LA PROSTITUZIONE È UN MESTIERE REDDITIZIO

Gli ebrei dei ‘treni della pace’ contro Israele
di Giulio Meotti
(Traduzione dall’inglese di Yehudit Weisz)

http://frontpagemag.com/2012/06/25/peace-trains-jews-against-israel/ 

Karl Marx è morto molto tempo prima che lo Stato di Israele fosse stato creato. Ma quel che rese il fondatore del comunismo un anti-sionista ante litteram, è stata la sua opposizione all’idea stessa di una identità ebraica. La spiegazione  è nei suoi scritti. Ne “La questione ebraica”, Marx aveva fatto molte affermazioni antisemite, del tipo: “Il denaro è il dio geloso di Israele, accanto a lui nessun altro dio può esistere”. “In ultima analisi, l’emancipazione degli ebrei è l’emancipazione dell’umanità dal giudaismo”.
Se si pensa che l’umanità debba essere emancipata (leggere: liberata) dal giudaismo, si deve affermare allora che gli ebrei devono essere privi di potere e assimilati. Ecco perché i nuovi marxisti ebrei hanno trasformato l’anti-sionismo in una delle loro priorità più alte.
Dal 1970, le università israeliane e molti circoli intellettuali occidentali sono diventati sedi di una nuova generazione di intellettuali ebrei che demonizzano e boicottano Israele e, fondamentalmente, minano la sopravvivenza del popolo ebraico dopo la Shoah.
Oltre il 90% delle accuse di “crimini di guerra israeliani”, citati nel vergognoso rapporto Goldstone sono stati forniti da 16 organizzazioni non governative che hanno ricevuto quasi 8 milioni di dollari dal New Israel Fund, un’organizzazione guidata dall’ex deputata del Meretz e docente neo-marxista, Naomi Chazan.
L’elenco degli “squilibrati odiatori di ebrei che, se ascoltati, non farà altro che spianare la strada alla prossima tragedia” (come la coraggiosa Caroline Glick li definì una volta), è lungo e molto ricco. Steve Plaut ne ha stilato un elenco completo per il Middle East Quarterly e nel suo pamphlet del Freedom Center,” Ebrei che incitano alla guerra contro Israele”.
Studenti e professori dell’Università di Tel Aviv hanno recentemente commemorato la “Nakba”, la “catastrofe”, come gli arabi chiamano la data della creazione dello Stato di Israele nel 1948. Ayal Nir, lettore presso la Ben-Gurion University, nella sua pagina Facebook, ha incitato a “rompere il collo agli attivisti di destra”. Il professore israeliano Shlomo Sand ha raggiunto la celebrità in Europa con la pubblicazione di un libro in cui nega l’esistenza del popolo ebraico, mentre il professor Oren Yiftachel ha definito Israele “una bianca … pura società coloniale di insediamenti”. Larry Derfner, giornalista, che in passato aveva fatto parte dello staff del Jerusalem Post, ha dichiarato pubblicamente che l’uccisione di cittadini israeliani è un’arma legittima in mano ai palestinesi per contrastare “l’occupazione”.
All’Università Ben-Gurion, il prof. Nevè Gordon ha accusato i soldati dell’IDF di essere “criminali di guerra” e ha promosso il boicottaggio di Israele in un editoriale sul Los Angeles Times.
Due giorni dopo che due ragazzi ebrei erano stati uccisi a Tekoa, dove vivevano, il professor Ze’ev Sternhell aveva pubblicato un articolo intitolato “Contro il governo pazzo”, in cui scrisse: “Se i palestinesi avessero più buon senso punterebbero la loro lotta contro gli insediamenti. Così potrebbero anche evitare di collocare cariche esplosive ad ovest della linea verde”. In altre parole, Sternhell, uno dei simboli più famosi del disfattismo della  sinistra israeliana, si augura che delle bombe esplodano contro gli ebrei.
La nuova pubblicazione ebraica “Tachlit Re’uya” di Ruti Eiskowitch fa luce su questa “disumanizzazione dei coloni”, diffusa da esponenti israeliani. Moshe Zimmerman dell’Università Ebraica ha detto che considera i bambini ebrei di Hebron, come la Hitlerjugend. Dopo che degli arabi avevano sadicamente sfondato i crani di due “bambini coloni” nel deserto della Giudea, la psichiatra israeliana Ruchama Marton aveva dichiarato che “i coloni allevano piccoli mostri”. Anat Matar dell’Università di Tel Aviv aveva apertamente sostenuto il boicottaggio della sua università, mentre Ilan Pappe, professore dell’Università di Haifa aveva accusato lo Stato ebraico di “pulizia etnica”. Ran Hacohen dall’Università di Tel Aviv aveva descritto “Israele come il sogno esaudito di Hitler” e a proposito dell’assassinio del leader di Hamas Ahmed Yassin, come “una pietra miliare nel processo di imbarbarimento del genere umano”. Lev Grinberg dell’Università Ben-Gurion, a un’emittente belga, aveva accusato il governo israeliano, di “terrorismo di stato”.
Negli ultimi anni, nell’Anglosfera, la critica più incessante a Israele è venuta da intellettuali ebrei. Ogni giorno, ebrei famosi – scrittori, artisti, accademici – descrivono Israele come un’entità “razzista”, “depravata” e “disumana”, che deve essere smantellata. Molti di loro hanno assunto ruoli chiave nella campagna di dismissione dello Stato ebraico. I loro attacchi implacabili potrebbero portare davvero alla fine della vita di Israele.
George Steiner, che è stato proclamato “il critico letterario più importante del mondo”, ha messo in dubbio la necessità dell’esistenza di Israele. Eric Hobsbawm, uno degli storici viventi più noti, ha sostenuto la seconda Intifada, approvando “la causa della liberazione”. Marek Edelman, uno dei leaders della rivolta del ghetto di Varsavia, aveva scritto lettere ai “partigiani palestinesi” durante l’Intifada. Il defunto storico Tony Judt era stato esplicito nel suo rifiuto del diritto di Israele ad esistere e aveva augurato agli israeliani la sorte di altre minoranze religiose in Medio Oriente. L’inviato delle Nazioni Unite Richard Falk è uno dei più radicali demonizzatori dello Stato ebraico. Lo storico Norman Finkelstein è uno dei più strenui sostenitori occidentali di Hezbollah. Il Premio Nobel Harold Pinter e i registi Ken Loach e Mike Leigh, sono stati i più famosi registi anti-israeliani del Regno Unito. L’iniziativa di un boicottaggio anti-israeliano a Londra è stata decisa da Stephen e Hilary Rose, due rinomati accademici ebrei. Il linguista Noam Chomsky, “il padrino intellettuale” della campagna anti-israeliana negli Stati Uniti, proclama apertamente l’abolizione dello Stato ebraico. La filosofa ebrea Judith Butler è alla guida del disinvestimento economico da Israele. La rivista del rabbino Michael Lerner, Tikkun, è la pubblicazione più violentemente anti-israeliana mai stampata nel mondo ebraico.
Insieme a speculatori ebrei come George Soros, che finanzia a livello mondiale i gruppi radicali, e che ritiene la politica estera americana guidata da una “lobby sionista” e il cui denaro va a organizzazioni anti-Israeliane, come Amnesty International e Human Rights Watch, si trova anche la maggior parte degli intellettuali ebrei influenti negli Stati Uniti che hanno abbandonato e hanno attaccato un eroe contemporaneo ebreo come Jonathan Pollard, chiamandolo un “fanatico” (Robert Friedman del Washington Post), “un’aberrazione” (Rabbi Arthur Hertzberg), e “una vipera” (Marty Peretz del New Republic).
Come Karl Marx, questi ebrei celebri hanno guadagnato la fama attaccando il loro stesso popolo. Si sono auto-proclamati “ebrei migliori”, per distinguersi dalla massa degli israeliani e si presentano come  possessori di una saggezza più cosmopolita, più liberale, più umanistica e, quindi, davvero ebraica. Più loro attaccano altri ebrei, più dimostrano di non esserlo più. Sono più pericolosi degli anti-semiti dichiarati. “Ebrei buoni” che stanno cercando di caricare Israele su ciò che Hillel Weiss, evocando i carri-bestiame che portavano gli ebrei nei campi di concentramento nazisti, superbamente chiamò “i treni della pace”. (Pubblicato in italiano da Informazione Corretta e da Kolot)

Sono sempre stata profondamente convinta che fra tutte le possibili forme di prostituzione, quella che si esercita sul marciapiede non è né la più disonesta, né la più sporca. Né, meno che mai, la più redditizia.
Sempre a proposito di prostituzione, invito tutti i miei lettori (sto educatamente usando un eufemismo: in realtà non è affatto un invito bensì un imperativo categorico) ad andare qui e leggere con particolare attenzione i commenti 3 e 4, cliccando tutto ciò che vi è da cliccare.
Infine un ultimo piccolo pensiero (trattandosi di personaggini piccoli piccoli non è davvero il caso di sprecare per loro pensieri grandi) sulle prostitute nostrane. Farebbero bene, costoro, a ricordare che gli ebrei che hanno accettato di collaborare con le SS sono stati infornati per ultimi. Ma sono stati infornati. La differenza fra i collaborazionisti di settant’anni fa e quelli attuali è che per quelli di allora il margine di scelta era quasi sempre pressoché nullo, mentre per i collaborazionisti attuali quella di mettersi al servizio del Male è proprio una scelta assolutamente libera. (Piccola nota a margine: uno di questi personaggini, una volta che parlavo delle mie solite drammatiche difficoltà finanziarie, mi ha suggerito – “ormai siamo amici da tanti anni, possiamo parlarci apertamente” – di trovarmi un amante ricco. Non credo di avere né la vocazione né la stoffa delle prostituta, ho detto. Ma no, ha replicato, chi parla di prostituzione, intendevo un amante fisso. Sì, ho risposto, ho capito, solo che fra darla per soldi a cinque uomini per sera e darla per soldi a uno sempre quello, io di differenze non ne vedo mica. Il discorso comunque è chiaro: se darla in cambio di qualcosa che non sia né l’amore né il piacere non è prostituzione, allora non sarebbe prostituzione neanche dichiarare – e non mi permetto di ipotizzare in cambio di che cosa – e scrivere che Arafat è un autentico democratico e che gli assassini hanno ragione e che i neonati ebrei sgozzati nella culla non sono fratelli e che “a me del muro del pianto non me ne frega un cazzo” e che “Abramo ha rinunciato a uccidere Isacco per insegnarci che ebrei e musulmani sono fratelli” – giuro, sentita con le mie orecchie, detta al microfono dal palcoscenico di fronte a molte centinaia di persone.  P.S.: il nome non lo scrivo perché ha già una volta minacciato di denunciarmi per avere riferito le sue parole).

barbara

  1. Ricordiamo piuttosto un bravo ragazzo ebreo Viktor Knopf,19713 o 19317 il numero tatuato dalle SS al campo di concentramento.Dopo essersi rimesso in forze per due anni ha fatto passare la frontiera tra Austria e Italia a migliaia di ebrei impreparati e non atletici salvando loro la vita facendoli sostare e trovando complicità per un compito pericoloso solo per fare il suo dovere di ebreo slesiano poco praticante ma molto generoso.Non era certo un intellettuale ma era alto , biondo e atletico e più utile alla società umana di tanti impiastri che straparlano.

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  2. Ho l’impressione che almeno sotto questo profilo gli italiani siano meglio. A parte il paio di casi eclatanti che tutti conosciamo, si è avuta anzi un’evoluzione contraria: a causa delle posizioni antiirsraeliane di tanta parte della sinistra italiana, questa è stata abbandonata dagli ebrei italiani, che un tempo in modo maggioritario la sostenevano. Ripeto che è una mia impressione, perché non dispongo di dati al riguardo. Ma mi pare sia confermata dai risultati elettorali di Roma.
    Le ragioni per le quali la sinistra debba essere antiisraeliana non sono chiare. L’argomento, già in sé risibile, che la sinistra sarebbe contro chi conculca i diritti umani, è smentito dall’amicizia ultradecennale verso paesi come la Siria, la Libia e lo stesso Egitto (un po’ meno amato, guarda caso, dopo Camp David), per non parlare di OLP, Hamas, Hezbollah. L’unica correlazione visibile sta nel filosovietismo e antimaericanismo, che però avrebbe avuto il tempo di decantare dopo il 1989. Il fatto è che, in politica estera, il PCI-PDS-DS-PD ha sempre avuto un sincero istinto di fratellanza con i figli di puttana. Quando poi si sono uniti alla componente cattolica, non potevano che peggiorare.

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    • Sai, c’è da considerare che gli ebrei in Italia sono quattro gatti, quindi è materialmente impossibile che fra loro ci siano tanti antiisraeliani e antisemiti quanti in America o in Israele, ma ti assicuro che ce ne sono. Molte pagine del bollettino della comunità di Torino, per dire, se le traduci in arabo hamas le pubblica sui propri organi e le spaccia per proprie. Uno degli autori di punta di quel giornale è quello che dopo la strage di Itamar coi due bambini e la neonata sgozzati nelle culle, ha ritenuto necessario mettersi alla tastiera per dichiarare che quelli non sono fratelli perché sono coloni. E Moni Ovadia ha preso le sue difese e gli ha dato ragione. Allora un gruppo di ebrei romani hanno scritto “Tutti gli ebrei sono fratelli, tranne Giorgio Gomel e Moni Ovadia”, e sai cos’ha fatto sto coglione? Si è rivolto al tribunale rabbinico frignando che gli altri ebrei sono cattivi e gli hanno fatto la bua. E lo conosco da oltre 11 anni come spacciatore di menzogne a tempo pieno. E come lui ne conosco parecchi altri. Il filosovietismo ha sicuramente giocato un ruolo primario dalla metà circa degli anni Cinquanta fino alla fine degli Ottanta. Dopodiché, essendo bisognosi di un padrone in quanto incapaci di reggersi sulle proprie gambe, gli orfani del comunismo hanno sposato l’islam. Che quando loro combattevano sulla barricata comunista era alleato del nazismo, ma chi sta a badare a questi dettagli. Poi, sì, un discreto numero di ebrei si sono staccati dal comunismo in quanto hanno visto chiaramente, dietro la maschera dell’antisionismo, la realtà dell’antisemitismo, ma per tanti altri la voce del padrone è sempre quella più forte.

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  3. I coloni molte volte sono dignitosamente poveri e costruiscono dove possono ,se gli dessero abitazioni a Tel Aviv alcuni le accetterebbero.Naturalmente ciò non è semplice ma vediamo anche la questione come diritto all’abitazione.

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  4. Sul «passo degli ebrei», porta della Terra Promessa
    Una società che pretende di assicurare agli uomini la libertà, deve cominciare col garantire loro l’ esistenza (Léon Blum) Un lungo sentiero unisce l’ Austria all’ Italia. Tra il 1946 e il 1947 venne attraversato da circa cinquemila esuli Da qui i profughi dell’ Europa orientale partivano verso la Palestina

    C’ è chi ancora lo chiama il passo degli ebrei, anche se il suo vero nome è sempre stato passo dei Tauri, Krimml Tauern in tedesco. Un sentiero che si inerpica prima fra i prati e poi fra le rocce e unisce l’ Italia all’ Austria, mille metri di dislivello in salita e 110 metri in discesa. Non è certo uno dei valichi normalmente percorsi da viaggiatori e proprio per questo fu scelto nel 1946 per «contrabbandare» sulla via del nascente Stato di Israele migliaia di ebrei. Uomini donne e bambini, senza alcuna attrezzatura di montagna e con ogni loro avere sulle spalle. D’ inverno il passo dei Tauri è assolutamente impraticabile, con tutta la neve che cade da queste parti. Dalla pista di sci che corre proprio ai suoi piedi, in fondo alla Valle Aurina, nemmeno si distingue. I fondisti vanno avanti e indietro e solo se si fermano un attimo sono in grado di vedere il pendio ripidissimo lungo il quale d’ estate sale il sentiero. Ma anche con la buona stagione non è una passeggiata. Dai 1631 metri del Krimmler Tauernhaus, un piccolo rifugio nel Salisburghese, su fino al giogo, a 2633 metri. Poi, superato il confine, giù in picchiata fino a Casere, in Alto Adige, quasi 1.100 metri più in basso. Tutt’ intorno le vette della cresta di confine, da un lato la Vetta d’ Italia, dall’ altro la Cima dei Tre Signori, imponente con i suoi 3498 metri. Ne passarono forse cinquemila di ebrei in quelle estati del dopoguerra. I gendarmi austriaci avevano ricevuto l’ ordine di chiudere un occhio e gli italiani facevano altrettanto, con i carabinieri che spesso si davano da fare direttamente per aiutare i profughi, portando fagotti o prendendo in braccio bambini. La parte più delicata del viaggio avveniva di notte, senza lanterne per non dare nell’ occhio. Gli alleati, soprattutto gli inglesi che avevano il mandato sulla Palestina e osteggiavano la nascita dello Stato ebraico, si opponevano al passaggio. La guerra era finita, ma per chi in Europa Orientale era sopravvissuto all’ Olocausto, la spinta a fuggire era ancora fortissima: il 90 per cento degli ebrei tra il Baltico e i Balcani era stato sterminato e ancora tirava una brutt’ aria. L’ 11 gennaio, su questo giornale, Paolo Mieli ha ricordato come in Polonia il 4 luglio del 1946 in un pogrom a Kielce erano stati uccisi 42 ebrei. L’ esodo verso la Terra Promessa divenne inarrestabile e si incanalò attraverso la Cecoslovacchia e l’ Austria, nelle zone di occupazione sovietica e americana, verso l’ Italia e il Mediterraneo. Dei 250 mila ebrei che decisero di abbandonare l’ Europa Orientale un quinto, circa 50 mila, scelsero di passare per l’ Italia. Ben presto però le vie principali furono chiuse dagli alleati, come il Brennero, la Pusteria, il valico di Tarvisio e il passo Resia. Allora l’ organizzazione Bricha (in ebraico vuol dire fuga) che si occupava di organizzare l’ esodo dall’ Europa Orientale cercò nuovi percorsi. A guidare molti dei gruppi che attraversarono il passo dei Tauri fu Viktor Knopf, un ventiquattrenne maestro di educazione fisica e appassionato alpinista, raccontano Luisa Righi e Stefan Wallisch nel libro Lungo i confini dell’ Alto Adige (Folio editore). Alto, biondo, atletico, Knopf era nato e cresciuto in Slesia e si era sempre ritenuto tedesco, come i suoi compagni di scuola. Ma era ebreo e finì ad Auschwitz dove sopravvisse solo grazie alla sua tempra. Poi, dopo la fine della guerra, arrivò per conto della Bricha al confine austro-italiano per organizzare il passaggio. Pure nelle zone dove i profughi erano stati raccolti in vari campi l’ atmosfera non era delle migliori. La popolazione locale mal sopportava la presenza degli ebrei. In un’ occasione, una pensione che ospitava un gruppo di ebrei venne assaltata da una folla al grido di «ammazza l’ ebreo! Lincia i porci!». La polizia austriaca intervenne solo quando la folla iniziò a lanciare sassi contro le finestre. Crollato il Reich nel quale erano entrati entusiasticamente, gli austriaci ormai si consideravano le prime vittime del loro connazionale Adolf Hitler e sembravano non capire perché gli ebrei si comportassero «come se stessero in territorio d’ occupazione», secondo quanto si legge in una lettera del 1946. «Sono una piaga per il Paese… loro vìolano ogni principio morale», è scritto ancora in quella missiva. Naturale quindi che la Bricha volesse avviare al più presto gli ebrei dell’ Est verso la Palestina. Dai campi di raccolta in Austria, i profughi venivano portati in camion fino a un certo punto, dove normalmente iniziava la «passeggiata» verso le montagne. Di lì, superate le scenografiche cascate, si proseguiva a piedi, con 5/6 ore di marcia, fino al rifugio Tauern, base per la traversata. «Gente che non era mai stata in montagna prima di allora e non aveva la minima idea dei pericoli ai quali andava incontro», ha raccontato Knopf. «Non avevano scarpe adatte, vestiti impermeabili o bastoni. Portavano tutto sulle loro spalle e quindi avevano pochissimi viveri». Al rifugio, Liesl Geisler che lo gestiva faceva quello che poteva: «C’ era gente poverissima che non aveva nemmeno uno zaino con sé. Si portavano i bambini in spalla avvolti in fagotti. La casa era spesso strapiena e io preparavo del cibo caldo, soprattutto per i più piccoli». Chi non entrava nel rifugio aspettava all’ esterno, fino all’ ora della partenza. «Ci muovevamo nel pomeriggio per arrivare in cima al passo quando era già buio», è ancora il racconto di Knopf. In lunghi serpentoni di 150 o 200 persone, con una guida davanti e un’ altra a chiudere il gruppo, tutti rigorosamente senza lampade, fino al passo, per superare il confine in piena notte. Una volta furono bloccati da una pattuglia inglese e rimandati indietro, ma nelle altre occasioni non ci fu alcun problema. Dal passo iniziava la discesa verso Casere, altre tre o quattro ore di cammino su un sentiero ripidissimo che col buio era assai pericoloso. Knopf aveva stretto amicizia con un paio di carabinieri e una volta aveva regalato loro accendisigari e scatole di sardine. «Così quando li incontravo, si facevano in quattro, prendendo zaini e perfino trasportando bambini piccoli giù fino in paese». A Casere l’ organizzazione faceva base in una pensione, il Gasthof Kasern dove i profughi potevano riposare. Poi riprendeva il viaggio verso la costa, soprattutto Genova, dove le famiglie venivano affidate a un’ altra organizzazione segreta ebraica, la Aliya Bet, fondata dall’ Haganah, la struttura paramilitare ebraica nella Palestina sotto mandato britannico. Lo strano «traffico» attraverso il passo dei Tauri andò avanti fino all’ autunno del 1947, quando il gelo e la neve resero impraticabile il cammino. L’ anno dopo nacque lo Stato di Israele e l’ esodo segreto ebbe fine. Adesso, ogni anno, una associazione nata per ricordare quegli eventi (Alpinepeacecrossing.org) organizza una ripetizione delle marce. Ai primi di luglio centinaia di persone partono tutte assieme dal rifugio Tauern per arrivare in Italia. RIPRODUZIONE RISERVATA **** L’ itinerario Per ripetere il tragitto che veniva compiuto nel 1946 occorrerebbe arrivare in auto fino a Innsbruck e Krimml, circa 200 chilometri dalla Valle Aurina, in Alto Adige. A piedi lo si può invece percorrere al contrario, partendo da Casere/Kasern, in fondo alla valle. Dal parcheggio si prosegue superando la chiesetta e il ristoro Trinkstein, quindi a sinistra si prende il sentiero n° 14 che porta ai 2.633 metri del passo dei Tauri. Le guide parlano di 3 ore e mezza, ma normalmente ce ne vogliono quattro o cinque. Dal passo si può scendere in Austria al rifugio Krimmler Tauernhaus dove facevano base i profughi e dove è possibile pernottare (tel. 0043.664 2612174). Il giorno dopo si ripercorre la stessa strada (quattro ore e mezza ufficiali per la salita al passo) o si varia passando per la Forcella del Picco (Birnlücke in tedesco) e si torna quindi a Casere. Il tutto sotto le maestose cime della cresta di confine che oscillano fra i 3.000 e i 3.500 metri. **** Il rifugio La casa era spesso piena fino all’ orlo C’ era gente poverissima che non aveva nemmeno uno zaino con sé. Si portavano i bambini in spalla avvolti in fagotti **** La guida Viktor Knopf era alto, biondo e atletico. Cresciuto in Slesia, si era sempre considerato tedesco, ma era ebreo e finì ad Auschwitz dove si salvò grazie alla sua tempra * * * I luoghi L’ esodo Una via alternativa Il percorso da Saalfeden, in Austria, porta in Valle Aurina per scendere poi verso l’ Adriatico. Nel 1946 l’ organizzazione Bricha (in ebraico significa fuga) utilizzò questa via alternativa per l’ esodo degli ebrei dall’ Europa Orientale, come si può vedere nell’ immagine a sinistra (foto Fondazione Cdec, Archivio Israel Kalk). Le vie principali, come il Brennero e la Pusteria, furono infatti chiuse dagli alleati che si opponevano al passaggio. Contrari erano in particolare gli inglesi che avevano il mandato sulla Palestina e osteggiavano la nascita dello Stato ebraico.

    Dragosei Fabrizio

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    • Grazie anche da me, è davvero un documento prezioso.
      Ho conosciuto una donna, di un paese in fondo alla Valle Aurina: durante la guerra, fino all’8 settembre 43, ossia quando l’Italia per gli ebrei era scomoda ma non pericolosa, la notte andava in montagna per prendere gli ebrei che scappavano dall’Austria e portarli di qua. Immagino per la stessa rotta. Purtroppo questa cosa l’ho saputa molto tempo dopo, quando con lei non avevo più alcun contatto.

      Un appunto per quanto riguarda i “coloni”: lasciamo che a chiamarli così siano gli antisemiti, perché in realtà non c’è una sola ragione al mondo per definirli coloni. Coloni sono persone che occupano un territorio altrui e lo fanno lavorare più o meno gratis dai locali incassandone tutti gli utili. Gli ebrei che vivono in Giudea e Samaria sono in parte le persone che nel ’48, nel corso di quella guerra araba di aggressione, erano stati cacciati dalle loro terre e dalle loro case, e nel ’67, quando nel corso di un rinnovato tentativo di sterminare tutti gli ebrei e annientare lo stato di Israele, Giudea e Samaria sono state liberate, sono tornati a casa loro. Poi, dato che gli arabi hanno rifiutato di rispettare la risoluzione Onu 242, sono rimasti territori dallo status indefinito e altri ebrei ci sono andati a vivere, come era loro diritto, e coltivando personalmente la propria terra. Niente a che vedere, dunque, con colonizzazione e colonie e coloni.

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  5. Colonia 12 Stelle
    Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

    La colonia 12 stelle è una struttura destinata ai soggiorni marini per bambini ed adolescenti della Provincia Autonoma di Bolzano, che sorge nel comune di Cesenatico. Costruita su progetto dello studio tecnico del geom. Elvio Laitempergher di Bolzano in collaborazione con lo studio dell’ing. Guido Tomasi di Rovereto, aprì nel 1953 e venne edificata su iniziativa della Diocesi di Trento (di cui la città di Bolzano, allora, faceva parte; la Diocesi di Bolzano-Bressanone venne istituita solamente nel 1964). La sua costruzione venne finanziata per metà dalla Regione Trentino-Alto Adige. Fu data in gestione ad un ente caritativo diocesano, l’ODAR (Opera Diocesana di Assistenza Religiosa), che ne divenne anche il proprietario.
    La colonia estiva: scopi e peculiarità

    La colonia 12 stelle fu una delle prime strutture del genere ad essere costruita nella storia italiana. Un’iniziativa del genere aveva motivazioni sociali e sanitarie. Era destinata anzitutto a bambini e adolescenti delle classi più povere, tra i quali, all’epoca, erano ancora molto diffuse patologie da malnutrizione, rachitismo, linfatismo. Si trattava quindi di bambini che avrebbero potuto trarre un grande giovamento da un periodo di soggiorno marittimo, durante il quale avrebbero ricevuto un’alimentazione adeguata (la qual cosa, all’epoca, non era affatto garantita, soprattutto nelle famiglie povere). Inoltre, fino alla fine degli anni ’60, le colonie estive erano, per le classi meno abbienti, l’unica possibilità di vacanza estiva per i bambini.

    La decisione di maggior interesse fu quella di destinare la colonia a bambini e ragazzi di tutti i gruppi linguistici (anche se i bambini ospitati erano in larga prevalenza di lingua italiana). In quegli anni, e per molto tempo a venire, la prassi normale, in Alto Adige, prevedeva una rigida “separazione etnica” tra tedeschi ed italiani. Bisogna ricordare che i rapporti tra gruppi etnici, in Alto Adige, furono segnati da forti tensioni sino alla fine degli anni ’80, e che la separazione tra gruppi etnici (che qualcuno arrivò a definire una sorta di apartheid) finì per divenire uno dei principi della politica provinciale.
    Regolamento, strutture, attività della colonia

    Il regolamento della colonia era molto rigido e preciso. Infatti i bambini e gli adolescenti, venivano suddivisi per età e sesso. Le tre distinzioni erano: maschi adolescenti, maschi grandi e maschi piccoli (stessa cosa per le femmine). La colonia 12 stelle, da ormai oltre 50 anni ha visto passare nelle sue camerate, nelle sue stanze, sulla sua superficie, migliaia di persone (ogni turno era formato da circa 1000 persone). La colonia è dotata di piscina, campi da calcio, spiaggia privata, parchi e anfiteatro.

    Da ormai molti anni è attiva la “settimana azzurra”, che si prefigge l’obbiettivo di abbattere i pregiudizi verso i bambini di altra lingua, infatti i bambini ospitati sono sia tedeschi che italiani, uniti negli stessi gruppi. Essa è attiva dalla primavera fino alla fine dell’estate anche se non sono mancate però alcune edizioni invernali.
    Collegamenti esterni

    Sito ufficiale della Colonia 12 Stelle
    Turris Babel, 07 – 2003, pagg. 28-31 (formato pdf)

    Categorie:

    Provincia di Bolzano
    Architetture della provincia di Forlì-Cesena
    Colonie di villeggiatura
    Cesenatico

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    Ultima modifica per la pagina: 17:54, 29 apr 2012.
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  6. Lech Lechà, vai a te stesso. Ebraismo a Trani e in Puglia a settembre

    Sinagoga Scolanova di Trani

    Dal 2 all’8 settembre 2012 (ossia dal 15 al 21 Elul 5772 del calendario ebraico) si terrà a Trani e in altre 9 città pugliesi dal Gargano al Salento (Sannicandro Garganico, Manfredonia, Andria, Barletta, Bari, Brindisi, Oria, Nardò e Lecce) la Settimana di arte, cultura e letteratura ebraica Lech Lechà – Và verso te stesso.
    Lech Lechà è promossa dall’Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia e organizzata dalla Comunità ebraica di Napoli (sotto la cui giurisdizione ricade la Puglia e l’Italia meridionale) con il patrocinio dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane; sarà inaugurata domenica 2 settembre in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica 2012.
    Lech Lechà si sviluppa in moduli: Reshit (conferenze), Ulpan (corso di lingua ebraica), Sefarim (Fiera del libro ebraico), Il canto di Abramo (concerti), Un ebreo a Hollywood (cinematografia ebraica), Le pietre raccontano (Visite guidate ai tesori della Puglia), I Sogni di Giuseppe (Seminario sull’interpretazione dei sogni), Chi è rimasto a bottega? (Minchà e Arvit in Sinagoga, 17 Stand librari discografici), Yom ha–Shabbat (Il Sabato ebraico), La Notte dell’ebraismo tranese (Suoni, sapori e humour nella Giudecca).

    La Settimana include conferenze su economia, politica, giustizia, medicina, Israele e Paesi del bacino mediterraneo, umorismo ebraico nella Torà (presso la Sala Rossa del Castello Svevo di Barletta), grandi figure storiche dell’ebraismo da Shabbetay Donnolo e Achimaaz di Oria a Rabbi Itzhak Malki Zedek di Siponto e Menachem Mendel Schneerson, ebraismo e cristianesimo, ebrei durante l’impero romano, accoglienza dei profughi nello Stato di Israele, scoperta di tesori nascosti e vie di guarigione spirituale che sgorgano dalla Cabbalà e simboli segreti nell’arte di Michelangelo Buonarroti e in Castel del Monte.
    Ben 19 conferenze con oltre 40 relatori tra scrittori, magistrati, politici, docenti universitari e giornalisti che parteciperanno alle conferenze tra i quali Daniela Abravanel, Piercamillo Davigo, Claudia De Benedetti, Benedetto Della Vedova, Fabrizio Del Noce, Donatella Di Cesare, Roy Doliner, David Gerbi, Antonio Laudati, Rav Menachem Lazar e Rav Amedeo Spagnoletto, Fabrizio Lelli, Moise Levy, Francesco Messina, Cecilia Nizza, Claudio Pagliara, Francesco Schittulli, Ugo Villani, Nedim Vlora e altri.
    Non si può conoscere l’ebraismo senza conoscere la lingua ebraica; a essa e al suo storico promotore Eliezer Ben Yehuda è dedicata una conferenza mentre ogni mattina da lunedi 3 a venerdi 7 settembre presso la Sinagoga Scolanova di Trani si svolgerà un corso intensivo di lingua ebraica moderna.
    Saranno gli stessi Autori a presentare i loro libri su tematiche ebraiche in ben 9 presentazioni mentre saranno eseguite le affascinanti musiche del Cafè Chantant (I Musici della Giudecca a Trani), cabaret ebraico scritto nei Campi di concentramento di Westerbork, Theresienstadt e Preçu–Riga (a Trani e Andria), musica ebraica sefardita e ashkenazita eseguita dall’Ensemble Shanà Tovà (a Oria, Brindisi e Manfredonia).
    Ampio spazio viene riservato al cinema che affronta i capisaldi della storia ebraica come la deportazione ebraica durante la Seconda Guerra Mondiale (Train de vie di Radu Mihaileanu a Sannicandro Garganico), i drammatici, eroici giorni della fondazione dello Stato d’Israele (O’ Jerusalem di Elie Chouraqui a Trani), l’alyà degli ebrei etiopi (Vai e vivrai di Radu Mihaileanu a Nardò) e una brillante commedia con uno sguardo al mondo ebraico americano (Tentazioni d’amore di Edward Norton a Brindisi).
    Ne Le pietre raccontano gli ospiti del Lech Lechà potranno visitare alcuni tesori archeologici e museologici del territorio nord barese–ofantino quali Canosa di Puglia e il sito storico di Canne della Battaglia.
    I Sogni di Giuseppe, seminario sull’interpretazione dei sogni condotto da David Gerbi, ebbe già notevole successo a Trani nel 2010 durante la Giornata Europea della Cultura Ebraica; questa volta viene riproposto in tre giorni a partire da mercoledì 5 settembre presso la Biblioteca G. Bovio di Trani.
    Lech Lechà è soprattutto una Settimana di vita ebraica e la vita dell’ebreo ruota intorno allo Shabbat; perciò non può non concludersi con un Sabato ebraico da vivere pienamente a Trani e che sarà introdotto prima del tramonto di venerdì 7 settembre da riflessioni e approfondimenti curati da scrittori e rabbini, prima di immergersi nello Shabbat, nello studio della Torà e nell’assaporare quel cibo che nel settimo giorno acquista odore e sapore della kedushà (santità) del Sabato ebraico; al termine dello Shabbat l’evento forse più inedito dell’intera Settimana ossia La Notte dell’ebraismo tranese che si snoderà attraverso le principali strade della Giudecca e presso i luoghi ebraici più caratteristici di Trani con illustrazioni itineranti di storia ebraica tra Scolanova, Scolagrande e le altre due ex Sinagoghe tranesi che per l’occasione saranno illuminate ad arte, lezioni in memoria del Rebbe Menachem Mendel Schneerson, sui mondi segreti della Cabbalà e sull’interpretazione ebraica dei sogni e uno spettacolo all’insegna dell’umorismo in chiave israelita tenuto dall’incontenibile ebreo napoletano Roberto Modiano.
    Non ultima, la cucina ebraica preparata secondo le regole della kasherut; a partire dal pranzo di mercoledì 5 settembre e sino al termine degli eventi di Lech Lechà, presso il Ristorante Il Marchese del Brillo di Trani (a due passi dalla Sinagoga Scolanova) sarà possibile mangiare e degustare vino kasher e, durante La Notte dell’ebraismo tranese si potrà degustare carne kasher preparata sotto stretta sorveglianza rabbinica.
    Il direttore artistico del Lech Lechà è il pianista Francesco Lotoro; autore della monumentale Enciclopedia discografica della musica concentrazionaria KZ Musik, a settembre sarà pubblicato in Francia un libro di Thomas Saintourens sulla sua vita e le sue ricerche sulla musica dei Lager.
    Da poche settimane consigliere della Comunità ebraica di Napoli e coordinatore dell’attività ebraica per la regione Puglia, Lotoro è affiancato nella organizzazione della Settimana ebraica da una Commissione scientifica presieduta dal rabbino capo di Napoli e Italia meridionale Rav Shalom Bahbout.

    Venerdi 20 luglio alle ore 11 presso la Casa delle Culture delle Scuole Ebraiche di Roma (via Portico d’Ottavia) si terrà la conferenza stampa nazionale di presentazione del Lech Lechà; il cartellone sarà presentato dall’Assessore al Mediterraneo Silvia Godelli, dal rabbino Capo di Napoli Rav Shalom Bahbout e altri ospiti.

    Lech Lechà è un viaggio verso le proprie radici ebraiche che in Puglia tornano a ricrescere dopo cinque secoli di silenzio nel palcoscenico interculturale di Trani; un viaggio dello spirito e della mente attraverso i tesori visibili e nascosti non soltanto dell’ebraismo ma delle altre culture sociali e religiose del bacino mediterraneo; un viaggio verso sud, nello spirito del patriarca Abramo che, uscendo da Ur–Kasdim e arrivato in Terra d’Israele continuò il suo viaggio verso sud, verso un Mar Mediterraneo culla della cultura occidentale e rebus irrisolto di una coesistenza pacifica con il mondo ebraico.

    Lech Lechà – ufficio stampa
    settimanaculturaebraica@gmail.com
    ebraicatrani@fastwebnet.it
    Segreteria organizzativa del LECH LECHÀ
    Luciana Doronzo cell 3313989353
    Il Rinascimento Ebraico della Puglia di Francesco Lotoro

    Il popolo ebraico arrivò nell’I–tal–yà (in ebraico Terra della rugiada divina) da popolo libero durante la Roma repubblicana e da popolo schiavo durante la Roma imperiale, dopo la distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme.
    Gli ebrei sono entrati dal più importante varco d’ingresso dell’Oriente in Occidente ossia la Apulia, la terra senza porte come ci ricorda la sua radice greca (Apyle, alfa privativo+ pyle, porta).
    Da Sannicandro Garganico a Otranto la Puglia ha da sempre una spina dorsale ebraica.
    La storia antica riporta di Rabbi Akivà che salpa da Brindisi e concepisce una importante norma halachica sul viaggio in nave durante Shabbat; di una importante accademia rabbinica guidata dal grande Rabbi Itzchak Malki Zedek nella Siponto bizantina; di una comunità ebraica barlettana che vantava grandi tradizioni notarili e che accolse il grande Maestro Itzchak Abravanel e che a Barletta fondò il Banco Feneratizio; delle benestanti famiglie ebraiche Franzese e Spagnolo e di una ketubà (atto di matrimonio ebraico) misteriosamente sottratta all’ebrea Leonetta in una Andria liberale e tollerante verso gli ebrei (ma anche di misteriose trame segrete a sfondo cabalistico in Castel del Monte); di Bari e Otranto vere e proprie Sion sull’Adriatico da far dire al Maestro alsaziano Rabbi Jacob Tam (1100–1171) che “Da Bari uscirà la Legge e la Parola del Signore da Otranto“; di grandi medici del corpo e dell’intelletto e poeti dell’ebraismo oritano quali Shabbetay Donnolo, Achimaaz ben Paltiel e Amittai ben Shefatiah ma altresì di episodi di saccheggio e incendio della giudecca a Lecce nel 1463 e dell’obbligo stabilito dalla sovrana Maria d’Enghien di segno distintivo per gli ebrei leccesi.
    La storia più recente riporta di Donato Manduzio, Concetta Di Leo e altri sannicandresi che nella prima metà del secolo scorso si convertirono all’ebraismo, parte di essi si trasferì in Israele ma i loro discendenti hanno sempre mantenuto acceso il fuoco ebraico a Sannicandro Garganico; a Nardò tra il 1943 e il 1947 l’intera comunità cittadina venne in soccorso degli ebrei scampati ai Lager e che sulla spiaggia di S. Maria al Bagno attendevano di imbarcarsi per la Palestina Mandataria Britannica.
    Trani è il capoluogo dell’ebraismo di Puglia, faro dell’ebraismo della Diaspora; già sede di quattro sinagoghe, fucina di una enorme attività di studio e di importanti approfondimenti del pensiero religioso ebraico, nel Medioevo la presenza di una consistente colonia ebraica favorì lo sviluppo dell’economia locale, Federico II di Svevia assegnò agli ebrei della città il monopolio della tintoria e della lavorazione e rivendita della seta grezza in tutto il Meridione.
    A Trani operava il chacham Isaia ben Mali il Vecchio (nato a Trani nel 1180) detto Emanuele; Shlomo Simonsohn definisce Emanuele di Trani il più fecondo autore rabbinico italiano di tutti i tempi: tra i principali talmudisti del Medioevo, dottore della Legge con grandi capacità di sintesi tra il pensiero askenazita tedesco e francese e quello orientale di Bisanzio ed Eretz Israel, è citato tra i Rishonim, Maestri universali della Legge ebraica secondi soltanto ai Gaonim babilonesi.
    Suo nipote Isaia il Giovane, Salomone da Trani, Giuseppe da Trani e altri diedero vita a un pensiero ebraico che ha dettato regole etiche e giudiziarie all’intera Diaspora; i loro commentari e responsa sono studiati nelle più rinomate accademie talmudiche mentre la comunità ebraica tranese divenne punto di riferimento dell’attività commerciale e politica sotto gli Angioini e, a dispetto di una legislazione sempre meno permissiva e tollerante verso gli ebrei dell’Italia meridionale, godette della più vasta stima e riconoscenza.
    I decreti di espulsione emanati dal Regno di Napoli Il, le conversioni coatte incoraggiate dalla Chiesa e il dilagante Marranesimo non hanno mai spento il focolare ebraico di queste terre.
    A Trani, simbolo della rinascita dell’ebraismo nel Mezzogiorno, gli ebrei sono tornati 463 anni dopo la cacciata, ripristinando culto e vita ebraica presso la Sinagoga Scolanova; la rinascita della comunità ebraica tranese è una delle più affascinanti realtà nel bacino mediterraneo e costituisce il punto di riferimento per tutti gli ebrei della regione e non solo.
    La rinascita ebraica di Trani è stata di forte stimolo alla rinascita dell’ebraismo in Calabria e in Sicilia; lo spirito di tale rinascita è quello di promuovere il pensiero ebraico, l’osservanza dei precetti e l’insegnamento della fede e cultura ebraica ai giovani della comunità, i valori di convivenza e dialogo con istituzioni e componenti sociali, culturali e religiose del territorio.
    Qualcuno tende a parlare unicamente dell’ebraismo che fu, di tombe e lapidei sparsi per la Puglia, di comunità ebraiche e sinagoghe pugliesi scomparse; giusto che se ne parli ma questo non è ebraismo.
    L’ebraismo è innanzitutto Vita; perché l’ebreo crede unicamente alla vita al punto tale da chiamare i propri cimiteri bathè–haChaim (case della Vita); l’ebraismo pugliese non è esposto in alcun museo e gli ebrei di Puglia non riposano in alcuna tomba ma vivono normalmente la loro diversità culturale e religiosa in questa terra che odora degli Ulivi di Gerusalemme.
    Alcuni Maestri osano affermare: “ebreo non è già chi vanta la propria mamma ebrea ma chi avrà il proprio nipote ebreo”; è un paradosso che rende l’idea di come un ebreo guardi al passato e al presente e trasmetta la propria identità al punto da ipotecarla oggi su quella del figlio di suo figlio.
    Oggi, come al momento della nascita (Genesi 25, 26), Giacobbe–Israèl ha nuovamente riafferrato il calcagno del fratello Esaù–Edom, progenitore delle genti italiche secondo la tradizione ebraica.
    Il Rinascimento ebraico della Puglia è iniziato.

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    30 giugno, 2012 – Pubblicato da marcodelvaglio | Arte, Concerti, Letteratura, Musica | Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia, Comunità Ebraica di Napoli, cultura e letteratura ebraica Lech Lechà, Francesco Lotoro, Giornata Europea della Cultura Ebraica 2012, Rav Shalom Bahbout, Settimana di arte, Unione Comunità Ebraiche Italiane

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  7. Yitzhak Shamir (in ebraico יִצְחָק שָׁמִיר ascolta[?·info]; Różana, 15 ottobre 1915 – Tel Aviv, 30 giugno 2012) è stato un politico israeliano.

    È stato primo ministro di Israele due volte dal 1983 al 1984 e dal 1986 al 1992. Ebreo di origine polacca (il suo nome di nascita era Icchak Jaziernicki) studiò in Polonia ed emigrò in Palestina nel 1935.

    Fu un importante esponente del gruppo di terroristi ebrei Banda Stern, responsabile di atti come l’assassinio del negoziatore ONU Folke Bernadotte.

    Membro del partito conservatore Likud fin dalla fondazione (1977), di cui fu leader dal 1983 al 1992, fu deputato alla Knesset, ministro degli esteri e primo ministro. Lasciò la politica attiva nel 1996.

    Malato da tempo, si spegne il 30 giugno 2012 a Tel Aviv.[1]Su wikipedia italiana c’è poco ma quel poco è un pò diffamatorio se non si parla anche delle attribuite simpatie di Bernadotte.

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      • La banda Stern nel momento del suo massimo fulgore ha raggiunto il centinaio di membri, e non ha mai goduto del sostegno popolare. Ben Gurion immediatamente dopo la proclamazione dello stato di Israele ha sciolto tutte le formazioni armate, ha accolto nell’esercito quelli che erano disposti a integrarsi e buttato fuori quelli che non lo erano. In questo processo rientra anche il drammatico affondamento della nave Altalena, episodio tragico davvero, ma inevitabile, se si voleva dare vita a uno stato e non a un’accozzaglia di gruppuscoli come dalla controparte.

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  8. Israele: morto ex premier Shamir
    (ANSA) – GERUSALEMME, 30 GIU – E’ morto a 96 anni l’ex premier israeliano Yitzhak Shamir. Nato in Polonia, emigrato nel 1933 in Palestina, ha militato in due movimenti clandestini nazionalisti negli anni della lotta per l’indipendenza di Israele. Ex agente del Mossad, considerato un “falco” nel Likud, in politica dagli anni Settanta, è stato presidente della Knesset, 2 volte ministro degli esteri e primo ministro nel 1983-84 e 1986-92, quando fu sconfitto dai laburisti di Yitzhak Rabin. Era malato di Alzheimer.

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  9. Si ma non pensavo che ne facesse parte Shamir,oltretutto la banda Stern fù liquidata per ordine di David Ben Gurion e solo con il Likud i suoi aderenti ebbero l’ordine di lehi.

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  10. Ankie Spitzer’s husband Andrei was one of the eleven Israeli athletes killed at the Munich Olympics in 1972. She started a petition on Change.org asking the International Olympic Committee to hold a minute’s silence at the London Olympics to remember her husband and his teammates, and her campaign has taken off.

    You and over 80,000 people from around the world have signed her petition, and her campaign has been covered by international media from the New York Times to The Guardian.

    Now, the US Senate and the Canadian and Australian parliaments have all passed resolutions calling for a minute’s silence to mark their memory, and the German Foreign Minister has joined other politicians in supporting her call.

    You can help Ankie grow her petition, and keep attention focused on her campaign, by sharing it with your friends and family. Click here to share her petition on Facebook.

    Thanks

    Qualcuno la può tradurre alla perfezione ?

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    • Sì, l’ho ricevuto anch’io, come tutti quelli che hanno firmato la petizione. Sono contenta che abbiamo raggiunto il numero di firme prefissato e che vari governi si siano fatti carico della cosa. Se qualcuno ha tempo e voglia di tradurre questo testo farà senz’altro un’opera meritoria.

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  11. Ankie marito Andrei Spitzer era uno degli undici atleti israeliani uccisi alle Olimpiadi di Monaco nel 1972. Ha iniziato una petizione su Change.org chiedere al Comitato olimpico internazionale a tenere un minuto di silenzio alle Olimpiadi di Londra per ricordare il marito ed i suoi compagni di squadra, e la sua campagna è decollato.

    Tu e oltre 80.000 persone provenienti da tutto il mondo hanno firmato la sua petizione, e della sua campagna è stata coperta dai media internazionali provenienti da New York Times al The Guardian.

    Ora, il Senato degli Stati Uniti e dei parlamenti canadese e australiano sono tutte le risoluzioni approvate chiedendo un minuto di silenzio per celebrare la loro memoria, e il ministro degli esteri tedesco si è unito ad altri politici a sostenere la sua chiamata.

    Puoi aiutare Ankie crescere la sua petizione, e mantenere l’attenzione focalizzata sulla sua campagna, condividendo con i tuoi amici e familiari. Clicca qui per condividere la sua petizione su Facebook.

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  12. Pingback: DUE PAROLE ALLA SIGNORA MICHELLE | ilblogdibarbara

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