ANCORA UN RICORDO DI TINA ANSELMI

Perché ci sono persone troppo grandi per starci tutte intere in un post solo, e quindi adesso ne metto un secondo. E non sarà l’ultimo.

In ascolto – Bella ciao

Il paese piange la scomparsa di Tina Anselmi, una donna dalla biografia straordinaria che amava raccontare le proprie esperienze inserendole nel contesto della normalità. Quando decide di combattere il nazifascismo e di entrare nella brigata Cesare Battisti ha solo 17 anni. Lascia la casa e la famiglia e diventa Gabriella, staffetta partigiana. Ma questo è solo l’inizio di una lunga serie di scelte coraggiose e Tina, con ironia, intelligenza e modi semplici e schietti, dedicherà la sua vita all’impegno politico e alla ricerca della giustizia. Molto è stato scritto su di lei in questi giorni e non intendo ripercorrere in dettaglio le tappe della sua carriera o le sue conquiste, soprattutto perché questa è una rubrica che si occupa di musica. Vorrei dunque ricordare Tina Anselmi con una canzone, molto particolare, che riassume in sé due aspetti importanti della sua vita e racconta due contesti storici e sociali distinti. La canzone è “Bella Ciao delle Mondine”. Su Bella Ciao si è studiato e scritto molto e proprio quest’anno è uscito il testo interessante di Carlo Pestelli, che analizza i diversi strati di formazione del brano, in cui si intrecciano suggestioni russe con le note di un’antica melodia francese, quelle di un motivo klezmer registrato agli inizi del ‘900. Enrico Strobino l’ha definita una canzone gomitolo in cui si riuniscono molti fili. Credo che Bella Ciao sia significativa per ricordare Tina Anselmi, perché a ragione o a torto nell’immaginario collettivo resta pur sempre il simbolo musicale della Resistenza partigiana e le sue note rendono omaggio a quella sua prima scelta che le segnò la vita in modo indelebile. Nella versione che ascoltiamo oggi però, non ci sono l’invasore, il fiore del partigiano o il passaggio delle genti, ma la denuncia da parte di una categoria di lavoratrici, le mondine, che ci riportano idealmente alle tante battaglie condotte da Tina Anselmi per la creazione di una consapevolezza nelle donne e la conquista delle pari opportunità. Infine questa canzone ha per certi versi l’aspetto di un monito, perché se contestualizzata ci porta a ripensare a due momenti fondamentali della nostra storia, due momenti mai chiusi definitivamente e ci fa tornare in mente le parole pacate di Tina di qualche anno fa: “Dico sempre alle mie nipoti: attente, fate la guardia, perché le conquiste non sono mai definitive”.
Maria Teresa Milano
(Moked, 3 novembre 2016)

(E sarà anche una merdaccia, come ha detto qualcuno, o semplicemente una “onesta cantante di balera prima di conoscere Strehler”, come ha generosamente concesso qualcun altro, ma di voce e doti interpretative come quelle di Milva, io in giro non ne vedo mica tante)

barbara

PER ME È STATA UNA GRANDISSIMA DONNA

Ve lo ricordate come la sfottevano negli anni Settanta per quel suo aspetto decisamente poco aristocratico? E le gag alla radio: “Ghe spussa el fià”. E a me piaceva. Con quella sua semplicità. Con quell’aria da massaia un po’ trasandata. E con quel grande passato, e con quella passione politica che mai l’ha abbandonata. Ciao Tina, voglio ricordarti con queste parole non mie, ma che mi sono piaciute e ti dipingono molto bene.

Addio, staffetta Gabriella, cento chilometri al giorno in bicicletta e una gran fame.
Addio, staffetta Gabriella, pronta a morire a 17 anni “che ogni volta che uscivo di casa speravo di non dover sparare”.
Addio, staffetta Gabriella, che una notte a. Castelfranco arrestò un’ombra nella piazza perché non ricordava la parola d’ordine. E quell’ombra era suo padre, perseguitato dai fascisti.
Addio, staffetta Gabriella, che andò casa per casa a incoraggiar le donne per prendersi il diritto di votare. E ancora si chiedeva “perché per noi donne gli esami non finiscono mai. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica”.
Addio, staffetta Gabriella, quando essere sindacaliste significava difendere “le mani lessate delle filandiere”.
Addio, staffetta Gabriella, che quando ti chiedevano se rimpiangevi la condizione di signorina rispondevi, dietro suggerimento della Sandra Codazzi, “signorina ma non per forza”.
Addio, staffetta Gabriella, prima donna ministro della storia della Repubblica e instancabile “acchiappafantasmi” della commissione d’inchiesta sulla P2.
Addio, Tina Anselmi, che ci hai insegnato anche a essere donne coraggiose. (qui)
tina-anselmi-1
tina-anselmi-2
tina-anselmi-3
barbara

IL PARTIGIANO JOHNNY

Il capolavoro che racconterà per sempre che cosa sono stati i partigiani e la Resistenza in Italia.

Che se fossi toscana tanto per cominciare direi capolavoro una bella sega. Poi magari con calma chiederei anche cosa vuol dire che racconterà per sempre che cosa sono stati i partigiani e la Resistenza in Italia: forse vuol dire che questo libro è eterno e così questa cosa la sapremo per sempre mentre gli altri libri non lo sono e magari un giorno potremmo non sapere più che Caina attende chi a vita li spense? Boh. Finora comunque sono arrivata, molto faticosamente – e non solo per i problemi fisici – a metà, e sinceramente non so se lo finirò perché è davvero un mattone pazzesco, che si dipana tra azioni improvvisate e velleitarie oltre che dilettantesche e descrizioni di lunghi luunghi luuunghi momenti di noia, con pagine talmente noiose che se ti distrai un attimo poi non ti ricordi più dov’eri arrivato e ti ritrovi a rileggere tre volte di fila la stessa cosa, e te ne rendi conto solo quando incontri una parola strana che aveva attirato la tua attenzione, come il verbo “verticare”. Dice che è in gran parte autobiografico: e allora? Questo è sufficiente a garantire un’obiettività tale su tutta la guerra partigiana, su tutta la resistenza da diventare IL libro che racconta quella parte della nostra Storia?
E poi la lingua: passino le parole inventate, spesso simpatiche e comunque di solito comprensibili, ma l’inglese? Non c’è praticamente una frase che non abbia almeno qualche parola inglese, così, per puro sfizio, o per mostrare quanto è bravo, chissà. O addirittura frasi interamente in inglese. O frasi in italiano ma costruite all’inglese: “l’esercito che egli desiderava entrare in”. Frasi in cui ti rompi la testa per capire cosa significhino fino a quando non ti arriva l’illuminazione e ti rendi conto che “un conosciuto” non è un articolo indeterminativo + participio passato in funzione aggettivale sostantivata, no: è il participio passato con la negazione inglese: unknown. E poi frasi talmente sconclusionate che le rileggi tre volte per cercare di capire cosa diavolo vogliano dire e alla fine rinunci e ti arrendi all’evidenza che non vogliono proprio dire niente. In ogni caso trovo semplicemente indecente scrivere un romanzo italiano che se non sai l’inglese non capisci un piffero.
Concludendo: capolavoro una bella sega (meglio, molto meglio, infinitamente meglio Il sentiero dei nidi di ragno).

Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi
partigiano-johnny
barbara

IL SESSO SECONDO KHOMEINI PARTE SECONDA

(La prima parte era qui)
Khomeinysexe
“L’uomo può avere rapporti sessuali con animali quali montoni, mucche, cammelli eccetera. Dopo avere avuto l’orgasmo, però, deve sgozzare l’animale. Non deve vendere la carne alla gente del suo villaggio, ma la vendita di questa carne a un altro villaggio vicino è ammessa”.

Più o meno lo stesso principio – fatte le debite proporzioni – per cui prima stupri una donna e poi la lapidi perché è una immonda fornicatrice e non è ammissibile tollerare la sua presenza impura, rischiando di venirne contaminati. E se dopo averla stuprata provvedi a lavarti accuratamente prima di pregare, guadagni anche un bordello di punti.

Per fortuna che in Iran almeno ci sono le donne, che all’avvento della barbarie hanno opposto fino all’ultimo una disperata resistenza,

e che ancora oggi, quando possono, fieramente si ribellano (infiniti altri esempi sono documentati in questo blog.

barbara

GEORGES LOINGER

Georges Loinger è un ebreo alsaziano. Quando Emanuel Segre Amar lo ha casualmente scoperto, lo ha contattato a Parigi, dove oggi vive, e nel corso del colloquio intrattenuto con lui, ad un certo momento ha chiesto: “Sarebbe disposto a venire a Torino per una conferenza, per raccontare anche ad altri tutte queste cose straordinarie che sta raccontando a me?”, e Georges ha risposto: “Ho già la valigia pronta”.
Georges Loinger ha 105 anni. Usa il bastone, ma non vi si appoggia più di tanto, sale e scende le scale con incredibile sicurezza, ha voce ferma e, soprattutto, una cristallina lucidità mentale e una memoria priva di ombre. E un sorriso di quelli che ti scaldano dentro. Gli oltre 1000 chilometri che ho percorso, fra andata e ritorno, per andarlo ad ascoltare, sono sicuramente stati fra i meglio spesi della mia vita (con un sentito grazie al Gruppo Sionistico Piemontese e alla Comunità Ebraica di Torino, che hanno organizzato questo straordinario evento).
La prima parte della conferenza è stata dedicata agli anni della guerra, con un non superficiale accenno a quelli che l’hanno preceduta, con i comizi di Hitler, i suoi roboanti proclami, la dichiarata intenzione di sterminio totale nei confronti degli ebrei; gli ebrei alsaziani, residenti in una zona di confine (soggetta a vari passaggi da uno stato all’altro nel corso della storia) e perfettamente bilingui, li ascoltavano, li capivano, e si rendevano conto che non si trattava di sparate a scopo propagandistico, ma di un preciso programma politico, e hanno deciso di non subire passivamente lo sterminio, ma di scegliere la resistenza armata: la prima resistenza del periodo hitleriano. Arruolatosi poi con gli alleati, viene fatto prigioniero e portato in Germania, dove svolge lavoro d’ufficio come interprete; lì viene a sapere, tramite la Croce Rossa, che sua moglie ha organizzato un rifugio in cui dà riparo a 123 bambini ebrei. Decide dunque che deve aiutare la moglie e fugge, attraversando a nuoto il fiume di confine e a piedi tutto il resto, mezza Germania e mezza Francia, insieme al cugino Marcel Mangel (meglio noto come Marcel Marceau) e inizia così la sua opera di salvataggio, che lo porterà a mettere in salvo oltre 1000 bambini, cercando anche, attraverso la Spagna (neutrale), finanziamenti negli Stati Uniti. Nell’ambito della rievocazione delle vicende belliche, ha trovato il giusto spazio anche il riconoscente ricordo dell’occupazione del sud della Francia da parte dell’Italia, fino all’8 settembre 1943; da parte dei carabinieri italiani, per la precisione, che non solo si sono sempre fermamente rifiutati di consegnare i “loro” ebrei ai tedeschi, ma hanno anche consentito loro il massimo possibile di libertà di movimento e di culto. Poiché era previsto che Georges Loinger avrebbe rievocato questa vicenda, era stato invitato alla conferenza il generale Gino Micale, comandante della Legione Carabinieri Piemonte e Valle d’Aosta, accolto, in memoria di quanto fatto dall’Arma che egli rappresenta, da uno scrosciante applauso di (quasi) tutto il pubblico presente.
Finita la guerra, si dedica, nell’ambito della sua opera volta a contribuire all’immigrazione clandestina nella Palestina sotto mandato britannico, a un’impresa altrettanto grandiosa del salvataggio dei bambini: la vicenda di Exodus. Pochi, probabilmente, sanno che dietro a quella vicenda, in un ruolo di primo piano, c’è ancora lui, Georges Loinger: è lui, infatti, ad occuparsi delle modifiche necessarie a riadattare una nave costruita per trasportare 5-600 persone in modo che ne possa contenere 4500. Ed è sempre lui a organizzare il trasporto di tutte queste migliaia di sopravvissuti alla Shoah dalla stazione di arrivo al porto d’imbarco con 200 camion. Ora, proviamo a ricordare cos’era l’Europa poco dopo la fine della guerra, strade bombardate, ponti distrutti, passaggi ostruiti; e proviamo a immaginare che cosa significasse reperire anche solo un paio di mezzi di trasporto, per non parlare di centinaia. E lui niente, lo racconta così, con nonchalance, come uno che dicesse “poi siamo andati a comprare il pane” – ossia con quella totale inconsapevolezza della propria grandezza che hanno i veri grandi. Le vicende legate all’Exodus sono note: si trattava di una provocazione costruita da Ben Gurion allo scopo preciso di creare un caso mondiale che attirasse l’attenzione sulla drammatica situazione dei sopravvissuti alla Shoah cui la Gran Bretagna impediva l’ingresso in Eretz Israel, e spesso accampati in campi di raccolta che troppo ricordavano i campi nazisti. E quanto avvenuto all’arrivo della nave al porto di Haifa, con le forze armate britanniche che sparano sui sopravvissuti e li costringono a tornare indietro, in quell’Europa che li aveva sterminati, in quell’Europa ancora maleodorante delle decine di migliaia di tonnellate di carne umana bruciata, in quell’Europa in cui a nessun costo volevano mai più rimettere piede, riuscì effettivamente a scuotere le coscienze.
Terminata la seconda parte, si erano fatte le otto di sera, e Georges Loinger, che era uscito di casa la mattina per atterrare a Torino nel primo pomeriggio e, a parte un’oretta di riposo in albergo, non si era mai fermato e in quel momento stava parlando da un’ora e mezza, ha dichiarato di essere un po’ stanco e di non sentirsi di affrontare la terza parte programmata. Di questa ha perciò brevemente parlato Emanuel Segre Amar, ma quando ha terminato la sua esposizione, il nostro incredibile Georges ha ripreso la parola per aggiungere ancora qualche dettaglio, per precisare, per chiarire, per completare. Si tratta di un episodio pressoché sconosciuto, avvenuto nel 1959. Il gesuita Michel Riquet, amico di Loinger, decide di dare vita a un atto simbolico di grande impatto di riconciliazione fra tedeschi e francesi, e organizza il primo congresso eucaristico, riunendo appunto cattolici francesi e tedeschi; e affinché questa simbologia sia davvero potente, vuole che questo incontro tra francesi e tedeschi avvenga su una nave israeliana. A questo provvederà appunto Georges Loinger, all’epoca direttore della compagnia di navigazione israeliana ZIM, procurando una nave capace di ospitare 350 persone. Ultima tappa del percorso – per rendere ancora più luminosa questa simbologia di riconciliazione – sarà la città di Barcellona: la prima presenza ebraica ufficiale in terra di Spagna dopo la cacciata del 1492. Al viaggio prese parte anche Georges Loinger, che consegnò al sindaco di Barcellona una Bibbia donata dal vice sindaco di Gerusalemme.
Aggiungo ancora qualche nota di colore, diciamo così, a margine. Tra il pubblico, accorso numeroso ed entusiasta ad ascoltare questo straordinario personaggio, attore e testimone allo stesso tempo, brillavano alcune consistenti assenze, che non specificherò, per carità di patria, come si suol dire; dirò solo che qualcuno ha ritenuto l’ideologia più importante della conoscenza (Georges Loinger è fortemente filoisraeliano) e qualcun altro è rimasto schiavo delle proprie personali antipatie nei confronti di chi ha voluto e organizzato l’evento e ha scelto, pertanto, di boicottarlo.
Ancora un’ultima cosa: questa di Torino è stata la prima conferenza in Italia di Georges Loinger; a quanto pare ci ha preso gusto, e ha accolto con piacere la proposta avanzata da Emanuel Segre Amar di organizzare, finita l’estate, altre tre conferenze: a Roma, a Venezia e a La Spezia. E magari per allora avrà portato a termine il quinto libro, in cui ci insegnerà come restare giovani e brillanti a cent’anni suonati.
George Loinger
barbara

QUELLE NOSTRE CORAGGIOSE, MERAVIGLIOSE RAGAZZE

Tululu: si chiama così in curdo, la notte il villaggio occupato dall’ISIS lo sente e trema, è l’urlo di guerra delle donne, il gorgheggio, la nota di disprezzo che le guerriere curde di notte lanciano come animali da preda verso gli uomini dell’ISIS nei villaggi fra la Siria e l’Iraq dove il confine non esiste più e esiste solo invece l’orma sanguinolenta dello Stato Islamico, che ha decapitato, ucciso col colpo alla nuca a migliaia, infilzato sulle picche le teste dei bambini.
I terroristi tremano, si narra: il “tululu”gli promette due cose: “Vi uccideremo” è la prima, e la seconda dice: “Il vostro credo vi promette 72 vergini in paradiso se verrete uccisi in guerra come martiri di Allah, shahid. Però vi dice anche: se morirete per mano di donna è scritto che non potrete entrare in paradiso. Rosolerete all’inferno per sempre”. E le ragazze, in divisa verde, con la bandiera curda rosso-mattone bianca e verde col sole nel mezzo, sono là per questo: per ucciderli col kalashnikov che ciondola loro dalle spalle di adolescenti accanto alla treccia lucida e nera, per terrorizzarli e stanarli pronti per lo sguardo di disprezzo e il fucile di una ragazza di 17 anni; una donnetta che i testi sacri promettono a ogni combattente come schiava sessuale, un oggetto da trascinare via dalla sua casa, vendere e comprare, o semplicemente stuprare, picchiare, uccidere.
Ma le guerrigliere curde, un terzo dell’esercito, l’YPJ (Unità di Protezione delle Donne, Yekineyen Parastina Jine) parte del YPG, ovvero il braccio armato della coalizione curda che ha preso il controllo di un bel pezzo della Siria del Nord (detto Rojava), sono fra le 7mila e le 10mila soldatesse, affascinanti e spaventose: hanno fra i 17 e i 40 anni, sono tutte volontarie. Quando scegli questa strada è per la vita, lasci la famiglia per sempre, la tua mamma piange ogni volta che la visiti e poi riparti da casa con un addio che forse è per sempre, che non avrai né marito né figli, che il tuo letto sono la polvere e i sassi, il tuo cibo quello che capita.
L’YJP con l’YPG in questi giorni sono l’unica forza a dare veramente del filo da torcere ai terrificanti terroristi dell’ISIS. Kobane, la città più disputata è stata riconquistata con l’intervento decisivo delle donne guerriere secondo tutte le cronache; gli Yazidi assediati, affamati, decimati nei villaggi sulle montagne, sono stati salvati e l’ISIS messo in fuga con l’intervento decisivo dell’YPJ. Il loro grido di guerra dice: “Vita, Donne, Libertà”, cioè tutto quello che ISIS odia. “Noi combattiamo per la vita, loro per la morte”-dice una di loro, Joan Zuidi, di 20 anni- ” loro odiano le donne, e la nostra battaglia invece dimostra non solo a loro, ma a tutto il Medio Oriente e anche a tutto il mondo che noi possiamo essere meglio degli uomini persino in battaglia. Abbiamo tre scopi: innanzitutto impedire che le donne vengano seviziate, rapite, vendute; liberare le prigioniere; vendicare quelle che hanno torturato e ucciso, o le cui teste sono state infilzate sulle picche, e purtroppo sono decine. Ognuna di noi piange un’amica o una parente. La libertà è il nostro grande fine: io so per cosa combatto, e so farlo, e in più ho un scopo nobile, loro non lo hanno”. I curdi sono ben 35 milioni, forse l’unico popolo così numeroso a non avere ancora un suo Stato autonomo.
Il Kurdistan irakeno ne raccoglie una parte. La situazione attuale mentre ne aumenta i rischi giorno dopo giorno, aumenta anche le possibilità che i curdi siriani, iracheni, turchi, iraniani, possano finalmente trovare una strada verso uno Stato unitario. La loro è una forza che per la maggioranza sunnita è tuttavia scevra da integralismo islamico, il governo regionale del Kurdistan guarda decisamente all’Occidente e anche a Israele come a un modello da seguire e comunque a un interlocutore. Le ragazze curde hanno la testa scoperta e i capelli al vento, ballano le danze tradizionali insieme ai maschi, i soldati condividono il servizio con ammirazione.
Un giornalista israeliano, Itay Engel, è riuscito a intervistare una generalessa famosa e inseguita dallo Stato Islamico: Media ha un sorriso duro e dolce allo stesso tempo, una specie di John Wayne donna con la kefya arrotolata sui capelli biondi, che dice quieta: “Il mio compito è fornirgli un biglietto di sola andata per l’inferno”. Paura, non l’ha mai avuta: “Loro hanno il kalashnikov, io ho un kalashnikov, io lo uso meglio di loro, le mie ragazze conoscono la guerriglia a fondo, loro sono ignoranti, pensano di terrorizzare tutti con la loro ferocia ma sono molto più incapaci e impauriti di quello che si crede”. Insomma, al tululu bisogna far seguire i fatti, e noi occidentali possiamo invidiare Media: lei sa come fare.
Fiamma Nirenstein, Il giornale, 27 dicembre 2014
guerrigliere kurde
Grazie sorelle, che combattete e morite anche per noi.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui un’altra straordinaria prova di coraggio e di sangue freddo.

RESISTENZA

resistenza 1
resistenza 2
In Israele i veterani di guerra che hanno disabilità permanenti sono quasi 50.000, quasi tutti uomini, tra i quali figurano ebrei, cristiani, beduini, circassi e drusi….
L’Operazione Margine di Protezione dell’estate scorsa ha prodotto altre 500 disabilità gran parte delle quali legate all’incapacità di camminare liberamente.
Etgarim è un’associazione israeliana che promuove attività all’aperto e programmi educativi per i diversamente abili con tanto di attrezzature sportive specifiche per ogni attività.
Creata nel 1995 da un gruppo di veterani di guerra, Etgarim è aperta a tutti coloro che vogliono ricominciare a vivere, avere nuovi amici e scoprirsi più forti di quello che pensavano di poter essere veramente, proprio come l’eroe di queste foto. (da Progetto Dreyfus, qui altre meravigliose immagini)

Sì: questa è vera resistenza. E questi sono veri eroi.

barbara

LA MOSTRA DI TORINO – INTERVISTA A EMANUEL SEGRE AMAR

Emanuel, pare che siano sorte delle polemiche, in ambito comunitario, in merito a una tua intervista apparsa su La Repubblica: potresti spiegarci che cosa è accaduto?
Ritengo che, per i lettori, sia necessario fare un passo indietro.
Era stata annunciata da tempo una tavola rotonda che si terrà a Torino con la partecipazione del sindaco Fassino e dell’ex segretario generale dell’UNRWA il prossimo 2 dicembre. In tale ambito era prevista una mostra sui profughi palestinesi.
Quando, pochi giorni or sono, mi sono reso conto che il tutto sarebbe avvenuto presso il Museo Diffuso di Torino che, tra le varie denominazioni, riporta anche “della Resistenza”, ho espresso in Consiglio della Comunità l’invito a inviare immediatamente una lettera alla Direzione del museo per metterla in guardia dal concedere le sale ad un ente che, pur operando per conto delle Nazioni Unite (o magari proprio per tale ragione, anche se non è politically correct dirlo) si è mostrato ostile proprio verso gli ebrei, e non solo verso gli israeliani, come ampiamente dimostrato dagli insegnamenti impartiti ai bambini palestinesi nelle sue scuole. Pure le ripetute collusioni della direzione dell’UNRWA con Hamas, ente riconosciuto come terrorista da USA, EU e dalla stessa ONU, dimostra la mancata considerazione da parte dell’UNRWA di quanto scritto nello statuto di Hamas. Il Consiglio della Comunità ha tuttavia scelto di aspettare l’imminente inaugurazione della mostra prima di esprimersi.
Mi sono quindi recato personalmente sia alla presentazione della mostra stessa giovedì 13 novembre, sia alla sua inaugurazione ufficiale, ed in tale occasione ho preso nota di tutto quanto dichiarato dagli oratori (è davvero ammissibile, in un museo che celebra la nostra Resistenza, fare un parallelismo con uno spietato terrorismo che gli organizzatori pretendono di chiamare “la resistenza palestinese”?) ed ho scattato numerose fotografie delle immagini esposte con le loro didascalie e di altre proiettate nei video. Lasciamo perdere la oramai ben nota didascalia che denuncia il massacro fatto a Sabra e Chatila dall’esercito israeliano (sic),
mostra.TO.SeCH
ma tutta la mostra appare come una voluta denuncia degli asseriti crimini israeliani senza che venga spiegato nulla di quanto Israele da tempo dichiara al mondo intero e, in particolare, proprio al Consiglio delle Nazioni Unite, per spiegare quanto succede sulle spalle dei palestinesi.
A questo punto anche il consiglio della Comunità di Torino non ha potuto esimersi dal decidere di scrivere una dura lettera di protesta alla direzione del Museo, lettera che dovrà essere inviata anche ai vari Enti che hanno assicurato la propria adesione alla mostra (dalla Presidenza della Repubblica al Consiglio dei Ministri per proseguire con Comune, Provincia e Regione, oltre ad altri enti).
Questa lettera doveva venire approvata mercoledì 19 e, in qualche modo, la notizia è giunta alle orecchie di una giornalista di Repubblica della redazione di Torino, la quale mi richiese insistentemente, per telefono, di fargliene pervenire copia entro le ore 16 del giorno stesso per non perdere l’occasione del solito scoop. Siccome la lettera, da me stesso preparata in bozza (e chissà chi lo aveva preannunciato alla giornalista!), quando essa mi telefonò, doveva ancora essere approvata, le risposi che ben difficilmente avrei potuto inviargliela prima di sera, che poi divenne notte inoltrata per dare spazio a numerosi suggerimenti, in gran parte dal presidente e da me stesso accolti.
In breve, potei inviarle il testo della lettera, come poi fu inviata alla direzione del Museo, solo nella prima mattinata di giovedì 20, ma grande fu la mia sorpresa quando mi accorsi che proprio nella stessa giornata Repubblica aveva pubblicato un articolo presentato come intervista al sottoscritto che, non essendo mai stata effettuata, riportava fatti e pensieri del tutto inventati.
Questo, anche se sono stato un po’ prolisso, è il resoconto dell’antefatto.

Quali sono state le conseguenze di questa improvvida iniziativa della giornalista di Repubblica?
Premesso che l’articolo pubblicato su Repubblica era, a mio parere, piuttosto inutile e, di per sé, non avrebbe meritato più della mail da me inviata alla giornalista nella quale prendevo le distanze dalle sue fantasie, è successo che Anna Segre l’ha raccolto per scrivere un pezzo pubblicato su Moked venerdì 21 il cui contenuto era anche condivisibile. Purtroppo Anna chiudeva con queste parole: ” È vero che le discussioni sono parte essenziale della nostra identità, ma non mi risulta sia vietato litigare per argomenti su cui ci siano reali differenze di opinione; così come non mi risulta sia obbligatorio che le nostre discussioni vadano a finire sui giornali”.
A questo punto, essendo evidente che per Anna sarei stato io ad aver sbagliato a diffondere ai giornali notizie che avrebbero dovuto restare riservate, ho prima parlato con Anna Segre che, una volta conosciuta la realtà dei fatti, ha compreso che io ero estraneo a quanto mi veniva rimproverato, e, successivamente ho inviato al direzione di Moked la richiesta di pubblicazione del seguente chiarimento: “Leggo su Moked di venerdì 21.11 l’articolo di Anna Segre che fa riferimento all’intervista fatta al sottoscritto e pubblicata su Repubblica di giovedì 20.11. Anna Segre termina molto opportunamente il suo articolo con queste parole: ‘non mi risulta sia obbligatorio che le nostre discussioni vadano a finire sui giornali’. Condivido queste parole, anche perché non mi risulta che mi sia stata fatta intervista alcuna”. Purtroppo il direttore dell’organo dell’Unione delle Comunità ha rifiutato di pubblicare queste poche parole se prima Repubblica non avesse smentito di avermi fatto un’intervista nella quale io avrei fatto quanto pubblicato nelle pagine torinesi. Insomma, io, vice presidente di una Comunità Ebraica italiana, non posso accedere con queste semplici parole all’organo dell’Unione e devo subire, in silenzio, un’accusa infondata.

Quindi, in definitiva, per poterti difendere dall’accusa (infondata) di avere lavato dei panni sporchi fuori casa ti stai vedendo costretto a rivolgerti fuori casa, perché in casa non ti viene consentito di farlo…
Già, questo è l’assurdo della situazione che si è venuta a creare. Pur essendo vice presidente di una Comunità Ebraica italiana, e certamente Repubblica mi ha interpellato in quanto tale, non mi è stato possibile far pubblicare sull’organo dell’Unione delle Comunità Italiane la semplice dichiarazione sopra riportata.

Ancora una domanda: ho letto che le pesanti critiche alla mostra sarebbero strumentali, dal momento che la stessa mostra, prima di essere trasferita a Torino, sarebbe stata esposta a Roma, precisamente a Montecitorio, dove nessuno avrebbe notato alcunché di scorretto. Che cosa ci puoi dire in proposito?
La direttrice dell’UNRWA, Tana De Zulueta, in occasione della presentazione e dell’inaugurazione della mostra torinese, ha pronunciato queste parole: “La mostra arriva per la prima volta in Europa qui a Torino” e: “La mostra in Italia nasce qui, oggi, e a Roma c’è stata solo una piccola mostra alla Camera, e in effetti nasce qua”. Ha anche aggiunto, circa una precedente mostra esposta a Gerusalemme: “Qui non è come a Gerusalemme; si è aggiunto del materiale e la mostra parla meglio”. In definitiva, chissà chi ha visto questa mostra a Roma; nessuno può esprimere un giudizio senza la conoscenza diretta e, soprattutto, completa. Ma purtroppo la mostra aperta e visitabile a Torino parla molto chiaramente! E in futuro la Mostra girerà per l’Europa con l’aureola di essere già stata ospitata nel Museo della Resistenza di Torino!

Ringrazio Emanuel Segre Amar, vice presidente della Comunità Ebraica di Torino, per averci offerto la possibilità di avere una visione un po’ più chiara e completa di questa brutta vicenda.

barbara