VOGLIO ARRIVARCI VIVA

Il “ci” è la morte: è lì che Marina Garaventa, morta tredici giorni fa, era ben intenzionata ad arrivare viva. Impresa tutt’altro che facile, viste le premesse.

C’è chi nasce dove c’è sempre il sole, chi in una calda notte estiva. Io sono nata in un giorno di sciopero e i due imbecilli che mi fecero uscire, esclamarono: «Questo bambino è pelato!» Era il mio sedere! Parto podalico prematuro… un culo pazzesco!
Un eminente luminare dell’epoca informò i miei che sicuramente (e fortunatamente!) sarei morta e, se ciò non si fosse verificato, non avrei né parlato, né mangiato, né camminato, ecc. Contrariamente al parere dell’illustre clinico, i miei decisero di portarmi a casa e di tentare l’empirico allevamento della bestiolina che, nonostante tutto, pareva non aver intenzione di andare a far compagnia agli angioletti. A furia di cucchiaini di latte, di bugattine (ciucciotti di pezza imbevuti di latte e zucchero), a furia di coccole di tre nonni, due bisnonni e una zia, riuscii ad arrivare a quattro mesi e, a quel punto, mi depositarono tra le braccia di un uomo bellissimo. Fu amore a prima vista! Gli occhi azzurri del trentacinquenne prof. Silvano Mastragostino, primario della seconda divisione di ortopedia dell’Istituto G. Gaslini di Genova, comunicarono coi miei grandi occhi neri. «Io ti salverò!» disse lui. «Fai di me quello che vuoi!» fu la mia audace risposta.

Affetta dalla terribile sindrome di Ehelers-Danlos, all’epoca praticamente sconosciuta, fra interventi, busti, protesi, arresti respiratori, riesce a sposarsi, poi divorziare, incontrare un nuovo amore, svolgere intensa attività politica e molto altro ancora finché un giorno, a quarantadue anni, mentre sta salendo le scale si sente improvvisamente stanchissima. Si risveglia – non si sa quanto tempo dopo – in rianimazione, con tubi infilati da tutte le parti, paralizzata, sorda, impossibilitata a parlare dal respiratore che blocca le corde vocali, con dolori lancinanti alle cosce. E così ha vissuto per i successivi sedici anni, immobile, muta, nutrita tramite sonda – cioè senza mai più poter sentire un sapore in bocca. Ma con una mente viva, e una straordinaria determinazione a vivere, comunicare, lottare. Senza mai piangersi addosso. Litigando a volte coi medici, esattamente per i motivi per cui a volte ci litigo io: quando loro non riescono a capire che io non sono una malattia e non abito nei loro libri, e quando devo ricordare loro che “lei fa il medico da vent’anni, io faccio la paziente da sessantasette: il suo mestiere lo conosce lei, ma il mio corpo lo conosco io”. E anche per Marina, come per me, in caso di pareri discordanti, alla fine emerge sempre che avevamo ragione noi (e mi piace di avere almeno una piccola cosa in comune con questa donna grandissima). E dunque Marina vive, comunica, apre un blog (La principessa sul pisello), scrive un libro, si guarda intorno e ci racconta il mondo terribile della malattia e degli ancora più terribili pregiudizi sulla malattia.

Gaetano era un piccolo siciliano biondo di nove anni che scorazzava tutto il giorno sulla sedia a rotelle, nel reparto di Ortopedia II dell’Istituto Gaslini di Genova. Era sempre solo, non aveva nessuno che si occupasse di lui, che gli desse un po’ d’amore, fatta eccezione per quello che riceveva da medici e infermieri che, a turno, se lo portavano a casa per fargli passare un fine settimana in famiglia. Gaetano sembrava felice: parlava volentieri, giocava e rideva con tutti. Ogni mattina s’informava dei nuovi arrivi e, nel pomeriggio, andava a far visita alle matricole rassicurandole sulla bontà del vitto e sulla gentilezza del personale. Poi, con fare assolutamente naturale, raccontava la sua storia agghiacciante. «Io sono nato con le gambe malate, per questo mia mamma e mio papà non mi hanno portato a casa. Che se ne facevano di un bambino come me? Ma il dottore mi ha detto che con le operazioni e la ginnastica posso guarire. Così poi mamma torna a prendermi e mi porta a casa con i miei fratelli.»

Determinazione a vivere. E una robustissima dose di umorismo e autoironia.

Data la rarità della mia malattia e della mia capacità di resistenza, ricevo spesso visite di medici che vengono solo per la curiosità di vedermi. Come si va allo zoo a vedere i panda, vengono da me per osservare la sindrome rara e per capire i meccanismi che mi tengono viva e, miracolosamente, in salute. In questa categoria rientrano i più disparati elementi: l’oculista che mi porta i libri da leggere, il dietologo che mi parla di arte e del Genoa, il dermatologo che sentenzia «tutti dobbiamo morire» e le espertissime e affettuose infermiere del servizio sanitario che mi portano peluche e buonumore. Proprio da una delle infermiere, in una fredda nevosa giornata, mi arrivò il seguente sms: «Oggi ti porto un medico giovane e bello». L’occasione era ghiotta e, nonostante il cuore irrimediabilmente impegnato, non potevo mancare al gustoso invito: cambio di camicia e di pannolone, passando dalla versione ascellare a quella baby, pettinata veloce, zaffata di profumo e occhio, quello ancora buono, languido. Ora, come avrete capito, la maggior parte dei medici che mi frequentano viene più che altro per farsi una cultura, poiché io sono una sorta d’enciclopedia vivente per la quantità di sfighe e di patologie che concentro su di me. Il dottor F., effettivamente raro esemplare del genere maschile, assai affascinante e simpatico, dichiarò subito, bontà sua, di essere venuto solo per conoscermi (che, in poche parole vuol dire che voleva vedere, da vicino, la «rarità» medica!) e per sapere se avevo bisogno del suo aiuto, occupandosi lui di «terapia del dolore». Provvedendo a fare i debiti gesti scaramantici, sotto le coperte, sbattendo il mio occhio buono e scrivendo sul pc, lo rassicurai che per il momento non soffrivo di dolori e che, in ogni caso, lo avrei tenuto presente. La gaia conversazione si spostò poi su altri argomenti, allietata dalla presenza dei miei genitori e dalle due garrule infermiere, una delle quali sicuramente invaghita del dottore stile E.R. Preso dalla foga delle sue parole e affascinato dalla sua stessa voce, il novello George Clooney si lanciò in una domanda di carattere social-altruistico che segnò la sua rovina: «Ma a lei, signora, cosa manca?» Il silenzio cadde sugli astanti: tutti mi guardavano sorridenti e trepidanti, solo il volto di mia madre lasciava intuire l’orribile presentimento che soltanto un cuore di mamma può avere. Con calma, pregustando la mia gioia, presi a scrivere. In breve, sul video campeggiò la mia risposta: «Cosa mi manca? S-C-O-P-A-R-E!»

Vivere, comunicare, e insegnare.

Quando dico che la mia vita è una straordinaria avventura, credo proprio di non scostarmi troppo dal vero: come avrei potuto, infatti, immaginare di essere protagonista di un film? […]
Le persone nelle mie condizioni, spesso, non amano mostrarsi, se non in momenti estremi o per gesti estremi, ma io ho deciso di mostrarmi nella mia quotidianità, per diffondere l’idea che si possa essere vitali e sereni nonostante tutte le menomazioni e le difficoltà che un’esistenza come la mia impone. […]
Un giorno, per non riprendermi sempre nella stessa posizione e con la medesima angolazione, Cinzia decise di fare una ripresa da dietro le mie spalle, inquadrando le mie mani, lo schermo del pc e la panoramica della stanza, dal mio punto di vista. «Nessun problema», sentenziò Wilma. «Basta spostare in avanti il letto e infilarsi tra la spalliera e il muro.» Effettivamente, la cosa non sembrava complessa e, creato lo spazio necessario, Marzio Mirabella, operatore e fotografo, s’infilò, con la pesante macchina da presa sulla spalla, dietro la testiera e cominciò la ripresa. All’inizio tutto filò liscio, ma, terminato il primo ciak, soddisfatto e rilassato, Marzio si sfilò dallo spazio angusto con disinvoltura e, purtroppo, i suoi piedi, per niente disinvolti, si attorcigliarono nella miriade di cavi elettrici che collegavano le mie innumerevoli macchine alla rete. Fu cosa di un attimo: coi piedi legati dai cavi, Marzio perse l’equilibrio, compiendo un volo plastico verso la finestra. La macchina da presa carambolò sopra un mobile e, ovviamente, trascinato dalla caduta dell’operatore, il cavo di alimentazione del respiratore si staccò e scattarono tutti gli allarmi. Bip, bip, bip, bip! Ancora una volta la prontezza di Wilma fu decisiva: come un rapace, afferrò il cavo elettrico e, tenendo saldamente il respiratore perché non cadesse, infilò la spina nella presa ripristinando il collegamento. Assai più difficile fu convincere Marzio di non essere un assassino: convinto di aver distrutto il respiratore, giaceva a terra, giallo come un limone, immaginando di essere già condannato all’ergastolo.
«Pensa che bella pubblicità per il film», dissi io per sdrammatizzare. «Operatore uccide la prima attrice, così titolerebbero i giornali!» E Marzio svenne.

Ma senza mai dimenticare che non siamo tutti uguali, che ogni persona è diversa, ogni malattia è diversa, ogni situazione è diversa, e lottando quindi per i diritti di chi, come Welby – che, a differenza di lei, non aveva alcuna possibilità di comunicare – sceglie di porre fine a una vita che di vita non ha più nulla.
Doveva morire appena nata, è arrivata a cinquantotto anni, cinquantotto anni di vita “vissuta pericolosamente”, cinquantotto anni di territorio strappato alla  morte con le unghie e coi denti, tenacemente, giorno dopo giorno. Adesso lei non c’è più, ma la sua lezione ci resta.

Marina Garaventa, Voglio arrivarci viva, Tea
voglio arrivarci viva
barbara

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LO ZEVINO

Ossia il giovane nipote del grande Bruno Zevi e di Tullia Calabi in Zevi. Purtroppo non ha preso dal nonno. Ora ci spiega qual è il problema della sinistra: le furbate sporche che le gioca la destra per farla sembrare ipocrita, e siccome la sinistra è candida e ingenua, ci casca e si fa fregare.

Ipocrisie

‍‍24/07/2018

Nella destra sempre a caccia di legittimazione culturale, e persino morale, si va definendo un nuovo genere letterario: sull’ipocrisia della sinistra. Si tratta ancora di un’operazione di nicchia, ma poggia su solide basi di diffidenza diffusa e popolare. Gli ingredienti sono: un finto profugo/profuga, una località di villeggiatura preferibilmente trendy, un personaggio noto dal conto in banca abbastanza pingue. Il provocatore – di questi tempi si direbbe: l’agente provocatore, che fa più sbirro – chiama o contatta il personaggio suddetto, e mentre quello si sta facendo lo shampoo, o parcheggia la macchina, oppure accompagna la moglie alla stazione e risponde al direttore oppure alla zia malata d’Alzheimer, a bruciapelo gli domanda: te lo prendi un migrante a casa tua? Se il malcapitato è sufficientemente reattivo e paraculo, a tono replica: ma certo, ho già preparato il letto in attesa della tua telefonata, se mi dai un attimo segno l’indirizzo e lo vengo a prendere. Fammi sapere se serve anche una seconda stanza che caccio mia moglie. Ma se invece esita – che ne so, magari non ha una stanza libera oppure ha un cane che in vecchiaia è diventato scontroso – allora è fregato. Il giorno dopo si scoprirà protagonista di un articolo su un giornaletto di destra, in calo di copie e che paga stipendi da fame ad aspiranti giornalisti d’assalto della nouvelle droite, con tanto di foto; se è sfigato, potrebbe addirittura finire sulla pagina Facebook di Salvini o di qualche altro capopopolo dei nostri tempi. Foto e video assicurati. Se poi lo beccano con l’orologio della laurea, quel Rolex comprato dalla nonna e poi indossato senza pensarci (una revisione in vent’anni, il Rolex, che io non possiedo, funziona molto bene), la frittata è completa. Il nostro uomo è assurto automaticamente a simbolo dell’ipocrisia della sinistra. Reietto del nostro tempo, non può più parlare, a meno di non appoggiare apertamente l’affondamento in mare dei barconi della speranza.
Intendiamoci: la sinistra e soprattutto i suoi dirigenti sono parsi, spesso giustamente, ipocriti e moralisti. Hanno ignorato le paure delle persone e hanno puntato il dito senza mettersi nei panni di chi sta peggio. E si sono fatti gli affari propri mentre la sconfitta franava inesorabile e meritata su un’intera tradizione politica. Ma se questo è il livello del dibattito le cose non possono che andare peggio, molto peggio. Con o senza Rolex, con o senza Capalbio.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas, su Pagine ebraiche, ‍‍24/07/2018

Si notino le note di colore: il giornale di destra che paga stipendi da fame, perché il destro è negriero nell’anima, e non può fare a meno di comportarsi da negriero in ogni suo aspetto della vita quotidiana. E vuole con tutto se stesso l’affondamento dei barconi in mare, perché il destro è cattivo, ma proprio cattivo dentro, a differenza del sinistro che è buono dentro e fuori, oltre che moralmente e antropologicamente superiore. I “barconi della speranza”, si prega di tenerlo presente, come quello raffigurato in fondo a questo post. È talmente scemo, povero Zevino, che fa perfino quasi tenerezza.
NOTA: l’articolo, come si può vedere, è di due mesi fa; non l’ho postato prima perché c’era sempre qualcos’altro di più urgente. Non c’è un motivo particolare per pubblicarlo oggi, tranne il fatto che per quello che avevo intenzione di fare oggi mi manca ancora un po’, e quindi lo dovrò fare domani.
Tobia-Zevi
barbara

SCENEGGIATA PALESTINISTA A VICENZA ORO

Introdotta da questo manifesto
V.O. manifesto
in cui, tra l’altro, è interessante notare come vengano calcolate le spese per l’esercito (senza peraltro approfondire i motivi che rendono necessaria una spesa così alta), ma non quelle per l’istruzione, per la cultura, per la ricerca scientifica, per l’innovazione tecnologica, per la medicina… Vabbè, questa poi è la sceneggiata:
bds 1
bds 2
bds 3
Ma che cosa succede a questo punto? Hehe! A questo punto ARRIVANO I NOSTRI! Ed eccoli qua,
Isr_Farina_Richetti_1
Isr_Farina_Richetti_2
Paola Farina ed Enrico Richetti, della gloriosa bandiera ammantati! Qui potete leggere un po’ di cronaca, in cui compare questa spassosissima frase: “Gli agenti di polizia hanno separato le due fazioni”. Cioè, Paola ed Enrico sono una fazione, capito? (non che quei quattro sfigati di pallestinari siano molti di più, comunque, anche se fanno molto più chiasso).

barbara

POI VENITECI A DIRE CHE EURABIA È UN’INVENZIONE

Per il primo dei tre capitoli eurabiani di questo post andiamo a Parigi, dove Marine Le Pen, per avere pubblicato foto degli orrori perpetrati dall’ISIS, queste per la precisione,
foto Marine Le Pen
ha ricevuto l’intimazione a sottoporsi a visita psichiatrica. Vi ricordate l’Unione Sovietica? Con Stalin i dissidenti finivano nei GULAG, in Siberia, da cui pochi uscivano vivi. Morto Stalin, il suo successore, Krusciov il Buono praticamente quasi Santo, ammorbidì, almeno formalmente, la lotta alla dissidenza, e la Siberia fu gradualmente, anche se non del tutto, sostituita dal manicomio. Ora, nella lotta alla dissidenza al Pensiero Unico (l’Islam è buono, l’Islam è pace, quegli orrori non vanno mostrati perché turbano le anime sensibili – le morti in mare dei clandestini che danno l’assalto all’Europa invece, non importa se vere o tarocche, vanno mostrate a ripetizione, meglio se di bambini, ma questa è un’altra storia), si riparte dal basso, per non rischiare di fare schizzare la rana fuori dalla pentola, se l’acqua è da subito troppo calda, per poi arrivare alle magnifiche vette del magnifico Grande Padre Stalin.

Spostiamoci ora di duecento chilometri verso nord ovest, e arriviamo a Londra, dove la presa di possesso del territorio da parte della popolazione islamica, con la creazione di no-go-zones e di corti islamiche che sostituiscono la Giustizia dello stato e tutta una serie di comportamenti intimidatori, ha portato l’antisemitismo, mai del tutto sopito, a livelli mai prima conosciuti.

Saliamo ancora, sempre verso nord ovest, di qualche altro centinaio di chilometri, e approdiamo a Belfast, dove assistiamo a questo incredibile episodio.

«Critica l’islam: consigliera perde il lavoro»

Chi critica l’islam finisce male. Non solo perché riceve minacce da integralisti o da fanatici che guai a muovere qualche obiezione nei confronti di Maometto o del Corano. Ma perché mette a rischio il posto di lavoro, o l’incarico pubblico che ricopre. È quello che è successo a Jolene Bunting, consigliere comunale indipendente di Belfast, Irlanda del Nord, che è stata sospesa dal suo ruolo per quattro mesi. Mai un provvedimento del genere era stato adottato. Il motivo della sospensione risiede nel fatto che la Bunting è accusata a vario titolo di aver criticato l’islam, e in tutto ha collezionato 14 denunce. Jolene Bunting è un consigliere indipendente, anche se in passato ha militato nel partito unionista TUV. Secondo le accuse la consigliera avrebbe arrecato un danno di immagine al consiglio comunale di Belfast e che non avrebbe rispettato il Codice di condotta del governo locale. La colpa della Bunting è quella di aver fatto commenti definiti denigratori sull’islam durante le riunioni del consiglio e aver appoggiato le analoghe dichiarazioni Jayda Fransen, del gruppo di estrema destra Britain First, già finita in manette per incitamento all’odio. La Bunting è stata denunciata anche per aver partecipato al raduno contro il terrorismo al municipio di Belfast dello scorso agosto. Inoltre la consigliera è finita nel mirino per aver difeso la distribuzione di alcuni volantini definiti istigatori di odio, nei quali si ammoniva contro l’islamizzazione dell’Irlanda del Nord, visto che le stime prevedono che nel 2066 i britannici nel Regno Unito saranno la minoranza. Nel volantino venivano poi snocciolati alcuni crimini compiuti dagli islamisti. Per non essersi opposta alla distribuzione di tale volantino la consigliera è finita nei guai ed è stata accusata di razzismo e fascism o. Tuttavia la Bunting non si dà per vinta e afferma che nonostante la sospensione nessuno potrà silenziarla. Definendo la sua sospensione un “giorno buio per la democrazia e la libertà di parola” ha dichiarato di voler far interessare al caso l’Alta Corte.

Ilaria Pedrali, Libero, 21/09/2018

Non so, vedete un po’ voi se è il caso che anche noi ci riempiamo di islamici ai livelli di Francia e Gran Bretagna.

barbara

NEL CUORE NERO DI UN CAMPO DI CONCENTRAMENTO

Come si vede nella barra in alto, è scritto “فلوق في كيرفور “غزة, che col traduttore automatico dà vlog al Kerfour [non escluderei che possa essere la trascrizione di Carrefour] “Gaza”, e se ascoltate la ragazza, alla fine della prima frase dice “assa” (con la s dolce di rosa), che vuol dire Gaza. Cioè, non è propaganda sionista, è proprio una vlogger di Gaza che sta mostrando un supermercato di Gaza, là dove è in atto la più terrificante crisi umanitaria che mai occhio umano abbia visto.

barbara

RICORDIAMOCI CHE I NOSTRI PADRI E NONNI SONO STATI MIGRANTI

Non esattamente: sono stati emigrati per l’Italia e immigrati per il Paese d’arrivo, non “migranti” in eterno stato di migrazione. A parte questo,

Facciamo l’esempio classico del Belgio:

  • esisteva un protocollo italo-belga per il trasferimento di lavoratori italiani in Belgio, in cambio di carbone (vedi Protocollo italo-belga in Wikipedia)
  • tra l’altro, tale accordo prevedeva l’invio di 50.000 unità lavorative in cambio di carbone, ma alla fine le reali forze inviate furono più di 63.800. La manodopera non doveva avere più di 35 anni e gli invii riguardavano 2.000 persone alla volta (per settimana).
  • qui entriamo in ricordi di famiglia (paesino del centro Italia) e di altre fonti del centro-nord (altopiano di Asiago e Piemonte -eh, sì, cari neoborbonici, pure là c’era la fame…-)
  • tutti concordano sui bandi affissi nei vari comuni, preselezione con visite mediche, piuttosto accurate, scarto di elementi politicamente, invio dei lavoratori con treni speciali
  • all’arrivo in Belgio, altra selezione con ulteriori visite mediche, e diversi rispediti direttamente alla provenienza, se non ritenuti idonei
  • il già citato accordo italo-belga prevedeva il pressochè certo invio alle miniere, per l’estrazione del carbone
  • coloro che, per claustrofobia o altri motivi non riuscivano a resistere in cunicoli, effettivamente più adatti ai topi che alle persone, venivano rimandati in Italia, dopo il corretto versamento di quanto spettante per il lavoro fino a quel momento svolto
  • non esistevano contributi a fondo perduto del governo belga, nè si permettevano bighelloni a spasso, senza che riuscissero a motivare il loro tempo libero ed le modalità del loro mantenimento in Belgio
  • gli Italiani erano considerati una fastidiosa necessità e non venivano minimamente integrati nella società belga; erano costretti alla vita in comune in baracche fornite dalle miniere, dato che affittare privatamente anche solo una stanza era praticamente impossibile, data la diffidenza
  • qualcosa cambiò, in effetti, dopo la tragedia di Marcinelle del 1956, quando l’opinione pubblica belga si rese conto della vita che avevano sino allora condotto gli ospiti stranieri, quasi indesiderati

Ecco i punti del protocollo, come riportati nella pagina Wikipedia suddetta:

Protocollo del 23 giugno 1946

La conferenza che ha riunito a Roma i delegati dei Governo italiano e dei Governo belga per trattare dei trasferimento di 50.000 lavoratori nelle miniere belghe, è giunta alle seguenti conclusioni:

  1. Il Governo italiano, nella convinzione che il buon esito dell’operazione possa stabilire rapporti sempre più cordiali con il Governo belga e dare la dimostrazione al mondo della volontà dell’Italia di contribuire alla ripresa economica dell’Europa, farà tutto il possibile per la riuscita dei piano in progetto. Esso provvederà a che si effettui sollecitamente e nelle migliori condizioni l’avviamento dei lavoratori fino alla località da stabilirsi di comune accordo in prossimità della frontiera italo-svizzera, dove a sua cura saranno istituiti gli uffici incaricati di effettuare le operazioni definitive di arruolamento.
  2. Il Governo belga mantiene integralmente i termini dell’ “accordo minatore-carbone” firmato precedentemente. Esso affretterà, per quanto è possibile, l’invio in Italia delle quantità di carbone previste dall’accordo.
  3. Il Governo belga curerà che le aziende carbonifere garantiscano ai lavoratori italiani convenienti alloggi in conformità delle prescrizioni dei l’art. 9 dei contratto tipo di lavoro; un vitto rispondente, per quanta possibile, alle loro abitudini alimentari nel quadro del razionamento belga; condizioni di lavoro, provvidenze sociali e salari sulle medesime basi di quelle stabilite per i minatori belgi.
  4. Con determinazione speciale, il governo belga acconsente a che siano corrisposti gli assegni familiari alle famiglie dei minatori italiani i cui figli risiedano fuori dei territorio belga. All’atto della loro assunzione i minatori italiani presenteranno all’azienda carbonifera a cui sono addetti un certificato ufficiale attestante lo stato esatto della loro famiglia. Tale certificato sarà rinnovato ogni tre mesi. I minatori italiani autorizzeranno le aziende carbonifere a versare al beneficiario residente in Italia l’importo degli assegni loro dovuti. Essi forniranno, a questo riguardo, per iscritto tutte le notizie necessarie. Ogni eventuale frode in materia di assegni familiari sarà punita in conformità alla legge belga.
  5. Il Governo italiano si adopererà a che gli aspiranti all’espatrio in qualità di minatori, siano, nel migliore modo, edotti di quanto li concerne attirando, in particolar modo, la loro attenzione sul fatto che essi saranno destinati ad un lavoro di profondità nelle miniere, per quale sono necessarie un’età relativamente ancor giovane (35 al massimo) e buono stato di salute.
  6. La durata del contratto è riportata a 12 mesi.
  7. Allo scopo di ridurre al minimo il trasferimento di valuta dall’Italia in Belgio, è reciprocamente stabilito un conto di compensazione per tramite di una banca italiana e di una banca belga, designate ciascuna dal rispettivo Governo. In conseguenza, tanto i versamenti effettuati dai lavoratori italiani a favore della loro famiglia, saranno fatti alla banca belga di cui sopra delle somme dovute al “Comptoir Belge des Charbons”. Sarà compito della banca italiana sia di ricevere dal proprio governo le somme dovute in pagamento dei prezzo dei carbone importato dal Belgio sia di versare alle famiglie dei minatori italiani le somme che sono loro dovute.
  8. Il governo belga accetta il principio della possibilità di ricuperare mediante ritenuta sui salari dei minatori le somme anticipate a questi ultimi in Italia per le loro spese di trasferimento in Belgio, a condizione, pero, che sia riconosciuta la priorità dei debiti, eventualmente contratti dall’operaio verso la direzione delle miniere, e a condizione altresì che gli operai autorizzino esplicitamente tali ritenute.
  9. In ciascuno dei cinque bacini carboniferi belgi il governo italiano delegherà una persona di fiducia, la cui retribuzione corrisponderà a quella di “un delegato all’ispezione delle miniere”. Queste spese saranno a carico della “Federazione delle Associazioni Carbonifere dei Belgio”. Detta persona di fiducia avrà per compito di vigilare tanto sulla buona condotta dei suoi compatrioti al lavoro, quanta sulla tutela dei loro interessi particolari. Essa renderà conta della propria attività al governo italiano quanta a quello belga.
  10. Su tutti i treni a carico completo, un interprete designato dal governo italiano accompagnerà i minatori dal luogo di partenza previsto di detti treni fino a Namur a spese della Federazione delle Associazioni Carbonifere Belghe, la quale assicurerà il ritorno di detto delegato in Italia e le spese per l’eventuale suo soggiorno in Belgio. L’interprete sarà sottoposto all’autorità del capo della missione belga che accompagna i treni.
  11. II Governo italiano farà tutto il possibile per inviare in Belgio 2.000 lavoratori la settimana.
  12. Il ministero italiano degli Affari Esteri, o per sua delega le questure, rilasceranno a ciascun minatore un passaporto individuale o un foglio di identificazione personale, munito della fotografia dei titolare. Questi documenti, salvo il caso di lievi condanne, non saranno rilasciati ai minatori che abbiano subito condanne iscritte al casellario giudiziario. Il Consolato dei Belgio a Roma, ad esclusione di ogni altro Consolato belga in Italia, riceverà le liste dei minatori e, previo esame, rilascerà i visti sui passaporti collettivi per ciascun convoglio. I passaporti e i visti avranno la validità di un anno. I convogli saranno formati nel luogo designato di comune accordo fra le autorità italiane e belghe. Per nessun motivo detto luogo potrà essere modificato senza previo accordo dei due governi. Nella stazione di partenza saranno apprestati locali ai fini di un’accurata visita medica di ciascun operaio, della firma dei suo contratto di lavoro e del controllo della polizia belga. Un servizio d’ordine organizzato nella stazione avrà il compito di impedire l’accesso al treno ad ogni persona che non abbia adempiuto a tutte le formalità sopra indicate. Nessuna autorità potrà modificare l’itinerario dei treni, ne fissare ore di partenza che non lascino il tempo sufficiente per i controlli e per la definizione dei contratti di arruolamento.

Fatto in duplice esemplare a Roma il 23 giugno 1946 (qui)

Ecco. La favoletta che dobbiamo accettare tutte le orde di clandestini che fanno irruzione in Italia senza documenti, che prendono possesso di vari territori, che spacciano, stuprano, oltre a quisquilie come pestare i controllori che pretendono il biglietto, raccontatevela tra di voi.

barbara