UN PO’ DI ATTUALITÀ

Iniziamo con un salto in Israele, dove in tre giorni i palestinesi hanno lanciato più di 1100 missili (quanto costa un missile?). Qui possiamo vedere un lancio di pochi secondi, giusto per avere un’idea; le esplosioni che si vedono in cielo sono gli incontri fra i missili e l’iron dome che li neutralizza.

Questo invece è uno delle centinaia di missili difettosi che ricadono entro il territorio di Gaza

e che in questo caso ha fatto un bordello di morti fra cui sei bambini, di cui naturalmente la responsabilità viene addebitata a Israele.

Passiamo all’Ucraina, di cui Amnesty International ha documentato vari crimini di guerra fra cui l’uso di scudi umani, cosa inaudita e vergognosa (il documento di AI, intendo, naturalmente), che ha provocato le dimissioni per protesta della direttrice della sede ucraina, giustamente, dato che il compito di AI è notoriamente quello di vedere ciò che è corretto vedere, non ciò che succede.
Nel frattempo i bombardamenti nazisti continuano a martellare il Donbass e a seminare morte, e a bombardare perfino i funerali

E ora hanno cominciato a disseminare i centri delle città, soprattutto su prati e giardini, i famigerati “petali”, piccolissime mine giocattolo

troppo poco potenti per uccidere, ma sufficientemente potenti da provocare, soprattutto nei bambini, mutilazioni, cecità o altre lesioni invalidanti. Pappagalli verdi li chiamavano in Afghanistan: a chi ha un po’ di anni sulle spalle sicuramente il nome risveglierà qualche ricordo.

A quelli che amano i paragoni voglio poi mostrare questo video: l’aviazione israeliana aveva organizzato un’operazione per distruggere un deposito di armi della jihad islamica. Sennonché all’ultimo momento

Bisogna comunque dire che anche i russofoni del Donbass sono estremamente educati e corretti: trovate due grosse mine e appurato che erano mine ucraine, non hanno esitato un momento a restituirle:

E veniamo all’Italia. A Pisa un giovane barbiere marocchino immigrato da sette anni, sposato e con due bambini piccoli è stato accoltellato a morte sulla porta del suo negozio. Ho passato in rassegna sei testate senza trovare il minimo accenno in merito all’aggressore, nonostante questo si fosse costituito e quindi la sua identità – e la sua nazionalità – fosse già nota. Potevano sussistere dubbi? Alla fine sono dovuta capitare su una pubblicazione in inglese per poter leggere

Halim Hamza, the 32-year-old barber, originally from Morocco, killed in front of his shop on the afternoon of Sunday 7 August by a Tunisian

Scommettiamo che per questo immigrato non caucasico nessuno si straccerà le vesti?

E sempre restando in italia:

EMERGENZA IDRICA O EMERGENZA DEMOCRATICA?

Ve lo riferisco con riluttanza, sgomento. Non avrei neanche voglia di scriverlo, questo post. Ma devo farlo.
Questa mattina mi sono attaccato al telefono per avere delucidazioni sull’ordinanza che vieta, tra l’altro, di innaffiare orti e giardini a Firenze fino al 30 settembre (vedi mio post di ieri “Declinazioni provinciali…”).
L’impiegato della Direzione Ambiente che mi ha risposto mi ha detto che non sapeva niente e mi ha dato il diretto di un dirigente. Quello, appena ha capito che volevo parlare dell’ordinanza 157, mi ha stoppato e mi ha dato il numero della persona che ha scritto il documento (non farò il nome, perché lo scopo di questo posto non è fare gogne mediatiche: giornalisti eventualmente interessati ad approfondire, contattatemi in privato).
L’ho chiamata, mi ha risposto, abbiamo avuto una lunga e cordiale conversazione. Io non ho fatto polemiche: non volevo affermare le mie ragioni, volevo capire le sue, e per questo volevo che si sentisse a suo agio, che si sentisse compresa.
Le ho chiesto prima di tutto se l’ordinanza avesse delle omissioni, dei sottintesi, delle deroghe non espresse. Risposta: quello che c’è scritto è.
Le ho chiesto se quindi avrei dovuto lasciare seccare le mie piante di pomodori. Risposta: sì, a meno di ingegnarsi (attingere acqua a una fonte, ricavarla da un pozzo…).
Le ho chiesto del prato. Risposta: anche quello, da far seccare.
Le ho chiesto se, oltre ai pomodori e al prato, dovrei lasciar morire anche gli alberi e le piante che si trovano nel mio giardino. Risposta: eh, bisogna ingegnarsi.
Le ho chiesto se il Comune di Firenze è cosciente che questa ordinanza condanna alla distruzione migliaia e migliaia di piante e alberi nel territorio comunale; le ho chiesto a che genere di idea “green” corrisponda questa strategia. Risposta: sì, certo, ne siamo coscienti, ma qualcosa bisogna sacrificare. È meglio sacrificare i suoi pomodori che un’attività produttiva, no?
Le ho chiesto se dunque la mia famiglia deve davvero rinunciare alle quattro piante di pomodori che soddisfano interamente il nostro fabbisogno fino a ottobre. Risposta: Sì, è meglio che lei perda i suoi pomodori, tanto può comprarli al supermercato, piuttosto che togliere l’acqua a un autolavaggio, che poi entra in ballo un discorso di occupazione, di sindacati…
Le ho chiesto se il territorio di Firenze sta vivendo davvero una crisi idrica così drammatica da preferire la distruzione del verde, degli alberi, delle piante. Risposta: In realtà no, l’invaso di Bilancino è ancora pieno per l’80% [più o meno come l’anno scorso, e l’anno prima, e l’anno prima ancora in questo periodo – nota mia]; ma ci sono state pressioni: l’autorità idrica ha mandato la richiesta di fare ordinanze contro lo spreco dell’acqua il 3 giugno; molti sindaci le hanno fatte subito; noi siamo gli ultimi, abbiamo rimandato, ma alle riunioni era tutto un dire “perché noi l’abbiamo fatta e Firenze non fa l’ordinanza?”, alla fine abbiamo dovuto farla anche noi.
Le ho chiesto se la distruzione del verde riguarderà anche i produttori. Risposta: no, le attività produttive non possono essere toccate, neanche l’autolavaggio, per l’appunto. L’ordinanza riguarda solo le utenze domestiche.
Le ho chiesto del verde pubblico. Risposta: eh, anche noi abbiamo dovuto decidere. Ci siamo messi intorno a un tavolo e abbiamo fatto una lista: questo prato lo salviamo, quest’altro lo lasciamo seccare. Pensando anche agli investimenti fatti: se un prato era stato piantato qualche mese prima non si poteva far seccare.
Facciamo tanti investimenti per il verde…
Le ho chiesto se aveva presente la differenza tra far seccare un prato o un’aiuola, che poi ripianti i semi e dopo tre settimane sono uguali, e far morire un albero vecchio di dieci, venti, trent’anni, con tutte le sue relazioni complesse con l’ecosistema. Risposta: Eh, bisogna che uno si ingegni.
Le ho chiesto se queste decisioni non siano in contraddizione con la norma che impedisce di abbattere un albero che si trovi nel proprio giardino senza un apposito permesso e senza che sia prevista la sua sostituzione. Risposta elusiva.
Le ho chiesto se per caso l’ordinanza sia stata fatta con la convinzione che tanto verrà ignorata da moltissime persone e non farà grossi danni. Risposta: Le norme vanno rispettate; ma poi basta vedere quanti cartelli di divieto di sosta ci sono, e quante macchine parcheggiate…
Le ho chiesto come potrei ignorare questa norma se avessi un vicino litigioso e incattivito nei miei confronti, che non vede l’ora di avere un pretesto per mettermi nei guai e che chiamerebbe immediatamente la municipale vedendomi con la sistola in mano. Risposta: be’, sì, del resto le norme sono fatte per essere rispettate, non per essere eluse.
Ho chiesto se quindi il Comune sia cosciente del fatto che con questa ordinanza – salvo ribellione in massa – trasformerà la città di Firenze in un deserto nel giro di tre mesi, con relativo aumento della temperatura, distruzione dell’ecosistema, della catena alimentare, della biodiversità. Risposta: Sì, ma anche se in questo momento noi non siamo in emergenza, qualcosa bisogna pur fare.
La conversazione è stata davvero pacata e piacevole. Nessuna provocazione, polemica o protesta da parte mia. Non volevo prendermela con la dottoressa XY: volevo capire. Volevo ascoltare la voce dell’ultimo anello della catena che rappresenta la follia al potere. E in questo sono stato accontentato: era una persona normale.
Normali e perbene sono le persone che negli ultimi due anni e mezzo hanno varato, votato, apprezzato, rispettato – senza mai osare fare un rilievo critico – i provvedimenti che stanno alla base di questa deriva irrazionale, dispotica, punitiva e totalitaria, ormai talmente diffusa nella mentalità comune da essere diventata invisibile, completamente disciolta, e quindi inarginabile e incommentabile. Infatti sono andato in internet e non ho trovato un solo articolo o commento critico su questa norma (che si ritrova quasi identica in molti Comuni dal Nord al Sud della Penisola). Neanche uno. Davvero non avevate capito che i “noi consentiamo / noi non consentiamo” avrebbero portato dritto a questo? Adesso è dura tornare indietro. E non so neanche quanti vorrebbero farlo.
Io penso agli orti che in questo momento si stanno seccando. Agli animali, che, di conseguenza, stanno morendo. Penso agli alberi decennali che stanno morendo. Penso all’invaso di Bilancino che oggi contiene 60 milioni di metri cubi d’acqua, pronti per essere utilizzati. Penso a quanta acqua serve per produrre un chilo di carne o un hamburger. A quanta viene divorata dal digitale (guardare un film in streaming costa 400 litri d’acqua, ci diceva nel 2016 l’Imperial College – io ne uso 40 al giorno per irrigare i miei 30 metri di orto-giardino). Penso alle mie piante, che danno da mangiare a me e ai miei figli, che in questo momento “dovrebbero” stare morendo.
Penso che adesso è abbastanza fresco per uscire e dare una bella annaffiata.
Anche le tartarughe ne saranno contente, e anche il discreto popolo degli insetti. L’alveare, incastonato nel buco tra le pietre del muro davanti alla casa, brulica di api. E pensare che stiamo solo a un chilometro da Porta Romana.
E mi chiedo infine: c’è un avvocato, un giurista, un magistrato, disposto a dire che, semplicemente, questa follia non si può fare, perché una follia del genere – a livello giuridico e politico – ha la stessa legittimità, giustificazione e plausibilità di altre follie ancora più criminali?
Carlo Cuppini

E io questa cosa qui la metterei dritta dritta nei crimini contro l’umanità.

Meglio una bella Carmen infuocata, vero?

barbara

OGGI RIPOSO (QUASI)

con un po’ di (quasi) cazzeggio. E comincio con

E magari anche

Poi vi mostro un confronto Israele-Palestina non convenzionale ma non per questo meno carico di sofferenza

A proposito, avete mai visto “il volto della sofferenza”? Bene, ora ve ne mostro uno:

È l’inno nazionale della Malaysia suonato dalla banda militare degli UAE.

Ora una spettacolare pubblicità per l’eolico

che accompagno con un delizioso commento lasciato su YT:

I love how this ad campaign completely backfired by making people feel sorry for cooling towers

E concludo con un bellissimo e coloratissimo balletto russo

(Sì, lo so, è uno schifosissimo patriarcato tossico…)

barbara

HANNO OCCHI E NON VEDONO, HANNO ORECCHI E NON ODONO

E qualunque cosa gli si metta davanti, continueranno e non vedere e non sentire. Mi viene in mente un’amica che a ogni attentato particolarmente feroce in Israele diceva: stavolta non possono non capire, stavolta devono vedere di chi è la colpa. E invece no, non capivano, non vedevano, non si accorgevano. Zero. E ricordo Lamberto Dini che dopo l’attentato del Dolphinarium, il primo giugno 2001, mentre gli israeliani erano ancora intenti a raccattare brandelli di carne e pezzi di cervello dei ragazzini fatti a pezzi spiaccicati su per muri, marciapiedi, finestrini di automobili, invitava entrambe le parti alla moderazione. Questi qui di oggi sono se possibile ancora peggio: questi armano chi da otto anni massacra e bombarda civili innocenti (oltre il 10% dei morti sono bambini) e intimano lo stop alla controparte. Ma veniamo agli ultimi fatti. Per cominciare vi affido al nostro Vittorio Rangeloni che vi porta a vedere l’ospedale pediatrico bombardato

Poi a Patrick Lancaster che vi ci porta dentro, nel rifugio in cui sono ammassate 200 donne tra puerpere coi bambini e prossime partorienti.

E infine ancora  a Lancaster per il  bombardamento successivo.

Anche chi non dovesse cavarsela troppo bene con l’inglese, potrà notare che quando i suoi interlocutori dicono che a bombardarli sono gli ucraini, regolarmente lui spiega che in America e in Europa dicono che a fare questo sono i russi, e la reazione degli interpellati è sempre la stessa, identica per tutti.

A proposito di Lamberto Dini, ho ripescato questo mio post di sedici anni e mezzo fa, che contiene diversi spunti interessanti.

Sul Corriere della Sera di oggi Gianna Fregonara un po’ intervista e un po’ racconta Lamberto Dini, l’uomo che possiede la risposta a tutte le domande. Innanzitutto Dini non crede che siano risolutivi «atti unilaterali da parte degli Stati Uniti o di Israele dopo le odiose dichiarazioni del presidente iraniano». Anzi, è convinto che chiedere sanzioni all’Iran da parte del Consiglio di Sicurezza «rischierebbe di spaccare la comunità internazionale di fronte a un problema così complicato come è l’Iran di Ahmadinejad». Lamberto Dini è un pragmatico, ci spiega la signora Fregonara, e ha sempre perseguito la via del dialogo con i Paesi islamici del Medio Oriente, ed è convinto che anche oggi il dialogo rimanga la migliore via d’uscita: e fin qui siamo nel campo delle opinioni, balorde finché si vuole, pericolose, quando a nutrirle è persona con responsabilità di governo, finché si vuole, ma pur sempre opinioni. Poi però il signor Dini pretende di passare ai dati di fatto: «Quando cominciammo la collaborazione economica c’era Khatami che pubblicamente riconosceva l’esistenza dello Stato di Israele e si dichiarava disposto ad accettare una pace purché andasse bene ai palestinesi» e qui non ci siamo proprio, perché il nostro, a quanto pare, ignora che Khatami, esattamente come Ahmadinejad, non ha mai pronunciato la parola Israele, ha continuato a costruire il nucleare, ha sempre scritto sui missili delle parate militari che erano destinati a Israele, ha sempre finanziato i gruppi terroristici attivi in Israele. E che dire di quando a Roma, durante una conferenza stampa, si rifiutò di rispondere a una domanda di un giornalista perché israeliano? A questo poi va aggiunto che il vero padrone dell’Iran, oggi con Ahmadinejad come ieri con Khatami, è Khamenei, la Suprema guida, e Khamenei si è sempre detto favorevole all’eliminazione di Israele e ha detto più volte che quando avranno i missili nucleari li utilizzeranno, perché se anche Israele dovesse rispondere, varrebbe comunque la pena di perdere milioni di vite islamiche in cambio della fine dello Stato di Israele. Ma di tutto questo il nostro lungimirante ex ministro degli Esteri non ha mai avuto sentore, e dunque «Abbiamo fatto un grande sforzo anche a livello di Unione Europea di convincere il governo iraniano che va bene il nucleare civile ma non hanno alcuna necessità di sviluppare ordigni nucleari. Abbiamo avuto alterni successi» anche se, bontà sua, «il dubbio sulle reali intenzioni dell’Iran non è mai cessato». Ciononostante «Durante i governi del centrosinistra i rapporti con l’amministrazione del presidente Khatami incrementarono i rapporti economici […] Finanziammo molti progetti per le infrastrutture […]». Ma adesso che Ahmadinejad ha detto quello che ha detto e nessuno si può più permettere di chiudere gli occhi, qual è la soluzione? Niente paura, all’immarcescibile la risposta non manca: «Se le parole di Ahmadinejad sono sconcertanti e tali da generare forti tensioni in Medio Oriente e nei rapporti con l’Europa e gli Usa, porre sanzioni potrebbe essere più pericoloso delle parole del presidente iraniano». Chiaro, no? E vediamo come si sia costruito quell’abito di “pragmatico” che la signora Fregonara gli attribuisce. Vi ricordate Camp David, luglio 2000? Già allora oltre il 90% della popolazione palestinese di Gaza e Cisgiordania viveva sotto amministrazione palestinese e non più sotto occupazione israeliana, e in quell’occasione Israele aveva proposto la consegna del 97% del territorio palestinese, la compensazione del 3% mancante con territori israeliani più densamente popolati da arabi e Gerusalemme est come capitale. La risposta di Arafat, come sappiamo, era stata la guerra. E che cosa suggerisce il nostro per uscire da questa situazione? Israele sta sbagliando tutto, dice: dovrebbe smettere di combattere e fare qualche proposta concreta. Vi ricordate l’attentato alla discoteca “Delfinario” di Tel Aviv, brandelli di ragazzini di tredici quattordici anni spiaccicati su per i muri? L’attentato è stato «un’atroce manifestazione di odio» scrive Dini nel suo messaggio di condoglianze al suo omologo israeliano Shimon Peres. E ora «È necessario un coraggioso e lungimirante sforzo da entrambe le parti in causa, per porre fine alla spirale di lutto e violenza, frutto di fanatismo ed esasperazione». E un anno più tardi, in un’intervista al Corriere: «Il governo Sharon sbaglia se pensa di mettere fine agli attacchi suicidi con la forza e l’occupazione militare. Finché i carri armati israeliani continuano a distruggere uomini, cose e infrastrutture, finché continuano a bruciare il futuro dei palestinesi, gli attacchi continueranno e potrebbero intensificarsi anche al di fuori della regione»Peccato che quando l’ondata di attentati era cominciata non ci fossero né carri armati, né occupazione. Anche in quel caso l’ineffabile aveva la soluzione pronta: «Una conferenza internazionale guidata da Usa, Europa e Russia, come a Oslo [che ha portato a un’impennata del terrorismo]. Alla presenza degli Stati arabi dovrà fissare confini sicuri per Israele e creare uno Stato palestinese, con regole che ne garantiscano il rispetto». Assolutamente perfetto: peccato che questo sia esattamente ciò che le risoluzioni Onu 242 e 338 chiedevano già dal tempo delle guerre dei Sei giorni e del Kippur, e che gli arabi le abbiano categoricamente respinte. E bisogna inoltre «ripartire dall’ultima risoluzione dell’Onu e dal piano di pace del principe saudita Abdallah, approvato all’unanimità da tutti i Paesi arabi». Assolutamente perfetto anche questo: peccato solo che fosse esattamente ciò che era stato proposto a Camp David, e che Arafat aveva rifiutato. Risparmio il resto dell’intervista, perché qualcuno potrebbe non avere una sufficiente scorta di Maalox sottomano, e aggiungo solo un’ultima perla: «Israele non ha mai fatto una proposta di pace». Ecco: questo è l’uomo che oggi ci offre la propria sapienza per risolvere la crisi iraniana.

E, a proposito di sanzioni: come mai a nessuno sono venute in mente negli otto ani in cui L’Ucraina massacrava e bombardava gli abitanti del Donbass?

E poi, quando gli anni saranno passati, e i capelli imbiancati, e le forze disperse…

barbara

REFERENDUM

Luciana Littizzetto

ha detto che si può andare al mare. Quindi, grazie alla signora Littizzetto, ora sappiamo che cosa è giusto fare. Poi Enrico letta:

E ora, grazie al signor Letta, sappiamo anche come è giusto votare. Poi c’è che, a quanto leggo in giro, i nostri mass media non sembrano molto interessati a dare informazioni in merito, quindi, per chi ancora non avesse le idee chiare, vi propongo questa tabella che mi sembra spieghi le cose in modo chiaro e conciso (cliccare sull’immagine per ingrandire).

E dato che è appena passata la festa della repubblica: 

Poi, visto che ci siamo per un momento allontanati dal Grande Tema del momento, vi offro una bella lezione sull’alimentazione

e una di grammatica

E già che ci siamo, anche una di pronuncia:

A proposito di Israele, vi ricordate Shireen Abu Akleh, la giornalista di al Jazeera rimasta uccisa durante uno scontro fra Israele e palestinesi? Finalmente le indagini israeliane sono giunte al termine; indagini complicate dal rifiuto palestinese di consegnare il proiettile, che avrebbe immediatamente indicato la provenienza (o almeno fotografarlo), di fare un’autopsia, che avrebbe mostrato da quale parte era arrivato il proiettile, e anche di condurre un’indagine congiunta. Comunque i risultati sono arrivati, e sono questi 

Poi, volendo, ci sarebbe anche questa cosa qui

Proseguo con un’esemplificazione di un modo di acquistare piuttosto in voga di questi tempi

per tornare poi alla guerra in corso, con la doverosa denuncia di un’altra terribile nefandezza commessa dai russi

Concludo riprendendo una riflessione fatta all’inizio della guerra: l’unica speranza che non vada a finire troppo male, la ripongo sui nervi saldi di Putin, che forse riuscirà a resistere a tutte le provocazioni, o a rispondervi in maniera sufficientemente moderata da non scatenare la catastrofe. Di avere nervi d’acciaio lo sta dimostrando da vent’anni, e una piccola prova del suo eccezionale autocontrollo l’abbiamo anche qui

C’è da dire, comunque, che gli egiziani sembrano avere un’attitudine particolare per gli inni nazionali:

Beh no, non solo gli egiziani

barbara

QUALCHE CONSIDERAZIONE PERSONALE

Sento spesso accusare di ipocrisia quelli che, come Orsini, a ogni considerazione sulla guerra e su che cosa l’ha provocata premettono regolarmente la condanna dell’aggressione russa all’Ucraina: ebbene, di questa colpa, dell’ipocrisia, posso in tutta onestà considerarmi innocente: mai mi sono sognata di condannare l’aggressione della Russia, così come mai mi sono sognata e mai mi sognerei di condannare l’aggressione israeliana all’Egitto e alla Giordania nel ’67. L’unico errore che imputo a Putin è lo stesso degli alleati nel ’38: non essere intervenuti subito, concedendo alla Germania nazista un intero anno per armarsi fino ai denti. Allo stesso modo Putin ha concesso ben otto anni alla cricca Obama-Biden-Clinton-Nuland-Pelosi (e ora anche Harris) di armare fino ai denti l’Ucraina nazista. Nessun aggressore e nessun aggredito dunque? Beh no, non proprio: l’aggressore è stato, per otto lunghi anni, l’Ucraina nazista e l’aggredito la popolazione del Donbass, bombardata e massacrata per otto interi anni.

Poi c’è l’altra cosa buffa, dei mass media che mostrano orripilati il Donbass in macerie, scenario che ci riporta al Libano del 1982: dopo il famoso Settembre Nero, la sanguinosa repressione messa in atto da re Hussein di Giordania contro i palestinesi di Arafat, che avevano creato un vero e proprio stato nello stato, con una propria polizia, propri posti di blocco che esigevano il pizzo per lasciar passare i viaggiatori, e violenze di ogni genere, e si accingevano a provocare un colpo di stato per rovesciare la monarchia e prendere il potere, dopo questo, dicevo, la maggior parte di loro si sono rifugiati in Libano, all’epoca lo stato più ricco, moderno, libero e, insieme a Israele, l’unico democratico del Medio Oriente (Beirut era chiamata la Parigi del Medio Oriente). Arrivati qui hanno immediatamente scatenato una guerra civile che ha provocato, si calcola, 160.000 morti, su una popolazione di meno di due milioni e mezzo, e ridotto lo stato in macerie. Dodici anni dopo Israele, per fermare lo stillicidio di attacchi terroristici sul proprio territorio da parte dei palestinesi con base in Libano, si sono finalmente decisi a intraprendere una guerra contro di loro. A questo punto si sono improvvisamente svegliati un sacco di giornalisti che si sono precipitati lì, hanno trovato il Libano ridotto in macerie da dodici anni di terrorismo palestinese e guerra tra le varie fazioni, e hanno detto cazzarola, guarda che razza di macello hanno fatto sti fetenti di Israeliani. Già, la storia si ripete, praticamente identica, con interi quartieri del Donbass ridotti in macerie, abitazioni scuole asili ospedali dai bombardamenti ucraini, e i nostri mass media venduti ci mostrano le distruzioni “causate dai bombardamenti russi”, e poco contano le decine, se non centinaia, di ore di filmati che, a partire dal 2014 documentano le sistematiche distruzioni operate dagli ucraini e le testimonianze delle vittime – e magari non sarà proprio esattamente una farsa questa ripetizione della storia, ma col comico in guêpière e tacco dodici, anche se la tragedia sicuramente non manca, direi che non ne siamo troppo lontani.

Una delle cose più oscene che ho letto da parte dei filonazisti è lo sbeffeggiamento delle testimonianze sui crimini degli ucraini “fatte da russofoni in territorio russofono a giornalisti russi”. Ora: le vittime dei crimini ucraini sono i russofoni: chi altro dovrebbe testimoniarle? I russofoni vivono in territorio russofono: dove altro dovrebbero renderle le testimonianze? Quanto ai giornalisti, sia io che tutti gli altri che se ne sono occupati abbiamo pubblicato interviste di Giorgio Bianchi, italiano, Vittorio Rangeloni, italiano, Patrick Lancaster, americano. Quindi questi signori oltre che deficienti sono anche in palese malafede: non solo negano ciò che avviene sul territorio, ma falsificano anche quello che hanno visto coi propri occhi e sentito con le proprie orecchie. Oppure non hanno guardato nessuno di queste decine di video perché tanto “si tratta di propaganda russa” ma ne parlano come se li avessero visti inventandone i contenuti. Feccia immonda, e la qualifica di osceni la meritano tutta.

Una cosa che ho capito con sette anni di ritardo. La prima signora che ho avuto per pulire la casa quando sono venuta ad abitare qui mi era stato detto che era ucraina, sennonché una volta che l’ho sentita parlare al telefono mi è venuto un dubbio e le ho chiesto: “Ma lei è ucraina o russa?”, e lei ha risposto: “Ucraina, ma parlo russo”. Avevo pensato che intendesse dire che stava parlando russo in quel momento; solo adesso ho capito che intendeva tutt’altro.

Poi ci sarebbe Israele. Che da sempre quando ha bisogno di colpire armi iraniane o terroristi in Siria si fa il suo bel bombardamento, e la Russia guarda da un’altra parte. Poi arriva la guerra, Israele si accoda al gregge e fa la sua brava “condanna dell’aggressione”, e va bene, manda tonnellate di materiale sanitario, ambulanze antiproiettile, un attrezzatissimo ospedale da campo, e va bene – al guitto no però, al punto che vi sbraita addosso, dice che dovete fare di più, fa paragoni con la Shoah, cosa che ha sollevato ovviamente critiche, ma niente di paragonabile al putiferio scatenato dalle dichiarazioni di Lavrov, che sicuramente non erano più gravi di quelle. Vabbè. Poi un bel giorno vi mettete a mandare anche armi – anche combattenti, sembra, ma di quelli non è detto che il governo sia responsabile – e la musica, in Siria, ovviamente cambia. E tutti i filoisraeliani in giro per il mondo si incazzano con Putin. Ma grandissime teste di cazzo, voi e il governo israeliano, dopo che per anni vi ha lasciato fare in Siria tutto quello che volevate, dovrebbe ringraziarvi che mandate armi a quelli che gli sterminano la sua gente? Tutti contenti del nuovo governo frutto del “chiunque tranne Netanyahu” – gemello del “chiunque tranne Trump” – e da una parte come dall’altra i risultati si sono visti. Ho sentito gente entusiasta: “Per la prima volta siedono vicino destra, sinistra e arabi”, col bel risultato che si sta scatenando un livello di terrorismo come non si vedeva da un pezzo, e non potete reagire se no gli arabi si incazzano e vi fanno cadere il governo. E come se non bastasse vi mettete anche ad armare i nazisti, ma andate affanculo, mastodontiche teste di cazzo! Vi siete sempre rifiutati di riconoscere il genocidio armeno per non fare incazzare la Turchia che era l’unico stato mediorientale a non essere in guerra con voi perché la morale è una bella cosa ma le esigenze dello stato vengono prima, e adesso vi andate a sputtanare coi nazisti? E riandate affanculo, va’.

Comunque sembra che si stia cominciando ad accorgersi che la guerra per l’Ucraina è persa e non vi sono possibilità di recupero, il che era chiaro fin dall’inizio ed è, oltre che logico, anche giusto, e dunque, a meno che qualcuno non si illuda, come quegli altri nazisti 77 anni fa, che sia in fase di messa a punto una super arma segreta che sbaraglierà il nemico in men che non si dica, il comico non ha altra scelta che la resa. Non è che sia la scelta più ragionevole: è proprio l’unica, non ce ne sono altre. E il massimo che potrà ottenere sarà esattamente quello che Putin aveva chiesto per vent’anni, e ancora, per l’ultima volta, quattro giorni prima della guerra. Ma qualcuno, preso da delirio di onnipotenza, ha preferito puntare più in alto e giocare al tavolo della roulette svariate migliaia di vite, come già ricordato qui. Ma qualcuno, come dicevo, sta forse cominciando a svegliarsi.

NYT: urge un ritorno al realismo sulla guerra ucraina

Il comitato editoriale del New York Times, organo di riferimento del partito democratico, chiede a Biden di chiudere la crisi ucraina. Si tratta forse dell’intervento più autorevole in tal senso apparso sui media americani, da cui la sua importanza.
“La guerra in Ucraina si sta complicando e l’America non è pronta” è il titolo dell’editoriale del giornale della Grande Mela che, pur elogiando il sostegno che l’America ha fornito a Kiev, chiarisce che ora la guerra è entrata in una fase nuova e gli obiettivi dell’amministrazione Biden stanno diventando sempre meno chiari.
I suoi esponenti, infatti, in più occasioni si sono profusi in improvvide dichiarazioni che rendono nebulosi gli obiettivi di tale aiuto, che non possono essere identificati con la sconfitta della Russia, perché ciò è irrealistico e rischia di scatenare escalation, anche nucleare.
Tali obiettivi devono essere rivisti anche nel più ristretto ambito del conflitto ucraino. Così il Nyt: “Una vittoria militare decisiva per l’Ucraina sulla Russia, che vedrebbe l’Ucraina riconquistare tutto il territorio che la Russia ha conquistato dal 2014, non è un obiettivo realistico. Sebbene la pianificazione e le capacità militari della Russia siano stati sorprendentemente modesti, la Russia rimane troppo forte e Putin ha investito troppo prestigio personale nell’invasione per fare marcia indietro”.
“Gli Stati Uniti e la NATO sono già profondamente coinvolti, militarmente ed economicamente [nella guerra]. Ma aspettative irrealistiche potrebbero trascinarci sempre più in profondità in un conflitto lungo e costoso. La Russia, per quanto ferita e incapace, è ancora in grado di infliggere distruzioni indicibili all’Ucraina ed è ancora una superpotenza nucleare”.
“[…] Recenti dichiarazioni bellicose da Washington: l’affermazione del presidente Biden secondo cui Putin ‘non può rimanere al potere’, il commento del segretario alla Difesa Lloyd Austin secondo il quale la Russia deve essere ‘indebolita’ e la promessa del presidente della Camera, Nancy Pelosi, che gli Stati Uniti sosterranno l’Ucraina ‘fino alla vittoria’ possono riecheggiare come proclami travolgenti, ma non avvicinano ulteriormente i negoziati”, che oggi appaiono un miraggio lontano, essendo il dialogo tra le parti precipitato al punto più basso dall’inizio della guerra.
Le trattative invece urgono, per i motivi suddetti e perché le conseguenze globali della crisi diventeranno sempre più disastrose, sia a livello economico che sociale, dal momento che il conflitto (e le sanzioni anti-russe, ma questo il Nyt non lo può scrivere) sta impoverendo il mondo. E il popolo americano, che presto proverà i morsi di tali conseguenze, non continuerà a sostenere indefinitamente il supporto a Kiev, mentre gli ucraini continueranno a morire e il conflitto porrà rischi crescenti alla “pace e alla sicurezza a lungo termine nel continente europeo”.
Certo, la decisione di trovare un compromesso con Mosca deve essere presa dalla leadership ucraina, continua il Nyt. Sarà loro compito, infatti, “prendere le dolorose decisioni riguardo i territori che il compromesso richiederà“. Ma anche tale leadership deve fare i conti con la realtà.
Il Nyt non lo scrive, ma si può tranquillamente aggiungere che Zelensky appare come drogato dal supporto politico, economico e militare che sta ricevendo (come denotano anche certe derive venate da delirio di onnipotenza).
Queste, infine, le conclusioni del Nyt: “mentre la guerra continua, Biden dovrebbe chiarire al presidente Volodymyr Zelensky e al suo popolo che c’è un limite al grado di intensità con il quale gli Stati Uniti e la NATO si impegneranno nello scontro con la Russia e limiti alle armi, al denaro e al sostegno politico che possono ricevere. È imperativo che le decisioni del governo ucraino siano basate su una valutazione realistica dei suoi mezzi e di quanta distruzione può sostenere l’Ucraina“.
“Confrontarsi con questa realtà può essere doloroso, ma non si tratta di un appeasement [col nemico]. Questo è ciò che i governi sono tenuti a fare, non inseguire una illusoria ‘vittoria’. La Russia subirà le ferite dell’isolamento e delle sanzioni economiche per gli anni a venire e Putin passerà alla storia come un macellaio. La sfida ora è scrollarsi di dosso l’euforia, fermare gli scherzi e concentrarsi sulla definizione e sul completamento della missione. Il sostegno dell’America all’Ucraina è una prova del suo posto nel mondo nel 21° secolo e il signor Biden ha l’opportunità e l’obbligo di aiutare a definire ciò che sarà tale futuro”.
Si nota che quello del Nyt è un grido di vittoria, non certo un cedimento a Putin. Si tratta di trovare un accordo che possa consentire anche a Putin di rivendicare la sua vittoria, seppur non ampia come da aspettative.
Quanto all’Ucraina, se la guerra finisce qua, ha già ottenuto la sua vittoria, al di là della conservazione o meno dei territori oggi controllati dai russi, avendo conquistato un posto di primo piano nel mondo e potendo contare su un sostegno internazionale che gli consentirebbe non solo per ricostruire il Paese, ma anche di rilanciarsi ulteriormente. Vincerebbero tutti e il dolore per i morti sarebbe compensato con la consapevolezza di averne risparmiati ulteriori. 

Ps. Zelensky, oggi: solo la “diplomazia” può porre fine alla guerra ucraina. È la prima volta che lo dice in maniera così assertiva…. occorre superare le pressioni di quanti finora ha lavorato attivamente per contrastare il dialogo tra le parti, portando al collasso delle trattative intraprese all’inizio del conflitto.
21 maggio 2022, qui.

Ma in ogni caso…

E adesso guardate un po’ i russofoni come bombardano

Gli ucraini invece preferiscono il fosforo

tanto, chi si azzarderà ad accusarli di crimini di guerra, loro che sono dalla parte giusta? E pensare che otto anni fa il coraggio di dire le cose e chiamarle col loro nome c’era

E già che ci siamo, continuiamo a sparare…

barbara

WONDER WOMAN E LA SHOAH

Questo è mio nonno, Abraham Weiss, si chiamava Adolf Weiss ma ha cambiato nome dopo la guerra per ovvi motivi. 
Mio nonno è nato in Cecoslovacchia conosciuta anche come Repubblica Ceca. 
Suo padre fu arruolato nell’esercito e non tornò mai più, così sua madre rimase con 2 ragazzini, Abraham, mio ​​nonno, e Benjamin. 
Dopo un lungo viaggio in treno fino ad Auschwitz, schiacciato insieme a una quantità disumana di persone in un vagone ferroviario, è stato separato dalla madre e dal fratello minore in quella che viene chiamata “la selezione”. 
Non li ha mai più visti. 
In un attimo è diventato un orfano di 13 anni che ha trascorso ogni giorno cercando di sopravvivere, le cose che ha visto, gli orrori che ha attraversato sono inimmaginabili.
Per anni non ne ha parlato, solo dopo la morte di mia nonna si è reso conto di quanto sia breve la vita e di quanto sia importante raccontare gli eventi, affinché la Storia non si ripeta mai. 
NESSUNO, dovrebbe mai essere oppresso o perseguitato per la propria razza, religione o per qualsiasi motivo.
Questa è la mia visione della vita. 
L’eredità di mio nonno vive nel profondo del mio cuore. 
Amava le persone, credeva in loro e rispettava le persone per ciò che sono.
È venuto dal luogo più oscuro e oppresso e con un seme di speranza si è costruito una nuova vita in Israele. 
Prego che noi, come esseri umani, ci uniamo e fermiamo lo spargimento di sangue, ovunque e per sempre.
Prego affinché i nostri figli abbiano un futuro normale, positivo e fecondo, in cui le persone si riuniscono e in cui lasciamo che la speranza e l’amore governino il mondo. 
Ricorda e non dimenticare mai #WeRemember
Joseph Waks, qui.

Ancora qualche immagine

Mentre varcavamo i cancelli di Auschwitz, mio ​​nonno disse: “72 anni fa ho varcato questo cancello con un soldato al mio fianco… un soldato nazista… Oggi varco ancora una volta questo cancello con un soldato al mio fianco.. mio nipote .. e presta servizio nell’esercito ebraico, israeliano.”

mentre suonava la sirena commemorativa dell’Olocausto questa mattina, il soldato dell’IDF Lian Gilboa ha salutato sua nonna – Tova Gilboa, 93 anni, sopravvissuta ad Auschwitz a Birkenau.

Essere forti per salvare

Essere forti per difendere

Essere forti per combattere il male

barbara

NON È FRANCESCA

Inizierò questo post con qualche nota personale.
Da quando è iniziata la guerra, sulla quale fin dal primo giorno ho preso una posizione molto netta, parecchi dei miei lettori si sono riposizionati – non tutti allo stesso modo. Qualcuno “non mi riconosce” (il motivo è molto semplice: non mi conosceva, anche se credeva di sì). Qualcuno non mi capisce, mi critica, e occasionalmente me lo dice, educatamente (le mie risposte lo sono state un po’ meno, oggettivamente, e me ne scuso. A proposito, se sei interessato a conoscermi, qui di fianco c’è un indirizzo email). E poi c’è chi, a causa della posizione che ho preso e del tipo di documenti che pubblico, ha smesso di leggermi. Ovviamente il fatto di perdere un lettore è l’ultima cosa al mondo a preoccuparmi, la qualità mi interessa molto più della quantità. Quello che non solo mi preoccupa, ma proprio mi fa paura, è la quantità di gente che si rifiuta di affrontare qualunque cosa che contrasti con la vulgata: vedo il rifiuto totale della discussione, del confronto, il rifiuto totale di qualunque microscopica divergenza dall’unico pensiero consentito; vedo gente che banna a dozzine per volta dai propri profili coloro che osano scrivere commenti scomodi perché “non voglio dover leggere idiozie”; vedo giornalisti che fanno quello che dovrebbe essere l’unico compito di un giornalista, ossia porsi e porre domande, indagare, mettere in discussione qualunque verità preconfezionata, li vedo, dicevo, derisi, sbeffeggiati, insultati, cacciati dai programmi che li ospitavano e dalle università in cui insegnano, intimati a riconsegnare premi ricevuti per la loro attività di indagine e ricerca della verità come inviati di guerra, inviti a metterli a tacere (come Mussolini per Matteotti?), chiudere loro la bocca, silenziarli. E ho visto amicizie pluridecennali chiuse con un lapidario “non posso continuare a dialogare con te”. Nessun argomento ha diritto di cittadinanza al di fuori di quelli conformi al Verbo stabilito, perché quello, e solo quello è LA Verità. E c’è stato chi è addirittura arrivato all’infamia di tirare fuori il termine negazionismo (giuro, mi viene freddo a scriverlo) nei confronti di chi sottolinea le palesi incoerenze e contraddizioni.  Qualcuno ha citato Katyn, per dire che i russi sono stati capaci di commettere una tale mostruosa strage attribuendone poi la paternità ai tedeschi, e quindi perché non dovremmo credere che adesso abbiano fatto quella di Bucha? Ecco, Katyn mi sembra un ottimo esempio: uno dei belligeranti ha perpetrato un orribile eccidio e poi ne ha attribuito la responsabilità al nemico, e dato che quel nemico era l’invasore, il colpevole, il cattivo per definizione, la menzogna è stata creduta. Le successive indagini, effettuate prima dall’accusato, poi da fonti indipendenti, hanno poi dimostrato che l’attribuzione dell’eccidio era falsa. Adesso abbiamo dei morti civili sulle strade di una città ucraina, e una delle due parti in causa ne incolpa l’altra. E nonostante i numerosissimi elementi che contrastano con la versione ufficiale, nonostante l’illogicità della cosa, nonostante sia nota e ben documentata l’efferata spietatezza dei nazisti ucraini, nonostante la prudenza che l’esperienza dovrebbe suggerire, tutti ci credono. Ci credono perché si rifiutano di prendere in considerazione le prove contrastanti, o addirittura di leggere i documenti in questione, per non rischiare che i fatti si scontrino con l’ideologia e la verità precostituita. E a me questa gente fa paura. Questa gente è quella che il Duce ha sempre ragione, il Führer ha sempre ragione, il compagno Stalin ha sempre ragione, gli ebrei sono la causa di tutti i nostri mali, lo ha detto lui, i kulaki sono la causa di tutti i nostri mali, lo ha detto lui, i russi sono un pericolo per l’Ucraina e per l’Europa e per il mondo intero, dobbiamo strangolarli economicamente e armare i loro nemici perché Russia delenda est, e se dissenti, anche solo in minima parte, sei un nemico del popolo, da cancellare, da spazzare via. Indegno di esistere. E chissà se questa brava gente – parecchi di loro ebrei, parecchi di loro, anche fra i non ebrei, filoisraeliani – si rende conto che questo è lo stesso, identico giochetto che dal ’67 in poi viene fatto con Israele (a proposito: è iniziato il mese sacro di Ramadan ed è partita la solita mattanza in Israele: ve ne siete accorti? Questa invece è la lotta contro l’apartheid israeliana nei campus americani

Forte, no?). In realtà è tutto sotto gli occhi di tutti, ma siccome abbiamo deciso che non è Francesca, bisogna per forza che sia Filippa Maria. E tuttavia ci sono quelle famose riprese satellitari, che smentiscono irrefutabilmente la vulgata antirussa, ma tranquilli, non è Francesca. E ci sono le foto col bracciale bianco – quei “collaborazionisti” dai quali i miliziani ucraini, appena rientrati, si sono precipitati a ripulire la città

e sui quali Capuozzo, sì, il solito rompiscatole di Capuozzo, si pone qualche domanda, ma non preoccupatevi, non può essere Francesca. E poi c’è questo organo ucraino in cui si lamenta che i russi hanno lasciato mine dappertutto, ma nessun cenno di morti, ma è escluso che possa essere Francesca. E c’è anche questa splendida registrazione, in cui uno dei due interlocutori è incazzato nero perché non è stata messa sulla strada neanche una donna, il che toglie parecchia credibilità alla narrazione del massacro di civili da parte dei russi e l’altro gli assicura che non succederà più – cioè che la prossima volta che insceneranno una strage russa lavoreranno con più attenzione – ma non agitatevi, non è Francesca, garantito. E ci sono quelle foto (un’immagine vale più di mille parole, lo sappiamo, e quindi le guardiamo, le foto, tutte, con molta molta attenzione) coi morti per strada e la gente che ci passeggia in mezzo, con aria del tutto indifferente, come se non ci fossero,

che addirittura ci cammina sopra senza neppure accorgersene, proprio come se non ci fossero,

ma voi dormite i vostri sonni sereni: è chiaro che non può essere Francesca. Ed è anche sempre più chiaro chi e perché ha tutto l’interesse a fomentare la narrazione dei crimini di guerra russi e io, davvero, non capisco come qualcuno abbia potuto inventarsi che fosse Francesca. Poi adesso è arrivato un missile a Kramatorsk,

lanciato naturalmente dai russi, che ha provocato una trentina di morti e un centinaio di feriti Si tratta di un Tochka U, di fabbricazione russa ma non più usato in Russia da tre anni e attualmente in dotazione unicamente all’esercito ucraino. Nella foto sottostante si può vedere un esemplare di questo tipo di missile, i rottami del missile atterrato a Kramatorsk e un missile Iskander, quello usato dai russi.

Inoltre il missile è arrivato da sud-ovest, zona attualmente sotto controllo ucraino, ma Francesca a Kramatorsk non ci è neppure andata, figuriamoci.
E arrivati a questo punto, direi che vale la pena di ascoltare anche un po’ di gente che le guerre le ha conosciute da vicino.

Giancarlo Vitali Ambrogio

Come ormai mi capita di dire spesso non ho più parole per descrivere gli orrori di questa guerra scellerata e non ho più parole per descrivere, anticipandolo, il burrone dentro cui ci sta spingendo Biden con la complicità dei governi europei e di una “stampa” senza più misura nell’accompagnarli per mano, ubbidiente e compatta: non più diplomazia, pressione politica, accordo di pace ma, guerra permanente e ucraini sacrificabili sognando la distruzione della Federazione russa e di conseguenza un’equa ridistribuzione delle enormi riserve di materie prime strategiche presenti nel sottosuolo dello “Zar”.
Mi chiedo se gli ucraini ne siano coscienti.
Malauguratamente per ora i risultati sono questi:
– morte, distruzione, sofferenze e dolore senza una fine prevedibile per il popolo ucraino e presto per quello russo;
– seri rischi che la guerra possa estendersi all’Europa o alla meglio che possa trasferire pur a distanza i suoi pesantissimi, inevitabili effetti sociali ed economici;
– aver “spinto” forse definitivamente la Cina e la Russia ad abbracciarsi in una alleanza che lascia prevedere il risorgere della guerra fredda di recente memoria, anzi freddissima, perché questa volta non sarà più fra occidente e Russia ma fra occidente e oriente, con tutte le terribili conseguenze che comporterà.
Complimenti alla Politica d’occidente!
Si poteva fare meglio?
Leggete sotto cosa racconta il Wall Street Journal
P.S. consigliato a chi è interessato a vedere tutta la storia al di la di Putin boia: oggi il Fatto Quotidiano riporta quello che definisce lo scoop di febbraio del Wall Street Journal. La ricostruzione dei fatti ricorda che cinque giorni prima dell’invasione russa, il cancelliere tedesco propose all’Ucraina un accordo con la Russia che sarebbe stato siglato da Biden e Putin in persona, nel quale Kiev si impegnava a dichiararsi neutrale rinunciando alla Nato: Kiev, cioè Zelens’kyi, non accettò sostenendo “di non credere che Putin avrebbe tenuto fede a un accordo di quel tipo” e perché ” la maggioranza degli ucraini vuole la Nato”
Di nuovo, non ho parole!

LETTERA DI 10 EX CORRISPONDENTI DI GUERRA CONTRO LA PROPAGANDA DEI NOSTRI MEDIA

“Ecco perché sull’Ucraina il giornalismo sbaglia. E spinge i lettori verso la corsa al riarmo”: lo sfogo degli ex inviati in una lettera aperta. “Basta con buoni e cattivi, in guerra i dubbi sono preziosi”
Undici storici corrispondenti di grandi media lanciano l’allarme sui rischi della narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto: “Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin”. L’ex inviato del Corriere Massimo Alberizzi: “Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni”. Toni Capuozzo (ex TG5): “Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori. Trattare così il tema vuol dire non conoscere cos’è la guerra”.
“Osservando le televisioni e leggendo i giornali che parlano della guerra in Ucraina ci siamo resi conto che qualcosa non funziona, che qualcosa si sta muovendo piuttosto male”. Inizia così l’appello pubblico di undici storici inviati di guerra di grandi media nazionali (Corriere, Rai, Ansa, Tg5, Repubblica, Panorama, Sole 24 Ore), che lanciano l’allarme sui rischi di una narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto nel giornalismo italiano (qui il testo integrale sul quotidiano online Africa ExPress). “Noi la guerra l’abbiamo vista davvero e dal di dentro: siamo stati sotto le bombe, alcuni dei nostri colleghi e amici sono caduti”, esordiscono Massimo Alberizzi, Remigio Benni, Toni Capuozzo, Renzo Cianfanelli, Cristiano Laruffa, Alberto Negri, Giovanni Porzio, Amedeo Ricucci, Claudia Svampa, Vanna Vannuccini e Angela Virdò. “Proprio per questo – spiegano – non ci piace come oggi viene rappresentato il conflitto in Ucraina, il primo di vasta portata dell’era web avanzata. Siamo inondati di notizie, ma nella rappresentazione mediatica i belligeranti vengono divisi acriticamente in buoni e cattivi. Anzi buonissimi e cattivissimi“, notano i firmatari. “Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin e quindi, in qualche modo, di essere corresponsabile dei massacri in Ucraina. Ma non è così. Dobbiamo renderci conto che la guerra muove interessi inconfessabili che si evita di rivelare al grande pubblico. La propaganda ha una sola vittima: il giornalismo”.
“L’opinione pubblica spinta verso la corsa al riarmo” – Gli inviati, come ormai d’obbligo, premettono ciò che è persino superfluo: “Qui nessuno sostiene che Vladimir Putin sia un agnellino mansueto. Lui è quello che ha scatenato la guerra e invaso brutalmente l’Ucraina. Lui è quello che ha lanciato missili provocando dolore e morte. Certo. Ma dobbiamo chiederci: è l’unico responsabile? Noi siamo solidali con l’Ucraina e il suo popolo, ma ci domandino perché e come è nata questa guerra. Non possiamo liquidare frettolosamente le motivazioni con una supposta pazzia di Putin“. Mentre, notano, “manca nella maggior parte dei media (soprattutto nei più grandi e diffusi) un’analisi profonda su quello che sta succedendo e, soprattutto, sul perché è successo”. Quegli stessi media che “ci continuano a proporre storie struggenti di dolore e morte che colpiscono in profondità l’opinione pubblica e la preparano a una pericolosissima corsa al riarmo. Per quel che riguarda l’Italia, a un aumento delle spese militari fino a raggiungere il due per cento del Pil. Un investimento di tale portata in costi militari comporterà inevitabilmente una contrazione delle spese destinate al welfare della popolazione. L’emergenza guerra – concludono – sembra ci abbia fatto accantonare i principi della tolleranza che dovrebbero informare le società liberaldemocratiche come le nostre”.
Alberizzi: “Non è più informazione, è propaganda” – Parole di assoluto buonsenso, che tuttavia nel clima attuale rischiano fortemente di essere considerate estremiste. “Dato che la penso così, in giro mi danno dell’amico di Putin”, dice al fattoquotidiano.it Massimo Alberizzi, per oltre vent’anni corrispondente del Corriere dall’Africa. “Ma a me non frega nulla di Putin: sono preoccupato da giornalista, perché questa guerra sta distruggendo il giornalismo. Nel 1993 raccontai la battaglia del pastificio di Mogadiscio, in cui tre militari italiani in missione furono uccisi dalle milizie somale: il giorno dopo sono andato a parlare con quei miliziani e mi sono fatto spiegare perché, cosa volevano ottenere. E il Corriere ha pubblicato quell’intervista. Oggi sarebbe impossibile“. La narrazione del conflitto sui media italiani, sostiene si fonda su “informazioni a senso unico fornite da fonti considerate “autorevoli” a prescindere. L’esempio più lampante è l’attacco russo al teatro di Mariupol, in cui la narrazione non verificata di una carneficina ha colpito allo stomaco l’opinione pubblica e indirizzandola verso un sostegno acritico al riarmo. Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni e nemmeno chi si informa leggendo più quotidiani al giorno riesce a capirci qualcosa”.
Negri: “Fare spettacolo interessa di più che informare” – “Questa guerra è l’occasione per molti giovani giornalisti di farsi conoscere, e alcuni di loro producono materiali davvero straordinari“, premette invece Alberto Negri, trentennale corrispondente del Sole da Medio Oriente, Africa, Asia e Balcani. “Poi ci sono i commentatori seduti sul sofà, che sentenziano su tutto lo scibile umano e non aiutano a capire nulla, ma confondono solo le acque. Quelli mi fanno un po’ pena. D’altronde la maggior parte dei media è molto più interessata a fare spettacolo che a informare”. La vede così anche Toni Capuozzo, iconico volto del Tg5, già vicedirettore e inviato di guerra – tra l’altro – in Somalia, ex Jugoslavia e Afghanistan: “L’influenza della politica da talk show è stata nefasta”, dice al fattoquotidiano.it. “I talk seguono una logica binaria: o sì o no. Le zone grigie, i dubbi, le sfumature annoiano. Nel raccontare le guerre questa logica è deleteria. Se ci facciamo la domanda banale e brutale “chi ha ragione?”, la risposta è semplice: Putin è l’aggressore, l’Ucraina aggredita. Ma una volta data questa risposta inevitabile servirebbe discutere come si è arrivati fin qui: lì verrebbero fuori altre mille questioni molto meno nette, su cui occorrerebbe esercitare l’intelligenza”.
Capuozzo: “In guerra i dubbi sono preziosi” – “Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori”, argomenta Capuozzo. “Invece è proprio in queste circostanze che i dubbi sono preziosi e l’unanimismo pericolosissimo. Credo che questo modo di trattare il tema derivi innanzitutto dalla non conoscenza di cos’è la guerra: la guerra schizza fango dappertutto e nessuno resta innocente, se non i bambini. E ogni guerra è in sè un crimine, come dimostrano la Bosnia, l’Iraq e l’Afghanistan, rassegne di crimini compiute da tutte le parti”. Certo, ci sono le esigenze mediatiche: “È ovvio che non si può fare un telegiornale soltanto con domande senza risposta. Però c’è un minimo sindacale di onestà dovuta agli spettatori: sapere che in guerra tutti fanno propaganda dalla propria parte, e metterlo in chiaro. In situazioni del genere è difficilissimo attenersi ai fatti, perché i fatti non sono quasi mai univoci. Così ad avere la meglio sono simpatie e interpretazioni ideologiche”. Una tendenza che annulla tutte le sfumature anche nel dibattito politico: “La mia sensazione è che una classe dirigente che sente di avere i mesi contati abbia colto l’occasione di scattare sull’attenti nell’ora fatale, tentando di nascondere la propria inadeguatezza. Sentire la parola “eroismo” in bocca a Draghi è straniante, non c’entra niente con il personaggio”, dice. “Siamo diventati tutti tifosi di una parte o dell’altra, mentre dovremmo essere solo tifosi della pace”.

Quindi è chiaro: è assolutamente escluso che possa essere Francesca.

barbara

IN ARMENIA, NEL FRATTEMPO

“Noi Armeni abbiamo il terrore che la Turchia vinca la guerra in Ucraina”

Dai droni di Erdogan all'”invasione strisciante” dei villaggi armeni, intervista al giornalista armeno Tigrane Yegavian. “L’Europa pietisce il gas degli azeri che ci radono al suolo chiese e cimiteri”

La mappa della Turchia che vorrebbe Erdogan

“Un nuovo cucciolo di lemure nato allo zoo di Kiev è stato chiamato ‘Bayraktar’. Il lemure prende il nome dal drone turco sotto i riflettori globali per il suo successo nel campo di battaglia”. Il Financial Times racconta un aspetto decisivo della guerra in corso. Bayraktar è il nome della famiglia che produce il micidiale drone turco in dotazione dell’esercito ucraino. Il capo, Selcuk Bayraktar, è il genero del presidente turco Recep Tayyip Erdogan (ha spostato la figlia Sumeyye). “Sebbene il drone abbia spazzato via i carri armati armeni nel 2020, gli esperti avevano dubbi sul fatto che il drone potesse avere successo anche contro un esercito moderno come quello russo”.
La Turchia, scrive il quotidiano israeliano Haaretz, “uscirà come una vincitrice da questa guerra ucraina”. Lo si è visto nei giorni scorsi nel caso della “Convenzione di Montreux” del 1936 che consente ad Ankara, in tempo di guerra, di impedire a tutte le navi da guerra di attraversare i Dardanelli e il Bosforo. Invocare la convenzione compromette la mobilità delle navi da guerra russe tra il Mar Nero e la sua struttura navale sulla costa siriana. Due giorni fa, Erdogan ha aperto un gigantesco ponte sospeso (il più lungo al mondo) sui Dardanelli e che unisce Europa e Asia.

Erdogan presenta la mappa della Turchia con i territori della Russia meridionale

Per la Russia il “panturchismo” – l’ideologia volta all’unità dei popoli turchi è una minaccia all’unità della Federazione Russa. Di etnia turca sono, infatti, le popolazioni che abitano diverse cruciali repubbliche della Russia centrale, dal Tatarstan alla Jacuzia, passando per Tuva e l’Altaj. Il “bacino turco” secondo Erdogan si estenderebbe dal mare Adriatico all’Asia centrale. Nelle scuole, durante il mandato di Erdogan, sono apparse mappe che mostrano il potere turco. Si fa riferimento al “Patrimonio turco dal mare Adriatico alla Grande Muraglia cinese”: “I manufatti culturali turchi sono visibili in una vasta regione, a cominciare dai paesi dell’Asia centrale e orientale, come Cina e Mongolia, e si estende in Erzegovina e in Ungheria…”. “Siamo una grande famiglia di 300 milioni di persone dall’Adriatico alla Grande Muraglia cinese”, ha detto Erdogan in un discorso in Moldavia.
A differenza della Russia, la cui popolazione in una generazione crollerà a 113 milioni, la Turchia si avvia a diventare una potenza da 100 milioni di abitanti.
Approfittando della guerra ucraina, da una settimana l’intero Nagorno Karabakh armeno è stato lasciato senza gas dagli azeri, perché la condotta che arriva dall’Armenia è stata interrotta in un tratto sotto controllo azero e i soldati del regime azero impediscono ai tecnici di ripararlo. Ci sono nuovi scontri militari fra Armeni e Azeri, sostenuti dalla Turchia. “Alla fine dell’ultimo conflitto, che ha causato 5.000 morti da parte armena, l’autoproclamata repubblica dell’Artsakh si è trovata amputata per due terzi del suo territorio e circondata dall’Azerbaigian al 95 per cento” scrive su Le Figaro di questa settimana Jean-Christophe Buisson. “Lungo decine di chilometri, molti borghi e villaggi armeni sono bersaglio quotidiano di vessazioni e attacchi armati. L’obiettivo degli azeri? Svuotarli dei loro abitanti, stanchi di una minaccia costante. I contadini sono minacciati durante il lavoro agricolo, le strade e le comunicazioni sono regolarmente tagliate, i fiumi, che ora hanno la sorgente in territorio azero, sono prosciugati. Una vera tortura cinese nel mezzo del Caucaso. Dall’inizio della guerra in Ucraina, la situazione degli armeni è peggiorata. Dopo aver approfittato della tumultuosa campagna elettorale americana nell’autunno 2020 per lanciare il suo attacco militare su larga scala, Baku ora sembra volerlo rifare: chi si preoccuperà in questo momento degli armeni protetti da un esercito russo emarginato dalla comunità internazionale? La scorsa settimana, postazioni militari e villaggi armeni sono stati presi di mira da granate e colpi di mortaio, provocando diverse vittime (soldati e civili). Ai margini di villaggi come Taghavard, gli azeri trasmettono messaggi tramite altoparlanti esortando i residenti ad andarsene prima di essere costretti a farlo. L’Alto rappresentante europeo Josep Borrell e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel hanno incontrato intanto i ministri e il presidente azero per negoziare ulteriori importazioni di gas. Un gesto visto da Stepanakert, capitale dell’Artsakh, come un incoraggiamento rivolto al dittatore Ilham Aliev nella sua politica di ‘invasione strisciante’ del territorio armeno”.
Già, l’energia… Lo stop al grande gasdotto russo Nord Stream 2 va a vantaggio del famoso “Corridoio meridionale del gas” (conosciuto come Tap Tanap) che attraversa tutto il territorio della Turchia per concludere il suo flusso nel Salento.
Anche Grecia e Cipro (che nella mappa di Erdogan deve diventare tutta turca) sono preoccupate che la Turchia approfitterà del caos ucraino per farà avanzare le sue pedine nel Mediterraneo. E nei Balcani, dove l’Impero Ottomano ha dominato a lungo, la Turchia di Erdogan svolge adesso il ruolo che un tempo aveva la Russia.
Un appello su Le Figaro, a firma dell’etnologo Stéphane Breton, dello storico Hamit Bozarslan, del filosofo Pascal Bruckner e dello storico Jean-François Colosimo, ha denunciato: “Ankara vuole estendere la sua influenza affidandosi a un islamismo conquistatore. Chi ha seminato il caos in Siria, Iraq, Libia? Chi è intervenuto nel Caucaso? Chi cerca di destabilizzare il Libano, l’Egeo, Cipro? Chi punterà domani a sconvolgere i Balcani, l’Asia centrale? La storia ci insegna dolorosamente che una pacificazione non ha mai placato l’appetito di un regime espansionista né fermato la marcia di un’ideologia mortale”. 
La sconfitta della Russia in Ucraina metterebbe sicuramente un freno al violento espansionismo di Mosca, ma sarebbe una manna per l’espansionismo turco che ha l’Europa nel mirino. “Cui bono?”, si domanda l’analista Srda Trifkovic su Chronicles Magazine. Chi vincerebbe in Ucraina? “Certamente la Cina e il mondo musulmano e in particolare Erdogan, per il quale gli infedeli che litigano tra loro creano nuovi e significativi spazi di manovra”.
Intanto, al Parlamento Europeo lo svedese Charlie Weimers denunciava il 10 marzo: “Ho assistito ai risultati del genocidio culturale dello Stato islamico contro cristiani, caldei, assiri e siriaci quando ho visitato l’Iraq e la Siria. Chiese sconsacrate millenarie, statue di Maria decapitate, icone distrutte, pagine carbonizzate di Bibbie sparse per le strade. Distruggere il patrimonio culturale è cancellare un’identità, una storia, una nazione. Il presidente dell’Azerbaigian Aliyev sta seguendo le orme dello Stato islamico. I rapporti nelle immagini satellitari hanno meticolosamente tracciato la distruzione sistematica di 100 chiese armene medievali, migliaia di croci e decine di migliaia di lapidi. Signor Commissario, colleghi, l’UE deve condannare il genocidio culturale commesso dal presidente Aliyev contro i siti del patrimonio cristiano armeno. Lo riterrà responsabile del continuo genocidio culturale contro gli armeni?”.
La risposta non è difficile…

(ma sarà poco figo?!)

Ne parlo per la newsletter con Tigrane Yegavian, giornalista e saggista armeno fra i migliori in Europa.

Gli azeri stanno attaccando di nuovo voi armeni…
Gli azeri stanno cercando di avanzare le loro pedine e di ottenere il massimo dalla debolezza strutturale armena e dalla situazione internazionale. Gli armeni hanno molto da perdere da questa guerra in Ucraina. Se i Russi perdessero, dovrebbero abbandonare il Karabakh, dove l’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh, ridotta al minimo indispensabile, sopravvive grazie alla protezione delle forze russe il cui mandato scade nel 2025. Gli azeri e i turchi puntano ora a conquistare la fascia di terra armena che le unirebbe.

Perché l’Europa è così fredda con i cristiani armeni?
Ipocrita Europa, che ha bisogno del gas azero, specie ora che deve fare a meno di quello russo. L’Europa è debole, divisa, è succube della diplomazia del caviale e del gas. L’Europa è in una crisi morale profonda.

Cosa rappresenta l’Armenia per noi occidentali?
Noi armeni siamo vittime del rullo compressore della mondializzazione. E se scomparissimo, saremmo la sentinella dell’Occidente.

Come avete preso voi armeni la guerra in Ucraina?
Questa guerra in Ucraina offre all’Azerbaigian l’opportunità di gonfiare il petto e negoziare le consegne di gas agli europei come alternativa alla Russia. L’Ucraina ha scelto il suo campo, quello della Nato e della Turchia, ma anche quello dell’Azerbaigian. Gli armeni, dal canto loro, non dimenticano che durante la guerra dell’autunno 2020, erano state le bombe al fosforo fabbricate in Ucraina a causare scompiglio tra i soldati e le foreste dell’Artsakh… Non contenti di attaccare i vivi, moltiplicando il fuoco dei cecchini sui contadini e sulle abitazioni isolate, rubando il bestiame, avvelenando le fonti d’acqua, esercitano ogni tipo di abuso e tortura sui prigionieri armeni e sui civili rapiti. Gli azeri perseguono un vero e proprio etnocidio nei territori che hanno conquistato eliminando sistematicamente ogni traccia dell’eredità cristiana armena, radendo al suolo cimiteri, chiese, distruggendo musei, biblioteche….Il futuro del Karabakh armeno è quindi strettamente legato a quello della Russia in quanto l’Armenia, troppo debole, non può più garantirne l’integrità.

Quali sono gli interessi comuni di Turchia e Ucraina?
I turchi hanno interessi in Ucraina, in particolare in Crimea per la minoranza di lingua turca. L’Armenia ha riconosciuto l’annessione della Crimea alla Russia mentre l’Ucraina riconosce l’integrità territoriale dell’Azerbaigian, il caos è stato importato dall’Ucraina. Turchi e ucraini hanno entrambi interesse a unirsi per affrontare l’espansionismo russo nel Mar Nero. Kiev e Ankara sono ora legati da una partnership geostrategica che ha senso, in quanto Erdogan, che vende i suoi droni bayraktar agli ucraini, ha ulteriore influenza sui russi con i quali mantiene una rivalità nel Mediterraneo orientale, nel Caucaso e in Africa. Non dimentichiamo che i russi temono il tentativo di destabilizzazione attraverso la strumentalizzazione delle decine di milioni di musulmani in Russia, oggetto di tutta l’attenzione di Ankara.
Giulio Meotti

Come sempre, guerre di serie A e guerre di serie B, vittime di serie A e vittime di serie B, indignazioni a comando e a corrente alternata, ma se li chiami ipocriti (sepolcri imbiancati, li chiamava un ebreo di una certa notorietà) strillano come vergini violate.
All’Ucraina, visto che avete già avuto abbastanza da leggere, oggi dedicherò solo un po’ di immagini, e per la precisione, a un po’ di sbufalamenti. Il primo riguarda la cosiddetta strage di Mariupol, che finalmente si sono dovuti arrendere e riconoscere che era inventata, ma a qualcuno, a quanto pare, il fatto che quei mille morti non ci sono stati dispiace parecchio

Per i bambini greci, qui per chi non ricordasse.

Poi ci sono i pompieri australiani spacciati per pompieri ucraini, con tanto di photoshop della bandiera ucraina sulla manica

Poi c’è quella che non è mica vero che in Ucraina c’è un po’ di nazismo

E poi c’è questo spettacolare grafico a torta

Notate niente? A parte i contrari in un verde un po’ smorto, che già di per sé sfugge all’occhio e sembra rimpicciolirsi, mentre il settore dei favorevoli è di un rosso brillante e squillante, che si impone all’occhio, anche a riuscire a guardarlo con obiettività, il settore del 55% dei contrari è meno della metà, mentre quello dei favorevoli appare decisamente maggiore di 1/3 del totale. Ora, per fare un grafico si devono solo inserire i dati, e il sistema fa tutto da solo. Io non ne avevo mai fatti, ma ho voluto provare per l’occasione: ho selezionato inserisci grafico, ho selezionato quello a torta, ho inserito le percentuali e il sistema, senza che io dovessi fare nient’altro, mi ha dato questa immagine

Quindi quella pubblicata è stata alterata a mano per dare l’impressione che i contrari non siano la maggioranza assoluta. E questi sono i nostri mass media, a cui quelli intelligenti hanno scelto di credere a occhi chiusi.
Ma la più strepitosa di tutte è questa

in uno stato governato da un fantoccio messo su dalla NATO+Obama+Biden+Soros (dichiaratamente) dopo un colpo di stato piuttosto sanguinoso per il quale sono stati spesi 5 miliardi di dollari, che ha dichiarato fuorilegge tutti i partiti dell’opposizione e imbavagliato le televisioni: servono commenti? E, a parte questo, che cosa significa l’immagine? Quali sarebbero le democrazie supportate con le invasioni elencate a sinistra?
E poi c’è Cicciobello nostro, che parla ai parlamenti e commuove tutti. Convince tutti. Ma, scusate, cosa ci sarebbe di strano? Quale attore, anche non eccelso, non è capace di far piangere? L’attore fa sempre e solo quello che regista e produttore gli ordinano di fare, e diventa ciò che i suddetti padroni gli ordinano di essere. Per dire, questa è Helen Mirren

e questa è sempre Helen Mirren.

E questo è Zelenzky

e questo è sempre Zelensky, la stessa identica persona.

Col parlamento Israeliano, però, che doveva rappresentare l’apoteosi, ha decisamente pisciato fuori dal vaso (dopo avere, per la verità, già pisciato fuori dal vaso rimproverando fortemente Israele per la sua neutralità, ossia per non essersi accodata alla costruzione della terza guerra mondiale). Dopo avere evocato Churchill con gli inglesi, l’11 settembre e Pearl Harbour con gli americani, il muro di Berlino coi tedeschi eccetera, con la Knesset non ha trovato di meglio che paragonarsi alle vittime della Shoah. Dalle mie parti si dice “l’osèo ingordo ghe crepa el gosso”, all’uccello ingordo si rompe il gozzo. E anche agli attori stupidi che obbediscono ai propri padroni senza poter usare un cervello che non hanno. E io sono fiduciosa che prima o poi tutti i nodi verranno al pettine.

barbara

ANCORA DUE PAROLE SU QUEL BRAV’UOMO

Un buon articolo.

Tutu, un Nobel del politicamente corretto

Il defunto vescovo anglicano era un socialista, fatto passare per il Martin Luther King africano. Era nota la sua collateralità all’Anc, che usava metodi in stile Black Lives Matter. E le sue parole sugli ebrei erano cariche di antisemitismo.

Il corpo di Desmond Tutu verrà liquefatto, qualunque cosa ciò voglia dire. Bufala? Boh. Ormai non si capisce più niente e quello giornalistico è diventato un mestiere dinastico in via di patetica estinzione. Se è vero (e non è una errata traduzione dell’afrikaans «cremato», prima che qualche speaker francofilo dica «Tutù»), è quanto meno singolare per un arcivescovo (anche gli anglicani sono cristiani).

Premio Nobel per la Pace 1984, uno dei primi della svolta politicamente corretta di Oslo, fu fatto passare per il Martin Luther King degli africani. Il solito boomerang occidentale in piena Guerra Fredda, quando l’Urss cercava di «dialettizzare i contrasti» in Sudafrica, da cui, prima dell’allargamento del canale, passavano le grandi petroliere troppo larghe per Suez. La carriera di Tutu era stata stupefacente. Lasciati gli esami di medicina per il sacerdozio, dopo gli studi a Londra eccolo subito vescovo del Lesotho. Un anno, ed è segretario generale del Consiglio delle Chiese Sudafricane. E immediatamente comincia a viaggiare in tutto il mondo. Scopo di questi viaggi, propagandare il boicottaggio economico del Sudafrica reo di apartheid. E il tirannico governo di Pretoria che fa, gli revoca il passaporto? Per niente. E giù premi. Anche quello intitolato a Martin Luther King. Il Nobel, poi, gli vale anche l’arciepiscopato di Città del Capo. En plein.

La sua amicizia e collateralità con l’Anc (African National Congress) è nota e dichiarata. Anche se sui trenta membri del direttivo Anc una ventina erano membri del Partito comunista sudafricano. E mentre dal vicino Mozambico, in piena dittatura comunista, la gente scappava verso l’apartheid sudafricano, evidentemente considerato preferibile. L’Anc, per abbattere il regime, provocava disordini continui, conditi da distruzioni e saccheggi in stile Black Lives Matter ante litteram. I più anziani tra noi ricorderanno le foto dei famosi necklaces, le «collane» di pneumatici cosparsi di benzina e incendiati, messi al collo dei «collaborazionisti» neri con le mani legate dietro la schiena. Il primo presidente dell’Anc era l’altrettanto celebrato Mandela, premio Nobel pure lui e immortalato da Hollywood con un film agiografico. Aspettiamoci dunque un film su Tutu.

Scartabellando tra le notizie d’epoca ho trovato un bel florilegio di frasi storiche di quest’ultimo, compilato da Ettore Ribolzi per «Cristianità» nel 1987, dunque in corso d’opera. Mi permetto di riproporne alcune. Vancouver, 1983: «Trovo il capitalismo del tutto orrendo e inaccettabile. Io sono socialista». Zambia, 1985: «Se i russi venissero in Sudafrica oggi, allora la maggior parte dei neri che rifiutano il comunismo perché ateo e materialista li accoglierebbe come salvatori. Ogni cosa sarebbe migliore dell’apartheid». Stesso anno, alla rete televisiva Wnbc di New York: «Ma noi siamo i loro domestici, siamo noi che ci prendiamo cura delle case della gente bianca. Facciamo da mangiare e sorvegliamo i loro bambini. Alcuni domestici potrebbero essere reclutati e potrebbe essere loro fornita una fiala di arsenico» (l’intervistatore aveva fatto osservare che le armi le avevano i bianchi).

Uno dei pochissimi a non aver aderito alle sanzioni economiche contro il Sudafrica era stato Israele. E Tutu, nel 1984 invitato dal Gruppo dei deputati ebrei sudafricani, minacciava: «Secondo il Nuovo Testamento gli ebrei devono soffrire. Pertanto metteremo ciò in pratica, se prenderemo il potere». Infatti, «gli ebrei sono i maggiori sfruttatori dei neri, perciò devono soffrire». Concludendo, «non ci sarà simpatia per gli ebrei quando i neri prenderanno il posto dei bianchi». Plauso dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina, di Arafat, altro premio Nobel, anche lui per la Pace), il cui rappresentante nello Zimbabwe, Alì Halimeh, diceva: «Siamo convinti che il collasso del sistema del Sudafrica condurrà alla distruzione dello Stato sionista in Medio Oriente». Peccato che il Mossad sia sempre più furbo di loro.
Rino Cammilleri, qui.

E un po’ di esperienza diretta.

Gentile Redazione, Vivevo in Sud Africa. Cinque splendidi anni fino al 1986, quando fu chiaro che il Paese sarebbe finito in altre mani, con le conseguenze che possiamo vedere. Anche negli anni della “feroce apartheid” Tutu viveva nel quartiere più esclusivo di Città del Capo: Costancia. Ho rispetto per Nelson Mandela; ha saputo gestire il passaggio di poteri. Winnie Mandela – invece – amica e sodale, compagna di partito di Tutu, presenziava processi in cui neri erano imputati, assistendo alla condanna, molto etnica e pittorescamente tribale: Il necklace, la collana. Al condannato, immobilizzato, veniva posto, intorno al collo, un copertone di auto. Tipo collana, appunto. Poi una generosa spruzzata di benzina e lo spettacolo era garantito. Ustioni e soffocamento. L’arcivescovo ignorava tutto ciò? Lo sapevano tutti. Premio Nobel per la pace. Ognuno si diverte come può, come ritiene giusto. Ma è giusto? Il suo antisemitismo d’accatto non è sorprendente. Non per me. Saluti,
Gianfranco Pacini, qui.

Abbiate pazienza ma io, come è noto, detesto i santini.

barbara

HO CAMBIATO IDEA

E due parole sull’antisemita di merda che ha recentemente tirato le cuoia le voglio dire. O meglio, le faccio dire a chi sa farlo molto meglio di me.

Il lato oscuro dell’eredità di Desmond Tutu

Desmond Tutu è stato sepolto ieri con tutti gli onori, ed è giusto: perché il vescovo sudafricano è stato un grande combattente della battaglia contro l’apartheid in Sud Africa, e ha contribuito a distruggere l’obbrobrio razzista, la peggiore delle violazioni dei diritti umani. Ma dobbiamo essere giusti, ed evitare, specie in tempi di antisemitismo crescente, di costruire falsi santini. Qualcosa si è confuso nella psiche del vescovo rivoluzionario, se il suo messaggio dalla sacrosanta crociata contro il razzismo si è avventurato in una autentica guerra contro il Popolo ebraico, la sua religione, il suo Stato.
Purtroppo restano nella sua biografia le frequenti affermazioni contro la “lobby” ebraica definita “troppo potente” e “terrificante”, gli stereotipi che usava per gli ebrei sul “denaro”, il “potere”, “l’arroganza”, l’idea nazifascista che siano gli ebrei “la causa di molti problemi nel mondo”. Tutu era appassionatamente filopalestinese, e questo è legittimo: ma sostanziava la sua passione con una quantità di stereotipi menzogneri, paragonando gli ebrei ai nazisti, e trasferendo su di loro il concetto di Shoah. Diceva  che gli ebrei si attribuisco il monopolio dell’Olocausto, e che il mondo non vuole perdonare i nazisti, mentre perdona Israele per l’Olocausto che opera sui palestinesi; ha persino detto che “le camere a gas” erano comunque “una morte più pulita” di quella inflitta dall’apartheid di Israele sui palestinesi.
Tutu immaginò proditoriamente e con violenza propagandistica che Israele fosse razzista, come lo era il Sud Africa bianco, verso gli arabi… E non finisce qui. La sua invenzione che Israele sia razzista è la madre della delegittimazione odierna del Paese del Popolo ebraico, che è invece multirazziale, multietnico, multiculturale, multicolore, pieno di immigrati dall’Africa, con una minoranza araba che ha tutti i diritti, che protegge i cristiani, i bahai, qualsiasi minoranza religiosa. Gli arabi siedono in Parlamento e nel Governo con un Partito della Fratellanza musulmana oltre ad avere accesso a ruoli di primaria importanza nelle università, negli ospedali, nell’high-tech, nella vita sociale e pubblica.  L’invenzione di boicottare Israele, di Desmond Tutu, è la madre del BDS: un movimento che cerca di soffocare Israele, compreso gli arabi israeliani e i palestinesi che vi sono legati, strangolandolo culturalmente ed economicamente, ed è difficile da attribuire a un cuore cristiano e altruista. Tutu ha risposte all’accusa di essere antisemita dicendo che “c’è poco da fare, gli ebrei sono un popolo peculiare, gli piaccia o meno”.
Sì, peculiare, altruista, morale, forte e determinato: lui se lo immaginava in modo stravolto dall’odio, e questo si chiama antisemitismo. Niente monumenti per favore.
Fiamma Nirenstein, 1 gennaio 2022.

I seminatori di discordie stanno nella IX Bolgia dell’VIII cerchio: sarà lì che si trova? O nell’ottava, coi cattivi consiglieri? O forse nel IX cerchio con i traditori, e precisamente nella Giudecca, in quanto traditore di Cristo? Questo non abbiamo modo di saperlo, ma sicuramente possiamo dire che si trova là, nel fondo del fondo.

barbara