QUELLA POVERA SCUOLA FATTA DI COPERTONI

E i soliti cattivi israeliani che la vogliono distruggere. Solo che le cose non stanno esattamente come ce le raccontano i nostri mass media, sempre tanto simpatetici con i peggiori soggetti e le peggiori cause. E per chiarirci un po’ le idee su come stanno, lo faccio spiegare da Ugo Volli.

Il senso dello scontro intorno a un villaggio di qualche decina di beduini in un posto assai speciale

La storia della cosiddetta “scuola di gomme” esempio classico della disinformazione in chiave antisraeliana

Khan al-Ahmar. Israele combatte tre guerre contemporanee sul suo territorio e nei dintorni – oltre alla grande guerra politico-diplomatica che si svolge sui media, nelle assemblee internazionali, in molti parlamenti e università occidentali, in definitiva nelle menti e nei cuori dei cittadini dell’Occidente che dovrebbero essere naturalmente alleati e solidali con un paese democratico che lotta da settant’anni contro forze barbariche preponderanti, e invece subisce un continuo lavaggio del cervello per essergli ostile, che risveglia i vecchi demoni dell’antisemitismo europeo.
Le tre guerre territoriali ma indipendenti sono legate fra di loro, com’è naturale, ma anche diverse per protagonisti e metodi. La più nota è quella di Gaza, dove Hamas usa tutti i mezzi che trova (rapimenti, attacchi terroristici diretti, tunnel, missili, da ultimo assalti di massa contro la frontiera e palloni o aquiloni incendiari. Israele cerca di bloccarle questi assalti anche con la forza, ma non vuole un’escalation, che sarebbe costosa in termini di vittime arabe e di immagine per Israele, senza essere risolutiva.
La seconda guerra, quella vera, si svolge al nord, soprattutto in Siria ma potenzialmente anche in Libano, contro l’Iran e i suoi satelliti, prima di tutto Hizbollah. Israele sta cercando di evitare che queste forze portino ai suoi confini armi tecnologiche e missili moderni e per farlo usa l’aviazione contro convogli militari e depositi di armi in tutto il territorio siriano. Ma usa anche i suoi rapporti politici con Trump e soprattutto con Putin per tentare di evitare una guerra regionale che è in grado di vincere ma non vuole, perché sarebbe assai dolorosa, con molte vittime civili.
Della terza guerra si parla poco, perché fa poche vittime ed è combattuta soprattutto nelle decisioni del governo e nelle aule di tribunale. E’ lo scontro per il controllo del territorio conteso in Giudea e Samaria. Non si tratta solo del terrorismo a “bassa intensità” (ma mortale, solo che colpisce con coltelli e veicoli più che con bombe). Ma anche della gestione fisica del territorio. Qui i nemici non solo solo gli arabi dell’autorità palestinese, ma altri meno sospettati. Ci sono le Ong antisioniste finanziate dall’estero, che si danno assai da fare, con l’appoggio di parte della stampa (innanzitutto Haaretz), delle forze politiche e intellettuali di estrema sinistra che in Israele non hanno peso elettorale ma strepitano molto e talvolta di parte della magistratura. Ma il nemico principale, in questa guerra, è all’estero. Non solo i vari movimenti Bds e di estrema sinistra, e non tanto più gli stati arabi ma diversi stati e l’Unione Europea in prima persona si impegnano in questa guerra.
La settimana scorsa c’è stata una scaramuccia importante. La posta in gioco è Khan al-Ahmar, un piccolo villaggio abusivo di qualche decina  di beduini che i diplomatici europei hanno aiutato ad istallare e che dopo una lunga battaglia giudiziaria arrivata fino alla corte suprema il governo ha ottenuto di far demolire (ma all’ultimo momento è venuta fuori ancora una sospensiva di qualche giorno). Si tratta di un caso importante. Innanzitutto perché è un esempio della sfacciata interferenza dell’Europa, che ha finanziato le costruzioni e ora pretende di impedire l’esecuzione di una sentenza. Chi immaginerebbe che l’UNASUR (l’organizzazione degli stati latinoamericani) finanzi la costruzione di case abusive per gli immigranti irregolari o proibisca all’Italia di abbattere quelle già costruite?
Ma la cosa più importante è la collocazione di questo villaggio. Si trova in una zona compresa nell’Area C degli accordi di Oslo, cioè sotto il controllo legale totale di Israele. Non tutti sanno che gli accordi firmati da Arafat per l’OLP dividevano Giudea e Samaria in tre zone: la “A” sotto totale controllo dell’Autorità Palestinese, comprendente città e villaggi dove vivono oltre il 90% dei residenti arabi, la “B” sotto controllo condiviso e la “C” che è interamente amministrata da Israele anche sul piano urbanistico.  Khan al-Ahmar sta in area “C” è dunque è giuridicamente incontestabile che i regolamenti urbanistici sono quelli israeliani, che non hanno mai consentito la costruzione di questo insediamento. Dunque l’Unione Europea, in maniera assolutamente coloniale, ritiene che la sua volontà politica di favorire gli insediamenti arabi superi non solo la legge israeliana ma anche gli accordi di Oslo, che pure ha sottoscritto.
Ma c’è di più.  Khan al-Ahmar si trova in un piccolo territorio chiamato E1, incuneato nei 5 chilometri in linea d’aria che separano Gerusalemme dal più popoloso insediamento ebraico in Samaria, Ma’alè Adumim. sulla strada per la valle del Giordano. Se questi campi diverranno villaggi arabi si conserverà l’accerchiamento virtuale della capitale israeliana che è stato il tema costante del conflitto con le forze arabe a partire dalla guerra del 1948. E’ ciò che i nemici di Israele chiamano “continuità del territorio palestinese. Se E1 sarà invece dell’ampliamento di  Ma’alè Adumim, unificandola al territorio municipale di Gerusalemme, l’assedio sarà rotto perché anche la strada per la Valle del Giordano, strategicamente essenziale, sarà interamente sotto controllo israeliano. Questo è il tema strategico della battaglia di  Khan al-Ahmar, non le stupidaggini propagandistiche sulla “scuola di gomme”, con cui le Ong antisraeliane hanno ottenuto anche finanziamenti del ministero degli esteri italiani, la cui utilità in quella posizione è scarsa anche se il villaggio fosse legale e destinato a restare lì. Israele del resto si è impegnato a fornire ai beduini dell’insediamento un’altra collocazione a pochi chilometri di distanza, completa di un vero edificio scolastico e di tutti gli impianti elettrici, l’acqua e le fognature che mancano a  Khan al-Ahmar. Ma non sarebbe dentro E1, che peraltro non è affatto il luogo di origine dei beduini, che anzi vi si sono insediati poco tempo fa. E gli interessati, influenzati dai diplomatici europei, si sono rifiutati anche di discuterne.
Il fatto è che l’Unione Europea e anche alcuni stati (innanzitutto la Francia, ma anche l’Italia fa la sua parte) e i diplomatici dei consolati a Gerusalemme, che fanno una politica diversa e più esplicitamente filoaraba delle ambasciate, ragionano in termini geopolitici e operano strategicamente come alleati dei nemici di Israele per trasferire il predominio sulla zona “C” all’Autorità Palestinese. E’ questo che intendono per “appoggio alla soluzione dei due stati”.  Peccato che questa non sia una soluzione del conflitto (gli arabi l’hanno sempre rifiutata), ma nelle loro intenzioni molte volte dichiarate, solo un passo della lunga guerra per la distruzione di Israele.

Ugo Volli su Progetto Dreyfus, 9 luglio 2018

Insomma, bruciati o no, i copertoni servono sempre per distruggere Israele.

barbara

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E TORNIAMO AI TEMI CALDI DI ISRAELE E DINTORNI

Entrambi ripresi da Informazione Corretta. Il primo è di Ugo Volli, che ci invita a riflettere su alcune questioni da quasi tutti trascurate, quando non del tutto ignorate.

La stranezza più strana
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,
strane cose stanno accadendo nel mondo palestinista e dei loro sostenitori. Vale la pena di pensarci un po’, per non farsi sorprendere dagli eventi.
La prima stranezza è la malattia di Mohammed Abbas, il dittatore dell’Autorità Palestinese. E’ stato ricoverato tre volte in ospedale nell’ultima settimana, ufficialmente per “un’operazione all’orecchio” non si capisce dovuta a quale patologia (se vi interessano le possibilità più comuni, qui c’è un elenco: http://www.otorinolaringoiatria.org/ORL/Nuovo%20sito/AU%20otosclerosi,%20cofochirurgia%202.html). Il 22 febbraio si era fatto fare un “normale check up” all’ospedale di Baltimora. Ha 83 anni un fumatore compulsivo e sovrappeso, ha subito interventi al cuore e alla prostata, sembra che abbia una polmonite (ma non ci sono comunicati ufficiali, tutte le notizie vengono da voci, come nell’Unione Sovietica di Breznev). Comunque al momento in cui scrivo è ancora ricoverato in ospedale, benché “lucido” (https://www.timesofisrael.com/abbas-still-in-hospital-but-doing-well-palestinian-health-official-says/). E si è sempre rifiutato di nominare un successore, facendosi di recente rieleggere capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, anche se il suo mandato quadriennale come presidente dell’Autorità Palestinese è scaduto da più di nove anni (gennaio 2009) e si è sempre rifiutato di tenere nuove elezioni. Non è detto che muoia questa volta, naturalmente, ma è difficile pensare che abbia vita lunga. Che cosa accadrà dopo non lo sa nessuno. E chiaro che Hamas si sta giocando tutte le carte per prenderne il posto, ed è altrettanto chiaro che Israele non è disposto ad accettare un colpo di stato a Ramallah. La cosa bizzarra è che nessuno parla di questo problema. Anche la notizia del ricovero è stata data quasi solo dalla Stampa (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=70697).
Seconda stranezza e secondo silenzio dei media. Avete sentito parlare del campo profughi di Yarmouk? E un quartiere alla periferia di Damasco che fino a qualche mese fa conteneva oltre 100 mila palestinesi o dichiarati tali dall’AP e dall’UNRWA. Attualmente è sotto bombardamento da parte delle forze governative che cercano di riprenderne il controllo, ci restano alcune migliaia di persone, i morti palestinesi sono stati almeno 10 mila: una catastrofe umanitaria enorme (https://www.jpost.com/Middle-East/Catastrophic-destruction-as-Syrian-regime-pounds-Palestinian-refugee-camp-557901). Ma nessuno ne parla, come nessuno parla in generale delle vittime degli attacchi russo-iraniani e di Assad. Chissà perché.
La terza stranezza è il ruolo della Turchia. Occupante di metà del territorio di un paese dell’Unione Europea (Cipro), negazionista del genocidio armeno, autrice di provocazioni militari contro la Grecia, la Turchia di Erdogan sta conducendo una guerra imperialistica contro i Curdi in Siria e Iraq, di proporzioni minori di quella iraniana, ma pur sempre un’invasione. E appoggia rumorosamente Hamas, minacciando una forza di spedizione a Gerusalemme. Anche qui, non siamo ai livelli dell’Iran, ma la strada è quella. Di recente la marina turca ha fermato con la minaccia delle armi navi italiani dell’Eni incaricate di esplorazioni petrolifere da Cipro: un vero e proprio atto di pirateria, di cui nessuno ha parlato. E’ una generica impunità islamista o più specificamente il privilegio che spetta ai filo-palestinisti? Non lo so, ma vale la pena di chiederselo.
Infine la stranezza di cui si è parlato troppo, Gaza. A tutte le persone intellettualmente oneste è chiaro che si è trattato di un tentativo di invasione e attacco terroristico mascherato da manifestazioni “popolari” i cui partecipanti erano un po’ pagati, un po’ obbligati a fare gli scudi umani. Lo ha ammesso anche Hamas che si trattava di operazioni “militari” (cioè terroristiche) coperte dalle sue armi e che la grande maggioranza dei morti erano suoi “militanti” (cioè terroristi). Sono usciti i film, la foto, le dichiarazioni che non vi riproduco qui per evitare la saturazione. E allora perché la stampa, i politici e anche i papi non hanno voluto dire questa evidente verità? Anche qui io la mia idea ce l’ho, si chiama antisemitismo. Ma non ditelo ai giornalisti italiani, ai politici della sinistra, al Vaticano, al presidente francese e a tanti altri. Perché l’antisemitismo contemporaneo vuole sì comportarsi da antisemita, ma ne rifiuta con sdegno l’etichetta. E se mi permettete, questa è la stranezza più strana di tutte.

Il secondo pezzo che propongo è di Deborah Fait.

Siamo circondati: le parole di Gramellini e la ‘Terra Santa’ di papa Bergoglio
Commento di Deborah Fait

“Le parole della settimana”, conduttore Massimo Gramellini.
Domenica 20 maggio.
Ultimi 5 minuti della trasmissione.

Come dicevo, siamo circondati, non c’è giornalista, non esiste intellettuale che non condanni e denunci la perfidia di Israele che spara a raffica sui poveri angioletti palestinesi, quei giocherelloni che in fin dei conti lanciano solo qualche bombetta, distruggono la terra bruciando decine di migliaia di copertoni e fanno svolazzare degli aquiloni. Si è vero, gli aquiloni, che oltre ad essere disegnati con delle svastiche (simbolo di quello che è Hamas), sono adornati di bombe incendiarie, particolare insignificante di cui nessuno parla. Meno male che ogni tanto gli italiani sono, come dire, un po’ distratti dalle elezioni e dal totopremier. Se non avessimo questi pochi minuti di tregua, il linciaggio di Israele da parte di questi adoratori della religione della sinistra, il propalestinismo, ci bombarderebbe h24. Ho letto da qualche parte sul web che Enrico Mentana ha definito “imbecilli” tutti quelli che hanno protestato per le sue esternazioni alla radio, tipo definire i soldati di Israele “uomini armati con la stella di Davide” oppure che Israele è nata come premio di consolazione per la Shoah. Io ne ho scritto addirittura un articolo quindi faccio, orgogliosamente, parte degli imbecilli.
Quello che lascia interdetti di questi “grandi” della disinformazione è la boria che hanno, è il non saper chiedere scusa per gli errori, voluti o non voluti, che fanno. Quello di Mentana sulla Shoah e la conseguente nascita di Israele è una menzogna talmente madornale, smentita dalla storia, che il giornalista avrebbe dovuto sentirsi obbligato a chiedere umilmente scusa. Invece, per lui, siamo degli imbecilli! Grazie, altrettanto! Bene, continuando la lunga lista dei conduttori televisivi incapaci di vedere al di là dei loro nasi e di uscire dalla prigione mentale del filopalestinismo a tutti i costi, arriviamo a domenica 20 maggio con la trasmissione settimanale “Le parole della settimana” condotto da Massimo Gramellini. Programma noioso che personalmente non guardo mai ma che mi è stato segnalato da una gentile lettrice di informazionecorretta. Gramellini ha aspettato gli ultimi 5 minuti della trasmissione per tirare la sua sciabolata al cuore di Israele. E cosa poteva coinvolgere di più il pubblico se non la storia di una bambina palestinese morta, secondo lui e tanti altri, a causa dei lacrimogeni del cattivo Israele? Ma sentite come l’ha raccontata questo campione di tiralacrime targato RAI Radio Televisione Italiana. “La bambina era a casa, poi la mamma l’ha lasciata a uno zio per correre al confine dove si svolgevano gli scontri (è normale, vero, che una madre lasci a casa una neonata malata per andare a tirar bombe molotov contro Israele! Boh!). Siccome la bambina piangeva -continua il Gramellini con espressione funerea- lo zio l’ha presa ed è corso anche lui al confine dove la bambina ha respirato il gas dei lacrimogeni israeliani”
Dunque, come pare sia normale che una mamma lasci una figlia neonata e malata di cuore…. (secondo la versione israeliana…dice..quindi non credibile?) a casa con un parente per correre a fare la guerra, è altrettanto normale che questo zio prenda la bimba e corra anche lui sul luogo degli scontri? A questo punto mi chiedo come sia possibile che un giornalista, se dotato di senso critico, non si renda conto delle cazzate che dice. E poi, perché la bambina dovrebbe essere morta a causa dei lacrimogeni e non a causa del muro di fumo nero provocato da migliaia di copertoni bruciati che tutti hanno visto in Tv, Gramellini escluso? I medici palestinesi hanno parlato di gravi problemi al cuore, infine è uscita la verità, la morte è stata indotta per avere i soldi promessi da Hamas per ogni martire. Quale miglior martire di una bambina di otto mesi che tanto sarebbe comunque morta di suo? Insomma, un giornalista, anziché indignarsi per il cinismo e la barbarie di certi genitori, cosa fa? Espone alla vista di un pubblico pronto a bere ogni panzana purché contro Israele, una gigantografia stile caravaggesco, evidentemente manipolata con photoshop, nelle luci e negli abiti rosso fuoco della “supposta” mamma, definita “come una madonna” dal giornalista. “Passa differenza tra un numero e un essere umano” conclude Gramellini. Verissimo. La cosa strana è che quando vengono ammazzati bambini ebrei, sia in Israele che in Europa (ricordiamo i tre bambini della scuola ebraica di Tolosa ammazzati da Mohammad Merah con un colpo di pistola in testa), non ricevono nemmeno l’onore di essere nominati nei telegiornali.


Papa Bergoglio

Lasciamo Gramellini per finire con Papa Bergoglio che nell’omelia della messa di Pentecoste si è messo a citare gli Atti degli Apostoli in cui si parla di “una strada deserta, da Gerusalemme a Gaza” e ha aggiunto “Come suona doloroso questo nome. Lo Spirito Santo cambi i cuori e porti pace in Terra Santa”. Vorrei dire al Papa che pronunciare la parola Israele non gli dovrebbe procurare una sincope. Possibile che non ci riesca? Non vuole dirla a causa della sua evidente avversione per lo stato ebraico o per paura di offendere i suoi amici e fratelli musulmani? Israele, Bergoglio, si chiama Israele, non mi stancherò mai di dirglielo. Da più di un mese i terroristi di Gaza hanno attaccato Israele, non un’ immaginaria e inesistente terra santa. Non è una parolaccia, Bergoglio, è il nome di una nazione democratica che i suoi amici e fratelli musulmani vogliono eliminare dalla carta geografica. Si chiama Israele e io mi permetto di pretendere che lei rispetti quel nome.

Ogni tanto trovo in qualche blog citazioni di Gramellini presentate come profondissime perle di saggezza: a me sembrano regolarmente banalità al cubo, cazzatine degne di un bambino un po’ tonto di seconda elementare,  scemenze meno saporite di un martello da maniscalco, prodotte da un emerito coglione. Non mi ero sbagliata nel giudicare il soggetto. Quanto al signor Bergoglio, ormai non c’è più da sorprendersi di niente.
A Gerusalemme, comunque, alla faccia dei nemici che vivono di odio e sputano fiele a tempo pieno, dopo quella americana è stata inaugurata l’ambasciata del Paraguay.

barbara

SALVATI DA ISRAELE 3

E uno

Siria, Israele vs Iran: sono stati gli israeliani a bombardare la base T4*

Di Lucia Resta lunedì 16 aprile 2018

Lo scorso 9 aprile una base governativa siriana a Homs, la T4, nota anche com Tiyas, è stata attaccata da un raid aereo, ma il pentagono aveva smentito che si trattasse di un attacco americano. Oggi è arrivata la conferma che gli Usa, in questo caso, non c’entrano nulla, perché gli autori di quel bombardamento sono gli israeliani e lo avevano programmato dopo che a febbraio avevano neutralizzato un drone dell’Iran che era entrato dalla Siria.

Siria: bombardato aeroporto militare, accuse agli USA che negano tutto

L’agenzia siriana Sana parla di almeno 14 morti e accusa gli USA, che però rispediscono al mittente qualunque addebito: l’episodio a poche ore dal sospetto attacco chimico nella periferia orientale di Damasco

La notizia è stata diffusa dal New York Times che ha intervistato un alto ufficiale dell’esercito di Tel Aviv, del quale non rivela le generalità, ma che ha spiegato al giornalista Thomas L. Friedman, in un articolo intitolato “La vera prossima guerra in Siria: Iran vs Israele”:
“È la prima volta che colpiamo obiettivi iraniani operativi, sia persone che impianti. È stata aperta una nuova fase”
Quanto detto dalla fonte del New York Times, tuttavia, non è stato confermato dal governo israeliano, ma il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha detto che non permetteranno il consolidamento iraniano in Siria e non permetteranno neanche alla Russia di porre dei limiti alla loro attività per contrastare la presenza iraniana nel territorio siriano. Inoltre Lieberman ha accusato l’Iran di finanziare i “gruppi terroristici Hamas ed Hezbollah”.
Il portavoce del ministero degli esteri iraniano Bahram Qassemi ha replicato:
“Israele prima o poi la pagherà. Non può fare un’azione del genere e pensare di restare impunito, è un’aggressione illegale”
C’è da dire che Mosca, subito dopo l’attacco alla base T4, che è usata anche dagli aerei russi ed è una posizione strategica, aveva accusato proprio l’esercito israeliano, conoscendo la preoccupazione di Tel Aviv di arginare la presenza militare dell’Iran in Siria.
La convinzione degli israeliani è che le azioni militari di Teheran in Siria non siano realmente rivolte contro le forze dei ribelli, ma mirino a sfidare Israele.

* T4, dall’indirizzo berlinese Tiergarten 4 del relativo quartier generale, è la sigla delle azioni di “eutanasia”, vale a dire di sterminio, delle persone affette da handicap ad opera dei nazisti: non è grandioso che Israele abbia bombardato e distrutto un sito denominato T4?

E due

Un ‘misterioso’ bombardamento che fa sperare bene
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli, 01 maggio 2018

Cari amici,
l’altra notte una cosa importante è successa in Siria. “Qualcuno” cioè ha bombardato una serie di basi militari siriane, a quanto pare uccidendo una trentina di soldati, per lo più iraniani, fra cui a quanto pare anche un generale e provocando un’esplosione così potente da essere stata registrata dai sismometri come un piccolo terremoto di grado 2,4. Quel che è esploso con tanta forza, a quanto pare, non sono i missili o le bombe attaccanti, ma un deposito colpito, che conteneva un carico d’armi appena scaricato da un aereo iraniano. Ma forse oltre alle armi è saltata per aria una fabbrica sotterranea di missili balistici avanzati. Sembra che questa fabbrica fosse scavata dentro una montagna, il che fa pensare che l’attaccante disponga di armi molto avanzate e capaci di penetrare protezioni molto potenti. (https://www.jpost.com/Middle-East/Iranians-killed-in-alleged-Israeli-strike-on-military-site-in-Syria-553099)
Dico “sembra”,”forse”,”pare” perché tutti questi dati non sono confermati. Non si sa neanche ufficialmente chi sia quel “qualcuno” che ha colpito; all’inizio i giornali siriani parlavano di missili americani, poi hanno accusato Israele, che come sempre non ha confermato né smentito. Solo un ex capo dei servizi segreti ha detto: Ci sono due ipotesi, potrebbero essere stati gli americani, oppure qualcuno che non voglio nominare. In quest’ultimo caso, la tensione fra Israele e Iran è destinata ad aumentare”. (https://www.jpost.com/Arab-Israeli-Conflict/Former-intel-chief-Iranian-dead-in-Syria-blast-spells-looming-payback-553095)
Abbastanza chiaro, no? In sostanza quel che risulta è che c’è stato un altro stop israeliano al possesso militare della Siria che l’Iran sta cercando di stabilire come “autostrada” verso il mediterraneo e base d’attacco contro lo stato ebraico. Questo possesso si realizza con numerosi basi (ne trovate qui una mappa e alcune fotografie aeree: https://www.haaretz.com/middle-east-news/syria/israeli-satellite-images-reveal-iran-builds-military-base-near-syria-1.5863736, altre qui: https://www.timesofisrael.com/satellite-image-said-to-show-new-iran-base-near-syria/); spesso queste basi, per maggiore protezione, sono condivise con truppe russe (https://infos-israel.news/le-plus-grand-danger-actuel-pour-israel-en-plus-de-19-bases-en-syrie-liran-utilise-une-autre-base-russe-pour-transferer-ses-combattants/). Alcuni di questi impianti militari sono stati attaccati nel recente passato (soprattutto quello chiamato T4, deposito a quanto pare di armi chimiche e centro di controllo dei droni d’attacco iraniani). Il bombardamento dell’altra sera prosegue in questa linea.
Ma ci sono alcune differenze importanti. In primo luogo il tempo. L’attacco è successivo ad alcune minacciose comunicazioni russe. Vari esponenti del regime di Putin avevano diffidato Israele dal continuare a violare la sovranità siriana, avevano dichiarato che la Russia era decisa a consegnare ad Assad complessi di armi antiaeree avanzate, aggiungendo che se Israele avesse provato a distruggerle, le conseguenze sarebbero state “molto gravi”. Nei giorni scorsi inoltre a Mosca si è svolto un vertice dei ministri degli esteri russo, turco e iraniano per consolidare la spartizione delle zone di influenza sulla Siria. Israele ha ignorato gli ammonimenti e la suddivisione e ha continuato a mantenere la sua “linea rossa”: nessuna colonizzazione militare iraniana della Siria è accettabile. E’ da notare che l’attacco è avvenuto immediatamente dopo la visita del nuovo segretario di stato americano Pompeo e a quanto pare anche dopo una telefonata fra Netanyahu e Trump (https://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/245203).
La seconda differenza è ancora più significativa. La base T4 è nel centro della Siria, fra Homs e Damasco, a est del Libano. Le basi colpite l’altro ieri sono parecchio più a nord, una subito a sud di Homa, una addirittura vicino all’aeroporto di Aleppo. Questo vuol dire che sono a Nord del territorio libanese, dove la Siria arriva direttamente al mare. E’ la zona di origine degli alawiti (la setta sciita cui appartengono gli Assad, il loro ridotto). Una delle basi colpite è inoltre distante meno di cento chilometri, che per aerei da combattimento vogliono dire 5 minuti di volo) dal porto di Tartus, la principale base russa in Siria, difesa dall’ultima generazione degli armamenti antiaerei, gli SS4, e anche abbastanza vicino al confine turco per essere rilevabile dai radar di Erdogan. Chi ha colpito la Base di Homa o veniva dalla Giordania, come all’inizio hanno detto i siriani, e allora ha attraversato senza problemi l’intero spazio aereo della Siria, o più probabilmente ha colpito dal mare, sorvolando le difese russe. Il che significa che o i russi non hanno avuto modo di fermare l’attacco che è passato sopra di loro, il che evidenzierebbe una gravissima debolezza delle loro difese, o hanno deciso di non farlo, magari avvertiti da Israele secondo gli accordi stabiliti fra Putin e Netanyahu, contraddicendo dunque le loro affermazioni contro Israele.
Ancora: l’oggetto e il modo. Se davvero è stata colpita una fabbrica di missili situata in uno scavo sotto una montagna, questo giustifica l’allarme israeliano, ma insieme mostra una capacità di azione che non è affatto scontata e che minaccia gli impianti dell’armamento nucleare iraniano, protetti allo stesso modo. Il messaggio di Israele è fortemente dissuasivo e dice in sostanza: attenzione, noi siamo capaci di superare le vostre difese antiaeree e anche di distruggere gli impianti che ritenete più protetti. Le minacce di rappresaglia proferite dall’Iran dopo l’ultimo bombardamento alla base T4, abbastanza gravi da suscitare l’allarme dell’esercito americano (https://edition.cnn.com/2018/04/26/politics/us-surveillance-iran-syria/index.html) sarebbero dunque state ridicolizzate. Ciò ha provocato una notevole confusione nell’apparato militare iraniano, che prima ha ammesso e poi negato le perdite subite (https://www.timesofisrael.com/iran-denies-it-was-targeted-in-syria-strikes-claims-no-troops-killed), una negazione che è anche, nell’ottica mediorientale, un modo per sottrarsi all’obbligo di una rappresaglia impossibile.
Certamente questo è un momento di grande tensione in Medio Oriente. Ma è vero che la guerra si avvicina? Certamente la capacità di dissuasione israeliana è quel che impedisce un’aggressione iraniana. Ed episodi come quello dell’altra sera la rafforzano molto, allontanando quindi la possibilità di un conflitto

E tre

Lorenzo Vita – Mer, 09/05/2018 – 09:51

[…] Ma quello che conta è quanto avvenuto nelle ore immediatamente successive all’annuncio americano. Aerei da guerra israeliani hanno penetrato lo spazio aereo siriano bombardando una base a sud di Damasco, ritenuta un deposito di missili iraniani. Le fonti parlano di nove morti, tutti siriani, e non ci sarebbero conferme di uccisioni tra le fila delle Guardie rivoluzionarie. Fonti mediche siriane parlano invece di almeno due civili rimasti coinvolti nei raid. […]

E infine

quanto avvenuto nella notte fra il 9 e il 10 maggio: cinquanta basi iraniane in Siria distrutte, le capacità offensive dell’Iran pesantemente ridimensionate, oltre alla lezione impartita all’Iran, la stessa preannunciata da Netanyahu quasi tre mesi fa: “Non mettete alla prova la determinazione di Israele”; hanno voluto metterla alla prova, e si sono fatti male.

Naturalmente Israele ha fatto il PROPRIO interesse – e ci mancherebbe! – ma ricordiamo sempre che, come profeticamente diceva Ugo La Malfa, “la libertà dell’occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”. In passato ci hanno salvato le porte di Ratisbona, che hanno resistito, le porte di Vienna, che non hanno ceduto (a differenza di quelle di Costantinopoli che non avevano retto l’urto) e hanno per un lungo periodo fermato l’avanzata dell’orda islamica. Adesso siamo nelle mani di Gerusalemme: se cede Israele, saremo travolti tutti.

E ora, dopo tanta serietà, godiamoci questa gustosissima serie di barzellette.

Nuovo fallito attacco israeliano in Siria

Alessandro Lattanzio, 10/5/2018

Il 10 maggio, il Comando Generale dell’Esercito e delle Forze Armate dichiarava che l’Esercito Arabo Siriano aveva respinto l’ennesima aggressione israeliana, distruggendo il 70% dei 60 missili israeliani lanciati su 35 obiettivi nel territorio siriano, presso Damasco e Homs. 28 cacciabombardieri F-15 ed F-16 israeliani avevano partecipato all’attacco lanciando 60 missili, oltre ai 10 missili superficie-superficie sparati dal territorio israeliano contro la Siria meridionale. I missili israeliani colpivano un obiettivo presso Duma e un altro a Jamaraya, a sud di Damasco. “Respingendo l’attacco israeliano, la difesa aerea siriana abbatteva più della metà dei missili israeliani“, dichiarava il Ministero della Difesa russo. Il Comando dell’EAS confermava tre martiri e due feriti causati dall’aggressione israeliana, che colpiva una stazione radar e un deposito di munizioni. “Tali sfacciati attacchi portano solo ad altre vittorie nella lotta al terrorismo nei territori della Siria e al consolidamento della determinazione a continuare la difesa della Patria e a garantire la sicurezza dei cittadini“. L’esercito libanese dichiarava che 4 aerei da guerra israeliani avevano violato lo spazio aereo libanese nello stesso momento.

Il 9 maggio sera, il 137.mo Reggimento della 7.ma Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano sparava almeno 20 razzi dalla Siria meridionale contro posizioni dell’esercito israeliano sulle alture del Golan, distruggendo:
Il comando della 9900° brigata di confine
Il comando della 810° brigata di confine
Una base dello spionaggio elettronico
Il comando di una base per la guerra elettronica
Una struttura per telecomunicazioni
L’eliporto di Um Fahim
L’avamposto sul monte Hermon
Il comando dell’unità di montagna
Il radar dell’Iron Dome di Safad
Il sistema antimissile Iron Dome israeliano intercettava solo 4 dei 20 razzi lanciati sulle alture del Golan. L’attacco avveniva in risposta al bombardamento dell’esercito israeliano delle postazioni dell’Esercito Arabo Siriano e delle Forze di Difesa Nazionale a Tal Ahmar e Tal Qub, presso Qan Arnabah, nel governatorato di al-Qunaytra.
Tale attacco avveniva in un momento di notevoli successi politico-militari delle forze dell’Asse della Resistenza: l’Esercito Arabo Siriano (EAS) e Liwa al-Quds avanzavano tra i governatorati di Homs e Dayr al-Zur, liberando al-Tamah, 60 km a sud-ovest di Dayr al-Zur, scacciando lo SIIL da oltre 1500 kmq di territorio ad ovest di Dayr al-Zur. Inoltre, EAS ed NDF respingevano l’attacco dei terroristi su Madinat al-Baath, tra Hamidiya e Samadaniya, nonostante la simultanea aggressione israeliana. Infine, i servizi segreti iracheni arrestavano numerosi capi dello SIIL, tra cui Sadam Umar Husayn al-Jamal, mentre presso Irbil, sempre in Iraq, il PKK si scontrava con l’esercito turco a Sidiqan, eliminando molti soldati turchi.
Non va dimenticato il successo elettorale in Libano delle forze antimperialiste. Risultati definitivi delle elezioni parlamentari libanesi:
Hezbollah e Amal: 30 seggi
Alleati della Resistenza: 10
SSNP: 3
Marada: 3
FPM di Michel Aoun: 28 seggi

Forze filo-imperialiste
Futuro: 20
Forze libanesi: 14
PSP: 9
Azam: 4
Falange: 3
Indipendenti: 4

barbara

SOLO UN PICCOLO APPUNTO, SIGNOR MAHMUD ABBAS,

nom de guerre Abu Mazen, giusto per ricordare che lei è un uomo di pace.

Dal suo recente fluviale discorso al concilio nazionale palestinese: “Vi sfido a trovare un singolo incidente contro gli ebrei, solo perché erano ebrei, in 1.400 anni, in qualsiasi paese arabo.”

Cronologia delle principali persecuzioni subite dagli ebrei nei paesi arabi

  • 624- tribù ebraiche vengono sterminate da Maometto
  • 628- gli ebrei di Khaibar (Arabia Saudita) devono versare tributi altissimi e ogni ebreo che  compie 15 anni deve pagarlo.
  • 700- intere comunità ebraiche vengono massacrate dal re Idris I del Marocco.
  • 845- vengono promulgati in Iraq decreti per la distruzione delle sinagoghe.
  • 845-861- El Mutawakil ordina che gli ebrei portino un abito giallo, una corda al posto della cintura e delle pezze colorate sul petto e sulla schiena.
  • 900- col Patto di Omar gli ebrei vengono spegiativamente chiamati dhimmi. In base a tale Patto era proibito agli ebrei di costruire case più alte di quelle dei musulmani, salire a cavallo o su un mulo, bere vino, pregare a voce alta, pregare per i propri morti o seppellirli in modo da offendere i sentimenti dei musulmani. Dovevano portare abiti atti a distinguerli dai musulmani. Nasce qui e non in Europa il segno distintivo degli ebrei, e l’obbligo di portare pezze sugli abiti si diffonderà in tutti i paesi arabi
  • 1004- Il Cairo: gli ebrei sono costretti a portare legato al collo un piccolo vitello di legno e in seguito palle di legno del peso di tre chili.
  • 1006- Granada: massacro di ebrei.
  • 1033- Fez, Marocco: proclamata la caccia all’ebreo. 6000 ebrei massacrati.
  • 1147-1212- persecuzioni e massacri in tutto il nord Africa.
  • 1293- Egitto e Siria: distruzione delle sinagoghe.
  • 1301- i Mammelucchi costringono gli ebrei a portare un turbante giallo.
  • 1344- Distruzione delle sinagoghe in Iraq.
  • 6 giugno 1391, pogrom di Siviglia (ndb)
  • 1400- Pogrom in Marocco in seguito al quale si contano a Fez solo undici ebrei sopravvissuti.
  • 1428- vengono creati i ghetti (mellaha) in Marocco.
  • 1535- Gli ebrei della Tunisia vengono espulsi o massacrati.
  • 1650- Anche in Tunisia vengono creati i ghetti, qui si chiamano hara (in arabo significa merda )
  • 1676- distruzione delle sinagoghe nello Yemen.
  • 1776- vengono sterminati gli ebrei di Basra, Iraq.
  • 1785- massacri di ebrei in Libia.
  • 1790-92- distruzione delle comunità ebraiche in Marocco.
  • 1805-15-30- Sterminio degli ebrei di Algeri.
  • 1840- persecuzioni e massacri a Damasco.
  • 1864-1880- continui pogrom a Marrakesh
  • 1869- massacri di ebrei a Tunisi.
  • 1897- massacri di ebrei a Mostganem, Algeria.
  • 1912- pogrom a Fez.
  • 1929- massacro della comunità ebraica a Hebron e distrutta la sinagoga.
  • 1934-il governo iracheno vieta agli ebrei lo studio dell’ebraico.
  • 1936- In Iraq gli ebrei vengono esclusi dagli uffici pubblici e pogrom a Bagdad.
  • 1938-44- Persecuzioni a Damasco; gli assassini diventano cronici.
  • 1941- in concomitanza con la festa di Shavuot pogrom a Bagdad. E poi pogrom a Tripoli, ad Aleppo, ad Aden, al Cairo, ad Alessandria, a Damasco ecc. ecc.
    (da una ricerca di Deborah Fait)

Si prega cortesemente di osservare che quanto sopra esposto è tutto avvenuto rigorosamente PRIMA della nascita di Israele. Si prega di notare che queste sono le principali persecuzioni, non tutte le persecuzioni subite dagli ebrei nei Paesi arabi. Si prega di notare che l’islam, religione di pace, è nata nel 622: il primo massacro di ebrei è del 624.
E ancora una considerazione: quasi tutta l’area invasa e occupata, arabizzata e islamizzata dalle orde di Maometto in espansione dalla penisola araba, era in gran parte cristiana, oltre che ebraica; oggi i cristiani in tutto il Medio Oriente e in tutto il nord Africa sono sparuta minoranza, oppressa, perseguitata, massacrata, in costante diminuzione. Quello che mi chiedo è: come mai a nessun cristiano è venuto in mente di stilare un elenco analogo a questo sulle persecuzioni subite dai cristiani nel mondo arabizzato e islamizzato, sulle stragi, sulle sparizioni di intere comunità? A Betlemme, quando era sotto la spietata occupazione israeliana, fascista razzista colonialista praticante apartheid, i cristiani erano il 60%: oggi sono meno del 12%: perché nessuno ne parla? D’accordo che essere cristiani non è di moda, ma è possibile che i massacri di esseri umani, la sparizione di intere comunità di esseri umani sterminati per l’unica colpa della loro fede religiosa non interessi a nessuno?
Qui un altro po’ di cose.

barbara

CHI HA DIRITTO AL 25 APRILE

Cari amici,
ieri sono stato a una piccola manifestazione che si è svolta in piazza Sana Babila a Milano, luogo un tempo considerato casa loro dai neofascisti neri e da qualche anno punto di ritrovo dei neofascisti neri rossi bianchi e verdi (per chi non capisce l’allusione, sono i colori della bandiera palestinista) per contestare la presenza ebraica alla manifestazione del 25 aprile. Il presidio è stato proposto dal deputato europeo di Forza Italia Stefano Maullu ma vi hanno partecipato soprattutto esponenti della comunità ebraica milanese e delle associazioni di amicizia con Israele. L’iniziativa è stata resa necessaria da un appello di organizzazioni palestiniste contro “la presenza sionista al corteo” (https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/25-aprile-palestina-1.3842371). E’ una pagliacciata che si ripete da qualche anno a tutte le feste della Liberazione, non solo a Milano, che questa volta sembra più organizzata e pericolosa. Tanto che a Milano, a differenza da quel che è accaduto a Roma negli anni scorsi, l’Anpi si è affrettata a condannare la provocazione.
Io non credo che ci saranno incidenti, per la vigilanza delle forze democratiche e soprattutto della polizia e anche perché l’assalto al corteo del 25 aprile da parte di sostenitori del terrorismo palestinese, magari guidati da avanzi di galera del terrorismo italiano degli anni Settanta, com’è successo l’anno scorso, sarebbe uno scandalo troppo grosso. Ma comunque vale la pena di riassumere qui un paio di argomenti cruciali su questo problema:

  1. GLI EBREI hanno tutto il diritto di stare in un corteo che festeggia la caduta del fascismo. Perseguitati dal fascismo ben prima dell’invasione nazista (le leggi razziste che fecero perdere agli ebrei italiani lavoro, scuola, proprietà ecc. sono del ‘38), internati, consegnati ai tedeschi per inviarli ai campi della morte, gli ebrei parteciparono alla Resistenza in proporzione molto maggiore del resto della popolazione e con rischio assai più grande. Per i clandestini, gli internati, i carcerati ebrei il 25 aprile 1945 fu letteralmente il momento che li riportò alla vita dall’anticamera della morte – almeno per quelli che non erano già stati trovati e sterminati. Chi più di noi ha diritto di festeggiare questa data? Chi più di noi ha l’antifascismo come matrice esistenziale?
  2. IL SIONISMO, movimento proibito e perseguitato dal fascismo e dal nazismo ha sempre avuto una organizzazione democratica e pluralista al suo interno, ha organizzato la lotta contro il nazismo del popolo ebraico, sospendendo anche in Israele la resistenza al colonialismo inglese per non ostacolare la guerra. L’antinazismo è radicato nel DNA del sionismo, dalla rivolta del ghetto di Varsavia ai partigiani come Primo Levi e tanti altri fino alla Brigata Ebraica.
  3. LA BRIGATA EBRAICA. Una delle prove di questa scelta è il reclutamento di un’intera brigata di volontari per l’esercito britannico, che fu curata dall’Agenzia Ebraica, l’organo esecutivo del sionismo. E’ un progetto formulato nel ‘39, all’inizio della guerra, che dovette superare fortissime resistenze nel governo e nello stato maggiore britannico e che quindi divenne operativo solo nel ‘44-’45. Ma la Brigata Ebraica combatté effettivamente contro i nazisti proprio sul fronte italiano, risalendo il versante adriatico fino alla pianura padana. Gli ebrei e i sionisti furono parte, con questa brigata della grande alleanza dei popoli contro il nazifascismo.
  4. I PALESTINESI. Anche se è improprio chiamare per gli anni ‘40 con questo nome gli arabi che oggi vogliono chiamarsi così, [fino al 1948 erano chiamati palestinesi gli ebrei che vivevano in quell’area, ndb] vale la pena di chiedersi: loro e i loro alleati nazionalisti arabi, da che parte stavano allora? La risposta è semplice: erano compattamente dalla parte dei nazifascisti. Il caso tipico e tante volte commentato è quello del Muftì di Gerusalemme Amin al-Ḥusaynī, il quale non contento di aver guidato stragi antiebraiche in terra di Israele e in Mesopotamia, nel 1941 si rifugiò in Italia (accolto con grandi onori da Mussolini) e poi in Germania dove fu ospite onorato di Hitler, amico personale di Himmler e consulente di Eichmann per la soluzione finale della questione ebraica e capo di una divisione di SS musulmane (trovate qui un riassunto delle sue imprese: https://it.wikipedia.org/wiki/Amin_al-Husseini).

Dunque: i fondatori del palestinismo si arruolarono con le SS, gli esponenti del sionismo con l’esercito britannico e nella Resistenza. Chi ha diritto di stare in una manifestazione che ricorda la vittoria degli alleati e del movimento partigiano contro i nazifascisti? Purtroppo l’antisemitismo che fu dei nazisti è riaffiorato abbondantemente anche a sinistra e l’odio per Israele dei centri sociali è identico a quello dei neofascisti. Esso si esprime nella orribile retorica negazionista per cui Israele farebbe ai palestinesi quello che i nazisti hanno fatto agli ebrei. E’ un’immensa menzogna, i cittadini arabi hanno in Israele gli stessi diritti degli ebrei e nei territori contesi Israele si limita a impedire il terrorismo.

Ma il punto non è questo. In una manifestazione che ricorda la sconfitta del nazismo ha posto chi fece la resistenza e la guerra contro Hitler e Mussolini, non chi li appoggiava allora. E soprattutto non chi ancora oggi usa i loro simboli. Avete visto le fotografie e i video con la svastica fatta sventolare a Gaza insieme alle bandiere palestinesi?
fumo
Gli aquiloni che cercano di incendiare e bombardare le terre israeliane, con scarso successo, ma decorati ancora con la svastica?
aquisvastica 1
aquisvastica 2
I palestinisti erano filonazisti E LO SONO ANCORA esplicitamente, spudoratamente. Non c’è posto per loro in qualunque situazione, organizzazione o manifestazione che voglia essere antifascista.

Ugo Volli, su Informazione corretta, 23/04/2018

Di mio aggiungo solo il ricordo di quando, a una manifestazione del 25 aprile a Roma, Piero Terracina
25aprile2008b
25aprile2008 Terracina
– arrestato all’età di quindici anni su segnalazione di un delatore, deportato ad Auschwitz insieme ai genitori, la sorella, i fratelli, uno zio e un nonno, nessuno dei quali sopravvisse – si sentì urlare ripetutamente “assassino” (mentre quest’anno, invece…).

barbara

AGGIORNAMENTO: mi è venuto in mente che in archivio ho questo:
anac
Poi magari potresti anche leggere qui.

E UN ALTRO BUON COMPLEANNO

glielo faccio dire da Ugo Volli

Israele compie settant’anni. E’ lo spazio di una vita, lo capisco bene, perché è anche (quasi) la mia età. O se volete, sono tre generazioni, un nonno immigrato qui negli anni quaranta o cinquanta in fuga dalle ceneri dell’Europa, un figlio che ha fatto tutta la sua vita in Israele, attraversando l’epoca socialista dei kibbutzim e del sindacato onnipotente e poi la liberalizzazione, l’egemonia laburista e la sua crisi, l’illusione ubriacante e irrazionali dei progetti di pace e i sobri calcoli che sono seguiti, fino alla start-up nation e al benessere diffuso di oggi, frutto soprattutto di trent’anni di egemonia del centrodestra. E un nipote, che magari parla ancora in casa la lingua del nonno o piuttosto quelle dei nonni, perché le famiglie spesso incrociano immigrazioni assai diverse; ma è completamente israeliano, ha fatto il servizio militare e l’università, non capisce proprio quel continente in decadenza e masochista dove noi ci ostiniamo a soggiornare.
Israele compie settant’anni, ha quasi nove milioni di abitanti, quasi l’ottanta per cento di ebrei e il venti per cento di arabi delle diverse religioni; ha un reddito pro capite che sta superando quello di paesi come l’Italia e la Francia, alcune delle migliori università del mondo, una ricerca e sviluppo che ne fa uno dei paesi più dinamici del panorama mondiali, una rete di relazioni economiche e di difesa molto vasta che non risente più che tanto del teatrino dell’Onu, è difeso da uno degli eserciti più forti e motivati del mondo.
Ma soprattutto è gestito da un governo competente e attivo che si sforza di districare i tanti conflitti e vincoli che vengono dalla storia del paese: cerca cioè di mantenere la lealtà dei suoi cittadini arabi, che vedono chiaramente il loro interesse in questo stato, ma talvolta si fanno tentare dalla retorica palestinista; di recuperare a ruoli più produttivi la minoranza religiosa più conservatrice, la quale solo in parte è davvero antisionista, e che certamente ha il pregio di mantenere e sviluppare la tradizione religiosa e quindi culturale dell’ebraismo, ma che per lo più è intrappolato in costumi sociali e perfino in abbigliamenti iperconservativi, che sono solo i gusci caduchi della sua fede; e cerca di sciogliere la presa paralizzante che esercita classe burocratica, intellettuale e mediatica con una mentalità anch’essa conservatrice e misogina, anche se essa non si riferisce all’Europa Orientale dell’Ottocento ma allo stesso Israele dei decenni successivi all’uscita di scena di Ben Gurion, quando il socialismo avviluppava ancora la società, la Corte Suprema si arrogava poteri di controllo sul Parlamento, approfittando della mancanza di una costituzione e soprattutto la retorica della pace non aveva ancora affrontato la prova dei fatti. Ma nonostante la resistenza di intellettuali e giornalisti e giudici e politici di sinistra, oggi Israele è il paese che gioca meglio le sue carte nel mondo, che è riuscito a rendere insignificanti i tentativi palestinisti di distruzione e sa muoversi con sofisticata abilità, coraggio e prudenza nel difficilissimo ambiente mediorientale. Tutti questi risultati, per quanto riguarda gli ultimi quindici anni hanno un nome e un cognome, Bibi Netanyahu, che invano opposizione, interventi stranieri, stampa e inquirenti prevenuti cercano di abbattere.
C’è dunque ragione di festeggiare e noi siamo qui per questo, il Giorno dell’Indipendenza è una grande festa popolare con musica e balli in piazza, fuochi d’artificio, cerimonie e divertimento. Ma non bisogna dimenticare che tutto questo ha avuto un costo enorme. Per questo si è deciso di anteporre alla festa il lutto per i ventitremila militari morti per la libertà di Israele (solo nell’ultimo anno sono stati 71), i moltissimi feriti e per le vittime del terrorismo: se oggi si fa festa ieri si piangeva, letteralmente, con visite ai cimiteri, cerimonie militari, la memoria di chi non c’è più ed è ricordato dalla grande famiglia di Israele. Ma la storia che ci ha portato qui è molto più vasta: solo la settimana scorsa c’è stata la sentitissima giornata del ricordo per le vittime della Shoah e l’eroismo di chi vi si è ribellato, nei ghetti, nei campi, nella Brigata Ebraica, nella Resistenza Europea. E allargando ancora il campo, la storia ha voluto che questa festa cadesse (nel sistema di datazione ebraico) sempre fa la Pasqua ebraica (che ricorda il primo tentativo di genocidio e la prima fuga verso uno Stato ebraico costruito su queste terre trentacinque secoli fa, e il momento in cui si ricorda la morte in massa degli allievi di uno dei maestri più importanti del Talmud, Rabbi Akivà: morti per un’epidemia, forse, per motivi morali o soprannaturali, a quanto dicono alcune interpretazioni tradizionali; ma più probabilmente caduti in quella rivolta contro i romani che si svolse nel 132 della nostra epoca e riuscì per tre anni anche a liberare Gerusalemme, ma poi si concluse nella sconfitta più totale di fronte alla macchina da guerra romana e fu davvero l’ultimo eroico tentativo di libertà per il popolo ebraico, schiavizzato e disperso, spesso massacrato, per i successivi diciotto secoli. Il capo della rivolta era un abile guerrigliero ricordato col nome di Bar Kochba, figlio della stella, ma il leader spirituale era Rabbi Akivà, e probabilmente i suoi discepoli furono sterminati con buona parte del popolo in quel disperato tentativo di resistenza.
Ecco, non si può mai parlare di ebraismo e di Israele senza tornare al grande respiro storico, a una memoria teologico-politica. E dunque anche la festa dell’Indipendenza non ha solo carattere militare o (di più) popolare, ma è anche un contatto con l’identità, la radice profonda di un popolo che sente profondamente di avere un’eredità e un destino storico da trasmettere ed osservare, dunque la responsabilità collettiva di mantenere accesa la fiammella trasmessa nei secoli. Chi non capisce questo è fuori dal popolo ebraico. Venire qui, partecipare alla festa, vuol dire testimoniare di questa continuità e della sua forza creativa. Tanti auguri, Israele! (Informazione Corretta)

E ora godiamoci un po’ del meraviglioso sole di Israele.

barbara

EST EUROPA

A proposito delle elezioni in Ungheria e di alcune altre cose di quelle parti che tanto fanno inorridire le anime belle delle nostre parti.

I popoli dei paesi est europei sanno cosa vuol dire subire una invasione straniera. Sanno cosa significa vedere distrutta la propria cultura, irrise le proprie tradizioni, disgregata la propria società civile. Polacchi ed ungheresi, Cechi e slovacchi sanno cosa si cela davvero dietro a parole come “progresso” o “uguaglianza”, dolcemente sussurrate dai loro aguzzini. E ricordano che tanti occidentali “progressisti”, o i loro padri, che oggi li invitano ad “non costruire muri”, hanno ieri applaudito i carri sovietici a Praga e a Budapest, o la repressione brutale degli operai polacchi.
Per questo difendono la propria autonomia, senza se e senza ma. E se ne fregano delle condanne, degli strilli e degli strepiti di tutti i finti buoni del mondo.
Giovanni Bernardini

Sono fascisti? Sì, può darsi. Ma, come ha ricordato qualche tempo fa Ugo Volli, la storia ci insegna che i fascismi e i nazismi passano, l’islam no. E se solo i fascismi sono disposti a combattere l’islam – cosa dico combattere, ad accorgersi, semplicemente accorgersi che c’è un pericolo islam che ci sovrasta – non ci viene lasciata alternativa.

barbara

ABBIAMO GIÀ DATO

Cercate di capirci, abbiamo già dato

Cari Amici,
è chiaro che di nuovo – come in tante altre situazioni di pericolo per Israele – c’è una larga differenza fra quel che pensano e che sentono gli amici di Israele e in particolare gli ebrei (salvo pochissimi traditori, personaggi cioè che il popolo ebraico detesta e disprezza) e il modo in cui i media stanno orientando l’opinione pubblica. Ignorando i traditori e gli antisemiti più o meno consapevoli e dichiarati che sono venuti allo scoperto in questa circostanza, vorrei cercare di spiegare a chi onestamente non capisce le azioni di Israele che cosa sta succedendo a Gaza.
Lo faccio in maniera estremamente sommaria, accennando solo a due punti. Il primo è questo. Hamas, un’organizzazione considerata terrorista da moltissimi paesi (non solo gli Usa da ben prima di Trump e quasi tutti i paesi occidentali, ma anche molti stati arabi), ha lanciato un mese e mezzo di mobilitazione, chiamata “marcia del ritorno”, con lo scopo esplicito di abbattere i confini di Israele e di impadronirsi del suo territorio.
Spesso ha dichiarato di voler sterminare tutti i “sionisti” o i “coloni”- parole in codice per dire ebrei. Che il senso delle manifestazioni fosse questo, lo hanno dichiarato in maniera chiarissima il suo capo politico Yihya Sinwar: http://www.jpost.com/Breaking-News/Hamas-chief-We-will-remove-the-borders-and-implement-the-right-of-return-549053  ed altri dirigenti (https://twitter.com/twitter/statuses/982520058411978752) .
Ora, non c’è Stato senza controllo del territorio. Non si tratta solo dei confini, che vengono difesi da tutti (pensate allo sdegno recente per l’”irruzione” della Gendarmeria francese a Bardonecchia), ma anche di porzioni di territorio che vengono chiuse. Negli ultimi anni, ogni volta che ci sono state iniziative politiche internazionali sono state difese da “zone rosse”, difese militarmente dagli stati organizzatori. Nessuno del resto lascia la propria casa aperta a chi pensa di prendersela per sé. Le città nascono stabilendo i propri inviolabili confini, come Plutarco e Livio raccontano di Roma. Perché proprio Israele non dovrebbe difendere i suoi confini?
Anche se la “marcia del ritorno” fosse stata una manifestazione pacifica (ma non lo era, ve ne sono infinite prove fotografiche e testuali, a partire dal nome), Israele aveva diritto di impedire lo sconfinamento, con gli ostacoli e le barriere che ci sono sempre e che sempre Hamas cerca di violare con tunnel, missili e incursioni varie; e se queste erano minacciate, per esempio tagliando la rete di protezione come hanno ripetutamente cercato di fare i terroristi durante gli scontri, anche con le armi.
E’ un fatto comunissimo: avvicinatevi a una qualunque zona militare, anche a una caserma dei carabinieri nella pacifica Italia, e trovate dei cartelli che vi avvertono della possibilità di una difesa armata. Cercate di superare un confine vero (ormai l’Italia non ne ha più, ma cercate di entrare in Russia dall’Ucraina o in Turchia dalla Grecia o dall’Armenia) e vi spareranno a vista.
Israele si è difeso in maniera molto selettiva, individuando i caporioni (guarda caso, tutti giovani maschi appartenenti a organizzazioni terroristiche).
Perché non avrebbe dovuto farlo? Quali erano le alternative? Mezzi di controllo delle sommosse come gas lacrimogeni sono stati largamente usati, ma sono inutili contro organizzazioni militari attrezzate come quelle che hanno attaccato il confine, preparando anche una copertura fumogena, come nelle guerre vere e proprie: un vero e proprio stupro ecologico, contro cui aspetto ancora di sentire una protesta ambientalista.
Ecco, questo è il primo punto: negando a Israele il diritto di difendersi, lo si discrimina rispetto a tutti gli altri stati e lo si mette in pericolo, incoraggiando i suoi nemici, che continuano a pianificare la sua distruzione (https://www.aljazeera.com/news/2018/04/khamenei-big-mistake-negotiate-israel-180405125637407.html )
L’Europa ancora una volta si allinea o fa finta di non sentire, vedendo solo le indubbie durezze di una guerra di difesa. Il che fa sì che gli ebrei si indignino dell’indignazione europea. Ma c’è una seconda ragione, più specifica. Se ogni stato ha il diritto e il dovere di difendere i propri confini per tutelare i propri cittadini, uno stato ebraico non può non sentire questo dovere con intensità molto maggiore. La memoria storica degli ebrei ha impressa a lettere di fuoco l’esperienza di quel che accade quando una folla ostile sfonda le difese ed entra nelle loro case. Dai visigoti cristiani agli almoravidi musulmani in Spagna, dalle stragi compiute da Maometto in persona contro gli ebrei dell’Arabia a quelle dei crociati, dai processi dell’Inquisizione ai pogrom in Polonia e in Russia, dalla Shoah alla caccia agli ebrei nei paesi arabi nel secolo scorso, il popolo ebraico si è trovato sempre vittima di lutti e distruzioni infinite, disarmato, senza avere modo di difendersi mai perché privo di uno stato, dovendo solo confidare nella pietà o nell’interesse di chi poteva fermare gli assassini e quasi sempre non lo faceva.
La fondazione dello stato di Israele ha prima di tutto il senso di prendere il destino nelle proprie mani, di potersi difendere. Esattamente questo significa per noi “mai più Auschwitz”. Non possiamo credere, oggi come nel Medioevo, a una protezione internazionale. L’esperienza ha mostrato che in ogni momento di debolezza di Israele le potenze del mondo (e in primo luogo l’Europa) non l’hanno voluto difendere. E hanno mostrato anche che i “poveri palestinesi” sono ben decisi ad ammazzare più ebrei che possono, appena ne hanno la possibilità.
Rinunciare a difendere i confini vorrebbe dire tornare ad Auschwitz.
Auschwitz è ciò che l’Europa, che a suo tempo collaborò volonterosamente coi nazisti, la Chiesa, che non fece quasi nulla per impedire la strage, la sinistra (che cercò per decenni di occultarne il senso antisemita) vorrebbero oggi di nuovo dagli ebrei.
L’odio anti-israeliano gratuito dell’Europa, della Chiesa, della sinistra in generale, esibisce una coazione a ripetere che non può che far dubitare della natura umana – o della cultura occidentale. Non faccio fatica a immaginare con quanta commozione ci commisererebbero fra cinquant’anni, se seguissimo i loro buoni consigli umanisti: con giornate della memoria, musei e commoventi rievocazioni della nostra cultura. E’ un vero peccato dover deludere queste così nobili aspettative. Noi ebrei non abbiamo la minima intenzione di farci commemorare un’altra volta, non siamo disposti a farci sterminare di nuovo dai palestinisti, dagli iraniani o da chiunque altro. Ci difendiamo. Anche a costo di non mostrare la moralità delle vittime che così volentieri ci viene riconosciuta, magari dagli eredi dei carnefici o dei loro aiutanti.
Se qualcuno, armato di mitra o di coltello, magari sbandierando una svastica, cerca di entrare a casa nostra per tagliarci la gola, ci difendiamo.
E continueremo a farlo, alla faccia degli appelli del Papa, del Segretario delle Nazioni unite o degli editorialisti dei quotidiani di provincia che continuano a farci la lezione. Se disgraziatamente dovesse servire, lo faremo fino all’ultimo uomo (a parte i traditori infettati dall’ideologia di sinistra, che per fortuna sono pochissimi). Ci spiace di non darvi soddisfazione, di non poter fare i bravi ragazzi, come piacerebbe a voi. Cercate di capirci, abbiamo già dato.
Ugo Volli, su Informazione Corretta

Naturalmente sappiamo benissimo che “cercate di capirci” è un modo di dire, per dare una chiusa elegante e “rotonda” al pezzo. Sappiamo benissimo che “quelli” non ci pensano neanche di striscio a cercare di capire, non ci pensano neanche di striscio a cercare informazioni diverse dalle veline della propaganda filo terrorista. Ce ne faremo una ragione. E continueremo a difenderci, perché dopotutto, come diceva Golda Meir, “preferisco le vostre critiche alle vostre condoglianze”.
lining up
E ciò che non hanno potuto fare loro ieri, oggi, fortunatamente, lo possono fare, e lo fanno, i loro nipoti.

barbara

NOI SOTTOSCRITTI VAURO BOLDRINI ECCETERA

Noi sottoscritti Vauro, Boldrini, Papa Francesco, insieme con i giornalisti dell’Ansa, ci impegniamo a commemorare gli ebrei e a rispettarne la memoria

A noi gli ebrei piacciono così.
Ci piacciono dietro i cartelli ‘il lavoro rende liberi’, con addosso solo la pelle.
Ci piacciono mucchi di cadaveri esposti alla neve e al vento finché qualcuno verrà a fotografarli per dire che sì, è stato davvero.
A noi gli ebrei piacciono con gli sguardi impauriti in bianco e nero, esseri indifesi portati alla morte davanti ai sorrisi degli indifferenti.
Ci piace commemorarli questi ebrei, ci piace aprire musei con i loro oggetti rituali conservati a dovere.
A noi gli ebrei piacciono quando stanno zitti, quando viene tolto loro il diritto di parola. Ci piacciono quando i fucili sono puntati verso di loro. Ci piacciono prostrati a terra, espropriati, espatriati, deportati, massacrati. Ci piace averne pena.
Invece questi ebrei hanno alzato la cresta.
Osano impugnare le armi per difendere la loro terra, quel fazzoletto che l’Onu ha pensato di concedere loro come rifugio dopo che sei milioni di loro erano stati trucidati nei nostri stati, nel nostro continente, nel nostro mondo, con l’aiuto della nostro silenzio e della nostra indifferenza.
Parlano, discutono, controbattono persino, questi discendenti di Abramo.
Hanno addestrato i loro figli a non farsi più portare come bestie al macello.
Hanno insegnato il diritto alla vita anche degli ebrei, nonostante gli sia stato negato per secoli e secoli.
Ma chi si credono di essere per definire terrorista chi imbraccia mitragliatrici per falciarli nei bar, nei ristoranti, chi si imbottisce di tritolo e di chiodi per continuare il lavoro dell’inquisizione, dei progrom, dei nazisti?
Questi ebrei così presuntuosi da arrogarsi il diritto di vivere nel proprio stato.
Rinuncino a quelle terre contese e vengano da noi.
Non possiamo certo assicurare loro una vita serena, magari permetteremo pure che li uccidano ogni tanto davanti alle loro scuole, chiuderemo gli occhi davanti alle loro nonne pugnalate in casa , ai loro giovani uccisi mentre fanno la spesa.
Ma noi, noi idealisti, pacifisti, noi sottoscritti
Papa,
Vauro,
Boldrini,
Erdogan,
giornalisti dell’Ansa.
Noi, gli ebrei, li commemoreremo sempre con estremo rispetto.
Noi per gli ebrei avremo un occhio così di riguardo, ci concentreremo così tanto su di loro, da dimenticare le stragi di siriani, di curdi, ci focalizzeremo così tanto sul popolo ebraico da concedere a Erdogan la parola sui diritti dell’uomo mentre li starà lui stesso violando dietro a casa nostra.
Dedicheremo in ricordo degli ebrei una targa, un giardino, un bell’articolo una volta all’anno, delle pietre d’inciampo, una vignetta satirica.
Né dal tuo miele né dal tuo pungiglione, disse Giacobbe a Esaù quando si ritrovarono dopo molti anni.
Shalom, chi usa la parola pace, chi ci crede davvero, deve essere shalem, intero, coerente.
Pretendete dagli altri ciò che pretendete dagli ebrei.
Applicate gli stessi criteri umanitari, la stessa etica e la stessa morale a tutta l’umanità, ebrei e non ebrei, in maniera obiettivamente indistinta.
Allora ci sarà Shalom davvero.

Gheula Canarutto Nemni, qui (andateci, così date un’occhiata anche ai ritagli di giornale, casomai ve ne fosse sfuggito qualcuno).

Non c’è niente da fare: come sa dire le cose Gheula, non le sa dire nessuno. In più di un’occasione mi è capitato di dire che tutta questa bella gente ama talmente commemorare la Shoah, da sostenere con tutte le proprie forze chi sta cercando di metterli in condizione di poterne un giorno commemorare due. Quello che dice Gheula non è poi molto diverso, però lo dice in maniera molto più raffinata, articolata, argomentata. Grazie, amica carissima.

PS: simpatica la Boldrini, che considera un diritto un atto di guerra a tutti gli effetti quale lo sfondamento di un confine di stato e la penetrazione armata in tale stato.

Poi però bisogna assolutamente leggere anche Niram Ferretti e naturalmente Ugo Volli. E guai a voi se vi azzardate a non farlo.

barbara