LA STORIA DIMENTICATA DEI BIANCHI RIDOTTI IN SCHIAVITÙ

(Perché il famoso «Mamma li turchi» non è una leggenda, né un modo di dire frutto di qualche bizzarro pregiudizio, bensì una tragica realtà della nostra storia, che faremmo bene a non dimenticare)

(È piuttosto lungo. Magari leggetelo a rate, ma leggetelo, che di queste cose non si parla mai. E bisognerebbe, invece)

I neri ricordano, i bianchi hanno dimenticato
Gli storici americani hanno studiato tutti gli aspetti della schiavitù degli africani ad opera dei bianchi, ma hanno ampiamente ignorato la schiavitù dei bianchi da parte dei nord africani. Quella degli schiavi cristiani con padroni musulmani è una storia accuratamente documentata e scritta chiaramente di ciò che il prof Davis chiama «l’altra schiavitù», sviluppatasi all’incirca nello stesso periodo del commercio transatlantico, e che ha devastato centinaia di comunità costiere europee. Nel pensiero dei bianchi di oggi, la schiavitù non ha minimamente il ruolo centrale che ha tra neri, ma non perché sia stato un problema di breve durata o di scarsa importanza. La storia della schiavitù mediterranea è, infatti, altrettanto fosca delle più tendenziose descrizioni della schiavitù americana.
Nel XVI secolo, gli schiavi bianchi razziati dai musulmani furano più numerosi degli africani deportati nelle Americhe.

Un commercio all’ingrosso
La Costa dei Barbari, che si estende dal Marocco fino all’attuale Libia, fu sede di una fiorente industria del rapimento di esseri umani dal 1500 fino al 1800 circa. Le grandi capitali del traffico di schiavi furono Salé in Marocco, Tunisi, Algeri e Tripoli, e durante la maggior parte di questo periodo le marine europee erano troppo deboli per opporre più che una resistenza simbolica.
Il traffico transatlantico dei neri era puramente commerciale, ma per gli arabi, i ricordi delle crociate e la rabbia per essere stati espulsi dalla Spagna nel 1492 sembrano aver determinato una campagna di rapimenti dei cristiani, quasi simile ad una Jihad.
«È stato forse questo pungolo della vendetta, contrapposto alle amichevoli contrattazioni della piazza del mercato, che ha reso gli schiavisti islamici tanto più aggressivi e inizialmente (potremmo dire) più prosperi nel loro lavoro rispetto ai loro omologhi cristiani», scrive il professor Davis.
Durante i secoli XVI e XVII furono condotti più schiavi verso sud attraverso il Mediterraneo che verso ovest attraverso l’Atlantico. Alcuni furono restituiti alle loro famiglie in cambio di un riscatto, alcuni furono utilizzati per lavoro forzato in Africa del Nord e i meno fortunati morirono di fatica come schiavi nelle galere.
Ciò che più colpisce circa le razzie barbaresche è la loro ampiezza e la loro portata. I pirati rapivano la maggior parte dei loro schiavi intercettando imbarcazioni, ma organizzavano anche enormi assalti anfibi che praticamente spopolavano parti della costa italiana. L’Italia è il bersaglio più apprezzato, in parte perché la Sicilia è solo a 200 km da Tunisi, ma anche perché non aveva un governo centrale forte che potesse resistere all’invasione.

Grandi incursioni spesso non incontrarono alcuna resistenza
Quando i pirati hanno saccheggiato Vieste nell’Italia meridionale nel 1554, ad esempio, rapirono uno stupefacente totale di 6.000 prigionieri. Gli algerini presero 7.000 schiavi nel Golfo di Napoli nel 1544, un raid che fece crollare il prezzo degli schiavi a tal punto che si diceva che si poteva «scambiare un cristiano per una cipolla».
Anche la Spagna subì attacchi su larga scala. Dopo un raid su Granada nel 1556, che fruttò 4.000 uomini, donne e bambini, si diceva che «piovevano cristiani su Algeri». Si può calcolare che per ognuno di questi grandi raid ce ne siano stati dozzine di minori.
La comparsa di una grande flotta poteva far fuggire l’intera popolazione nell’entroterra, svuotando le regioni costiere.
Nel 1566, un gruppo di 6.000 turchi e corsari attraversarono il mare Adriatico e sbarcarono a Francavilla. Le autorità non erano in grado di fare nulla e raccomandarono l’evacuazione completa, lasciando ai turchi il controllo di più di 1300 chilometri quadrati di villaggi abbandonati fino a Serracapriola.
Quando apparivano i pirati, la gente spesso fuggiva dalla costa per andare alla città più vicina, ma il Professor Davis spiega che questa non era sempre una buona strategia: «più di una città di medie dimensioni, affollata di profughi, si trovò nell’impossibilità di sostenere un assalto frontale di molte centinaia di corsari e reis [capitano dei corsari] che altrimenti avrebbero dovuto cercare schiavi a poche dozzine per volta lungo le spiagge e sulle colline, potevano trovare un migliaio o più di prigionieri comodamente raccolti in un unico luogo per essere presi.»
I pirati tornavano continuamente a saccheggiare lo stesso territorio. Oltre a un numero molto maggiore di piccole incursioni, la costa calabra subì le seguenti depredazioni, sempre più gravi in meno di dieci anni: 700 persone catturate in un singolo raid nel 1636, un migliaio nel 1639 e 4.000 nel 1644.
Durante il XVI e XVII secolo, i pirati installarono basi semi-permanenti sulle isole di Ischia e Procida, quasi all’imboccatura del Golfo di Napoli, da cui organizzavano il loro traffico commerciale.
Quando sbarcavano sulla riva, i corsari musulmani non mancavano di profanare le chiese. Spesso rubavano le campane, non solo perché il metallo aveva valore, ma anche per ridurre al silenzio la voce inconfondibile del cristianesimo.
Nelle più frequenti piccole incursioni, un piccolo numero di barche operavano furtivamente, piombando sugli insediamenti costieri nel cuore della notte per catturare gli uomini «tranquilli e ancora nudi nel loro letto». Questa pratica diede origine alla moderna espressione siciliana, pigliato dai turchi, [in italiano nel testo], che significa essere colto di sorpresa, addormentato o sconvolto.

La predazione costante provocava un terribile numero di vittime
Le donne erano più facili da catturare degli uomini, e le regioni costiere potevano perdere rapidamente tutte le loro donne in età fertile. I pescatori avevano paura di uscire, e si prendeva il mare solo in convogli. Infine, gli italiani abbandonarono gran parte delle loro coste. Come ha spiegato il Professor Davis, alla fine del XVII secolo «la penisola italiana era preda dei corsari di Barberia da più di due secoli, e le popolazioni costiere si erano ritirate in gran parte nei villaggi fortificati sulle colline o in città più grandi come Rimini, abbandonando chilometri di coste, una volta popolate, a vagabondi e filibustieri.
È solo verso il 1700 che gli italiani riuscirono a impedire le imponenti incursioni di terra, anche se la pirateria sui mari continuò senza ostacoli.
La pirateria indusse la Spagna e soprattutto l’Italia ad allontanarsi dal mare e perdere la loro tradizione di commercio e di navigazione, con effetti devastanti: «Almeno per l’Iberia e l’Italia, il XVII secolo ha rappresentato un periodo oscuro in cui le società spagnola e italiana non erano più che l’ombra di quello che erano state durante le epoche d’oro precedenti».
Alcuni pirati arabi erano abili navigatori d’alto mare e terrorizzavano i cristiani fino ad una distanza di 1600 km. Uno spettacolare raid in Islanda nel 1627 fruttò quasi 400 prigionieri.
L’Inghilterra era stata una formidabile potenza di mare dal tempo di Francis Drake, ma per tutto il XVII secolo, i pirati arabi operarono liberamente nelle acque britanniche, entrando persino nell’estuario del Tamigi a fare catture e incursioni sulle città costiere. In soli tre anni, dal 1606 al 1609, la Marina britannica ha riconosciuto di aver perso non meno di 466 navi mercantili inglesi e scozzesi a causa dei corsari algerini. Nel metà del Seicento, gli inglesi erano impegnati in un attivo traffico trans-atlantico dei neri, ma molti equipaggi inglesi divennero proprietà dei pirati arabi.

Vita sotto la frusta
Gli attacchi di terra potevano essere molto fruttuosi, ma erano più rischiosi delle catture in mare. Le navi erano quindi la principale fonte di schiavi bianchi. A differenza delle loro vittime, le navi dei corsari avevano due mezzi di propulsione: gli schiavi delle galee oltre alle vele. Ciò  significava che potevano avanzare a remi verso un’imbarcazione ferma per la bonaccia e attaccarla quando volevano. Avevano molte bandiere diverse, così quando navigavano potevano issare quella che meglio poteva ingannare le prede.
Una nave mercantile di buone dimensioni poteva trasportare circa 20 marinai abbastanza sani da poter sopportare qualche anno nelle galere, e i passeggeri erano generalmente buoni per ottenere un riscatto. I nobili e i ricchi mercanti erano prede allettanti, così come gli ebrei, che potevano generalmente fornire un forte riscatto da parte dei loro correligionari. Anche alti dignitari del clero erano preziosi perché il Vaticano era solito pagare qualsiasi prezzo per sottrarli alle mani degli infedeli.
All’arrivo di pirati, spesso i passeggeri si toglievano i vestiti belli e tentavano di vestirsi il più poveramente possibile, nella speranza che loro rapitori li restituissero alla loro famiglia per un riscatto modesto. Lo sforzo era inutile se i pirati torturavano il capitano per avere informazioni sui passeggeri. Era inoltre consuetudine far spogliare gli uomini, sia per cercare oggetti di valore cuciti nei vestiti, sia per verificare che non ci fossero ebrei circoncisi travestiti da cristiani.
Se i pirati erano a corto di schiavi per le galee, potevano mettere immediatamente al lavoro alcuni dei loro prigionieri, ma i prigionieri erano solitamente messi nella stiva per il viaggio di ritorno. Erano ammassati, potevano a malapena muoversi in mezzo a sporcizia, fetore e parassiti, e molti morivano prima di raggiungere il porto.
All’arrivo in Nord Africa, era d’uso far sfilare per le strade i cristiani appena catturati, affinché la gente potesse schernirli e i bambini coprirli di immondizia.
Al mercato degli schiavi, gli uomini erano costretti a saltellare per dimostrare che non erano zoppi, e gli acquirenti spesso li volevano far mettere nudi per vedere se erano in buona salute. Ciò permetteva anche di valutare il valore sessuale di uomini e donne; le concubine bianche avevano grande valore, e tutte le capitali dello schiavismo avevano una fiorente rete omosessuale. Gli acquirenti che speravano di fare rapidi guadagni con un forte riscatto, esaminavano lobi delle orecchie per trovare segni di piercing, che era un’indicazione della ricchezza. Inoltre si usava guardare i denti per vedere se fossero in grado di sopportare un duro regime di schiavo.
Il Pasha,  cioè il governatore della regione, riceveva una certa percentuale di schiavi come una forma di imposta sul reddito. Questi erano quasi sempre uomini e diventavano proprietà del governo, piuttosto che proprietà privata. A differenza degli schiavi privati che solitamente si imbarcavano con il loro padrone, questi vivevano nei «bagni», come erano chiamati i negozi di schiavi del Pascià. Agli schiavi pubblici venivano solitamente rase la testa e la barba come ulteriore umiliazione, in un tempo in cui la capigliatura e la barba erano una parte importante dell’identità maschile.
La maggior parte di questi schiavi pubblici trascorrevano il resto della propria vita come schiavi sulle galee, ed è difficile immaginare un’esistenza più miserabile. Gli uomini erano incatenati tre, quattro o cinque ad ogni remo, e anche le loro caviglie erano incatenate insieme. I rematori non lasciavano mai il loro remo, e quando veniva loro concesso di dormire, dormivano sul loro banco. Gli schiavi avrebbero potuto spingersi a vicenda per defecare in un’apertura dello scafo, ma spesso erano troppo esausti o scoraggiati per muoversi e si liberavano sul posto. Non avevano alcuna protezione contro il sole cocente del Mediterraneo, e il loro padrone sfregiava le schiene già provate con lo strumento di incoraggiamento preferito del padrone di schiavi: un pene di bue allungato o “nerbo di bue”. Non c’era quasi nessuna speranza di fuga o di aiuto; il compito dello schiavo era quello di ammazzarsi di fatica – principalmente in incursioni per catturare altri disgraziati come lui – e suo padrone lo gettava in mare al primo segno di malattia grave.
Quando la flotta pirata era in porto, gli schiavi vivevano nel “bagno” e facevano tutti i lavori sporchi, pericolosi o estenuanti che il Pasha ordinava. Lavori consueti erano tagliare e trascinare pietre, dragare il porto, o lavori dolorosi. Gli schiavi che si trovavano nella flotta del sultano turco non avevano nemmeno quella scelta. Erano spesso in mare per mesi di fila e restavano incatenati a loro remi anche al porto. Le loro barche erano prigioni a vita.
Altri schiavi sulla Costa dei Barbari avevano i lavori più vari. Spesso svolgevano lavori domestici o agricoli del genere che noi associamo alla schiavitù in America, ma quelli che avevano qualche competenza venivano spesso affittati dai loro proprietari. Alcuni proprietari mandavano in giro i loro schiavi durante il giorno con l’ordine di tornare la sera con una certa quantità di soldi, sotto pena di essere duramente picchiati. I padroni sembravano aspettarsi un profitto di circa il 20% sul prezzo di acquisto. Qualunque cosa facessero, a Tunisi e Tripoli, gli schiavi dovevano tenere un anello di ferro attorno a una caviglia e una catena di 11 o 14 kg di peso.
Alcuni proprietari mettevano i loro schiavi bianchi a lavorare in fattorie lontane verso l’interno, dove correvano un altro rischio: la cattura e una nuova schiavitù dalle incursioni berbere. Questi infelici probabilmente non avrebbero mai più visto un altro europeo per il resto della loro breve vita.
Il Professor Davis osserva che non c’era nessun ostacolo alla crudeltà: «Non c’era alcuna forza equivalente per proteggere lo schiavo dalla violenza del suo padrone: nessuna legge locale  contro la crudeltà, nessuna opinione pubblica benevola e raramente pressioni efficaci da parte di stati stranieri».
Gli schiavi bianchi non erano solo merci, erano infedeli e meritavano tutte le sofferenze che il padrone infliggeva loro.
Il Professor Davis osserva che «tutti gli schiavi vissuti nei “bagni” e sopravvissuti per scrivere le loro esperienze, hanno sottolineato la crudeltà e la violenza endemica che vi venivano praticate». La punizione preferita era fustigazione, in cui un uomo veniva messo sulla schiena con le caviglie legate per essere battuto a lungo sulle piante dei piedi.

Uno schiavo poteva ricevere fino a 150 o 200 colpi, che potevano lasciarlo storpiato. La violenza sistematica trasformava molti uomini in automi.
Gli schiavi cristiani erano spesso così numerosi e così a buon mercato che non c’era alcun interesse ad occuparsene; molti proprietari li facevano lavorare fino alla morte e poi li rimpiazzavano.
Gli schiavi pubblici contribuivano anche ad un fondo per mantenere i sacerdoti del bagno. Era un’epoca molto religiosa e anche nelle condizioni più terribili gli uomini volevano avere la possibilità di confessarsi e, soprattutto, di ricevere l’estrema unzione. C’era quasi sempre un sacerdote prigioniero o due nel bagno, ma perché fosse disponibile per i suoi compiti religiosi, gli altri schiavi dovevano contribuire e riscattare il suo tempo al pasha. Alcuni schiavi di galee dunque non avevano più niente per comprare cibo o vestiti, sebbene in certi periodi degli europei liberi che vivevano nelle città della Costa dei Barbari contribuissero al mantenimento dei sacerdoti.
Per alcuni la schiavitù diventava più che sopportabile. Alcuni mestieri, in particolare quello del costruttore di navi, erano così ricercati che un proprietario poteva premiare il suo schiavo con una villa privata e delle amanti. Anche alcuni residenti del bagno riuscivano a sfruttare l’ipocrisia della società islamica e a migliorare la propria condizione. La legge vietava rigorosamente ai musulmani il commercio di alcol, ma era più indulgente con i musulmani che si limitavano a consumarlo. Schiavi intraprendenti organizzarono delle taverne nei bagni e alcuni facevano la bella vita servendo i bevitori musulmani.
Un modo per alleggerire il peso della schiavitù era «prendere il turbante» e convertirsi all’islam. Questo esentava dal servizio nelle galere, dai lavori faticosi e qualche altra vessazione indegna di un figlio del Profeta, ma non faceva cessare la condizione di schiavo. Uno dei compiti dei sacerdoti dei bagni era quello di impedire agli uomini disperati di convertirsi, ma la maggior parte degli schiavi non sembrano aver bisogno di consiglio religioso. I cristiani pensavano che la conversione avrebbe messo in pericolo la loro anima, e significava anche lo sgradevole rituale della circoncisione in età adulta. Molti schiavi sembravano sopportare gli orrori della schiavitù considerandoli come una punizione per i loro peccati e come una prova per la loro fede. I padroni scoraggiavano le conversioni perché limitavano il ricorso ai maltrattamenti e abbassavano il valore di rivendita di uno schiavo.

Riscatto e redenzione degli schiavi bianchi
Per gli schiavi, la fuga era impossibile. Erano troppo lontani da casa, spesso erano incatenati ed erano immediatamente identificabili dai loro tratti europei. L’unica speranza era il riscatto.
A volte la salvezza arrivava in fretta. Se un gruppo di pirati aveva già catturato tanti uomini che non c’era più abbastanza spazio sotto il ponte, poteva fare un’incursione in una città e poi tornare qualche giorno più tardi per rivendere i prigionieri alle loro famiglie. Era di solito ad un prezzo notevolmente inferiore a quello del riscatto di chi si trovava nell’Africa del Nord, ma era molto di più di quanto i contadini potessero permettersi. Gli agricoltori normalmente non avevano denaro in contanti e non avevano altri beni che la casa e la terra. Un mercante era generalmente disposto ad acquistarlo a modico prezzo, ma ciò significava che un prigioniero tornava in una famiglia completamente rovinata.
La maggior parte degli schiavi potevano prospettarsi il ritorno solo dopo essere passati attraverso il calvario del passaggio in un paese del Nordafrica e la vendita a uno speculatore. I prigionieri ricchi generalmente potevano trovare un riscatto sufficiente, ma la maggior parte dei schiavi non potevano. I contadini analfabeti non potevano scrivere a casa e anche se lo avessero fatto, non c’erano soldi per un riscatto.
La maggior parte degli schiavi dipendeva dall’opera caritatevole dei Trinitari (fondata in Italia nel 1193) e dei Mercedari (fondata in Spagna nel 1203). Questi gli ordini religiosi erano stati fondati per liberare i crociati detenuti dai musulmani, ma ben presto passarono a dedicarsi all’opera di riscatto degli schiavi detenuti dai barbareschi, raccogliendo denaro appositamente per questo scopo. Spesso mettevano davanti alle chiese delle cassette con la scritta «per il recupero dei poveri schiavi», e il clero invitava i cristiani ricchi a lasciare soldi per l’esaudimento dei loro voti. I due ordini divennero abili negoziatori e riuscivano a riscattare gli schiavi a prezzi migliori di quelli ottenuti da liberatori inesperti. Tuttavia non c’era mai abbastanza denaro per liberare molti prigionieri, e il Professor Davis ha stimato che in un anno venivano riscattati non più del 3 o 4% degli schiavi. Questo significa che la maggior parte hanno lasciato le loro ossa nelle tombe cristiane senza un contrassegno fuori dalle mura delle città.
Gli ordini religiosi tenevano conti precisi dei risultati conseguiti. I Trinitari spagnoli, per esempio, hanno effettuato 72 spedizioni di riscatto nel Seicento, con una media di 220 liberazioni ciascuna. Era consuetudine portare gli schiavi liberati nelle loro case e farli passare per le strade delle città in grandi celebrazioni. Queste parate divennero uno degli spettacoli urbani più caratteristici del tempo e avevano un forte orientamento religioso. A volte gli schiavi camminavano con i loro vecchi stracci di schiavi per evidenziare i tormenti che avevano sofferto; talvolta indossavano speciali costumi bianchi per simboleggiare la rinascita. Secondo i registri del tempo, molti schiavi liberati non si ristabilirono mai completamente dopo il loro calvario, soprattutto se essi aveva trascorso molti anni in cattività.

Quanti schiavi?
Il Professor Davis nota che sono state fatte enormi ricerche per calcolare il più precisamente possibile il numero di neri trasportati attraverso l’Atlantico, ma che non c’è stato uno sforzo analogo per conoscere l’estensione della schiavitù nel Mediterraneo. Non è facile ottenere dati affidabili, anche gli arabi generalmente non conservavano archivi. Ma nel corso di oltre dieci anni di ricerca il Professor Davis ha sviluppato un metodo di calcolo.
Ad esempio, gli archivi suggeriscono che dal 1580 al 1680 c’è stata una media di circa 35.000 schiavi nei paesi di Barberia. C’era una perdita costante per morti e riscatti, così se la popolazione rimaneva costante, il tasso di cattura di nuovi schiavi da parte dei pirati doveva essere tale da pareggiare le perdite. C’è una buona base per stimare il numero dei decessi. Per esempio, sappiamo che dei quasi 400 islandesi catturati nel 1627, solo 70 erano ancora vivi otto anni più tardi. Oltre alla malnutrizione, al sovraffollamento, all’eccesso di lavoro e alle punizioni brutali, gli schiavi subivano delle epidemie di peste, che eliminavano solitamente il 20 o 30% degli schiavi bianchi.
In base a un certo numero di fonti, il Professor Davis calcola pertanto che il tasso di mortalità era circa il 20% all’anno. Gli schiavi non avevano accesso alle donne, quindi la sostituzione avveniva esclusivamente per mezzo delle catture.

La sua conclusione: Tra il 1530 e il 1780, quasi certamente 1 milione e probabilmente fino a 1 milione e un quarto di cristiani europei bianchi sono stati ridotti in schiavitù dai musulmani della Costa dei Barbari.

Questo supera notevolmente la cifra generalmente accettata di 800.000 africani trasportati nelle colonie del Nord America e successivamente negli Stati Uniti.
Le potenze europee non furono in grado di porre fine a questo traffico.
Il Professor Davis spiega che alla fine del Settecento controllavano meglio questo commercio, ma ci fu una ripresa della schiavitù dei bianchi durante il caos delle guerre napoleoniche.

Neppure la navigazione americana si salvava dalla predazione. Fu solo nel 1815, dopo due guerre contro di loro, che i marinai americani riuscirono a liberarsi dei pirati barbareschi. Queste guerre furono operazioni importanti per la giovane Repubblica; una campagna è ricordata dalle parole «verso le coste di Tripoli» nell’inno della marina.
Quando i francesi presero Algeri nel 1830, c’erano ancora 120 schiavi bianchi nel bagno.
Perché c’è così poco interesse per la schiavitù nel Mediterraneo a fronte di un’infinità di studi e riflessioni sulla schiavitù dei neri? Come spiega il Professor Davis, schiavi bianchi con padroni non bianchi non si inquadrano nella «narrativa dominante dell’imperialismo europeo». Gli schemi di vittimizzazione tanto cari agli intellettuali richiedono malvagità bianca, non sofferenze bianche.
Il Professor Davis osserva anche che l’esperienza europea della schiavitù su larga scala rende evidente la falsità di un altro tema favorito della sinistra: che la schiavitù dei neri sarebbe stata un passo fondamentale nella creazione di concetti europei di razza e gerarchia razziale.
Non è il vero; per secoli, gli stessi europei sono vissuti nella paura della frusta, e molti hanno partecipato alle parate della redenzione degli schiavi liberati, che erano tutti bianchi. La schiavitù era un destino più facilmente immaginabile per se stessi che per i remoti africani.
Con un piccolo sforzo, è possibile immaginare gli europei preoccupati per schiavitù tanto quanto neri. Se per gli schiavi delle galere gli europei avessero nutrito lo stesso risentimento dei neri per i lavoratori nei campi, la politica europea sarebbe stato sicuramente diversa. Non ci sarebbe la continua richiesta di scuse per le crociate, l’immigrazione musulmana in Europa sarebbe più modesta, non spunterebbero minareti per tutta l’Europa e la Turchia non sognerebbe di entrare nell’Unione europea. Il passato non può essere cambiato e può essere esagerato coltivare rimpianti, ma chi dimentica si ritrova a pagare un prezzo elevato.

Fonti: Robert C. Davis, Christian Slaves, Muslim Masters: White Slavery in the Mediterranean, the Barbary Coast, and Italy, 1500-1800, Palgrave Macmillan 2003, 246 pagine, 35 dollari US.

Il genocidio velato
Sotto l’avanzata araba, milioni di africani furono razziati, massacrati o catturati, castrati e deportati nel mondo arabo-musulmano, da parte dei mercanti di carne umana dell’Africa orientale. Questa è stata in realtà la prima impresa degli arabi che hanno islamizzato i popoli africani, spacciandosi per pilastri della fede e modelli dei credenti. (Qui, traduzione mia)

barbara

Una risposta

  1. Putroppo si tratta di una pagina di storia che è a conoscenza di pochi. Immaginate i libri scolastici politicamente corretti che la inseriscono nel loro indice, o una puntata di una trasmissione televisiva come Ulisse, tanto per fare un esempio di divulgazione spicciola…?

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    • Esattamente come i libri di storia ti parlano di “arabi” e nessuno si sogna di precisare che arabi sono gli abitanti della penisola araba, mentre tutti gli altri sono stati colonizzati dagli arabi. Più o meno come se all’epoca si fossero usate le espressioni “italiani” e “terra italiana” per parlare di Libia, Somalia, Etiopia ed Eritrea.

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    • Infatti il saggio lo dice, che sono arrivati più o meno dappertutto, addirittura in Islanda, con un salto di 1600 chilometri. Resta il fatto che le coste sistematicamente battute, per questioni di comodità, erano quelle adriatiche. Poi non va confusa la “pirateria pura”, chiamiamola così, a base di ruberie, con le razzie per procurarsi schiavi, che è il tema specifico di questo lavoro: la parola “schiavi”, per noi, evoca navi di bianchi che vanno in Africa a fare razzia di negri da vendere al mercato degli schiavi e sfruttare poi fino alla morte, mentre dobbiamo ricordare che ci sono state anche le navi di arabi e di ottomani che venivano in Europa a fare razzie di bianchi da vendere al mercato degli schiavi e sfruttare poi fino alla morte, con in più il gusto di tormentarli per il fatto di essere “infedeli”.

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      • con una precisazione, oltretutto: i bianchi non andavano a razziare le coste dell’Africa nera per procurarsi gli schiavi da mandare in America.
        non ce n’era alcun bisogno, perché di rastrellamenti, rapimenti, deportazioni di intere tribù, concentramento nei mercati costieri (Guinea e Camerun a ovest, Zanzibar a est), commercio all’ingrosso e al minuto si occupavano i solerti schiavisti musulmani….. sempre sul pezzo, insomma. e se la tratta atlantica finì dopo la metà dell’800, quella indiana (con destinazione Persia, Arabia e India) continuava fiorente ancora durante l’ultima guerra mondiale…. e adesso prosegue via terra (Sudan, Somalia, Yemen per poi scomparire in qualche buco nel deserto), il numero di giovani donne e bambini africani rapiti e spediti tra le teste d’asciugamano a fare da trastullo o da bestie da soma non si saprà mai purtroppo. non perché siano neri gli schiavi, ma perché non sono bianchi i mercanti e i clienti….

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        • Sì, hai fatto bene a precisarlo: il lavoro sporco, in gran parte, lo facevano gli arabi. Tuttora, in varie parti dell’Africa, sono attivi missionari e associazioni varie per riscattare gli schiavi catturati nelle razzie arabe (non dico musulmane, perché non di rado sono musulmani anche gli schiavi, così come sono musulmane le vittime del genocidio nel Darfur, solo che quelli sono musulmani negri ossia, per gli arabi, sottouomini). E in diversi posti le compravendite avvengono nella piazza centrale del villaggio o della città, alla luce del sole, perché è perfettamente legale, lì.

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  2. Finito di leggere. I popoli senza memoria sono, con buone possibilità, destinati a ripetere gli stessi errori e subire le stesse tragedie. Per quanto ho letto, anche in passato, e per quanto leggero’,grazie!

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  3. Mi sento di consigliare un libro di una storica italiana, Giovanna Fiume dal titolo Schiavitù mediterranee che nella prima parte fa un’analisi piuttosto accurata del fenomeno della tratta dei cristiani europei. Una precisazione però la dimenticanza di questi fatti storici non è casuale ma risale all’800 quando alcuni stati dell’Europa occidentale conquistarono di fatto la gran parte del mondo e imposero un primato europeo arrivando a negare che qualche stato dell’Europa occidentale abbia subito questi fenomeni. L’Europa orientale ha una storia a se l’occupazione mongola ed ancora di più turca e la conseguente schiavitù è ben ricordata due casi su tutti la Grecia e la Serbia.

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  4. Pingback: Anonimo

  5. Quando sento parlare di chiedere scusa, mi dico sempre ‘scusa di che? Non ero neppure nata durante le crociate/schiavismo/e altri crimini.
    La storia degli schiavi bianchi sapevo che c’era, ma non mi è mai capitato di leggerla così approfondita. Non si deve dimenticare la tratta dei neri, ma assieme ad essa andrebbe ricordata anche quella dei bianchi.

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    • E non dimentichiamo che le famigerate crociate sono state una REAZIONE all’invasione islamica. Che poi durante le crociate le stragi di innocenti si siano sprecate è un fatto, ma è anche un fatto che senza i massacri arabi quelle non ci sarebbero mai state. Quanto al chiedere scusa, a me sinceramente hanno sfrantecato i maroni.

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  6. ma allora perche li lasciamo entrare indisturbati con la scusa delle guerre nel loro paese ci stanno ancora invadendo e derubando ancora e farci ancora schiavi non e che un passo dobbiamo fare in modo di renderli innofensivi con qualsiasi mezzo e ribellarci a quesdto governo che gli permette tutto questo

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    • “Con qualsiasi mezzo” mi sembra un po’ eccessivo, e non c’è dubbio che una parte degli immigrati sia realmente in fuga da guerre e persecuzioni. Resta il fatto che per altri di loro c’è un ben preciso programma di islamizzazione e che vengono mandati qui espressamente per questo, e che la nostra politica di accoglienza (con cose tipo abolire la celebrazione del natale a scuola) sono dissennate e suicide.

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      • Sembra che tutto faccia parte del famoso “Piano Kalergi”, basato sulla distruzione delle radici culturali europee e la conseguente islamizzazione dell’Europa, ma propagandato con la scusa di “tolleranza religiosa” e “antirazzismo”, concetti positivi usati per fini tutt’altro che positivi

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        • Blondet o no, Kalergi aveva espresso realmente quelle idee che gli sono imputate e il “piano” sta andando avanti, ovviamente credo animato da buone intenzioni da parte dei protagonisti, che però non si rendono conto delle conseguenze delle loro politiche.

          I globalisti e progressisti egemoni politicamente al giorno d’oggi, vorrebbero un mondo unito da un’unico governo mondiale basato sulla tolleranza, ma non hanno calcolato che per arrivare a questo ci sono di mezzo grosse difficoltà date dalle differenze culturali, e non hanno preso in considerazione i pericoli dell’islamismo che può trasformare l’Europa in Eurabia…

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        • Il programma di Eurabia è stato messo a punto nel 1975. All’epoca del cosiddetto “piano Kalergi” non era nata la Fratellanza Musulmana e non era stato instaurato il regime wahabita saudita. E non è davvero un caso che questa roba sia presente in tutti i più beceri siti complottisti (e antisemiti – e già questo da solo è più che sufficiente per consigliare di maneggiare con pinze lunghe un chilometro tutta quella roba).
          Spiacente, ma qua dentro il complottismo non ha diritto di cittadinanza. E neanche un “Blondet o no”, dal momento che quell’individuo mette le mani SOLO sulla merda.

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  7. Bè, anche il programma di “Eurabia” è considerato complottismo http://it.wikipedia.org/wiki/Argomenti_delle_teorie_del_complotto#Eurabia_e_l.27invasione_islamica_dell.27Occidente.

    Per essere precisi, al tempo di Kalergi la F Musulmana era nata ( è del 28, il “piano Kalergi” è dei 30/40) e il wahabismo c’è dal 1924 in Arabia Saudita.

    Ovviamente è da prendere con le pinze, ma che si sia realizzato non si può dubitare: l’immigrazione di massa dal Terzo Mondo è gigantesca al contrario dell’immigrazione di altri popoli, molto ma molto limitata rispetto a quella africana, e le cause non sono certo solo le guerre come ci raccontano continuamente.

    L’obiettivo dei due piani sarebbe la distruzione della civiltà occidentale nel suo insieme, sia in modo etnico che culturale, in modo che in futuro dell’Occidente non rimanga nulla.

    Che poi, ad esempio, la cultura europea e occidentale quasi nessun europeo l’apprezza più, quasi tutti adorano il rap, il reggae e le culture del Terzo Mondo, odiano l’Europa per ciò che è ed è stato.

    Personalmente non sono contro la società multietnica e multiculturale, non sono nemmeno contro l’immigrazione e tantomeno contro gli immigrati, che sono da rispettare quanto le persone del posto, ma questa immigrazione incontrollata è del tutto fuori dal tollerabile, ed è chiaro che a lungo andare gli europei saranno prima in minoranza ( all’incirca nel 2050 islamici e africani saranno quasi in maggioranza http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-05-10/cnel-fino-2050-europa-160521.shtml?uuid=Aab6vtVD,http://www.ilgiornale.it/news/bomba-demografica-sull-europa-nel-2050-su-5-sar-islamico.html ), non in modo brutale ovviamente ma ciò sta avvenendo e avverrà sempre in modo indiretto

    Questo mi dà fastidio, visto che le differenze culturali e etniche sarebbe un bene conservarle, e ciò vale per tutti, europei,ebrei,asiatici,africani ecc.

    Non credo che se Israele diventasse in maggioranza abitata da africani e arabi sarebbe un bene, così come se l’Asia venisse abitata da europei e slavi in maggioranza, sì al multiculturalismo e alla società multietnica, ma con limiti e equilibrio.

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    • Il cosiddetto piano Kalergi mi risulta risalire al 1922. A parte questo, l’immigrazione selvaggia è roba degli ultimi decenni, negli anni 30-40, anche volendo farlo risalire a quell’epoca, era ancora pienamente in atto il colonialismo europeo in Africa e in medio oriente, ed eravamo noi ad andare lì – anche a massacrare spietatamente a centinaia di migliaia, come in Etiopia negli anni 30 e in Algeria negli anni 50-60 – e non viceversa.
      I programmi di Eurabia sono documentati nei verbali degli accordi bilaterali fra istituzioni arabe e istituzioni europee, e solo degli idioti o dei fiancheggiatori degli islamisti in totale malafede possono tentare di spacciarli per complottismo, mentre il cosiddetto piano Kalergi non è altro che un fumoso delirio che solo uno psicopatico come Blondet può prendere – o fare finta, per suoi oscuri fini, di prendere – sul serio. Quanto alle proiezioni demografiche, negli ultimi cinquant’anni è uno degli hobby più diffusi, e non ce n’è mai stata una che sia risultata azzeccata, quindi stendiamo un velo pietoso ance su quelle.

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      • Del 22 è la creazione di “PanEuropa”. Il “piano” Kalergi l’ha elaborato più in là, dopo la pubblicazione di “Idealismo Pratico” del 25, dove sono scritte le frasi di cui si parla e in seguito le sue idee a livello intellettuale hanno cominciato a diffondersi più tardi, fornendo come base, tra le tante altre, alla costruzione dell’Unione Europea.

        Per quanto riguarda il colonialismo, se si parla dell’Italia ha avuto un ruolo abbastanza piccolo rispetto all’Inghilterra o alla Francia, visto che a parte l’Etiopia non ha avuto molto altro, l’Algeria mi risulta essere stata una colonia dei francesi, e comunque se proprio si vuole dirla tutta anche la storia del colonialismo come viene raccontata è pompata, visto che è stata scritta da storici ideologicamente schierati e terzomondisti, che per giunta sono gli stessi che denunciano oggi Israele come stato colonialista e razzista, ciò ovviamente senza dimenticare il carattere negativo del colonialismo tremendo e tutto ma d’altrocanto non bisogna dimenticare che ad esempio l’Etiopia è stata liberata dalla dittatura assolutista del Negus con conseguente abolizione della schiavitù, o tante altre nazioni da tirannie estremamente autoritarie e violente, così come l’Italia è stata liberata con massacri di migliaia di innocenti dagli Stati Uniti, purtroppo ovviamente, ma questo per dire che la storia procede così…

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        • In Etiopia abbiamo fatto SETTECENTOMILA MORTI su una popolazione di quattro milioni di abitanti. A parte questo che cosa verresti dire? Che il colonialismo non c’è stato? Abolizione della schiavitù? Ma di quali favole ti nutri tu? E di “liberarla” dalla dittatura del Negus chi ce lo aveva chiesto? Gli etiopi forse?
          Stammi a sentire, io di perdere tempo a leggere le tue favole deliranti ne avrei un po’ abbastanza, quindi ti pregherei cortesemente di andarle a raccontare da qualche altra parte. Grazie.

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        • Le dittature non giustificano i bombardamenti e le violazioni dei diritti umani, qualunque esse siano.

          Sia la colonizzazione dell’Etiopia che i bombardamenti statunitensi in Italia sono state azioni criminali

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        • Per l’Etiopia totalmente d’accordo. Per i bombardamenti inglesi e americani in Italia e in Germania avrei qualche perplessità a definirli criminali, visto che siamo stati noi e la Germania a dichiarargli guerra. Non che abbiano fatto solo cose giuste o giustificabili, beninteso, però non metterei le due situazioni sullo stesso piano.

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        • Se si possano definire giuste non so, perché ogni guerra porta inevitabilmente con sé il suo carico di ingiustizie e di orrori, però indubbiamente ci sono guerre necessarie, a meno che qualcuno non mi dimostri che si può fermare un Hitler (o un Hamas) con marce di protesta, lanci di palloncini colorati, sit-in e appelli a change.org.

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  8. Abbiamo fatto ? … Io non ho fatto niente visto che non ero nata, e comunque la cifra di 700 mila morti era stata inventata del tutto da Haile Selassiè ( cifre che ricordano quelle sparate dalle autorità palestinesi, di milioni e milioni di morti a causa del “colonialismo” israeliano), visto che nella realtà morirono semmai sui 300-400mila etiopi e 400-450 mila italiani ( fonte Wikipedia : http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_d'Etiopia “Per gli studiosi però si tratta di una cifra decisamente eccessiva: ad esempio secondo Angelo Del Boca – certamente uno degli storici meno clementi con il colonialismo italiano – fra il 1890 e il 1941 morirono 450.000 fra etiopici, somali, libici ed eritrei. Il trattato di Parigi fra l’Italia e le potenze alleate firmato tra la Repubblica Italiana e gli Alleati il 10 febbraio 1947 includeva il riconoscimento formale da parte italiana dell’indipendenza dell’Etiopia e il pagamento delle riparazioni di guerra nella cifra stabilita di 25 milioni di dollari” .

    Sul fatto della schiavitù, sempre da Wikipedia “Secondo le stime della Società contro lo schiavismo britannica, vi erano allora due milioni di schiavi su una popolazione stimata di otto milioni di persone. Le forze di occupazione coloniale italiane ordinarono la fine della schiavitù in tutto il paese” http://it.wikipedia.org/wiki/Schiavismo_in_Africa#Etiopia.

    Quella dell’Etiopia è stata un grosso errore, gli italiani hanno fatto grossi errori e crimini come usare le armi chimiche, come gli israeliani il fosforo bianco, ma al di la di questo si deve ricordare tutto ciò che c’è stato, come nel caso etiope il passaggio da una società schiavista e fondata sulla monarchia semi assolutista alla modernizzazione del paese, una società che non aveva niente da invidiare a quella dei fondamentalisti palestinesi o ai sauditi.

    Riconoscere gli errori e i crimini commessi dal governo italiano di quegli anni o oggi dal governo israeliano non significa però avvallare tutta la propaganda che è stata fatta, dal Negus come da Hamas e loro sostenitori, tutto qua.

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  9. Come spesso mi capita, nel Blog di Barbara, “pesco” argomenti interessanti in modo casuale (non posso passare giorni e giorni a “rovistare”…..).

    Secondo me, almeno nella storia del Mediterraneo, dovrebbe essere considerato il fatto che tutti gli Stati europei intrattenevano commerci con l’Oriente e il Medio Oriente, e quindi i rapporti con gli islamici erano “inquinati” da motivi di interesse ecoinomico/commerciale. Gli islamici erano sì nemici, però in molte loro città costiere c’erano i “fondachi” dei nostri commercianti, e la cosa stava in piedi per reciproco interesse.
    Questo traspare anche dal testo di Davis: c’erano europei cristiani che avevano avviato attività lucrose nei Paesi dove erano stati introdotti come schiavi, senza bisogno di convertirsi. I soldi andavano bene a entrambe le parti, altro che i motivi religiosi…….:

    Tutte le razzie descritte avrebbero potuto essere stroncate se TUTTE le nostre forze navali avessero preso accordi per l’eliminazione della pirateria islamica.

    Un esempio è stata la battaglia di Lepanto, dove è stata distrutta la flotta turca, ma la flotta algerina/tunisina alleata, vista la mala parata, aveva preso la fuga.
    Giovanni d’Austria avrebbe voluto che si continuasse la guerra anche sulle coste nord-africane, ma molti componenti della flotta cristiana non ne vedevano l’utilità (guadagni consistenti). Questo aveva permesso ai “pirati barbareschi” di rimpiazzare le perdite, rinforzarsi e continuare la loro attività.
    Sto semplificando, ma così sono andate le cose.

    Mi pare che si stiano riproponendo temi analoghi: i rapimenti, i riscatti, le stragi, interessi legati al petrolio che “ammorbidiscono” la nostra determinazione nell’affrontare gli “Stati canaglia”, con i terroristi che hanno sostituito i pirati del mare.

    Ma il tema di fondo è invariato: gli islamici tendono al dominio su di noi, e non sono (mai stati) meno colonialisti di quanto lo siamo stati noi.

    Adesso, con armi molto più distruttive di allora, il pericolo deve essere affrontato subito, prima che le cose degenerino ulteriormente.
    Abbiamo peraltro a che fare con l’ideologia di sinistra (comunista o assimilata) che costituisce un ostacolo in più per prendere decisioni condivise e tempestive.

    A proposito di Etiopia, quando Menghistu ha fondato il suo regime (comunista), e i morti sono stati tanti, non ricordo che la nostra sinistra abbia espresso critiche.
    La solita Storia: facciamo mente locale…….

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  10. Premetto che né i turchi né i nordafricani sono neri, ma appartengono alla razza caucasica come gli europei (i turchi di Instanbul pressocché completamente) i nordafricani misti con le popolazioni berbere. I neri in tutto ciò non c’entrano nulla. Premetto anche che le crociate non nacquero per fermare l’invasione islamica, ma per il controllo dei commerci via mare.
    Vogliamo dirlo che la distruzione di Otranto del 1480 da parte dei turchi fu sobillata e appoggiata da Veneziani e Fiorentini, per bloccare il controllo del Canale d’Otranto da parte degli aragonesi?
    Vogliamo dirlo che i Veneziani non furono migliori dei Turchi nella conquista di Gallipoli pochi anni dopo, facendo anch’essi schiavi razzie?

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    • Premesso che nessuno si è mai sognato di dire che turchi o nordafricani siano neri. Premesso che nessuno si è sognato di dire che i negri c’entrino qualcosa. Premesso questo domando: che diavolo vorrebbe dire con questo commento? Che non è vero che turchi e arabi hanno fatto incursioni e razzie di schiavi? Che non è vero che le crociate sono arrivate dopo quattro secoli e mezzo di invasioni arabe? Insomma, quale sarebbe il suo prezioso contributo alla discussione?

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      • Significa semplicemente che la contrapposizione schiavitù nera vs schiavitù bianca non ha alcun senso. Significa anche che le razzìe nel mediterraneo, ad opera prevalentemente di pirati nordafricani avevano poco a vedere con la contrapposizione cristianità-islam, ma molto con becero motivi economici e con un fiorente commercio degli schiavi che non era certo prerogativa araba. Anzi, le grandi potenze europee vi partecipavano attivamente(al commercio) Vuol dire anche che spesso gli accordi sottobanco tra le potenze europee e i califfati (o gli ottomani) permettevano scempi come la presa d’Otranto.

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