E GLI ANNI PASSANO E PASSANO E PASSANO…

Questa canzone, per esempio, ne ha quasi sei.

barbara

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200 RAZZI IN 24 ORE

In Israele si vive così

A Gaza invece si vive così.

Magari se sei bravo trovi la differenza. E magari magari riesci anche a vedere la disperata miseria in cui questa gente è costretta a vivere.
14 luglio 2018
barbara

QUELLA POVERA SCUOLA FATTA DI COPERTONI

E i soliti cattivi israeliani che la vogliono distruggere. Solo che le cose non stanno esattamente come ce le raccontano i nostri mass media, sempre tanto simpatetici con i peggiori soggetti e le peggiori cause. E per chiarirci un po’ le idee su come stanno, lo faccio spiegare da Ugo Volli.

Il senso dello scontro intorno a un villaggio di qualche decina di beduini in un posto assai speciale

La storia della cosiddetta “scuola di gomme” esempio classico della disinformazione in chiave antisraeliana

Khan al-Ahmar. Israele combatte tre guerre contemporanee sul suo territorio e nei dintorni – oltre alla grande guerra politico-diplomatica che si svolge sui media, nelle assemblee internazionali, in molti parlamenti e università occidentali, in definitiva nelle menti e nei cuori dei cittadini dell’Occidente che dovrebbero essere naturalmente alleati e solidali con un paese democratico che lotta da settant’anni contro forze barbariche preponderanti, e invece subisce un continuo lavaggio del cervello per essergli ostile, che risveglia i vecchi demoni dell’antisemitismo europeo.
Le tre guerre territoriali ma indipendenti sono legate fra di loro, com’è naturale, ma anche diverse per protagonisti e metodi. La più nota è quella di Gaza, dove Hamas usa tutti i mezzi che trova (rapimenti, attacchi terroristici diretti, tunnel, missili, da ultimo assalti di massa contro la frontiera e palloni o aquiloni incendiari. Israele cerca di bloccarle questi assalti anche con la forza, ma non vuole un’escalation, che sarebbe costosa in termini di vittime arabe e di immagine per Israele, senza essere risolutiva.
La seconda guerra, quella vera, si svolge al nord, soprattutto in Siria ma potenzialmente anche in Libano, contro l’Iran e i suoi satelliti, prima di tutto Hizbollah. Israele sta cercando di evitare che queste forze portino ai suoi confini armi tecnologiche e missili moderni e per farlo usa l’aviazione contro convogli militari e depositi di armi in tutto il territorio siriano. Ma usa anche i suoi rapporti politici con Trump e soprattutto con Putin per tentare di evitare una guerra regionale che è in grado di vincere ma non vuole, perché sarebbe assai dolorosa, con molte vittime civili.
Della terza guerra si parla poco, perché fa poche vittime ed è combattuta soprattutto nelle decisioni del governo e nelle aule di tribunale. E’ lo scontro per il controllo del territorio conteso in Giudea e Samaria. Non si tratta solo del terrorismo a “bassa intensità” (ma mortale, solo che colpisce con coltelli e veicoli più che con bombe). Ma anche della gestione fisica del territorio. Qui i nemici non solo solo gli arabi dell’autorità palestinese, ma altri meno sospettati. Ci sono le Ong antisioniste finanziate dall’estero, che si danno assai da fare, con l’appoggio di parte della stampa (innanzitutto Haaretz), delle forze politiche e intellettuali di estrema sinistra che in Israele non hanno peso elettorale ma strepitano molto e talvolta di parte della magistratura. Ma il nemico principale, in questa guerra, è all’estero. Non solo i vari movimenti Bds e di estrema sinistra, e non tanto più gli stati arabi ma diversi stati e l’Unione Europea in prima persona si impegnano in questa guerra.
La settimana scorsa c’è stata una scaramuccia importante. La posta in gioco è Khan al-Ahmar, un piccolo villaggio abusivo di qualche decina  di beduini che i diplomatici europei hanno aiutato ad istallare e che dopo una lunga battaglia giudiziaria arrivata fino alla corte suprema il governo ha ottenuto di far demolire (ma all’ultimo momento è venuta fuori ancora una sospensiva di qualche giorno). Si tratta di un caso importante. Innanzitutto perché è un esempio della sfacciata interferenza dell’Europa, che ha finanziato le costruzioni e ora pretende di impedire l’esecuzione di una sentenza. Chi immaginerebbe che l’UNASUR (l’organizzazione degli stati latinoamericani) finanzi la costruzione di case abusive per gli immigranti irregolari o proibisca all’Italia di abbattere quelle già costruite?
Ma la cosa più importante è la collocazione di questo villaggio. Si trova in una zona compresa nell’Area C degli accordi di Oslo, cioè sotto il controllo legale totale di Israele. Non tutti sanno che gli accordi firmati da Arafat per l’OLP dividevano Giudea e Samaria in tre zone: la “A” sotto totale controllo dell’Autorità Palestinese, comprendente città e villaggi dove vivono oltre il 90% dei residenti arabi, la “B” sotto controllo condiviso e la “C” che è interamente amministrata da Israele anche sul piano urbanistico.  Khan al-Ahmar sta in area “C” è dunque è giuridicamente incontestabile che i regolamenti urbanistici sono quelli israeliani, che non hanno mai consentito la costruzione di questo insediamento. Dunque l’Unione Europea, in maniera assolutamente coloniale, ritiene che la sua volontà politica di favorire gli insediamenti arabi superi non solo la legge israeliana ma anche gli accordi di Oslo, che pure ha sottoscritto.
Ma c’è di più.  Khan al-Ahmar si trova in un piccolo territorio chiamato E1, incuneato nei 5 chilometri in linea d’aria che separano Gerusalemme dal più popoloso insediamento ebraico in Samaria, Ma’alè Adumim. sulla strada per la valle del Giordano. Se questi campi diverranno villaggi arabi si conserverà l’accerchiamento virtuale della capitale israeliana che è stato il tema costante del conflitto con le forze arabe a partire dalla guerra del 1948. E’ ciò che i nemici di Israele chiamano “continuità del territorio palestinese. Se E1 sarà invece dell’ampliamento di  Ma’alè Adumim, unificandola al territorio municipale di Gerusalemme, l’assedio sarà rotto perché anche la strada per la Valle del Giordano, strategicamente essenziale, sarà interamente sotto controllo israeliano. Questo è il tema strategico della battaglia di  Khan al-Ahmar, non le stupidaggini propagandistiche sulla “scuola di gomme”, con cui le Ong antisraeliane hanno ottenuto anche finanziamenti del ministero degli esteri italiani, la cui utilità in quella posizione è scarsa anche se il villaggio fosse legale e destinato a restare lì. Israele del resto si è impegnato a fornire ai beduini dell’insediamento un’altra collocazione a pochi chilometri di distanza, completa di un vero edificio scolastico e di tutti gli impianti elettrici, l’acqua e le fognature che mancano a  Khan al-Ahmar. Ma non sarebbe dentro E1, che peraltro non è affatto il luogo di origine dei beduini, che anzi vi si sono insediati poco tempo fa. E gli interessati, influenzati dai diplomatici europei, si sono rifiutati anche di discuterne.
Il fatto è che l’Unione Europea e anche alcuni stati (innanzitutto la Francia, ma anche l’Italia fa la sua parte) e i diplomatici dei consolati a Gerusalemme, che fanno una politica diversa e più esplicitamente filoaraba delle ambasciate, ragionano in termini geopolitici e operano strategicamente come alleati dei nemici di Israele per trasferire il predominio sulla zona “C” all’Autorità Palestinese. E’ questo che intendono per “appoggio alla soluzione dei due stati”.  Peccato che questa non sia una soluzione del conflitto (gli arabi l’hanno sempre rifiutata), ma nelle loro intenzioni molte volte dichiarate, solo un passo della lunga guerra per la distruzione di Israele.

Ugo Volli su Progetto Dreyfus, 9 luglio 2018

Insomma, bruciati o no, i copertoni servono sempre per distruggere Israele.

barbara

QUEI RAGAZZI THAILANDESI INTRAPPOLATI E SALVATI

“Tutti i ragazzi della squadra dei Cinghiali per più di due settimane prigioniera nella grotta di Mae Sai e il loro allenatore sono liberi: lo hanno annunciato i Navy Seals thailandesi. Il gruppo ha passato più di due settimane nelle viscere della montagna ed è stato liberato grazie a un’operazione internazionale senza precedenti. “Non sappiamo se è stata scienza o un miracolo: ma sono tutti fuori!” hanno scritto i Navy Seals sulle loro pagine Facebook e Twitter” (Repubblica)

No? Davvero davvero non lo sapete grazie a che cosa li avete salvati? Vabbè, ve lo dico io, anzi, ve lo faccio dire da Fabiana Magrì, con questo articolo del 6 luglio.

Le operazioni di salvataggio dei dodici ragazzi thailandesi prigionieri con il loro allenatore nella grotta di Tham Luang tengono il mondo con il fiato sospeso. Le immagini del ritrovamento del gruppo, dieci giorni dopo la scomparsa nei meandri della grotta, e la trasmissione della conversazione tra i primi due soccorritori e l’allenatore, rimbalzate poi in tutto il mondo, sono state il primo di una serie di miracoli che – si spera – porterà ad archiviare la vicenda come un’orribile disavventura finita per il meglio grazie alla forza di volontà e alla tecnologia. Perché senza tecnologie all’avanguardia, le comunicazioni tra esterno e interno di quella grotta non sarebbero possibili.
Un’azienda israeliana, MaxTech Networks, ha sviluppato un sistema di apparecchi smart in grado di comunicare tra loro anche in situazioni estreme e in assenza di segnale. Dopo poche ore dalla notizia della scomparsa dei ragazzi, Moshe Askenazi, agente di base in Thailandia per conto dell’azienda, ha avvisato la casa madre in Israele che ha subito mandato una squadra di tecnici equipaggiati con le radio mobili Max mesh. «Si tratta di un dispositivo resiliente», ha spiegato ai media Uzi Hanuni, fondatore di MaxTech Networks «che all’apparenza sembra un normale walkie talkie. In realtà al suo interno c’è un sofisticato algoritmo, risultato di dieci anni di ricerca e sviluppo, frutto del lavoro di venti ingegneri».
Se la tecnologia è “smart”, ancora di più lo è, nella sua semplicità, l’idea alla base. Gli apparecchi funzionano tra loro come anelli di una catena. Ogni dispositivo crea un ponte con il successivo, fino a consentire una trasmissione continua di dati, immagini e voce tra il primo e l’ultimo elemento della staffetta. «In situazioni come quella in cui stiamo intervenendo in Thailandia e in generale in circostanze di catastrofi naturali», continua Hanuni, «le comunicazioni, per come le conosciamo oggi, collassano. Qualsiasi squadra di soccorso al mondo può beneficiare di uno strumento come Max mesh», il cui sistema si adatta automaticamente alle diverse condizioni di rete, ai gradi di mobilità e alle condizioni ambientali, creando un’infrastruttura virtuale. Intanto, nelle ultime ore, è arrivata la notizia che Saman Kunan, 38 anni, ex Navy Seal in congedo che si era unito volontariamente alla squadra dei soccorritori, è morto per la mancanza di ossigeno lungo il percorso. Le condizioni per il salvataggio sono davvero estreme.
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Possiamo anche chiamarlo miracolo, se vogliamo, ma è un miracolo della tecnica, dell’inventiva e della generosità israeliana.

barbara

ISRAELE, LE ARMI, GLI APPELLI

Dario Calimani, come già ho avuto occasione di dire, è un signore di sinistra, molto di sinistra. E critico nei confronti di Israele, molto critico. Ma ci sono momenti in cui anche uno molto di sinistra, anche uno molto critico, se non è del tutto obnubilato dall’ideologia, è indotto a dire alt, qui il limite è stato superato.

A deporre – per chi lo richiedesse – a favore della mia non spiccata passione per la politica dell’attuale governo israeliano stanno i sette anni di note frammentarie che ho pubblicato su queste pagine. Come pedigree a me basta e avanza. Alla sinistra non devo rispondere di nulla. Alla destra non ho mai ‘strizzato l’occhio’, anche se a qualche buontempone piace affermarlo sui social network. In breve, il mio amore per Israele non ha conti aperti da pagare o da far pagare, né debiti né crediti.
Per questo, in un momento assai delicato e imbarazzante per lo Stato d’Israele e per la sua immagine agli occhi del mondo, non sono riuscito a firmare un appello di critica che chiedesse a Israele di far tacere le armi. E non perché la pace non sia necessaria, e non perché non pensi che si sarebbero potuti esperire altri mezzi per contrastare la strategia di Hamas, ma perché gli appelli, oltre a non servire a nulla se non a illudere chi li firma di essere a posto con se stessi, lasciano nel più profondo silenzio molto più di quanto essi non possano – ma dovrebbero – esprimere.
Ho preferito tenermi il disagio del silenzio piuttosto che firmare tacendo la crisi, perché nel chiedere a Israele di rinunciare all’uso sproporzionato della forza di fronte alla protesta/provocazione palestinese a Gaza non sarei riuscito a dar voce agli interrogativi che dovrebbero scuotere ogni coscienza onesta.
Perché l’onestà non può non chiedersi che cosa Hamas volesse ottenere ammassando venti-trentamila persone lungo il confine con Israele. Perché l’onestà non può disconoscere che fra la moltitudine spinta ‘pacificamente’ contro il filo spinato giravano armi e bottiglie molotov, oltre che fionde e sassi, mentre i pneumatici in fiamme avvelenavano l’aria. E perché l’onestà non può disconoscere che uno sfondamento della barriera di sicurezza non sarebbe sfociato in un festival dei fiori, come amano presumere politici e giornalisti faziosi. L’onestà non può firmare un appello come se non sapesse che Hamas manda il popolo palestinese allo sbaraglio promettendo un centinaio di dollari a ogni partecipante alla manifestazione, bambini inclusi; e che Hamas offre migliaia di dollari di compensazione alle famiglie delle eventuali vittime, ossia di coloro che vengono spinti avanti con la speranza che un cecchino li uccida; e che fra queste vittime c’è stata anche una bambina palestinese già gravemente malata di cui la madre è andata a esibire la morte sul confine per addossarne la colpa a un soldato israeliano e farsi così liquidare l’assicurazione sulla sua povera vita. L’onestà non può fingere di non sapere che dei sessanta morti di questa ‘strage’ almeno cinquanta, per ammissione stessa di Hamas, facevano parte dell’organizzazione terroristica. Pecorelle smarrite che pascolavano innocenti lungo il confine.
Tutto questo, che l’onestà vorrebbe come premessa in un appello che voglia denunciare l’uso spropositato della forza da parte di Israele, l’appello non lo può precisare, nella sua concisa e strategica retorica. Eppure, alla censura della politica di un governo israeliano a dir poco non lungimirante, la cui immagine internazionalmente screditata viene ulteriormente mostruosizzata dall’animosità concentrica dei media, non corrisponde una censura altrettanto dura, altrettanto oggettiva su quanto accade dall’altra parte del confine, su tutti i suoi come e tutti i suoi perché.
Ma ci sono altre considerazioni che trattengono dal firmare appelli contro Israele in un frangente come questo, perché anche da opinionisti moderati si sente parlare di ‘settecentomila palestinesi cacciati’ dagli ebrei nel 1948 per quella che chiamano la ‘Nakba’, il loro ‘disastro’, e non si dice che una parte consistente di arabi palestinesi fu invece convinta a scappare con la promessa che sarebbero tornati con l’aiuto dei paesi arabi per mandare a mare gli ebrei di Palestina. E perché la storia di Israele, questi opinionisti obiettivi, la presentano come fosse iniziata dopo la Shoah, perché Israele, a loro modo di vedere, non ha diritti e legami storici con la terra di Palestina. A popolare la terra di Canaan, a edificare il primo e il secondo Tempio, a scrivere i Rotoli del Mar Morto, a subire due esili, a coltivare per secoli il sogno del ritorno a Sion sono stati, evidentemente, non gli ebrei bensì gli arabi palestinesi. E quindi gli ebrei devono ringraziare i nazisti se ora hanno una terra in Israele.
Gli opinionisti moderati, che con un buon grado di prevenzione e parzialità criticano Israele, tirano troppo spesso in ballo la Shoah con collegamenti e analogie da far rivoltare lo stomaco. E ti spingono a chiederti quanto fiele antisemita aliti da certa critica, e perché, di fronte a sessanta morti palestinesi ci sia un’attenzione (giustissima) che i cinquecentomila morti in Siria non hanno meritato e non stanno meritando. E ti chiedi perché la stampa, sensibile e attenta e obiettiva, non dedichi allora pagine intere al massacro che Erdogan, dittatore e assassino seriale, sta commettendo ai danni dei curdi. E impari così che zoomare sul volto di un solo bambino fa più effetto che puntare la telecamera sui volti di diecimila bambini.
Se sessanta morti sono una ‘strage’, come si va ripetendo, delibando con soddisfazione il termine, centinaia di migliaia di morti che cosa sono? E con quale coraggio posso firmare un appello mettendo sotto accusa lo Stato di Israele se non ho mai firmato (e nessuno me l’ha mai chiesto) almeno uno analogo a favore dei curdi? e dei siriani?
Di fronte a tanti silenzi, di fronte a tanta demagogia e a tanta strumentalizzazione si finisce per diventare egoisti. E, alla pari degli altri, ti ritrovi a chiederti: se non sono io per me, chi è per me? Ossia: da che parte sto, alla fine? Perché, se sto al centro, dalla parte del giusto, non c’è nulla che io possa tacere, è vero; ma allora mi aspetto che anche gli altri stiano al centro, dalla parte del giusto, e mi aspetto che ciò che io riconosco ai palestinesi il resto del mondo lo riconosca a Israele. Io vedo la sofferenza dei palestinesi e invoco per loro uno stato e chiedo che possano vivere sicuri e in pace. Ma chi firmerà un appello analogo per invocare una pace giusta e sicura anche per Israele, che non implichi la sua distruzione?
“Oggi mi vergogno di essere un israeliano”, ha scritto Kobi Meidan, conduttore della Radio militare di Israele. Qualcuno dalla parte palestinese ha mai scritto lo stesso di fronte al massacro abominevole, strumentale e strategico cui Hamas ha mandato vecchi, donne e bambini? Come si misura allora la qualità delle coscienze?
C’è, infine, un altro aspetto che lascia perplessi di fronte ad appelli ebraici di critica a Israele. Non ho nulla da contestare a Grossman quando dice che Israele ormai ‘è una fortezza e non una casa’. Grossman è israeliano, ha consapevolezza piena e diretta della vita e della morte degli israeliani. Io non mi impedisco di pensare Israele e, se del caso, di criticarlo, ma ogni volta che lo faccio mi chiedo non tanto se io, in quanto non israeliano, abbia il diritto di parola, bensì se io sia inserito propriamente nel popolo ebraico e nella sua vita, nella sua esperienza storica ed esistenziale; se io sia parte integrante del corpo del popolo di Israele e della sua comunità, benché nella Diaspora. Insomma, se io ne sia dentro o ne sia fuori, se io veda Israele e il popolo di Israele dall’interno della sua coscienza o semplicemente dall’esterno, come uno spettatore distaccato, che si risveglia dal suo letargo ebraico e lo giudica come potrebbe fare un qualsiasi altro essere umano, dalla asettica posizione di una coscienza universale. Parteggiare mette a rischio la coscienza non meno della pretesa di equidistanza.
Se non firmo appelli è perché mi sento ancora, sempre, criticamente dentro. Come un figlio all’interno di una famiglia di cui riconosce colpe e difetti, ma da cui non gli va di dissociarsi. ‘Non separarti dalla comunità’, ci insegnano i Maestri. E ciò mentre continuo caparbiamente a ripetermi le parole del Libro ‘non opprimerai lo straniero, perché voi sapete cosa prova lo straniero, essendo stati stranieri in terra di Egitto’.
Unico conforto è leggere i post di un gruppo di ebrei italiani in Israele che si pongono ogni giorno laceranti interrogativi sulla situazione. Una minoranza, certamente, ma è la minoranza in crisi che salva la coscienza di tutto un popolo.

Dario Calimani, Università di Venezia (Moked, 22 maggio 2018)

L’articolo è di più di un mese fa, come si può vedere, ma dato che violenze e devastazioni stanno freneticamente continuando, credo che questo momento di riflessione ci stia più che bene.

barbara