POI VENITECI A DIRE CHE EURABIA È UN’INVENZIONE

Per il primo dei tre capitoli eurabiani di questo post andiamo a Parigi, dove Marine Le Pen, per avere pubblicato foto degli orrori perpetrati dall’ISIS, queste per la precisione,
foto Marine Le Pen
ha ricevuto l’intimazione a sottoporsi a visita psichiatrica. Vi ricordate l’Unione Sovietica? Con Stalin i dissidenti finivano nei GULAG, in Siberia, da cui pochi uscivano vivi. Morto Stalin, il suo successore, Krusciov il Buono praticamente quasi Santo, ammorbidì, almeno formalmente, la lotta alla dissidenza, e la Siberia fu gradualmente, anche se non del tutto, sostituita dal manicomio. Ora, nella lotta alla dissidenza al Pensiero Unico (l’Islam è buono, l’Islam è pace, quegli orrori non vanno mostrati perché turbano le anime sensibili – le morti in mare dei clandestini che danno l’assalto all’Europa invece, non importa se vere o tarocche, vanno mostrate a ripetizione, meglio se di bambini, ma questa è un’altra storia), si riparte dal basso, per non rischiare di fare schizzare la rana fuori dalla pentola, se l’acqua è da subito troppo calda, per poi arrivare alle magnifiche vette del magnifico Grande Padre Stalin.

Spostiamoci ora di duecento chilometri verso nord ovest, e arriviamo a Londra, dove la presa di possesso del territorio da parte della popolazione islamica, con la creazione di no-go-zones e di corti islamiche che sostituiscono la Giustizia dello stato e tutta una serie di comportamenti intimidatori, ha portato l’antisemitismo, mai del tutto sopito, a livelli mai prima conosciuti.

Saliamo ancora, sempre verso nord ovest, di qualche altro centinaio di chilometri, e approdiamo a Belfast, dove assistiamo a questo incredibile episodio.

«Critica l’islam: consigliera perde il lavoro»

Chi critica l’islam finisce male. Non solo perché riceve minacce da integralisti o da fanatici che guai a muovere qualche obiezione nei confronti di Maometto o del Corano. Ma perché mette a rischio il posto di lavoro, o l’incarico pubblico che ricopre. È quello che è successo a Jolene Bunting, consigliere comunale indipendente di Belfast, Irlanda del Nord, che è stata sospesa dal suo ruolo per quattro mesi. Mai un provvedimento del genere era stato adottato. Il motivo della sospensione risiede nel fatto che la Bunting è accusata a vario titolo di aver criticato l’islam, e in tutto ha collezionato 14 denunce. Jolene Bunting è un consigliere indipendente, anche se in passato ha militato nel partito unionista TUV. Secondo le accuse la consigliera avrebbe arrecato un danno di immagine al consiglio comunale di Belfast e che non avrebbe rispettato il Codice di condotta del governo locale. La colpa della Bunting è quella di aver fatto commenti definiti denigratori sull’islam durante le riunioni del consiglio e aver appoggiato le analoghe dichiarazioni Jayda Fransen, del gruppo di estrema destra Britain First, già finita in manette per incitamento all’odio. La Bunting è stata denunciata anche per aver partecipato al raduno contro il terrorismo al municipio di Belfast dello scorso agosto. Inoltre la consigliera è finita nel mirino per aver difeso la distribuzione di alcuni volantini definiti istigatori di odio, nei quali si ammoniva contro l’islamizzazione dell’Irlanda del Nord, visto che le stime prevedono che nel 2066 i britannici nel Regno Unito saranno la minoranza. Nel volantino venivano poi snocciolati alcuni crimini compiuti dagli islamisti. Per non essersi opposta alla distribuzione di tale volantino la consigliera è finita nei guai ed è stata accusata di razzismo e fascism o. Tuttavia la Bunting non si dà per vinta e afferma che nonostante la sospensione nessuno potrà silenziarla. Definendo la sua sospensione un “giorno buio per la democrazia e la libertà di parola” ha dichiarato di voler far interessare al caso l’Alta Corte.

Ilaria Pedrali, Libero, 21/09/2018

Non so, vedete un po’ voi se è il caso che anche noi ci riempiamo di islamici ai livelli di Francia e Gran Bretagna.

barbara

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L’UNGHERIA, PER ESEMPIO

La ragazza che fino a un anno fa mi faceva le pulizie, era romena. Avendo ad un certo momento, sia lei che il marito, incontrato difficoltà a trovare lavoro, e non essendo nessuno dei due tipo da mettersi all’angolo del supermercato a chiedere l’elemosina, sono tornati in Romania. Per poco, però. Lui, quasi subito, è andato in Ungheria, dove era stato in passato per sedici anni (seminandovi tra l’altro due figli, che poi sempre, anche nei momenti economicamente più difficili, ha continuato ad andare a trovare ogni tre mesi): lì, mi avevano spiegato, si sta bene, la situazione sociale e politica è tranquilla, la vita costa poco, c’è lavoro per tutti. Infatti ha trovato lavoro quasi subito, e non appena ha trovato casa e si è sistemato, ha fatto venire anche lei e il bambino. Lei ha dovuto aspettare qualche mese prima di poter lavorare, per mettersi in regola con tutti i documenti, poi ha trovato lavoro anche lei nella stessa azienda del marito; lui guadagna 900 euro al mese, lei 600, di affitto per un appartamentino ammobiliato, spese comprese, ne pagano 300: quanto basta per vivere decorosamente, insomma.

Adesso c’è chi ci viene a raccontare che l’Ungheria, Orbán in primis, è antisemita. Non essendoci mai stata, tranne una breve visita trent’anni fa, lascio la parola a chi, ebreo, vi si trova adesso.

Gli ebrei, Visegrad e l’islam radicale

“La battuta dell’epoca di Breznev chiedeva se fosse un crimine dire che il presidente del partito era un idiota. La risposta era sì, perché è un segreto di stato. Per chi ha perso l’umorismo dell’era sovietica, il presidente francese Emmanuel Macron ha fornito qualche consolazione, licenziando l’ambasciatore francese a Budapest per aver osservato in un memorandum privato che il presidente dell’Ungheria non è un antisemita. Evidentemente questo è un segreto di stato in Francia”. Così scrive David Goldman. “In un dispaccio del 18 giugno, Eric Fournier, l’ambasciatore francese in Ungheria, ha riferito che il presunto antisemitismo del presidente ungherese Viktor Orbán era ‘una fantasia della stampa straniera’. Ha aggiunto che l’accusa ha distolto l’attenzione dal ‘vero moderno antisemitismo’, ‘la cui fonte sono ‘i musulmani in Francia e Germania’. Il memo era privato, ma Macron lo ha licenziato comunque. Il memo di Fournier ha colpito un nervo scoperto. L’ambasciatore Fournier era del tutto corretto: i dati dei sondaggi forniscono enormi prove dell’antisemitismo musulmano in Francia. I soldati francesi proteggono sinagoghe e scuole ebraiche. Gli ebrei francesi sono avvisati dai leader delle loro comunità di non mostrarsi per la strada con segni visibili di identità ebraica, come una kippah. Al contrario, i 100 mila ebrei dell’Ungheria camminano indisturbati fino alla sinagoga in costume tradizionale ebraico. Durante una visita a Budapest a maggio, ho camminato dal mio hotel alla sinagoga venerdì sera indossando una kippah, attraversando la città quattro volte. Nessuno mi ha guardato due volte. Non tenterei di farlo in Francia o in Germania. Budapest è sicura per gli ebrei perché ospita pochi migranti musulmani.

L’Ungheria, insieme a Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, ha rifiutato di accettare le quote comunitarie per i migranti musulmani dopo il 2015, quando la Germania ha accettato più di un milione di rifugiati di guerra putativi (tre quinti dei quali si sono rivelati migranti economici). Orbán non è un radicale di alcun tipo; al contrario, è un cristiano-democratico della vecchia scuola. Dire che Orbán è antisemita è scandalosamente sbagliato. L’Ungheria è uno dei pochi amici di Israele nella diplomazia mondiale. La porta di Orbán è aperta ai leader ebrei di Budapest, e alcuni dei più importanti rabbini della città mi hanno detto che è un buon amico della comunità ebraica. E Budapest sta diventando un luogo di scelta per gli imprenditori israeliani, grazie alla sua buona infrastruttura e ai bassi costi. Ho partecipato a una cena serale di sabato in una sinagoga di Budapest con 200 invitati, più della metà dei quali erano israeliani”. L’accusa di antisemitismo contro Orbán dipende dalla questione di George Soros. “Orbán ha fatto campagna contro Soros. Questa strategia non aveva nulla a che fare con le origini ebraiche di Soros, e tutto ciò che aveva a che fare con il suo sostegno alle frontiere aperte e la sua enorme impronta nella politica ungherese. Il miliardario nato in Ungheria ha speso 600 milioni di dollari in Ungheria. Se un miliardario espatriato avesse speso quella somma di denaro negli Stati Uniti, ci si aspetterebbe che i politici facessero una campagna contro di lui”.

Il foglio, 16 luglio 2018

E a proposito delle chiassose quanto insensate manifestazioni di protesta contro la presenza di Orbán a Milano:

Evitate di scannarvi per la presenza di Orban a Milano. È da dieci anni premier ungherese, sta nel Ppe con Merkel, è duro sui confini come Macron, cacciò i sovietici e accolse la Nato, è uno dei più grandi amici di Israele in Europa. La si può pensare come si vuole su Orban, ma va trattato da politico, non da demone. E poi, alla gente che piace e che organizza una manifestazione contro la presenza di Orban domando: dove eravate quando si gridava, a Milano e non a Budapest, “morte agli ebrei” lo scorso dicembre? No perché se non lo sapete, Budapest è “la città più sicura d’Europa per gli ebrei”. Definizione non mia, ma di David Goldman, un importante intellettuale ebreo newyorchese. Ha scritto: “Lo scorso venerdì ho messo la kippah e ho camminato mezz’ora attraverso Budapest fino alla sinagoga Keren dei Chabad. Dopo gli attacchi violenti contro gli ebrei nelle strade tedesche, i leader della comunità ebraica tedesca hanno avvertito gli ebrei di non indossare una kippah. La comunità francese ha emesso tali avvertimenti anni fa. La tv belga non è riuscita a trovare un ebreo a Bruxelles disposto a indossare una kippah. Ho attraversato Budapest quattro volte e nessuno ha guardato la mia kippah. La vita ebraica non è solo fiorente a Budapest. Sta ruggendo, animata da una crescente presenza israeliana. Circa 100.000 israeliani hanno la doppia cittadinanza ungherese, molte proprietà nel paese e votano alle elezioni. Il primo ministro Orban è un amico di Netanyahu da venti anni”. Ecco, tanto per raffreddare gli animi. Non vorrei che tutto l’antifascismo milanese si consumasse per Orban e non ne rimanesse neanche un pochino per i veri nemici dell’Europa, quelli che la vogliono distruggere e sottomettere, e vogliono fare la pelle agli ebrei. E sapete chi sono.

Giulio Meotti, 28 agosto 2018

Quando la stella di Gheddafi ha cominciato a tramontare, ha cominciato a circolare la voce che fosse ebreo: è uso comune, nei paesi arabi, accusare dell’orrendo crimine di essere ebrei i propri avversari politici. Qui da noi, al contrario, l’accusa contro il nemico è di essere antisemita. Mi vengono in mente quelli che in autobus si lasciano scappare una puzza, e subito dopo cominciano a guardarsi in giro con l’aria tra indagatrice, accusatrice e disgustata, contraendo vistosamente le narici, per fare intendere che lo scorreggiatore sia qualcun altro e distrarre l’attenzione da sé. E a sinistra, in fatto di antisemitismo, fra quelli che danno addosso al preteso antisemita, ce n’è a vagonate di attenzione da distrarre da sé.

POST SCRIPTUM: dove si dimostra che invecchiare nuoce gravemente alla salute
d'alema-marcegaglia
d'alema-hezbollah
barbara

I DUE PARGOLI E IL CARO PAPÀ

Del pargolo si è occupato Giulio Meotti.

Oggi ho avuto un interessante scambio pubblico con Bobo Craxi, il figlio di Bettino. Vale la pena riportarlo per intero. Penso che faccia capire bene il delirio antisraeliano, il grottesco e terribile ribaltamento della realtà e della verità e la temibile perdita della causa e dell’effetto, in cui sono finiti pezzi interi dell’opinione pubblica e politica italiana.

***

Bobo Craxi
Sono stati uccisi in questi ultimi anni a Gaza 1400 civili. Quindi Corbyn dovrebbe parlare solo con le autorità israeliane?

Giulio Meotti
No, Corbyn parla solo con gli assassini di israeliani, gli israeliani li evita proprio. È andato ad omaggiare i terroristi palestinesi di Monaco 72. Imbarazzante

Bobo Craxi
È errato. Ha deposto una corona sulle tombe di martiri palestinesi Fra i quali c’erano pure questi.
sarà anche pro-Palestina ma non è un deficiente.

Giulio Meotti
Si come no, opere di bene e non fiori. Poi è andato a tavola con Meshaal, capo di Hamas, e altri due ergastolani che hanno ucciso 100 israeliani. Raccontano tutto i giornali inglesi

Bobo Craxi
Meshaal è un dirigente politico. Essendo due parti in guerra potrei dire senza tema di smentita che il più pulito c’ha la rogna. Quindi è una polemica del tutto strumentale.

Giulio Meotti
Eccolo, Craxi che elogia Meshaal, sulla lista nera dei paesi europei. Good luck

Bobo Craxi
Io non elogio nessuno. Registro che è noto che Egli sia un dirigente politico del Movimento Hamas.
Incontra abitualmente Ambasciatori di fior di paesi democratici dell’Occidente. E anche emissari israeliani. Lei è mal informato.

Giulio Meotti
No scusi, quali ambasciatori occidentali incontra Meshaal, che è un capo terrorista tanto che nel 1997 il Mossad tentò di farlo fuori?

Bobo Craxi
Capiterà anche ad altri di incontrare i mandanti dell’uccisione di 1600 palestinesi.  [si noti la classica tattica dei filopallestinari di spostare il discorso quando non si è in grado di rispondere a una domanda stingente, ndb] Purtroppo se si vuole la pace bisogna parlare con quelli che stanno facendo la guerra. Sennò c’è sempre la dottrina Hiroshima. Che non mi sembra la soluzione più adatta in questo secolo.

Giulio Meotti
Bello, edificante, questo paragone che fa fra terroristi che uccidono donne e bambini e una democrazia che si difende

Bobo Craxi
Si, si difende uccidendo vedo

Giulio Meotti
Suggerisce fiori e gessetti?

Bobo Craxi
Non mi occupo di strategie difensive. [vedi sopra]
Evidentemente la soppressione degli esseri umani inermi pare quella più efficace. Finché dura.

Giulio Meotti
Israele sopprime esseri umani inermi? Ma lei li vede i missili, i coltelli, le bombe umane, i mitra? O fa finta?

Bobo Craxi
Per la sua e la mia pace eviterei una baruffa sul Conflitto più intricato del secondo dopoguerra. [vedi sopra]
Eviterei soltanto fare di una distinzione fra i morti che prevalgono tuttavia in campo palestinese con o senza coltelli. [al solito: la colpa degli ebrei è che ne muoiono troppo pochi, ndb] Tornando a Corbyn, egli ha peccato di ingenuità.

Giulio Meotti
Invece va fatta la distinzione. Un terrorista è un obiettivo legittimo. E usa i civili come scudi umani. È il conflitto più asimmetrico della storia. O a Barcellona due giorni fa gli spagnoli che hanno ucciso un attentatore armato di coltello era “uso sproporzionato della forza”?

Bobo Craxi
Le rammento che dei 1600 e passa palestinesi uccisi a Gaza, 1400 erano civili. Sul piano militare non c’è partita. A me non farebbe piacere vivere in un Bandustan circondati da un muro. Penso nemmeno a loro. Credo che Corbyn come molti democratici europei solidarizzino per questo

Giulio Meotti
Falso, basati su “fonti palestinesi”. Pallywood. Ultimo assalto a Gaza lo dimostra. 80 per cento terroristi. E nessun Bantustan, ma apartheid al contrario, con Gaza senza ebrei, mezza Cisgiordania senza ebrei, e tutto Israele con grandi minoranze di arabi. Questa la storia, Bobo

***

Ne traggo che per un politico italiano, figlio di un primo ministro, è normale deporre fiori sulle tombe dei terroristi che a Monaco uccisero gli israeliani e che Hamas e Israele pari sono. D’altronde tale padre tale figlio. Bettino Craxi in Parlamento nel 1985 disse che “i palestinesi hanno diritto alla lotta armata”. Oggi capisco quel deputato del Partito repubblicano, Guido Martino, che inveí in aula contro Craxi udendo quelle parole oscene.


Della pargola invece mi sono occupata io, otto anni fa.

UNA DOMANDA ALLA SIGNORA STEFANIA GABRIELLA ANASTASIA CRAXI
Stefania_Craxi
Non è vero, strilla indignata la signora Stefania Gabriella Anastasia, non è vero niente che stiamo boicottando Israele! Sì, è vero che Israele, unico Paese del Mediterraneo, non è stato invitato al Forum Mediterraneo, ma non perché lo si voglia boicottare, neanche per sogno! È semplicemente che i ministri arabi non vogliono sedersi con loro, tutto qui. E gli israeliani ne devono prendere atto, eccheccbip! E magari, aggiunge saggiamente la signora Stefania Gabriella Anastasia, dovrebbero anche meditarci sopra, e questa è una cosa sacrosanta, perché da sempre lo sappiamo che non dobbiamo chiedere agli antisemiti perché ce l’abbiano con gli ebrei bensì, molto più ragionevolmente, sono gli ebrei che ci devono spiegare perché mai tutti ce l’abbiano con loro, eccheccbip! Così come, da che mondo è mondo, si chiede ai derubati perché i ladri ce l’abbiano con loro, si chiede ai morti ammazzati perché gli assassini ce l’abbiano con loro, si chiede ai bambini perché i pedofili ce l’abbiano con loro: è così che si fa, eccheccbip! Anzi, dirò di più, cioè no, anzi la signora Stefania Gabriella Anastasia dice di più: gli israeliani devono solo ringraziare. Di che cosa non lo dice, ma forse è solo perché il motivo è talmente chiaro da rendere superflua qualunque spiegazione, e se non ci arrivo la colpa deve essere evidentemente mia. E vabbè. E poi arriva il clou, che è ciò che mi ha indotta a prendere schermo e tastiera e scrivere. Dice infatti la signora Stefania Gabriella Anastasia: “È Pierino che grida sempre al lupo. Attenti, perché poi quando il lupo arriva davvero…”. No, la domanda non è se quello del lupo che “arriva davvero” sia un wishful thinking, non sono così maliziosa, ci mancherebbe. La domanda è un’altra, e cioè: se il terrorismo non è il lupo, se bombe e razzi non sono il lupo, se migliaia di morti e decine di migliaia di feriti e mutilati e invalidi permanenti non sono il lupo, se donne, neonati, vecchi sopravvissuti alla Shoah assassinati a sangue freddo non sono il lupo, se boicottaggi a livello planetario in campo accademico, scientifico, sportivo, artistico, giornalistico, politico, economico eccetera eccetera non sono il lupo, se ebrei rapiti e assassinati e magari ritrovati poi in dieci pezzi* in giro per il mondo non sono il lupo, se una mezza dozzina (almeno) di stati tuttora formalmente in guerra con Israele non sono il lupo, se due organizzazioni internazionalmente riconosciute che hanno per statuto la distruzione di Israele e una delle due anche lo sterminio totale degli ebrei, e uno stato che dichiara apertamente di volere la bomba atomica per distruggere Israele non sono il lupo, la mia domanda è: che cosa potrebbe essere, per la signora Stefania Gabriella Anastasia, il “lupo davvero”? Forse qualcuna di quelle confortevoli stanze a tenuta stagna con un’apertura in alto per farvi scivolare dentro quei graziosi cristalli azzurrini che si dissolvono impalpabilmente nell’aria? Immagino che qualcuno potrebbe accusarmi di processo alle intenzioni, ma dopo aver visto la signora Stefania Gabriella Anastasia piangere disperatamente sulla tomba del nipotino di quel tale Haji Amin Al Husseini, in arte gran mufti, fraterno amico di tale Adolf Hitler, in arte Führer, che le stanze suddette è andato a studiarle da vicino per poterle poi adoperare con gli ebrei suoi vicini di casa, l’idea non sembra poi così peregrina.

*Le reazioni
Non ha suscitato reazioni che Aryeh Leib Misinzov, ebreo venticinquenne del movimento Chabad, sia stato rapito a Kiev il 20 aprile, giorno del compleanno di Hitler. Da giorni, non suscita reazioni la notizia del ritrovamento in dieci pezzi del suo corpo, e in una sempre più lunga catena di silenzio non sta suscitando reazioni che non vi siano reazioni. Un silenzio antico circonda la morte ebraica.
Il Tizio della Sera

D’altra parte, come si suol dire, il frutto non cade mai lontano dall’albero (il pezzo che segue è di dodici anni fa)

SIGONELLA: DALLA PARTE DEI TERRORISTI

Ho avuto qualche difficoltà a preparare questo post. Innanzitutto per la datazione: ho consultato, a questo riguardo, decine di siti, e ho trovato che circa la metà collocano l’episodio nella notte fra il 9 e il 10 e l’altra metà tra l’11 e il 12. Alla fine ho dunque deciso di postarlo in questa data, ma potrebbe anche essere corretta l’altra. Poi ho avuto difficoltà a trovare un resoconto onesto: la maggior parte erano vere e proprie apologie dell’eroico Craxi che “ha difeso la sovranità nazionale contro lo strapotere americano”, tralasciando completamente il fatto che stava mettendo le forze armate italiane al servizio di un terrorista; alcune (poche) altre erano di segno opposto, ma con toni di una faziosità inaccettabile. Alla fine ho scelto questi due pezzi, che posterò insieme, perché mi pare che si integrino piuttosto bene.

[…] Due giorni dopo si scoprì tuttavia che a bordo era stato ucciso un cittadino americano, Leon Klinghoffer, ebreo e paralitico: l’episodio provocò la reazione degli Stati Uniti. L’11 ottobre dei caccia statunitensi intercettarono l’aereo egiziano, che, secondo gli accordi, conduceva in Tunisia i membri del commando di dirottatori e lo stesso Abu Abbas, costringendolo a dirigersi verso la base di Sigonella, base della NATO in Italia.
L’allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi si oppose tuttavia all’intervento americano, chiedendo il rispetto del diritto internazionale e i VAM (Vigilanza aeronautica militare) furono schierati a difesa dell’aereo contro la Delta Force statunitense. Si trattò della più grave crisi diplomatica del dopo guerra tra l’Italia e gli Stati Uniti, che si risolse con la rinuncia degli USA ad un attacco all’aereo sul suolo italiano. Il ministro della difesa Giovanni Spadolini ed altri due ministri repubblicani presentarono le dimissioni in segno di protesta contro Craxi, provocando la caduta del governo.
Un diverso velivolo, di nazionalità jugoslava, prese in consegna Abu Abbas, mentre i quattro membri del commando terrorista vennero rinchiusi nel carcere di Siracusa e furono in seguito condannati, scontando la pena in Italia. Dopo pochi giorni, grazie alle informazioni raccolte dai servizi segreti israeliani, si ottenne la prova del coinvolgimento di Abu Abbas, il quale venne condannato all’ergastolo in contumacia.
Secondo le dichiarazioni rese da Omar Ahmad, uno dei membri del commando terroristico, il piano originario dei dirottatori era quello di condurre la nave in un porto militare israeliano, di sparare ai soldati presenti, uccidendone il più possibile, e quindi di fuggire in Libia. La vicenda si svolse invece diversamente, secondo Omar Ahmad, per colpa di Abu Abbas.

La notte dei lunghi coltelli a Sigonella, Abbas «diplomatico» iracheno.
Lo scontro tra Craxi e Reagan e tra i carabinieri e la Delta Force
Tony Zermo

[…] La notte di Sigonella la vivemmo dietro il reticolato della base. Si sapeva dell’atterraggio di un Boeing egiziano con a bordo i dirottatori dell’«Achille Lauro», si vedevano blindati dei carabinieri che arrivavano da Catania, un gran movimento dentro la base, ma soltanto dopo si seppe veramente cos’era accaduto. All’alba del 12 ottobre un cellulare dell’Arma aveva portato al carcere di Siracusa i quattro feddayn che avevano dirottato la nave da crociera e ucciso l’ebreo americano Leon Klinghoffer.
Quella notte era accaduto di tutto. Il presidente del Consiglio Craxi si era rivolto al presidente egiziano Mubarak e ad Arafat per convincere i dirottatori ad arrendersi. L’accordo era che Abu Abbas, il negoziatore della resa, sarebbe stato portato in sicurezza e che i quattro dirottatori avrebbero avuto un processo «umano». Il governo italiano non sapeva che Abbas era stato il regista del megasequestro dei cento crocieristi. Lo seppe cinque giorni dopo dalla Cia, ma ormai Abbas, che aveva un passaporto diplomatico iracheno, era uccel di bosco, portato a Ciampino su un aereo militare italiano che si era levato da una pista secondaria di Sigonella a luci spente, poi a Fiumicino e infine imbarcato su un aereo jugoslavo per Belgrado. L’ammiraglio Fulvio Martini, che era capo del Sismi, racconta: «L’Achille Lauro dopo quattro giorni di odissea era stata rilasciata nel porto di Alessandria, per me la faccenda si era chiusa bene. Ma alle 23,57 squilla il telefono, era “Ulisse”, nome in codice del presidente Craxi. Mi disse che gli Stati Uniti gli avevano chiesto di autorizzare l’atterraggio a Sigonella di un aereo egiziano dirottato all’altezza del Canale di Sicilia da F14 americani. L’aereo trasportava due negoziatori palestinesi, cioè Abu Abbas e Hani el Hassan, i quattro dirottatori della motonave, un ambasciatore cairota e teste di cuoio egiziane».
Martini quella notte non riuscì a contattare il ministro della Difesa Spadolini. E così ordinò di far atterrare l’aereo egiziano a Sigonella. «L’atterraggio avvenne alle 0,15 e il velivolo fu immediatamente circondato dal Vam, vigilanza aeronautica militare, e dai carabinieri. Pochi minuti dopo atterrarono due C-141 americani della Delta Force al comando del generale Steiner. Si diressero verso il Boeing egiziano e fu subito chiaro che volevano prendere i dirottatori e Abu Abbas su ordine di Reagan. La tensione fu alle stelle perché i militari della Delta Force, armi in pugno, circondarono gli avieri italiani e i carabinieri, ma a loro volta furono circondati da altri carabinieri che erano affluiti nella base. Esistevano tre cerchi concentrici attorno all’aereo. Per fortuna i comandanti mantennero un grande sangue freddo. Steiner era un privilegiato perché aveva notizie dagli Stati Uniti in tempo reale grazie ad apparecchiature satellitari, noi ci appoggiavamo alla rete telefonica della Sip».
La lunga notte si concluse alle 5,30 perché il generale dei carabinieri Bisogniero aveva fatto intervenire a Sigonella i blindati dell’Arma e così quelli della Delta Force capirono che gli italiani non avrebbero mollato. Poco dopo il reparto d’attacco americano ricevette l’ordine di rientrare. «Ma non era ancora finita – aggiunge Martini – perché quando partimmo in formazione da Sigonella alla volta di Ciampino, mettendo in mezzo il Boeing egiziano, mi venne l’idea, non so perché, di chiedere la scorta di nostri aerei da caccia. E fu un’idea felice perché si levò un F-14 della Sesta Flotta che cercò di dirottare l’aereo egiziano. Atterrati a Ciampino ci fu un’altra interferenza. Un secondo aereo americano, dichiarando uno stato di emergenza, ottenne di atterrare e si fermò sulla pista. Ma era solo un pretesto. Persi la pazienza e feci sapere al pilota americano che se non si fosse tolto di mezzo, avrei fatto buttare il suo aereo fuori pista con i bulldozer. Gli diedi cinque minuti: ne passarono solo tre e andò via».
Da La Sicilia (purtroppo non posso riportare le fonti perché la prima, su Wikipedia, è stata fortemente modificata, mentre la seconda non è più in rete)

Nonostante una certa arroganza e una puntina di sbruffoneria nell’impennata di orgoglio nazionale sul finale del secondo pezzo, mi sembra una ricostruzione fedele dei fatti. Personalmente ritengo molto poco credibile che si ignorasse il ruolo di Abu Abbas quale regista del dirottamento e, come già detto nel post precedente relativo al sequestro, la scelta di Craxi di fare da zerbino ai terroristi è cosa ignobile alla quale non trovo alcuna giustificazione. Sicuramente la storica scelta della politica estera italiana di assecondare il terrorismo non si giustifica con delle presunte garanzie di immunità per l’Italia, visto che attentati e assassini in casa nostra non sono certo mancati. E dunque si spiegano solo, mi sembra, con una totale sintonia e simpateticità con gli obiettivi e con i mezzi dei terroristi.

Aggiungo oggi, per completare il quadro, un“piccolo” episodio a margine. All’inizio degli anni Ottanta il giudice di Trento Carlo Palermo era impegnato in un’indagine sul traffico di armi; riprendo gli episodi relativi da due diverse pagine di Wikipedia, che li riportano esattamente come li ricordo.

Nominato sostituto procuratore di Trento nel 1975, diventò noto al grande pubblico quando aprì un’indagine su un ampio traffico di armi e droga, che venne avviata nel 1980 in seguito al sequestro di 110 kg di morfina base a Trento che erano destinati all’albergatore Karl Kofler (morto poco tempo dopo in carcere) e ad Herbert Oberhofer, i quali costituivano un anello di congiunzione tra i trafficanti turchi e i mafiosi siciliani; gli accertamenti evidenziarono il ruolo principale avuto dal trafficante siriano Henry Arsan (residente a Milano), il quale riusciva a barattare carichi di armi in Medio Oriente con partite di droga, e coinvolsero anche ufficiali dei servizi segreti affiliati alla loggia P2 (il generale Giuseppe Santovito e il colonnello Massimo Pugliese), il boss turco Bekir Celenk (implicato anche nell’inchiesta romana sull’attentato a Giovanni Paolo II) e l’attore Rossano Brazzi, i quali erano accusati di aver partecipato a trattative per la vendita di armi da guerra all’estero.
Tuttavia l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi presentò un esposto al Consiglio Superiore della Magistratura contro il giudice Palermo perché si era sentito indebitamente chiamato in causa dopo che il magistrato aveva scritto il suo nome su alcuni decreti di perquisizione intestati al finanziere socialista Ferdinando Mach di Palmstein: per queste ragioni il Csm avviò un’inchiesta disciplinare nei confronti di Palermo e gli fu tolta l’indagine [cioè Craxi lo ha fatto fermare prima che potesse compiere quelle perquisizioni in cui Carlo Palermo riteneva – indebitamente, sia ben chiaro – fosse implicato il signor Craxi]. Il magistrato decise allora nel 1985 di farsi trasferire alla procura di Trapani, dove le sue indagini si erano incrociate con il collega Giangiacomo Ciaccio Montalto ucciso nel 1983: infatti il giudice Palermo si era incontrato a Trento con Ciaccio Montalto tre settimane prima che fosse ucciso per scambiarsi informazioni riservate sul filone dell’inchiesta che riguardava il traffico di stupefacenti.
Nella città siciliana, dopo solo 50 giorni dal suo arrivo, la mafia reagì e tentò di ucciderlo con un’autobomba a Pizzolungo, una frazione del trapanese [ossia stava sostanzialmente continuando lo stesso lavoro, e vista l’ostinazione del soggetto si è ritenuto necessario fermarlo in modo più risolutivo].

***

La mattina del 2 aprile del 1985, poco dopo le 8:35, sulla strada provinciale che attraversa Pizzolungo, posizionata sul ciglio della strada, un’autobomba è pronta per l’attentato al sostituto procuratore Carlo Palermo che dalla casa dove alloggia a Bonagia si sta recando al palazzo di Giustizia di Trapani a bordo di una Fiat 132 blindata, seguito da una Fiat Ritmo di scorta non blindata. In prossimità dell’auto carica di tritolo l’auto di Carlo Palermo supera una Volkswagen Scirocco guidata da Barbara Rizzo, 30 anni, che accompagna a scuola i figli Giuseppe e Salvatore Asta, gemelli di 6 anni.
Barbara_Rizzo
L’utilitaria si viene a trovare tra l’autobomba e la 132. L’autobomba viene fatta esplodere comunque, nella convinzione che sarebbe saltata in aria anche l’auto di Carlo Palermo. L’esplosione si udì a chilometri di distanza.
L’utilitaria invece fa da scudo all’auto del sostituto procuratore che rimane solo ferito. Nella Scirocco esplosa muoiono dilaniati la donna e i due bambini.
strage-di-pizzolungo
Il corpo squarciato della donna viene catapultato fuori dall’auto mentre i corpi a brandelli dei bambini finiscono dispersi molto più lontano. Sul muro di una palazzina a duecento metri di distanza una grossa macchia mostra dove è finito un corpicino irriconoscibile. […]
Dei quattro agenti della scorta quelli sulla 132, l’autista Rosario Maggio e Raffaele Di Mercurio, rimangono leggermente feriti mentre gli altri due vengono gravemente colpiti dalle schegge, Antonio Ruggirello a un occhio, Salvatore La Porta alla testa e in diverse parti del corpo.

Giusto per completare il quadro.

barbara

NIRAM FERRETTI SOSPESO DA FB PER 30 GIORNI

Per la terza volta in brevissimo tempo. Questo l’orrendissimo articolo che gli ha meritato la severa punizione.

“Gaza, mamma palestinese incinta e la figlia di un anno e mezzo uccise nei bombardamenti”. Questo è il titolo di un articolo sull’edizione online di La Repubblica. L’intento è esplicito. Fomentare l’odio verso Israele e dare la stura all’antisemismo. Cosa c’è di meglio se non evidenziare che Israele uccide le donne e i bambini? Fa sempre un certo effetto e rincuora gli animi di chi afferma che i soldati dell’IDF sarebbero come i nazisti. La notizia della morte, vera o presunta, della donna è fornita da Hamas. Ovviamente nel titolo si omette qualsiasi riferimento al fatto che da Gaza sono partiti 150 razzi contro Israele e che, Israele ha risposto di conseguenza. Si titola così, ad effetto. Funziona sempre. Goebbels lo ha insegnato bene, poche idee, semplici, costantemente ripetute. Israele che ammazza donne e bambini è irresistibile, è uno dei capisaldi del romanzo criminale sullo Stato ebraico, null’altro se non la continuazione del romanzo criminale sugli ebrei che dura da millenni. Bisogna dire che La Repubblica è ormai diventata poco più di una latrina. Il tanfo è irrespirabile, soprattutto in estate, quando gli odori si percepiscono più netti a causa della calura. Da quando la direzione è sotto la tutela di Mario Calabresi, il precipitare verso il basso è una picchiata senza sosta. Meno male che l’esimio titolare del giornale e del gruppo L’Espresso, l’ingegnere Carlo DeBenedetti, ha saputo individuare in Matteo Salvini il vero antisemita.

Invito tutti gli amici a condividerlo nel proprio blog e, se qualcuno se la sente, anche su FB, come ha fatto l’amico Enrico Richetti, dal quale l’ho ripreso.

Restando in tema di spudorata disinformazione su Israele, aggiungo l’infame episodio della foto della “bambina di due anni uccisa dagli israeliani insieme alla mamma incinta”, naturalmente con l’immancabile corredo di pupazzo orsacchiotto e la tenerissima Hello Kitty in mezzo alle macerie della casa, ovviamente pulitissimi, come sempre.
bambina 1
Si tratta in realtà della foto di una bambina americana presa a caso da Instagram,
bambina 2
per toccare cuore e pancia con quegli occhioni innocenti spalancati sul mondo, che i perfidi giud sionisti hanno chiuso per sempre. Perché è così che funziona: prima inventi l’etichetta (israeliani=nazisti), poi inventi la notizia (israeliani uccidono donne e bambini), poi peschi fuori da un sito qualsiasi un’immagine qualsiasi che si sposi con la notizia inventata, ed ecco dimostrato che l’etichetta era corretta. E funziona sempre.

barbara

GLI EBREI CHE UNA VOLTA ERANO FRANCESI

Io non voglio viverci in una Europa in cui gli ebrei si nascondono e scappano. In Francia è in corso una pulizia etnica islamista e a fari spenti ai danni degli ebrei. Se ne è accorto anche il New York Times che gli dedica un intero dossier. Ad Aulnay-sous-Bois, sono rimaste 100 famiglie ebraiche delle 600 che c’erano nel 2000; a Le Blanc-Mesnil, siamo scesi a 100 da 300 famiglie; a Clichy-sous-Bois, sono rimaste 80 famiglie da 400 che erano; a La Courneuve, da 300 a 80. Ouriel Elbilia, rabbino, dice che il fratello a Clichy ormai non officia più i servizi religiosi in sinagoga, visto che non c’è più nessuno. 50.000 ebrei francesi sono partiti per Israele dal 2000 a oggi. “Negli ultimi 20 anni, intere comunità si sono trasferite “, ha detto Ariel Goldmann, che guida la principale agenzia di servizi sociali ebraici in Francia. “Questi posti si stanno svuotando”. Dove sono gli antirazzisti di professione? Dove sono gli europeisti? O forse l’antirazzismo in Europa vale per tutti tranne che per gli ebrei, la minoranza più antica e importante del nostro povero continente alla deriva?

Giulio Meotti

Prima costringono gli ebrei a rifugiarsi in Israele, poi si incazzano se Israele si definisce stato ebraico.

barbara

ERANO RAGAZZI IN BARCA

La barca è quella del canottaggio; i ragazzi sono quelli che, sfida vinta dopo sfida vinta, finiscono per approdare a Berlino, nel ’36. Che cos’è che fa di questo libro un libro eccezionale? Pagine come questa, per esempio

Il canottaggio agonistico è un’impresa di straordinaria bellezza preceduta da un crudele castigo. A differenza di molti sport che si concentrano su specifici gruppi muscolari, il canottaggio fa un uso massiccio e reiterato praticamente di ogni muscolo del corpo, anche se un rematore, per dirla con Al Ulbrickson, «si dimena sulla sua appendice posteriore». E il canottaggio impone questi sforzi muscolari non a intervalli saltuari ma in rapida sequenza, per un periodo di tempo prolungato, ripetutamente e senza tregua. Una volta, dopo aver guardato allenarsi le matricole della Washington, Royal Brougham del «Seattle Post-lntelligencer» si meravigliò di quanto fosse implacabile questo sport: «Nessuno chiede mai il time out in una gara di canottaggio» osservò. «Non c’è un posto dove fermarsi per bere un’appagante sorsata d’acqua o prendere una boccata d’aria fresca e corroborante. Devi tenere sempre gli occhi fissi sul collo rosso e sudato del compagno davanti a te e vogare finché ti dicono che è finita.  Ragazzi, non è uno sport per rammolliti.»
Durante la voga, i principali muscoli di braccia, gambe e schiena – in particolare quadricipiti, tricipiti, bicipiti, deltoidi, grandi dorsali, addominali, ischiocrurali e glutei – svolgono gran parte del lavoro più duro, spingendo in avanti la barca contro la resistenza implacabile di acqua e vento. Al tempo stesso, svariati muscoli più piccoli del collo, dei polsi, delle mani e perfino dei piedi sincronizzano in continuazione gli sforzi del corpo, garantendogli un bilanciamento costante per assicurare il delicato equilibrio necessario a mantenere stabile un’imbarcazione larga 60 centimetri, pressappoco quanto il girovita di un uomo. Il risultato di tutto questo sforzo muscolare, in grande e in piccolo, è che il corpo brucia calorie e consuma ossigeno a un ritmo che non ha eguali quasi in nessun’altra attività umana. Per l’esattezza, i fisiologi hanno calcolato che una gara di canottaggio di 2000 metri – lo standard olimpico – richiede lo stesso costo fisiologico di giocare due partite di basket consecutive. E lo richiede in circa sei minuti.
Un vogatore o una vogatrice in buone condizioni che gareggia ai massimi livelli deve essere in grado di incamerare e consumare fino a 8 litri di ossigeno al minuto; un uomo medio è in grado di incamerarne dai 4 ai 5 litri al massimo. In proporzione, i vogatori olimpici possono incamerare e processare tanto ossigeno quanto un purosangue da corsa. Va precisato che questo straordinario apporto di ossigeno è utile fino a un certo punto. Mentre il 75-80 percento dell’energia prodotta da un vogatore in una gara sui 2000 metri è energia aerobica alimentata dall’ossigeno, tutte le gare cominciano, e di solito terminano, con sprint durissimi. Questi scatti rendono necessaria una produzione di energia che eccede di gran lunga la capacità del corpo di generare energia aerobica, a prescindere dall’apporto di ossigeno. Pertanto, il corpo deve immediatamente produrre energia anaerobica. Questa, a sua volta, genera grandi quantitativi di acido lattico, che si accumula rapidamente nel tessuto muscolare. La conseguenza è che spesso i muscoli cominciano a fare un male terribile all’inizio di una gara e continuano fino alla fine. (pp.49-50)

O questa

La soffitta era luminosa e ariosa, con la luce del mattino che si diffondeva da una schiera di ampie finestre sulla parete in fondo. L’aria era densa della fragranza dolce e pungente di vernice marina. Sul pavimento c’erano cumuli di segatura e trucioli di legno. Una lunga trave a doppia T percorreva la stanza quasi in tutta la sua lunghezza, e sopra era appoggiata l’intelaiatura di un otto in costruzione.
Pocock si mise a spiegargli i vari attrezzi che usava. Gli mostrò le pialle, con i manici di legno usurati dai decenni di utilizzo e le lame talmente affilate e precise da affettare trucioli di legno sottili e trasparenti come carta velina. Gli porse una sfilza di vecchi raschietti, verrine, scalpelli, lime e mazzole che aveva portato con sé dall’Inghilterra. Alcuni, disse, avevano almeno un secolo. Spiegò che ogni tipo di strumento aveva molte varianti, che ogni lima, per esempio, era leggermente diversa dall’altra, che ciascuno aveva una funzione diversa ma erano tutti indispensabili per realizzare una barca di prima qualità. Condusse Joe a uno scaffale di legname e tirò fuori campioni dei diversi tipi di legno che usava: il Pinus lambertiana, morbido e malleabile; il duro peccio rosso; il cedro fragrante; il candido frassino bianco. Li tenne sollevati a uno a uno e li esaminò, rigirandoli tra le mani e parlando delle proprietà peculiari di ciascuno e di come servissero tutte le loro qualità individuali per costruire una barca da competizione capace di prendere vita in acqua. Afferrò una lunga asse di cedro da uno scaffale e fece notare gli anelli di accrescimento annuali. Joe aveva imparato parecchio sulle qualità del cedro e sugli anelli nel periodo passato a tagliare scandole con Charlie McDonald, ma era completamente assorbito mentre Pocock spiegava quel che significavano per lui.
Joe si accovacciò accanto al costruttore e lo ascolto con attenzione, studiando il legno. Pocock disse che gli anelli svelavano più della semplice età di un albero; ne raccontavano l’intera storia, che talvolta tornava indietro di duemila anni. La successione di anelli spessi e sottili rimandava ad anni difficili di dura lotta alternati ad anni prosperi di crescita improvvisa. I colori diversi rimandavano ai vari tipi di terreno e di minerali incontrati dalle radici: alcuni secchi, che ne avevano arrestato lo sviluppo, altri ricchi e nutritivi. I difetti e le irregolarità erano segno che gli alberi avevano sopportato incendi, fulmini, tempeste di vento e infestazioni, eppure avevano continuato a crescere.
Mentre Pocock parlava, Joe era incantato. Ad attrarlo non erano soltanto le parole dell’inglese o la sua cadenza schietta e soave, ma anche la pacata riverenza con cui parlava del legno, come se avesse qualcosa di sacro e inviolabile. Il legno, mormorò Pocock, ci insegna a sopravvivere, a superare le difficoltà, a vincere le avversità, ma ci insegna anche qualcosa sul motivo implicito della stessa sopravvivenza. Qualcosa sulla bellezza infinita, sulla grazia eterna, su cose più grandi e importanti di noi. Sui motivi per cui ci troviamo tutti qui.
«lo posso creare una barca, certo» disse. Poi aggiunse, citando il poeta ]oyce Kilmer: «”Ma solo Dio può creare un albero”». A quel punto tirò fuori una sottile lamina di cedro dello spessore di appena 9 millimetri e mezzo, di quelle che rivestivano le barche. Fletté il legno e disse a Joe di fare altrettanto. Parlò della bombatura e della vitalità che il legno impartiva a una barca quando era in tensione. Parlò della forza innata delle singole fibre di cedro che, abbinata alla loro resilienza, conferiva al legno la capacità di scattare e recuperare la forma, intero e intatto, o di come le fibre, esposte al vapore e alla pressione, potessero assumere una nuova conformazione e mantenerla per sempre. La capacità di cedere, di piegarsi, di mollare, di adattarsi, disse, talvolta era una fonte di forza anche per gli uomini oltre che per il legno, a patto che fosse governata da una fermezza interiore e da saldi principi.
Portò Joe a un’estremità della lunga trave a doppia T sulla quale stava costruendo l’intelaiatura per una nuova barca da competizione. Pocock scrutò la chiglia di legno per il lungo e invitò Joe a fare lo stesso. Doveva essere perfettamente rettilinea, spiegò, per tutti i suoi 18 e più metri, non un centimetro di differenza da un capo all’altro, altrimenti la barca non sarebbe mai andata dritta, una volta in acqua. E quella precisione poteva derivare soltanto dal suo costruttore, dalla cura con cui esercitava la sua arte, da quanto cuore vi metteva.
Pocock si interruppe, indietreggiò dall’intelaiatura e mise le mani sui fianchi, osservando con attenzione il lavoro compiuto sino ad allora. Disse che per lui l’arte di costruire una barca era come una religione. Non era sufficiente padroneggiarne i dettagli tecnici. Bisognava dedicarvisi spiritualmente, abbandonarvisi totalmente. Quando il lavoro era finito e ci si allontanava dalla barca, bisognava avere la sensazione di averle lasciato una parte di sé per sempre, un pezzetto del proprio cuore. Si rivolse a Joe. «Per il canottaggio» disse «vale lo stesso. E anche per molte cose della vita, perlomeno i momenti che contano davvero. Capisci cosa intendo, Joe?» Joe annuì con esitazione, un po’ nervoso e non del tutto convinto, poi tornò di sotto e riprese a fare gli addominali, sforzandosi di capirci qualcosa. (pp.259-261)

O questa

Anche Bobby Moch ebbe un’improvvisa rivelazione. Successe mentre sedeva all’ombra di un albero in un campo a Travers Island e apriva una busta. Conteneva una lettera del padre, quella che Bobby gli aveva chiesto, con gli indirizzi dei parenti che sperava di visitare in Europa. Ma conteneva anche una seconda busta sigillata sulla quale era scritto: «Leggila in privato». Ora, mentre sedeva allarmato sotto l’albero, Moch aprì la seconda busta e ne lesse il contenuto. Quando ebbe finito, aveva il viso rigato di lacrime.
La notizia era abbastanza innocua per gli standard del Ventunesimo secolo, ma considerando le tendenze sociali nell’America degli anni Trenta fu un profondo shock. Quando avesse incontrato i parenti in Europa, spiegò Gaston Moch al figlio, sarebbe venuto a sapere per la prima volta che lui e la sua famiglia erano ebrei.
Bobby rimase seduto a lungo sotto l’albero a meditare, non perché si era improvvisamente scoperto membro di quella che all’epoca era ancora una minoranza molto discriminata, ma perché, assimilando la notizia, aveva compreso per la prima volta l’atroce sofferenza che il padre doveva essersi portato dentro in silenzio per tutti quegli anni. Per decenni il padre si era convinto che per tirare avanti in America fosse necessario nascondere una parte fondamentale della sua identità ad amici, vicini di casa e perfino ai suoi figli. Bobby era stato educato a trattare gli altri sulla base delle loro azioni e del loro carattere, non di stereotipi. Era stato proprio il padre a insegnarglielo. Adesso era devastante scoprire che non si era sentito abbastanza al sicuro da seguire quel semplice suggerimento, che aveva tenuto dolorosamente nascosto il suo retaggio, come un segreto di cui vergognarsi, perfino in America, perfino con l’amato figlio. (pp.352-353)

O questa

Gli sembrò uno dei posti più pacifici che avesse mai visto.
Non poteva conoscere il segreto sanguinoso che si celava dietro Köpenick e le sue placide acque. (p.376)

L’indomani, dopo pranzo, i ragazzi gironzolarono per la città scherzando, curiosando nei negozi, usando le loro nuove macchine fotografiche, comprando qualche souvenir, esplorando angoli di Köpenick che non avevano ancora visto. Come gran parte degli americani a Berlino quell’estate, erano giunti alla conclusione che la nuova Germania fosse un luogo molto gradevole. Era pulita, la gente era fin troppo cordiale, tutto funzionava a dovere e con efficienza, e le ragazze erano carine. Köpenick era piacevolmente pittoresca; Grünau era verde, frondosa e con un fascino rustico. Erano cittadine amene e pacifiche quasi quanto quelle nello Stato di Washington.
Ma c’era una Germania che i ragazzi non potevano vedere, una Germania nascosta ai loro occhi, di proposito o per questioni di tempo. Non si trattava solo dei cartelli rimossi – FÜR JUDEN VERBOTEN, JUDEN SIND HIER UNERWÜNSCHT -, degli zingari radunati e portati via o del violento «Der Stürmer» ritirato dagli scaffali delle tabaccherie di Köpenick. C’erano segreti più grandi, oscuri e pervasivi tutt’intorno a loro. Non sapevano nulla dei rivoli di sangue che avevano macchiato le acque del fiume Spree e del Langer See nel giugno 1933, quando le squadre d’assalto delle SA avevano radunato centinaia di ebrei, socialdemocratici e cattolici di Köpenick, torturandone novantuno fino alla morte: ne avevano pestato qualcuno fino a spaccargli i reni o a squarciargli la pelle, poi avevano versato catrame rovente sulle ferite prima di gettare i corpi mutilati nei tranquilli corsi d’acqua della cittadina. Non potevano vedere il vasto campo di concentramento di Sachsenhausen in costruzione quell’estate a nord di Berlino, dove di lì a poco sarebbero stati rinchiusi oltre duecentomila ebrei, omosessuali, testimoni di Geova, zingari e infine prigionieri di guerra sovietici, civili polacchi e studenti universitari cechi, e dove decine di migliaia di loro avrebbero trovato la morte. (pp. 404-405)

O questa cronaca mozzafiato

Le barche si stavano avvicinando al segnale dei 500 metri, il primo quarto di gara, con Svizzera, Gran Bretagna e Germania in lotta serrata per la prima posizione, seguite a distanza da Stati Uniti e Italia. L’Ungheria era ultima. Eccetto i britannici, il gruppo di testa si stava avvicinando alla zona riparata a ridosso della sponda meridionale, dove l’acqua era quasi piatta. La barca americana aveva solo una lunghezza di ritardo ma era ancora nel punto più ampio del lago, in lotta contro il vento implacabile e massacrante, con l’acqua che schizzava dai remi a ogni rilascio. Un dolore lento e bruciante cominciò a pulsare nelle braccia e nelle gambe dei ragazzi, irradiandosi lungo la schiena. Molto lentamente iniziarono a perdere terreno. Ai 600 metri avevano una lunghezza e mezzo di ritardo. Agli 800 erano di nuovo ultimi. Le loro pulsazioni si alzarono a 160 o 170 battiti al minuto.
Nelle acque protette della seconda corsia, d’un tratto l’Italia rimontò e conquistò un leggero vantaggio sulla Germania. Mentre la prua della barca italiana superava il segnale dei 1000 metri a metà del tracciato, una campana informo gli spettatori al traguardo che i concorrenti si stavano avvicinando. Settantacinquemila persone si alzarono in piedi, e per la prima volta intravidero le barche che avanzavano verso di loro lungo la grigia distesa del Langer See come tanti ragni lunghi e sottili. Sulla balconata della Haus West, Hitler, Goebbels e Göring si premettero il binocolo contro gli occhi. Sulla balconata della rimessa lì accanto, Al Ulbrickson vide la Husky Clipper avanzare nella corsia più esterna accanto alla barca britannica. Alberi e edifici gli impedivano di vedere le corsie e le barche più vicine. Per un momento, dal punto in cui si trovava, sembrava che i suoi ragazzi e i britannici fossero soli al comando, in fuga. Poi sentì l’addetto stampa annunciare i parziali sui 1000 metri. La folla esplose. L’Italia era al comando, ma aveva un solo secondo di vantaggio sulla Germania, al secondo posto. La Svizzera era in terza posizione, a un secondo dalla Germania. L’Ungheria era quarta. La Gran Bretagna era finita in coda al gruppo, contendendosi sostanzialmente l’ultimo posto con gli Stati Uniti. I ragazzi di Ulbrickson avevano quasi cinque secondi di ritardo dal gruppo di testa.
[…]
Al segnale dei 1500 metri, la Germania riconquistò il primo posto superando l’Italia. Un altro enorme ruggito si levò dalla folla ormai vicina. Poi le grida si tramutarono in un coro – «Deutsch-land! Deutsch-land! Deutsch-land!» – sincronizzato con il ritmo della barca tedesca. In balconata, Hitler guardava da sotto la visiera del cappello e si dondolava avanti e indietro a tempo con la cantilena. Finalmente, Al Ulbrickson riuscì a vedere la squadra tedesca e quella italiana, che sfrecciavano a ridosso della sponda, chiaramente in testa, ma le ignorò e puntò gli occhi grigi sulla barca americana, all’estremità opposta del lago, cercando di leggere nella mente di Bobby Moch. Quella gara cominciava a somigliare a Poughkeepsie. Ulbrickson non sapeva se fosse un buon segno o un brutto segno.
[…]
Moch tornò a urlare: «Dobbiamo recuperare ancora una lunghezza, seicento metri!». I ragazzi si piegarono sui remi. La frequenza salì a trentasei, poi a trentasette. Quando il gruppo superò il segnale dei 1500 metri, la Husky Clipper era passata dal quinto al terzo posto. A riva, sulla balconata della rimessa, le speranze di Al Ulbrickson si riaccesero in silenzio vedendo la barca rimontare, ma la rimonta sembrò esaurirsi quando i ragazzi erano ancora lontani dalla testa della gara.
A 500 metri dal traguardo avevano ancora quasi una lunghezza piena di ritardo su Germania e Italia. Svizzeri e ungheresi avevano completamente mollato. l britannici stavano tornando all’attacco, ma anche questa volta Ran Laurie, con il suo remo a pala stretta, non aveva abbastanza presa sull’acqua per aiutare i compagni a contrastare il vento e le onde. Moch ordinò a Hume di aumentare appena la frequenza. Dalla parte opposta del campo, Wilhelm Mahlow, il timoniere della Germania, diede l’identico comando a Gerd Völs, il capovoga. Il trentenne Cesare Milani, sulla barca italiana, gridò la stessa direttiva al suo capovoga, Enrico Garzelli. L’Italia guadagnò qualche altro centimetro.
Mentre il Langer See si restringeva verso la dirittura d’arrivo, la Husky Clipper entrò in un punto più riparato dal vento, protetto sui due lati da alti alberi e edifici. La partita era aperta. Bobby Moch rimise il timone parallelo allo scafo, e finalmente la Clipper non ebbe più freni. Ora che il tracciato era lo stesso per tutti e Don Hume era di nuovo in vita, i ragazzi tornarono alla carica a 350 metri dal traguardo, recuperando il gruppo di testa un carrello dopo l’altro. A 300 metri, la prua della barca americana era quasi alla pari con quella tedesca e quella italiana. In prossimità degli ultimi 200 metri, i ragazzi passarono in testa di un terzo di lunghezza. Un fremito di apprensione scosse la folla.
Bobby Moch diede un’occhiata all’enorme cartello bianco e nero con la scritta ZIEL al traguardo. Si mise a calcolare quanto avrebbe dovuto chiedere ai ragazzi per essere sicuro di precedere le barche alla sua sinistra. Era tempo di cominciare a mentire.
Moch gridò: «Altri venti colpi!». Si mise a contarli: «Diciannove, diciotto, diciassette, sedici, quindici… Venti, diciannove…». Ogni volta che arrivava a quindici ripartiva da venti. Storditi, convinti di essere ormai giunti al traguardo, i ragazzi misero tutti se stessi in ogni palata, vogando come forsennati, impeccabili e straordinariamente eleganti. I remi si piegavano come archi, le pale entravano e uscivano dall’acqua pulite, lisce, efficienti, lo scafo unto d’olio di balena avanzava silenzioso tra un colpo e l’altro, la prua appuntita di cedro fendeva le acque scure, barca e uomini procedevano uniti, scattando furiosamente in avanti come una creatura vivente.
Poi entrarono in un mondo caotico. Erano in piena volata, vicino ai quaranta colpi al minuto, quando sbatterono contro un muro di suono. D’un tratto si trovarono di fianco alle enormi gradinate di legno sulla sponda nord del tracciato, a non più di tre metri dalle migliaia di spettatori che urlavano all’unisono: «Deutsch-land! Deutsch-land! Deutsch-land!». Il boato si rovesciò addosso ai ragazzi, riverberandosi da una sponda all’altra e soffocando del tutto la voce di Bobby Moch. Nemmeno Don Hume, che sedeva ad appena mezzo metro da lui, riusciva a capire cosa stesse sbraitando. Il rumore li assalì, li disorientò. Dall’altra parte del campo, la barca italiana tentò un’altra rimonta. Lo stesso fece quella tedesca, ed entrambe superarono i quaranta colpi al minuto. Guadagnarono faticosamente terreno, portandosi alla pari con gli americani. Bobby Moch li vide e gridò in faccia a Hume: «Accelera! Accelera! Dovete dare tutto quello che avete!». Nessuno riuscì a sentirlo. Stub McMillin non capiva cosa stesse succedendo, ma qualunque cosa fosse non gli piaceva. Lancio un’imprecazione nel vento. Neanche Joe sapeva cosa stesse succedendo, sentiva solo un dolore mai provato prima in barca: lame roventi penetravano nei tendini di braccia e gambe e fendevano la sua larga schiena a ogni colpo; ogni respiro disperato gli bruciava i polmoni. Fisso gli occhi sulla nuca di Hume e si concentrò sulla semplice, crudele necessità di dare un’altra palata.
Sulla balconata della Haus West, Hitler abbassò il binocolo lungo il fianco. […] Sulla balconata accanto, l’impassibile Al Ulbrickson era immobile e inespressivo, con una sigaretta in bocca. Era convinto che da un momento all’altro avrebbe visto Don Hume crollare sul remo. […]
Moch guardò a sinistra, vide i tedeschi e gli italiani tornare alla carica e capì che in qualche modo i ragazzi avrebbero dovuto aumentare ancora il ritmo e dare ancora più di quanto stavano dando, anche se sapeva che era già il massimo. Lo capiva dai loro volti, dalla smorfia contorta di Joe, dagli occhi sgranati e attoniti di Don Hume, che sembravano guardare oltre, verso un vuoto insondabile. Afferrò gli agugliotti di legno legati ai cavi del timone e cominciò a sbatterli contro le assi di eucalipto fissate ai due lati dello scafo. Anche se i ragazzi non potevano sentirlo, forse avrebbero avvertito le vibrazioni.
Le avvertirono. E ne colsero subito il significato: erano il segnale che avrebbero dovuto fare l’impossibile, aumentando ancora il ritmo. Da qualche parte, nel profondo, ognuno di loro si aggrappò agli ultimi brandelli di energia e volontà che non sapeva neppure di avere. l loro cuori pompavano a quasi 200 battiti al minuto. Erano andati oltre la spossatezza, oltre quello che i loro corpi avrebbero potuto sopportare. Il minimo errore di uno di loro avrebbe portato a prendere un granchio, e sarebbe stata una catastrofe. Nella grigia oscurità sotto le tribune piene di volti urlanti, le loro pale bianche guizzavano dentro e fuori dall’acqua.
Era un testa a testa, adesso. Sulla balconata, Al Ulbrickson spezzò in due la sigaretta con i denti, la sputò, saltò su una sedia e  si mise a gridare a Moch: «Oral Ora! Oral». Da qualche parte una voce strillava isterica da un altoparlante: «ltalien! Deutschland! Italien! Achh… Amerika! Italien!». Le tre barche sfrecciarono verso la linea del traguardo, alternandosi al comando. Moch batté sulle assi di eucalipto più forte e più in fretta che poteva, sparando una raffica di colpi sulla poppa della barca come una mitragliatrice. Hume portò la frequenza sempre più in alto, finché i ragazzi non raggiunsero i quarantaquattro. Non avevano mai vogato così forte, non credevano nemmeno che fosse possibile. Passarono leggermente in vantaggio, ma gli italiani si avvicinarono di nuovo. I tedeschi erano alla pari con loro. «Deutsch-land! Deutsch-land! Deutsch-land!» rimbombava nelle orecchie dei ragazzi. Bobby Moch si mise a cavalcioni della poppa e si sporse in avanti, battendo il legno e gridando parole che nessuno poteva sentire. I ragazzi diedero un’ultima, potente palata e spinsero la barca oltre la linea. Nell’arco di un unico secondo tedeschi, italiani e americani tagliarono il traguardo.
[…]
Qualcuno sussurrò: «Chi ha vinto?». Roger Morris gracchiò: «Be’… noi… credo». (pp.420-426)

Che non può non richiamare alla memoria la mitica, indimenticabile telecronaca di Giampiero Galeazzi a Seul, 1988. 

E infine questa nota personale dell’autore

Nell’agosto del 2011 andai a Berlino per vedere il luogo in cui i ragazzi avevano vinto l’oro settantacinque anni prima.
[…]
Mentre ero lì a guardare quei ragazzi, mi resi conto che settantacinque anni prima Hitler, osservando Joe e i compagni rimontare dal fondo del gruppo fino a superare Italia e Germania, aveva intravisto senza riconoscerli i segnali della sua condanna. Non poteva sapere che un giorno centinaia di migliaia di ragazzi come quelli, ragazzi che condividevano la loro stessa indole – onesti e modesti, non privilegiati né favoriti da qualcosa in particolare, semplicemente leali, impegnati e perseveranti -, sarebbero tornati in Germania con uniformi verde oliva per dargli la caccia.
Se ne sono andati quasi tutti, ormai, i tantissimi giovani che hanno salvato il mondo prima che io nascessi. Ma quel pomeriggio, sulla balconata della Haus West, provai un moto di gratitudine per la loro bontà e la loro grazia, per l’umiltà e l’onore, per la loro semplice civiltà e per tutte le cose che ci hanno insegnato prima di solcare le acque della sera e, finalmente, svanire nella notte. (pp.445-446)

È un libro di quelli che lasciano il segno, questo. Di quelli che li chiudi e poi ci mediti sopra. Di quelli che dopo un anno e dopo dieci ricordi perfettamente, e ricordi ogni singolo personaggio, ogni sua caratteristica, ogni suo segreto nascosto.
Ah, stavo quasi per dimenticare: in questo libro bisogna leggere anche i ringraziamenti; non lo faccio mai, ma qui bisogna proprio farlo, e se leggerete il libro e poi i ringraziamenti, capirete perché.

Daniel James Brown, Erano ragazzi in barca, Mondadori
ragazzi in barca
barbara

MUOIA ISRAELE

Sottotitolo: “La brava gente che odia gli ebrei”.

Tutti sentiamo continuamente parlare di boicottaggi. Tutti sappiamo di università che fanno della demonizzazione di Israele la propria ragion d’essere. Tutti abbiamo notizia di cantanti e gruppi che rifiutano di esibirsi in Israele. E di istituzioni che rifiutano ogni forma di collaborazione con omologhi israeliani, e di chiese intensamente impegnate nella propaganda anti israeliana e ogni sorta di politici e politicuzzi, artisti e artistucoli e varia umanità dedita alla nobile arte del buttare badilate di fango su Israele. Ma nessuno di noi, neanche chi più da vicino segue le notizie che riguardano Israele è preparato all’abisso che ci si spalanca davanti agli occhi in questo documentatissimo saggio: quante istituzioni, quanti politici, quanti artisti, quanti intellettuali, quante università, e soprattutto quali istituzioni/politici/artisti…, e che cosa esattamente dicono e fanno. Un libro da leggere assolutamente, per toccare con mano l’intensità – costantemente crescente – dell’odio che, per mezzo di Israele e con il pretesto di Israele, investe l’ebraismo tutto. Credo valga la pena di leggere qualche pagina del capitolo dedicato agli intellettuali.

Gli intellettuali sono sempre stati pronti a tradire gli ebrei. Gli intellettuali italiani lo fecero quando a chiederglielo fu una circolare ministeriale fascista. E furono prontissimi a commemorarli quando un’altra circolare ministeriale, nel Dopoguerra, li voleva sensibilizzare alla pietà, chiedendone in pegno una smorfia di sussiego.
Roma, 19 agosto 1938; il ministro dell’Educazione Giuseppe Bottai fa inviare ai presidenti delle accademie, degli istituti e delle associazioni culturali italiane un questionario per censire gli accademici di «razza ebraica». I professori e gli intellettuali devono dichiarare la loro appartenenza religiosa. È il momento in cui il regime fascista decide di attuare «un’arianizzazione totalitaria» della società italiana. L’indagine, promossa da Bottai, ha due scopi: la persecuzione immediata degli ebrei e capire l’atteggiamento delle élite intellettuali del Paese davanti alla svolta antisemita decisa da Mussolini.
La risposta degli intellettuali è imbarazzante, ossequiosa, traditrice. Benedetto Croce e Gaetano De Sanctis si rifiutano di compilare il questionario. Con loro pochissimi altri. Croce, unico caso finora documentato, arriva addirittura a contestare i presupposti stessi del censimento. Una mosca bianca.
Gran parte degli accademici risponde al censimento sull’appartenenza alla religione ebraica, imposto dal regime, dichiarando il proprio cattolicesimo, la propria arianità. Tra questi c’è Luigi Einaudi, senatore e professore universitario, futuro Presidente della Repubblica (dal 1948 al 1955), antifascista liberale. Einaudi compila il questionario e, a margine, sottolinea che la sua «appartenenza alla religione cattolica data ab immemorabile».
Norberto Bobbio, maître á penser del socialismo liberale e antifascista, compila il questionario sulla razza. Concetto Marchesi, docente all’Università di Padova, leader della Resistenza, autore nel 1945 di un duro intervento, sul tema Fascismo e Università, in cui condannerà «la libidine di asservimento» e «la voluttà di essere servi» degli accademici durante il regime, nell’agosto 1938 compila il questionario. Risposta sintetica: non ebreo. Marchesi, deputato alla Costituente nel 1946, morirà nel 1957. La sua commemorazione, alla Camera, sarà fatta da Palmiro Togliatti.
Amintore Fanfani, allora professore per l’Accademia Petrarca di Arezzo e futuro Presidente del Consiglio dell’Italia repubblicana e antifascista, compila il questionario. Risposta: «Sempre cattolici». Francesco Boncompagni Ludovisi dell’Accademia dei Georgofili di Firenze va oltre l’adesione al cattolicesimo e scrive: «Discendente dal pontefice Gregorio XIII». Riempì il questionario per l’accertamento razzista anche Gustavo Colonnetti. Pochi anni dopo, nel 1944, dal suo esilio svizzero lo stesso Colonnetti accuserà gli intellettuali del «reato di prostituzione della scienza» per aver ceduto alle lusinghe del regime.
La risposta al censimento di razza coinvolse Vittorio Emanuele Orlando, già Presidente del Consiglio prima dell’avvento del fascismo, e Ivanoe Bonomi, futuro Presidente del Consiglio nel 1944-45.
Molto spesso le risposte alle domande del questionario sulla razza venivano vergate con l’inchiostro rosso, per evidenziare meglio l’arianesimo di chi le sottoscriveva. Altre volte si sottolineava l’appartenenza alla religione cattolica con caratteri maiuscoli e punti esclamativi. Ugo Betti, scrittore e magistrato, scrive: «La mia famiglia fu sempre cattolica (nonché ariana al cento per cento)». Vittore Branca, membro dell’Accademia della Crusca di Firenze, spiega: «I miei familiari sono sempre stati cattolici: appartengono alla nobiltà imperiale». Lorenzo Bardelli, professore ordinario all’Università di Firenze, risponde al quesito sulla razza con tre parole: «Pura razza ariana».
Furono 400 i docenti ebrei italiani privati dei loro incarichi. Ci fu chi, come Federico Cammeo, assistente di Diritto civile a Firenze, si freddò con un colpo di pistola alla tempia subito dopo aver ricevuto la lettera che lo privava del suo incarico per via della «razza».
Assume dunque un particolare valore il rifiuto di Benedetto Croce di compilare il questionario. «L’unico effetto della richiesta dichiarazione – si legge nella replica di Croce al questionario sulla razza – sarebbe di farmi arrossire, costringendo me, che ho per cognome CROCE, all’atto odioso e ridicolo insieme di protestare che non sono ebreo, proprio quando questa gente è perseguitata». Un atto di coraggio. Un gesto da non dimenticare. Anche perché al termine del censimento, scattò per i professori e gli intellettuali ebrei la retata del regime.

Storia vecchia, come si vede. E che continua tuttora. [LETTERA APERTA DEI DOCENTI DELL’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA]

Giulio Meotti, Muoia Israele – La brava gente che odia gli ebrei, Rubbettino
muoia israele
barbara

CONTRO OGNI FORMA DI ANTISEMITISMO

presidio
Domenica 22 Aprile 2018

Contro ogni antisemitismo il 25 aprile e sempre!
Domenica 22 aprile alle ore 15 in piazza San Babila a Milano il presidio di chi dice no a qualsiasi forma di antisemitismo.
Sarà una manifestazione apartitica e apolitica rivolta a chiunque voglia ribadire chiaramente un netto rifiuto verso un antisemitismo che sta tornando tristemente di attualità. Promotore l’Europarlamentare Stefano Maullu: “Chi difende Israele difende la Libertà”.
Anche quest’anno – come purtroppo già accaduto troppe volte – alla vigilia del giorno della Liberazione non sono mancati gli annunci di contestazioni alla Brigata Ebraica, che sfilerà durante il corteo del 25 aprile. Il ‘Fronte Palestina’ ha annunciato un presidio proprio il 25 aprile in piazza San Babila ‘contro la presenza sionista al corteo’.
“Qualcuno vuole trasformare la festa della Liberazione nel solito attacco becero e violento alla Brigata Ebraica, a Israele, agli ebrei – spiega l’Europarlamentare milanese Stefano Maullu, promotore dell’iniziativa di domenica 22 in piazza San Babila -. E’ giunto il momento di dare un segnale forte, di dire con chiarezza che non possiamo accettare di assistere ogni anno a manifestazioni di razzismo che riportano ad un passato tragico da rigettare con ogni mezzo. Da qui nasce la decisione di promuovere un presidio domenica alle 15, un momento di testimonianza e condivisione senza sigle di partito o politiche, semplicemente un modo per far sì che la voce della Milano civile sia più alta di quella dei violenti, degli intolleranti, degli antisemiti. Non ci sarà alcuna connotazione partitica: abbiamo invitato a partecipare tutti, proprio perché il valore della lotta all’antisemitismo è una scelta di campo che supera qualsiasi barriera e distinzione politica”.
Il presidio prenderà il via alle ore 15 di domenica 22 aprile e vedrà il coinvolgimento attivo di rappresentanti delle Istituzioni milanesi e lombarde, di realtà associative e culturali.
“Avremmo potuto organizzare questo presidio il 25 ma non volevamo prestare il fianco a polemiche, contrapposizioni o problemi di ordine pubblico, per cui abbiamo scelto di farlo 3 giorni prima – continua Stefano Maullu -. Il messaggio che vogliamo dare è chiaro: Europa, Italia e Israele devono essere legate da un filo saldo di amicizia e alleanza. Lo vogliamo dire partendo da Milano e da un 25 aprile in cui non è più tollerabile assistere a certi spettacoli indecorosi. Chi promuove antisemitismo e intolleranza non dovrebbe poter partecipare alla vita pubblica, soprattutto in occasioni in cui si dovrebbero mettere in piazza tutt’altri valori. Se è legittimo criticare un governo, altra cosa è chiedere la cancellazione di uno Stato sovrano non riconoscendo il suo diritto di esistere”.
Al presidio, al quale sono state invitate tutte le forze politiche – nessuna esclusa – al momento hanno aderito la Comunità Ebraica di Milano, l’associazione Lombardia-Israele, ADEI Wizo (Associazione Donne Ebree d’Italia), ADI (Amici di Israele), l’Osservatorio Solomon sulle discriminazioni, Sinistra per Israele, Progetto Dreyfus, Sar-el Sezione Italiana, UGEI (Unione Giovani Ebrei Italia), AMPI (Associazione Milanese Pro Israele), Keren Hayesod Italia Onlus, Associazione Italia-Israele, Associazione B’ NAI B’ RITH.

 Se vi trovate in zona e non sapete come passare il pomeriggio, fateci un pensierino.

barbara

NOI SOTTOSCRITTI VAURO BOLDRINI ECCETERA

Noi sottoscritti Vauro, Boldrini, Papa Francesco, insieme con i giornalisti dell’Ansa, ci impegniamo a commemorare gli ebrei e a rispettarne la memoria

A noi gli ebrei piacciono così.
Ci piacciono dietro i cartelli ‘il lavoro rende liberi’, con addosso solo la pelle.
Ci piacciono mucchi di cadaveri esposti alla neve e al vento finché qualcuno verrà a fotografarli per dire che sì, è stato davvero.
A noi gli ebrei piacciono con gli sguardi impauriti in bianco e nero, esseri indifesi portati alla morte davanti ai sorrisi degli indifferenti.
Ci piace commemorarli questi ebrei, ci piace aprire musei con i loro oggetti rituali conservati a dovere.
A noi gli ebrei piacciono quando stanno zitti, quando viene tolto loro il diritto di parola. Ci piacciono quando i fucili sono puntati verso di loro. Ci piacciono prostrati a terra, espropriati, espatriati, deportati, massacrati. Ci piace averne pena.
Invece questi ebrei hanno alzato la cresta.
Osano impugnare le armi per difendere la loro terra, quel fazzoletto che l’Onu ha pensato di concedere loro come rifugio dopo che sei milioni di loro erano stati trucidati nei nostri stati, nel nostro continente, nel nostro mondo, con l’aiuto della nostro silenzio e della nostra indifferenza.
Parlano, discutono, controbattono persino, questi discendenti di Abramo.
Hanno addestrato i loro figli a non farsi più portare come bestie al macello.
Hanno insegnato il diritto alla vita anche degli ebrei, nonostante gli sia stato negato per secoli e secoli.
Ma chi si credono di essere per definire terrorista chi imbraccia mitragliatrici per falciarli nei bar, nei ristoranti, chi si imbottisce di tritolo e di chiodi per continuare il lavoro dell’inquisizione, dei progrom, dei nazisti?
Questi ebrei così presuntuosi da arrogarsi il diritto di vivere nel proprio stato.
Rinuncino a quelle terre contese e vengano da noi.
Non possiamo certo assicurare loro una vita serena, magari permetteremo pure che li uccidano ogni tanto davanti alle loro scuole, chiuderemo gli occhi davanti alle loro nonne pugnalate in casa , ai loro giovani uccisi mentre fanno la spesa.
Ma noi, noi idealisti, pacifisti, noi sottoscritti
Papa,
Vauro,
Boldrini,
Erdogan,
giornalisti dell’Ansa.
Noi, gli ebrei, li commemoreremo sempre con estremo rispetto.
Noi per gli ebrei avremo un occhio così di riguardo, ci concentreremo così tanto su di loro, da dimenticare le stragi di siriani, di curdi, ci focalizzeremo così tanto sul popolo ebraico da concedere a Erdogan la parola sui diritti dell’uomo mentre li starà lui stesso violando dietro a casa nostra.
Dedicheremo in ricordo degli ebrei una targa, un giardino, un bell’articolo una volta all’anno, delle pietre d’inciampo, una vignetta satirica.
Né dal tuo miele né dal tuo pungiglione, disse Giacobbe a Esaù quando si ritrovarono dopo molti anni.
Shalom, chi usa la parola pace, chi ci crede davvero, deve essere shalem, intero, coerente.
Pretendete dagli altri ciò che pretendete dagli ebrei.
Applicate gli stessi criteri umanitari, la stessa etica e la stessa morale a tutta l’umanità, ebrei e non ebrei, in maniera obiettivamente indistinta.
Allora ci sarà Shalom davvero.

Gheula Canarutto Nemni, qui (andateci, così date un’occhiata anche ai ritagli di giornale, casomai ve ne fosse sfuggito qualcuno).

Non c’è niente da fare: come sa dire le cose Gheula, non le sa dire nessuno. In più di un’occasione mi è capitato di dire che tutta questa bella gente ama talmente commemorare la Shoah, da sostenere con tutte le proprie forze chi sta cercando di metterli in condizione di poterne un giorno commemorare due. Quello che dice Gheula non è poi molto diverso, però lo dice in maniera molto più raffinata, articolata, argomentata. Grazie, amica carissima.

PS: simpatica la Boldrini, che considera un diritto un atto di guerra a tutti gli effetti quale lo sfondamento di un confine di stato e la penetrazione armata in tale stato.

Poi però bisogna assolutamente leggere anche Niram Ferretti e naturalmente Ugo Volli. E guai a voi se vi azzardate a non farlo.

barbara

PRIMA DI ILAN

Il rapitore sa che Ilan è ebreo, perché ha intenzionalmente scelto un ebreo. Me ne convinco nel momento stesso in cui David e Mony mi riferiscono la loro giornata al Quai des Orfèvres. E ne sono convinta perché l’altro ragazzo, che avrebbe potuto essere al posto di Ilan, Marc K., è ebreo anche lui. Non è un venditore di telefoni che voleva rapire, a che scopo? Voleva un ebreo. Tutti i giovani ebrei, che lavorino o no in negozi di telefonia, erano potenziali obiettivi. Altrimenti, perché il rapitore ci suggerirebbe ora di sollecitare la comunità ebraica?
Il comandante di polizia, a cui comunico le mie conclusioni, ritiene che mi sbagli. Il rapitore recita il Corano, nomina la comunità ebraica, Marc K., scampato per un pelo all’agguato, è ebreo anche lui, e il comandante mi dice che sono sulla strada sbagliata?! Perché si rifiuta di guardare in faccia la realtà? Perché si ostina a questo modo, sapendo che Ilan non è il primo ebreo ad avere incrociato la strada con delinquenti di questo stampo? Prima c’è stata la storia dei medici, poi Michaël D.
All’inizio del 2005, infatti, molti medici ebrei hanno denunciato tentativi di estorsione. Falsi pazienti si presentavano nei loro ambulatori e si facevano prescrivere un congedo fasullo per malattia. Questi individui sostenevano tutti di abitare in Rue Serge-Prokofiev, a Bagneux. La via dove Ilan è stato tenuto prigioniero e torturato. Gli investigatori dunque conoscevano bene questo indirizzo, era scritto nero su bianco sulle cartelle dei medici, vi si sono almeno recati? Qualche giorno dopo i ricattatori richiamavano i medici minacciando di denunciarli all’Ordine se non avessero pagato un riscatto. Come con noi, i negoziati venivano condotti attraverso due caselle email appositamente create. Questo medesimo modo di operare, molto particolare, non è sfuggito agli investigatori. Fin dall’inizio delle indagini hanno sospettato che si trattasse dello stesso racket, ma questa volta passando a un livello superiore: la presa di ostaggi. E, riguardo a questo, hanno subito presunto che non erano al loro primo tentativo, perché un altro ebreo, Michaël D., era scampato per un pelo a un tentativo di rapimento il 6 gennaio ad Arcueil, ossia quindici giorni prima della scomparsa di Ilan.
La disavventura di Michaël D. comincia ai primi di dicembre quando, con il figlio Jimmy, riceve la visita a sorpresa a casa loro di una cantante di nome Melvina. Questa ragazza vorrebbe sfondare nel mondo della musica, sostiene di aver sentito dire che Jimmy era un produttore, e per questo si permette di bussare alla sua porta. Jimmy risponde che non lavora più in quell’ambiente e non può fare nulla per lei, ma lei insiste così pesantemente che alla fine le dà il suo numero di telefono. Da allora Melvina lo tempesta di telefonate. Il 5 gennaio finisce per ottenere un appuntamento. Jimmy glielo concede affinché lo lasci in pace, ma non ci va. Melvina comprende che il ragazzo le ha dato buca, ma non per questo lascia perdere, al contrario: alle ventidue di quel 5 gennaio 2006, si presenta un’altra volta a casa sua senza preavviso. La accoglie François A., un amico che Michaël D. ospita a quel tempo. Quest’ultimo informa subito Jimmy per telefono. L’ex produttore, esasperato, chiede a François di mandare via questa «rompiscatole» e di dirle che non rientrerà per la notte. François A. esegue, e riaccompagna gentilmente Melvina.
Ma un’ora dopo la «cantante» si ripresenta, ben decisa ad aspettare Jimmy tutto il tempo che servirà. Questa volta François A. si lascia commuovere e la invita ad aspettare nella sala. Verso mezzanotte rientra Michaël D., il padre di Jimmy, e trova il suo amico in piena discussione con una bella ragazza. A sua volta simpatizza con lei e, vista l’ora tarda, le propone di riaccompagnarla a casa. Seguendo le sue indicazioni, lascia Melvina di fronte a un edificio di Arcueil. È allora che la sedicente cantante gli chiede di accompagnarla fino all’ingresso, dicendo che non si sente sicura. Michaël non vede alcun problema, finché non si rende conto che vuole attirarlo sulla scala che conduce all’interrato.
– Abiti davvero qui? le domanda.
Melvina, delusa, improvvisa. Racconta che voleva portarlo in un locale dove lei è solita cantare per recuperare dei modelli perché lui li consegni a suo figlio. Poi dice che ha perso le chiavi, che deve passare da sua madre, che ritorna subito. Scompare e lascia Michaël nell’atrio per cinque minuti. Al suo ritorno lo prega di accompagnarla a Bagneux da un’amica. Michaël accetta senza fare domande.
La faccenda si sarebbe dovuta chiudere lì, ma il giorno dopo, nel tardo pomeriggio, Melvina richiama Michaël D. Gli ripete quanto sogni di fare carriera nella musica, lo supplica di organizzare un incontro con suo figlio. Michaël le risponde di nuovo che Jimmy ha cambiato tipo di lavoro e non è in grado di aiutarla. Ma Melvina si mostra così affranta che quando gli propone un incontro alla stazione RER15 ad Arcueil, non sa come rifiutare. E per tirarla su di morale, la porta a pranzo in un bistrot a St. Germain-des-Prés, e poi la riaccompagna, come il giorno prima, fino all’ingresso di quell’edificio di Arcueil. Questa volta, meno prudente, la segue sulla scala che porta al seminterrato. Mal gliene incoglie. Colpito alla testa da due uomini incappucciati, perde immediatamente conoscenza. Messi in allarme dalle sue urla, alcuni inquilini si precipitano al seminterrato. Trovano Michaël D. disteso sul pavimento, il viso coperto di sangue, caviglie e mani legate da manette.
Il 6 gennaio Michaël D. presenta la denuncia. L’inchiesta in flagranza di reato è chiusa il 20 gennaio – il giorno in cui viene rapito Ilan – e inviata il 25 alla procura del TGI16 di Créteil. Il 28 il giudice istruttore di questo tribunale invia una rogatoria al SDPJ 9417, poi, il 7 febbraio, passa la competenza del caso al giudice istruttore di Parigi incaricato del sequestro di Ilan. Il quale, a sua volta, invia una rogatoria alla polizia criminale in modo da poter indagare parallelamente sull’aggressione a Michaël D., nell’ipotesi che i suoi aggressori siano gli stessi di mio figlio.
La polizia dunque ha fatto presto a collegare modi operativi così simili: la presenza di un’esca, i negoziati con caselle di posta elettronica appositamente create a questo scopo e la vicinanza geografica delle aggressioni – Arcueil e Bagneux per Michaël D., Sceaux per Ilan. Ma sembra che sia sfuggito agli investigatori il più importante dei punti in comune di questi diversi casi: non si sono accorti che tutte le vittime erano ebree. I medici ricattati, Marc K., Michaël e Jimmy D., Ilan. No, non se ne sono resi conto, supporre una cosa simile era troppo insopportabile. Come supporre che in Francia, nel 2006, un ebreo poteva anche rischiare la vita solo perché ebreo?

Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp. 46-49 (traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan)
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Il 13 febbraio di dodici anni fa si concludeva il martirio di Ilan Halimi, durato 24 giorni. Durante i quali la polizia francese ha continuato a negare pervicacemente la natura islamica e antisemita del crimine. E dopo dodici anni ancora non ha smesso di negare e occultare la matrice islamica, e spesso anche antisemita, di tutto ciò che sta continuando a succedere. Il loro negazionismo estremo di allora ha portato all’atroce morte di Ilan: a che cosa ci porterà quello di oggi?

barbara