DIOCESI BATTE FUOCO 1:0

“Una civiltà che trasforma Notre Dame in una Disneyland è finita”

Approvata la ristrutturazione che farà della cattedrale il tempio del kitsch. Intervista per la newsletter al filosofo della Sorbona Jean-François Braunstein: “Ci adoreranno Pachamama?”

“L’incendio di Notre-Dame non è né un attacco né un incidente, ma un tentativo di suicidio” (Alain Finkielkraut)

La commissione di esperti del patrimonio francese ha dato il via libera alla controversa ristrutturazione degli interni di Notre Dame, nonostante le critiche di un centinaio di personalità che parlano di un “vandalismo politicamente corretto” del capolavoro gotico, racconta il Telegraph. Stéphane Bern, che il presidente Emmanuel Macron ha incaricato di raccogliere fondi per salvare i tesori del patrimonio francese in rovina, si è unito ad artisti e accademici di alto profilo per firmare una petizione contro i piani di ristrutturazione della cattedrale danneggiata dall’incendio del 16 aprile 2019. Le parti esterne dell’edificio saranno riportate al loro antico splendore. Gli interni saranno invece cambiati con un’enfasi sull’Africa e l’Asia, giochi di luci in mandarino e arabo e l’ultima cappella che sarà all’insegna dell’ambientalismo.
Il ministero della Cultura ha fatto sapere che il pioniere della street art Ernest Pignon-Ernest, così come altri artisti come Anselm Kiefer e Louise Bourgeois, sono tra i nomi presi in considerazione. Il Wall Street Journal lo ha definito “il piano incendiario per Notre Dame”. Verranno risistemati elementi come il tabernacolo e il battistero. La petizione su Le Figaro, intitolata “Notre-Dame de Paris: Ciò che il fuoco ha risparmiato, la diocesi vuole distruggere“, ha espresso orrore per il progetto approvato. Il rifacimento “riduce a nulla i disegni pazientemente elaborati da Viollet-le-Duc”, il celebre architetto che restaurò la cattedrale dopo le devastazioni della Rivoluzione francese nel tentativo di riportarla allo spirito del cristianesimo medievale.
Lo storico dell’arte Didier Rykner su La Tribune de l’art descrive il progetto come “brutto, indegno di Notre-Dame e che deve essere contrastato dagli amanti del patrimonio”. Rykner descrive nel dettaglio lo scempio che si vorrebbe attuare: “Altari interamente spogliati non solo del loro arredamento (ostensori, candelabri…), ma anche delle sculture; confessionali rimossi da tutte le cappelle laterali e cappelle che saranno riempite da opere d’arte contemporanea, di cui non si sa nulla”.
Notre Dame ha quasi mille anni. Scampata al Medioevo, al terrore della Rivoluzione francese, a due guerre mondiali e all’occupazione nazista, rischia di non sopravvivere alla barbarie kitsch della cultura europea post-cristiana nel 2021.
Ne parlo in esclusiva per la newsletter con Jean-François Braunstein, che insegna Filosofia all’Università Sorbona di Parigi (da Einaudi è uscita la sua Storia della psicologia) e fra i firmatari dell’appello su Le Figaro.

Quali sono le radici di questo “vandalismo politicamente corretto”? Postmodernismo? Kitsch? Mero denaro? Nel suo discorso su Notre-Dame, Emmanuel Macron non seppe neanche pronunciare la parola “cattolico” o “cristiano”…
Su Notre Dame, la cosa più sorprendente è che è la diocesi a prendere l’iniziativa di un progetto il cui scopo è trasformare Notre Dame in un luogo puramente turistico, il che non può che far piacere al Comune di Parigi, che sta trasformando tutta la capitale in una specie di Disneyland. Sai che la Sorbona viene gradualmente svuotata delle sue classi e trasferita in uno dei peggiori sobborghi, Aubervilliers? La Sorbona originaria sarà utilizzata come luogo di incontro o ‘di prestigio’ e affittata per vari eventi e riprese. Anche il vecchio Palazzo di Giustizia è stato in parte svuotato. Anche l’Hotel Dieu sarà trasformato in un luogo di eventi e tutta Parigi diventerà una sorta di zona turistica dove le auto saranno presto bandite dalle strade: nel 1°, 2°, 3°, 4° arrondissement e in parte del 5° e 6° arrondissement. Tutto il centro di Parigi viene assassinato e le gallerie d’arte del 6° si preparano a trasferirsi. L’offensiva turistica incontra l’offensiva modernizzante e kitsch della diocesi, incapace di conservare la bellezza di Notre Dame. C’era un progetto molto più rispettoso che consisteva nel far lavorare sul posto artigiani e restauratori. Ora invece dovremo accontentarci di musica di sottofondo e proiezioni di ‘parole’ sui ‘muri’, con panchine luminose e rimovibili, come in una specie di aeroporto. Il cuore di questo progetto è rendere ordinario ciò che era sublime… È incredibile che sia la diocesi in prima linea su questo e significa, secondo me, che il cattolicesimo sta scomparendo ad alta velocità, sotto la direzione di questo ‘Papa’ che non crede più in nessuna trascendenza e di un arcivescovo di Parigi che è stato costretto a dimettersi per storie di relazioni femminili… Naturalmente, sembra che ci sarà un po’ di propaganda ambientalista, con riferimenti alla ‘Laudato Si’ e forse anche alla Pachamama…Didier Rykner, uno storico dell’arte che è all’origine della petizione, ha detto su La tribune de l’art: ‘Ricordiamo che l’interpretazione del Concilio Vaticano II fatta dalla Chiesa francese ha portato nel nostro paese alla più importante ondata di vandalismo degli edifici religiosi dalla Rivoluzione francese’. Credo che abbia ragione e che questo vandalismo continui… Una pura catastrofe. È molto significativo che a protestare siano storici dell’arte, studiosi e non tanto i credenti, il che è un pessimo segno.
Ha ragione Jean Clair a scrivere che l’angelo custode della nostra tradizione è volato via?
La frase di Clair mi sembra molto appropriata. La gente comune è stata devastata dall’incendio di Notre Dame; la Chiesa e il Comune di Parigi lo vedono come un’opportunità per fare affari.
Sei cattedrali, senza contare decine di chiese, sono state bruciate in questi due anni in Francia. E se la ristrutturazione di Notre Dame rientrasse in questo crollo delle radici francesi?
Hai ragione, il numero di chiese che bruciano in Francia è estremamente alto e credo di sapere chi siano i piromani… In ogni caso, la Chiesa in Francia oggi non è all’altezza di conservare il suo straordinario patrimonio. La civiltà si sta indebolendo, ma parlerei piuttosto di un esaurimento della nostra civiltà…
Giulio Meotti

“Solo degli imbecilli possono pensare di sfigurare Notre Dame”

Eric Zemmour, un ebreo più cattolico dei vertici della Chiesa: “Macron e dei preti progressisti hanno deciso che la cattedrale debba continuare a perire tra le fiamme del politicamente corretto”

Dal settimanale Le Point traduco l’articolo di Eric Zemmour contro il rifacimento di Notre Dame. Il paradosso è che, come racconta oggi il New York Times, la diocesi aveva chiesto alla commissione persino di poter rimuovere le statue dei santi dalle cappelle. Il paradosso è che le voci più forti a difesa dell’integrità di Notre Dame sono arrivate da intellettuali ebrei come Zemmour, Finkielkraut e Pierre Nora. La “cancel culture” appare davvero come il fiume carsico della coscienza occidentale.

***

Miei compatrioti,
da mesi è in corso un progetto volto a decostruire la cattedrale di Parigi con il pretesto di restaurarla. Da ieri è entrato nella sua fase di realizzazione.
Amanti dello splendore della nostra civiltà, non possiamo tacere di fronte a questa spaventosa impresa volta a snaturare l’edificio più visitato al mondo, il baricentro della cristianità francese e il simbolo della nostra Nazione.
Cosa avrebbe dovuto decidere Emmanuel Macron la mattina dopo l’incendio? Ricostruire la cattedrale in modo identico, dentro e fuori. Invece, mosso da un orgoglio selvaggiamente fuori luogo, Macron lanciò un concorso per modernizzare la cattedrale e creò una struttura opaca destinata a soddisfare i suoi capricci.
Poi, il fascicolo di Notre-Dame è stato nascosto sotto il sigillo della segretezza più assoluta. Fino a quando non abbiamo saputo che era nato un nuovo progetto, volto a stravolgere radicalmente l’interno della cattedrale. Macron ne è così soddisfatto che ha invitato all’Eliseo il designer principale, un prete progressista con sogni nebulosi. Il Presidente della Repubblica sta cercando di far passare i fan di Notre-Dame come antiquati. Ma da quando in qua la modernità consiste nello sfigurare un capolavoro incredibile e nel sostituirlo con una fantasia idiota?
A due anni dall’incendio, la nostra cattedrale continua a perire tra le fiamme del politicamente corretto. ‘Spazi emotivi’, ‘cappella ecologica’, ‘viaggi iniziatici’, ‘pittura astratta’: fra astrazioni imbecilli e kitsch, i demoni del wokismo hanno messo gli occhi sul tesoro più commovente di Parigi.
I capi di questo progetto mostrano una percezione distorta e viziosa della storia. C’è una ragione per tutto questo: a loro non piace la Francia. Considerano, come dice lo stesso Macron, che ‘non esiste una cultura francese’. Incoraggiano tutto ciò che può decostruire il cuore della nostra civiltà.
Non è ancora troppo tardi. Macron deve dare l’ordine di cancellare questo progetto il prima possibile. E, se per caso si ostinasse a lasciar sfigurare la cattedrale di Parigi, quando sarò eletto Presidente della Repubblica, prometto solennemente che Notre Dame tornerà a essere Notre Dame.
Viva la nostra Storia, viva la nostra Arte e, soprattutto, viva la Francia.
Giulio Meotti

Ho letto tra l’altro, non ricordo più dove, che – orrore degli orrori – tutte queste aberrazioni non riguardano principalmente la parte distrutta dal fuco e quindi da ricostruire ex novo, bensì le parti rimaste intatte, cioè quelle sulle quali il fuoco non ha creato la necessità di mettere le mani. Io mi auguro che il giorno in cui inizieranno i lavori tutti i francesi con ancora un cervello funzionante vadano a fare da scudi umani alla cattedrale, impedendone il secondo scempio – molto peggiore di quello operato da fuoco.

barbara

SELVAGGIA AGGRESSIONE TRANSOFOBA

Gli ultracattolici di Verona che vogliono riportarci al medioevo? No: gli algerini. Ad Algeri? No, a Parigi, in Place de la République, praticamente nel cuore della città, a due passi dalle isole della Senna, dal Centro Pompidou e da una mezza dozzina di altri importanti musei, dal cimitero di Père Lachaise… Voglio dire, non nelle periferie degradate che già da tempo abbiamo date per perse. È il cuore di Parigi che dobbiamo rassegnarci a dare per perso, ora.

E speriamo che prima o poi non

barbara

POI VENITECI A DIRE CHE EURABIA È UN’INVENZIONE

Per il primo dei tre capitoli eurabiani di questo post andiamo a Parigi, dove Marine Le Pen, per avere pubblicato foto degli orrori perpetrati dall’ISIS, queste per la precisione,
foto Marine Le Pen
ha ricevuto l’intimazione a sottoporsi a visita psichiatrica. Vi ricordate l’Unione Sovietica? Con Stalin i dissidenti finivano nei GULAG, in Siberia, da cui pochi uscivano vivi. Morto Stalin, il suo successore, Krusciov il Buono praticamente quasi Santo, ammorbidì, almeno formalmente, la lotta alla dissidenza, e la Siberia fu gradualmente, anche se non del tutto, sostituita dal manicomio. Ora, nella lotta alla dissidenza al Pensiero Unico (l’Islam è buono, l’Islam è pace, quegli orrori non vanno mostrati perché turbano le anime sensibili – le morti in mare dei clandestini che danno l’assalto all’Europa invece, non importa se vere o tarocche, vanno mostrate a ripetizione, meglio se di bambini, ma questa è un’altra storia), si riparte dal basso, per non rischiare di fare schizzare la rana fuori dalla pentola, se l’acqua è da subito troppo calda, per poi arrivare alle magnifiche vette del magnifico Grande Padre Stalin.

Spostiamoci ora di duecento chilometri verso nord ovest, e arriviamo a Londra, dove la presa di possesso del territorio da parte della popolazione islamica, con la creazione di no-go-zones e di corti islamiche che sostituiscono la Giustizia dello stato e tutta una serie di comportamenti intimidatori, ha portato l’antisemitismo, mai del tutto sopito, a livelli mai prima conosciuti.

Saliamo ancora, sempre verso nord ovest, di qualche altro centinaio di chilometri, e approdiamo a Belfast, dove assistiamo a questo incredibile episodio.

«Critica l’islam: consigliera perde il lavoro»

Chi critica l’islam finisce male. Non solo perché riceve minacce da integralisti o da fanatici che guai a muovere qualche obiezione nei confronti di Maometto o del Corano. Ma perché mette a rischio il posto di lavoro, o l’incarico pubblico che ricopre. È quello che è successo a Jolene Bunting, consigliere comunale indipendente di Belfast, Irlanda del Nord, che è stata sospesa dal suo ruolo per quattro mesi. Mai un provvedimento del genere era stato adottato. Il motivo della sospensione risiede nel fatto che la Bunting è accusata a vario titolo di aver criticato l’islam, e in tutto ha collezionato 14 denunce. Jolene Bunting è un consigliere indipendente, anche se in passato ha militato nel partito unionista TUV. Secondo le accuse la consigliera avrebbe arrecato un danno di immagine al consiglio comunale di Belfast e che non avrebbe rispettato il Codice di condotta del governo locale. La colpa della Bunting è quella di aver fatto commenti definiti denigratori sull’islam durante le riunioni del consiglio e aver appoggiato le analoghe dichiarazioni Jayda Fransen, del gruppo di estrema destra Britain First, già finita in manette per incitamento all’odio. La Bunting è stata denunciata anche per aver partecipato al raduno contro il terrorismo al municipio di Belfast dello scorso agosto. Inoltre la consigliera è finita nel mirino per aver difeso la distribuzione di alcuni volantini definiti istigatori di odio, nei quali si ammoniva contro l’islamizzazione dell’Irlanda del Nord, visto che le stime prevedono che nel 2066 i britannici nel Regno Unito saranno la minoranza. Nel volantino venivano poi snocciolati alcuni crimini compiuti dagli islamisti. Per non essersi opposta alla distribuzione di tale volantino la consigliera è finita nei guai ed è stata accusata di razzismo e fascism o. Tuttavia la Bunting non si dà per vinta e afferma che nonostante la sospensione nessuno potrà silenziarla. Definendo la sua sospensione un “giorno buio per la democrazia e la libertà di parola” ha dichiarato di voler far interessare al caso l’Alta Corte.

Ilaria Pedrali, Libero, 21/09/2018

Non so, vedete un po’ voi se è il caso che anche noi ci riempiamo di islamici ai livelli di Francia e Gran Bretagna.

barbara

QUELLI CHE NON STANNO CON SALVINI

Quelli che Salvini è razzista. Quelli che Salvini è fascista. Quelli che i “migranti” vanno accolti. Tutti. Sempre. Senza eccezione. A braccia aperte. Quelli.

“Un profugo in casa mia? Mai”. Abbiamo stanato i radical chic

Ci siamo spacciati per una Ong chiedendo ai vip un gesto simbolico. Risposte incredibili: su 100 solo 4 hanno detto sì

di Alessandro Migliaccio, 8 luglio 2018

«Io non sto con Salvini». A parole. Ma nei fatti? La rivista Rolling Stone, nei giorni scorsi, ha lanciato l’appello, come si legge sul sito ufficiale, «a musicisti, attori, scrittori e figure legate allo showbiz e alla tv» chiedendo di «prendere una posizione» contro la politica messa in atto nelle ultime settimane sullo sbarco dei migranti in Italia dal vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno del Governo Conte, Matteo Salvini. La chiosa finale non lascia spazio ad interpretazioni: «Per una società aperta, moderna, libera e solidale».
E così, alla luce di questo appello, sostenuto secondo Rolling Stone da molti personaggi famosi, e di quello lanciato dal giornalista Franco Viviano di indossare simbolicamente, nella giornata di ieri, delle magliette rosse in favore dell’accoglienza dei migranti, anch’esso condiviso da molti vip, abbiamo provato a testare la veridicità delle adesioni raccolte. La coerenza tra le parole ed i fatti. Ci siamo finti volontari di una Ong (organizzazione non governativa), la «International Open Blue Sea» che tradotto dall’Inglese significa «Mare aperto». E abbiamo sondato la reale disponibilità di intellettuali, scrittori, politici, personaggi famosi dello showbiz e della tv a fare quel passo in avanti che i firmatari di questi appelli chiedono agli italiani di compiere: accogliere gli immigrati.
Badate bene: non abbiamo chiesto di aprire la casa a una famiglia intera di migranti bensì, per qualche tempo, ad uno solo di loro in difficoltà. Abbiamo spiegato a tutti che si sarebbe trattato di un gesto utile non solo alla persona ospitata ma anche a tutti gli italiani e che ci avrebbe aiutato ad avviare una campagna di sensibilizzazione sulla delicata tematica dei migranti.
Abbiamo composto cento numeri di telefono ma, tra attese inutili alla cornetta e depistaggi dei vari agenti-manager o addetti stampa, solo meno della metà ci hanno concesso qualche minuto del loro prezioso tempo presentandoci come volontari della Ong International Open Blue Sea. La domanda è stata la stessa per tutti: «Ma lei, sarebbe disposto ad ospitare a casa sua uno degli immigrati sbarcati in Italia di cui ci occupiamo per un periodo limitato?». Le risposte, però, sono state sorprendenti e per il 90% negative. Tra gli intellettuali, i politici e gli uomini dello spettacolo interpellati che ci hanno risposto solo in quattro detto «sì», spiegando di essere disposti ad accogliere un immigrato. Tutti gli altri hanno preso tempo o accampato scuse di vario genere o declinato subito l’invito. C’è chi lo ha fatto in maniera gentile, chi meno. C’è chi ci ha detto «no» spiegando che ospitare a casa sua un immigrato non sarebbe la soluzione al problema e chi si è giustificato dicendo che non può perché ha la casa piccola. Qualcun altro, invece, ci ha tenuto a lungo al telefono a discutere del sesso degli angeli, ovvero i problemi dell’Italia, della figura di Salvini e dell’Europa: tante chiacchiere per addolcire la pillola del secco rifiuto alla nostra proposta solidale. Vi proponiamo, di seguito, tutte le risposte che abbiamo ricevuto. E che dimostrano che una cosa sono le parole ed un’altra i fatti.
Partiamo dalle rarissime notizie buone, ovvero da quelli che hanno detto sì.
Tra questi c’è Stefano Fassina, che si è mostrato disponibile a prendere in considerazione l’idea di ospitare un immigrato chiedendo di ricevere una e-mail con le informazioni necessarie per avviare la pratica. Allo stesso modo, lo scrittore Erri De Luca non ha fatto una piega, chiarendo di non essere il solo a dover decidere a casa sua su una scelta così importante, ma fornendo la sua adesione al nostro programma per l’adozione di un migrante. Così come la giornalista e conduttrice televisiva Daria Bignardi che definisce la nostra proposta come un’idea magnifica, spiegando di aver pensato già diverse volte di accogliere un immigrato perché se ne parla tanto ma poi nessuno lo fa. La sua è stata una dichiarazione convinta di disponibilità a mettere finalmente in pratica i suoi buoni propositi sul tema dell’accoglienza. Anche Paolo Cento, coordinatore di Sel nel Lazio, offre la sua disponibilità rimandando, però, il discorso a future valutazioni legali e alle condizioni della nostra richiesta.
Per il resto, abbiamo incassato una sfilza di «no» da quelli che Salvini ha definito «i multimilionari radical chic», di risposte vaghe e di arrampicamenti sugli specchi più o meno imbarazzanti. Gad Lerner non ci ha risposto dando la colpa al treno, dicendo di non sentire bene anche se i problemi alla conversazione si sono manifestati soltanto nel momento in cui avrebbe dovuto risponderci con un «sì» o un «no». Linus di Radio Deejay figura tra i firmatari dell’appello di Rolling Stone contro la politica di Salvini sui migranti, eppure dopo aver ascoltato con attenzione la nostra proposta di mandargli a casa un immigrato per qualche mese, ha preferito attaccarci il telefono in faccia per poi non risponderci più.
Anche lo stilista Ennio Capasa ha aderito all’appello, ma quando gli chiediamo di aprire concretamente la sua abitazione ad un profugo, inizia a farfugliare, per poi rinviare il discorso all’anno prossimo, dal momento che quest’anno è troppo impegnato all’estero col lavoro ed anche quando gli abbiamo chiesto di aiutarci a trovare un’altra sistemazione per un bisognoso ci ha ribadito che quest’anno sarà spesso in Asia e quindi non può aiutarci. Firmatari dell’appello di Rolling Stone sono anche l’attore di Gomorra, Marco D’Amore, il quale ci ha spiegato di ricevere due miliardi di proposte simili alla nostra in un anno solare chiedendoci casomai di contattare suo fratello per poi valutare la nostra proposta, ed il conduttore televisivo Costantino Della Gherardesca, che pure ha preso tempo dicendo di essere impegnato all’estero. Lo stesso direttore della rivista Rolling Stone, Massimo Coppola non ci è parso molto disponibile, ha rimandato il tutto a futuri scambi di e-mail ma ha precisato che se andiamo in edicola ed acquistassimo la rivista che dirige, ci accorgeremmo che lui sta già facendo molto per i migranti. Certo, tuttavia ospitarne uno sarebbe ancora meglio.
Il giornalista e conduttore radiofonico David Parenzo, dopo aver ascoltato il nostro invito, ha risposto solo di essere impegnato col lavoro alla radio. Il senatore del Pd, Nicola Latorre si è detto contrario all’idea di mettere a disposizione la sua casa come una specie di albergo e all’idea di lasciare gente a casa sua senza di lui anche se la nostra proposta, come per tutti gli altri intervistati, era di ospitare un solo immigrato e non una famiglia intera. Il deputato del Pd, Emanuele Fiano ha declinato la nostra richiesta solidale spiegandoci di non potere per motivi logistici.
Restando nell’area Pd, anche Esterino Montino nega la disponibilità chiarendo di avere una casa piccola. Diverso l’approccio di Alessandra Moretti, dirigente nazionale del Pd, che non dice “sì” ma nemmeno nega la possibilità di accogliere un immigrato anche se la decisione dipende dalla sua presenza a Vicenza, dai tempi e dalla disponibilità dei suoi familiari. Familiari che rappresentano un ostacolo per la nostra proposta anche per il comico Dario Vergassola, che spiega di non poter ospitare un migrante perché la sua casa è già piena di parenti. L’attore Leo Gullotta, invece, taglia corto dicendo che non può accogliere uno dei migranti a causa dei lavori in casa e della presenza degli operai, ma quando gli chiediamo se magari tra un mese o due la sua casa sarà libera, replica che i lavori saranno lunghi. Tuttavia tiene a precisare che capisce e sostiene la nostra iniziativa. Solo a parole, però.
Il regista e sceneggiatore Pupi Avati, l’anno scorso, parlando del suo ultimo film «Con il sole negli occhi», che tratta il tema dell’immigrazione, aveva detto di «essersi reso conto che il dramma dei migranti, di un mar Mediterraneo pieno di persone che non ce l’hanno fatta, aveva bisogno di essere raccontato in modo diverso da quanto hanno fatto finora i media perché si parla di numeri che ci sembrano estranei, lontani da noi» e per questo ha «scelto di raccontare la storia di uno di questi migranti». Eppure, quando gli chiediamo di compiere un gesto concreto ospitandone uno, ci risponde che in questo momento non può, perché vive una situazione familiare complicata. Risposta simile a quella che ci ha fornito il deputato del Pd, Piero Fassino del quale abbiamo apprezzato i modi (a differenza di altri ha risposto con molta cortesia, ndr) ma dal quale comunque abbiamo ricevuto un gentilissimo «no» per motivi familiari. Altro deputato del Pd ed altro diniego: neanche Giuseppe Fioroni si dice disposto ad ospitare un immigrato. L’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano racconta di avere una casa relativamente piccola e che negli spazi liberi ci sono i suoi scatoloni per cui lo spazio per l’immigrato non c’è. L’attore e regista Massimo Ghini, dopo aver ascoltato la nostra richiesta di aiuto, non risponde spiegandoci di essere impegnato sul set rimandando il discorso. Dal conduttore televisivo e attore Paolo Ruffini giunge un secco e deciso rifiuto all’idea di aiutare un profugo aprendogli casa sua: ci urla che non gli interessa minimamente la campagna per la sensibilizzazione sul tema dei migranti. Semaforo rosso anche dall’attore e regista Gabriele Lavia, che chiarisce subito che la sua casa è molto molto piccola e che non offre la possibilità di accogliere un profugo anche se non disdegna la possibilità di aiutarci in qualche altro modo sul tema dell’immigrazione.
Il conduttore televisivo Giancarlo Magalli, pochi mesi fa ha rilasciato dichiarazioni sul tema dei migranti condannando chi è diffidente contro i migranti. «Gli italiani sono generosi, sono buoni – spiegava Magalli – però abbiamo imparato a diffidare». Magalli di fronte alla nostra proposta di ospitare un immigrato risponde picche, ammettendo di avere una casa grande come estensione ma precisando che è piccola come numero di camere e che non ha la camera per gli ospiti. Stesso problema che impedisce alla senatrice Pd, Valeria Fedeli di rispondere positivamente alla nostra iniziativa. Filosofo, accademico e politico, Massimo Cacciari rifiuta nettamente l’ipotesi di accogliere un immigrato spiegando di non voler tenere nella sua abitazione una persona senza nessuna forma di controllo.
In molti, però, non hanno risposto alle chiamate della finta ong Open Sea. Abbiamo atteso invano un segnale di vita ma non ricevendolo abbiamo inviato un messaggio sms o whatsapp chiedendo loro la disponibilità ad ospitare un migrante: messaggi in gran parte letti ai quali però, fino al momento di andare in stampa, pochissimi hanno risposto. Tra questi ultimi Gianni Cuperlo che ha preso tempo chiedendo l’invio di una mail, e Giuseppe Civati che chiede di essere richiamato.
Con la speranza che i diretti interessati non abbiamo cambiato utenza nel frattempo (nel caso ce ne scusiamo preventivamente) riportiamo alcuni dei tantissimi nomi contattati illusi che, dopo aver letto del nostro giochetto sotto l’ombrellone, qualcuno si faccia avanti comunque. Ecco chi sono, in rigoroso ordine di chiamata. Si tratta dell’attore Claudio Amendola, del conduttore «mondiale» di Balalaika Nicola Savino, dell’ex vicedirettore de L’Espresso (oggi parlamentare Pd) Tommaso Cerno, l’attore Luigi Locascio, l’ex ministro della Salute, Beatrice Lorenzin e tanti, tanti,tantissimi altri. Fuori tempo massimo la risposta dell’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino: «Vivo negli Usa dal 2016, se posso aiutare lo farò volentieri». (qui)

Interessante l’argomentazione che non si può tenere una persona in casa propria “senza nessuna forma di controllo”: però tenerne senza nessuna forma di controllo centinaia di migliaia o magari milioni in Italia, che dovrebbe essere la casa di tutti noi, quello va bene.
Decisamente più raffinati i francesi, che alla proposta di costruire un piccolo campo di accoglienza nell’esclusivo XVI arrondissement, premurosamente si chiedono: “Saranno a loro agio in un quartiere così caro come il nostro?”
Non abbattiamoci troppo, però: oltre agli ipocriti che stanno dalla parte dei migranti solo a parole, c’è anche qualcuno che non esista a metterci, come si suol dire, la faccia, ossia a passare dalle parole alle azioni, ad agire concretamente:
acquisti
Qui, da leggere.

barbara

VIA DALL’INFERNO

Credo che la cosa migliore, per presentare questo libro, sia riprodurre l’introduzione della co-autrice.

A partire dagli anni Ottanta assistiamo all’incremento del fenomeno delle bande, a cui è connessa la mitizzazione della figura del piccolo boss, per il quale il gran numero degli stupri di gruppo commessi, i cosiddetti “progetto troie”, costituisce motivo di vanto. Il film La Squale ha portato sullo schermo e rivelato al pubblico la pratica della “giostra”, durante la quale un ragazzo fa “girare” la sua ragazza.
Questo libro e un pugno allo stomaco. Ci sbatte in faccia un fenomeno sociale che, in alcune cité così vicine alle nostre grandi città, consiste nell’istituzione e nella banalizzazione della violenza sessuale. Oggi, la sessualità è spesso ridotta a un rapporto di forza e di prevaricazione. La legge che regna è quella del più forte contro il più debole: la legge della giungla. Questo libro alza il velo sulla condizione intollerabile che alcune ragazze vivono, combattute fra due schiavitù: obbedire restando chiuse in casa o rischiare, nella strada, di diventare preda delle bande e della loro ferocia sessuale.
Samira è una sopravvissuta. È stata vittima di due stupri di gruppo all’età di quattordici anni, poi di un terzo all’età di diciassette. Ha vissuto un’adolescenza devastante, attanagliata dalla vergogna, dai sensi di colpa, da un sentimento di totale abbandono e dalla paura di nuove aggressioni. Schiacciata dalla sofferenza, dall’incomprensione e dalla solitudine, non ha potuto reagire che con la violenza e l’illegalità, con una vita sbandata in perenne fuga da casa. Si è lentamente distrutta fino a diventare un piccolo animale selvaggio, una carica di dinamite.
Nel 1998 la polizia ha arrestato 994 minori accusati di stupro di gruppo su ragazze minorenni. Secondo l’inchiesta nazionale sulla violenza nei confronti delle donne, appena il 5 per cento degli stupri commessi su donne maggiorenni sarebbero oggetto di denuncia. Non si conoscono statistiche relative alle ragazze minorenni, ma si sa che pochissime osano sporgere denuncia. La vergogna e la paura di rappresaglie le spingono a chiudersi nel silenzio. È per questa ragione che la giustizia si occupa di crimini di questo tipo solo da poco tempo. Molti responsabili di quanti occupano posti di responsabilità continuano a far finta di non vedere, affermando che si tratta di fenomeni isolati e che la miseria sessuale è presente ovunque. Sembra che in questi quartieri che eufemisticamente vengono definiti “sensibili”, dove la maggioranza delle famiglie sono immigrate, sia difficile assegnare alla donna una precisa collocazione. Alcuni giovani sono preda della contraddizione tra il rigore delle proprie radici culturali (integralismo religioso, idealizzazione della donna, poligamia…) e un ambiente culturale fortemente erotizzato. Il flirt è proscritto, così come l’amicizia ragazzo-ragazza, mentre la tensione sessuale è esasperata. La sola educazione sessuale che ricevono questi ragazzi è quella dei film pornografici, non hanno nessun’altra immagine della relazione d’amore. Questi adolescenti non hanno più alcun punto di riferimento e non hanno coscienza della gravità delle loro azioni. Per loro la “giostra” è un gioco e le ragazze degli oggetti.
Le ragazze stuprate diventano agli occhi dei ragazzi e di tutta la cité delle “poco di buono” verso le quali tutto è permesso. La violenza inflitta alle ragazze non è solo fisica. Oltre al trauma dello stupro, esse devono affrontare la violenza morale, rappresentata da una reputazione compromessa, dalla vergogna, dall’umiliazione e dalla paura di rappresaglie qualora osino sporgere denuncia.
Questo è l’inferno che ha vissuto Samira ma, se è vero che tante altre sono sprofondare nella droga, nella prostituzione, nella follia, lei è riuscita a riprendersi in modo esemplare e a ventinove anni è una giovane donna piena di vita e di speranza.
È questa storia che vogliamo raccontare, questa inversione di marcia, questa metamorfosi, questo passaggio dalle tenebre alla luce, questa speranza che Samira vuol far rinascere in quelle che, come lei, hanno visto la propria infanzia depredata, il proprio futuro annientato. È soprattutto per loro che Samira ha scritto, per dire loro che tutto, sempre, è possibile.
Borys Cyrulnik, in Dolore meraviglioso, si sorprende del fatto che alcune persone possiedano la capacità di trionfare su disgrazie immani e di costruirsi una vita di uomo o di donna, malgrado tutto. Questa capacità è da lui definita “capacità di resilienza”.
«Un’avversità è una ferita che si inscrive nella nostra storia, non è un destino». Ecco che ci allontana dai discorsi fatalisti ai quali siamo stati abituati. Ci si può interrogare su ciò che ha dato a Samira la forza per venirne fuori, quando tante altre sue compagne di sventura sono state totalmente distrutte, Samira aveva due elementi a suo favore fin dall’inizio: una natura particolarmente combattiva, ereditata da sua madre, e la stabilità affettiva di cui ha beneficiato nella sua famiglia d’adozione, durante i suoi primi quattro anni di vita. Non ha mai perso la speranza. Non ha mai smesso di volerne venire fuori, di tornare alla carica dopo i ripetuti fallimenti, ma era come se il suo passato la riafferrasse inesorabilmente e lei continuasse a pagare per il fatto di essere stata vittima.
È Fanny, la psicologa che la segue da cinque anni, che l’ha aiutata, pazientemente e intelligentemente, a uscire dal tunnel e a gettare le fondamenta della sua ricostruzione. È grazie a questo lavoro terapeutico che Samira è approdata al libro e che noi ci siamo incontrate.
La scrittura del libro è stato il secondo stadio della sua liberazione. Avrei potuto scegliere di intervistare Samira e scrivere io stessa la sua storia. Ho preferito che fosse lei a scrivere. Prima di tutto perché ha un modo di esprimersi intenso e ricco di immagini, poi, e soprattutto, perché ha già un luogo per la parola, mentre la scrittura richiede un diverso lavoro su di sé. È un lavoro personale di introspezione e precisione. Scrivere con l’obiettivo di essere letta, da me nella seduta successiva e in seguito da un eventuale lettore, l’ha obbligata a mantenere un certo rigore e a non “abbandonarsi” a un’espressione spontanea. Il libro non doveva essere il prolungamento della sua terapia. Ho cercato, attraverso il confronto con me, di portarla a una maggiore concisione e coerenza. Collaborando alla scrittura per renderla più accessibile, spero di aver rispettato il più possibile il colore del racconto e la personalità di Samira. Ho perciò accettato di sostenere Samira nella stesura del suo libro e sono contenta di averlo fatto. Sono stata colpita al cuore dalla sua rabbiosa voglia di farcela e dalla crudeltà della sua storia. Ho riso fino alle lacrime quando questa piccola donna tutto pepe mi demoliva il suo mondo, con un vocabolario spassosissimo e un umorismo corrosivo. Samira, la piccola beurette, ha condiviso la mia vita, ha occupato i miei pensieri e anche un po’ quelli della mia famiglia e dei miei amici. Ho beneficiato al cento per cento di questa avventura comune. È una grande occasione poter partecipare alla liberazione di un essere umano.
Per un anno ci siamo incontrate due, tre ore alla settimana. Nei primi tempi del nostro lavoro in comune, Samira era ancora piena del suo passato, ferita, sofferente. I ricordi e la loro comprensione erano confusi. Era attaccata al suo vissuto e lo viveva ancora come se fosse colpevole e avesse meritato quanto aveva subito. Non possedeva le parole per esprimere le emozioni legate ai suoi traumi. Tuttavia, il suo corpo reagiva e soffriva man mano che i ricordi riaffioravano in lei.
Una volta che le violenze della sua storia sono state estirpate dalla memoria, stampate, lette e rilette, lei ha cominciato a prendere le distanze dal suo passato e a pacificarsi. Tutto era stato detto, urlato, pianto. Tutto era stato ripensato, compreso, integrato. Aveva ricollocato al proprio posto ogni avvenimento della sua vita. Tutto era stato ordinato, sistemato, messo per iscritto. Finalmente c’era posto per qualcos’altro.
Oggi Samira non si definisce più come “Samira, violentata” ma come una Samira che riesce a non parlare più del suo passato, una Samira rinata, pronta per vivere.

JOSEE STOQUART

Le banlieues parigine, popolate da immigrati di prima, seconda o terza generazione, e l’inferno che questi vi hanno creato. In quelle di cui parla Samira non ci sono ancora tutte le cose che vediamo oggi, ma la violenza sì, quella c’è tutta, l’arroganza c’è tutta, la prevaricazione c’è tutta. Violenza in strada e violenza in famiglia (il padre che, quando apprende che non solo è stata violentata, ma che a violentarla sono stati dei NEGRI, le urla “mi fai schifo!” e la caccia di casa, ragazzina adolescente). E come in tutti gli inferni, ci sono molti sommersi e qualche salvato. Samira, apparentemente, appartiene ai salvati; le ultime parole del libro sono

Non devo più utilizzare la mia carta di identità di vittima, ora esisto diversamente. Sono Samira, ho ventinove anni. Credo nella vita e aspiro alla felicità. Ho fatto quello che dovevo fare per esserne capace.

Due anni dopo è morta di cancro allo stomaco. Aveva trentun anni. Ironia della sorte, nel raccontare il baratro in cui si trovava a ventisette anni, scrive “se pensavo a me di lì a dieci anni, mi vedevo già morta”. Invece se n’è andata sei anni prima delle previsioni più nere. E tuttavia il fatto di essere uscita dall’inferno aiuta a credere che una via di uscita, se davvero si vuole uscire, forse si riesce a trovarla.

Samira Bellil, Via dall’inferno, Fazi Editore
Via dall'inferno
E qui una testimonianza di Samira Bellil.
Père-Lachaise_Bellil
barbara

LE VARIAZIONI REINACH

Struggente. Struggente? Sì, struggente lo è, ma se dici che è struggente capiranno che cos’è questo libro? No, non ne avranno neanche una vaghissima idea, magari penseranno a una di quelle cose sentimentali strappalacrime, niente di più lontano da ciò che è questo libro.
Ricerca? C’è, sì, la ricerca, rigorosa, puntigliosa, infaticabile, di documenti, di testimonianze, di ricordi, ma uno sente ricerca e magari pensa a un saggio, una di quelle cose per addetti ai lavori che se tu non lo sei ci sbadigli sopra, e ti pare che questo libro sia una cosa così? Per carità, non dirlo neanche per scherzo!
Fantasia? Uhm… Per esserci c’è, la fantasia, eccome se c’è, ma se poi si immaginano che sia un racconto di fantasia?

A volte ho l’impressione che i libri vivano di vita propria. Questo l’avevo comprato quindici anni fa, immagino che avessi letto una recensione che mi aveva convinta che valeva la pena di farlo, e poi era rimasto lì, senza che mai mi venisse in mente di leggerlo: altri acquisti, altre letture, altre urgenze, e lui sempre lì. Poi un giorno improvvisamente, finito un libro vado alla libreria dei libri non ancora letti e la mano si dirige – mi verrebbe da dire da sola – verso questo, lo estrae, toglie la sovracopertina, e comincio a leggere. Curiosamente ho trovato recentemente una sensazione simile qui: «A lettura ultimata, mi sono resa conto che Adieu Volodia mi si è improvvisamente imposto con un perentorio “leggimi, leggimi adesso!”» È esattamente così: improvvisamente sai, con ogni cellula del tuo corpo e del tuo cervello, che devi leggere quel libro. Che devi leggerlo adesso. E man mano che vai avanti a leggerlo tutto il tuo corpo e tutta la tua mente continuano a riconoscere che sì, era proprio il momento giusto per leggere questo libro, era proprio il libro giusto da leggere in questo momento. Un po’ come gli incontri: lo guardi negli occhi ed è colpo di fulmine; lo avessi incontrato tre giorni prima, o una settimana dopo, non lo avresti neppure notato.

Il fatto è che non è facile rendere l’idea di che cosa sia un libro come questo. Quello che posso dire con assoluta certezza è che è uno di quei libri che, quando li hai letti, ti senti molto più ricco. Variazioni, si intitola: esattamente come quelle musicali. Si parte da un tema esistente e vi si aggiunge la propria fantasia, la propria sensibilità, il proprio vissuto, la propria curiosità… e diventa una cosa propria. Qui il tema di partenza sono le foto e i documenti – che, all’inizio casualmente, poi puntigliosamente cercati, vengono a trovarsi in mano all’autore – riguardanti due ricchissime famiglie ebraiche parigine, sostanzialmente assimilate, talmente lontane dall’ebraismo vissuto, talmente estranee, da non poter neppure immaginare che le cose poco simpatiche che ad un certo momento cominciano a succedere agli ebrei possano avere qualcosa a che fare con loro. La conclusione la conosci, e tuttavia un brivido ti scende lungo la schiena quando, in un capitolo dedicato alle variazioni su tre momenti di buio benché non sia notte, arrivi al terzo che consiste in una sola frase: Il vagone è al buio benché non sia notte…
E dunque l’autore visita la villa donata allo stato e trasformata in museo
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e immagina la padrona di casa attraversarla per l’ultima volta, immagina i suoi pensieri, immagina i suoi gesti, immagina i suoi ricordi, parlando di se stesso in terza persona: La vede salire lo scalone… Legge una lettera e immagina le riflessioni che hanno indotto a scriverla. Guarda una fotografia e ricostruisce, a partire dalle espressioni dei volti, dall’atteggiamento dei corpi, una possibile conversazione tra le varie persone in quel momento, in quel luogo, in quella situazione, e i pensieri dietro le parole, e i ricordi dietro i pensieri. E visita Drancy
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e “sente” le voci, tutte quelle voci di coloro che ancora speravano, ancora si illudevano di avere una via d’uscita, un futuro, e invece non ne avevano. E poi ci sono le variazioni sul tema dei suoi ricordi personali, e su quello delle conversazioni con un amico sul libro che sta nascendo, e su quello delle visite con sua moglie ai luoghi che costituiscono la trama del libro… E man mano che leggi ti senti sempre più preso per incantamento in questo incredibile lavoro di ricostruzione che non disdegna il più apparentemente insignificante dettaglio sottratto all’oblio, come un paleontologo che da microscopici frammenti d’osso sottratti al fango ricostruisce l’immagine di un intero scheletro. E poi te lo presenta, e tu puoi ammirarlo in tutta la sua bellezza, in tutto il suo splendore.
Questo è proprio un libro che devi leggere. Magari lasciandolo lì fino a quando lui non ti dirà che è il momento giusto. Però lo devi leggere.

E questa è una di quelle recensioni che si scrivono a rate, perché anche tu devi raccattare, frammento per frammento, le tue sensazioni, le tue emozioni, e ad un certo momento dici basta adesso ho detto tutto posso pubblicarlo e poi dici no aspetta, che magari ti viene in mente qualcos’altro e infatti sì, la sera ti viene in mente ancora una cosa, e il giorno dopo un’altra ancora, e ti sembra sempre che il lavoro non debba finire mai, come quello dell’autore che spera di trovare ancora un documento, ancora una foto, ancora un frammento di ricordo riemergente dai meandri della memoria del nipote del terzo cugino… Poi alla fine ti decidi a pubblicare, perché prima o poi bisogna pur farlo, ma sai bene che sei lontana, molto lontana dall’aver completato il lavoro.
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Filippo Tuena, Le variazioni REINACH, Rizzoli

barbara

GLI INSEDIAMENTI SONO IL PIÙ GRANDE OSTACOLO ALLA PACE

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E visto che a guardare l’immagine non avete perso tempo, spendiamone un po’ per tornare ai fatti di attualità, restando sempre in tema di balle e bufale.
La prima riguarda un “eroe”: vi ricordate quando, dopo la strage all’Hyper Cacher i giornalisti avevano fabbricato la favoletta dell’eroe musulmano che aveva salvato un bordello di gente dalla mattanza? Bene, contando sull’alloccaggine e sulla memoria corta del loro pubblico, adesso ne hanno fabbricata un’altra identica per lo stadio di Parigi: ogni volta che si scatena una mattanza ad opera del terrorismo islamico, ci viene fabbricato il “musulmano buono” chiavi in mano, che rischia la vita per salvare gli innocenti, e mentre le sinagoghe vengono lasciate sguarnite, la guardia repubblicana presidia la grande moschea, non sia mai che a qualche malintenzionato venga in mente di andare a fare la bua ai poveri musulmani. E poi date un’occhiata anche a queste altre balle qui e qui.
Post scriptum: e mentre l’Europa si diletta a “etichettare”, In Iran perfino la solidarietà è un reato che costa la galera.

barbara

LE BUFALE CHE FANNO SCUOLA

Alcuni anni fa mi sono occupata dell’esilarante bufala della ragazza moribonda sull’asfalto che, con inarrestabile logorrea, detta, al buio, i suoi ultimi pensieri a un/una (a seconda di chi riporta il “fatto”) giornalista casualmente di passaggio. Sembrano essersi ispirati a quell’oscena cloaca gli sciacalli che hanno fabbricato quest’altra badilata di merda ambientata in mezzo alla strage di Parigi. Sciacallo chi l’ha scritta e sciacallo chi la riprenderà nei propri blog/siti/forum/pagine FB.

barbara