E ALLA FACCIA DEL BOICOTTAGGIO…

Resistendo a tutte le pressioni, alla fine i Radioheads si sono esibiti in Israele. Mi sembra interessante, in questo contesto, la presa di posizione di una musicista araba.

Cantante araba israeliana difende il concerto dei Radiohead a Tel Aviv dai fanatici del boicottaggio

“Cercano solo di dividerci, di fermare la musica. E danneggiano chi vuole promuovere la pace”
Nasreen-Qadri
La musicista arabo-israeliana Nasreen Qadri ha preso posizione a favore della performance dei Radiohead, mercoledì in Israele, nonostante le furiose pressioni cui il gruppo britannico è stato sottoposto dal movimento BDS (per boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele) affinché annullasse il concerto estivo a Tel Aviv.
In un editoriale pubblicato martedì su Newsweek Online, Qadri ha affermato che la cancellazione di performance come questa la feriscono “come donna, come araba e come musulmana”, aggiungendo che coloro che fanno pressione sui Radiohead perché annullino il loro spettacolo “danneggiano chi desidera promuovere la pace e la tolleranza in questa travagliata regione “. “Boicottare l’unica democrazia in Medio Oriente – ha scritto la cantante arabo-israeliana – è controproducente. Coloro che invocano il boicottaggio cercano solo di dividerci, cercano solo di fermare la musica. E io non ci sto. Purtroppo, ci sono già troppi paesi in Medio Oriente dove un concerto come questo non potrebbe mai aver luogo”.
Qadri ha spiegato che si sarebbe esibita al concerto dei Radiohead di mercoledì insieme al cantante ebreo israeliano Dudu Tassa, “per portare un messaggio di convivenza in ogni angolo del paese”. E ha aggiunto: “Mi sento fortunata di essere nata in Israele, e sono grata per l’opportunità che mi è offerta di costruire ponti di comprensione”. Dobbiamo “lavorare insieme” ha spigato, dicendo che senza impegno in questo senso, la pace non arriverà mai.
Nata nella città settentrionale israeliana di Haifa, Nasreen Qadri è poi cresciuta nella città di Lod, nel centro del paese. Entrambe sono città miste, cioè con popolazione sia araba che ebraica. Nel 2012 Qadri ha vinto un concorso di canto della televisione israeliana.
Anche Michael Stipe, frontman della rock band REM, in un post su Instagram ha scritto: “Sto con i Radiohead e la loro decisione di esibirsi. Speriamo che il dialogo continui, contribuendo a portare alla fine dell’occupazione e a una soluzione pacifica”.
Il frontman dei Pink Floyd, Roger Waters, ha condotto per mesi una furibonda campagna contro Thomay Yorke, cantante leader dei Radiohead, per via dello show della band in programma in Israele. Yorke non si è fatto intimorire dagli attacchi di Waters, che pretendeva l’annullamento del concerto, e ha ribattuto colpo su colpo alle accuse del cantante dei Pink Floyd.
Yorke-Waters
[vedi che è vero che l’antisemitismo imbruttisce?)
In un post su Twitter ha pazientemente spiegato: “Suonare in un paese non equivale ad approvare il suo governo. Noi non sosteniamo Netanyahu più di quanto sosteniamo Trump, ma continuiamo a suonare in America”. E in intervista alla rivista Rolling Stone ha dichiarato: “È profondamente offensivo supporre che noi siamo così disinformati o così ritardati da non poter prendere queste decisioni per conto nostro. È davvero impressionante che artisti che rispetto pensino che non siamo in grado di prendere da soli una decisione etica dopo tutti questi anni. Ci parlano con arroganza e sufficienza e trovo semplicemente sbalorditivo che credano di avere il diritto di farlo”.

(Qui, da: Jerusalem Post, Ha’aretz, 19.7.17)

E a Ken Loach, che gli poneva la drammatica scelta di “stare con gli oppressi o con gli oppressori, ha risposto che “la musica è fatta per superare i confini, non per crearli”.
E adesso ascoltiamoci un bel pezzo di questa splendida band.

E già che ci siamo ascoltiamone un altro.

E ancora uno, dai.

barbara

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IL DOPO DI CHI HA VISSUTO IL PRIMA

“Avevo 17 anni quando ci fu l’attentato; avevo solo qualche anno in più rispetto a molti dei bambini uccisi questo lunedì sera in un concerto di Ariana Grande a Manchester, in Inghilterra. Era il 1 giugno 2001 e decisi di uscire al Dolphinarium, una discoteca sulla spiaggia di Tel Aviv, con tre mie amiche: Liana, Oksana e Tanya. Andavamo in quella discoteca quasi ogni fine settimana. Era l’estate prima del servizio militare, e avevamo pensato di spenderlo insieme – ballare, andare in bicicletta, nuotare e abbronzarci.
Le ragazze potevano entrare gratuitamente nella discoteca prima di mezzanotte. E noi non avevamo soldi, quindi decidemmo di andarci presto. Comprammo una vodka a buon mercato da un negozio di alimentari e passammo un po’ di tempo sulla spiaggia, parlando e sorseggiando dalla bottiglia fino a quando, alle 11:30, non vedemmo una folla iniziare a raccogliersi fuori dalla porta della discoteca. Io e Tanya ci mettemmo in fila sul lato sinistro; Oksana e Liana si misero a destra in modo da poter entrare tutte più in fretta. Poi, alle 11.44, un attentatore suicida di Hamas si fece esplodere fuori dalla porta della discoteca”. A raccontare la sua storia sulle colonne del New York Times Tanya Weiz, una delle 132 persone ferite nell’attentato alla discoteca Dolphinarium di Tel Aviv nel 2001. Tra i 21 morti nell’attacco – 16 dei quali teenagers – c’era anche la sua amica Liana. L’attentato di Manchester, in cui sono morti molti giovanissimi, l’ha spinta a tornare a quei giorni e scrivere di come ci si sente a sopravvivere all’odio dei terroristi.
“Di colpo tutto è diventato muto – racconta Tanya Weiz – C’era sangue su di me. Ma non sentivo dolore e non sapevo di chi fosse quel sangue. Il mio unico pensiero era trovare il mio telefono per chiamare mia madre. La batteria si era staccata, e in qualche modo riuscii a rimetterla nel telefono. All’improvviso sentii freddo, molto freddo. Misi la mano sul collo e tre delle mie dita sprofondarono nella mia gola. Quattro palle di acciaio – come quelle che si trovano all’interno di un flipper – mi avevano perforato la carne. Fu allora che cominciò il panico”. Tanya riuscì a trascinarsi, strisciando sul suo stomaco, verso un alimentari. Attorno a lei urla, sirene e telecamere. “Sono rimasta in coma per sei giorni. La mia operazione durò 12 ore. Avevo indossato scarpe con la zeppa durante l’attacco e quei pochi centimetri mi salvarono la vita. Il metallo altrimenti avrebbe colpito il cervello”. Dall’ospedale, intubata e senza possibilità di parlare, la ragazza chiederà delle sue amiche: Oksana era sopravvissuta ma era rimasta gravemente ferita, Tanya era rimasta miracolosamente indenne. Liana era morta sul colpo. Ma questo a Weiz non fu detto subito, le dissero che aveva una gamba rotta. “Il fratello gemello di Liana veniva a visitarmi ogni giorno in ospedale, e io pensavo fosse strano. Perché venire da me invece che stare con sua sorella? Quando scoprii che Liana era morta, in quel momento la realtà mi colpì. Per me gli attacchi esplosivi era qualcosa che vedevi sui notiziari. Anche se sei in Israele non pensi che possa accadere a te. Ancora oggi lo vedo a pezzi, come un incubo”. Il recupero fu molto difficile, racconta. I medici le dissero che difficilmente avrebbe potuto nuovamente parlare. “Ma imparai di nuovo a parlare, a mangiare, passo dopo passo”. Una cosa che l’aiutò, furono le visite di altri sopravvissuti ad attentati come quello del Dolphinarium. Era l’epoca della seconda sanguinosa intifada, in cui i kamikaze palestinesi si facevano saltare in aria nelle strade d’Israele. “I terroristi cercano di paralizzarci con la paura e di renderci più deboli, ma con me hanno fatto il contrario. Sono diventata più gentile, più grata, più attenta ai più piccoli dettagli della vita e, sì, più resiliente”.
Tanya oggi vive in Canada e cerca di non pensare all’orrore di quel 1 giugno. “Ma non passa giorno che non ci pensi e ogni volta che sento di un attentato sui notiziari, la cosa mi sembra surreale: non posso credere di esserci passata. E adesso sono una delle persone sedute sul divano a guardare la notizia di quei bambini assassinati, questa volta dallo Stato islamico”. Poi un pensiero a chi dall’orrore di Manchester è uscito vivo. “So che ora non posso dire nulla che possa far star meglio i sopravvissuti all’attacco di Manchester – scrive Tanya – Il senso di colpa per me è iniziato il giorno dell’esplosione. incontrare la madre di Liana è particolarmente doloroso. La vedo che mi guarda e so che sta immaginando sua figlia alla mia età. Ma io direi ai sopravvissuti di rimanere forti e concentrarsi sul loro recupero. Dovete essere molto forti per recuperare”.

(Pagine ebraiche sheva, 28 maggio 2017)

Sono un po’ come i sopravvissuti ai campi di sterminio: loro sono usciti dall’inferno ma l’inferno, da loro, non uscirà mai più.

barbara

 

E PER CONCLUDERE (11/17)

Per concludere, in realtà, ci sarebbero ancora tantissime cose da raccontare, emozioni da rievocare, momenti speciali da rammentare. Per esempio il bunker sul Golan dove, il buio rischiarato unicamente da microscopici lumini regalatici da Moti,
lumino
è stata letta la preghiera Unetanneh Tokef,
Unetanneh tokef
composta, secondo la tradizione, nell’XI secolo da Rabbi Amnon di Magonza mentre attendeva di morire con le mani e i piedi amputati come punizione per non essersi voluto convertire. Poi, in quell’atmosfera surreale, ce l’ha fatta sentire cantata, dal cellulare. Adesso chiudi gli occhi, immaginati dentro un bunker in cui non arriva alcun rumore dall’esterno, le volte che si rimandano i suoni, il buio quasi totale, tante persone, vicinissime le une alle altre, in religioso silenzio, il suono un po’ incerto di un cellulare, e ascolta:

E quella lunga camminata – mentre i compagni tiravano fuori e aprivano la bottiglia e preparavano i bicchieri – con i piedi in acqua, e poi anche le caviglie, e poi anche i polpacci, e le onde che ogni tanto si alzavano a inzupparmi il vestito, nella luce sempre più evanescente del tramonto telavivino, avanti e indietro, avanti e indietro, ultima e poi esco, no dai ancora una e poi esco, questa è proprio ultima e poi esco davvero, vabbè, penultima, ma poi veramente…

E il bagno nel mar Morto, con la compagna R. che appena entrata si mette a strillare ahiahiahi mi brucia la jolanda! La cosa buffa è che fra i vari nomi e nomignoli in uso, jolanda non l’avevo mai sentito, e probabilmente neanche gli altri, e ciononostante ci siamo messi tutti a ridere, perché nessuno ha avuto il minimo dubbio sul significato di quella parola – potenza dell’oggetto che riesce a superare quella del nome!

E poi basta, mi fermo. Fra una settimana sarò di nuovo lì, a inzuppare le chiappe nel Mar Morto e a vedere altre cose meravigliose che poi, come sempre, vi racconterò e vi farò vedere. Come ultimissima cosa, prima di chiudere la narrazione di questo undicesimo viaggio, vi lascio alcune foto prese dall’autobus mentre correvamo lungo il mar Morto (ho tolto le più storte e le più sfocate; di quello che rimane, pur storto e sfocato, vi accontenterete). Quegli arbusti che sorgono dal deserto di sale: ci era stato detto che cosa sono, ma non me lo ricordo; sono tuttavia sicura che arriverà la solita mano santa a provvedere.
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E i solchi lasciati dai piedi delle capre in transito.
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E questo per ora è tutto. Arrivederci al prossimo viaggio.

E la sapete una cosa curiosa? A scrivere questo ultimo post mi sento come se dal viaggio mi stessi congedando veramente solo in questo momento. Come se questo fosse un addio. E me ne viene come una sorta di tristezza.

barbara

 

SHUK CARMEL (11/14)

A Tel Aviv siamo arrivati la penultima sera di viaggio, e prima di cena siamo scesi in spiaggia per aprire una bottiglia che ci era stata regalata e brindare al nostro viaggio alla meravigliosa luce del tramonto – ma io sono anche andata a inzuppare i piedi, perché avere un mare davanti e non entrarci non esiste proprio. E siccome ero appunto occupata a inzuppare i piedi, non ho fotografato il tramonto; se volete averne un’idea, trovate qualcosa qui, nel mio primo viaggio in Israele, quello in cui ho attraversato tutto il Paese da nord a sud e da est a ovest con entrambe le zampe rotte.
La mattina successiva, l’ultima da trascorrere in Israele, era dedicata alle visite, ma giusto in quel momento il mio apparato digerente ha pensato bene di scatenare un bel terremoto, sicché, visto che ne avevo la possibilità, sono rimasta in albergo, raggiungendo il gruppo solo a mezzogiorno. Per la vostra gioia, tuttavia, il breve tempo fra il mio arrivo in città e il momento di riprendere l’autobus per andare all’aeroporto, è stato sufficiente a fare un giro al shuk Carmel e fotografare questa donna drusa (si riconosce dal velo bianco delicatamente adagiato sul capo e sulle spalle) che prepara la pita: prepara l’impasto,
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lo stende, come i migliori pizzaioli, facendolo roteare e volteggiare in aria;
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quando la sottile sfoglia è pronta, la adagia su questo cuscino
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per poi con questo rovesciarla sulla piastra ben distesa, senza pieghe o accartocciamenti.
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E poi vi ho fotografato le caramelle.
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Sì, a Tel Aviv i pavimenti sono storti. E anche le pareti. E anche i soffitti. E anche gli scaffali delle caramelle, che però non cadono giù perché sono caramelle magiche. Qualche compagno di viaggio ha fatto foto migliori di questa, delle caramelle, ma questa è la mia e quindi vale più di tutte, ecco.

barbara

 

ISRAELE DIECI (17)

Le penultime cose

Beit Shean

Antichissimo insediamento menzionato già nel XV secolo avanti era volgare. Non l’ho visitata perché lo avevo già fatto in un viaggio precedente e ho preferito risparmiare le mie scarse forze, ma siccome vi voglio bene vi ho fatto qualche foto dall’alto (chi desiderasse notizie più approfondite, si rivolga a san Google).
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Le case di Tel Aviv

Ad un certo punto, nel corso dello sviluppo della città, si è presentato il problema delle vecchie costruzioni: impensabile demolirle, rappresentando una parte della storia della città, restaurarle era costosissimo, che fare dunque? La soluzione trovata è stata questa: a chi chiedeva l’autorizzazione a costruire un grattacielo, veniva concesso il permesso di costruire due piani in più a condizione che si incaricasse del restauro di una casa storica. Ed è così che a Tel Aviv abbondano immagini come queste, di case antiche accando a modernissimi colossi.
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barbara

RAMADAN

Che come tutti sapete, è una ricorrenza religiosa islamica. Lo sapete come si celebra? No? Allora ve lo spiego io. Si prendono due baldi giovani,
terroristi Sarona
cugini tra loro, così sono meglio affiatati; poi i due si travestono da ebrei ortodossi, vanno in un affollato mercato di Tel Aviv e attaccano a sparare all’impazzata sulla gente seduta a mangiare:
attentato Sarona
quattro morti e vari feriti, quattro dei quali in condizioni critiche. Uno dei terroristi viene arrestato, l’altro rimane ferito. E quei coglioni degli israeliani (sì: coglioni coglioni coglioni), lo operano,
terrorista operato
mentre a Tulkarem i correligionari dei due eroi festeggiano la felice riuscita della mattanza con la consueta distribuzione di dolci.
festa x attentato Sarona
Il video che riprende l’attentato si trova qui, chi se la sente lo guardi. È in ogni caso di qualche conforto contemplare questa immagine del terrorista arrestato.
terrorista catturato
POST SCRIPTUM: non so se mi sarà possibile partecipare al viaggio di settembre, ma se lo farò, il 28 settembre sarò esattamente lì. E lì mangerò. Perché col piffero che ci lasciamo intimidire.

barbara

ISRAELE DIECI (3)

Il museo del Palmach

Se la parola museo vi evoca immagini di stanze con vetrine e bacheche e oggetti esposti con la giusta illuminazione, cancellate la parola museo, e inventatene un’altra, perché quella non è adatta. La visita a questo “museo” in realtà non è una visita, bensì un’esperienza di vita. Ma prima di raccontare l’esperienza, due parole sul Palmach, che forse non tutti conoscono.
Abbreviazione di Plugot machatz (compagnie d’attacco), fu fondato dall’esercito britannico il 15 maggio 1941 per aiutare i britannici a difendere il territorio del mandato dai nazisti; dopo la vittoria di El Alamein, ritenendo di non averne più bisogno, la Gran Bretagna ne ordinò lo smantellamento, ma il Palmach continuò a operare clandestinamente. Venendo a mancare i finanziamenti britannici, i soldati del Palmach trovarono il modo di autofinanziarsi lavorando nei kibbutzim: parte del tempo lavoravano, ricevendo in cambio vitto, alloggio e armamento, e parte si addestravano. Tale addestramento si mostrò di vitale importanza nella difesa degli insediamenti ebraici dopo l’approvazione della Risoluzione 181 e soprattutto dopo la proclamazione dello Stato, quando cinque stati arabi (Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq), insieme a corpi di spedizione provenienti da Arabia Saudita, Yemen, Esercito del Sacro Jihad ed Esercito Arabo di Liberazione aggredirono il neonato stato ebraico allo scopo dichiarato di annientarlo. Nel corso della guerra, durata dal novembre 1947 ai primi mesi del 1949 (anche se la guerra “ufficiale” inizia con la proclamazione dello Stato, il 14 maggio 1948) il Palmach perse quasi 1200 dei suoi uomini, i cui nomi sono ricordati qui
palmach-memorial
(tutte le immagini sono prese da internet). Dopo la fine della guerra di indipendenza, Ben Gurion sciolse tutte le formazioni militari e paramilitari, e dunque anche il Palmach, che confluirono a formare l’Esercito di Difesa di Israele. Tutto questo ci è stato spiegato qui
Palmach-Museum
da un soldato (caruccio caruccio. Un soldato israeliano brutto non l’ho ancora visto. Davvero).
Conclusa la premessa, veniamo alla visita. Esperienza di vita, dicevo, perché per un’ora abbiamo vissuto insieme ai soldati che combatterono in Terra d’Israele negli anni precedenti la proclamazione dello stato e poi nella guerra di indipendenza: abbiamo camminato tra le tende degli accampamenti,
tenda museo Palmach
abbiamo attraversato un tratto di foresta appoggiandoci ai tronchi degli alberi per aiutarci nei punti scoscesi e siamo inciampati nei ceppi in una radura,
museo Palmach bosco
abbiamo visto i ragazzi addestrarsi e li abbiamo visti riposarsi e ridere e scherzare, abbiamo sobbalzato quando a due metri da noi, in un’azione di sabotaggio, è saltato in aria un ponte, abbiamo sentito i canti di gioia per l’approvazione della 181 e ci sono esplose nelle orecchie le prime fucilate della guerriglia araba, e poco dopo siamo stati assordati dalle cannonate della guerra vera e propria, e abbiamo pianto sulle tombe dei nostri ragazzi caduti e abbiamo esultato quando alla fine, incredibilmente, contro ogni probabilità, siamo riusciti a vincere in quella guerra iniziata e condotta in condizioni tanto impari (e quando qualcuno chiede: “ma come hanno fatto a vincere in condizioni simili”? la risposta è una sola: non avevano alternative).
Ecco, questo è il museo del Palmach. Se passate per Tel Aviv non lasciatevelo scappare, perché è un’esperienza che lascia davvero il segno.

barbara