OGGI È LA GIORNATA MONDIALE DELLA SINDROME DI DOWN

Inizio con questa testimonianza, trovata un paio di mesi fa.

Io, italiana a Londra, ho resistito ai medici che volevano farmi abortire

«È iniziato tutto quando ho fatto la prima ecografia più specifica e hanno visto due cisti nel plesso coroideo, cioè nel cervello della bambina. Mi hanno detto che queste cisti possono indicare una sindrome del feto, a volte spariscono e a volte no». Inizia così il racconto di una ragazza-madre italiana, trasferitasi a Londra da alcuni anni, che ci racconta al telefono le paure e le pressioni subite durante la gravidanza, specie dalla 20^ settimana in avanti, quando le fu fatta l’ecografia citata.

La chiameremo “Anna”, un nome di fantasia, perché la giovane preferisce per ora mantenere l’anonimato, dal momento che la sua bimba è una neonata di poche settimane e la madre teme che la sua denuncia del comportamento del National health service (Nhs), il servizio sanitario britannico, possa mettere in qualche modo a rischio la vita della bambina. Al tempo stesso non vuole che il suo dramma rimanga nascosto, perché l’ingiustizia subita da lei e dal frutto del suo grembo apra uno squarcio su un sistema divenuto disumano. Ma perché questa denuncia? Perché da quell’ecografia Anna ha subito diversi condizionamenti dal personale sanitario, volti a farla abortire. Grazie a Dio, ha avuto la forza di resistere.

La prima reazione di Anna al risultato dell’ecografia è informarsi. Inizia a fare ricerche su Internet, trovando conferma che le cisti si presentano anche con bambini senza alcuna anomalia cromosomica. «Quindi io ho deciso di essere positiva, anche se la notizia ti colpisce molto perché nessuno vuole problemi di salute per il bambino», ci dice lei. Ha la speranza che il bimbo nasca sano ma anche nel pieno del suo calvario, come vedremo, Anna esprimerà la decisione di proseguire in ogni caso la gravidanza, comprendendo l’infinita dignità della creatura che si stava formando dentro di lei. Una concezione della vita umana evidentemente non condivisa dai medici e dalle ostetriche che l’hanno seguita. All’ecografia della 20^ settimana segue a stretto giro un altro controllo, in cui «il dottore mi ha detto che la bambina aveva un altro sintomo della sindrome di Down oppure di Edwards».

Al termine di ogni visita successiva la giovane uscirà sempre con un carico di preoccupazione. «Ogni volta che andavo all’ospedale a fare ecografie trovavano qualcosa di anomalo alla bambina e così io ogni volta mi deprimevo perché era un problema dopo l’altro, non capivo come fosse possibile». A un certo punto le danno anche una psicologa, ma «ci sono andata solo la prima volta. Poi mi sono resa conto che non mi serviva e che se io ero depressa era solo a causa loro, quindi non avevo bisogno della psicologa». L’ansia che la prende ogni volta che mette piede in ospedale la induce ad affidarsi a un’altra struttura, sempre a Londra, che è comunque collegata alla prima. Cambia il personale, ma non l’atmosfera, di fatto impregnata di eugenetica.

All’ottavo mese di gravidanza le pressioni raggiungono il culmine. «All’ottavo mese ho fatto un’altra ecografia e mi hanno detto che la crescita della bambina era troppo lenta, dicendomi che si trattava di un altro sintomo della sindrome di Down. In realtà la mia bambina era nei parametri, solo che la facevano più tragica di quello che era, dicevano che cresceva troppo lentamente. Eppure il problema all’intestino si era risolto, le cisti erano state assorbite, ma continuavano a dipingere un quadro tutto loro. Mi dicevano di aver misurato il femore e l’omero, sostenendo che fossero troppo corti e che anche questo fosse un sintomo della sindrome».

Abbiamo chiesto ad Anna se almeno uno tra il personale medico, nell’ipotizzare che dentro di lei vi fosse un bambino affetto da trisomia, l’abbia mai consigliata di proseguire la gravidanza: «No, nessuno. Ho parlato anche con le ostetriche e ho chiesto loro un parere più umano, perché le ostetriche dovrebbero essere, come dire, più vicine alla mamma, meno fredde dei dottori, ecco. Perciò ho chiesto loro: “Voi cosa pensate personalmente?”». La loro risposta è stata semplicemente che le probabilità che la bimba nascesse con la trisomia 21 fossero «molto alte», ma nessuna l’ha incoraggiata a vedere il dono ricevuto con quella piccolina, anche nel caso di una sua malattia.

Il che è l’ennesima conferma del baratro in cui sono scivolate le nostre società occidentali, aprendo le porte all’aborto libero, ormai in evoluzione verso l’eutanasia “libera” e non richiesta, come ricordano i recenti omicidi nel Regno Unito di Charlie Gard, Isaiah Haastrup e Alfie Evans («è una società spartana», commenta Anna quando le citiamo questi casi), frutto di una cultura che pretende di sostituirsi a Dio e rimuovere il dolore – e con esso le vite umane che lo incarnano – dalla nostra vita terrena. Facendo dimenticare che proprio il dolore che spesso accompagna la condizione dei bambini ammalati – così fragili e così bisognosi di amore, che pure da loro (se accolti) promana come da una sorgente – li rende particolarmente legati al mistero di Gesù crocifisso e risorto, come già insegnava splendidamente il beato don Carlo Gnocchi.

Ma torniamo alla storia di Anna e al suo particolarissimo ottavo mese di gravidanza, quando alle nuove ansie generate in lei dai pareri medici risponde facendo nuove ricerche. «Veramente ho fatto delle ricerche pazzesche, ho visto che nell’ultimo mese è pure difficile stabilire la lunghezza effettiva delle ossa perché il bambino ormai è grande e nella pancia si fa più fatica a vedere le misure che corrispondono alla realtà perché il bimbo è tutto aggrovigliato». A un certo punto la giovane si sente rivolgere una proposta shock: «Perché non fai l’amniocentesi?». Anche qui la donna si mostra informatissima: sa che il prelievo di liquido amniotico è una misura rischiosa (frutto della cultura eugenetica di cui sopra) e può portare all’aborto spontaneo a inizio gravidanza o anche, all’ottavo mese, alla prematura rottura  delle acque. «E questo non era un rischio che volevo prendere, perché gli ho spiegato che la gravidanza l’avrei portata avanti fino alla fine, preferivo non rischiare e fare crescere il bambino». La replica del personale ospedaliero è raggelante: «Ma sei sicura? Dovresti fare l’amniocentesi».

Anna deve resistere ancora, risponde ancora di no, «perché comunque è un bambino». Ma nonostante la sua determinazione, le pressioni non finiscono. È allora che la portano in una stanza, «una stanza diversa da tutte le altre stanze», ricorda, «una stanza appartata, dove una dottoressa, che avrà avuto più o meno la mia età, mi ha detto: “Guarda, se vuoi c’è la possibilità di terminare la gravidanza”. Io ero sconvolta e ho detto: “Cosa? Ma sono all’ottavo mese, com’è possibile?”». Anna era infatti convinta che l’aborto fosse legale entro tre mesi dal concepimento, non sapendo che sotto ciò che viene chiamato ipocritamente «aborto terapeutico» si celano le più grandi mostruosità e che i termini dell’aborto indotto vengono estesi, anche solo per “prassi” (e non solo nel Regno Unito), addirittura fino al terzo trimestre. Da lì la risposta della dottoressa inglese: «Sì, è possibile, nel caso il bambino presenti grossi problemi fisici, se per esempio gli manca qualche organo vitale o ha una malformazione grave e non può vivere a lungo». Tutte motivazioni che mai possono giustificare la soppressione di una vita innocente.

Tra l’altro, di fronte a quella proposta diabolica, Anna non perde la lucidità, anzi rimane salda ribattendo alla dottoressa che comunque «la mia bambina non ha questi problemi. Ci sono dei sintomi ma anche questi non danno la prova che la mia bambina abbia effettivamente la sindrome, quindi in base a cosa dovrei abortire, in base a una teoria? Come fate a proporre questa cosa? In ogni caso, non avrei abortito nemmeno se mia figlia fosse stata Down, e questo gliel’ho detto». Ripensando a quei momenti, la giovane mamma ricorda bene il senso di ingiustizia vissuto «perché certe donne prendono paura e in un momento di debolezza possono essere indotte a seguire il consiglio del dottore. Nel mio caso, e anche in altri casi perché ho parlato con altre persone, hanno proposto l’aborto senza nemmeno che vi fossero effettivamente malformazioni, ma solo in base alla loro teoria».

Oltre all’esperienza personale di Anna si può ricordare il recente caso, riferito dal Daily Mail, di una coppia inglese, Jordan e Jonathan Squires, a cui durante la gravidanza del loro piccolo Jay era stato consigliato di abortire perché i medici erano convinti che il bimbo avesse la sindrome di Down: anche gli Squires hanno rifiutato l’aborto e detto che avrebbero amato il figlio a prescindere dalla sua salute. Tra l’altro Jay, che farà due anni a febbraio, non presenta alcuna trisomia.

E la bimba della nostra Anna? È venuta alla luce con un parto naturale, in perfetta salute. Il parto è avvenuto nel secondo ospedale, in presenza di personale sanitario che la giovane mamma italiana non conosceva, avendo fatto in quella struttura solo l’ultima parte del suo percorso. Sono seguite le visite del pediatra e un’altra di controllo il giorno successivo, senza che venissero riscontrati segni fisici o altre particolarità tipiche dei bambini nati con qualche forma di sindrome. Chiediamo ad Anna come stia ora: «Io sto bene adesso», ci spiega. «Il problema è stato quello che ho passato durante la gravidanza, che è stata completamente rovinata, e non è giusto perché quello che ho sentito io l’ha sentito anche la bambina». (qui)

Aborto, dunque, non più come un (eventuale) diritto, ma come un obbligo: questo sì che è progresso! Quando lo hanno fatto i nazisti li abbiamo chiamati criminali: questi dobbiamo chiamarli benefattori dell’umanità?

Proseguo con uno splendido pezzo di Giulio Meotti.

Va bene Greta Thunberg, ma domani un pensierino anche per questa bimba.
bambina down
E’ la Giornata mondiale della sindrome di Down. E in Occidente, l’Occidente che sforna diritti, questi bimbi li stiamo eliminando, con punte del 100 per cento in alcuni paesi europei. In Inghilterra si vuole proibire il paté e dare diritti all’aragosta, ma si eliminano i bimbi Down. In Islanda non ne nasce più nessuno. In Spagna siamo al 95 per cento. In Francia al 96 per cento. Da un po’ questi bimbi vanno forte sui cartelloni pubblicitari e nelle campagne social per una “maggiore inclusione”, ma non ce ne sono quasi più in giro. Nell’Europa delle pari opportunità e dell’uguaglianza coatta. E questo a me non va bene, è bello un mondo diverso, non conformista, scialbo, banale. Jeffrey Tate era uno dei più grandi direttori d’orchestra ma dirigeva da seduto a causa della spina bifida. Come Yitzhak Perlman, uno dei più grandi violinisti. Thomas Quasthoff è uno dei più grandi baritoni al mondo, è alto come un bambino e praticamente non ha braccia. E Michel Petrucciani, il grande musicista, veniva preso in collo per raggiungere il pianoforte. Va bene dunque Greta. Ma c’è anche questo cambiamento climatico. E questa specie di bimbi in via di estinzione. Che ci riguardano e guardano forse più di un grado celsius.

Come detto sopra, dal diritto all’aborto stiamo passando all’obbligo di aborto. Con tanta convinzione che uno, nei commenti, ha scritto, perentoriamente: “Amniocentesi e aborto”. Non si ammettono discussioni, a quanto pare. E in merito alle conseguenze di questa tendenza, ripropongo queste mie considerazioni contenute in un commento a questo post:

C’è un libro: I medici nazisti, di Robert Lifton. Sono stata male fisicamente a leggerlo, proprio perché i protagonisti assoluti delle peggiori efferatezze sono coloro che hanno prestato il giuramento di Ippocrate. Quando il governo nazista ha proposto una legge per sterilizzare gli handicappati gravissimi, sembrava una cosa altamente umanitaria: nessuna persona normale si accoppierebbe con un handicappato grave, e d’altra parte anche loro hanno le stesse pulsioni sessuali di chiunque altro con, in più, un’assoluta incapacità di autocontrollo. La conseguenza è che o li si lascia accoppiare fra di loro, e mettono al mondo dei mostri, o li si condanna a una vita di sofferenza impedendo loro la realizzazione della propria vita sessuale. E dunque, sterilizziamoli e poi possiamo lasciarli liberi di godere quanto vogliono. Tutti i medici riuniti a convegno hanno votato a favore, tranne uno, con la seguente motivazione: cose come queste si sa come cominciano, ma non si sa come poi vadano a finire. Noi, oggi, lo sappiamo: dalla sterilizzazione degli handicappati gravissimi si è arrivati a sterilizzare persone con un leggero ritardo, come ne abbiamo in tutte le nostre scuole e in tutti i nostri posti di lavoro, e gli handicappati più gravi venivano gassati. Dalle decisioni prese in base a rigorose indagini svolte da un’equipe di tre medici, come stava sulla carta, si è passati a gassare sulla base di una crocetta messa su un foglio da un’infermiera (che, per inciso, era una persona che aveva frequentato la scuola elementare e poi un corso di sei mesi). Allo sterminio di sei milioni di ebrei, almeno centomila handicappati, altrettanti omosessuali (che prima di finire in gas dovevano obbligatoriamente passare per i letti delle SS), mezzo milione di zingari ecc. ecc., si è arrivati partendo da quella legge tanto umanitaria.
E io mi chiedo: nel momento in cui, a forza di aborti “terapeutici” saremo arrivati ad avere un mondo senza Down, senza ritardati, senza spastici, senza nani, senza ciechi, senza sordi, riusciremo a sopportare di avere un figlio miope, o strabico, o una figlia con le ginocchia sporgenti?

Di aborto ho precedentemente parlato anche qui, della sindrome di Down qui e qui. E adesso godetevi questa chicca.

barbara

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DEDICATO ALLA SIGNORA BACHELET

Poi anche due parole scritte, per chi non abbia seguito troppo da vicino, o abbia dimenticato, le vicende della signora in questione e dell’organo che rappresenta.

Domenico Ferrara

Fa un po’ storcere il naso che a lanciare l’«invasione moralizzatrice» in Italia a difesa di migranti e rom sia una che è stata più volte criticata proprio sul campo del rispetto dei diritti umani e delle minoranze. Sul curriculum dell’Alto commissario Onu Michelle Bachelet pesa, infatti, un comportamento molto ambiguo, soprattutto se si guarda al rapporto con Cuba, Nicaragua e Venezuela. A mettere in fila le anomalie, chiamiamole così, dell’ex presidente del Cile ci ha pensato l’Ong Un Watch, che ha il compito di monitorare quello che accade all’interno del Palazzo di Vetro e che ha espresso numerosi dubbi sulla poca trasparenza e sulla velocità che hanno accompagnato l’elezione della Bachelet. Qualche esempio? Durante la visita a Cuba, all’inizio del 2018, la Bachelet è stata fortemente criticata dai membri del suo stesso partito e dagli attivisti per i diritti umani per aver incontrato il generale Raúl Castro snobbando i membri dell’opposizione pacifica di Cuba. Non solo. Alla richiesta della leader dell’opposizione, Rosa María Payá, di incontrare i dissidenti per i diritti umani la Bachelet ha risposto picche, anzi, non ha proprio risposto. Anche la blogger cubana Yoani Sanchez ha puntato il dito contro di lei imputandole una «vicinanza all’Avana segnata da una nostalgia ideologica che offusca la sua visione e la sua capacità di riconoscere la mancanza di diritti che segnano la vita dei cubani» e aggiungendo che «dalla sua bocca non c’è mai stata alcuna condanna della repressione politica condotta sistematicamente da Raúl Castro, anche quando le vittime sono donne». Accuse durissime per una che adesso ha assunto il pesante ruolo di difensore dei deboli. Quando morì Fidel Castro ricorda ancora Un Watch – la Bachelet lo definì «un leader per la dignità e la giustizia sociale a Cuba e in America Latina». Lodi espresse anche per Chavez per «il suo più profondo amore per il suo popolo e le sfide della nostra regione per sradicare la povertà e generare una vita migliore per tutti». E ancora, nel rapporto dell’Ong, viene citato poi il rifiuto di condannare il regime di Maduro insistendo invece «sul fatto che il problema del Venezuela sia la mancanza di dialogo, suggerendo che esiste una sorta di responsabilità condivisa». C’è infine il silenzio assordante sulle uccisioni di centinaia di manifestanti da parte del regime di Ortega in Nicaragua. Su come l’Italia invece tratterebbe migranti e rom, la «nuova Boldrini» invece forse straparla.


Filippo Facci

Con tutta la diplomazia di cui certi organismi sono pure intrisi, è impossibile non ridergli in faccia. L’Alto commissario (che è bassa, ed è una commissaria) per i diritti umani Michelle Bachelet, una cilena, ha puntato il dito contro l’Italia ha criticato il nostro Paese per le «conseguenze devastanti dallo stop alle navi ong», e dall’alto di quale pulpito Onu? Le risposte sono decine: per esempio dal pulpito che il 28 maggio scorso ha fatto presiedere la Conferenza sul disarmo proprio alla Siria del dittatore sanguinario Bashar al Assad. Per esempio dal pulpito che tre mesi prima aveva affidato alla Siria anche il ruolo di relatrice del Comitato speciale sulla decolonizzazione: parliamo di una nazione che occupa militarmente alcune zone del suo stesso territorio. Per esempio dal pulpito (sempre Onu) che nello stesso mese aveva eletto la Turchia come vicepresidente del Comitato di controllo delle organizzazioni non governative e dei gruppi in difesa dei diritti umani: la Turchia, già, quella che sta facendo incarcerare giornalisti e militanti e oppositori. Forse andrebbe anche ricordato che l’Alto commissario Onu per i diritti umani, quello che ora ha criticato l’Italia, è stato fondato dagli Stati Uniti che hanno abbandonato la loro creatura giusto nel giugno scorso, tanto la reputavano utile. LA LISTA E’ ridicola, soprattutto: nel 2015 nessuno impedì che l’Iran degli ayatollah entrasse nell’Agenzia Onu per l’emancipazione femminile, e stiamo parlando di un regime che considera la donna ufficialmente inferiore e priva dei principali diritti. Tanto vale la credibilità di questa Commissione (o commissariato, o Consiglio: ogni tanto cambiano nome) che in teoria dovrebbe promuovere e difendere i diritti umani in giro per il mondo: 45 paesi membri tra i quali spiccano Arabia Saudita, Cina, Qatar, Venezuela, Cuba, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Repubblica del Congo, Burundi, Pakistan, Afghanistan e Angola, in pratica una santa alleanza di torturatori che vigilano sui diritti umani. Siria e Arabia Saudita, in particolare, fanno parte dei “Worst of the worst 2018”, la lista dei 12 paesi che secondo Freedom House è «il peggio del peggio» quanto a rispetto dei diritti di qualsiasi genere. E che ci fanno proprio in quella Commissione? Facile: da dentro è molto più facile evitare che la stessa Onu punti il dito contro di loro quali violatori sistematici dei diritti che dovrebbero difendere. In pratica, senza timor di esagerare, se cercate una classifica dei paesi dispotici, misogini, torturatori, sponsor del terrorismo, senza uno stato di diritto, senza diritti civili o politici, senza libertà di pensiero, di parola, di stampa e di associazione, beh, nella commissione-commissariato-consiglio trovate un’annalistica imbattibile, oppure potete trovarla anche nel pur datato «Contro l’Onu» di Christian Rocca (Lindau, 2004) che vi si spiega, per dire, come nel 2003 la Commissione sia stata presieduta dalla Libia – la Libia, sì – mentre l’anno prima – proprio a ridosso dell’ 11 settembre – un’alleanza di oppositori a Bush riuscì a escludere gli Stati Uniti. In pratica sono gli stati canaglia che si aiutano l’uno l’altro: forse il record è del 2004, quando Freedom House classificò la presenza di 13 stati «repressivi» o «non liberi» su 53: anche se va detto che è una Commissione che non conta nulla, e il vicepremier Matteo Salvini non dovrebbe neppure perdere tempo a rispondergli. ZERO POTERI Non possono sanzionare, aiutare economicamente le vittime, possono solo spedire strapagati ispettori che «ascoltano» di qua e di là. Un apparato costosissimo con prediche a mille e potere a zero: un condensato dell’Onu. Che a mezzo di questa Commissione non si è mai occupata, neppure nei periodi peggiori, di Arabia Saudita, Cina, regioni come Tibet o Cecenia, Zimbabwe (quello di Mugabe, il presidente razzista) o dei finanziamenti di Saddam ai kamikaze, o del sostegno siriano agli Hezbollah. Si è occupata, dopo l’11 settembre, del possibile «impatto sulle minoranze e sulle comunità islamiche» e della «campagna di diffamazione» dell’Islam. Lo stesso Islam che vede l’Arabia Saudita, per fare un altro esempio, sempre in prima fila nella commissione anche se non ha neppure mai firmato la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948: perché prevedeva libertà di coscienza e addirittura una parità tra uomini e donne. Ma fa niente. In compenso ogni anno si sprecano le risoluzioni della Commissione contro Israele, questo tra un contratto e l’altro – i paesi democratici fanno sempre ottimi affari con le dittature – e naturalmente tra stipendi alti e altri ancora più alti. (qui)

POST SCRIPTUM: dell’11 settembre non ho voglia di parlare, ma se avete voglia di leggere qualcosa di veramente bello, andate a fare visita a Giulio Meotti.

barbara

NANNE…

Zitti, fate piano, non le svegliate e lasciamole dormire. Anzi cantiamo insieme una antica ninna nanna, non sia mai detto che i rumori di protesta che arrivano dall’Iran le sveglino. “Nonna-nonna, nunnarèlla. Vieni ca sta figlia è bella; vieni e nun tardàri, ca se vòle addurmentàri…”. E mentre le belle figlie di Teheran lottano per il diritto a mostrare i loro capelli scoperti cosa fanno le belle figlie dell’Occidente e dell’Italia? Le nostre femmine femministe, le nostre attive combattenti per i diritti delle donne, cosa fanno? Le nanne. Tutte. Da Laura Boldrini fino a Federica Mogherini, da Emma Bonino fino alle madri delle cause palestinesi come Rosa Schiano e le Donne in Nero. Tutte a nanna. “Nonna-nonna, nunnarèlla, Vieni ca sta figlia è bella; vieni e nun tardàri, ca se vòle addurmentàri…”. Perché le figliole di Iran non interessano, non hanno diritto ad essere donne con o senza velo, con o senza obblighi religiosi. E poi ci sono gli interessi economici (quelli veri) e mica le nostre donne potranno svegliarsi e mettersi contro il mondo ed il petrolio? Proprio adesso che le sanzioni sono sospese? E mica potranno le nostre donne dimenticare il fascino di quando, durante visite più o meno ufficiali, sono state loro quelle che hanno indossato l’hijab? Se e quando tutte le donne sensibili alle lotte ben scelte e ben ponderate vorranno svegliarsi, ci sarà sempre tempo ed occasione per una bella marcia contro Israele, una rassegna cinematografica antisionista, un aperitivo solidale con i bambini palestinesi ed un giro di saldi per l’acquisto di un nuovo foulard per la prossima visita in un paese governato da un regime teocratico, che offende e distrugge ogni diritto femminile ed ogni istanza democratica. Ed intanto a Gerusalemme, lo scorso 2 gennaio, un gruppo di esuli iraniani sfuggiti per un soffio ad arresti e condanne capitali – guidati dalla giornalista Amin Neda, anche lei una vera attivista per i diritti umani esule ed esiliata dall’Iran – hanno protestato contro la Repubblica Islamica di Iran e contro il mancato sostegno occidentale, ringraziando lo Stato di Israele che li ha accolti e salvati da morte certa. Ma non le svegliate le nostre amazzoni a tempi alternati. Lasciatele tranquille: “Nonna-nonna, nunnarèlla Vieni ca sta figlia è bella; vieni e nun tardàri, ca se vòle addurmentàri…”

Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino – Moked, ‍‍05/01/2018

Certo, la priorità assoluta è la guerra a 360° contro il maschilismo linguistico, lottare perché si impongano le corrette denominazioni di sindaca avvocata ministra presidenta architetta ingegnera (e noto con orrore che, ad eccezione di presidenta, word non me li segnala più come errori), altro che bazzecole quali il diritto di sposarsi a diciotto anni e non a nove, di scegliere il marito e non vedersi imporre, a dieci anni, un sessantenne, di decidere il proprio abbigliamento, ma quando mai.
E ora, per riprendere uno dei temi toccati da rav Punturello, vediamo in azione i poveri bambini palestinesi innocenti e gli infami soldati israeliani.

barbara

LETTERA APERTA ALLA RESPONSABILE ESTERI DELL’UNIONE EUROPEA, SIGNORA FEDERICA MOGHERINI

Gentilissima signora Federica Mogherini
Per lo show di insediamento, e la vergognosa storia dei suoi selfi con gli autori della repressione e del terrorismo internazionale, il regime degli ayattollah aveva momentaneamente sospeso le esecuzioni riprendendo subito dopo. Ieri abbiamo ricevuto la triste notizia delle esecuzioni di massa incluso un giovanissimo ragazzo che all’epoca dei fatti aveva soli 15 anni. ( alireza Tajik. Shiraz).
Signora Mogherini il suo viaggio in Iran non solo [non] ha prodotto vantaggi a favore dei diritti umani bensi ha prolungato la sofferenza di 35 detenuti, condannati a morte, che hanno dovuto sopportare 5 giorni di isolamento in attesa dell’esecuzione.
In poche parolea se lei non ci fosse andato avrebbe risparmiato loro 5 giorni interminabili di sogni, incubi, sofferenze e qualcos’altro. [che cosa sia il “qualcos’altro” che tutti i prigionieri devono subire nelle prigioni iraniane, lo sappiamo fin troppo bene. Soprattutto le donne ancora vergini, perché secondo l’islam una donna che muore vergine va automaticamente in paradiso, e quindi devono evitare che una condannata a morte abbia questa gratificazione almeno post mortem, ndb]
Signora Mogherini lei e la sua politica chamberliniana porterà sicuramente una macchia nera nella storia contemporanea. Lei avrà sulla sua coscienza, premesso che ne abbia un briciolo nel suo portafoglio, la sofferenza e la morte di chi resterà vittima di queste barbarie fatte nel nome dell’islam.
Sappi che fin quando non manderemo il regime degli ayattollah nella pattumiera della storia non la perdoneremo mai e mai.
Resteremo la voce dei soldati italiani uccisi a Nassiria da coloro con cui lei si è divertita con i selfi!
Resteremo la voce dei senza voce
Resteremo la voce di Atefeh Rajabi, impiccata il 15 agosto del 2004 quando lei si stava prendendo il sole da qualche parte di questa terra!
Signora Mogherini per fare bene il suo lavoro ci vogliono uomini col cuore DONNA e non donne col cuor UOMO!
Sono sicuro che l’ambasciatore Giulio Terzi avrebbe declinato l’invito e l’avrebbe rimandato al mittente.
davood karimi, presidente dell’associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia

Voglio aggiungere due parole su Atefeh Rajabi, del cui assassinio ricorrerà fra pochissimi giorni il tredicesimo anniversario. Rimasta orfana di madre molto piccola, un fratello annegato (pare), padre drogato, si prende cura dei nonni ottantenni, che da parte loro invece la ignorano. Stuprata da un uomo di cinquantun anni, viene processata per crimini contro la castità; sottoposta per tre mesi a stupri e torture di ogni sorta (al punto da doversi muovere a quattro zampe per il dolore causato dalle torture che le impedisce di camminare), “confessa” di avere avuto ripetuti rapporti sessuali con il cinquantunenne. Quando si rende conto che non ha alcuna speranza di scampare alla condanna a morte, si toglie in segno di sfida l’hijab, poi si toglie anche le scarpe e le scaglia contro il giudice. Il 15 agosto 2004 viene impiccata. Non aveva ancora compiuto diciassette anni.
(clic per ingrandire)

atefeh 2
atefeh 3
Buon anniversario, signora Mogherini (già ricordata in questo blog qui e qui)

barbara

QUAND ON EST CON ON EST CON

come cantava il grande Georges Brassens.

Papa Francesco: ‘Una triste notizia’

I profughi cubani (sì, profughi: quelli sono profughi veri) invece commentano così

Agli amanti di Castro di casa nostra, sicuramente a lutto stretto per la morte del vecchio porco, dedico invece questo.

barbara

SE L’ONU SI È TRASFORMATO IN UNA GRANDE MOSCHEA

Mi sembra che questo articolo di Fiamma Nirenstein di qualche settimana fa, sia la cosa più adatta a commentare il post precedente.

Il Giornale, 19 febbraio 2016

L’ONU riesce sempre a farti sbarrare gli occhi nonostante ormai il suo catalogo sia classicamente impregnato di odio antioccidentale, ossessione antisraeliana, abbandono dei diritti umani. Anche stavolta la famosa esperta Anne Bayefsky ci accompagna nei corridoi dell’edificio vetrato ornato, a New York, di tutte le bandiere del mondo. Ma un’occhiata all’interno ci porterà nell’edificio dell’Assemblea generale, a uno stupefacente cumulo di tappeti da preghiera e anche a mucchi di scarpe.
La preghiera è certamente una bella cosa, ma dentro l’Onu sembra essere praticata pubblicamente (un po’ come si vide nei boulevard di Parigi, o in piazza del Duomo a Milano) soltanto da una fede anche oltre la sala da meditazione che era nata per ospitare qualsiasi fede. Fu creata nel 1957 con la supervisione dell’allora segretario Dag Hammarskjold che voleva “uno spazio in cui le porte possano essere aperte alle infinite terre del pensiero e della preghiera”. Adesso, lo spazio è prenotato dalle 11,45 alle 3:00 (l’ONU non dice da chi) ogni giorno. Le preghiere musulmane sono divenute così popolari che i tappetini e le scarpe strabordano anche sui percorsi turistici.
I cristiani, gli ebrei, gli indù, invece, ed è certo una loro scelta, non compaiono mentre la fede islamica ci tiene a mostrarsi dentro il Consiglio Generale. È una ricca presenza anche il Qatar che ha investito milioni in una sala tutta broccati e ornamenti d’oro che Ban Ki-moon ha definito “perfetta per negoziati dietro le quinte”. Tutto questo non è folclore: per quanto la religione debba essere sempre rispettata in quanto tale, tuttavia qui non si può fare a meno di considerarne l’espressione strabordante come un simbolo dell’intera vicenda onusiana.
L’Onu, nato nel dopoguerra per diventare il difensore dei diritti umani contro la violenza e la dittatura dopo gli orrori passati, è stato poi divorato da logiche interne. La presenza strabordante di Paesi non democratici, soprattutto del blocco islamico (57 membri dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica) e dei cosiddetti “Paesi non allineati” (120) ha condotto a una sistematica demolizione dello scopo basilare delle Nazioni Unite, che ha 193 membri: è una pura questione matematica.
Così, per esempio, è stato sempre impossibile definire unanimemente il terrorismo, e possibile invece (sin dall’82) legittimare “la lotta dei popoli contro le occupazioni con tutti i mezzi a disposizione”, evitare la difesa delle persone omosessuali nell’ambito dei diritti umani, seguitare a far circolare l’idea che la Carta islamica dei diritti, in cui le donne sono discriminate e la sharia auspicata, sia una valida sostituta per quella approvata dalle Nazioni Unite, fare di Israele uno Stato canaglia con mille invenzioni pazzesche, e rendere un Paese che rappresenta lo 0,1 per cento della popolazione mondiale oggetto del 40 per cento circa delle risoluzioni dell’Assemblea e del Consiglio per i diritti umani, ignorare le grandi stragi, mettere Paesi come la Cina, la Libia, l’Arabia Saudita in posizioni preminenti nel Consiglio e in commissioni delicate e importanti come quelle per i diritti delle donne…
Insomma l’immagine di tutti quei tappeti e quelle scarpe è difficile da collocare in un ambito puramente religioso, quando pochi giorni fa Ban Ki-moon ha dichiarato che i quotidiani attacchi terroristici a Israele sono frutto della frustrazione causata dal ritardo di una ripresa delle trattative, mentre i giovani terroristi inneggiano alla Moschea di Al Aqsa e dichiarano su Facebook e ovunque possono il loro odio razzista per gli ebrei. Ma questo all’ONU non si dice, non si è mai detto, anzi, l’esaltazione della “causa palestinese” ne è uno dei maggiori oggetti di attivismo, mentre niente si fa per i milioni di vittime della corrente ondata di assassinii e di terrore in Medio Oriente.

E a questo sconfortante resoconto, non ho davvero niente da aggiungere.

barbara

QUALCUNO IL CORAGGIO LO HA AVUTO

Hassan Rouhani forse tutto si aspettava fuorché di essere «sfidato», sia pur solo verbalmente, da un giornalista di Pagine Ebraiche. E invece il fiorentino Adam Smulevich ieri a Roma, in una sala blindatissima del Grand Hotel Parco dei Principi, sul finale della conferenza stampa del presidente iraniano a conclusione del business forum Roma- Teheran ha rotto il silenzio e ha portato all’attenzione del leader iraniano gli unici argomenti di cui non voleva parlare: i diritti delle minoranze nella Persia. «Ero seduto in seconda fila, molto vicino al palco – racconta Smulevich – Sapevo che quegli argomenti non si potevano discutere, ma ci ho provato lo stesso». Si è alzato e gli ha detto, in inglese: «Presidente come pensa che possiamo avere fiducia nei suoi annunci propagandistici, nel fatto che oggi ‘a Roma splende il sole’, come ha detto poco fa, se il Paese sotto la sua presidenza continua a essere nelle prime posizioni delle classifiche mondiali della negazione dei diritti?». Il gelo è calato in albergo. «Non se l’aspettava – commenta il cronista fiorentino – Forse dalle sue parti non usa rivolgere domande che non siano prima passate al vaglio dell’ufficio stampa. Mi ha fissato per diversi secondi, con sguardo, diciamo, di forte antipatia. Era una maschera, immobile, silenzioso. Qualche istante di stupore generale, anche tra i colleghi e i funzionari. Rouhani non mi levava gli occhi di dosso. Poi se n’è andato senza proferire una sillaba circondato dalle sue guardie e dai funzionari dell’ambasciata» . Smulevich sapeva che le domande sarebbero state vagliate. «C’erano molti paletti, molti limiti. Tanto che alla fine gli sono state rivolte solo domande all’acqua di rose». Si era iscritto a parlare anche lui e «l’addetto stampa dell’ambasciata si è detto possibilista». Solo che «non è mai arrivato il mio turno». Si è presentato come «redattore di Pagine Ebraiche» e quindi «tutti sapevano chi fossi e quale fosse l’impostazione della mia testata». Ha tentato, spinto dal fatto che «fino a quel momento Rouhani aveva tenuto un monologo sul nuovo inizio che stava nascendo a Roma, sul fatto che in Iran lavorano per aumentare diritti e libertà, che combattono il terrorismo. Insomma, parlavano di cose molto lontane dalla realtà che Amnesty International e altre agenzie ci raccontano ogni giorno». Alla fine però «quello che mi ha stupito di più è che nessuno mi abbia brontolato. Nessuna reazione da parte degli iraniani. Mi hanno solo detto che ero uscito fuori dal protocollo».
(Corriere Fiorentino, 28 gennaio 2016)

Speriamo solo che quello sguardo fisso, immobile, silenzioso, durato diversi secondi, non avesse lo scopo di imprimersi bene nella mente quei lineamenti. Behatzlachah, Adam, ve kol hakavod.
Adam Smulevich
barbara

NO!

Su Informazione Corretta di ieri era possibile leggere un bell’articolo di Francesca Caferri, Tra le donne saudite che sfidano i divieti: “Il voto non ci basta, vogliamo la libertà” sulla condizione delle donne in Arabia Saudita, riferendo sugli – ancora non si sa se autentici o fasulli – spiragli che sembrerebbero aprirsi, sulle aspirazioni delle donne, sulla divisione fra quelle che ritengono opportuno accettare ciò che viene offerto per poi partire da lì, in una posizione di maggiore forza, per pretendere altro, e quelle che preferiscono rifiutare perché lo ritengono un contentino per farle stare buone a cuccia. Articolo ben fatto, chiaro, esauriente.
Che cosa non va allora? Non va il titolo che a questo pezzo ha attribuito Informazione Corretta: Donne saudite: il medioevo è oggi.
No, gentile signora Informazione Corretta, questo è un titolo idiota, disinformante e antistorico. Nel medioevo, nella nostra società maschilista come tutte quelle dell’epoca, in cui la misoginia si vendeva a chili (oggi ci accontentiamo di venderla a etti), alle donne non veniva vietato di uscire di casa se non accompagnate da un familiare maschio; e non venivano obbligate a coprirsi dalla testa ai piedi, faccia compresa; e non erano loro vietati i colori. E se venivano violentate erano facilmente accusate di essere responsabili dello stupro, ma non se erano bambine di quattro anni; e se erano adulte venivano ostracizzate, ma non assassinate dalla famiglia o condannate a morte dallo stato; e non veniva loro impedito, a suon di bastonate, di lasciare un edificio in fiamme perché la testa non era coperta.
Medioevo? Mi si presenti un Boccaccio saudita liberamente pubblicato e poi ne riparliamo.

barbara