SIAMO AL DELIRIO

La follia del politicamente corretto ha raggiunto Melbourne in Australia, dove la città ha speso cifre pazzesche per sostituire le immagini dei passaggi per pedoni mettendovi delle donne, perché c’erano solo uomini. (qui)

Poi magari andiamo anche a leggere qui qualche informazione in merito al cosiddetto sciopero delle donne, dato che non sono del tutto sicura che avrete trovato tale informazione sui giornali e alla televisione.

barbara

QUELLE DONNE SOLDATO PIÙ ADDESTRATE DEGLI UOMINI

Il caracal è un felino che vive nel deserto. Eccezionale cacciatore notturno, ha dato il nome a un battaglione di fanteria molto particolare. Il Karakal infatti e la prima unità dell’esercito israeliano dove le donne possono combattere in prima linea. Nata nel 2000, ha il compito di pattugliare e garantire la sicurezza lungo il confine tra Israele e l’Egitto. Le donne, al pari dei commilitoni uomini, devono arruolarsi per un periodo di almeno tre anni. L’addestramento base, durissimo sia dal punto di vista fisico che mentale, dura quattro mesi e si svolge nella zona del deserto di Negev. La prova che chiude l’addestramento è una marcia lungo il confine. Oggi il Karakal è composto per il 70 per cento da soldati di sesso femminile.
La storia di questo battaglione è anche la storia di Elinor Joseph, una donna speciale perché è stata la prima araba cristiana a essere ammessa nelle unità di combattimento femminili israeliane. Quando qualcuno la accusa d’indossare la divisa israeliana e di combattere con l’esercito che uccide arabi e musulmani, Elinor racconta sempre una storia. «La storia del missile lanciato dal Libano e caduto nel quartiere di casa mia quando abitavo a Haifa. Quel missile quel giorno ferì tanti arabi. lo l’ho visto con i miei occhi e per questo posso permettermi di rispondere che anche gli arabi ammazzano gli altri arabi».
Elinor oggi ha 25 anni. Suo padre era un arabo cristiano che aveva combattuto con i paracadutisti d’Israele e la incoraggiò a tentare la carriera d’infermiera volontaria all’interno delle forze armate. Quando arrivò il giorno del reclutamento, era il 2010, Elinor scoprì di essere stata destinata a un ufficio. «Ci rimasi molto male – ha raccontato. – Quando protestai il colonnello comandante dell’unita a cui ero stata assegnata decise di mettermi alla prova e mi fece ammettere al programma d’addestramento richiesto per le unita combattenti». Passata la prova, Elinor si ritrovò a far la guardia a un posto di blocco in Cisgiordania, dove venivano fermati i palestinesi in uscita dalla città di Qalqilya: «In verità, la mia presenza al quel posto di blocco era un vantaggio per i palestinesi perché nessuno dei commilitoni osava maltrattarli in mia presenza. Quando sorgeva un problema potevo sempre intervenire discutendo in arabo per risolvere le questione». Eppure in tanti nel suo villaggio le hanno tolto il saluto: «Molti amici hanno smesso di frequentarmi. Qualcuno a parole continuava a parlarmi, ma quando mi voltavo mi pugnalava alle spalle». È così che Elinor scelse di presentare una nuova domanda per entrare questa volta nel battaglione Karakal, appunto il primo a schierare le donne sul fronte. Precedentemente le donne erano comunque impiegate nell’esercito – è bene ricordare che Israele e l’unico paese al mondo a richiedere il servizio militare obbligatorio alle donne – ma non partecipavano ai combattimenti diretti. Facevano parte del Corpo d’armi femminile ovvero il Chen, e dopo un addestramento di cinque settimane lavoravano come impiegate, autiste, infermiere, operatrici radiofoniche, istruttrici, personale dell’ordine e controllori di volo. In seguito a numerose pressioni da parte dell’opinione pubblica, nel 2000 venne apportato un emendamento alla legge sul servizio militare che stabilì che «le donne hanno lo stesso diritto degli uomini di servire in qualsiasi ruolo dell’esercito israeliano».
Faceva parte del Karakal la soldatessa che, nel settembre 2012, durante uno scontro a fuoco uccise un terrorista islamista pronto a farsi saltare in aria con il suo giubbotto esplosivo. E faceva sempre parte del Karakal il capitano Or Ben Tehud, la donna ufficiale ferita in un attacco alla sua jeep nell’ottobre 2014, che scese dal mezzo e rispose al fuoco contribuendo a mettere in fuga gli assalitori. E da due anni a questa parte le soldatesse e i soldati di questa unità sono addestrati anche per scontri armati con l’Isis nello scenario del Sinai dove, secondo gli esperti militari israeliani, la minaccia dello Stato islamico è «concreta e crescente».

LUCA D’AMMANDO, Shalom
Elinor Joseph
NOTA PERSONALE: la data di oggi non mi interessa minimamente, e la pubblicazione di questo post oggi è del tutto casuale.

barbara

SHAYETET 13: L’ELITE DELL’ESERCITO ISRAELIANO

Dalla sua fondazione ad oggi l’esercito israeliano ha subito una serie di profonde trasformazioni che ne hanno mutato la natura ma non l’efficacia. In particolare le forze militari sono state snellite, dotate dei più tecnologicamente avanzati armamenti e basate sul prevalente utilizzo di droni e aerei da combattimento. Questo perché le minacce per lo Stato Ebraico non sono più legate agli eserciti dei paesi confinanti, ma alle milizie di organizzazioni terroristiche come Hamas e Hezbollah che utilizzano tattiche non convenzionali come agguati, lanci di missili, autobombe e guerriglia. In questo contesto carri armati e artiglieria non sono più indispensabili mentre assumono un’importanza centrale l’aviazione e le unità speciali. Proprio queste ultime possono essere considerate uno dei fiori all’occhiello dell’esercito israeliano.
Tra loro spicca la Shayetet 13, l’unità di incursori della marina specializzata in anti-terrorismo, liberazione di ostaggi e operazioni dietro le linee nemiche. Nonostante le conferme riguardo la partecipazione della Shayetet 13 in quasi tutte le guerre combattute da Israele, molte delle azioni compiute da questa unità rimangono avvolte nel mistero e i dettagli delle operazioni sono top secret. Per cercare un paragone di facile presa nell’immaginario collettivo, si tratta del corrispettivo dei Navy Seal americani. Soprannominati “uomini pipistrello” si sono fatti carico di gran parte delle missioni più pericolose con una percentuale di successo che sfiora la perfezione. Contribuirono anche alla riuscita dell’Operazione Mosè conducendo migliaia di ebrei etiopi su una nave ancorata in mare aperto che li portò sani e salvi in Israele. I soldati che puntano ad entrare in questa unità devono affrontare un processo di selezione di venti mesi. I primi sei mesi sono dedicati all’addestramento di fanteria con la Brigata Nahal, successivamente le reclute vengono spedite alla base navale di Atlit per tre mesi dove imparano le basi della guerra navale, come l’uso di piccole imbarcazioni e lunghe nuotate di superficie, e frequentano corsi di anti-terrorismo, paracadutismo militare e demolizioni con esplosivi.
Chi riesce a superare la fase preparatoria può accedere alla “fase avanzata”, la più lunga e rigorosa, in cui vengono addestrati a sopravvivere in situazioni estreme e all’utilizzo dell’equipaggiamento speciale dell’unità. Infine ai combattenti viene assegnata una professione in cui specializzarsi e vengono assegnati ad una delle tre compagnie: assalto, sommozzatori e trasportatori. Gli uomini della Shayetet 13 sono dotati di un equipaggiamento particolare che include mine navali magnetiche, un apparecchio per respirare sott’acqua, un gommone gonfiabile Zodiac e una muta subacquea in grado di ridurre i rumori durante i movimenti in acqua. Secondo le testimonianze di chi li ha visti in azione si distinguono per la silenziosità negli spostamenti e la capacità di raggiungere qualsiasi porto o località marittima senza essere individuati. Inoltre sono addestrati in diverse arti marziali e sono capaci di restare sott’acqua per un considerevole numero di minuti. Eroi silenziosi le cui imprese non finiscono sui titoli dei quotidiani, gli uomini della Shayetet 13 rappresentano il meglio che l’esercito di Gerusalemme possa offrire.

Mario Del Monte, Shalom febbraio 2017

Gli eroi più grandi sono sempre quelli che alla ribalta non salgono mai; né aspirano a salirvi, paghi di avere compiuto, in tutta umiltà, il proprio dovere.

barbara

QUESTA NON LA SAPEVO

E probabilmente neanche voi.
In occasione della morte di rav Achille Shimon Viterbo, per oltre 44 anni rabbino capo di Padova, Moked ha ospitato un ricordo di Davide Romanin Jacur, del quale voglio riportare qui una frase:

«Ricordo ancora che, dopo la Guerra dei Sei Giorni, Achille organizzò con l’aiuto del prof Baldo Viterbo, una raccolta di sangue che fu inviata rocambolescamente, malgrado il divieto del Governo Fanfani

Il divieto del Governo Fanfani. Divieto di offrire il sangue a una nazione sopravvissuta a una guerra scatenatale contro a scopo di annientamento. Si può scendere più in basso?

SI Exif
In questa foto è ripreso davanti alla libreria della Comunità, che più di una volta ha aperto per rispondere alle mie domande. Lo ricordo come persona dolcissima e sempre molto disponibile. Riposa in pace, caro Achille, e le mie più sentite condoglianze ai figli, in particolare ad Alessandro, fondatore di Tsad Kadima, che ho avuto il piacere di conoscere di persona in occasione della visita all’ospedale.

barbara

16 BAMBINI PALESTINESI RITROVANO L’UDITO

GRAZIE A DEI CHIRURGHI ISRAELIANI

Sedici bambini palestinesi affetti da sordità hanno potuto udire per la prima volta dopo un intervento chirurgico all’ospedale Hadassah Ein Kerem a Gerusalemme, hanno informato sabato degli organi di informazione israeliani.
Gli interventi, conosciuti come chirurgia dell’impianto cocleare, sono stati effettuati da alcuni medici nel corso degli ultimi mesi, riferisce il quotidiano israeliano Ynet.
La dottoressa Michal Kaufmann, che ha praticato gli interventi, ha dichiarato a Ynet che eseguire gli interventi è stato molto difficile a causa di “carenze logistiche”.
“Il ministero della Difesa ha richiesto molte autorizzazioni”, ha dichiarato, aggiungendo che “alcuni bambini sono arrivati senza cartella clinica e hanno dovuto essere sottoposti a vari esami sul posto”.
L’operazione consiste nell’introdurre un piccolo apparecchio elettronico inserito direttamente nel nervo uditivo cocleare nell’orecchio per stimolare il senso dell’udito, con l’aiuto di un microfono esterno in modo da trasferire poi i suoni nella parte interna dell’apparecchio permettendo al paziente di udire, spiega il dottor John Hopkins dell’ospedale Hadassah.
Benché il dispositivo non restituisca completamente la capacità uditiva, i pazienti sottoposti all’intervento sono finalmente in grado di recuperare la capacità di distinguere i suoni con l’aiuto di una terapia costante.
Le operazioni sono state condotte nel quadro di un programma del Centro della Pace Peres, fondato dal defunto presidente israeliano Shimon Peres, per i bambini palestinesi di Cisgiordania [Giudea e Samaria] e della striscia di Gaza.
Kaufmann ha definito il programma del Centro della Pace Peres “un progetto strepitoso” perché “offre a questi bambini l’occasione di uscire dal loro mondo di silenzio e di vivere normalmente e pienamente la loro vita.
“Questi bambini non potevano parlare prima dell’intervento, erano privi di qualunque sostegno. La chirurgia ha aperto il loro mondo, la capacità di comunicare e di prendere il volo… Noi siamo orgogliosi di avere potuto contribuire a un tale cambiamento nelle loro vite” ha concluso. (qui, traduzione mia)
udito
Come lo vogliamo chiamare? Razzismo ebraico? Apartheid israeliana? Scene da un genocidio? Fate un po’ voi: non c’è che l’imbarazzo della scelta.

barbara

NEL NEGEV LE VIGNE ORA COPRONO IL DESERTO

IL PROGETTO HIGH TECH CHE HA PORTATO IL VINO NEL SUD D’ISRAELE

I gialli, gli ocra, i rossi, qua e là le macchie scure degli arbusti. Poi all’improvviso il verde che non ti aspetti, quello tenero e rigoglioso di un vigneto. Il deserto del Negev, che copre l’intero Sud di Israele, ha rappresentato sin dalla nascita dello Stato un incubatore di vita in condizioni difficili. Oggi dai suoi istituti di ricerca arrivano risposte alle sfide dello scombussolamento climatico. Come quella di crescere le vigne in condizioni di siccità. È la specialità di Aaron Fait, biochimico delle piante che, nato e cresciuto tra i monti di Bolzano, è a capo di un laboratorio dell’Istituto Blaustein per le Ricerche del Deserto di Sde Boker, uno dei campus dell’Università di Ben Gurion. A Sde Boker, Fait è arrivato una decina d’anni fa, dopo la laurea a Tel Aviv, il dottorato al prestigioso Weizmann di Rehovot, e il post-dottorato in Germania. «A fare la differenza nel mondo della ricerca israeliana sono la meritocrazia e l’investimento sui giovani, compresa la possibilità di uscire dal Paese, sapendo di avere un posto dove tornare e, magari, che lo Stato ti metterà a disposizione un milione di dollari per creare il tuo laboratorio, come è successo a me». Temperature che superano i 45 gradi, suolo salino, evaporazione media di 2 mila millimetri l’anno a fronte di piogge per meno di 100 sono i principali ostacoli per la viticoltura nel Negev. Per vincerli, Fait e la sua squadra reinventano una saggezza antica, declinandola nell’età dell’high-tech. «La vite è stata centrale nell’economia della regione per millenni grazie ad avanzate tecniche di conservazione dell’acqua – spiega, accogliendoci nel suo ufficio -. Con la conquista musulmana del VII secolo i vigneti sparirono per oltre mille anni. Furono i grandi filantropi del progetto sionista a riportare qui la viticoltura. A essere introdotto fu però il metodo francese, che presuppone u n clima mediterraneo. E così le coltivazioni sorsero a Nord e in collina. Solo di recente si è tornati a guardare al deserto». Negli ultimi anni la produzione di vino in Israele sta conoscendo una forte espansione- nel 2015 ha toccato i 40 milioni di bottiglie, 9 in più del 2014, e per il 2016 la cifra stimata è49 milioni. Dei 20mila acri coltivati a vigneti, solo 250 si trovano nel Negev. Ma – assicura Fait – il numero cresce esponenzialmente e il lavoro quotidiano del laboratorio rappresenta un virtuoso tandem pubblico-privato. «Collaboriamo con i vigneti commerciali – sottolinea lo scienziato -. Definiamo con le aziende l’esperimento: loro crescono le piante, noi andiamo sul campo a svolgere le misurazioni e ne condividiamo i risultati». Tra le tecniche messe a punto ci sono teli di nylon per proteggere il suolo dall’evaporazione, reti colorate sui grappoli per far passare soltanto la quantità di luce necessaria perché il frutto maturi senza bruciare e un’irrigazione intelligente basata sui bisogni della pianta, rilevati da appositi sensori. Le ricerche di Fait sono arrivate anche in Europa. Se in molte zone l’irrigazione dei vigneti in passa-to era considerata un tabù, i capricci del clima portano anche i più tradizionalisti a cambiare parere. «Per esempio in Friuli dagli anni 2000 ci sono state ricorrenti ondate di siccità che hanno messo le vigne a dura prova. Così é nato il progetto “Irrigate”, a cui abbiamo lavorato con l’Università di Udine e con Netafim, azienda israeliana leader nell’irrigazione a goccia». Anche se il legame con Italia rimane forte, a Fait il Negev é entrato nel cuore: «Lavorare nel deserto ha qualcosa di speciale. Quando esco dal laboratorio per una passeggiata, ho me stesso, il vento e basta. Una sensazione unica».

Rossella Tercatin, La Stampa, Tutto Scienze, 22 febbraio 2017
vigneti-negev
Concordo: camminare nel deserto, contemplare il deserto, respirare il deserto è veramente qualcosa di unico (che presto, molto presto, tornerò a rivivere).

barbara