QUAND ON EST CON ON EST CON

come cantava il grande Georges Brassens.

Papa Francesco: ‘Una triste notizia’

I profughi cubani (sì, profughi: quelli sono profughi veri) invece commentano così

Agli amanti di Castro di casa nostra, sicuramente a lutto stretto per la morte del vecchio porco, dedico invece questo.

barbara

SE L’ONU SI È TRASFORMATO IN UNA GRANDE MOSCHEA

Mi sembra che questo articolo di Fiamma Nirenstein di qualche settimana fa, sia la cosa più adatta a commentare il post precedente.

Il Giornale, 19 febbraio 2016

L’ONU riesce sempre a farti sbarrare gli occhi nonostante ormai il suo catalogo sia classicamente impregnato di odio antioccidentale, ossessione antisraeliana, abbandono dei diritti umani. Anche stavolta la famosa esperta Anne Bayefsky ci accompagna nei corridoi dell’edificio vetrato ornato, a New York, di tutte le bandiere del mondo. Ma un’occhiata all’interno ci porterà nell’edificio dell’Assemblea generale, a uno stupefacente cumulo di tappeti da preghiera e anche a mucchi di scarpe.
La preghiera è certamente una bella cosa, ma dentro l’Onu sembra essere praticata pubblicamente (un po’ come si vide nei boulevard di Parigi, o in piazza del Duomo a Milano) soltanto da una fede anche oltre la sala da meditazione che era nata per ospitare qualsiasi fede. Fu creata nel 1957 con la supervisione dell’allora segretario Dag Hammarskjold che voleva “uno spazio in cui le porte possano essere aperte alle infinite terre del pensiero e della preghiera”. Adesso, lo spazio è prenotato dalle 11,45 alle 3:00 (l’ONU non dice da chi) ogni giorno. Le preghiere musulmane sono divenute così popolari che i tappetini e le scarpe strabordano anche sui percorsi turistici.
I cristiani, gli ebrei, gli indù, invece, ed è certo una loro scelta, non compaiono mentre la fede islamica ci tiene a mostrarsi dentro il Consiglio Generale. È una ricca presenza anche il Qatar che ha investito milioni in una sala tutta broccati e ornamenti d’oro che Ban Ki-moon ha definito “perfetta per negoziati dietro le quinte”. Tutto questo non è folclore: per quanto la religione debba essere sempre rispettata in quanto tale, tuttavia qui non si può fare a meno di considerarne l’espressione strabordante come un simbolo dell’intera vicenda onusiana.
L’Onu, nato nel dopoguerra per diventare il difensore dei diritti umani contro la violenza e la dittatura dopo gli orrori passati, è stato poi divorato da logiche interne. La presenza strabordante di Paesi non democratici, soprattutto del blocco islamico (57 membri dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica) e dei cosiddetti “Paesi non allineati” (120) ha condotto a una sistematica demolizione dello scopo basilare delle Nazioni Unite, che ha 193 membri: è una pura questione matematica.
Così, per esempio, è stato sempre impossibile definire unanimemente il terrorismo, e possibile invece (sin dall’82) legittimare “la lotta dei popoli contro le occupazioni con tutti i mezzi a disposizione”, evitare la difesa delle persone omosessuali nell’ambito dei diritti umani, seguitare a far circolare l’idea che la Carta islamica dei diritti, in cui le donne sono discriminate e la sharia auspicata, sia una valida sostituta per quella approvata dalle Nazioni Unite, fare di Israele uno Stato canaglia con mille invenzioni pazzesche, e rendere un Paese che rappresenta lo 0,1 per cento della popolazione mondiale oggetto del 40 per cento circa delle risoluzioni dell’Assemblea e del Consiglio per i diritti umani, ignorare le grandi stragi, mettere Paesi come la Cina, la Libia, l’Arabia Saudita in posizioni preminenti nel Consiglio e in commissioni delicate e importanti come quelle per i diritti delle donne…
Insomma l’immagine di tutti quei tappeti e quelle scarpe è difficile da collocare in un ambito puramente religioso, quando pochi giorni fa Ban Ki-moon ha dichiarato che i quotidiani attacchi terroristici a Israele sono frutto della frustrazione causata dal ritardo di una ripresa delle trattative, mentre i giovani terroristi inneggiano alla Moschea di Al Aqsa e dichiarano su Facebook e ovunque possono il loro odio razzista per gli ebrei. Ma questo all’ONU non si dice, non si è mai detto, anzi, l’esaltazione della “causa palestinese” ne è uno dei maggiori oggetti di attivismo, mentre niente si fa per i milioni di vittime della corrente ondata di assassinii e di terrore in Medio Oriente.

E a questo sconfortante resoconto, non ho davvero niente da aggiungere.

barbara

QUALCUNO IL CORAGGIO LO HA AVUTO

Hassan Rouhani forse tutto si aspettava fuorché di essere «sfidato», sia pur solo verbalmente, da un giornalista di Pagine Ebraiche. E invece il fiorentino Adam Smulevich ieri a Roma, in una sala blindatissima del Grand Hotel Parco dei Principi, sul finale della conferenza stampa del presidente iraniano a conclusione del business forum Roma- Teheran ha rotto il silenzio e ha portato all’attenzione del leader iraniano gli unici argomenti di cui non voleva parlare: i diritti delle minoranze nella Persia. «Ero seduto in seconda fila, molto vicino al palco – racconta Smulevich – Sapevo che quegli argomenti non si potevano discutere, ma ci ho provato lo stesso». Si è alzato e gli ha detto, in inglese: «Presidente come pensa che possiamo avere fiducia nei suoi annunci propagandistici, nel fatto che oggi ‘a Roma splende il sole’, come ha detto poco fa, se il Paese sotto la sua presidenza continua a essere nelle prime posizioni delle classifiche mondiali della negazione dei diritti?». Il gelo è calato in albergo. «Non se l’aspettava – commenta il cronista fiorentino – Forse dalle sue parti non usa rivolgere domande che non siano prima passate al vaglio dell’ufficio stampa. Mi ha fissato per diversi secondi, con sguardo, diciamo, di forte antipatia. Era una maschera, immobile, silenzioso. Qualche istante di stupore generale, anche tra i colleghi e i funzionari. Rouhani non mi levava gli occhi di dosso. Poi se n’è andato senza proferire una sillaba circondato dalle sue guardie e dai funzionari dell’ambasciata» . Smulevich sapeva che le domande sarebbero state vagliate. «C’erano molti paletti, molti limiti. Tanto che alla fine gli sono state rivolte solo domande all’acqua di rose». Si era iscritto a parlare anche lui e «l’addetto stampa dell’ambasciata si è detto possibilista». Solo che «non è mai arrivato il mio turno». Si è presentato come «redattore di Pagine Ebraiche» e quindi «tutti sapevano chi fossi e quale fosse l’impostazione della mia testata». Ha tentato, spinto dal fatto che «fino a quel momento Rouhani aveva tenuto un monologo sul nuovo inizio che stava nascendo a Roma, sul fatto che in Iran lavorano per aumentare diritti e libertà, che combattono il terrorismo. Insomma, parlavano di cose molto lontane dalla realtà che Amnesty International e altre agenzie ci raccontano ogni giorno». Alla fine però «quello che mi ha stupito di più è che nessuno mi abbia brontolato. Nessuna reazione da parte degli iraniani. Mi hanno solo detto che ero uscito fuori dal protocollo».
(Corriere Fiorentino, 28 gennaio 2016)

Speriamo solo che quello sguardo fisso, immobile, silenzioso, durato diversi secondi, non avesse lo scopo di imprimersi bene nella mente quei lineamenti. Behatzlachah, Adam, ve kol hakavod.
Adam Smulevich
barbara

NO!

Su Informazione Corretta di ieri era possibile leggere un bell’articolo di Francesca Caferri, Tra le donne saudite che sfidano i divieti: “Il voto non ci basta, vogliamo la libertà” sulla condizione delle donne in Arabia Saudita, riferendo sugli – ancora non si sa se autentici o fasulli – spiragli che sembrerebbero aprirsi, sulle aspirazioni delle donne, sulla divisione fra quelle che ritengono opportuno accettare ciò che viene offerto per poi partire da lì, in una posizione di maggiore forza, per pretendere altro, e quelle che preferiscono rifiutare perché lo ritengono un contentino per farle stare buone a cuccia. Articolo ben fatto, chiaro, esauriente.
Che cosa non va allora? Non va il titolo che a questo pezzo ha attribuito Informazione Corretta: Donne saudite: il medioevo è oggi.
No, gentile signora Informazione Corretta, questo è un titolo idiota, disinformante e antistorico. Nel medioevo, nella nostra società maschilista come tutte quelle dell’epoca, in cui la misoginia si vendeva a chili (oggi ci accontentiamo di venderla a etti), alle donne non veniva vietato di uscire di casa se non accompagnate da un familiare maschio; e non venivano obbligate a coprirsi dalla testa ai piedi, faccia compresa; e non erano loro vietati i colori. E se venivano violentate erano facilmente accusate di essere responsabili dello stupro, ma non se erano bambine di quattro anni; e se erano adulte venivano ostracizzate, ma non assassinate dalla famiglia o condannate a morte dallo stato; e non veniva loro impedito, a suon di bastonate, di lasciare un edificio in fiamme perché la testa non era coperta.
Medioevo? Mi si presenti un Boccaccio saudita liberamente pubblicato e poi ne riparliamo.

barbara

DOPO 50 FRUSTATE

Raif Badawi è il blogger saudita condannato a dieci anni di carcere e 1000 frustate. Quello che segue è un estratto del suo libro.
Raif Badawi
Il compito che mi ero proposto era di cercare una nuova lettura del liberalismo in Arabia Saudita e di fare la mia parte nel diffondere l’«illuminismo» nella società araba, abbattendo i muri dell’ignoranza, incrinando la visione sacrale delle autorità religiose e promuovendo un minimo di pluralismo e di rispetto per la libertà di espressione, i diritti delle donne, delle minoranze e dei poveri. Era questa la mia vita quando, nel 2012, sono stato gettato in una cella in compagnia di gente accusata d’ogni sorta di delitto: ladri, assassini, trafficanti di droga, persino stupratori di bambini. Frequentare queste persone ha cambiato molte cose, a cominciare dai miei preconcetti. Immaginate di trascorrere le vostre giornate in uno spazio non più grande di 20 metri quadrati. E immaginate di dover condividere quello spazio con altre 30 persone, su cui pende l’accusa di ogni genere di reato! (…) Quando sono in bagno, ultimamente, mi capita di guardarmi attorno. Mucchi di carta igienica sporca, rifiuti ovunque, pareti imbrattate, porte sprangate e arrugginite. Un giorno mentre scorrevo le centinaia di scritte incise sulle pareti sudice della toilette della cella comune, una frase mi è balzata agli occhi: «La soluzione è il laicismo!». Sopraffatto dallo stupore, mi sono strofinato gli occhi come per convincermi che fosse davvero lì! Sorridendo tra me mi sono messo a rimuginare su chi potesse aver scritto quelle parole. Quella breve frase, bella e così insolita, mi ha sorpreso e rallegrato immensamente. Il fatto che tra le centinaia di volgarità scarabocchiate in tutti i dialetti arabi sulle pareti dei bagni abbia potuto leggere un pensiero del genere significa che da qualche parte, in questa prigione, c’è almeno una persona in grado di capirmi. Di comprendere ciò per cui ho lottato, il motivo per cui mi trovo rinchiuso. (…) Quando la mia adorata moglie Ensaf mi ha detto che una grande casa editrice in Germania voleva raccogliere i miei articoli, tradurli e farne un libro, inizialmente ho accolto la notizia con scetticismo. Voglio essere sincero: all’epoca in cui scrissi il primo post non avrei mai immaginato che un giorno i miei interventi su un blog potessero diventare un libro. Mi considero un uomo esile sia pure tenace, sopravvissuto per miracolo a 50 colpi di frusta davanti a una folla osannante che gridava senza sosta Allahu Akbar. Sì, il tribunale mi ha condannato alla pena di morte, commisurata alla «gravità dell’apostasia dell’islam». La pena è stata poi ridotta a 10 anni di carcere, a 1000 colpi di frusta e a una multa di un milione di rial. Mentre scrivo queste righe ho già scontato tre anni e mia moglie è all’estero coi nostri tre figli perché le pressioni erano ormai insostenibili. E tutta questa sofferenza solo perché avevo espresso la mia opinione. Ecco, è questo il prezzo delle parole che state per leggere! (Corriere della Sera)
Badawi frustato
Perché non è vero che “se nasci lì non hai scampo”, che “la mentalità è quella”, che “è la loro cultura”. Cultura un accidente: occhi e orecchie li hanno anche loro, e qualcuno capace di aprirli, a cercare bene, lo trovi.

barbara

IL LIBRO NERO DELLA DONNA

Gli aborti selettivi (circa cento milioni di donne mancanti nel mondo solo a causa di quelli), gli infanticidi selettivi, le bambine non uccise direttamente ma morte perché intenzionalmente lasciate con meno cibo, meno cure quando si ammalano (ed essendo denutrite si ammalano molto di più dei loro fratelli maschi), meno attenzione riguardo a possibili incidenti. E poi le mutilazioni genitali, che provocano spesso infezioni, a volte mortali, e parti molto più a rischio, gli stupri etnici, le violenze familiari – regolarmente impunite – giustificate da tradizioni claniche e religiose, matrimoni imposti, non di rado in età prepubere, che si risolvono in una infinita serie di stupri e in pericolosissime – a volte mortali – gravidanze precoci. Femminicidio è un termine brutto, ma il fenomeno esiste. Qualcuno, guarda caso uomo, lo ritiene un termine assurdo, ritiene che l’uccisione di un essere umano debba essere qualificata sempre e comunque come omicidio. Ma se io uccido qualcuno che non mi ha fatto alcunché di male, che addirittura magari neanche conosco, unicamente perché negro, o ebreo, o zingaro, non concorderebbe chiunque sul fatto che questo assassinio debba esser classificato in una categoria a parte, e non assimilato a un omicidio commesso per vendetta o per interesse? E dunque perché mai l’assassinio di una donna dovuto unicamente al fatto che si tratta di una donna non dovrebbe essere considerato come una categoria a sé, separata dal “normale” omicidio?
E poi ancora i diritti politici negati, i diritti civili negati (donne, magari ministro, che non possono lasciare il Paese per gli impegni relativi al proprio mandato senza l’autorizzazione del marito), minore scolarizzazione, discriminazioni sul lavoro e in molti altri ambiti… L’analisi della condizione femminile in tutto il mondo contenuta in questo corposo volume è davvero esaustiva, e impressionante. Con qualche – non troppo sorprendente – bizzarria, come le violenze domestiche sopportate dalle donne palestinesi addebitate all’occupazione e soprattutto all’intifada, ripetutamente nominata senza mai dire che cosa sia, sicché chi non segua le vicende di quella parte del mondo potrebbe tranquillamente immaginare che si tratti di qualche diavoleria vessatoria inventata da Israele, e comunque la cosa funziona così: per colpa dell’intifada gli uomini sono senza lavoro; siccome sono senza lavoro devono stare tutto il giorno a casa; siccome devono stare tutto il giorno a casa si annoiano a morte; e siccome si annoiano a morte, per fare qualcosa e per scaricare il nervosismo pestano le mogli. E anche gli incesti sono da attribuire alla stessa causa:
La televisione via cavo e l’accesso a internet hanno introdotto nelle case programmi e siti pornografici fino a quel momento vietati o di difficile accesso in una società tradizionalista e pudibonda. «Confinati in casa dalla disoccupazione, gli uomini, giovani e meno giovani, passano molto tempo davanti alla tv. Quello che vedono gli riempie la testa di idee, e poi passano all’azione con quello che hanno “sottomano”, la loro figlia o la loro sorella» spiega Shaden Bustami, direttrice dell’Associazione per la difesa della famiglia (Adf).
C’è anche qualche clamorosa ingenuità, come quella di accreditare al pur restrittivo e misogino Iran l’assenza degli aborti selettivi, quando dovrebbe essere noto a chiunque che in Iran non vengono effettuati aborti né selettivi né ciechi, dal momento che l’aborto è vietato per legge; e c’è un astioso attacco a 360° contro George W. Bush Ma a parte queste e alcune altre cose su cui si può dissentire, è un libro che dovrebbe davvero essere letto, perché magari si segue la cronaca, si leggono i giornali e si crede di sapere tutto e invece no: ce ne sono di cose che non sappiamo, e quante ce ne sono.

Il libro nero della donna, A cura di Christine Ockrent, Cairo editore
Il libro nero della donna
barbara

DALLA VOSTRA INVIATA SPECIALE A GINEVRA

Eravamo tanti. Eravamo belli. Eravamo variopinti (in tutti i sensi). Eravamo emozionati e commossi. Eravamo felici di essere lì, a testimoniare, con la nostra presenza, in favore della verità e della giustizia: in favore di Israele (e possiamo aggiungere, con orgoglio, che noi dall’Italia eravamo circa la metà di tutti i presenti).
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Dal palco hanno parlato (brevemente, perché tutti coloro che sono intervenuti lo hanno fanno per portare la propria testimonianza e il proprio contributo, non per sbrodolarsi addosso e farsi pubblicità), vari personaggi, fra i quali voglio ricordare lui,
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il colonnello Richard Kemp, che ci ha ricordato una verità tanto ovvia ed evidente quanto volutamente ignorata: quelli di Hamas sono criminali, sono assassini, sono terroristi, ma non sono scemi; Hamas non pensa minimamente di poter, con le proprie azioni, non dico distruggere, ma neppure indebolire Israele. L’obiettivo dei suoi missili, dei suoi attentati, dei suoi tunnel è quello, non meramente tattico bensì strategico, di costringere Israele a reagire e, inevitabilmente, visti i metodi messi in atto da Hamas stesso, uccidere civili palestinesi; fatto questo, a indebolire Israele provvederà poi il mondo intero, come sta effettivamente facendo, Onu in testa.
E ha parlato lei,
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Adela Raemer, madre e nonna che vive al confine con Gaza, e ha cercato di far capire a noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, che cosa significhi vivere, e soprattutto far vivere i bambini, in quelle condizioni, subire un quotidiano bombardamento di missili, con pochissimi secondi per scappare nei rifugi, e non sempre quei pochi secondi sono sufficienti (e forse, grazie ai due panzer d’assalto di Over the Rainbow di Torino e Milano, Emanuel Segre Amar ed Eyal Mizrahi, dopo i moadim di settembre riusciremo ad averla anche in Italia, nelle due città in questione).
Ed è venuto anche lui,
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che tanto per cominciare ci ha fatto ammirare il suo splendido inglese, decisamente lontano da quello che altri personaggi nostrani ci avevano a suo tempo propinato. E poi… cosa faccio, lo dico? O forse è meglio che lasci perdere… Vabbè dai, lo dico: quando ha parlato lui ho pianto, ecco. Ma proprio pianto per bene. E non solo io. Sentire, con quella sua parlata sanguigna, “perché Israele è un atto d’amore nella forma nazionale che ha assunto nella  storia e della sua legittimazione politica e costituzionale. Israele è un atto d’amore verso la gioia di vivere e verso il futuro ed un atto di sopravvivenza all’interno di una grande tradizione…” Israele è un atto d’amore: ecco, in queste poche, apparentemente semplici parole, c’è tutta l’essenza di Israele, ed è per questo che ci toccano le nostre corde più profonde.
E qui è quando tutti insieme, alla fine, loro
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e noi,
Ginevra 13
abbiamo cantato HaTikvah.

Poi, a margine di tutto questo, è anche successa una cosa un tantino spiacevole, ma qui non se ne parlerà, perché i panni sporchi, dopotutto, si lavano in casa.
E poi è anche successo che a Ivrea uno degli autobus provenienti da Milano è dovuto uscire dall’autostrada per entrare nell’adiacente parcheggio a raccattare su diciannove partecipanti torinesi perché il signore e padrone di Italia-Israele di Torino si è rifiutato di far salire sui “suoi” autobus quelli di Over the Rainbow (perché dopotutto c’è un limite alla quantità di sporcizia che si può essere disposti a tenere nascosta in casa).

E questa è la vostra inviata speciale, per l’occasione ribattezzata “Titti”,
inviata 1
e questa è sempre lei,
inviata 2
la suddetta inviata speciale, insieme a un’amica preziosa e sollecita (soprattutto per la mia stramaledetta sciatica che, per quanto imbottita di cortisone e antidolorifici, è stata un’autentica tortura per tutta la giornata. Ma tanto siamo giovani e forti e prima o poi ci riprenderemo)

NOTA: tutte le foto sono di Maurizio Turchet.

barbara

AGGIORNAMENTO: per una migliore documentazione, qui.

E LA SETTIMANA PROSSIMA TUTTI A GINEVRA!

Il 29 giugno teniamoci liberi, c’è da difendere Israele. A Ginevra

ANTEFATTO:

COMMISSIONE “SCHABAS”
È una commissione istituita dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, con sede a Ginevra, ed è chiamata così dal nome della persona a cui era stata affidata la conduzione della commissione: il giurista canadese William Schabas.
La Commissione aveva già tutte le premesse per diventare una nuova “Commissione Goldstone” (la commissione che “indagò” sui “crimini” commessi da Israele durante l’operazione a Gaza “Piombo Fuso” a cavallo fra 2008 e 2009).
Questa commissione, invece, è stata incaricata di “indagare” sui “crimini” commessi da Israele durante l’operazione a Gaza “Margine di Protezione” dell’estate 2014. Una commissione creata ad hoc su pressione della solita maggioranza automatica anti-israeliana al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, con delle tesi e dei verdetti già scritti e precostituiti, in cerca solo di legittimarli internazionalmente sotto la veste di “report” di una commissione d’inchiesta.
Solo che Goldstone aspettò molto tempo dopo l’uscita del rapporto da lui firmato, per “disconoscerlo” e ammettere che non era stato obiettivo e neutrale. Schabas, invece, si è dimesso ancora prima di iniziare, lo scorso febbraio, per delle accuse di parzialità (a sfavore di Israele, ovviamente) nei suoi confronti, dopo le notizie emerse su alcune sue passate consulenze (quindi a pagamento) per conto dell’OLP!
Lo Stato d’Israele ha deciso di non partecipare ai lavori della Commissione, proprio per la sua palese parzialità e per le sue conclusioni già precostituite; di contro ha condotto nei mesi scorsi indagini e inchieste interne autonome, pubblicando, alla fine, risultati e conclusioni che portano alla luce i veri crimini commessi invece da Hamas.
Ovviamente, la Commissione d’inchiesta dell’ONU è andata avanti lo stesso, anche senza Schabas, e adesso, a fine mese, sarà presentato il suo rapporto finale, a Ginevra, alla sede del Consiglio per i diritti umani dell’ONU.

INIZIATIVA:

Si sta organizzando una manifestazione di sostegno a favore di Israele, per quel giorno, il 29 giugno prossimo, davanti alla sede del Consiglio per i diritti umani dell’ONU a Ginevra.
Vari gruppi si stanno organizzando già localmente, in Svizzera, e si sta verificando la possibilità di organizzare anche dei gruppi di sostenitori provenienti dalle regioni limitrofe di Francia e Italia.
Vi saranno due punti di partenza per l’Italia: Torino e Milano. La manifestazione è prevista a Ginevra per le ore 11.00 in tarda mattinata. La partenza da Milano e Torino, in pullman, è prevista intorno alle ore 8:00 di mattina. Il rientro in Italia è previsto in giornata stessa, dopo la conclusione della manifestazione.
Le spese di viaggio con il pullman da Milano e Torino (andata e ritorno) sono coperte. Sarà fornito anche un pranzo al sacco.

PER PRENOTAZIONI GRATUITE SUI PULLMAN DA MILANO: SCRIVERE A eyal-m@amicidisraele.org LASCIANDO IL PROPRIO NUMERO DI CELLULARE.

PER PRENOTAZIONI GRATUITE SUI PULLMAN DA TORINO: SCRIVERE A segreamar@gmail.com LASCIANDO IL PROPRIO NUMERO DI CELLULARE.

Eyal Mizrahi – Presidente ADI e responsabile del movimento sionista Over The Rainbow Italy

Per quei quattro gatti che ancora non fossero stati raggiunti dall’informazione. Io, naturalmente, ci sarò.

barbara