QUANDO LA NOTTE È PIÙ LUMINOSA

Anche qui, come nel precedente libro della stessa autrice, ancora Afghanistan, e ancora donne. Donne di ogni genere: la figlia, la madre, la matrigna, la suocera, l’amica, l’ospite, l’adescatrice, la volontaria, la prostituta; ognuna col suo carico di umanità, ognuna con qualcosa da donare.
Questa volta siamo nel tempo dell’invasione sovietica, e poi della guerra senza quartiere dei signori della guerra, tutti contro tutti, e poi dei talebani, del loro odio feroce per tutto ciò che è bello e buono, cioè per la vita, che infatti annientano spietatamente quanto più possono, ovunque ne vedano la minima traccia. Fortunatamente, oltre ai talebani, ci sono anche gli Uomini, ed è anche grazie a loro, oltre che alla straordinaria forza, allo straordinario coraggio delle donne (anche la fastidiosa adescatrice, sì, e anche la prostituta. Forse soprattutto la prostituta) che anche in questo libro possiamo trovare lo stesso messaggio che scaturiva dal precedente: per quanto lungo, per quanto buio sia il tunnel, prima o poi finisce, e si raggiunge la luce (sì, lo so, non è vero che c’è sempre un’uscita. Ma il fatto di non essere sicuri che ci sia non è una buona ragione per rinunciare a cercarla).
Bello quanto l’altro, intenso quanto l’altro, coinvolgente quanto l’altro, poetico quanto l’altro. Guai a voi se non lo leggete.

Nadia Hashimi, Quando la notte è più luminosa, Piemme
quandolanotte
barbara

QUEL TERRIBILE CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO

Che poi dopo il 1967 è stato ribattezzato “conflitto israelo-palestinese”, che io all’inizio non capivo neanche di che cosa si trattasse dal momento che il “popolo palestinese”, prima di quel momento, non era ancora stato inventato e quindi nessuno ne aveva mai sentito parlare. Denominazione che non solo introduce una nuova identità, ma provvede anche a capovolgere la genesi, la sorgente del conflitto: non più gli arabi che portano guerra a Israele, bensì Israele che, con effetto retroattivo, porta guerra ai palestinesi.
Quel terribile conflitto, si diceva. E quell’impressionante carneficina di palestinesi che Israele ha provocato. Carneficina che ora andiamo a vedere in dettaglio.

Le vittime arabo-israeliane si classificano al 49° posto

di Gunnar Heinsohn e Daniel Pipes FrontPageMagazine.com 8 ottobre 2007

http://it.danielpipes.org/5777/le-vittime-arabo-israeliane-si-classificano-al-49-posto

Pezzo in lingua originale inglese: Arab-Israeli Fatalities Rank 49th

Il conflitto arabo-israeliano è spesso considerato, e non solo dagli estremisti, come il conflitto più pericoloso al mondo e di conseguenza Israele è visto come il paese più belligerante al mondo.
Ad esempio, nel luglio 2003, l’allora premier britannico Tony Blair asserì davanti al Congresso americano che “il terrorismo non sarà sconfitto senza aver raggiunto la pace in Medio Oriente tra Israele e la Palestina. È lì che cova il veleno. È lì che l’estremismo è capace di confondere le menti di un elevatissimo numero di persone a favore di uno Stato palestinese e della distruzione di Israele”. Questo punto di vista induce parecchi europei, tra gli altri, a considerare Israele come il paese che costituisce la principale minaccia per la pace nel mondo.
Ma ciò è vero? Questa impressione sfida il notorio schema secondo il quale i democratici liberali non sono aggressivi; ciò presume erroneamente che il conflitto arabo-israeliano sia tra i più pesanti in termini di perdite di vite umane.
Per porre nella loro appropriata prospettiva le vittime del conflitto arabo-israeliano, uno dei due co-autori, Gunnar Heinsohn, ha redatto una statistica che permette di classificare i conflitti scoppiati a partire dal 1950 in funzione del numero delle vittime mietute. Si osservi che il conflitto arabo-israeliano appare piuttosto in basso alla classifica, evidenziato in grassetto.

Conflitti scoppiati a partire dal 1950 con oltre 10.000 vittime*

  1. 40.000.000 di vittime nella Cina comunista, 1949-76 (massacri, carestie causate dall’uomo, gulag)
  2. 10.000.000 Blocco sovietico: fine dello stalinismo 1950-53; post-stalinismo, fino al 1987 (perlopiù gulag)
  3. 4.000.000 Etiopia, 1962-92: comunisti, carestie artificiali, genocidi
  4. 3.800.000 Zaire (Congo-Kinshasa): 1967-68; 1977-78; 1992-95; 1998 a oggi
  5. 2.800.000 Guerra di Corea, 1950-53
  6. 1.900.000 Sudan, 1955-72; 1983-2006 (guerre civili, genocidi)
  7. 1.870.000 Cambogia: Khmer Rossi 1975-79; guerra civile 1978-91
  8. 1.800.000 Guerra del Vietnam, 1954-75
  9. 1.800.000 Afghanistan: massacri sovietici e lotte intestine; Talebani 1980-2001
  10. 1.250.000 Pakistan occidentale, massacri in Pakistan orientale (Bangladesh 1971)
  11. 1.100.000 Nigeria, 1966-79 (Biafra); 1993 a oggi
  12. 1.100.000 Mozambico, 1964-70 (30.000) + dopo il ritiro del Portogallo 1976-92
  13. 1.000.000 Guerra Iran-Iraq, 1980-88
  14. 900.000 Genocidio del Ruanda, 1994
  15. 875.000 Algeria: contro la Francia 1954-62 (675.000); tra islamisti e il governo 1991-2006 (200.000)
  16. 850.000 Uganda, 1971-79; 1981-85; 1994 a oggi
  17. 650.000 Indonesia: marxisti 1965-66 (450.000); Timor Est, Papua, Aceh, etc., 1969 a oggi (200.000)
  18. 580.000 Angola: guerra contro il Portogallo 1961-72 (80.000); dopo il ritiro del Portogallo (1972-2002)
  19. 500.000 Brasile contro i suoi indiani, fino al 1999
  20. 430.000 Vietnam, dopo la fine della guerra nel 1975 (la sua stessa popolazione; boat people)
  21. 400.000 Indocina: contro la Francia, 1945-54
  22. 400.000 Burundi, 1959 a oggi (Tutsi/Hutu)
  23. 400.000 Somalia, 1991 a oggi
  24. 400.000 Corea del Nord fino al 2006 (la sua stessa popolazione)
  25. 300.000 Curdi in Iraq, Iran, Turchia, anni 1980-1990
  26. 300.000 Iraq, 1970-2003 (Saddam contro le minoranze)
  27. 240.000 Colombia, 1946-58; 1964 a oggi
  28. 200.000 Jugoslavia, regime di Tito, 1944-80
  29. 200.000 Guatemala, 1960-96
  30. 190.000 Laos, 1975-90
  31. 175.000 Serbia contro Croazia, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, 1991-1999
  32. 150.000 Romania, 1949-99 (la sua stessa popolazione)
  33. 150.000 Liberia, 1989-97
  34. 150.000 Guerra civile libanese, 1975-90
  35. 140.000 Russia contro Cecenia, 1994 a oggi
  36. 140.000 Guerra del Kuwait, 1990-91
  37. 130.000 Filippine: 1946-54 (10.000); 1972 a oggi (120.000)
  38. 130.000 Birmania/Myanmar, 1948 a oggi
  39. 100.000 Yemen settentrionale, 1962-70
  40. 100.000 Sierra Leone, 1991 a oggi
  41. 100.000 Albania, 1945-91 (la sua stessa popolazione)
  42. 80.000 Iran, 1978-79 (rivoluzione)
  43. 75.000 Iraq, 2003 a oggi (tumulti interni)
  44. 75.000 El Salvador, 1975-92
  45. 70.000 Eritrea contro Etiopia, 1998-2000
  46. 68.0000 Sri Lanka, 1997 a oggi
  47. 60.000 Zimbabwe, 1966-79; 1980 a oggi
  48. 60.000 Nicaragua, 1972-91 (marxisti/autoctoni, etc.)
  49. 51.000 Conflitto arabo-israeliano dal 1950 a oggi
  50. 50.000 Vietnam del Nord, 1954-75 (la sua stessa popolazione)
  51. 50.000 Tajikistan, 1992-96 (laici contro islamisti)
  52. 50.000 Guinea equatoriale, 1969-79
  53. 50.000 Perù, 1980-2000
  54. 50.000 Guinea, 1958-84
  55. 40.000 Ciad, 1982-90
  56. 30.000 Bulgaria, 1948-89 (la sua stessa popolazione)
  57. 30.000 Rodesia, 1972-79
  58. 30.000 Argentina, 1976-83 (la sua stessa popolazione)
  59. 27.000 Ungheria, 1948-89 (la sua stessa popolazione)
  60. 26.000 Indipendenza del Kashmir, 1989 a oggi
  61. 25.000 Governo giordano contro palestinesi, 1970-71 (Settembre nero)
  62. 22.000 Polonia, 1948-89 (la sua stessa popolazione)
  63. 20.000 Siria, 1982 (contro gli islamisti a Hama)
  64. 20.000 Guerra cino-vietnamita, 1979
  65. 19.000 Marocco: guerra contro la Francia, 1953-56 (3.000) e il Sahara occidentale, dal 1975 a oggi (16.000)
  66. 18.000 Repubblica del Congo, 1997-99
  67. 10.000 Yemen meridionale, 1986 (guerra civile)

* Cifre arrotondate. Fonti: Brzezinski, Z., Out of Control: Global Turmoil on the Eve of the Twenty-first Century, 1993; Courtois, S., Le Livre Noir du Communism, 1997; Heinsohn, G., Lexikon der Völkermorde, 1999, 2nd ed.; Heinsohn, G., Söhne und Weltmacht, 2006, 8th ed.; Rummel. R., Death by Government, 1994; Small, M. and Singer, J.D., Resort to Arms: International and Civil Wars 1816-1980, 1982; White, M., “Death Tolls for the Major Wars and Atrocities of the Twentieth Century,” 2003.

Questo macabro inventario rileva che l’importo complessivo delle vittime dei conflitti scoppiati a partire dal 1950 ammonta a circa 85milioni di morti. Sono 32.000 le vittime del conflitto arabo-israeliano, censite dal 1950, a causa degli attacchi arabi e 19.000 i morti per mano palestinese, per un totale complessivo di 51.000. Di essi, circa 35.000 sono arabi e 16.000 ebrei israeliani. [Quindi, se i palestinesi hanno ucciso 19.000 persone e 16.000 di queste sono ebrei israeliani, ciò significa che 3000 palestinesi sono stati uccisi da altri palestinesi, ndb]
Queste cifre mostrano che le vittime dei combattimenti arabo-israeliani scoppiati dal 1950 non rappresentano che lo 0,06% dell’ammontare complessivo delle vittime di tutti i conflitti di quel periodo. Dati alla mano, solo 1 su 1.700 persone vittime dei conflitti è morta nei combattimenti arabo-israeliani.
(Si aggiunga che le 11.000 vittime della Guerra di Indipendenza israeliana del 1947-49 – 5.000 delle quali erano arabe e 6.000 ebrei israeliani – non alterano in modo significativo queste cifre.)
Sotto un’altra prospettiva, a partire dal 1948 circa 11milioni di musulmani sono stati trucidati; di questi, 35.000, ovvero lo 0,3%, sono morti nell’arco dei sessant’anni di combattimenti contro Israele, ossia una vittima musulmana su 315. Di contro, oltre il 90 percento degli 11milioni di vittime musulmane furono uccisi per mano di altri musulmani.

Commenti: (1) Malgrado il bilancio relativamente poco letale del conflitto arabo-israeliano, è probabile che la sua rinomanza, la sua notorietà, la sua complessità e la sua portata diplomatica continueranno a conferirgli una smisurata importanza nell’immaginario collettivo. E la reputazione di Israele continuerà a pagarne le conseguenze. (2) E ancora, ciò contribuisce a considerare il dato statistico di 1 su 1.700 come un correttivo, con la speranza che un giorno ci si renderà conto di questa realtà, riuscendo così a porre il conflitto arabo-israeliano nella sua giusta collocazione nella scala delle priorità politiche mondiali. (qui)

L’articolo è vecchio di dieci anni: le cifre assolute sono ovviamente nel frattempo aumentate, soprattutto per quell’immenso macello in cui si è trasformata – grazie anche alle brillanti iniziative del Nobel preventivo signor Barack Hussein Obama – buona parte del Medio Oriente, ma a fronte degli 85 milioni di morti contati dieci anni fa, possiamo ragionevolmente calcolare che ben poco si saranno spostate le cifre relative. Naturalmente non ci si illude che le anime belle che si strappano le vesti per ogni terrorista palestinese ucciso da Israele restando indifferenti alle migliaia di palestinesi innocenti uccisi in Siria riescano a uscire dalla loro malafede, ma si spera che almeno chi semplicemente non si era mai soffermato a considerare i numeri, possa rivedere i propri giudizi.
E poi, per tornare alla stretta attualità, andate a leggere qui.

barbara

MA SÌ

(Magari anche senza forse…)
(I sensi di colpa no però, quelli davvero non mi sono mai appartenuti)
(E neanche l’indifferenza: no, quella proprio no)
(E anche quei momenti, diciamolo, non è che siano poi così lontani)
(Che poi anche sulla guerra, volendo, avrei qualcosina da ridire)
(E le fragole le mangio ancora)
(Però tutto il resto va bene. Lui, effettivamente, sembra proprio che le donne le conosca. E le capisca)

barbara

IL SEGRETO DEL MIO TURBANTE

Narrato in prima persona dalla protagonista, nella prima parte è senz’altro godibile: Nadia, bambina afghana, prima rimane sfigurata per l’esplosione di una bomba che distrugge la sua casa, poi, per una serie di vicende, si ritrova a dover sostenere la propria famiglia; decide così di farsi passare per ragazzo e accettare i lavori più duri pur di riuscire a guadagnare quanto necessario. Certamente credibile che una bambina impubere possa passare per bambino. Credibile che, lavorando duro, possa irrobustirsi fino a diventare forte quanto e più di un maschio. Ma è davvero credibile che a tredici anni, a quindici, a diciotto ancora nessuno si accorga che ha pelle da donna, mani da donna, piedi da donna, voce da donna?! E tuttavia tutte le recensioni reperibili in internet la danno, senza dubbi o titubanze, come storia vera. Mah. Se capita in mano, può comunque valere la pena di leggerlo per l’ambientazione, probabilmente descritta dal vivo e dall’interno, della vita in Afghanistan dopo la fine dell’occupazione sovietica, con l’inizio della guerra di tutti contro tutti prima, e l’avvento dei talebani poi.

Nadia Ghulam e Agnès Rotger, Il segreto del mio turbante, Sperling & Kupfer
turbante
barbara

IL BAMBINO DI ALEPPO

Omran Daqneesh
Questo è il miglior commento che ho trovato in giro.

Il bambino, ammesso che sia stato estratto veramente dalle macerie (i ribelli sono specialisti in tarocchi), viene messo a sedere come in un set cinematografico, in una strana ambulanza senza medici né infermieri, e lo lasciano lì, senza nemmeno pulirgli il volto dalla polvere e dal sangue, in posa per i numerosi reporter che “per caso” passavano da lì. Vergogna per quelle ONLUS che pensano di usarlo come spot per i loro scopi politici e finanziari.

Come il bambino curdo sistemato per bene a faccia in giù sulla battigia. Come il neonato libanese morto “appena estratto dalle macerie della sua casa bombardata dagli israeliani” brandito dieci volte in dieci posti diversi in dieci momenti diversi di fronte a dieci diverse bande di fotografi (da qualche parte nel vecchio blog sul cannocchiale c’è tutta la documentazione), con al collo lo struggente ciuccio azzurro “estratto dalle macerie” senza un solo granello di polvere. Come le immancabili commoventissime bambole fotografate in mezzo alle macerie o accanto ai cadaveri bambini, anche loro senza un granello di polvere addosso. Giornalisti e fotografi, fate vomitare.
E cerchiamo di ricordarcelo bene, questo bambino, che alla prima operazione israeliana garantito che ce lo ritroviamo anche lui come povero bambino palestinese vittima dei kattivissimi sionisti.
E poi leggi anche qui.

barbara

P.S.: mi è venuta in mente adesso un’altra cosa: poiché questo bambino – se è veramente ciò che si pretende che sia (ci sono quei capelli così belli puliti che mi danno parecchio da pensare) – è chiaramente bisognoso di soccorso, e nessuno sta provvedendo, tutti coloro che hanno partecipato a questa vergognosa messinscena dovrebbero essere incriminati quanto meno per omissione di soccorso.

LE VARIAZIONI REINACH

Struggente. Struggente? Sì, struggente lo è, ma se dici che è struggente capiranno che cos’è questo libro? No, non ne avranno neanche una vaghissima idea, magari penseranno a una di quelle cose sentimentali strappalacrime, niente di più lontano da ciò che è questo libro.
Ricerca? C’è, sì, la ricerca, rigorosa, puntigliosa, infaticabile, di documenti, di testimonianze, di ricordi, ma uno sente ricerca e magari pensa a un saggio, una di quelle cose per addetti ai lavori che se tu non lo sei ci sbadigli sopra, e ti pare che questo libro sia una cosa così? Per carità, non dirlo neanche per scherzo!
Fantasia? Uhm… Per esserci c’è, la fantasia, eccome se c’è, ma se poi si immaginano che sia un racconto di fantasia?

A volte ho l’impressione che i libri vivano di vita propria. Questo l’avevo comprato quindici anni fa, immagino che avessi letto una recensione che mi aveva convinta che valeva la pena di farlo, e poi era rimasto lì, senza che mai mi venisse in mente di leggerlo: altri acquisti, altre letture, altre urgenze, e lui sempre lì. Poi un giorno improvvisamente, finito un libro vado alla libreria dei libri non ancora letti e la mano si dirige – mi verrebbe da dire da sola – verso questo, lo estrae, toglie la sovracopertina, e comincio a leggere. Curiosamente ho trovato recentemente una sensazione simile qui: «A lettura ultimata, mi sono resa conto che Adieu Volodia mi si è improvvisamente imposto con un perentorio “leggimi, leggimi adesso!”» È esattamente così: improvvisamente sai, con ogni cellula del tuo corpo e del tuo cervello, che devi leggere quel libro. Che devi leggerlo adesso. E man mano che vai avanti a leggerlo tutto il tuo corpo e tutta la tua mente continuano a riconoscere che sì, era proprio il momento giusto per leggere questo libro, era proprio il libro giusto da leggere in questo momento. Un po’ come gli incontri: lo guardi negli occhi ed è colpo di fulmine; lo avessi incontrato tre giorni prima, o una settimana dopo, non lo avresti neppure notato.

Il fatto è che non è facile rendere l’idea di che cosa sia un libro come questo. Quello che posso dire con assoluta certezza è che è uno di quei libri che, quando li hai letti, ti senti molto più ricco. Variazioni, si intitola: esattamente come quelle musicali. Si parte da un tema esistente e vi si aggiunge la propria fantasia, la propria sensibilità, il proprio vissuto, la propria curiosità… e diventa una cosa propria. Qui il tema di partenza sono le foto e i documenti – che, all’inizio casualmente, poi puntigliosamente cercati, vengono a trovarsi in mano all’autore – riguardanti due ricchissime famiglie ebraiche parigine, sostanzialmente assimilate, talmente lontane dall’ebraismo vissuto, talmente estranee, da non poter neppure immaginare che le cose poco simpatiche che ad un certo momento cominciano a succedere agli ebrei possano avere qualcosa a che fare con loro. La conclusione la conosci, e tuttavia un brivido ti scende lungo la schiena quando, in un capitolo dedicato alle variazioni su tre momenti di buio benché non sia notte, arrivi al terzo che consiste in una sola frase: Il vagone è al buio benché non sia notte…
E dunque l’autore visita la villa donata allo stato e trasformata in museo
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e immagina la padrona di casa attraversarla per l’ultima volta, immagina i suoi pensieri, immagina i suoi gesti, immagina i suoi ricordi, parlando di se stesso in terza persona: La vede salire lo scalone… Legge una lettera e immagina le riflessioni che hanno indotto a scriverla. Guarda una fotografia e ricostruisce, a partire dalle espressioni dei volti, dall’atteggiamento dei corpi, una possibile conversazione tra le varie persone in quel momento, in quel luogo, in quella situazione, e i pensieri dietro le parole, e i ricordi dietro i pensieri. E visita Drancy
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e “sente” le voci, tutte quelle voci di coloro che ancora speravano, ancora si illudevano di avere una via d’uscita, un futuro, e invece non ne avevano. E poi ci sono le variazioni sul tema dei suoi ricordi personali, e su quello delle conversazioni con un amico sul libro che sta nascendo, e su quello delle visite con sua moglie ai luoghi che costituiscono la trama del libro… E man mano che leggi ti senti sempre più preso per incantamento in questo incredibile lavoro di ricostruzione che non disdegna il più apparentemente insignificante dettaglio sottratto all’oblio, come un paleontologo che da microscopici frammenti d’osso sottratti al fango ricostruisce l’immagine di un intero scheletro. E poi te lo presenta, e tu puoi ammirarlo in tutta la sua bellezza, in tutto il suo splendore.
Questo è proprio un libro che devi leggere. Magari lasciandolo lì fino a quando lui non ti dirà che è il momento giusto. Però lo devi leggere.

E questa è una di quelle recensioni che si scrivono a rate, perché anche tu devi raccattare, frammento per frammento, le tue sensazioni, le tue emozioni, e ad un certo momento dici basta adesso ho detto tutto posso pubblicarlo e poi dici no aspetta, che magari ti viene in mente qualcos’altro e infatti sì, la sera ti viene in mente ancora una cosa, e il giorno dopo un’altra ancora, e ti sembra sempre che il lavoro non debba finire mai, come quello dell’autore che spera di trovare ancora un documento, ancora una foto, ancora un frammento di ricordo riemergente dai meandri della memoria del nipote del terzo cugino… Poi alla fine ti decidi a pubblicare, perché prima o poi bisogna pur farlo, ma sai bene che sei lontana, molto lontana dall’aver completato il lavoro.
le-variazioni-reinach
Filippo Tuena, Le variazioni REINACH, Rizzoli

barbara

IL PARTIGIANO JOHNNY

Il capolavoro che racconterà per sempre che cosa sono stati i partigiani e la Resistenza in Italia.

Che se fossi toscana tanto per cominciare direi capolavoro una bella sega. Poi magari con calma chiederei anche cosa vuol dire che racconterà per sempre che cosa sono stati i partigiani e la Resistenza in Italia: forse vuol dire che questo libro è eterno e così questa cosa la sapremo per sempre mentre gli altri libri non lo sono e magari un giorno potremmo non sapere più che Caina attende chi a vita li spense? Boh. Finora comunque sono arrivata, molto faticosamente – e non solo per i problemi fisici – a metà, e sinceramente non so se lo finirò perché è davvero un mattone pazzesco, che si dipana tra azioni improvvisate e velleitarie oltre che dilettantesche e descrizioni di lunghi luunghi luuunghi momenti di noia, con pagine talmente noiose che se ti distrai un attimo poi non ti ricordi più dov’eri arrivato e ti ritrovi a rileggere tre volte di fila la stessa cosa, e te ne rendi conto solo quando incontri una parola strana che aveva attirato la tua attenzione, come il verbo “verticare”. Dice che è in gran parte autobiografico: e allora? Questo è sufficiente a garantire un’obiettività tale su tutta la guerra partigiana, su tutta la resistenza da diventare IL libro che racconta quella parte della nostra Storia?
E poi la lingua: passino le parole inventate, spesso simpatiche e comunque di solito comprensibili, ma l’inglese? Non c’è praticamente una frase che non abbia almeno qualche parola inglese, così, per puro sfizio, o per mostrare quanto è bravo, chissà. O addirittura frasi interamente in inglese. O frasi in italiano ma costruite all’inglese: “l’esercito che egli desiderava entrare in”. Frasi in cui ti rompi la testa per capire cosa significhino fino a quando non ti arriva l’illuminazione e ti rendi conto che “un conosciuto” non è un articolo indeterminativo + participio passato in funzione aggettivale sostantivata, no: è il participio passato con la negazione inglese: unknown. E poi frasi talmente sconclusionate che le rileggi tre volte per cercare di capire cosa diavolo vogliano dire e alla fine rinunci e ti arrendi all’evidenza che non vogliono proprio dire niente. In ogni caso trovo semplicemente indecente scrivere un romanzo italiano che se non sai l’inglese non capisci un piffero.
Concludendo: capolavoro una bella sega (meglio, molto meglio, infinitamente meglio Il sentiero dei nidi di ragno).

Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi
partigiano-johnny
barbara