26 GENNAIO 2007 – OVVERO LELEGÌA

Quindici anni fa se ne andava, in questo giorno, Emanuele – Lele Luzzati. E lo voglio ricordare con un bel libro a lui dedicato dall’amica Adriana Ferrari, Lelegìa, appunto: un po’ biografia, un po’ narrazione  rievocazione ricordo nostalgia, un po’, anche, autobiografia, e un po’ elegia: l’elegia di Lele. E un po’ tanto tanto sorriso, a cui è dedicato il sottotitolo: il sorriso di Lele Luzzati,

così candido, così timido, così ingenuo, così disarmante. Così infinitamente dolce. Quelli narrati qui sono gli anni della frequentazione di Adriana col Maestro, dalla folgorazione di una trasmissione di Sorgente di vita fino all’ultima visita, una settimana prima della morte, all’ultima telefonata, due giorni prima che se ne andasse – forse, chissà, ucciso dal buio:

«Siamo al buio, devo tenere le luci accese, ci sono i ponteggi con gli operai che rifanno la facciata, e le persiane sono chiuse. Non posso aprirle.»
Aveva scrollato un po’ la testa, mestamente; Lele amava tanto la luce del sole.
[…]
«Mi hanno detto: Stia tranquillo, in tre mesi finiamo. Non capiscono che, alla mia età, tre mesi sono un tempo lunghissimo. Senza luce, non vivo».

Un piccolo grande atto d’amore nei confronti di un grande Artista, un grande Maestro, un grande Uomo, che lo fa conoscere meglio anche a noi.

Adriana Ferrari, Lelegìa, CTL (Livorno)

E un piccolo omaggio, al grande Emanuele Luzzati, anche da me.

barbara

LE MERDE

Il titolo non è mio: questa cosa mi è stata mandata da un’amica, che le ha dato questo titolo, e per pura pigrizia l’ho lasciato così com’è. Tengo tuttavia a precisare che lo ritengo un ingiustificato eufemismo.

E chissà poi se sarà davvero stata la bambina a dire questa mostruosità. E chissà, anche, se sarà una storia vera o l’abbia inventata per impartire la lezioncina “morale”

barbara

LA COSA DELLA PENSIONE

Mi auguro con tutto il cuore che sia un malaugurato refuso, e che venga al più presto corretto con diciotto miliardi di profondissime scuse. In caso contrario credo che la cosa si possa classificare come omicidio volontario premeditato, con l’aggravante della modalità efferata e l’ulteriore aggravante dei futili motivi. Peggio del canaro, che le modalità efferate le aveva, eccome se le aveva, ma i motivi erano tutt’altro che futili. Aggiungiamo che alla maggior parte di noi la pensione viene accreditata direttamente sul conto corrente, i soldi che ci servono li prendiamo al bancomat e i bonifici li facciamo online: quelli che la devono ritirare alla posta sono quei poveracci talmente poveracci da non avere neppure dieci euro per aprire un conto corrente, o talmente sprovveduti da non essere in grado di gestire questo genere di cose. Quindi al crimine di omicidio premeditato e alle due suddette aggravanti va aggiunta un’altra mezza dozzina di reati.

barbara

UN ALIBI A PROVA DI BOMBA

C’erano, ma non c’erano   

Purtroppo la pandemia ha precluso lo svolgimento dei Presepi viventi, alcuni dei quali davvero pregevoli, perché si allargavano oltre i confini della Natività, per ricomprendere tutta la società del tempo. Far rivivere il passato, quanto meno nei suoi momenti di pace, è sempre una stimolante avventura della mente. I rinvii a causa della diffusione del Covid avvengono ex abrupto, non sono prevedibili, come la maggior parte delle disavventure, e quindi rimangono nel web le date ed i programmi, che non sembrerebbero mutati rispetto al periodo in cui ne discorremmo. Fra siffatti testi, solo in uno sono menzionati gli ebrei, perché in tutti gli altri si discorre di suk arabo e di beduini, quindi, quando è nato Gesù gli ebrei non erano proprio presenti nella zona. Questo significa che, per accertare chi lo ha ucciso, gli ebrei hanno un alibi di ferro: non c’erano. Se molti princìpi possono essere abrogati, per eliminare quello di non contraddizione ci vuole ben altro e sostenere, al contempo, che gli ebrei c’erano ma non c’erano, è assai difficile. Comunque: auguri.
Emanuele Calò, giurista, 18 gennaio 2022, qui.

Secondo me questi ebrei lo fanno apposta a creare complicazioni per confondere la brava gente.

barbara

VOGLIO UNA BOMBA ATOMICA. SUBITO

La più grossa disponibile sul mercato.

Dpcm, alimentari e farmacie senza pass: controlli a campione anche nelle attività in cui non serve il certificato

Senza Green pass ci si potrà recare nelle attività essenziali solo per soddisfare le esigenze primarie. Intanto Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Sicilia e Lazio hanno già dati da zona arancione

Anche nelle attività essenziali dove si potrà accedere senza il Green pass verranno effettuati dei controlli a campione. Lo prevede la bozza del Dpcm. L’articolo è stato inserito per garantire che chi accede lo faccia solo per soddisfare le esigenze primarie. Ad esempio, chi va in questura può farlo senza il pass per presentare una denuncia ma non per rinnovare il passaporto e chi entra in un ipermercato non può acquistare beni non primari.

Cinque Regioni hanno dati da zona arancione

Con 5 Regioni che hanno già dati da zona arancione – Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Sicilia e Lazio – e altre due (Liguria e Marche) e la provincia di Trento ad un solo punto percentuale dal superamento della soglia critica nelle terapie intensive e nei reparti ordinari – il governo chiude il Dpcm con l’elenco dei servizi e delle attività essenziali per accedere alle quali non servirà il certificato verde.

Stretto di Messina, ok del governo ai traghetti con il pass base

E l’esecutivo potrebbe anticipare a questa settimana la semplificazione delle norme sulla gestione delle quarantena nelle scuole, intervenendo con una revisione delle attuali regole, mentre non impugnerà – lo ha garantito il ministro dei Trasporti, Enrico Giovannini – le ordinanze di Sicilia e Calabria in base alle quali si potranno prendere i traghetti che attraversano lo stretto di Messina con il pass base e non con quello rafforzato come previsto dalla legge per tutti i mezzi di trasporto.

Per comprare le sigarette servirà il Green pass

Nella bozza del Dpcm si ribadisce che “nell’attuale contesto emergenziale” le uniche attività esentate possono essere “solamente quelle di carattere alimentare e prima necessità, sanitario, veterinario, di giustizia e di sicurezza personale”. Un elenco che non si discosta da quello circolato nei giorni scorsi e dal quale viene confermata l’esclusione delle tabaccherie: per comprare le sigarette servirà il Green pass.

Senza pass negli alimentari e per beni di prima necessità

 Per soddisfare le “esigenze alimentari e di prima necessità” si potrà dunque accedere oltre che nei negozi di alimentari anche in quelli “non specializzati”, ma “con prevalenza di prodotti alimentari e bevande” come ipermercati, supermercati, discount, minimercati e altri esercizi di “alimentari vari”, mentre sono escluse le enoteche in cui è possibile anche bere e mangiare.

Non serve il certificato neanche per benzinai e farmacie

Consentito accedere senza il pass anche dai benzinai, nei negozi che vendono legna, pellet e ogni tipo di combustibile per uso domestico e per il riscaldamento, “esercizi specializzati e non in articoli igienico-sanitari”, farmacie, parafarmacie e altri articoli “specializzati per la vendita di articoli medicali, ortopedici e di ottica anche non soggetti a prescrizione medica”.

Accesso sempre consentito a strutture sanitarie e veterinarie

Quanto alle esigenze di salute, nella bozza si legge che “è sempre consentito l’accesso per l’approvvigionamento di farmaci e dispositivi medici e, comunque, alle strutture sanitarie e sociosanitarie nonché a quelle veterinarie per ogni finalità di prevenzione, diagnosi e cura”. Senza il pass si potrà andare inoltre negli uffici delle forze di polizia e in quelli delle polizie locali per “assicurare lo svolgimento delle attività istituzionali indifferibili”, “di prevenzione e repressione degli illeciti” nonché per denunciare un reato o chiedere un intervento a tutela dei minori.

In posta e in banca solo per riscuotere le pensioni

 Confermata, infine, anche la possibilità di entrare negli uffici postali e nelle banche ma solo per riscuotere “pensioni o emolumenti non soggetti ad obbligo di accredito”. (Qui)

No, non voglio caricarla su un aereo e poi sganciarla da qualche parte: voglio infilargliela nel culo e poi farla esplodere, così, per il gusto di vedere le scorregge a forma di funghetto.

barbara

PROVATE A IMMAGINARE

che un bel giorno io mi metta davanti a una telecamera per denunciare al mondo, con voce rotta dall’angoscia e occhi sbarrati dall’orrore, che ho fatto delle indagini sull’impasto del pane e ho scoperto che ci mettono dentro – tenetevi forte – il lievito! Che cosa pensereste? Che sono una burlona, suppongo, oltre che un’ottima attrice, oppure psicopatica con forte tendenza alla mitomania. E immaginate che qualche giorno dopo avere denunciato al mondo la presenza del lievito nell’impasto del pane io muoia  e l’intero mondo dei social si sollevi gridando all’assassinio per chiudermi la bocca, per impedirmi di rivelare al mondo la terribile verità che ho scoperto, quella verità che i poteri forti non vogliono che veniate a sapere: roba dell’altro mondo? Romanzo distopico? Fantasia malata? Niente di tutto questo: pura e semplice realtà quotidiana. Un giorno sì e l’altro pure c’è qualcuno che si mette davanti a una telecamera per denunciare al mondo, con voce rotta dall’angoscia e occhi sbarrati dall’orrore, che ha fatto delle indagini sui vaccini e ha scoperto che c’è dentro – tenetevi forte – il grafene! Ebbene sì, è la stessa identica cosa: il grafene nei vaccini è l’esatto omologo del lievito nel pane, altrettanto utile e altrettanto innocuo. L’unica differenza è che tutti sanno che cos’è il lievito mentre il grafene la stragrande maggioranza delle persone non solo non sa che cosa sia, ma non si prende neppure il disturbo di perdere dieci secondi per informarsi. E così, di computer in computer, di cellulare in cellulare, la leggenda nera del grafene si diffonde e semina il terrore, ho addirittura letto – tutto maiuscolo e grassettato e accompagnato da decine di punti esclamativi ed emoticon con diavoli e simboli dell’orrore, per non rischiare che a qualcuno possa sfuggire – che col grafene vi entra nel sangue Satana che poi vi ruba l’anima e voi non siete più creature umane bensì servi del demonio, alè. L’altra parola magica del vocabolario del terrore, è “nanoparticelle”, le terribili, famigerate, micidiali nanoparticelle, sparate anch’esse – sottovoce e in atteggiamento da carbonari (“un ricercatore ha scoperto che ci sono delle nanoparticelle, lo ha divulgato e adesso teme per la sua vita. Se dovessero trovarlo morto sapete qual è il vostro dovere”) – su tutti i social per terrorizzare tutti i babbei in circolazione e convincerli che vaccinarsi è pericolosissimo. Senza, beninteso, avere la più pallida idea di che cosa siano e come vengano utilizzate queste famigerate nanoparticelle. L’importante è sparare parole grosse che facciano impressione.

E adesso state a sentire questa, fresca fresca. In una clinica privata della città in cui vivo, non chiedono a nessuno né green pass, né tamponi, però alle persone che non conoscono chiedono se siano vaccinate; se non lo sono ovviamente le ricevono e le curano lo stesso, però prendono qualche precauzione in più. Qualche giorno fa arriva uno, che dice di essere vaccinato. Passa qualche giorno e uno dei medici della clinica, che lavora anche all’ospedale, se lo vede arrivare, malato di covid a uno stadio così avanzato da avere i polmoni praticamente distrutti. Naturalmente non era vero che era vaccinato, però lui era convinto di avere detto la verità: infatti si era fatto fare, da un medico di una città vicina, un vaccino omeopatico. Per la modesta cifra di 400 euro. Perché loro sono furbi, eh, mica come noi pecoroni che ci facciamo in(o)culare in massa.

E, a proposito: la donna di Sassari che non è stata ricevuta all’ospedale perché non aveva il tampone: ovviamente NON ha perso il bambino a causa del mancato accoglimento: se l’aborto è avvenuto pochissimi minuti dopo, quando ancora era nel parcheggio dell’ospedale, significa che quando è arrivata era già in corso. Chiarito questo, una donna incinta che si presenta all’ospedale con dolori e perdite è una persona bisognosa di soccorso immediato, e l’omissione di soccorso è un reato penale punibile con la reclusione: mi auguro che ciò avvenga, e in tempi rapidi.
Quanto agli sciacalli che ipotizzano, quando addirittura non si dichiarano certi, che la causa dell’aborto sia stato il vaccino: no, pezzi di merda, se fosse stata vaccinata avrebbe avuto il green pass e non le avrebbero chiesto il tampone. Ma voi proprio non vi smentite mai, eh?

barbara

SE PER ESEMPIO

Se per esempio sostituissimo davvero tutte le auto vere con le auto elettriche. Prima una riflessione di puro buon senso.

Fabrizio Santorsola

L’auto elettrica – la più grande truffa che il mondo abbia mai visto?
Qualcuno ci ha pensato?
“Se tutte le auto fossero elettriche… e dovessero restare bloccate in un ingorgo di tre ore nel freddo di una nevicata, le batterie si scaricherebbero tutte, completamente.
Perché nell’auto elettrica praticamente non c’è riscaldamento.
Ed essere bloccato in strada tutta la notte, senza batteria, senza riscaldamento, senza tergicristalli, senza radio, senza GPS per la batteria tutta scarica, non deve essere bello.
Puoi provare a chiamare il 911 e proteggere le donne e i bambini, ma non potranno venire ad aiutarti perché tutte le strade sono bloccate e probabilmente tutte le auto della polizia saranno elettriche.
E quando le strade sono bloccate da migliaia di auto scariche, nessuno potrà muoversi. Le batterie come potranno essere ricaricate in loco?
Lo stesso problema durante le vacanze estive con blocchi chilometrici.
Non ci sarebbe in coda la possibilità di tenere accesa l’aria condizionata in un’auto elettrica. Le tue batterie si scaricherebbero in un attimo.
Naturalmente nessun politico o giornalista ne parla, ma è questo che accadrà.
Testo da me liberamente tradotto, ripreso da Marian Alaksin (Repubblica Ceca)

Poi un articolo con un po’ di calcoli.

Giancarlo Lehner

A proposito della moda del green, qui e subito, una delle più strampalate mistificazioni della storia, cito i seguenti inoppugnabili dati dall’articolo di Dario Rivolta, uno studioso che ragiona e non vende fumo:
«Un parco eolico da 100 megawatt richiede trentamila tonnellate di minerali ferrosi, cinquantamila tonnellate di cemento e almeno novecento tonnellate di plastica e resina.
In un impianto solare della stessa potenza, il ferro e l’acciaio necessari sono tre volte tanto e solo il cemento sarà impiegato in quantità minore che nell’eolico.
Nel progetto lanciato dall’Ue la produzione di energia elettrica derivante da questi impianti dovrebbe passare dai 1500 gigawatt di oggi ad 8000 GW entro il 2030. Il calcolo dei materiali necessari che bisognerà estrarre dalla terra è presto fatto. E lo si dovrà fare con i vecchi metodi industriali.
Inoltre, molti dei componenti che dovranno essere utilizzati appartengono al gruppo di quei minerali che vanno sotto il nome di “terre rare”.
Alcune di loro portano nomi sconosciuti come i lantanidi, lo scambio, l’ittrio, l’eurobio, il lutezio ecc.
Di altri minerali abbiamo forse già sentito parlare:
niobio
tantalio
tungsteno
litio
tellurio
selenio
indio
gallio
Oltre a queste, per creare l’elettricità e stoccarla nelle batterie occorrono anche grandi quantità di cobalto, manganese, nickel, stagno, grafite, rame ecc.
Nella maggior parte dei casi, nonostante l’aggettivo (rare) attribuito ad alcune di queste materie, non si tratta di presenze scarse sul nostro pianeta ma sono minerali dispersi all’interno di rocce che devono essere estratte e lavorate.
Per ottenere un chilo di vanadio bisogna lavorare otto tonnellate di rocce; per un chilo di gallio ne occorrono cinquanta, mentre per ottenere il lutezio in eguale quantità bisogna raffinarne ben duecento tonnellate.
Tutte queste lavorazioni si fanno con l’impiego di grandi quantità di acqua e solventi.
La lavorazione necessaria è così deleteria per l’ambiente circostante che si spiega perché la maggior parte dei Paesi del mondo ha rinunciato ad estrarli, lasciando che sia la Cina ad occuparsi della produzione (e relativa fornitura) di almeno due terzi della domanda mondiale.
Un altro esempio: in una macchina a propulsione elettrica circa duecento chili di quanto pesa in totale sono indispensabili per il funzionamento della batteria e per la sua protezione.
Si tratta di un quantitativo corrispondente a sei volte quello presente nelle auto tradizionali.
Bisogna aggiungere che per la trasmissione dell’elettricità derivante dagli impianti solari, eolici e dall’idrogeno, le reti di distribuzione oggi esistenti saranno riutilizzabili solo in parte.
Serviranno enormi quantità extra di rame per gli elettrodotti e migliaia di tonnellate di acciaio per le nuove tubature necessarie al trasporto dell’idrogeno.
I prezzi schizzeranno alle stelle, causando una nuova e lunga inflazione anche su tutti i prodotti a valle.
Al nuovo ingente sfruttamento delle risorse naturali per procedere verso la “transizione verde” vanno aggiunte le conseguenze socio-economiche all’interno delle nostre società. L’Europa (così come- forse- gli Stati Uniti) si è data l’obiettivo di passare ai nuovi sistemi entro il 2030 e completare il processo entro il 2050, mentre la Cina ha dichiarato che raggiungerà il picco delle proprie emissioni di CO2 solo nel 2030 e raggiungerà l’obiettivo finale non prima del 2060. Per l’India il passaggio richiederà ancora più tempo.
È allora evidente che, negli anni che faranno la differenza, si creerà un divario crescente nei costi di produzione industriali tra i due mondi e certo non a vantaggio delle imprese europee. Con conseguenti crisi che colpiranno molti lavoratori e molte aziende.
Sotto l’aspetto politico va anche aggiunto che, pur riuscendo a liberarci dall’oligopolio dei produttori di gas e petrolio, ci metteremmo, noi europei, totalmente nelle mani dei nostri nuovi fornitori di minerali rari e materie prime.
Va aggiunto che gli utenti dovranno sostituire le loro caldaie per il riscaldamento, tuttora a gas o gasolio, con pompe di calore azionate dall’ energia elettrica da fonti rinnovabili.
Gli automobilisti dovranno rottamare i loro veicoli a benzina, a gasolio o ibridi per sostituirli con autovetture solo elettriche che però, con la tecnologia attuale, non consentiranno loro di andare da Milano a Roma senza fermarsi qualche ora per ricaricare le batterie».
L’imperialismo del regime comunista cinese evidentemente ha pagato e strapagato politici, scienziati (quelli non mercenari non vengono ascoltati) e addetti all’informazione, per montare la mitologia del green.

E tutto questo bordello sarebbe per fermare i “cambiamenti climatici” per via del fatto che ci sarebbe in atto una “emergenza climatica”. Siccome so che purtroppo c’è ancora in giro gente che crede a questa ridicola favola, ricordo che le cose che strilla istericamente la piccola analfabeta ritardata psicopatica mitomane allo scopo preciso di terrorizzare le masse (“voglio che siate terrorizzati” – e riuscendoci perfettamente), ossia che abbiamo ancora dieci anni prima che sia troppo tardi, come già è stato ripetutamente documentato in questo blog, venivano strillate anche dieci anni fa, e venti anni fa, e trenta anni fa, e quaranta anni fa, e cinquanta anni fa. E se i signori della dittatura del terrore climatico avessero ragione, ciò significherebbe che da quarant’anni il pianeta non esiste più  e noi siamo zombie vaganti nello spazio. Fermo restando che, se anche un’emergenza climatica ci fosse – ma non c’è – il solo pensare di poter intervenire sul clima sarebbe puro delirio di onnipotenza. E qualcuno farà bene a cominciare a ridimensionarsi.

barbara

REAZIONI AVVERSE E ALTRE STORIE*

Come già in altre occasioni mi è capitato di ricordare, nel mondo muoiono cento persone al minuto, quasi due persone ogni secondo: vecchi e giovani. Malati e sani. Vaccinati e non vaccinati. Che hanno o non hanno appena bevuto un caffè, sorseggiato un cognac, fumato una sigaretta, mangiato una fiorentina, scopato, nuotato, fatto una corsa, litigato con qualcuno, ascoltato il Largo di Händel, caricato una lavatrice, fatto una doccia, raccolto fiori in giardino, rifatto il letto, dormito, studiato, mandato una mail, vinto alla lotteria, perso alla lotteria, sbadigliato, sorriso, telefonato, fatto ginnastica, preso uno spavento, sceso una scala…
In questo momento un’infinità di persone stanno ossessivamente catalogando tutti coloro che dopo essersi vaccinati hanno avuto un malore, un infarto, una trombosi, un ictus, un aneurisma, un eritema, un mal di testa, un attacco di diarrea, freddo, stanchezza, un foruncolo sul naso, insomma un qualsiasi accidente (badando a non dimenticare i cucchiaini che si attaccano al braccio) intervenuto fra due secondi e due mesi dopo l’inoculazione del vaccino. Ora,  proviamo a immaginare che qualcuno si metta a raccogliere altrettanto ossessivamente dati su persone morte – e tralascio, per semplificare il compito ai volontari, tutti gli altri possibili accidenti minori. Minori della morte, voglio dire – da due secondi a due mesi dopo avere scopato: si accettano scommesse sui dati che ne risulterebbero. E magari proviamo a immaginare che man mano che raccolgono i dati si mettano a inondarne i social, fare migliaia di video accorati o disperati da far girare su whatsapp, facebook, twitter, instagram, siti, blog eccetera eccetera, e a strillare che i “giornaloni” non pubblicano quei dati perché non accettano “verità diverse” da quella ufficiale e non vogliono che voi ne veniate a conoscenza (salvo il fatto che, esattamente come il bicarbonato che cura il cancro ma la famigerata BigPharma non vuole che si sappia, ne sono a “conoscenza” miliardi di persone che continuano a farle girare per l’universo globo – ma chi sta a badare a queste quisquilie)… Ecco, immaginate…

NOTA: naturalmente sostituendo “scopare” con fumare una sigaretta, litigare, correre, prendere uno spavento o una qualsiasi delle attività o situazioni sopra elencate, il prodotto non cambia.

*Ognuno si senta libero di attribuire al termine “storie” il significato che preferisce.

barbara

I FIORI GIALLI

Aveva in mano dei nauseanti fiori gialli angoscianti. Non conosco il loro nome, chi diavolo lo sa? Ma sono sempre i primi a spuntare a Mosca. E questi fiori risaltavano decisamente sul suo soprabito nero primaverile. Aveva in mano fiori gialli! Un colore orribile. Dalla Tverskaja svoltò in un vicolo e si girò. Conosce la Tverskaja, no? Lungo la Tverskaja passeggiavano migliaia di persone, ma le garantisco che lei vide solo me e mi fissò, non preoccupata, ma addirittura dolente. Non mi colpì tanto la sua bellezza, quanto la straordinaria, e mai vista prima solitudine nei suoi occhi! Seguendo quel segnale giallo, anch’io svoltai nel vicolo e la seguii. Camminavamo silenziosamente lungo il vicolo triste e tortuoso, uno da un lato, una dall’altro. E per di più non c’era anima viva. Io ero in preda al tormento perché pensavo che fosse necessario parlarle, e avevo paura che, invece, non sarei stato capace di dire una sola parola e lei se ne sarebbe andata, e non l’avrei vista mai più. E invece, a un tratto, fu lei a parlare: «Le piacciono i miei fiori?». Ricordo distintamente il suono della sua voce, bassa, ma con bruschi picchi di tono, e, è sciocco, lo so, sembrava che un’eco risuonasse nel vicolo e urtasse il muro giallo e sporco. Passai in fretta dalla sua parte e, avvicinandomi a lei, risposi: «No». Mi guardò stupita, e, a un tratto, in modo del tutto inaspettato, sentii che da una vita amavo proprio quella donna! Che roba? Lei dirà che sono pazzo. – – Non dico niente, – esclamò Ivan, e aggiunse: – La prego, continui! L’ospite continuò.
– Sì, mi fissò stupita, e poi chiese: «Ma non le piacciono i fiori in generale?». Mi sembrò di percepire nella sua voce una certa ostilità. Le camminavo accanto, e cercavo di tenere il passo, e, con mio grande stupore, non mi sentivo in imbarazzo. «No, i fiori mi piacciono, ma questi no», dissi. «E quali le piacciono allora?». «Le rose». Avrei voluto rimangiarmi le parole perché lei con un sorriso contrariato gettò i suoi fiori nel rigagnolo. Li raccolsi, un po’ smarrito, e glieli porsi, ma lei, sorridendo, li respinse ancora e i fiori mi rimasero in mano. Proseguimmo così, in silenzio, per un po’, poi lei mi tolse i fiori di mano e li gettò sul selciato, e infilò sotto il mio braccio la mano coperta da un guanto nero svasato, e continuammo a camminare vicini. – E poi? – disse Ivan. – La prego, non tralasci niente! – – E poi? – l’ospite ripeté la domanda di Ivan. –
Quello che successe in seguito, lo può indovinare da solo –. L’ospite si asciugò una lacrima improvvisa con la manica destra, e proseguì: – L’amore ci balzò davanti come un assassino sbuca fuori da un vicolo, quasi uscisse dal centro della terra, e ci colpì nello stesso istante. Così colpisce un fulmine, un coltello a serramanico! Ma lei, in seguito, disse che non era proprio così, che ci amavamo da tanto tempo senza esserci mai incontrati, anche se lei viveva con un altro e io, allora… con quella, come si chiamava. –
[…]
Presi dal cassetto del tavolo le copie pesanti del romanzo, quaderni, appunti, e cominciai a bruciarli. Era difficile, la carta scritta non brucia volentieri. Spezzandomi le unghie strappavo i quaderni, li mettevo tra i pezzi di legno, e li scuotevo con l’attizzatoio. Ma vinceva la cenere e si spegnevano le fiamme.

Vale la pena, dopotutto, di rileggere un libro a mezzo secolo di distanza: mezzo secolo di acciacchi, ma anche di maturazione, e di studio, e di conoscenze per recuperare tutto ciò che al primo passaggio era rimasto indietro e poter finalmente dire, in piena coscienza: sì, è un capolavoro.

barbara