MA SI PUÒ VIVERE COSÌ?

Ho una zia in fin di vita, in provincia di Padova. Chiamo i carabinieri – visto che sono loro a punire gli sgarri alle norme stabilite dal boss, dovrebbero sapere quali siano esattamente le cose che si possono e quelle che non si possono fare – spiego la situazione e chiedo se la partecipazione a un funerale rientri fra i motivi riconosciuti validi per uscire dalla regione. Non lo sa, e mi dà il numero della prefettura, dove dovrebbero saperlo di sicuro. Chiamo, rispiego la situazione, ripropongo la domanda e lui mi dice che: oltre all’autocertificazione devo farmi mandare dall’agenzia di pompe funebri tramite PEC l’indicazione esatta, giorno e ora, di quando si terrà il funerale, nome e indirizzo della chiesa in cui si svolgerà e indirizzo del cimitero in cui verrà sepolta; copia del manifesto dei condoglianti in cui io compaia con nome e cognome e qualifica di nipote; devo andarci per la via più breve senza deviazioni; devo partire in un orario che mi consenta di arrivare giusto in tempo per il funerale e rientrare subito dopo, tranne il caso che si svolga nel tardo pomeriggio e non abbia modo di rientrare in nottata, nel qual caso mi è consentito pernottare in loco e ripartire la mattina successiva. Detto questo, mi ha avvertita che comunque, in caso di controllo, il controllante potrebbe decidere, in base ai propri criteri personali, che partecipare a un funerale non è una inderogabile necessità o che una zia non è una parente sufficientemente stretta da giustificare lo spostamento, e quindi multarmi.
Servono commenti?

barbara

QUANDO L’ARTE È PIÙ FORTE DELLA MALATTIA

Anche della più infame.

Marta C. González faceva parte del balletto di New York negli anni Sessanta
di Alessandro Vinci
Negli anni Sessanta la spagnola Marta C. González incantava le platee internazionali in qualità di prima ballerina del New York City Ballet. Affetta da Alzheimer, è morta il 9 novembre 2019. Per omaggiarne la memoria a un anno dalla scomparsa, domenica l’ente benefico Musica Para Despertar [musica per svegliarsi] ha condiviso un video che ha commosso i social. Registrato negli ultimi mesi di vita della donna, la ritrae seduta su una sedia a rotelle mentre ascolta un brano a lei familiare: «Il lago dei cigni» di Čajkovskij. Lo aveva infatti ballato ben 53 anni fa, nel 1967, all’apice della carriera. E come dimostra il filmato, nonostante la malattia ne ricordava perfettamente i passi. Tempo dunque di farle indossare le cuffie, ed ecco materializzarsi un piccolo grande prodigio: già dalle prime note si vede l’anziana muovere sinuosamente le mani, le braccia e il busto. La sua è un’interpretazione di rara intensità, inframmezzata proprio dalle immagini di allora. E sul volto traspare, oltre che una forte emozione, anche un temporaneo sollievo dalle sofferenze dell’età. Poi il meritatissimo applauso da parte dei presenti, gli operatori della casa di cura di Valencia dove l’ex ballerina viveva. «Questo mi emoziona», dice González al termine dell’esibizione. «È normale – le risponde un volontario di Musica Para Despertar, il cui scopo è proprio quello di aiutare i malati di Alzheimer a far riaffiorare i ricordi attraverso la musica –, ma sei stata tu a emozionare noi ballando così bene». Lei però non sembra convinta: «Bisognerebbe alzare le punte», afferma. Come accennato, il video è diventato presto virale su tutti i social network: da Facebook a Instagram, da Twitter a YouTube. Centinaia di migliaia le visualizzazioni, numerosissime anche condivisioni e retweet. «Lei è stata prima ballerina del New York City Ballet negli anni Sessanta – ha scritto l’associazione su YouTube –. Questo è uno dei momenti più emozionanti che abbiamo mai vissuto. Poter ascoltare questa immensa opera d’arte insieme a una persona che la ballò e per la quale fu una parte fondamentale della sua storia. Il potere della musica è incommensurabile. Grazie alla vita». A commentare il filmato anche Antonio Banderas, che su Facebook ha scritto: «La musica di Čajkovskij è riuscita a prendersi gioco dell’Alzheimer. È già passato un anno da questo. Ora la diffusione di queste immagini serva come meritato riconoscimento della sua arte e della sua passione». Emblematiche di quanto i ricordi più intensi possano radicarsi in profondità nell’animo umano, queste immagini sono la conferma di quella che sembra ormai un’evidenza scientifica: il fatto che l’Alzheimer tende ad aggredire meno, rispetto ad altre… ( Música para Despertar/YouTube / Corriere Tv ).

barbara

INSALATA DI CAZZATINE MISTE

Inizio con una straordinaria interpretazione teatrale, di un livello artistico quale sicuramente non avete ancora visto nella vostra vita (intendo il video sotto, naturalmente. La prima parte è incorporata e non so come si faccia a scorporarla).

Poi arriva un eccezionale esempio di informazione libera, onesta, e soprattutto veritiera.

E visto che la fine dell’anno si avvicina, vogliamo fare una piccola verifica delle previsioni oroscopare (word mi aveva separato “oro scopare”. Non che sia un’attività spiacevole, ma qui si sta parlando d’altro) di fine ’19?

Passiamo ai diritti umani: lo sapete qual è lo strumento più prezioso per favorire la parità fra uomo e donna?

Lo smartphone è il grande avanzamento verso l’uguaglianza tra uomini e donne. Anche gli uomini ora fanno la pipì seduti. (Rubata qui)

Naturalmente non può mancare un po’ di covid, a proposito del quale, dopo che ci hanno chiusi in casa per due mesi e dopo che, con la seconda ondata, hanno chiuso bar ristoranti teatri cinema palestre piscine per evitare che ci contagiamo, costringendoci di fatto a stare in casa perché fuori non c’è più alcun tipo di vita sociale, ossia la maggior parte delle motivazioni che inducono le persone a uscire (per non parlare di chi vorrebbe murare vivi i vecchi: qui, nei commenti, ma leggete anche il post, che contiene dati molto interessanti), dopo averci chiusi in casa, dicevo, ora ci viene saggiamente spiegato che è in casa che si annida il pericolo maggiore, mattètupenza. E veniamo informati che “dovremo entrare nelle case”. Ora, io non so chi sia questo “noi”, in ogni caso io sono armata, lo si sappia.

E sempre in tema di covid, dopo che ci è stato spiegato che naturalmente si sa benissimo che le mascherine all’aperto non servono assolutamente a nulla, ma dobbiamo ugualmente portarle perché rappresentano un segno, un segnale che dobbiamo stare in guardia, come quando la ferita non sanguina più ma teniamo il cerotto lo stesso per ricordarci che là sotto c’è una ferita fresca in modo da ricordarci di fare attenzione e non rischiare di sbattere in malo modo contro qualche oggetto, ne arriva un’altra. Il coprifuoco serve a ridurre il rischio di contagio? Ma certo che no! Chi mai potrebbe essere così scemo da pensare una simile idiozia? Quello, ci spiega l’immunologa Antonella Viola, serve per costringerci a cambiare il nostro modo di vivere, ad abituarci a fare delle rinunce, a tagliare il superfluo – e naturalmente saranno loro a decidere che cosa sia per noi il superfluo. La cosa più formidabile è l’invito a “dare un senso a questi sacrifici”, cioè quei sacrifici che, come ci ha appena spiegato, allo scopo di ridurre il contagio sono del tutto privi di senso. Poi di’ che 1984 è un libro di fantasia.

Per fortuna qualcuno capace di dire e fare le cose che hanno senso c’è ancora

così come c’è ancora qualcuno capace di gridare la propria rabbia contro le cose prive di senso e ricche di ingiustizia

E chiudo con questa piccola chicca.

E anche se Trump riuscirà a documentare tutti i brogli e a far ribaltare il presunto risultato gioiosamente stabilito dalla CNN e fatto proprio dal massmediume mondiale, e restasse quindi lui per i prossimi quattro anni, io ho idea che a ricevere il suo successore troveremo ancora lei, cappellino incluso.

barbara

OGGI CI DEDICHIAMO ALLA SCIENZA

Partiamo da quel gran genio del Crisanti, che straparla del vaccino Pfizer in fase ultimativa di sperimentazione senza averne capito un caprifoglio in salmì (non con tutti la menopausa è misericordiosa). Spieghiamogli dunque come funziona la faccenda visto che lui lo ignora.

Umberto Minopoli

Crisanti scambia il progresso, che accorcia i tempi nella preparazione di farmaci e vaccini, per un limite. Dire che per un vaccino occorrevano “prima”, tra i 5 e gli otto anni di preparazione e ora è servito solo 1 anno, è una sconcertante affermazione: reazionaria e “tecnicamente” infondata. Progresso in medicina significa dotazione di risorse, mezzi, personale per la ricerca medica. Che oggi sono enormemente più elevati del passato. Se “prima” occorrevano 5 anni per la scoperta di un farmaco o di un vaccino , oggi i tempi sono accorciati, in modo considerevole, dal progresso nelle tecnologie di indagine e ricerca, dal numero dei ricercatori dedicati, dai mezzi finanziari (investimenti privati e pubblici a disposizione). Le aziende private (Pfeizer, Moderna, Astra Zeneca e tante altre) che hanno lavorato ai vaccini sono una garanzia per chi conosce le procedure di validazione e certificazione delle scoperte su vaccini e farmaci. Loro fanno profitti soltanto se il vaccino o farmaco, su cui hanno investito, risulta efficace. Nessuna azienda può passare all’incasso sui suoi investimenti iniziali se il prodotto della ricerca- farmaco o vaccino- non supera la “fase due”, quella in cui si testano efficacia e controindicazioni. Solo se il prodotto dà confortanti risultati in questa seconda fase può poi godere del supporto finanziario pubblico. Infine la terza fase, il “test sulla popolazione” (volontari) e la verifica degli effetti collaterali. La dotazione di mezzi finanziari e di risorse tecniche, superiori al passato, è stata la novità di oggi. Ed è questo che ha permesso una, relativamente, rapida seconda fase. Ed ha permesso di passare, nel giro di un anno, alla 3 fase: confezionamento del vaccino e test su un campione di popolazione. A differenza di ciò che dicono gli scettici, non sono affatto brevi i tempi della 3 fase. Anzi. Le verifiche di efficacia andavano fatte subito. Nel pieno dell’epidemia. Conta di più un dato invece: il numero del campione e la sua rappresentatività. È il contrario delle bugie (e delle diffidenze) che si raccontano. Sinora si arrivava ad un campione di volontari compreso fra 10 mila e 30 mila persone. Oggi tutti i candidati vaccini contro il Covid registrano più di 40 mila persone sottoposte ai test e qualcuno sta raggiungendo i 60 mila. Mai successo. Infine, precisiamo circa la paura degli effetti collaterali. Anche qui, quanta ignoranza! Il vaccino anticovid è, naturalmente, un nuovo vaccino. Ma rientra in una famiglia di prodotti e di tecniche (uso dell’Rna messaggero o di vettori virali depotenziati o resi innocui) conosciute da tempo. Non siamo a tecniche da Frankstein. La tipologia di tali vaccini non ha mai mostrato particolari problemi di sicurezza. Gli effetti biologici di queste tecniche sono noti. E verificati. E se hanno collateralità la mostrano, esclusivamente, al momento della somministrazione. Cioè nella seconda e terza fase del trial. Che è stata effettuata per alcuni vaccini ed è in via di completamento per altri. Non servono anni per verificare effetti collaterali. Proprio perché il meccanismo cellulare di un vaccino è noto. Non parliamo di un effetto (quello di un vaccino sull’organismo) sconosciuto e misterioso. Ma ampiamente noto. Pochissimi vaccini, infine, nella storia della lotta alle epidemie sono stati volontari e non obbligatori. Quella della libertà di scelta, in un’epidemia in atto, è una stramberia populista. Crisanti, se le autorità farmaceutiche statali autorizzano il vaccino non potrà rifiutare di vaccinarsi. Se vorrà continuare a fare il medico. Non è la sua personale salute il problema. Il problema è l’immunità di gregge.

Piccola nota di colore: il capo dell’equipe medica di MODERNA è israeliano e si chiama TAL ZAKS.

Confesso, anch’io all’inizio ero piuttosto scettica proprio per il fatto dei tempi brevi, poi lui mi ha spiegato con pazienza perché lo scetticismo non ha ragione di essere. E mi ha anche spiegato perché, a differenza di me, è molto preoccupato per la seconda ondata e ritiene indispensabile il vaccino (“capiscimi, sono di Bergamo”). Ho già postato un importante articolo suo sul tema, qualche giorno fa, e oggi vi segnalo quest’altro.

Proseguo con l’ineffabile signora Sandra Zampa, sottosegretario (sì, con la “o”) alla Salute, di cui già avevamo apprezzato il pensare rigorosamente scientifico, che adesso ci spiega che per Natale se, e sottolineo se, la situazione risulterà molto migliorata, potremo sì pranzare insieme, ma solo con parenti di primo grado

Quindi niente fratelli, niente nonni, niente zii, niente nipoti, per non parlare – diocenescampieliberi – di cugini, e, suppongo, neanche i coniugi che sono congiunti (“affetti stabili” con cui nella prima ondata era consentito trombare ma adesso non più), ma non parenti.

Passo a Maria Rita Gismondo, quella del covid banale influenza, quella che attenzione attenzione, il vaccino ci rende OGM, vade retro Satana. Leggo adesso queste interessantissime note.

A febbraio, era una banale influenza per tutti: virologi da palcoscenico, direttori sanitari, lo stesso Cnr… Un mese dopo, l’aveva detto solo lei [che evidentemente non si è accorta che in quel mese era cambiato qualcosina]. L’hanno crocifissa e lei ricambia scrivendo un libro sull’infodemia. Maria Rita Gismondo, direttore del laboratorio Microbiologia clinica, virologia e bioemergenze del polo universitario L. Sacco di Milano, è l’autrice di “Ombre allo specchio – bioterrorismo, infodemia e il futuro dopo la crisi” edito da La nave di Teseo. [Mi pare giusto: quale cosa più urgente da fare, nel bel mezzo di una pandemia, dello scrivere un libro per vendicarsi dei propri critici?]

Ci riproviamo. Il Covid-19 è “poco più grave di un’influenza” – la frase scandalo – solo perché lei è una donna?

Guardi, non sono una femminista sfegatata, mio padre voleva un maschio e io sono venuta su testarda e ribelle, ma la domanda mi tocca sul vivo, lo ammetto. [Mi autorizzate a mandarla a cagare?]

Bene, adesso ci spiega, anche se con un ragionamento contorto assai, che vengono contati come morti tutti quelli che escono dalla terapia intensiva, sia che ne escano coi piedi in avanti, sia che vengano spostati ad altri reparti in quanto migliorati, ascoltare per credere:

Molto scientifiche anche le dichiarazioni del conticino nostro del 25 febbraio 2020

Poi abbiamo finalmente una ineccepibile e inconfutabile documentazione sulla vera nascita del virus

sul migliore metodo scientifico per garantire la distanza di sicurezza

sul metodo, rigorosamente scientifico, con cui vengono approntati i dicipiemme che governano la vita di 60 milioni di persone

e sul modo migliore per affrontare un’epidemia.

Concludo con un sano proposito, che condivido al 100%.

Marco Taradash

– Hai sentito?
– ?
– La Destra propone una limitazione agli spostamenti di chi ha più di 70 anni. L’idea è di Toti ed è stata condivisa da Fontana e Cirio
– Per il nostro bene?
– Certo
– Domani passo da te
– A fare?
– Andiamo a ritirare il porto d’armi
– Ok, ti aspetto alle 8.

E badate che ho cominciato a essere addestrata all’uso delle armi da quando avevo sette anni, quindi regolatevi.

barbara

E FINALMENTE IL REGNO TRUMPIANO DELL’OSCURITÀ E DELLA MENZOGNA È TRAMONTATO E D’ORA IN POI LUCE E VERITÀ REGNERANNO SOVRANE

No Trump, no fake news. La bolla degli editorialisti in festa (auguri)

I liberal esultano, il salotto di Twitter sarà libero dalle balle di The Donald e il mondo tornerà migliore. Ma Ted Cruz svela il bluff

«La fine del Regno dei tweet del terrore di Trump è vicina», «il suo mandato di troll in chief è giunto a una fine ignominiosa», «la bacchetta magica dei social media di Trump sarà presto impotente». Quel bufalaro armato di smartphone di Trump ha perso le elezioni, ma al New York Times gli editorialisti continuano a strepitare come in una puntata del Trono di Spade: non più per denunciare l’“insonnia” che li «affligge dalla notte maledetta in cui è stato eletto», bensì per celebrare la fine dell’era delle fake news e, va da sé, l’inizio del sonno dei giusti.

Gloria a Twitter nell’alto dei cieli, scrivono oggi, perché se in passato il presidente poteva impunemente twittare “una raffica di pazzie in MAIUSCOLO”, oggi quando digita bugie come «HO VINTO LE ELEZIONI» viene scrupolosamente “pecettato” dal social (un avviso mette in guardia gli utenti da affermazioni false e disinformazione); e pecetta, si sa, per chi vive e dorme su Twitter è sempre garanzia di verità.

LA PARTE GIUSTA DELLA STORIA, QUELLA DEI GIORNALISTI

Lode dunque al social network, che finalmente torna a sedere dalla parte giusta della storia, quella dei giornalisti democratici, proprio come ai tempi del grande piazzista di democrazia digitale Barack Obama. Dove non c’è posto per usurpatori e truffatori portati al potere da troll, hacker russi, cannibali digitali (tale era Zuckerberg prima di ravvedersi e filtrare annunci pubblicitari) pronti a colonizzare la piattaforma per ingannare il popolo bue; e così grazie a sua maestà il fact cheking il signor Trump che da un mese, qualunque cosa twitti, colleziona pecette («questa affermazione sulla frode elettorale è contestata», «fonti ufficiali hanno definito questa elezione in modo diverso» etc) finalmente “sparirà” insieme ai suoi amici mitomani. Proprio come una “hot app”, un video virale, un gattino.

IL FUNERALE DELLE FAKE NEWS

Naturalmente il fatto che Trump sia stato sconfitto, sì, ma con milioni di voti in più (tutti utenti trollati su twitter?); o che le elezioni che dovevano rappresentare «un referendum sull’era delle fake news» (copy Cnn) e il ripudio del “real is fake” trumpiano abbiamo tutt’altro che unito, bensì diviso, gli Stati Uniti d’America; o che la gente sia ancora più disposta a credere ai social network piuttosto che al New York Times o alla Bbc (che ancora diffonde video per spiegare come Trump abbia portato le fake news a diventare mainstream), tanto da richiedere pecettamenti vari, tutto questo non interroga la parte giusta della storia.

Qui si è voltata pagina, fatto il funerale alla post-verità, ristabilita una presunta verità perduta grazie alla molto democratica sorveglianza del linguaggio: «Senza prove Trump sostiene di essere vittima di una frode» ha scritto la Cnn in sovrimpressione alla diretta della conferenza stampa del presidente degli Stati Uniti, mentre Abc, Cbs e Nbc hanno interrotto il collegamento.

I TROLL RUSSI SÌ, I BROGLI ELETTORALI NO

Ai «capricci post elettorali» di Trump, «motivo di imbarazzo per tutto il paese», le «teorie del complotto che si spandono come odore marcio di palude» dedica anche una buona dose di sarcasmo il Washington Post, avvisando i lettori di non temere perché, per fortuna, la nazione non è “impotente” grazie ai «sistemi di monitoraggio messi in atto mesi fa da funzionari deputati a proteggere la nostra democrazia» e «l’integrità del voto». Lo stesso WP che per quattro anni ha spiegato l’elezione di Trump come la vittoria della campagna di disinformazione russa attuata sui principali social media.

Un’era lontana: oggi il paese non deve temere “nevrosi” da Trump grazie a solerti funzionari e pecette a guardia della democrazia americana. Il meccanismo è semplice: Trump è un bugiardo, uno spaccia fake news, quindi se Trump dice che esistono i brogli elettorali la verità è che non esistono. Lui non ha le prove, la democrazia ha i suoi sorveglianti.

LA DEMOCRAZIA SECONDO DORSEY, AD DI TWITTER

E che sorveglianza: interrogato martedì dalla commissione giudiziaria del Senato insieme a Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Facebook, Jack Dorsey, amministratore delegato di Twitter, ha dovuto rispondere a Ted Cruz in merito ai meccanismi di moderazione contenuti sulle propria piattaforma. Ecco un passaggio che vale la pena riprendere nei giorni del trionfo dell’era della verità perché c’è davvero tutto, ma proprio tutto:

Cruz: I brogli elettorali esistono?
Dorsey: Non ne sono certo.
Cruz: lei è un esperto di brogli elettorali?
Dorsey: No, non lo sono.
Cruz: Allora perché Twitter mette presunti avvertimenti su tutti i tweet che fanno riferimento a brogli elettorali?
Dorsey: Stiamo semplicemente invitando gli utenti a una conversazione più ampia, in modo che la gente abbia più informazioni.
Cruz: No, non è così. Avete pubblicato una pagina che dice che i brogli elettorali sono estremamente rari negli Stati Uniti. Questo non significa invitare a una conversazione più ampia ma prendere una posizione politica discutibile e lo fate in veste di editori. Avete il diritto di prendere una posizione politica, ma allora non potete fare finta di non essere editori e beneficiare della Sezione 230.
Dorsey: Quel link invita a una conversazione più ampia che stanno avendo i media e le persone di tutto il paese.
Cruz: Signor Dorsey, questa affermazione infrange le regole di Twitter? “Il voto per corrispondenza costituisce la causa principale di brogli elettorali”.
Dorsey: Penso che verrebbe segnalata in modo che gli utenti possano approfondire il tema.
Cruz: E questa affermazione? “I brogli elettorali sono possibili soprattutto laddove i candidati di organizzazioni terze e gli attivisti politici sono coinvolti nello scrutinio dei voti per corrispondenza”. Segnalerebbe un tweet del genere come potenzialmente ingannevole?
Dorsey: Non conosco i dettagli ma immagino che affermazioni del genere verrebbero segnalate invitando gli utenti ad approfondire il tema.
Cruz: Ha ragione, verrebbero segnalati perché avete fatto vostra la posizione politica che i brogli elettorali non esistono. Faccio notare che entrambe le affermazioni sono tratte dalla Commissione sulla Riforma elettorale federale Carter e Baker. Parliamo del presidente democratico Jimmy Carter e dell’allora segretario di Stato James Baker e la posizione di Twitter è essenzialmente che i brogli elettorali non esistono. È al corrente che solo due settimane fa in Texas a una donna sono stati imputati 134 capi d’accusa per frode elettorale?
Dorsey: Non ne sono a conoscenza.
Cruz: Se facessi un tweet che rimanda a quell’atto di accusa metterebbe un commento che dice che secondo il Partito Democrati adesso i brogli elettorali non esistono?
Dorsey: Non penso sia utile fare speculazioni. Ma non penso.
Cruz: Non pensa? Beh, lo vedremo, perché farò quel tweet e vedremo cosa succede.

Caterina Giojelli 20 novembre 2020, qui.

Ci è voluto molto perché almeno un po’ del marciume che ha tentato di sommergere Trump cominciasse a venire a galla, ma a volte – non sempre purtroppo, no, non sempre, ma almeno qualche volta sì – la tenacia premia. E ora godiamoci lo scambio completo col boss di twitter, degno dei migliori film

E già che ci siamo godiamoci anche quello col boss di FB

Qui l’originale, ancora più godibile, così i più pignoli e diffidenti potranno verificare l’esattezza della traduzione. E infine ancora due parole sulle infernali macchinette messe a punto allo scopo preciso di taroccare i voti.

Altre informazioni qui.

barbara

LE STORIE CHE I MEDIA NON VI RACCONTANO

Perché i cattivi devono essere cattivi a 360°, se no che razza di cattivi sarebbero?

Dopo la seconda guerra mondiale, un giovane rabbino sopravvissuto all’olocausto arrivò a New York. Conduceva il servizio di Shabbat nel garage sotterraneo dell’edificio in cui viveva. Molti altri sopravvissuti ed ebrei provenienti dall’Europa si erano trasferiti nello stesso edificio dove andavano ad assistere alle funzioni. Il loro Shabbat settimanale è cresciuto rapidamente.
Il rabbino ebbe un’idea. Si rivolse al proprietario dell’edificio. Il proprietario era un milionario. I suoi genitori erano tedeschi, l’Olocausto e la Seconda Guerra Mondiale erano ancora freschi nella mente delle persone.
Tuttavia, il rabbino chiese al proprietario di aiutarli a trovare un nuovo spazio più grande. Il proprietario accettò.
Donò un edificio al 723 di Avenue Z, che divenne il centro ebraico di Beach Haven ed è aperto ancora oggi. Il proprietario diede anche il proprio contributo finanziario per la costruzione di una sinagoga.
Nel 1956, quando fu posta la prima pietra della nuova sinagoga, alla cerimonia partecipò anche il proprietario.
Questo proprietario è diventato rapidamente un buon amico del rabbino. Avrebbe poi aiutato altri ebrei che avevano un disperato bisogno di assistenza e avrebbe fornito loro un’assistenza finanziaria estremamente generosa.
Il proprietario ha anche continuato a fornire assistenza finanziaria alla sinagoga nel corso degli anni.
Era un cristiano generoso e gentile e avrebbe instillato il suo rispetto per gli ebrei nel figlio di 14 anni, che era un ragazzo selvaggio e avventuroso.
Oggi, il figlio del rabbino ha ricordato vividamente di aver visto il figlio quattordicenne del proprietario raccogliere monete dalle lavatrici mentre lui ei suoi compagni ebrei recitavano le preghiere del mattino.
Il proprietario stava insegnando a suo figlio l’importanza della responsabilità.
Il nome del proprietario era Fred Trump.
E suo figlio di 14 anni era Donald Trump.
E come ricorda il figlio del rabbino, Donald ha imparato da suo padre ad essere un sostenitore di Israele e un generoso amico degli ebrei.
I rabbini hanno detto questo di Fred Trump in un recente articolo: “Il suo rispetto per mio padre era incredibile. Era una brava persona con un cuore generoso. Non ho dubbi che questo merito abbia aiutato Donald Trump, che è sempre stato molto rispettoso del proprio padre e gli ha obbedito in tutto.
(Fonte: http://juifs-celebres.fr/ )
(qui, traduzione mia).

Passo a un video, che difficilmente vi sarà capitato di vedere, che spiega perché i detentori del potere economico e politico (“establishment” per quelli studiati) e i loro sostenitori che rappresentano la quasi totalità del mondo dei mass media, dello spettacolo, della cosiddetta intellighenzia, ossia tutti coloro che orientano l’opinione pubblica, siano pronti a qualunque cosa (ripeto e sottolineo: qualunque cosa) pur di fermarlo.

Qualunque cosa, dicevo, come i tre attentati in poco più di un mese, di cui le veline di regime si guardano bene dal dare conto. Tre attentati alla vigilia delle elezioni. Perché, qualunque favola raccontino i sondaggi taroccati, LORO sanno perfettamente, e lo hanno sempre saputo, che la maggioranza degli americani è dalla sua parte e che avrebbe di conseguenza votato per lui, l’unico che si è occupato di loro, a partire dalle minoranze – fra quali non a caso il voto a suo favore è fortemente aumentato rispetto a quattro anni fa – con i fatti e non a parole vuote e vane.

Cronache dal mondo di Trump: un “tra le righe” inedito

“Quando sei capace, fingi di essere incapace. Quando sei attivo, fingi di essere passivo. Quando sei vicino, fingi di essere lontano. Quando sei lontano, fingi di essere vicino”

“La guerra si fonda sull’inganno”

da Sun Tzu, L’arte della guerra.

Ascoltando il discorso del Presidente Donald Trump, in occasione dell’aggiornamento sull’operazione Warp Speed, c’è stato un passaggio che ha fatto esultare i suoi detrattori perché, apparentemente, sembrava aprire all’ipotesi di una sua concessione della vittoria al candidato Sleepy Joe Biden, ed effettivamente ad un primo sguardo a molti è sembrato proprio così…
Prima di andare al cuore della questione, però, è necessario fare una premessa:
Alleghiamo il link e le coordinate del fulcro di tale discorso, senza tagli, affinché ciascuno di voi possa verificare la correttezza della traduzione.
È di fondamentale importanza considerare che Donald Trump stava leggendo un discorso scritto dai suoi esperti di comunicazione, non stava parlando a braccio… ogni parola è quindi calibrata al millesimo.
Bisogna attenersi ad una traduzione più letterale usando “chi lo sa” anziché del più elegante “chissà” per sottolineare uno dei tanti giochi di prestigio verbali messi in atto; appiattendoci invece su un italiano più raffinato si renderebbe meno evidente il senso del discorso, che è più netto in inglese.
Parleremo degli “Sleight of Mouth” o “giochi di prestigio verbale” usati anche in PNL, ogni illusione dialettica avrà quindi un comando nascosto ed un nome.
Il fulcro di tale discorso va dal minuto 14 e termina 30 secondi dopo: poche gocce di sangue fatte sgorgare ad arte su cui i mass media di tutto il mondo si sarebbero avventati ciecamente, senza rendersi conto che venivano, per l’ennesima volta, utilizzati per diffondere un messaggio molto diverso da quello che auspicavano.
Il discorso quindi sarebbe questo.

The Administration will not be going to a lockdown, hopefully whatever happens in the future, who knows which administration will be, I guess time will tell but I can tell you this Administration will not go to a lockdown, there won’t be necessity. The lockdowns cost lives and they cost a lot of problems, the cure cannot be, you’ve got to remember, cannot be worst the problem itself, as I’ve said many times.

tradotto

L’Amministrazione non arriverà ad un lockdown, si spera qualunque cosa accada in futuro, chi lo sa quale amministrazione ci sarà, credo che il tempo lo dirà ma posso affermare che questa Amministrazione non andrà a un lockdown, non ve ne sarà necessità, i lockdown costano vite e portano ad un sacco di problemi, la cura non può essere, dovete ricordarlo, non può essere peggiore del problema stesso, come ho detto molte volte.

La maggior parte di voi avrà letto esattamente ciò che si voleva le agenzie di stampa sentissero e, di conseguenza, diffondessero, ma non vi sono solo le agenzie di stampa a guardare, occorre considerare che vi sono attori che osservano ogni sillaba, ogni singola espressione del Presidente degli Stati Uniti: il messaggio è indirizzato a loro più che a noi.

Iniziamo quindi a fare un po’ di “magia” senza però cambiare assolutamente niente del discorso.

L’Amministrazione non arriverà ad un lockdown, si spera QUALUNQUE COSA ACCADA IN FUTURO, CHI LO SA QUALE AMMINISTRAZIONE CI SARÀ, credo che il tempo lo dirà MA POSSO DIRE CHE QUESTA AMMINISTRAZIONE non andrà ad un lockdown, non ve ne sarà necessità, i lockdown costano vite E PORTANO AD UN SACCO DI PROBLEMI, la cura non può essere, DOVETE RICORDARLO, non può essere peggiore del problema stesso come ho detto molte volte.

A ben guardare il discorso è strutturato su “anelli concentrici” o “nexted loop” di Ericksoniana memoria. Si racconta una storia ma, prima di finirla, se ne inserisce un’altra e, prima di finire quest’ultima, se ne inserisce un’altra ancora… la storia più rilevante è velata dalla storia precedentemente raccontata: in questo caso il lockdown

… i lockdown costano vite E PORTANO AD UN SACCO DI PROBLEMI

… Trump usa la parola lockdowns al plurale qui. Sottolinea il fatto che i lockdown costano vite e portano ad un sacco di problemi, quindi… si inserisce la storia più rilevante attraverso un cosiddetto “truismo” cioè, mentre si racconta qualcosa, si introduce un nuovo e più importante argomento attraverso la congiunzione “E”.

È importante inoltre sottolineare che, se Trump ha menzionato i problemi che portano i lockdown, lo fa a ragion veduta, per esperienza diretta; torniamo indietro con la memoria al 6 agosto, di fronte ad una folla di operai della Whirlpool a Clyde, nell’Ohio, (I) (II). Dopo tale discorso, Donald Trump ha subito  tre  attentati: il 10 agosto, c’è stata una sparatoria alla Casa Bianca che lo costrinse ad interrompere la conferenza stampa (III), il 16 agosto c’è stato un drone che ha cercato di colpire il suo aereo in fase di atterraggio (IV), infine a metà settembre c’è stato l’invio di un pacco contaminato con rìcina, una potente neurotossina (V) … (per chi inoltre volesse approfondire le implicazioni di tali eventi ne abbiamo già parlato in questo articolo) (VI)

… QUALUNQUE COSA ACCADA IN FUTURO, CHI LO SA QUALE AMMINISTRAZIONE CI SARÀ

Qui si usa un “presupposto logico“… al “qualunque cosa accada in futuro” viene legato un “chi lo sa” quale sarà la prossima amministrazione. Si usa infatti una “distorsione temporale doppia”, è una sorta di effetto-causa anziché di causa-effetto… “qualunque cosa accada in futuro” (futuro) “chi lo sa” – già – (presente) quale sarà l’amministrazione. Ovviamente “minus dixit quam voluit“, cioè, ha detto meno di quanto intendesse: Trump si riferisce ovviamente alla sua

… credo che il tempo lo dirà MA POSSO DIRE CHE QUESTA AMMINISTRAZIONE

Attraverso una congiunzione avversativa si nega ciò che si è appena affermato, infatti che senso avrebbe dire di credere che il tempo dirà quale sarà l’amministrazione che verrà?!? È ovvio infatti che, aspettando, si saprà chi governerà gli Stati Uniti. Ma questa costruzione serve a creare un “campo affermativo” in cui si lascia passare un messaggio ovvio, per affermare subito dopo che sarà proprio “QUESTA AMMINISTRAZIONE“.

Infine,

… la cura non può essere, DOVETE RICORDARLO, non può essere peggiore del problema stesso come ho detto molte.

Questo passaggio arriva subito dopo quel “i lockdown costano vite E PORTANO AD UN SACCO DI PROBLEMI” analizzato in precedenza… il “DOVETE RICORDARLO” starebbe a sottolineare l’importanza di quello che sta dicendo: sta parlando infatti della “cura“, intesa come “soluzione” alla pandemia di COVID-19 e si sta riferendo al fatto che i lockdown creano più problemi della pandemia stessa.

Nello stabilire però in cosa possa consistere questa “cura” peggiore del problema stesso, si entra nel campo delle suggestioni… personalmente vedo degli indizi nel cambio del colore di capelli del Presidente Trump e nelle quattro bandiere nazionali bordate di oro alle sue spalle. Su questo tipo di bandiere c’è tutta una letteratura che io tendo a sminuire, tali bandiere sono infatti bandiere dell’Ammiragliato, estese a contesti diversi (ai sensi del Decreto Esecutivo di Eisenhower n. 10834 del 1959). Tutt’al più sarebbero li a ribadire qualcosa del tipo “il Capitano della Nave sono io” e nient’altro. Dovremmo piuttosto concentrarci sul numero di quelle bandiere, lì potrebbe esserci infatti una risposta su quale potrebbe essere tale “cura” ma essendo una suggestione mi asterrò, per adesso, dall’esprimerla…

Mi basta infatti avervi fatto fare un piccolo viaggio in un mondo parallelo, che scorre appena sotto la superficie degli eventi, così come vengono generalmente raccontati. Un mondo raffinato, “tremendo” e geniale, il mondo del Presidente Donald Trump. (qui)

Come ha osservato l’amico Elio, “Bello, sembra come quando si studia la Torah”. In effetti questa analisi del detto e del suggerito e del quasi detto e del non detto ricorda da vicino l’esegesi biblica. Oltre a rivelare cose che sicuramente non trovano posto negli organi ufficiali del Pensiero Unico – chi mai aveva sentito parlare degli attentati? – e che rivestono, a mio avviso, una non trascurabile importanza.

barbara

LEZIONE DI LOGICA

Essendo uscita subito dopo aver fatto colazione, anche se molto tardi rispetto alla gente normale, e non potendo rientrare prima di sera, a metà giornata mi sono fermata alla gelateria. La quale non è un locale con sedie e tavolini: è uno spazio chiuso, gelataia dentro, clienti fuori, con una finestra attraverso la quale passano soldi, gelati e scontrini, una cosa così, per intenderci

– Buon giorno. Un cono picc
– No.
– No?
– Solo coppette: sono autorizzata solo all’asporto.

Perché, se prendo un cono cosa faccio, volo al di là della finestra tipo superman e me lo mangio seduta in braccio alla gelataia?

– Ok, una coppetta piccola, questo, questo e panna montata.

Ho sempre detestato il gelato in coppetta, perché per mangiarlo devo usare tutte e due le mani, perché il cono mi piace, e perché non mi piace incrementare il carico di spazzatura senza necessità. Ma a quanto pare non ho scelta. La gelataia prende la coppetta, ci mette dentro i due gusti, mette sopra la panna montata, infila dentro il cucchiaino di plastica (com’era quella storia della guerra totale contro la plastica?), io allungo la mano per prenderla ma lei non mi porge la coppetta: prende un sacchetto di carta, ci infila dentro la coppetta di gelato, lo chiude bene arricciando il bordo superiore e finalmente mi porge il sacchetto. Perché per essere “asportato”, e quindi venduto legittimamente senza rischiare contravvenzioni tali da azzerare, se non di più, l’intero guadagno della giornata, il prodotto deve essere incartato. Naturalmente appena avuto in mano il sacchetto l’ho riaperto e ho tirato fuori la coppetta, naturalmente nonostante tutta l’attenzione prodigata mi sono sporcata la mano, naturalmente subito dopo ho accartocciato il sacchetto e l’ho buttato nel raccoglitore di rifiuti lì accanto, naturalmente il sacchetto è caduto fuori ed è finito per terra perché il raccoglitore era già traboccante di tutti i sacchetti di tutti quelli che avevano preso il gelato prima di me. E naturalmente, dovendo contenere un prodotto alimentare, il sacchetto non poteva essere fatto di carta riciclata e io mi sono chiesta quanti alberi saranno finiti dentro quel raccoglitore e quanti ancora ne finiranno prima che questa follia si esaurisca.

Poi chiediamoci perché nella guerra fra il covid e lo stato italiano, il covid sta vincendo alla grande, e datene la colpa alla mancanza di senso di responsabilità degli italiani, alla nostra congenita incapacità di rispettare le regole, al nostro rifiuto di mantenere le distanze, a quello che solo in mezzo a una piazza deserta abbassa la mascherina. L’altro giorno ho chiesto al mio anestesista: ma tu pensi che ci sia qualcuno al mondo che si sia contagiato dando la mano o abbracciando un amico? Mi ha riso in faccia (lui, esattamente come me, gli amici li ha sempre abbracciati).
Qualche interessante riflessione qui, e una piccola ma significativa testimonianza in questo commento.
E per concludere, questa sconsolata constatazione

barbara

ED È ARRIVATA L’EPOCA DEI TRE PAPI

Il Natale del Conte-fice

Papa Conte I ha inviato un messaggio ai fedeli italiani sul Natale: «Considereremo la curva epidemiologica
che avremo a dicembre, ma il Natale non lo dobbiamo identificare solo con lo shopping, fare regali e dare un impulso all’economia. Natale, a prescindere dalla fede religiosa, è senz’altro anche un momento di raccoglimento spirituale». Poi ha aggiunto: «Il raccoglimento spirituale, farlo con tante persone non viene bene». Sua Contità ha espresso questo suo monito in occasione di “Futura: lavoro, ambiente, innovazione”, la tre giorni della Cgil.

Qualche riflessione. La prima. A Conte sta ormai stretto il ruolo di premier e punta al pontificato. L’onnipotenza manifestata in questi mesi di Covid da parte del governo a danno della vita dei cittadini non poteva che portarlo a varcare la soglia che divide gli affari temporali con quelli spirituali. In effetti ormai al di là delle Mura Leonine si fanno discorsi che potrebbero articolare benissimo dei capi di Stato laici e quindi, si sarà domandato il nostro premier, perché io, a rovescio, non posso pontificare?

La decenza è finita in lockdown anche lei. Davvero ormai possiamo parlare di religione di Stato con un presidente del Consiglio che somministra fervorini sul Natale e si sente in dovere di ammaestrare i fedeli cittadini su tematiche spirituali. Se c’è una laicizzazione e secolarizzazione della Chiesa a rovescio stiamo assistendo ad una spiritualizzazione e clericalizzazione dello Stato, anche perché il munus docendi è di recente un po’ vacante e quindi, forse, Conte ha pensato bene che poteva supplire egregiamente ad interim. Tra poco i Dpcm cambieranno nome e prenderanno quello di esortazioni apostoliche governative.

In secondo luogo il divorziato Conte non ci ha pensato due volte in primavera a chiudere le Chiese, ma ora, inaspettato, riemerge in lui un afflato spirituale potente che lo spinge a difendere il vero spirito del Natale dal montante consumismo. Lasciamo perdere i regali che ci distraggono dall’estatica contemplazione del Bambinello, ci suggerisce il Contefice. Oppure l’intento è un altro? Ahinoi è proprio un altro. È da Malox plus constatare che Conte usi strumentalmente la religione e il senso religioso per costringere gli italiani a celebrare il Natale in solitudine e per prepararli all’idea che vieterà loro di trovarsi con cugini, zii e nonni. È solo un evidente pretesto quello del richiamo ai valori spirituali, un irritabile trucchetto per far digerire la pillola amara: niente cenoni. Questo il regalo del governo per noi italiani avvolto nella carta di fasulla spiritualità di Stato.

In terzo luogo il Contefice offre indicazioni pastorali curiose. Il premier ci ricorda che il Natale non è solo fare regali – vaga avvertenza sul fatto che i negozi rimarranno chiusi anche a Natale? – bensì è anche «un momento di raccoglimento spirituale». Se è un momento spirituale è bene viverlo da soli. E dove sta scritto? Nel Vangelo all’opposto c’è scritto che davanti alla grotta si radunarono dei pastori a cui si aggiunsero molti angeli (cfr. Mt 2, 13) e infine i Re Magi. Un vero e proprio assembramento non autorizzato. Non si comprende davvero perché laddove c’è un momento spirituale, questo di necessità debba essere vissuto in splendida solitudine. Anche la celebrazione del matrimonio è un momento spirituale ma non per questo non si invitano parenti e amici per far festa. Papa Conte I ribadirebbe che così non dovrebbe essere e infatti ha limitato anche il numero di invitati ai matrimoni. Non c’è che dire: assai coerente.

In breve, il prossimo Natale sarà a numero chiuso. (qui)

Ho poi trovato questo video, che vuole essere uno “spiritoso” incoraggiamento a chiuderci in casa

con questo commento:

Alfredo Valente

Ogni volta che vi definite reclusi date una mano ai sovranisti e negazionisti del COVID19. Impariamo ad utilizzare il termine appropriato. Il recluso è colui che sta in carcere perché ha commesso un reato gravissimo…e non è il nostro caso.

Verissimo, non è il nostro caso: noi non abbiamo commesso alcun reato, quindi non siamo reclusi, siamo prigionieri di guerra. O, se preferite, sequestrati, come quelli delle Brigate Rosse o dell’anonima sequestri. Sempre comunque tenendo presente che esistono anche reclusi che stanno in carcere innocenti, o per errore giudiziario o perché si trovano a vivere in una dittatura in cui l’arbitrio regna sovrano. Interessante poi il motivo per cui non dobbiamo definirci reclusi: non perché sia lessicalmente sbagliato, non perché sia utile e quindi dobbiamo farlo con gioia e di propria spontanea volontà, no: è solo perché facendolo daremmo una mano ai sovranisti, incarnazione del male assoluto. Quanto poi a quell’infame “negazionisti”, ogni volta che qualcuno lo pronuncia invano dovrebbe ricevere novantacinque randellate sulle gengive: trenta perché la parola negazionista ha un suo ambito specifico; trenta perché nessuno si sogna di negare l’esistenza del virus e dell’epidemia, ma semplicemente si mette in discussione, con fondate ragioni, l’opportunità e l’utilità di queste misure prese cinofallicamente, e in più autocontraddicentisi: ci si avverte che gli effetti delle misure si vedranno dopo due settimane – evidentemente per evitare che qualcuno dopo tre giorni dica vedi, la curva non cala quindi non serve a niente – e dopo tre giorni viene imposta una nuova limitazione perché il provvedimento precedente non è stato sufficiente a far calare la curva (e chiudendo, oltretutto, tutti quegli spazi come teatri piscine palestre ristoranti, in cui in quattro mesi non si era registrato un solo contagio, la vedo dura far migliorare la situazione); trenta perché, anche a voler usare il termine fuori contesto, negazionista è chi nega una realtà documentata e inconfutabile: il genocidio ebraico, il genocidio armeno, il virus HIV come causa dell’AIDS. Chi mette in discussione le misure prese nei confronti del covid, chi mette in discussione l’emergenza climatica e, ancor di più, la causa antropica della presunta emergenza climatica, NON è un negazionista perché in tutto questo non c’è assolutamente niente di accertato, documentato, inconfutabile. E cinque di mancia perché siamo generosi.
E concludo con questo interessante commento che ho trovato qui:

wwayne ha detto:

Come avevo previsto, dopo la Francia anche tutti gli altri paesi europei si sono sentiti autorizzati a fare un secondo lockdown.
In Francia hanno chiuso tutto ma non le scuole: il suo ministro dell’Istruzione Jean-Michel Blanquer ha motivato la scelta sottolineando che le scuole sono al cuore della vita del Paese.
In Germania hanno chiuso tutto ma non le scuole: la Merkel ha motivato la scelta citando l’importanza suprema dell’educazione come diritto fondamentale.
In Inghilterra hanno chiuso tutto ma non le scuole: Boris Johnson ha motivato la scelta dicendo “Non possiamo permettere che questo virus danneggi il futuro dei nostri figli più di quanto non abbia già fatto”.
In Italia hanno chiuso tutto comprese le scuole superiori, nonostante Conte abbia pronunciato per mesi delle frasi identiche nella sostanza a quelle appena citate. Questa è la differenza tra chi alla scuola ci tiene davvero e chi ci tiene soltanto a parole.
Mi si potrebbe dire che noi non abbiamo dei trasporti pubblici come quelli degli altri paesi, e quindi da noi andare a scuola è più pericoloso. Ebbene, questo era un problema al quale si poteva pensare per tempo, ma si è scelto di non farlo: un po’ perché i numeri dei contagi estivi aveva illuso i nostri governanti che il problema si fosse risolto da solo, un po’ perché, come dicevo prima, la scuola e i problemi ad essa collegati non sono mai stati una reale priorità di questo governo.
Le dichiarazioni che ho riportato sono tratte da 
https://www.open.online/2020/11/01/coronavirus-francia-germania-lockdown-scuole/.

Già: parole parole parole… Parole sull’essere prontissimi, parole sulla bodenza di fuogo, parole sull’essere prontissimi in caso di seconda ondata, parole sulla scuola… Peccato che con le parole non si mangi. O meglio, lui ci mangia alla grande, ma i suoi sudditi no. E dunque, per concludere,

barbara

REPUBBLICANI NAZISTI?

Così vengono dipinti da chi detiene le chiavi della sedicente informazione, arrivando addirittura a togliere l’audio a un Presidente in carica. E cortina fumogena sui crimini della controparte.

Caccia ai sostenitori di Trump a Washington: decine di aggressioni, ma oscurate dai media mainstream

Le agenzie di stampa e i giornali parlano di “disordini”, restando sul generico, tra manifestanti pro-Trump e anti-Trump. Quello che è realmente accaduto nella serata e nella tarda notte tra sabato e domenica a Washington è provato dai numerosissimi video pubblicati in rete e reperibili con il minimo sforzo da chiunque (più avanti i link a quelli più significativi, da Twitter).
Sabato si è tenuta a Washington la Million MAGA March, una manifestazione a sostegno del presidente Trump. Il momento è delicato: il presidente contesta il risultato delle elezioni e i suoi sostenitori sono arrivati nella capitale al grido “Stop the Steal” per appoggiare la sua battaglia legale. Ma tutto si è svolto in modo totalmente pacifico. Nessuno ha infranto vetrine e saccheggiato negozi, nessuno ha dato fuoco ad auto o edifici, nessuno ha preso di mira gli agenti o i passanti. Slogan, canti, bandiere, inno americano. È proprio il caso di ricordarlo: nel 2017, il giorno dell’inaugurazione della presidenza Trump, le proteste a Washington si conclusero con un bilancio di 217 arresti e 100 mila dollari di danni. Ed era solo l’inizio della “Resistenza”, alimentata e organizzata dai Democratici, che oggi vorrebbero “curare” il Paese e lanciano appelli all’unità, a superare le divisioni.
È accaduto invece che al termine della manifestazione di sabato scorso, quando i partecipanti cominciavano a defluire, è partita una vera e propria caccia ai supporter di Trump da parte dei militanti di Antifa e Black Lives Matter.
Vigliaccamente, hanno aspettato che calasse il buio, che la manifestazione finisse e che famiglie e singoli fossero isolati per aggredirli, come mostrano molti video. Famiglie con bambini al seguito, coppiedonne, persone anziane (123), inseguiti, minacciati, spintonati, in qualche caso picchiati, presi di mira con lanci di liquidi e oggetti, uova, petardidi tutto. In questo, va riconosciuto, senza fare discriminazioni: circondate e aggredite anche famiglie di colore e miste con bambini piccoli, colpevoli di aver partecipato alla marcia a sostegno di Trump. “Black Lives Matter”, sempre che siano schierate dalla parte “giusta”.
È accaduto anche che un gruppo di Proud Boys, un’organizzazione di destra che sostiene Trump, abbia reagito, nella notte, quando già da diverse ore proseguivano le aggressioni, avendo la meglio su alcuni militanti di Antifa.
Da mesi, le rivolte di Antifa e BLM, che hanno messo a ferro e fuoco decine di città Usa, governate dai Democratici, ci vengono dipinte dai media come “prevalentemente pacifiche”. Così le definiva, con sprezzo del ridicolo, uno sfortunato inviato della Cnn mentre si vedevano alle sue spalle auto e negozi in fiamme. Ci sono voluti un paio di mesi prima che dai Democratici e dal candidato alla presidenza Biden arrivasse una condanna delle violenze, ma generica, da qualunque parte provengano, e solo dopo che New York Times e Washington Post avevano cominciato ad avvertire che il caos avrebbe potuto fargli perdere voti.
Per ora, nel momento in cui stiamo scrivendo, dal “presidente-eletto” che vuole “curare” l’America, unire il Paese, superare le divisioni, non è arrivata alcuna condanna, non genericamente della violenza, ma di queste violenze, delle violenze commesse sabato notte, nella capitale Washington, dai militanti della sinistra radicale ai danni dei sostenitori di Trump.
Federico Punzi, 15 Nov 2020, qui.

Ma tutto questo è storia vecchia, anzi antica.

L’egemonia Dem sui media. Non solo Trump: non c’è candidato o presidente Repubblicano che non sia stato demonizzato

Molti non ricordano (o fingono di non ricordare), ma noi sì: i media Usa (e non solo) hanno riservato il “trattamento-Trump” a tutti i candidati o presidenti Repubblicani, da Goldwater a Romney, passando per i Bush e McCain (oggi lodato da morto), massacrandoli con campagne di delegittimazione e fake news. Ma con Trump hanno fatto un passo in più: hanno vinto loro le elezioni…

Nelle elezioni presidenziali americane del 2020, due episodi, in particolare, hanno reso chiaro a tutti che il rapporto fra media e politica è cambiato in modo definitivo. Il primo episodio è stato durante la conferenza stampa in cui Trump, ancora presidente in carica, annunciava di non concedere la sconfitta e motivava la sua decisione con il sospetto di brogli elettorali a favore della parte avversa. La maggior parte delle televisioni nazionali presenti alla Casa Bianca, invece di trasmettere la diretta, l’hanno interrotta. Hanno staccato il microfono al presidente perché, a detta loro, stava affermando il falso. I media sono dunque andati oltre al loro compito di informatori e si sono erti al ruolo di giudici. Il secondo episodio, forse ancor più clamoroso, è stato l’annuncio del vincitore delle presidenziali, Joe Biden, quando lo spoglio delle schede è tuttora in corso e i ricorsi legali annunciati da Trump sono appena agli inizi. I media, in pratica, hanno annunciato il “loro” presidente, provocando una valanga di congratulazioni da tutto il mondo, indirizzati ad un capo di Stato che non è ancora tale.
La giustificazione di un atteggiamento così partigiano e poco professionale, che si è potuto vedere in diretta anche nel corso dei dibattiti televisivi (basti contare quante decine di volte il presidente in carica è stato interrotto dai moderatori), viene giustificato dai diretti interessati con argomentazioni che vanno dal romantico “dobbiamo resistere a un presidente nemico della libertà di stampa”, ad un deontologico “non possiamo permettere che vengano trasmesse informazioni false”. Affermazione, per altro, falsa: quando mai i media hanno deliberatamente censurato personaggi pubblici, anche quando mentivano clamorosamente, incluse le dichiarazioni di terroristi come Osama bin Laden, o Abu Bakhr al Baghdadi, o dittatori come la Guida Suprema Khamenei e Saddam Hussein? Ed è bene che sia così, perché, in ogni caso, il ruolo del giornalista è quello dell’informatore, non del giudice. In ogni caso, comunque, i media direttamente interessati alla demolizione di Trump hanno sempre portato la giustificazione che si tratti di un caso “straordinario”, di un presidente talmente fuori dalle righe da essere considerato una minaccia per la democrazia. Da qui, la loro tendenza a difendere la democrazia a costo di censurare un presidente democraticamente eletto. Trump è considerato diverso dai suoi predecessori, un caso unico che richiede misure speciali. Ma quali predecessori, non hanno richiesto misure altrettanto speciali da parte degli stessi media americani e dei loro predecessori?
Il grande problema ignorato, un “elefante nella stanza” come direbbero gli americani, non è questo o quel presidente, ma l’egemonia che i Democratici hanno conquistato nel mondo accademico e di conseguenza in quello mediatico. Questa egemonia risale almeno agli anni di Kennedy (1960-63) e da allora spara fango su ogni singolo presidente o candidato presidente repubblicano. I media hanno delegittimato Barry Goldwater, che avrebbe dovuto correre contro Kennedy e poi ha fatto invece campagna contro Johnson, a causa dell’omicidio del presidente a Dallas. Goldwater, laico e liberale, è tuttora ricordato come “razzista” e “guerrafondaio”, a causa della feroce campagna mediatica contro di lui. Non vinse le elezioni e si risparmiò quattro anni di gogna mediatica.
Questa invece toccò a Richard Nixon che divenne addirittura sinonimo della corruzione del potere. Nixon venne letteralmente linciato per una guerra (Vietnam) che non aveva iniziato, ma che, anzi, provò a portare a termine nel migliore dei modi con gli accordi di Parigi nel 1973. L’odio dei media nei suoi confronti era tale, che gli è stata anche tolta la Luna. Fateci caso: quando l’anno scorso è stato celebrato il 50° anniversario dell’allunaggio, è sempre stato nominato Kennedy (che lanciò il programma), ma mai Nixon (che lo portò a termine con successo nel suo primo anno di presidenza). I media fecero perdere la Casa Bianca a Nixon, nonostante la sua rielezione con due clamorosi scoop: i Pentagon Papers, cioè la diffusione di segreti militari sui bombardamenti in Cambogia e poi definitivamente con lo scandalo Watergate, lo spionaggio politico ai danni dei Democratici che portò all’impeachment.
Dopo Nixon, i media non riuscirono a detronizzare Reagan. Ma ci provarono in tutti i modi con la delegittimazione personale (“è solo un attore”, “è malato”, “è un fanatico religioso”), politica (“vuole la guerra nucleare”, “distruggerà il mondo”, “la sua è voodoo economics“, “è nemico dei poveri”) e giudiziaria (lo scandalo Iran-Contras). Nonostante i media, fu il presidente finora più amato dagli americani in tempi recenti, ma chiunque lo studi attraverso gli archivi dei quotidiani, lo crederebbe un mostro. Bush (padre), che pure era un moderato centrista, venne accusato di essere un falco imperialista, petroliere in conflitto di interessi, esponente del complesso militar-industriale.
Suo figlio, George W… non c’è neanche bisogno di parlarne. Nell’era di Internet ogni giorno, ogni ora, era un attacco continuo al presidente, calunniato, paragonato a una scimmia, accusato di essere un alcolizzato. Sono stati realizzati documentari, film, libri, contro la sua persona e la sua amministrazione. I suoi uomini, Cheney, Rumsfeld, Rove, paragonati a criminali nazisti. La corrente politica che lo sosteneva, almeno dal 2002, quella dei Neocon, è stata descritta come una cupola mafiosa-esoterica. Sulla sua amministrazione, i media hanno creato un’immagine da film horror, fatta di trame oscure, iniziazioni macabre, obiettivi deliranti. “Bush lies, people dies” (Bush mente, la gente muore) era il mantra ripetuto dopo ogni morto nella guerra in Iraq, dando per scontato avesse mentito deliberatamente sulle armi chimiche di Saddam per poterla lanciare. L’uragano Katrina che devastò New Orleans nel 2005? Colpa di Bush, non tanto per la gestione dei soccorsi (che comunque spettava a Kathleen B. Blanco governatrice, democratica, della Louisiana), quanto perché Bush non aveva aderito al protocollo di Kyoto sulla lotta al riscaldamento globale [La sinistra alleanza tra ecologisti ideologici e terzomondisti usa lo Tsunami]. Dando per scontato che, se non si impongono carbon tax ed energia rinnovabile, negli oceani si formeranno urgani sempre più potenti… Quando Bush se ne andò dopo un contestatissimo secondo mandato, l’odio dei media non si spense.
Anzi, iniziarono preventivamente a creare campagne di contro-informazione e vera disinformazione anche per i due candidati successivi: contro McCain e soprattutto contro la sua vice Sarah Palin, poi erano pronti già pronti a creare (anche con un film hollywoodiano rimasto nel cassetto) una mitologia negativa contro i mormoni e la destra religiosa, al momento della candidatura di Mitt Romney. Infine, hanno avuto modo di sfogarsi con Trump. Pensateci bene quando dite: “Trump è comunque indifendibile”. Chiunque viene massacrato, basta che non sia dalla parte “giusta”. Certo con Trump, i media hanno fatto un passo in più: hanno vinto loro le elezioni, un po’ come un arbitro che segna il gol della vittoria.
Stefano Magni, 16 Nov 2020, qui.

Come un arbitro che segna il gol della vittoria e oscura l’unica televisione che osa contestarlo.

barbara

STRAORDINARIA SCOPERTA IN CASA DI BARBARA

A quattro mesi scarsi dal mio settantesimo compleanno, ho scoperto che sono ancora capace di fare la candela. Che riesco a ciucciarmi l’alluce, invece, è cosa nota da sempre (e posso anche salire oltre, e posarmi il tallone sulla testa). Se lo sa la mia ortopedica, mi frusta a sangue. Io però alle sgridate di medici, infermieri, fisioterapisti rispondo regolarmente così: lei fa il medico/infermiere/fisioterapista da vent’anni? Trenta? Quaranta? Io è da settanta che faccio la paziente: il suo mestiere lo conosce lei, ma il mio corpo lo conosco io. E quindi procedo. Poi, volendo, ci sarebbero anche queste altre considerazioni, assolutamente sacrosante.

Filippo Facci

VIETATO VIVERE

Un mattino ti svegli e scopri che è vietato vivere, perché è così, è vero: «L’uomo moderno, in cambio di un po’ di sicurezza, ha rinunciato alla possibilità di essere felice» (Sigmund Freud) perché ormai ogni divieto sembra sacrosanto, ma poi diventa un insieme che diventa una galera, la nostra galera.
Lo sembra questa nostra vita in cui, appunto, un mattino ti svegli e scopri che a Roma e a Torino, siccome eravamo a corto di divieti, hanno deciso di bloccare le auto per via dello smog (sacrosanto, certo) e pazienza se salire su tram e metro diventerà una follia, fa niente se in pratica già non possiamo più uscire di casa e dobbiamo stare attenti pure a come ci stiamo, in casa, e a che cosa mangiamo, beviamo, fumiamo, diciamo, ascoltiamo, clicchiamo; fa niente se la capacità di imporre divieti è diventata la misura dell’amministrazione pubblica, fa niente.
Tanto ormai è tardi, viviamo come se vivere corrispondesse solo al rischio di morire, non ci siamo accorti che il bisogno di sicurezza genera sempre – sempre – anche delle forme di un autoritarismo e la tendenza a regolamentare ogni cosa.
Mentre un professorino di Foggia, ieri, spiegava che un Natale in solitudine è più spirituale (ma lo colpisse un fulmine, a Giuseppe Conte) abbiamo smesso di accettare che la prima causa di morte è la vita, che basta nascere per avere una probabilità su tre di avere un tumore (purtroppo è vero) mentre c’è una parte del mondo che non riesce a mangiare e c’è un’altra che non riesce a non farlo: e, in mezzo a tutto questo, non c’è nessuno che ammette che la prima causa di morte, nel Pianeta, sono l’alimentazione e la respirazione. Si muore perché si vive.
Così leggiamo libri e guardiamo programmi che parlano di cucina (che servono a ingrassare) e poi passiamo dal dietologo (perché dobbiamo dimagrire) e non passa giorno senza che un’alterata percezione del rischio venga trasformata in causa di morte da una politica medicalizzata (o sanità politicizzata, fate vobis) che ormai spadroneggia, e che tende a inglobare anche le dimensioni comportamentali dell’esistenza. Ormai il libero arbitrio viene visto come una minaccia da ridurre a malattia: ecco perché l’Organizzazione mondiale della sanità e cento altri organismi fanno campagne mediatiche e «scientifiche» su tutto, e decidono i prossimi nemici della nostra salute.
Ora c’è il coronavirus, certo. Ma sappiamo tutti che presto o tardi, per dire, negheranno la mutua agli obesi, metteranno etichette terrorizzanti per cibi e vini come per le sigarette, il peso dei bambini diverrà un voto sulla pagella (accade negli Usa) e ci saranno le chiese senza incenso passivo (accade in Canada) e saremo sempre più invasi da continue «valutazioni dei rischi» mentre pubblicheremo, sui nostri giornali, qualsiasi studio: anche se il giorno prima ce n’era un altro che diceva il contrario.
Ascolteremo qualsiasi medico o virologo o camice bianco come se l’idiozia non fosse equamente distribuita in tutte le categorie, e il nozionismo rendesse davvero più intelligenti. Il terrore di ammalarsi impera in una civiltà che tende a interpretare la natura umana solo in chiave biologica, e che ti spiega, persino, che i grandi uomini erano soprattutto dei grandi malati: depressi erano Ippocrate e Churchill e Montanelli, Leopardi aveva un problema di neurotrasmettitori, la sensibilità di Tchaikovskij era una somma di fobie omosessuali, Van Gogh del resto era epilettico, Paganini aveva la sindrome di Ehiers-Danlos, Rachmaninov quella di Marfan, e, peggio, la vicina di casa ha il coronavirus. E allora bisogna vietare. Giustamente.
Ma, a poco a poco, vietano tutto.
La vera minaccia alla nostra proviene da una declinazione distorta della libertà stessa: non abbiamo più margine individuale a fronte della proliferazione proprio dei diritti individuali: il diritto alla salute su tutto, ma questo dopo che un insieme di minoranze ha oppresso sempre nuove maggioranze per via dei diritti del cittadino, del consumatore, del bambino, dell’alunno, dell’anziano, del pedone, dell’automobilista, del ciclista, del turista, dello sportivo, del disabile, del militare, del teleutente, dell’ascoltatore, del lettore, dell’ambientalista, del cacciatore, di chi vuole essere armato e di chi esige che la gente sia disarmata, di chi vuole fumare e di chi non vuole il fumo altrui: sinché a un certo punto tutti i diritti hanno finito per elidersi a vicenda e il lockdown (mondiale?) da Coronavirus ci ha dato la mazzata finale.
Così resteremo a casa. Distanziati, se possibile. Senza troppi abbracci e smancerie contagiose. Anaffettivi.
Naturalmente senza fumare (perché il fumo passivo ammazza il figlio dell’inquilina del palazzo di fronte, e di recente hanno scritto che fa male anche ai cani) e bevendo acqua senza sodio (ma occhio all’arsenico e al cloro e ai solfati, oltre al celebre stronzio) ma senza prosciutto, salame, mortadella e bacon che sono pieni di grassi malsani e nitrati e nitriti (di cavallo?) e niente birra perché il luppolo fa male alla prostata, lo zucchero bianco è veleno al pari di burro, strutto, olio di palma e olio di colza, i sostituti dello zucchero fanno peggio, i biscotti contengono mediamente più grassi dei salumi, sul caffè e sui carboidrati si è letta ogni cosa, nel 2015 l’Organizzazione mondiale della sanità ha deciso che «la carne è cancerogena» (le salsicce sono accanto all’amianto nel gruppo 1, dove sono racchiusi gli agenti più pericolosi) come la Coca Cola e le bibite di ogni tipo, e i succhi, anche in versione dietetica, mentre la frutta alla fine contiene sempre tracce di pesticidi anche se hai lavato e sbucciato, e comunque fa ingrassare come quella secca, il gelato contiene additivi e coloranti e conservanti, in generale tutti i grassi causano malattie cardiache, il generale tutto il grano (non solo il glutine) contiene bromato di potassio, le merendine per bambini fanno ingrassare e danno squilibri ormonali, dei fritti neanche parliamo, il pesce assorbe le sostanze tossiche dei nostri mari, la pizza ha la farina 00 che ha troppo amido e amido e zuccheri e i bordi bruciati o carbonizzati che fanno venire i tumori, niente è peggio del sale che alza la pressione, forse solo il vino, almeno secondo il Chief Medical officer (2016) che ha stabilito che faccia male sempre, anche poco, e che ti abbassa l’aspettativa di vita. Ma chi la vuole, questa vita.
Chi la vuole, questa sanità che ingloba anche le dimensioni sociali e comportamentali, e dove qualsiasi coglione ti spiega che se ti ammali pesi economicamente sulla società.
Ridateci il compianto (davvero) e libertario Antonio Martino, ex ministro ed economista:
«L’impiego di argomentazioni scientifiche volte a distogliere la percezione del rischio, terrorizzare l’opinione pubblica e indurre le autorità politiche all’adozione di misure restrittive delle libertà individuali… rappresenta nient’altro, nella quasi totalità dei casi, che uno strumento nella lotta che gli statalisti di ultima generazione conducono ai danni delle nostre libertà».
Ridateci il Michele Ainis del 2004 col suo libro «Le libertà negate. Come gli italiani stanno perdendo i loro diritti», dove raccontava di uno Stato che, in fondo, ti chiede solo di rispettare delle regole: e fa niente se queste regole, lentamente, nel loro insieme, finiscono per imbrigliarci come le cordicelle che bloccavano Gulliver.
Ormai è vietato tutto. Fioccano le commissioni culturali e giornalistiche per edulcorare i testi che rischiano di offendere qualche sensibilità, fioccano le purghe del linguaggio, già vent’anni fa scrittori come Michel Houellebecq e Oriana Fallaci furono denunciati per aver istigato all’odio razziale, libri e film sono stati accusati a vario titolo di razzismo o pedofilia, parlare è diventata un’impresa (ne abbiamo scritto più volte) e attendiamo chiusi in casa, sfiduciosi, le prossime novità sul lockdown, sui nuovi divieti: non abbiamo mai avuto (mai, mai, neppure lontanamente) una classe politica così scandalosamente imbecille, proprio tarata mentale: ma c’è qualcosa che va oltre e, come si dice, ha piovuto sul bagnato. Un diluvio.
E ci sono tante persone normali, perbene, che sono diventate inconsapevoli fiancheggiatrici di un neosalutismo che ha i toni isterici e salvifici di chi non si limita a lottare contro un virus, come tanti che ce ne sono stati nella Storia: è anche piccolo traffico, piccolo commercio, sondaggino di opinione, esondazione ideologica, pubblicità progresso, fanatismo di chi stabilisce dall’alto il benessere di un popolo e rivitalizza il primato del collettivo sull’individuo, glorifica l’intervento statale, annuncia nuove ondate e nuovi lockdown, e intanto ci chiude in casa. Ma ne usciremo. Ne usciremo comunque.
(Libero, 14 novembre 2020)

Tornando a me, datemi il tempo di fare un po’ di esercizio, e vedrete che anch’io, fra un po’… (sì, sono tanto bruttini, ma guardate che roba ragazzi!)

barbara