IL SESSO PRESSO L’ISLAM

L’Imam Khomeini, sciita, aveva emesso una fatwa che rendeva lecito il godimento sessuale tra le cosce di una poppante. Era nel suo libro I mezzi della salvezza (Tahrir al-wasila), in risposta alla domanda 12 p. 216: «Non è consentito montare la moglie prima che abbia compiuto 9 anni, che la fornicazione sia completa o interrotta, mentre tutti gli altri piaceri come toccare con desiderio, l’intreccio, il godimento tra le cosce, tutti sono buoni, anche con una bambina all’età dell’allattamento.» … Questa fornicazione è presente anche nei libri degli stessi studiosi sunniti più rinomati. (qui, traduzione mia)

Tu chiamale se vuoi emozioni.

barbara

QUELLE DONNE LIBERE UMILIATE A COLONIA DAL FANATISMO

stupro Colonia
Articolo di Pierluigi Battista

Gli uomini che a Colonia si sono avventati come animali sulle donne in festa per il Capodanno volevano punire la libertà delle loro vittime. Hanno palpeggiato, molestato, umiliato, violentato, picchiato le donne che osavano andare da sole, che giravano libere di notte, che si abbigliavano senza rispetto per le ingiunzioni e i divieti consacrati dai padroni maschi. Consideravano prede da disprezzare e da percuotere le donne che facevano pubblicamente uso di una libertà che gli stupratori e gli energumeni di Colonia considerano inconcepibile, peccaminosa, simbolo di perversione, donne che studiano e lavorano. Che sposano chi desiderano e non il marito oppressore che la famiglia, la tradizione, il clan assegnano loro. Che non sono costrette a uscire solo in compagnia dell’uomo prevaricatore. Che bevono e mangiano in libertà, entrano nei locali, fanno l’amore quando scelgono di farlo, brindano a mezzanotte, indossano jeans e magliette, flirtano, fanno sport e si scoprono per praticarlo, hanno la sfrontatezza di festeggiare il Capodanno con i loro amici maschi.
Per chi considera la libertà delle donne un peccato da estirpare, le donne libere sono delle poco di buono da umiliare, da riempire di lividi sul seno e sulle cosce aspettandole all’uscita della metropolitana e con la polizia impotente e immobilizzata. Come si fa con gli esseri considerati inferiori. Come è accaduto a Colonia in una tragica e sconvolgente prima volta nella storia dell’Europa contemporanea in tempo di pace. È stato un rito di umiliazione organizzato, coordinato, diretto a colpire quello che oramai comunemente viene definito uno «stile di vita». Nonostante i retaggi del passato, nonostante le tenebre oscurantiste che ancora avvolgono come fumo di un passato ostinato le città e persino le famiglie dell’Europa figlia dell’Illuminismo, malgrado i branchi di lupi che infestano i nostri Paesi e fanno morire di paura le donne che si avventurano sole, le ragazze indifese di fronte al bullismo e al teppismo, malgrado tutto questo, la libertà della donna resta pur sempre un principio e una pratica di vita inimmaginabile in altri contesti culturali, in altri sistemi di valori. Ed è l’incompatibilità valoriale con questo spirito di libertà che le bande di Capodanno hanno voluto manifestare contro le donne che andavano a ballare, a bere, a baciare anche.
Non capire il senso di «prima volta» che gli agguati di Colonia portano con sé è un modo per restare ciechi, per non capire, per farsi imprigionare dalla paura e dall’afasia. Così come non abbiamo voluto vedere, abbiamo fatto finta di niente, siamo restati volontariamente ciechi quando al Cairo, nella leggendaria piazza Tahrir, la «primavera araba» diventò cupa e le donne a decine cominciarono in nome dell’Islam ad essere aggredite, molestate, violentate dai super-fanatici del fondamentalismo misogino. Ora dovremmo cercare di capire che nelle gesta di prevaricazione degli uomini che odiano le donne libere si riflette un gesto di aggressività valoriale di stampo irriducibilmente sessista e non lo sfogo barbarico di un primitivismo pulsionale. Un atto di sopraffazione culturale, non di ferocia animalesca e irriflessa.
Con tutte le cautele e il senso di responsabilità che si deve in questo genere di problemi, Colonia ha lo stesso significato di aggressione simbolica dell’irruzione fanatica nella redazione di Charlie Hebdo: lì veniva scatenata un’offensiva mortale contro la libertà d’espressione, considerata un peccato scaturito nel cuore del mondo infedele; qui contro la libertà della donna, la sua emancipazione impossibile e temuta in contesti culturali che danno legittimazione ideale e persino religiosa al predominio e alla sopraffazione del maschio. Certo, è diverso lo sterminio dei vignettisti dalle botte umilianti di Colonia. Ma c’è un comune sostrato punitivo, l’identificazione di un simbolo culturalmente indigeribile che stabilisce una distanza abissale tra uno «stile di vita» libero e una mentalità che bolla la libertà delle persone, uomini e donne allo stesso modo, come una turpitudine, un’offesa, un peccato, un oltraggio. Rubricare invece le violenze di Colonia come una delle tante, tristissime manifestazioni di aggressione contro le donne che infestano la vita delle città europee significa smarrirne la specificità, la novità, il senso stesso della sua dinamica. Significa non capire cosa ha mosso gli aggressori, il fatto che fossero centinaia e centinaia in un abuso di massa del corpo e della libertà delle donne come non si era mai visto. Loro, gli aggressori, possono dire che le donne colpite e umiliate «se la sono cercata» semplicemente perché hanno scelto un modo di vivere inammissibile e peccaminoso. A noi il compito di difenderlo, questo modo di vivere, e di considerare inviolabili le donne, e la loro libertà. [P.S.: visto che bei ragazzotti palestrati, questi poveri migranti in fuga da guerre fame e ogni sorta di orrori?]

Non solo Colonia in realtà, a quanto sta emergendo (chi non sa il francese lo metta in traduttore automatico, ma cercate di leggerlo; se proprio non volete leggerlo, andate almeno a vedere le foto in fondo all’articolo).
Una cosa, comunque, contesto a Battista: il titolo. Quelle donne non sono state aggredite e umiliate e violentate dal fanatismo: sono state aggredite e umiliate e violentate DAI FANATICI, persone con nome e cognome. Se perfino chi denuncia chiaramente ciò che sta accadendo mistifica le parole, non andremo molto lontano.
E qui un video relativo ai momenti che precedono l’assalto alle donne.

barbara

IO SINCERAMENTE

non so se mi venga più da vomitare o da prendere un kalashnikov e vuotare l’intero caricatore (anche se le due cose non devono necessariamente essere in alternativa, a dire la verità).
Succede dunque che un tizio va in un night, incontra una vecchia amica insieme a un’altra ragazza più giovane, se le porta a casa, si scopa consensualmente la più grande, mentre la più giovane, una ragazza di 18 anni, lo denuncia per stupro. Il tizio (si chiama Eshan Abdulaziz, di origine saudita: sarà un caso? È un milionario: sarà un caso?) cambia diverse versioni, l’ultima delle quali è che avendo bevuto un po’ troppo (“sono fragile”)
Eshan Abdulaziz
le è caduto sopra e le è entrato dentro per sbaglio. E la Corte, in 30 minuti, ha stabilito che sì, è proprio così che sono andate le cose, e lo ha assolto – e che nessuno osi insinuare che in questa assoluzione abbiano qualcosa a che fare i 20 minuti di colloquio privato fra l’imputato e il giudice.
(Poi, dopo avere vuotato il caricatore sul signor Eshan Abdulaziz e sui membri della Corte, ne metto su un altro e lo vuoto su tutti quelli che si sono divertiti a fare battute del cazzo su questa vicenda).

barbara

VOGLIAMO TUTTO E SUBITO

Quella che segue è una delle famose “Cartoline da Eurabia” di Ugo Volli, risalente a qualche anno fa, che in questo specifico momento ho ritenuto utile ripescare.

Non so a voi, ma a me resta sempre la curiosità di capire come sono finite le storie di cui i giornali danno notizia, magari con grande rilievo, e di cui poi tacciono. Che ne è stato della Cecenia? E’ davvero finita la guerriglia in Sri Lanka? La Georgia? Il conflitto fra presidente e primo ministro in Ucraina? Si è chiusa davvero la storia di Cogne, su cui i giornali hanno speso letteralmente migliaia di pagine? E dei pirati in Somalia, che ne è? L’influenza aviaria, crudelmente soppiantata da quella suina? Mah. Forse in realtà nulla termina mai…
Però ogni tanto qualche puntata successiva alla sparizione delle notizie si può trovare. Per esempio, la faccenda del giornale svedese “Aftonbladet”, di proprietà dei sindacati, quello per cui i soldati israeliani letteralmente strappano il cuore ai ragazzi palestinesi (ma anche a quelli algerini, abbiamo capito nel frattempo). Vi ricordate: di fronte all’orrida calunnia il governo israeliano aveva chiesto spiegazioni a quello svedese, che le aveva rifiutate, in nome della libertà di stampa. I più ottimisti fra noi avevano pensato: magari gli scandinavi, così equilibrati e virtuosi hanno ragione, non vogliono che il governo giudichi delle calunnie, ci sono i tribunali apposta. E infatti, qualcuno aveva presentato delle regolari querele ai tribunali svedesi. Be’ adesso gli ottimisti confidenti nella giustizia svedese hanno avuto la loro risposta. La fonte è l’agenzia AFP:
“Two complaints were filed with the Swedish Department of Justice over the Aftonbladet report, asking that it determine whether it was a case of racial provocation that violated Swedish law. [But] Sweden’s Chancellor of Justice Göran Lambertz decided that the article[…] did not violate Swedish law, and therefore, Aftonbladet will not face a legal probe over the article.” [Dopo che erano state presentate due querele contro il giornale “Aftonbladet” accusandolo di aver violato la legge svedese contro le provocazioni razziali, il Cancelliere di giustizia svedese Göran Lambertz ha deciso che l’articolo non violava la legge svedese e che pertanto il giornale non sarebbe stato indagato.” C’è un piccolo dettaglio significativo che ho lasciato per ultimo: il signor Lambertz non è un giudice indipendente ma “an official representing the Swedish government in legal affairs” il funzionario che rappresenta il governo svedese negli affari giudiziari. Per chi sogna la democrazia socialdemocratica nordica, ecco un piccolo bagno di realtà: le cause giudiziarie sensibili non vanno direttamente in tribunale, ma sono previamente scrutinate dal governo – un po’ peggio, sul piano formale, di quel che accadeva nella Russia di Stalin o nell’Italia di Mussolini.
Per chi crede invece nell’astuzia della storia di hegeliana memoria, ecco invece una consolazione. E’ un articolo dell’ “Avvenire” già pubblicato da IC, che vi riporto qui in parte, perché merita di essere meditato:

“«Vogliamo tutto e subito». In questo slogan si può riassumere la protesta che da alcune settimane si è scatenata in Svezia sotto forma di centinaia di auto incendiate, centri sociali devastati, agenti di polizia feriti e vigili del fuoco fatti segno di sassaiole violente durante l’opera di spegnimento. Autori delle violenze collettive sono i giovani immigrati – o figli di immigrati – che stanno trasformando le periferie delle maggiori città svedesi in campi di battaglia che ricordano i furiosi scontri nelle banlieue parigine. Ma chi sono, dunque, questi giovani e che cosa vogliono? La risposta è contenuta nella frase riportata all’inizio. Vogliono tutto, cioè ottenere gli stessi beni e privilegi di cui godono gli svedesi senza tener conto del fatto che case, automobili, imbarcazioni ed altri “status symbol” sono il frutto di intere vite di lavoro, talvolta nell’arco di più generazioni.
Difficile cercare motivazioni nei loro gesti. Basta interrogarli per capirlo. Alla domanda che cosa volete, rispondono: «Voglio guidare una Saab turbo ed abitare in una bella villa». Quasi tutti sono senza lavoro e difficilmente lo troveranno visto che hanno abbandonato la scuola dopo la quinta elementare. E se chiedete loro che cosa sanno fare, vi rispondono: «Sono un cannone ai videogiochi, a scuola invece non ci si divertiva». E questo è il guaio maggiore per questo gruppo di giovani che stenta ad orientarsi in una società altamente tecnologica. Sono pochi i giovani immigrati che finiscono la scuola dell’obbligo con una media che consenta loro di accedere al liceo. Non frequentano corsi di addestramento al lavoro e si rifiutano di lavorare da apprendisti. Ad un certo punto spariscono, ingoiati da quella malavita sommersa che fa di loro degli individui asociali a vita. Le “bande” che stanno mettendo a ferro e fuoco le città svedesi sono composte da giovani fra i 16 e i 23 anni. La loro ira si sfoga con aggressioni agli agenti di polizia, sia con pietre, sia con insulti feroci marcati di maschilismo islamico alla volta delle poliziotte che vengono chiamate «prostitute in divisa» e anche peggio. Ieri è stata data alle fiamme, a Helsingborg, una schiera di case, lasciando senza tetto quattordici famiglie. Eppure le famiglie di questi ragazzi vivono nei quartieri periferici di Stoccolma, Goteborg, Malmö, Uppsala che difficilmente si possono chiamare “ghetti” essendo formati da appartamenti moderni, dotati di ogni conforto. E i sussidi che questi individui ricevono sono pari alla paga media di un operaio. Ma loro vogliono ben altro. Vogliono tutto subito. E se non l’ottengono, appiccano il fuoco.”
Svezia 1
Svezia 2
Svezia 3
Svezia 4

Bene, questa è la Svezia razzista verso gli ebrei e ospitale verso gli islamici, quella per cui è lecito dire che gli israeliani rapiscono i palestinesi per strappar loro gli organi vitali, ma non si può ridere del Profeta. Chi è causa del suo mal…

Ugo Volli

PS: Ah sì, c’è un’altra ragione di consolazione. Davanti a un tribunale di Manhattan pende una causa per danni contro Aftonbladet per alcuni milioni di dollari. E’ vero che in America regna Hussein Obama, ma per fortuna non decide lui che cause si possano discutere in tribunale. E forse ci sarà una giustizia su questa storia. Se accadrà o se ci saranno nuove puntate, vi terrò informati.

Restando in Svezia, vi invito a riguardare (a guardare per gli amici di più recente data) questo post (il cannocchiale va e viene: se cliccando doveste trovare not found o qualcosa del genere, riprovate in un altro momento), e poi quest’altro più recente.
Perché riproporlo in questo momento? Perché un recentissimo articolo ci informa, tramite la testimonianza di Isabell Sittner, coordinatrice della politica di accoglienza per la Baviera, che la domanda più frequente che pongono gli immigrati è “Quando riceverò la mia casa e la mia auto?”, mentre in Carinzia hanno messo in atto uno sciopero della fame per ottenere un sussidio di 2000 euro al mese (qui). Le cose più o meno analoghe che succedono da noi le conosciamo già, quindi è inutile riparlarne. E non è certo di conforto constatare che il male è comune perché, ben lungi dall’essere mezzo gaudio è, al contrario, tragedia moltiplicata.

barbara

SEI UNA BAMBINA CRISTIANA SIRIANA?

E allora il tuo destino è questo:
bambina siriana
martirizzata, torturata, stuprata a morte, il viso sfigurato, ad opera della religione di pace (qui).
E poi guardati questa testimonianza di Hatun Dogan, suora ortodossa turca (qui).

Qui invece trovi un’agghiacciante documentazione della spietata pulizia etnica praticata in tutti i Paesi invasi dagli islamici a partire dal VII secolo.

barbara

LE BAMBINE SILENZIOSE

Silenziose prima, perché chiuse nell’appartamento del pedofilo che le ha rapite, e impossibilitate a comunicare col mondo mentre lui le stupra a turno, ripetutamente, e le terrorizza raccontando loro di un vicino tanto cattivo che sicuramente salterebbe loro addosso se tentassero di scappare, mentre lui è tanto buono, tanto gentile (“credete forse che un altro si prenderebbe la briga di usare il lubrificante?”)
E silenziose dopo, per il tremendo trauma subito, silenziose perché anche dagli psicologi che sono stati ingaggiati per aiutarle si sentono violentate in questa continua richiesta di parlare, di raccontare, di rivivere. Silenziose perché non tutto si può raccontare, non tutto si riesce a tirare fuori, non tutto si riesce a guardare in faccia. E silenziose anche fra di loro, ad un certo punto, perché la tragedia vissuta riesce, sia pure solo temporaneamente, a spezzare anche la loro meravigliosa amicizia, a guastare quella straordinaria complicità che aveva permesso loro di trovare la forza di resistere durante i terribili giorni del sequestro.
Questo, a differenza del precedente, non è un romanzo: è la storia vera di due bambine inglesi di dieci anni, rapite mentre stanno andando a scuola da uno dei tanti, troppi immondi esseri subumani che infestano il nostro pianeta. È la storia del loro mondo, delle loro famiglie, del loro rapimento, del difficile, dolorosissimo ritorno alla vita, della rottura, altrettanto dolorosa, del loro legame e del successivo riannodare i fili spezzati.
charlene e lisa
È una storia purtroppo simile a infinite altre – e tante altre storie si sono concluse con delle piccole bare bianche, o con una scomparsa senza ritorno. Si sta male, a leggere queste storie, eppure bisogna farlo, ché non si aggiunga, al loro silenzio innocente, anche il nostro silenzio colpevole e complice.
lebambinesilenziose
Charlene Lunnon – Lisa Hoodless, Le bambine silenziose, Newton Compton

barbara

AMABILI RESTI

Che poi, se vogliamo essere precisi, dovrebbe intitolarsi “Amabile resto” perché il resto in effetti è uno solo: un gomito, per la precisione, scappato fuori dal sacco del pedofilo assassino che l’aveva violentata, uccisa e poi fatta a pezzi, per meglio liberarsi delle ingombranti prove del delitto.
A raccontare la storia è Susie, la vittima: ci narra di come è stata intrappolata e tutto il resto, e poi continua a raccontarci quello che è successo dopo la sua morte, le reazioni dei suoi familiari, le indagini, che nonostante le prove che via via emergono non arrivano a incastrare l’assassino, la decisione del padre di farsi allora giustizia da solo. Parla anche di se stessa, del posto provvisorio in cui si trova, e dal quale, per il momento, può vedere ciò che accade sulla terra, e nel quale incontra anche tutte le altre vittime del suo assassino.
Potremmo aspettarci qualcosa di macabro, da una storia così, o di greve, e invece non lo è, neanche un po’. È una storia bella, avvincente, un po’ triste ma neanche poi tanto; ed è profonda indagine psicologica delle reazioni di persone normali di fronte a una vicenda che di normale non ha nulla, ed è descrizione e racconto di relazioni umane, di sentimenti, ed è anche un cercare di entrare nella mente dell’assassino – e questa è una cosa che Alice Sebold conosce bene, vittima, al tempo dell’università, di un brutale stupro. Che potrebbe sembrare un pleonasmo, perché come potrebbe mai uno stupro non essere brutale? E invece ci vuole, perché il suo è stato davvero uno stupro eccezionalmente brutale, al punto che il libro autobiografico in cui narra la vicenda si intitola Lucky, fortunata: fortunata ad essere uscita viva da una cosa come quella, come le dice anche l’agente di polizia che raccoglie la denuncia. E insomma è un libro bello, che si legge bene, che non crea incubi né crampi allo stomaco, e vale davvero la pena di leggerlo (ma la copertina dell’edizione italiana, lasciatemelo dire, è veramente orrenda).

Alice Sebold, Amabili resti, edizioni e/o
amabiliresti
barbara

CURA MIRACOLOSA CONTRO L’AIDS

30 ottobre 2013

Pakistan, violentata e sepolta viva
Ma la tredicenne riesce a liberarsi

Incredibile storia nella provincia del Punjab. La ragazzina era stata sotterrata dai suoi aggressori, che credevano di averla uccisa

09:45 – Una tredicenne pakistana, sepolta viva da due uomini che l’avevano rapita e violentata, è riuscita a liberarsi e a uscire dalla fossa in cui i due l’avevano lasciata credendola morta. La ragazzina è stata poi soccorsa da alcuni passanti, che l’hanno portata in un centro medico dove è stata curata. L’incredibile storia è accaduta nella provincia del Punjab.
La tredicenne era stata sequestrata mentre stava andando alle lezioni coraniche. Il padre, Siddique Mughal, aveva denunciato la scomparsa della figlia alla polizia che, come dice Outlook India, si era rifiutata di intervenire.
Gli aggressori avevano portato la piccola in un luogo isolato, dove avevano abusato di lei, e l’avevano poi sepolta credendola morta.
Successivamente, dopo il rifiuto della polizia locale di investigare sul caso, il capo dell’alta Corte del Lahore ha ordinato formalmente agli agenti di cercare e arrestare gli aggressori e di realizzare un report dettagliato su quanto accaduto. Ed è stata anche avviata un’inchiesta giudiziaria sulla vicenda.
In Pakistan la violenza sui minori è un problema molto grave: gli attivisti locali del gruppo Sahil dicono che è ancora radicata nella cultura del territorio la credenza che i rapporti sessuali con ragazze vergini possano guarire gli uomini malati di Hiv. E i dati sul fenomeno sono agghiaccianti: le statistiche dicono che le violenze sui minori sono cresciute da 668 nel 2002 a 2.788 nel 2012. D’altra parte, il responsabile del gruppo Sahil, Manizeh Bano, assicura che si tratta di numeri molto inferiori a quelli reali. (qui, e qui per chi conosce l’arabo la notizia originale con link al nypost)
13enne pakistana

Naturalmente tutti voi sapete che il burqa, il cui uso dilaga sempre più, anche in luoghi in cui fino a un paio di decenni fa non era pensabile neppure l’hijab (foulard che copre i capelli e il collo) ha la precisa funzione di proteggere le donne dalle aggressioni sessuali e dalle molestie: a chi mai verrebbe in mente di tentare un approccio con una donna di cui ignora l’aspetto e della cui morigeratezza, oltretutto, ha la prova evidente proprio nel fatto di indossare quella specie di tenda beduina?

barbara

LIBERTÀ DI STUPRO GARANTITA PER LEGGE

Lo stupro impunito del branco di Montalto:
“Io, stanca di combattere per avere giustizia”

MONTALTO DI CASTRO – Sei anni fa, esattamente in questi giorni, in questa stessa pineta che si affaccia sul mare e dove di notte nessuno sente e nessuno vede. Forse era già primavera, mentre oggi il cielo è incerto: la stuprarono in otto, per tre infinite ore, M. aveva 15 anni, gli altri, il branco, poco di più.
“Mi hanno preso la vita e rubato il futuro, ho sperato ogni giorno di avere giustizia, ma se avessi saputo che finiva così non li avrei mai denunciati. Ora sono stanca, non ho più la forza di combattere”, racconta oggi M. L’hanno chiamato lo “stupro di Montalto di Castro”, dal nome di quel paese tra Lazio e Toscana che ha continuato testardamente a difendere i suoi “bravi ragazzi”, che nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile del 2007 abusarono selvaggiamente di M., Maria, un nome che non è il suo ma le assomiglia. Oggi dopo sei anni e due processi, quella ferocia di gruppo è diventata il paradigma di quanto in Italia la violenza sessuale resti di fatto ancora impunita. E le vittime relegate nell’ombra di vite spezzate.
“Aveva la minigonna”, fu l’incredibile capo d’accusa del paese schierato in piazza davanti alle telecamere di Canale 5 per insultare Maria, che aveva la media del 9 a scuola, e quella sera di marzo aveva accettato dalla sua amica del cuore l’invito ad una festa in una discoteca di Montalto di Castro. Qualcuno poi l’aveva convinta ad uscire dal locale, per prendere un po’ d’aria nella pineta, gli altri erano sbucati dal buio.
Il resto è incubo, vergogna, paura, l’avevano lasciata lì pesta, sanguinante, con le calze rotte.
Per quindici giorni Maria si tiene il segreto, poi in lacrime racconta tutto al preside del liceo di Tarquinia che allora frequentava, e che l’aveva convocata per capire perché quell’allieva così brillante non facesse altro che piangere in classe. Sei anni e due processi dopo, nonostante la richiesta di 4 anni di carcere avanzata dal Pubblico ministero, e pur riconoscendo che il racconto di Maria è del tutto veritiero, il 26 marzo scorso il tribunale per i minori di Roma ha deciso per la seconda volta di affidare i colpevoli – alcuni lavorano, altri sono diventati padri, mai nessuno ha chiesto scusa a Maria – ai servizi sociali. Sospendendo così ancora una volta il processo.
E allora bisogna salire su una strada ripida alle porte di Tarquinia, trenta chilometri da Montalto di Castro, attraversare un ballatoio rigoglioso di fiori curati, e sedersi accanto ad Agata, la madre di Maria, 59 anni, quattro figli, Salvatore, Gianluca, Cinzia e Maria, gemelle, emigrata qui dalla Sicilia 23 anni fa, un marito camionista, lei stiratrice in lavanderia. E c’è tutto il dolore di una madre nei grandi occhi azzurri di Agata, un pudore violato, “per farla visitare la portai dalla ginecologa che l’aveva fatta nascere, ma alle cinque del mattino, per non incontrare nessuno”.
Nel salotto che odora di pulito, con le foto in cornice e i buoni mobili di famiglia, Agata racconta. “Quello che hanno fatto a Maria lo sento ogni giorno sulla mia pelle, sono ferite aperte, era poco più che una bambina, oggi vive quasi nascosta, a casa di un’amica dove fa la baby sitter, ha smesso di andare a scuola, è l’ombra della bella ragazza che era, ha paura del buio, da quella notte maledetta non ha mai più messo una gonna, e in tutti questi anni nessuno dei suoi aguzzini, o dei loro genitori, mi si è avvicinato per dirmi mi dispiace, mio figlio ha sbagliato. Anzi, durante le udienze i ragazzi ridevano”.
Ci avevano già provato i giudici, nel 2009, a recuperare gli otto del branco, alla fine rei confessi, difesi da buoni avvocati e con famiglie abbienti alle spalle. Addirittura il sindaco di Montalto di Castro, Salvatore Carai,
salvatore carai
ancora oggi iscritto al Pd, contro ogni procedura aveva prelevato dalle casse comunali 40mila euro per difendere i violentatori.
Una “messa in prova” fallita, durante la quale uno degli otto era stato addirittura arrestato per stalking contro la fidanzata, tanto che la Corte di Cassazione aveva revocato quel provvedimento, imponendo un nuovo processo di primo grado.
Continuerebbe a combattere Agata, vorrebbe impugnare quella “messa in prova” che non ha reso giustizia a sua figlia. Insieme a lei, da sempre, un’altra donna tenace, Daniela Bizzarri, ex consigliera delle Pari Opportunità di Viterbo. Una solidarietà che diventa amicizia. “L’affidamento ai servizi sociali di questi ragazzi, oggi tutti maggiorenni, si è già rivelato un fallimento la prima volta. Perché riproporlo e far passare il concetto che lo stupro è un delitto minore? Così passa il messaggio dell’impunità”.
E basta affacciarsi in uno dei tanti chioschi semiaperti sul litorale di Montalto, per capire perché Agata e Maria si sentano sole. “C’avete rotto i co…, è stata una ragazzata, e se l’hanno fatto vuol dire che lei li incoraggiava. Lasciateci vivere”. Agata liscia con gesto di sempre la tovaglia inamidata sul tavolo. “Quelli vanno in giro, sono liberi, li vedi nei bar, si sono sposati. Maria ha perso venti chili, è dovuta andare via, a lei chi restituirà il futuro? Per questo vorrei ancora avere giustizia”. Ma è Maria invece che come tante altre donne vittime di stupro, ha deciso di ritirarsi. Delusa. Stanca. “Non posso sostenere un nuovo processo – sussurra – ad ogni udienza sto male, vomito, ricominciare daccapo, vedere le loro facce… Li dovevano condannare, ma mi basta che i giudici mi abbiano creduto, che io sono una ragazza perbene. Ora cerco soltanto un po’ di pace”.

07 aprile 2013,  MARIA NOVELLA DE LUCA, qui

Come ho già avuto modo di dire in altra occasione, s’i fossi foco, garantito che l’eruzione del Vesuvio del 79 diventerebbe un giochino da bimbi dell’asilo. E per il sindaco, un bello spiedo arroventato. Sperando che abbia le emorroidi.
parte-lesa
barbara

DEDICATO A TUTTI GLI AYATOLLACCI

Voi, sì. Voi omuncoli che vi arrogate il nome di uomini. Voi che avete annientato la cultura di un’intera nazione. Voi che avete ucciso il diritto, assassinato la giustizia, devastato la società, cancellato l’umanità, annullato la pietà. Voi che avete fatto della tortura il più amato dei passatempi, tutti, senza eccezioni, anche quando vi presentate al mondo camuffati da riformisti e moderati
Khatami torture
Voi che ritenete legittimo stuprare bambine in età da asilo.

Voi che punite severamente chi si ribella alla vostra cultura di morte, perfino quando manifesta il proprio amore per la vita giocando con l’acqua. Voi. Io lo so che cosa vi muove. Io lo so perché fate tutto ciò che fate. Voi lo fate perché

Ma prima o poi, sappiatelo, sarà la vostra stessa merda a sommergervi e soffocarvi (e quando arriverà il momento, ricordate che una cosa abbiamo imparato bene da voi: non facciamo prigionieri).

barbara