QUANDO CHI DOVREBBE INFORMARE È PAGATO PER MENTIRE

O almeno tacere. Quella se segue è la lettera con cui la giornalista Bari Weiss comunica le proprie dimissioni dal New York Times.

Caro A.G.,
È con tristezza che le scrivo per informarla delle mie dimissioni dal New York Times.
Tre anni fa sono entrata in questo giornale con gratitudine e ottimismo. Venivo assunta con l’obiettivo di portare voci che altrimenti non sarebbero apparse sulle vostre pagine: autori esordienti, centristi, conservatori e altri che istintivamente non avrebbero considerato il Times come la loro casa. La ragione di questo tentativo era chiara: l’incapacità di prevedere il risultato del voto del 2016 da parte del giornale significava che quest’ultimo non riusciva più a comprendere il paese di cui parlava. [Il direttore esecutivo] Dean Baquet e altri lo hanno ammesso in varie occasioni. La priorità per la sezione opinioni era rimediare a questa lacuna critica.
Ero onorata di essere parte di questo tentativo, guidato da James Bennet. Sono fiera del mio lavoro come autrice e come redattrice. Tra le personalità che ho contribuito a portare sulle nostre pagine figurano il dissidente venezuelano Wuilly Arteaga, la campionessa di scacchi iraniana Dorsa Derakhshani e il cristiano pro democrazia di Hong Kong Derek Lam. Ancora: Ayaan Hirsi Ali, Masih Alinejad, Zaina Arafat, Elna Baker, Rachael Denhollander, Matti Friedman, Nick Gillespie, Heather Heying, Randall Kennedy, Julius Krein, Monica Lewinsky, Glenn Loury, Jesse Singal, Ali Soufan, Chloe Valdary, Thomas Chatterton Williams, Wesley Yang e molti altri.
Ma le lezioni che dovevano seguire quell’elezione – riguardo all’importanza di comprendere gli altri americani, alla necessità di resistere al tribalismo e alla centralità del libero scambio di idee per una società democratica – non sono state imparate. Al contrario, nella stampa, ma forse specialmente in questo giornale, è emerso un nuovo pensiero dominante: l’idea che la verità non è un processo di scoperta collettiva, bensì un’ortodossia già nota a pochi illuminati il cui mestiere è quello di informare tutti gli altri.
Pur non comparendo nel colophon del New York Times, Twitter è diventato in ultima analisi il suo vero direttore. Poiché l’etica e il costume di quella piattaforma sono diventati quelli del giornale, il giornale stesso è diventato sempre più una specie di spazio performativo. Le storie vengono selezionate e raccontate in modo da soddisfare la più ristretta delle platee, anziché consentire a un pubblico curioso di leggere cose sul mondo e poi trarre le proprie conclusioni. Mi è stato sempre insegnato che i giornalisti hanno il compito di stendere la prima bozza della storia. Adesso, la storia stessa non è che qualcosa di effimero che va modellato secondo le necessità di una narrazione predeterminata.
Le mie incursioni nelle “idee sbagliate” [Wrongthink] mi hanno reso oggetto di bullismo costante da parte dei colleghi che non condividono le mie idee. Mi hanno chiamata nazista e razzista. Ho imparato a scrollarmi di dosso i loro commenti quando stavo «scrivendo un altro pezzo sugli ebrei». Diversi colleghi sono stati assillati da altri colleghi perché troppo gentili verso di me. Il mio lavoro e il mio ruolo vengono apertamente sminuiti nei canali Slack della società dove intervengono regolarmente i redattori. Qui alcuni colleghi insistono che io debba essere estirpata da questa azienda affinché la stessa possa divenire davvero “inclusiva”, altri invece aggiungono un’ascia emoji accanto al mio nome nei loro post. Ancora, altri impiegati del New York Times mi insultano pubblicamente su Twitter dandomi della bugiarda e ottusa, certi che questa persecuzione nei miei confronti non sarà punita. Non vengono mai puniti.
Esistono parole precise per designare tutto ciò: discriminazione illegale, ambiente di lavoro ostile, dimissioni costruttive. Non sono un’esperta legale. Ma so che sono cose sbagliate.
Non capisco come lei possa avere permesso a questi atteggiamenti di penetrare nella sua azienda sotto gli occhi dell’intero staff del giornale e del pubblico. E non riesco a conciliare il fatto che lei e altri vertici del Times siate rimasti immobili mentre mi elogiavate in privato per il mio coraggio. Presentarsi al lavoro come centrista in un giornale americano non dovrebbe richiedere eroismo.
Una parte di me spera di poter dire che la mia è stata un’esperienza isolata. Ma la verità è che la curiosità intellettuale – per non dire dell’assumersi dei rischi – oggi al Times è una cosa negativa. Perché pubblicare cose che sfidino i nostri lettori o scrivere cose audaci sapendo già che saranno sottoposte alla procedura anestetica per renderle ideologicamente kosher, quando possiamo garantirci una sicurezza lavorativa (e dei clic) pubblicando il nostro quattromillesimo editoriale su quanto Donald Trump rappresenti un pericolo per il paese e per il mondo? Così l’autocensura è diventata la norma.
Le regole residue al Times vengono applicate con estrema selettività. Se l’ideologia di una persona è in linea con la nuova ortodossia, quella persona e il suo lavoro non subiranno verifiche. Tutti gli altri vivranno nel terrore del Thunderdome digitale. L’odio online è tollerato fintantoché colpisce gli obiettivi giusti.
Commenti che soltanto due anni fa sarebbero stati facilmente ospitati, ora metterebbero un redattore o un autore in guai seri, se non alla porta. Se un pezzo può scatenare reazioni negative all’interno del giornale o sui social media, il redattore o l’autore evitano di proporlo.
Se sono abbastanza forti da proporlo, vengono subito spinti su un terreno più sicuro. E se ogni tanto ottengono la pubblicazione di un pezzo che non promuove esplicitamente campagne progressiste, questo avviene soltanto dopo che ogni riga è stata attentamente ritoccata, contrattata e puntualizzata.
Ci sono voluti due giorni e due posti di lavoro per dire che il commento di Tom Cotton «non era all’altezza dei nostri standard». Abbiamo aggiunto una nota redazionale a un articolo di viaggio su Jaffa poco dopo la sua pubblicazione perché «ha mancato di toccare aspetti importanti della costituzione e della storia di Jaffa». Ma ancora non ne è stata aggiunta alcuna all’ossequiosa intervista di Cheryl Strayed alla scrittrice Alice Walker, un’orgogliosa antisemita che crede negli illuminati rettiliani.
Il giornale di riferimento [paper of record] è sempre più il riferimento di coloro che vivono su una lontana galassia, i cui interessi non appartengono affatto alle vite della maggioranza delle persone. Si tratta di una galassia dove, solo per fare qualche esempio recente, il programma spaziale sovietico viene elogiato per la sua «diversità», dove il doxxing di ragazzi adolescenti viene condonato se fatto in nome della giustizia, dove tra i peggiori sistemi di caste della storia dell’umanità, accanto alla Germania nazista, figurano gli Stati Uniti.
Ancora oggi confido nel fatto che la maggior parte delle persone al Times non abbia queste idee. Tuttavia è intimidita da chi le ha. Perché? Forse perché ritengono che lo scopo ultimo sia giusto. Forse perché credono che avranno protezione se si limiteranno ad annuire mentre la moneta del nostro regno – il linguaggio – viene degradata al servizio di una lunga lista in continua evoluzione di cause giuste. Forse perché ci sono milioni di disoccupati in questo paese e loro si sentono fortunate ad avere ancora un lavoro in un settore in contrazione.
O forse è perché sanno che oggi difendere un principio nel giornale non attira consensi: equivale ad appendersi un bersaglio sulla schiena. Troppo avvedute per pubblicare su Slack, mi scrivono in privato parlando del “nuovo maccartismo” che ha messo le radici nel giornale di riferimento.
Sono tutti brutti segnali, specialmente per i giovani autori indipendenti e per i redattori particolarmente attenti a quello che devono fare per avanzare nella carriera. Regola uno: esprimi le tue idee a tuo rischio e pericolo. Regola due: non arrischiarti a commissionare un articolo che contraddica la narrazione. Regola tre: mai credere a un direttore o a un editore che ti invita ad andare controcorrente. Alla fine l’editore si piegherà al volere della folla, il direttore sarà licenziato o assegnato ad altra mansione e tu sarai abbandonato.
Per questi giovani autori e redattori, c’è una sola consolazione. Mentre posti come il Times e altre un tempo grandi istituzioni giornalistiche tradiscono i loro standard e perdono di vista i loro princìpi, gli americani hanno ancora fame di notizie corrette, idee vivaci e dibattito onesto. Entro in contatto con queste persone ogni giorno. Qualche anno fa lei disse che «una stampa indipendente non è un ideale liberal o progressista o democratico. È un ideale americano». L’America è un grande paese che merita un grande giornale.
Con tutto questo non nego affatto che alcuni dei giornalisti di maggior talento al mondo lavorino ancora per questo giornale. Lo fanno, cosa che rende questo clima illiberale ancor più straziante. Resterò come sempre una loro lettrice devota. Ma non posso più fare il lavoro per cui sono stata portata qui: il lavoro che Adolph Ochs [proprietario del New York Times dell’epoca] in quella famosa dichiarazione del 1896 descrisse così: «Rendere le colonne del New York Times un forum per la considerazione di tutte le questioni di pubblico rilievo, aprendole alla discussione intelligente da parte di tutte le sfumature dell’opinione».
L’idea di Ochs è una delle migliori in cui mi sia imbattuta. E mi ha sempre confortata la certezza che le idee migliori prevalgono. Ma le idee non possono prevalere da sole. Hanno bisogno di una voce. Hanno bisogno di essere ascoltate. Soprattutto, devono essere sostenute da persone che desiderino viverle.
Cordialmente,
Bari (qui)

E questo è un suo commento recente. È molto lungo, ma bisogna leggerlo per capire bene che cosa sta succedendo e verso quale baratro ci stiamo precipitando.

Bari Weiss: «Perché ho lasciato il New York Times e ora combatto la cancel culture»

Contro l’ortodossia illiberale della sinistra: nuovo j’accuse della giornalista che ha fatto scalpore dimettendosi dal New York Times in polemica con il conformismo del giornale

I miei amici liberal che vivono nell’America rossa confessano di evitare le discussioni su mascherine, Dominion [sistema per il voto elettronico accusato dai trumpiani di avere avuto un ruolo in presunti brogli a novembre, ndt], Ted Cruz, Josh Hawley, le elezioni 2020 e Donald Trump, per dirne solo alcune. Quando coloro che dissentono dalla maggioranza esprimono quello che pensano, ne pagano le conseguenze. Penso qui a un mio amico, lo scrittore conservatore David French, che per quattro anni ha sopportato una valanga di attacchi terrificanti a lui e alla sua famiglia per aver criticato l’amministrazione Trump, tanto da richiedere alla fine l’intervento dell’Fbi.
Ma sono due le culture illiberali che stanno divorando il paese. Lo so perché vivo nell’America blu, in un mondo inondato di borsoni NPR [National Public Radio, emittente ritenuta di sinistra, ndt] e di insegne da giardino che annunciano le credenziali di giustizia sociale della famiglia residente.
Nella mia America la gente che resta in silenzio non teme l’ira dei sostenitori di Trump. Teme la sinistra illiberale.
Sono femministe che credono che esistano differenze biologiche tra uomini e donne. Giornalisti che credono che il loro lavoro sia dire la verità sul mondo, anche quando non conviene. Medici il cui unico credo è la scienza. Avvocati che non scendono a compromessi sul principio per cui la legge è uguale per tutti. Professori che cercano la libertà di scrivere e di fare ricerca senza paura di essere denigrati. Insomma, sono centristi, libertari, liberali e progressisti che non sposano ogni singolo aspetto della nuova ortodossia dell’estrema sinistra.
Dopo che l’estate scorsa mi sono dimessa dal New York Times per l’ostilità del giornale alla libertà di espressione e di indagine, ho iniziato a ricevere quasi quotidianamente notizie da persone così. I loro messaggi mi sembrano come lettere inviate clandestinamente da una società totalitaria.
Mi rendo conto che possa apparire isterica. Vi chiedo dunque di esaminare qualche esempio tratto dalla mia casella di posta.
«Non avrei mai pensato di praticare il tipo di autocensura che applico adesso quando faccio le mie proposte ai direttori, ma oggi non ho quasi possibilità di fare altrimenti», scrive un giovane giornalista. «I giovani autori woke-scettici [il termine woke individua in generale i militanti delle varie cause sociali progressiste, ndt] devono aspettarsi la messa al bando e il ripudio se solo provano a deviare, anche minimamente, dalla sacra ideologia della wokeness».
«L’autocensura è la norma, non l’eccezione», racconta uno studente di una delle più importanti facoltà di legge del paese, scrivendo dalla sua email personale per timore di usare il suo account ufficiale dell’ateneo. «Io mi autocensuro anche quando parlo con alcuni dei miei migliori amici per paura che si sparga la voce». In pratica tutta la facoltà sottoscrive la medesima ideologia, continua lo studente. E così, confessa, «agli esami mi sforzo di scrivere risposte che rispecchino la loro visione del mondo anziché riportare le tesi migliori che conosco».
Viviamo nella società più libera della storia del mondo. Qui non ci sono i gulag che c’erano in Unione Sovietica. Formalmente non c’è alcun sistema di credito sociale come invece c’è in Cina. Eppure le parole che in genere associamo alle società chiuse – dissidenti, liste nere, double thinkers – sono esattamente quelle che balzano alla mente quando leggo i messaggi appena citati.
La visione liberale che abbiamo dato per scontata in Occidente dalla fine della Guerra fredda fino a solo cinque anni fa è sotto assedio oggi. È assediata a destra dalla rapida diffusione dei culti internettiani e delle teorie complottiste. Basta pensare all’onorevole Majorie Taylor Green, una che crede sfacciatamente a QAnon ed è appena stata eletta al Congresso.
A sinistra, il liberalismo è assediato da una nuova ortodossia illiberale che si è radicata dappertutto, comprese le stesse istituzioni incaricate di tenere in piedi l’ordine liberale. E l’arma più efficace di questa ideologia è la cancellazione. La cancellazione è utilizzata nel medesimo modo in cui le società antiche mettevano al rogo le streghe: per incutere paura nei cuori di quelli che stanno a guardare. Il punto è l’affermazione del potere. Mostrandoci che i prossimi potremmo essere noi, siamo costretti a conformarci e obbedire, restando in silenzio o magari offrendo noi pure il nostro legnetto da ardere.
Forse siete anche voi tra questa maggioranza che si auto-silenzia. È probabile che sia così, se ha ragione il biologo Bret Weinstein quando osserva che la popolazione si compone di quattro gruppi: i pochi che danno concretamente la caccia alle streghe, un ampio gruppo che si mette al seguito e un gruppo ancora più ampio che resta in silenzio. C’è anche un gruppo minuscolo che si oppone alla caccia. E quelli che stanno in quest’ultimo gruppo, «come per magia, diventano streghe».
Parlo a nome dell’ultima categoria. Consentitemi, in questo saggio breve, di provare a convincervi che ogni cosa che rende l’America eccezionale, ogni cosa che rende la civiltà degna di questo nome, dipende dalla disponibilità a impugnare un manico di scopa.
Sono nata nel 1984, il che mi situa nell’ultima generazione che ha visto la luce in America prima che esistesse l’espressione “cancel culture”. Il mondo in cui sono nata era liberale. Non nel senso fazioso del termine [liberal in inglese significa anche progressista, ndt], bensì nel senso classico e dunque più ampio del termine. C’era allora una diffusa visione liberale condivisa da liberal e conservatori, repubblicani e democratici.
Tale visione contava su alcune verità fondanti che parevano ovvie quanto l’azzurro del cielo: la convinzione che tutti sono creati a immagine di Dio; la convinzione che tutti sono uguali per questo; la presunzione di innocenza; una repulsione verso la giustizia sommaria; l’impegno per il pluralismo e la libertà di espressione, e per la libertà di pensiero e di fede.
Come ho ricordato altrove, questa visione del mondo riconosceva che ci sono interi ambiti della vita umana collocati al di fuori della politica, come l’amicizia, l’arte, la musica, la famiglia e l’amore. Era possibile che i giudici della Corte suprema Antonin Scalia e Ruth Bader Ginsburg coltivassero la migliore delle amicizie perché, come disse una volta lo stesso Scalia, certe cose sono più importanti dei voti.
Soprattutto, questa visione del mondo insisteva sul fatto che ciò che ci lega non è il sangue o la terra, ma la dedizione a un insieme condiviso di idee. Con tutti i suoi fallimenti, la cosa che rende grande l’America è che essa rappresenta il distacco dalla nozione, tuttora prevalente in tanti altri posti, per cui la biologia, il luogo di nascita, la classe sociale, il rango, il genere, la razza siano un destino. I nostri secondi padri fondatori, abolizionisti come Frederick Douglass, erano testimonianze viventi di questa verità.
Quella vecchia visione condivisa – ogni suo singolo aspetto – è stata travolta dalla nuova ortodossia liberale. Poiché questa ideologia si ammanta del linguaggio del progresso, tanti comprensibilmente si lasciano ingannare dal brand che si è auto-attribuito. Non fatelo. Essa promette giustizia rivoluzionaria, ma minaccia di trascinarci in un passato dove siamo tutti schierati uno contro l’altro secondo la tribù di appartenenza.
Il metodo principale di questo movimento ideologico non è costruire o rinnovare o riformare, ma abbattere. La persuasione è rimpiazzata dalla pubblica gogna. Il perdono è rimpiazzato dalla punizione. La pietà è rimpiazzata dalla vendetta. Il pluralismo dal conformismo; il dibattito dal de-platforming [divieto di fare intervenire in pubblico determinate personalità, ndt]; i fatti dai sentimenti; le idee dall’identità.
Secondo il nuovo illiberalismo il passato non può essere compreso nei suoi termini propri, ma deve essere giudicato attraverso la morale e i costumi del presente. L’educazione, secondo questa ideologia, non è insegnare alle persone come pensare, bensì dire loro cosa pensare. Tutto quanto sopra è il motivo per cui William Peris, docente alla UCLA [University of California, Los Angeles, ndt] e veterano dell’aeronautica, è stato sottoposto a procedimento disciplinare per aver letto in aula ad alta voce la Lettera dal carcere di Birmingham di Martin Luther King Jr. O per cui un distretto scolastico della California ha vietato Il buio oltre la siepe di Harper Lee, Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain e Uomini e topi di John Steinbeck. O per cui il comitato di gestione delle scuole di San Francisco ha votato a favore della rinominazione di 44 istituti, compresi quelli intitolati a George Washington, Paul Revere e Dianne Feinstein – avete letto bene – a causa di vari peccati.
In questa ideologia, se non twitti il giusto tweet o non condividi il giusto slogan o non posti il giusto motto e la giusta foto su Instagram, la tua vita intera può essere rovinata. Se pensate che io stia esagerando, date un’occhiata alla vicenda di Tiffany Riley, la preside di una scuola pubblica del Vermont licenziata questo autunno perché ha dichiarato di sostenere le vite dei neri ma non l’organizzazione Black Lives Matter.
In questa ideologia, le intenzioni non importano un fico secco. Chiedete a Greg Patton. In autunno il professore di comunicazione aziendale alla USC [University of Southern California, ndt] stava facendo lezione in aula sulle “parole superflue” – come “um” e “like” e così via – per il suo corso di master. In Cina, ha osservato, «la classica parola superflua è “che che che”. In cinese sarebbe…», e ha pronunciato un termine cinese che suonava come un insulto razzista inglese.
Alcuni studenti si sono offesi e hanno scritto una lettera al decano della facoltà di economia accusando il loro professore di «negligenza e disprezzo». E hanno aggiunto: «Non dovremmo trovarci a combattere in aula per il nostro senso di pace e benessere mentale».
Invece di rispondere loro che le loro affermazioni erano follia, il decano si è arreso alla pazzia: «Per la facoltà è semplicemente inaccettabile l’utilizzo in aula di parole che possono emarginare, causare sofferenza e danneggiare la sicurezza psicologica dei nostri studenti». Patton è stato sospeso dall’insegnamento nel corso, e la sempre più elastica nozione di “sicurezza” è stata brandita, ancora una volta, come un’arma poderosa.
Il vittimismo, in questa ideologia, conferisce forza morale. «Penso, dunque sono» è sostituito da: «Sono, dunque so», e «so, dunque ho ragione».
In questa ideologia, tu sei colpevole dei peccati di tuo padre. In altri termini: tu non sei tu. Sei solo un mero avatar della tua razza o della tua religione. E il razzismo non riguarda più la discriminazione sulla base del colore della pelle di qualcuno. Il razzismo è qualunque sistema che consenta risultati diversi tra diversi gruppi razziali. Per questo le città di Seattle e San Francisco hanno rivisitato l’algebra perché razzista. Per questo, ancora, una Smithsonian Institution l’estate scorsa ha stabilito che il duro lavoro, l’individualismo e la famiglia sono caratteri “bianchi”.
In questa ideologia totalizzante, puoi essere colpevole per prossimità. Un imprenditore palestinese di Milwaukee, Majdi Wadi, è stato quasi ridotto sul lastrico quest’estate per i tweet razzisti e antisemiti scritti dalla figlia adolescente. Un calciatore professionista è stato licenziato a causa dei post di sua moglie. Ci sono centinaia di esempi simili. L’illuminismo, per dirla con il critico Ed Rothstein, è stato rimpiazzato dall’esorcismo.
Cosa forse più importante, in questa ideologia, la parola – il modo in cui si risolvono i conflitti nelle società civilizzate – può essere violenza, mentre la violenza, se esercitata dalle persone giuste perseguendo una giusta causa, non è affatto violenza.
È così che, in giugno, più di 800 miei ex colleghi del New York Times hanno dichiarato che un commento del senatore Tom Cotton li aveva messi in «pericolo», mentre la più celebrata giornalista della testata – ultima vincitrice del premio Pulitzer – ribadiva pubblicamente che saccheggi e rivolte sono «non violenza». Quella giornalista, creatrice del Progetto 1619 [colossale iniziativa editoriale del Nyt che mira a riscrivere la storia americana come storia di un impero fondato sullo schiavismo, ndt], continua a essere mitizzata. Intanto i redattori che avevano pubblicato il commento sono stati umiliati pubblicamente e allontanati dal giornale.
Si può dissentire dalla tesi esposta da Tom Cotton – il senatore invocava l’impiego della Guardia nazionale per mettere fine alle rivolte dell’estate – e insieme credere, come me, che non ci si può definire il quotidiano di riferimento e ignorare le opinioni di metà del paese.
Mi sono dimessa poche settimane dopo quell’episodio vergognoso, convinta che non ci fosse possibilità di rischiare intellettualmente in un giornale che si piega come una tenda davanti alla folla. Come ho scritto nella lettera di dimissioni, «sono tutti brutti segnali, specialmente per i giovani autori indipendenti e per i redattori particolarmente attenti a quello che devono fare per avanzare nella carriera. Regola uno: esprimi le tue idee a tuo rischio e pericolo. Regola due: non arrischiarti a commissionare un articolo che contraddica la narrazione. Regola tre: mai credere a un direttore o a un editore che ti invita ad andare controcorrente. Alla fine l’editore si piegherà al volere della folla, il direttore sarà licenziato o assegnato ad altra mansione e tu sarai abbandonato».
Il lettore scettico giustamente obietterà che le culture hanno sempre avuto dei tabù. Che ci sono sempre stati comportamenti o parole considerati inaccettabili. L’ostracismo ci accompagna fin dai tempi della Bibbia e la gogna è da tempo un modo per le tribù e le culture di conservare le usanze sociali importanti.
Tutto vero. Ma quella che chiamiamo cancel culture rappresenta una deviazione dai tabù tradizionali, in due modi.
Il primo è la tecnologia. Peccati che un tempo sarebbero rimasti confinati nella pubblica piazza o nel municipio locale ora sono a disposizione di tutto il mondo per l’eternità. In questa nostra era del Big Tech non esiste possibilità di trasferirsi in un’altra città e ricominciare, perché la nuvola di tutti i nostri post e simili resta sospesa per sempre sulla nostra testa.
Il secondo è che nel passato i tabù delle società erano in genere stabiliti attraverso una visione culturale diffusa. I tabù di oggi, invece, sono spesso idee radicali sospinte da una congrega di infervorati che tentano di ridefinire cosa sia accettabile e cosa dovrebbe essere evitato. È un gruppo che controlla quasi tutte le istituzioni che producono la vita culturale e intellettuale americana: di sicuro i media, ma anche l’istruzione superiore, musei, case editrici, squadre del marketing e della pubblicità, Hollywood, l’istruzione primaria e secondaria, le aziende tecnologiche e sempre più le funzioni risorse umane delle grandi imprese.
Non dovrebbe perciò sorprendere che un recente studio del Cato Institute ha rilevato che il 62 per cento degli americani dice di autocensurarsi. Più un gruppo è conservatore e più tenderà a nascondere le proprie idee: ammette di autocensurarsi il 52 per cento dei democratici, contro il 77 per cento dei repubblicani.
E per forza hanno paura. In un’era in cui la gente viene denigrata per cose trascurabili, lagnanze insignificanti e divergenze di opinione in un ambiente che si presume liberale e tollerante, chi oserebbe rendere noto il proprio voto per un repubblicano?
Ma nessuno entra in un gruppo per sentirsi male. Le persone entrano nei gruppi che le fanno sentire bene, che danno loro un significato, che offrono un senso di appartenenza. Motivo per cui così tanta gente della mia generazione e più giovane ancora è attratta da questa ideologia. Non credo che sia perché le manchi l’intelligenza o perché siano tutti fiocchi di neve.
L’ascesa di questo movimento è avvenuta sullo sfondo di grandi cambiamenti nella vita del paese: la lacerazione del nostro tessuto sociale, la perdita della religione e il declino delle organizzazioni civili, l’emergenza oppiacei, il collasso dell’industria, il trionfo di Big Tech, la scomparsa della fiducia nella meritocrazia, l’arroganza delle nostre élite, il succedersi di crisi finanziarie, un dibattito pubblico intossicato, il debito devastante accumulato dagli studenti, la morte della fiducia. È avvenuta in un contesto in cui il sogno americano sembra esaurirsi e le diseguaglianze della nostra presunta meritocrazia equa e liberale sono evidentemente distorte a vantaggio di alcuni e a danno di altri.
«Mi sono convertito perché ne avevo bisogno e vivevo in una società in disintegrazione assetata di fede». Così scrisse Arthur Koestler nel 1949 a proposito della sua infatuazione per il comunismo. Lo stesso si può dire di questa nuova fede rivoluzionaria.
Se vogliamo che le nostre giovani menti brillanti respingano questa visione del mondo, dobbiamo affrontare questi problemi perché senza questi malanni non avremmo avuto né Donald Trump né la rivoluzione culturale che sta trasformando dall’interno le più importanti istituzioni d’America.
Da qualche parte però dobbiamo cominciare e l’unico posto da cui possiamo partire è un appello al coraggio e al dovere.
È nostro dovere resistere alla folla in questa epoca di pensiero di massa. È nostro dovere dire la verità in un’epoca di menzogne. È nostro dovere pensare liberamente in un’epoca di conformismo.
Come ha detto perfettamente una volta il grande giudice americano Learned Hand, «la libertà si trova nel cuore degli uomini e delle donne; quando muore là dentro, nessuna costituzione, nessuna legge, nessun tribunale può fare granché per soccorrerla».
Tenere vivo lo spirito della libertà in un’epoca di illiberalismo strisciante è niente meno che il nostro obbligo morale. Dipende tutto da questo.

C’era una volta il principio “La mia libertà finisce dove comincia la tua”; oggi la mia libertà la fanno finire dove comincia la tua suscettibilità, le tue fisime, la tua permalosità, le tue paturnie, le tue fissazioni, i tuoi pregiudizi, le tue convinzioni, la tua credulità, i tuoi capricci, le tue bizze, le tue ossessioni, le tue ansie, le tue manie, le tue fobie, le tue paranoie, le tue velleità, le tue schifiltosità, i tuoi stereotipi, i tuoi pallini.
Ancora una piccolissima osservazione: Boghossian, cognome armeno; Weiss, cognome ebraico, e altri se ne trovano, in questa piccola coraggiosa squadra di resistenti: non sarà che chi è da sempre parte di una minoranza, in particolare minoranza spesso gratificata di speciali attenzioni, trova più facilmente nei propri geni la capacità di mettersi anche volontariamente in minoranza per opporsi a dittature e oppressioni?

barbara

E ANCHE IL NEW YORK TIMES CELEBRA LA FESTA DELLA MAMMA

Certo, questo genere di prestazioni non è una novità per la celebre e “prestigiosa” testata. Una delle più clamorose è stata senz’altro quella relativa a Tuvia Grossman, per ricordare la quale ripropongo un mio post di sette anni fa, in cui inserirò qualche nota in corsivo.

Il 30 settembre 2000 il New York Times pubblicava questa foto
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ripresa dai giornali di tutto il mondo. La didascalia spiegava: “Un poliziotto israeliano e un palestinese sul Monte del Tempio”. Il poliziotto era effettivamente un poliziotto israeliano, ma il ragazzo con la faccia ridotta a una maschera di sangue non era un palestinese e, per inciso, i due non si trovavano neppure sul Monte del Tempio [Chiunque abbia visto il Monte del Tempio anche solo in fotografia, vi ha mai visto qualcosa del genere?
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Ma per certe “prestigiose” testate non sono certo insignificanti dettagli come questi a far vacillare le certezze dei redattori]
Il ragazzo, in realtà, era Tuvia Grossman, ebreo americano: stava viaggiando su un taxi quando una banda di palestinesi aveva preso a sassate il taxi, tirato giù di peso Tuvia e lo avevano picchiato e bastonato fino a ridurlo nelle condizioni in cui appare nella foto.
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Riuscito a sfuggire ai suoi aggressori, aveva raggiunto il poliziotto israeliano, fotografato nel momento in cui, col bastone e con le urla e con la faccia feroce, cercava di tenere a bada i palestinesi nell’attesa che arrivassero i soccorsi [senza sparare, si noti bene, anche se avrebbe potuto benissimo farlo, e risolvere così la situazione in pochi secondi]. Il New York Times, contattato dal padre del ragazzo che aveva spiegato come stavano in realtà le cose, qualche giorno dopo aveva pubblicato una rettifica, ma non tutti gli altri giornali hanno provveduto a ristabilire la realtà dei fatti.
Questa, nel secondo giorno della cosiddetta intifada, è stata la prima opera di disinformazione in quest’ultima guerra terroristica contro Israele. Molte altre ne sono seguite: il caso del bambino Mohammed al Durra, colpito a morte da pallottole palestinesi nel corso di uno scontro a fuoco (iniziato dai palestinesi, giusto per amor di precisione) e messo in conto a Israele (vale inoltre la pena di ricordare che il bambino era solito uscire tutti i giorni per andare a tirare sassi contro i soldati israeliani. Vale anche la pena di ricordare che quando erano previsti scontri Arafat faceva chiudere le scuole e mandava gli autobus per portare i bambini a fare da scudi umani ai cecchini, e che tale pratica è cessata solo in seguito a un energico intervento della regina di Svezia). [E ricordiamo anche i risultati delle successive indagini, le immagini del bambino che si muove dopo essere “morto” e tanti altri dettagli del genere]. Il caso di Rachel Corrie della quale, per dimostrare che era stata uccisa intenzionalmente, è stata fatta circolare la foto in cui risulta ben visibile col suo giubbotto catarifrangente, salvo dimenticarsi di dire che quella foto risaliva ad almeno due ore prima della morte (mentre non è mai stata pubblicata la foto presa due settimane prima in cui la “pacifista”, con la faccia stravolta dall’odio, insegna ai bambini palestinesi a bruciare la bandiera americana). Il caso della bambina israeliana fotografata mentre contempla le macerie della sua casa distrutta dai razzi palestinesi, con la didascalia: “Bambina palestinese contempla le macerie della sua casa distrutta dagli israeliani”. Il caso dell’inglese “colpito alle spalle dagli israeliani”, mentre fronteggiava gli israeliani e alle sue spalle c’erano i palestinesi. Il caso del “massacro” di Jenin con migliaia di morti, poi con centinaia di morti, alla fine con 52 morti di cui i quattro quinti combattenti, a fronte di 23 morti israeliani. Eccetera eccetera. Eccetera.

Di tutto ciò che è stato ordito in seguito è impossibile fare anche solo un succinto riassunto, trattandosi di decine di migliaia di menzogne, bufale, taroccamenti, falsificazioni, omissioni, capovolgimenti, invenzioni di sana pianta. Per questo, anche se sappiamo che assomiglia molto a una battaglia persa in partenza, non ci stancheremo mai di far sentire la nostra voce.
ISRAELE, SIAMO CON TE!

barbara