ACCOGLIENZA! ACCOGLIENZA! LO HA DETTO IL PAPA!

barbara

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ERRORI DA EVITARE

E a me rimane l’amara sensazione che con il mondo musulmano continuiamo a commettere errori che potremmo evitare. È sacrosanto quanto indispensabile l’appello a denunciare e isolare ambienti e personaggi che all’interno della propria comunità incitano allo jihadismo, o si sospetta che lo pratichino o che facciano proselitismo in tal senso. È sacrosanta quanto necessaria la condanna pubblica e la presa di distanza dagli assassini in nome di Allah. È un bellissimo gesto che i credenti delle tre grandi fedi monoteistiche si uniscano in momenti di raccoglimento di fronte a orribili gesti che spezzano centinaia di vite e spargono dolore e strazio in mezzo mondo. Ma è giusto, e quanto è giusto che il “potere mediatico/politico” – in buona fede – chieda e ottenga (contraddicendomi, dico per fortuna) il fortissimo gesto di una preghiera comune nelle chiese, davanti a immagini per noi inconcepibili in quanto tali? I rabbini lo farebbero? Gli ebrei osservanti lo farebbero? Di più, e qui sta il nodo, sarebbe giusto chiederglielo? Di fronte all’orrore jihadista io credo che molte regole di “normalità” possano e debbano essere rivisitate, però il dubbio che questi errori possano e debbano essere ridotti al minimo rimane forte.
Stefano Jesurum, giornalista
(4 agosto 2016, Moked)

“I rabbini lo farebbero? Gli ebrei osservanti lo farebbero?” No, signor Jesurum, non lo farebbero i rabbini e non lo farebbero gli ebrei osservanti. Neanche quelli osservanti al 10%: nessun ebreo pregherebbe di fronte a immagini, atto considerato idolatrico dall’ebraismo come dall’islam. E sa perché gli ebrei non lo farebbero? Perché nel loro Libro Sacro non hanno l’obbligo della taqiyya, la dissimulazione, il mentire sui propri sentimenti e sulla propria fede per meglio ingannare gli infedeli e diffondere la propria religione.
A parte questo mi piacerebbe chiedere: il signor Jesurum mi saprebbe indicare qual è stata l’ultima volta che i musulmani hanno accettato di pregare insieme agli ebrei? L’ultima volta che viene in mente a me è quella di due anni fa in Vaticano, in cui l’imam ha sonoramente preso per il sedere il signor Bergoglio pregando di fronte a lui per l’annientamento degli infedeli da parte dell’islam.
E poi una cosa bisogna proprio che la dica: bello quel mantra delle “tre grandi fedi monoteistiche”! Vero che riempie così bene la bocca? Bello soprattutto l’aggettivo. E così come, in altre circostanze, l’aggiunta dell’aggettivo mi induce a chiedermi se esista un piccolo raccordo anulare e un’aloe falsa, così ora il signor Jesurum mi induce a chiedere: quali saranno mai le piccole fedi monoteistiche?
Eh sì, caro signor Jesurum, ce ne sarebbero di errori da evitare, quanti ce ne sarebbero!
Qualche altra considerazione, meritevole di essere letta, la aggiunge un giovane commentatore della stessa testata.


Solidarietà e ipocrisia

Leggo con stupore e amarezza un passionale elogio all’evento di domenica in una chiesa di Roma in cui tre imam si sono recati a portare solidarietà dopo il terribile attentato a Rouen. Stupore, perché sarebbe bastato controllare e ci si sarebbe accorti che si è finito per fare pubblicità a chi, come uno dei tre Imam, parole senza equivoci sul terrorismo non le ha mai pronunciate. Anzi, intervistato da una televisione poco tempo fa, lasciava in bella vista una cartina da cui Israele era cancellata. Di fronte a questa particolarità un giornalista de l’Espresso ne chiese conto e la risposta fu netta: “per noi Israele non dovrebbe esistere.” Sempre a Roma era presente il rappresentante della comunità palestinese in Italia, che invece considera come propaganda sionista la verità storica del rapporto tra il Gran Mufti e Hitler. Così tanto per far capire chi sono i rappresentanti con cui i nostri intellettuali sognano di pregare insieme in chiese, sinagoghe e moschee aperti a tutti, credenti e non credenti. Forse per questo che non penso ci sia bisogno di preghiere condivise o di moderne forme di sincretismo. A prescindere che queste siano vietate dalla Torah e non andrebbero promosse quanto meno da noi nei nostri spazi, servirebbe solo quel poco di rispetto e lucidità per comprendere che di gesti eclatanti e televisivi non ne sentiamo il bisogno. Anzi, dietro certi gesti di solidarietà c’è da preoccuparsi perché si nasconde un’ideologia ipocrita e pericolosa.
Daniel Funaro
(4 agosto 2016, Moked)

Come dicevo: taqiyya allo stato puro (clic per ingrandire, rubato qui).

barbara

UN ARTICOLO DI FRANCESCO MERLO

di 13 anni fa. Né il destinatario, né l’evento specifico sono attuali, ma il contesto generale è tuttora valido, e penso che valga la pena di rileggerlo.

Io credo che lei, gentile Gino Strada, sia certamente un chirurgo straordinario, innalzato su un piedistallo di nobiltà etica. Lo dico senza ironia, ma con sincera ammirazione. Ed è, anzi, proprio per questo che capisco quanto il signor Né-Né possa indurla in tentazione, o quanto lei stesso rischi di diventare un signor Né-Né, non più medico neutrale, non più nemico della sofferenza d’Occidente e d’Oriente, della ferita che non segue il corso del sole. Lei, insomma, da farmaco senza ideologia né patria, apolide come la penicillina, rischia di diventare uno dei tanti maestri di pensiero politico italiano, leader e simbolo partigiano che tra i pacifisti nidifica. Sarebbe davvero imperdonabile, una bruciante sconfitta per tutti noi, se alla fine anche lei più che un pacifista diventasse un paciere, di quelli che trattengono l’uno mentre l’altro lo picchia. Il signor Né-Né, lo ripeto per chiarezza, non è infatti un pacifista, anche se si accuccia proprio in quella passione per la pace che è la passione di tutti noi, anche la mia, una passione necessariamente sobria e mai gridata e che lei, invece, gentile e coraggioso chirurgo Gino Strada, qui, purtroppo, sbrodola. Voglio dire che si può legittimamente pensare che l’intervento militare contro Saddam sia un errore, senza diventare per questo un signor Né-Né. E ci si può battere, diplomaticamente e politicamente, perché si provi un’altra strada, ben sapendo che l’esilio volontario di un dittatore terrorista, come generosamente vorrebbe Pannella, è solo una trovata retorica e che neppure l’embargo è una strada indolore, visto che le spese le pagano soprattutto i deboli, i poveri, i vecchi e i bambini mentre i furbi, «le volpi», ben si accomodano nelle disgrazie, sempre travestiti da benefattori, da santi, da pacifisti. Si può persino mestamente rassegnarsi a Saddam, e sceglierlo come male minore, in attesa di prove più schiaccianti e di nuovi genocidi. L’importante, mio gentile e coraggioso chirurgo, è sapere che in guerra, nella guerra che ci è stata dichiarata l’11 settembre a New York, non è consentito stare né di qua né di là: o si sta con l’Occidente, con il suo petrolio e la sua democrazia, o si sta invece con Saddam, con il suo petrolio, il suo satrapismo e la sua dittatura etnocida e terrorista. Lei, dunque, gentile e coraggioso chirurgo, stia con chi le pare, ma non dica di non stare né né. La sua lettera poi è la prova di quanto l’intelligenza sia secca e netta, come le buone operazioni chirurgiche. La parola, quando è troppa, surroga la poca intelligenza dei fatti. E io temo che lei sia ricorso alla facondia, o meglio alla verbosità, per non impegnarsi appunto nell’intelligenza di quell’evento enorme: la guerra contro l’Occidente dichiarata dall’islamismo fanatico nell’attacco alle due torri e nell’eccidio di quei nostri fratelli, bianchi, neri, ispanici, e anche arabi, una guerra non solo al simbolo architettonico ma al cuore fisico di una civiltà, quella verticale, quella della tecnica che corre in cielo, quella della democrazia, la nostra civiltà che è impastata con le ragioni dell’Altro ed è fatta anche di chirurghi pacifisti che ci riempiono d’orgoglio proprio perché si volgono all’Altro, con la pietas laica che soccorre i corpi ben più della pietas religiosa, così attenta a confortare l’anima. La retorica, cui lei fa abbondante ricorso, è sempre un grido di malessere dell’intelligenza. Io per esempio mi sgomenterei alla vista delle mille sofferenze depositate negli ospedali, nei suoi encomiabili ospedali. Non avrei nessuna intelligenza adeguata a quelle piaghe e perciò potrei, certamente sbagliando, scrivere contro la chirurgia, che emotivamente e scioccamente detesto, e magari produrre sino al doppio di lamenti che lei ha scritto contro di me, sempre sotto forma di buoni sentimenti. Ecco, io temo, e lo dico con rispetto sincero, che proprio questo le sia accaduto. Si può infatti vedere Ground Zero e non capire. Addirittura, a volte, più si vede e meno si capisce. Ma eccoci tornati al punto: a noi è stata dichiarata la guerra. E in guerra, purtroppo per lei, per Rosy Bindi, e per me, non si può scegliere di non scegliere, non si può stare né di qua né di là, come si illusero di stare i pacifisti che nel 1939 gridavano nelle strade di Parigi di non volere morire per Danzica e poi caddero in posti sconosciuti per la difesa della Francia, dell’Europa e del mondo civile. Né ci si può commuovere per gli ebrei della Shoah e poi odiare gli ebrei di Israele, e bruciare le loro bandiere nelle strade d’Europa in sintonia con quanto avviene nelle strade dell’Islam. Pensi, ancora, a quelli che inventarono lo slogan, che tanto le piace, «né un soldo né un uomo», e che poi consegnarono alla destra, cioè al fascismo e al nazismo, le ragioni democratiche dell’interventismo coraggioso. La retorica delle buone intenzioni ha sempre dei profittatori, degli astuti signori Né-Né. Dove vuole che vadano i lupi e le volpi se non tra le colombe del coraggioso Gino Strada, e nei pollai?
Francesco Merlo

Credo che i destinatari, oggi, potrebbero essere molti, tra le folte file dei buoni di professione.

barbara

MA VERAMENTE CHARLIE HEBDO BERSAGLIA L’ISLAM?

Quello che segue è il consuntivo delle prime pagine di Charlie Hebdo in dieci anni di attività, oltre cinquecento numeri:
Charlie Hebdo
L’islam, come si può vedere, è in assoluto il tema meno bersagliato. Ciononostante l’islam è stato l’unico, tra i bersagli di Charlie Hebdo, a reagire facendo una strage: qualcuno ha ancora il coraggio di dire che l’islam non c’entra? Che il problema non è l’islam? Che chiunque, se gli insultano la mamma, è pronto a tirare un pugno?
In seguito alla strage i charlini hanno deciso che non avrebbero più attaccato l’islam: decisione sicuramente sensata, ché davvero sarebbe insensata la scelta di andare incontro a morte sicura per una questione di principio; ma se oltre al buon senso ci fosse anche un minimo di onestà intellettuale, avrebbero deciso di non attaccare più neanche il cristianesimo, né l’ebraismo, né nessun altra religione al mondo: risparmiare unicamente l’islam perché quelli, a differenza degli altri, ti fanno fuori e tu ti caghi addosso dalla paura, non è buon senso, è vigliaccheria e ipocrisia della peggior specie.
Adesso, in occasione del primo anniversario della strage, hanno avuto la geniale idea di pubblicare questa vignetta.
charlie
E, in un certo senso, possiamo anche dire che effettivamente corresponsabile della strage – fermo restando che i primi responsabili sono gli assassini che l’hanno messa in atto – è “un” dio. Peccato che quello rappresentato nella vignetta non sia quel dio lì che ordina ai suoi seguaci di mettere a morte chi insulta l’islam nonché tutti gli infedeli in generale. Anzi, a dirla tutta, non è neppure un dio generico, a significare che sono le religioni in sé a fare danni: quello è un dio specifico, perché a rappresentare Dio come un vecchio con la barba e con sulla testa un triangolo (una cosa con TRE lati e TRE angoli) con un occhio al centro c’è una religione sola. Che ha commesso la sua bella botta di crimini in passato, che del tutto innocente non è neanche oggi, ma che non va in giro a massacrare chi la critica. E dunque, oggi più che mai,

je ne suis pas Charlie

barbara

PERCHÉ SÌ

             Israeli-flag
Questo l’ho scritto nel maggio del 2002. Secondo me va ancora benissimo, basta solo sostituire Agnoletto con qualche altro personaggino.



• Perché senza Israele l’intero Medio Oriente sarebbe un’unica immensa polveriera e il numero dei morti sarebbe di proporzioni ruandesi.
• Perché senza Israele con la sua democrazia a fare da gendarme, tutte le satrapie mediorientali sarebbero molto peggio.
• Perché senza Israele l’Iraq oggi avrebbe l’atomica e la userebbe senza il minimo scrupolo, così come senza il minimo scrupolo ha sempre usato le armi chimiche.
• Perché nessuno, tranne Israele, ha mai dato ai palestinesi una speranza e un’opportunità di riscatto.
• Perché senza Israele gli antisemiti sarebbero privati dell’alibi della questione palestinese, e chissà quale nuova diavoleria si inventerebbero.
• Perché senza Israele Human Rights Watch sarebbe costretto ad occuparsi di tutti quei posti in cui i diritti umani vengono VERAMENTE violati, e tutti si accorgerebbero della sua ignavia.
• Perché senza Israele Amnesty International sarebbe costretto ad interessarsi ai VERI abusi, e tutti si accorgerebbero della sua inconsistenza.
• Perché senza Israele l’Onu sarebbe costretto a intervenire sui VERI massacri, e tutti si accorgerebbero della sua impotenza.
• Perché senza Israele qualcuno sarebbe costretto ad accorgersi dei 250 milioni di cristiani oppressi, discriminati, perseguitati e dei 160.000 assassinati ogni anno perché cristiani, e nessuno ha voglia di farlo.
• Perché senza Israele Agnoletto resterebbe disoccupato e ci toccherebbe anche pagargli il sussidio di disoccupazione.
• Perché senza Israele saremmo privi della più bella bandiera e del più bell’inno nazionale del mondo.
• E poi perché sì.

barbara

È TORNATA WAFA SULTAN

Ve l’avevo fatta conoscere otto anni fa, questa coraggiosa donna siriana, e vi avevo fatto vedere questo video

Ora, in occasione della guerra a Gaza, è tornata con questo articolo.

(…) Dato che non mi interessa soddisfare qualcuno, difendere qualcun altro o evitare l’ira di qualcun altro ancora, posso dire che Hamas è una secrezione islamica terrorista il cui comportamento irresponsabile verso la sua popolazione la mette nell’impossibilità di governare. Ma questa non è una novità, dal momento che in tutta la storia dell’Islam non è mai accaduto che una banda di criminali islamisti abbia rispettato i suoi cittadini.
(…) Io non pretendo di difendere Israele perché gli ebrei non hanno chiesto il mio parere sulla loro terra promessa. Se mi chiedono il mio parere, io consiglio loro di bruciare i loro libri sacri e lasciare la zona e salvarsi la pelle. Perché i musulmani sono una nazione rigida priva di cervello. Ed è un male contagioso. Tutti coloro che li frequentano perdono il cervello…
Prima della creazione dello Stato di Israele, la storia non ha mai menzionato una guerra che coinvolgesse gli ebrei, né che un Ebreo abbia comandato un esercito o condotto una conquista. Ma i musulmani sono guerrieri, conquistatori e la loro storia non manca di esempi e storie di conquista, morte, omicidi, razzie… Per i musulmani, uccidere è un divertimento. E se non trovano un nemico da uccidere, si uccidono tra di loro.
È impossibile per una nazione che educa i propri figli alla morte e al martirio per piacere al suo creatore, insegnare al tempo stesso amore per la vita. La vita ha valore per una società che insegna ai suoi figli che devono uccidere o essere uccisi per andare in Paradiso?
(…) Dall’inizio dell’operazione israeliana contro Gaza, sono bombardata di email da lettori musulmani che mi chiedono il mio parere su ciò che sta accadendo a Gaza. Non mi interessa quello che sta succedendo, ma mi interessano le motivazioni di coloro che mi scrivono. Sono convinta che il motivo non è la condanna dell’orrore, o la condanna della morte che imperversa a Gaza. Perché se la motivazione fosse davvero la condanna della morte, questi stessi lettori si sarebbero mobilitati in altre occasioni in cui la vita era minacciata.
Coloro che condannano il massacro a Gaza, per la difesa della vita come valore, dovrebbero chiedermi il mio parere ogni volta che questo valore della vita è stato minacciato.
Oltre 200.000 musulmani algerini sono stati massacrati da altri musulmani negli ultimi quindici anni, e nessun musulmano ne è stato turbato.
Delle donne algerine violentate dagli islamisti hanno testimoniato e raccontato che i loro stupratori pregavano Allah e imploravano il suo Profeta prima di violentare le loro vittime.
Ma nessuno ha chiesto il mio parere.
Più di 20.000 cittadini siriani musulmani sono stati massacrati dalle autorità (Hama nel 1983), senza che alcun musulmano reagisse e senza che nessuno chiedesse il mio parere su questi massacri di Stato.
Dei musulmani si sono fatti esplodere in alberghi giordani uccidendo musulmani innocenti che celebravano matrimoni, simboli del valore della vita, senza che si organizzassero proteste in tutto il mondo, e senza che mi si chiedesse il mio parere.
In Egitto, degli islamisti hanno recentemente attaccato un villaggio copto e massacrato 21 contadini, senza che un solo musulmano denunciasse questo crimine.
Saddam Hussein ha sepolto vivi più di 300.000 sciiti e curdi, e molti di più ne ha assassinati senza che un solo musulmano abbia osato reagire e denunciare questi crimini.
Al culmine dei bombardamenti di Gaza, una donna musulmana, fedele e pia, si è fatta esplodere in una moschea sciita in Iraq, uccidendo una trentina di innocenti, senza che i media o i musulmani se ne curassero. Qualche mese fa anche Hamas ha ucciso undici persone di una stessa famiglia palestinese, accusate di appartenere al Fatah, senza che si organizzassero manifestazioni in Europa o nel mondo arabo, e senza che alcun lettore mi scrivesse e mi mandasse le sue proteste.
Così, la vita non ha alcun valore per il musulmano, altrimenti avrebbe denunciato tutti i crimini contro la vita, qualunque sia la vittima. I palestinesi e i loro sostenitori denunciano i massacri di Gaza, non per amore della vita, ma per denunciare l’identità degli uccisori.
Se l’assassino fosse musulmano, appartenente a Hamas o Fatah, non ci sarebbe alcuna manifestazione.
(…) La CNN ha trasmesso un documentario su Gaza che mostra una donna palestinese che si lamenta e grida: ma che cosa hanno fatto i nostri figli per essere uccisi così? Ma chi lo sa. Forse è la stessa palestinese che ha gioito due anni fa, quando uno dei suoi figli si era fatto esplodere in un ristorante di Tel Aviv e ha detto che desiderava che gli altri suoi figli seguissero la stesso esempio e diventassero martiri.
Ma quando l’ideologia e l’indottrinamento sono di tale bassezza, è normale che per questa palestinese la vita perda ogni valore. Altrimenti piangerebbe i suoi figli allo stesso modo, che restino uccisi in un attentato suicida a Tel Aviv, o sotto le bombe israeliane. Perché la morte è la stessa in ogni circostanza, e rimane detestabile, mentre la vita è degna di essere vissuta e pianta.
In questo caso, come posso provare solidarietà per una donna che getta ululati di gioia quando uno dei suoi figli si fa esplodere contro gli ebrei, e piange quando gli ebrei uccidono gli altri suoi figli? Ma l’ideologia insegna ai musulmani che uccidere o essere uccisi permette ai fedeli di guadagnare il paradiso. In tal caso, perché piangere gli abitanti di Gaza quando non hanno mosso un dito per gli iracheni, algerini, egiziani o siriani, anch’essi musulmani?
(…) Per questo motivo sono sicura che coloro che mi scrivono e chiedono il mio parere su ciò che sta accadendo a Gaza cercano di farmi dire ciò che essi possono utilizzare per incriminarmi e condannarmi, o per farmi dire ciò che non possono esprimere.
(…) Borhane, un ragazzo palestinese di 14 anni, una decina d’anni fa ha perso le braccia, le gambe e la vista per l’esplosione di una mina in Cisgiordania. La comunità palestinese negli Stati Uniti si è mobilitata per aiutarlo e finanziare il suo ricovero in ospedale nella speranza di salvare quello che si poteva. Ad una cena di beneficenza organizzata in suo favore in California, la più ricca palestinese degli Stati Uniti si è presentata in pelliccia, e ha chiamato Borhane eroe. Si è rivolta a questo pezzo di carne immobile e inerte: Borhane, tu sei il nostro eroe. Il paese ha bisogno di te. Devi tornare al paese per impedire ai sionisti di confiscarlo… Ma l’ipocrisia della più ricca palestinese degli Stati Uniti le impedisce di mandare i propri figli a difendere la Palestina contro i sionisti. Esattamente come i leader di Hamas che chiedono sacrifici a Gaza, ma restano al sicuro a Damasco e Beirut.
(…) La guerra contro Gaza è certamente un orrore. Ma ha il merito di svelare un’ipocrisia senza precedenti nella storia recente. Un’ipocrisia che contraddistingue i Fratelli musulmani siriani che annunciano l’abbandono delle loro attività di opposizione per serrare i ranghi contro i sionisti.
Ma i Fratelli musulmani hanno il diritto di dimenticare i crimini del regime commessi contro di loro a Hama, Homs e Aleppo? Prima di riconciliarsi con il regime per combattere contro i sionisti, i Fratelli Musulmani hanno denunciato i crimini commessi dai loro alleati e partner (nella Fratellanza) in Algeria e in Iraq? Hanno denunciato la morte di centinaia di migliaia di sciiti in Iraq sul ponte degli ulema a Baghdad, polverizzato da uno dei vostri secondo gli insegnamenti della vostra religione di pace e di misericordia? Avete una sola volta denunciato gli abusi contro i cristiani in Iraq? O contro i copti in Egitto?
La vostra ipocrisia ci impedisce di credere ai vostri sentimenti verso i bambini a Gaza, perché voi avete fatto di peggio.
(…) Proviamo a immaginare che cosa avrebbe fatto Hamas a Fatah e agli altri, se possedesse la tecnologia e le armi di Israele? Proviamo a immaginare che cosa avrebbe fatto l’Iran ai sunniti della regione, se avesse le armi moderne che ha Israele? Probabilmente sarebbe un massacro garantito.
(…) Di recente ho incontrato un religioso induista a margine di una conferenza sulla guerra contro il terrorismo. Mi ha detto «tutte le guerre si sono combattute tra il bene e il male. Eccetto la prossima: questa sarà combattuta tra il male e il male.» Non avendo capito che cosa intendesse, ho chiesto una spiegazione. Egli ha detto: «Io sono contrario alla presenza americana in Iraq e in Afghanistan. Se gli Stati Uniti vogliono vincere la guerra contro gli islamisti, dovrebbero ritirarsi e lasciare che i due poli del male si uccidano tra di loro. Sunniti e sciiti, nutriti di odio si combatteranno e si neutralizzeranno a vicenda».
Tirando la conclusione di queste parole piene di saggezza, possiamo dire che Israele sta ora contribuendo involontariamente al successo dell’Islam. Attaccando Gaza, Israele spinge i musulmani a unirsi e a superare le loro differenze. E Settembre Nero in Giordania è ancora nella mente di tutti.
(…). Gli abusi di cui sono capaci gli arabi e i musulmani superano ogni immaginazione. Un carro armato giordano aveva schiacciato un palestinese, poi il carrista è sceso dal suo blindato e ha ficcato un giornale in bocca alla vittima… Nessun soldato israeliano si è mai comportato in questo modo a Gaza.
Inoltre, durante il massacro di Hama in Siria, i militanti dei Fratelli Musulmani immergevano le mani nel sangue delle vittime per scrivere sui muri: Allah Akbar, gloria all’Islam. Non ho mai sentito che un ebreo abbia scritto con il sangue di un altro ebreo slogan in lode dell’ebraismo. Lo dico con il cuore pesante: per salvare l’umanità dal terrorismo bisogna che il mondo libero si ritiri e lasci che i musulmani si uccidano tra di loro.
(…) Mi ricordo quando studiavo all’università di Aleppo, e l’ex ministro della Difesa siriano Mustafa Tlass* è venuto a farci visita. In un impeto di ipocrisia, Tlass ci ha detto che «Israele teme la morte, e la perdita di uno dei suoi soldati e lo spaventa e lo fa soffrire. Ma noi, noi abbiamo molti uomini ed i nostri uomini non temono la morte.» Qui sta la differenza tra le due visioni della vita e tra le due parti, e la testimonianza di Tlass sembra aver ispirato i leader di Hamas oggi.
Così, lo sterminio di tutti i bambini di Gaza è irrilevante per gli islamisti e per i leader di Hamas, poiché la vita non ha alcun valore per loro. Essi si rallegrano semplicemente per la morte di alcuni soldati israeliani. Per gli islamisti, lo scopo della vita è quello di uccidere o essere uccisi per guadagnare il paradiso. E dunque la vita non ha alcun valore.
(…) Se il Profeta Maometto avesse saputo che gli ebrei un giorno avrebbero volato a bordo degli F-16, non avrebbe ordinato ai suoi seguaci di uccidere gli ebrei fino all’ultimo giorno. Ma i suoi seguaci devono modificare l’ideologia per amore delle generazioni future, e per salvare la loro discendenza e preparare una vita migliore, lontano dalla idealizzazione della morte.
I musulmani devono cominciare a cambiare per cercare di cambiare la vita. Devono rifiutare la cultura della morte insegnata e diffusa dai loro libri. E solo quando ci arriveranno non avranno più nemici. Perché chi impara ad amare suo figlio più di quanto odi il suo nemico apprezzerà meglio la vita. Inoltre la terra non vale mai la vita delle persone, e gli arabi sono il popolo che meno ha bisogno di terra. Ma, paradossalmente, è il popolo che odia di più vita.
Quando sarà che gli arabi capiranno questa equazione e cominceranno ad amare la vita?

Wafa Sultan (qui, traduzione mia)

* Mustafa Tlass è quel signore che nel 2001 ha dichiarato: “Ammazzare gli ebrei è un imperativo spirituale per gli arabi. Noi viviamo un periodo di martirio. Quando io vedo un ebreo di fronte a me, lo ammazzo. Se ogni arabo facesse questo, vedremmo la fine degli ebrei.” Si raccomanda di ricordare che loro ce l’hanno con Israele, non con gli ebrei, dobbiamo smetterla di bollare come antisemita ogni singola critica a Israele! ndb.

E a questa lucida analisi, a questa spietata denuncia dell’ipocrisia che accompagna TUTTE, senza eccezione, le prese di posizione filo palestinesi, non c’è davvero altro da aggiungere.

barbara

IL VERO POSTO DELL’INDIGNAZIONE

David Bouaziz

Lettera ai miei amici di Facebook:

Cari amici di Facebook, solo un piccolo annuncio, ma abbastanza importante:
nei prossimi giorni sarete probabilmente sommersi sotto un mucchio di immagini di guerra, con tutto ciò che comportano di atrocità, provenienti da media in diretta, direttamente da Gaza. Probabilmente vedrete esplodere edifici, i palestinesi insanguinati uscire dalle macerie a volte tenendo bambini nelle loro braccia, ecc, ecc. Immagini che conosciamo tutti, e che non vorremmo vedere. Ascolterete poi il discorso del cosiddetto giornalista che, con voce grave, come un potenziale Charles Enderlin, spiegherà che l’esercito israeliano ha di nuovo massacrato ciecamente dei civili bombardando ‘volontariamente’ una zona densamente abitata… In quel momento potrebbe montare in voi un sentimento di indignazione e i più sensibili di voi forse ne saranno nauseati… Poco importa che queste immagini provengano forse dalla Siria o magari da Gaza, ma vecchie di diversi mesi o più. Poco importa che siano state sì prese a Gaza il giorno stesso, ma tralasciando di specificare che il razzo che ha colpito l’edificio è stato lanciato da Hamas, incapace di prevedere dove atterreranno i propri missili… Poco importa tutto questo perché, qualunque cosa accada poi, il male sarà fatto, vi sentirete già indignati. Questo cade a proposito perché mi piacerebbe cogliere l’occasione per anticiparvi e parlarne, della vostra indignazione.
In questi ultimi mesi ho postato sulla mia pagina di Facebook un sacco di articoli e video dal Medio Oriente, mostrando atrocità spesso di massa e riguardati per lo più dei i civili, donne e bambini, in maggioranza musulmani. Ho continuato a indignarmi ad alta voce, perché è tutto ciò che potevo fare nel mio piccolo. Ho riferito quello che ho visto, con tutta la mia indignazione, sentendomi a volte solo al mondo. Ho visto un numero incalcolabile di esecuzioni sommarie; ho visto jihadisti giocare a calcio con teste che avevano appena tagliato; ho visto donne strangolate dai loro mariti per il solo sospetto di adulterio; altre lapidate in Pakistan per avere posseduto un cellulare; ho visto ribelli siriani che hanno deciso di applicare la sharia, tagliare mani, poco importa cosa ne pensano gli abitanti; ho visto bambini egiziani mitragliati perché erano cristiani; ho visto i fondamentalisti arrivare in una fattoria tenuta dalla stessa famiglia da tre generazioni, mettere in fila tutti i membri per abbatterli uno dopo l’altro in nome di Allah; ho visto un combattente insegnare a un bambino di dodici anni a decapitare un uomo con un coltello e mettersi poi in posa tenendo fieramente la testa della sua vittima col braccio teso; ho visto la popolazione siriana ricevere piogge di proiettili di obice sparati alla cieca dal suo esercito; ho visto chiese bruciare in Egitto; diritti umani violati in maniera orribile ovunque in tutti i paesi della regione…Tutte queste cose ho riferito per mesi, a volte a malincuore, rammaricato di intossicare il cervello degli altri con queste immagini che hanno intossicato il mio. Ma se avessi scelto di distogliere lo sguardo e far finta di niente con la scusa che questo non accade sotto la mia finestra, nel mio paese, che figura avrei fatto? Come mi sarei potuto guardare allo specchio? Sì, quando i musulmani massacrano altri musulmani non riesco a dormire, perché non capisco. Non capisco come gli uomini possano fare cose simili ad altri uomini che non conoscono, solo perché hanno un credo diverso dal loro. Ma non è della loro ferocia che voglio parlare, per quanto…
Il fatto è che su più di 500 amici (ne devono restare un bel po’ di meno ora), quanti hanno mostrato la loro indignazione? Quanti hanno inoltrato questa informazioni nascoste dai nostri media come segno di disaccordo? Quanti hanno almeno cliccato “like” (anche se qui non si tratta di gradire queste immagini, ma solo di sostenere queste vittime denunciando questi atti barbarici)? Quanti si sono almeno presi il tempo di leggere gli articoli o guardare i video? Lo so che c’è la crisi, che la vita quotidiana dei francesi è cupa, che è meglio vedere i video del bambino che ride a crepapelle, o un parrocchetto che balla a ritmo con la musica sul suo trespolo, perché fa bene al morale e fa sorridere ogni volta. Ma, ciononostante, vedo alcuni passare più tempo a inoltrare annunci di cani persi o altri maltrattamenti agli animali, con più convinzione (o compassione) che per gli esseri umani. Cosa devo pensare di quella parte di voi che ha deliberatamente distolto lo sguardo per tutto questo tempo? Sapendo che diffondere informazioni che i media si rifiutano di trattare, o manipolano volontariamente, ha già più volte contribuito a cambiare il corso della storia, come interpretare il vostro silenzio? Solo voi avete la risposta, io non mi azzardo a cercare le parole al vostro posto.
Ma torniamo alla vostra indignazione per ciò che accadrà presto in Gaza e nei territori, perché è il soggetto principale di questa lettera. Se dopo questo lungo silenzio da parte vostra di fronte a tutti questi orrori, vi venisse voglia di essere indignati per le azioni dell’esercito israeliano e di farlo sapere sulla vostra pagina Facebook inviando un commento non solo leggermente ma ciecamente pro palestinese, vi chiedo di porvi le domande giuste. Quale valore dare alla vostra indignazione? Perché la morte di terroristi che lanciano oltre 100 razzi al giorno su dei civili, con lo scopo di ucciderli volontariamente, meriterebbe più indignazione rispetto a quella di persone innocenti massacrate quotidianamente nel resto del mondo? La vostra indignazione per me vale quanto quella delle persone che vegliano con la candela davanti a una prigione federale degli Stati Uniti per impedire l’esecuzione di un criminale condannato a morte, mentre queste stesse persone non levano il mignolo per aiutare le persone innocenti di cui ho parlato. Se non arriva alcuna risposta, guardatevi allo specchio e chiedetevi qual è la vera ragione della vostra indignazione. Perché dal mio punto di vista e in tutta onestà, voi non avete niente a che fare con i palestinesi. Voi non fate niente per loro, in ogni caso molto meno degli israeliani, presso i quali i musulmani sono i meglio trattati del Medio Oriente.
Se, nonostante queste parole, la vostra voglia di pubblicare un articolo o un commento decisamente anti-sionista per denunciare atti secondo voi inammissibili fosse più forte di tutto, ecco la procedura da seguire per quanto mi riguarda:
Andate alla mia pagina su Facebook e cliccate sul quadratino a destra della mia foto, su cui è scritto “Rimuovere dalla lista degli amici”. Perché davvero non vorrei fra i miei amici delle persone che hanno tali paraocchi. I miei amici sono persone intelligenti, riflettono, si informano, sono curiosi. Ma soprattutto non confondono israeliani e coloni per via del lavaggio del cervello che hanno subito per anni da parte dei media francesi. Per favore, risparmiatemi questa azione orribile che non ho il coraggio di fare, questa “selezione”… Anticipatemi e fate clic su questo pulsante. Ma soprattutto, non dimenticate, passando, di prendere con voi la vostra “indignazione”, e di mettervela dove penso io, perché quello è il suo vero posto.

David. B, 9 luglio 2014 (qui, traduzione mia)

(e grazie ad “amica” per la segnalazione)

Questo testo, come potete vedere, è stato pubblicato una settimana fa e, a giudicare dal contenuto, scritto o almeno pensato probabilmente un po’ prima. Guardandoci un po’ in giro scopriamo che ieri 15 luglio in Afghanistan i talebani mussulmani hanno messo una bomba uccidendo in un colpo solo 89 civili, nessuno dei quali – per inciso – lanciava razzi, e ancor meglio avevano fatto il giorno delle elezioni, facendone fuori 106: indignazioni? Proteste? Manifestazioni? Boicottaggio? Richieste di riunioni straordinarie urgenti all’Onu per chiedere ferme condanne? Zero.
Poi se vi restano ancora cinque minuti, andate a rileggere – a leggere se siete nuovi da queste parti – quest’altro post.

barbara

DUE PAROLE ALLA SIGNORA MICHELLE

Cara Michelle, perché taci sui rapiti israeliani?

Nessuno in piazza per gli ebrei. Alla giusta mobilitazione della Obama per le ragazze rapite in Nigeria non ha fatto seguito quella per i tre ragazzi presi da Hamas. Michelle, ci spieghi: se sono israeliani si possono rapire?

di Maria Giovanna Maglie

Eyal Yifrah, Gil-Ad Shayer e Naftali Frenkel. Com’è che per tre ragazzini israeliani rapiti da terroristi arabi non vedo mobilitazioni speciali, indignazioni planetarie, campagne a colpi di tweet e vip? Non che cambi niente, le ragazze rapite in Nigeria restano in mano ai terroristi, ci vuol altro che un cartellino in mano a Michelle Obama, un bel tweet «Bring back (…) (…) our girls», e via di nuovo a fingere di coltivare pomodorini e zucchine rigorosamente organic nell’orto presidenziale; ci vuol altro che le telefonate propagandistiche di Matteo Renzi e le magliette della nazionale di calcio con i nomi dei due marò, esibite dal ministro Pinotti per far tornare a casa Latorre e Girone; ci vuol altro anche per i tre ragazzini israeliani rapiti da Hamas. Pure, disturba, e anche in questi tempi di disillusione un po’ indigna, il double standard, l’abitudine volgare di distinguere tra le cause politically correct sulle quali gettarsi in sfoggio di propaganda senza pudore, dalla first lady dell’ordine mondiale all’ultimo consiglio comunale, e quelle meno per bene, un po’ scomode, sulle quali far partire infami distinguo, richiami severi mascherati da solidarietà, richieste alle vittime che alla fine dei conti a dirla tutta assomigliano a quelle dei rapitori terroristi.
Funziona così quando viene intaccato il tabù dell’ipocrisia mondiale pacifista, funziona sempre così quando c’è di mezzo Israele. Non è tanto una questione di comune antisemitismo, so di dire una cosa scomoda, sul quale tra brutti libri, pessimi film, pellegrinaggi ai lager che furono, e abbastanza inutili Giornate della Memoria, il senso di colpa cambia forma, si acqueta e vince pure gli Oscar; è che l’antisemitismo quello profondo si è convertito in causa palestinese, ha preso le vesti di critica e pregiudizio verso lo Stato di Israele, comanda le organizzazioni internazionali e le commissioni europee, lambisce e anche penetra tanti ebrei d’occidente, ha caratterizzato la pessima presidenza di Barack Obama in uno strappo terribile con la tradizione degli Stati Uniti. Un alibi stantio, ché io posso anche non poterne più di sentir ricordare retoricamente l’Olocausto, figuriamoci la Resistenza, e vorrei non essere additata per questa saturazione a pubblico scandalo, ma mai dimentico che quello Stato piccolo e guerriero è l’avamposto d’Occidente in territorio nemico, che lo sterminio di ieri si riscatta oggi in Medio Oriente.
Invece che ci tocca leggere? Che, lancio Ansa del 18 giugno, «Amnesty chiede immediato rilascio 3 ragazzi rapiti», ma subito dopo che «Israele sospenda immediatamente le punizioni collettive». Che sono in realtà due misure indispensabili: la chiusura del distretto di Hebron e del valico di Erez tra Gaza e lo Stato israeliano, che serve a impedire il trasferimento dei tre ragazzi nella Striscia, e la detenzione dei membri dell’organizzazione terroristica Hamas, dai quali si possono ottenere informazioni vitali. Seguono articoli di quotidiani vari, ma vi raccomando di non perdervi le perle di Avvenire, informazioni che negano qualsiasi coinvolgimento di Abu Mazen e dell’Autorità Palestinese, peccato che il governo da lui messo in piedi di Fatah-Hamas qualche agevolazione di circolazione ai terroristi islamici l’ha certamente fornita; altre che sostengono che il nuovo ostacolo alla pace siano non il terrorismo o i sequestri, ma la costruzione di nuove case a Gerusalemme. Peccato anche che, l’ho visto ricordato solo su Repubblica, a Hebron circoli un manuale di Hamas di 18 pagine, titolo «Guida per il rapitore», con suggerimenti e consigli per rapire israeliani e ottenere in cambio la liberazione di detenuti palestinesi.
Quanto alla Nigeria, senza un adeguato pagamento o un’azione di forza, le 276 studentesse della scuola di Chi-bok rapite dai Boko Haram il 14 aprile scorso non saranno liberate, e la campagna di buonismo mondiale servirà soltanto ad alzare il prezzo del riscatto e a far diventare più famosi in Africa i talebani neri. Impazzano, va detto, da anni, nell’indifferenza dell’Occidente: hanno massacrato cristiani, bruciato le chiese in cui li hanno sorpresi a pregare, hanno ucciso migliaia di nigeriani, e due italiani, Franco Lamolinara e Silvano Trevisan, sono nelle loro mani Giampaolo Marta e Gianantonio Allegri, i due preti italiani rapiti il 4 aprile, con la suora canadese Gilberte Bussier. Il gruppo di fanatici islamici Boko Haram sconfina allegramente dalla Nigeria in Camerun. Sono terroristi in nome e per conto dell’islam, come quelli che hanno rapito i tre ragazzi israeliani, come quelli che Israele non rinuncia a combattere.

(Libero, 20 giugno 2014)
michelle

Nel frattempo anche il papa continua a tacere – ritenendo, evidentemente, di avere portato a termine la sua missione fermandosi in accorato silenzio accanto a quel muro che vergognosamente impedisce ai terroristi di fare carneficine di ebrei e accogliendo l’imam che ha pregato per la sconfitta degli infedeli – mentre l’inviato dell’Onu Robert Serry, coordinatore per il processo di pace in Medio Oriente, tenta di far trasferire a Hamas 20 milioni di dollari e critica i tentativi di Israele di trovare e liberare i tre ragazzi rapiti. Come già ho avuto occasione di dire, la prostituzione è davvero un mestiere redditizio, e quindi assai ambito.
(E Rachel Frenkel, mamma di Naftali, invoca: “Io credo che ritorneranno, ma se così non dovesse essere, per favore, siate uniti. Siate uniti”)

barbara

 

ANIMALISTA, BIO E… STERMINATORE DI EBREI

Proseguendo il discorso

2014/02/05 GIULIO MEOTTI

Salutista, paladino degli animali, guru del biologico, autore di fiabe Ecco Himmler, l’assassino più politicamente corretto della storia

“Sei un ebreo?”, chiede Heinrich Himmler a un prigioniero durante una visita nel fronte orientale del 1941. “Sì”. “Entrambi i genitori sono ebrei?”. “Sì”, continua il ragazzo. “Hai antenati che non fossero ebrei?”. “No”. “Allora non posso aiutarti”. Il giovane viene fucilato sotto gli occhi del gerarca nazista. Questo era Heinrich Himmler.
Di Hitler si dice che fosse “magnetico”. Di Göring che fosse un valoroso pilota. Di Goebbels che fosse un demagogo straordinario. Di Heydrich che fosse un provetto schermidore, un eccellente pilota e un ottimo musicista. Nessuno è mai riuscito a trovare niente di speciale in Himmler, non un solo momento di carisma e umanità in tutta la sua esistenza. Fra i grandi capi nazisti è il più efferato e il più anonimo. L’uomo che vanta un curriculum di delitti senza precedenti non mostra segni caratteristici. Basso, flaccido, calvo, grassoccio, occhi acquosi, mento sfuggente, stretta di mano molle, Himmler era uno come tanti, monotono e pedante. Solo che il suo ufficio era il comando delle SS e della polizia nazista, il suo compito realizzare il più spaventoso massacro della storia.
I suoi lineamenti sono talmente banali che nel maggio del 1945 non viene identificato dai sovietici che lo fanno prigioniero e dagli inglesi che lo prendono in custodia. Non si è nemmeno camuffato: a Himmler è bastato togliersi i pince-nez. Senza quelli, non è più lui. Come in una gag, Himmler era i suoi occhiali. Dietro non c’è nulla. Fino a oggi.
“Vado ad Auschwitz. Baci, il tuo Heini”, scrive Himmler alla moglie Margaret. E ancora: “Nei prossimi giorni sarò a Lublino, Zamosch, Auschwitz, Lemberg e poi nella nuova sede. Sono curioso di vedere se e come funzionerà il telefono. Saluti e baci! Il tuo Pappi”. Pochi giorni dopo parte per un sopralluogo di due giorni ad Auschwitz per vedere con i suoi occhi che cosa accade a un trasporto di ebrei sottoposti all’azione del pesticida Zyklon B. I cadaveri gonfi che si colorano di blu, i forni crematori. Himmler dà il via libera alla distruzione su vasta scala del popolo ebraico.
Queste sono soltanto due delle straordinarie lettere ritrovate in Israele e pubblicate in questi giorni dal quotidiano tedesco Die Welt. Documenti, corrispondenza e fotografie dell’architetto dell’Olocausto. Leggendo queste lettere, vedendo queste immagini, i giornali hanno sottolineato la “normalità” del boia del Terzo Reich, il capo delle SS, del programma eutanasia e dell’annientamento del popolo ebraico.
Le lettere ci rivelano un Himmler attento alle spese personali, che vive senza lussi, a differenza di quasi tutti gli altri gerarchi, specie Göring. Dalle lettere ne esce un Himmler “sobrio esecutore di una visione del mondo”, come dice lo storico Michael Wildt. Ai suoi occhi l’omicidio di massa era un passo necessario per compiere la missione del Terzo Reich. “Sarò in un centro di esecuzioni per testare nuovi e interessanti metodi di fucilazione”, scrive il gerarca alla moglie. Come commenta lo Spiegel, “Himmler non aveva nulla di banale, era intelligente, possedeva una energia radiante, e una fantasia capace di attuare l’ideologia del nazionalsocialismo in azione”. Le lettere confermano che Himmler non era un mostro, non aveva nulla di demoniaco, né di sadico, non traeva piacere nella sofferenza altrui (si sentì spesso male di fronte alle carneficine). Aveva una missione, invece, e una ideologia ben precisa. Pagana, salutista, eugenetica, ecologista, darwiniana, ultra moderna e iper illuministica.
Queste ultime scoperte ci parlano di un uomo che concepiva se stesso, nelle parole di Joachim Fest, “non come un assassino, ma come un patrono della scienza”. E fu proprio quella moglie, l’infermiera Margaret, appassionata di omeopatia e mesmerismo, a introdurlo alla scienza del biologico. Una fotografia li ritrae a raccogliere erbe mediche sul lago di Tegernsee, dove la moglie e la figlia Gudrun lo aspettavano. Era il giugno 1941. Questo materiale incredibile si trova a Tel Aviv, in un caveau di proprietà della regista Vanessa Lapa, che ha realizzato un documentario su Himmler la cui proiezione in anteprima è in programma alla prossima Berlinale.
Emerge l’Himmler pioniere dell’alimentazione biologica e della battaglia contro il “Gm Food”, il cibo geneticamente modificato, da combattere a favore di una “agricoltura in accordo con le leggi della vita”. “L’artificiale è ovunque”, scriveva Himmler. “Ovunque c’è cibo adulterato, pieno di ingredienti che lo rendono longevo e più bello”.
Himmler era un avido lettore di Max Bircher-Benner e Ragnar Berg, i due principali sostenitori del cibo biologico, il primo addirittura inventore del famoso Muesli. Himmler si distinse come uno zelota della lotta agli additivi, ai conservanti, ai coloranti, e vietò l’uso dello zucchero bianco raffinato e del miele artificiale. Grande sostenitore dei rimedi naturali, il capo delle SS fu anche un acerrimo nemico della vivisezione e promosse campagne per la tutela dell’ambiente e di specie sotto minaccia di estinzione, come la balena. Secondo Himmler, si doveva bandire la vivisezione con l’obiettivo di “risvegliare e rafforzare lo spirito di compassione in quanto uno dei più alti valori morali del popolo tedesco”. Un Himmler orgoglioso di definire questo popolo “l’unico al mondo ad avere un’attitudine decente verso gli animali”.
Il più zelante assassino di bambini della storia scrisse persino un libro di fiabe, in cui i topi scovati nelle case dei tedeschi non vengono uccisi, ma portati in tribunale per essere processati, “trattati con umanità”. Su volontà di Himmler furono approvate direttive per il trasporto degli animali, furono ospitate a Berlino conferenze internazionali sulla protezione degli animali e promulgata una regolamentazione della macellazione dei pesci e di altri animali a sangue freddo. Una volta Himmler chiese al suo medico, noto cacciatore: “Come puoi, tu, dottor Kersten, gioire sparando, da un riparo, a delle creature indifese, che vagano per la foresta, incapaci di proteggere se stesse e prive di ogni sospetto? E’ un vero delitto. La natura è tremendamente bella e ogni animale ha il diritto di vivere”. Intanto gli ascari di Himmler inseguivano e abbattevano gli ebrei nelle foreste della Polonia e dell’Ucraina.
Un saggio di due ricercatori americani, Arnold Arluke della Northeastern University di Boston e Boria Sax della Pace University di New York, è arrivato addirittura alla conclusione che “l’Olocausto è stato causato dalla paura della contaminazione genetica del popolo tedesco che i nazisti consideravano unico anche per il suo rapporto privilegiato e simpatetico con gli animali”. Himmler decise anche di bandire la macellazione rituale ebraica che non permette di anestetizzare la bestia. Stigmatizzava la tradizione kasher perché si poneva “contro la raffinata sensibilità della società tedesca” e addirittura come “una sofferenza inutile”.
Salutista, Himmler aveva in odio il tabacco, che definiva “una masturbazione polmonare”. Il Reichsführer che incitava i suoi soldati a non avere pietà di una colonna di donne e bambini da fucilare, bandì il fumo non soltanto fra le sue SS, ma anche in molti luoghi di lavoro, negli uffici governativi, negli ospedali e sui treni e autobus delle città. Nessuno fumava mai in presenza del sovrano dei campi di concentramento.
Himmler raccomandava colazioni a base di porri crudi e acqua minerale, e dedicò parte della sua attività al “problema delle patate lesse”, finanziando persino delle ricerche sul tema. Emerge anche una passione per i bagni nel fieno d’avena. Himmler aveva messo a punto anche uno speciale menu da sottoporre al popolo tedesco: il caffè del mattino era sostituito da latte e poltiglia di cereali; a tavola, al posto di vino o birra, si doveva bere acqua minerale; i pasti erano da calcolare minuziosamente sui computi delle vitamine e delle calorie prescritte dagli eugenisti a lui vicini. Himmler amava i cerbiatti e definiva la caccia “un delitto a sangue freddo contro esseri innocenti”. E’ la stessa persona che sponsorizza nei campi di sterminio i medici criminali e gli esperimenti sulle cavie umane.
Il capo delle SS era prima di tutto un allevatore di polli. Un destino che condivise con altri genieri della “soluzione finale”: Rudolf Höss, il comandante di Auschwitz, aveva un negozio di macelleria; Willi Mentz, guardiano a Treblinka, aveva fatto il mungitore di vacche; Kurt Franz, ultimo comandante di Treblinka, era stato macellaio come Karl Frenzel, “fuochista” prima a Hadamar poi a Sobibor.
A Waldtrudering gli Himmler si stabiliscono con il cane, i polli, i conigli e un maiale. “Le galline depongono male”, scrive Margaret a Himmler. “Appena due uova al giorno”. La famiglia Himmler, alla fine della guerra, sognava di aprire una grande industria di allevamento di uova biologiche. Lo stratega dello sterminio stravedeva per i tramonti, ma soprattutto per i fiori. E giunse così a ordinare la produzione di erbe medicinali e miele organico nel campo di concentramento di Dachau, dove il dottor Fahrenkamp diresse una sorta di paradiso verde in mezzo al lager.
L’Istituto tedesco per la nutrizione e il cibo organizzò una rete di coltivazioni all’interno dei campi di concentramento in Polonia e Cecoslovacchia. A Dachau la piantagione era diretta dal botanista austriaco Emmerich Zederbauer, che coordinava un gruppo di medici, farmacisti e tecnici di laboratorio. Ad Auschwitz, invece, Himmler aveva ordinato di coltivare una speciale pianta dell’est, la kok-saghyz, che riteneva avesse speciali poteri curativi. Nella rete di venti campi di concentramento, Himmler organizzò la più grande coltivazione europea di erbe medicinali.
Himmler paragonava spesso il suo lavoro di selezionatore di gruppi etnici, disabili ed ebrei, a quello di un botanico: “L’affrontammo come un vivaista che tenta di riprodurre una vecchia varietà che è stata adulterata e svilita. Partimmo dai criteri di selezione delle piante e quindi procedemmo, con molta determinazione, a eliminare gli uomini che ritenevamo di non poter utilizzare”.
Una speciale squadra agli ordini di Himmler lanciò una guerra contro la impatiens parviflora, un fiore boschivo giudicato “alieno” nelle campagne tedesche. Il capo delle SS sognava poi di “creare una immensa zona naturale di flora e fauna in Polonia”. Aveva persino proibito di usare fiori artificiali ai funerali e fu fiero di fare della Germania il primo paese europeo con delle riserve naturali. Le lettere di Himmler alla moglie sono piene di riferimenti ai fiori, una sua ossessione. In una missiva, Himmler racconta di averle spedito 150 tulipani dall’Olanda: “Di un colore, di due colori, non ne trovi così in Germania”. I suoi ordini di annientamento di villaggi e popolazioni, il Reichsführer li firmava rigorosamente con dei lapis naturali. Di legno, mica di plastica.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

Anche Hitler era quasi completamente astemio, rigorosamente vegetariano, odiava il fumo ed era animalista convinto. E anche Beria. Quanto a me, posso dire con orgoglio che apprezzo e gusto un buon bicchiere di vino e occasionalmente, anche se non spesso, anche un buon grappino, ho smesso di fumare per necessità ma in casa mia chiunque può fumare quanto vuole, sono voracemente carnivora e mai mai mai mai mai ho acquistato – né mai acquisterò – un prodotto con l’etichetta “bio”.
Poi, in ambito un po’ diverso ma non molto lontano, va letto questo, completato da questo.
Marius 1
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barbara