LIORA

Ovvero, quando si decide di voler vincere.

Liora era uscita a festeggiare il grado di ufficiale insieme a quattro compagni di vita e di avventura. Si occupavano di computer e di elettronica all’interno dell’aviazione, quel traguardo significava moltissimo per loro. Avevano dunque preso un veicolo militare dalla base in cui operavano, nel sud del paese, e si erano diretti verso Tel Aviv, la città che non dorme mai.
“I beduini che popolano il deserto hanno la tradizione di scavare dei canali vicino alle strade, un metodo antico, utile per recuperare le bestie che scappano improvvisamente dal pascolo.”
Nell’oscurità del deserto, sul ciglio di una strada illuminata unicamente dal riflesso delle stelle, un camion non aveva rispettato il segnale di precedenza, scaraventando in uno dei canali l’automobile in cui si trovava Liora.
“Tamir e Adva sono morti sul posto, Yotam è rimasto gravemente ferito e sino ad oggi è disabile al cento per cento, Gal si trascina ancora sulle stampelle e ha perso ormai quasi del tutto la vista. E poi ci sono io.” Liora riporta diverse lesioni, ma rimane in pieno stato di coscienza.
“Sono rimasta in quella macchina accartocciata per tre infinite ore aspettando che qualcuno si accorgesse di noi. Sentivo i miei amici piangere, nessuno parlava, poi persino il pianto si spense e rimasi da sola, sola nell’oscurità della notte.”
Fortunatamente un passante non riuscì a trattenere i propri bisogni, scese dalla macchina con l’intento di svuotare la vescica e si ritrovò davanti cinque corpi inermi.
“Mi portarono immediatamente nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale più vicino, avevo perso conoscenza e il medico comunicò ai miei genitori che non avrei superato la notte. Le ferite erano troppo profonde perché io sopravvivessi.”
Liora si risveglia sullo stesso letto di ospedale quattro mesi dopo.
“Aprii gli occhi per la prima volta e scoprii di aver perso le mie capacità motorie, sia alle braccia che alle gambe.”
I mesi di riabilitazione sono lunghi e difficili.
“Inizialmente tutti mi stettero accanto, gli amici di una vita si dimostrarono preziosi, ma non passò troppo tempo prima che mi ritrovai sola, di nuovo. Tutti tornarono alla loro routine, dimenticandosi del mio dolore.”
Gli unici che non la lasciarono mai, nemmeno per un istante, furono i suoi genitori.
“Viaggiarono tutto il paese per me, fino a quando mio padre si prese un infarto e mia madre dovette prendersi cura di lui. In quel preciso momento capii che quella era una guerra che avrei combattuto da sola, che io ero l’unica a poter cambiare la mia sorte.”
E così fu, così fece. Con uno sforzo sovrannaturale Liora proseguì la riabilitazione, riacquistò del tutto l’uso delle gambe e delle braccia. L’uso della parola.
“Tornai ad essere me stessa, il mio fisico rispondeva perfettamente ad ogni comando, ma le cicatrici che mi portavo appresso erano incise dentro di me.”
“Dov’è finita la Liora della terapia intensiva?”, le domando incredulo, osservandola dalla folta chioma castana alla punta dei piedi. Di lei non vedo traccia.
“Mi avevano detto che non avrei potuto avere figli, oggi sono madre di tre meravigliose bimbe. Mi avevano detto che non avrei potuto studiare, oggi termino la seconda laurea e mi avvio per il dottorato. Mi avevano detto che non avrei potuto disegnare, tre anni fa ho inaugurato una mostra di quadri che rappresentavano la mia storia e che portavano la mia firma. Mi avevano detto che non avrei più praticato dello sport, da quattro anni sono una giocatrice nella lega di pallavolo. Quel riflesso di me su un letto di ospedale appartiene ad una vita precedente. Una vita che ho dovuto lasciare alle mie spalle per poter guardare verso un futuro migliore.”
La incontro per la prima volta in casa di riposo, durante un’attività di volontariato organizzata da Michael Sierra, ideatore e fondatore della Giovane Kehilla. Mi allontano per qualche istante dal gruppo di giovani italiani indaffarati nella preparazione delle challot con gli anziani della residenza, per scambiare qualche parola con lei.
“Sono responsabile di quattro case di riposo, mi occupo specialmente di reparti dedicati ai superstiti della Shoah ed agli anziani affetti da alzheimer.”
Inoltre Liora collabora con l’esercito israeliano, perché nonostante la sua rinascita, non dimentica mai da dove è venuta.
“Mi occupo di quei soldati che soffrono di disabilità motorie o mentali, in seguito a ferite e traumi riportati durante gli anni della leva. Giro per gli ospedali occupandomi di loro, parto all’estero per raccogliere fondi destinati alla loro riabilitazione. Perché le persone disabili hanno moltissimo da insegnare, non valgono meno di qualunque altro essere umano, vivono il presente proprio come tutti noi.”
Mi racconta di aver terminato l’ultimo intervento l’anno scorso, rimuovendo un grosso frammento penetrato nella sua schiena decine di anni prima. Durante la notte dell’incidente.
“Ho chiesto al chirurgo di lasciarmi una cicatrice su quel punto della pelle. Era incredulo, mi ricordò che in tutti quegli anni gli avevo sempre chiesto di fare i massimi sforzi per non lasciare alcuna traccia dell’accaduto. Eppure quella volta era diverso, una parte di me desiderava conservare per sempre un piccolo segno della tragedia. Una prova concreta di tutti gli sforzi compiuti per diventare la persona che sono oggi.”
Concludo così l’intervista a Liora, una donna forte e coraggiosa, un ufficiale dell’esercito, un’insegnante, una madre.
“Dio aveva un piano per me, lo so, lo sento. E sono certa di aver finalmente imparato la lezione: il segreto non è rimanere in piedi, il segreto è cadere per poi rialzarsi. Perché la vita è bella, merita di essere vissuta.”
David Zebuloni
(Moked, 23 settembre 2016)
liora
Vero che fa un gran bene leggere storie come questa?

barbara

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