SHUK CARMEL (11/14)

A Tel Aviv siamo arrivati la penultima sera di viaggio, e prima di cena siamo scesi in spiaggia per aprire una bottiglia che ci era stata regalata e brindare al nostro viaggio alla meravigliosa luce del tramonto – ma io sono anche andata a inzuppare i piedi, perché avere un mare davanti e non entrarci non esiste proprio. E siccome ero appunto occupata a inzuppare i piedi, non ho fotografato il tramonto; se volete averne un’idea, trovate qualcosa qui, nel mio primo viaggio in Israele, quello in cui ho attraversato tutto il Paese da nord a sud e da est a ovest con entrambe le zampe rotte.
La mattina successiva, l’ultima da trascorrere in Israele, era dedicata alle visite, ma giusto in quel momento il mio apparato digerente ha pensato bene di scatenare un bel terremoto, sicché, visto che ne avevo la possibilità, sono rimasta in albergo, raggiungendo il gruppo solo a mezzogiorno. Per la vostra gioia, tuttavia, il breve tempo fra il mio arrivo in città e il momento di riprendere l’autobus per andare all’aeroporto, è stato sufficiente a fare un giro al shuk Carmel e fotografare questa donna drusa (si riconosce dal velo bianco delicatamente adagiato sul capo e sulle spalle) che prepara la pita: prepara l’impasto,
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lo stende, come i migliori pizzaioli, facendolo roteare e volteggiare in aria;
SC 2
SC 3
quando la sottile sfoglia è pronta, la adagia su questo cuscino
SC 4
per poi con questo rovesciarla sulla piastra ben distesa, senza pieghe o accartocciamenti.
SC 5
E poi vi ho fotografato le caramelle.
SC 6
Sì, a Tel Aviv i pavimenti sono storti. E anche le pareti. E anche i soffitti. E anche gli scaffali delle caramelle, che però non cadono giù perché sono caramelle magiche. Qualche compagno di viaggio ha fatto foto migliori di questa, delle caramelle, ma questa è la mia e quindi vale più di tutte, ecco.

barbara

 

ISRAELE DIECI (17)

Le penultime cose

Beit Shean

Antichissimo insediamento menzionato già nel XV secolo avanti era volgare. Non l’ho visitata perché lo avevo già fatto in un viaggio precedente e ho preferito risparmiare le mie scarse forze, ma siccome vi voglio bene vi ho fatto qualche foto dall’alto (chi desiderasse notizie più approfondite, si rivolga a san Google).
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Le case di Tel Aviv

Ad un certo punto, nel corso dello sviluppo della città, si è presentato il problema delle vecchie costruzioni: impensabile demolirle, rappresentando una parte della storia della città, restaurarle era costosissimo, che fare dunque? La soluzione trovata è stata questa: a chi chiedeva l’autorizzazione a costruire un grattacielo, veniva concesso il permesso di costruire due piani in più a condizione che si incaricasse del restauro di una casa storica. Ed è così che a Tel Aviv abbondano immagini come queste, di case antiche accando a modernissimi colossi.
ta-1
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barbara

RAMADAN

Che come tutti sapete, è una ricorrenza religiosa islamica. Lo sapete come si celebra? No? Allora ve lo spiego io. Si prendono due baldi giovani,
terroristi Sarona
cugini tra loro, così sono meglio affiatati; poi i due si travestono da ebrei ortodossi, vanno in un affollato mercato di Tel Aviv e attaccano a sparare all’impazzata sulla gente seduta a mangiare:
attentato Sarona
quattro morti e vari feriti, quattro dei quali in condizioni critiche. Uno dei terroristi viene arrestato, l’altro rimane ferito. E quei coglioni degli israeliani (sì: coglioni coglioni coglioni), lo operano,
terrorista operato
mentre a Tulkarem i correligionari dei due eroi festeggiano la felice riuscita della mattanza con la consueta distribuzione di dolci.
festa x attentato Sarona
Il video che riprende l’attentato si trova qui, chi se la sente lo guardi. È in ogni caso di qualche conforto contemplare questa immagine del terrorista arrestato.
terrorista catturato
POST SCRIPTUM: non so se mi sarà possibile partecipare al viaggio di settembre, ma se lo farò, il 28 settembre sarò esattamente lì. E lì mangerò. Perché col piffero che ci lasciamo intimidire.

barbara

ISRAELE DIECI (3)

Il museo del Palmach

Se la parola museo vi evoca immagini di stanze con vetrine e bacheche e oggetti esposti con la giusta illuminazione, cancellate la parola museo, e inventatene un’altra, perché quella non è adatta. La visita a questo “museo” in realtà non è una visita, bensì un’esperienza di vita. Ma prima di raccontare l’esperienza, due parole sul Palmach, che forse non tutti conoscono.
Abbreviazione di Plugot machatz (compagnie d’attacco), fu fondato dall’esercito britannico il 15 maggio 1941 per aiutare i britannici a difendere il territorio del mandato dai nazisti; dopo la vittoria di El Alamein, ritenendo di non averne più bisogno, la Gran Bretagna ne ordinò lo smantellamento, ma il Palmach continuò a operare clandestinamente. Venendo a mancare i finanziamenti britannici, i soldati del Palmach trovarono il modo di autofinanziarsi lavorando nei kibbutzim: parte del tempo lavoravano, ricevendo in cambio vitto, alloggio e armamento, e parte si addestravano. Tale addestramento si mostrò di vitale importanza nella difesa degli insediamenti ebraici dopo l’approvazione della Risoluzione 181 e soprattutto dopo la proclamazione dello Stato, quando cinque stati arabi (Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq), insieme a corpi di spedizione provenienti da Arabia Saudita, Yemen, Esercito del Sacro Jihad ed Esercito Arabo di Liberazione aggredirono il neonato stato ebraico allo scopo dichiarato di annientarlo. Nel corso della guerra, durata dal novembre 1947 ai primi mesi del 1949 (anche se la guerra “ufficiale” inizia con la proclamazione dello Stato, il 14 maggio 1948) il Palmach perse quasi 1200 dei suoi uomini, i cui nomi sono ricordati qui
palmach-memorial
(tutte le immagini sono prese da internet). Dopo la fine della guerra di indipendenza, Ben Gurion sciolse tutte le formazioni militari e paramilitari, e dunque anche il Palmach, che confluirono a formare l’Esercito di Difesa di Israele. Tutto questo ci è stato spiegato qui
Palmach-Museum
da un soldato (caruccio caruccio. Un soldato israeliano brutto non l’ho ancora visto. Davvero).
Conclusa la premessa, veniamo alla visita. Esperienza di vita, dicevo, perché per un’ora abbiamo vissuto insieme ai soldati che combatterono in Terra d’Israele negli anni precedenti la proclamazione dello stato e poi nella guerra di indipendenza: abbiamo camminato tra le tende degli accampamenti,
tenda museo Palmach
abbiamo attraversato un tratto di foresta appoggiandoci ai tronchi degli alberi per aiutarci nei punti scoscesi e siamo inciampati nei ceppi in una radura,
museo Palmach bosco
abbiamo visto i ragazzi addestrarsi e li abbiamo visti riposarsi e ridere e scherzare, abbiamo sobbalzato quando a due metri da noi, in un’azione di sabotaggio, è saltato in aria un ponte, abbiamo sentito i canti di gioia per l’approvazione della 181 e ci sono esplose nelle orecchie le prime fucilate della guerriglia araba, e poco dopo siamo stati assordati dalle cannonate della guerra vera e propria, e abbiamo pianto sulle tombe dei nostri ragazzi caduti e abbiamo esultato quando alla fine, incredibilmente, contro ogni probabilità, siamo riusciti a vincere in quella guerra iniziata e condotta in condizioni tanto impari (e quando qualcuno chiede: “ma come hanno fatto a vincere in condizioni simili”? la risposta è una sola: non avevano alternative).
Ecco, questo è il museo del Palmach. Se passate per Tel Aviv non lasciatevelo scappare, perché è un’esperienza che lascia davvero il segno.

barbara

ISRAELE NOVE (11)

Il relax

Trattandosi, come già ho avuto occasione di dire, di un viaggio intenso e piuttosto impegnativo dal punto di vista fisico, ci siamo concessi anche alcuni momenti di relax, tutti meritevoli di essere documentati.

Arugot, un wadi nell’oasi di En Gedi. Di foto mie qui non ne ho: il percorso per arrivarci, come vedrete fra un momento, è piuttosto faticoso e in alcuni tratti impervio, io avevo quel famigerato crampo al polpaccio e in quell’occasione ero anche rimasta senza angelo custode nonché badante (badanto?), per cui tutta la mia energia, tutto il mio impegno, tutta la mia concentrazione erano impegnati nell’impresa di andare avanti, di conseguenza userò ancora una volta quelle di Carla più due prese dalla rete per illustrare il percorso, e una presa dalla rete per la piscina naturale con cascata che abbiamo trovato all’arrivo. Il fatto è che siamo arrivati tutti talmente sfiniti e accaldati che abbiamo pensato solo a spogliarci e buttarci in acqua il più presto possibile, e di foto ne sono state fatte pochissime (io a dire il vero me ne ero fatte fare tre, fra cui una stesa sul ghiaino nell’acqua bassissima vicino alla cascata – così, tanto per intenderci – che doveva essere bellissima, dall’unica persona che aveva ancora le mani asciutte, ma non sono venute). C’è stata un’unica persona che ha scattato alcune foto di quello spettacolo, e me le aveva mandate, ma in seguito alla nota polemica con tanto di minaccia di querele e frignamenti e alti lai e falli vari misti per via di una persona meravigliosa il cui operato avevo un tantino preso per il sedere, mi è stato intimato di togliere quelle già postate in precedenza e quindi suppongo che il divieto valga anche per tutte le situazioni future e quindi niente, vi accontenterete della rete, e amen.
Arugot 1-c1
Arugot 2
Arugot 3-c2
Arugot 4-c3
Arugot 5-c4
Arugot 6-c5
Arugot 7-c6
Arugot 8
Arugot 9

Anche nei pressi del Kinneret, o Mare di Galilea o lago di Tiberiade si trova una piscina naturale di acqua limpidissima e fresca formata da una cascata (qui parzialmente coperta da uno strano ectoplasma che non si sa come sia finito lì).
piscina 1
Dietro la cascata c’è una piccola grotta
piscina 2
in cui è possibile sedersi e godere della frescura portata dall’acqua, in perfetto isolamento. Peccato solo che a pochi metri da lì si fosse accampata una banda di arabi con stereo a tutto volume e resti di cibo e spazzatura di ogni genere sparsa tutto intorno (“Preparatevi – ha detto la guida – che presto sarà così anche da voi”).

Sachne sarebbe questa cosa qui,
Sache 1
che non era in programma, è stata un’idea della guida di aggiungerla all’ultimo momento, dato che aveva il biglietto per tre ingressi ai parchi nazionali e ne avevamo utilizzati solo due, ma non è qui che siamo andati: la guida aveva trovato in internet che chiudeva alle cinque del pomeriggio e l’ingresso era consentito fino alle quattro, ma quando siamo arrivati, alle tre e dieci, gli hanno detto che era troppo tardi e l’ingresso non era più consentito, che uno si aspetterebbe che queste cose succedano solo in Italia e invece no, succedono anche in Israele, pensa un po’. Lui si è piantato lì come un mastino, ha fatto il diavolo a quattro ma niente da fare, non ci hanno fatti entrare. Così ci ha portati un po’ più in là, in una zona più o meno come questa,

Sachne 3
dove ci siamo cambiati più o meno all’aria aperta e ci siamo immediatamente buttati in acqua. Qui foto niente, da nessuno, perché buttarsi in acqua era proprio un’urgenza improrogabile.

E naturalmente non poteva mancare il mar Morto. Di foto non ne ho fatte avendone già pubblicate in abbondanza in occasione del secondo viaggio qui. Quindi vi metto solo questa,
2 mar Morto (c)
in cui sono vicino al nostro capogruppo in procinto di schiattare per tenere dentro la pancia, perché la pancia al naturale è roba da eclissi quasi totale, come si può ammirare qui.
pancia (c)
In acqua (spettacolarmente calda, praticamente pronta da buttare la pasta, proprio come piace a me) in realtà sono riuscita a restare pochissimo perché l’acqua salata mi provocava un tremendo dolore alle emorroidi (sì, lo so, non fa fine, ma i fatti sono fatti, abbiate pazienza): non bruciore per via del sale, proprio un dolore insopportabile, che nelle occasioni precedenti non mi era mai capitato di provare. Boh. A una compagna di viaggio invece – che naturalmente non nomino, e speriamo che non ci sia qualcuno che anche senza nominarla la riconosca lo stesso e mi mandi qualcun altro a minacciare querele e inondarmi di frignamenti e alti lai e falli vari misti – bruciava la jolanda, ma a quanto pare non proprio tanto tanto, visto che è riuscita a restarci più di me.

Poi l’ultimo giorno, a Tel Aviv, si è fatto anche un tuffo nel Mediterraneo, ed è stato bellissimo, ma dopo le perle precedentemente descritte appare fin quasi banale, tanto da non meritare una trattazione a parte.

barbara