IL RIFIUTO DI UN’EREDITÀ DIFFICILE

È cosa nota il fatto che mentre la Germania Ovest ha, almeno in parte, fatto i conti col proprio passato riconoscendo le proprie responsabilità, processando un certo numero di criminali nazisti e provvedendo a risarcimenti materiali, sia verso le singole vittime, sia verso lo stato di Israele, come contributo alla costruzione dello Stato destinato ad accogliere i sopravvissuti allo sterminio, l’Austria lo ha fatto in misura molto minore, atteggiandosi anzi a prima vittima del nazismo (e stendendo un obbrobrioso velo di oblio sull’entusiasmo con cui aveva accolto i nazisti, sullo zelo con cui si era data alla caccia all’ebreo, sul fatto che fra le SS volontarie nei campi di sterminio la percentuale di austriaci era significativamente superiore a quella della rappresentanza austriaca nel Reich), e la Germania Est non lo ha fatto per nulla, presentandosi come intrinsecamente antifascista, e quindi senza alcun legame col nazismo. E dunque, niente epurazioni e niente risarcimenti. Questa, dicevo, è cosa nota. Meno nota è forse l’ostilità mostrata dalla Germania Est, in linea con tutto il blocco comunista, verso i propri ebrei, al punto da indurne molti alla fuga – in particolare quelli osservanti, o comunque dotati di una forte consapevolezza della propria identità ebraica – e tenendo quelli rimasti alla larga da istituzioni e ruoli di responsabilità, e mantenendo un assiduo controllo anche sugli ebrei rinnegati (un ebreo, si sa, anche convertito o rinnegato, è sempre un ebreo, ed è sempre opportuno guardarsene). Ma non vorrei che adesso vi faceste delle idee sbagliate: tutto questo non si chiama antisemitismo, no. Si chiama lotta di classe (gli ebrei tutti sporchi capitalisti, sapete bene, gli ebrei che manovrano la finanza mondiale, gli ebrei dietro a tutte le politiche estere, il complotto ebraico…)
Va da sé, con queste premesse, che la Germania Est non poteva non sviluppare un odio implacabile contro lo stato capitalista e imperialista di Israele e offrire incondizionato appoggio, morale e materiale, al mondo arabo e al terrorismo palestinese (compreso quello delle olimpiadi di Monaco). Delle vicende relative ai rapporti della Germania Est con gli ebrei, con Israele e con il mondo arabo, troviamo in questo splendido libro un’accuratissima documentazione. E troviamo, tra l’altro, la vergognosa e accuratamente studiata e programmata strumentalizzazione del processo Eichmann, in cui spicca in tutta la sua evidenza la spudorata prostituzione nei confronti del mondo arabo.

L’organizzazione di una campagna propagandistica in concomitanza con il «processo Eichmann» fu affidata a Albert Norden, responsabile del reparto Agitation (propaganda) della SED. Nella seduta dell’11 aprile del Politbüro, in contemporanea con l’apertura del processo a Gerusalemme, venne elaborato un interessante e articolato piano d’azione. Fu dato l’ordine di costituire dei gruppi di lavoro. Uno avrebbe analizzato il documento di accusa contro Eichmann e la sua linea di difesa e «formulato argomentazioni convincenti». Un altro avrebbe studiato i collegamenti fra il «processo Eichmann» e quello di Norimberga. Il presidente della Volkskammer, Dieckmann, e il presidente della comunità ebraica di Berlino, Schenk, furono incaricati di rilasciare una dichiarazione sul processo Eichmann. La campagna contro Eichmann doveva essere collegata con la campagna per la pace mondiale e contro l’odio razziale e venire appoggiata dalle comunità ebraiche della RDT e dal «Comitato per la pace» (Friedensausschuß). Ai loro presidenti fu commissionato l’invio di un telegramma a Kennedy per condannare la «ripresa del revanscismo e dell’odio razziale nella Germania occidentale». Anche «Arnold Zweig e il suo gruppo» furono invitati a prendere posizione. Vennero previste anche campagne e mobilitazioni contro la politica nucleare della Repubblica Federale e contro il neocolonialismo. Il noto giurista Friedrich Karl Kaul sarebbe stato mandato come osservatore a Gerusalemme al processo Eichmann. Infine Norden avrebbe dovuto curare la pubblicazione in Germania occidentale di uno scritto di Adenauer, degli anni 1933-’34, che testimoniava l’appoggio dato dal cancelliere al nazionalsocialismo. E avrebbe dovuto verificare la possibilità di «procedere per via giudiziaria all’accertamento delle verità contenute nell’opuscolo relativo a Globke, contro cui Adenauer vuole entrare in giudizio».
Non solo la RDT ma tutto il blocco socialista pensava a come usare l’affare Eichmann per aumentare il proprio credito nell’ambito della contrapposizione tra i blocchi. I ministri degli esteri dei paesi socialisti si incontrarono il 19 luglio 1960 a Budapest per discutere una comune linea di azione al processo di Gerusalemme. Erano rappresentate Ungheria, Cecoslovacchia, Unione Sovietica, Polonia, RDT e Romania. I risultati della consultazione vennero comunicati al Politbüro dal ministro degli esteri Winzer, nel corso della seduta del 16 agosto. I bersagli della campagna politica connessa al processo Eichmann erano il neofascismo in Germania occidentale, il sionismo e il Vaticano (poiché, si affermava, Eichmann era fuggito e vissuto in Argentina grazie alla protezione del Vaticano). Principali interessati alla questione furono ritenuti i polacchi, dato che Eichmann aveva operato soprattutto in Polonia. Il problema più discusso fu quello della competenza del tribunale israeliano nel procedere in giudizio. Accettarne la competenza  avrebbe comportato conseguenze spiacevoli. Avrebbe di fatto limitato molto le possibilità di intervento dei paesi socialisti e legittimato la pretesa di Israele a rappresentare il popolo ebraico. Anche rifiutare in toto la competenza sarebbe stata una strategia dai molti risvolti negativi. Israele avrebbe avuto così l’occasione di affermare che gli stati socialisti volevano coprire i criminali di guerra fascisti e dal canto loro gli stati socialisti si sarebbero preclusi qualsiasi possibilità di intervento o di critica, anche solo a latere. Fu scelta quindi la via di mezzo, quella di riconoscere in parte la competenza di Israele. Tale soluzione non avrebbe privato i paesi socialisti della possibilità di chiedere l’estradizione di Eichmann, e avrebbe permesso di selezionare il materiale e trasmettere solo quello che più interessava fare conoscere, senza incorrere nell’accusa di volere impedire l’accertamento della giustizia.
Nel corso della consultazione fra i paesi socialisti fu discussa anche l’eventualità di avviare un procedimento per la richiesta di estradizione. Una mossa solo propagandistica, dato che le autorità israeliane mai avrebbero accettato la domanda. Il rifiuto di concedere l’estradizione avrebbe però permesso ai paesi socialisti più direttamente interessati di ritagliarsi degli spazi per criticare le scelte giudiziarie israeliane, pubblicando il materiale disponibile su Eichmann a piccole dosi. La richiesta di estradizione non doveva tuttavia essere inoltrata subito: Israele, pur di non estradare Eichmann in un paese socialista come la Polonia, avrebbe potuto concedere l’estradizione alla Germania occidentale. I paesi socialisti decisero infine di trasmettere alle autorità israeliane solo una parte della documentazione disponibile e utile ai fini del processo.
Le decisioni raggiunte dalla conferenza di Budapest vennero approvate e adottate dal Politbüro. Il ministero degli esteri della RDT specificò che la Germania orientale intendeva utilizzare il più possibile il processo di Gerusalemme per smascherare i complici di Eichmann, per sapere chi avesse nascosto Eichmann per tutto il tempo trascorso dal termine della guerra, per accusare la (presunta) collaborazione in tal senso fra Germania occidentale e Israele. La Repubblica Democratica avrebbe dovuto fornire tutto il materiale adatto ad accrescere pubblicità e rilevanza del processo. La documentazione sarebbe stata diffusa, anche all’estero, attraverso le organizzazioni di ex-combattenti e reduci della resistenza. L’amministrazione della giustizia fu incaricata di esprimere pareri riguardo alla competenza delle corti israeliane nella conduzione del processo.
Il Politbüro aveva deciso di mandare a Gerusalemme degli osservatori «neutrali», membri delle organizzazioni della resistenza. La partecipazione ufficiale della Germania orientale non era invece ritenuta opportuna. Norden, in una lettera a Ulbricht dell’ottobre 1960, precisava infatti che un intervento diretto della RDT come accusatore di Eichmann avrebbe potuto essere motivo di forte imbarazzo nei rapporti con i paesi arabi. Nella stessa lettera, Norden sottolineò la necessità e l’intento di «inasprire al massimo gli attacchi contro il regime di Bonn» in concomitanza con il caso Eichmann. (pp. 137-141)

Prostituzione spinta al punto da dichiarare illegittima l’esistenza di Israele – molto molto in anticipo sugli amanti della pace nostrani. Prostituzione, peraltro, assai poco redditizia perché i dirigenti della Germania Est avevano lo stesso difetto di tutti gli odiatori di Israele e degli ebrei e degli amanti professionisti degli arabi: non conoscevano gli arabi.

La visita di Ulbricht al Cairo aveva fornito a Bonn un ottimo pretesto per la normalizzazione con Israele, da tempo richiesta con insistenza da parte israeliana. Pressoché immediatamente dopo la partenza di Ulbricht, il 9 marzo, Nasser, nell’incerta prospettiva dovuta all’apertura della RDT, minacciò che in caso di normalizzazione avrebbe proceduto al riconoscimento ufficiale di Berlino est e al blocco dei beni tedeschi. Quando, il 12 maggio 1965, la Repubblica Federale e Israele annunciarono l’avvio delle relazioni diplomatiche, l’Egitto e altri nove stati dei tredici appartenenti alla Lega Araba si limitarono a rompere le relazioni diplomatiche con Bonn: non fecero seguire a tale atto il riconoscimento della Repubblica Democratica. La visita di Ulbricht al Cairo, annunciata come il maggiore successo della politica tedesco-orientale, si era quindi dimostrata una sconfitta. La RDT si era piegata alle richieste egiziane di durezza estrema contro Israele, ma non aveva ricevuto nulla in cambio. Solo vaghe promesse di attenzione che non erano state mantenute né immediatamente dopo la visita, né quando la Germania occidentale e Israele normalizzarono le proprie relazioni. (pp. 158-160)

Infine un accenno al partito comunista israeliano, anch’esso prostituito al comunismo internazionale, pronto a svendere la Patria in cambio di un po’ di considerazione, e tuttavia frustrato in questa sua aspirazione.

In un’analisi-piano delle relazioni fra SED e Partito Comunista di Israele sullo sviluppo dei rapporti reciproci nel 1964, la RDT dichiarava:
«Nelle attuali condizioni la RDT non è interessata ad un ampliamento delle proprie relazioni con Israele, perché questo si potrebbe immediatamente riflettere molto negativamente soprattutto sulle nostre relazioni con gli stati della regione araba. Perciò il nostro partito considera che lo sviluppo delle relazioni interpartitiche con il PC di Israele non costituisca un obiettivo primario rispetto allo sviluppo di relazioni interpartitiche con i partiti fratelli degli stati arabi. Al contrario, il PC di Israele considera lo sviluppo delle relazioni con il nostro partito come obiettivo fondamentale, secondo solo al miglioramento delle sue relazioni con il PCUS» (p.177)

(Verrebbe da concludere, pensando, giusto per aggiungere una nota personale, anche a questo, che se la religione è l’oppio dei popoli, il comunismo ne è l’eroina).
Il libro, per concludere, che ha molto più la fluidità del racconto che la pesantezza del saggio, a me ha riempito numerose lacune. Quindi va assolutamente letto.

Sara Lorenzini, Il rifiuto di un’eredità difficile, Giuntina

barbara

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