ALCUNE INCONTROVERTIBILI VERITÀ

A scatenare il terrorismo è la miseria

Casa del terrorista assassino di Barkan
casa 1
casa 2

Le manifestazioni palestinesi al confine di Gaza sono pacifiche

Vanno lì, dichiarano civilmente le proprie rivendicazioni e poi se ne tornano a casa.

Loro non sono antisemiti: è solo con Israele che ce l’hanno

Roma
bimbo roma
Parigi
FRANCE-ATTENTAT-COPERNIC
Caracas
sinagoga_mariperez_c
Tolosa
Tolosa
Istanbul
Istanbul
Buenos Aires
Buenos Aires
Eccetera
kill jews 2  kill jews 1
barbara

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IL CORANO È COME LA LUCE QUANDO È BUIO

(che infatti, come spiegava quel saggio, la luna è molto più importante del sole, perché il sole fa luce quando è già chiaro di suo, mentre la luna fa luce quando è buio, e allora sì che la luce serve! E così la luce del Corano) Così dice il signor Orlando Leoluca,

e il signor Orlando è un uomo d’onore. Ma forse non tutti hanno presente chi sia il signore in questione, e dunque, decisa a compiere la mia buona azione quotidiana – perché io, come tutti sanno, sono una persona buona, e le persone buone non si smentiscono mai, né tanto meno si riposano – vi rinfresco la memoria con questo articolo di sei anni fa.

Filippo Facci, 20 maggio 2012, qui

La storia di Leoluca Orlando e Giovanni Falcone

È la storia, questa, di un tradimento orribile da raccontare proprio nei giorni in cui Leoluca Orlando potrebbe diventare sindaco di Palermo per la terza volta, e che sono gli stessi giorni nei quali si celebra il ventennale della morte di Giovanni Falcone. Difatti «Orlando era un amico», racconta oggi Maria Falcone, sorella di Giovanni. «Erano stati amici, avevano pure fatto un viaggio insieme in Russia… Orlando viene ricordato soprattutto per quel periodo che in molti chiamarono Primavera di Palermo, ma anche per lo scontro durissimo che ebbe con Giovanni e che fu un duro colpo, distruttivo per l’antimafia in generale». Uno scontro che va raccontato bene, al di là della dignitosa discrezione adottata da Maria Falcone in Giovanni Falcone, un eroe solo da lei scritto di recente per Rizzoli.
Siamo nei tardi anni Ottanta. Leoluca Orlando, tuonando contro gli andreottiani, era diventato sindaco nel 1985 e aveva inaugurato la citata Primavera di Palermo che auspicava un gioco di sponda tra procura e istituzioni. Però, a un certo punto, dopo che il 16 dicembre 1987 la Corte d’assise di Palermo aveva comminato 19 ergastoli nel cosiddetto «maxiprocesso», qualcosa cambiò. Tutti si attendevano che il nuovo consigliere istruttore di Palermo dovesse essere lui, Falcone: ma il Csm, il 19 gennaio 1988, scelse Antonino Meli seguendo il criterio dell’anzianità. E a Falcone cominciarono a voltare le spalle in tanti. Con Orlando, tuttavia, vi fu un episodio scatenante: «Orlando ce l’aveva con Falcone», ha ricordato l’ex ministro Claudio Martelli ad Annozero, nel 2009, «perché aveva riarrestato l’ex sindaco Vito Ciancimino con l’accusa di essere tornato a fare affari e appalti a Palermo con sindaco Leoluca Orlando, questo l’ha raccontato Falcone al Csm per filo e per segno». Il fatto è vero: fu lo stesso Falcone, in conferenza stampa, a spiegare che Ciancimino era accusato di essere il manovratore di alcuni appalti col Comune sino al 1988: si trova persino su YouTube.
Quando Falcone accettò l’invito di dirigere gli Affari penali al ministero della Giustizia, poi, la gragnuola delle accuse non poté che aumentare. Fu durante una puntata di Samarcanda del maggio 1990, in particolare, che Orlando scagliò le sue accuse peggiori: Falcone – disse – ha una serie di documenti sui delitti eccellenti ma li tiene chiusi nei cassetti. Per l’esattezza il riferimento era a otto scatole lasciate da Rocco Chinnici e a un armadio pieno di carte. Le trasmissioni condotte da Michele Santoro erano dedicate a una serie di omicidi di mafia, e «io sono convinto», tuonò Orlando, «che dentro i cassetti del Palazzo di Giustizia ce n’è abbastanza per fare chiarezza su quei delitti». L’accusa verrà ripetuta a ritornello anche da molti uomini del movimento di Orlando, tra i quali Carmine Mancuso e Alfredo Galasso. Divertente, o quasi, che tra gli accusati di vicinanza andreottiana – oltre a Falcone – figurava anche il suo collega Roberto Scarpinato, cioè colui che pochi anni dopo istruirà proprio il processo per mafia contro Andreotti.
È di quei giorni, comunque, uno slogan di Orlando che fece epoca: «Il sospetto è l’anticamera della verità». Falcone rispose a mezzo stampa: «È un modo di far politica che noi rifiutiamo… Se Orlando sa qualcosa faccia i nomi e i cognomi, citi i fatti, si assuma la responsabilità di quel che ha detto, altrimenti taccia. Non è vero che le inchieste sono a un punto morto. È vero il contrario: ci sono stati sviluppi corposi, con imputati e accertamenti». Ma Orlando era un carroarmato: «Diede inizio», scriverà Maria, a una vera e propria campagna denigratoria contro mio fratello, sfruttando le proprie risorse per lanciare accuse attraverso i media». Così aveva già fatto nell’estate del 1989, quando il pentito Giuseppe Pellegriti accusò il democristiano Salvo Lima di essere il mandante di una serie di delitti palermitani: Falcone fiutò subito la calunnia ma Orlando si convinse che il giudice volesse proteggere Lima e Andreotti. «Seguirono mesi di lunghe dichiarazioni e illazioni da parte di Orlando, che voleva diventare l’unico paladino antimafia», ha scritto ancora Maria Falcone.
Del fallito attentato a Giovanni Falcone all’Addaura, vicino a Palermo, torneremo a scrivere nei prossimi giorni. Per ora appuntiamoci soltanto quanto scrisse il comunista Gerardo Chiaromonte, defunto presidente della Commissione Antimafia: «I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità».
Orlando era instancabile. Tornò alla carica il 14 agosto 1991, quando rilasciò un’intervista su l‘Unità poi titolata «Indagate sui politici, i nomi ci sono»: «Sono migliaia e migliaia i nomi, gli episodi a conferma dei rapporti tra mafia e politica. Ma quella verità non entra neppure nei dibattimenti, viene sistematicamente stralciata, depositata, e neppure rischia di diventare verità processuale… Si è fatto veramente tutto, da parte di tutti, per individuare responsabilità di politici come Lima e Gunnella, ma anche meno noti come Drago, il capo degli andreottiani di Catania, Pietro Pizzo, socialista e senatore di Marsala, o Turi Lombardo? E quante inchieste si sono fermate non appena sono emersi i nomi di Andreotti, Martelli e De Michelis?». Orlando citò espressamente, tra i presunti insabbiatori, «la Procura di Palermo» e implicitamente Falcone. Per il resto, tutte le accuse risulteranno lanciate a casaccio. Poco tempo dopo, il 26 settembre 1991, al Maurizio Costanzo Show, ad attaccare Falcone fu il sodale di Orlando, Alfredo Galasso.
Lo stesso Galasso assieme a Carmine Mancuso e a Leoluca Orlando, l’11 settembre precedente, aveva fatto un esposto al Csm che sarà il colpo finale: si chiedevano spiegazioni sull’insabbiamento delle indagini sui delitti Reina, Mattarella, La Torre, Insalaco e Bonsignore e anche sui rapporti tra Salvo Lima e Stefano Bontate e sulla loggia massonica Diaz e poi appunto sulle famose carte nei cassetti. Così, dopo circa un mese, il 15 ottobre, Falcone dovette vergognosamente discolparsi davanti al Csm. Non ebbe certo problemi a farlo, ma fu preso dallo sconforto: «Non si può andare avanti in questa maniera, è un linciaggio morale continuo… Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, la cultura del sospetto è l’anticamera del komeinismo». Racconterà Francesco Cossiga nel 2008, in un’intervista al Corriere della Sera: «Quel giorno lui uscì dal Csm e venne da me piangendo. Voleva andar via».
Anche della strage di Capaci torneremo a raccontare. Ora restiamo a Orlando, e a quando il 23 maggio 1992, a macerie fumanti, da ex amico e traditore si riaffaccerà sul proscenio come se nulla fosse stato. Il quotidiano la Repubblica gli diede una mano: «A mezzanotte e un quarto una sirena squarcia il silenzio irreale del Palazzo di Giustizia di Palermo. Arriva Antonio Di Pietro da Milano, il giudice delle tangenti, il Falcone del Nord… Con lui ci sono Nando Dalla Chiesa, Carmine Mancuso e Leoluca Orlando». Cioè parte degli accoltellatori, quelli dell’esposto al Csm. Proprio loro. Partirà da quel giorno un macabro carnevale di sfruttamento politico, editoriale, giudiziario e «culturale» dell’icona di un uomo che ne avrebbe avuto soltanto orrore.
Il 25 gennaio 1993, intervenendo telefonicamente a Mixer su Raidue, Maria Falcone disse a Leoluca Orlando: «Hai infangato il nome, la dignità e l’onorabilità di un giudice che ha sempre dato prova di essere integerrimo e strenuo difensore dello Stato. Hai approfittato di determinati limiti dei procedimenti giudiziari, per fare, come diceva Giovanni, politica attraverso il sistema giudiziario».
Il 18 luglio 2008, intervistato da KlausCondicio, Orlando l’ha messa così: «C’è stata una difficoltà di comprensione con Giovanni Falcone». Una difficoltà di comprensione. E poi: «Ma ridirei esattamente le stesse cose… Ho avuto insulti ai quali non ho mai replicato, perché credo che sia anche questa una forma di rispetto per le battaglie che io ho fatto… (pausa, poi aggiunge) … e che Giovanni Falcone meglio di me ha fatto, perché trascinare una storia straordinaria come quella di Falcone dentro una polemica politica, francamente, è cosa di basso conio». E lui non l’avrebbe mai fatto.

Quella cosa che il Corano, ossia l’islam, è come la luce, comunque, è vera: assolutamente e sacrosantamente vera:
luce 1
luce 2
Quello di cui si vede un braccio e una mano nella foto qui sotto, è il corpo di una ragazzina che si era messa il rossetto
luce 3
luce 4
luce 5
luce 6
luce 7
MIDEAST ISRAEL PALESTINIANS
E per concludere, guardate com’è bello il nostro Leoluca mentre partecipa all’inizio del ramadan
Orlando ramadan
e mentre accoglie l’equipaggio della Flottilla che va a salvare Gaza dalla morte per fame.
Orlando, Flottilla
Questo sì che è un uomo!

barbara

TRUMP TORNA ALL’ATTACCO

“Non riesco a superare il fatto che Obama è stato in grado di dare 1,7 miliardi di dollari in contanti all’Iran e nessuno, né il Congresso, né l’Fbi o la Giustizia abbia aperto un’indagine!”. E’ il tweet del presidente Usa, Donald Trump, che torna ad attaccare l’accordo sul nucleare firmato dalle potenze mondiali e da Teheran.

(ANSA, 18 febbraio 2018)

Non contento di avere scatenato un inferno che sta devastando l’intero Medio Oriente e chissà quando (chissà se) finirà. Non contento di avere posto l’intero pianeta sotto la spada di Damocle di un Iran che grazie a lui può ottenere la bomba atomica quando vuole e farne quello che vuole (per farsi un’idea, bisogna immaginare un Hitler con il petrolio e con l’atomica). Non contento di avere, per poter concludere quell’accordo scellerato, violato tutte le possibili leggi e regole americane, di avere mentito, di avere occultato dati della massima importanza e della massima gravità. Non contento di avere, per non rischiare intoppi sulla via dell’accordo, bloccato la DEA sul punto di raccogliere i frutti di anni di indagini sul traffico di droga gestito da Hezbollah in cambio di armi. Non contento di tutto questo – e sto parlando unicamente della questione della bomba iraniana: che se dovessi scrivere di TUTTE le catastrofi provocate da quest’uomo e di tutte le sue azioni infami, farei mattina e poi notte e poi di nuovo mattina – non contento di tutto questo, dicevo, adesso scopriamo che ha anche regalato quasi due miliardi di dollari a una banda dei più pericolosi e spietati assassini fra quanti ve ne sono in circolazione. E c’è chi non trova di meglio che passare il tempo a scatenarsi contro Trump per una battuta maschilista o per lo stile poco diplomatico. Ma andate a …

barbara

A TUTTE LE CORNACCHIE MALEAUGURANTI

Ho pubblicato questo post il 6 maggio 2011, in occasione del martirio assistito di Osama Bin Laden. Credo di poterlo riproporre pari pari per la mossa di Donald Trump, che secondo qualcuno dovrebbe scatenare flagelli planetari e aprire le porte dell’inferno.

Quando gli israeliani hanno ammazzato Yassin avete detto: questo non farà che esacerbare gli animi e aumentare il terrorismo. Invece il terrorismo è diminuito.
Quando gli israeliani hanno ammazzato Rantisi avete detto: questo non farà che fomentare l’odio e aumentare il terrorismo. Invece il terrorismo è diminuito.
Quando gli israeliani hanno costruito la barriera  di difesa avete detto: questo non farà che accrescere la rabbia e aumentare il terrorismo. Invece il terrorismo è drasticamente diminuito.
Quando gli americani hanno iniziato la guerra in Afghanistan e in Iraq avete detto: questo non farà che acuire il risentimento e aumentare il terrorismo. Invece il terrorismo in generale non è aumentato, e il terrorismo antiamericano è scomparso del tutto.
In compenso…
Avete detto: cercate un accordo coi palestinesi e avrete la pace. Israele coglione – sì, coglione, e non mi si venga a dire che non critico mai Israele – ha cercato un accordo coi palestinesi ed è immediatamente esploso un terrorismo di proporzioni mai viste prima.
Avete detto: ritiratevi dal Libano e il terrorismo scomparirà. Israele coglione si è ritirato dal Libano e il terrorismo è aumentato.
Avete detto: ritiratevi da Gaza e il terrorismo scomparirà. Israele coglione si è ritirato da Gaza e il terrorismo è aumentato a dismisura.

Adesso, care cornacchie maleauguranti, vi state spolmonando a gracchiare che morto un binladen se ne fa un altro, vi state spolmonando a gracchiare che di terroristi è pieno il pianeta e che quindi eliminando Bin Laden non è cambiato niente, non si è risolto niente, non è servito a niente, anzi! Ebbene, care cornacchie gracchianti e maleauguranti, non perdo a tempo a chiedervi da che parte state, perché è da quel dì che abbiamo capito che state facendo un tifo sfegatato per il terrore e che state continuando a mettere in campo il vostro spietato wishful thinking. Quello che voglio dirvi, care cornacchie gracchianti, è che finora con le vostre previsioni iettatorie non ne avete mai azzeccata una. Mai. E non ci azzeccherete neanche stavolta: fatevene una ragione.

barbara

I RAGAZZI DELLA VIA GAUDÌ

Uno stupendo articolo del grande Toni Capuozzo. Da leggere. Da stampare. Da incorniciare. Da imparare a memoria.

In genere, nel vocabolario che i media utilizzano nelle cronache del terrorismo, la cosa che più mi infastidisce è l’uso della parola “kamikaze” per definire un terrorista suicida. I kamikaze erano combattenti in divisa, che sacrificavano se stessi per uccidere nemici anch’essi in divisa, nel corso di una guerra: etica estrema, ma rispettabile. Stavolta, dopo Barcellona, mi è sembrato di cogliere, qua e là, nel ripetuto uso del termine “ragazzi” per definire la cellula di Ripoll una povertà linguistica di noi cronisti, ma anche una sorta di pietà malriposta, un malcelato tentativo, da assistenti sociali o psicologi delle devianze, di trovare anche nel colpevole una traccia di disperata umanità.
Trattiamoli da ragazzi, allora (termine che per me, invece, dalla via Pal in poi, ha una sua sacralità). Cosa c’è di nuovo, nella vicenda di Barcellona? Che stavolta non erano lupi solitari, ma neanche una cellula carbonara e assortita pescando qua e là dalle periferie di Bruxelles o di Parigi o del Medio Oriente. Era un gruppo di amici al Locutorio, il call center del paese, gestito da un marocchino. Si conoscevano sin da bambini. Tre coppie di fratelli : la ‘ndrangheta ci ha insegnato come i vincoli famigliari rendano impenetrabili le organizzazioni criminali. Tutti tra i 17 e i 24 anni, tranne l’imam Es Satty, 42 anni, e il gestore del call center, quell’El Karib di 34 anni. Alcuni erano nati in Spagna, tutti avevano frequentato la scuola dell’obbligo. Alcuni un istituto professionale. Avevano trovato lavoro. Le loro vite,per come le descrivono parenti e amici erano della più scontata normalità: discoteche, il bar dell’angolo, qualche spino e un po’ di birra, la moto che Younes si è lasciato alle spalle, l’Audi che li ha portati all’ultima scorribanda. Doppia nazionalità, passaporto, un paesotto . Forse il paese era un po’ noioso, ma a poco più di cento chilometri, un’ora e mezza, c’è Barcellona, città aperta. Insomma, nessuna emarginazione, nessuna ingiustizia, nessun trauma, nessuna ribellione apparente. Le madri, avvolte nei loro vestiti larghi e nei loro veli, lamentano: “Erano bravi ragazzi”. Che cosa è successo? I media mainstream e anche quelli alternativi non se lo chiedono, perché gli unici indizi, portano a due risposte scomode. La prima è che lo ius soli è un totem della correttezza politica, tarlato e vuoto: non è l’anagrafe a integrarti, se non lo vuoi. La seconda è che la religione – fior di intellettuali non credenti, di pensatori marxisti e naturalmente di devoti cristiani corrono ad assolverla – ha avuto un peso determinante.
Stiamo al primo indizio: l’integrazione mancata. Questi non erano ribelli, non avevano rotto con il padre, uno ha addirittura lasciato un testamento di scuse, non erano scappati di casa. Erano cresciuti in un ambiente quieto, di padri che pensavano a lavorar e di madri che pensavano a far da mangiare e portare il velo. Della Spagna avevano colto l’integrazione dei consumi: i fumetti, la moto, i jeans, il gel, la discoteca. Ma i valori, quelli che fanno di noi cittadini critici, figli della Rivoluzione francese e dell’Illuminismo, cultori del dubbio e di diritti di donne e individui? E la cultura, quella che fa di uno spagnolo un lettore di Javier Marias o di Cervantes, un conoscitore del male – guerre civili o franchismo, terrorismo basco o Inquisizione – e del bene – le autonomie, la pacata transizione alla democrazia – che cosa sapevano? Mi sono chiesto se almeno tifassero per il Barca, ma mi sono chiesto anche se quei volenterosi spagnoli che sbarcano da noi i migranti abbiano qualche volta guardato dietro casa loro, nei Pirenei. Erano cresciuti in una cultura di separatezza, innocua e micidiale. Non vi si sono ribellati, l’hanno portata alle estreme conseguenze: bravi ragazzi.
L’ultimo viaggio alcuni tra loro l’hanno fatto in Marocco, come per un congedo. I parenti, nel villaggio sperduto tra i monti dell’Atlante, gente antica e tradizionale ma senza terrore nella testa, dicono che quel qualcosa che li ha cambiati è successo in Spagna, loro si sono solo accorti che stavolta, inaspettati, non davano più la mano alle donne. A Ripoll le madri dicono solo che avevano iniziato a pregare, e Younes aveva tappezzato la stanza di versetti del Corano, e compitava il Libro sacro, lui che faceva fatica a leggerlo, l’arabo. Da due anni Moussa, cioè Mosè, scriveva su Facebook che i cristiani devono essere uccisi: un po’ di cristiano fobia, per dire. Che cosa era successo? Da due anni era arrivato a Ripoll, come un incantatore, l’imam Es Satty. Il suo nome porta lontano, indietro fino alla strage di Nassirija (cosa devono pensare, adesso, se pensano, quelli che urlavano 10-100-1000 Nassirija, adesso il filo si è snodato fino a morire sulle Ramblas multi culti, non in una caserma di carabinieri?) e allarga la scena: contatti a Marsiglia, e in Belgio. Ma riporta anche il mistero alla sua rinnegata risposta: la religione. Malintesa, va da sé. Ma intesa fino in fondo, se Younes, morendo, nel momento della verità, ripete: Allah è il più grande.
Il gruppo di ragazzi della via Antoni Gaudi pensava in grande, se aveva pensato di far saltare in aria la cattedrale del genio cui era intitolata la via in cui vivevano a Ripoll. Pensava metodicamente, se pensate al tempo che ci vuole a radunare cento e passa bombole. Lavorava maldestramente: nessun esplosivo è mai stato benedetto come quello che ha ucciso l’imam e altri due, e ferito quello che, rinsavito, sta collaborando. Ma lavorava da soldato dello Stato Islamico: a cosa servivano i finti giubbotti esplosivi? Sì, a spaventare i poliziotti, un po’. Ma di più a trovare morte certa, e appuntarsi al petto, alla lettera, l’elemento distintivo dello shahid (noi traduciamo martire, ma nella nostra tradizione il martire è uno che sacrifica se stesso, non chi fa strage di altri). Dritti nel paradiso delle vergini, e il bonus di garantirlo anche a un po’ di famigliari, quei vecchi bonaccioni, islamici da cortile, noi siamo andati più in là: c’è nelle loro vite una continuità, non una rottura.
I nostri politici e i nostri media continueranno a spiegarci che lo ius soli è cosa buona e giusta, che la religione non c‘entra, che l’accoglienza è un dovere e un piacere, che l’integrazione dipende da noi, che le colpe dell’Occidente (come la minigonna delle stuprate o i loro orari insoliti) spiegano tutto, che anche il cristianesimo ha combinato i suoi guai, che l’islam è religione di pace: un tè nel deserto. Non è così: l’integrazione vuol dire lavoro e condivisione di valori, rispetto dei diritti e riduzione della religione a una libera sfera di fede personale, senza pretese di giurisdizione erga omnes e governo delle istituzioni. Dovremmo essere inflessibili su questo (a mio modestissimo parere anche il Papa che invoca lo ius soli invade un campo non suo, che non appartiene alla religione. Tu vuoi il matrimonio per sempre? Applicalo nella tua vita, non imporlo per legge agli altri. Vale lo stesso per l’aborto o il fine vita, per la cittadinanza o l’accoglienza: ascolto i tuoi richiami morali, ma debbono restare tali, non dettare regole per tutti. E se no fai come la metropolitana tedesca che non sa più se addobbarla con piastrelle che raccontino la genesi, perché teme di offendere gli islamici. A la guerre comme à la guerre, salvando la nostra cultura di diritti, la nostra umanità, cercando alleati – i curdi, mica il Qatar o l’Arabia Saudita – ma sapendo che ci sono nemici. Ad esempio: voglio illustrare con una fotografia queste righe dissestate. Ho forte la tentazione di metterci Younees morto, con un occhio aperto e uno chiuso. E’ il boia delle Ramblas, quello che andava a zig zag sulle vite altrui. Ma no, non lo faranno neppure i siti dell’Isis loro mettono i propri morti acconciati da un sorriso, chè hanno intravisto il paradiso, e invece Younees ha una smorfia. Metterei la foto di Julian, che ai nostri occhi è morto lentamente, perché non si sapeva dov’era finito. Il volto d’angelo, e un simbolo dei cittadini del mondo: nato in Gran Bretagna, residente in Australia, tratti asiatici. Troppo facile. Sarei tentato di metterci la foto, ritratto di spalle mentre i colleghi lo applaudono, del poliziotto dei Mossos de Esquadra che ha ucciso, con la pistola, quattro terroristi. E’ stato bravo, adesso è seguito da uno psicologo perché noi non siamo fatti per uccidere facile, e quattro persone, lo viviamo come un dovere tormentoso, non un trionfo. E allora ci metto la foto di Pau Perez Villan, 34 anni, la quindicesima vittima. L’ha ucciso Younees, a coltellate, per impadronirsi della sua auto, che Perez parcheggiava in periferia per non pagare i parcheggi, e andare a lavorare nell’azienda vinicola dove, ingegnere elettronico, era responsabile dei macchinari. Lui sì, amava il calcio, e gli amici ne parlano come di uno buono e simpatico. La sua generosità l’aveva portato a fare il volontario ad Haiti. La polizia si è avvicinata con molta prudenza al suo corpo riverso sul sedile posteriore, pensavano fosse un terrorista. Non è un simbolo per nessuno, e allora va bene per me.
Pau Perez Villan
E va bene anche per me.

barbara

IL DOLORE DELLA SINDACAZZA

alla cerimonia di commemorazione delle vittime dell’attentato condotto da terroristi islamici a Barcellona.
sindacazza 1
sindacazza 2
sindacazza 3
sindacazza 4
Spain Attacks
sindacazza 6
Ci manca solo la distribuzione di dolci per festeggiare la felice riuscita dell’impresa, in puro stile palestinese.
(Certo che anche quelli che a una commemorazione per una simile mattanza non trovano di meglio che stare a scattare foto…)

barbara

UN PAIO DI COSE SULLA STRAGE DI BARCELLONA

Inizio con un articolo di Claudio Cerasa, di cui condivido quasi tutto.

Contro l’operazione rimozione di chi trasforma gli attentati in incidenti

E’ successo con la strage di Barcellona e continuerà a succedere. Di fronte a un atto di terrorismo, il sistema mediatico tende a concentrarsi solo sulle emozioni. Le immagini che non vogliamo vedere e le radici che non vogliamo accettare. C’entra l’islam, c’entra una debolezza dell’occidente.

di Claudio Cerasa

All’indomani di ogni atto terroristico, il sistema politico, e soprattutto mediatico, tende spesso a portare avanti un’operazione dolce e delicata finalizzata a rimuovere dalle nostre coscienze ogni immagine eccessivamente traumatica legata all’istante dell’attentato. E’ difficile dire se l’operazione sia volontaria o involontaria, ma ciò che conta, e su cui vale la pena riflettere, è che questo approccio, perfettamente rappresentato sabato scorso da Tahar Ben Jelloun che ha praticamente scaricato su George W. Bush le responsabilità dell’attacco a Barcellona, ha una conseguenza importante e porta ciascuno di noi, con il passare del tempo, a rimuovere ogni domanda relativa a quell’attentato. Qualunque domanda relativa alle ragioni di un gesto, alle radici di un attacco, alle motivazioni di un atto. Con il passare del tempo, dunque, la storia è sempre la stessa. A poco a poco, spariscono le immagini, spariscono le ragioni, spariscono le spiegazioni e nella nostra testa restano solo delle pure e mute emozioni. Come se per elaborare quel lutto fosse socialmente necessario dimenticare in fretta quanto successo, per tornare rapidamente “alla stessa vita di prima”.
Nelle teste di ciascuno di noi, pensando alle efferatezze sulla Rambla, agli accoltellamenti sul Tamigi, agli attentati a Stoccolma, alle bombe a San Pietroburgo, ai mercatini di Berlino, ai treni di Wùrzburg, quello che resta di quelle esperienze, che fortunatamente per molti di noi sono esperienze prevalentemente mediatiche, è un’emozione forte, il ricordo di una storia drammatica, e dopo qualche giorno, nelle nostre teste, di quel momento resterà il numero di morti, il luogo dell’attentato, magari anche il giorno dell’attentato, magari anche il momento del pomeriggio in cui abbiamo saputo quanti erano esattamente i morti. Ma difficilmente, dentro di noi, resteranno immagini come quelle del bambino in fin di vita, disteso sulla Rambla con una gamba spezzata, ritratto da un fotografo pochi istanti dopo essere stato travolto da un furgone guidato da terroristi islamici, nella stessa posizione in cui venne immortalato, e reso eterno, il corpo di un altro bambino, il piccolo Aylan. Aylan, come tutti sappiamo, era un bimbo di tre anni morto annegato sulle spiaggia di Bodrum, in Turchia, nel tentativo di raggiungere l’Europa. Tra qualche anno, in molti ricorderanno da cosa fuggiva quel bambino e cosa cercava quel bambino. In pochi, tra qualche anno, ricorderanno invece da cosa fuggiva quell’altro bambino, falciato dai terroristi senza aggettivi. Ricorderemo certamente che quel bimbo scappava da alcuni stragisti. Ma nel ricordare quell’istante, l’aggettivo che ci tornerà in mente con più facilità sarà un aggettivo che ci permetterà di dormire sonni tranquilli e che proverà a inquadrare il fenomeno con le categorie più dell’irrazionale che del razionale. Erano dai pazzi, diremo. Erano degli squilibrati, ricorderemo. Erano dei fuori di testa, penseremo. Non diremo invece quello che in molti tendono a rimuovere all’indomani di un attentato terroristico, di una strage di matrice islamista: perché quegli stragisti hanno scelto di uccidere degli infedeli.
Se non si vuole lasciare al cialtronismo populista il monopolio sulla discussione relativa alla radice religiosa di ogni attentato di matrice islamista, sarà necessario iniziare a chiamare rapidamente le cose con il loro nome e sarà importante cominciare a denunciare con intelligenza ogni tentativo di rimuovere le radici religiose di un atto terroristico non per alimentare l’odio contro i musulmani ma per fare l’esatto opposto: per smetterla di considerare dei folli tutti quei musulmani che ogni giorno provano a denunciare senza grande successo e senza grande seguito nelle proprie comunità l’orrore del fondamentalismo islamico e l’efferatezza della legge coranica. I meccanismi perversi che vengono attivati dall’islamicamente corretto, all’indomani di una strage di matrice islamista, tendono sistematicamente a silenziare molte di quelle voci che provano in tutti i modi a spiegare che negare le radici islamiche dello Stato islamico è un clamoroso autoinganno che porta a indebolire le difese immunitarie dell’occidente.
E spesso sono proprio questi tic scellerati ad alimentare sentimenti di profondo disagio come quelli manifestati sabato scorso a Barcellona dal rabbino capo della città, Meir Bar-Hen, che con rassegnazione ha affermato che a causa dell’islam radicale, e a causa dell’incapacità delle autorità a confrontarsi con esso, la sua comunità è ormai “condannata”, e per questo ha invitato gli ebrei di Barcellona “a pensare di non essere qui per sempre”, a “comprare proprietà in Israele”, prima che sia troppo tardi, “perché questo posto ormai è perso”. Si potrebbe arrivare a dire che l’incapacità delle istituzioni, politiche e culturali, di mettere a fuoco il legame forte che esiste tra il terrorismo islamico e l’interpretazione radicale di alcuni passi del Corano alimenti la percezione di insicurezza che esiste nelle nostre società.
Ma il ragionamento è ancora più sottile, e forse ancora più profondo, e per questo sarebbe utile imparare a memoria uno sfogo molto bello, e purtroppo poco valorizzato, che un grande studioso dell’islam, il marocchino Abdellah Tourabi, ha affidato sabato scorso alla sua pagina Facebook. “Ogni volta che si commette un attentato o che il mondo scopre un’atrocità commessa dall’Isis- scrive Tourabi, politologo, giornalista, ricercatore a Sciences Po a Parigi – si sentono immediatamente affermazioni del genere. Si sente dire: ‘Tutto questo non ha nulla a che fare con l’islam’, ‘gli attentatori non hanno mai letto il Corano’. Questi argomenti sono spesso mossi dalle migliori intenzioni, e sono sinceri, ma purtroppo sono falsi e intellettualmente disonesti: non aiutano né a comprendere la realtà né a fare un passo in avanti per uscire da questo stallo storico in cui il mondo musulmano si trova oggi”. Sfortunatamente, continua Tourabi, “i fanatici che uccidono in nome dell’islam agiscono all’interno del perimetro dell’islam. E le loro convinzioni, le loro azioni e la loro visione del mondo sono una replica perfetta di quello che fu l’islam delle origini.
I seguaci dell’Isis applicano il Corano alla lettera, fanno di questo il fondamento stesso della loro vita quotidiana, e vogliono riprodurre integralmente la prima forma politica conosciuta dell’islam: il califfato. Il loro universo è certo e anacronistico, ma corrisponde a una realtà che è esistita 14 secoli fa. Negare o rifiutare di riconoscerlo sarebbe una cecità”. E la ragione di tutto questo è semplice. Drammaticamente semplice: “I testi religiosi sono l’alfa e l’omega dei soldati dell’Isis. E come altri gruppi jihadisti, i soldati dell’Isis giustificano le loro azioni con riferimenti al Corano e alla sunna. I loro documenti, i loro comunicati e i loro libri si basano su versetti del Corano e si rifanno a un contesto particolare della storia dell’islam, quello segnato dalle guerre del profeta Maometto a Medina”. Il politologo marocchino ricorda che i jihadisti che uccidono gli infedeli per il semplice fatto che essi sono infedeli lo fanno non sulla base di un atteggiamento folle ma sulla base di un principio scritto nero su bianco nel Corano [2:191]: “Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell’omicidio. Ma non attaccateli vicino alla Santa Moschea, fino a che essi non vi abbiano aggredito. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti”. E ancora: “Quando (in combattimento) incontrate i miscredenti, colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati, poi legateli strettamente. In seguito liberateli graziosamente o in cambio di un riscatto, finché la guerra non abbia fine. Questo è (l’ordine di Allah). Se Allah avesse voluto, li avrebbe sconfitti, ma ha voluto mettervi alla prova, gli uni contro gli altri. E farà sì che non vadano perdute le opere di coloro che saranno stati uccisi sulla via di Allah”.
Per questo e per molte altre ragioni, dice Tourabi, è un errore parlare di follia quando si parla di Isis. E’ un errore rifugiarsi nella retorica della cospirazione. E’ un errore rimuovere le radici del problema. Perché rifiutarsi di individuare le radici del male è il modo migliore per non combattere fino in fondo il male, chiudendo gli occhi su quello che è il messaggio sia del politologo marocchino sia del rabbino capo di Barcellona. Gli islamisti vogliono trasformare l’Europa in una nuova Gaza. E se non ci renderemo conto fino in fondo che l’attacco portato avanti dagli islamisti alla nostra civiltà ha le stesse radici degli attacchi portati avanti ogni giorno contro Israele, continueremo a non fare tutto il necessario per difenderci da quello che non è solo un gesto di qualche pazzo isolato, senza aggettivi, ma che è semplicemente un attentato quotidiano contro la nostra civiltà.
(Il Foglio, 21 agosto 2017)

Magari farebbe bene a leggere questo articolo la signora Ada Colau, sindaco (perdonatemi, ma non sono boldriniana) di Barcellona. La quale, dopo essersi rifiutata di mettere dei blocchi sulle Ramblas, per difendere le nostre comunità dal fascismo e dal razzismo, e per non fare un favore ai terroristi che vorrebbero vederci vivere fra le barriere (avete presente quel famoso marito…), ha avuto un’altra geniale idea per combattere il terrorismo nel modo più giusto. Chi avesse problemi a capire il pur chiarissimo spagnolo di questo articolo, può sempre metterlo in un traduttore automatico.

Colau, que rechazó instalar bolardos, se gasta 100.000 euros en un observatorio ‘contra la islamofobia’

14 muertos y más de 130 heridos. Barcelona y Tarragona acaban de sufrir un golpe sangriento a manos de radicales islámicos. ¿Y qué hace Ada Colau? La alcaldesa de Barcelona gasta 100.000 euros de dinero público en un “observatorio contra la islamofobia”, con el fin de prevenir insultos, agresiones y ataques a los musulmanes.
Colau, que hizo oídos sordos a las recomendaciones de la Polcía Nacional sobre la necesidad de instalar bolardos en zonas concurridas de la ciudad condal, se gasta 100.000 euros en un observatorio “contra la islamofobia”.
Es curiosa la preocupación de Colau en que se respeten los derechos de los musulmanes, ya que no hace lo mismo con creyentes de otras religiones. Por ejemplo, con los cristianos. Por este motivo CitizenGo.org ha lanzado una alerta en la que pide a la alcaldesa de Barcelona que ponga en marcha también un observatorio para prevenir la cristianofobia.
“Le pido que haga lo mismo con el resto de confesiones religiosas en España. Le recuerdo que la principal confesión religiosa en España es la cristiana. Y le recuerdo también que usted y su partido llevan varios años insultando y agrediendo a los cristianos”, pide esta petición ciudadana.

El Padrenuestro blasfemo

Asimismo, en esta petición “se exige” a Colau que pida perdón por “los insultos y las agresiones que ha dirigido durante todos estos años contra los cristianos”.
Y es que, a pesar de la grave amenaza del terrorismo islámico, la máxima preocupación de la alcaldesa de Barcelona es que el terrorismo islamista no arruine su modelo de interculturalidad.
Para lograrlo, la misma que no ha dejado de insultar y promover la humillación de los cristianos cada vez que ha tenido ocasión, está dispuesta a castigar los insultos a los musulmanes con multas.
Es cuanto menos irónico que el celo de Colau en proteger a los musulmanes de los insultos provenga de un equipo de gobierno promotor, entre otras muchas cosas, de El Padrenuestro blasfemo. Tampoco hay que olvidar el intento de expropiación de la iglesia de Santa María de Gracia o los carteles en las marquesinas de Barcelona con la frase “la iglesia que más ilumina es la que arde”.
Juan Robles, 20/08/2017, qui.

Qualcuno ha notato che Ada Colau assomiglia alla nostra Vladimir Luxuria. In effetti sembra anche a me,
ada-colau  PORTA A PORTA
e d’altra parte le due persone hanno in comune il fatto di essere due ibridi: Luxuria fra un uomo e una donna, la signora Colau fra un essere umano e un essere islamofilo, terroristofilo e fallocefalo.

POST SCRIPTUM. Sono andata a cercare questo famigerato padrenostro blasfemo che ha messo in subbuglio, a quanto pare, l’intera Catalogna e l’intera Spagna, con tanto di intervento della magistratura. Immagino che a sentirlo, senza esservi preparati, in una manifestazione ufficiale, possa avere un effetto abbastanza scioccante. Ed è indubbiamente profano, molto profano. E in un punto decisamente volgare, nella scelta lessicale. E forse un tantino anacronistico, come presa di posizione femminista. Ma blasfemo, ecco, blasfemo non l’ho trovato. Così, giusto perché si sappia di che cosa si sta parlando, l’ho copiato, nell’originale catalano, e l’ho tradotto. Chi è particolarmente sensibile alle questioni religiose sa che cosa sta per arrivare, e può tranquillamente saltarlo.

Mare nostra que esteu en el zel / sigui santificat el vostre cony / l’epidural, la llevadora, / vingui a nosaltres el vostre crit / el vostre amor, la vostra força. / Faci’s la vostra voluntat al nostre úter sobre la terra. / El nostre dia de cada dia doneu-nos avui. / I no permeteu que els fills de puta / avortin l’amor, facin la guerra, / ans deslliureu-nos d’ells / pels segles dels segles, vagina. / ¡Anem!”

Madre nostra che sei nei cieli / sia santificata la tua figa / l’epidurale, l’ostetrica, / venga a noi il vostro grido, il vostro amore, la vostra forza. / Sia fatta la vostra volontà nel nostro utero sulla terra. / Dacci oggi il nostro giorno quotidiano. E non lasciare che i figli di puttana abortiscano l’amore e facciano la guerra, / liberaci da loro / nei secoli dei secoli, vagina. Andiamo!

barbara

PICCOLO PROMEMORIA

Che male non fa.

Sangue, morte e terrore: gli attentati in Europa dal 2012 a oggi

Di seguito una scheda che ripercorre i principali attentati che hanno colpito l’Europa dal 2012 a oggi: dagli attacchi di Tolosa a quello al mercatino di Natale a Berlino, passando per Parigi, Bruxelles, Nizza, Rouen, tutti gli attacchi dell’estate del 2016 in Germania, fino ad arrivare agli attentati di Westminster, San Pietroburgo, Stoccolma, Manchester, Londra e oggi a Barcellona.

2012, ATTACCHI DI MOHAMMED MERAH A TOLOSA E MONTAUBAN
Il 22 marzo 2012 fu ucciso in un raid delle forze speciali francesi a Tolosa il 23enne di origini algerine Mohammed Merah. Era responsabile degli omicidi di sette persone avvenuti nello stesso mese fra Tolosa e Montauban: l’11 marzo aveva ucciso a Tolosa un parà francese, il 15 marzo altri due paracadutisti in una sparatoria davanti a un bancomat a Montauban e il 19 marzo un rabbino e tre bambini nell’attacco davanti alla scuola ebraica di Tolosa.

2014, ATTACCO AL MUSEO EBRAICO DI BRUXELLES
Un filo rosso lega la Francia all’attacco al museo ebraico e alla sinagoga di Bruxelles avvenuto il 24 maggio del 2014, alla vigilia delle elezioni europee, in cui morirono quattro persone. Per l’attentato, infatti, fu arrestato Mehdi Nemmouche, 29enne della città di Roubaix, nel nord della Francia e vicino al confine con il Belgio. Il giovane venne fermato il 30 maggio durante un controllo di dogana in una stazione di treni e bus a Marsiglia. Gli inquirenti spiegarono che l’uomo era stato in Siria per circa un anno ed era poi rientrato in Francia. Al momento dell’arresto gli era stato trovato un lenzuolo bianco con scritto il nome del gruppo estremista islamico ‘Stato islamico dell’Iraq e del Levante’ (che poi a giugno annunciò la sua trasformazione in Stato islamico, noto con gli acronimi Isis e Isil).

GENNAIO 2015, CHARLIE HEBDO E HYPERCACHER
Il 7 gennaio 2015 i fratelli Kouachi, francesi di origine algerina, fecero irruzione nella sede del settimanale satirico Charlie Hebdo noto per le vignette su Maometto e uccisero 12 persone. Ne seguì una caccia all’uomo, che si concluse solo il 9 gennaio con la loro uccisione in un raid delle forze speciali francesi dopo che i fratelli si barricarono in una tipografia a Dammartin en Goele. Intanto anche Amedy Coulibaly fece delle vittime: il giovane l’8 gennaio uccise una poliziotta a Montrouge, vicino Parigi, e poi il 9 gennaio si barricò nel supermercato Hypercacher di Porte de Vincennes a Parigi, prendendo degli ostaggi. Il bilancio della crisi degli ostaggi al supermercato fu di quattro morti e anche Coulibaly fu ucciso. Gli attacchi dei fratelli Kouachi e di Coulibaly erano legati: il giovane chiese infatti la liberazione dei fratelli in cambio del rilascio degli ostaggi dell’Hypercacher.

14 LUGLIO 2015, NIZZA
Il 14 luglio a Nizza un camion travolge la folla che si allontanava dopo i fuochi d’artificio dei festeggiamenti della festa della Repubblica lungo la Promenade des Anglais, causando 86 morti. Alla guida del camion c’era il tunisino Mohamed Lahouaiej Bouhlel, di origini tunisine e che abitava a Nizza, ucciso dagli agenti nel tentativo di fermare la sua corsa sulla Promenade.

NOVEMBRE 2015, PARIGI E BATACLAN
La sera del 13 novembre del 2015 una serie senza precedenti di attentati provoca almeno 129 morti e altri 350 feriti a Parigi. I terroristi colpiscono sei diverse zone della città il venerdì sera: fra queste lo Stade de France, dove era in corso l’amichevole di calcio Francia-Germania, e ristoranti e bar nel decimo e nell’undicesimo arrondissement. Il maggior numero di morti, 89, viene registrato nella sala concerti Bataclan, soldout per il concerto del gruppo rock americano “Eagles of death metal”. Il 14 novembre l’Isis rivendica l’attentato.

22 MARZO 2016, AEROPORTO E METRO BRUXELLES
La mattina del 22 marzo due esplosioni avvengono all’aeroporto di Bruxelles Zaventem e poco dopo un’esplosione si verifica nella stazione della metropolitana di Maelbeek. Il bilancio è di 32 morti, più i tre kamikaze (due in aeroporto e uno nella metro), e oltre 300 feriti. Anche in questo caso l’attacco è stato rivendicato dallo Stato islamico. I due kamikaze di Zaventem erano Najim Laachraoui e Ibrahim El Bakraoui; il terzo kamikaze di Bruxelles è invece il fratello di quest’ultimo, Khalid El Bakraoui, che si è fatto esplodere alla fermata della metro di Maelbeek. In aeroporto c’era anche un terzo uomo, detto ‘uomo con il cappello’ perché compariva nelle immagini delle telecamere di sicurezza con un cappello, che è risultato successivamente essere Mohamed Abrini. Arrestato l’8 aprile, Abrini era super ricercato già dopo gli attacchi del 13 novembre a Parigi in quanto ritenuto complice di Salah Abdeslam. Con Salah era stato ripreso dalle telecamere di sicurezza due giorni prima degli attacchi nella capitale francese, cioè l’11 novembre, in una pompa di benzina a Ressons, lungo l’autostrada in direzione di Parigi. È lui che era al volante della Renault Clio usata poi per gli attentati di Parigi, e le sue impronte digitali e tracce del suo Dna erano poi state trovate in due appartamenti di Schaerbeek.

18 LUGLIO 2016, ATTACCO SU TRENO A WUERZBURG
Il 18 luglio scorso in Germania un 17enne richiedente asilo aggredisce con un’ascia i passeggeri di un treno regionale all’altezza di Würzburg, ferendo quattro persone prima di essere ucciso dagli agenti. Nella stanza del giovane assalitore viene trovata una bandiera dello Stato islamico dipinta a mano: l’Isis rivendica l’attacco e, tramite l’agenzia di stampa Amaq, diffonde un video in cui il giovane brandisce un coltello e minaccia che intende usarlo per massacrare infedeli e vendicare la morte di uomini, donne e bambini nei Paesi musulmani.

22 LUGLIO 2016, MONACO
Il 22 luglio del 2016 un 18enne tedesco-iraniano con doppia cittadinanza apre il fuoco a Monaco di Baviera poco prima delle 18 nella zona del centro commerciale Olympia Einkaufszentrum (Oez), vicino allo Stadio olimpico, uccidendo nove persone, e poi si suicida. L’attacco avvenne nel giorno del quinto anniversario del massacro di Oslo e Utoya, compiuto il 22 luglio del 2011 dall’estremista norvegese di destra xenofobo Anders Behring Breivik, in cui furono uccise 77 persone. È venuto fuori che il killer di Monaco era un fan di Brevik: uno studente ossessionato dalla violenza e dalle stragi, con problemi mentali ma senza alcun legame con il terrorismo o l’estremismo islamista.

24 LUGLIO 2016, KAMIKAZE AD ANSBACH IN BAVIERA
Il 24 luglio un 27enne siriano, richiedente asilo, si fa esplodere nel centro di Ansbach, in Baviera, durante un festival musicale, ferendo 15 persone.

26 LUGLIO 2016, ROUEN
Il 26 luglio del 2016 due assalitori entrano durante la messa mattutina nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, vicino Rouen, e sgozzano padre Hamel mentre celebra. I due, Adel Kermiche e Abdel Malik Petitjean, vengono poi uccisi in un’operazione delle forze di sicurezza.

19 DICEMBRE 2016, MERCATINO DI NATALE DI BERLINO
La sera del 19 dicembre, lunedì, un camion si lancia sulla folla del mercatino di Natale di Berlino, provocando 12 morti. Per il caso è ancora ricercato un tunisino richiedente asilo in Germania di 24 anni, identificato come Anis Amri.

22 MARZO 2017, LONDRA, WESTMINSTER
Un assalitore, Khalid Masood, si è lanciato con un’auto sulla folla di pedoni sul ponte di Westminster, e poi ha passato la cancellata del Parlamento accoltellando a morte un poliziotto, prima di essere ucciso dagli agenti. Il bilancio complessivo è salito oggi a sei morti, compreso l’attentatore, dal momento che è deceduta Andreea Cristea, la donna romena che era caduta nel Tamigi in seguito all’attacco. Considerato l’azione di un lupo solitario, l’attacco si è verificato nel giorno del primo anniversario degli attentati a Bruxelles.

3 APRILE 2017, SAN PIETROBURGO
Un kamikaze, identificato come il cittadino russo Akbarzhon Jalilov nato in Kirghizistan, si fa esplodere nella metro di San Pietroburgo, la seconda città più grande della Russia. Il bilancio è di almeno 14 morti.

7 APRILE 2017, STOCCOLMA
È di almeno tre morti e otto feriti, stando ai dati della polizia svedese, il bilancio dell’attacco avvenuto a Stoccolma, dove un camion ha investito i passanti sulla Drottninggatan, la principale via pedonale della città. La situazione è ancora in evoluzione e si teme che il bilancio possa aggravarsi.

22 MAGGIO 2017, MANCHESTER
Un kamikaze si è fatto esplodere a Manchester al termine del concerto della cantante americana Ariana Grande nella Manchester Arena, causando la morte di 22 persone, soprattutto giovani.

3 GIUGNO 2017, LONDRA
Un van bianco investe pedoni a London Bridge circa alle 22 ora locale; poi tre uomini escono fuori dal van e accoltellano persone nei pressi di Borough Market. La polizia ha fatto sapere che i tre, successivamente uccisi, indossavano falsi giubbotti esplosivi. Il bilancio è di otto morti e 48 feriti.

17 AGOSTO 2017, BARCELLONA
Un van bianco ha investito i pedoni che camminavano su Las Ramblas, nel centro di Barcellona. Il bilancio ufficiale è al momento di 13 morti e oltre 50 feriti. La polizia ha effettuato un arresto.

(Il Tempo, 19 agosto 2017)

I principali, come è detto nell’introduzione: non tutti, che verrebbe un articolo lungo un chilometro. E il sindaco di Barcellona, signora Ada Colau Ballano, per “difendere le nostre comunità dal razzismo e dal fascismo” si rifiuta di mettere barriere sulle Ramblas. Comprensione decisamente migliore della situazione ha mostrato di avere il rabbino capo di Barcellona Meir Bar-Hen.


«Gli ebrei via dalla Spagna prima che sia troppo tardi»

L’amaro appello del Rabbino capo di Barcellona Meir Bar-Hen

«La nostra comunità è condannata. Questo posto è perso … Meglio andare via prima che sia troppo tardi». Meir Bar-Hen, Rabbino capo di Barcellona e della Catalogna, ha usato parole dure nel commentare l’attentato terroristico sulla rambla. Parlando con la Jewish Telegraph Agency prima del riposo sabbatico e precisando di farlo a titolo personale e non per tutti i membri della sua comunità, il Rabbino ha incoraggiato i suoi correligionari a lasciare la Spagna, definita «un hub del terrorismo islamico per tutta l’Europa» per anni prima dei recenti attacchi. «Gli ebrei – ha spiegato riferendosi alla città e alla regione – non sono qui in maniera permanente. Ho detto ai miei fedeli: non pensate di essere qui per sempre. E li ho incoraggiati a comprare proprietà in Israele. Questo posto è perso. Non ripetete lo sbaglio degli ebrei di Algeria e Venezuela. Meglio andare via prima che sia troppo tardi».
I motivi dell’attuale situazione per il Rabbino sono chiari. Una parte del problema, a suo giudizio, è stato svelato dagli attacchi di Barcellona e poi di Cambrils: la presenza di una grande comunità musulmana con «frange radicali. Una volta che queste persone vivono in mezzo a te – ha spiegato ancora riferendosi ai responsabili degli attentati e ai loro sostenitori – è difficile liberarsene. Diventano sempre più forti». E alla domanda se il suo ragionamento si potesse applicare all’intera Europa, ha risposto che «l’Europa è persa». Ma c’è anche la riluttanza delle autorità a confrontarsi con tutto questo. Il Rabbino ha citato la decisione del governo di consentire a Leila Khaled, palestinese condannata per aver partecipato nel 1969 al dirottamento di un aereo della Twa, di entrare nel paese per una Fiera di libri. Ciò mostra che le autorità’ «non comprendono la natura del terrorismo».

(Il Tempo, 20 agosto 2017)

E che l’Europa sia ormai persa, lo penso anch’io. E non solo per gli ebrei.

barbara