IL CITOFONO, SALVINI, E LE ANIME BELLE

Comincio con questo articoletto di sette anni e mezzo fa (gelosamente conservato nel mio archivio, perché io lo so che non va buttato via niente perché prima o poi serve. Ecco, adesso serve).

IL MICROCITOFONO

Mark è un caro amico inglese. Ha studiato in Italia, vuole bene agli italiani, si dispera di fronte al nostro declino. L’ho rivisto questa settimana. Si occupa adesso di informazione televisiva, ma ha insegnato a lungo letteratura italiana. Con lui la conversazione è sempre brillante, ha un forte senso del comico e della teatralità. Anni fa ci aveva fatto morire dal ridere imitando le interviste ai politici colti alla sprovvista mentre camminano per strada. Il mutismo di Cuccia gli era sembrato un gioiello alla Chaplin, ma pur sempre un episodio da circo di strada, indegno di una civile e moderna informazione. Ho chiesto a Mark che cosa lo colpisce nei nostri telegiornali. Pensavo mi parlasse degli esiti della sentenza-Berlusconi. La sua risposta mi ha spiazzato più della sentenza della Cassazione, che a dire il vero, per il modo spagnolesco come è stata formulata davanti a milioni di telespettatori, richiedeva come minimo una laurea in giurisprudenza perché si capisse che di condanna e non di assoluzione si trattava. Il microcitofono. Ecco invece che cosa ha colpito la fantasia di Mark. Il microfono appoggiato sul citofono di un ignaro cittadino. Sullo schermo tu vedi una mano reggere un “gelato”, come si dice in gergo. Sia di Mediaset, della Rai o della 7 non fa differenza. Lo sventurato, microcitofonato, quasi sempre, risponde. D’estate capita più spesso, perché la cronaca nera occupa molto spazio nell’informazione e i gelati forse rinfrescano. C’è qualche cosa di impudico, ha osservato Mark, la sera in cui ad essere microcitofonata era una madre che aveva appena perso un figlio nell’incidente del bus in Irpinia. Mark mi ha promesso di fare una piccola inchiesta comparativa per verificare se altri cronisti nel mondo civilizzato sono capaci di tanta crudeltà.
Alberto Cavaglion (21 agosto 2013)

Non so se lo abbia fatto, ma immagino che la risposta sia no, questa cosa incivile credo proprio che ci sia solo in Italia. E dunque in Italia si fa così, è un’abitudine, si fa normalmente, lo fanno tutti e nessuno si scandalizza, nessuno protesta, nessuno lancia anatemi (non sono politici? Non hanno responsabilità di governo? Non rappresentano lo Stato? Vero. Però è anche vero che sono pagati per fare informazione, che dallo sciacallaggio, almeno in qualche dettaglio, si dovrebbe distinguere). L’ha fatto anche Salvini, che però, oltre ad alcuni altri dettagli che fra poco vedremo, non aveva il microfono. E passo a questo articolo di Alessandro Rico.

Peggio di Salvini al citofono c’è la sinistra in fuga dalle periferie

«Scusi, lei spaccia?». La citofonata del leader leghista al tunisino accusato di essere un pusher è, evidentemente, una «salvinata». Uno scivolone, una caduta di stile. Forse figlia di questo tempo, forse dell’immaturità politica di un «Capitano» bravissimo in campagna elettorale, ma ancora poco a suo agio nei panni dell’istituzione. Per citare un ex premier, Matteo Salvini è solo un «senatore semplice». Ma da un ex ministro dell’Interno, che aspira a diventare presidente del Consiglio, ci si aspetterebbe un po’ più di contegno.
C’è persino chi – sul Sole 24 Ore – si è divertito a elencare tutte le potenziali violazioni commesse dal capo del Carroccio. Per carità, critiche sacrosante: se uno pensa a uno statista, persino nell’era dei social e dei tweet al vetriolo, non immagina un politico che fa sceneggiate del genere. Sarebbe troppo pure per personaggi notoriamente sopra le righe, come Boris Johnson o Donald Trump. Detto questo, però, non vorremmo che ci si soffermasse sul dito della «salvinata» e si ignorasse la luna dell’emergenza periferie.
In un quartiere di Bologna, il Pilastro, nel 2020 accade che la brava gente viva in mezzo agli spacciatori (non sarà il caso del tunisino, ma non cadiamo dal pero, fingendo che in quei posti non si smerci droga). Accade che le classi sociali più disagiate condividano i loro spazi con i criminali, che le zone popolari siano diventate zone delinquenziali. Accade che una signora, magari un tantino sanguigna, dichiari candidamente di girare armata per timore di aggressioni. Accade che un mix letale tra buonismo e immigrazione abbiano trasformato certe aree urbane in luoghi senza legge, senza ordine, senza Stato, in cui gli abitanti convivono con il terrore e le intimidazioni. E tutto questo non succede solo a Castel Volturno, la terra di nessuno dove la camorra è stata scalzata dai clan nigeriani. Anche quello è un orrore inaccettabile, ma in un certo senso, ci abbiamo fatto il callo.
Scopriamo invece che il degrado alberga nella civile Emilia Romagna, quella che «non si lega», quella che le sardine vogliono difendere dalla barbarie sovranista. E ci accorgiamo che proprio questa sinistra ricolma di coscienza civile, per cui la vera urgenza, il vero dramma sociale, è il fantomatico ritorno del fascismo, ai citofoni delle borgate non suona da un bel po’.
Per cui Salvini avrà sbagliato, avrà esagerato, sarà stato inelegante, inopportuno, di cattivo esempio; però i moralisti che lo bacchettano, in quelle periferie non si sono mai fatti vedere. Erano troppo impegnati a garantire gli interessi dell’alta borghesia, per accorgersi che la loro bontà, il loro umanitarismo, l’avrebbero pagato i più deboli. È così che – culturalmente, prima ancora che elettoralmente – questa sinistra, a Salvini, la vittoria gliel’ha… citofonata.
Alessandro Rico, 23 gennaio 2020, qui.

Concordo quasi su tutto; il quasi è rappresentato dall’inizio: no, non è stata una guasconata, una caduta di stile, un sintomo di immaturità politica: è stato un segno, il segno giusto da dare a quella fetta di cittadini italiani a cui i buoni di professione hanno rubato perfino il diritto di protestare. È stato un dire a quella gente oppressa e terrorizzata “Io ci sono. Io vedo, io sento, io parlo”. E sembra che anche qualcuno dei commentatori all’articolo la pensi come me. Ne ho presi alcuni, che mi sembrano particolarmente interessanti.

Diciamo che certa sinistra è abituata a frequentare certi quartieri solo per necessità di … rifornimento. E si inkazza se vai da quelle parti a disturbare certi commerci.

La cosa più imbarazzante è che la sinistra pur di dar addosso a Salvini, difende uno spacciatore! ripeto SPACCIATORE. davvero grottesco, patetico e ipocrita.

Sulle prime ho pensato questo episodio come a una simpatica guasconata. Pensandoci meglio, però, ho fatto alcune considerazioni: se uno ha il citofono col nome sopra, vuol dire che gli si può citofonare. Delle due l’una: o in casa ci sta uno spacciatore, o no. Se non c’è, perché c’è un nuovo inquilino, è un errore di persona, e bastano le scuse. Se l’inquilino è in effetti lo spacciatore, dove sta l’offesa? In questo paese a una persona perbene si può dire qualsiasi cosa, ma non si può dire a un delinquente che è un delinquente?
Secondo punto: Salvini è stato sollecitato dalla madre di un ragazzo morto per droga. Vuoi che a suo tempo questa signora non abbia allertato anche polizia e inquirenti? Evidentemente a vuoto. In ogni quartiere si sa chi spaccia, chi ricetta, chi organizza giri di prostitute, dove si riuniscono i rom a consegnare la mazzetta al loro capo, ecc.
Perché le forze dell’ordine non intervengono? Forse perché hanno le mani legate?
Infine: che danno ha ricevuto lo “studente”?
Avrà sicuramente la “carriera” facilitata dall’offesa di Salvini.

nei panni di Salvini che viene avvicinato da una madre che HA PERSO UN FIGLIO PER OVERDOSE, la quale gli indica l’abitazione di una famiglia di spacciatori, cosa avreste fatto ?
Poteva indicarle (od accompagnarla) dai Carabinieri, come predicano le anime belle, ma ipocrite, che fingono di non sapere la TOTALE INUTILITA’ di queste denunce.
Oppure poteva fare ciò che ha fatto, dimostrando concreta solidarietà alla povera madre, evidenziando il disastro sociale dello spaccio libero ed impunito.
Non sono un leghista, ma questo gesto, pur poco ortodosso, dimostra molta più umanità di tanti discorsi pieni di retorica buonista.

@ Rico, che scrive: «In un quartiere di Bologna, il Pilastro, nel 2020 accade che la brava gente viva in mezzo agli spacciatori.» Accade che la signora sanguigna che ha accompagnato Salvini il giorno dopo abbia trovato la sua auto col parabrezza sfondato. Accade anche che la droga viene spacciata non solo al Pilastro, ma anche alla Montagnola, in Piazza Verdi (cuore della zona universitaria), ecc. Accade, accade… Bisognerebbe vivere a Bologna per vedere ciò che accade, e rendersi conto di quanto del degrado della città.

La citofonata “sopra le righe” non è altro che ciò che fanno giornalisti di ogni parte da anni ed anni, quando indagano su fenomeni non raccomandabili.
Magari ricevendo in cambio violenze intimidatorie, come in questo caso la violenza contro l’auto della signora.
Nell’inazione di chi sarebbe deputato ad evitare il degrado, altri soggetti si preoccupano di denunciare (NB: solo denunciare, fermo restando che sul resto ci sarebbe da discutere) ciò che non viene risolto.
Quindi no, non c’è proprio niente di male nel farlo, anzi: è precisamente il modo per dare la giusta attenzione a certi fenomeni, che altrimenti vengono ignorati costantemente, lasciando le persone normali (i veri “deboli” da difendere, oggi), alla mercé di prepotenti di ogni genere.
La sinistra non è solo colpevole di “stare lontana dalle periferie”: è colpevole di difendere questa degenerazione di molti luoghi del paese.
Perché non solo se ne frega, ma non manca di stare sempre dalla parte sbagliata.
L’esempio lampante di tale modo di fare, anche se non italiano, è quello delle gang di stupratori pedofili pakistani in UK, coperti e non perseguiti dalla polizia per non creare “tensioni razziali” e scemenze simili.
Serve un gran bel casino contro questo atteggiamento, altroché.

E a forza di impedire che qualcuno tocchi Caino, siamo arrivati a catturare, legare, bendare, imbavagliare il povero Abele e servirlo su un piatto d’argento. Già appecorinato, così non devono neanche fare la fatica di mettercelo loro.

barbara

AGGIORNAMENTO:

  1. il “citofonato” è stato arrestato SEI volte e segnalato TREDICI volte per spaccio anche di eroina. Tra l’altro lo ha ammesso l’interessato;
  2. il fratello del “citofonato” è stato in carcere per SETTE anni per vari reati tra cui rapina, spaccio e lesioni;
  3. la signora italiana che accompagnava il perfido Matteo ha avuto un figlio morto di overdose;
  4. a seguito di ciò la signora è stata minacciata di stupro e di morte;
  5. dopo la “citofonata” alla signora hanno spaccato parabrezza e vetri dell’auto a sassate;
  6. il palazzo dove è avvenuta la citofonata incriminata è occupato abusivamente da trenta gruppi di preziose risorse maghrebine. (qui)

    • Cioè, siccome FB è sostanzialmente una fogna, tu ne desumi che qualunque cosa compaia su FB deve per forza essere falsa, giusto?
      I punti 4 e 5 sono conseguenza del fatto che la signora ha disturbato i traffici CHE AVVENGONO in quel palazzo. Se io scrivo qui che tu spacci, tu cosa fai, mi minacci di stupro e di morte e mi sfasci la macchina o dici povera vecchia pazza lasciatela perdere (o al limite mi quereli per diffamazione)?

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      • un gran bel ragionamento. davvero. che con quello che ho scritto io non ci becca una gran fava. io non sto dicendo che è sicuramente falso, sto dicendo che sarebbe carino aggiungere qualche fonte che almeno dia l’impressione che possa essere vero… fb è sostanzialmente una fogna perché la gente, in buona fede o no, diffonde qualsiasi cosa legga senza fare il più minuscolo controllo, basta che sia della stessa polarità dell’idea che ha quello che diffonde.

        i punti quattro e cinque avvengono perché la cosa è stata sbandierata ai quattro venti per fare la scenetta, senza badare alle conseguenze. non è un caso che quando fai una denuncia, questa non viene pubblicata su tutti i giornali con accanto il tuo nome, cognome ed indirizzo.

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        • Davvero se io dico che il tale quartiere della tale città è zona di spaccio hai bisogno delle fonti per ritenermi credibile? E se dico che Stefano Cucchi era uno spacciatore immerso fino al collo nella malavita non ci credi se non ti fornisco le fonti?

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        • non essendo né io né tu di quel quartiere, né di quella città direi di si. se ti dico che il quartiere “x” di perugia è zona di spaccio mi credi sulla parola?

          a parte quello, tutti altri punti dati per assodati?

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        • Se sei di Perugia, a meno che tu non sia un ballista patologico, propenderei per il sì. Soprattutto se ti è morto un figlio per overdose. Gli altri punti, dato il contesto, li ritengo ragionevolmente attendibili.

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        • io, invece, mi permetto di dissentire: io che ti dico che il quartiere X è il centro dello spaccio della mia città, in un caso in cui sto facendo il mio (o, nel caso, l’altrui) interesse nel dirlo, non sono affidabile per definizione. senza contare che la mia specifica percezione di “il quartiere è il centro dello spaccio della città” potrebbe banalmente essere distorta dal fatto che non so che in un altro quartiere c’è il triplo o cinquanta volte il numero degli spacciatori (e le forze dell’ordine sono impegnate a lavorare lì – perché, so che sembra strano, ma per arrestare uno spacciatore, non basta suonargli al citofono e chiedere “lei spaccia?” o cose come “mi hanno detto che lei spaccia”. ci vogliono effettivamente delle prove) ma, nella mia mente, il singolo spacciatore sembra già uno scandalo.

          anche la storia del figlio morto per overdose ha un sacco di risvolti “interessanti”: nonostante le storielle che ci raccontavano negli anni ottanta, non diventi tossicodipendente solo perché hai uno spacciatore come vicino di casa, così come non diventi alcolizzato solo perché nel supermercato puoi comprare tutta la grappa che vuoi.

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        • DG, questo equivale a dire che una persona ha responsabilita’ personale se si infila una siringa nel braccio e si inietta l’eroero o il kobrett. Non lo sai? La responsabilita’ personale e’ superata! E’ ingiusto dire a qualcuno che deve beccarsi le conseguenze delle sue azioni! Questa e’ etica 1.0! Secondo l’etica 2.0 e’ sempre colpa della societa’, di Salvini, delle ingiustizie, della mamma che non ti comprava il gelato, insomma di tutti tranne che di te! Aggiornati, vecchio.

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        • Le osservazioni di DG sono ragionevoli, ben espresse ed in buona parte condivisibili, almeno sino al primo paragrafo. Un buon indicatore “oggettivo”, migliore delle statistiche sugli arresti, potrebbe essere il valore degli immobili, che tende a scendere col degrado, ed a rivalutarsi con la gentrificazione che, come prima cosa, cerca di espellere la piccola criminalità.
          Forse bisognerebbe chiedere a Tecnocasa prima di commentare.
          Il secondo punto è vero, ma solo in parte perché, in effetti, anzitutto la facile disponibilità, se non crea le dipendenze, certamente le aiuta: nei Paesi nordici gli alcoolici NON sono venduti nei supermercati, ma in negozi di Stato, protetti da robuste inferriate e carissimi (o almeno era così qualche anno fa, ora è un po’ che non ci vado). Poi, e direi soprattutto, il problema per chi vive nel quartiere non è tanto lo spaccio in sé, che potrebbe essere un normale rapporto d’affari cliente – fornitore, quanto ciò che gli ruota attorno: scippi, sbandati con l’occhio perso, macchine col finestrino sfondato, gente sdraiata sul marciapiede, sporcizia ovunque, pisciate per strada o peggio, risse, accoltellamenti, guerre fra bande rivali per il controllo del territorio eccetera: cose che non vedi al parcheggio del supermercato, dove al massimo c’è il colorato che fa l’elemosina.

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        • @DG: cambiare le parole per farti tornare il discorso non è molto fair: “il centro dello spaccio” che scrivi tu non è la “zona di spaccio” che ho scritto io. E se nella tua zona si spaccia 50 volte più che nella mia, la mia resta zona di spaccio lo stesso (non è che se io rubo 50 volte più di te tu smetti di essere ladro), con tutte le conseguenze, per l’esistenza di chi ci vive, che ha scritto myollnir.

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        • @myollnir: c’è una strada, nella mia città, che comincia a trenta metri dal “salotto buono”, lo preciso per dare l’idea di quanto poteva valere un immobile lì. Il sindaco, ovviamente di sinistra, sembra ferocemente convinto che continui a essere l’anticamera del salotto buono, un tizio che ha scritto una lettera a un giornale locale online, ha raccontato che quando si è trasferito voleva vendere il suo appartamento, che però per il momento continua a restare suo perché non è riuscito a venderlo neanche per un quarto del suo valore. Tutto cominciato con un internet point finalizzato, almeno ufficialmente, alle comunicazioni degli immigrati con le famiglie via skype.

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