DOPO NOVE GIORNI

E dopo infiniti impacchi di ghiaccio. E dopo infiniti massaggi con la crema. E dopo un’intera ora di trattamento drenante dal fisioterapista, adesso la mia anca appare così
livido
In effetti la macchia si è un po’ schiarita e rimpicciolita. Si è invece moltissimo ridotto il bozzo lì sotto, ossia sulla testa del femore, che prima era delle dimensioni di un pompelmo – rigorosamente israeliano, ça va sans dire. Poi ci sarebbero la spalla il ginocchio il gomito il polso la mano la caviglia e il polpaccio dell’altra gamba. Per non parlare della schiena. Ma passerà, perché siamo giovani e forti, come ho detto ieri alla direttrice del centro medico, e lei ha obiettato che quelli però non sono mica finiti tanto bene, e io ho replicato che quello vale per loro che erano trecento mentre noi siamo solo due e quindi il discorso non vale e una vecchietta striminzita carina carina che stava aspettando il suo turno e non stava smanettando sullo smartphone (perché le rarità vanno segnalate) ha trillato argentina: “La spigolatrice di Sapri!”. Vabbè. Poi oggi ripassandoci, in bicicletta perché non pioveva, ho capito come era andata esattamente la faccenda: io il piede l’avevo proprio posato sul marciapiede, solo che avevo beccato il punto in cui c’è la linea obliqua per andarsi ad appiattire, in modo da formare il passaggio per le sedie a rotelle. Se l’avessi messo nel tratto basso è abbastanza probabile che l’equilibrio sarei riuscita a mantenerlo, e invece l’ho messo sulla parte obliqua dove il piede, posandosi, restava storto. Cioè mi sono handicappata sulla facilitazione costruita per aiutare gli handicappati. Ma non preoccupatevi, tornerò più bella e forte che pria.

barbara

ALLA FINE È ARRIVATA

la prima caduta in bicicletta, ma non è stata colpa mia. È perché c’era lo stop e passava una macchina e quindi mi dovevo fermare e per essere più comoda volevo mettere il piede sul marciapiede e nel momento preciso in cui lo stavo per posare quel figlio di puttana si è spostato di due centimetri e così il piede ha trovato il vuoto e sono caduta e mi sono tutta ammaccata. Decisamente i gradini mi portano sfiga, per non parlare di quello precedente con cui mi sono spaccata tutte e due le zampe e ho fatto due mesi in sedia a rotelle e un intero anno prima di poter tornare a camminare quasi normalmente. Eccheppalle, gente! Più che altro mi dispiace che adesso per un po’ non potrò più fare questa cosa qui, che fino a qualche ora fa mi riusciva tanto bene!

barbara

BICICLETTA

Ad andare in bicicletta ho imparato a otto anni, quando dal centro ci siamo trasferiti in periferia, dove si potevano fare un sacco di cose che in un centro privo, all’epoca, di zone pedonali e in un palazzo in cui ero l’unica bambina, non si potevano fare. E in epoca di traffico infinitamente inferiore a quello attuale, e oltretutto in una strada secondaria percorsa unicamente dalle auto di chi ci abitava, giocare per strada era la cosa più ovvia. Unico fastidio erano le mamme: molto spesso, dovunque ci mettessimo, quasi subito si apriva una finestra e si affacciava una mamma che gridava: “’Ndè via putèi! ‘Ndè zugare davanti casa vostra!” Il problema era che non esisteva una “casa nostra”: esisteva casa mia, e casa di Sandra e casa di Luisa e casa di Daniela e casa di Antonio e casa di Stefania e casa di Nadia e casa di Roberto e casa di Federica e casa di Rosanna e casa di Franco… per circa trecento metri. Ma era della bicicletta che volevo parlare. Mi affascinava incredibilmente il miracolo di queste cose che su quelle due ruote strette riuscivano a stare su. Poi un giorno ho chiesto a una bambina di prestarmi la sua: era una biciclettina da bambini perché lei aveva due o tre anni meno di me, e io sono sempre stata alta, per cui ci stavo accucciata; ho posato il piede sinistro sul pedale, e col destro a terra ho cominciato a spingere e spingere e spingere… E poi ad un certo momento ho sollevato il piede da terra e, miracolo!, la bicicletta stava su! Allora ho messo anche il piede destro sul pedale e ho cominciato a girare: avevo imparato ad andare in bicicletta. Dopodiché mio padre mi ha costruito una bicicletta mettendo insieme dei pezzi trovati qua e là; era una bicicletta da uomo di colore giallo-arancione, che per tre anni è stata la mia fedele compagna di avventure. E di disavventure: perché per andare in bicicletta non basta imparare ad andarci: bisogna imparare anche a frenare, e quello mi ha richiesto molto più tempo. Per molto tempo i miei freni naturali sono stati il muretto della signora Amelia e il cancello della villa dei padroni di casa; un paio di cicatrici sulle ginocchia sono visibili tuttora, a sessant’anni di distanza. Ci si facevano cose divertentissime, tipo riuscire a salirci in 15, o buttarsi giù dall’argine in verticale in un punto in cui tra la base dell’argine e il fiume non c’erano più di un paio di metri di terra, senza toccare i freni prima di essere arrivati giù. Bei tempi quelli, in cui non c’era il cellulare coi genitori che tutti i momenti rompono le palle per sapere dove si è e cosa si fa.

A undici anni, per la promozione alla licenza elementare, ho avuto la prima bicicletta vera, da donna (ero alta 1,64, e con una bicicletta da adulti ci stavo benissimo), più o meno come questa
Bici 1
di un meraviglioso verde smeraldo metallizzato. La adoravo. A volte si andava sui colli, e poi al ritorno giù, senza freni, a sorpassare le macchine a oltre 60 all’ora (avevo il contachilometri sul manubrio). È stato in quegli anni che è uscita l’orrenda “bicicletta americana”,
Bici 2
brutta e pesantissima. E quando sono stata promossa agli esami di licenza media i miei hanno deciso di regalarmene una. Ma io ce l’ho già la bicicletta! Ma questa è meglio. Non è vero, è orrenda, non la voglio! Ce l’hanno tutti. E chi se ne frega! È brutta, fa schifo, non la voglio! Ma ce l’hanno tutti. Ma la mia è nuova. Quella è più nuova, e poi è di moda. Ho lottato con le unghie e coi denti ma non c’è stato niente da fare: ossessionati dall’apparire come gli altri, hanno dato dentro la mia bellissima e con due lire mi hanno portato a casa quell’orrore, che ho odiato con tutta me stessa e non ho smesso un solo momento di odiare, non mi ci sono mai abituata e soprattutto non mi sono mai fatta una ragione del sopruso che avevo subito. Oltretutto quando si andava sui colli avevo sempre bisogno che qualche ragazzotto robusto si sacrificasse a fare cambio, perché per me pedalare in salita con quel carro armato a pedali era assolutamente impossibile. Ricordo ancora una volta che a scuola si è fatta una gita in bicicletta, e tutti gli scolari a vedere quella roba si piegavano in due dalle risate, e mi toccava anche dargli ragione. Quando finalmente mi è stata rubata ho fatto salti di gioia.

Ad un certo momento, poco dopo i venticinque anni, ho comprato anche una bicicletta da corsa usata
Bici 3
col cambio sul telaio che ogni volta che cambiavo faceva SGRO-GO-GON per assestarsi, talmente leggera che potevo sollevarla col solo mignolo, uno spettacolo! (Una volta al mare c’era un crucco che si era portato dietro la bici da corsa. Un giorno che era appoggiata al muro dell’albergo ho provato a sollevarla col mignolo, e non ci sono riuscita, per alzarla ho dovuto usare l’indice, e ho detto: “La mia è più leggera”, e lui, muso duro e aria offesa: “Es existiert NICHT!” Fanculo)

Adesso, da una settimana, c’è Caterina
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(sì, il motivo di tutto questo sproloquio è lei) (PS: avete notato? Ha il fanale con la dinamo!!), con la quale sto conducendo un importante esperimento scientifico: verificare se il detto che ad andare in bicicletta non si disimpara è valido anche dopo trentacinque anni che non si mette il culo su una bicicletta. Beh, è vero in parte: si reimpara velocemente, ma bisogna proprio reimparare. Appena ho provato a partire, uscita dal negozio, la ruota ha puntato dritta verso il centro della strada, per cui mi sono dovuta fermare e aspettare che le macchine avessero il rosso, per avere qualche momento per assestarmi, e insomma, quei due chilometri per arrivare a casa mi hanno veramente molto provata (Oddio la curva! Noncelafacciononcelafacciononcelafaccio!) (No! Il semaforo rosso! Adessocadoadessocadoadessocado!) Vabbè, per il momento non sono ancora caduta. L’altro ieri per la prima volta sono andata in bicicletta al corso di ginnastica (sì, mi sono iscritta a un corso di ginnastica fisioterapica per vecchiette. E anche a un corso di fotografia, oltre al corso di teatro che è ricominciato all’inizio del mese), sette-otto minuti al posto dei venticinque che impiego a piedi, però sono arrivata che tremavo tutta. Naturalmente dovrò riallenare quadricipiti e gastrocnemi, oltre ai polmoni e al cuore, per cui per il giro d’Italia del 2020 non so se ce la farò, ma per l’anno dopo preparatevi a fare tutti il tifo per me!

E naturalmente:

barbara

BILANCIO DI UN MESE DI MARE

–      Ho fatto una cinquantina (forse un po’ meno) di ore di spiaggia e quindici bagni

–      Ho camminato abbastanza, in buona parte con le zampe in acqua, cosa che in futuro potrò fare anche in inverno. Praticamente il paradiso in terra

–      Ho sonnecchiato e ogni tanto anche un po’ dormito

–      Ho perso due chili e mezzo – ma tanto ci metterò mezza giornata a recuperarli

–      Per un pelo non sono stata stesa da un biciclettaro mentre attraversavo la strada. Indicando il semaforo ho detto: “È rosso, amico”. Mi ha risposto: “Sì, lo so”. Scusarsi? Ma quando mai!

–      Mi sono comprata quattro bellissimi vestiti di lino – uno un po’ quasi mini che mi sta una meraviglia – per una spesa totale di €55. Spero solo che l’etichetta made in Italy fosse autentica, che non mi piacerebbe davvero risparmiare sulla pelle di qualche bambino cinese o indiano

–      Ho letto sedici libri

–      Mi sono disintegrata un piede

E vi lascio con una delle nostre voci più ricche e originali, che troppo presto ci ha lasciati.

barbara

AGGIORNAMENTO: (ero sicura che doveva esserci qualcos’altro, ma non riuscivo a ricordare che cosa)
– Ho mangiato quasi cinque chili di gelato