LA CARITÀ CHE UCCIDE

Avevo cominciato a dirlo, avendolo visto coi miei occhi, quasi trent’anni fa. L’ha detto, con piena cognizione di causa, uno scrittore somalo un bel po’ di anni fa. Pian piano, sempre meno timidamente, hanno cominciato a dirlo anche altri: gli aiuti stanno uccidendo l’Africa. Noi continuiamo a mandare miliardi di dollari e l’Africa diventa sempre più povera. Non nonostante gli aiuti, bensì a causa degli aiuti. Ora Dambisa Moyo, africana ed economista di altissimo livello, con una ricchissima casistica e documentazione ci spiega come e perché ciò accade. E prima di passare ai dati tecnici, ci illustra il meccanismo – o almeno uno dei meccanismi – con un esempio-paradosso. Che poi, a ben guardare, tanto paradossale non è.

L’efficacia degli aiuti: un paradosso micro-macro

In Africa c’è un fabbricante di zanzariere che ne produce circa cinquecento la settimana. Dà lavoro a dieci persone, ognuna delle quali (come in molti paesi africani) deve mantenere fino a quindici famigliari. Per quanto lavorino sodo, la loro produzione non è sufficiente per combattere gli insetti portatori di malaria.
Entra in scena un divo di Hollywood che fa un gran chiasso per mobilitare le masse e incitare i governi occidentali a raccogliere e inviare centomila zanzariere nella regione infestata dalla malattia, al costo di un milione di dollari. Le zanzariere arrivano e vengono distribuite: davvero una «buona azione».
Col mercato inondato dalle zanzariere estere, però, il nostro fabbricante viene immediatamente estromesso dal mercato, i suoi dieci operai non possono più mantenere le centocinquanta persone che dipendono da loro (e sono ora costrette ad affidarsi alle elemosine), e, fatto non trascurabile, entro cinque anni al massimo la maggior parte delle zanzariere importate sarà lacera, danneggiata e inutilizzabile.

E nel frattempo, aggiungo io, la vecchia fabbrica locale e i suoi macchinari, abbandonati a se stessi, sono diventati inutilizzabili e il vecchio proprietario non ha soldi per rimettere il tutto in funzione. Ma passiamo a qualche dato concreto.

Perfino un’occhiata superficiale ai dati suggerisce che con l’aumentare degli aiuti, la crescita dell’Africa diminuiva, ed era accompagnata da una maggiore incidenza della povertà. Negli ultimi trent’anni, i paesi più dipendenti dagli aiuti hanno mostrato tassi di crescita media di -0,2 percento all’anno.
Per la maggior parte dei paesi, una conseguenza diretta degli interventi basati sugli aiuti è stata un drastico aumento della povertà. Mentre prima degli anni Settanta la maggior parte degli indicatori economici dello Zambia era in salita, dopo un decennio la sua economia era in rovina. Bill Easterly, professore all’Università di New York ed ex economista della Banca Mondiale, sottolinea che se questo paese avesse trasformato in investimenti tutti gli aiuti ricevuti dal 1960 convogliandoli verso la crescita, all’inizio degli anni Novanta avrebbe registrato un PIL pro capite di circa 20.000 dollari, mentre ora era inferiore ai 500, un valore più basso che nel 1960; di fatto, il PIL dello Zambia dovrebbe essere almeno trenta volte quello attuale. E tra il 1970 e il 1998, quando l’erogazione di aiuti era al culmine, in Africa la povertà salì dall’11 percento a uno sbalorditivo 66 percento. Si tratta grosso modo di seicento milioni di africani, su una popolazione totale di un miliardo, costretti a vivere sotto la soglia della povertà. Una cifra davvero sconvolgente.
[…]
Le prove contro gli aiuti sono tanto forti e indiscutibili che perfino l’FMI – uno dei principali sovvenzionatori – ha ammonito i fautori a non riporvi eccessive speranze come strumento di sviluppo; ha anche ammonito governi, donatori e promotori a essere più cauti nell’affermare che un aumento degli aiuti risolverà i problemi africani. Se solo queste ammissioni fossero il catalizzatore di un vero cambiamento…
Il fatto più sorprendente è che non esiste altro settore, in affari o in politica, in cui si permette a insuccessi così evidenti di proseguire a fronte di prove tanto chiare e indiscutibili.
Quindi ecco qui: sessant’anni, oltre un trilione di dollari di aiuti all’Africa, e non molti risultati positivi da mostrare. Se gli aiuti fossero solo innocui – si limitassero cioè a non ottenere quanto proclamano – questo libro non sarebbe stato scritto. Il problema è che gli aiuti non fanno più parte della potenziale soluzione del problema… ma sono il problema stesso.

Credo che tutti dovrebbero leggere questo libro, per capire che tutto ciò che noi “generosamente” doniamo ai poveri africani raggiunge unicamente due destinatari: noi stessi che possiamo così crogiolarci nella coscienza pulita della nostra bontà (e, se siamo cristiani credenti, nella certezza di esserci accaparrati una fettina di paradiso) e i corrotti di ogni risma e di ogni parte del mondo. Pensiamoci.

Dambisa Moyo, La carità che uccide, Rizzoli
la carità che uccide
barbara

    • Hanno talvolta piu’ buon senso la gente comune…i bambini.
      Fornire i mezzi per le varie attività. Istruirli nell’ uso di macchinari. Insomma…lo scopo finale renderli autonomi.l’ esempio delle zanzariere è un ‘ esempio valido; se aumentava
      il numero dei lavoratori sarebbe stato risolto.Con il risultato di dare un’ occupazione lavorativa e di conseguenza migliorare una situazione famigliare. Preparare adeguatamente del personale infermieristico , con supporto di medico. In villaggi spesso e’ la donna piu’ anziana a fare di tutto nel campo sanitario.
      Quella è una cattiva politica sia del mittente che del destinatario. Lavorando ..a 4 mani e con intelligenza si risolverebbero meglio tante cose.

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    • Aggiungendo che anche quello del traffico dei disperati – alcuni dei quali sono effettivamente disperati ma altri decisamente no e arrivano qui per tutt’altro che per sfuggire a guerra e fame – è un business che arricchisce a dismisura la peggiore feccia, che a sua volta innesca a catena altri meccanismo di corruzione e criminalità ecc. ecc.

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  1. le ultime due risposte di Barbara ci mostrano una serie di circostanze serie che interferiscono in maniera piu’ che nagativa nell’ esistenza di tantissime persone

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  2. domandina retorichina: chi pensi che saranno i prossimi a non aver “i soldi per riavviare la produzione” di qualunque cosa?

    (no, io quando me ne sono andato mi sono tirato appresso, per motivi mezzosentimentali, un paio di stivali allo stremo, che ogni calzolaio in roma aveva condannato: buttali – all’arrivo me li hanno risuolati, per dodici leuri e senza battere ciglio)

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    • Secondo logica dovrebbero essere quelli che finora ne hanno ricevuti di più, perché avendo ricevuto più soldi avevano più responsabilità, avendo più responsabilità hanno dovuto fare investimenti più impegnativi, avendo fatto investimenti più impegnativi, sai com’è…
      Sulle cose che quando tutti sono d’accordo a dire che bisogna inesorabilmente buttarle perché non c’è speranza, come me sfondi porte spalancate.

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