuove, più severe, misure di non-proliferazione. La Russia è pronta a tale compito. Noi siamo impegnati in consultazioni con i nostri amici americani.
In generale, noi dovremmo discutere per stabilire un intero sistema di incentivi politici e di stimoli economici, con la qual cosa non sarebbe negli interessi degli stati stabilire loro proprie capacità nel ciclo del combustibile nucleare ma avrebbero tuttavia l’opportunità di sviluppare energia nucleare e rafforzare le loro capacità energetiche.
Riguardo a questo, parlerò della cooperazione internazionale dell’energia più in dettaglio. La Signora Cancelliera Federale ha accennato anche a questo: ha menzionato, sfiorato questo tema. Nel settore dell’energia la Russia intende creare principi di mercato uniformi e condizioni trasparenti per tutti. È ovvio che i prezzi dell’energia devono essere determinati dal mercato invece di essere soggetti a speculazione politica, pressione economica o ricatto.
Noi siamo aperti alla cooperazione. Società straniere partecipano a tutti i nostri principali progetti energetici. Secondo diverse stime, più del 26 % dell’estrazione di petrolio in Russia- e per favore pensate a questa cifra- più del 26% dell’estrazione di petrolio in Russia è fatto da capitale straniero. Allora provate a trovarmi un esempio simile, nel quale interessi russi partecipino in modo così estensivo in settori economici chiave nei paesi occidentali. Tali esempi non esistono! Non c’è alcun esempio similare!
Vorrei anche ricordare il grado di corrispondenza tra gli investimenti stranieri in Russia e quelli che la Russia fa all’estero. La corrispondenza è di circa quindici ad uno. E qui avete un esempio chiaro dell’apertura e della stabilità dell’economia russa.
La sicurezza economica è il settore nel quale tutti devono aderire ad uniformare i principi. Noi siamo pronti a competere equamente.
Per questa ragione sempre più opportunità si stanno presentando all’economia russa. Esperti ed i nostri partner occidentali stanno valutando obiettivamente questi cambiamenti. Così come è migliorata la stima superiore OECD del credito e la Russia è passata dal quarto al terzo gruppo. Ed oggi a Monaco di Baviera gradirei usare questa occasione per ringraziare i nostri colleghi tedeschi per il loro aiuto in questa decisione.
Inoltre. Come lei sa, il processo della Russia di entrare nel WTO è arrivato alla sua tappa finale.

Vorrei sottolineare che durante lunghe, difficili, discussioni abbiamo sentito più di una volta parole sulla libertà di parola, libero mercato ed uguali possibilità ma, per qualche ragione, esclusivamente in riferimento al mercato russo.
E c’è un tema ancora più importante che colpisce direttamente la sicurezza globale. Oggi molti parlano della lotta contro la povertà. Cosa sta accadendo davvero in questo ambito? Da un lato, sono stanziate le risorse finanziarie per programmi per aiutare i paesi più poveri del mondo- e attualmente sono risorse finanziarie sostanziose. Ma ad essere onesti- e molti qui sanno anche questo- collegate con lo sviluppo delle società dello stesso paese donatore. E dall’altro lato i paesi industrializzati simultaneamente mantengono i loro sussidi agricoli e limitano ad alcuni paesi l’accesso ai prodotti ad alta tecnologia.
E diciamo le cose come stanno- una mano distribuisce aiuto caritatevole e l’altra mano non solo mantiene l’arretratezza economica ma miete anche i conseguenti profitti. La tensione sociale in aumento nelle regioni depresse dà luogo inevitabilmente alla crescita di radicalismo, estremismo, terrorismo e alimenta i conflitti locali. E se tutto questo accade, diciamo, in una regione come il Medio Oriente, dove c’è in modo crescente il sentimento che il mondo è ampiamente ingiusto, c’è poi il rischio di destabilizzazione globale.
È ovvio che i principali paesi del mondo dovrebbero vedere questa minaccia. E che perciò dovrebbero costruire un sistema più democratico, più equo di relazioni economiche globali, un sistema che dia ad ognuno l’opportunità e la possibilità di svilupparsi.
Care signore e signori, parlando alla Conferenza sulla Politica di Sicurezza è impossibile non menzionare le attività dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Come è noto, questa organizzazione fu creata per esaminare tutti- voglio enfatizzare questo- tutti gli aspetti della sicurezza: militare, politica, economica, umanitaria e, specialmente, le interrelazioni tra queste sfere.
Cosa vediamo accadere oggi? Vediamo che questo equilibrio è chiaramente distrutto. Qualcuno sta tentando di trasformare l’OSCE in un volgare strumento designato a promuovere gli interessi di politica estera di uno o un gruppo di paesi. E questo compito è portato a termine anche dall’apparato burocratico dell’OSCE, che non è assolutamente connesso in alcun modo con gli stati fondatori. Le procedure decisionali ed il coinvolgimento delle cosiddette organizzazioni non-governative sono tagliati su misura per questo compito. Queste organizzazioni sono formalmente indipendenti ma sono finanziate in modo finalizzato, e perciò decisamente sotto controllo.
Secondo i documenti fondativi, nella sfera umanitaria l’OSCE è tenuto ad aiutare i paesi membri ad osservare le norme dei diritti umanitari internazionali e le loro richieste. Questo è un compito importante. Noi sosteniamo questo. Ma questo non vuol dire interferire negli affari interni di altri paesi, ne tantomeno imporre un regime che determina come questi stati dovrebbero vivere e come dovrebbero svilupparsi.
È ovvio che tale interferenza non promuove affatto lo sviluppo di stati democratici. Al contrario, li rende dipendenti e, di conseguenza, politicamente ed economicamente instabili.
Noi ci aspettiamo che l’OSCE sia guidato dai suoi compiti primari e costruisca relazioni con stati sovrani basate sul rispetto, la fiducia e la trasparenza.

Care signore e signori!
In conclusione vorrei far notare quanto segue. Noi molto spesso- e personalmente, io molto spesso – sentiamo appelli dai nostri partner, inclusi i nostri partner europei, sul fatto che la Russia dovrebbe giocare un ruolo sempre più attivo negli affari del mondo. Mi permetterei di fare un piccolo commento. Non è proprio necessario incitarci a questo comportamento. La Russia è un paese con una storia che attraversa più di mille anni e ha usato praticamente sempre il diritto per perseguire una politica estera indipendente.
Non cambieremo questa tradizione oggi. Allo stesso tempo, siamo ben consapevoli di come il mondo sia cambiato ed abbiamo un senso realistico delle nostre proprie opportunità e potenzialità. E gradiremmo chiaramente interagire con partner responsabili ed indipendenti, insieme ai quali potremmo lavorare nel costruire un ordine mondiale equo e democratico, che non garantisca sicurezza e prosperità a pochi eletti, ma a tutti.
Grazie per la vostra attenzione.

Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org di  Bf (qui)

Questo è quello che io chiamerei un grande discorso, lucido, concreto, sensato. E assolutamente ragionevoli mi sembrano le sue richieste di sempre: no alla NATO in Ucraina, riconoscimento della Crimea russa, indipendenza delle repubbliche del Donbass. Ma non bisogna cedere, dicono. Perché? Perché se si concede questo poi lui si prende tutta l’Ucraina e poi anche altri stati. E perché dovrebbe farlo? Perché lo ha fatto anche Hitler che non si è accontentato dell’Austria e poi non si è accontentato della Boemia e poi non si è accontentato neanche di tutta la Cecoslovacchia. E sono sinceramente convinti che questo sia un ragionamento, e davvero non so se sia più grande, da parte mia, lo scoramento o la pena.

Nel frattempo le truppe NATO posizionate in Europa sono state portate a 110.000 unità, con 130 aerei in stato di massima allerta e più di 200 navi, in aggiunta alle armi che stanno ricevendo da tutte le parti. Cioè, l’Europa è a tutti gli effetti in guerra. Senza averlo deciso. Senza averlo votato. E quasi tutti a fare il tifo per chi a questa situazione ci ha portati. E a questo punto ovviamente anche la controparte riceve rinforzi, mentre il saltimbanco folle continua a invocare la guerra totale.
E vedo un sacco di gente gongolare “Putin è ormai nell’angolo!” “Putin non ha via d’uscita da questa guerra!”: ignorano, evidentemente, che anche il gattino di casa, se lo riduci in un angolo senza via d’uscita, ti salta addosso e ti graffia a sangue. Preferibilmente gli occhi: è una legge di natura. E i nostri geni sono felici di vedere nell’angolo senza via d’uscita quello che chiamano pazzo e criminale, e che è in possesso del primo o secondo più cospicuo arsenale nucleare. E il pazzo sarebbe lui.

Concludo con una quadrupla dis-censura: Ciaikovsky, il corpo di ballo del Mariinsky, il teatro Mariinsky, Valery Gergiev.

barbara

GUERRA: DISTRUZIONI, PROFUGHI, MORTI

di cui il mondo intero si fotte.
“Hanno ucciso 5.000 ragazzi, preso le nostre chiese e terre, ma noi armeni non ci arrendiamo”

Intervista per la newsletter a Davit Babayan, ministro degli Esteri dell’Artsakh. “Siamo i primi cristiani della storia. Ma l’Europa che ha perso i suoi valori è stata indifferente alla guerra turca”

Davit Babayan è un ministro degli Esteri molto speciale. Rappresenta nel mondo una repubblica che ha perso l’80 per cento del suo territorio in una guerra terribile. La Repubblica dell’Artsakh, enclave che i sovietici arbitrariamente attribuirono all’Azerbaijan nonostante fosse la culla della storia armena, indipendente dal 1992 dopo la guerra fra armeni e azeri, infine al centro di un’altra guerra terribile nell’autunno 2020. Secondo un rapporto del Caucasus Heritage Watch – composto da accademici americani – dozzine fra chiese armene, pietre sacre, cimiteri e altri beni culturali sono stati distrutti dall’Azerbaigian. 5.000 i morti da parte armena, l’80 per cento dei quali di appena 20 anni, prefigurazione di un disastro demografico. Due terzi del territorio, compresa la storica città di Shushi che sovrasta la capitale Stepanakert, passato nelle mani degli azeri. Forze di interposizione russe schierate lungo il confine e a protezione di antichissime chiese come Dadivank, fondata da un allievo dell’apostolo Taddeo. Quasi 100.000 dei 150.000 abitanti armeni fuggiti dai combattimenti.

Davit Babayan è a colloquio in esclusiva con la mia newsletter.

Quale trauma avete vissuto voi armeni nella guerra dell’Artsakh? Demograficamente, religiosamente, storicamente… Per far capire la tragedia e i rischi che vi attendono…

La guerra del 2020 contro l’Artsakh è stata la terza scatenata dall’Azerbaigian. La prima ha avuto luogo nel 1991-1994, la seconda nel 2016. Prima di allora l’Azerbaigian ha scatenato una semi-guerra contro l’Artsakh e il popolo armeno dell’ex Repubblica socialista sovietica azerbaigiana a seguito della quale circa 700.000 armeni furono deportati dalle loro terre storiche, migliaia di persone furono uccise, le loro proprietà saccheggiate e distrutte, il patrimonio culturale armeno annientato. La guerra del 2020 ha avuto le sue particolarità, è stata un’aggressione lanciata contro l’Artsakh da Azerbaigian, Turchia e terroristi internazionali, un’alleanza molto pericolosa di elementi statali e terroristici, che rappresenta una seria minaccia per il mondo civile in generale. Se il mondo non reagisce a tali minacce e non mette in atto misure adeguate, altri paesi dovranno affrontare le stesse sfide. Sarà solo questione di tempo. Noi siamo stati i primi, voi sarete i prossimi. Quando sarà, tra uno, cinque o dieci anni, è secondario. A causa dell’attacco azerbaigiano-turco-terrorista, l’Artsakh ha sofferto molto. La perdita più irreversibile è stata la vita di 5.000 giovani. Abbiamo perso l’80 per cento del nostro territorio, la maggior parte delle infrastrutture economiche e delle risorse naturali. Abbiamo decine di migliaia di rifugiati. L’Azerbaigian, insieme alla Turchia e ai terroristi, stanno portando avanti la politica di genocidio culturale nei territori occupati distruggendo il patrimonio culturale armeno. E questo sta accadendo nel XXI secolo. Sì, il nostro corpo è gravemente ferito, ma la nostra volontà e la nostra fede sono incrollabili. Questo è il motivo per cui il nostro popolo è deciso a vivere sul suo suolo storico, lottare per i propri diritti e libertà. Non faremo mai parte dell’Azerbaigian. Questa è la linea rossa per noi.

Nella “guerra dei 44 giorni” contro gli armeni diplomatici americani ed europei si sono distinti per assenza o pusillanimità, troppo impegnati nella lotta al Covid, alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti e alla Brexit, poco o per nulla interessati a una regione a geostrategicità limitata (niente petrolio, niente gas, niente accesso al mare e qualche rara miniera)… Soltanto un popolo con la sua fede millenaria.

Ci sono molte ragioni. Geopolitica, interessi economici, attività di lobbying (o meglio corruttrici) dell’Azerbaigian e della Turchia. Tuttavia, tutti questi sono fattori derivati da un fenomeno molto pericoloso: il degrado dei valori. Sfortunatamente, i valori sono stati ampiamente sostituiti dai prezzi. Questo erode il sistema immunitario delle società e degli stati. Molte civiltà sono scomparse proprio per questo.

Cosa rappresenta l’Armenia per la coscienza e la civiltà occidentale? Per me è un’isola di antichissima fede e cultura sopravvissuta per duemila anni a invasioni, genocidi, assimilazione…E che ancora resiste. Un esempio bellissimo per l’Occidente che va nella direzione opposta.

L’Armenia è una delle civiltà più antiche del mondo. Sì, è il primo stato cristiano della storia. Abbiamo affrontato, ha assolutamente ragione, genocidi, deportazioni, massacri, distruzioni e altre prove per millenni. Ma questo destino non ha cambiato lo spirito e l’anima del nostro popolo, non c’è odio verso nessuna nazione, religione o razza tra gli armeni. E questa è la base più importante per il recupero.
Giulio Meotti

Tutt’altro discorso, tutt’altra sensibilità, tutt’altra partecipazione invece per le vittime di moda del momento, che sembrano – solo per il momento, non illudiamoci – avere addirittura superato i palestinesi. Onorare quei morti lì è un’autentica passione, un piacere, una gioia, al punto che se i russi non ne ammazzano abbastanza, se ne inventa qualcuno in più, giusto per non rovinare il divertimento

come i palestinesi – ve li ricordate? – che durante il trasporto verso il cimitero cascano dalla barella, si rialzano e ci risalgono sopra, o che proprio nel momento preciso in cui il fotografo scatta si stufano di fare il morto e si tirano su a sedere. Come ho detto fin dall’inizio, dai palestinesi hanno imparato tutto.

barbara

A MARGINE DELLA GUERRA

“La guerra ci mostra il folle opportunismo commerciale dell’utero in affitto”

“Make babies not war”. L’industria della surrogata in Ucraina (a maggio sarà a Milano) seduce il nichilismo occidentale. “La selezione del sesso è offerta dalla casa”. Intervista a Céline Revel-Dumas

Come non commuoversi, non puntare riflettori e non raccontare la storia di una donna ucraina che, al nono mese di gravidanza, fugge dalla guerra e partorisce in Italia? Nessuna commozione, riflettore o storia invece sugli altri figli della guerra in Ucraina. Quelli commissionati dall’Occidente.
“La guerra è così mostruosa da gettare in faccia agli uomini ciò che meno sostengono al mondo: la verità. Contro ogni previsione, la maternità surrogata ha rivelato il suo vero volto. Quella di un folle opportunismo commerciale soddisfatto da un cieco egoismo”. Così scrive su Le Figaro Céline Revel-Dumas, la saggista francese autrice del bel libro GPA. Le Grand Bluff.
Mentre Kiev è assediata dai carri armati, i civili fuggono o si nascondono in rifugi improvvisati, le cliniche della fertilità sono determinate a continuare la loro attività. “Make babies, not war”, annuncia il colosso della surrogata BioTexCom, che assicura di continuare la sua attività nonostante il conflitto. “Siamo immensamente grati ai pazienti che rimangono con noi e vengono a Kiev per le loro consultazioni, quelli che confermano il trasferimento di embrioni e quelli che incoraggiano i nostri manager”. Un’altra clinica, Feskov, offre “madri surrogate” in paesi limitrofi e assicura ai clienti la continuità dei “programmi”, uno dei quali prevede: “La scelta del sesso è offerta dalla casa”. Monica Ricci Sargentini sul Corriere della Sera racconta di tante coppie italiane in attesa che da Kiev gli consegnino il loro bebé scelto da catalogo. Il Guardian dei genitori occidentali “disperati nel cercare di portare fuori dall’Ucraina i loro embrioni”.
La maternità surrogata schiavizza donne indigenti, ridotte alle loro capacità riproduttive, trattate come subumane, rimaste bloccate a Kiev in attesa di partorire i figli dei loro impazienti “sponsor” occidentali.
Al settimanale francese Marianne Inna Yefimovych, dell’ufficio marketing della Biotexcom, dice: “A febbraio, la clinica ha inseminato venti donne a settimana. Nei prossimi tre mesi nasceranno 200 bambini”. La cifra è confermata dall’Atlantic. Molte di queste madri surrogate proverrebbero dalla regione del Donbass, al centro del conflitto in Ucraina dal 2014, secondo il Collettivo per il rispetto della persona che si batte per l’abolizione della maternità surrogata.
La scorsa settimana, la stessa Biotexcom ha pubblicato il video di un attacco. Sotto l’ululato delle sirene, i bambini giuridicamente figli di nessuno, senza madre, vengono coccolati dalle infermiere. Un dipendente mostra le maschere antigas e i sacchi a pelo. “Siamo sopraffatti dalle domande. I nostri pazienti sono entusiasti. Volevamo mostrare loro cosa faremo in caso di attacco. Il bunker è suddiviso in diverse aree: aree per neonati, adulti, deposito per alimenti, aborti ecc. Terremo gli embrioni nel rifugio antiatomico e vi nasconderemo anche le madri”.
Secondo la rivista online Quartz, ci sono 33 cliniche private della surrogata e 5 cliniche governative in Ucraina. Si tratta dell’unico paese europeo che lo consente. Ogni anno possono nascere tra 2.000 e 2.500 bambini da madri surrogate in Ucraina. Cosa succederà ora agli embrioni congelati se la corrente elettrica dovesse interrompersi?
In Ucraina, la maternità surrogata appare nella sua oscurità più sporca. “Ci sono due tipi di barbarie”, scrive Revel-Dumas. “Quella che strappa l’individuo a un’identità collettiva e disfa la sua appartenenza a una comunità scolpita da uno spirito, da una storia, da ricordi e da questa ‘voglia di continuare insieme’ cara a Ernest Renan. L’Ucraina sta lottando per questo. L’altra barbarie è privare l’essere umano della sua integrità. E questo fa la maternità surrogata”.
Eppure, l’opinione pubblica europea fa orecchie da mercante. Perché la meccanica di fondo della surrogata, di un cinismo implacabile, appare ora in piena luce: un mercato spietato, senza fede né legge, su cui l’Occidente dei diritti e dei desideri si è compromesso.
Ne parlo in esclusiva per la newsletter con l’autrice del libro GPA. Le Grand Bluff, Céline Revel-Dumas.

Perché l’Occidente non vede l’orrore di questo supermercato per bambini sotto le bombe?

Le coppie occidentali non vogliono considerare i lati più oscuri della maternità surrogata perché ciò metterebbe a repentaglio il progetto del bambino a cui non vogliono rinunciare. L’Ucraina è una destinazione che offre alcuni delle surrogate più economiche sul mercato mondiale. L’opportunità economica che rappresenta incoraggia queste coppie a informarsi e a contattare le cliniche locali che privilegiano un discorso confortante e meraviglioso. Vengono accolte in appartamenti confortevoli, ascoltate, accompagnate in tutte le fasi della maternità surrogata e presentate alle donne – che vendono i loro ovuli o il loro grembo – che si dice siano molto felici di essere madri surrogate. È essenziale rendersi conto che le cliniche in tutto il mondo, e ancor di più in Ucraina, sono pienamente consapevoli dell’indignazione che la pratica sta provocando a livello internazionale. Raddoppiano quindi il loro ingegno per nascondere ciò che potrebbe risuonare con i discorsi indignati. Per questo, mettono puramente e semplicemente la museruola alla parola delle donne. Nessuna “madre surrogata” può esprimere le sue vere motivazioni, che sono sempre finanziarie in un paese come l’Ucraina dove il tenore di vita è drammaticamente basso. Indagini giornalistiche o sociologiche rivelano che queste donne sono molto spesso maltrattate dalle cliniche, che limitano i costi del monitoraggio delle gravidanze, e non chiedono il loro parere prima di procedere alla riduzione dell’embrione, operazione mediante la quale uno degli embrioni viene rimosso dall’utero. Eppure queste giovani donne devono tacere, altrimenti ricevono una multa che verrà detratta dal salario. Questo stratagemma del tutto machiavellico incoraggia i genitori a pensare che queste donne abbiano un approccio “altruistico”. Sono mantenuti nell’illusione in cui vogliono credere. Alcuni, più cinici di altri, ritengono di partecipare a uno scambio di cortesie. Ottengono il figlio che vogliono e in cambio partecipano al “miglioramento” delle condizioni di vita di queste donne in condizioni di povertà. La maternità surrogata assume così i contorni del “lavoro sociale”. È così che cercano di preservare la loro coscienza morale. Ma questo “win-win” consumistico esclude una parte essenziale della maternità surrogata: i rischi medici e psicologici sostenuti da queste “madri surrogate”. Quanto alla questione dei bisogni del bambino, in particolare quello, fondamentale, per non essere separato da chi lo ha portato, viene completamente evacuato. Questo rivela fino a che punto i valori consumistici hanno invaso il campo della procreazione. Le rivoluzioni morali degli anni Sessanta e Settanta hanno lasciato il campo aperto a un liberalismo economico che si è insinuato nel regno del corpo. Con la copertura della rivoluzione sessuale, che vuole che si abbia il proprio corpo, il capitalismo ha investito il processo procreativo. Uova e “grembi” rispondono ora alla logica della domanda e dell’offerta. È questa mentalità che agisce – consapevolmente o meno – quando gli occidentali acquistano i servizi di “madri surrogate”.

L’Ucraina e altri paesi sfruttano il nichilismo occidentale a scopo di lucro?

Il profitto è l’unica ragione d’essere della maternità surrogata. Pensare che il dramma dell’infertilità possa suscitare una preoccupazione importante e disinteressata che porterebbe Stati e industrie a mobilitarsi per rendere più felice l’umanità è un’illusione. Molte altre situazioni o altre patologie meritano un’attenzione simile. Ma l’infertilità è una miniera d’oro. Il mercato è stimato a 6 miliardi all’anno e molto probabilmente sottovalutato. Le coppie benestanti sono disposte a spendere generosamente per ottenere il figlio che desiderano. Perché questo mercato sia l’incontro tra un desiderio insormontabile e illimitato di bambini con il desiderio di benefici miracolosi, e questo in un contesto in cui i difensori del “progresso” hanno cristallizzato le loro ambizioni politiche sull’uguaglianza per tutti, e in particolare sul “uguaglianza di procreazione”. Inoltre, il contesto di molteplici crisi – ecologica, economica, politica e ora internazionale – provoca il ritiro in se stessi, un bisogno immediato di vivere. La famiglia, resa possibile dall’arrivo di un figlio, diventa più che mai essenziale per sfuggire a una realtà sempre meno sopportabile. Con la maternità surrogata, l’eliminazione immediata della sofferenza è accessibile. Non è una fatalità contro la quale non potremmo combattere. Di fronte a un Occidente in piena decadenza, la maternità surrogata offre l’idea della possibilità di una vita migliore, immediatamente. In un mondo sconvolto, la ritirata nelle battaglie sociali è un salvacondotto per i progressisti e una notevole opportunità per una crescita sempre più bulimica.
Giulio Meotti

POST SCRIPTUM: è stato bandito anche lui, infame criminale putiniano. Ascoltiamolo, prima che venga bannato anche da youtube.

barbara

MEMORIA CORTA

Memoria corta 1
Germania 1918. La prima guerra mondiale è finita, e chi si è trovato dalla parte sbagliata devo pagare un prezzo molto alto: l’impero asburgico viene smembrato e cessa di esistere, l’impero ottomano viene smembrato e cessa di esistere, ma il prezzo più alto lo paga la Germania: la Germania, oltre che per la guerra voluta e persa, deve pagare anche per un’altra “colpa”: quella di essere lo stato contro cui nel 1870 la Francia era partita al grido di “A Berlino! A Berlino!” e una settimana dopo i tedeschi erano a Parigi. E alla Francia non bastava la punizione per i danni provocati dalla prima guerra mondiale, e non bastava neppure la vendetta: la Francia ha preteso, e ottenuto, l’umiliazione totale, la perdita totale della faccia, la perdita di ogni dignità. Il nazismo è figlio di quell’umiliazione. Hitler è figlio di quell’umiliazione. La Germania pressoché compatta intorno a lui è figlia di quell’umiliazione perché nessuno stato, e nessun cittadino di uno stato, può convivere con una simile umiliazione. Farebbe bene a ricordarlo chi non si accontenta di fermare Putin (anzi, a fermarlo non ci pensa neppure: al contrario, non fa altro che buttare benzina sul fuoco, a secchiate, per far divampare la guerra nel modo più virulento, e farla durare il più a lungo possibile, e renderla il più cruenta e sanguinosa possibile), non si accontenta di punirlo, non si accontenta di vendicarsene, ma cerca ogni modo possibile per umiliarlo. Con la riscossa della Germania non è andata a finire troppo bene.

Memoria corta 2
Unione Sovietica 1941. I lager disseminati in tutta la Siberia e le prigioni sparse in tutta l’Unione Sovietica traboccano di prigionieri. Molti sono innocenti arrestati e condannati con un pretesto, a volte senza neppure quello, ma non pochi sono dissidenti veri, odiano il comunismo, odiano Stalin, odiano tutta la baracca. Ma nel momento in cui Hitler sferra l’attacco, l’intero stato si compatta, non ci sono pacifisti a oltranza, non ci sono renitenti, molti prigionieri del Gulag chiedono di essere mandati al fronte a combattere per la Santa Madre Russia aggredita. Farebbe bene a ricordarsene chi si augura caldamente e insistentemente che qualcuno faccia fuori Putin in modo da risolvere il problema una volta per tutte: tolto di mezzo Putin, resta il popolo russo, quello di Stalingrado e Leningrado, quello che va a teatro vestito da lavoro, appena uscito dalla fabbrica, anche se provvisto unicamente di studi elementari, quello che nella metropolitana legge. Chi ha sfidato la Russia, sotto lo zar o sotto il Soviet Supremo, si è sempre trovato di fronte, oltre all’esercito, tutto il popolo russo compatto, dissidenti compresi.

Memoria corta 3
Israele 1967. Israele è accerchiato, tutto intorno ha nemici che lo odiano e vogliono distruggerlo. Nel Sinai ci sono i caschi blu dell’Onu per impedire scontri fra Egitto e Israele, ma Gamal Abdel Nasser, quando – dopo anni di guerriglia e scaramucce e attacchi terroristici e incursioni di ogni genere – si sente pronto per attaccare il vicino e dargli la botta finale, ordina all’Onu di rimuoverli e l’Onu, nella persona del Segretario Generale U’Thant, obbedisce immediatamente. Quando tutto è pronto per attaccare Israele, allo scopo dichiarato di distruggerlo e “ributtare i sionisti a mare”, quest’ultimo anticipa di qualche ora le mosse del nemico e attacca per primo, salvando così l’esistenza dello stato e la sopravvivenza degli ebrei che ci vivono. Da allora, da 55 anni, continuiamo a sentire il mantra che “Israele è l’unico colpevole della guerra perché ha sparato per primo”. La situazione non è identica, la Russia non stava correndo pericoli immediati (sono però identici i precedenti, di attacchi sistematici con molte migliaia di morti), ma credo che chi da una vita segue le vicende di Israele e combatte contro la sistematica disinformazione su di esso, dovrebbe almeno usare qualche cautela nei confronti di chi argomenta l’assoluta ed esclusiva colpevolezza della Russia col fatto che “ha sparato per prima”.

Memoria corta 4
Onu 1967-giorni nostri. La pioggia, la raffica, la grandine di risoluzioni di condanna da parte dell’Onu, compatta come un sol uomo, contro Israele, è iniziata più o meno con la guerra dei Sei giorni, e a ogni nuova risoluzione di condanna noi, amici e amanti di Israele, mostriamo indignati e inorriditi i tabelloni delle votazioni con quei numeri scandalosi, la quasi totalità a favore della condanna, le decine di astenuti e le unità di contrari, inveendo contro l’osceno baraccone. È passata qualche manciata di mesi dall’ultima di queste vergognose risoluzioni, e vediamo ostentare, trionfalmente, il tabellone che riporta che “141 Paesi a favore, 5 contrari e 35 astenuti: L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato per condannare la Russia”: e dunque l’Onu non è più un osceno baraccone? Le stesse, identiche, percentuali bulgare, sono diventate motivo di vanto? Il voto dell’Onu pilastro portante della giustezza della propria posizione come prima lo era per Paesi islamici e comunisti odiatori di Israele? Occhio ragazzi, che l’amnesia è una malattia pericolosa.

Aggiungo – e poi per oggi mi fermo (quasi) – il discorso del ministro degli esteri della Federazione Russa, Sergej Viktorovič Lavrov pubblicato sul sito dell’Ambasciata russa in Italia

“Per molti anni l’Unione europea, mascheratasi da “pacificatore”, ha generosamente finanziato il regime di Kiev, che è salito al potere come risultato di un colpo di stato anticostituzionale. Ha osservato in silenzio lo sterminio della popolazione nel Donbass e lo strangolamento dei russofoni in Ucraina. L’UE ha ignorato i nostri continui appelli per attirare l’attenzione sul dominio nazista sui vertici dell’Ucraina, sul blocco socio-economico e sull’uccisione di civili nel sud-est del paese. Avendo legato tutte le prospettive delle relazioni con la Russia all’attuazione del pacchetto di misure di Minsk, non ha fatto nulla per incoraggiare Kiev a iniziare ad attuarne i suoi elementi chiave. Allo stesso tempo, ha concesso denari ai vertici di Kiev e l’eliminazione del regime dei visti. Hanno esteso le sanzioni anti-russe con pretesti dubbi. Ha partecipato alle rappresentazioni organizzate da Kiev mettendo in discussione l’integrità territoriale della Federazione Russa.
Ora, però la maschera è caduta. La decisione dell’UE del 27 febbraio di iniziare a fornire armi letali all’esercito ucraino è un’autodenuncia. Segna la fine dell’integrazione europea come progetto “pacifista” per riconciliare i popoli europei dopo la Seconda guerra mondiale. L’UE si è definitivamente schierata con il regime di Kiev, che ha scatenato una politica di genocidio contro parte della sua stessa popolazione.
Nelle sue azioni antirusse Bruxelles è arrivata, senza nemmeno accorgersene, a usare la “neolingua” orwelliana. Ha annunciato che “investiranno” nella guerra scatenata in Ucraina nel 2014 attraverso un meccanismo chiamato Fondo Europeo per la Pace”. La leadership dell’UE non ha esitato a includere missili e armi leggere, munizioni e persino aerei da combattimento tra i mezzi “difensivi”.
L’UE ha mostrato quanto vale veramente la supremazia del diritto in Europa ignorando tutti gli otto criteri della propria “Posizione comune” del Consiglio UE 2008/944/CFSP dell’8 dicembre 2008 “Sulla definizione di regole comuni per controllare l’esportazione di tecnologia e attrezzature militari”, che vieta espressamente l’esportazione di armi e attrezzature militari dall’UE nelle seguenti situazioni:
1. inosservanza degli obblighi internazionali da parte del paese di destinazione (Kiev ha ignorato i suoi obblighi derivanti dal pacchetto di misure di Minsk, approvato dalla risoluzione 2202 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite);
2. mancato rispetto dei diritti umani, compreso il rischio che le armi siano usate per la repressione interna (nel Donbass, Kiev stava commettendo un genocidio);
3. conflitto armato nel paese di destinazione e rischi di sua escalation a seguito del trasferimento di armi;
4. minaccia alla pace, alla sicurezza e alla stabilità regionali, compresa la possibilità di un conflitto armato con un paese terzo;
5. rischio per la sicurezza nazionale dei paesi dell’UE (le armi fornite possono essere utilizzate contro gli interessi dei paesi dell’UE);
6. la politica del paese ricevente, compreso il rispetto del principio di non impiego della forza, del diritto internazionale umanitario, così come del regime di non proliferazione nell’ambito del controllo delle armi (non crediamo che Kiev sia stata esemplare nell’adempimento di questi obblighi, anche in considerazione dei noti casi di commercio in nero di armi dall’Ucraina);
7. Il rischio che le armi cadano nelle mani sbagliate, comprese le organizzazioni terroristiche (data la distribuzione incontrollata di armi in Ucraina alla popolazione, è quasi certo che alcune di esse finiranno sul mercato illegale);
8. equilibrio tra militarizzazione e sviluppo economico del paese acquirente (crediamo che Kiev dovrebbe preoccuparsi più dell’economia ucraina che della repressione dei dissidenti con la forza).
I cittadini e le strutture della UE coinvolti nella fornitura di armi letali e di carburante e lubrificanti alle Forze Armate Ucraine saranno ritenuti responsabili di qualsiasi conseguenza di tali azioni nel contesto dell’operazione militare speciale in corso. Non possono non capire il grado di pericolo delle conseguenze.
È stato finalmente sfatato un altro mito che era stato propagato dall’UE in passato e cioè che le restrizioni unilaterali della UE, illegittime secondo il diritto internazionale, non fossero dirette contro il popolo russo. I funzionari di Bruxelles, che fino a poco tempo fa si dipingevano come “partner strategico” del nostro paese, ora non si fanno più scrupoli a dire che intendono infliggere “il massimo danno” alla Russia, “colpire i suoi punti deboli”, “distruggere la sua economia sul serio” e “impedire la sua crescita economica”.
Vogliamo assicurarvi che non sarà così. Le azioni dell’Unione Europea non resteranno senza risposta. La Russia continuerà a perseguire i suoi interessi nazionali vitali a prescindere dalle sanzioni e dalle loro minacce. È ora che i paesi occidentali capiscano che il loro dominio indiviso nell’economia globale è da tempo cosa del passato. (Qui)

Chi dovesse trovare eccessivo l’utilizzo del termine “genocidio”, ascolti queste parole del giornalista Bogdan Butkevich, a una televisione nazionale Ucraina, il 31 luglio 2014

Per chi, oltre che con l’ucraino, avesse problemi anche con lo spagnolo, traduco qui il testo in sovraimpressione:
“Lei mi ha chiesto come è possibile. È possibile perché il Donbass, in generale, non è solo una regione depressiva. Ha un insieme di problemi molto grandi, e il più grande di questi problemi è la brutale quantità di gente inutile. Mi creda, so di che cosa sto parlando. Parlando della regione del Donetsk, la sua popolazione conta approssimativamente 4 milioni di abitanti. Almeno un milione e mezzo di essi sono persone assolutamente inutili. Quello che voglio dire è che non dobbiamo cercare di capire il Donbass. Dobbiamo occuparci degli interessi nazionali dell’Ucraina,e il Donbass dobbiamo utilizzarlo come una risorsa… Quanto alla comprensione del Donbass, io non ho una ricetta di ciò che si può fare lì a breve termine, ma la cosa principale che bisogna fare, per quanto possa suonare crudele, è che esiste una certa categoria di persone che, semplicemente, devono essere assassinate”.

Buon divertimento, amici dell’Ucraina.
E ora, visto che non li fanno più gareggiare (sì, lo so, è solo per una questione di principio, non fatevi la strana idea che sia anche – almeno anche – perché tre quarti delle medaglie le vincono loro), li ospito io.

barbara

QUANDO L’UNICA RAGIONE DI VITA È L’ODIO

Tucker Carlson: Gli Americani sono stati addestrati ad odiare Putin, e per questo soffriranno

Anche Joe Biden ha ammesso che i prezzi dell’energia stanno per salire.

Questo articolo è adattato dal commento di apertura di Tucker Carlson dell’edizione del 22 Febbraio 2022 di “Tucker Carlson Tonight”.

Dal giorno in cui Donald Trump è diventato presidente, i Democratici a Washington vi hanno detto che è vostro dovere patriottico odiare Vladimir Putin. Non è un suggerimento. È un obbligo. Tutto, meno che l’odio per Putin, è un tradimento.
Molti Americani hanno obbedito a questa direttivaOra odiano doverosamente Vladimir Putin. Forse tu sei uno di loro. Odiare Vladimir Putin è diventato lo scopo centrale della politica estera americana. È la cosa principale di cui si parla. Interi canali via cavo sono ora dedicati a questo. Molto presto, quell’odio per Vladimir Putin potrebbe portare gli Stati Uniti ad un conflitto in Europa Orientale.
Prima che ciò accada, potrebbe valere la pena chiedersi, visto che la cosa sta diventando piuttosto seria: di cosa si tratta veramente? Perché odiamo Putin così tanto? Putin mi ha mai chiamato razzista? Ha mai minacciato di farmi licenziare perché non sono d’accordo con lui? Ha forse spedito ogni posto di lavoro della classe media della mia città in Russia? Ha prodotto una pandemia mondiale che ha distrutto i miei affari o mi ha tenuto segregato in casa per due anni? Sta insegnando ai miei figli ad abbracciare la discriminazione razziale? Sta producendo il fentanyl? Sta cercando di soffocare il cristianesimo? Mangia i cani?
Queste sono domande giustee la risposta a tutte è No. Vladimir Putin non ha fatto nulla di tutto ciò. Allora perché la Washington dei burocrati permanenti ed effettivi lo odia così tanto?
Se avete guardato i notiziari, sapete che Putin sta avendo una disputa di confine con una nazione chiamata Ucraina. Ora, la cosa principale da sapere sull’Ucraina, per i nostri scopi, è che i suoi leader una volta hanno inviato milioni di dollari alla famiglia di Joe Biden. Non sorprende che l’Ucraina sia ora uno dei paesi preferiti di Joe Biden. Biden si è impegnato a difendere i confini dell’Ucraina anche quando apre i nostri confini al mondoÈ così che funziona. Far invadere l’America si chiama equità. Invadere l’Ucraina è un crimine di guerra.
Cosìogni giorno che passaci avviciniamo a una sorta di conflitto con la Russia, un conflitto che potrebbe facilmente andare fuori controllo, dato che le persone che ci governano non hanno capacità motorie abbastanza fini, l’amministrazione ci assicura che questo non ha nulla a che fare con lo strappo dei debiti personali di Joe Biden agli oligarchi ucraini. Niente affatto. È completamente e totalmente non correlato.
Il punto qui è difendere la democrazianon che l’Ucraina sia una democraziaNon è una democrazia. Il presidente dell’Ucraina ha arrestato il suo principale avversario politico. Ha chiuso giornali e stazioni televisive che hanno osato criticarlo. Quindi, in termini americani, si definirebbe l’Ucraina una tirannia. Ma a Joe Biden piace l’UcrainaQuindi Putin male, guerra beneCome vi influenzerà questo conflitto?
Vi influenzerà un bel po’, in realtà. I prezzi dell’energia negli Stati Uniti stanno per salire di molto, e questo significa che tutto ciò che comprate diventerà molto più costoso, dal cibo che mangiate alla macchina che guidate ai biglietti che vi serviranno per portare la vostra famiglia in vacanza quest’estate, ammesso che possiate ancora permettervi di andare in vacanza per allora. State per diventare misuratamente più poveriNon è un’ipotesiJoe Biden lo ha ammesso.
Ma dall’altra parte, otterrete un’importante vittoria morale contro il vecchio e vile Vladimir Putinche è moltomolto peggio di Justin Trudeau. Giusto perché lo sappiate. Quindi potrete sentirvi bene per questo, perché… perché… vediamo, a pensarci bene, perché dovreste sentirvi bene per questo? Sembra un accordo piuttosto terribile per voi e per gli Stati Uniti. Hunter Biden riceve un milione di dollari all’anno dall’Ucraina, ma voi non potete più permettervi di uscire per andare a cena. Non è un affare.
Quindi cosa ci stiamo perdendo qui? Quello che ci manca è il quadro generale, ed è per questo che Joe Biden ha inviato Kamala Harris a spiegarci questo quadro. Il vecchio lavoro di Kamala Harris era quello di spalancare i confini dell’America all’immigrazione [hmm, no, questo è stato il lavoro intermedio. Quello vecchio – vecchio per antonomasia, non a caso – è quell’altro, quello che, pur essendo priva di qualunque dote (qualunque tranne quella), le ha permesso di fare carriera]. Lo ha fatto. Il suo nuovo lavoro è quello di tenere chiusi i confini dell’Ucraina. Kamala Harris era in Europa l’altro giorno per spiegarci tutto. Ha iniziato con una lezione di storia, facendo conoscere ai popoli europei il loro recente passato, che lei presume abbiano dimenticato visto che pochi di loro parlano in inglese. Ha aperto con un saluto tradizionale, “ascoltate, ragazzi”, perché è così che parlano i veri storici e gli statisti. Questa è Kamala che vi istruisce:
KAMALA HARRIS“Voglio dire, ascoltate, ragazzi, stiamo parlando del potenziale di una guerra in Europa. Voglio dire, prendiamoci davvero un momento per capire il significato di ciò di cui stiamo parlando. Sono passati più di 70 anni e in questi 70 anni, come ho detto ieri, c’è stata pace e sicurezza. Stiamo parlando della reale possibilità di una guerra in Europa.”
Ascoltateragazzi“, sarete anche europei che vivono in Europama non capite appieno le possibili implicazioni di una guerra in Europa. Questo è il vostro problema. Il problema dell’Europa è che ha avuto pace e sicurezza per più di 70 anni. Kamala Harris lo ha appena detto agli europei.
E questo, tra l’altro, è verose non si conta la dissoluzione della Jugoslavia, che ha causato centinaia di migliaia di morti negli anni ’90 o l’occupazione sovietica di metà del globo terrestre, che ha gestito la messa in schiavitù di centinaia di milioni di persone. Ma a parte questo, “Signora Lincoln”, tutto è stato pace e sicurezza in EuropaFino ad ora.
I sovietici andavano bene. Vladimir Putin invece è cattivo.
Che cosa facciamo a questo proposito? Kamala Harris ci spiega anche questo.
KAMALA HARRIS: “E il rapporto tra gli alleati è tale che abbiamo convenuto che l’effetto deterrente di queste sanzioni è ancora significativo, soprattutto perché, ricordate anche, speriamo ancora sinceramente che ci sia un percorso diplomatico per uscire da questo momento, e nel contesto poi anche del fatto che quella finestra è ancora aperta, anche se si sta assolutamente restringendo, ma nel contesto di un percorso diplomatico ancora aperto, l’effetto deterrente crediamo abbia ancora valore.”
Capito. Fate un bel respiro e lasciate che si sedimenti. Eccolo di nuovo: “abbiamo concordato che l’effetto deterrente di queste sanzioni è ancora significativo, soprattutto perché, ricordate anche, noi speriamo ancora sinceramente che ci sia un percorso diplomatico per uscire da questo momento, e nel contesto poi anche del fatto che quella finestra è ancora aperta, anche se si sta assolutamente restringendo, ma nel contesto di un percorso diplomatico ancora aperto, l’effetto deterrente crediamo abbia ancora valore.”
Beh, certo che bisogna riconoscerle dei meriti. L’unica domanda è: “di cosa diavolo stai parlando?” E la risposta è che Kamala Harris non ha la minima idea di che cosa stia parlando. Non può nemmeno indicare la direzione di ciò di cui si sta parlando. La sua bocca si apre e pezzi di linguaggio predigerito vengono fuori senza un ordine particolare. È rilassante da ascoltare finché non si cerca di capirne il significato.
Come ci ha detto Kamala Harris appena il mese scorso, “È il momento di fare quello che abbiamo fatto, e quel momento è ogni giorno“. A cui noi rispondiamo: “Esatto, signorina vicepresidente, oggi è il primo giorno del resto della sua vita. Lo guardi. Lo adori. Lo viva. E mentre c’è, mangi, preghi, ami.”
Potete solo immaginare la reazione di Vladimir Putin a tutto questo quando un aiutante gli ha portato una trascrizione tradotta delle osservazioni di Kamala Harris sulla sua scrivania. La mente di Putin è una sala degli specchi. Vede trappole ad ogni incrocio. ChiaramenteKamala Harris deve stare preparando una sorta di trappola per i russi. Le sue parole non hanno senso, ma non può essere certo stupida e infantile. L’America è una superpotenza. Non metterebbe mai un uomo senile ed una imbecille a capo del paese…
D’altra parte, forse è così. E comunque, non è solo il nostro paese. Qualche settimana fa, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrovha incontrato la sua controparte britannica, Liz Truss. Lavrov ha chiesto alla Truss se il suo paese riconosceva la sovranità russa su Rostov Voronež, che in realtà sono entrambe parte della Russia. Quindi era una domanda a trabocchetto. Ma Liz Truss, che lavorava nel settore delle vendite, non ne aveva la più pallida idea. Così ha risposto che “la Gran Bretagna non avrebbe mai riconosciuto queste regioni come russe”, nonostante il fatto che già lo siano. Quindi anche Liz Truss non ha idea di che cosa stia parlando.
Ma ecco il punto: non era rimasta minimamente imbarazzata per questo. Nessuno di loro è imbarazzato per questo.
John Bolton invece è uno che sa molte cose. D’altra parte, ha passato decenni ad indebolire l’America con terribili idee in politica estera e a far uccidere un sacco di persone rispettabili senza alcuna buona ragione. Quindi pensate che, a questo punto, se la giustizia fosse divina, John Bolton vivrebbe nell’isolamento e nella vergogna da qualche parte, passando i suoi giorni di espiazione. Questo è quello che fareste voi. Ma non è quello che sta facendo. No. John Bolton è andato alla MSNBC a chiedere un’altra guerraquesta volta con una potenza armata di armi nucleari.
ANDREA MITCHELL“Le forze statunitensi dovrebbero andare a difendere l’Ucraina?”
JOHN BOLTON“Beh, penso che probabilmente è troppo tardi per questo ora, ma direi che la linea rossa tra l’essere un alleato del Trattato Atlantico degli Stati Uniti e non esserlo è significativa. Ma la questione, come in tutte le questioni come questa, è se un’invasione russa e la presa dell’Ucraina influenzerebbero negativamente la sicurezza nazionale americana e quella dei suoi alleati della NATO? La risposta è assolutamente Sì. … Non abbiamo agito adeguatamente in anticipo. Penso che avremmo dovuto avere più forze americane in Ucraina, non per combattere i russi, ma per addestrare con gli ucraini e per mostrare a quei generali russi che guardano oltre il confine e vedono le bandiere americane. Mi chiedo cosa significa. Biden questa opzione l’ha già tolta dal tavolo, dicendo che non ci sarebbero state forze americane coinvolte e non ha ottenuto nulla in cambio.”
Quindil’unico problema della politica in Ucraina di Joe Biden, dice John Bolton, è che è troppo debole. I suoi ragazzi non stanno combattendo lì in questo momento, rannicchiati nel fango del mese di febbraio, sparando a Putin. Proviamo una guerra invernale in RussiaNessuno l’ha mai fatto primama abbiamo già grandi speranze.
Anche Alexander Vindman, infatti, lo sta chiedendo. A differenza del ministro degli Esteri britannico, Alexander Vindman conosce bene l’Ucraina. Infatti, è nato lì. Alexander Vindman crede che tu abbia l’obbligo morale di difendere la sua patria, e che se non lo fai, sei un assassino. Lo ha detto alla MSNBC.
ALEXANDER VINDMAN“Penso che queste persone, questi opinionisti di Destra, e del GOP che li sostiene, abbiano davvero francamente le mani sporche di sangue perché stanno incoraggiando ed attirando questo tipo di opportunismo da parte di Putin. E non è cosa, non è solo una sorta di semplice retorica come se si potesse dire qualcosa senza subire le conseguenze, come troppo spesso accade qui negli Stati Uniti. Questo ha conseguenze reali. E la gente morirà a causa di tutto questo.”
morirannoQuindi, il tuo compito è quello di prendere le armi in difesa del paese d’origine di Alexander Vindman o altrimenti sei il male“, hai il sangue sulle tue mani e questa è effettivamente la nostra politica. Ok, Alexander Vindman. Ci hai beccati. E’ un argomento convincente. Ci stiamo. Quanto ci costerà difendere il paese in cui sei nato?
Beh, in effetti, Joe Biden ha risposto a questa domanda. “Difendere la libertà avrà un costo per noi qui a casa”, ha detto Biden. “Dobbiamo essere onesti su questo“. Davvero. Biden ha continuato a delineare quello che ha chiamato il “dolore delle nostre sanzioni”.
JOE BIDEN“Stiamo implementando sanzioni per un blocco completo di due grandi istituzioni finanziarie russe, VEB e la loro banca militare. Stiamo implementando sanzioni sul debito sovrano della Russia nel suo complesso. Questo significa che abbiamo tagliato fuori il governo russo dai finanziamenti occidentali. Non può più raccogliere denaro dall’Occidente e non può nemmeno commerciare, né il suo nuovo debito né sui nostri mercati né nei mercati europei. A partire da domani e continuando nei prossimi giorni. Imporremo anche sanzioni alle élite russe ed ai loro familiari che condividono e i guadagni corrotti delle politiche del Cremlino, e dovrebbero condividere anche il dolore. E a causa delle azioni della Russia, abbiamo lavorato con la Germania per garantire che Nord Stream 2 non, come ho promesso, non andrà più avanti.”
Quindi, mettiamo da parte la questione del perché si dovrebbe mai voler chiudere un gasdotto di energia da qualsiasi parte, mai, soprattutto ora che il petrolio greggio è vicino ai 100 dollari al barile, ed è il prezzo più alto dal 2014. Non è una cosa da pocoperché avete bisogno dell’energia per vivereNon è negoziabileQuindi in che modo avere meno energia aiuterà gli Stati Uniti? Joe Biden non ha nemmeno accennato ad una risposta a questo. Non ha risposto ad alcuna domanda. È scappato via non appena ha finito di leggere il copione. [Certo che Biden che stigmatizza e soprattutto punisce i “guadagni corrotti” è roba da finire a rotolarsi sotto il letto dalle risate (e poi, appena finito di ridere, prenderlo a randellate sulle gengive. Con un randello con molti nodi)]
Tornando alla vita realeogni persona sa che niente affosserà la nostra economia più velocemente che tagliare la fornitura di combustibili fossili, perché nonostante quello che potete aver sentito da noti esperti di energia come Sandy Cortez, un paese di 340 milioni di persone non può funzionare con mulini a vento e pannelli solari. E anche se ne avessimo abbastanza, cosa che non abbiamo, non abbiamo le linee di trasmissione per portare quell’energia a casa vostra, e non lo faremo per molto tempo.
Quindi è tutta una bugia. Ma non preoccupatevi, dice Kamala HarrisL’amministrazione ha dei modi per sistemare l’impennata dei prezzi dell’energia. Hanno tutto sotto controllo perché si scopre che Kamala Harris è segretamente responsabile dei mercati energetici globali.
No, sto solo scherzandoKamala Harris non ha idea di quanto costi un barile di petrolio. Non sa come si misura il gas naturale. Ciò che conosce è la diversità, e questo è più o meno tutto. Anche se percepisce che tutto sta per diventare molto più costoso per voi. E così, per avvertirvi, ne ha parlato.
REPORTER“Il presidente ha già detto che gli americani dovranno affrontare alcune ricadute economiche od alcune difficoltà. Può spiegare agli americani cosa affronteranno esattamente se questo accadrà?”
KAMALA HARRIS: “Certo, come il presidente ha detto nel suo discorso, siamo consapevoli che, ancora una volta, quando l’America si batte per i suoi principi e tutte le cose che ci sono care, richiede a volte per noi di metterci in gioco in un modo che, forse, incorrerà in qualche costo. Ed in questa situazione questo può riguardare i costi dell’energia, per esempio.”
Quindiquali sono i principi che stiamo difendendo? Stiamo difendendo un regime che ha arrestato il suo principale rivale e chiuso i media dell’opposizione. Quali principi sono in gioco qui, a parte il fatto di premiare il mecenate della famiglia Biden?
Ma almeno è abbastanza onesta da dire che ciò che sta accadendo nell’Europa dell’Est può riguardare i costi dell’energiaQuesto è un eufemismo però: Buona fortuna nel fare il pieno al vostro camper questo agosto. Questo dà fastidio a Kamala Harris? Forse Sì, a breve termine. Agli elettori non piacerà a novembre. Il suo Partito verrà punito.
Ma lo stanno facendo comunque. Stanno chiudendo gli oleodotti nazionali anche qui. Stanno attaccando briga con il più grande fornitore di gas dell’Europa. Quindi forse c’è qualcosa di più grande all’opera qui. Forse stanno pensando a lungo termine. Forse non sono contro l’aumento dei prezzi del petrolio e del gas. Forse ci sono per loro. Forse l’energia troppo costosa sarebbe un bene per i molti affari nelle rinnovabili in cui i loro amici e donatori hanno investito.
Non conosciamo la risposta. Sappiamo solo che tutti noi stiamo per soffrire. Quindi, speriamo che almeno odiare Vladimir Putin ne sia valsa la pena. (Qui)

Non solo in America, tuttavia: sia sui social che nei mass media vedo un tale rigurgito di odio livido da fare paura. Tutti questi improvvisati pro Ucraina sembrano gemelli dei propal, che se ne infischiano dei palestinesi in Siria e Libano, privati di qualunque diritto, dalla cittadinanza alla scuola alle cure ospedaliere a quasi tutte le professioni, perfino dell’autorizzazione a riparare un vetro rotto della propria casa o baracca, se ne infischiano di quelli massacrati a decine di migliaia da Giordania, Siria e altri, ma a ogni terrorista ucciso da Israele strillano al genocidio e invocano la distruzione dello stato ebraico. Identici. Non a caso ne hanno emulato anche il tipo di disinformazione, che ha caratteristiche specifiche, che nulla hanno a che fare con la consueta disinformazione che accompagna ogni guerra. E oggi ne ho trovato due nuove: l’appropriazione di un ospedale bombardato in Siria

(e notare la trasformazione di un ospedale generico in ospedale pediatrico, per aggravare il “crimine” e far aumentare l’indignazione. Spettacolare poi quel “I dettagli”) E quest’altra, che sicuramente non ho neppure bisogno di spiegare.

E mentre tutte queste puttanate girano indisturbate, non solo sui social ma anche nei nostri TG nazionali, la voce dell’Uomo Nero di turno viene oscurata,

per impedire alle nostre pudibonde orecchie di sentire le sue bugie, perché naturalmente non possiamo neppure immaginare che dalla sua bocca possa uscire una sola parola di verità. E adesso, dopo tutte queste oscene patacche, vi mostro quest’altra cosa, autentica, invece

E domando: dov’erano, allora, le anime belle che oggi si stracciano le vesti per i bambini ucraini morti (veri o presunti, vista la quantità di balle documentate messe in giro) e augurano la morte a chi ritengono colpevole unico della loro uccisione? Non erano bambini ucraini, quelli? E dove sono le vostre proteste, le vostre prese di posizione, il vostro stracciarvi le vesti, le vostre denunce urlate, il vostro augurare la morte agli assassini di quei bambini? Dove eravate, voi, manica di infami vigliacchi ipocriti? E dove eravate quando venivano sterminati i bambini di Halabia? Dove eravate quando gli armeni venivano invasi, massacrati e cacciati dalle loro case e i luoghi sacri distrutti? Dove eravate quando la Grecia è stata lasciata sola quando ha subito l’invasione alla frontiera di orde di clandestini sostenuti dai carri armati di Erdogan? Siete capaci di indignarvi solo per chi è capace di scegliersi il nemico giusto, come Israele e la Russia? Ma riuscite a guardarvi allo specchio senza sputarvi addosso?

barbara

UCRAINA, LE PREMESSE

NOTA: che questo preciso, informato, lucidissimo articolo firmato da Barbara Spinelli lo abbia scritto lei, non ci credo neanche morta. Secondo me l’ipotesi più probabile è che qualche giornalista in erba, in gamba ma sconosciuto, abbia scritto questo articolo mirabile, poi, perché potesse avere il meritato risalto, abbia drogato la Spinelli, glielo abbia fatto firmare e l’abbia infine inviato al giornale dall’account di lei, prima che ritornasse in sé. Comunque leggetelo, è una delle cose migliori uscite in questi giorni.

La guerra nata dalle bugie

LE RAGIONI DEL CONFLITTO La prevedibile aggressione russa e la cecità di Stati Uniti e Unione europea. Ecco perché cominciare ad ammettere i nostri errori è il primo punto per costruire la pace

Paragonando l’invasione russa dell’ucraina all’assalto dell’11 settembre a New York, Enrico Letta ha confermato ieri in Parlamento che le parole gridate con rabbia non denotano per forza giudizio equilibrato sulle motivazioni e la genealogia dei conflitti nel mondo.
Perfino l’11 settembre aveva una sua genealogia, sia pure confusa, ma lo stesso non si può certo dire dell’aggressione russa e dell’assedio di Kiev. Qui le motivazioni dell’aggressore, anche se smisurate, sono non solo ben ricostruibili ma da tempo potevano esser previste e anche sventate. Le ha comunque previste Pechino, che ieri sembra aver caldeggiato una trattativa Putin-zelensky, ben sapendo che l’esito sarà la neutralità ucraina chiesta per decenni da Mosca. Il disastro poteva forse essere evitato, se Stati Uniti e Unione europea non avessero dato costantemente prova di cecità, sordità, e di una immensa incapacità di autocritica e di memoria.
È dall’11 febbraio 2007 che oltre i confini sempre più agguerriti dell’est Europa l’incendio era annunciato. Quel giorno Putin intervenne alla conferenza sulla sicurezza di Monaco e invitò gli occidentali a costruire un ordine mondiale più equo, sostituendo quello vigente ai tempi dell’urss, del Patto di Varsavia e della Guerra fredda. L’allargamento a Est della Nato era divenuto il punto dolente per il Cremlino e lo era tanto più dopo la guerra in Jugoslavia: “Penso sia chiaro – così Putin – che l’espansione della Nato non ha alcuna relazione con la modernizzazione dell’alleanza o con la garanzia di sicurezza in Europa. Al contrario, rappresenta una seria provocazione che riduce il livello della reciproca fiducia. E noi abbiamo diritto di chiedere: contro chi è intesa quest’espansione? E cos’è successo alle assicurazioni dei nostri partner occidentali fatte dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia? Dove sono oggi quelle dichiarazioni? Nessuno nemmeno le ricorda. Ma io voglio permettermi di ricordare a questo pubblico quello che fu detto. Gradirei citare il discorso del Segretario generale Nato, signor Wörner, a Bruxelles il 17 maggio 1990. Allora lui diceva: ‘Il fatto che noi siamo pronti a non schierare un esercito della Nato fuori dal territorio tedesco offre all’urss una stabile garanzia di sicurezza’. Dove sono queste garanzie?”.
Per capire meglio la sciagura ucraina, proviamo dunque a elencare alcuni punti difficilmente oppugnabili.
Primo: né Washington né la Nato né l’europa sono minimamente intenzionate a rispondere alla guerra di Mosca con una guerra simmetrica.
Biden lo ha detto sin da dicembre, poche settimane dopo lo schieramento di truppe russe ai confini ucraini. Ora minaccia solo sanzioni, che già sono state impiegate e sono state un falso deterrente (“Quasi mai le sanzioni sono sufficienti”, secondo Prodi). D’altronde su di esse ci sono dissensi nella Nato.
Alcuni Paesi dipendenti dal gas russo (fra il 40 e il 45%), come Germania e Italia, celano a malapena dubbi e paure. Non c’è accordo sul blocco delle transazioni finanziarie tramite Swift. Chi auspica sanzioni “più dure” non sa bene quel che dice. Chi ripete un po’ disperatamente che l’invasione è “inaccettabile” di fatto l’ha già accettata.
Secondo punto: l’occidente aveva i mezzi per capire in tempo che le promesse fatte dopo la riunificazione tedesca – nessun allargamento Nato a Est – erano vitali per Mosca. Nel ’91 Bush sr. era addirittura contrario all’indipendenza ucraina. L’impegno occidentale non fu scritto, ma i documenti desecretati nel 2017 (sito del National Security Archive) confermano che i leader occidentali– da Bush padre a Kohl, da Mitterrand alla Thatcher a Manfred Wörner Segretario generale Nato – furono espliciti con Gorbaciov, nel 1990: l’alleanza non si sarebbe estesa a Est “nemmeno di un pollice” (assicurò il Segretario di Stato Baker). Nel ’93 Clinton promise a Eltsin una “Partnership per la Pace” al posto dell’espansione Nato: altra parola data e non mantenuta.
Terzo punto: la promessa finì in un cassetto, e senza batter ciglio Clinton e Obama avviarono gli allargamenti. In pochi anni, tra il 2004 e il 2020, la Nato passò da 16 a 30 Paesi membri, schierando armamenti offensivi in Polonia, Romania e nei Paesi Baltici ai confini con la Russia (a quel tempo la Russia era in ginocchio economicamente e militarmente, ma possedeva pur sempre l’atomica). Nel vertice Nato del 2008 a Bucarest, gli Alleati dichiararono che Georgia e Ucraina sarebbero in futuro entrate nella Nato. Non stupiamoci troppo se Putin, mescolando aggressività, risentimento e calcolo dei rischi, parla di “impero della menzogna”. Se ricorda che le amministrazioni Usa non hanno mai accettato missili di Paesi potenzialmente avversi nel proprio vicinato (Cuba).
Quarto punto: sia gli Usa che gli europei sono stati del tutto incapaci di costruire un ordine internazionale diverso dal precedente, specie da quando alle superpotenze s’è aggiunta la Cina e si è acutizzata la questione Taiwan. Preconizzavano politiche multilaterali, ma disdegnavano l’essenziale, cioè un nuovo ordine multipolare. Il dopo Guerra fredda fu vissuto come una vittoria Usa e non come una comune vittoria dell’ovest e dell’est. La Storia era finita, il mondo era diventato capitalista, l’ordine era unipolare e gli Usa l’egemone unico. La hybris occidentale, la sua smoderatezza, è qui.
Il quinto punto concerne l’obbligo di rispetto dei confini internazionali, fondamentale nel secondo dopoguerra. Ma Putin non è stato il primo a violarlo.
L’intervento Nato in favore degli albanesi del Kosovo lo violò per primo nel ’99 (chi scrive approvò con poca lungimiranza l’intervento).
Il ritiro dall’afghanistan ha messo fine alla hybris e la nemesi era presagibile. Eravamo noi a dover neutralizzare l’ucraina, e ancora potremmo farlo. Noi a dover mettere in guardia contro la presenza di neonazisti nella rivoluzione arancione del 2014 (l’ucraina è l’unico Paese europeo a includere una formazione neonazista nel proprio esercito regolare). Noi a dover vietare alla Lettonia – Paese membro dell’ue – il maltrattamento delle minoranze russe.
Non abbiamo difeso e non difendiamo i diritti, come pretendiamo? Nel 2014, facilitando un putsch anti-russo e pro-usa a Kiev, abbiamo fantasticato una rivoluzione solo per metà democratica. Riarmando il fronte Est dell’ue foraggiamo le industrie degli armamenti ed evitiamo alla Nato la morte celebrale che alcuni hanno giustamente diagnosticato. Ammettere i nostri errori sarebbe un contributo non irrilevante alla pace che diciamo di volere.
BARBARA SPINELLI, Il Fatto Quotidiano, 26 Feb 2022 (con un sentito ringraziamento all’amico Erasmo che l’ha ripreso)

Direi che quei famosi 92 minuti di applausi ci stanno tutti.
E poi ci siamo noi.

Navi, soldati, F35 in assetto ‘combat ready’: così l’Italia si prepara alla guerra

La crisi in ucraina mobilita anche le nostre truppe. Tutti i numeri del nostro coinvolgimento

 “L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, l’articolo 11 della Costituzione, quella “più bella del mondo” come amano definirla spesso gli intellettuali di sinistra, è chiaro: il Tricolore sventola solo sulle missioni di pace, mai nei conflitti. Eppure in questa complessa crisi bellica tra Russia e Ucraina, il nostro Paese è più che coinvolto. In modalità ‘unofficial’, si direbbe. D’altra parte durante i venti anni di Guerra fredda tra Stati Uniti e Urss nessuno di noi poteva mai immaginare che la più grande base Nato per le operazioni in caso di conflitto nucleare si trovasse, operativa e in funzione, proprio sotto il nostro sedere, a 20 metri di profondità nel cuore di una collina della provincia di Caserta in Campania: nome in codice ‘Proto’. Abbandonata in fretta nel 1996, la base è ancora lì a ricordarci che la guerra si combatte anche, e soprattutto, senza farne propaganda. Oggi la situazione non è poi così cambiata. Chi immagina che la crisi ucraina sia distante da noi e ci veda al riparo da eventuali azioni sensibili dovrebbe tenere a mente un po’ di numeri.
Mille. È il numero dei soldati di fanteria dell’Esercito italiano, 250 alpini e 750 bersaglieri che sono già schierati lungo il confine in Lettonia. Un contingente che conta la presenza di cinque carri armati Ariete, autoblindo Centauro e carri leggeri Lince.
Quattro. Sono gli aerei F35 in assetto ‘combat ready’, cioè pronti al combattimento, di stanza in Romania che da settimane sorvolano i cieli lungo il confine. All’aeroporto di Costanza sono stati trasferiti d’urgenza 140 avieri italiani.
Quattordici. È il numero di ‘scramble’, cioè di interventi di emergenza per rischio attacchi effettuati dai caccia della nostra Aeronautica.
Tre. Sono invece le unità della Marina Militare in navigazione, ufficialmente per esercitazioni nel Mediterraneo davanti alle coste di Cipro, in appoggio alla Sesta flotta navale Usa.
Ci sono poi le numerose basi Nato presenti sul territorio italiano e in massima operatività e allerta, da Sigonella – aeroporto di partenza dei droni che da 15 giorni sorvolano il Donbass – a Pisa dove un gruppo di 250 soldati italiani sotto le insegne Nato (in gergo un ‘battle group’) è già pronto a salire su C-130 Hercules e su C-27 Spartan della 46a aerobrigata destinazione: Polonia e Romania.
Un ultimo numero, quello forse che desta maggiore interesse, è il 4. Esiste una scala di valutazione del pericolo di guerre e conflitti con uso di armi nucleari. Un parametro internazionale che abbreviato si scrive sugli atti come ‘Defcon’, Defense condition. Una scala che parte da 5, situazione di pace, e arriva a 1 che rappresenta il coinvolgimento in un conflitto internazionale. Da gennaio l’Italia è in ‘Defcon4’, un livello d’allerta che prevede la mobilitazione di servizi segreti e aumento delle misure di sicurezza, certificato proprio in quei giorni in cui gli italiani assistevano al balletto delle schede bianche per l’elezione del Presidente della Repubblica. L’Europa è in ‘Defcon3’.
di Giancarlo Maria Palombi, qui.

E quindi è definitivamente dimostrato e documentato che Putin, con la sua ossessione dell’accerchiamento, è un pazzo paranoico che nei suoi deliri vede cose assolutamente inesistenti.
E dunque noi abbiamo, anche se ufficiosamente e non ufficialmente, dichiarato guerra alla Russia: a quanto pare la batosta del ’41-’43 coi suoi 77.000 morti e dispersi e 40.000 feriti e congelati, non è stata sufficientemente istruttiva (forse abbiamo bisogno un’altra volta di qualche migliaio di morti da buttare sul tavolo della pace?).
Concludo questo post con un appello: a Putin, ma soprattutto a Zelensky e soprattuttissimo a Biden

Per favore, provate a rinsavire. Forse non tutto è ancora perduto. Forse potete ancora farcela. Ma tenete presente che ormai siamo qui

barbara