L’ATTENTATORE DEGLI CHAMPS ELYSÉES

Era schedato dagli 007 francesi per radicalizzazione ma con regolare porto d’armi, bollato con la lettera ‘S’ [salafita] degli individui a rischio, aveva ottenuto un permesso per ben “tre armi” da fuoco di uso sportivo valido fino al 2020.

Miei cari amici, se volete proprio a tutti i costi prenderlo nel culo, se ce la mettete tutta a prenderlo nel culo, se non risparmiate sforzi nella nobile impresa di prenderlo nel culo, non lamentatevi, e soprattutto non stupitevi se qualcuno poi finisce per mettervelo nel culo.

barbara

IL DOPO DI CHI HA VISSUTO IL PRIMA

“Avevo 17 anni quando ci fu l’attentato; avevo solo qualche anno in più rispetto a molti dei bambini uccisi questo lunedì sera in un concerto di Ariana Grande a Manchester, in Inghilterra. Era il 1 giugno 2001 e decisi di uscire al Dolphinarium, una discoteca sulla spiaggia di Tel Aviv, con tre mie amiche: Liana, Oksana e Tanya. Andavamo in quella discoteca quasi ogni fine settimana. Era l’estate prima del servizio militare, e avevamo pensato di spenderlo insieme – ballare, andare in bicicletta, nuotare e abbronzarci.
Le ragazze potevano entrare gratuitamente nella discoteca prima di mezzanotte. E noi non avevamo soldi, quindi decidemmo di andarci presto. Comprammo una vodka a buon mercato da un negozio di alimentari e passammo un po’ di tempo sulla spiaggia, parlando e sorseggiando dalla bottiglia fino a quando, alle 11:30, non vedemmo una folla iniziare a raccogliersi fuori dalla porta della discoteca. Io e Tanya ci mettemmo in fila sul lato sinistro; Oksana e Liana si misero a destra in modo da poter entrare tutte più in fretta. Poi, alle 11.44, un attentatore suicida di Hamas si fece esplodere fuori dalla porta della discoteca”. A raccontare la sua storia sulle colonne del New York Times Tanya Weiz, una delle 132 persone ferite nell’attentato alla discoteca Dolphinarium di Tel Aviv nel 2001. Tra i 21 morti nell’attacco – 16 dei quali teenagers – c’era anche la sua amica Liana. L’attentato di Manchester, in cui sono morti molti giovanissimi, l’ha spinta a tornare a quei giorni e scrivere di come ci si sente a sopravvivere all’odio dei terroristi.
“Di colpo tutto è diventato muto – racconta Tanya Weiz – C’era sangue su di me. Ma non sentivo dolore e non sapevo di chi fosse quel sangue. Il mio unico pensiero era trovare il mio telefono per chiamare mia madre. La batteria si era staccata, e in qualche modo riuscii a rimetterla nel telefono. All’improvviso sentii freddo, molto freddo. Misi la mano sul collo e tre delle mie dita sprofondarono nella mia gola. Quattro palle di acciaio – come quelle che si trovano all’interno di un flipper – mi avevano perforato la carne. Fu allora che cominciò il panico”. Tanya riuscì a trascinarsi, strisciando sul suo stomaco, verso un alimentari. Attorno a lei urla, sirene e telecamere. “Sono rimasta in coma per sei giorni. La mia operazione durò 12 ore. Avevo indossato scarpe con la zeppa durante l’attacco e quei pochi centimetri mi salvarono la vita. Il metallo altrimenti avrebbe colpito il cervello”. Dall’ospedale, intubata e senza possibilità di parlare, la ragazza chiederà delle sue amiche: Oksana era sopravvissuta ma era rimasta gravemente ferita, Tanya era rimasta miracolosamente indenne. Liana era morta sul colpo. Ma questo a Weiz non fu detto subito, le dissero che aveva una gamba rotta. “Il fratello gemello di Liana veniva a visitarmi ogni giorno in ospedale, e io pensavo fosse strano. Perché venire da me invece che stare con sua sorella? Quando scoprii che Liana era morta, in quel momento la realtà mi colpì. Per me gli attacchi esplosivi era qualcosa che vedevi sui notiziari. Anche se sei in Israele non pensi che possa accadere a te. Ancora oggi lo vedo a pezzi, come un incubo”. Il recupero fu molto difficile, racconta. I medici le dissero che difficilmente avrebbe potuto nuovamente parlare. “Ma imparai di nuovo a parlare, a mangiare, passo dopo passo”. Una cosa che l’aiutò, furono le visite di altri sopravvissuti ad attentati come quello del Dolphinarium. Era l’epoca della seconda sanguinosa intifada, in cui i kamikaze palestinesi si facevano saltare in aria nelle strade d’Israele. “I terroristi cercano di paralizzarci con la paura e di renderci più deboli, ma con me hanno fatto il contrario. Sono diventata più gentile, più grata, più attenta ai più piccoli dettagli della vita e, sì, più resiliente”.
Tanya oggi vive in Canada e cerca di non pensare all’orrore di quel 1 giugno. “Ma non passa giorno che non ci pensi e ogni volta che sento di un attentato sui notiziari, la cosa mi sembra surreale: non posso credere di esserci passata. E adesso sono una delle persone sedute sul divano a guardare la notizia di quei bambini assassinati, questa volta dallo Stato islamico”. Poi un pensiero a chi dall’orrore di Manchester è uscito vivo. “So che ora non posso dire nulla che possa far star meglio i sopravvissuti all’attacco di Manchester – scrive Tanya – Il senso di colpa per me è iniziato il giorno dell’esplosione. incontrare la madre di Liana è particolarmente doloroso. La vedo che mi guarda e so che sta immaginando sua figlia alla mia età. Ma io direi ai sopravvissuti di rimanere forti e concentrarsi sul loro recupero. Dovete essere molto forti per recuperare”.

(Pagine ebraiche sheva, 28 maggio 2017)

Sono un po’ come i sopravvissuti ai campi di sterminio: loro sono usciti dall’inferno ma l’inferno, da loro, non uscirà mai più.

barbara

 

IL VECCHIO CONTINENTE IMMOBILE MESSO IN GINOCCHIO DAI RIFUGIATI

di Gian Micalessin

L’ Europa paradigma del caos, della cancellazione della sovranità e della fine dello stato nazionale. È questo il tema centrale del «cinguettio» con cui Donald Trump risponde ai propri detrattori. Per capirne la profondità basta ricordare che i concetti di «stato nazionale» e di «sovranità» sanciti dalla pace di Westfalia del 1649 rappresentano da oltre 350 anni le fondamenta dell’ordine europeo.
Fondamenta fatte traballare per la prima volta da una Merkel pronta a cancellare i confini dell’Europa pur di garantire la libera circolazione di quel milione e passa di migranti senza documenti e identità affacciatisi ai confini orientali del continente nel settembre 2015.
Il caos generato da una Cancelliera alla ricerca di visibilità umana e «umanitaria» è purtroppo insito nel modello di Unione europea disegnato dall’alleanza di burocrati ed elite finanziarie sovranazionali, interessati non tanto alla sicurezza della popolazione e agli interessi degli stati, ma alla nascita di fiacchi modelli sovranazionali, come appunto Bruxelles, garanti dell’interesse dei grandi complessi economici. Il lussemburghese Jean-Claude Junker, promosso a capo della Commissione Ue dopo aver trasformato il Granducato in paradiso fiscale al servizio di aziende intente a eludere le tasse nazionali ne è l’esempio perfetto. Come lo è la Grecia sacrificata nel nome della sopravvivenza delle banche francesi e tedesche. I fronti della sicurezza e dell’identità nazionali sono però quelli su cui questo modello perverso di Europa produce le degenerazioni peggiori.
Un fronte in cui s’iscrive il caos della Turchia considerata arbitrariamente parte auspicabile di un consesso di nazioni essenzialmente cristiane, democratiche e liberali. Tre concetti difficilmente applicabili a un Paese islamico governato da un Erdogan uscito dalle fila della Fratellanza Musulmana. Eppure nel nome di quell’illusione l’Europa chiude gli occhi sui 5mila volontari jihadisti partiti dalle proprie capitali e transitati, dal 2012 fino a fine 2015, attraverso l’aeroporto di Istanbul prima di unirsi alle milizie dello Stato Islamico. Nel nome della stessa illusione finge, nell’estate 2015, di non vedere la «manina» di Erdogan intento a spalancare i cancelli dell’Egeo a oltre un milione di profughi pronti a cancellare la sovranità nazionale dei Paesi europei. Un caos pagato non solo con i 6 miliardi di euro versati all’«alleato» Erdogan per sigillare la rotta balcanica, ma anche con il sangue dei cittadini europei caduti a Parigi, Bruxelles Nizza e nelle altre piazze colpite dal terrore islamista. Perché dalla rotta balcanica sono transitati non solo due degli attentatori fattisi saltare a Parigi il 13 novembre 2015, ma anche le migliaia di estremisti, mescolati ai rifugiati, andati ad alimentare l’humus dell’estremismo fondamentalista. Un humus peraltro ben concimato dal compiaciuto autolesionismo dell’Ue.
Un’Unione intenta a spendere calde lacrime per i ribelli al qaidisti arroccati ad Aleppo Est e a sanzionare invece quella Russia di Putin trasformatasi, grazie alla latitanza dell’America di Obama, nell’unico alleato contro il terrorismo jihadista. In questa malata e masochistica ideologia sovranazionale s’iscrive la confusione tra «solidarietà» e «mancanza di controlli» a cui pretendiamo s’adegui l’America di Donald Trump. Per comprenderlo torniamo ai due kamikaze arrivati a Parigi il 13 novembre 2015 dopo esser sbarcati da un gommone con a bordo 198 migranti approdato all’isola greca di Leros il 13 ottobre 2015. Fu la mancanza di controlli voluta nel nome dell’immediata e pronta accoglienza predicata dalla Merkel e da tanti professionisti del «buonismo» a permettere che le due bestie arrivassero indisturbate a Parigi.
Ed è la negazione dell’identità cristiana predicata da quest’Europa a impedirci di capire quanto importante sia la svolta di un Trump deciso ad accogliere prima di ogni altro i nostri correligionari in fuga dalle persecuzioni. In nome di quel paradossale rifiuto della nostra identità noi europei rinneghiamo chi prega il nostro stesso Dio per difendere l’arrivo nelle nostre città di rifugiati portatori di contrasti sociali e di estremisti islamici pronti a contestare, se non a distruggere, il nostro modello di civiltà. E in questo cieco furore autodistruttivo alimentato da euroburocrati ligi ai regolamenti, ma indifferenti ai valori nazionali e religiosi, riusciamo non solo a scordare l’ordine di Westfalia, ma persino ad attribuire la stessa dignità religiosa al Cristianesimo e a un Islam ancora incapace di cancellare dai propri testi le dottrine dell’odio. A dimenticare che dall’ideale cristiano scaturisce non solo la compassione per chi fugge dalle guerre, ma anche quella civiltà delle regole indispensabile per garantire la convivenza e il rispetto dell’altro. Un’amnesia esistenziale che ha trasformato l’Europa nella patria del caos perfetto.
(Il Giornale, 30 gennaio 2017)

Prima considerazione: a qualcuno potrà dare fastidio l’espressione “radici cristiane”. Dovremmo tuttavia renderci conto che non stiamo parlando di fede religiosa bensì di cultura. Non stiamo parlando del credere o non credere alla verginità della Madonna, o dell’obbligo di andare a messa la domenica, bensì dell’essere convinti che uomini e donne hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri, che la democrazia è un valore, che la libertà di pensiero parola e stampa non è negoziabile, che il vestito da indossare oggi lo decido io, non l’ayatollah.
Seconda considerazione: chi scappa da una guerra, da che mondo e mondo, attraversa la frontiera e si ferma lì, in attesa di poter tornare. E si porta dietro moglie e figli, perché è prima di tutto per mettere in salvo loro che sta scappando. Quindi chi si mette su un barcone, pagando oltretutto migliaia di dollari per mettercisi, per spostarsi di diecimila chilometri, e non si porta dietro donne e bambini, e magari si porta invece dietro lo smartphone ultima generazione, NON sta scappando una guerra – e con tutta probabilità neache dalla miseria – quindi NON abbiamo una sola ragione umanitaria per accoglierlo in casa nostra. Meno che mai per usare i nostri mezzi e i nostri soldi per andarlo a prendere a casa sua.
E poi beccati questo.
camion
barbara

E PER CHIUDERE L’ANNO IN BELLEZZA

Questa mi sembra la cosa più adatta

People of the Year: Israele

Nessuno lo potrà ammettere fino in fondo ma anche per i campioni del politicamente corretto e dell’islamicamente corretto il 2016 è stato l’anno in cui l’Europa ha cominciato a poco a poco ad aprire gli occhi e a capire che non sono lupi solitari, che non sono pazzi omicidi, che non sono depressi, che non sono folli, che non sono squilibrati, che non sono poveri, che non sgozzano preti per caso, che non finiscono per caso al volante di un tir nel centro di una città, che non uccidono infedeli per capriccio, che non massacrano omosessuali per diletto e che non scelgono per sbaglio di uccidere solo chi non conosce a memoria alcuni passi del Corano. Nessuno lo potrà ammettere fino in fondo, anche se ormai lo abbiamo capito tutti, ma il 2016 è stato l’anno in cui tutti i paesi d’Europa — chi vedendo scorrere sangue sul proprio territorio. chi vedendo scorrere il sangue dei propri cari in un paese amico — hanno sperimentato sulla propria pelle cosa significa vivere a contatto con il terrorismo di matrice islamista. Cosa significa vivere sotto assedio. Cosa significa combattere contro un nemico invisibile che uccide mosso non solo dall’odio ma da un unico e totalizzante progetto omicida: eliminare gli infedeli. Nessuno lo potrà ammettere fino in fondo, anche se ormai lo abbiamo capito tutti, ma il 2016 è stato l’anno in cui i cittadini europei, e anche quelli italiani, hanno capito per la prima volta che cosa significa essere Israele. Hanno capito — loro, noi, meno le cancellerie, meno le burocrazie europee che scelgono di marchiare i prodotti israeliani, meno i paesi che triangolando con l’Unesco provano a cancellare la storia di Israele, e stendiamo un velo pietoso su Obama — che la guerra dalla quale l’Europa e l’occidente devono difendersi è la stessa guerra dalla quale deve difendersi Israele ogni giorno della sua vita. La guerra che l’Europa combatte con scarsa convinzione e poca consapevolezza contro lo Stato islamico è la stessa guerra mortale combattuta da Israele sui suoi confini. Contro Hezbollah. Contro Hamas. Contro l’Isis. Contro tutti coloro che ogni giorno minacciando la vita di un israeliano mettono in discussione la libertà dell’occidente. Nessuno lo potrà ammettere fino in fondo ma la violenza islamista contro la quale Israele combatte da anni è la stessa che negli ultimi mesi ha attraversato Parigi e Nizza, Berlino e Istanbul, Bruxelles e Baghdad, Tel Aviv e Gerusalemme, Minnesota e New York, Sydney e San Bernardino, la stessa che ha colpito cristiani, ebrei, donne, omosessuali, yazidi, curdi e musulmani innocenti, la stessa che ha costretto alla fuga dalle loro terre milioni di profughi fuggiti per non essere macellati. Nessuno lo potrà ammettere fino in fondo, ma il 2016 ci ha dimostrato, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che nonostante Obama, nonostante l’Onu, nonostante l’Unesco, Israele siamo noi. Lo abbiamo capito dopo una lunga striscia di sangue. Lo abbiamo capito dopo aver messo insieme i tasselli del mosaico dell’orrore. Con gli attentati riusciti e quelli non riusciti, di cui oggi il Foglio vi dà conto. “La sconfitta dell’islam militante — ha detto a settembre Benjamin Netanyahu di fronte alle stesse Nazioni Unite che provano ogni giorno a rosicchiare via un pezzo di storia di Israele — sarà una vittoria per tutta l’umanità, ma sarebbe soprattutto una vittoria per quei tanti musulmani che cercano una vita senza paura, una vita di pace, una vita di speranza. Ma per sconfiggere le forze dell’islam militante, dobbiamo lottare senza tregua. Dobbiamo combattere nel mondo reale. Dobbiamo combattere nel mondo virtuale. Dobbiamo smantellare le loro reti, interrompere i loro finanziamenti, screditare la loro ideologia. Possiamo sconfiggerli e noi li sconfiggeremo. Il medievalismo non può competere con la modernità. La speranza è più forte dell’odio, la libertà più forte della paura. Possiamo farcela”. Israele siamo noi. E il paese dell’anno, il paese modello, non solo per questo 2016, non può che essere questo. Buon Capodanno a tutti. E mai come oggi viva Israele.
Claudio Cerasa, Il Foglio, 31/12/2016

Poi, visto che sei in vacanza e non hai niente da fare, vai a leggere anche questo.
E buon anno a tutti.

barbara

ERRORI DA EVITARE

E a me rimane l’amara sensazione che con il mondo musulmano continuiamo a commettere errori che potremmo evitare. È sacrosanto quanto indispensabile l’appello a denunciare e isolare ambienti e personaggi che all’interno della propria comunità incitano allo jihadismo, o si sospetta che lo pratichino o che facciano proselitismo in tal senso. È sacrosanta quanto necessaria la condanna pubblica e la presa di distanza dagli assassini in nome di Allah. È un bellissimo gesto che i credenti delle tre grandi fedi monoteistiche si uniscano in momenti di raccoglimento di fronte a orribili gesti che spezzano centinaia di vite e spargono dolore e strazio in mezzo mondo. Ma è giusto, e quanto è giusto che il “potere mediatico/politico” – in buona fede – chieda e ottenga (contraddicendomi, dico per fortuna) il fortissimo gesto di una preghiera comune nelle chiese, davanti a immagini per noi inconcepibili in quanto tali? I rabbini lo farebbero? Gli ebrei osservanti lo farebbero? Di più, e qui sta il nodo, sarebbe giusto chiederglielo? Di fronte all’orrore jihadista io credo che molte regole di “normalità” possano e debbano essere rivisitate, però il dubbio che questi errori possano e debbano essere ridotti al minimo rimane forte.
Stefano Jesurum, giornalista
(4 agosto 2016, Moked)

“I rabbini lo farebbero? Gli ebrei osservanti lo farebbero?” No, signor Jesurum, non lo farebbero i rabbini e non lo farebbero gli ebrei osservanti. Neanche quelli osservanti al 10%: nessun ebreo pregherebbe di fronte a immagini, atto considerato idolatrico dall’ebraismo come dall’islam. E sa perché gli ebrei non lo farebbero? Perché nel loro Libro Sacro non hanno l’obbligo della taqiyya, la dissimulazione, il mentire sui propri sentimenti e sulla propria fede per meglio ingannare gli infedeli e diffondere la propria religione.
A parte questo mi piacerebbe chiedere: il signor Jesurum mi saprebbe indicare qual è stata l’ultima volta che i musulmani hanno accettato di pregare insieme agli ebrei? L’ultima volta che viene in mente a me è quella di due anni fa in Vaticano, in cui l’imam ha sonoramente preso per il sedere il signor Bergoglio pregando di fronte a lui per l’annientamento degli infedeli da parte dell’islam.
E poi una cosa bisogna proprio che la dica: bello quel mantra delle “tre grandi fedi monoteistiche”! Vero che riempie così bene la bocca? Bello soprattutto l’aggettivo. E così come, in altre circostanze, l’aggiunta dell’aggettivo mi induce a chiedermi se esista un piccolo raccordo anulare e un’aloe falsa, così ora il signor Jesurum mi induce a chiedere: quali saranno mai le piccole fedi monoteistiche?
Eh sì, caro signor Jesurum, ce ne sarebbero di errori da evitare, quanti ce ne sarebbero!
Qualche altra considerazione, meritevole di essere letta, la aggiunge un giovane commentatore della stessa testata.


Solidarietà e ipocrisia

Leggo con stupore e amarezza un passionale elogio all’evento di domenica in una chiesa di Roma in cui tre imam si sono recati a portare solidarietà dopo il terribile attentato a Rouen. Stupore, perché sarebbe bastato controllare e ci si sarebbe accorti che si è finito per fare pubblicità a chi, come uno dei tre Imam, parole senza equivoci sul terrorismo non le ha mai pronunciate. Anzi, intervistato da una televisione poco tempo fa, lasciava in bella vista una cartina da cui Israele era cancellata. Di fronte a questa particolarità un giornalista de l’Espresso ne chiese conto e la risposta fu netta: “per noi Israele non dovrebbe esistere.” Sempre a Roma era presente il rappresentante della comunità palestinese in Italia, che invece considera come propaganda sionista la verità storica del rapporto tra il Gran Mufti e Hitler. Così tanto per far capire chi sono i rappresentanti con cui i nostri intellettuali sognano di pregare insieme in chiese, sinagoghe e moschee aperti a tutti, credenti e non credenti. Forse per questo che non penso ci sia bisogno di preghiere condivise o di moderne forme di sincretismo. A prescindere che queste siano vietate dalla Torah e non andrebbero promosse quanto meno da noi nei nostri spazi, servirebbe solo quel poco di rispetto e lucidità per comprendere che di gesti eclatanti e televisivi non ne sentiamo il bisogno. Anzi, dietro certi gesti di solidarietà c’è da preoccuparsi perché si nasconde un’ideologia ipocrita e pericolosa.
Daniel Funaro
(4 agosto 2016, Moked)

Come dicevo: taqiyya allo stato puro (clic per ingrandire, rubato qui).

barbara

I BAMBINI DI GAZA GIOCANO

È il 7 luglio 2016, si celebra la festa di Eid al-Fitr, la fine del mese di digiuno di Ramadan. La celebrazione inizia con una preghiera il mattino presto, seguita da una visita alle tombe dei propri cari. Infine i bambini vanno a giocare: fanno i terroristi islamici, allineando contro un muro i loro amici e giustiziandoli. (qui)
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Non si allarga il cuore anche a voi, a vedere queste tenere creature che prima pregano e poi giocano? E, come noi giocavamo con le bambole per addestrarci a diventare mamme, e i nostri amichetti giocavano con le macchinine per addestrarsi a diventare meccanici, anche loro si allenano a diventare adulti responsabili e consapevoli dei propri doveri.
E poi leggi qui.

 barbara 

ANNA

Anna, il personaggio biblico raccontato nel libro di Samuele e madre dello stesso profeta e guida di Israele, era depressa: non aveva figli, era una seconda moglie emarginata dalla prima che era, invece, feconda e madre. Secondo i canoni di quello che si racconta oggi in Europa Anna avrebbe dovuto uccidere il marito, che pur l’amava, sterminare la rivale ed i suoi figli ed accoltellare tutti quelli che incontrava per strada. Stranamente questo non accadde e il libro biblico di Samuele testimonia in 1 Samuele 1:10: “Ella (Anna) aveva l’anima piena di amarezza, e pregò il Signore dirottamente.” Da credente Anna pregò. Così semplicemente. Senza machete, asce, coltelli, spade, scimitarre. Che strana cultura questa nostra.
Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
(29 luglio 2016)

Per dimostrare la vanità di queste teorie basta una semplicissima considerazione comparativa. Grandissima parte della recente drammatica ondata di immigrazione proviene da paesi dell’Africa a sud del Sahara e dalla regione del Corno d’Africa, e coinvolge persone di fede musulmana, cristiana e animista. Eppure i casi di violenza assassina nei confronti della società civile europea da parte di africani non musulmani sono rarissimi o quasi inesistenti. Tutta la drammatica sequela di stragi, eccidi, sparatorie e accoltellamenti degli ultimi anni è invece attribuibile quasi senza eccezione a membri espliciti o nominali della fede islamica, nati in Nord Africa e Medio Oriente, o nati in Europa da famiglie di tali provenienze.
Sergio Della Pergola
(28 luglio 2016)

Già: un pazzo francese si mette uno scolapasta in testa e dice di essere Napoleone, un pazzo scandinavo chiede alla madre di dargli il sole, un pazzo musulmano entra in chiesa e sgozza il prete. Una depressa ebrea prega, un depresso musulmano prende un camion e si butta là dove la folla è più fitta affinché il bottino di cadaveri sia il più ricco possibile. Quanto alle vittime di bullismo, riporto qui una mia considerazione scritta qualche giorno fa nei commenti. Ho insegnato per 36 anni. In tutte le classi, ripeto TUTTE, ribadisco TUTTE, senza eccezione, c’è una vittima di bullismo. Calcoliamo quante classi ci sono in una scuola, quante scuole ci sono al mondo, e avremo un numero approssimato per difetto (perché a volte le vittime sono due) delle vittime di bullismo a scuola nel mondo. A cui vanno aggiunte le vittime di bullismo nelle squadre sportive, nelle scuole di danza, di musica, di teatro ecc. E poi andiamo a vedere quante di queste vittime vanno a fare carneficine. Fra il mezzo centinaio da me incontrato personalmente, il totale è zero. Strano mondo davvero, quello di noi infedeli.

barbara

SONO CONTRARIA ALLA PENA DI MORTE MA

Sono pronta a ripristinarla seduta stante per i fotografi di merda che mettono su delle messinscene di merda per fare di queste foto di merda che poi dei giornali di merda pubblicano.
nizza
Cazzo, ma vi sembra che quella sia una bambola uscita da un inferno come quello di Nizza?! Come osa, quell’individuo di merda, profanare un cadavere infante con una così schifosa sceneggiata?! Dovrebbero giustiziarli sul posto, come si fa con gli sciacalli profanatori di cadaveri in occasione delle grandi catastrofi naturali.

barbara

MA COM’È CHE VOI EBREI SUONATE TUTTI IL VIOLINO?

Eh, prova un po’ tu a scappare per mezza Europa tirandoti dietro un pianoforte.

Sì, sono ridicoli con quei vestiti da signorotti polacchi del Settecento. E con quei chilometrici riccioli davanti alle orecchie. E sono fanatici, con quella loro rigorosa separazione fra uomini e donne. Sono religiosi nel senso più integralista del termine. Ma non vanno in giro a farsi saltare in aria fra quelli che non condividono il loro modo di vivere e di pregare. E le energie in eccesso non le scaricano piantando coltelli nella schiena del primo che passa, ma ballando e suonando fino a rompere le corde dei violini. Qualcuno talmente intollerante da armarsi e colpire ogni tanto si trova, ma si contano, letteralmente, su una mano sola. E dopo che hanno colpito non si intitolano loro scuole e piazze, ma si sbattono in galera.
Siccome oggi è la mia personale giornata della bontà, non dirò che quelli che cianciano delle religioni causa di tutti i mali del mondo possono andare affanculo, ma meriterebbero che glielo dicessi, lo si sappia.
(No, della Turchia non parlo. Ma una cosa la voglio dire: per come si sono svolti i fatti, e per le conseguenze che Erdogan ha già cominciato a mettere in atto, per la prima volta in vita mia mi viene una gran voglia di cedere alla tentazione del complottismo)

barbara