EBREI IN VENDITA?

Il sottotitolo di questa recensione potrebbe essere: ma veramente Netanyahu delirava? Veramente ha detto delle così colossali sciocchezze? Veramente ha mostrato una così abissale ignoranza della storia? Si trattava, come si ricorderà, delle trattative fra autorità ebraiche e dirigenti nazisti per tentare di salvare ebrei facendoli emigrare nella Palestina mandataria, trattative sabotate dal gran Mufti di Gerusalemme Haji Amin al Husseini, che avrebbe invece spinto verso lo sterminio. Qualcuno ha addirittura negato che tali contatti vi siano mai stati; ora, non solo vi sono stati, come ho documentato qui, ma sono stati talmente intensi e prolungati nel tempo da poter riempire, con la loro narrazione, un libro di oltre trecento pagine. E cominciamo a vedere qualche indicazione.

Abbiamo visto come l’Ha’avarah venisse ostacolata e come, all’inizio del 1938, l’opposizione all’accordo fosse divenuta quasi unanime. Perché, allora, esso rimase in vigore fin dopo il pogrom del novembre 1938, anzi, fino allo scoppio della guerra? La ragione, come indicano tutte le nostre fonti, è che gli accordi esistenti avevano l’appoggio di Hitler. Se non esistono documenti che portino la sua firma, ciò è dovuto semplicemente al modo in cui governava la Germania in generale: preferiva trasmettere le sue decisioni oralmente, e solo quando era indispensabile. I documenti mostrano chiaramente come la maggior parte dei funzionari dell’epoca aspettassero con impazienza una decisione del Führer, in particolare che rivedesse il suo sostegno all’emigrazione in Palestina e, quindi, anche all’Ha’avarah. È provato che all’inizio del 1938 egli invece confermò quel sostegno, naturalmente a voce. Una nota del 27 gennaio 1938 di Clodius, direttore della divisione Economia del ministero degli Esteri, riporta un’affermazione di Rosenberg: nel corso di una consultazione, Hitler aveva ribadito la sua risoluzione di sostenere l’emigrazione in Palestina e I’Ha’avarah. Di nuovo, com’era tipico dei processi decisionali nel Terzo Reich, questo non significa che tentativi di mutare la decisione non venissero compiuti. In effetti solo von Hentig continuò, per motivi pratici, a dare in certo qual modo appoggio alla politica del Führer; tutti gli altri cercarono di modificarla. L’Ha’avarah fu tenuta in vita contro i desideri di quasi tutti i burocrati dell’economia del governo tedesco perché Hitler aveva deciso che l’emigrazione degli ebrei era più importante di qualunque considerazione economica, e che la Ha’avarah era uno dei modi per raggiungere l’obiettivo. (p. 35)

Da parte dei nazisti ci fu una rispondenza perché l’emigrazione degli ebrei era la loro politica. Le forze dei due campi erano squilibrate. Gli ebrei si trovarono sin dall’inizio in una trappola: non potevano contare sull’aiuto di terzi e, in Palestina, lottavano con un’amministrazione britannica che si faceva sempre più ostile. Imboccarono l’unica strada che avevano a disposizione per salvare il salvabile: trattare con il nemico. Il loro intento in quella fase non era ancora di salvare vite [poiché all’epoca nessuno poteva prevedere che un giorno tutti gli ebrei sarebbero stati condannati a morire, ndb]. Il loro principale obiettivo era lo sviluppo della Palestina, perché la Palestina ebraica era troppo debole per lanciarsi in operazioni di salvataggio in Germania o altrove. Con abbastanza tempo a disposizione, essa sarebbe divenuta in grado di assorbire masse di ebrei. Solo che abbastanza tempo non fu dato. (p. 38)

Ma le date non tornano, è stato obiettato anche da chi sapeva perfettamente delle trattative: Netanyahu ha parlato del 1941, e tutti sanno che in quella data la soluzione finale era già in atto. In realtà, pur con qualche accento retorico e forzando i toni, Netanyahu non ha detto sciocchezze neppure nelle date.

L’emigrazione in Palestina levava di torno solo poche migliaia di ebrei: tra il 1° settembre 1939 e il marzo 1941, in effetti, gli emigranti B furono 12.863, e non tutti provenivano dal Reich, né tutti raggiunsero la Palestina. Eichmann voleva che si facesse molto di più, il che sembra spiegare i viaggi della Sakariya dell’inverno 1939-40 e le tre navi di Storfer dell’autunno 1940. Tali esiti di pressioni interne dovettero apparire a Eichmann piuttosto scarsi, ed egli tentò di far partire gli ebrei con pressioni più brutali. Il 3 luglio 1940 convocò i capi della RVE delle comunità di Praga e Vienna e chiese loro di sottoporgli nel giro di quarantott’ore un piano per liberare il Reich da tutti gli ebrei. È inutile dire che questo ultimatum non servì. All’inizio del 1941 ogni tentativo nazista di spingere gli ebrei in direzione della Palestina cessò. A prenderne il posto fu lo sviluppo della «soluzione finale». Fino all’ottobre 1941, tuttavia, agli ebrei del Reich fu ancora permesso partire, e molti vennero spinti oltre i confini, anche se, nelle zone dell’Unione Sovietica che venivano conquistate, lo sterminio di massa era iniziato. In quello stesso ottobre, in effetti, era in allestimento a Chelmno il primo campo di sterminio, dove s’iniziò a uccidere con il gas l’8 dicembre 1941, ma i preparativi erano in corso già in ottobre, quando gli ebrei potevano ancora andarsene. In Serbia le uccisioni di massa erano già, a quella data, in pieno svolgimento. Le due politiche, lo sterminio e l’espulsione, furono per un breve periodo in vigore contemporaneamente. (p. 67)

Il 27 agosto Wisliceny s’incontrò con il Gruppo e comunicò che doveva ricevere nuove istruzioni. I suoi capi, disse, stavano preparando un convoglio dalla Polonia a Theresienstadt di cinquemila bambini ebrei, duemila dei quali erano già in viaggio. Il fatto che lo sapesse dimostra che aveva effettivamente parlato con Eichmann, perché mille bambini di Bialystok arrivarono a Theresienstadt in agosto. Eichmann aveva posto il veto alla loro emigrazione in Palestina a causa dell’opposizione del Mufti di Gerusalemme, capo del movimento nazionale arabo palestinese, Hajj Amin al-Husseini, che nel 1941 s’era recato in Germania. Il Muftì, disse, era tra i maggiori fautori dello sterminio degli ebrei. (p. 109)

I contatti riguardo ai bambini furono ripresi nell’estate del 1943, quando Eichmann e Himmler dovettero far fronte a un tentativo svizzero, di cui parleremo più avanti, di intervenire a loro favore. Fu allora, il 28 agosto 1943, che circa mille bambini vennero trasferiti da Bialystok a Theresienstadt, dove furono tenuti fino al 5 ottobre, evidentemente per qualche progetto di scambio. Anche Steiner, in una deposizione resa il 2 dicembre 1946 di fronte alla corte nazionale slovacca, conferma che le trattative sui bambini vi furono, e che all’epoca Wisliceny, a nome di Eichmann, disse che il Muftì di Gerusalemme, Hajj Amin el-Husseini, stava cercando di impedire che andassero a buon fine. (pp. 122-123)

Dunque Netanyahu non ha inventato fatti, non ha sbagliato date, non ha falsificato la storia, contrariamente a quanto urlato in quei giorni di novembre (“Ma qui, ci premeva spiegare solo, dati alla mano, perché quello che ha detto Netanyahu sia una menzogna. L’espresso). La cosa curiosa è che le accuse più furiose contro Netanyahu che avrebbe “riscritto la storia a fini politici” e fatto “affermazioni senza fondamento”(La Stampa) è proprio Yehuda Bauer, l’autore del libro che tutto questo ha raccontato e documentato in prima persona.

Un altro inestimabile pregio di questo ottimo libro è quello di fare piazza pulita delle leggende nere cresciute intorno ai dirigenti sionisti, accusati, con tanto di citazioni inventate, di essersi del tutto disinteressati del destino degli ebrei europei, interessati unicamente alla battaglia sionista: niente di più falso.

Notizie attendibili sui piani nazisti di sterminio di massa erano giunte in Palestina con l’arrivo, il 13 novembre 1942, di sessantanove cittadini ebrei palestinesi catturati in Europa allo scoppio della guerra. Essi provenivano da diverse zone dell’Europa occupata, comprese numerose città della Polonia, e furono scambiati contro un numero maggiore di tedeschi residenti in Palestina. Portavano informazioni dirette, frutto di esperienze personali, che non lasciavano dubbi su quanto stava accadendo. Come ovunque altrove, esse rappresentarono uno shock e suscitarono incredulità e disperazione. Ma spronarono anche all’azione la dirigenza dell’Agenzia ebraica, i leader in Palestina del movimento sionista. David Ben Gurion, presidente dell’esecutivo, Moshe Shertok (Sharett), capo della sezione politica, Yitzhak Grünbaum, capo del comitato polacco, che nel 1943 avrebbe presieduto il Comitato di salvataggio dell’Agenzia ebraica, Eliezer Kaplan, tesoriere, e Chaim Weizmann, presidente, che risiedeva a Londra, erano le figure principali. Di nuovo, l’abituale accusa, oggi, è che l’Agenzia ebraica fece troppo poco troppo tardi per soccorrere gli ebrei in Europa, che poneva la creazione di uno stato ebraico al disopra della salvezza degli ebrei, e che Ben Gurion e Grünbaurn in particolare erano politici freddi, pervicaci nell’ignorare la distruzione del loro popolo in Europa. Autori e storici ebrei liberali, non ortodossi, ortodossi e ultraortodossi ripetono queste accuse da anni.
Oggi, tuttavia, sappiamo con sufficiente chiarezza che Ben Gurion ricevette informazioni circostanziate nel momento in cui esse divennero disponibili. Egli colse fino in fondo, si direbbe, le implicazioni dei piani di sterminio nazisti; e, al contrario della visione che si è imposta, divenne estremamente attivo nel promuovere contatti con gli Alleati per persuaderli a intervenire a favore degli ebrei europei. (pp. 101-102)

I maggiori contrasti all’interno dell’Agenzia ebraica vertevano sui rapporti con gli inglesi. Specialmente Grünbaum non si fidava di loro: era sicuro che avrebbero sabotato ogni tentativo di salvare gli ebrei. Ben Gurion era di parere opposto; pensava che se gli Alleati occidentali non si fossero persuasi a sostenerla, la missione non avrebbe avuto nessuna possibilità di successo. Un tentativo ebraico indipendente era condannato a un immediato fallimento. Avevano ragione entrambi, naturalmente. Ma a emergere qui è un quadro diametralmente opposto a quello dipinto dalla letteratura storica popolare, che vede in Grünbaum un personaggio che fece poco e si preoccupò ancor meno, e in Ben Gurion quasi un collaboratore dei nazisti, un uomo insensibile e indifferente che aveva a cuore soltanto il futuro della Palestina ebraica, non gli ebrei della diaspora. La verità, come abbiamo visto, è ben diversa. Entrambi erano profondamente coinvolti. L’esecutivo dell’Agenzia ebraica si riunì sette volte nel mese successivo all’arrivo di Pomeranz da Istanbul, e tre volte in sessioni speciali a casa di Ben Gurion. Questi vedeva nella vicenda Brand l’evento al momento centrale per l’Agenzia ebraica, vi consacrò tempo ed energie, e dichiarò a MacMichael, oltre che all’esecutivo dell’agenzia, che gli ebrei andavano portati ovunque, non solo in Palestina. (pp. 223-224)

E infine ancora un accenno al comportamento degli Alleati nel corso della guerra, difficilmente comprensibile nella sua illogicità.

Nel gennaio 1944 i capi di stato maggiore alleati occidentali presero una decisione che non aveva niente a che vedere con gli ebrei o il loro salvataggio: non avrebbero usato mezzi militari a scopi civili quali il salvataggio o il soccorso. Ogni proposta ebraica di servirsi dell’aviazione o di altre forze armate per impedire ai nazisti di portare avanti gli assassinii era quindi destinata ad andare incontro alle obiezioni dei militari. Compito di questi ultimi, com’era stato loro esplicitamente detto, era passar sopra a ogni altra considerazione per concentrarsi esclusivamente sul raggiungimento della vittoria. Questo principio, «la vittoria innanzi tutto», fu ripetutamente enunciato dai politici: gli ebrei, e le altre vittime del nazismo, avrebbero potuto essere salvati solo da una vittoria alleata. Finché essa non fosse stata raggiunta, ogni altra politica sarebbe stata controproducente: non avrebbe fatto altro che permettere al regime nazista in Europa di durare più a lungo del dovuto.
Nella posizione degli Alleati c’era una contraddizione. Essi stavano combattendo, tra le altre cose, per la liberazione delle popolazioni civili in Europa dall’oppressione nazista. Secondo logica, piani di salvataggio che non ostacolassero il vittorioso proseguimento della guerra sarebbero dovuti diventare una priorità. Negoziare per guadagnare tempo, esercitare pressioni sulla Croce Rossa affinché intervenisse a favore degli internati nei campi di concentramento e fornirle i mezzi per farlo efficacemente, promettere per tempo ai neutrali che ogni rifugiato che giungesse ai loro confini non sarebbe divenuto un peso per la loro economia: tattiche del genere non erano in contraddizione con lo sforzo bellico. Bombardare le ferrovie o le installazioni dove la gente veniva gassata e aiutare i partigiani ebrei nella stessa misura in cui venivano aiutati quelli non ebrei sarebbero state mosse perfettamente corrispondenti allo scopo di una vittoriosa prosecuzione della guerra. La distribuzione di volantini che dichiarassero che i bombardamenti erano una rappresaglia per gli assassinii di civili, inclusi specificamente gli ebrei, perpetrati dai nazisti non avrebbe certo prolungato il conflitto. Nel rifiuto di aiutare gli ebrei gli Alleati andarono molto oltre quanto le loro stesse politiche dichiarate, in se erronee e contraddittorie, richiedevano. Essi contravvennero ai loro stessi obiettivi bellici e macchiarono indelebilmente la loro immagine.
Come abbiamo visto, all’origine della posizione degli Alleati, persino nel caso di leader (e viene in mente Churchill) tutt’altro che indifferenti alla sorte degli ebrei, c’era una ragione. Gli Alleati non capirono veramente mai la politica antiebraica dei nazisti. Non prendevano i loro scritti e la loro propaganda alla lettera. Pensavano che l’antisemitismo nazista fosse uno strumento per conquistare il potere e mantenerlo: non si resero conto che, per loro, esso non era un mezzo, bensì uno scopo. Si creò così uno squilibrio: i nazisti vedevano negli ebrei i propri principali nemici, quelli che stavano dietro a tutti gli altri e li controllavano; gli Alleati non compresero, e forse non potevano comprendere, che quella demonizzazione, puramente illusoria, che trasformava una minoranza impotente e indifesa in una minaccia globale, era presa sul serio. Per loro gli ebrei erano solo una seccatura, e per gli inglesi una minaccia ai propri interessi nazionali in Palestina e Medio Oriente. La storia si prese la sua vendetta: gli inglesi non persero solo la Palestina, ma tutto l’Impero. L’avrebbero perso comunque, ma indubbiamente la guerra accelerò il processo. (pp. 309-310)

E oggi, a settant’anni di distanza, abbiamo entità simil-naziste che si producono in carneficine quotidiane, e che in discorsi e proclami e video e con ogni mezzo a loro disposizione annunciano apertamente i loro programmi di sterminio. E non vengono presi sul serio. E si deride chi sostiene che si dovrebbe invece farlo. E anche con noi, purtroppo, prima o poi la storia si prenderà la sua vendetta.

Il libro va letto, naturalmente.

Yehuda Bauer, Ebrei in vendita?, Mondadori
ebrei in vendita
barbara

  1. Cara Barbara, sono nuovo del tuo blog e forse non mi so muovere bene. Il pezzo in questione è tuo? o hai riportato l’introduzione del libro? o hai riportato la recensione di un altro? Non mi è chiaro. Non cambia niente, ma forse un po’ più di chiarezza non guasterebbe, anche nell’impostazione editoriale. Grazie.

    • Le recensioni dei libri che metto qui (si trovano nell’archivio sulla destra della pagina, alla voce “i miei libri”) sono mie. Quando ci sono citazioni le distinguo dai miei commenti, in questo caso in formato normale le citazioni e in corsivo i miei commenti. In altri casi cambio colore. Purtroppo qui non posso cambiare carattere perché wordpress ne ha uno solo. Se cito commenti altrui li virgoletto indicando l’autore.

  2. Si! Non un romanzo, ma un…” trattato storico..”’.
    Si, Barbara se tu lo consigli..” E’ certamente da comprare ”. se qui in città non lo trovo…
    nel vicino capoluogo…vi è la libreria Mondadori.

    Credo che sia molto eloquente la tua chiusura dell’ articolo …e quasi non ci sarebbe da
    aggiungere altro.
    Se non il forte senso di rabbia, di ribellione che non si può che avvertire per tutto quello
    che è accaduto nei confronti di Israele e perdura nel quotidiano alimentato e tenuto in
    vita localmente e da tanti altri popoli. L’ Antisemitismo. E in questo vi è la dimostranza
    della grande inciviltà,ignoranza e di una cattiveria che và oltre il significato della parola
    che prospera in tutti livelli e settori..

  3. Barbara….cosi per curiosità sono andato su’ ..Amazzon..riporta la cifra comunicata da
    Frine…e usato in buono stato,copertina flessibile.
    Molto esoso il prezzo..troppo anche se forse da loro è di norma…cercavo dei CD..il prezzo piu’ del doppio del normale costo.

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