E ORA TRASFERIAMOCI UN MOMENTO NELLE FILIPPINE

barbara

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IL FASCISMO HA FATTO ANCHE COSE BUONE

Siamo tornati a sentire il nostalgico mantra in questi giorni di alessandrico furore per la nipotal devozione ferita e offesa. E alle indignate proteste ebraiche – e non solo ebraiche, per fortuna – per l’ira funesta della benitide Alessandra, condita da entusiastici like a commenti pesantemente antisemiti, ecco rispuntare l’immarcescibile mantra: sì, ma a parte le leggi razziali e la guerra (due bazzecoline, da spostare nel ripostiglio insieme alle scope e agli stracci, e non pensarci più), ha fatto anche cose buone. E vediamole dunque, queste cose buone, in questo ottimo articolo che è giunto il momento di rispolverare.

E niente, ciclicamente torna alla ribalta la favola di Mussolini che tolte le leggi razziali e l’entrata in guerra, avrebbe fatto anche cose giuste per l’Italia, soprattutto in ambito sociale ed economico.
Oltre ad averla ripetuta negli anni praticamente tutti i vari leader della destra italiana, come ogni tanto mostra la cronaca, questa idea è purtroppo ben diffusa nel paese.
E a quanto pare in modo più o meno trasversale, ovvero anche in una parte della sinistra.
Ora, non starò a ripetere la storia economica del fascismo.
L’abbiamo già fatto più volte nel passato, mostrando come sia stata assolutamente disastrosa e che l’idea di un fascismo che ha fatto anche cose buone è una balla.
Qui un sunto per chi volesse approfondire.
Oggi invece diamo un rapido sguardo a due aspetti di questo tema.
Il primo è il risultato finale delle politiche del fascismo, cercando di rispondere contemporaneamente alla domanda su chi ha realmente portato l’Italia fuori dalla povertà e ha migliorato le condizioni della popolazione.
Per farlo esaminiamo il grafico linkato sotto del pil procapite italiano dall’unità d’italia ad oggi.
PIL
Grafico tratto da questo lavoro di Banca d’Italia .
Il grafico è a prezzi costanti e ci mostra in scala logaritmica il pil procapite durante il periodo preso in considerazione.
Prendiamo il pil procapite in quanto ci dice esattamente ciò che cerchiamo, ovvero l’aumento della ricchezza della popolazione.
E visto che l’indice di distribuzione di questa nei decenni è andando diminuendo, un aumento del pil indica un aumento reale della ricchezza anche delle fasce più povere della popolazione.
Infine l’uso dei prezzi costanti, ovvero tolta l’inflazione, è doveroso in quanto altrimenti non sarebbe possibile una comparazione inter-temporale.
Allora, cosa ci dice il grafico?
Vediamo:

1) l’Italia ha tenuto un tasso di crescita costante ma moderato dal 1861 al 1914.
2) dopo la caduta degli anni bellici c’è stata una immediata ripresa verso il trend precedente fino al 1924-1925, ovvero proprio fino alla trasformazione in dittatura del governo di Mussolini.
3) Dal 1925 fino alla metà degli anni ’30, ovvero durante gli anni delle riforme economiche e sociali del fascismo che oggi molti rimpiangono, la crescita si blocca.

Ripetiamo: la crescita del pil procapite si blocca.

4) C’è una piccola ripresa negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della WW2, ma comunque al ritmo del trend precedente.
5) Infine, la vera ripresa con un ritmo enormemente superiore sia a quello del fascismo, sia a quello pre-WWI, si ha negli anni che vanno dal 1947 alla metà degli anni ’70, quando il ritmo di crescita inizia a rallentare.

Cosa ci dicono allora questi dati?
Semplicemente che solo nei sogni degli italiani il fascismo è stato positivo per l’economia e la vita sociale degli italiani, visto che durante quei vent’anni il pil procapite è cresciuto di fatto solo in 4 anni su 20.
Se qualcuno dobbiamo ringraziare, piaccia o non piaccia, sono invece i governi democratici dell’Italia post fascista, a partire da quelli moderatamente liberisti dei primi anni ’50 (De Gasperi), che hanno abbattuto i dazi doganali e fatto entrare l’Italia nella CEE, cosa che ha permesso di eliminare la sclerotizzazione dell’economia imposta dalle leggi corporative fasciste e quindi creare praticamente tutta la ricchezza di cui ancora oggi beneficiamo.
Detto questo affrontiamo velocemente un secondo tema, sempre connesso alle fantomatiche meravigliose misure sociali del fascismo.
Nella fattispecie le pensioni.
Di nuovo, la narrativa che gira nel paese è che le pensioni sono una invenzione del duce.
Peccato che la realtà sia ben diversa visto che il primo nucleo pensionistico nasce nel 1898 con la fondazione della “cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”.
Fino al 1919 l’iscrizione a tale istituto era volontaria.
Da quell’anno in poi diventa obbligatoria e copre circa 12 milioni di lavoratori.
Cosa fa il fascismo?
Nel 1939 istituisce assicurazioni contro la disoccupazione e viene fissato il limite d’età di 60 anni per gli uomini e 55 per le donne.
E’ invece solo dalla fine degli anni ’50, quindi durante i governi democristiani, che l’assicurazione per l’invalidità e la pensione viene estesa a tutti i lavoratori, quindi anche quelli autonomi, i coltivatori diretti, artigiani e commercianti.
Di più: è solo nel 1969 che infine il sistema passa da quello contributivo a quello ben più generoso (purtroppo) retributivo e vengono istituite le pensioni sociali  – qui   e qui

Insomma, il fascismo ha creato le pensioni?
Risposta secca: NOOOOOOOOO.
Il sistema pensionistico è stato creato dai governi liberali dell’Italia precedente la prima guerra mondiale e ampliato, troppo, dai governi democristiani degli anni ’60.
Fatte queste specificazioni, cosa possiamo dire infine?
Ben poco, se non sottolineare il fatto che un paese che crede alla favola di un dittatore, che grazie alle sue idee corporative e socialiste, avrebbe governato economicamente e socialmente bene un paese, quando la realtà ci dice invece il contrario, è destinato ad un futuro molto, molto, ma veramente molto buio.
Siamo ……..
Buona giornata.
Massimo Fontana, 15 gennaio 2018

E buona giornata anche a te, Alessandruccia cara, e a voi, compagnucci suoi e del caro estinto.
Poi volendo si potrebbe leggere questo. E infine, giusto per chiudere in bellezza
mussolini-al.
barbara

POI ARRIVA L’ESTATE

E l’asilo finisce e i bambini, anche a Gaza come in tutto il mondo, mettono in scena la loro piccola recita di fine anno:

(Chi da più tempo frequenta questo blog, o altre analoghe fonti di informazione, sa che questa è la regola, tutti gli anni in tutti gli asili di Gaza)

Poi, visto che l’asilo è finito, a intrattenere i bambini devono provvedere i genitori

e va da sé che per i più piccoli che ancora non vanno all’asilo, la famiglia si occupa con sollecitudine e amore di dare la giusta educazione.
bimbopal coltello
Nel frattempo, per non rischiare che i bambini di Gaza si divertano da soli, i loro papà si dilettano a tirare missili sugli asili israeliani
REMAINS-OF-MORTAR-IN-SDEROT-KINDERGARTEN-YARD
barbara

DAL GOLAN (14/2)

E naturalmente comincio dalla cosa più importante immortalata in questa foto presa a tradimento mentre mi stavo gustando quell’anguria che era la dolcezza fatta persona
barbara cocomero
(sì, l’anguria è una persona: qualcosa da ridire?)

Sul Golan sono stata diverse volte, ma questa è stata un’esperienza particolare perché ci siamo arrivati sulle jeep, inerpicandoci su sentieri rocciosi con buche e massi, in alcuni (brevi!) tratti con pendenze anche di 30°-40°. Quando siamo arrivati in cima (non so esattamente in quale punto delle Alture), con vista sulla Siria, si potevano distintamente sentire i rumori dei combattimenti in direzione di Damasco – che dista circa tre quarti d’ora d’auto, e abbiamo continuato a sentirli anche durante la sosta alla tappa successiva, alcune decine di chilometri più distante. A combattersi senza esclusione di colpi sono in questo momento circa 400 fazioni, e i Paesi direttamente o indirettamente coinvolti sono non meno di 50: questo andrebbe sempre fatto presente a chi ogni tanto si mette a dire che dobbiamo intervenire in Siria, dobbiamo aiutare la Siria, a invocare libertà per la Siria: intervenire come? Aiutare chi? Libertà da chi e a favore di chi? Qualcuno potrebbe pensare che “fintanto che si ammazzano fra di loro a noi va bene”, ma non è affatto così; Israele, per lo meno, non la pensa affatto così: dei vicini bellicosi e assetati di sangue alle porte di casa non sono esattamente la ricetta migliore per dormire sonni tranquilli, e gli avvenimenti di qualche settimana fa sono lì a dimostrarlo.

Avendo già fatto e pubblicato numerose foto in occasione delle visite precedenti, questa volta non ne ho fatte, tranne una, questa:
dal Golan
Quello che si vede là sotto, fotografato dall’autobus, è un villaggio israeliano: non credo occorra molta fantasia per immaginare che cosa succedeva quando questo territorio era in mano siriana, ossia fino al 1967 quando, con la Guerra dei Sei Giorni è stato liberato – in senso letterale: gli israeliani sono stati finalmente liberati dall’incubo dei cecchini siriani che sparavano fin dentro le finestre di villaggi e kibbutz, i pescatori israeliani sono stati liberati dall’incubo dei cecchini siriani che sparavano mentre pescavano, l’intero stato di Israele è stato liberato dall’incubo di un nemico feroce che incombeva su una parte cospicua dello stato e con la possibilità di invaderlo in qualunque momento in brevissimo tempo: ditelo a chi ciancia di restituzione! Ora, per fortuna, il pericolo non sussiste più, grazie all’annessione decisa dal parlamento israeliano nel 1981, e la difesa di Israele si combatte sul confine opposto. Che poi, a proposito di “restituzione” (come quella dei territori “occupati” o territori “palestinesi”, che dir si voglia), ci sarebbe da ricordare che questo territorio è ripetutamente ricordato nella Bibbia col nome di Bashan, fertilissimo grazie al terreno di origine vulcanica: anche qui, come in tutto il resto del Medio Oriente e del Nord Africa, gli arabi sono arrivati dopo, arabizzando e islamizzando a suon di invasioni e occupazioni e massacri e deportazioni e stupri etnici e conversioni più o meno forzate. DOPO.

Delle guerre fra Israele e Siria sono rimaste le mine, moltissime, messe da entrambe le parti del conflitto: spesso le strade sono costeggiate da sbarramenti con l’avviso di terreno minato; non vengono bonificate, oltre che per l’enorme costo e difficoltà dell’operazione, anche perché con pioggia e piccoli smottamenti le mine si spostano, sprofondano, complicando ulteriormente il compito. E sono rimaste le trincee, di cui tuttora, ogni tanto, occorre servirsi.

barbara

ANCORA SUL CONFINE CON GAZA

Molte sarebbero le cose da mostrare, i documenti, le testimonianze, le dichiarazioni, le falsità piene di odio anti ebraico e anti israeliano che urlano da tutti i nostri mass media. Ma non mi piace intasare il blog con decine di post che poi nessuno leggerebbe, e quindi devo scegliere. Per oggi ho scelto due brevi pezzi di Giulio Meotti.

Sono incredibili i resoconti su cosa pianificava Hamas nel caso in cui avesse rotto il confine di Israele. I capi del terrore volevano conquistare i kibbutz al confine. Lo ha riferito la tv Hadashot. “Ismail Haniyeh parlerà a Nahal Oz, Khalil al-Hayya a Kfar Aza e (il leader palestinese della Jihad islamica) Nafed Azzam a Be’eri,” Hadashot ha citato le istruzioni palestinesi. “Poi inizieranno le celebrazioni in tutta la Palestina”. Ai manifestanti era stato detto che i trattori avrebbero cercato di abbattere il recinto, che dovevano armarsi con “un coltello o una pistola” e avevano mappe dettagliate delle comunità israeliane verso cui i palestinesi sarebbero stati incoraggiati a precipitarsi. Il colonnello Kobi Heller, comandante della brigata meridionale, ha detto che il rapporto corrisponde alle loro informazioni militari. “Alla fine, tutte le persone che si avvicinano alla recinzione lo fanno sotto la direzione di Hamas”, ha detto. Ha aggiunto che la leadership di Hamas era assente durante le violenze di lunedì. “Avevano paura”. Akhsan Daksa, comandante della settima brigata corazzata, ha detto a Hadashot: “Ho combattuto nella Seconda Guerra del Libano, nella Operazione Protective Edge (la guerra del 2014 a Gaza). C’era violenza qui come in un campo di battaglia”. Daksa, che parla arabo, ha comunicato con alcuni dei manifestanti oltre il confine, “a cinque metri di distanza”. Gli hanno detto: “Stiamo andando a Nahal Oz. Le preghiere di oggi si terranno lì “. Heller ha aggiunto: “Se non avessimo protetto il confine questa settimana, Hamas, la Jihad islamica e altri si sarebbero infiltrate nelle comunità”. Ecco, ora io penso una cosa: perché la comunità internazionale, i media, hanno applaudito e difeso un tentativo di invasione del territorio di Israele e il massacro che ci sarebbe stato se l’eroico esercito israeliano non avesse tenuto? Non ho parole. Però ho una foto. Sono Matan e Noam. Avevano cinque e quattro anni. Vivevano in un kibbutz, Metzer, come quelli che stanno di fronte a Gaza. I terroristi palestinesi li hanno uccisi nei loro letti. Nessun giornale pubblicò le loro fotografie. Altri bambini israeliani avrebbero fatto la stessa fine lunedì se i terroristi non fossero stati fermati.
Matan e Noam
Questo video lo dedico ai media che hanno detto il falso, ai paesi europei che al Consiglio dei diritti umani di Ginevra hanno appena votato contro Israele e a quei trogloditi che in questi giorni hanno sbavato antisemitismo. Guardate cosa è successo lunedì dal punto di vista palestinese. Era territorio di guerra. Come vi sareste sentiti se oltre quella rete ci fossero stati i vostri figli? Perché sì, lì dietro c’è un villaggio israeliano. L’incapacità che abbiamo visto di ammettere che Hamas è responsabile di ogni goccia di sangue versata sul confine di Gaza incoraggia la loro violenza e l’uso di scudi umani. E li rende complici in ulteriori spargimenti di sangue.

Questi video, a noi, non li passa clandestinamente qualche misterioso servizio segreto: sono pubblici, li può vedere chiunque. E dunque la domanda è: quanta malafede, quanta falsità, quanto odio, quanto marciume, quanto putridume ci vuole, da parte di politici e giornalisti, per gridare alla strage da parte dell’esercito israeliano, alla carneficina, al bagno di sangue, per invocare inchieste e sanzioni, per chiamare nazisti gli israeliani e non chi, oggi come ieri, dei nazisti persegue lo stesso identico programma contro lo stesso identico obiettivo?

barbara

NOI SOTTOSCRITTI VAURO BOLDRINI ECCETERA

Noi sottoscritti Vauro, Boldrini, Papa Francesco, insieme con i giornalisti dell’Ansa, ci impegniamo a commemorare gli ebrei e a rispettarne la memoria

A noi gli ebrei piacciono così.
Ci piacciono dietro i cartelli ‘il lavoro rende liberi’, con addosso solo la pelle.
Ci piacciono mucchi di cadaveri esposti alla neve e al vento finché qualcuno verrà a fotografarli per dire che sì, è stato davvero.
A noi gli ebrei piacciono con gli sguardi impauriti in bianco e nero, esseri indifesi portati alla morte davanti ai sorrisi degli indifferenti.
Ci piace commemorarli questi ebrei, ci piace aprire musei con i loro oggetti rituali conservati a dovere.
A noi gli ebrei piacciono quando stanno zitti, quando viene tolto loro il diritto di parola. Ci piacciono quando i fucili sono puntati verso di loro. Ci piacciono prostrati a terra, espropriati, espatriati, deportati, massacrati. Ci piace averne pena.
Invece questi ebrei hanno alzato la cresta.
Osano impugnare le armi per difendere la loro terra, quel fazzoletto che l’Onu ha pensato di concedere loro come rifugio dopo che sei milioni di loro erano stati trucidati nei nostri stati, nel nostro continente, nel nostro mondo, con l’aiuto della nostro silenzio e della nostra indifferenza.
Parlano, discutono, controbattono persino, questi discendenti di Abramo.
Hanno addestrato i loro figli a non farsi più portare come bestie al macello.
Hanno insegnato il diritto alla vita anche degli ebrei, nonostante gli sia stato negato per secoli e secoli.
Ma chi si credono di essere per definire terrorista chi imbraccia mitragliatrici per falciarli nei bar, nei ristoranti, chi si imbottisce di tritolo e di chiodi per continuare il lavoro dell’inquisizione, dei progrom, dei nazisti?
Questi ebrei così presuntuosi da arrogarsi il diritto di vivere nel proprio stato.
Rinuncino a quelle terre contese e vengano da noi.
Non possiamo certo assicurare loro una vita serena, magari permetteremo pure che li uccidano ogni tanto davanti alle loro scuole, chiuderemo gli occhi davanti alle loro nonne pugnalate in casa , ai loro giovani uccisi mentre fanno la spesa.
Ma noi, noi idealisti, pacifisti, noi sottoscritti
Papa,
Vauro,
Boldrini,
Erdogan,
giornalisti dell’Ansa.
Noi, gli ebrei, li commemoreremo sempre con estremo rispetto.
Noi per gli ebrei avremo un occhio così di riguardo, ci concentreremo così tanto su di loro, da dimenticare le stragi di siriani, di curdi, ci focalizzeremo così tanto sul popolo ebraico da concedere a Erdogan la parola sui diritti dell’uomo mentre li starà lui stesso violando dietro a casa nostra.
Dedicheremo in ricordo degli ebrei una targa, un giardino, un bell’articolo una volta all’anno, delle pietre d’inciampo, una vignetta satirica.
Né dal tuo miele né dal tuo pungiglione, disse Giacobbe a Esaù quando si ritrovarono dopo molti anni.
Shalom, chi usa la parola pace, chi ci crede davvero, deve essere shalem, intero, coerente.
Pretendete dagli altri ciò che pretendete dagli ebrei.
Applicate gli stessi criteri umanitari, la stessa etica e la stessa morale a tutta l’umanità, ebrei e non ebrei, in maniera obiettivamente indistinta.
Allora ci sarà Shalom davvero.

Gheula Canarutto Nemni, qui (andateci, così date un’occhiata anche ai ritagli di giornale, casomai ve ne fosse sfuggito qualcuno).

Non c’è niente da fare: come sa dire le cose Gheula, non le sa dire nessuno. In più di un’occasione mi è capitato di dire che tutta questa bella gente ama talmente commemorare la Shoah, da sostenere con tutte le proprie forze chi sta cercando di metterli in condizione di poterne un giorno commemorare due. Quello che dice Gheula non è poi molto diverso, però lo dice in maniera molto più raffinata, articolata, argomentata. Grazie, amica carissima.

PS: simpatica la Boldrini, che considera un diritto un atto di guerra a tutti gli effetti quale lo sfondamento di un confine di stato e la penetrazione armata in tale stato.

Poi però bisogna assolutamente leggere anche Niram Ferretti e naturalmente Ugo Volli. E guai a voi se vi azzardate a non farlo.

barbara

ALLA FINE È ARRIVATA

La guerra, dico, quella vera. Dopo decenni di proclami (la necessità di avere l’atomica per distruggere Israele, che tanto ha scandalizzato quando l’ha proclamata Ahmadinejad, l’aveva già proclamata Ali Khamenei almeno quindici anni prima, nell’indifferenza generale), dopo i convegni negazionisti con tanto di concorso per vignette negazioniste e premiazione per quelle più spiritose (partendo dall’idea – falsa – che lo stato di Israele sia nato “grazie” alla Shoah, è stata partorita la geniale trovata che, se si cancella la Shoah, allora Israele perderebbe automaticamente la sua legittimità e il suo diritto a esistere), dopo paurose quantità di denaro investito per procurare armi a hezbollah, alla fine è arrivato l’attacco diretto: un drone iraniano giunto sul territorio israeliano, segnalato dai sistemi d’allarme nella zona di Beit Shean e dintorni, intercettato da un jet israeliano e poi abbattuto da un elicottero Apache. Immediatamente è partita la risposta israeliana: si levano i caccia e colpiscono 12 obiettivi nell’aeroporto presso Palmyra da cui era partito il drone; in particolare vengono colpite le difese antiaeree, che fanno però in tempo a colpire un F16; fortunatamente, prima che precipiti, i piloti fanno in tempo a riportarlo in territorio israeliano e a lanciarsi col paracadute. (qui notizie più dettagliate)

E la disinformazione, tanto per cambiare, si vende a chili. Esamino, rapidamente, solo Repubblica, che comincia già dal titolo: “Caccia israeliano abbattuto in Siria”, e la prima domanda che si pone chi non sia al corrente del fatti è : cosa diavolo ci faceva un aereo da combattimento israeliano in Siria? E quasi subito gli arriva la risposta: “il jet abbattuto era di ritorno dalla Siria, dove alle prime luci del mattino Israele ha condotto 12 raid su diversi obiettivi militari”: così, perché si annoiavano. Il drone arriva all’undicesima riga in una frase secondaria, dipendente di una dipendente, quasi come per caso; e naturalmente non può mancare il fatidico “un drone iraniano lanciato dalla Siria che, secondo Tel Aviv, era entrato nello spazio aereo israeliano”, e l’effettiva penetrazione in territorio israeliano viene data in forma dubitativa. E ancora “quella che Israele ha definito l’incursione di un drone” (che a voler fare due conti semplici semplici, i casi sono due: o è entrato in territorio israeliano, o non ci è entrato. Siccome il drone è stato abbattuto, se è stato abbattuto in territorio israeliano vuol dire che ci è entrato; se non ci è entrato, l’Apache per abbatterlo deve essere entrato in territorio siriano: e come mai la Siria non ha denunciato lo sconfinamento?) E la reazione israeliana ovviamente è, come da copione, “durissima”, mentre nessun aggettivo accompagna la notizia del drone iraniano inviato sul territorio israeliano.
Bello, comunque, che la risposta israeliana sia stata così pronta e decisa.

AGGIORNAMENTO: qui.

barbara

ANCORA TONI CAPUOZZO

E naturalmente, come sempre, un grande, straordinario Toni Capuozzo, che scrive con testa cuore e pancia, con la passione che sempre lo contraddistingue, con l’onestà che mai gli manca. Questo articolo è del gennaio 2009. Leggiamolo, o rileggiamolo, con attenzione, con devozione, con amore. Perché con amore è stato scritto, e con amore merita di essere letto.

Che la quarta settimana di guerra sarebbe stata differente, lo si è capito nel week end. La stazione di servizio che è il retrovia di tutto quanto si è riempita di parenti in visita al fronte. E una buona parte erano parenti di riservisti. Hanno fatto dei pic nic sui tavolini all’aperto, perché c’era il sole e i posti all’interno erano tutti occupati dalla solita clientela di giornalisti, producer, abitanti dei dintorni. E anche perché erano, quei gruppi familiari, gli unici disinteressati alle notizie che la televisione snocciolava, all’interno. Volevano stare per conto loro, attorno a grandi contenitori di plastica con il cibo portato da casa. C’erano madri, padri, sorelle, fratelli, figli, fidanzate, fidanzati. E da come si sono salutati si capiva che era giunto il momento dei riservisti.. Ho cercato di rimanere freddo, e di pensare che qualcuno di quegli uomini andava a macchiarsi di qualche morte di civile, e che non vuol dire nulla se hanno volti per bene e buone maniere, anche i nazisti stavano ad ascoltare musica classica accarezzando un cane lupo. In realtà li conosco abbastanza per sapere che faranno di tutto per evitare morti civili, anche se in guerra poi comanda la paura, l’incertezza, la fretta. E rimane, pur nell’orrore che noi anestetizziamo quando parliamo di “danni collaterali”, una bella differenza tra il colpo sbagliato da un carro, da un elicottero, da un aereo, e il colpo sparato a vista, deliberatamente, alla morte del civile come obbiettivo, come succede per i terroristi suicidi, o per i Qassam. Una cosa è chiara, nei mozziconi di parole che scambiamo: che vanno al fronte per difendere le loro vite, e quelle di chi gli è caro. Messi tutti insieme, quei mozziconi di parole dicono che Israele non si fermerà fino a quando la capacità di lancio dei Qassam non sarà azzerata, e fino a quando la capacità di rifornirne gli arsenali non sarà distrutta. Sono obbiettivi chiari, ed elementari. Il bilancio che noi facciamo è innanzitutto il bilancio delle vittime. Il bilancio che Israele sta facendo è un altro: oggi, martedì, a metà giornata i missili caduti su Israele sono 6. Non so quale sarà il bilancio a fine giornata, ma il numero dei missili, tre settimane fa, era di 50/60 al giorno. Ed erano lanci più precisi. Hamas li lancia di giorno, perché di notte sarebbero più facilmente individuate le postazioni di lancio, e perché di giorno è più facile colpire i passanti israeliani. Ma adesso ha dovuto arretrare le proprie postazioni, e cambiarle. Spara – l’ho visto con i miei occhi- da zone abitate, e cambiando postazioni ogni volta. Ciò vuol dire che deve cambiare ogni volta le coordinate di lancio, rinunciando al know how consolidato da correzioni che aveva accumulato prima del conflitto. E deve farlo in fretta: si calcola che adesso i lanci vengano effettuati in 91 secondi, e poi, via, corrono al riparo: l’imprecisione è massima. Quanto agli arsenali, sono molti i tunnel bombardati, ma ne restano decine e decine. Da quando gli israeliani hanno abbandonato la Striscia – nessuno lo ricorda, ma è successo, no?- quella dei tunnel è diventata una vera industria. C’è chi ne ha scavati gestendoli come si gestisce un ponte privato: ogni kalashnikov passato costava 5 dollari, ogni stecca di sigarette tot dollari, ogni gallone di benzina tot dollari (l’unico prezzo che mi ricordo, nelle fluttuazioni di mercato era quello dei kalashnikov, appunto). C’è chi si è rifatto dell’investimento in pochi giorni, chi è diventato ricco e poi ha dovuto pagare tasse ad Hamas, chi si è specializzato in certi articoli, chi ha venduto il tunnel a qualche fazione combattente, e chi se ne è visto espropriare dal più forte. E le armi da dove venivano? Dall’Iran, attraverso le rotte dei beduini. E i funzionari, e le frontiere? I soldi comprano tutto. A proposito di frontiere, e di ipocrisia delle guerre: in questo conflitto senza profughi, poco rilievo al fatto che l’Egitto non ha aperto la sua frontiera alla popolazione di Rafah. A proposito di ipocrisia delle guerre: nessuno ha raccontato che due terzi dei coloni che dovettero abbandonare i settlements della Striscia – sì, se ne andarono, torno a ricordarlo- non hanno ancora ricevuto una sistemazione abitativa, in Israele. Se ne andarono spesso distruggendo quel che si lasciavano alle spalle, perché non ne godesse più nessun altro. Mi è tornato in mente quando ho sentito di case, nella Striscia, abbandonate dagli abitanti in fuga, con il rubinetto del gas aperto, perché i soldati di Tsahal esplodessero, entrandovi. Ma credo fossero i miliziani di Hamas ad averlo fatto, perché gli abitanti se ne vanno sperando di tornare, diversamente dai coloni. La domenica è stata animata, a Sderot, dall’arrivo di uno strano cronista. Vi ricordate Joe the Plumber, l’idraulico che animò per un po’ le presidenziali americane? E’ arrivato qui, da inviato di un network dell’Ohio. Non si è smentito: ha visitato i luoghi colpiti da Qassam, ha assistito a qualche allarme (io ci sono abituato, quello cui non riesco ad abituarmi, nonostante pensi continuamente a Gaza, è che gli alunni di Sderot, diversamente da quelli di Ashqelon ed altri, sono recordman della corsa nei rifugi: loro hanno fatto l’abitudine, sono bravissimi) e ha rimproverato la stampa internazionale di non capire nulla, di fare propaganda, di castigare il diritto all’autodifesa. In Israele c’è un bel dibattito, le Israel Defence Forces sono al terzo posto su You Tube, nel mondo, per clic sui loro filmati, Amira Has racconta le sofferenze dei palestinesi, la designazione di un corrispondente di guerra di Al Jazeera come “eroe” personale di Gydeon Levi ha suscitato reazioni. Da quel che riesco a vedere io, Al Jazeera si trova la propaganda servita sul vassoio d’argento, e più in là non sa e non vuole andare. Ma può darsi che invece abbia dato notizia, e a me sia sfuggito, dei volantini distribuiti a Ramallah in cui si denuncia l’esecuzione sommaria di membri di Al Fatah nella Striscia in questi giorni, come della richiesta di un dirigente palestinese di processare Hamas per “crimini di guerra”. Credo che i riservisti andranno a presidiare quella linea che dal confine porta a Netzarim, ex settlement, e al mare, che taglia la Striscia in due e impedisce il rifornimento degli arsenali. Impiegarli significa che ci sarà anche una quarta settimana. Perché sono professioni, posti di lavoro che restano vuoti, e il loro impiego significa che il paese, pure in misura minima, è entrato in guerra. Avrebbero potuto finire il lavoro con la grossolanità dell’aviazione, degli elicotteri, dei thanks. Avrebbero potuto fare il lavoro sporco come fecero i libanesi attorno al campo profughi palestinese, o i siriani per reprimere un complotto sunnita fondamentalista in una loro provincia. Se ci mettono i riservisti è per tentare di fare le cose con minuzia, senza fretta. Con la consapevolezza di un paese democratico: lo sanno tutti che i riservisti sono i primi a denunciare qualcosa che non va, a raccontare ai reporter, a fare foto e filmini. Molte cose non sono andate, finora. D’ora in poi sapremo meglio, se, quali e come. Quando, nel piazzale della stazione di servizio, hanno salutato le famiglie sono stati saluti sobri, senza lacrime. Ma la cura che le donne mettevano nel confezionare quel che era avanzato, del pasticcio o del dolce, perché venisse portato al fronte, diceva tutto.

Ho cercato anche un video, che sapevo di avere conservato, di cui ricordavo l’inizio, in cui mostrava, commentandole, immagini di due funerali, uno in Palestina, “dove anche un funerale è una buona occasione per sparare”, e uno in Israele, “dove anche i soldati piangono”. Il documento l’ho trovato (ho molte migliaia di documenti, ma riesco quasi sempre a trovare quello che cerco), ma il video non è più disponibile. Accontentiamoci quindi di questo gioiello di un giornalista che rende onore a un mestiere fin troppo prostituito.
Tra l’altro, io mi trovavo in Israele quando è iniziata quella guerra.

 

barbara