MUOIA ISRAELE

Sottotitolo: “La brava gente che odia gli ebrei”.

Tutti sentiamo continuamente parlare di boicottaggi. Tutti sappiamo di università che fanno della demonizzazione di Israele la propria ragion d’essere. Tutti abbiamo notizia di cantanti e gruppi che rifiutano di esibirsi in Israele. E di istituzioni che rifiutano ogni forma di collaborazione con omologhi israeliani, e di chiese intensamente impegnate nella propaganda anti israeliana e ogni sorta di politici e politicuzzi, artisti e artistucoli e varia umanità dedita alla nobile arte del buttare badilate di fango su Israele. Ma nessuno di noi, neanche chi più da vicino segue le notizie che riguardano Israele è preparato all’abisso che ci si spalanca davanti agli occhi in questo documentatissimo saggio: quante istituzioni, quanti politici, quanti artisti, quanti intellettuali, quante università, e soprattutto quali istituzioni/politici/artisti…, e che cosa esattamente dicono e fanno. Un libro da leggere assolutamente, per toccare con mano l’intensità – costantemente crescente – dell’odio che, per mezzo di Israele e con il pretesto di Israele, investe l’ebraismo tutto. Credo valga la pena di leggere qualche pagina del capitolo dedicato agli intellettuali.

Gli intellettuali sono sempre stati pronti a tradire gli ebrei. Gli intellettuali italiani lo fecero quando a chiederglielo fu una circolare ministeriale fascista. E furono prontissimi a commemorarli quando un’altra circolare ministeriale, nel Dopoguerra, li voleva sensibilizzare alla pietà, chiedendone in pegno una smorfia di sussiego.
Roma, 19 agosto 1938; il ministro dell’Educazione Giuseppe Bottai fa inviare ai presidenti delle accademie, degli istituti e delle associazioni culturali italiane un questionario per censire gli accademici di «razza ebraica». I professori e gli intellettuali devono dichiarare la loro appartenenza religiosa. È il momento in cui il regime fascista decide di attuare «un’arianizzazione totalitaria» della società italiana. L’indagine, promossa da Bottai, ha due scopi: la persecuzione immediata degli ebrei e capire l’atteggiamento delle élite intellettuali del Paese davanti alla svolta antisemita decisa da Mussolini.
La risposta degli intellettuali è imbarazzante, ossequiosa, traditrice. Benedetto Croce e Gaetano De Sanctis si rifiutano di compilare il questionario. Con loro pochissimi altri. Croce, unico caso finora documentato, arriva addirittura a contestare i presupposti stessi del censimento. Una mosca bianca.
Gran parte degli accademici risponde al censimento sull’appartenenza alla religione ebraica, imposto dal regime, dichiarando il proprio cattolicesimo, la propria arianità. Tra questi c’è Luigi Einaudi, senatore e professore universitario, futuro Presidente della Repubblica (dal 1948 al 1955), antifascista liberale. Einaudi compila il questionario e, a margine, sottolinea che la sua «appartenenza alla religione cattolica data ab immemorabile».
Norberto Bobbio, maître á penser del socialismo liberale e antifascista, compila il questionario sulla razza. Concetto Marchesi, docente all’Università di Padova, leader della Resistenza, autore nel 1945 di un duro intervento, sul tema Fascismo e Università, in cui condannerà «la libidine di asservimento» e «la voluttà di essere servi» degli accademici durante il regime, nell’agosto 1938 compila il questionario. Risposta sintetica: non ebreo. Marchesi, deputato alla Costituente nel 1946, morirà nel 1957. La sua commemorazione, alla Camera, sarà fatta da Palmiro Togliatti.
Amintore Fanfani, allora professore per l’Accademia Petrarca di Arezzo e futuro Presidente del Consiglio dell’Italia repubblicana e antifascista, compila il questionario. Risposta: «Sempre cattolici». Francesco Boncompagni Ludovisi dell’Accademia dei Georgofili di Firenze va oltre l’adesione al cattolicesimo e scrive: «Discendente dal pontefice Gregorio XIII». Riempì il questionario per l’accertamento razzista anche Gustavo Colonnetti. Pochi anni dopo, nel 1944, dal suo esilio svizzero lo stesso Colonnetti accuserà gli intellettuali del «reato di prostituzione della scienza» per aver ceduto alle lusinghe del regime.
La risposta al censimento di razza coinvolse Vittorio Emanuele Orlando, già Presidente del Consiglio prima dell’avvento del fascismo, e Ivanoe Bonomi, futuro Presidente del Consiglio nel 1944-45.
Molto spesso le risposte alle domande del questionario sulla razza venivano vergate con l’inchiostro rosso, per evidenziare meglio l’arianesimo di chi le sottoscriveva. Altre volte si sottolineava l’appartenenza alla religione cattolica con caratteri maiuscoli e punti esclamativi. Ugo Betti, scrittore e magistrato, scrive: «La mia famiglia fu sempre cattolica (nonché ariana al cento per cento)». Vittore Branca, membro dell’Accademia della Crusca di Firenze, spiega: «I miei familiari sono sempre stati cattolici: appartengono alla nobiltà imperiale». Lorenzo Bardelli, professore ordinario all’Università di Firenze, risponde al quesito sulla razza con tre parole: «Pura razza ariana».
Furono 400 i docenti ebrei italiani privati dei loro incarichi. Ci fu chi, come Federico Cammeo, assistente di Diritto civile a Firenze, si freddò con un colpo di pistola alla tempia subito dopo aver ricevuto la lettera che lo privava del suo incarico per via della «razza».
Assume dunque un particolare valore il rifiuto di Benedetto Croce di compilare il questionario. «L’unico effetto della richiesta dichiarazione – si legge nella replica di Croce al questionario sulla razza – sarebbe di farmi arrossire, costringendo me, che ho per cognome CROCE, all’atto odioso e ridicolo insieme di protestare che non sono ebreo, proprio quando questa gente è perseguitata». Un atto di coraggio. Un gesto da non dimenticare. Anche perché al termine del censimento, scattò per i professori e gli intellettuali ebrei la retata del regime.

Storia vecchia, come si vede. E che continua tuttora. [LETTERA APERTA DEI DOCENTI DELL’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA]

Giulio Meotti, Muoia Israele – La brava gente che odia gli ebrei, Rubbettino
muoia israele
barbara

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CONTRO OGNI FORMA DI ANTISEMITISMO

presidio
Domenica 22 Aprile 2018

Contro ogni antisemitismo il 25 aprile e sempre!
Domenica 22 aprile alle ore 15 in piazza San Babila a Milano il presidio di chi dice no a qualsiasi forma di antisemitismo.
Sarà una manifestazione apartitica e apolitica rivolta a chiunque voglia ribadire chiaramente un netto rifiuto verso un antisemitismo che sta tornando tristemente di attualità. Promotore l’Europarlamentare Stefano Maullu: “Chi difende Israele difende la Libertà”.
Anche quest’anno – come purtroppo già accaduto troppe volte – alla vigilia del giorno della Liberazione non sono mancati gli annunci di contestazioni alla Brigata Ebraica, che sfilerà durante il corteo del 25 aprile. Il ‘Fronte Palestina’ ha annunciato un presidio proprio il 25 aprile in piazza San Babila ‘contro la presenza sionista al corteo’.
“Qualcuno vuole trasformare la festa della Liberazione nel solito attacco becero e violento alla Brigata Ebraica, a Israele, agli ebrei – spiega l’Europarlamentare milanese Stefano Maullu, promotore dell’iniziativa di domenica 22 in piazza San Babila -. E’ giunto il momento di dare un segnale forte, di dire con chiarezza che non possiamo accettare di assistere ogni anno a manifestazioni di razzismo che riportano ad un passato tragico da rigettare con ogni mezzo. Da qui nasce la decisione di promuovere un presidio domenica alle 15, un momento di testimonianza e condivisione senza sigle di partito o politiche, semplicemente un modo per far sì che la voce della Milano civile sia più alta di quella dei violenti, degli intolleranti, degli antisemiti. Non ci sarà alcuna connotazione partitica: abbiamo invitato a partecipare tutti, proprio perché il valore della lotta all’antisemitismo è una scelta di campo che supera qualsiasi barriera e distinzione politica”.
Il presidio prenderà il via alle ore 15 di domenica 22 aprile e vedrà il coinvolgimento attivo di rappresentanti delle Istituzioni milanesi e lombarde, di realtà associative e culturali.
“Avremmo potuto organizzare questo presidio il 25 ma non volevamo prestare il fianco a polemiche, contrapposizioni o problemi di ordine pubblico, per cui abbiamo scelto di farlo 3 giorni prima – continua Stefano Maullu -. Il messaggio che vogliamo dare è chiaro: Europa, Italia e Israele devono essere legate da un filo saldo di amicizia e alleanza. Lo vogliamo dire partendo da Milano e da un 25 aprile in cui non è più tollerabile assistere a certi spettacoli indecorosi. Chi promuove antisemitismo e intolleranza non dovrebbe poter partecipare alla vita pubblica, soprattutto in occasioni in cui si dovrebbero mettere in piazza tutt’altri valori. Se è legittimo criticare un governo, altra cosa è chiedere la cancellazione di uno Stato sovrano non riconoscendo il suo diritto di esistere”.
Al presidio, al quale sono state invitate tutte le forze politiche – nessuna esclusa – al momento hanno aderito la Comunità Ebraica di Milano, l’associazione Lombardia-Israele, ADEI Wizo (Associazione Donne Ebree d’Italia), ADI (Amici di Israele), l’Osservatorio Solomon sulle discriminazioni, Sinistra per Israele, Progetto Dreyfus, Sar-el Sezione Italiana, UGEI (Unione Giovani Ebrei Italia), AMPI (Associazione Milanese Pro Israele), Keren Hayesod Italia Onlus, Associazione Italia-Israele, Associazione B’ NAI B’ RITH.

 Se vi trovate in zona e non sapete come passare il pomeriggio, fateci un pensierino.

barbara

NOI SOTTOSCRITTI VAURO BOLDRINI ECCETERA

Noi sottoscritti Vauro, Boldrini, Papa Francesco, insieme con i giornalisti dell’Ansa, ci impegniamo a commemorare gli ebrei e a rispettarne la memoria

A noi gli ebrei piacciono così.
Ci piacciono dietro i cartelli ‘il lavoro rende liberi’, con addosso solo la pelle.
Ci piacciono mucchi di cadaveri esposti alla neve e al vento finché qualcuno verrà a fotografarli per dire che sì, è stato davvero.
A noi gli ebrei piacciono con gli sguardi impauriti in bianco e nero, esseri indifesi portati alla morte davanti ai sorrisi degli indifferenti.
Ci piace commemorarli questi ebrei, ci piace aprire musei con i loro oggetti rituali conservati a dovere.
A noi gli ebrei piacciono quando stanno zitti, quando viene tolto loro il diritto di parola. Ci piacciono quando i fucili sono puntati verso di loro. Ci piacciono prostrati a terra, espropriati, espatriati, deportati, massacrati. Ci piace averne pena.
Invece questi ebrei hanno alzato la cresta.
Osano impugnare le armi per difendere la loro terra, quel fazzoletto che l’Onu ha pensato di concedere loro come rifugio dopo che sei milioni di loro erano stati trucidati nei nostri stati, nel nostro continente, nel nostro mondo, con l’aiuto della nostro silenzio e della nostra indifferenza.
Parlano, discutono, controbattono persino, questi discendenti di Abramo.
Hanno addestrato i loro figli a non farsi più portare come bestie al macello.
Hanno insegnato il diritto alla vita anche degli ebrei, nonostante gli sia stato negato per secoli e secoli.
Ma chi si credono di essere per definire terrorista chi imbraccia mitragliatrici per falciarli nei bar, nei ristoranti, chi si imbottisce di tritolo e di chiodi per continuare il lavoro dell’inquisizione, dei progrom, dei nazisti?
Questi ebrei così presuntuosi da arrogarsi il diritto di vivere nel proprio stato.
Rinuncino a quelle terre contese e vengano da noi.
Non possiamo certo assicurare loro una vita serena, magari permetteremo pure che li uccidano ogni tanto davanti alle loro scuole, chiuderemo gli occhi davanti alle loro nonne pugnalate in casa , ai loro giovani uccisi mentre fanno la spesa.
Ma noi, noi idealisti, pacifisti, noi sottoscritti
Papa,
Vauro,
Boldrini,
Erdogan,
giornalisti dell’Ansa.
Noi, gli ebrei, li commemoreremo sempre con estremo rispetto.
Noi per gli ebrei avremo un occhio così di riguardo, ci concentreremo così tanto su di loro, da dimenticare le stragi di siriani, di curdi, ci focalizzeremo così tanto sul popolo ebraico da concedere a Erdogan la parola sui diritti dell’uomo mentre li starà lui stesso violando dietro a casa nostra.
Dedicheremo in ricordo degli ebrei una targa, un giardino, un bell’articolo una volta all’anno, delle pietre d’inciampo, una vignetta satirica.
Né dal tuo miele né dal tuo pungiglione, disse Giacobbe a Esaù quando si ritrovarono dopo molti anni.
Shalom, chi usa la parola pace, chi ci crede davvero, deve essere shalem, intero, coerente.
Pretendete dagli altri ciò che pretendete dagli ebrei.
Applicate gli stessi criteri umanitari, la stessa etica e la stessa morale a tutta l’umanità, ebrei e non ebrei, in maniera obiettivamente indistinta.
Allora ci sarà Shalom davvero.

Gheula Canarutto Nemni, qui (andateci, così date un’occhiata anche ai ritagli di giornale, casomai ve ne fosse sfuggito qualcuno).

Non c’è niente da fare: come sa dire le cose Gheula, non le sa dire nessuno. In più di un’occasione mi è capitato di dire che tutta questa bella gente ama talmente commemorare la Shoah, da sostenere con tutte le proprie forze chi sta cercando di metterli in condizione di poterne un giorno commemorare due. Quello che dice Gheula non è poi molto diverso, però lo dice in maniera molto più raffinata, articolata, argomentata. Grazie, amica carissima.

PS: simpatica la Boldrini, che considera un diritto un atto di guerra a tutti gli effetti quale lo sfondamento di un confine di stato e la penetrazione armata in tale stato.

Poi però bisogna assolutamente leggere anche Niram Ferretti e naturalmente Ugo Volli. E guai a voi se vi azzardate a non farlo.

barbara

PRIMA DI ILAN

Il rapitore sa che Ilan è ebreo, perché ha intenzionalmente scelto un ebreo. Me ne convinco nel momento stesso in cui David e Mony mi riferiscono la loro giornata al Quai des Orfèvres. E ne sono convinta perché l’altro ragazzo, che avrebbe potuto essere al posto di Ilan, Marc K., è ebreo anche lui. Non è un venditore di telefoni che voleva rapire, a che scopo? Voleva un ebreo. Tutti i giovani ebrei, che lavorino o no in negozi di telefonia, erano potenziali obiettivi. Altrimenti, perché il rapitore ci suggerirebbe ora di sollecitare la comunità ebraica?
Il comandante di polizia, a cui comunico le mie conclusioni, ritiene che mi sbagli. Il rapitore recita il Corano, nomina la comunità ebraica, Marc K., scampato per un pelo all’agguato, è ebreo anche lui, e il comandante mi dice che sono sulla strada sbagliata?! Perché si rifiuta di guardare in faccia la realtà? Perché si ostina a questo modo, sapendo che Ilan non è il primo ebreo ad avere incrociato la strada con delinquenti di questo stampo? Prima c’è stata la storia dei medici, poi Michaël D.
All’inizio del 2005, infatti, molti medici ebrei hanno denunciato tentativi di estorsione. Falsi pazienti si presentavano nei loro ambulatori e si facevano prescrivere un congedo fasullo per malattia. Questi individui sostenevano tutti di abitare in Rue Serge-Prokofiev, a Bagneux. La via dove Ilan è stato tenuto prigioniero e torturato. Gli investigatori dunque conoscevano bene questo indirizzo, era scritto nero su bianco sulle cartelle dei medici, vi si sono almeno recati? Qualche giorno dopo i ricattatori richiamavano i medici minacciando di denunciarli all’Ordine se non avessero pagato un riscatto. Come con noi, i negoziati venivano condotti attraverso due caselle email appositamente create. Questo medesimo modo di operare, molto particolare, non è sfuggito agli investigatori. Fin dall’inizio delle indagini hanno sospettato che si trattasse dello stesso racket, ma questa volta passando a un livello superiore: la presa di ostaggi. E, riguardo a questo, hanno subito presunto che non erano al loro primo tentativo, perché un altro ebreo, Michaël D., era scampato per un pelo a un tentativo di rapimento il 6 gennaio ad Arcueil, ossia quindici giorni prima della scomparsa di Ilan.
La disavventura di Michaël D. comincia ai primi di dicembre quando, con il figlio Jimmy, riceve la visita a sorpresa a casa loro di una cantante di nome Melvina. Questa ragazza vorrebbe sfondare nel mondo della musica, sostiene di aver sentito dire che Jimmy era un produttore, e per questo si permette di bussare alla sua porta. Jimmy risponde che non lavora più in quell’ambiente e non può fare nulla per lei, ma lei insiste così pesantemente che alla fine le dà il suo numero di telefono. Da allora Melvina lo tempesta di telefonate. Il 5 gennaio finisce per ottenere un appuntamento. Jimmy glielo concede affinché lo lasci in pace, ma non ci va. Melvina comprende che il ragazzo le ha dato buca, ma non per questo lascia perdere, al contrario: alle ventidue di quel 5 gennaio 2006, si presenta un’altra volta a casa sua senza preavviso. La accoglie François A., un amico che Michaël D. ospita a quel tempo. Quest’ultimo informa subito Jimmy per telefono. L’ex produttore, esasperato, chiede a François di mandare via questa «rompiscatole» e di dirle che non rientrerà per la notte. François A. esegue, e riaccompagna gentilmente Melvina.
Ma un’ora dopo la «cantante» si ripresenta, ben decisa ad aspettare Jimmy tutto il tempo che servirà. Questa volta François A. si lascia commuovere e la invita ad aspettare nella sala. Verso mezzanotte rientra Michaël D., il padre di Jimmy, e trova il suo amico in piena discussione con una bella ragazza. A sua volta simpatizza con lei e, vista l’ora tarda, le propone di riaccompagnarla a casa. Seguendo le sue indicazioni, lascia Melvina di fronte a un edificio di Arcueil. È allora che la sedicente cantante gli chiede di accompagnarla fino all’ingresso, dicendo che non si sente sicura. Michaël non vede alcun problema, finché non si rende conto che vuole attirarlo sulla scala che conduce all’interrato.
– Abiti davvero qui? le domanda.
Melvina, delusa, improvvisa. Racconta che voleva portarlo in un locale dove lei è solita cantare per recuperare dei modelli perché lui li consegni a suo figlio. Poi dice che ha perso le chiavi, che deve passare da sua madre, che ritorna subito. Scompare e lascia Michaël nell’atrio per cinque minuti. Al suo ritorno lo prega di accompagnarla a Bagneux da un’amica. Michaël accetta senza fare domande.
La faccenda si sarebbe dovuta chiudere lì, ma il giorno dopo, nel tardo pomeriggio, Melvina richiama Michaël D. Gli ripete quanto sogni di fare carriera nella musica, lo supplica di organizzare un incontro con suo figlio. Michaël le risponde di nuovo che Jimmy ha cambiato tipo di lavoro e non è in grado di aiutarla. Ma Melvina si mostra così affranta che quando gli propone un incontro alla stazione RER15 ad Arcueil, non sa come rifiutare. E per tirarla su di morale, la porta a pranzo in un bistrot a St. Germain-des-Prés, e poi la riaccompagna, come il giorno prima, fino all’ingresso di quell’edificio di Arcueil. Questa volta, meno prudente, la segue sulla scala che porta al seminterrato. Mal gliene incoglie. Colpito alla testa da due uomini incappucciati, perde immediatamente conoscenza. Messi in allarme dalle sue urla, alcuni inquilini si precipitano al seminterrato. Trovano Michaël D. disteso sul pavimento, il viso coperto di sangue, caviglie e mani legate da manette.
Il 6 gennaio Michaël D. presenta la denuncia. L’inchiesta in flagranza di reato è chiusa il 20 gennaio – il giorno in cui viene rapito Ilan – e inviata il 25 alla procura del TGI16 di Créteil. Il 28 il giudice istruttore di questo tribunale invia una rogatoria al SDPJ 9417, poi, il 7 febbraio, passa la competenza del caso al giudice istruttore di Parigi incaricato del sequestro di Ilan. Il quale, a sua volta, invia una rogatoria alla polizia criminale in modo da poter indagare parallelamente sull’aggressione a Michaël D., nell’ipotesi che i suoi aggressori siano gli stessi di mio figlio.
La polizia dunque ha fatto presto a collegare modi operativi così simili: la presenza di un’esca, i negoziati con caselle di posta elettronica appositamente create a questo scopo e la vicinanza geografica delle aggressioni – Arcueil e Bagneux per Michaël D., Sceaux per Ilan. Ma sembra che sia sfuggito agli investigatori il più importante dei punti in comune di questi diversi casi: non si sono accorti che tutte le vittime erano ebree. I medici ricattati, Marc K., Michaël e Jimmy D., Ilan. No, non se ne sono resi conto, supporre una cosa simile era troppo insopportabile. Come supporre che in Francia, nel 2006, un ebreo poteva anche rischiare la vita solo perché ebreo?

Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp. 46-49 (traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan)
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Il 13 febbraio di dodici anni fa si concludeva il martirio di Ilan Halimi, durato 24 giorni. Durante i quali la polizia francese ha continuato a negare pervicacemente la natura islamica e antisemita del crimine. E dopo dodici anni ancora non ha smesso di negare e occultare la matrice islamica, e spesso anche antisemita, di tutto ciò che sta continuando a succedere. Il loro negazionismo estremo di allora ha portato all’atroce morte di Ilan: a che cosa ci porterà quello di oggi?

barbara

STUDENTS FOR JUSTICE IN PALESTINE

Studenti per la giustizia in Palestina.
SJP
Ebrei, dovete smetterla di lamentarvi per l’Olocausto. Pensate a quanti soldi avete risparmiato acquistando un biglietto ferroviario di sola andata.
Noi invece dobbiamo smetterla di confondere antisionismo con antisemitismo: sono solo antisionisti, mettiamocelo bene in testa, sono solo antisionisti! NON sono antisemiti! (E grazie al Borghesino che non posa mai la sua preziosissima lente)

barbara

E A PROPOSITO DI MEMORIA

Ripesco dai miei ricchi archivi questi tre pezzi. I primi due riguardano due articoli di Giuliano Zincone da me commentati, pubblicati su Informazione Corretta quindici anni e mezzo fa.

CARO SHARON, NON SAREBBE ORA DI DIMENTICARE LA SHOAH?

di Giuliano Zincone

Questo articolo pubblicato a pag. 17 di Sette, che vorrebbe essere intelligentemente provocatorio, è in realtà un’ammucchiata, di dubbio gusto, di pregiudizi ed errori.

Zincone esordisce spiegando che ritiene giusto commemorare gli eventi gloriosi del passato, gli eroi, “tutte le persone che hanno meritato monumenti perché, soffrendo, lottando, lavorando o combattendo, ci hanno tramandato una qualche fulgida eredità”. Meno d’accordo è che si insista “ossessivamente a perpetuare la memoria degli eventi luttuosi” (per inciso: forse sarebbe giusto che a commemorare la Shoah fossero i nazisti, visto che per loro è stato un fulgido successo). E qui parte all’attacco:

Un popolo intero (uno Stato, un governo) s’è costruita un’identità fondata su lutti recenti o antichissimi.
E questo è esattamente ciò che si chiama “parlare senza sapere di che cosa si sta parlando”: con questa affermazione Zincone dimostra infatti di non avere la minima idea di che cosa sia l’ebraismo e di quali siano i suoi valori fondanti – né quelli dello stato di Israele.

Ariel Sharon, primo ministro d’Israele, giustifica la repressione dei palestinesi evocando la Shoah (Tragedia) che sterminò milioni d’ebrei.
Doppio errore: primo, Sharon non ha mai attuato nessuna repressione dei palestinesi bensì una pura e semplice difesa di Israele dal terrorismo, secondo, né Sharon né nessun altro israeliano si è mai sognato di giustificare alcunché evocando la Shoah. Ed è davvero singolare come continui ad avere credito questa strana leggenda (ricordiamo, tra l’altro, il discorso di Kofi Annan all’inaugurazione dell’orgia antisemita di Durban). Il sospetto è che si tratti di quella che in psicanalisi si chiama “proiezione”.

Davvero: una cultura straordinaria come quella ebraica, che ha dato al mondo non soltanto una religione, ma anche una quantità sterminata di artisti sublimi e allegri, non può ridursi alla celebrazione perpetua di cordogli e paure. Eppure è così. Davanti al Muro del Pianto si commemora ancora, con strazio, un evento di duemila anni fa: la distruzione del Tempio di Gerusalemme, eseguita dagli antichi romani.
E potremmo chiedere a Zincone che cosa ne pensi del fatto che i cristiani commemorino ancora un evento luttuoso di duemila anni fa eseguito dagli antichi romani. E potremmo chiedergli se ricorda che quella distruzione è stata la causa di una diaspora durata duemila anni, e di duemila anni di persecuzioni e massacri culminati in quella Shoah che egli suggerisce di dimenticare.

Rispettosamente, ritengo che una cura a base di oblio sarebbe utile e opportuna.
Rispettosamente, riteniamo che una cura a base di fosforo sarebbe utile e opportuna per Giuliano Zincone.

 

“LO DICONO ANCHE GLI EBREI …”
ultima spiaggia dei malpensanti

Tre settimane fa Giuliano Zincone aveva pubblicato su “Sette”, supplemento del Corriere della Sera, un articolo – puntualmente criticato in questo sito – in cui parlava di un governo, una nazione, un intero popolo fondati sul ricordo della Shoah, accusava Sharon di usare strumentalmente la Shoah come giustificazione per qualunque azione gli venga in mente di compiere e invitava caldamente a dimenticare la Shoah. Sommerso di critiche, ha deciso di tornare sull’argomento per meglio chiarire il suo pensiero e, come spesso accade in questi casi, il risultato è ciò che nel Veneto viene qualificato come “pezo el tacòn del buzo” (peggio il rammendo del buco). Già il titolo, non imputabile a Zincone, ma che riassume bene il suo pensiero, la dice lunga: “Cari lettori, ribadisco: ricordare la Shoah non fa sempre bene”. E siamo perfettamente d’accordo, c’è un sacco di gente a cui non fa per niente bene ricordarla: a tutti coloro – e non pochi sono ancora vivi – che l’hanno perpetrata o che vi hanno collaborato, a quelli che in qualche modo la giustificano, a quelli che “Sì, certo, Hitler ha esagerato, però”, a quelli che, per un motivo o per un altro, hanno la coscienza sporca e non amano doversi confrontare con essa. A tutte queste persone ricordare la Shoah fa molto male.

E veniamo al merito dell’articolo. “Ho elogiato l’oblio in una mia recente rubrica – scrive Zincone – e, tra gli altri esempi, ho menzionato anche il culto delle memorie negative che, secondo me, assedia il popolo ebraico e che disegna la sua identità agli occhi del mondo”. A parte il fatto che, per la verità, non ricordiamo “altri esempi” – ma non vogliamo sottilizzare – già in questa frase ci sarebbe del lavoro estremamente interessante per uno psicanalista: perché Giuliano Zincone vede il popolo ebraico assediato dal culto delle memorie negative, mentre il popolo ebraico non si vede affatto così? Perché questo fantomatico “culto” disegna l’identità dell’ebraismo agli occhi di Zincone, che egli poi scambia per gli occhi del mondo? E perché mai Zincone si immagina che il popolo ebraico non abbia altro da fare che preoccuparsi di come lo vede Giuliano Zincone? “Per questo ho ricevuto molte accuse d’ignoranza e (addirittura) d’antisemitismo – continua Zincone – Non ho alcuna intenzione di ritrattare ciò che ho scritto ma capisco che è impossibile persuadere chiunque ad abbandonare le proprie persuasioni profonde”. Verissimo: si è dimostrato che non c’è fatto o evidenza al mondo capace di convincere Zincone ad abbandonare le sue fantasiose convinzioni. “Esiste un’associazione – prosegue – che si chiama ‘I figli della Shoah’ e che, dunque, coltiva il ricordo della Tragedia”. Estremamente interessante – e ci si perdoni la deformazione professionale – quel “dunque”: tra il chiamarsi “Figli della Shoah” e il coltivare un colpevole ricordo della Tragedia, per Zincone, c’è uno strettissimo rapporto di causa-effetto. Vorremmo informare il signor Zincone, per quello che può valere, che anche chi scrive questa nota, pur non avendo alcun rapporto personale con la Shoah, fa parte della suddetta associazione, e ciononostante si veste di rosso e di giallo, racconta barzellette e ogni tanto, sì, ogni tanto le accade persino di ridere; non passa i suoi giorni e le sue notti a macerarsi nel dolore e nel pianto e non ha votato la propria vita al culto delle memorie negative – ma difficilmente Zincone sarà disposto a prendere in considerazione questi trascurabili dettagli. E incalza: “Secondo me un simile atteggiamento è triste e luttuoso: nella Bibbia, in fondo, si celebrano le vittorie di Davide, non i disastri”. E dunque il buon Zincone attribuisce, di sua iniziativa, un certo atteggiamento al “popolo ebraico” (circa tredici milioni di persone, evidentemente, secondo Zincone, prodotte con lo stampino), decide che quell’atteggiamento è “triste e luttuoso”, ossia fortemente negativo, e chiede agli ebrei di liberarsene (e, per inciso, per potersi permettere di citare la Bibbia, forse sarebbe il caso di leggerne qualcosina di più di una mezza pagina). “Ma questa è soltanto una mia opinione, che non è affatto offensiva”: se un’opinione sia o non sia offensiva, bisognerebbe chiederlo a chi ne è investito, non certo a chi l’ha formulata. Spiega poi che l’oblio è salutare e pacifico perché le memorie e i rancori suscitano micidiali desideri di rivincita, e a questo proposito vorremmo invitare il signor Zincone a denunciare pubblicamente tutte le organizzazioni ebraiche occupate a tempo pieno a vendicarsi ammazzando tedeschi, polacchi, ucraini ecc.: sono organizzazioni criminali, e noi abbiamo il diritto di conoscere i criminali che si aggirano fra di noi!
E arriviamo al gran finale. “Tra le molte obiezioni che ho ricevuto, due investono il cuore del problema. Nella prima si afferma che non è vero che gli ebrei tendano a definirsi come ‘Il popolo della Shoah’. Nella seconda si dichiara che la memoria delle persecuzioni è inevitabile e sacrosanta. Rispondo. 1) E’ possibile che molti israeliti siano stanchi di vedersi rappresentati esclusivamente come vittime. Ma non c’è dubbio che questa sia la loro immagine divulgata e accettata nella cultura dell’Occidente. [segue una rassegna di libri e film sulla Shoah] Tutto questo costruisce intorno agli ebrei un’identità che assomiglia a una gabbia. 2) Ricordare le sofferenze è giusto, ma non ci si può limitare a questo. Altrimenti si rischia di trascurare la cultura, l’arte, l’allegria che gli ebrei diffondono nel pianeta: promesse di vita, non eterni funerali”. E rispondiamo alle risposte di Zincone: il suo ragionamento è molto simile al gioco del gatto che rincorre la propria coda credendola un giocattolo e non rendendosi conto che il giocattolo non c’è. Certo che gli ebrei sono stufi di questa gabbia, solo che non se la sono costruita loro: gliel’hanno costruita tutti gli Zincone di cui il pianeta purtroppo trabocca: LORO perseverano a volere gli ebrei vittime (e trovano intollerabile che si difendano per smettere di esserlo); LORO hanno creato e divulgato questa immagine dell’ebreo; LORO si rifiutano di vedere la cultura, l’arte, l’allegria che gli ebrei non hanno mai smesso di diffondere nel pianeta; LORO sono incapaci di vedere altro che gli eterni funerali. E memori di una tecnica vecchia di millenni, ribaltano la responsabilità di tutto questo sugli ebrei.
E infine la ciliegina sulla torta: “Sulla Stampa è citato un libro (Ebrei senza saperlo) di Alberto Cavaglion, intellettuale israelita, che scrive: ‘L’eccesso di memoria è una fuga dal presente, dalla responsabilità dell’azione politica’. Cavaglion forse ha ragione. Ma aggiungerei che l’eccesso di memorie (negative) è anche una fuga dalla serena felicità. Shalom, fratelli”. E anche questa è una tecnica antica e ben consolidata: quella del “lo dicono anche gli ebrei”. Sappiamo che esistono poliziotti che spacciano droga, ma nessuno spacciatore si è mai giustificato dicendo: “Lo fanno anche i poliziotti”, né abbiamo mai sentito un pedofilo protestare : “Ma se lo fanno anche i preti!”: nessuna persona ragionevole sarebbe disposta a prendere in considerazione simili argomenti. Ma quando si tratta di ebrei, la tattica funziona sempre: basta che un ebreo, uno qualsiasi dei tredici milioni, dica qualcosa di negativo nei confronti di altri ebrei o di un qualche aspetto dell’ebraismo, e immediatamente scatta la molla, immediatamente gli antisemiti si buttano come squali sulla preda per poter gridare al mondo intero: “Ecco, vedete, lo dicono anche gli ebrei!” Loro, evidentemente, si sentono giustificati; noi non li giustificheremo mai.

Doverosa nota postuma. Quando ho scritto questo testo non conoscevo Alberto Cavaglion; adesso lo conosco, e ritengo estremamente improbabile che possa avere scritto qualcosa di ostile all’ebraismo. Ritengo molto più probabile che Zincone abbia estrapolato una frase alla quale, senza riportare il contesto specifico, si può far dire ciò che si vuole. E si noti, per inciso, quel “intellettuale israelita”: evidentemente il signor Zincone temeva che “ebreo” fosse una brutta parola.

E arrivo al terzo documento, di sedici anni fa. Dopo Giuliano Zincone che invitava gli ebrei a smettere di crogiolarsi nel proprio vittimismo, è stato il turno di Sergio Romano, che ha affermato che  gli ebrei sono praticamente impegnati a tempo pieno a scovare antisemiti – di cui sembrano avere un gran bisogno – difficilissimi da trovare, dal momento che di antisemiti non ce ne sono praticamente più. Avevano entrambi ragione, come dimostra questo messaggio ricevuto dall’EBREA Deborah Fait, dallo stesso autore dei messaggi riportati qui.

Salve ebrea di merda, sporca come tutti gli ebrei a causa di una patina di infamia non lavabile nemmeno con l’acido muriatico.
Ancora viva? Nessun eroico kamikaze si è fatto esplodere per ripulire quella terra che occuppate abusivamente senza averne diritto?
Ricordatevi bene, state tirando eccessivamente una corda,e quando questa si spezzerà partiranno le vendette che saranno assai più truculente della causa che le ha generate. E allora la vostra memoria storica di popolo aborto dell’umanità rimpiangerà i campi nazisti* che al confronto vi sembreranno dei villaggi vacanze.

ISRAELE NON DEVE ESISTERE PERCHE’ LA PRETESA DI RIVENDICARE LA TERRA CHE FU DEI VOSTRI AVI DUEMILA ANNI FA E’ RIDICOLA ED ARROGANTE.
UNITI QUINDI IN UN ANTISEMITISMO SENZA ESITAZIONI, UNITI NELLA LOTTA PER LO STERMINIO DEL POPOLO EBREO.
MORTE A TUTTI GLI EBREI E AGLI AMERICANI VOSTRI AMICI!!!!
LIBERIAMO L’EUROPA DAL COMPLOTTO PLUTO-GIUDAICO-AMERICANO, NESSUNA PIETA’ PER L’EBREO E PER L’AMERICANO TORTURATO, LE BESTIE DEVONO AVERE UN TRATTAMENTO DA BESTIE!!!!

SALUTI

IL CAPO ISPETTORE

* Impossibile non ricordare le parole di Mordekhay Horowitz: «Gli arabi amano i loro massacri caldi e ben conditi…e se un giorno riusciranno a “realizzarsi”, noi ebrei rimpiangeremo le buone camere a gas pulite e sterili dei tedeschi….».

Poi vorrei invitarvi a leggere questo bell’articolo dell’amica Gheula, e infine ricordare che “mai più” ha un solo significato possibile: questo.
mai più
barbara

ARRIVA IL GIORNO DELLA MEMORIA

Il cui nome completo è il realtà “Giorno della memoria dell’Olocausto”. E noi ci prepariamo adeguatamente, come è giusto che si faccia. E qual è il modo migliore per prepararci? Chiaro: organizzando una bella manifestazione, che altro? Questa per la precisione
Torino memoria 1
E questa è la copertina dell’opuscolo offerto al pubblico,
torino-memoria-2.jpg
e questo è l’indice.
Torino memoria 3
Vero che vi dispiace di non esservi trovati a Torino per poter godere di questa meraviglia?

AGGIORNAMENTO: leggere quiIMPERATIVO CATEGORICO!

barbara

A PROPOSITO DI DEBORAH FAIT SOSPESA DA FACEBOOK

Ho ripescato dai miei sterminati archivi questi messaggi inviati a Deborah un po’ meno di quindici anni fa.

Salve ebrea di merda, lurida e sporca come tutti gli ebrei di merda, sei contenta della guerra ebreo-americana, vero? Sicuramente si, ma prima o poi verrà il vostro turno, e la pagherete con lo sterminio.
Ma quello che mi rassicura è che l’antisemitismo in Europa non crolla, hai visto quello che è successo allo sporco ebreo come te Paolo Mieli?

Prima che la redazione lo cancelli ti posto il messaggio pubblicato da me sul M.Oriente:

lapidazione

Lapidazione,ecco la pena per l’adulterio secondo la stessa Bibbia che secondo gli sporchi ebrei dovrebbe giustificare la nascita dello stato abusivo di Israele.
E la signora fait è un’adultera.
Infatti dovete sapere che la signora fait ha concepito un figlio fuori dal matrimonio, anzi, proprio non è sposata.
Lapidazione, gridiamo, lapidazione vogliamo!!!!

Saluti

Il Capo Ispettore

Salve ebrea di merda,
come al solito ti invio in anteprima il msg che invierò sul forum “Msg nella bottiglia”.
Cosa ne pensi dei tuoi amici, hai visto che bella fine hjanno fatto.
Io rido delle loro mogli vedove, rido del loro dolore, mi esalto alla vista del sangue dei soldati americani, spero che i prigionieri vengano seviziati con scariche elettriche nei testicoli o con il taglio della lingua e di arti.
Ecco il post
” Come sono spavaldi i bastardi invasori quando sono armati.
Avete visto i loro occhi,invece, ieri sera?
Uno dei bastardi ha avuto il coraggio di dire: “Se gli irakeni non mi fanno del male,io non ne faccio a loro”.
Come se fosse lì in vacanza.
Ma credono che gli altri siano stupidi?
Sicuramente fra un po’ cambierà idea.

Spaventati, erano dei pulcini bagnati, erano gli occhi delle bestie che devono andare al macello, e speriamo che ci vadano.
Con quale coraggio i bastardi americani chiedono il rispetto delle convenzioni internazionali, loro che normalemte se ne fregano.
No, Saddam, non devi essere magnanimo, uccidi i prigionieri, ma prima torturali,umiliali, mandali al mattatoio.

Saluti

Il Capo Ispettore”

CONTRO GLI U$a
CONTRO ISRAELE
SEMPRE E COMUNQUE
TOGLIETE LE BANDIERE ARCOBALENO
METTETE UNA BANDIERA ISRAELIANA E AMERICANA BRUCIATA
SIMBOLO DELL’ODIO E DEL DISPREZZO PER QUESTI BASTARDI

Salve sporca ebrea,
l’altro giorno ho parlato della pena che tu, come adulta, meriteresti.
Paradossalmente, io, Capo Ispettore propongo di salvarti la vita, ma non posso salvarti dalla pena. Propongo pertanto un utile strumento per punirti, strumento che consiglio al comandante Saddam Hussein di utilizzare con le soldatesse americane prigioniere.
Veniamo al dunque: prendere un ratto, vivo, e inserirlo nel tuo utero, sempre vivo.
Poi cucire e lasciar fare al dolce animale.
Mi scuserà il povero ratto se lo inserisco nel peggiore dei luoghi, ovvero nel luogo da dove una sporca ebrea fa uscire altri sporchi ebrei (spero sia in menopausa adesso, vista l’età), chiaramente i ratti sono superiori agli ebrei, ma il pocvero animale deve capire che si sta sacrificando per una giusta causa: portare all’estinzione il popolo deicida.
A tal proposito è inutile che ti informi che condivido in pieno il pensiero del grande raiss di Bagdad: Palestina libera, dalla montagna fino al mare, e quindi nessun posto per lo stato abusivo di Israele.
E gli ebrei, mi dirà? Semplice, dovranno sparire, non solo dalla Palestina ma anche dal mondo.

Cordiali saluti

Il Capo Ispettore

Giusto perché si sappia che cosa c’è in circolazione.

barbara

ILAN: SUA MADRE AVEVA RAGIONE

Quello che segue è un brano che ho postato qui poco meno di tre anni fa, e che ritengo utile riproporre, dopo quanto accaduto ieri a Bagneux, luogo del martirio di Ilan.

La gelida umidità di quel giorno perduto d’inverno ci trafigge le ossa e ci obbliga ad abbassare la testa. Avrei voluto riuscire a restare diritta, ma guardiamo i nostri piedi che sprofondano nel fango. È piovuto per tutta la settimana. I sentieri del cimitero non si distinguono più dalle sepolture. Ad ogni istante temiamo di inciampare e, nel buio, avanziamo a piccoli passi, dandoci la mano, come una banda di clandestini.
Perché è stata scelta l’alba per autorizzarci a riesumare il corpo di Ilan? Non avremmo potuto farlo uscire di qui in pieno giorno e alla vista di tutti? Avrei voluto che tutti noi vedessimo dissotterrare mio figlio assassinato all’età di ventitré anni, ma la prefettura di polizia ci ha convocati questo mercoledì 7 febbraio 2007 alle sei del mattino, e Ilan lascerà il cimitero di Pantin come ha lasciato la vita: in silenzio. Quando lo hanno ritrovato, esattamente un anno fa, non riusciva nemmeno a pronunciare il suo nome. Giaceva nudo lungo un binario ferroviario, solo un rantolo gli usciva dalla bocca. Aveva la testa rasata, le mani legate, il suo corpo interamente coperto di bruciature. Due poliziotti mi hanno detto signora, neanche a un animale si fa quello che hanno fatto a lui.
La sua stele è la ventunesima della terza fila nel viale dei Sicomori. La raggiungiamo infine e cerchiamo di formare un piccolo cerchio intorno ad essa. Il «primo cerchio», la famiglia, gli amici migliori, quelli che Ilan amava riunire quando soffiava sulle candeline dei suoi compleanni. Volati via. Come è possibile che noi siamo lì per lui, senza di lui? In questa mattina così fredda e così nera, come è possibile… Il rabbino intona una preghiera. Canta, ma ho la sensazione che pianga, tanto la sua voce è fievole. A meno che non siano i miei singhiozzi a deformarla? Li sento risuonare dentro di me, e stringo i pugni in fondo alle mie tasche per impedire che esplodano. Voglio essere degna, è tutto quello che mi resta. Guardo lontano. Fisso i piccoli riquadri di luce che si accendono qua e là nelle file di edifici che chiudono l’orizzonte, immagino che siano centinaia di lumi accesi per Ilan. Da tutte le altre parti, la notte resiste. Così ostile che ci costringe ad abbreviare la cerimonia. Il rabbino accelera, e le sue parole volano via nel brusio della città che il vento ci porta a raffiche. Non c’è quiete in questo cimitero nella regione di Parigi, né pace, né silenzio, solo un rumore sordo e incessante che impedisce il riposo dei morti. Forse è per questo che desideravo seppellire Ilan a Gerusalemme…
L’ho desiderato subito, fin dall’inizio, per me era chiaro. Ma suo padre e le sue sorelle la pensavano diversamente. Volevano tenerlo vicino a loro, potergli fare visita ogni volta che ne sentissero il bisogno. Ilan dunque è stato sepolto qui a Pantin, venerdì 17 febbraio 2006.
Centinaia di persone erano venute quella mattina a salutarlo per l’ultima volta, forse un migliaio, chi lo sa? C’erano tante persone che non conoscevo, e tanti altri che non vedevo da anni… Credo che ognuno pensasse al proprio figlio, al proprio fratello. Sì, ognuno deve aver immaginato suo figlio in quella bara, al posto del mio. Un brivido di angoscia percorreva la folla.
Sono tornata sulla tomba di Ilan in marzo, in aprile, in maggio, e poi tutti gli altri mesi fino a questo mercoledì 7 febbraio, primo anniversario della sua morte. Per tutta la durata di questo anno non ho mai abbandonato l’idea di trasferire i suoi resti in Israele. Sentivo che era mio dovere di madre offrire a mio figlio un riposo che giudicavo impossibile qui. Perché è qui, su questa terra, che Ilan è stato affamato, picchiato, ferito, bruciato. Come riposare in pace in una terra dove si è tanto sofferto? Questa domanda, alla quale né le mie figlie, né il mio ex marito hanno saputo rispondere, ci ha convinti che Gerusalemme doveva essere la sua ultima dimora.
Due figure che fino a quel momento erano rimaste in disparte avanzano sulla tomba e mi chiedo chi siano questi uomini. Parenti, amici? Sono solo dei becchini che vengono a dissotterrare mio figlio a colpi di vanga.
Ogni colpo mi fa l’effetto di una contrazione, e la violenza con cui queste contrazioni squassano il mio ventre, in modo così regolare, mi fa credere per un attimo, povera pazza, che Ilan uscirà dalla terra nello stesso modo in cui è uscito dal mio ventre. Mi dico tieni duro, sii coraggiosa. Non perdo d’occhio i due ragazzi che tirano le corde per issare la bara di Ilan, sento il legno che urta le pareti della fossa e, come il giorno della sua nascita, devo urlare per sfuggire a questo dolore. Sì, urlo. Con tutte le mie forze. Con tutta la mia anima. Ma il grido di una madre che partorisce non ha niente in comune con quello di una madre che riesuma suo figlio: questo è un grido senza liberazione.
La bara di Ilan finalmente raggiunge la superficie. Guardo, senza crederci, questa lunga scatola passare all’altezza dei nostri visi come un’ombra gigantesca. È possibile che il mio bambino sia lì dentro? Il bambino che ho portato, messo al mondo, nutrito al seno? È possibile che quel corpo sia ormai una «spoglia»?
I becchini la buttano sul carro funebre, e le porte si chiudono con uno scatto metallico. La macchina si avvia lentamente, poi si allontana. Si allontana. Si allontana… e io penso ecco, è finita. Ilan se ne va. Ilan lascia il cimitero di Pantin, lascia Parigi, lascia la Francia, e voi che l’avete massacrato, non potrete mai più fargli del male. Sono venuta a cercarlo per questo motivo, ora lo so, l’ho fatto uscire di qui perché un giorno voi sarete liberi, e sareste potuti venire a sputare sulla sua tomba.
Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp. 23-25

Infatti… Questa è la stele che lo ricorda,
stele Ilan
posta nel 2011, a cinque anni dalla sua morte, fatta a pezzi nel 2015 e sostituita da quest’altra. E mi torna alla mente la profanazione del cimitero ebraico di Carpentras, nel maggio del 1990, con lapidi spaccate, cadaveri tirati fuori dalle tombe, uno impalato con l’asta di un ombrellone. Chi ha potuto fare a Ilan quello che gli ha fatto da vivo, e gli abitanti del condominio che quando lo sentivano urlare per le sevizie a cui veniva sottoposto accorrevano a godersi lo spettacolo, chissà cosa potrebbe fare se, anziché una semplice stele, avesse a disposizione una tomba e un corpo. Grazie, mamma Ruth, per averlo portato in salvo.

barbara

BARKAN (13/13)

Barkan è questa,
Barkan 1
e si trova qui.
Barkan 2
Vi abbiamo visitato prima la serra, dove ci siamo allegramente fotografati,
noi serra
in cui vengono sperimentati modi di coltivazione diversi, finalizzati tra l’altro al migliore sfruttamento dello spazio
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(ricordiamo che lo stato di Israele – quel minuscolo fazzoletto di territorio che i giochi internazionali hanno lasciato per la costituzione dello stato ebraico – è per il 60% deserto), e poi c’è questa cosa curiosa:
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sono acquari
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collegati alle piante. Qualcuno ha pensato che l’acqua arricchita con gli escrementi dei pesci potrebbe migliorare le coltivazioni, e adesso stanno verificando l’ipotesi: se dovesse risultare esatta, si avrebbe un miglioramento dei risultati delle coltivazioni, e contemporaneamente un risparmio di acqua.

Poi abbiamo visitato una fabbrica
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di materiali plastici,
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che esporta i suoi prodotti anche in vari Paesi esteri, Italia compresa. Gli operai sono metà israeliani e metà palestinesi che godono, naturalmente, dello stesso trattamento, dello stesso orario di lavoro e dello stesso stipendio – molto più alto di quello percepito, per analogo lavoro, nei territori controllati dall’Autorità Palestinese. Se per ipotesi dovessero imporsi anche qui i boicottatori, centinaia di palestinesi finirebbero sul lastrico, esattamente come le centinaia di palestinesi che lavoravano nello stabilimento Sodastream di Mishor Adumim, zona industriale di Ma’ale Adumim, costretto a chiudere dopo la grande vittoria dei “filo palestinesi” del BDS.

Dedico questo post alla memoria di Stefano Gay Taché, assassinato trentacinque anni fa da terroristi palestinesi con il supporto morale di una notevole fetta della nostra sinistra, all’età di due anni. Assassinio originato da quello stesso odio anti israeliano e antiebraico che muove, sia pure in forme diverse, terroristi e boicottatori.

barbara