IL COSIDDETTO CONSOLATO ITALIANO A GERUSALEMME

Lo scandalo del Consolato italiano a Gerusalemme

Vergognoso messaggio del nuovo Console Giuseppe Fedele “I principi del 2 Giugno per sostenere le istituzioni dell’Autorità palestinese”

L’Italia, così come il resto dei paesi dell’Unione Europea, non riconosce Gerusalemme come capitale d’Israele e notoriamente mantiene la sua Ambasciata in Israele a Tel Aviv. Ciò genera ovviamente delle situazioni paradossali. In primis, dal momento che il Presidente riceve gli accrediti dei diplomatici stranieri e risiede a Gerusalemme, per presentare le proprie credenziali, all’atto dell’assunzione del loro incarico, gli ambasciatori devono recarsi da Tel Aviv a Gerusalemme. Non solo. Le massime cariche della Repubblica sono sistematicamente venute a Gerusalemme, qui hanno avuto qui incontri con Presidenti e Premier ed hanno parlato alla Knesset. Tutto a Gerusalemme. Tutto ufficiale. Peccato che a pochi metri in linea d’aria dalla Residenza del Presidente d’Israele dove Inno di Mameli ed Hatikvà hanno più volte risuonato, il Consolato Generale d’Italia continui ad essere uno schiaffo in faccia ad ogni israeliano ed ogni ebreo.

Il Consolato – simbolo del non riconoscimento della sovranità israeliana – non dipende dall’Ambasciata e non è accreditato in Israele. Dipende direttamente dalla Farnesina. In effetti il Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme funziona come una vera e propria Ambasciata presso l’Autorità Palestinese. Spieghiamoci meglio: l’Italia non riconosce Israele a Gerusalemme (salvo doverci venire per incontrarne le cariche), tiene la sua Ambasciata in Israele a Tel Aviv, ma vi mantiene la sua Ambasciata presso i palestinesi. Non è una supposizione, è scritto nero su bianco sul sito ufficiale del Consolato.

Il Consolato Generale cura le relazioni che il Governo italiano intrattiene con le autorità palestinesi e che si sostanziano in rapporti politici, economici, culturali, di cooperazione allo sviluppo e di dialogo tra realtà locali e tra società civili.

È questo il primo scopo del Consolato. Solo dopo:

Il Consolato Generale assicura inoltre assistenza agli italiani a Gerusalemme, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza: dalla comunità israelitica italiana di Gerusalemme, ai connazionali impegnati in attività di cooperazione internazionale; dai numerosi religiosi di nazionalità italiana qui presenti, al personale italiano che opera presso missioni internazionali, oltre che a tutti i connazionali che si trovino a risiedere o anche solo di passaggio.

Da notare la dicitura comunità israelitica. Non israeliani.

Gli uffici sono dislocati in due sedi, situate rispettivamente a Gerusalemme ovest e a Gerusalemme est, dove si trova anche l’Ufficio dell’AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo).”

Da qui le continue vessazioni contro la popolazione ebraica che ha bisogno di servizi consolari. Dal celeberrimo codice Gerusalemme (ZZZ) che sui Passaporti Italiani cancella Israele, alle cartoline elettorali con dicitura Gerusalemme (Palestina), salvo poi nascondersi dietro “sviste dei Comuni di origine”.

Da pochi giorni è arrivato a Gerusalemme un nuovo Console Generale, Giuseppe Fedele che ieri ha diramato un messaggio in occasione della Festa della Repubblica. La rinascita del 2 Giugno – che ricordiamolo mette fine alla persecuzione degli ebrei italiani da parte del Governo Italiano – viene trasformata nel preambolo per il sostegno ai palestinesi. (continua)

Jonathan Pacifici, 2 Giugno 2020

Questo che segue è il messaggio integrale di quel signore, cortesemente inviato da Cecilia Nizza. Tutto ciò che troverete inserito nel testo, link, parole e immagini, rappresenta il mio personale commento.

Messaggio del Console Generale d’Italia a Gerusalemme, Giuseppe Fedele, in occasione della Festa della Repubblica Italiana – 2 giugno 2020

Cari Amici,

quest’anno, nel rispetto delle vittime della pandemia in Italia e nel mondo, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha deciso di evitare di celebrare con eventi sociali, tramite la sua rete diplomatica e consolare, la ricorrenza della Festa della Repubblica Italiana. Ma questa giornata costituisce comunque una doverosa occasione di riflessione e ricordo.

Dal presente momento di difficoltà il nostro Paese saprà riprendersi come ha già dimostrato di poter fare più volte in passato, a partire da quel fondamentale 2 giugno del 1946 che, con la definitiva scelta in favore della Repubblica, ha marcato anche il punto di partenza della rinascita dalla deriva totalitaria del ventennio fascista

ragazzo, il ventennio non è stato una “deriva” totalitaria – come quella che stiamo vivendo dall’inizio di marzo, tanto per intenderci – : quella è stata una dittatura. Ma capisco che non tutti sono all’altezza di comprendere certe finezze.

e dalle macerie della seconda guerra mondiale.

Questa rinascita non sarebbe potuta avvenire senza una collaborazione tra le diverse anime politiche e sociali del Paese, che scelsero di sedersi allo stesso tavolo per dar vita alla Costituzione. Questa e` da allora faro del nostro lavoro ed e` basata su principi più che mai attuali oggi, mentre ci risolleviamo insieme ai nostri partner del mondo dall’emergenza sanitaria: libertà,

Libertà?! Con sessanta milioni di persone agli arresti domiciliari? Col divieto di incontrare gli amici? Col controllo capillare di ogni movimento?

uguaglianza,

uguaglianza?! Con ottanta comunisti per metro quadro il 25 aprile senza alcuna sanzione, [NOTA: la foto precedente è stata sostituita in quando scattata in altra occasione, grazie alla segnalazione di “libberosthoughts”]
25 aprile 2020
con ottocento curiosi per metro quadro ammucchiati per la “liberazione” di “Aisha” senza alcuna sanzione
x Silvia 2
x Silvia 1
e un ristoratore sull’orlo del fallimento ogni quattro metri quadri tutti multati?
ristoratori
giustizia

giustizia?! Con persone multate per avere acquistato una bottiglia di vino? Per avere preso il sole in una spiaggia deserta? Per avere fatto una corsa nel parco?

e democrazia.

Con la Costituzione sospesa e il Parlamento esautorato sine die?

Si tratta degli stessi principi che guidano la presenza dell’Italia e dell’Unione Europea in quest’area. Continuiamo a sostenere le istituzioni dell’Autorità palestinese in vista della creazione di uno Stato palestinese indipendente e democratico, che viva in pace e sicurezza al fianco dello Stato di Israele,

Dalla Costituzione di Al-Fatah
Articolo (2) Il popolo palestinese ha un’identità indipendente. Essi sono l’unica autorità che decide il proprio destino e hanno completa sovranità su tutte le loro terre.
Articolo (3) La rivoluzione palestinese ha un ruolo guida nella liberazione della Palestina.
Articolo (4) La lotta palestinese è parte integrante della lotta mondiale contro il sionismo, colonialismo e imperialismo internazionale.
Articolo (5) La liberazione della Palestina è un obbligo nazionale che ha bisogno del supporto materiale e umano della Nazione Araba.
Articolo (6) Progetti, accordi e risoluzioni dell’Onu o di singoli soggetti che minino il diritto del popolo palestinese nella propria terra sono illegali e rifiutati.
Articolo (9) La liberazione della Palestina e la protezione dei suoi luoghi santi è un obbligo arabo religioso e umano.
Articolo (17) La rivoluzione armata pubblica è il metodo inevitabile per liberare la Palestina.
Articolo (19) La lotta armata è una strategia e non una tattica, e la rivoluzione armata del popolo arabo palestinese è un fattore decisivo nella lotta di liberazione e nello sradicamento dell’esistenza sionista, e la sua lotta non cesserà fino a quando lo stato sionista non sarà demolito e la Palestina completamente liberata. (Enfasi mia, qui, traduzione mia)

nell’ambito di una soluzione negoziata del conflitto che preservi lo status di Gerusalemme quale capitale condivisa dei due Stati.

Ragazzo, “preservare” significa conservare qualcosa nello stato in cui si trova. Ora, Gerusalemme è da oltre tremila anni la capitale indivisa di Israele, tranne i diciannove anni in cui è stata illegalmente occupata dalla Giordania. Capitale di uno “stato palestinese” non lo è stata mai, perché…

L’intera collaborazione dell’Italia con la Palestina – a tutti i livelli: politico,
stato-di-palestina
state-of-palestine
economico,
soldigaza
tunnel costo
culturale
libri palestinesi
– resta ispirata a questo obiettivo di fondo.

La relazione bilaterale tra Italia e Palestina è di lungo corso e si articola in una molteplicità di settori di collaborazione: agricoltura,
serretun
istruzione,
festa Gaza
ambiente,
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giustizia e diritti umani,
colab1    colab3
colab6
formazione dei diplomatici, protezione del patrimonio culturale
josephs-tomb
e training delle forze di sicurezza palestinesi, grazie alla professionalita’ messa a disposizione dall’Arma dei Carabinieri. E’ mio auspicio che questa ricchezza di rapporti possa essere presto sancita e ulteriormente intensificata grazie a un nuovo incontro ad alto livello tra i rispettivi Governi, non appena le condizioni lo consentiranno. Intanto, lo scorso dicembre, la terza riunione del Joint Business Forum italo-palestinese tenutasi a Ramallah ha consentito di approfondondire i rapporti economici e commerciali e la conoscenza reciproca tra i due sistemi imprenditoriali.

E ancora, resta intensa la collaborazione tra Italia e Palestina nei settori della cultura e della tutela del patrimonio, attraverso missioni archeologiche,

cioè collaborate anche alla sistematica distruzione di tutte le testimonianze ebraiche sotto il Monte del Tempio?

opere di restauro, formazione di esperti locali. Basti pensare all’intervento sulla Basilica della Nativita’ a Betlemme, patrimonio dell’umanita’ (L’ASSEDIO DELLA NATIVITÀ), o alle inziative in programma per celebrare Betlemme Capitale della cultura araba, al piu` tardi il prossimo anno.

Non si puo` poi omettere di ricordare il lavoro che AICS – Gerusalemme, insieme alle agenzie internazionali, alle nostre Organizzazioni della Societa` Civile e agli enti territoriali, svolge quotidianamente per migliorare le condizioni di vita della popolazione palestinese a cominciare dai settori della salute e delle politiche di genere, messi duramente alla prova dalla pandemia in corso.

Tengo inoltre a ricordare il nostro impegno per diffondere la lingua e la cultura italiana nella circoscrizione, anche grazie alla preziosa azione della Societa’ Dante Alighieri con i suoi Comitati di Gerusalemme e di Ramallah-Betlemme, e per fornire quanto più efficacemente possibile i consueti servizi alla Comunità italiana di Gerusalemme, della Cisgiordania

si chiama Giudea e Samaria, (in ebraico: יהודה ושומרון, Yehuda VeShomron, anche יוש Yosh o שי Shai; in arabo: اليهودية والسامرة, al-Yahudiyyah was-Sāmarah, quindi a chiamarla Cisgiordania o West Bank, oltre a violentare la storia, non fai neppure un favore agli arabi)

e della Striscia di Gaza, rappresentata dal Comites che ringrazio per la sempre fruttuosa collaborazione. Mi piace ricordare quanto questa Comunita` sia ricca, articolata e radicata: da quella israelitica

non sia mai che capiti per sbaglio di parlare di israeliani, e sempre meglio parlare di israeliti piuttosto che usare quell’orrenda parolaccia di ebrei

a quella palestinese, dai connazionali attivi nella cooperazione allo sviluppo al personale impegnato nelle Organizzazioni

come l’UNRWA che coi soldi delle nostre tasse arruola tra le sue file un immenso numero di terroristi palestinesi?

e missioni internazionali, fino ai religiosi, che da secoli svolgono un ruolo cruciale in Terra Santa. Superate le limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria, le porte del Consolato Generale tornano a essere aperte per tutti, per mettere insieme le formidabili energie della nostra collettività.

La ripresa dalla pandemia richiede collaborazione tra individui, tra comunita’ scientifiche, tra governi. Grazie alla solidarieta’ e ai valori dimostrati dai nostri connazionali, agli eroici sacrifici del personale sanitario, all’impegno di ricercatori e scienziati, alla generosa assistenza di partner vicini e lontani, l’Italia si sta rimettendo in piedi e mette a disposizione dei suoi amici l’esperienza che ha maturato.

Cioè l’esperienza dello stato che ha sospeso la Costituzione, esautorato il Parlamento, emanato decreti privi di alcun valore legale, messo in atto la segregazione più lunga e più feroce del mondo civile ottenendo in cambio la più alta concentrazione di morti? L’esperienza di mezzo migliaio di “esperti” che per mesi hanno parlato ognuno per conto proprio? L’esperienza di un governo che ha messo in ginocchio un’intera nazione e chissà se riusciremo mai a rimetterci in piedi? Questo vuoi mettere a disposizione, ragazzo? Ma fino a questo punto ti manca il senso del ridicolo?

Questo stesso spirito di collaborazione sara’ cruciale in Terra Santa, non solo per superare l’attuale crisi sanitaria, ma soprattutto affinche’ Israele e Palestina tornino al tavolo delle trattative per riprendere i negoziati di pace e raggiungere una soluzione giusta e duratura, in linea con le esigenze e le aspirazioni legittime di entrambi i popoli.

Aspirazioni legittime? Di entrambi i popoli? Ma davvero davvero?

L’augurio a tutti i cittadini italiani, e a tutti gli amici dell’Italia nel mondo, e’ quello di seguire l’esempio fornitoci nel 2 giugno di 74 anni fa e di fare tesoro degli insegnamenti che questa lunga lotta contro il virus ci sta lasciando. Dalle difficolta` puo` nascere piu` solidarieta`.

E se veramente hai visto in giro questo, hai davvero problemi grossi, ragazzo.

Buona Festa della Repubblica!

Buona festa a te caro, e che buon pro ti faccia.

barbara

E LA CINA DI OGGI?

Con le app anti-coronavirus, la repressione in Cina diventa preventiva

Grazie al “codice sanitario”, obbligatorio per tutti in Cina, il governo potrà impedire a chiunque di uscire di casa, prendere la metro, fare la spesa, andare in banca

Al supermercato a Wuhan si chiede ai clienti di verificare il codice sanitario dell’app prima di permettere l’ingresso. Dietro, il controllo della temperatura
Cina app 1
Un’occasione così il regime cinese non poteva lasciarsela scappare e infatti l’ha colta al volo. Grazie all’epidemia di coronavirus, con la scusa di combattere un’ondata di ritorno dei contagi, il governo ha imposto un nuovo e ulteriore strumento per la sorveglianza di massa della popolazione. Grazie alla tecnologia, agli smartphone e alle app ora in Cina la repressione potrà diventare addirittura preventiva.

IL CODICE SANITARIO TRAMITE WECHAT E ALIPAY

Il “sistema Qr code sanitario” è stato sperimentato a partire dall’11 febbraio nella città di Hangzhou, esteso inizialmente a tre province (Zhejiang, Sichuan e Hainan più la municipalità da 180 milioni di abitanti di Chongqing) e ora a tutto il paese. Il sistema è molto semplice e funziona attraverso le due app più popolari di tutta la Cina: WeChat e Alipay. La prima è l’equivalente di Whatsapp creata del gigante Tencent, ma molto più avanzata e con decine di funzionalità; la seconda è stata sviluppata da Alibaba, la compagnia di e-commerce più grande al mondo, e permette di pagare qualsiasi cosa in Cina.

Entrambe le app forniscono un codice sanitario: verde, giallo o rosso. Il primo stabilisce che sei sano, il secondo che potresti essere stato a contatto con un malato di coronavirus e che dovresti dunque restare in autoisolamento per sicurezza, mentre il terzo sancisce che sei malato e che devi restare in quarantena. Nessuno sa con quale criterio vengano assegnati i codici ogni giorno, ma il sistema chiede di inserire il numero della carta di identità, notizie sui sintomi come febbre o tosse, sulla propria cartella clinica (comprese le malattie passate), dettagli sugli spostamenti delle ultime due settimane e delle persone con cui si è venuto in contatto.

Un inserviente della metropolitana a Wuhan ricorda a tutti di indossare la mascherina e di scannerizzare il codice del vagone prima di scendere
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SENZA CODICE VERDE NON SI PUÒ FARE NULLA

A Wuhan, epicentro dell’epidemia, come anche a Pechino, Tianjin, Shanghai, Chongqing e tutte le città cinesi più importanti, un codice verde è indispensabile per salire sulla metro, prendere il treno o l’aereo, entrare in banca, al supermercato, nei bar, nei ristoranti, in ufficio, a scuola o addirittura per entrare in alcuni quartieri delle città. Chi ha un codice verde è libero, chi non ce l’ha, anche se non ritiene di essere malato o un pericolo per la salute altrui, non può fare letteralmente nulla.

Ancora non è chiaro a quali sanzioni va incontro chi viola il regolamento (uscendo ad esempio di casa con un codice rosso o giallo, oppure inserendo informazioni errate sul proprio stato di salute) ma le autorità hanno già annunciato che chiunque non rispetterà l’ordine delle app «sarà punito severamente». In particolare, il governo della provincia dell’Heilongjiang, nel nord-est del paese, ha dichiarato che chiunque violi le regole o fornisca informazioni sbagliate sarà «penalizzato in modo tale da subire un pesante impatto nella vita personale e lavorativa futura».

900 MILIONI DI CINESI CONTROLLATI DAL CODICE

Uno dei metodi per punire le persone potrebbe essere quello di abbassare il punteggio personale attraverso il “sistema di informazione sulla reputazione personale”, il più colossale tentativo mai messo in atto da un governo per controllare, valutare e sanzionare di conseguenza il comportamento dei cittadini e delle imprese. Attraverso le telecamere e il riconoscimento facciale, infatti, ogni comportamento illecito (dal passaggio con il rosso a un ritardo nel pagamento del mutuo), viene segnato e conteggiato. Chi ha un punteggio basso non può più comprare biglietti del treno e dell’aereo, accendere mutui, aprire un conto in banca o accedere a lavori statali. Nel 2018 a 17,46 milioni di cinesi giudicati «inaffidabili» è stato impedito di acquistare biglietti aerei, mentre a 5,47 milioni di prendere il treno ad alta velocità. Inoltre, 3,59 milioni di imprese non hanno potuto candidarsi per appalti o chiedere credito alle banche.

Secondo i dati rilasciati da Tencent, già 900 milioni di cinesi hanno attivato la funzione del codice sanitario su WeChat, Alibaba invece non ha ancora diffuso i dati. Nelle ultime settimane, l’utilizzo dell’app è stato integrato rispetto all’inizio: a Wuhan, ad esempio, prima di salire sulla metro bisogna scannerizzare il codice del vagone. In questo modo, se mai uno di quelli che è salito avrà un codice rosso, anche tutte le persone che alla stessa ora hanno scannerizzato lo stesso codice si ritroveranno perlomeno un codice giallo e non potranno uscire di casa. Senza neanche sapere perché.

Un cartello spiega come funziona il nuovo sistema digitale all’entrata della metropolitana di Wuhan
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LA REPRESSIONE DIVENTA PREVENTIVA

Su internet negli ultimi giorni si sono moltiplicate le lamentele di persone che sostengono di aver ricevuto un codice giallo o rosso senza motivo, per errore. Purtroppo non ci sono numeri verdi da chiamare e con i quali lamentarsi: che siano veramente sani o malati, fino a quando non avranno un codice verde non potranno mettere piede fuori di casa.

Il governo ha spiegato che la tecnologia è indispensabile per arginare il ritorno dell’epidemia, ma è evidente che il codice sanitario è un’arma potentissima nelle mani di un regime che è già in grado di sorvegliare le città e sanzionare i comportamenti delle persone con la censura e attraverso telecamere onnipresenti a ogni angolo di strada. Per la prima volta il governo potrà, attraverso le app, impedire a chiunque perfino di comprare da mangiare o di muoversi con i mezzi pubblici. Per farlo non avrà bisogno di assoldare qualcuno per controllare la persone, basterà far apparire sui loro telefoni un codice rosso. Così la repressione diventa addirittura preventiva: un livello mai raggiunto prima da nessun regime al mondo.

Leone Grotti 3 aprile 2020, qui.

Foto Ansa

Questa la Cina moderna, ipertecnologica; vediamo ora per un momento quella antica, quella della medicina tradizionale da cui abbiamo taaaaanto da imparare.

Ora, tornando all’oggi, un po’ di conti

Marco Lancini

Ricordate la propaganda incalzante dell’Ambasciata cinese prontamente seguita dal Colliele della Sela e dal resto del mainstream media italiano che non mancava di sottolineare la generosità di Pechino?
Finalmente abbiamo i dettagli di quei contratti: lo Stato italiano pagherà 209,5 milioni di Euro all’azienda cinese Byd e i prezzi delle mascherine FFP1 e FFP2 oscillano da 2.5 a 3 volte quelli del mercato ante-Coronavirus.
Non male la fattura come elemento accessorio per ringraziare del virus.
La buona notizia è che nel frattempo, oltre ai 100 milioni di dollari di aiuto in arrivo da Trump, l’ambasciatore italiano a Washington, Armando Varricchio, si è mosso sul fronte privato, raccogliendo ulteriori donazioni per 25 milioni di euro da 55 tra società multinazionali, medie imprese e organizzazioni non profit.
La Cina nelle parole della nomenklatura comunista cinese avrebbe inverosimilmente sconfitto il virus che lei stessa ha creato e diffuso nel mondo pagando un saldo finale di soli 3.321 morti*, mentre gli USA sono oggi il primo cluster mondiale con 7.385 decessi rapidamente in crescita.
Questo ad ulteriore conferma di cosa realmente sia la solidarietà e in quale lato dello scacchiere internazionale sia giusto posizionarsi: il Ministro degli Esteri smetta di comportarsi da lacchè di Jinping.

* meno di 1/4 di quelli italiani per un paese che ufficialmente conterebbe circa 20 volte i nostri abitanti.

Edit: l’Ambasciatore Lewis Eisenberg annuncia in serata che le donazioni sono arrivate a 25 milioni di Euro.

E per concludere in gloria:

VIGILARE SULLA SALUTE

Per assommare gaudio a gaudio la Cina è entrata nel panel del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, dove avrà un ruolo chiave nella scelta degli investigatori sulle violazioni dei diritti umani, compresi gli osservatori globali sulla libertà di parola, la tutela della salute, le sparizioni forzate e la detenzione arbitaria.
In pieno coronavirus avere dato alla Cina un ruolo chiave nella sovraintendenza sugli osservatori globali per la tutela della salute è come se all’epoca dei fatti di Marcinelle fosse stata data a Marc Dutroux la tutela di un gruppo di ragazze minorenni.
Ma così è, in un mondo che sembra governato da Aristofane.
Niram Ferretti, qui.

E rendiamo dunque onore alla magnifica Cina come merita
Cina-cov
(no vabbè cioè, per renderglielo come merita ci vorrebbero come minimo un paio di dozzine di bombe atomiche).

barbara

I CONTI IN TASCA + VARIE ED EVENTUALI

Conti legali, dico. In tasca alla piratessa.

Breve e sicuramente incompleto – non sono giurista e non credo di conoscere tutti i fatti – dei reati commessi dalla sopracitata criminale internazionale:

– violazione delle acque territoriali libiche
– interferenza con l’azione della guardia costiera libica
– sottrazione a quest’ultima di decine di persone che sarebbero state di sua competenza
– partecipazione attiva nella tratta dei negri in combutta con organizzazioni negriere internazionali
– tenuta in ostaggio di decine di prigionieri per due settimane
– violazione delle acque territoriali italiane
– speronamento di una motovedetta della Guardia di Finanza italiana
– tentato omicidio delle persone a bordo della motovedetta

Credo che un bel po’ di decine di anni di galera lì dentro ci siano (e si guardi bene il signor Avvocato dal venirmi a dire che sbaglio) e spero proprio che almeno un bel po’ se li faccia, anche se la Germania ha la faccia da cunicolo di venirci a dire che l’arresto è sbagliato perché salvava vite. È proprio vero che la Germania che prima deportava ebrei adesso ha cambiato ramo e si è messa a deportare negri. E forse qualcuno dovrebbe informare il Signor Presidente della Repubblica Tedesca che l’occupazione tedesca del territorio italiano è terminata da quasi settantacinque anni, anche se forse il suo cuore dice di no. D’altra parte sembrerebbe esserci una bella botta di tedeschi che sulla loro antigonessa nazionale  non sembrano nutrire sentimenti di grandissima solidarietà (nei commenti; chi non conosce il tedesco li metta in un traduttore automatico).

Che poi, a proposito di Antigone, chissà se le pasionarias dell’identificazione sono al corrente del fatto che in quella originale, quella di Sofocle, la storia si conclude col palcoscenico pieno di cadaveri; la circostanza potrebbe dare spunto a interessanti considerazioni psicanalitiche nei confronti dei fautori dell’accostamento fra le due donne, non trovate?

Per concludere aggiungo alcune interessanti osservazioni di Marcello Veneziani, un Nicola Porro incazzato di brutto,

quello che è stato giustamente definito il migliore commento dell’anno
commento
e infine il peggiore, in assoluto, fra tutti i disastri provocati dalla signora Carola:
gretacarola
barbara

LE DIECI MAPPE CHE SPIEGANO IL MONDO

Perché gli Stati Uniti dovevano per forza diventare una superpotenza mondiale? Perché la Cina occupa il Tibet e niente al mondo può indurla a lasciarlo andare? E perché sta invadendo i mercati dell’intero pianeta? Perché Putin è ossessionato dalla Crimea almeno quanto la Cina dal Tibet? Perché la Germania ha una “vocazione” guerrafondaia? Perché l’Europa non potrà mai essere veramente unita? Perché il Medio Oriente è una polveriera? Perché l’Europa del nord (vale anche per l’America) è decisamente più ricca di quella del sud? Forse perché i nordici sono laboriosi e i terroni fannulloni? O non ci sarà qualche altro motivo? Il motivo naturalmente c’è, e risiede nella geografia – come spiega, molto meglio di quello italiano, il titolo originale: Prisoners of Geography. Fiumi navigabili – ossia vie aperte al commercio – pianure, montagne, deserti, accesso al mare, confini naturali o artificiali, presenza o assenza di ricchezze nel sottosuolo… Sono tutti fattori che condizionano le scelte delle popolazioni, e l’economia, e la politica, e i comportamenti, e la mentalità che su tutto questo si sviluppa.
Senza la pretesa di proporre verità assolute, il libro aiuta però a capire le cause profonde alla base di molte scelte politiche e sociali. Senza voler giustificare i crimini, beninteso, ma comprendendo le ragioni che inducono uno stato a compierli e un altro no. E voglio proporre una breve citazione, che espone una verità che molti si rifiutano di vedere:

Un giorno ho portato un ambasciatore cinese a Londra a pranzo in un lussuoso ristorante francese nella speranza che mi ripetesse la citatissima risposta del primo ministro Chou En-lai alla domanda di Richard Nixon: «Qual è l’impatto della rivoluzione francese?» «È troppo presto per dirlo.» Purtroppo non sono stato accontentato, ma mi sono sorbito una lezioncina su come la piena imposizione di «quelli che voi chiamate diritti umani» porterebbe alla violenza di massa; e poi mi sono sentito domandare: «Perché pensate che i vostri valori funzionerebbero in una cultura che non conoscete?».

Ecco, questo è l’errore che si continua a commettere: valutare culture che non si conoscono con i criteri della propria. Immaginare che se gli regaliamo libertà e democrazia ci saranno infinitamente riconoscenti, ci adoreranno e diventeranno come noi. Sulle conseguenze di questo tragico errore continuiamo a battere il naso, e ancora non si riesce a mettere in testa a chi di dovere che il problema non è che non offriamo abbastanza: il problema è che continuiamo a offrire cose che al destinatario non interessano perché ad esse non attribuisce alcun valore. E quando si è nati sotto geografie diverse, è inevitabile che sia così. Prima si arriverà a capirlo, e meglio sarà per tutti.

Tim Marshall, Le 10 mappe che spiegano il mondo, Garzanti
10 mappe
barbara

OGGI È LA GIORNATA MONDIALE DELLA SINDROME DI DOWN

Inizio con questa testimonianza, trovata un paio di mesi fa.

Io, italiana a Londra, ho resistito ai medici che volevano farmi abortire

«È iniziato tutto quando ho fatto la prima ecografia più specifica e hanno visto due cisti nel plesso coroideo, cioè nel cervello della bambina. Mi hanno detto che queste cisti possono indicare una sindrome del feto, a volte spariscono e a volte no». Inizia così il racconto di una ragazza-madre italiana, trasferitasi a Londra da alcuni anni, che ci racconta al telefono le paure e le pressioni subite durante la gravidanza, specie dalla 20^ settimana in avanti, quando le fu fatta l’ecografia citata.

La chiameremo “Anna”, un nome di fantasia, perché la giovane preferisce per ora mantenere l’anonimato, dal momento che la sua bimba è una neonata di poche settimane e la madre teme che la sua denuncia del comportamento del National health service (Nhs), il servizio sanitario britannico, possa mettere in qualche modo a rischio la vita della bambina. Al tempo stesso non vuole che il suo dramma rimanga nascosto, perché l’ingiustizia subita da lei e dal frutto del suo grembo apra uno squarcio su un sistema divenuto disumano. Ma perché questa denuncia? Perché da quell’ecografia Anna ha subito diversi condizionamenti dal personale sanitario, volti a farla abortire. Grazie a Dio, ha avuto la forza di resistere.

La prima reazione di Anna al risultato dell’ecografia è informarsi. Inizia a fare ricerche su Internet, trovando conferma che le cisti si presentano anche con bambini senza alcuna anomalia cromosomica. «Quindi io ho deciso di essere positiva, anche se la notizia ti colpisce molto perché nessuno vuole problemi di salute per il bambino», ci dice lei. Ha la speranza che il bimbo nasca sano ma anche nel pieno del suo calvario, come vedremo, Anna esprimerà la decisione di proseguire in ogni caso la gravidanza, comprendendo l’infinita dignità della creatura che si stava formando dentro di lei. Una concezione della vita umana evidentemente non condivisa dai medici e dalle ostetriche che l’hanno seguita. All’ecografia della 20^ settimana segue a stretto giro un altro controllo, in cui «il dottore mi ha detto che la bambina aveva un altro sintomo della sindrome di Down oppure di Edwards».

Al termine di ogni visita successiva la giovane uscirà sempre con un carico di preoccupazione. «Ogni volta che andavo all’ospedale a fare ecografie trovavano qualcosa di anomalo alla bambina e così io ogni volta mi deprimevo perché era un problema dopo l’altro, non capivo come fosse possibile». A un certo punto le danno anche una psicologa, ma «ci sono andata solo la prima volta. Poi mi sono resa conto che non mi serviva e che se io ero depressa era solo a causa loro, quindi non avevo bisogno della psicologa». L’ansia che la prende ogni volta che mette piede in ospedale la induce ad affidarsi a un’altra struttura, sempre a Londra, che è comunque collegata alla prima. Cambia il personale, ma non l’atmosfera, di fatto impregnata di eugenetica.

All’ottavo mese di gravidanza le pressioni raggiungono il culmine. «All’ottavo mese ho fatto un’altra ecografia e mi hanno detto che la crescita della bambina era troppo lenta, dicendomi che si trattava di un altro sintomo della sindrome di Down. In realtà la mia bambina era nei parametri, solo che la facevano più tragica di quello che era, dicevano che cresceva troppo lentamente. Eppure il problema all’intestino si era risolto, le cisti erano state assorbite, ma continuavano a dipingere un quadro tutto loro. Mi dicevano di aver misurato il femore e l’omero, sostenendo che fossero troppo corti e che anche questo fosse un sintomo della sindrome».

Abbiamo chiesto ad Anna se almeno uno tra il personale medico, nell’ipotizzare che dentro di lei vi fosse un bambino affetto da trisomia, l’abbia mai consigliata di proseguire la gravidanza: «No, nessuno. Ho parlato anche con le ostetriche e ho chiesto loro un parere più umano, perché le ostetriche dovrebbero essere, come dire, più vicine alla mamma, meno fredde dei dottori, ecco. Perciò ho chiesto loro: “Voi cosa pensate personalmente?”». La loro risposta è stata semplicemente che le probabilità che la bimba nascesse con la trisomia 21 fossero «molto alte», ma nessuna l’ha incoraggiata a vedere il dono ricevuto con quella piccolina, anche nel caso di una sua malattia.

Il che è l’ennesima conferma del baratro in cui sono scivolate le nostre società occidentali, aprendo le porte all’aborto libero, ormai in evoluzione verso l’eutanasia “libera” e non richiesta, come ricordano i recenti omicidi nel Regno Unito di Charlie Gard, Isaiah Haastrup e Alfie Evans («è una società spartana», commenta Anna quando le citiamo questi casi), frutto di una cultura che pretende di sostituirsi a Dio e rimuovere il dolore – e con esso le vite umane che lo incarnano – dalla nostra vita terrena. Facendo dimenticare che proprio il dolore che spesso accompagna la condizione dei bambini ammalati – così fragili e così bisognosi di amore, che pure da loro (se accolti) promana come da una sorgente – li rende particolarmente legati al mistero di Gesù crocifisso e risorto, come già insegnava splendidamente il beato don Carlo Gnocchi.

Ma torniamo alla storia di Anna e al suo particolarissimo ottavo mese di gravidanza, quando alle nuove ansie generate in lei dai pareri medici risponde facendo nuove ricerche. «Veramente ho fatto delle ricerche pazzesche, ho visto che nell’ultimo mese è pure difficile stabilire la lunghezza effettiva delle ossa perché il bambino ormai è grande e nella pancia si fa più fatica a vedere le misure che corrispondono alla realtà perché il bimbo è tutto aggrovigliato». A un certo punto la giovane si sente rivolgere una proposta shock: «Perché non fai l’amniocentesi?». Anche qui la donna si mostra informatissima: sa che il prelievo di liquido amniotico è una misura rischiosa (frutto della cultura eugenetica di cui sopra) e può portare all’aborto spontaneo a inizio gravidanza o anche, all’ottavo mese, alla prematura rottura  delle acque. «E questo non era un rischio che volevo prendere, perché gli ho spiegato che la gravidanza l’avrei portata avanti fino alla fine, preferivo non rischiare e fare crescere il bambino». La replica del personale ospedaliero è raggelante: «Ma sei sicura? Dovresti fare l’amniocentesi».

Anna deve resistere ancora, risponde ancora di no, «perché comunque è un bambino». Ma nonostante la sua determinazione, le pressioni non finiscono. È allora che la portano in una stanza, «una stanza diversa da tutte le altre stanze», ricorda, «una stanza appartata, dove una dottoressa, che avrà avuto più o meno la mia età, mi ha detto: “Guarda, se vuoi c’è la possibilità di terminare la gravidanza”. Io ero sconvolta e ho detto: “Cosa? Ma sono all’ottavo mese, com’è possibile?”». Anna era infatti convinta che l’aborto fosse legale entro tre mesi dal concepimento, non sapendo che sotto ciò che viene chiamato ipocritamente «aborto terapeutico» si celano le più grandi mostruosità e che i termini dell’aborto indotto vengono estesi, anche solo per “prassi” (e non solo nel Regno Unito), addirittura fino al terzo trimestre. Da lì la risposta della dottoressa inglese: «Sì, è possibile, nel caso il bambino presenti grossi problemi fisici, se per esempio gli manca qualche organo vitale o ha una malformazione grave e non può vivere a lungo». Tutte motivazioni che mai possono giustificare la soppressione di una vita innocente.

Tra l’altro, di fronte a quella proposta diabolica, Anna non perde la lucidità, anzi rimane salda ribattendo alla dottoressa che comunque «la mia bambina non ha questi problemi. Ci sono dei sintomi ma anche questi non danno la prova che la mia bambina abbia effettivamente la sindrome, quindi in base a cosa dovrei abortire, in base a una teoria? Come fate a proporre questa cosa? In ogni caso, non avrei abortito nemmeno se mia figlia fosse stata Down, e questo gliel’ho detto». Ripensando a quei momenti, la giovane mamma ricorda bene il senso di ingiustizia vissuto «perché certe donne prendono paura e in un momento di debolezza possono essere indotte a seguire il consiglio del dottore. Nel mio caso, e anche in altri casi perché ho parlato con altre persone, hanno proposto l’aborto senza nemmeno che vi fossero effettivamente malformazioni, ma solo in base alla loro teoria».

Oltre all’esperienza personale di Anna si può ricordare il recente caso, riferito dal Daily Mail, di una coppia inglese, Jordan e Jonathan Squires, a cui durante la gravidanza del loro piccolo Jay era stato consigliato di abortire perché i medici erano convinti che il bimbo avesse la sindrome di Down: anche gli Squires hanno rifiutato l’aborto e detto che avrebbero amato il figlio a prescindere dalla sua salute. Tra l’altro Jay, che farà due anni a febbraio, non presenta alcuna trisomia.

E la bimba della nostra Anna? È venuta alla luce con un parto naturale, in perfetta salute. Il parto è avvenuto nel secondo ospedale, in presenza di personale sanitario che la giovane mamma italiana non conosceva, avendo fatto in quella struttura solo l’ultima parte del suo percorso. Sono seguite le visite del pediatra e un’altra di controllo il giorno successivo, senza che venissero riscontrati segni fisici o altre particolarità tipiche dei bambini nati con qualche forma di sindrome. Chiediamo ad Anna come stia ora: «Io sto bene adesso», ci spiega. «Il problema è stato quello che ho passato durante la gravidanza, che è stata completamente rovinata, e non è giusto perché quello che ho sentito io l’ha sentito anche la bambina». (qui)

Aborto, dunque, non più come un (eventuale) diritto, ma come un obbligo: questo sì che è progresso! Quando lo hanno fatto i nazisti li abbiamo chiamati criminali: questi dobbiamo chiamarli benefattori dell’umanità?

Proseguo con uno splendido pezzo di Giulio Meotti.

Va bene Greta Thunberg, ma domani un pensierino anche per questa bimba.
bambina down
E’ la Giornata mondiale della sindrome di Down. E in Occidente, l’Occidente che sforna diritti, questi bimbi li stiamo eliminando, con punte del 100 per cento in alcuni paesi europei. In Inghilterra si vuole proibire il paté e dare diritti all’aragosta, ma si eliminano i bimbi Down. In Islanda non ne nasce più nessuno. In Spagna siamo al 95 per cento. In Francia al 96 per cento. Da un po’ questi bimbi vanno forte sui cartelloni pubblicitari e nelle campagne social per una “maggiore inclusione”, ma non ce ne sono quasi più in giro. Nell’Europa delle pari opportunità e dell’uguaglianza coatta. E questo a me non va bene, è bello un mondo diverso, non conformista, scialbo, banale. Jeffrey Tate era uno dei più grandi direttori d’orchestra ma dirigeva da seduto a causa della spina bifida. Come Yitzhak Perlman, uno dei più grandi violinisti. Thomas Quasthoff è uno dei più grandi baritoni al mondo, è alto come un bambino e praticamente non ha braccia. E Michel Petrucciani, il grande musicista, veniva preso in collo per raggiungere il pianoforte. Va bene dunque Greta. Ma c’è anche questo cambiamento climatico. E questa specie di bimbi in via di estinzione. Che ci riguardano e guardano forse più di un grado celsius.

Come detto sopra, dal diritto all’aborto stiamo passando all’obbligo di aborto. Con tanta convinzione che uno, nei commenti, ha scritto, perentoriamente: “Amniocentesi e aborto”. Non si ammettono discussioni, a quanto pare. E in merito alle conseguenze di questa tendenza, ripropongo queste mie considerazioni contenute in un commento a questo post:

C’è un libro: I medici nazisti, di Robert Lifton. Sono stata male fisicamente a leggerlo, proprio perché i protagonisti assoluti delle peggiori efferatezze sono coloro che hanno prestato il giuramento di Ippocrate. Quando il governo nazista ha proposto una legge per sterilizzare gli handicappati gravissimi, sembrava una cosa altamente umanitaria: nessuna persona normale si accoppierebbe con un handicappato grave, e d’altra parte anche loro hanno le stesse pulsioni sessuali di chiunque altro con, in più, un’assoluta incapacità di autocontrollo. La conseguenza è che o li si lascia accoppiare fra di loro, e mettono al mondo dei mostri, o li si condanna a una vita di sofferenza impedendo loro la realizzazione della propria vita sessuale. E dunque, sterilizziamoli e poi possiamo lasciarli liberi di godere quanto vogliono. Tutti i medici riuniti a convegno hanno votato a favore, tranne uno, con la seguente motivazione: cose come queste si sa come cominciano, ma non si sa come poi vadano a finire. Noi, oggi, lo sappiamo: dalla sterilizzazione degli handicappati gravissimi si è arrivati a sterilizzare persone con un leggero ritardo, come ne abbiamo in tutte le nostre scuole e in tutti i nostri posti di lavoro, e gli handicappati più gravi venivano gassati. Dalle decisioni prese in base a rigorose indagini svolte da un’equipe di tre medici, come stava sulla carta, si è passati a gassare sulla base di una crocetta messa su un foglio da un’infermiera (che, per inciso, era una persona che aveva frequentato la scuola elementare e poi un corso di sei mesi). Allo sterminio di sei milioni di ebrei, almeno centomila handicappati, altrettanti omosessuali (che prima di finire in gas dovevano obbligatoriamente passare per i letti delle SS), mezzo milione di zingari ecc. ecc., si è arrivati partendo da quella legge tanto umanitaria.
E io mi chiedo: nel momento in cui, a forza di aborti “terapeutici” saremo arrivati ad avere un mondo senza Down, senza ritardati, senza spastici, senza nani, senza ciechi, senza sordi, riusciremo a sopportare di avere un figlio miope, o strabico, o una figlia con le ginocchia sporgenti?

Di aborto ho precedentemente parlato anche qui, della sindrome di Down qui e qui. E adesso godetevi questa chicca.

barbara

DEDICATO ALLA SIGNORA BACHELET

Poi anche due parole scritte, per chi non abbia seguito troppo da vicino, o abbia dimenticato, le vicende della signora in questione e dell’organo che rappresenta.

Domenico Ferrara

Fa un po’ storcere il naso che a lanciare l’«invasione moralizzatrice» in Italia a difesa di migranti e rom sia una che è stata più volte criticata proprio sul campo del rispetto dei diritti umani e delle minoranze. Sul curriculum dell’Alto commissario Onu Michelle Bachelet pesa, infatti, un comportamento molto ambiguo, soprattutto se si guarda al rapporto con Cuba, Nicaragua e Venezuela. A mettere in fila le anomalie, chiamiamole così, dell’ex presidente del Cile ci ha pensato l’Ong Un Watch, che ha il compito di monitorare quello che accade all’interno del Palazzo di Vetro e che ha espresso numerosi dubbi sulla poca trasparenza e sulla velocità che hanno accompagnato l’elezione della Bachelet. Qualche esempio? Durante la visita a Cuba, all’inizio del 2018, la Bachelet è stata fortemente criticata dai membri del suo stesso partito e dagli attivisti per i diritti umani per aver incontrato il generale Raúl Castro snobbando i membri dell’opposizione pacifica di Cuba. Non solo. Alla richiesta della leader dell’opposizione, Rosa María Payá, di incontrare i dissidenti per i diritti umani la Bachelet ha risposto picche, anzi, non ha proprio risposto. Anche la blogger cubana Yoani Sanchez ha puntato il dito contro di lei imputandole una «vicinanza all’Avana segnata da una nostalgia ideologica che offusca la sua visione e la sua capacità di riconoscere la mancanza di diritti che segnano la vita dei cubani» e aggiungendo che «dalla sua bocca non c’è mai stata alcuna condanna della repressione politica condotta sistematicamente da Raúl Castro, anche quando le vittime sono donne». Accuse durissime per una che adesso ha assunto il pesante ruolo di difensore dei deboli. Quando morì Fidel Castro ricorda ancora Un Watch – la Bachelet lo definì «un leader per la dignità e la giustizia sociale a Cuba e in America Latina». Lodi espresse anche per Chavez per «il suo più profondo amore per il suo popolo e le sfide della nostra regione per sradicare la povertà e generare una vita migliore per tutti». E ancora, nel rapporto dell’Ong, viene citato poi il rifiuto di condannare il regime di Maduro insistendo invece «sul fatto che il problema del Venezuela sia la mancanza di dialogo, suggerendo che esiste una sorta di responsabilità condivisa». C’è infine il silenzio assordante sulle uccisioni di centinaia di manifestanti da parte del regime di Ortega in Nicaragua. Su come l’Italia invece tratterebbe migranti e rom, la «nuova Boldrini» invece forse straparla.


Filippo Facci

Con tutta la diplomazia di cui certi organismi sono pure intrisi, è impossibile non ridergli in faccia. L’Alto commissario (che è bassa, ed è una commissaria) per i diritti umani Michelle Bachelet, una cilena, ha puntato il dito contro l’Italia ha criticato il nostro Paese per le «conseguenze devastanti dallo stop alle navi ong», e dall’alto di quale pulpito Onu? Le risposte sono decine: per esempio dal pulpito che il 28 maggio scorso ha fatto presiedere la Conferenza sul disarmo proprio alla Siria del dittatore sanguinario Bashar al Assad. Per esempio dal pulpito che tre mesi prima aveva affidato alla Siria anche il ruolo di relatrice del Comitato speciale sulla decolonizzazione: parliamo di una nazione che occupa militarmente alcune zone del suo stesso territorio. Per esempio dal pulpito (sempre Onu) che nello stesso mese aveva eletto la Turchia come vicepresidente del Comitato di controllo delle organizzazioni non governative e dei gruppi in difesa dei diritti umani: la Turchia, già, quella che sta facendo incarcerare giornalisti e militanti e oppositori. Forse andrebbe anche ricordato che l’Alto commissario Onu per i diritti umani, quello che ora ha criticato l’Italia, è stato fondato dagli Stati Uniti che hanno abbandonato la loro creatura giusto nel giugno scorso, tanto la reputavano utile. LA LISTA E’ ridicola, soprattutto: nel 2015 nessuno impedì che l’Iran degli ayatollah entrasse nell’Agenzia Onu per l’emancipazione femminile, e stiamo parlando di un regime che considera la donna ufficialmente inferiore e priva dei principali diritti. Tanto vale la credibilità di questa Commissione (o commissariato, o Consiglio: ogni tanto cambiano nome) che in teoria dovrebbe promuovere e difendere i diritti umani in giro per il mondo: 45 paesi membri tra i quali spiccano Arabia Saudita, Cina, Qatar, Venezuela, Cuba, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Repubblica del Congo, Burundi, Pakistan, Afghanistan e Angola, in pratica una santa alleanza di torturatori che vigilano sui diritti umani. Siria e Arabia Saudita, in particolare, fanno parte dei “Worst of the worst 2018”, la lista dei 12 paesi che secondo Freedom House è «il peggio del peggio» quanto a rispetto dei diritti di qualsiasi genere. E che ci fanno proprio in quella Commissione? Facile: da dentro è molto più facile evitare che la stessa Onu punti il dito contro di loro quali violatori sistematici dei diritti che dovrebbero difendere. In pratica, senza timor di esagerare, se cercate una classifica dei paesi dispotici, misogini, torturatori, sponsor del terrorismo, senza uno stato di diritto, senza diritti civili o politici, senza libertà di pensiero, di parola, di stampa e di associazione, beh, nella commissione-commissariato-consiglio trovate un’annalistica imbattibile, oppure potete trovarla anche nel pur datato «Contro l’Onu» di Christian Rocca (Lindau, 2004) che vi si spiega, per dire, come nel 2003 la Commissione sia stata presieduta dalla Libia – la Libia, sì – mentre l’anno prima – proprio a ridosso dell’ 11 settembre – un’alleanza di oppositori a Bush riuscì a escludere gli Stati Uniti. In pratica sono gli stati canaglia che si aiutano l’uno l’altro: forse il record è del 2004, quando Freedom House classificò la presenza di 13 stati «repressivi» o «non liberi» su 53: anche se va detto che è una Commissione che non conta nulla, e il vicepremier Matteo Salvini non dovrebbe neppure perdere tempo a rispondergli. ZERO POTERI Non possono sanzionare, aiutare economicamente le vittime, possono solo spedire strapagati ispettori che «ascoltano» di qua e di là. Un apparato costosissimo con prediche a mille e potere a zero: un condensato dell’Onu. Che a mezzo di questa Commissione non si è mai occupata, neppure nei periodi peggiori, di Arabia Saudita, Cina, regioni come Tibet o Cecenia, Zimbabwe (quello di Mugabe, il presidente razzista) o dei finanziamenti di Saddam ai kamikaze, o del sostegno siriano agli Hezbollah. Si è occupata, dopo l’11 settembre, del possibile «impatto sulle minoranze e sulle comunità islamiche» e della «campagna di diffamazione» dell’Islam. Lo stesso Islam che vede l’Arabia Saudita, per fare un altro esempio, sempre in prima fila nella commissione anche se non ha neppure mai firmato la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948: perché prevedeva libertà di coscienza e addirittura una parità tra uomini e donne. Ma fa niente. In compenso ogni anno si sprecano le risoluzioni della Commissione contro Israele, questo tra un contratto e l’altro – i paesi democratici fanno sempre ottimi affari con le dittature – e naturalmente tra stipendi alti e altri ancora più alti. (qui)

POST SCRIPTUM: dell’11 settembre non ho voglia di parlare, ma se avete voglia di leggere qualcosa di veramente bello, andate a fare visita a Giulio Meotti.

barbara