LA GERMANIA SAPEVA

E loro che cosa avevano sentito esattamente?
Che gassavano gli ebrei, e anche gli stranieri. Davvero, si sapeva che li gassavano.

Veniva usato proprio questo termine?
Gassare. Sì.

Quando veniste a sapere dai sacerdoti che li gassavano, eravate in casa vostra?
Sì, in casa nostra. Ho già detto che era un punto di ritrovo di cui i nazisti erano al corrente. Sapevano che mio padre continuava a incontrarsi con gruppi di oppositori.

Lo sentì dire personalmente da quei sacerdoti?
Sì. In casa nostra si parlava solo di politica, a pranzo o durante la giornata. Non ricordo che si conversasse di altri argomenti. Crebbi in quel clima. I sacerdoti sapevano che da noi non sarebbero mai stati considerati dei traditori per quello che riferivano.

Ma loro da dove ricavavano le informazioni. Ve lo dicevano?
No, non ce lo dicevano. Le notizie sulle atrocità venivano fuori nel corso della conversazione.

Ne sentì parlare anche durante la guerra, diciamo nel 1942 o nel 1943?
Sì, e con parecchi particolari. Ma quando la cosa iniziò, dopo la Notte dei cristalli, tutti sapevano che sarebbe successo qualcosa di orribile. Forse dire «tutti» è eccessivo, ma certo lo sapevano tutti coloro che noi frequentavamo abitualmente.
La notizia arrivò anche all’università. Frequentavo le lezioni di anatomia del professor August Hirt, che in seguito si trasferì a Strasburgo. Era un uomo repellente. Ci raccontò che andava nei campi di concentramento a prendere i crani degli ebrei per misurarli. Misurare crani era il suo hobby. Quando ne trovava uno che gli interessava, l’ebreo veniva ucciso.

E lo diceva apertamente durante le lezioni?
Lo diceva apertamente durante le lezioni. E tra gli studenti c’erano quelli che lo applaudivano. Pensavano che fosse una cosa eccezionale.

Quando ve ne parlò?
Be’, dunque, io iniziai l’università nel 1940, quindi doveva essere negli anni tra il 1940 e il 1942. Hirt aveva bisogno dei crani e misurarli era il suo hobby. Quindi andava nei campi di concentramento a cercarli, anche tra i vivi. Non diceva che ammazzavano le persone, ma era ovvio che fosse così, in quanto solo i crani dei morti si possono misurare con precisione.

Gli studenti ne parlavano?
Le ragazze poco. Waltrud e io, però, ne parlavamo sia tra noi sia con i nostri amici e con le persone che condividevano le nostre idee politiche.

Ma lei ci credeva?
Sì.
(Testimonianza di Hiltrud Kühnel, pp. 204-205)

Quando lavorava a Saarbrücken nel 1942-1943, aveva idea di che cosa sarebbe successo agli ebrei?
Devo raccontarle un fatto. Durante la guerra i miei genitori furono sfollati a Hameln e io, in un modo o nell’altro, venni a saperlo. Dato che avevo la moto, decisi di andare a trovarli e portai anche una persona con me. Al ritorno passammo per la Turingia e ci fermammo in una città, non ricordo quale, non ci feci caso. Uno strano odore aleggiava nell’aria. «Che cos’è quest’odore?» chiedemmo. «Laggiù c’è un campo di concentramento, bruciano i cadaveri e fanno il sapone con gli ebrei» ci fu risposto.
Nei campi c’erano gli ebrei, ma non solo. C’erano pure i comunisti. Anche nella nostra città sparirono delle persone, alcune delle quali erano malate. Era tutto organizzato dal partito. Era il partito che le faceva sparire.

Intende riferirsi agli handicappati?
Sì, come pure agli epilettici e così via. Quel genere di malati. Sparirono tutti. Era risaputo. Oggi nessuno vuole ammetterlo, ma si sapeva.

Che cosa si sapeva?
Che li mandavano nei campi di concentramento.

Gli ebrei, gli handicappati o entrambi?
Tutti quanti. Gli ebrei venivano arrestati esattamente come gli altri. Sparivano. Vivevo in un centro in cui tutti si conoscevano. C’erano due famiglie di ebrei. All’improvviso scomparvero. Erano svanite nel nulla? Giocavo in una squadra di calcio di cui faceva parte un ebreo. Di mestiere faceva il panettiere. Si era trasferito da una cittadina che si trovava non lontano dalla nostra. Fu denunciato e poi arrestato perché era ebreo. E dove lo mandarono? La gente sapeva anche quello.

Tutti sapevano ma in seguito negarono e dichiararono che non ne sapevano nulla. Si parlava del fatto che gli ebrei venivano sterminati?
Lo si sapeva.

Lo si sentiva dire o lo si vedeva?
Diciamo che non si trattava solo degli ebrei. Anche altri venivano arrestati.

Va bene, ma gli ebrei non venivano solo arrestati, venivano sterminati.
Da noi ci fu un solo caso: un baldo giovane che era stato arruolato nelle Ss e assegnato a un campo di concentramento. Ma non ce la fece e venne fucilato, benché appartenesse alle Ss. E anche questo era risaputo nella nostra città.

Ma si parlava di dove andavano a finire gli ebrei? Molti dicono che nessuno ne parlava.
Mentono.

Lei ha detto che tutti sapevano.
Sì, tutti.

Ma come? Quindi se ne parlava?
Sì, certo. La gente veniva arrestata e mandata nei campi di concentramento. Gli handicappati, i malati…

Ha detto che si sapeva che gli ebrei, cioè le loro ossa, venivano utilizzati per fare il sapone?
Lo si sentiva dire dai soldati che li gassavano.

Dicevano che li gassavano? Dicevano anche questo?
Gassati. Li uccidevano e utilizzavano le ossa per fare il sapone, come se quella gente non valesse niente di più.
(Testimonianza di Ernst Walters, pp. 224-225)

Sebbene questi sopravvissuti siano diversi per età e sesso e siano stati deportati da località diverse e in tempi diversi in ghetti e campi di concentramento diversi, una cosa che quasi tutti hanno in comune è il fatto che la loro deportazione è avvenuta alla luce del sole. […]
Ma che cosa vuol dire esattamente «alla luce del sole»? In questo contesto significa che la loro deportazione è stata effettuata in modo che altre persone potessero assistervi e che la notizia di quanto stava accadendo si è diffusa attraverso il passaparola nel circondario. […]
Lungi dall’essere avvolte nel silenzio, le deportazioni di solito avevano luogo in pieno giorno e sotto gli occhi di un buon numero di comuni cittadini, dal momento che gli ebrei venivano trasferiti a bordo di camion scoperti o erano costretti ad attraversare a piedi le strade principali della città per raggiungere le stazioni ferroviarie dove venivano radunati e spediti alla loro destinazione finale.
(p. 319)

Forse qualcuno di quei tedeschi, di quelle decine di milioni di tedeschi che dopo la guerra hanno accoratamente giurato di non avere mai sospettato l’orribile fine dei propri concittadini ebrei, forse qualcuno dice la verità. Qualcuno. Forse. (E neanche in Italia, del resto, qualcuno poteva far finta di credere che dopo questo gli ebrei fossero destinati a vivere)

Eric A. Johnson – Karl-Heinz Reuband, La Germania sapeva, Mondadori

barbara

  1. Io ho visto un documentario con immagini della gente tedesca,di Weimar che ,dopo la guerra,veniva portata dagli Alleati a visitare Buchenwald
    le loro reazioni non erano quelle di gente che sapeva
    c’era gente in lacrime

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    • Non ho la minima idea di che cosa stessero facendo quelli là. Quello che è un fatto documentato e inoppugnabile è che moltissimi sapevano, e che ignorare quello che succedeva in un campo di concentramento a dieci chilometri da casa è un tantino difficile.

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  2. quelli là semplicemente non avevano l’aria di gente che sapeva ,ecco tutto
    va bene ,molta gente comune sapeva in Germania……quindi? Appurato questo cosa si vuole dire?
    Dovevano impedirlo? fare rivolte? ribellarsi? Cosa?

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    • Niente cara, non si vuole dire assolutamente niente. Dormi pure i tuoi sonni tranquilli, e che la pace del Signore ti accompagni, ora e sempre nei secoli dei secoli, amen.
      P.S.: le donne berlinesi non ebree i cui mariti ebrei erano stati arrestati come regalo di compleanno a Hitler si sono ribellate. I loro mariti sono stati liberati. tutti. Dal primo all’ultimo. E mai più toccati fino alla fine della guerra. Così, tanto per dire.
      P.P.S.: tu invece, con la tua strenua difesa dei poveri tedeschi che non sapevano niente, che cosa vorresti dire?

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  3. solo che in certe cose biogna esserci dentro e non giudicare perchè non si sa che cosa avremmo fatto noi al loro posto
    tutti bravi a dire”Eh,ma se ci fossi stato io…” oppure”voi sapevate e non avete fatto nulla”tutti eroi…dopo
    un conto è scrivere di una guerra al computer ,un conto è viverla
    e io non me la sento di generalizzare nei confronti di un intero popolo ,è razzista

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    • Ti risulta che io abbia formulato giudizi? Ti risulta che io abbia detto “Eh, ma se ci fossi stata io”? Ti risulta che io abbia detto “Voi sapevate e non avete fatto nulla”? Ti risulta che io abbia scritto di una guerra al computer? Sei sicura di avere letto il post? Sei sicura di sapere di che cosa stai parlando? Sei sicura di non avere un pelino di coda di paglia, visto che ti stai dando tanto tanto tanto da fare per scagionare quei poveri tedeschi che non sapevano niente? Che gli hanno portato via mezzo milione di persone da sotto il naso ma non sapevano niente? Che sparivano ebrei a tutto spiano ma non sapevano niente? Che i treni partivano pieni (DI GIORNO) e tornavano vuoti ma non sapevano niente? Che le case si svuotavano ma non sapevano niente? Che avevano nelle narici la puzza di tonnellate di carne umana bruciata ma nn sapevano niente? Dimmi un po’, bimba: tu a che gioco stai giocando?

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  4. Ciao. Mi sono messo a commentare su un blog, volevo vedere se riuscivo a far sputare fuori un po’ di antisemitismo a qualcuno. Ci sono riuscito ?

    http://ilpensatore.wordpress.com/2012/06/01/para-anche-questa-buffon/#comments

    Volevo rispondere a uno che cita Sabra e Shatila,ma non riesco più a trovare un libretto che avevo per rispondere dettagliatamente. Si trattava di un intervista fatta da Fiamma Nirestein ad un noto storico.

    In quel lido sono Jo.Nessuno è un nome che uso qui per il tuo blog, come ti dissi a suo tempo.

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    • Se ti va, a proposito di Sabra e Chatila, fagli leggere questo.
      Ho visto poi (ho dato un’occhiata solo all’ultimo paio di pagine di commenti) che qualcuno cita hakeillah: chissà se lo sanno che è il peggior covo di ebrei antisemiti esistente in Italia. Ci scrive regolarmente per esempio GiorgioGomel, che a suo tempo ha sentito il bisogno di mettersi alla tastiera per dichiarare che i neonati sgozzati nella culla a Itamar non sono fratelli perché sono coloni e quindi si sono meritati quello che gli è capitato. E no digo altro, come dice l’amico Francesco.

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  5. io non gioco a nessuno gioco,dico solo che non tutti i tedeschi sapevano e anche se sapevano,potevano scegliere di non crederci ,e anche se avessero davvero saputo non avrebbero potuto fare nulla
    coda di paglia io? Perchè? Mica ero nata a quell’epoca

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    • Sono lieta di annunciarti che la mia pazienza è finita, quindi d’ora in poi potrai blaterare in santa pace tutto quello che ti pare senza più
      essere contraddetta. Io ho postato alcuni stralci di un libro che porta oltre quattrocento pagine di documentazione su quello che i tedeschi sapevano (e potrei citare molti altri libri che lo documentano per altre migliaia di pagine: potrei farlo perché sono tutti qui, nei miei scaffali) e tu hai portato il contributo delle tue personali opinioni, che se contrastano con migliaia di pagine di documenti evidentemente devono essere molto più valide dei documenti. Cosa vuoi che ti dica: buon divertimento, e che buon pro ti faccia.

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    • Brava Giada, una cosa intelligente l’hai scritta dopo tutte le tue stronzate che hai sparato.
      Io le deficienti come te manco le farei parlare: quanto poco rispetto per milioni di persone uccise.
      Uno stato come la Germania non doveva rinascere, non dopo quello che ha fatto.
      E se ancora credi che i bravi seguaci di Hitler non sapessero, guardati “Il labirinto del silenzio” e “Lo stato contro Fritz Bauer” oppure “Ausmerzen” di Marco Paolini: scoprirai che i tedeschi sapevano, approvavano e in più stavano zitti zitti a farsi gli affari loro.
      Vergognati, ignorante!

      Brava Barbara per questo post, un abbraccio.

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  6. “Si’ che lo e’. Non puoi metter sullo stesso piano chi si difende di chi fa continui atti terroristici. Sei mai stato in Terra Santa? Lo sai che gli ebrei lavorano e quegli altri stronzi non fanno un cazzo e fanno solo danni (e figli)?”

    No non sono mai stato in Palestina ( scusa non la chiamo “Terra Santa” un posto dove si ammazzano per una manciata di polvere )
    Si è vero gli ebrei lavorano … ma lo sai che i palestinesi sono stati ghettizzati? ed è già tanto se possono uscire di casa? Che i bambini palestinesi devono essere accompagnati dagli adulti a scuola perché gli ebrei gli tirano i sassi addosso?
    Che i palestinesi che comunque lavorano e sono onesti sono oppressi? E non hanno diritti … nemmeno nel loro stato?
    Tieni conto di quel’era lo stato Israeliano quando gli fu concesso e quello che è adesso …

    Non fossilizzarti nell’odio anche tu …
    Le stronzate le hanno fatte entrambi, chi più chi meno …

    Non voglio dare ragione a nessuno sia chiaro … dirti che anche i palestinesi hanno le loro ragioni …
    ——————————————————————————————————-
    Et voilà avete di che preoccuparvi.

    Sull’ altro argomento dai un occhiata tu, ma qualcuno non sembra capire che dopo secoli di persecuzioni qualcosa possa anche sfuggire di mano.

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  7. Interessante. Molto.

    Credo che per molti (nelle città lontane dai campi, beninteso) ci fosse anche un “non so” da “non c’è sordo peggiore di chi non vuol sentire”. Penso alla segretaria di Hitler dal cui diario è stato tratto il film “La Caduta”: lei alla fine, anziana, dice “dovevo sapere perché anche Sophie Scholl sapeva”, ma la Scholl veniva da una famiglia con una “coscienza politica”, per così dire, lei no… per sapere avrebbe dovuto (e avrebbe dovuto!) farsi delle domande che non erano poste quotidianamente a casa, a diciassette anni – non sempre così banale (anche se la cosa giusta!).

    Contro-domanda: quanti in Europa sapevano, invece? (E in Inghilterra, che è Europa e non lo è del tutto, soprattutto con una Guerra Mondiale a tagliar le comunicazioni in corso?)

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  8. Ho conosciuto mogli il cui marito tornava regolarmente dal lavoro alle otto e mezza di sera; poi ad un certo momento prendeva a tornare alle due di notte, regolarmente, una volta la settimana, ma loro non sapevano di essere cornute, assolutamente no. Cose che capitano, cosa vuoi.
    In merito al non sapere di quanto accadeva durante il nazismo può essere utile rileggere le recensioni – e se possibile anche i testi recensiti, a questo libro
    http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/2006/10/31/un_vivo_che_passa.html
    e a questo:
    http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/2007/11/12/interrogatori.html
    L’Inghilterra sapeva tutto fin dal 1941, quando hanno catturato un sottomarino tedesco a bordo del quale si trovava la famosa macchina “Enigma”, grazie alla quale a partire da quel momento sono stati in grado di decodificare tutte le comunicazioni che passavano tra le basi e le truppe, e ne davano notizia, anche se non so quanto dettagliatamente, su Radio Londra; infatti Anna Frank ne parla perché appunto da lì sapeva che gli ebrei venivano sistematicamente sterminati. E un’altra cosa che emerge dal libro è che la maggior parte dei tedeschi, anche i meno politicizzati, anche i meno ostili al nazismo, ascoltavano Radio Londra: se si ha voglia di calcolare quanto fa due più due…

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  9. ha ragione ,barbara ,infatti se si legge il diario ,Anna frank scrive”La radio inglese parla di camere a gas,forse è la morte più rapida”
    Però dopotutto barbara gli inglesi dovevano pensare a vincere la guerra,poi il resto sarebbe venuto di conseguenza

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  10. Nel libro precedente di Johnson, pubblicato in Italia col titolo Il terrore nazista, ci sono diversi esempi dei bollettini della BBC, tratti dai relativi archivi, trasmessi in tedesco. Ne cito uno su tutti (pag. 520) trasmesso l’8 dicembre 1942 e riguardante gli ebrei polacchi: “Lo sterminio degli ebrei di quella nazione viene portato avanti senza pietà. Uomini, donne e bambini vengono uccisi, con metodi tradizionali, con il gas, o lungo la ferrovia; nel gelo dell’inverno, senza cibo né acqua vengono trasportati verso destinazioni sconosciute, e durante il viaggio i bambini che soccombono vengono semplicemente gettati fuori dai vagoni in corsa”.
    Parliamo anche di quel che si sapeva in Italia, con De Felice (Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Einaudi, Torino, 1993, pp. 411-12): “Allo stato della documentazione, non risulta che i tedeschi abbiano mai, in particolare prima del 25 luglio, messo formalmente [attenzione bene al termine] al corrente Roma circa i loro propositi di “soluzione finale” […] Già prima di questo rapporto [si riferisce a un rapporto di Alfieri a Ciano, in cui, sulla base di informative e discorsi pubblici, parla delle deportazioni dalla Germania e dai territori occupati, della istituzione dei ghetti, delle inumane condizioni di vita e delle “esecuzioni di massa” che vi avevano luogo] Roma aveva però un’idea piuttosto precisa della politica di sterminio messa in atto dai tedeschi, anche se non ne conosceva tutti i particolari e la mostruosa dimensione. Ambasciate, legazioni, comandi militari, singole persone che erano venute in contatto con la realtà dell’occupazione tedesca sin dal 1941 avevano infatti provveduto ad informare Palazzo Chigi e lo stesso Mussolini.”

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    • Grazie per le citazioni (l’altro libro di Johnson non lo conosco). Poi mi è venuto in mente mezz’ora fa mentre ero in macchina che un amico mi ha raccontato che lui lo sapeva prima della fine della guerra perché suo padre, che era medico militare, una volta è andato a casa in licenza e lui l’ha sentito che ne parlava con la moglie. Ora, il mio amico era nato alla fine del ’38, quindi all’epoca doveva avere al massimo sei anni: se ha capito di che cosa si trattava e gli è rimasto impresso, immagino che il padre ne abbia parlato in termini piuttosto precisi e forti. E, in quanto medico, non era in posizione particolarmente privilegiata per venire a sapere cose che fossero state segretissime. Ricordo anche il libro autobiografico di Gaia Servadio, che racconta di una notte in cui gli si è precipitato in casa sconvolto l’amante della donna di servizio, un poliziotto, a dire per carità scappate che stanno portando via tutti gli ebrei e non torna nessuno e succedono cose terribili. Un poliziotto al livello più basso. Napoletano per giunta, che ancora oggi non è troppo raro che i terroni a Padova vengano trattati come un cane in chiesa, figuriamoci settant’anni fa, voglio dire, non era uno a cui gli altri potessero essere indotti a rivelare notizie riservatissime così, per simpatia o per la sua importanza.

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  11. Allora completo gli estremi: Mondadori, Milano, 2001 (è interessante: tratta dell’abissale differenza che correva tra i rapporti della Gestapo con i gruppi bersaglio rispetto a quelli con i tedeschi comuni).
    Certo, dalla testimonianze sparse si capisce che una certa consapevolezza tra la popolazione italiana (sui vertici direi che quel che c’era da sapere lo sapevano loro e lo sappiamo noi) c’era ma mi domando se un’indagine complessiva, analoga a questa di Johnson, sia stata fatta anche per il nostro paese. Sappiamo, per esempio, da Voigt delle notizie fornite agli internati di Ferramonti dai tre ebrei polacchi di Siedlce e Sarfatti (Gli ebrei nell’Italia fascista, Einaudi, Torino, 2007, pag. 235) osserva che, dal tono del momoriale da cui si ricava il fatto, tali notizie “avevano in realtà definitivamente confermato e dato un senso generale ad altre notizie pervenute nei mesi precedenti”. Mi sa che un lavoro specificamente volto a ricostruire il quadro manca.
    Visto che hai ricordato i decreti di espropriazioni della RSI (che in un sussulto non direi di pudore ma di senso del ridicolo vennero trasferiti dalla Gazzetta Ufficiale a un apposito supplemento speciale in seguito a una protesta del ministero dell’Educazione nazionale del 21 maggio ’44, che lamentava come la miserevolezza dei sequestri suscitasse solo “apprezzamenti negativi”) aggiungo ancora una citazione da De Felice: “quanto alle autorità periferiche, civili e militari, regolari e soprattutto autonome, esse parteciparono su vasta scala alla caccia all’ebreo, pur sapendo che essa andava ben oltre le leggi e le istruzioni del governo repubblicano e che per gli ebrei catturati i tedeschi riservavano una sola sorte: la morte. Alcune prefetture e alcuni comandi misero nell’adempimento degli ordini loro impartiti dai tedeschi uno zelo veramente incredibile, fatto al tempo stesso di fanatismo, sete di violenza, di rapacità (i tedeschi pagavano un “premio” per ogni ebreo catturato e, nel trambusto degli arresti e delle perquisizioni, spessissimo parte dei valori rinvenuti diveniva preda di coloro che procedevano agli arresti) e di desiderio di mettersi in buona luce.” (pag. 460).

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    • Vedo che sei molto più informato di me e molto più bravo a trovare i riferimenti precisi (De Felice l’ho letto, naturalmente, ma non ricordavo tutti questi dettagli): spero di vederti più spesso su questi schermi. E ancora grazie.

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      • Prego e grazie a te per le parole (fin troppo: dubito molto di essere più informato di te) gentili. Per le citazioni uso un trucco: siccome purtroppo la maggioranza dei libri italiani, maledetti loro, non è provvista di un indice analitico, durante la lettura me ne costruisco uno io. Altrimenti ti ritrovi poi a sfogliare un libro di qusi 600 pagine in caratteri piccoli piccoli dicendoti “ma eppure… mi pareva…”.
        Buoni esami.

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      • Io invece purtroppo non ho la pazienza di farlo: leggo sempre troppo in fretta, praticamente ingoio senza masticare, ho una sorta di sindrome dell’affamato. Vengo da una famiglia poverissima e mio padre aveva la quinta elementare, mia madre neanche quella. In casa mia non sono mai entrati né libri né giornali. Ho imparato a leggere a tre anni, ma di libri da leggere non ne avevo. Ancora a cinquant’anni, quando da un quarto di secolo il pane me lo guadagnavo io e da altrettanto tempo ero fuori di casa, i libri dovevo comprarli di nascosto per evitare inenarrabili scenate per il mio modo vergognoso di buttare via i soldi. Il risultato di tutto questo è che appena ne ho avuto la possibilità mi sono buttata famelicamente su tutto ciò che mi è capitato sottomano, con la conseguenza che ho letto migliaia di libri ma nella testa ho il caos più totale.

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  12. Io invece sono nato e cresciuto in una casa piena di libri e di amore per i medesimi; ogni volta che mi avvicinavo a uno scaffale e ne tiravo giù uno, però, mi sentivo dire “ah, sì, bello quello, racconta di questo e di quello, però ce ne sarebbe un altro – vabbeh, è lungo il doppio – che lo spiega meglio…” e finiva che lasciavo perdere. Il mio riscatto è iniziato coi libri monstre che non aveva letto nessuno: uno dei primi è stato il Mussolini di De Felice (poi ho trovato un mio passo più tranquillo), ma in generale erano opere di una stazza tale che senza un indice analitico nelle discussioni – prima in famiglia, poi in giro per il mondo – erano inutilizzabili; poi è diventata un’abitudine. Certo, il ritmo della lettura ne risente: per esempio il Mein Kampf – a differenza di von Schirach, che se la sbrigò in una notte – ho impiegato quasi due mesi a leggerlo; però ci ho riempito un quadernino, che all’occorrenza tiro fuori: “‘spetta, senti un po’ qui: sei d’accordo? Indovina un po’ chi l’ha detto…” (Un paio di bei momenti me li ha proprio regalati.) Con gli ebook, per quanto fastidiosi, almeno puoi fare ricerche testuali (ed evitare un ulteriore sovraccarico degli scaffali).

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    • Anche l’idea di un indice analitico, comunque, può nascere solo là dove la frequentazione dei libri è di casa: a me davvero non sarebbe mai passato per la testa. Quanto al Mein Kampf, una collega viennese mi ha raccontato che sua madre, orgogliosa figlia di un alto ufficiale delle SS e nazista fino alle budella, si è messa a leggerlo con l’entusiasmo dell’adepta: mettendoci tutto l’impegno possibile è riuscita ad arrivare fino a pagina 5, poi si è arresa alla mostruosa pallosità dell’opera. Lei invece, la collega, lo ha affrontato con la determinazione di chi ritiene di dover conoscere di prima mano le cose che insegna: con tale determinazione è riuscita a superare sua madre ed è arrivata fino a pagina 10. Secondo me von Schirach mente spudoratamente.

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  13. Certo, hai ragione, e aggiungo specificamente libri in inglese. Infatti – visto che non tutti abbiamo la “memoria e intelligenza” per praticare “l’arte della buona lettura”, che consiste nel riconoscere “ciò che va conservato per sempre, poiché o è universalmente valido, o serve a qualche scopo preciso” (sì, è lui: MK, Kaos Edizioni, pag. 98. Notevole come riesca ad essere irritante su qualsiasi argomento) – gli indici analitici sono indispensabili per la consultazione ma purtroppo sono la norma solo nella saggistica anglosassone, mentre in quella continentale (italiana, francese, spagnola; non saprei dire in quella tedesca perché (per il momento: sto cercando di rimediare) non leggo la lingua abbastanza disinvoltamente per comprarne) latitano molto spesso (anche se uno dei più begli indici analitici che abbia visto è quello dell’edizione UTET del Capitale). La prosa dello zio Adolf effetivamente fluit assai lutulenta, ma non credo che sarei riuscito a rendermi conto di quanto è pertinente il giudizio di Jäckel – secondo cui il nostro non era nazionalsocialista, nel senso che non era né nazionalista né socialista, ma solo razzista – se non me la fossi sobbarcata. (Concordo pienamente su Schirach!). Il mio calvario è invece il Corano: da anni cerco di macinarne un po’ ma non riesco mai ad andare oltre la pagina, pagina e mezza per volta; certo, è una mano, ovviamente santa, per l’insonnia.

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