UN VIAGGIO

Ricevo e pubblico questo interessante resoconto di un viaggio in Israele, che mi è stato inviato.

Sono tornato alcuni giorni fa, da una visita di carattere istituzionale (la delegazione di cui ho fatto parte è stata ospite del ministero degli esteri) nello stato ebraico. E’ difficile condensare in un articolo, le considerazioni e gli spunti che il viaggio in Israele mi ha offerto. Mi limiterò pertanto, a mettere nero su bianco senza pretese di organicità ed in maniera sintetica, alcune impressioni così come mi vengono in mente. Ero già stato nello stato ebraico vent’anni or sono ed oggi come allora (pur con i cambiamenti che inevitabilmente ci sono stati e sui quali accennerò qualcosa più oltre), ho percepito chiaramente un Paese vitale, dinamico, economicamente in crescita, proteso verso il futuro, come testimoniano le realtà avanzate (su scala mondiale) che vi si possono trovare nel campo delle innovazioni industriali, tecnologiche e nel settore emergente delle start-up. Ne abbiamo appreso o intuito l’importanza visitandone alcune, come le start-up a Tel Aviv, il Technion di Haifa ed un importante polo industriale a Nazareth creato e diretto da un imprenditore arabo-israeliano. Ovviamente, parliamo di realtà che vent’anni or sono quando misi piede laggiù non c’erano ancora od erano solo in fase embrionale essendo Israele sino ad allora, conosciuto da questo punto di vista solo per le innovazioni applicate con successo in campo agricolo. Da sottolineare come dato non certamente estraneo a quanto appena detto, la crescita demografica registrata, che è di sicuro rilievo se si pensa che solo venti anni fa la popolazione dello Stato si aggirava sui 5 milioni mentre oggi siamo quasi a quota nove. Significativo ed evidente poi anche solo rispetto a non molti anni fa, lo sviluppo urbanistico ed infrastrutturale sia di Gerusalemme (Ovest in particolare) e sia della stessa Tel Aviv, città modernissime quanto tante altre città europee o nord-americane e da questo punto di vista, lo stesso skyline di grattacieli visibile a Tel Aviv, costituisce un indubbio biglietto da visita.
Una premessa è forse doverosa; è difficile, direi quasi impossibile per un comune cittadino europeo (di sicuro se italiano) che non sia mai stato in quel Paese e che non ha nel corso del tempo studiato o letto qualcosa su Israele, farsi un idea anche minimamente corretta di cosa sia in realtà lo stato ebraico e di come ci si vive. Non è certo un caso, se è difficile trovare un italiano che dopo aver visitato per la prima volta Israele, non ti dica poi di essere rimasto del tutto sorpreso e colpito da quello che ha visto e toccato con mano per così dire. L’informazione su Israele qui da noi, è quasi esclusivamente concentrata sui problemi gravi (che ci sono intendiamoci) che quel Paese deve affrontare in ordine ai suoi rapporti con i palestinesi e i paesi arabi che lo circondano (e lasciamo stare perché non è questa la sede, le strumentalizzazioni e le manipolazioni che abbondano nei nostri mezzi di comunicazione, relativamente a questa problematica). Da qui, il fiorire nell’immaginario collettivo dell’opinione pubblica riguardo ad Israele, di qualche pregiudizio e di non pochi luoghi comuni.
Uno dei quali ad esempio, impedisce di comprendere come in diverse realtà e zone del Paese, la convivenza tra arabi (e non solo quelli con passaporto israeliano) ed ebrei, si svolge in un contesto di ordinaria tranquillità e di mutua collaborazione. Certo, c’è una parte sia pure minoritaria del mondo arabo-israeliano che guarda con una certa ostilità ad Israele e talvolta essa diviene manifesta, con risvolti anche preoccupanti. Un atteggiamento questo del resto, che fa il paio con una certa intolleranza anche religiosa e tipica oggi -purtroppo- di alcuni segmenti del mondo musulmano. Emblematico da questo punto di vista, il cartellone (in lingua inglese si badi bene) che è affisso oggi in una delle facciate della moschea islamica a Nazareth (città israeliana) e proprio a ridosso della Basilica dell’Annunciazione, contenente frasi ed espressioni chiaramente minacciose ed intimidatorie, rivolte ai cristiani. Diverso è il discorso che riguarda le altre minoranze presenti nello stato ebraico, vale a dire i beduini presenti nel Neghev ed i drusi (che pure sono arabi ma con una loro identità specifica che custodiscono con un certo orgoglio come abbiamo avuto modo di constatare visitando il loro villaggio di Isfiya sul monte Carmelo ed ascoltando durante il pranzo che ci è stato offerto, il discorso di un loro rappresentante). Entrambe queste comunità, hanno conosciuto tra luci ed ombre un significativo percorso di integrazione ed assimilazione nello stato d’Israele ed i loro membri svolgono servizio nell’esercito (i beduini su base volontaria) dove, in particolare i drusi, si distinguono per la loro affidabilità ed abilità, nonché per il loro relativamente alto numero di effettivi presenti anche nelle forze di sicurezza e di polizia. Non è forse superfluo precisare, che mentre gli arabi-cristiani hanno la facoltà (su base volontaria quindi) di arruolarsi nell’esercito, gli arabi-israeliani di fede musulmana sono esentati dal servizio militare (anche se si sono avute specifiche eccezioni) sostituito da un servizio civile volontario che è retribuito e che consente poi a chi lo svolge, di godere di alcuni vantaggi. Come molti sanno invece, il servizio militare in Israele (obbligatorio) ha la durata di tre anni per gli uomini e due per le donne.
La “città vecchia” di Gerusalemme, è un caleidoscopio di comunità e quartieri racchiuso in uno spazio ristretto e dove l’elemento legato alla religiosità è preminente e palpabile essendo un luogo sacro alle tre religioni monoteiste. E’ di sicuro per motivi assai ovvi che tralascio quindi di puntualizzare, uno dei luoghi più interessanti ed emozionanti del mondo. Senza dubbio suggestiva è la visita alla parte sotterranea del muro occidentale (il cosiddetto “muro del pianto”), sopravvissuto ma solo per volontà dell’imperatore, alla distruzione del secondo tempio ebraico perpetrata dai romani nel 70 d. c. La parte visibile e cioè esterna di questo muro quella a tutti nota, è solo una piccola porzione di esso, lunga appena 150 metri. Interessante -e forse poco conosciuta anche da noi mi sembra-, la descrizione delle tensioni a volte sfociate anche in episodi violenti, che hanno invece storicamente caratterizzato i rapporti tra le confessioni cristiane in ordine alla Basilica del Santo Sepolcro. La “gestione” di tale luogo sacro alla cristianità, è tuttora regolata meticolosamente e minuziosamente, da un accordo noto con il termine “status quo” raggiunto addirittura nel 1857 e che contempla peraltro anche una precisa scansione temporale per ciò che concerne la celebrazione delle liturgie. Non tutti sanno poi, che non essendosi le diverse confessioni cristiane accordate su chi di loro dovesse detenere le chiavi del portone della Basilica, la soluzione che escogitarono e che è tuttora operante, fu quella di affidarle a due famiglie musulmane che tale compito se lo tramandano di generazione in generazione. Ecco quindi che ogni sera, un musulmano viene a prendere la chiave salendo con una scala all’altezza di una finestra (posta dove si trova la decima tappa della via dolorosa se non ricordo male), per poi riportarla la mattina successiva.
La visita ad una base militare dell’IDF (l’esercito israeliano) e al nuovo edificio del valico di Erez che insieme a quello di Kerem Shalom posto a qualche chilometro di distanza, regola il flusso di persone automezzi e merci da e per la striscia di Gaza (flusso drasticamente ridotto da quando Hamas prese il potere nella striscia) entrambi a ridosso del muro di separazione, ci ha permesso di avere un punto di osservazione privilegiato su quello che è uno dei confini “caldi” di Israele, ma la situazione di tensione che si respira in quel lembo di terra e che diventa drammatica quando si accende il conflitto, la si avverte più concretamente visitando Sderot, la cittadina posta vicino ai confini meridionali dello Stato e notoriamente la più bersagliata dai razzi sparati da Gaza. Colpisce l’occhio del visitatore, la presenza relativamente numerosa di piccoli bunker di sicurezza disseminati lungo le arterie stradali cittadine, generalmente accanto alle fermate degli autobus, così come alcuni edifici di sicurezza assai più grandi, tipo il “Save a Child hearth”, quello nel quale vengono ospitati molti bambini quando suona l’allarme relativo ai razzi in arrivo e dotato di giochi e giocattoli per il loro intrattenimento. Anche qui, una visita allo “Sderot media center” struttura protetta che attraverso un moderno sistema informatico e di sorveglianza audio-visiva monitorizza la situazione durante le emergenze e quella successiva, al magazzino della polizia dove sono conservati i resti dei razzi caduti nell’area, ci ha offerto una panoramica si può dire completa, della situazione che si vive in città quando si accendono le ostilità con Gaza. Ora, è pur vero che i razzi in questione (i cosiddetti Qassam) sono di produzione artigianale, hanno una potenza esplosiva limitata e soprattutto (per fortuna) una precisione balistica alquanto approssimativa. In tutti questi anni, poche sono state le vittime civili e relativamente basso il numero di feriti nella stessa Sderot. E peraltro, c’è da dire che nelle ultime due situazioni di conflitto con Hamas, il sistema difensivo Iron Dome (Cupola di ferro) ha intercettato e distrutto la totalità o quasi dei razzi che si dirigevano verso i centri abitati. Ciò detto, non si può non tenere presente, quanto possa essere pesante e logorante per un intera popolazione, trovarsi sotto una pioggia di razzi e quali traumi psicologici una tale situazione può causare a tante persone, si pensi in particolare ai bambini. Sderot si trova in quella parte di terra israeliana considerata economicamente -dati alla mano- meno prospera e sviluppata specie in confronto al centro e al nord del Paese e la cosa balza in evidenza agli occhi di un attento osservatore, anche solo notando lo stato delle infrastrutture, il patrimonio edilizio ed abitativo e le stesse vie di comunicazione. Un ultima annotazione, fondamentale per capire le esigenze di sicurezza che hanno gli israeliani e per cercare di immedesimarsi con il loro stato d’animo da questo punto di vista, riguarda le ristrettissime dimensioni territoriali dello Stato. Per avere un idea della sua grandezza, basti osservare che lo spazio che occupa Israele (al netto della Cisgiordania o Giudea-Samaria) è inferiore a quello della Sicilia o del Piemonte. Un fazzoletto di terra cioè, circondato da nazioni e popolazioni ostili che vorrebbero annientarlo. Tornati a Tel Aviv stanchi morti, ci “immergiamo” in una sorta di piccola visita guidata nella “movida” notturna della città visitando alcuni locali. Un detto israeliano recita che “a Gerusalemme si prega, ad Haifa si lavora e a Tel Aviv ci si diverte”. In realtà, Tel Aviv che nella bella stagione sfrutta da ogni punto di vista il suo bellissimo lungomare, è una città animata e dedita al divertimento notturno e non, al pari di qualsiasi altra grande città europea. Interessante notare come la municipalità abbia fatto di Jaffa (così si chiamava la località araba prima del sorgere della Tel Aviv moderna) la parte vecchia della città ricca di siti storici, un luogo di attrazione turistica presso il quale vengono scattate tra l’altro le classiche foto da cartolina o depliant turistico, che ritraggono il lungomare sabbioso della città con il suo contorno di hotel e grattacieli. Da noi molto più prosaicamente, la località è conosciuta per essere il luogo d’origine dei pompelmi che prendono il suo nome e che si possono trovare nei nostri supermercati. Vi si trova un vecchio mercato (il Carmel Market) e più in generale è ammirevole sia la preservazione e valorizzazione dei suoi punti storici e sia il suo decoro urbano. Jaffa, che è ora uno dei quartieri di Tel Aviv, è abitata in larga maggioranza da popolazione di origine araba e costituisce un altro esempio di convivenza nei termini sopra accennati. Esempio che su scala più vasta, è notoriamente costituito da Haifa, la terza città di Israele, importante polo industriale e tecnologico e sede del più grande porto del Paese, città dove la presenza dei cittadini arabi (e segnatamente anche degli arabi cristiani) è significativa e non meramente come solo dato numerico. La visita al santuario e agli stupendi giardini Bahai, è una tappa difficilmente eludibile quando ci si reca ad Haifa.
Haifa è la sede centrale di questa religione monoteista, nata in Iran intorno alla meta del diciannovesimo secolo e tuttora perseguitata in quel Paese (nonostante sia fortemente minoritaria) dal regime teocratico degli ayatollah. Conta qualche milione di fedeli sparsi per il mondo. Non è evidentemente questa la sede per parlarne, mi limito a riportare sperando di ben interpretare quanto ci è stato spiegato, che tale religione nel sottolineare l’unità spirituale di tutta l’umanità, vede in Dio la fonte di tutta la creazione, riconosce l’unità della religione nel senso che tutte le grandi religioni hanno la stessa origine spirituale provenendo dallo stesso Dio, riconosce come sacri oltre ai propri, tutti i testi delle altre religioni monoteiste e spiega il legame dell’uomo con Dio così come si è configurato nel corso del tempo, attraverso il concetto di relatività e progressività della religione, con ciò profetizzando il superamento stesso della religione Bahai in virtù di quello che sarà il divenire storico.
La visita al kibbutz Ramot-Menashe situato lungo la direttrice che da Nazareth porta a Tel Aviv, meriterebbe un discorso a parte per l’importanza fondamentale che i kibbutzim hanno avuto nella breve storia del Paese. Piccole e povere comunità dedite a lavorare la terra, hanno cominciato ad insediarsi laggiù a partire dagli anni 10 del secolo scorso, costituite dai primi ebrei che fecero ritorno (l’“Aliya” in ebraico) alla terra dei padri. Sono poi fiorite nei decenni successivi, in occasione dell’arrivo di moltissimi ebrei contestualmente alla fine della seconda guerra mondiale e alla nascita dello stato d’Israele nel 1948. Avendo molti dei primi pionieri un orientamento socialista basato sulle utopie di uguaglianza caratteristiche di quel pensiero a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, la vita in molti kibbutz è stata a lungo basata su regole rigidamente egualitaristiche e sul concetto di proprietà comune. Per diverso tempo, le condizioni di vita dei propri membri sono state spesso difficili ed inoltre, queste comunità dovevano provvedere autonomamente alla propria auto-difesa essendo circondate da popolazione araba ostile e ciò, può ben portarci a dire che il sistema dei kibbutz ha costituito storicamente il primo presidio armato e di sicurezza degli ebrei in Palestina, garantendo poi un terreno più favorevole per l’insediamento successivo dei tantissimi immigrati arrivati dopo il secondo conflitto mondiale e dopo la terribile persecuzione subita con l’Olocausto e favorendo al contempo la stessa creazione dello Stato ebraico. Il kibbutz è stato in altre parole, uno degli elementi fondamentali nello sviluppo di Israele. Ovviamente, per una serie di motivi alquanto comprensibili ma che qui sarebbe troppo lungo spiegare in parte comunque determinati dalla stessa modernizzazione e crescita economica del Paese, i kibbutzim hanno conosciuto negli ultimi quarant’anni un declino anche in termini di presenze che ha portato molti di loro a rivedere necessariamente le proprie caratteristiche sia di vita interna e sia produttive. Se per lungo tempo infatti i kibbutz si occupavano pressoché esclusivamente di attività agricole, negli ultimi decenni non pochi di loro si sono riconvertiti ad altri progetti produttivi mentre ce ne sono stati altri che si sono sostanzialmente trasformati in strutture ricettive ed alberghiere (alcune di lusso) aprendosi al turismo. In ogni caso ancora pochi anni fa (ultimo dato che ho disponibile), la produzione dei kibbutzim costituiva il 9% del prodotto industriale nazionale ed il 35-40% di quello agricolo. Il kibbutz di Ramot-Menashe al quale abbiamo reso visita, è piuttosto vecchio e porta i segni del tempo come un occhio attento non fa fatica a notare e fu fondato da reduci giunti dal porto di La Spezia, ebrei italiani e provenienti dal Sud America che decisero dopo le vicissitudini patite a causa del secondo conflitto mondiale, di emigrare in Israele.
La sosta al “Rabin Memorial” a Tel Aviv sorto nel punto dove il primo ministro fu ucciso il 4 Novembre del 1995 da un connazionale (cosa questa che si riteneva impensabile), un giovane estremista fanatico e squilibrato, evoca ricordi dolorosi ancora ben presenti nella coscienza degli israeliani. Come si usa sottolineare oggi in Israele, ognuno ha impresso nella propria memoria dove si trovava e cosa stesse facendo quella sera quando apprese la notizia. Un po’ come si è fatto negli Stati Uniti per tanti anni in relazione all’assassinio di Kennedy. Anche chi scrive, ricorda esattamente come apprese la notizia e come trascorse il resto della serata quel triste Sabato di 19 anni fa. Erano gli anni appena successivi agli accordi di Oslo, alla stretta di mano sul prato della Casa Bianca tra lo stesso Rabin e Arafat e una parte della società israeliana credeva fosse finalmente a portata di mano la possibilità di giungere non solo ad una pace durevole con i palestinesi e più in generale con il mondo arabo, ma anche all’avvio di una possibile era di rapporti costruttivi e di cooperazione. In realtà, come i fatti successivi si sono incaricati di dimostrare ancora fino ai nostri giorni, si trattava di aspettative frutto di analisi velleitarie quando non di vere e proprie illusioni. Non vi erano allora come non vi sono oggi purtroppo, interlocutori sia in campo palestinese che nel mondo arabo-islamico con le molto parziali e relative eccezioni della Giordania e dell’Egitto (e quest’ultimo solo se in mano a tipi come Mubarak o ai militari), con i quali Israele possa seriamente e costruttivamente aprire un dialogo vero e non di circostanza, finalizzato a definire un percorso virtuoso di pace e collaborazione. Questa è la triste ed amara realtà anche se ovviamente, nel corrente linguaggio della diplomazia non la si può certo sancire apertamente. Rabin, che non era di certo un ingenuo (al di là di certe interpretazioni strumentali ed interessate che specie qui in Europa sono state date post-mortem sulla sua figura) e che da soldato e generale aveva combattuto le sue guerre per difendere il Paese, era ben consapevole del peso della storia e delle enormi difficoltà che vi sarebbero state al fine di implementare e portare avanti il fragile percorso che prese il via nella capitale norvegese, ma aveva coraggiosamente deciso di non ignorare quel piccolo spiraglio che sembrava essersi aperto, decisione che pagò con la sua stessa vita.
OMAR PROIETTI

E dopo questo bellissimo resoconto, non posso che rivolgere ai miei lettori ancora vergini di Israele, l’invito ad andare e verificare.

barbara

E NOI ALLA MORTE RISPONDIAMO CON LA VITA

Planting-Trees-on-the-Golan
Finita la guerra in Israele, le persone uscite dai rifugi erano alla ricerca di una risposta forte a Hamas, e hanno trovato quello che cercavano: Hamas voleva la morte, così hanno deciso di rispondere con la VITA!
È iniziato un interessante progetto – ed è immediatamente partito in quarta, poiché il tempo è fondamentale.
Esattamente nelle aree in cui sono caduti oltre 1.000 razzi e missili, i contadini israeliani pianteranno 100.000 nuovi alberi da frutto! Cioè un rapporto di 100 a 1.
Molti di questi nuovi alberi di frutta saranno piantati proprio nelle buche fatte dai razzi!
Questa è una risposta positiva all’odio e alla distruzione!
Alberi da frutto significano nuova vita, sostentamento, cibo, bevande e benedizioni. Una coppa di vino per Shabbat, olio di oliva per accendere la Menorah e molto altro ancora.
Molte aziende agricole e vivai hanno dato a Zo Artzeinu alberi da piantare a credito, e gli agricoltori hanno fatto del lavoro straordinario per riuscire a piantare in tempo tutti gli alberi. Shmitta (l’anno sabbatico) inizia in Israele il capodanno ebraico Rosh Ha’Shanah (24 settembre), e per allora TUTTI gli alberi devono essere pagati.
La Torah lo dice molto chiaramente: “per sei anni puoi coltivare i tuoi campi… ma il settimo anno è uno Sabbath di Sabbath per la terra. È lo Sabbath di Hashem durante il quale non puoi coltivare tuoi campi…” (Vayikya / Levitico 25:3-4)
La più grande organizzazione in Israele per piantare alberi da frutto, “Zo Artzeinu” (ebraico per “Questa è la nostra terra”) condurrà questo progetto e assicurerà che tutto venga fatto correttamente.
I contadini israeliani hanno preparato il terreno e stanno facendo tutto il faticoso lavoro. Stanno facendo tutto il lavoro fisico, ma chiedono aiuto a tutto il mondo per l’acquisto degli alberi e del sofisticato sistema di irrigazione a goccia. Questo sistema è completamente computerizzato e utilizza una quantità di acqua minima per irrigare i campi.
Allora… fino a Rosh Ha’Shanah, è ANCORA possibile associarsi a un contadino, acquistare un albero da frutto e condividere il precetto e la benedizione di Shmitta, che avrà inizio a Rosh Hashana. Tutte le informazioni necessarie si possono trovare sul sito di Zo Artzeinu.
Oltre al precetto di Shmitta e all’aiuto agli agricoltori israeliani, questo progetto è anche un ottimo modo per portare benedizioni nella vostra vita!
Hashem promette di benedire chiunque aiuta ad osservare Shmitta, come si dice: Vitzivisi Et Birchasi, “destinerò la mia benedizione a voi” (Vayikra / Levitico 25: 20)
Infine, questo progetto non è solo una grande risposta ai nemici di Israele: è veramente il modo migliore per assicurare una pace duratura!
“Osservate i miei decreti e salvaguardate le Mie leggi. Se li osserverete, vivrete nella terra in modo sicuro. La terra produrrà il suo frutto, e voi mangerete a sazietà, vivendo così nella terra in sicurezza… Io dirigerò su di voi la mia benedizione…” (Vayikra / Levitico 25:18-21).
Auguriamo loro ogni bene per questo progetto di ricostruire la terra, piantare prima di Shmitta e portare una pace vera e duratura.

Per informazioni su questo progetto e su come piantare alberi, partecipare a Shmitta e condividere questa benedizione, andate al sito di Zo Artzeinu. (qui, traduzione mia)

barbara

IL VERO POSTO DELL’INDIGNAZIONE

David Bouaziz

Lettera ai miei amici di Facebook:

Cari amici di Facebook, solo un piccolo annuncio, ma abbastanza importante:
nei prossimi giorni sarete probabilmente sommersi sotto un mucchio di immagini di guerra, con tutto ciò che comportano di atrocità, provenienti da media in diretta, direttamente da Gaza. Probabilmente vedrete esplodere edifici, i palestinesi insanguinati uscire dalle macerie a volte tenendo bambini nelle loro braccia, ecc, ecc. Immagini che conosciamo tutti, e che non vorremmo vedere. Ascolterete poi il discorso del cosiddetto giornalista che, con voce grave, come un potenziale Charles Enderlin, spiegherà che l’esercito israeliano ha di nuovo massacrato ciecamente dei civili bombardando ‘volontariamente’ una zona densamente abitata… In quel momento potrebbe montare in voi un sentimento di indignazione e i più sensibili di voi forse ne saranno nauseati… Poco importa che queste immagini provengano forse dalla Siria o magari da Gaza, ma vecchie di diversi mesi o più. Poco importa che siano state sì prese a Gaza il giorno stesso, ma tralasciando di specificare che il razzo che ha colpito l’edificio è stato lanciato da Hamas, incapace di prevedere dove atterreranno i propri missili… Poco importa tutto questo perché, qualunque cosa accada poi, il male sarà fatto, vi sentirete già indignati. Questo cade a proposito perché mi piacerebbe cogliere l’occasione per anticiparvi e parlarne, della vostra indignazione.
In questi ultimi mesi ho postato sulla mia pagina di Facebook un sacco di articoli e video dal Medio Oriente, mostrando atrocità spesso di massa e riguardati per lo più dei i civili, donne e bambini, in maggioranza musulmani. Ho continuato a indignarmi ad alta voce, perché è tutto ciò che potevo fare nel mio piccolo. Ho riferito quello che ho visto, con tutta la mia indignazione, sentendomi a volte solo al mondo. Ho visto un numero incalcolabile di esecuzioni sommarie; ho visto jihadisti giocare a calcio con teste che avevano appena tagliato; ho visto donne strangolate dai loro mariti per il solo sospetto di adulterio; altre lapidate in Pakistan per avere posseduto un cellulare; ho visto ribelli siriani che hanno deciso di applicare la sharia, tagliare mani, poco importa cosa ne pensano gli abitanti; ho visto bambini egiziani mitragliati perché erano cristiani; ho visto i fondamentalisti arrivare in una fattoria tenuta dalla stessa famiglia da tre generazioni, mettere in fila tutti i membri per abbatterli uno dopo l’altro in nome di Allah; ho visto un combattente insegnare a un bambino di dodici anni a decapitare un uomo con un coltello e mettersi poi in posa tenendo fieramente la testa della sua vittima col braccio teso; ho visto la popolazione siriana ricevere piogge di proiettili di obice sparati alla cieca dal suo esercito; ho visto chiese bruciare in Egitto; diritti umani violati in maniera orribile ovunque in tutti i paesi della regione…Tutte queste cose ho riferito per mesi, a volte a malincuore, rammaricato di intossicare il cervello degli altri con queste immagini che hanno intossicato il mio. Ma se avessi scelto di distogliere lo sguardo e far finta di niente con la scusa che questo non accade sotto la mia finestra, nel mio paese, che figura avrei fatto? Come mi sarei potuto guardare allo specchio? Sì, quando i musulmani massacrano altri musulmani non riesco a dormire, perché non capisco. Non capisco come gli uomini possano fare cose simili ad altri uomini che non conoscono, solo perché hanno un credo diverso dal loro. Ma non è della loro ferocia che voglio parlare, per quanto…
Il fatto è che su più di 500 amici (ne devono restare un bel po’ di meno ora), quanti hanno mostrato la loro indignazione? Quanti hanno inoltrato questa informazioni nascoste dai nostri media come segno di disaccordo? Quanti hanno almeno cliccato “like” (anche se qui non si tratta di gradire queste immagini, ma solo di sostenere queste vittime denunciando questi atti barbarici)? Quanti si sono almeno presi il tempo di leggere gli articoli o guardare i video? Lo so che c’è la crisi, che la vita quotidiana dei francesi è cupa, che è meglio vedere i video del bambino che ride a crepapelle, o un parrocchetto che balla a ritmo con la musica sul suo trespolo, perché fa bene al morale e fa sorridere ogni volta. Ma, ciononostante, vedo alcuni passare più tempo a inoltrare annunci di cani persi o altri maltrattamenti agli animali, con più convinzione (o compassione) che per gli esseri umani. Cosa devo pensare di quella parte di voi che ha deliberatamente distolto lo sguardo per tutto questo tempo? Sapendo che diffondere informazioni che i media si rifiutano di trattare, o manipolano volontariamente, ha già più volte contribuito a cambiare il corso della storia, come interpretare il vostro silenzio? Solo voi avete la risposta, io non mi azzardo a cercare le parole al vostro posto.
Ma torniamo alla vostra indignazione per ciò che accadrà presto in Gaza e nei territori, perché è il soggetto principale di questa lettera. Se dopo questo lungo silenzio da parte vostra di fronte a tutti questi orrori, vi venisse voglia di essere indignati per le azioni dell’esercito israeliano e di farlo sapere sulla vostra pagina Facebook inviando un commento non solo leggermente ma ciecamente pro palestinese, vi chiedo di porvi le domande giuste. Quale valore dare alla vostra indignazione? Perché la morte di terroristi che lanciano oltre 100 razzi al giorno su dei civili, con lo scopo di ucciderli volontariamente, meriterebbe più indignazione rispetto a quella di persone innocenti massacrate quotidianamente nel resto del mondo? La vostra indignazione per me vale quanto quella delle persone che vegliano con la candela davanti a una prigione federale degli Stati Uniti per impedire l’esecuzione di un criminale condannato a morte, mentre queste stesse persone non levano il mignolo per aiutare le persone innocenti di cui ho parlato. Se non arriva alcuna risposta, guardatevi allo specchio e chiedetevi qual è la vera ragione della vostra indignazione. Perché dal mio punto di vista e in tutta onestà, voi non avete niente a che fare con i palestinesi. Voi non fate niente per loro, in ogni caso molto meno degli israeliani, presso i quali i musulmani sono i meglio trattati del Medio Oriente.
Se, nonostante queste parole, la vostra voglia di pubblicare un articolo o un commento decisamente anti-sionista per denunciare atti secondo voi inammissibili fosse più forte di tutto, ecco la procedura da seguire per quanto mi riguarda:
Andate alla mia pagina su Facebook e cliccate sul quadratino a destra della mia foto, su cui è scritto “Rimuovere dalla lista degli amici”. Perché davvero non vorrei fra i miei amici delle persone che hanno tali paraocchi. I miei amici sono persone intelligenti, riflettono, si informano, sono curiosi. Ma soprattutto non confondono israeliani e coloni per via del lavaggio del cervello che hanno subito per anni da parte dei media francesi. Per favore, risparmiatemi questa azione orribile che non ho il coraggio di fare, questa “selezione”… Anticipatemi e fate clic su questo pulsante. Ma soprattutto, non dimenticate, passando, di prendere con voi la vostra “indignazione”, e di mettervela dove penso io, perché quello è il suo vero posto.

David. B, 9 luglio 2014 (qui, traduzione mia)

(e grazie ad “amica” per la segnalazione)

Questo testo, come potete vedere, è stato pubblicato una settimana fa e, a giudicare dal contenuto, scritto o almeno pensato probabilmente un po’ prima. Guardandoci un po’ in giro scopriamo che ieri 15 luglio in Afghanistan i talebani mussulmani hanno messo una bomba uccidendo in un colpo solo 89 civili, nessuno dei quali – per inciso – lanciava razzi, e ancor meglio avevano fatto il giorno delle elezioni, facendone fuori 106: indignazioni? Proteste? Manifestazioni? Boicottaggio? Richieste di riunioni straordinarie urgenti all’Onu per chiedere ferme condanne? Zero.
Poi se vi restano ancora cinque minuti, andate a rileggere – a leggere se siete nuovi da queste parti – quest’altro post.

barbara

E SE I MARTIRI SCARSEGGIANO

Niente paura: ci si ammazza in casa una bambina di due anni con uno di quei razzetti artigianali (oltre 130 in tre giorni: immaginate voi con quali immani sacrifici, poveri cari, con tutta la miseria che hanno in casa che sono tutti lì che muoiono di fame) che non fanno male a nessuno, come leggiamo su tutti i giornali un giorno sì e l’altro pure, si tenta di far ricadere la colpa su Israele; poi viene inconfutabilmente dimostrato che sono stati loro ma non importa, si seppellisce lo stesso come una martire.


Perché noi eroi di Palestina sull’infanzia – nostra e altrui – ci caghiamo, o yes.
(E le stelle stanno a guardare, o yes)

barbara