IL SINDACO DI PALERMO, ARAFAT E LA PACE

di Valentino Baldacci

Bene ha fatto l’UCEI a usare un linguaggio prudente definendo Yasser Arafat “un personaggio controverso” e “inopportuna” la decisione del Comune di Palermo di intitolare un tratto del lungomare al leader palestinese. Ha fatto bene a usare un linguaggio prudente per le responsabilità che gravano sull’organizzazione che rappresenta gli ebrei italiani.
Ma alla stessa prudenza non è tenuto il privato cittadino che, di fronte all’incredibile decisione del sindaco Leoluca Orlando, ha la possibilità e anche il dovere di parlare chiaro. E allora si deve dire che Arafat non è stato solo il capo di un’organizzazione terroristica ma che su di lui grava l’enorme responsabilità di aver distrutto ogni speranza di pace e di fine del conflitto israelo-palestinese. Fu lui a far fallire i colloqui di Camp David dell’estate del 2000 e di quelli successivi di Taba, quando la pace era a portata di mano, come alcuni leaders palestinesi hanno in seguito ammesso. La sua scelta di far fallire il negoziato getta una diversa luce anche sugli accordi di Oslo del 1993 che, sulla base degli eventi successivi, appaiono solo una mossa tattica di una dirigenza in difficoltà per guadagnare tempo e per assicurarsi una base territoriale da cui riprendere la lotta.
Ma se su Arafat ricade la responsabilità del fallimento della possibilità di un accordo di pace e quella della morte di tanti cittadini israeliani e palestinesi, questi ultimi gettati allo sbaraglio per mantenere aperto il conflitto, una responsabilità altrettanto pesante grava anche su coloro che – in Italia e più in generale in Occidente – fanno credere alla leadership e alla popolazione palestinese di avere un appoggio tale da consentire loro di non ricercare la pace e di continuare a perseguire i loro obiettivi con la violenza.
Sono gravi le responsabilità di Sindaci come Leoluca Orlando e come il suo omologo napoletano Luigi De Magistris, come lo sono quelle di altri rappresentanti delle istituzioni che contribuiscono con il loro comportamento a rafforzare nella leadership palestinese la convinzione che la lotta armata è il solo strumento per conseguire i propri obiettivi. Come grave è la responsabilità di tutte quelle organizzazioni (associazioni propal, centri sociali ecc.) che contribuiscono anch’essi a creare nella leadership palestinese l’illusione di un sostegno che in realtà riguarda solo alcune frange estremiste del quadro politico italiano. Lo stesso discorso si può fare per quelle organizzazioni internazionali – dall’ONU all’Unione Europea – che – dietro lo schermo degli aiuti umanitari – continuano a sostenere e a finanziare le organizzazioni palestinesi.
Se la leadership palestinese fosse messa davanti alla realtà dei fatti, e cioè che il sostegno alla loro politica viene soltanto da Paesi come l’Iran e dai suoi satelliti, mentre gli altri Paesi arabi moderati li hanno da tempo abbandonati, avrebbe da tempo accettato di sedere seriamente al tavolo della pace, risparmiando al proprio popolo, oltre che a quello israeliano, tante sofferenze.

(moked, 31 ottobre 2019)

Bene ha fatto il buon Valentino Baldacci a usare un linguaggio prudente nei confronti dell’UCEI, visto che ha pubblicato questo articolo sul loro giornale; ma noi, privati cittadini, non abbiamo la necessità di usare la stessa prudenza, e ci permettiamo di dire senza mezzi termini che la reticenza dell’UCEI nei confronti di Arafat e del sindaco Orlando è semplicemente inqualificabile. E Grazie a Valentino Baldacci che ha avuto il coraggio di chiamare le cose col loro nome.
soldigaza
barbara

LA BARRIERA DI SICUREZZA: UNA PREROGATIVA DI ISRAELE CONTENUTA GIÀ NEGLI ACCORDI DI OSLO

Un vecchio articolo che vale la pena di rileggere.

Aaron Lerner, 22 gennaio 2004

I documenti sul “processo” di Oslo non soltanto toglievano ai palestinesi qualsiasi pretesa a un qualsivoglia diritto universale a resistere in modo violento all'”occupazione”. L’accordo garantisce a Israele il diritto di erigere una barriera di separazione che avrebbe garantito sicurezza alle comunità israeliane situate oltre la Linea Verde.
“L’OLP si impegna al processo di pace in Medio Oriente e a una soluzione pacifica del conflitto fra le due parti e dichiara tutte le questioni in sospeso riguardo allo status definitivo saranno risolte con negoziati. … l’OLP rinuncia all’uso del terrorismo e altri atti di violenza e si assumerà la responsabilità su tutti gli elementi e il personale dell’OLP per assicurare il rispetto degli accordi, prevenirne le violazioni e punire i responsabili”.
Questo è quanto scrisse Arafat nella sua lettera del 9 settembre a Yitzhak Rabin, il primo ministro di Israele. E non fu facile far firmare queste dichiarazioni ad Arafat, in qualità di rappresentante del popolo palestinese, parole che abbandonano qualsiasi pretesa legale al diritto ad imporre continuamente il terrorismo e altri atti di violenza in quella che Arafat e i suoi sostenitori chiamano “lotta di liberazione”. Osservate le singole frasi. Arafat non rinuncia soltanto all’uso del “terrorismo” – una parola che gli arabi sostengono non possa mai essere applicata alle loro attività assassine – rinuncia anche all’uso di “altri atti di violenza”.
Arafat non voleva firmare queste dichiarazione, ma Rabin chiarì che erano imprescindibili.
Siamo di fronte a un Arafat dell’estate del 1993, in sostanza un vecchietto esiliato a Tunisi da Beirut che vedeva ogni giorno gli israeliani che accorciavano la loro lista di terroristi ricercati?
No. A differenza di quella che è diventata la storia in certi ambienti, non sono stati i “ragazzi delle pietre” che hanno tolto Arafat dal dimenticatoio della storia, è stato un gruppo di ideologi israeliani che cercavano un modo per facilitare il ritiro israeliano da Cisgiordania e Gaza.
Oslo è stata l’ancora di salvataggio di Arafat. Israele poteva prendere o lasciare. Arafat ha risposto più in fretta.
E non è finita qui.
“Israele continuerà ad essere responsabile per la sicurezza complessiva degli israeliani e degli insediamenti, allo scopo di salvaguardare la sicurezza interna e l’ordine pubblico, e avrà tutti i poteri per intraprendere le misure necessarie a tale scopo”:
Accordo ad Interim israelo-palestinese su Cisgiordania e Gaza, Washington, D.C., 28 settembre 1995, articolo XII, paragrafo 1.
“Niente in questo articolo potrà derogare dai poteri di sicurezza e dalle responsabilità di Israele in accordo con questa Intesa”.
Accordo ad Interim israelo-palestinese su Cisgiordania e Gaza, Washington, D.C., 28 settembre 1995, Annesso I, Articolo I, Ridispiegamento delle forze militari israeliane e trasferimento di responsabilità, paragrafo 7.
I palestinesi hanno accettato – per scritto – che Israele “avrà tutti i poteri per intraprendere le misure necessarie” non solo per proteggere gli israeliani dentro la Linea Verde, ma gli israeliani in generale. Non solo di proteggere le comunità israeliane entro la Linea Verde, ma anche gli “insediamenti”: scritto, nero su bianco. E così oggi, quando Israele ha deciso che l’erezione di una barriera di separazione con alcune parti oltre la linea verde è una “misura necessaria” è il massimo dell’assurdo che questa azione sia aggredita come se gli accordi di Oslo non avessero valore.
Che ironia: le stessi istituzioni e le stesse persone che fanno maggiori pressioni su Israele affinché baratti la sua sicurezza per avere altri pezzi di carta sono i primi a volgere le spalle ai pezzi di carta che Israele ha già pagato caro.

Traduzione: Valentina Piattelli .

E qui un paio di cose, anche relative alla cosiddetta Linea Verde, che può essere utile ricordare.
NOTA PER CHI NON HA LA POSSIBILITÀ DI SENTIRE: in coda al video i punti fondamentali compaiono scritti. 

barbara

CONOSCETE LILLI GRUBER?

I più giovani magari mica tanto, o per lo meno non in tutte le sue sfaccettature. È per questo, per riempire questa lacuna, che sono andata a ripescare nei miei archivi alcuni miei pezzi scritti per Informazione Corretta fra la primavera e l’estate del 2002, all’epoca dell’operazione Scudo di difesa, messo in atto per fermare la micidiale ondata di attentati che aveva provocato qualche centinaio di morti e un numero infinito di feriti, alcuni gravissimi e destinati a restare mutilati o comunque invalidi permanenti.

UNO STATO PALESTINESE PER SALVARE LA DEMOCRAZIA IN ISRAELE
di Lilli Gruber, 13/04/2002

Il nuovo attacco antiisraeliano di Lilli Gruber (dai toni – dobbiamo riconoscerlo – un po’ meno astiosi di quelli a cui ci aveva da lungo tempo abituati) ricorre a una tecnica divenuta ormai classica: si prendono alcune dichiarazioni – spesso estrapolate dal contesto – di un israeliano “dissidente” e si riportano come se fosse vangelo, come se le sue proposte fossero “la” soluzione. In questo caso si tratta di Ami Ayalon. Con una citazione non virgolettata Lilli Gruber fa notare che
l’uso della forza non attenuerà la rabbia palestinese, e che nemmeno l’uccisione di Arafat li farà desistere dal loro obiettivo: creare uno stato sovrano, in grado di sopravvivere dal punto di vista politico ed economico.
E noi non possiamo non chiederci: se l’obiettivo è la creazione di uno stato sovrano, perché da 54 anni non solo lo stanno rifiutando, ma stanno anche lottando con tutte le proprie forze per impedirgli di nascere? Non sorge in Lilli Gruber il sospetto che l’obiettivo possa essere un altro? E ancora:
“Tsahal è più forte che mai, i nostri servizi segreti sono eccellenti, allora perché il problema non è ancora risolto?”
A noi la risposta sembra molto semplice: perché Tsahal finora ha usato sì e no un centesimo della sua forza. Prosegue sostenendo che c’è un unico modo possibile
per fermare la violenza: smantellare le colonie ebraiche di Gaza e Cisgiordania e ristabilire la continuità territoriale dei due lembi di terra.
Forse la signora Gruber ha già dimenticato, a meno di due anni di distanza, che questo è esattamente quanto era stato proposto a Camp David, ed è stato rifiutato. Dimentica che quando Barak è arrivato ad offrire tutto e non gli è rimasto più niente da negoziare, Arafat ha scatenato la guerra. Dimentica che vari sondaggi hanno rilevato che la maggioranza dei palestinesi è decisa a continuare la guerra contro Israele anche in caso di completo ritiro dai territori. E conclude:
è ormai chiaro che solo l’istituzione di uno Stato palestinese preserverà il carattere ebraico e democratico di Israele.
Peccato che lo stato Palestinese come lo intendono i palestinesi si estenda dal Giordano al mare e non preveda affatto la presenza dello stato di Israele, democratico o no. Siamo sicuri che sia ragionevole chiedere a Israele di accettare questo?

BUSH E SHARON: LA FORZA VINCE SUL CAMPO
di Lilli Gruber, 18/05/2002

Ancora una volta Lilli Gruber, in questo suo sconclusionatissimo articolo pubblicato su Io donna del 18 maggio, si dedica al suo sport preferito: il tiro al bersaglio su Israele.
La conclusione più importante che ha tratto l’America – dopo un mese di violenze nei territori palestinesi – è che nel mondo “squilibrato” in cui domina, d’ora in poi nulla e nessuno si potrà opporre alla sua forza e a quella dei suoi alleati.
Viene da chiedersi da dove la signora Gruber abbia tratto la conclusione che l’America abbia tratto questa conclusione, dal momento che l’America non ha ancora mosso un dito, in nessun campo. Viene da chiedersi quale sia questo mondo squilibrato in cui dominerebbe l’America. E già che ci siamo, decidiamo di esagerare, e ci chiediamo anche come mai si occupi così appassionatamente del mese di violenze israeliane nei territori palestinesi e non si sia mai occupata dei cinquantaquattro anni di violenze palestinesi in territorio israeliano.
Ne era convinto anche il vicepresidente Cheney, appena rientrato dai paesi arabi, alla vigilia delle operazioni israeliane.
Gliel’ha detto lui? A noi non ha detto niente!
La “lezione israeliana” sarà perciò centrale nella decisione di attaccare l’Iraq.
No, un momento: se la decisione è stata presa ALLA VIGILIA delle operazioni israeliane, come fa ad essere una conseguenza della lezione israeliana?
L’Autorità palestinese è stata distrutta, politicamente e fisicamente
dunque, dato che sono state distrutte le strutture del terrorismo e sono stati eliminati o imprigionati i terroristi, la signora Gruber ammette che l’essenza dell’autorità palestinese è il terrorismo
Arafat è solo e umiliato.
Proprio lui che è tanto buono: che sofferenza!
I villaggi autonomi sono stati assediati, bombardati
bombardati no: in questo caso non ci sarebbero state decine di morti israeliani!
devastati
soprattutto dalle mine palestinesi (clic 1, clic 2)
Molti civili sono arrestati, interrogati, detenuti.
E perché non glielo va a dire lei che sono tutti innocenti e innocui come agnellini!
Gli impegni
quali?
e la legalità internazionale sono stati ancora una volta ignorati dal governo Sharon.
Non potrebbe essere un po’ più precisa e fare qualche esempio concreto, invece di lanciare sempre e solo discorsi vaghi?
Così come le risoluzioni dell’Onu.
Anche gli arabi. Tutti. Sempre. Come mai non se ne ricorda?
Seguono aspre rampogne ai paesi arabi che non si muovono mentre “la Palestina è in pericolo” e agli europei che invocano sanzioni contro Israele ma senza poi metterle in atto.
Mai però lo scetticismo è stato così forte rispetto alla validità nel lungo periodo del metodo antiterrorismo di Sharon.
Scetticismo? Dopo un mese quasi senza attentati? Ma dove vive la signora Gruber? Quanto al metodo antiterrorismo di Sharon, certo, sappiamo benissimo che la signora apprezza molto di più il metodo pro-terrorismo del suo carissimo amico Arafat …
Chiunque conosca la storia di queste terre ricorda l’invasione del Libano nell’82, conclusasi con una sonora sconfitta per Israele.
Noi conosciamo la storia di queste terre, ricordiamo l’invasione del Libano, e sappiamo che i risultati non sono stati quelli sperati perché Israele, i cui metodi non assomigliano a quelli dei suoi avversari, ha evitato di bombardare il centro di Beirut per non provocare troppe vittime civili e perché Israele, arrendendosi agli appelli internazionali, non è andato fino in fondo nella sua lotta al terrorismo e non ha eliminato il terrorista Arafat. Successi molto maggiori li ha invece ottenuti la Siria che, anziché il 5% del Libano, come Israele, ne ha occupato il 95% e non se n’è più andata.
E chi analizza le motivazioni dei terroristi sa che disperazione e desiderio di vendetta sono importanti.
E chi analizza le motivazioni dei terroristi sa che indottrinamento, lavaggio del cervello a partire dalla prima infanzia, libri di testo e programmi televisivi, in atto fin dal momento della nascita dell’ANP, sono molto più importanti. E una domanda: quale motivo di disperazione e di desiderio di vendetta avevano i palestinesi che, nel momento in cui è iniziata questa bestiale ondata di terrorismo, erano in procinto di ottenere lo stato, Gerusalemme est come capitale e lo smantellamento degli insediamenti, vale a dire una Palestina judenrein come la vogliono loro – e come, a quanto pare, la vuole anche Lilli Gruber?
La vicenda israeliana ha comunque confortato Bush nella sua convinzione che i paesi arabi – a prescindere dalle loro dichiarazioni pubbliche di ostilità -, gli europei – a prescindere dalla loro ostentata opposizione – e i russi – a prescindere dai loro ammonimenti – non hanno i mezzi per impedire agli Stati Uniti un attacco contro Saddam Hussein.
E allora perché non l’hanno ancora fatto – a prescindere dai vaneggiamenti della signora Gruber?

Caro Musharraf, rifletta sull’sperienza di Arafat
di Lilli Gruber, 24/08/2002

In questo straordinario pezzo Lilli Gruber riesce a dare prova, in una volta sola, di tutte le sue doti: fantasia sfrenata, sovrana indifferenza nei confronti della realtà, eroico sprezzo del senso del ridicolo.

Lettera immaginaria di Arafat a Musharraf, due leader che si confrontano con la politica Usa.

E già nel preambolo abbiamo due cantonate in una frase sola: primo, non sono loro due a confrontarsi con la politica Usa, bensì la politica Usa a doversi confrontare con loro due; secondo, Arafat non è un leader bensì un capo terrorista.
Caro presidente Musharraf, seguo le peripezie che sta attraversando il suo Pakistan e mi permetto di scriverle per evitarle qualche guaio con i nostri amici americani. Anch’io, sino a non molto tempo fa, ero uno dei loro atout più seri per fare la pace in Medio Oriente. Sono stato ricevuto alla Casa Bianca, quando arrivavo nella capitale federale ero ospite dei talk show e nella mia suite di un grande albergo entrava e usciva la gente che contava. Ma, come si sa, i presidenti cambiano,
a differenza di Arafat che, con grande coerenza, è rimasto sempre lo stesso terrorista
non come da voi
certo: quando mai nei Paesi arabi si sta a perdere tempo in quella pagliacciata che sono le elezioni? Lì prendi la guida del Paese e te la tieni finché crepi o finché ti ammazzano!
Avrà seguito su Cnn quanto mi è successo ultimamente: gli israeliani mi hanno chiesto di fare tutto ciò che potevo per fermare i terroristi, ma nello stesso tempo hanno distrutto il mio ufficio, tagliato le linee telefoniche, mi impediscono di uscire da casa mia.
Non esattamente. PRIMA è stato chiesto di fermare il terrorismo (e a Oslo Arafat si era impegnato a farlo); POI Arafat ha passato sette anni a fabbricare l’odio, a costruire il terrorismo e a preparare la guerra; DOPO è esplosa la guerra, e ALLA FINE, dopo un anno e mezzo di guerra spietata, Israele è intervenuto con le misure sopra elencate.
Come se non bastasse, il presidente Bush, dopo avermi chiesto di fare di più per garantire la sicurezza di Israele, decide che non sono più buono a nulla e che devo essere sostituito.
Non dopo avergli chiesto di fare di più per garantire la sicurezza di Israele, ma dopo aver constatato che sta facendo di tutto per conseguire la distruzione di Israele: anche se alla signora Gruber può non sembrare, è un dettaglio non del tutto insignificante.
È un po’ umiliante per chi ha fatto di tutto per accontentarli.
Se non stessimo parlando di una tragedia che sta portando alla distruzione di due popoli, potremmo premiare questa battuta come la miglior barzelletta del millennio.
Perciò le chiedo di stare attento. Gli americani le hanno chiesto una forte collaborazione nella guerra al terrorismo, tanto che i suoi concittadini l’hanno ribattezzata “Busharraf”. E le chiedono di più: bloccare gli estremisti che combattono nel Kashmir, chiudere le scuole islamiche, fermare i “barbuti” che hanno trovato rifugio nel suo Paese dopo l’attacco Usa contro l’Afghanistan.
Forse sarebbe il caso di precisare che quei “barbuti” non sono dei pittoreschi clochard, bensì gli appartenenti alla più feroce e micidiale organizzazione terroristica che mai il mondo abbia conosciuto. Temiamo che se questi “barbuti” continueranno a trovare rifugio, fra qualche tempo la signora Gruber potrebbe dover rinunciare ad esibire la sua famosa chioma rossa, e anche a firmare articoli sui giornali. Forse anche ad abitare su questo pianeta.
Intanto le organizzazioni per i diritti dell’uomo e il Congresso Usa si inquietano per il suo desiderio – legittimo peraltro per un generale – di avere un governo e deputati devoti.
Questo non è troppo chiaro: che cosa c’entrano le aspirazioni di un generale con la composizione del governo?
Tra poco le chiederanno di essere un dittatore contestualmente paladino della democrazia, e prevedo non sarà lontano il momento in cui cercheranno di farla fuori, perché non è riuscito nell’ardua impresa. Mi creda!
In psicanalisi si chiama “transfer”: la signora Gruber si è talmente immedesimata nella cultura arafattiana, da attribuire agli americani abitudini prettamente arabe.
Un’ultima cosa: ho saputo che gli israeliani venderanno sofisticati missili agli indiani. E che Casa Bianca e Pentagono non hanno nulla da ridire.
Un’ultima cosa: abbiamo saputo che vari Paesi islamici hanno venduto ad Arafat centinaia di tonnellate di armi pesanti. E che il resto del mondo, Lilli Gruber compresa, non ha avuto nulla da ridire.
Come vede, abbiamo entrambi gli stessi vicini di casa difficili.
Ma che disdetta, per uno che ha sempre dimostrato di essere un vicino di casa così pacifico, docile e malleabile come Arafat!
Cordiali saluti, Yasser Arafat.

Ancora una cosa vorremmo aggiungere: nonostante la scarsa stima che sempre abbiamo nutrito nei confronti di Arafat, siamo tuttavia convinti che una cosa tanto stupida non potrebbe mai arrivare a scriverla.

E questa è la signora Gruber, in carte e ossa – pardon, in botulino e silicone.
lilligruber
barbara

HUDNA

Normalmente viene tradotto con “tregua”, ma non ha niente a che vedere con ciò che noi intendiamo con tregua. Che cosa esattamente significa “hudna” nella cultura islamica, ve lo spiega lui
hudna
La hudna si accetta unicamente quando si è in condizioni di inferiorità; la hudna serve unicamente a riarmarsi per portarsi in condizione di superiorità e riprendere il combattimento; la hudna, qualunque sia la durata concordata, a voce o con accordo scritto, può essere rotta in qualunque momento, come lo stesso Arafat ricordò, all’indomani della storica stretta di mano con Rabin alla Casa Bianca il 13 settembre 1993, a chi lo criticava per l’accordo stretto con Israele: “Ricordatevi di Hudaibiya”: nel febbraio del 628 Maometto sottoscrisse una hudna con i nemici meccani (il “patto di Hudaibiya”, appunto) quando, da una posizione di inferiorità, constatando l’impossibilità di conquistare la sua città natale, s’impegnò a non farvi ritorno per 10 anni. Invece 2 anni dopo, diventato sufficientemente forte, ruppe la tregua. E questo fatto ha valore di precedente giuridico. Va inoltre ricordato che il Corano vieta la pace con gli infedeli: la tregua massima consentita è di dieci anni (Sadat, per avere violato tale divieto, ha pagato con la vita; più fortunato re Hussein di Giordania che ha potuto evitare la sentenza perché è arrivato prima il cancro).
E dunque, quando Israele inspiegabilmente respinge le tregue generosamente offerte da Hamas, cerchiamo di ricordare che cos’è che Hamas sta realmente offrendo.
E credo che sia arrivato il momento giusto per rileggere questo.

barbara

BASTA CON LA FROTTOLA DELL’ANTISEMITISMO

Gli eventi di questi ultimi giorni mi hanno indotta a ripescare dal mio archivio questo articolo di dodici anni e mezzo fa. Si era all’inizio della cosiddetta seconda intifada – in realtà violenta guerra terroristica accuratamente preparata da Arafat nel corso di lunghi anni – e l’evento, anziché solidarietà nei confronti di Israele che dopo aver tentato l’impossibile per accontentare ogni richiesta della controparte veniva brutalmente aggredita, aveva scatenato un’ondata senza precedenti dal secondo dopoguerra non solo di odio anti israeliano, ma anche di aperto antisemitismo. Che da allora non si è più fermato.
NB: i refusi sono tutti nei commenti originali.

Da  “Il Giornale” del 6 aprile 2001, articolo di Antonio Socci

Quei messaggi antisemiti del popolo di Repubblica

Il “caso” è questo. Una piccola bambina ebrea di 11 mesi, Shalhevet, viene uccisa a Hebron da un cecchino palestinese. Repubblica condanna (com’è naturale) il crimine, ma poi sorprendentemente usa questa tragedia per mettere sotto accusa “il governo israeliano” che sarebbe reo di usare una fotografia “come arma di guerra”. Quel governo avrebbe infatti “deciso, con il consenso dei genitori, la diffusione dell’immagine-choc della piccola Shalhevet”. Essendo una “foto forte”, terribile Repubblica spiega di aver “deciso di non pubblicare questa immagine”, come “atto di sensibilità verso i lettori” e “pietà per la bambina”. Però il giornale di Piazza Indipendenza nel suo sito Internet chiama i suoi lettori nel forum telematico a discutere sulla seguente domanda: “Cosa pensate della scelta israeliana? E’ giusto, in generale, mostrare gli orrori della guerra per utilizzarli come strumento nel conflitto?”
Qualche raro lettore ha protestato perché il governo israeliano non c’entra nulla con la foto la cui diffusione è stata voluta dai genitori della piccola. Eppoi altri hanno ricordato che nessuno si è fatto scrupoli nel mostrare le riprese della morte del bambino palestinese Mohamed Al Durra la cui uccisione fu attribuita all’esercito israeliano (a dire il vero poi si è scoperto che era stato colpito dai cecchini palestinesi). Ma quello che più sconcerta sono i messaggi dei lettori di Repubblica, che sono in gran parte “politically correct”, che fanno professione di pacifismo, di ostilità alla violenza, al razzismo e naturalmente all’imperialismo e alla famigerata globalizzazione. E’ quell’area di opinione che pretende di essere “l’Italia migliore”. Qualche esempio dai messaggi pubblicati nel Forum.
Un lettore si scatena contro “l’ottusità, il razzismo e il terrorismo dell’ideologia ufficiale del polipo eletto” (temo che quel “polipo” non sia un refuso) e minaccia di “scaricare sul forum sei milioni di tonnellate di documenti sulla superpatacca del XX secolo. E’ ora basta con la frottola dell’antisemitismo”.
Un altro si rivolge ai (pochi) filoisraeliani dicendo loro che “fascisti noti sono dalla vostra parte”. Una lettrice tuona: “Il Medio Oriente è troppo importante per loro. Inizio a pensare che l’Olocausto sia stata un messa in scena per giustificare un’ovvia strategia. La creazione di uno Stato fantoccio inteso come testa di ponte, nonché elemento destabilizzatore incuneato nel mondo arabo”, “esattamente come (le truppe americane) hanno occupato l’Europa per tenere a bada le bestie bolsceviche”.
Un altro lettore esprime “la più assoluta solidarietà al popolo palestinese per la brutale repressione posta in essere dai neofascisti mondiali di religione ebraica. Non è possibile che un popolo così brutalmente perseguitato in tutta la storia dell’umanità, ora si comporti alla stregua dei suoi nemici “nazifascismi”. Un altro si lancia in un curioso distinguo, riciclando i tipici stereotipi della storiografia di sinistra: “Non considero il popolo degli ebreo correo delle malefatte del governo israeliano più di quanto non considero il popolo italiano correo del terrorismo che la DC ha subdolamente creato negli anni Settanta. Detto ciò voglio dire senza mezzi termini che il governo israeliano è un governo razzista e ultraviolento, invasore e prepotente. Che il suo comportamento mi disgusta e scandalizza e che facendo leva sulla tragedia che ha commosso tutti noi è diventato il carnefice orrendo di un popolo che ha una sola colpa: non avere la potenza economica e bellica per opporsi a un invasore che gli è piombato in casa portando violenza, sopraffazione e sta perpretando un vero e proprio genocidio”.
In quasi tutti questi messaggi traspare una pressoché totale ignoranza dei fatti mediorientali. Un lettore scrive: “Caro Levy, voi sionisti siete nazisti”, “Israele è nata da una pulizia etnica ed è fondata sull’apartheid”. Un altro difende la scelta di Repubblica e attacca: “Quello che non mi stupisce è la scelta israeliana di pubblicare. L’Olocausto sembra un ombrello infinito per gli israeliani, una tragedia che garantisce un ampio margine di manovra”. Uno improvvisa una storia del secolo: “Sulle macerie dell’impero turco sono nate le colonie europee. Sulle macerie del nazismo nasce l’impero americano globale. Nasce anche lo Stato di Israele”. Un’altra voce: “Con una sorta di impunità morale, Israele, sostenuta dai potenti Stati Uniti che sanno che la lobby filoisraeliana negli USA fa eleggere o no i presidenti, continua imperterrita nel genocidio del popolo palestinese”. C’è chi aspetta il giorno in cui “bandiere rosse e bandiere verdi” sventoleranno insieme, mentre un altro attacca “il delirio di potenza sionista” denunciando i dollari che dagli Stati Uniti vanno Israele “per mantenere in vita un regime coloniale di terrore che nega i più elementari diritti umani, la cui negazione è tale da far impallidire la questione tibetana”. Parole stupefacenti se si considera che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente, circondata da regimi tirannici, ma che i lettori di Repubblica sembrano non conoscere. Uno che si definisce “anarchico” lancia una invettiva contro “le amenità che i fascisti e sionisti vari continuano a ripetere”, sono solo dei “provocatori”, ma “la ferocia e il nazismo dello Stato d’Israele è sotto gli occhi di tutti”, “Israele si sta comportando come la Germania delle SS e l’Italia delle camicie nere”. Infine sarebbe “un atto di sciacallaggio pubblicare la foto (della bambina)”. Un lettore fa sapere che pur essendo “gli ebrei” una “forza giornalistica”, una “forza cinematografica” e una “forza televisiva”, cionondimeno la maggioranza delle persone civili pensa che “Israele abbia torto”.
Come si vede una raccolta strepitosa di vecchi stereotipi, pregiudizi, odio che hanno indotto un lettore a scrivere a Repubblica: “Sono desolato per l’ondata di antisemitismo che siete riusciti ad evocare”.
Deborah Fait –da Israele- è intervenuta segnalando questo Forum per “uno studio sull’antisemitismo in Italia”. Se consideriamo rappresentativi questi messaggi “la situazione della democrazia in Italia è disperata” dice la Fait. Infatti “quasi tutti gli interventi sono contro Israele e a favore dei gruppi terroristici palestinesi. Non ho letto, se non da parte di qualche rara persona, un intervento che criticasse la scelta inqualificabile di Arafat alla guerra mentre poteva firmare la pace e la nascita della nazione palestinese”. Infine, si sono lette una quantità di accuse “ridicole e pericolose”, mentre si nota “un assoluto silenzio sul terrorismo internazionale islamico. E questo in nome del falso pacifismo italiano. Forse la redazione di Repubblica sarà soddisfatta poiché il forum da essa creato segue la linea del giornale da sempre anti-israeliani”.
Di pietà per la piccola Shalhevet in questo forum, in effetti, quasi non se n’è vista. Di comprensione per i violenti tantissimi.

Già, la pietà per le vittime non è di moda, ed è diventata merce rara su tutti gli scaffali.

barbara

DAMOUR, 9 GENNAIO 1976

Della mattanza di cristiani da parte degli islamici finalmente si comincia a parlare: per molto tempo praticamente tutti, dagli organi di stampa alle autorità ecclesiastiche, sembrano essere stati attivamente impegnati nella congiura del silenzio. Ma anche ora che si comincia a parlarne, si tratta la cosa come se fosse relativamente recente: non lo è. E a farne la storia si dovrebbe partire da molto molto lontano, ossia dalla nascita dell’islam, che da quell’angolo della penisola araba in breve tempo si è espanso in tutto il Nord Africa, e nel Medio Oriente (e in seguito anche in varie parti d’Europa, anche se da lì successivamente ricacciati, in Spagna con la “reconquista” completata nel XIII secolo e dall’altra parte più tardi con la battaglia di Vienna del 1683), prevalentemente ebraici e cristiani – oltre ad altre minoranze. E non si è espanso con la forza della predicazione, bensì con quella delle armi. Non intendo tuttavia ripercorrere un millennio e mezzo di invasioni e occupazioni e stermini e deportazioni e pulizie etniche e genocidi culturali e stupri etnici e conversioni forzate. Mi accontenterò di riproporre un mio vecchio post per richiamare alla memoria un episodio di poco meno di quarant’anni fa, che pochi conoscono e meno ancora ricordano: il massacro di Damour.

Damour era una cittadina accanto all’autostrada Beirut-Sidon, circa 20 chilometri a sud di Beirut, nell’area pedemontana del massiccio libanese. Sull’altro lato dell’autostrada, al di là di una striscia pianeggiante di terra, c’era il Mediterraneo. Era una città di 25.000 abitanti con 5 chiese, tre cappelle, sette scuole tra pubbliche e private ed un ospedale, ove, a spese del comune, vennero curati, assieme ai cristiani, anche i mussulmani dei paesini circostanti.
Il 9 di gennaio 1976, tre giorni dopo la Befana, il parroco di Damour, Don Mansour Labaky, stava praticando il rito maronita della benedizione delle case con acqua santa. Quando stava di fronte a una casa vicina all’adiacente villaggio mussulmano di Harat Na’ami, una pallottola fischiò accanto al suo orecchio e colpì la casa. Poi udì delle raffiche di mitra. Si rifugiò all’interno della casa e apprese presto che la città era stata presa d’assedio. Poco dopo seppe da chi: le truppe di Sa’iqa (terroristi dell’OLP affiliati alla Siria), 16.000 terroristi tra palestinesi, siriani, unità di Mourabitoun, rafforzati da mercenari provenienti dall’Iran, dall’Afghanistan, dal Pakistan e dalla Libia. Don Labaky chiamò subito lo sceicco mussulmano del distretto e gli chiese, come collega spirituale, cosa poteva fare per venire in aiuto della popolazione. “Non ci posso fare nulla”, gli fu detto, “vogliono distruggervi. Sono i palestinesi. Non posso fermarli.”
Mentre le raffiche di mitra e i colpi di mortai continuarono per tutta la giornata, Don Labaky chiamò una lunga lista di politici sia della destra sia della sinistra, chiedendo aiuto. Tutti risposero che non potevano farci nulla. Poi chiamò Kamal Giumblat, rappresentante parlamentare druso del distretto di Damour. “Padre”, disse Giumblat, “non ci posso fare nulla, perché tutto dipende da Yassir Arafat.” E diede il numero personale di Yassir Arafat al sacerdote.
Quando Labaky chiamò il numero in questione, gli fu risposto da un aiutante di Arafat e non potendo raggiungere lo stesso Arafat, Labaky gli disse, “i palestinesi stanno sparando colpi di mortaio e raffiche di mitra contro la mia città. Posso assicurarvi come esponente religioso che non vogliamo la guerra e che non crediamo nella violenza.” E aggiunse che quasi la metà degli abitanti di Damour aveva votato per Kamal Giumblat, un uomo che stava vicino all’OLP.
“Padre, non si preoccupi. Non vogliamo farvi del male. Se vi stiamo distruggendo, lo facciamo solo per pure ragioni strategiche.”
Don Labaky non pensava che non ci fosse da preoccuparsi, anche se la distruzione era “solo per pure ragioni strategiche” e insistette nel chiedere ad Arafat di richiamare i suoi combattenti. Alla fine, l’aiutante disse che loro, il quartiere generale dell’OLP, avrebbero detto loro “di cessare il fuoco”.
Erano già le undici di notte, e il fuoco non aveva cessato, quando Don Labaky chiamò di nuovo Kamal Giumblat per dirgli cosa aveva detto l’aiutante d’Arafat. Il consiglio che Giumblat diede al sacerdote era di continuare a chiamare Arafat e altri amici suoi, “perché”, disse, “non mi fido di lui”.
Mezz’ora più tardi furono tagliate le linee telefoniche, l’acqua e l’elettricità. La prima ondata d’invasione avvenne mezz’ora dopo la mezzanotte, dal lato della città da cui è stato sparato al sacerdote prima. Gli uomini di Sa’iqa assalirono le case e massacrarono quella notte una cinquantina di civili. Don Labaky udì le grida e scese nella strada. Donne in camicie da notte stavano correndo verso di lui strappandosi i capelli e urlando ‘Ci stanno massacrando!’ I sopravvissuti, evacuando quella parte della città, si rifugiarono nella chiesa più vicina. All’alba, gli invasori avevano già preso il quartiere. Don Labaky descrisse la scena come segue:
“La mattina riuscii, nonostante i colpi di mortaio, ad arrivare all’unica casa non occupata per recuperare i cadaveri.
E mi ricordo qualcosa che ancora mi fa rabbrividire. Un’intera famiglia, la Famiglia Can’an, quattro bambini tutti morti, e la madre, il padre, e il nonno. La madre stava ancora abbracciando uno dei bambini. Era incinta. Gli occhi dei bambini erano stati cavati e i loro arti amputati. Erano senza gambe e senza braccia.
Li abbiamo portati via in un Apecar. E chi m’aiutava a portare via i cadaveri? L’unico sopravissuto, lo zio dei bimbi. Si chiamava Samir Can’an. Egli portava con me i resti di suo fratello, di suo padre, di sua cognata e dei poveri bambini.
Li abbiamo sepolti nel cimitero, sotto i colpi di mortaio dell’OLP. E mentre li seppellivamo, trovammo altri corpi ancora nelle strade.”
La città cominciava a difendersi. Duecentoventicinque giovani, la più parte di loro sedicenni, armati di fucili da caccia e senza addestramento militare, resistettero per dodici giorni. La popolazione si nascose nelle cantine con sacchi di sabbia davanti alle porte e alle finestre dei pianterreni.
Don Labaky fece spola tra nascondiglio e nascondiglio per visitare le famiglie e portare loro latte e pane. Spesso incoraggiò i giovani a difendere la città. L’assedio senza sosta alla città causò gravi danni. Dal 9 di gennaio 1976, i palestinesi avevano tagliato l’acqua e qualsiasi rifornimento di viveri e rifiutavano alla Croce Rossa di evacuare i feriti.
Neonati e bambini morirono di disidratazione. Solo tre altri cittadini caddero sotto il fuoco dell’OLP tra il primo e l’ultimo giorno dell’assedio che terminò il 23 gennaio del 1976. Però, quel giorno, quando avvenne il massacro finale, centinaia di cristiani furono ammazzati, come racconta Don Labaky:
“L’attacco cominciò dalle montagne. Era un’apocalisse. Vennero in migliaia, urlando a squarciagola ‘Allahu akbar! Iddio è grande! Attacchiamoli in nome degli arabi, offriamo un olocausto a Maometto’. E massacrarono chiunque li si metteva sul cammino, uomini, donne e bambini”.
“Intere famiglie sono state uccise nelle loro case. Molte donne furono violentate in gruppo, alcune di loro furono lasciate vive. Una donna salvò la sua figlia adolescente dalla violenza sessuale spalmando la sua faccia con dell’indaco per farla apparire ripugnante. Mentre le atrocità continuavano, gli invasori si scattavano delle foto e le offrirono, più tardi, per soldi ai giornali europei.”
“Alcuni sopravissuti testimoniarono l’accaduto. Una ragazza sedicenne, Soumaya Ghanimeh, testimoniò la fucilazione del padre e del fratello da parte di due degli invasori, e vide la propria casa, assieme alle case dei vicini, saccheggiata e bruciata. Ella disse:
‘Quando mi stavano portando in strada, tutte le case intorno a me stavano bruciando. Di fronte alle case erano parcheggiati dieci camion nei quali erano stipati i bottini. Mi ricordo quanto ero spaventata dal fuoco. Stavo urlando. E per molti mesi non riuscii a sopportare che qualcuno accendesse un fiammifero accanto a me. Non ne sopportavo il puzzo.’
“Lei e sua madre, Mariam, assieme alla sorella più piccola e al fratellino neonato, sono stati risparmiati dall’essere fucilati in casa quando si nascose dietro a un palestinese cercando protezione da un fucile puntato contro di lei. Urlò: ‘Non permettergli d’ucciderci!’ e l’uomo accettò il ruolo di protettore che la ragazza gli aveva inaspettatamente assegnato. ‘Se li ammazzi, devi ammazzare anche me, disse al suo commilitone. Così vennero risparmiati, radunati con altri nelle strade e caricati sui camion che li portarono al campo palestinese di Sabra a Beirut, ove vennero imprigionati in una prigione sovraffollata. ‘Dovevamo dormire per terra, e faceva un freddo cane.'”
Quando Don Labaky trovò i corpi carbonizzati del padre e del fratello in casa Ghanimeh non poteva neppure distinguerne il sesso. Nella frenesia di voler, a tutti costi, infliggere il massimo dell’umiliazione alle loro vittime, come se neppure i limiti assoluti della natura umana potessero fermarli, gli invasori devastarono le tombe e sparsero le ossa dei defunti nelle strade. Chi era riuscito a scappare dal primo attacco continuava a scappare con ogni mezzo, con le macchine, con i carri, con le bici e con le moto. Alcuni si rifugiarono sulla spiaggia sperando di poter scappare con le barche a remi. Ma il mare era in tempesta e l’attesa della salvezza era troppo lunga, erano consapevoli dell’eventualità che i loro nemici potevano accanirsi contro di loro a qualunque momento.
Circa cinquecento persone si radunarono nella chiesa di Sant’Elia. Don Labaky arrivò lì alle sei del mattino quando i tumulti dell’attacco l’avevano svegliato. Predicò un sermone sul significato del massacro d’innocenti. E non sapendo che consigliare disse: “Se vi dicessi di rifugiarvi sulla spiaggia, so che vi ammazzeranno. Se vi dicessi di rimanere qui, so che vi ammazzeranno”.
Un vecchietto suggerì di esporre una bandiera bianca. “Forse ci risparmieranno se ci arrendiamo.” Don Labaky gli diede il suo benestare e mise una bandiera bianca sulla croce processionale che stava davanti alla chiesa. Dieci minuti tardi sentirono bussare alla porta, tre colpi in successione rapida, poi altre tre volte tre colpi in successione rapida. Rimasero impietriti. Don Labaky disse che andava lui a vedere chi ci fosse. Se era il nemico, magari li risparmiavano. ‘Ma, se ci ammazzano, perlomeno moriremo tutti insieme e avremo una bella parrocchia in cielo di 500 persone senza posti di blocco che ci separano”. Risero e il sacerdote aprì la porta.
Non era il nemico, ma due cittadini di Damour che erano riusciti a scappare e che avevano visto la bandiera bianca dalla spiaggia. Erano venuti per metterli in guardia sul fatto che la bandiera bianca non sarebbe stata di nessun aiuto. ‘Anche noi abbiamo issato una bandiera bianca davanti a Nostra Signora e ci hanno sparato addosso.’
Di nuovo discussero quello che c’era da fare. Labaky gli disse che una sola cosa sarebbe rimasta a fare, anche se era ‘impossibile’: pregare affinché Iddio perdonasse coloro che stavano per venire a ucciderli. Mentre pregavano, due dei giovanissimi difensori della città che, a loro volta, avevano visto la bandiera bianca entrarono e dissero ‘Correte verso la spiaggia adesso, vi copriremo.’ I due giovani stavano davanti al portale della chiesa e spararono nella direzione dalla quale proveniva il fuoco dei fedayin. Ci vollero dieci minuti finché tutte le persone presenti nella chiesa poterono lasciare la città. Tutti e cinquecento sono riusciti, meno un vecchietto che non poteva camminare e che avrebbe preferito morire davanti alla propria casa. Non è stato ucciso. Don Labaky lo trovò settimane più tardi in una prigione dell’OLP e sentì quello che è successo dopo che lui era scappato.
Un paio di minuti dopo che erano scappati, ‘venne l’OLP e bombardò la chiesa senza entrarvi. Buttarono giù la porta e gettarono le granate. Sarebbero rimasti tutti uccisi se non fossero scappati.
Don Labaky aveva condotto la sua congregazione lungo la spiaggia di Camille Chamoun. Quando arrivarono lì, videro che era stata già saccheggiata e parzialmente bruciata. Trovarono, comunque, protezione in un palazzo di un mussulmano che ‘non era d’accordo con i palestinesi’, e successivamente riuscirono a prendere il mare in piccole imbarcazioni, nelle quali salparono verso Jounieh. ‘Una povera donna dovette partorire in una piccola barca nel mare invernale in tempesta’.
In tutto, 582 persone morirono nell’assalto a Damour. Don Labaky tornò con la Croce Rossa per seppellirli. Molti dei cadaveri erano stati smembrati e dovettero contare le teste per stabilire il numero delle vittime. Tre delle vittime maschili furono trovati con i loro genitali amputati e messi nel cavo orale. (pratica mussulmana d’umiliazione post mortem assai nota dalla guerra d’Algeri in poi, NdT).
Ma l’orrore non finì lì, anche il vecchio cimitero cristiano venne profanato, i sarcofaghi aperti, i morti spogliati dei loro vestiti, le cassette delle elemosine saccheggiate, e le ossa e gli scheletri sparsi sul camposanto. Dopo Damour fu trasformata in un baluardo di Al-Fatah e del PFLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina). Le rovine di Damour divennero uno dei maggiori centri dell’OLP per la promozione del terrorismo internazionale. La chiesa di Sant’Elia è stata trasformata in un’autorimessa atta alla riparazione dei veicoli dell’OLP, così come in un poligono di tiro con i bersagli dipinti sul muro orientale della navata.
Il comandante delle forze terroristiche che si accanirono, il 23 gennaio del 1976 era Zuhayr Muhsin, capo di al-Sa’iqa, noto d’allora alla popolazione cristiana libanese come il ‘macellaio di Damour’.
Fu assassinato il 15 luglio del 1979 a Cannes, nel sud della Francia. (tradotto dall’inglese da Motty Levi)

Da un’altra fonte: 586 cristiani massacrati, centinaia d’altri feriti, molti bambini mutilati, donne e ragazzine violentate e poi uccise, oltre 600 donne portate come ostaggi nei campi di Sabra, Chatila e Tal Alzathar, intere settimane di continui stupri di donne poi mutilate e appese a testa in giù.
Non c’erano giornalisti in quel tempo, a quanto pare, in Libano. Evidentemente dovevano essere troppo impegnati da qualche altra parte. Ci sono arrivati in massa invece sei anni e mezzo dopo: quando Israele, stanca di subire incursioni armate e attacchi terroristici palestinesi dal Libano, ha deciso di intervenire. Sono arrivati, hanno visto il Libano ridotto in macerie da anni e anni di guerra civile scatenata dai palestinesi (circa 160.000 morti: quasi un decimo della popolazione) e hanno detto cazzarola ma tu guarda che macello che hanno combinato sti bastardi fetenti di israeliani, oh yes! E ancora stanno continuando. Oh yes.
Damour1
Damour2
damour-donne stupr
donne stuprate

damour-distruz
distruzioni

damour-vandalismo
vandalismo

damour-waiting
sulla spiaggia, in attesa di fuggire

damour-fuga
fuga sulle barche

damour_cheer
festeggiamenti palestinesi per il successo dell’impresa

Fin qui il post precedente, al quale aggiungo due commenti lasciatimi all’epoca.  

È la prima volta che leggo il resoconto della strage di Damour scritta così ordinatamente. A quei tempi la frontiera era praticamente ancora aperta e i pastori libanesi raccontavano ai nostri pastori orribili particolari a cui non credevamo troppo. Un bel giorno però su un giornale arabo israeliano è stata pubblicata la storia di quella povera gente. Qui più sopra qualcuno ha scritto che tale crudeltà ha origini culturali e religiose. Credo che abbia ragione, il villaggio arabo vicino al mio kibbuz era alle origini un villaggio cristiano di maroniti. Poi sono arrivate diverse famiglie arabe e siccome fanno un sacco di figli in pochi anni sono diventati un terzo degli abitanti (oggi sono la metà). Nel mio kibbuz lavorava un arabo cristiano di quel villaggio che un giorno ha chiesto asilo da noi per la sua famiglia perché quando all’inizio della guerra di Yom Kippur pareva che Israele stesse perdendo, i mussulmani di quel villaggio hanno comprato tutti i coltelli da cucina che c’erano nei tre negozi del villaggio per sgozzare i cristiani appena vinta la guerra. È inconcepibile, eppure è la verità. (Ariela)

Il fiume che attraversa la regione aveva le acque rosse di sangue in permanenza, i profughi si muovevano di notte in gruppi cercando di non fare rumore e percorrere i pochi km che dividono Damour da Beyrouth fu un viaggio che poté durare anche più di una settimana.
I palestinesi chiedevano a molti di abiurare e convertirsi all’Islam ma la gente rifiutava e così gli veniva spaccata la testa a sassate. Questo accadde allo zio e alla sua famiglia di un giovane libanese che ho conosciuto e che nelle circostanze ha maturato una scelta religiosa che lo ha portato in un convento, si è sentito chiamato ad espiare con la preghiera le atrocità dell’uomo sull’uomo.
Mentre mi parlava lo vedevo rivivere quei giorni terribili e capivo il suo sforzo di evitarmi le descrizioni più crude. (latinorum)

Come potete vedere, le atrocità di cui oggi leggiamo, torture a sangue freddo, mutilazioni, smembramenti, sevizie sui bambini, sono vecchia storia che molti purtroppo, troppi, da questa parte del mondo, hanno scelto di fingere di non vedere. E ancora continuano. (E poi andate a leggere questo, che magari potrebbe sembrarvi che non c’entri tanto, e invece sì che c’entra)

barbara

E OGGI PARLIAMO DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

(No, non quella)

Cari amici,
lo sappiamo tutti, ognuno ha i suoi eroi. Chi Charlie Brown e chi Balotelli, chi Freud e chi Simona Ventura, chi Garibaldi e chi Celentano. E naturalmente vale il motto: dimmi chi è il tuo eroe e ti dirò chi sei: soprattutto per i politici, che magari possono provare a imitare i loro eroi più dei comuni mortali.
Vi dico questo perché abbiamo avuto il privilegio di sapere chi è l’eroe di uno dei politici più importanti del nostro tempo, il grande (non di statura, ma di importanza storica) presidente dell’Autorità Palestinese, anzi dello Stato di Palestina, come ha deciso di chiamarla dopo il riconoscimento dell’Onu: Mahmoud Abbas, detto dagli amici Abu Mazen, la terza persona della trinità palestinese.
(Non sapete nulla della trinità palestinese? Malissimo, ne hanno scritto in tanti, fra l’altro il giornale Al-Hayat Al-Jadida, il 30 novembre scorso: “Gesù è palestinese, il martire Yasser Arafat è palestinese, Mahmoud Abbas, il messaggero di pace sulla terra, è un palestinese. Quanto è grande questa Santissima Trinità della nazione!”, un modello di accuratezza storico-teologica da cui abbiamo tutti da imparare, e prego i miei amici cristiani di prenderne nota: http://palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=8250)
Dunque dovete sapere che questa persona della santissima Trinità Palestinese, nonostante la sua dignità storico-teologica, ha un eroe tutto suo e che questo eroe non è nessuno dei suoi due predecessori, forse perché, secondo l’originale teologia politica palestinese, ne condivide la natura, appartenendo alla stessa Trinità. No, il suo eroe è un altro. Eccovelo rivelato.  (http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/163916#.UOvYfHeyl-x). Il suo nome è Hajj Amin al-Husseini, il suo titolo (attribuitogli dal commissario inglese Samuel contro la volontà del consiglio dei musulmani di Gerusalemme, questo è interessante perché mostra la permanente saggezza politica britannica e la continuità degli ebrei che pensano di fare bene lasciando spazio ai nemici del loro popolo: http://it.wikipedia.org/wiki/Amin_al-Husseini) è Gran Muftì di Gerusalemme, di mestiere faceva il genocida in particolare, ma non solamente di ebrei. Il suo apprendistato lo fece infatti durante gli anni Dieci del Novecento nell’esercito turco che perpetrava il genocidio armeno, poi guidò una guerriglia antibritannica, premiata col titolo religioso cui non aveva diritto perché privo dell’istruzione adeguata, negli anni Venti e Trenta si dedicò all’organizzazione di pogrom antiebraici nel territorio del Mandato britannico (le famose stragi di Hebron e di Safed). Poi, quando scoppiò la guerra fuggì in Germania, dove fu accolto con tutti gli onori dal Führer, che gli affidò la costruzione di una brigata SS in Bosnia, la consulenza per la gestione della Shoà, la propaganda alla radio in Arabo, e un congruo stipendio per tutte queste nobili attività. Dopo la sconfitta del nazismo tornò in Medio Oriente, aiutò ad ammazzare il re di Giordania che voleva fare la pace con Israele, fondò l’organizzazione terroristica palestinese che poi sarebbe diventata l’Olp e adesso lo “stato di Palestina” (http://www.focusonisrael.org/2010/01/21/nazismo-hitler-mufti-gerualemme/, per un film con le immagini del suo incontro con Hitler guardate qui: http://www.youtube.com/watch?v=d51poygEXYU).
Forse non ho reso sufficiente onore a questa figura straordinaria di combattente per la libertà, ho omesso qualche sua meritoria azione, ma credo che abbiate capito il tipo, e magari ne avete sentito già parlare, dato che l’uomo è giustamente famoso. L’aspetto interessante e nuovo, che voglio sottolinearvi è questa scelta di Abu Mazen (http://atlasshrugs2000.typepad.com/atlas_shrugs/2013/01/abbas-salutes-hitlers-mufti-and-murdering-jihadis-in-anniversary-address-.html): scelta giusta, scelta meditata, scelta vincente. Certo, purtroppo i tempi non sono più quelli, non c’è più il Reich e invece c’è l’orribile entità sionista che ha l’inaudita pretesa di difendersi dalla giusta collera islamica. Ma che volete, ognuno deve subire le sue tribolazioni e il nostro Muhammed Abbas sopporta virilmente le sue, subisce addirittura l’onta che i più sciocchi della razza nemica lo chiamino “partner per la pace”. Ma adesso sappiamo che cosa sogna di essere e possiamo con più convinzione inchinarci alla sua gloria di terza persona della Trinità, cioè di Spirito Santo Palestinese.
Ugo Volli (Informazione Corretta)

Ma noi…

barbara

ALLORA L’ANTISEMITISMO È UNA COSA BUONA?

Sale e scende. Vira a destra e poi a sinistra. Ma non sparisce mai. Proprio mai. È troppo radicato nell’animo europeo, troppo inciso nelle menti del vecchio continente.  Così tanto inserito nel humus più profondo da venire totalmente dimenticato. L’antisemitismo. Quando il signor Nobel descrisse le modalità di assegnazione del premio per la pace, fu molto preciso al riguardo. “Dovrà essere assegnato alla persona che avrà svolto la maggiore o migliore attività per promuovere la fratellanza tra le nazioni, l’abolizione o la riduzione degli armamenti e l’organizzazione di conferenze per la pace” (qui).
Quest’anno il Nobel per la Pace è stato assegnato all’Unione Europea. Ebbene sì, il medesimo luogo dove pochi mesi fa un padre e due suoi figli sono stati trucidati a colpi di arma da fuoco davanti ad una scuola di Tolosa per la gravissima colpa di essere ebrei. Ebbene ancora sì, lo stesso agglomerato di stati dove viene permessa e non punita l’interruzione con urla, slogan, striscioni e spintoni di spettacoli, di cori, di proiezioni cinematografiche aventi come comune denominatore un solo fattore: Israele.
La stessa culla culturale di quelle università che boicottano costantemente qualsiasi intervento, conferenza e presenza di professori che provengano dal suolo israeliano o intendano parlare di Israele in maniera non negativa (qui, nell’ultima parte della relazione).
Ebbene ancora una volta, sì. Lo stesso suolo su cui negli anni ’40 procedevano verso la morte persone con indosso una stella gialla e nel cuore la preghiera dello shemà. Lo stesso continente dove il sangue di 6 milioni di persone innocenti è stato versato. Ebbene sì, anche questo fenomeno è spiegabile. Il Premio Nobel per la Pace viene assegnato da una commissione di cinque persone scelte dallo Storting, il parlamento norvegese. Secondo la definizione che l’Unione Europea stessa dà di antisemitismo, molti dei membri del parlamento norvegese sono antisemiti. (Dr.Manfred Gesternfeld, Behind the Humanitarian Mask). Per chiarezza, basti ricordare la reazione dell’ex primo ministro norvegese Kare Willock alla scelta di Rahm Emanuel a capo dello staff presidenziale da parte di Obama: “Non è molto promettente (come Presidente, n.d.a) se sceglie un capo di staff ebreo” (29 marzo 2011 “Norway to Jews: You’re Not Welcome Here” di Alan Dershovitz, professore di diritto a Harvard).  E per piacere non si trascuri l’assegnazione del Nobel per la Pace 2001 alle Nazioni Unite (un posto dove chiunque desideri distruggere un paese può ottenere un pulpito e microfono e dichiararlo al mondo intero. Vedi Ahmadinejad) e al suo segretario generale Kofi Annan. Così quando il Nobel per la Pace 2012 viene assegnato all’Unione europea per “gli oltre sei decenni di contributo all’avanzamento della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani” proprio nel momento in cui l’antisemitismo dilaga in maniera travolgente attraverso stati e oltre confini, sorge una domanda legittima e molto preoccupante: secondo i canoni europei l’antisemitismo è considerato un avanzamento della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani?

Gheula Canarutto Nemni

Sembrerebbe proprio di sì: l’antisemitismo è cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, e chi lo pratica meglio e con maggiore impegno viene giustamente premiato. Così come viene giustamente premiato il terrorismo, come ci è stato insegnato dall’assegnazione del medesimo prestigioso premio a Yasser Arafat dopo che, lo stesso giorno in cui aveva firmato la “Declaration of Principles” nel giardino della Casa Bianca, nel 1993, aveva spiegato la sua azione alla TV giordana: “Visto che non possiamo sconfiggere Israele con la guerra, dobbiamo farlo in diverse tappe. Prenderemo tutti i territori della Palestina che riusciremo a prendere, vi stabiliremo la sovranità, e li useremo come punto di partenza per prendere di più. Quando verrà il tempo, potremo unirci alle altre nazioni arabe per l’attacco finale contro Israele”. Per questo è stato premiato, e per questo si continua a premiare chi pratica la nobile arte dell’antisemitismo e persegue la cancellazione di Israele.

barbara

OGGI RICORRE UN ANNIVERSARIO

E lo ricordo con le parole di Ugo Volli.

Non dimentichiamo
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,

una delle abitudini dei giornali è quella di dedicare grandi paginate agli anniversari: centenari, bicentenari, cinquantenari. Diciamo che è un po’ una mancanza di fantasia. C’è anche un certo numero di pagine Internet dedicate al tema,  secondo cui sarebbero passati 1200 anni dall’editto di Caracalla che concesse la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero nel 212 (in realtà sono 1800, se la mia aritmetica non sbaglia, ma non fa differenza), 500 anni dalla morte di Vespucci, cento da quella di Pascoli e dalla concessione del suffragio universale in Italia (universale sì, ma solo per gli uomini…). Nel 2013 sappiamo già che dovremo festeggiare il secondo centenario della nascita di Giuseppe Verdi e il settimo di Boccaccio: attenzione per gli studenti che fanno la maturità e per i redattori delle pagine culturali. Ma ci sono degli anniversari che bisogna ricordare, anche se non fanno cifra tonda. Oggi, per esempio, ricorre il ventisettesimo anniversario del dirottamento dell’Achille Lauro, la nave italiana che fu assalita da un commando palestinese esattamente il 7 ottobre 1985. Come andarono le cose si sa: ci fu una “mediazione” di Arafat, che spedì a bordo il suo vice Abu Mazen (vi dice qualcosa questo nome?) a bordo, con l’ordine di ritirarsi, avendo ottenuto una promessa di impunità per il dirottamento. Sennonché i terroristi non avevano fatto solo “propaganda armata”, si erano presi il gusto di ammazzare un cittadino americano ebreo, giusto per chiarire in piccolo qual era lo scopo della loro “lotta”: Leon Klinghoffer, paralizzato e dunque incapace di sottrarsi alla vigliaccheria dei terroristi. Dopo varie vicissitudini, gli americani riuscirono a bloccare su suolo italiano il commando terrorista in fuga, con l’intenzione di portarlo a un regolare processo. Lo impedì con le armi dei carabinieri Craxi, allora presidente del consiglio col pretesto di  “difendere la dignità nazionale”: un gesto che probabilmente gli valse il rifugio a Tunisi qualche anno dopo, durante la tempesta giudiziaria e politica di “Mani pulite” (clic). Perché ricordare questo anniversario? Perché ogni tanto si tende a dimenticare che la dirigenza attuale dei palestinesi – tutta, non solo Hamas – si è formata ed è stata selezionata in decenni di attività terrorista. Gli accordi di Oslo (del ’93, contemporanei di Mani pulite…) furono motivati dall’illusione di una parte della politica israeliana che l’Olp fosse disposto a chiudere definitivamente questa fase e a dedicarsi in buona fede alla costruzione di un’economia e di uno stato per la loro popolazione, rinunciando alla lotta armata e all’intenzione di distruggere Israele, magari paralizzandolo prima e seguendo il modello del delitto Klinghoffer. Fu per l’appunto un’illusione: lo spostamento dell’apparato dell’Olp nel territorio dato loro dagli accordi comportò un aumento del numero e della gravità degli attentati e una militarizzazione della società araba dei territori, che esplose poi nell’ondata terroristica 2000-2004.
Da allora le cose non sono cambiate sostanzialmente, come non è mutata l’ideologia palestinese. Solo la loro tattica si è fatta più sofisticata, includendo un vittimismo propagandistico e un ricorso sistematico al sistema dei media e degli organismi internazionali. Anche la tolleranza, per non dire la complicità, col terrorismo dei “progressisti” occidentali non è cambiata, è solo anch’essa diventata più sofisticata e complessa sul piano diplomatico, politico, mediatico, giudiziario.
Per questo bisogna ricordare Klinghoffer e le migliaia di vittime del terrorismo palestinese, come quest’estate si è fatto con gli atleti di Monaco. Per evitare che lo schermo fumogeno delle flottiglie, dei ricorsi all’Onu, delle denunce, dei rituali terzomondisti occulti la semplice base omicida del terrorismo palestinese.

In precedenza questi avvenimenti erano stati ricordati qui e qui.

barbara