VERED DEI VINI E ALTRE STORIE (13/12)

Questa è Rehelim, nella regione di Samaria,
Rehelim 1
qui in una visione più ampia.
Rehelim 2
Qui non c’era niente fino al 27 ottobre 1991, solo la Strada 60. Sulla quale, quel giorno, transitavano alcuni autobus con comitive di israeliani di Giudea e Samaria, diretti a Tel Aviv per protestare contro i negoziati di Madrid (quelli che avrebbero portato due anni dopo ai famigerati accordi di Oslo destinati a scatenare la peggiore catastrofe nella storia di Israele. E mi ricordo la mia collega A., con un ghigno sarcastico da dare i crampi allo stomaco: “E adesso che gli israeliani sono stati taaanto buooooni da accettare di trattare coi palestinesi, anche noi dovremo essere tanto buoni da perdonare oltre trent’anni di crimini e di infamie”). Quel giorno di ottobre, dicevo. E quelle comitive. E quegli autobus. Fu esattamente in questo punto che uno degli autobus fu attaccato da terroristi palestinesi. L’autista Yitzhak Rofeh, di Gerusalemme, e Rachel Drouk, di Shilo, rimasero uccisi. Il giorno dopo i funerali di Rachel, donne da tutta Giudea e Samaria giunsero qui, montarono delle tende e vi si insediarono, nonostante la disapprovazione ufficiale. Per molto tempo vissero qui solo donne e bambini, e solo in un secondo tempo divenne un insediamento normale, che nel 1999 ottenne finalmente il riconoscimento statale. Le donne giunte con le tende (le donne! E pensare che c’è chi, per lodare il carattere, la forza, la determinazione di qualcuno, non trova di meglio che dire che “ha le palle!” Faites moi rire) decisero di chiamare questo posto Rehelim, plurale di Rachel: per Rachel Drouk, per Rachel Weiss, uccisa il 30 ottobre 1988 in un attacco con bombe molotov all’autobus su cui viaggiava, targeted by militants, scrive con pudore wikipedia, che provocò cinque morti e cinque feriti, e per la matriarca Rachele.

A Rehelim si arriva costeggiando Itamar (dove abbiamo potuto vedere, sia pure da lontano, la casa del massacro) e salendo poi per ammirare questo panorama.
sopra Itamar 1
sopra Itamar 2
sopra Itamar 3
sopra Itamar 4
sopra Itamar 5
sopra Itamar 6
E questa è Vered
Vered
nata a Gerusalemme da genitori olandesi: padre ebreo, figlio di sopravvissuti alla Shoah, madre cristiana successivamente convertita. Lei e il marito Erez Ben Sa’adon, nato a Gerusalemme da genitori provenienti dal Marocco e dall’Iran, nel 1997, pochi mesi dopo il matrimonio, investono il denaro ricevuto come regali di nozze nell’acquisto di alcuni acri nel villaggio di Brakha,
Brakha
su cui impiantano dei vigneti, vendendo poi l’uva ad alcune cantine; col nascere dei movimenti BDS le cantine cedono alle pressioni degli acquirenti europei e rifiutano di acquistare dai “territori”, così l’intraprendente coppia decide di produrre il vino da sé: seguono un corso di vinificazione e nel 2003 aprono la cantina Tura a Rehelim, una decina di chilometri più a sud, con quattro botti, per poi giungere, nel 2010, a una produzione di 12.000 bottiglie l’anno e a numerosi riconoscimenti internazionali per la qualità dei loro vini. Naturalmente subiscono le consuete distruzioni di vigne da parte degli arabi, ma loro continuano imperterriti, non senza impegnarsi a rispettare il precetto “crescete e moltiplicatevi”.
famiglia Sa'adon
E questi siamo noi,
cantina toura
seduti ad ascoltare Vered e poi a degustare questi vini assolutamente straordinari. E l’olio: un olio speciale, a bassissima acidità, del quale aveva preparato un vassoio con dei micro bicchierini, invitandoci ad assaggiarlo. Quasi tutti hanno fatto una faccia strana: bere l’olio?! Io invece ci ho provato: prima ho intinto la punta della lingua e ho sentito una cosa molto diversa da quella che si sente quando si ha l’olio sulla lingua, ossia quella fastidiosissima patina oleosa: ecco, quella non c’era. E allora l’ho bevuto e, per quanto buffo possa sembrare, era buono! Aveva un che di leggero, come se fosse un olio poco olio, ecco (poi l’ha assaggiato anche l’uomo dei gatti, che era seduto al mio fianco e mi serviva come un autentico cavaliere, e ha confermato le mie sensazioni). E insomma sono uscita di lì pienamente soddisfatta. E qui finisce la storia di Vered insieme a tutte le altre storie.

barbara

Annunci

HEBRON PARTE PRIMA (13/4)

Città antichissima, fu la prima capitale di re David, prima di Gerusalemme. Anche dopo la distruzione del Tempio ad opera dei romani e la conseguente diaspora, qui, come in altre parti di quelli che erano stati i regni di Giuda e di Israele, gruppi di ebrei erano sempre stati presenti, pur ridotti a sparuta minoranza soprattutto in seguito all’invasione e occupazione araba (giusto a proposito di occupazione, quella cosa bruttissima, disumana, ma soprattutto illegale, da condannare senza se e senza ma…). Nell’agosto del 1929 divenne tuttavia, per la prima volta nel corso della sua plurimillenaria storia, totalmente judenrein con il massacro messo in atto dagli arabi con l’aiuto della passività britannica: i rinforzi chiesti dall’unico poliziotto britannico presente giunsero dopo cinque ore di indisturbati massacri (per la precisione giunsero sei poliziotti). Il bilancio del pogrom fu di 67 morti e molte decine di feriti; tutti i superstiti lasciarono la città, a cui gli ebrei poterono fare ritorno solo dopo la liberazione di Giudea e Samaria con la guerra dei Sei Giorni, nel 1967. Ritengo utile riproporre qui un mio post di molti anni fa, per dare un’idea di quanto avvenuto a chi non fosse a conoscenza dei fatti.

HEBRON E SAFED, 1929

Quello che segue è un brano tratto dal libro di viaggio “Ho incontrato l’ebreo errante” di Albert Londres, giornalista inglese nato nel 1884 e morto nel 1932 nel naufragio del bastimento che lo riportava in Europa dalla Cina. Londres non era ebreo.

Bisogna raccontare di Hebron e di Safed.
Hebron è nella Giudea, come dire tra le pietre.
Intorno 18.000 arabi, al centro 1000 ebrei. Non tutti anziani ma tutti vecchi, ebrei d’altri tempi con cernecchi e caffettani.
Siamo a Hebron, niente di più orientale da offrire al turista. Vi dicono che qui tutto è arabo. Dov’e’ il ghetto? Voi guardate e non lo vedete. Però vi hanno detto che era qui, in questo bazar coperto. Niente ghetto, nessun ebreo.
Tornate all’ufficio informazioni e vi danno una guida. La guida vi porta nel bazar coperto e vi fa fermare tra il banchetto di un venditore di babbucce e un venditore di agnello scorticato.
Là, nel muro un buco: è la porta del ghetto.
La oltrepassate piegati in due, vi raddrizzate e in quel momento vedete qualcosa. Non basta vedere, bisogna anche credere. E’ incredibile quello che si offre alla vista. Questo ghetto è una montagna di case, una vera montagna, senza un solo centimetro di terra, tutto coperto di case.
Là vivono 1000 ebrei. Non mille fusti di Tel Aviv sventolanti la bandiera bianca e azzurra. Mille ebrei che non erano venuti in Palestina in battello, ma in culla, mille eterni ebrei, qui da sempre, dal giorno di Abraham. Una famiglia, una sola era arrivata di recente dalla Lituania per vivere in santità, e non da conquistatrice, sulla terra degli avi. Povera Famiglia!
Amici degli arabi. Si conoscono tutti, anche per nome, si salutano da sempre. Hebron è famosa non per i suoi sentimenti nazionalistici ma per la sua Scuola Talmudica.
Adesso gli arabi non attaccherebbero Tel Aviv con i suoi fusti grandi e grossi e orgogliosi, ma Hebron e Safed abitati da pii ebrei loro amici.
Raghen bey El Nashashibi si giustifica: “Non si ammazza chi si vuole ma chi si trova. Passeranno tutti a fil di spada, giovani e vecchi”.
Il 23 agosto, il giorno del Gran Mufti, due talmudisti vengono sgozzati. Non facevano discorsi politici, cercavano il Sinai con gli occhi nella speranza di trovarvi l’ombra di Dio.
Il giorno dopo una cinquantina di ebrei si erano rifugiati fuori dal ghetto nella Banca anglo-palestinese. Erano tutti in una stanza. Gli arabi, i soldati del gran Mufti non ci misero molto a scovarli.
Era sabato 24 agosto. Ore nove del mattino.
Tagliarono piedi, tagliarono dita e teste, tennero teste sopra un fornello e strapparono gli occhi. Un rabbino immobile raccomandava i suoi ebrei a Dio: lo scotennarono. Gli portarono via il cervello.
Sei studenti a turno furono fatti sedere sulle ginocchia della signora Sokolov e, lei viva, furono sgozzati. Gli uomini furono tutti evirati. Le ragazze, le bambine, le madri e le nonne vennero fatte ballare nel sangue e violentate tutte.
La signora X è all’ospedale di Gerusalemme. Suo marito è stato ammazzato davanti a lei, il figlio le è stato sgozzato tra le braccia. “Resterai viva tu” le avevano detto questi assassini del XX secolo.
Lei guarda fuori della finestra collo sguardo fisso, senza una lacrima.
Anche il rabbino Slonin è in ospedale e dice “Hanno ucciso mia moglie, i miei due figli, i miei suoceri”
Sta per piangere e aggiunge:
“Nel 1492 gli ebrei cacciati dalla Spagna avevano portato un rotolo della Legge a Hebron, un santo rotolo, una divina Torà. Gli arabi hanno bruciato la Torà.”
23 morti nella camera della Banca. La religione di Maometto difende il suo diritto con la spada!…….

Safed è nell’alta Galilea. Tre cucuzzoli di montagna coperti di case. Gli ebrei di Safed , come quelli di Hebron, sono ebrei del tempo che fu e coltivano…lo Zohar. Vecchi Chassidim, cantano e danzano in onore del Signore. Quelli che hanno la bottega nel ghetto l’hanno chiusa da sei giorni. Siamo al 29 agosto. Non vogliono far arrabbiare gli arabi che dal 23 se ne vanno in processione, pugnale e randello alla mano, e sulle labbra il giuramento di uccidere gli ebrei. Da sei giorni? E allora? Gli inglesi interrogati rispondono da Gerusalemme che tutto va bene. Il 29 agosto….
Ma ecco la storia raccontata dal figlio del viceconsole ebreo di Persia:
Il 29 agosto eravamo tutti in casa. Sentiamo bussare. Mio padre va alla finestra. Vede una cinquantina di arabi,
“Cosa volete amici miei?” domanda loro.
“Scendi, vogliamo ammazzare te e la tua famiglia”.
Mio padre li conosce quasi tutti.
“Ma come, siete i miei vicini di casa, vedo tra voi molti dei miei amici. Ci stringiamo la mano da 20 anni. I miei figli hanno giocato con i vostri….”
“Oggi dobbiamo ammazzarti”.
Mio padre chiude la finestra e, confidando nella solidità del portone, si rifugia con la mamma, le mie due sorelle, il mio fratellino e me in una stanza del primo piano.
Subito sentiamo dei colpi d’ascia al portone. Poi un cigolio, il portone ha ceduto. Mio padre dice” non muovetevi, parlerò ancora con loro”
Scende. In fondo alle scale alla testa dell’invasione, c’è un arabo suo amico. Mio padre gli apre le braccia e va verso di lui per abbracciarlo dicendogli “Tu almeno non ci farai del male”.
L’arabo estrae il pugnale dalla cintura e con un sol colpo fende la pelle del cranio di mio padre. Io scendevo dietro di lui e non potei trattenermi. Spaccai una sedia sulla testa del nostro amico. Mio padre si accasciò, l’arabo si chinò e gli inferse undici pugnalate. Poi lo credette morto e andò a raggiungere gli altri per saccheggiare la casa.
Dopo aver fatto man bassa diedero fuoco alla casa. Feci uscire la mamma e i miei fratelli dall’armadio dov’erano chiusi. Stavamo per portare papà fuori dall’incendio quando gli arabi tornarono per ammazzare chi era rimasto vivo.
Allora gridai a mia sorella in arabo “dammi la pistola”.
Era un trucco, noi non avevamo armi. Ma hanno avuto paura e se ne sono andati.
Spunta un giovanotto.
E’ Habib David Apriat. Suo padre era professore di ebraico, francese e arabo. Quel giorno tre suoi allievi sono entrati in casa, hanno ucciso suo papà, sua mamma, e hanno violentato e tagliato le dita a sua sorella che alla fine ha fatto finta di essere morta sopra sua madre.
Ed ora un vecchio che piange nella barba bianca. Si chiama Salomon Yua Goldschweig, ha sessantadue anni, è nato a Safed, non aveva mai fatto male a nessuno, sono venuti, hanno ammazzato sua moglie. Piange e mi domanda “perché?”
E il grande Rabbino Ismaele Cohen? Ottantaquattro anni, una testa fiera, grande studioso del Talmud. Hanno sgozzato anche lui.

1929: non c’era lo stato di Israele. E gli ebrei di Hebron non avevano “occupato”: si trovavano in casa propria. In quella che era la loro casa dai tempi della Bibbia. Da prima di re David. Da almeno tremila anni prima che al mondo fosse coniata la parola “islam”.
(continua)

barbara

NO PERCHÉ INSOMMA DICIAMOLO

lutto
Chi di noi – indipendentemente da colore razza sesso religione eccetera, come si usa dire – non metterebbe mano a mitra, bazooka, cannoni, bombe a mano o altri simili acconci strumenti, se gli capitasse la sventura di vedere due finocchi che si baciano? E dunque smettiamola di dare la stura a tutti i nostri peggiori pregiudizi e additare la religione di pace per una reazione così umana, così naturale, così normale di fronte a un tale abominio.
POST SCRIPTUM: ogni tanto qualche anima bella se ne esce a ricordarci che anche i peggiori assassini hanno una mamma. Beh, anche le vittime ne hanno una, a cui dedicano l’ultimo pensiero prima di essere massacrate.
ORLANDO-SMS
barbara

ISRAELE NOVE (9)

Laassùùù nellee montaagneeee (2)

Il monastero di Nabi (o Nebi) Musa, ossia Profeta Mosè, che non si trova esattamente su un’altura in senso stretto, dato che è al di sotto del livello del mare; tuttavia il paesaggio è di tipo montagnoso, e quindi lo metto qui.
Nabi Musa 1
Nabi Musa 2-c1
Nabi Musa 3-c2
Nabi Musa 4-c3
Nabi Musa 5-c4
Secondo la tradizione musulmana, qui si troverebbe la tomba di Mosè (il cui luogo di sepoltura è invece, secondo la tradizione ebraica, sconosciuto; la mancata menzione, nella Bibbia, di tale luogo, è intenzionale, allo scopo di evitare che, data l’importanza del personaggio, diventasse oggetto di culto, poiché l’ebraismo non ammette che si presti culto a una persona). Tra le cose trovate in internet nel corso di alcune ricerche che ho fatto per completare le informazioni avute durante la visita, ho trovato questa chicca strepitosa che devo assolutamente farvi leggere: “According to local tradition, the Maqam (tomb) of Nabi Musa is considered to be a holy site for Muslims because it houses the grave of Prophet Moses (pbuh), one of the great prophets of Islam” (per la serie “Dio ci ha dato l’intero universo e guai a chi ce lo tocca). E ora un po’ di storia, che non fa mai male.
Il monastero di Nabi Musa è legato ai disordini dell’aprile 1920 (da domenica 4 a mercoledì 7), che coincisero con la festa di Nabi Musa, che si celebrava ogni anno la domenica di Pasqua, e in cui si radunavano molti musulmani – quell’anno furono circa 60-70.000 – per la processione religiosa
Nabi_Musa processione
(le autorità ottomane, in tale occasione, usavano schierare migliaia di soldati, compresa l’artiglieria, allo scopo di evitare disordini nelle stradine di Gerusalemme; le autorità britanniche, nonostante le crescenti tensioni, si accontentarono di schierare 188 poliziotti). Benché Chaim Weizmann avesse avvertito che era in preparazione un pogrom, le autorità britanniche rifiutarono agli ebrei l’autorizzazione ad armarsi per potersi difendere; non solo: fecero anche ritirare le truppe da Gerusalemme. Gli assalti, a Gerusalemme ma anche in tutto il resto della regione, vennero condotti al grido di “morte agli ebrei” e “gli ebrei sono cani” (queste non le avevate ancora sentite, vero?).
1920_demontration_Palestine
Jerusalem_protests,_1920
Jerusalem-nabi-moussa-april-1920
A incitare gli arabi, l’immancabile Haji Amin al-Husseyni, fraterno amico di Hitler e creatore delle SS musulmane, e suo zio Musa al-Husayni (evidentemente è una caratteristica di famiglia quella di essere delinquenti di zio in nipote).
Mousa-Qasem al-Husayni
I selvaggi assalti alle persone e alle proprietà degli ebrei (con la connivenza, se non vera e propria complicità, degli inglesi) si conclusero con cinque ebrei e quattro arabi morti, e 211 ebrei e 21 arabi feriti (per chi ama confrontare i numeri e accusare gli ebrei di morire troppo poco).
Nebi_musa_massacre_victims
(Dite che è per via dell’occupazione? Dei profughi? Dell’apartheid?)

A pogrom concluso – per la serie “oltre al danno la beffa” – su richiesta dei dirigenti arabi, le autorità britanniche effettuarono una serie di perquisizioni nelle case degli ebrei alla ricerca di armi, compresi gli appartamenti e gli uffici di Chaim Weizmann e di Vladimir Jabotinsky. Diciannove uomini furono arrestati, e Jabotinsky fu condannato per il possesso, tra l’altro, di una pistola che gli era stata confiscata il primo giorno dei disordini.

E queste sono alcune immagini del monastero, in cui si aggirano guardinghi miliardi di gatti spelacchiati e affamati, che qui non si vedono ma vi garantisco che ci sono.
Nabi Musa 6-c5
Nabi Musa 7-c6
Nabi Musa 8-c7
Nabi Musa 9-c8
barbara

DATEMI UNA STELLA GIALLA

yellow_star

Una tetra toppa di panno cucita a forma di una stella di David che ogni ebreo è stato costretto a indossare nella Germania nazista così come in ogni paese conquistato dai tedeschi; ogni paese alleato con la Germania; ogni cultura desiderosa di rendere distinguibile l’odiato ebreo.
L’ebreo colpevole. Lo sporco ebreo. L’ebreo ladro. L’ebreo disgustoso. L’ebreo di meno-che-umano. L’ebreo che può solo sbagliare – per tutto ciò che facciamo noi, naturalmente.
Eravamo obbligati a portare la stella gialla. Ce l’hanno fatta ingoiare. Significava disonore ed era associata con l’antisemitismo, come probabilmente sapete. Doveva essere un distintivo di vergogna come la lettera scarlatta di Hawthorne. Ma 6 milioni di volte peggio.
Oggi? Basta vergogna. Dammi una stella gialla. Trovane una e dammela, presto.
Voglio indossare una stella gialla sul petto a sinistra, dove ogni vittima dell’Olocausto era costretta a portarne una. Voglio andare in giro con una stella gialla su ogni singolo pezzo di vestiario che possiedo. Sulla mia American Apparel scollata a V, la mia felpa Nike, il maglione Ralph Lauren, la mia felpa Champion, la mia Diesel button-down, la giacca H&M, la maglia Adidas e il blazer Gap. Sulla spiaggia me ne metterò una sul petto nudo se occorre.
Voglio camminare per le strade di Parigi e affrontare gente come questa. Affrontare un ex-marine fuori dalla Casa Bianca vicino a questi amichevoli odiatori. A Bruxelles, nei Paesi Bassi, nelle moschee di Berlino, nelle strade del Canada – e Inghilterra soprattutto – per incontrare questo idiota. Vorrei andare nei campus negli Stati Uniti, come questo all’Università di California, San Diego a parlare con questa ragazza qui – indosserò la mia stella gialla.
Voglio che tutti mi vedano con quella e sentirli dire quando entro
‘Ehi, arriva l’ebreo, è proprio come tutti gli altri.
Pensa di essere così eccezionale e diverso.
Ma è solo uno sporco ebreo.
Un omicida di massa.
Uccide i bambini cristiani e musulmani e poi usa il loro sangue per le matzot, come tutti gli ebrei.
Quelli bombardano a tappeto sulla gente.
Pensano di essere così grandi, con i loro studi e il loro successo.
Uccidono i bambini, quegli ebrei.
Non lo sai? Sono gli ebrei che possiedono Hollywood, i media, le banche.
Sono la feccia della terra. Rubano le cose.
Hitler aveva ragione. Cos’era quel hashtag?
#Hitleravevaragione.
Andiamo a dipingere svastiche sulle tombe dei suoi nonni.
Andiamo a picchiarlo.
Uccidiamolo. Ammazziamo un rabbino a Miami.
Questo gli insegnerà — ad esistere’.
Voglio quel distintivo giallo così cattivo, il mio sangue sta bollendo.
Porca puttana, per me quella stella gialla è un simbolo di tutto ciò che è buono. Non solo per me, ma per il mondo.
È un simbolo del male superstite. È patrimonio e conoscenza. Tolleranza e ottimismo. È forza e fiducia a fronte della debolezza e insicurezza di coloro a cui non viene insegnato abbastanza bene ciò che le loro buone mamme avrebbero dovuto insegnare loro. Quella stella gialla è il coraggio. È educazione. Resistenza. È la ragione che sconfigge il torto. È coraggio e sacrificio, convinzione, ed è vita.
È testimonianza a tutti coloro che sono tragicamente morti indossandola, sia benedetta la loro memoria, affinché in futuro i loro fratelli e sorelle sopravvissuti imparino a non avere mai paura di ciò che sono. A non restare mai più in silenzio. A non chiedere scusa, ebreo o israeliano, per essere sopravvissuto. Grazie a loro e, anzi, per loro, da molto tempo questo distintivo giallo ha cessato di essere un distintivo di vergogna.
Per me, è una emblema giallo di vaffanculo-io-sono-qui-per-restare.
È una stella che oscura qualsiasi altro emblema che predica odio. Fa sparire forma e colore delle svastiche, delle bandiere nere dell’ISIS e di Al Qaeda, quelle verdi di Hamas o le gialle di Hezbollah.
Spero di riuscire a incontrare ogni bugiardo che mi chiama assassino di bambini o mi accusa di genocidio o di massacri. Gli sbatterò in faccia la mia stella gialla, gliela sbatterò per bene. Gli farò vedere e ricordare che cos’è un vero genocidio. Che cos’è un reale assassinio di bambini. Come sono per davvero la pulizia etnica e l’omicidio di massa. Che cosa significa realmente (tentare di) cancellare una razza. E dove vi porteranno l’ignoranza e l’odio e le bugie che avete scelto di seguire. Quegli accusatori non avranno bisogno di guardare la storia. Perché sta accadendo intorno a noi. Adesso. In tutto il mondo, non c’è luogo dove si possa evitare di vederlo.
Prima di essere ammassati fuori alle camere a gas circa 70 anni fa gli ebrei che indossavano la loro stella gialla udivano ‘Uccidete gli ebrei’, ‘Heil Hitler’, ‘L’unico ebreo buono è un ebreo morto’, ‘Ebreo ladro!’ – e tutto ciò che prima di essere ostracizzato dalla loro comunità, spogliati dei loro averi, proprietà, identità, umanità e alla fine, la loro vita. Sentivano parole. È successo anche in molti altri Paesi. Come nel paese di mio padre – l’Iraq. Un paese da cui è stato espulso perché era ebreo. Perché era uno sporco ebreo.
Comincia. Sempre. Con. Le Parole.
Lo stesso tipo di parole che sentiamo ora qui sui social media. Alle dimostrazioni. Nelle conversazioni. Parole che non hanno nulla a che fare con Israele. Palestina. Politica. Il Medio Oriente o qualunque altra cosa. Potete anche non essere solidali con ISIS e Hamas, ma se non cercate 24 ore su 24 sette giorni su sette di denunciarli per quello che sono, allora non siete parte della soluzione per liberare il mondo da loro.
Il mondo, proprio ora, è agitato da parole anti-Israele e antisemite. Parole antisemite a cui gli ebrei come me sono abituati. Sto parlando con te, Dieudonné. Mel Gibson. Roger Waters. E sto parlando con voi, leader islamici radicali, che dai vostri pulpiti predicate menzogne e odio e divisione in nome di Allah.
Sto parlando a voi, ciechi seguaci dell’Islam radicale, che vi riunite e cantate odio nelle piazze delle vostre città, alle dimostrazioni cittadine, tramando odio ebraico nelle vostre case o apertamente tra amici, nei media, e in rete – nei paesi democratici sfruttando la libertà di parola che l’Occidente vi ha dato, tra gente che per lo più vi ama.
Sto parlando con voi, persone dalla mentalità presumibilmente liberale – amici miei, anche – che avete speso troppo tempo parlando della mia Israele in lotta per la sua esistenza in una guerra difensiva, ma molto poco delle centinaia di migliaia di assassinati in Siria. In Iraq. Delle persone assassinato per essere seguaci di qualunque religione che non sia l’Islam. Molto poco parlate dell’ISIS che ha invaso il Medio Oriente e mette le teste sulle lance, spara alla gente nei fossati a migliaia. Pochissimo tempo parlate dei siriani gassati e di un vomitevole primo ministro turco che sputa quel genere di antisemitismo virulento che può terminare in un solo modo.
Voi, miei cari liberali di sinistra, state scegliendo il lato dell’odio. Siete decisamente ignoranti. E fate schifo. Sul fatto che la morte e la guerra sono terribili e che si dovrebbe smettere di uccidere non potremmo essere più d’accordo. Ma fino a quando non fornirete una soluzione per ISIS, Hamas, Hezbollah, Al Quaeda e le altre persone a cui inviate le vostre cartoline di Natale virtuali, fate un favore al mondo civile: tornate ai vostri articoli fascisti che a quanto pare sapete scrivere, ma non fate nient’altro. E mentre ve ne occupate, non dimenticate l’11 settembre,, Londra 7/7, gli attentati ferroviari a Madrid in Spagna o la maratona di Boston.
Guardatela bene, la mia stella gialla. Guardate da dove è venuta. Guardate cosa è stato fatto dopo che noi ebrei fummo costretti a indossarla e poi chiedetevi: stiamo facendo la stessa cosa agli altri? Noi ebrei? Noi israeliani? Siamo diabolicamente intenti a sterminare la gente? È davvero questo che vogliamo? O sono altri a fare quello che voi pensate che stiamo facendo noi – altri di cui vi rifiutate di parlare, né di condannare con un semplice post o un clic sul vostro pulsante Like.
Stupidi, io non vado da nessuna parte.
Mai più.
Anche se alcuni potrebbero desiderarlo, MAI PIÙ.
Per chiunque altro legga questo da lontano, e che potrebbe essere d’accordo con quello che sto dicendo, sia ebrei che non ebrei, non siate dispiaciuti per me, la mia famiglia, i miei amici. Non siate dispiaciuti per noi. Noi stiamo bene e non abbiamo paura. Mi piace pensare che conoscete la situazione e che probabilmente siete dalla nostra parte. Non solo perché sapete che non riusciranno a farla finita con noi, ma perché siete sani di mente e non siete ciechi.
Non abbiate paura perché io non sono intenzionato a essere una vittima. Nessuno di noi lo è. E spero che neppure voi lo siate. La mia stella gialla sta guardando in faccia l’estremismo. Tutte le nostre stelle gialle stanno guardando in faccia tutti. Accecando gli estremisti con questa schifosa luce in un mondo che sta diventando sempre più nero.
Sono innamorato della stella gialla?
Hai dannatamente ragione, che lo sono.

Questo articolo è apparso come una lettera al redattore dell’edizione europea del New York Times

Di Eitan Chitayat (qui, traduzione mia)

Già, si comincia sempre con le parole. Come in questo volantino di una decina d’anni fa, per esempio.
RutgersRally
barbara

SABRA E CHATILA

Ritengo utile riproporre oggi questo mio post di quasi otto anni fa. Non perché mi immagini che fra gli antisemiti odiatori di Israele esista ancora qualche disnformato in buona fede da provvedere a informare, ma unicamente per sbattere loro in faccia la loro schifosa malafede, la loro schifosa disonestà, la loro schifosa ignominia.

Se dico Sabra e Chatila tutti sapete di che cosa sto parlando, vero? Magari non sapete che a perpetrarla sono stati i cristiani maroniti guidati da Ely Hobeika e credete che siano stati gli israeliani. Magari non sapete che delle tre commissioni d’inchiesta (del governo libanese, della Croce Rossa, del governo israeliano) quella israeliana è stata la più severa. Magari non sapete che 400.000 israeliani (circa il 10% dell’intera popolazione israeliana dell’epoca) sono scesi in piazza per protestare contro la sia pure indiretta responsabilità israeliana e non un solo arabo è sceso in piazza per protestare contro la diretta responsabilità dei maroniti al soldo della Siria. Forse non sapete che Sharon, a causa della strage di Sabra e Chatila, è stato allontanato dalla politica attiva e ne è rimasto fuori per quasi un ventennio mentre Ely Hobeika, per merito della strage di Sabra e Chatila, è stato premiato con un importante ministero. Forse non sapete che Robert Hatem, guardia del corpo di Hobeika, ha scritto un libro intitolato From Israel to Damascus in cui rivela tutti i retroscena sull’azione e sui mandanti e che il libro è stato bandito dai paesi arabi ed in particolare dal Libano con un’ordinanza del ministro per l’informazione Anwar El Khalil. Forse non sapete queste cose ma sapete comunque, se dico Sabra e Chatila, di che cosa stiamo parlando.
Bene. E se ora dico l’«altra» Sabra e Chatila, quanti di voi mi sanno dire di che cosa stiamo parlando? Perché c’è stata un’altra Sabra e Chatila, di cui nessuno parla mai: lo sapevate? Naturalmente non mi permetto di insinuare che il motivo per cui nessuno ne parla abbia a che fare con la circostanza che Israele questa volta non vi ha avuto niente a che fare: sarebbe stupida dietrologia; forse, anche, sarebbe disonestà intellettuale, come dice ogni tanto qualcuno da queste parti. Sta di fatto che quella volta Israele non c’entrava e che nessuno parla dell’altra Sabra e Chatila. Al punto che anche in internet le notizie sono scarsissime (e ringrazio il prof. Emanuele Ottolenghi che mi ha cortesemente aiutata a trovare alcuni dettagli che mi mancavano per costruire questo post). Informo dunque chi non lo sa e ha voglia di saperlo che le milizie sciite filosiriane di Amal hanno bombardato i campi di Sabra, Chatila e Burj el-Barajneh per tre anni, in quella che è ricordata come la guerra dei campi. Il culmine venne raggiunto nel corso di tre cruentissime battaglie: la prima il 19 maggio 1985, in cui praticamente tutte le case nei campi vennero ridotte in macerie e si riporta che alcuni abitanti si ridussero a mangiare ratti, cani e gatti. Vi furono persino richieste di permessi alle autorità religiose di mangiare i morti (e non ricordiamo, all’epoca, vignette satiriche sui responsabili della fame dei palestinesi). Scrisse il corrispondente di Pity the Nation, Robert Fisk: «La distruzione di Sabra è così grande che fra chi non viveva nel sottosuolo, ben pochi sono sopravvissuti. Il modo in cui Amal e i palestinesi hanno combattuto nei corridoi dell’ospedale per anziani mentre i pazienti erano ancora lì indica che nessuna delle due parti si preoccupa troppo per i civili presi nel fuoco incrociato. Il modo in cui i palestinesi costruiscono le loro case sopra i bunker rende inevitabile la morte di civili. […] Se chiedete quanti combattenti hanno, rispondono che tutti i palestinesi sono combattenti, uomini, donne e bambini. Ma poi strillano se una donna o un bambino viene ucciso». Si ignora il numero esatto dei morti, ma si ritiene che sia stato molto alto. La seconda cruenta battaglia (preceduta e seguita da altri scontri di minore entità e dall’assedio di Burj el-Barajneh, che impediva agli abitanti di uscire e alle provviste di entrare) si svolse un anno esatto dopo la prima, il 19 maggio 1986 e la terza il 29 settembre 1986. Alla fine della guerra il governo libanese ha riportato che il numero totale di vittime di queste battaglie è stato di 3.781 morti e 6.787 feriti, cui vanno aggiunti circa 2.000 palestinesi uccisi nelle lotte interne fra le varie fazioni, ma si ritiene che il numero reale sia più alto perché migliaia di palestinesi non erano registrati in Libano, e nessun ufficiale poteva entrare nei campi, cosicché non tutte le vittime potevano essere contate.
Può forse valere la pena, visto che siamo in tema, di ricordare anche che cosa ne è stato dei profughi palestinesi nei campi del Libano dopo la fine della guerra civile (guerra, non dimentichiamolo, scatenata dai palestinesi, che ha provocato – si calcola – circa 160.000 morti, la cancellazione di moltissime comunità cristiane e la distruzione della più bella, ricca e civile nazione del Medio Oriente). Ce lo racconta Stefano Liberti in un reportage pubblicato sul Diario di Enrico Deaglio: «Al termine di questa guerra l’agglomerato di Sabra non esisteva più e il governo libanese decise di proibire ogni costruzione al di fuori del perimetro originario di Chatila, impedendo quindi alle migliaia di abitanti delle zone esterne di rimettere in piedi le proprie case. […] Nel 1996 il governo libanese ha varato un’ulteriore legge che vieta l’ingresso in tutti i campi profughi di qualsiasi materiale da costruzione: mattoni, vetri, cemento. I più disperati si sono ridotti a vivere sotto le macerie o nei garage sotterranei distrutti». Quello instaurato dal governo filosiriano di Beirut nei confronti dei quattrocentomila rifugiati palestinesi è, secondo il Diario, un «regime di apartheid»: ai profughi è proibito di esercitare ben settantacinque tipi di professione («da quella di ingegnere ad altre meno qualificate come lavavetri o muratore») ed è negato il diritto di voto. Pochi mesi fa è stata approvata una legge che permette a tutti gli stranieri di avere proprietà in Libano. Tutti, tranne i palestinesi. «È nel loro interesse – sostengono le autorità di Beirut -, non vogliamo che perdano la spinta a tornare nella loro terra».
Non ricordiamo risoluzioni Onu contro la politica antipalestinese del Libano. Non ricordiamo marce di protesta contro questo regime di apartheid. Non ricordiamo bandiere libanesi bruciate. Non ricordiamo boicottaggi contro università e istituzioni libanesi. Non ricordiamo movimenti studenteschi mobilitati a impedire di parlare a diplomatici o studiosi libanesi. Non ricordiamo mobilitazioni internazionali per impedire a questi palestinesi di morire di fame.

barbara

UNA MATTINA DI DICEMBRE

Quella di ventotto anni fa. Quella in cui all’aeroporto di Fiumicino i terroristi palestinesi hanno scatenato l’inferno – e altri terroristi palestinesi, in contemporanea, lo stavano scatenando all’aeroporto di Vienna – mentre pochi giorni fa è ricorso il quarantesimo anniversario del precedente attentato di Fiumicino, di cui potete leggere qui (e mi raccomando, cercate di trovare il tempo di leggere tutto)


E poi leggi anche qui (anche i commenti: sono interessanti).

barbara

JÓZEFÓW ‘42

Il massacro di Józefów è questo, ed è una terribile pagina della storia recente che tutti dovrebbero conoscere. Dovrebbero, ma la realtà è che la storia si studia poco: studiarla è spesso ritenuto noioso, pesante, e le si preferiscono altre attività o almeno, restando nell’ambito, altre letture. Credo sia stata questa la considerazione che ha indotto Francesco Bertelli, il giovane autore di questo libro, a costruire intorno a questo massacro un romanzo di più agevole approccio e più facile lettura rispetto a un saggio storico. Romanzo, sì, ma di fantasia ci sono solo i dialoghi: l’ambientazione, i fatti, i personaggi sono frutto di un rigoroso studio delle fonti, in particolare il fondamentale Uomini comuni di Christopher Browning, basato sui verbali degli interrogatori degli appartenenti al Battaglione 101. Nel romanzo gli eventi sono narrati soprattutto dal punto di vista dei bambini, espediente che contribuisce a dare maggiore vivezza alla narrazione. E io ve lo raccomando: se di queste storie sapete poco, se i saggi storici vi spaventano, se volete dare una ripassata alle vostre conoscenze storiche, questo è il libro che fa per voi.

Francesco Bertelli, Józefów ’42, Gruppo editoriale L’Espresso
JOZEFOW '42
barbara