SGRANOCCHIANDO PISTACCHI

Questo post è di un po’ più di tredici anni fa.

Dal Corriere della Sera di oggi: “Il presidente della Repubblica Jalal Talabani ieri ha redarguito i Paesi arabi che si dicono «fratelli» del nuovo Iraq ma poi non mandano a Bagdad un ambasciatore che sia uno. Il suo predecessore, il sunnita Ghazi Al Yawar, un anno fa accusò gli stessi vicini di star seduti «dondolando le gambe e sgranocchiando pistacchi», mentre gli iracheni «muoiono per mano dei terroristi»”. Sembra, in effetti, che sgranocchiare pistacchi sia una delle attività preferite da gran parte dell’umanità: un sacco di europei sgranocchiavano pistacchi mentre la più nefasta delle dittature si impossessava della Germania per estendere poi i suoi tentacoli su tutta l’Europa. E continuavano a sgranocchiare pistacchi mentre gli ebrei venivano sterminati nelle camere a gas. E tutto il mondo arabo ha sgranocchiato pistacchi mentre una parte del mondo arabo induceva i palestinesi a lasciare le proprie case e li rinchiudeva in squallidi campi profughi. E il mondo ha continuato a sgranocchiare pistacchi mentre agenti stranieri, perseguendo le proprie politiche personali, inventavano la “causa palestinese” e la prendevano in mano, usando sia come armi che come proiettili sempre i palestinesi. Il mondo intero ha sgranocchiato pistacchi mentre in Cambogia veniva eliminato un quarto dell’intera popolazione. E ha sgranocchiato pistacchi mentre in Ruanda si consumava un genocidio. E sgranocchiamo pistacchi sui massacri del Darfur, sulle donne musulmane private di ogni diritto e di ogni dignità, sulle bambine arabe prima stuprate e poi assassinate – o “legalmente” condannate a morte – perché portatrici di disonore, sugli omosessuali impiccati, sui giornali chiusi, su una “resistenza” che massacra i propri inermi concittadini, su un terrorismo che avanza e ci incalza, e non si trova di meglio che puntare il dito contro le vittime.
E se provassimo tutti, una volta al giorno, per cinque minuti, a smettere di sgranocchiare?

Mi è ritornato alla mente leggendo l’ultimo post di Giulio Meotti.

Hanno iniziato con Asia Bibi e hanno continuato con un diplomatico europeo. In Pakistan è stata appena rafforzata la sicurezza attorno all’ambasciatrice olandese, Ardi Stoios-Braken, minacciata di morte. Bruciano la foto di Asia Bibi.
f pak 2
Bruciano la foto di Wilders.
f pak 1
Bruciano le bandiere americane e israeliane.
f pak 5
Bruciano i libri. Bruciano vive coppie di cristiani. Bruciano i manichini di Rushdie.
f pak 4
Bruciano le croci e le chiese.
f pak 3
Se continueremo a fischiettare e non ci opporremmo loro con tutta la forza politica, diplomatica, culturale, morale, e se necessario con la forza bruta, finiranno per bruciare tutto.

E finiranno, soprattutto, per bruciare noi.

barbara

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PERCHÉ COL RAFFREDDORE SI STA MALE

(JNi.media) Quando hai la febbre, il naso è chiuso e il mal di testa ti si spande fino alle dita dei piedi, il tuo corpo ti sta dicendo di stare a casa a letto. La sensazione di malessere è un adattamento evolutivo secondo un’ipotesi avanzata dal Prof. Guy Shakhar del dipartimento di Immunologia dell’Istituto Weizmann e dalla Dr. Keren Shakhar del dipartimento di psicologia del College di gestione di studi accademici, in un recente documento pubblicato in PLoS Biology. Tendiamo a dare per scontato che l’infezione è ciò che provoca i sintomi della malattia, supponendo che l’invasione microbica incida direttamente sul nostro benessere. In realtà, molti dei sistemi del nostro corpo sono coinvolti nell’essere malato: il sistema immunitario e il sistema endocrino, come pure il nostro sistema nervoso. Inoltre, il comportamento che associamo con la malattia non è limitato agli esseri umani. Chi ha un animale domestico sa che gli animali agiscono in modo diverso quando sono malati. Un esempio estremo di “comportamento di malattia” si trova in insetti sociali come le api, che in genere quando sono malate abbandonano l’alveare per andare a morire altrove. In altre parole, tale comportamento sembra essersi conservato nel corso di millenni di evoluzione. I sintomi che accompagnano la malattia sembrano influenzare negativamente la possibilità di sopravvivenza e riproduzione. Allora perché questo fenomeno persiste? I sintomi, dicono gli scienziati, non sono un adattamento che funziona a livello individuale. Piuttosto, suggeriscono, l’evoluzione sta funzionando al livello del “gene egoistico”. Anche se l’organismo specifico non dovesse sopravvivere alla malattia, isolandosi dal suo ambiente sociale ridurrà il tasso complessivo di infezione nel gruppo. “Dal punto di vista dell’individuo, questo comportamento può sembrare esageratamente altruistico,” dice la dottoressa Keren Shakhar”, ma dal punto di vista del gene, le probabilità di essere tramandato sono migliorate”. Nel documento, gli scienziati prendono in esame un elenco di sintomi comuni e ognuno sembra confermare l’ipotesi. La perdita di appetito, per esempio, impedisce alla malattia di diffondersi attraverso le risorse comuni di cibo o acqua. Affaticamento e debolezza possono ridurre la mobilità dell’individuo infetto, riducendo il raggio di possibili infezioni. Insieme con i sintomi, l’individuo malato può diventare depresso e perdere interesse per contatti sociali e sessuali, limitando le opportunità di trasmettere agenti patogeni. La trascuratezza nella cura di sé e i cambiamenti nel linguaggio del corpo dicono: sono malato! Non avvicinarti! “Sappiamo che l’isolamento è il modo più efficace per impedire la diffusione di una malattia contagiosa,” dice il professor Guy Shakhar. “Il problema è che oggi, per esempio, con influenza, molti non si rendono conto di quanto possa essere mortale. Così vanno contro i loro istinti naturali, prendono una pillola per ridurre dolore e febbre e vanno a lavorare, dove è molto maggiore la possibilità di infettare altri.” Gli scienziati hanno proposto diversi modi per testare questa ipotesi, ma sperano anche che arrivi il loro messaggio: quando vi sentite male, è segno che avete bisogno di stare a casa. Milioni di anni di evoluzione non possono avere torto. (traduzione mia)

Sembrerebbero osservazioni talmente ovvie da apparire addirittura banali, e tuttavia abbiamo dovuto aspettare Israele perché ci venisse detto.
Qualcuno mi ha obiettato che tutto questo sarebbe in contraddizione col principio della selezione naturale (sarebbe più logico, sostiene, essere in condizione di andare in giro e diffonderlo al massimo, e così si eliminerebbero i più deboli), ma basta pensarci un momento per rendersi conto che è una grande sciocchezza: il raffreddore, in società come la nostra che ha avuto millenni a disposizione per sviluppare gli anticorpi (a differenza per esempio degli indigeni americani che prima delle invasioni europee non lo avevano mai conosciuto), è parecchio invalidante ma scarsamente letale. Quindi, se venisse diffuso al massimo, a fronte della liberazione da una manciata di vecchi e deboli, ci ritroveremmo con una società interamente paralizzata: ospedali, scuole, fabbriche, banche, poste, uffici, forze dell’ordine, pompieri, negozi, produzione e distribuzione di alimentari e ogni altro genere di attività smetterebbe – o quasi – di funzionare. Da tutto questo la pesante sintomatologia che accompagna il raffreddore ci tutela.
Senza poi contare che alle varie malattie non sempre sopravvive il più forte: a volte capita anche  che a sopravvivere sia semplicemente chi ha questo o quest’altro gruppo sanguigno, indipendentemente dalle proprie capacità di resistenza. Pensa un po’.

barbara

LO SAI QUANTO TEMPO… ?

Sicuramente vi sarà capitato di sentire quell’orrida “barzelletta” antisemita che inizia con la domanda “Lo sai quanto tempo ci mette un ebreo a bruciare nel forno?” Questa domanda è stata usata come introduzione a questo breve video. Purtroppo non sono riuscita a trovarlo in italiano, ma sono sicura che, anche se non capirete tutte le parole, capirete senza difficoltà tutto quello che c’è da capire.

barbara