IN MARGINE

In margine alle proteste per l’uccisione di George Floyd

In margine al confronto politico

In margine all’orrido razzismo schiavista dei bianchi

terminato oltre un secolo e mezzo fa

In margine al razzismo

Ditemi: secondo voi che cos’è il razzismo? Rifiutarsi di avere a che fare con un negro? Rifiutarsi di dare la mano a un negro? Rifiutarsi di stare vicino a un negro? Ignoranti! Imbecilli! Teste di rapa! Capre capre capre! Razzismo è uno zio bianco che tiene sulle ginocchia il nipotino negro e lascia che si diverta a salire e scendere, questo è razzismo, ignoranti! Intanto guardate il video, così finalmente imparate qualcosa

e poi leggete l’articolo. Se non sapete il francese mettetelo in un traduttore automatico.

In margine ai diritti umani

e alla commissione Onu sulla condizione della donna, di cui l’Iran è stato membro: accoltella la donna che lo ha denunciato, in tribunale, di fronte al giudice: il giudice scappa, le guardie giurate non si muovono e lui ha agio di colpirla 21 volte prima che riesca a raggiungerlo e a fermarlo la sorella di lei. Sopravvissuta a stento, le telefona per informarla che è uscito di prigione e che completerà il lavoro. Lei si rivolge al tribunale, ma viene cacciata in malo modo (qui).

In margine alla cosiddetta rivolta degli intellettuali

contro la dittatura del politicamente corretto e la cancellazione della libertà di parola. Premettendo che loro sono progressisti a tutto tondo. Precisando che le nefandezze della “destra radicale” non sono tollerabili. Chiarendo che le violenze della polizia non sono accettabili. Denunciando le ingiustizie sociali. Non dimenticando di attaccare il populismo di Donald Trump. Preoccupandosi di includere tutte le minoranze culturali… Per carità, non voglio dire che sarebbe stato meglio se fossero stati zitti, ci mancherebbe, ma forse un pelino di coraggio in più non avrebbe guastato. Tanto, anche con tutti questi materassi di political correctness con cui si sono corazzati, li hanno massacrati di critiche e di accuse lo stesso. Almeno potevano farsi massacrare per qualcosa che ne valesse la pena. (qui)

barbara

TROPPO FACILE PROFETA

Appena un giorno e mezzo fa ho scritto in questo commento:

“Mi aspetto prima o poi l’attacco a Martin Luther King con la motivazione che conduceva unicamente proteste pacifiche e non lotta armata, l’unica meritevole. E come se non bastasse era anche filosionista, sto brutto bastardo!”

Ebbene, guardate un po’:
suprematisti sionisti
Che poi uno si chiede: perché il suprematismo bianco è una cosa orrendevolissima,  per non parlare di quello sionista – che non avevate mai sentito nominare perché loro sono più furbi e più bravi a mimetizzarsi – che è orrendevolissimo al cubo, mentre il suprematismo nero è una cosa meravigliosa?

Restando in tema di attualità, suggerisco di leggere questo ottimo articolo in cui si dimostra con validi argomenti che Antifa è intrinsecamente fascista e che l’attacco allo stato in atto in America col pretesto dell’uccisione di Floyd è stato organizzato da loro.

Cambiando argomento, ma sempre restando in America e all’attualità, questo è il comizio di Joe Biden,
comizio Biden
le cui gesta avevamo ammirato qui e questo il terribile flop – come quasi tutte le testate italiane hanno titolato – di Donald Trump.
comizio trump
E questa, grazie all’amico Shevathas che l’ha ripescata, è la famosa prima pagina con cui il manifesto, nel 2004, esultava per la clamorosa vittoria di John Kerry su George W. Bush.
kerrybush2004
Adesso ricordiamoci che tutti i sondaggi danno in testa Joe Biden esattamente come quattro anni fa davano in testa (picchiavano in testa, più che altro) Hillary Clinton, e dormiamo pure i nostri sonni tranquilli.

barbara

PERCHÉ I “PROGRESSISTI” ODIANO INDRO MONTANELLI

Per comprendere il retroterra può essere utile vedere prima questo video

“Sale juif” gridano i manifestanti antirazzisti: sporco ebreo (o “sporchi ebrei”: la pronuncia è pressoché identica). E ora leggiamo questo articolo.

Per conto del «Corriere della Sera», sono stato due settimane in Israele. Non c’ero mai andato. O, per meglio dire, c’ero passato un paio di volte nei miei viaggi in Estremo Oriente, ma non mi ci ero mai fermato. Stavolta la mia intenzione era di acquartierarmi a Gerusalemme e, con l’aiuto dei miei amici israeliani, che su questo argomento la sanno più lunga di chiunque altro, studiare tutta la situazione dei paesi arabi, che circondano e minacciano il nuovo Stato ebraico. Ma, dopo un paio di giorni avevo abbandonato il progetto, anzi me lo ero completamente dimenticato, tutto preso com’ero dall’interesse che in me suscitavano le cose locali. E, invece di restare nella capitale a frugare negli archivi del ministero degli Esteri e a raccogliere le confidenze dei vari servizi d’informazione su quanto avveniva oltre confine fra i Nasser, i Kassem e gli Hussein, ho trascorso il mio tempo a vagabondare tra le fertili piane dell’alta e della bassa Galilea e il deserto di Negev. Il frutto delle mie osservazioni sono gli articoli che compaiono sul «Corriere della Sera», e non intendo farne qui un duplicato. Voglio soltanto spiegare ai miei lettori della “Domenica” per quale motivo Israele mi ha fatto tanta impressione da indurmi ad accantonare il programma che mi ero tracciato prima di venirci e su cui avevo anche preso un preciso impegno col giornale. E il motivo è questo: che finalmente in Israele ho visto documentata nei fatti una verità nella quale, sotto sotto, avevo sempre creduto, ma di cui mi mancava la prova: e cioè che non sono i paesi a fare gli uomini, ma gli uomini a fare i paesi. Sicché quando si dice “zona sviluppata”, si deve sottintendere uomini e popoli energici e attivi; e quando si dice “zona depressa”, si deve sottintendere uomini e popoli depressi. Tutte le altre ragioni della depressione – clima, idrografia, orografia, eccetera – sono soltanto delle comode scuse quando non sono addirittura il frutto dell’incapacità e dell’accidia umane.

I padri del deserto

Israele, finché è stato un paese arabo, cioè fino a una trentina di anni or sono, era esattamente come l’Egitto (senza il Nilo), la Giordania e l’Arabia Saudita, coi quali confina: una landa brulla e assetata, senza un albero, un seguito di colline gialle e pietrose, su cui le capre avevano divorato fin l’ultimo filo d’erba e di cui gl’incontrastati signori erano i corvi e gli sciacalli. Di zone cosiffatte nel paese ce ne sono ancora, intendiamoci, qua e là, a chiazza. Sono quelle in cui gli arabi sono rimasti. Essi hanno l’acqua, ora, perché gli ebrei sono andati a cercarsela nel fiume Giordano e nel lago di Tiberiade. E con un sistema di acquedotti di lì l’hanno portata a irrigare tutto il paese. E hanno anche i trattori, perché il governo glieli dà. E hanno anche l’assistenza dei tecnici, perché lo Stato glieli mette a disposizione. E hanno perfino, tutt’intorno, l’esempio e la lezione pratica di come si fa a trasformare una terra arida e inospitale in un paradiso di agrumeti, di boschi di pini e di cipressi, di orti lussureggianti, di campi di grano e di cotone. Eppure, non ne profittano, o ne profittano poco. I loro villaggi sono rimasti delle cimiciaie spaventose, il loro aratro ancora a chiodo si limita a grattare la superficie della terra senza preoccuparsi di ricrearvi un “humus”, la loro accetta taglia spietatamente gli alberi, e le loro capre divorano sul nascere ogni accenno di vegetazione. Essi non sono affatto «i figli del deserto», come vengono chiamati nella retorica di coloro che, dei paesi arabi, conoscono solo «Le mille e una notte». Ne sono i padri. Essi non sono le vittime di un clima inclemente: «sono quelli che lo hanno provocato e aggravato, soprattutto distruggendo i boschi. E se soffrono la sete, bisogna dire che se la sono procurata rinunziando per accidia a regolare le acque, a trattenere in serbatoi la pioggia e a redistribuirla con canali. Finalmente ho capito perché gli arabi odino tanto gli ebrei. Non è la razza. Non è la religione, che li sobilla contro di essi. E’ l’atto di accusa, è la condanna, che gli ebrei rappresentano, agli occhi di tutto il mondo, qui nelle loro stesse terre, contro la loro ignavia, la loro mancanza di buona volontà, d’impegno nel lavoro, di entusiasmo pionieristico, d’intelligenza organizzativa.

Una grande avventura

Perché Israele dimostra ch’è proprio questo che manca alle zone depresse del Medio Oriente. Sono gli uomini che le abitano, non la natura o il buon Dio, che le hanno rese tali. Gli ebrei le hanno prese com’erano, cioè come sono gli altri paesi tutt’intorno: con quel sole scottante, con quella mancanza di precipitazioni atmosferiche, con quelle dune di sabbia, con quelle desolate brughiere, con quelle moschee, con quella malaria. E in trent’anni di dura fatica, ogni singolo posponendo il proprio tornaconto individuale all’interesse di tutti, ogni generazione, sacrificando il proprio comodo al bene di quelle successive, della zona depressa palestinese hanno fatto la pianura padana. Oggi questo paese è in piena crisi di sovrapproduzione. Non sa più dove mettere il suo grano, le sue uova, i suoi polli, il suo cotone, i suoi aranci e i suoi pompelmi. La sua produzione di latte è, proporzionalmente, la seconda del mondo, battuta soltanto da quella olandese: il che significa che dalla pietraia ha tratto anche dei meravigliosi pascoli. In trent’anni ha piantato oltre trenta milioni di alberi, e chi si attenta a toccarne uno va in galera. E anche il clima in trent’anni è cambiato, per effetto dei boschi e dell’irrigazione. E’ stata questa meravigliosa avventura umana che mi ha ipnotizzato, facendo passare in seconda linea il mio interesse (e purtroppo anche quello del giornale) sulla politica mediorientale. Perché essa rispondeva proprio, con fatti clamorosi e incontestabili, alla domanda che mi ero sempre posto: e cioè se siano i paesi a fare gli uomini, o gli uomini a fare i paesi. Amici miei, sono gli uomini a fare i paesi: gli uomini e soltanto gli uomini, la loro volontà, la loro fatica, la loro capacità di credere e di sacrificarsi per ciò che credono. Le zone depresse esistono soltanto lì, nel loro animo rassegnato, nel loro muscoli fiacchi, nel loro indolente cervello, nella rinunzia alla lotta, nella morale del «tira a campà» e del «chi me lo fa fare», insomma nella mancanza di un senso religioso della vita, e quindi nella disposizione a trarne soltanto profitti e godimenti immediati. Ecco, questo mi ha dimostrato Israele. E mi è parso più importante della politica del Nasser, del Kassem, e degli Hussein.

(Indro Montanelli, qui)

E ancora:

“Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c’è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d’Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta.
Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l’odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell’altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso.” (riportato qui)

Ecco, il vero, imperdonabile crimine di Indro Montanelli, il peccato originale che niente potrà mai lavare è questo: essere dalla parte di Israele, lo stato degli ebrei (anche se un buon 20% della popolazione non lo è) e l’ebreo degli stati. Quanto alla famigerata storia della moglie ragazzina comprata in Etiopia, potete leggerla raccontata da lui
Destà
(qui la trovate in formato più grande e meglio leggibile): a differenza del fascista Giorgio Napolitano, a differenza del repubblichino Dario Fo, che partecipava alle retate di partigiani e di ebrei, Montanelli non ha cambiato casacca all’indomani del cambio di regime, non è saltato sul carro del vincitore, non si è rifatto una verginità schierandosi dalla parte opposta; Montanelli è sempre rimasto coerente con le proprie idee e ha onestamente riconosciuto le proprie azioni. Ed è interessante, tornando ai fatti in questione, il cortocircuito mentale per cui viene additato al pubblico ludibrio l’uomo che ha comprato una moglie ragazzina ma si difende a spada tratta la “cultura” in cui è normale che un padre venda come moglie una figlia ragazzina. Ma fanno, i nostri amanti della giustizia sociale e del rispetto dei diritti umani, anche di peggio, come viene ricordato in questo articolo:

«Spose bambine, bugie di sinistra e doppiopesismo»

La richiesta di rimuoverne la statua non è seria e non ha vera dignità politica. Certo, i fautori della rimozione ora prendono le distanze dall’imbrattamento, precisano che la loro «proposta civile» «non contemplava altro» e dichiarano che «non c’è nessuna violenza nell’esprimere il proprio pensiero». Con altrettanta libertà possiamo dire che quella proposta denota solo ipocrisia. I promotori della rimozione straparlano di «violenza sulle donne» e parlano di «cultura patriarcale», addebitandola a Montanelli che nel 1935 – durante la guerra in Abissinia – si unì in una sorta di matrimonio con una giovane donna locale. La Fondazione Montanelli ha spiegato che «non ci fu alcuna violenza né tanto meno atteggiamenti razzisti da parte di Indro», ma l’adesione alla pratica del cosiddetto «madamato», oggi «deprecabile» ma allora in uso. Ma anche dando per buona e non lo è – l’assurda pretesa di giudicare oggi un fatto di 85 anni fa astraendolo dal suo contesto, come mai a sinistra si è improvvisamente risvegliato quest’interesse per l’episodio? Possibile che questa radicalità sia frutto di sincera intransigenza? Ovviamente no. Infatti chi rivolge quest’attenzione ossessiva alla presunta «cultura patriarcale» di un uomo che nel ’35 aveva 25 anni si disinteressa totalmente di casi più gravi che accadono oggi, 21° secolo. Nessuno per esempio – se non il centrodestra con Matteo Forte – ha proferito parola quando il più importante coordinamento di associazioni islamiche di Milano ha indetto un bando per borse di studio in collaborazione con la Diyanet, l’Agenzia turca per gli Affari religiosi, quella che ha abbassato a 9 anni l’età minima per sposarsi. Non ci sono state lettere o dichiarazioni: silenzio assoluto. A dimostrazione del fatto che siamo di fronte al solito doppio standard. E il doppiopesismo è sempre rivelatore di un inganno.

Alberto Giannoni, ripreso qui.

Del resto anche parecchie delle mie studentesse all’università di Mogadiscio, nella seconda metà degli anni Ottanta, erano state sposate a quattordici anni, tutt’altro che liete, tutt’altro che consenzienti, ma senza la minima possibilità di sottrarsi.

Sembra invece interessare decisamente di meno l’unica vera infamia di Montanelli: la vergognosa lettera di solidarietà e comprensione a Priebke: che questi baldi giustizieri della sinistra così sinistra che più sinistra non si può nemmeno col sinistreggio, siano in realtà seguaci delle SS?

E chiudo con questa toccante lettera aperta dell’ormai mitico Max Del Papa.

Lettera aperta agli anonimi che hanno imbrattato la statua di Montanelli

Cari anonimi,
io non so chi voi siate, anche se aspetto di saperlo: presto vi rintracceranno e allora piangerete, invocando la mamma; poi, una volta capito che non rischiate niente, tornerete più arroganti di prima. Vi prenderanno a modello, costruiranno il giovane del futuro su di voi, diranno che avete agito per amore. Vi porteranno in processione per televisioni, per giornali, scoprirete l’ebbrezza di una notorietà stracciona e soffrirete nel lasciarla: ormai drogati, pronti a qualsiasi sacrificio, farete di tutto per restare nel cono di luce anche se una luce finta, torva, come un gelido neon che intossica. Cari anonimi, di voi si sa che apparterreste a un collettivo di studenti, quindi gente giovane, che ha tutta la vita davanti per imparare la vita: cominciate male, però, o forse, chi lo sa, avete già capito tutto. Per esempio, che, con le famiglie giuste alle spalle, ci si può concedere qualunque cosa, tanto, al momento opportuno, quelle stesse famiglie, vale a dire la borghesia che tanto fingete di odiare, vi riassorbirà nella bolla confortevole per smistarvi dove non si suda e non si teme: case editrici, media, burocrazia, o addirittura nel gran gioco della politica. Per meriti acquisiti.

Per il momento vi siete accaniti contro una statua, obbedendo come cani di Pavlov a un impulso dettato da tanti burattinai: i Sentinelli, dei quali non sospettavamo l’esistenza, e vivevamo benissimo così; il Partito democratico, i cui cascami hanno subito aderito entusiasti; la cantante Fiorella Mannoia [già megafono di Giulietto chiesa; ora, di lui orfana inconsolabile, si ritrova costretta a complottisteggiare in proprio], secondo la quale “non bisogna buttare giù le statue ma dotarle di una targa: fascista e razzista”. Voi, pronti, avete messo in pratica il delirio con il monumento a Indro Montanelli, del quale tutto ignorate: vi hanno raccontato che, a ventisei anni, ufficialino in Etiopia sotto il regime fascista, gli era stata consegnata una “moglie” di dodici o quattordici, secondo le usanze locali, ed egli ne aveva disposto fino al suo rientro in patria. Episodio che l’interessato non rinunciò mai a riconoscere, seppure gli sarebbe convenuto. Questi lacerti di storia, del tutto scarnificati da qualsiasi contesto, vi sono bastati per procedere come Sentinelli e Mannoie comandavano: statua di Indro coperta di rosso sangue e le scritte “stupratore e razzista”.

Ed è stata, credeteci, una bella vigliaccata. Perché le statue non possono difendersi, e perché avete agito di nascosto, come ladri, e poi siete fuggiti via. La vostra prodezza è stata talmente miserabile da impedirvi il brivido di una rivendicazione. Ma avrete tempo per quello. Sappiate, comunque, che se questo è il metro della vostra coscienza, non dovreste fermarvi: vi tocca scovare monumenti di Mao, con le sue vergini bambine; busti di Mario Mieli, che la pedofilia la teorizzava; di Daniel Cohn-Bendit – informatevi su chi fosse, comunque una icona del ’68 – il quale scriveva di quanto fosse “eccitante farsi spogliare da un bambino di 5 anni” [e raccontava che quando era maestro d’asilo “I bambini mi aprivano la patta dei pantaloni”]; e così via, in un reliquiario infinito al quale non è estraneo neppure Pier Paolo Pasolini, che di sicuro vi fanno leggere a scuola, ammesso che ci andiate. Sappiate pure che molti dei miti della Resistenza coi quali vi allevano, a 20 anni o giù di lì sfilarono con la divisa del medesimo regime fascista, condivisero idee anche aberranti, scrissero parole vergognose, si concessero privilegi e sbagli atroci; solo che, a differenza del vostro bersaglio, appena il vento cambiò si affannarono a rinnegare tutto scagliandosi a militare nell’armata avversa e reagendo furibondi ogni volta che qualcuno ricordava loro quegli imbarazzanti trascorsi.

È inutile spiegarvi il valore delle usanze, che riposano nel tempo: anche quelle più barbare, più sciagurate, e che oggi, ma solo oggi, consideriamo repellenti: il madamato etiope risale a un secolo fa, all’incirca, ed era praticato da soldati e ufficiali di ogni Paese; in verità, e in forme non ammesse, è praticato ancora oggi dai soldati di ogni Paese e perfino dall’esercito pacifista dell’Onu [anche con bambine molto più piccole, quando si presentano a chiedere cibo]. Ma lasciamo andare: non è il caso di farvi la lezione e tanto meno la predica. Il punto, cari anonimi, è che, percorrendo la vostra vita, avrete occasioni continue, infinite di vergognarvi l’indomani di qualcosa che avete fatto ieri: si chiama crescere, costa sangue – vero, non come la vernice che avete versato su Montanelli. La vita è tutta un pentimento, almeno per uomini e donne che sanno conquistarsi la loro dignità e il loro dolore. La vita fa giustizia di certezze, facili soluzioni e ancor più facili morali: vi capiterà, come è successo a chi vi scrive, d’imbattervi in qualcuno contro il quale avevate sostenuto pubblicamente le accuse peggiori e più sprezzanti: e di non sapervi sottrarre alla sua mano tesa. Non per vigliaccheria, né per opportunismo, ma perché quell’uomo, per quanto abietto possa essere stato il suo comportamento, non corrispondeva, non più almeno, al ritratto che ve n’eravate fatti, e che avevate dato in pasto a migliaia di persone. Forse era cambiato lui, forse voi. O forse nessuno: è che il giudizio, infine, è un peso troppo grave da scaricare e ancor più da portarsi addosso; è una responsabilità infame.
Scoprirete che avete tutte le ragioni di giudicare, nel vostro intimo: ma non di condannare. Che la vostra avversità, perfino il vostro odio, può anche avere un senso dentro la coscienza che vi siete costruiti o meglio che la vita ha plasmato dentro voi. Ma quando si tratta di palesarlo, con un getto di vernice o di parole rosso sangue, è una faccenda maledettamente diversa e più complicata. È come le sabbie mobili, ti c’impantani dentro e non ne esci, ne vieni sommerso.

Scoprirete, forse, che Montanelli, vostro bersaglio nel 2020, è stato un uomo, e un protagonista, di un secolo troppo lungo e spaventoso, per poterlo sbrigativamente archiviare come “razzista e stupratore”; che sapeva avvincere con le parole; che era fatto male, era nato per mettersi contro tutti, per farsi condannare a morte da quel fascismo al quale aveva aderito, e poi, scampatone, per farsi sparare addosso da quel comunismo che non aveva mai smesso di combattere; e che pure pretese di adottarlo, quasi novantenne, quando ebbe l’ultima pazzia d’inventarsi un quotidiano che andava contro al potere rampante di un Cavaliere che, all’epoca, andava di moda definire come “nuovo fascismo”, “nuovo Duce”. Allora, la sinistra cui voi vi rifate non ricordò più il matrimonio di Montanelli con la piccola etiope, glielo abbuonò volentieri. Ma lui, Indro, non si illudeva: sapeva che di eterno, negli uomini, c’è una sola cosa: l’ingratitudine, la dannazione della memoria da riscoprire ogni volta che fa comodo. Lui, Montanelli, fu giornalista e uomo di molti pregi e infiniti difetti, ma non fu mai meschino e non fu mai vile. Non si nascose e non nascose i suoi errori, né i suoi pensieri e parole, non cercò scuse, non si atteggiò mai a vittima. Seppe perdonare, e seppe chiedere perdono. In una parola, fu un uomo. Forse non il sommo giornalista del Novecento, perché scrivere è come suonare (anche questo, forse, scoprirete) e non ha senso stabilire a tavolino chi sia più bravo a toccare certe corde, a scuotere lettori, ad arricchire società: spesso è anche questione di sapersela giocare bene, di riuscire a vendersi, di imparare a stare al mondo. E questa è davvero la sfida più tremenda, imparare a stare al mondo da uomo o donna possibilmente liberi, cioè liberi per quanto la complessità dell’esistere con gli altri ci consente; riuscire a mantenere alta la testa anche dopo errori tragici o grossolani, a patto di averli saputi scontare. E morire da liberi, dopo avere dato tutto alla vita che tutto non ti dà mai.

Cari anonimi, forse qualcuno di voi, un giorno, scoprirà di invidiare quell’uomo nella statua, che una vita fa aveva coperto di vernice rosso sangue. Pregate che non sia troppo tardi per pentirsene e andare avanti. Che non sia mai troppo tardi, perché alla fine non conta il successo, non contano i miti da abbattere, e le statue da devastare, e la rabbia. Conta quello che resta, una brezza nell’anima che possa accompagnare alla grande scommessa dell’eternità. Come un sollievo. Una comprensione pacificata dell’assurdità del mondo, la consapevolezza che gli uomini sono dei pazzi, sì, ma, fino a che sapranno rimediare alla loro bestialità, un refolo di speranza ancora sopravvive.

Max Del Papa, 15 Giu 2020, qui.

Talmente bella, talmente intensa, talmente toccante da riuscire a commuovere nel profondo.

barbara

AHI SERVA ITALIA!

Dai gangster con amore La Russia minaccia La Stampa, il governo Conte capitola

Il ministero della Difesa di Mosca, che in questo momento schiera soldati e agenti sul suolo italiano, intimidisce i giornalisti italiani come è solito fare in patria. L’esecutivo e la maggioranza non fanno una piega (tranne Renzi)

Che il nostro sia un governo di irresponsabili e di inetti, tenuti in piedi da qualche sparuto adulto e dalla straordinaria mancanza di alternative, non lo scopriamo adesso. Lasciamo stare, per un attimo, la pandemia e le sue conseguenze sanitarie ed economiche perché, al di là della stravagante risposta di Conte e Casalino, queste sono tragedie che vanno oltre l’incompetenza e l’inadeguatezza di chi oggi è al potere.
Ma c’è altro. Soltanto ieri, il governo Conte ha lasciato accadere due cose che in tempi normali avrebbero portato l’arco costituzionale alla richiesta di immediate dimissioni dell’esecutivo. Prima il sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Buffagni, appartenente allo stesso partito del premier, si è reso protagonista di un episodio di volgare antisemitismo in diretta televisiva, invocando l’immaginario dell’usuraio ebreo, Shylock, per definire le banche che non vogliono concedere prestiti ai cittadini.
Buffagni ha scimmiottato l’asineria del suo leader Davide Casaleggio, espressa in un’intervista mattutina sul Corriere della Sera, probabilmente il prodotto dell’ignoranza sesquipedale caratteristica dei cinque stelle, ma certo non l’unico precedente di tensione antisemita del movimento grillino. Rendendosi complici di questa infamia, il governo e le altre forze politiche di maggioranza si sono girate dall’altra parte, facendo finta di niente.
Ma la cosa clamorosa è successa in serata, con una dichiarazione di Igor Konashenkov, portavoce del Ministero della Difesa russo le cui truppe scorrazzano per l’Italia per gentile concessione di Giuseppe Conte. Konashenkov ha violentemente attaccato una serie di articoli della Stampa a firma di Jacopo Iacoboni che hanno fatto notare, tra le altre cose, come nella missione russa in Italia, assieme agli esperti di guerra batteriologica, ci fossero anche agenti dei servizi segreti del Cremlino.
Il comunicato del portavoce del ministro della Difesa di Mosca, diffuso in italiano sulla pagina Facebook dell’Ambasciata russa a Roma, si conclude con una minaccia di stampo mafioso, di stampo mafioso russo, ai giornalisti della Stampa. Leggere per credere: «Per quanto riguarda i rapporti con i reali committenti della russofobia de La Stampa, i quali sono a noi noti, raccomandiamo loro di fare propria un’antica massima: Qui fodit foveam, incidet in eam (Chi scava la fossa, in essa precipita). Per essere più chiari: Bad penny always comes back». Dalla Russia con amore.
Gli sgherri di Putin possono dire quello che vogliono, ma se lo dicono con tale protervia, mentre peraltro hanno i militari nel nostro paese, vuol dire che pensano di poterselo permettere. E, infatti, la cosa inaccettabile di questa vicenda non è il noto atteggiamento intimidatorio del Cremlino nei confronti dei giornalisti*, ma che il governo italiano glielo abbia consentito, proprio mentre fa circolare nel nostro paese i militari dell’ex armata rossa. Gli articoli della Stampa non sono stati smentiti né da Palazzo Chigi né dalla Farnesina, tantomeno dalla Difesa che sembra la vittima dell’attivismo filo russo di Conte e di Di Maio (hanno notato tutti che il ministro della Difesa Lorenzo Guerini non è andato ad accogliere i nove aerei russi a Pratica di Mare, dove invece c’era Di Maio).
Un governo non solo serio, ma anche solo decente, dopo aver cacciato Buffagni per indegnità, avrebbe dovuto convocare istantaneamente l’ambasciatore russo a Roma, pretendendo le scuse formali del Cremlino a tutela della sovranità italiana, della reputazione di un’istituzione giornalistica come la Stampa e dell’incolumità dei suoi dipendenti. Invece nulla, zero. Niente di niente. Silenzio da Palazzo Chigi, silenzio dalla Farnesina. Nessuna reazione nemmeno dalle altre forze politiche di maggioranza, tranne un tweet di Matteo Renzi, figuriamoci dagli “utili idioti” che si abbeverano alla strategia del caos del Cremlino.
Il governo Conte ha lasciato entrare le truppe russe in Italia, si è inginocchiato agli interessi imperiali cinesi e nelle sue due versioni ha esacerbato i rapporti storici con gli alleati e con le istituzioni europee. E, da ieri, non si scompone di fronte alle minacce da gangster dei vertici di Mosca nei confronti dei giornalisti italiani, come se l’Italia fosse una Cecenia col mare. Non c’è da aspettarsi niente da chi si è volenterosamente consegnato ai due principali regimi autoritari del pianeta, ma è davvero impensabile che il Partito democratico, LeU e l’opinione pubblica italiana possano tollerare a lungo questa ingloriosa capitolazione.

Christian Rocca, qui.

*Se il cannocchiale funziona, leggere qui (se non funziona riprovare più tardi, perché va assolutamente letto), tenendo presente che mancano gli aggiornamenti di undici anni e mezzo.

Quanto alle misure da prendere, io andrei anche oltre quelle proposte da Rocca: un governo appena appena degno di questo nome avrebbe dovuto convocare istantaneamente l’ambasciatore russo pretendendo le scuse formali del Cremlino entro due ore, più che sufficienti per contattare il proprio governo e, da parte di questo, preparare due righe da pronunciare. In caso di mancata risposta, espulsione immediata dell’ambasciatore e di tutti i militari russi presenti nel suolo italiano e richiamo del nostro ambasciatore fino a data da destinarsi. Se, appunto. Ma qui siamo tornati al tempo dei padroni stranieri che comandano in casa nostra e dei governatorelli pronti a baciare la sacra pantofola del padrone di turno: Russia o Cina purché riempiano la mia casina.

E chissà se qualcuno avrà riflettuto sul fatto che, al pari di Mussolini e Hitler, il signor C. ha trasformato un mandato in una dittatura personale. Ma che, a differenza di M. e H. non aveva precedentemente raccolto una ricca messe di voti che giustificasse il conferimento del mandato, il quale è dovuto unicamente a un intrigo di palazzo finalizzato a scongiurare quelle elezioni che avrebbero indubbiamente dato la maggioranza all’odiato Salvini, formando così un disastroso governo che – ricordando l’altro tema toccato dall’articolo – ha ottenuto il voto favorevole anche della signora Segre, allo scopo di fermare l’orrendissimo antisemitismo che con Salvini al governo stava ormai dilagando. Non credo che sia mai accaduto, nella storia della nostra repubblica, che un governo e chi lo ha voluto si siano ricoperti di vergogna fino a questo punto.

barbara

ALLARME ANTISEMITISMO

Che come tutti sanno – e come ci ha spiegato anche la signora Segre, che proprio per questa ragione ha votato a favore del nuovo salvifico governo – è esploso con la destra di Salvini al governo, destra vicinissima al nazismo con un leader gemello monozigote di Hitler.
sinistra negazionista
Sono andata poi a ripescare dai miei archivi due battute tratte da un lunghissimo scambio di una ventina d’anni fa con una tizia comunistissima secondo la quale gli israeliani sono identici ai nazisti nel loro sistematico sterminio degli innocenti palestinesi, e attraverso tutta una serie di slittamenti e contorcimenti si è arrivati a queste due battute (colori, maiuscole e grassetto sono stati usati per distinguere i quattro diversi interlocutori):

Barbara – Nel senso che anche Hitler si stava difendendo? Ah già, certo, dal famoso complotto, come dimostrano i Protocolli!

LUANA – NO – HITLER E LA GERMANIA SI SONODIFESI IN TERMINI INFAMI – CONTRO L’ECONOMIA DEGLI EBREI – CHE IN GERMANIA STAVANO IMPOVERENDO TUTTI I TEDESCHI. LA NOTTE DEI CRISTALLI RIGUARDO’ IL 90 PER CENTO DELL’ECONOMIA TEDESCA PERCHE’ GLI STESSI NON AVEVANO NEGOZI – ECCO LA SOLUZIONE E’ STATA FOLLE – MA DICIAMO SEMPRE E TUTT LA VERITA’

Ecco un chiaro pensiero di estrema sinistra: Hitler ha indubbiamente esagerato (eccesso colposo di legittima difesa?) ma tutto quello che ha fatto l’ha fatto perché si doveva difendere, “gli ebrei stavano impoverendo tutti i tedeschi” – e si noti il “tutti” – i quali non avevano negozi perché erano tutti in mano agli ebrei. Aggiungo che in passato ogni tanto l’amico Fulvio Del Deo mandava in giro degli autentici rigurgiti di vomito antisemita invitandoci a indovinare se fossero di autori nazisti o comunisti, e indovinare era impossibile, perché erano assolutamente indistinguibili. Ma voi non fateci caso: lo sanno tutti che l’unico vero pericolo è la destra, che se non fosse stata messa nell’angolo avrebbe sicuramente rispolverato le leggi razziali e riaperto i campi di concentramento.

barbara

IL RE È NUDO

Per non parlare delle regine.

Matteo Salvini organizza un convegno sull’antisemitismo, ma la signora Segre, fabbricatrice di una “commissione contro l’odio” (qualunque cosa una simile pagliacciata voglia significare) con particolare attenzione all’antisemitismo, non ha tempo per intervenire. Lo trova però per commentare che «la lotta all’antisemitismo non deve e non può essere disgiunta dalla ripulsa del razzismo e del pregiudizio». Cioè, tradotto in italiano purgato dall’ipocrisia, “non vengo perché Salvini è brutto sporco e cattivo, e qualunque cosa fatta da lui diventa brutta sporca e cattiva”.

Sempre in merito allo stesso convegno la signora* Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e anch’essa latitante, non ha saputo esprimere altro che critiche a Salvini, critiche alle quali risponde da par suo Niram Ferretti.

Negli Stati Uniti i repubblicani propongono una risoluzione a sostegno degli iraniani che protestano contro i sistematici abusi del regime e le sistematiche violazioni dei diritti umani, ma i democratici, con in testa la signora Nancy Pelosi, qui immortalata con annessa latteria,
USA-Nancy-Pelosi
la bloccano.

Ma denunciare la nudità delle regine non solo è politicamente scorretto a livelli inaccettabili ma anche, come direbbe la nota giornalista Rula Jebreal, razzista e sessista.

*Con la signora in questione ho avuto un vivace scambio, un paio d’anni fa, a proposito di questo articolo. Se qualcuno fosse interessato, lo può leggere qui: NOEMI DI SEGNI.

barbara

C’È COMICO E COMICO

C’è chi, smessi i panni del comico, sale su un palco a gridare vaffanculo, fonda uno dei più deleteri movimenti della storia, ne fa un partito e lo mette interamente in mano a un losco figuro che lo manovra a proprio piacimento senza dover rendere conto, né politicamente né finanziariamente, a nessuno, e chi…

È nel dopo che “si parrà la tua nobilitate”: se c’è del buono emergerà il buono, se c’è del marcio emergerà il marcio.

barbara

OCCHIO CHE TORNA L’ANTISEMITISMO

Occhio alla destra che là sono tutti fascisti. Occhio ai sovranisti che coi fascisti fanno anche rima. Occhio a quell’individuo che non dobbiamo lasciar tornare a governare – a costo di cancellare il diritto di voto, cambiare la legge elettorale e qualunque altra diavoleria utile riusciamo a escogitare – se no tempo un paio di settimane ci tocca marciare al passo dell’oca e gli ebrei tutti a nascondersi. Cittadini, compagni, lavoratori, guardate bene quest’uomo e guardatevene bene, o la democrazia sarà stritolata e voi vi ritroverete confinati nelle barbare caserme.

Se il primo vi sembra troppo lungo, limitatevi a guardare l’ultimo minuto (però fareste bene a guardarvelo tutto).

Questo invece è breve e dovete guardarlo tutto.

E concludo con questa foto
Boris Johnson
e con questo commento di Giulio Meotti, di cui condivido totalmente l’entusiasmo:

“Boris Johnson glielo ha fatto grosso così a Jeremy Corbyn. Grandi inglesi!”

Dai, che tra Johnson, Trump, Bolsonaro, Salvini e Orban forse ce la facciamo a restare a galla.

(PS: fino a domani sera non ci sono)

barbara